Legge elettorale, il Colle preme per la riforma, a Renzi va bene quello che c’è: la strada ora è il ‘listone’ da Alfano a Pisapia

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Il presidente della Repubblica Mattarella, da buon siciliano, sa che la sua regione è, da sempre, un “laboratorio” della politica nazionale. Dunque segue con attenzione e preoccupazione, sia pure con discrezione, l’evolversi dello scenario politico in vista delle elezioni del 5 novembre. Ai blocchi di partenza, i poli sono quattro: M5S, centrodestra, centrosinistra e sinistra-sinistra, ma la legge elettorale siciliana è molto particolare: prevede, oltre a uno sbarramento regionale al 5%, un premio di maggioranza al primo arrivato, a prescindere dalla percentuale, del 10%. Vuol dire 7 seggi sui 70 dei componenti dell’Ars, l’assemblea regionale siciliana. Per poter governare l’isola, chi vince deve cioè prendere almeno 29 seggi per ottenerne 36, grazie al premio di maggioranza, e lasciarne gli altri 63 alle opposizioni. Ma con il 33-35% dei voti un partito o una coalizione può aspirare a ottenere circa 25 seggi (32 con il premio): troppo pochi per governare con relativa, immediata, paralisi istituzionale. Il rischio impasse, dunque, è altissimo. Come pure, per il Colle, che vinca una forza ‘inalleabile’ come l’M5S.

Per tutti questi motivi il Capo dello Stato è intenzionato a riprendere presto il pressing sui partiti affinché si scriva, in tempi ragionevoli, una buona legge elettorale nazionale. Al Colle piaceva e piace il sistema tedesco scelto dal Pd, ma che è naufragato al primo scoglio dell’Aula alla Camera e di cui si riprenderà a discutere, ma in commissione, dal 6 settembre: 5% di sbarramento, nessun premio di maggioranza, né di lista né di coalizione, che il Colle ritiene ‘destabilizzanti’ e/o ‘inefficaci’, e larghe possibilità di intesa tra forze ‘costituzionali’ dopo il voto. Solo che, il sistema tedesco, al Pd di Renzi oggi non piace più. Infatti, è il sistema attuale, derivante dalle due sentenze della Consulta che hanno abrogato sia il Porcellum che l’Italicum che ora torna a calzare a pennello al Pd. Alla Camera scatta un premio di maggioranza se si arriva al 40%: per agguantarlo il Pd – come ha appena fatto in Sicilia – offrirà presto un patto sia ai centristi (Casini e Alfano) sia alla sinistra di Pisapia e altre forze minori (Verdi, Idv, liste civiche) che li veda tutti uniti in un grande listone unitario, una sorta di ‘Democratici e Moderati’. Al Senato, invece, dove sono previste le coalizioni, il Pd lascerà che centristi da un lato e Campo progressista dall’altro corrano con i loro simboli perché lo sbarramento è al 3%, se si corre in coalizione, come alla Camera, e non al ben più proibitivo 8%, soglia ostica per formazioni come Mdp che, anche se facessero il pieno a sinistra, il leader dem vuol provare a ‘segare’ . Resta un altro braccio di ferro, con il Colle: il timing della data del voto. Il Quirinale vorrebbe sfruttare fino in fondo il fattore tempo: solo sciogliendo le Camere attuali alla data limite, il 15 marzo 2018, si guadagnerebbero mesi utili per scrivere una nuova legge elettorale, visto che non si voterebbe prima di aprile/maggio (da 45 a 70 giorni è il tempo necessario per convocare i comizi elettorali). Invece Renzi vuol votare prima, al massimo a marzo, con lo scioglimento ‘tecnico’ dell’attuale legislatura a dicembre, o a gennaio, al massimo, così da votare non oltre marzo 2018, a impedendo che il Parlamento sia tentato di accordarsi su altro, legge elettorale in testa. Gentiloni, da questo punto di vista, non vuole ‘mettersi in mezzo’ e anche a costo di dare un dispiacere al Colle sarebbe pronto a farsi da parte quando il Pd lo riterrà necessario.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale del 31 agosto 2017.  

 

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