Prodi vede Renzi, è disgelo. Ma il Prof continua a tifare per iun ‘Nuovo Ulivo’, a partire dal Campo progressista di Pisapia

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L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

  1. Prodi, il tessitore che tutti cercano. Incontro con Renzi: accordo su coalizione di centrosinistra e vocazione maggioritaria. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

ALLA FINE, nella sua girandola di incontri romani (un caffé lungo con Pisapia, un convegno certo non breve, sulla Cina, con Gentiloni), Romano Prodi ha trovato il tempo di incontrare quel Matteo Renzi con cui non si è mai preso. L’incontro si è tenuto nell’hotel Santa Marta dove Prodi alloggia quando viene a Roma alla presenza di Arturo Parisi, professore in seconda del fondatore dell’Ulivo e ancora oggi iscritto al Pd.
Luogo segretissimo, toni cordiali, se non affettuosi («clima più che buono» dicono al Nazareno), l’incontro è servito a entrambi. Renzi si è fatto assicurare che Prodi non sposerà apertamente la causa di Pisapia (il primo luglio diserterà la convention di Campo progressista) enon si presterà ad avallare, con la sua prestigiosa faccia, i movimenti della sinistra-sinistra orientati a fare a meno del Pd, oltre che di lui, Renzi.
Prodi, a sua volta soddisfatto dall’incontro, come si capisce dal proverbiale sorriso, avrebbe avuto rassicurazioni sui punti cui più tiene: unità del centrosinistra, larga e aperta, alleanze chiare, vocazione maggioritaria del Pd e rilancio della formula della «democrazia decidente». Per Prodi vuol dire modello maggioritario. Renzi ha convenuto con lui sul punto, gli ha ricordato che il maggioritario era alla base dell’Italicum, della riforma costituzionale e della riproposizione che il Pd ha fatto del Mattarellum. Il leader dem avrebbe persino promesso, al Professore, l’impegno del Pd per una ripresa di iniziativa, sulla legge elettorale, anche se solo dopo i ballottaggi delle amministrative.

INSOMMA, due leader fatti per non intendersi, come il Rottamatore e il Professor Semaforo, si sarebbero, se non innamorati, almeno chiariti.
La ‘tenda’ del fondatore dell’Ulivo (e dell’Unione, quella che Renzi porta a esempio come coalizione da non riproporre), però, non si sposta: sempre lì resta, a metà strada tra il Pd e il Campo progressista di Pisapia. Prodi – che pure ieri ha riconosciuto a Renzi che il Pd è «l’argine contro i populismi» – spinge per la (ri)nascita di un ‘Fronte Progressista’ che vada da Pisapia a Tosi, da Tabacci a Bersani, da Dellai (trentino ulivista ante litteram) al duo Cuperlo-Orlando, i quali vogliono federare pure loro, restando dentro il Pd (Orlando di sicuro, Cuperlo già più in forse), il centrosinistra.

RENZI, invece, vorrebbe fare a essere Macron, con sistema elettorale accluso, ma sa che non si può, anche perché «si vota nel 2018». Una coalizione di centrosinistra di governo, dunque, bisognerà pur farla (specie al Senato, alla Camera pensa ancora e solo al listone): il dialogo con Pisapia, per Renzi, «va benissimo», il problema sono altri (tipo D’Alema), ma è pronto a ragionare su tutto, primarie di coalizione (forse) incluse. Miracoli del Prof Semaforo, oggetto di desiderio di un centrosinistra che cerca una strada, ma passa sempre vicino alla sua tenda.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale del 16 giugno 2017.


2. Nuovo Ulivo, Prodi si sfila: “Sono un felice pensionato”. Renzi gelido con Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

«NON tornerà l’Ulivo e non sarò candidato premier». Romano Prodi, a Roma per la presentazione del suo ultimo libro, Il piano inclinato («Può essere un programma di governo, ma non il mio», altra puntualizzazione), si schernisce. «Sono un felice pensionato. Non sono l’unico in grado di unire il centrosinistra» aggiunge il Prof.
I puntini sulle ‘i’ erano necessari. L’iniziativa di Campo progressista del I luglio, che sancirà l’investitura definitiva di Giuliano Pisapia a leader di una ‘sinistra-centro’ che si sente «in continuità ideale» con l’Ulivo prodiano (le truppe ce le mettono quelli di Mdp-Articolo 1 ma anche i centristi di Dellai e Tabacci che si scioglieranno per aderire al progetto) vedeva proprio nel padre fondatore dell’Ulivo il suo padre nobile, forse di più. Da giorni si diceva che Prodi avrebbe benedetto l’operazione (la location sarà piazza Santi Apostoli, sede dell’Ulivo) con tanto di presenza fisica alla convention. Bene, ieri Prodi ha smentito («io di nuovo in campo? No, mi sono fermato») e il suo antico sodale, Arturo Parisi, è sicuro: Romano, il I luglio, se ne sta a casa.

CIÒ non toglie che la ‘tenda’ del Prof oggi è di certo più vicina al campo di Pisapia (parola di battaglia e, forse, nome del movimento «Insieme. Nessuno escluso») che a quello del Pd. Ma Prodi (e anche Enrico Letta) non possono certo prestare il loro volto a operazioni politicamente minoritarie: vogliono prima vedere con quali ambizioni nasce il progetto di «Insieme», chi vi prenderà parte e con quale ruolo. Per dire, l’operazione puramente identitaria che il 18 giugno Tomaso Montanari e Anna Falcone terranno a Roma (una sorta di ‘Unione’ della sinistra-sinistra) coinvolge Sinistra italiana, Possibile di Civati, il Prc, i circoli del No al referendum, ma Pisapia e i suoi se ne terranno alla larga. Figuriamoci i padri dell’Ulivo. Dall’altra parte, con Pisapia, c’è il grosso della classe dirigente di Mdp (Bersani in testa), disposti a «dialogare col Pd, ma su un programma di discontinuità rispetto a quanto fatto finora e Renzi non può esserne il testimonial», dice proprio Bersani.

E RENZI? Ieri sera, ospite di Otto e mezzo, il segretario del Pd risponde tranchant, forse persino troppo: «Il primo luglio ho l’assemblea dei circoli del Pd e se mi riesce vado al concerto di Vasco. Comunque non sono invitato perché sono di un altro partito politico. Spero che Pisapia faccia un buon lavoro, ma contano i contenuti». Ed è sui contenuti che Renzi si domanda: «Che si fa sulle tasse, sul jobs act, sull’Europa? La posizione è quella del governo Monti o del governo dei ‘mille giorni?’» (cioè il suo). Renzi, al di là della pregiudiziale anti-D’Alema (peraltro reciproca) l’alleanza vuole farla e pensa che si farà («mi sembra che siano di più le cose che ci uniscono, se devi guardare qual è lo schema di gioco è più facile che il centrosinistra stia insieme»), ma vuole che il dialogo sia proficuo, oltre che legittimante per entrambi. Nel Pd, in ogni caso, confidano che Pisapia, quando si renderà conto che l’attuale legge elettorale non verrà cambiata, scenderà a più miti consigli: «la soglia dell’8% – spiegano – al Senato senza di noi non la passa e superare solo quella del 3% alla Camera vuol dire condannarsi all’irrilevanza politica».

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 10 di Quotidiano Nazionale il 15 giugno 2017

 

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