I nuovi capigruppo di Camera e Senato tutti eletti per acclamazione. Ma nel Pd è scontro. Martina stoppa Renzi che deve rinunciare a Guerini per Delrio

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

Ettore Maria Colombo – ROMA

Camera e Senato hanno eletto tutti i loro nuovi capigruppo. Per alcuni gruppi (M5S e Lega) si è trattato di un puro atto di ratifica, per altri di una novità (FI e Pd), per altri ancora di una scelta pro tempore (FdI e Misto), ma lo scontro vero – tanto per cambiare  – si è consumato nei gruppi dem, ovviamente tra renziani e non renziani. La nomina dei capigruppo – e la contestuale dichiarazione di appartenenza ai gruppi dei deputati e dei senatori – è fondamentale per due motivi: solo così la macchina del Parlamento può iniziare a partire a pieno regime (tra oggi e domani verranno eletti anche 8 vicepresidenti, 6 questori e 16 segretari d’aula delle due Camere) e solo così il presidente della Repubblica può stabilire il calendario delle consultazioni al Colle per formare un nuovo governo, calendario che dovrebbe arrivare entro oggi.

Tra i nomi dei capigruppo passati senza colpo ferire, ci sono quelli dei 5Stelle: confermati, per acclamazione, Giulia Grillo alla Camera e Danilo Toninelli al Senato. Anche per la Lega l’elezione è stata una formalità: Giancarlo Giorgetti va alla Camera (ma potrebbe presto assumere importanti ruoli di governo) e Gian Marco Centinaio al Senato i nomi. Per FdI (Fratelli d’Italia) si è decisa una soluzione pro tempore: Stefano Bertacco al Senato e Fabio Rampelli alla Camera. Il problema del partito della Meloni è che non ha ancora deciso se vuole stare al governo o all’opposizione. Nel gruppo Misto alla Camera, data la preponderanza dei deputati di Leu (14 su 36), la scelta è caduta su Federico Fornaro (Leu), a sua volta pro tempore perché – spiega lui stesso – “Appena ci danno la deroga, costituiremo un gruppo autonomo e il Misto si eleggerà un altro capogruppo” (sarà, molto probabilmente, espressione delle minoranze linguistiche, che contano 5 deputati, di cui quattro della Svp). Anche al Senato è stata eletta una rappresentante di Leu, Loredana De Petris, che aveva già ricoperto tale incarico nella scorsa legislatura, anche se i senatori di Leu sono solo quattro sui 10 del Misto.

Dentro Forza Italia, Berlusconi aveva chiuso i giochi da giorni puntando su due donne, Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera, elette per acclamazione, che prendono il posto di Paolo Romani e Renato Brunetta, i quali non godevano più, dai giorni dell’elezione dei presidenti delle Camere, della fiducia del Cavaliere e con i quali hanno avuto numerosi scontri, ai limiti della buona creanza.

 

Tutto quello che è potuto andare liscio negli altri gruppi è, ovviamente, andato storto nel Pd. La mattinata di ieri si è consumata tra riunioni fiume tra i big e momenti di notevole tensione. Renzi ha cercato in tutti i modi di imporre i suoi candidati (Lorenzo Guerini alla Camera, Andrea Marcucci al Senato), ma l’ha spuntata solo sul secondo, cui però teneva di più. Il segretario Martina ha imposto il metodo della ‘collegialità’: tradotto dal politichese, vuol dire che sia le minoranze di Orlando ed Emiliano sia i big anti-Renzi (Franceschini), che non volevano due renziani doc in postazioni così cruciali e delicate, in qualche modo dovevano spuntarla. E ci sono riusciti. Nel turbinio di riunioni precedenti l’assemblea dei gruppi, che hanno visto al Nazareno incontrarsi Renzi, Martina, Delrio, Guerini e Orfini, erano spuntati anche i nomi di Tommaso Nannicini per la Camera e di Teresa Bellanova per il Senato, peraltro entrambi renziani ma ritenuti dalle minoranze meno pasdaran.

Il rischio di andare a una sanguinosa conta – che i renziani peraltro avrebbero vinto (sono 32 su 53 al Senato e 73 su 110 alla Camera) – era troppo grande e allora Renzi ha ceduto su uno dei due capigruppo, e cioè sulla Camera, per tenersi Marcucci.  Guerini, complice la sua lealtà a Renzi e il suo profilo di diplomatico capace di stemperare le tensioni (altrui), ha deciso, autonomamente, di fare un passo indietro in favore di Delrio con cui si era parlato e confrontato in diverse occasioni nei giorni passati. Ma molti renziani parlano apertamente di “un atteggiamento politicamente e umanamente sbagliato nei suoi confronti” da parte dello stesso Renzi (e Martina). Il segretario Martina, che ha posto l’aut aut a Renzi (“O Delrio o si va allo scontro”), mettendo sul tavolo la fiducia sul suo stesso incarico, in caso contrario, cinguetta “Habemus Papam!”, quando l’assemblea del gruppo alla Camera elegge Delrio, ma Antonello Giacomelli, franceschiniano vicino a Renzi, sbotta: “Delrio ottima persona, ma lo era anche Guerini. Non capisco il cambio e neppure la richiesta di fiducia”.

Ora di Guerini si parla come futuro presidente del Copasir (ma “di acqua ne deve ancora passare, sotto i ponti…”, dice lui a un amico) o addirittura come candidato di Renzi, in seno all’Assemblea nazionale, da contrapporre proprio a Martina. Perché una cosa sola è certa: il Pd andrà all’opposizione – assicurano Marcucci, anche lui eletto per acclamazione, e lo stesso Delrio, pure molto vicino ai desiderata del Colle – ma ai renziani Martina non piace proprio: “Non ci garantisce, anzi gioca contro, dobbiamo impedire che diventi lui il segretario vero, altrimenti viene giù tutto”.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 28 marzo 2018.

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