Tre articoli invece di uno. Renzi sceglie l’M5S come nemico numero 1 e intanto offre un patto ai grillini: “legge elettorale ed elezioni subito”

  1. Renzi Grillo Berlusconi

    Renzi, Grillo e Berlusconi.

    Renzi sfida Casaleggio jr (“Democrazia vs dinastia”) ma i suoi offrono un patto all’M5S: “Pronti a votare il Legalicum in cambio di elezioni subito (l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale il 10 aprile 2017)

“Renzi app”, già scaricabile da ogni piattaforma (htttp://io.my/appmatteo). Piattaforma e sito web ‘Bob’ (Kennedy) per smascherare le fake news grilline. “Democrazia vs dinastia”, il mantra. L’Avversario con la ‘A’ maiuscola di Matteo Renzi sono i 5 Stelle, non i suoi competitor alla segreteria, Orlando ed Emiliano, cui propone un ‘patto tra gentiluomini’, anche se alla sua maniera: “Non potete passare i futuri quattro anni a sparare sul quartier generale” (traduzione: ‘se volete fare come Bersani&co., quella è la porta’) e pur rifiutandosi di spostare la data delle primarie solo perché Emiliano si è fatto male e non può correre (Orlando era d’accordo, i renziani sono stati irremovibili) almeno fisicamente.

Eppure, per paradosso non tanto paradossale, l’ex  premier proprio ai grillini offre, tramite i suoi ambasciatori Orfini e Guerini, un patto sulla legge elettorale che nelle parole di questi ultimi due ai 5 Stllee suona così: “Noi vogliamo votare e siamo pronti a offrirvi un patto sul vostro Legalicum (estensione dell’Italicum al Senato, ndr.) e siamo pronti a togliere i capolista bloccati, voi ci state?”. E anche se l’offerta potrebbe essere solo ‘trabocchetto’ (“Un modo per stanare i grillini, far vedere a tutti che non vogliono fare nessun accordo e poi farlo con Berlusconi”, ragiona un machiavellico renziano di alto grado, ma ben informato, specie su un punto: “Se facciamo credere a FI che siamo pronti a togliere i capolista bloccati, quelli si  mettono paura, ci cascano subito nel tranello e fanno l’accordo con noi”), l’offerta ai pentastellati sembra una cosa seria e a un buono stadio di lavorazione.

L’ex premier – che nel retropalco dell’Ergife si prende un caffè in amicizia con il premier Gentiloni – si sente già vincitore delle primarie aperte del 30 aprile, forte di consensi che – dicono i suoi – “non saranno inferiori al 55-60% dei voti”. Insomma, sarà un trionfo. Solo un tasto preoccupa i renziani, quello dell’affluenza: faranno di tutto perché la partecipazione superi bene i due milioni.

Per il resto, la Convenzione nazionale del Pd tenuta ieri all’hotel Ergife di Roma scorre via come un fiume tranquillo (le liste dei candidati collegati si chiudono oggi, solo lì sono previste frizioni). Del resto, se Orlando è quotato al 20-30% ed Emiliano all’8-15%, è anche perché tre quarti del Pd – la ‘macchina’ o la ex ‘Ditta’ – sta con Renzi. Specie nell’Italia centrale (le regioni ‘rosse’) e nel Mezzogiorno, dove la mozione Renzi stravince su tutte le altre con percentuali bulgare e dove il Pd ha ormai più tesserati che al Nord.

Orlando, però prima di Renzi, fa un discorso affatto conciliante: picchia come un fabbro su tutto, dal rapporto con gli operai (“Tu vai da Marchionne, io vado ai cancelli della Fiat”), alle riforme (“Rischiamo un riformismo senza popolo”) alla legge elettorale (“Basta a proporre il Mattarellum se tutti ci dicono di no”), etc. Il governatore pugliese, teorico candidato anti-establishment, nel Pd, s’è rotto lui il tendine, ballando la tarantella: in un videomessaggio dall’ospedale, tiene una mozioni degli affetti dai toni soporiferi – non a caso molto apprezzato da Renzi, che invece ribatte duro a Orlando – il cui spunto originale è lodare “gli elettori 5 Stelle”.

Renzi spiega i punti su cui vuole imbastire la campagna elettorale, ma quella delle Politiche, come un vero derby Pd versus M5S: “democrazia contro dinastia, scienza contro paura, lavoro al posto dell’assistenzialismo”. Pensa che i 5Stelle abbiano trovano il loro nuovo leader in Davide Casaleggio, smania all’idea di potersi confrontare con lui o con chi per lui e si dedica poco al resto del Mondo. Sul vero punto di impasse, la legge elettorale, ribadisce che “Per noi c’è il Mattarellum, al Senato c’è stato un fatto di una gravità enorme (il caso Torrisi, ndr), ora tocca al Fronte del No parlare”. Ma, appunto, Renzi – via Guerini e Orfini – parla invece ai M5S e fa sapere: “La vostra proposta sul Legalicum? Fatela, pronti a discuterne”.

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2 Renzi teme Casaleggio ma è pronto a trattare con M5S sulla legge elettorale 

(l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale l’8 aprile 2017) 

Orlando sfida Renzi: “Mi candido”. Lo scontro sulla data finale delle primarie: 9 o 23 aprile?

Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine del Consiglio dei ministri (Ansa)

Ettore Maria Colombo
ROMA
QUANDO si terranno le primarie aperte del Pd, cioè la fine del percorso congressuale che inizierà con i congressi nei circoli, passerà per la Convenzione nazionale e si chiuderà con la classica ‘gazebata’, quella in cui votano iscritti ed elettori? Il 9 aprile, come vuole Matteo Renzi? Il 7 maggio, come chiede con forza Emiliano che, altrimenti, minaccia di ritirare la propria candidatura? O passerà la mediazione degli uomini di Orlando («si voti il 23 aprile perché serve tempo»)? «Sennò – dice Orlando – non è più un voto, diventa un televoto».

ORLANDO, appunto, è ‘sceso in campo’. «Vi stupite – dice con un sorriso il ministro a un grappolo di giornalisti che lo circondano dentro una ex storica sezione del Pci, quella di Porto Fluviale (“Ce la semo ricomprata pe’ tre volte pecché pe’ tre volte se l’erano venduta, sti’ magnaccia“, dicono – arrabbiatissimi – i militanti del circolo Marconi) – perché presento la mia candidatura in un circolo? E dove avrei dovuto farla, in un posto esotico tipo Bali o l’Himalaya?!». L’ultimo campione di una lunga storia, quella del Pci-Pds-Ds, annuncia la sua discesa in campo prima a Ostia, luogo pasoliniano, poi nel circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia della Capitale ma abbastanza cool, ormai. Il posto è molto piccolo, la gente straripa fuori, ma per fortuna c’è pure una piccola terrazza. L’atmosfera è da ritrovo di ex compagni che tornano, finalmente, a dirsi tali. Orlando, però, non è uno sprovveduto. E così, tra la folla di militanti de core, spiccano tanti parlamentari dem usi all’antica fatica di prendere voti nei (loro) territori. Ecco dunque, spuntare gli uomini di Zingaretti (ieri il governatore del Lazio ha detto che lo appoggerà), quelli dell’ex re del Pd di Roma, Bettini (altro endorsement), come Michele Meta, deputati e senatori piemontesi, lombardi, toscani, ma anche pugliesi, sardi e campani. Intanto ‘il compagno Sposetti’ si gode, da lontano, le gesta di un pupillo, il suo, che gode pure del favore del leader degli ex miglioristi (Napolitano) e dell’ex presidente della Camera Luciano Violante. Morale: il ‘paladino Orlando’, nato peso piuma, è salito sul ring «contro la politica della prepotenza», come ha scandito ieri in mattinata, e non vuole fare da sparring partner.

LO DIMOSTRA anche il braccio di ferro andato in scena ieri in seno alla commissione congresso che ha fatto perdere le staffe al suo presidente, il vicesegretario Lorenzo Guerini, che parla di «ricostruzioni prive di fondamento, lasciateci lavorare in pace».
Infatti, a metà pomeriggio, si diffonde la notizia che «tutto è stato già deciso, le primarie aperte si terranno il 9 aprile». Notizia che fa sobbalzare sulla sedia sia gli uomini di Emiliano in Parlamento – i due dioscuri pugliesi Boccia e Ginefra – che quelli di Orlando. I colonnelli, nonostante le frecciate che si tirano i loro campioni nelle interviste televisive, rinfacciandosi antichi appoggi verso ‘il Nemico’ comune (Renzi, appunto: “Tu non ti sei mai distinto da lui, ed eri un suo ministro”, gli rinfaccia Emiliano: “E tu lo hai appoggiato alle primarie del 2013, quando io stavo con Cuperlo”, gli ribatte Orlando), decidono perciò una Santa Alleanza contro Renzi, almeno sul campo che deve definire il terreno di gioco, le regole. In ballo c’è la fine dei lavori della commissione e la Direzione che, oggi, li validerà. I seguaci di Emiliano sono i più scatenati, ovviamente. Dice Boccia: «Se insistono sulla data del 9 aprile, salta tutto, ma ho fiducia che i renziani ‘timidi’ (l’appello è a Franceschini, ndr) sapranno ragionare con la loro testa e non impiccarsi a Renzi». Gli orlandiani sono appena più soft, ma il concetto è identico. Dice l’orlandiano Bordo: «Il 9 aprile è una data incompatibile con le regole, se vanno andare avanti gli votiamo contro e vediamo».

IN SERATA si diffonde una voce preoccupante: se la commissione, a maggioranza (renziana, ovviamente: su 20 componenti, 15 li teleguida Guerini), insisterà sul 9 aprile, Emiliano – che ieri sera, ospite da Mentana su La 7, ha detto che «Renzi vuol far saltare i referendum sui voucher e andare a elezioni anticipate» – potrebbe compiere l’ennesimo giro di valzer e ritirarsi dalla corsa per ‘impraticabilità di campo’. Resterebbe una sfida a due: quella tra il campione del partito della Nazione (Renzi, stile Macron) e il paladino del ‘partito che fu’ (Orlando, stile Hamon). Si vedrà. La mediazione, dice Guerini a un amico, «è una data intermedia per tutti, il 23 aprile». Due giorni dopo e ricorre il 25 aprile, Festa della Liberazione. Anche dal Pd di Renzi? Chi può dirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 24 febbraio 2017.

Lo Statuto-garbuglio del Pd, le primarie il 9 aprile e le Politiche all’orizzonte. Intanto, scende in campo Orlando

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo
ROMA
LE PRIMARIE aperte a iscritti ed elettori del Pd, la ‘gazebata’, si terranno domenica 9 aprile. Lorenzo Guerini, presidente della commissione congressuale – vi siede un delegato per ogni corrente e presto sarà integrata dai rappresentanti di Orlando, che scenderà in campo oggi, e di Emiliano – ha spiegato agli altri suoi colleghi che «è meglio far presto». E dato che Guerini, sempre più centrale nel Pd renziano, parla per bocca dell’ex segretario – assente per il viaggio in Usa – la commissione ha detto subito ‘visto, si stampi’, pur se tra le rimostranze di Gianni Cuperlo (che voleva posticipare il congresso a luglio) e dei supporter di Emiliano (ieri notte, a Linea Notte, Tg3, Boccia ha detto che “se le primarie finale vengono indette il 9 aprile salta l’accordo”, cioè Emiliano si ri-ritira? Chissà). In ogni caso, il percorso di guerra studiato dai renziani è il seguente:venerdì fine dei lavori della commissione congressuale (una cosa da Speedy Gonzales: neppure tre giorni…), nuova Direzione nazionale venerdì pomeriggio per validarli, poi parte il missile a tre stadi : Convenzioni nei circoli, in cui votano solo gli iscritti; Convenzione nazionale, in cui si presentano i primi tre candidati che illustrano i loro programmi (con appendice di Convenzione programmatica); primarie aperte in cui possono votare pure gli elettori.
Ma c’è un ma. La commissione studia un caso di scuola che potrebbe diventare (per Renzi) amara realtà: se i contendenti saranno solo tre (Renzi, Emiliano e Orlando), la Convenzione nazionale verrebbe eliminata perché era stata studiata per selezionare proprio e solo le prime tre candidature che superavano il 5% dei voti nel primo giro tra gli iscritti (esempio: Pittella prese il 3%, al congresso del 2013, e si dovette ritirare dalla corsa). Senza la Convenzione, le primarie dovrebbero diventare, di fatto e subito, aperte ai primi tre candidati, dopo la scrematura da parte degli iscritti. Ma, per Statuto, se nessuno raggiunge il 50,1% alle primarie aperte, diventa obbligatorio un ballottaggio in Assemblea nazionale dove votano solo i delegati. L’esito potrebbe essere clamoroso: i delegati di due candidati (Emiliano+Orlando o Renzi+Orlando, dipende dai casi e dalle alleanza) si possono unire contro il terzo e farlo perdere in Assemblea anche se avesse vinto le primarie aperte! (esempio: Renzi 46%, Emiliano 35%, Orlando 25%: Emiliano e Orlando avrebbero il 51%).

IL MOTIVO politico dell’accelerazione sulla data delle primarie finale (9 aprile), però, è un altro. Il governo, in Parlamento, inizia a dare  preoccupanti segnali di cedimento. Ieri, la fiducia sul Mille-proroghe è passata, alla Camera, con appena 337 sì (quorum 315), al Senato i numeri ballano, dato che Ala è passata all’opposizione, e i renziani ormai super doc come Orfini rilanciano temi urticanti come lo jus soli e il fine vita, oltre ad aver posto l’aut aut «sull’eccesso delle privatizzazioni e dei voucher» nel nuovo programma di governo. Parole e intenzioni che hanno fatto venire uno sbotto d’ira ai moderati di Ncd. Morale: i renziani sono tornati a cannoneggiare il governo ‘amico’ e dicono apertamente che «la finestra elettorale di giugno è aperta, apertissima, se le primarie sono il 9 aprile». Certo, si tratterebbe di andare al voto sul filo del calendario: per sciogliere le Camere servono dai 45 ai 70 giorni, la data ultima per indire i comizi elettorali è tra il 18 e il 25 aprile, e il governo dovrebbe dimettersi una settimana prima, almeno, ma la mossa, pur con un cantiere – quello della legge elettorale – ancora in alto mare, c’è. I renziani pasdaran ne parlano apertamente nei corridoi, oltre a godersi lo spettacolo di una scissione che – indicano felici – «perde pezzi ogni giorno» (Lattuca, giovane deputato di Cesena, che si arrovella tra dubbi amletici, il raffinato costituzionalista De Giorgis e altri ancora, alla Camera, mentre al Senato teste d’uovo come Manconi, Tronti e Tocci non vanno via).

E non è un caso che molti parlamentari della ex sinistra dem (40 ex Giovani Turchi, 20 di Damiano, 15 di Cuperlo) stiano cercando riparo e protezione sotto l’ombrello di Orlando. Il ministro lancerà la sua candidatura oggi, al battagliero circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia ma di moda. L’obiettivo è chiaro: unire la sinistra e non solo quella.
E Renzi? L’ex premier è volato negli Usa, in California, con l’amico di sempre, Marco Carrai, e non rientrerà prima di domenica, dando buca ai lavori della nuova Direzione. Da lì, però, si gode lo spettacolo. Tra una visita a Tesla e al resto della Silicon Valley e un giro da turista, scrive che «mentre la politica italiana post-referendaria litiga su tutto o quasi, noi proviamo a imparare da chi sta costruendo il domani prima degli altri». Un futuro e un domani che, almeno ai suoi occhi, assumono sempre più sapore delle elezioni anticipate.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2017 a pagina 8 di Quotidiano Nazionale 

Renzi tra guerre interne al Pd e tentativo di fare la legge elettorale per andare al voto. ‘Tre articoli al prezzo di uno’…

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

1) Ok di Renzi al premio di coalizione. Il segretario costretto a accettare l’offerta dei big 

Ettore Maria Colombo
ROMA
PREMIO alla coalizione in cambio di elezioni anticipate a giugno e, prima, primarie «vere, non una gazebata», come chiede Bersani, con tanto di data (il 25 marzo) e congresso del Pd a novembre. L’accordo verrebbe certificato con il timbro di tutte le aree del partito, minoranza compresa, il 13 febbraio, alla Direzione del Pd. Un ’volemose bene’ che chiuderebbe, come d’incanto, tutte le guerre interne al Pd. Quelle della minoranza sul piede di guerra di una scissione con D’Alema e, soprattutto, quelle dei big dem. Gli ormai noti ‘frenatori’ hanno nomi e volti: il ministro Franceschini, leader di Area dem e il ministro Orlando, ma anche i Popolari di Fioroni e pezzi di sinistra (Damiano).

ORLANDO, poi, è ormai in rotta di collisione con il suo ex sodale dentro i Giovani Turchi. Quel Matteo Orfini che non ha mai smesso (da solo, in quanto i renziani ieri erano muti come pesci) di vestire i panni del guastafeste, esternando la sua contrarietà al premio di coalizione (Orfini chiede il premio alla lista) e  «accrocchi», alleanze da Alfano a Pisapia.

Matteo Renzi, tornato a casa sua, a Pontassieve, si limita a dire che «basta, mi sono rotto. Io di legge elettorale non parlo più. Così ‘non ne caviamo le gambe’», espressione dialettale che sembra l’equivalente della ‘mucca nel corridoio’ di bersaniana memoria.
L’ex premier, domenica, parlerà, sì, ma «di contenuti» e, in particolare, «di Europa» che, in questi giorni, tiene l’Italia sotto scacco con la richiesta di una manovra correttiva che – dirà Renzi – «è ingiustificabile». Né mancherà di intervenire sull’ultima uscita della Merkel sulla Ue «a due velocità».

Renzi si sente «assediato» dai «finti amici» che ha nel Pd (i big, appunto), ma anche da tutti i «poteri forti» che si mettono di traverso sulla strada del voto. L’unica consolazione sono, allo stato, gli amati sondaggi. Uno, sfornato ieri, dice che batterebbe, alla primarie, qualsiasi sfidante: Emiliano 74 a 26, D’Alema 62 a 18, Orlando addirittura 82 a 18. Un trionfo, insomma. Per il resto, invece, sono solo dolori e cautela, se non veri sospetti.
E ne ha ben donde. Alcuni senatori della minoranza dem dicono già che «tutti i partiti, o molti, e tutto il Pd fingerà di aprire a una nuova legge elettorale con il premio di coalizione, ma poi, con i voti segreti, la affosseranno, specie al Senato. Con il fattivo contributo nostro e, anche, degli ex ‘101’ di Prodi».

Si vedrà. In teoria, appunto, l’accordo sulla nuova legge elettorale sembra cosa fatta. È arrivata, ieri, decisiva, a smuover le acque, l’intervista di Franceschini al Corsera. Intervista che ha incassato le aperture e, in alcuni casi, le lodi sperticate, di Alfano (Ncd), Forza Italia (Gelmini e De Girolamo) e, ovviamente, dei ‘piccoli’ partiti, ma pure della minoranza dem. L’accordo, in Parlamento, dovrebbe essere una specie di pro-forma.
Sulla carta, infatti, la proposta del leader di Area dem di spostare il premio (40% alla Camera) dalla prima lista, come è nell’Italicum, alla coalizione vincente e di estendere tale premio anche al Senato, ha numeri a dir poco schiaccianti. I grillini gridano all’«inciucio», la Lega si trincera dietro il mantra «al voto!». Tutti gli altri, FI compresa, si dicono favorevoli. «Sotto, però, temo che ci sia la fregatura», si lamenta un pasdaran renziano. Fregatura che potrebbe esserci con un doppio colpo: allungare la vita alla legislatura e costringere Renzi a capitolare dentro il Pd.

NB: L’articolo verrà pubblicato sabato 4 febbraio a pagina 11 del Quotidiano Nazionale. 


2) Elezioni, il bluff di Renzi: “Possibili primarie a marzo ed elezioni a giugno, oppure congresso a novembre e voto nel 2018”. Il leader del Pd finge di aprire ai frenatori. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

«CHE COSA vuole il mio partito? – chiede Renzi ai suoi luogotenenti – vuole andare al voto a giugno, come io credo sia giusto fare, il che vuol dire fare le primarie a marzo (c’è già la data, il 26 marzo, ndr)? O il Pd pensa sia meglio attendere la scadenza naturale della legislatura il che vuol dire tenere il congresso ordinario del partito a novembre? Il Pd deve decidere – continua Renzi nel suo ragionamento – cosa è più utile per lui e per il Paese. Io penso che la cosa migliore sia votare a giugno e fare le primarie, ma voglio condividere questa decisione con tutti. Non solo con voi, ma anche con i leader che nel Pd ci sono e di cui riconosco il ruolo». E qui Renzi si riferisce, ovviamente, a Franceschini e Orlando, che passano per suoi acerrimi nemici. Ed hanno talmente scarsa fiducia nell’apertura del loro segretario, Franceschini e Orlando, che uno, prima di profferire parola, dice ai suoi «voglio ascoltare cosa ha da dire con le mie orecchie, non mi fido». E l’altro (Orlando) confida a un amico in Transatlantico che «Matteo è molto abile nell’antica arte della mimesis». Un modo elegante e colto per dire: «è un baro».

NON A CASO, proprio il Renzi in versione ‘ecumenica’ e soft, usa una vera metafora calcistica coi suoi: «Dobbiamo usare lo scherma con cui Enzo Bearzot vinse i Mondiali di Spagna nel 1982, quando nessuno si aspettava potesse riuscirci. Dobbiamo giocare a fondocampo, di rimessa. Addormentiamo il gioco e poi partiamo in contropiede». Tradotto vuol dire: «fingiamo di proporre entrambe le alternative, ma per ottenere ciò che voglio il voto anticipato». «Non dovete far contento me» – sosterrà Renzi con gli altri appena parlerà loro in Direzione – il problema non è il mio destino personale. Ma, con una Europa che, a ottobre, ci chiederà una manovra ‘lacrime e sangue’ e i grillini che stanno per essere stritolati dal caso Raggi, è meglio votare subito». «Prendiamo – continuerà – una decisione che vada bene a tutti, ma sia che si facciano le primarie, sia che si vada a congresso, il giorno dopo nessuno potrà alzarsi, prender cappello e fare la scissione». «Perché – ribadirà a sera al Tg1 – per me va bene tutto: primarie, congresso, referendum degli iscritti, ma chi perde deve rispettare e sostenere chi vince, altrimenti non è più un partito, è l’anarchia».

Insomma, il messaggio alla minoranza dem come pure ai vari big è: «Restate dentro, aiutatemi a cambiare la legge elettorale, poi giocate la vostra partita, ma se perdete, dopo non si fugge via col pallone». Una frase che, appunto, spiega molto. «Il segretario è tonico – spiega uno dei suoi fedelissimi – non si sente né disperato né accerchiato, sta solo facendo finta di non volere, per forza, le urne anticipate, come fosse un capriccio».
E le vuole così tanto, le elezioni, che ha già cerchiato le date giuste sul calendario: scioglimento delle Camere per il 25 aprile e al voto, con mille comuni, l’11 giugno.
Inoltre, «Matteo – sorride uno dei suoi più fidati luogotenenti che ieri si è visto con lui e pochi altri colonnelli (Guerini, Orfini, Rosato), per fare il punto della situazione – ha deciso di fare un po’ di tattica».

Alla minoranza come agli altri big (Franceschini, Orlando) l’offerta è unica: restate nel Pd e i vostri posti in lista varranno i voti che avete. Alle primarie, candidando Emiliano, o al congresso, lanciando lui o Speranza o Orlando. Però, alla Direzione del 13 febbraio (Direzione che, forse, slitterà di qualche giorno, dipende dai lavori in corso sulla legge elettorale) o a una dopo, Renzi a tutti dirà: «scegliete quale sia la strada migliore, ma sapete anche cosa penso io: primarie a marzo ed elezioni a giugno».
Ora tocca ‘agli altri’, rispondere. E c’è già chi spera, tra i vari big, in un accordo con Berlusconi: «Se il Cav ci offre una legge elettorale vera e con il premio di coalizione, a Renzi lo mettiamo in minoranza».

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 6 il 3 febbraio 2017 sul Quotidiano Nazionale. 


3) Ultima offerta di Renzi a Bersani: “primarie aperte ma niente scissione”. Bersani: “Se Matteo forza la mano, nascerà un nuovo Ulivo”.

Ettore Maria Colombo – ROMA

«VA BENE, Lorenzo (Guerini, ndr). Va bene, Matteo (Orfini, ndr): mi avete convinto» – sospirMatteo Renzi nella war room convocata in via permanente al Nazareno. «Io temo che Pier Luigi (Bersani, ndr) non farà altro che alzare il prezzo, proprio come fa ora Grillo sulla legge elettorale. Lui e i suoi chiederanno, come l’M5S, di togliere i capilista bloccati e poi andranno avanti all’infinito, dicendo sempre ‘più uno’, pur di non farci votare: nessuno di loro vuole le urne». Ma se non si vota, allora il Pd dovrà davvero trovarsi un altro segretario», si sfoga l’ex premier, «perché qui non è in gioco il mio futuro, ma quello dell’Italia». «Comunque – prosegue – volete fare un tentativo? Fatelo. Offrite a Bersani le primarie, vediamo cosa ci dice».

A smuovere Renzi è l’intevista che Pier Luigi Bersani rilascia all’Huffington Post: «Se Renzi forza, rifiutando il congresso e qualsiasi altra forma di confronto e contendibilità di linea politica e leadership per andare al voto, è finito il Pd. E allora non nasce la ‘Cosa 3’, il partito di D’Alema, Bersani o altri, ma un soggetto ulivista, largo, plurale, democratico». Parole dure, che pesano come pietre. A occhi innocenti, è l’annuncio dell’ennesima spaccatura nel Pd e fatta dall’ex segretario che il popolo del Pd ancora ama. La verità è che Bersani non ha ancora detto, come ha già fatto D’Alema, «il dado è tratto». Cerca, ancora, una via d’uscita dentro il Pd. Ma che non sia, certo, quei «dieci capilista bloccati» che avrebbe offerto Renzi a Roberto Speranza, il pupillo di Bersani. Posti che i suoi colonnelli hanno definito ieri, in un pranzo drammatico, «un piatto di lenticchie». Ecco perché – hanno detto a Pier Luigi Zoggia, Leva, Stumpo e Speranza – «noi così non reggiamo più, fai e dì qualcosa, oppure ce ne andiamo con D’Alema. Anche senza di te».

Ed ecco che Bersani sembra sparare alto, ma poi centra il bersaglio e neppure nel tipico, criptico, bersanese, al netto delle sue metafore. Infatti, il passaggio cruciale non è quello in cui paventa la scissione dal Pd in senso ulivista – peraltro, tutti i veri ulivisti doc da Arturo Parisi a Rosy Bindi si taglierebbero un braccio piuttosto che finire con D’Alema – ma questo: «Per anticipare il congresso servono le dimissioni del segretario, ma evidentemente qualcuno (Renzi, ndr) non si vuole dimettere», sferza Bersani: «Chiamalo come vuoi, congresso, primarie, ma un luogo di confronto e contendibilità io lo chiedo e, per l’amor di Dio, non mi si parli di Statuto o di cavilli». Ecco, è questo il segnale che i due mediatori renziani del Pd (Orfini e Guerini, appunto) aspettavano. mentre da giorni si inseguivano le voci su un faccia a faccia tra Renzi e Bersani per un «chiarimento».

VOCI infondate: i due non si parlano, il gelo è una coltre, Renzi non vorrebbe trattare su nulla con lui e i suoi devono farlo al suo posto. Ma Bersani non è D’Alema – i due non si amano da anni – e non ha neppure tutta questa voglia di andarsene da «casa mia», come dice, anche se alcuni dei colonnelli bersaniani stanno per mollare gli ormeggi e andarsene con D’Alema: Danilo Leva sta costruendo la formazione dalemiana ‘Consenso’ in Molise, Davide Zoggia in Veneto, Gotor sa che non sarà ricandidato. Ma i due uomini che, nel Pd, contano pure agli occhi di Renzi e godono di raffinate abilità da mediatori (il vicesegretario Guerini e il presidente Orfini) sanno che «Bersani va tenuto dentro, lui è un simbolo». E, infatti, si attivano subito: il primo, Guerini, si fa intervistare dal Tg3, Orfini si fionda negli studi del talk show di Bianca Berlinguer per offrire il ramoscello di pace. «Se ci sarà un’accelerazione sul voto – dice Orfini – non faremo in tempo a fare il congresso («Si farà nei tempi stabiliti», tiene il punto Guerini, ndr), ma si può trovare il modo di fare le primarie prima dellle elezioni». Sembra fatta.

RENZI potrebbe annunciare, già nella Direzione del 13 febbraio, che la strada per cambiare la legge elettorale se non è un’autostrada, «è una strada aperta» e, dall’altro, le primarie aperte. Primarie aperte vuol dire allargare a tutto il «campo» progressista. I candidati saranno, probabilmente, tre: Giuliano Pisapia per l’area dei sindaci arancioni (Zedda, Doria, ma anche Merola), Michele Emiliano – che non vuol finire neppure lui con D’Alema – per l’area di Bersani e anche per altre. Il terzo, ovviamente, sarà il segretario, Matteo Renzi, a nome del Pd. Sempre che, ovviamente, ci siano elezioni politiche anticipate a giugno. Primarie, dunque, per un Pd che tornerebbe nuovamente «scalabile, contendibile» proprio come fu nella sfida tra Bersani e Renzi.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 2 febbraio 2017. 

“Almanacchi, almanacchi freschi!”. Gli impegni dei principali partiti e attori politici per il 2017 e qualche previsione sul futuro politico che ci aspetta…

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi

 

“Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?” (dal “Dialogo di un Venditore di Almanacchi e di un Passeggere” di Giacomo Leopardi)

Sarà un anno politicamente impegnativo, quello che in realtà si è già aperto, il 2017. Una serie di appuntamenti, interni e internazionali, attendono l’Italia, dalla celebrazione della firma dei Trattati di Roma (marzo) al G7 a Taormina (fine maggio) a una possibile ‘manovrina’ economica. Potrebbe essere anche un anno di elezioni politiche anticipate, ma è troppo presto per dire se davvero si terranno o se la legislatura andrà al suo naturale scioglimento (febbraio 2018). Anche perché decisiva sarà la definizione di una nuova legge elettorale che, in ogni caso, prima di essere approntata (e poi varata e votata in Parlamento) dovrà attendere il responso della Consulta, la cui prima udienza si terrà il 24 gennaio, sul tema. Consulta che, invece, l’11 gennaio esaminerà i quesiti avanzati dalla Cgil per un referendum popolare sul Jobs Act che potrebbe tenersi a giugno (salvo eventuali elezioni politiche anticipate), mese in cui – e in ogni caso – andranno a votare più di mille comuni italiani e mese in cui potrebbero tenersi le elezioni politiche anticipate. Di certo, per i principali partiti politici italiani, sarà un anno di impegni importanti (il congresso ordinario del Pd, teoricamente previsto a fine 2017, le possibili primarie del centrodestra, nuove evoluzioni nel magmatico mondo a Cinque Stelle, la nascita di un nuovo soggetto politico a sinistra, etc.), ma lo sarà anche per gli appuntamenti che attendono il nostro Paese. Proviamo a ricostruire qui, senza alcuna pretesa di esaustività, i principali appuntamenti, dividendoli –  per comodità di chi scrive – per marco aree politiche e non in base al mero calendario, di cui pure terremo debito conto. Il pezzo si compone di molte date e appuntamenti e qualche previsione, che invariabilmente sarà sbagliata.

Le due sentenze della Consulta (gennaio). 

L’11 gennaio la Corte costituzionale dovrà esprimersi sui tre quesiti (reintroduzione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970; norma sui voucher; norme sugli appalti) su cui la Cgil, guidata da Susanna Camusso, ha raccolto oltre mezzo milione di firme per un referendum abrogativo che ha già passato l’esame (formale) della Corte di Cassazione. Dubbi sulla possibilità che la Consulta dia il via libera a tutti e tre i quesiti ci sono perché, soprattutto il primo, quello sull’art. 18 che punta a scardinare il cuore del Jobs Act di Renzi, è a rischio ammissibilità in quanto ritenuto, da diversi giuristi, di fatto ‘sostitutivo’ e non meramente ‘abrogativo’, come deve essere, per legge, il quesito referendario. Si vedrà. In ogni caso, se la Consulta decidesse per l’ammissibilità di uno o più quesiti, il referendum della Cgil si terrebbe nel mese di giugno, a meno di elezioni politiche anticipate che, sempre in base alla legge istitutiva del referendum, fanno slittare il referendum di mesi.

Il 24 gennaio sempre la Corte deciderà sull’Italicum, la legge elettorale in vigore per la sola Camera dei Deputati dal I luglio 2016. Si tratta di una legge di impianto proporzionale ma dalla forte torsione maggioritaria grazie al premio di maggioranza (55% dei seggi) garantito dal ballottaggio (privo di soglia di accesso) alla lista vincente al primo o al secondo turno. Altri due aspetti dell’Italicum (le multicandidature o candidature plurime in dieci collegi e i capolista bloccati) sono sub judice del giudizio della Consulta. Impossibile prevedere l’esito della decisione: la Corte potrebbe cassare il ballottaggio ma mantenere il premio, lasciandolo per il turno unico (soglia al 40%), cassare ballottaggio e premio, intervenire o meno su capolista bloccati e multicandidature, abolendo le preferenze o introducendo soglie di sbarramento diverse dalle attuali (il 3%). Da considerare che, sempre la Corte, con sentenza n. 1/2015 abolì la precedente legge elettorale, il Porcellum, introducendo di fatto, nel nostro ordinamento, un sistema elettorale semi-proporzionale ma con diversificate soglie di sbarramento (‘eredi’ del Porcellum) tra Camera e Senato (è il cd. Consultellum). Infine, da notare che se la prima udienza della Corte sull’Italicum si terrà il 24 gennaio, la decisione finale e, a maggior ragione, le motivazioni arriveranno non prima di febbraio.

Il Pd e il centrosinistra (gennaio-marzo 2017, ottobre 2017 e, forse, oltre…). 

Matteo Renzi, ormai ‘solo’ segretario del Pd, ha in animo di costituire la nuova segreteria del partito subito dopo l’Epifania, tra il 7 e l’8 gennaio: in essa entreranno diversi nuovi volti, specialmente dai territori (il presidente dell’Anci, e sindaco di Bari, Antonio Decaro, quello di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, Ciro Bonajuto, sindaco di Ercolano), e alcuni volti a dir poco ‘consolidati’ (l’ex sindaco di Torino, Piero Fassino, agli Esteri, i ministri Maurizio Martina all’Organizzazione, forse, e Delrio).

Dal 10 gennaio partirà un ‘tour’ del segretario in giro per l’Italia, nei circoli del Pd e nei territori, a partire dalle maggiori città. Il 21 gennaio è prevista una mobilitazione nazionale di tutte le strutture locali del partito (circoli, federazioni, segreterie locali, etc.). Il 27 e 28 gennaio, a Rimini, terrà una conferenza programmatica – full immersion di tutti gli amministratori locali del Pd. Il 4 febbraio il Pd organizzerà a Roma un’iniziativa sull’Europa e i temi sociali. E questo è il programma – sicuro e già approntato – delle iniziative di partito, ma è probabile che, tra febbraio e marzo, Renzi lanci le primarie per la premiership del centrosinistra tra lui stesso, un candidato moderato e uno della sinistra (Pisapia o Boldrini i nomi gettonati). L’obiettivo del leader dem, non più premier, è sempre lo stesso: elezioni anticipate ‘subito’, cioè al più presto, non appena approvata dalle Camere la nuova legge elettorale. In ogni caso, non appena l’attività delle Camere riaprirà normalmente (dal 10 gennaio), il Pd chiederà a tutti i partiti di cimentarsi in un ‘tavolo’ sulla nuova legge elettorale senza aspettare l’esito della sentenza della Consulta, ma è molto difficile che la manovra riesca, sia che proponga il Mattarellum (nella sua formula originaria del 1994 o in una nuova e rivisitata, un ‘Mattarellum 2.0’ con più proporzionale) sia che si adegui al Consultellum (il quale, nessuno lo dice, ma presenta soglie di sbarramento proibitive per i piccoli partiti,ergo lo osteggeranno).

Certo è che, per scrivere una nuova legge elettorale, o anche solo per ‘armonizzare’ – come chiede a gran voce il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – servono almeno 2 mesi (se non tre…) perché bisogna votare una nuova legge in entrambe le Camere (la famosa ‘navetta’) né si possono fare decreti governativi in materia di legge elettorale, per non dire del tempo (almeno due mesi) che ci vuole per ridisegnare i nuovi collegi elettorali. Tra i renziani si compulsa il calendario: escluse, per ragioni pratiche, le urne ad aprile (le Camere andrebbero sciolte a febbraio…), l’obiettivo più realistico è il mese di giugno. Circola già una data (domenica 11 giugno) quando le elezioni politiche si potrebbero accorpare con le elezioni amministrative che porteranno al voto più di mille comuni. Ove, invece, a Renzi non riuscisse di centrare l’obiettivo agognato delle urne in primavera, resterebbe la carta delle elezioni a ottobre, ma di certo sarebbe uno smacco, per Renzi. Anche perché, a quel punto, tra legge di Stabilità da varare e fine anno incipiente, la forza inerziale della legislatura per arrivare al suo scioglimento naturale (febbraio 2018) prevarrebbe in tutte le forze politiche, Pd compreso. In ogni caso, a partire da settembre, si aprirà il percorso ordinario per il congresso del Pd (scadenza naturale: autunno 2017) che vedrà Renzi, di certo il leader della minoranza, Roberto Speranza, ma anche altri candidati (il governatore pugliese Emiliano, il toscano Rossi, etc.) contendersi la leadership del Pd nella fattispecie della carica di segretario.

Forza Italia e il centrodestra (date imprecisate…). 

Berlusconi potrebbe non solo ‘tirarla in lungo’ per scrivere una nuova legge elettorale (FI punta apertamente a un sistema proporzionale semi-puro), ma anche per far durare la legislatura fino alla sua scadenza naturale. Infatti, a Berlusconi serve la ‘protezione’ di un governo in carica per difendersi al meglio dalla scalata ostile del gruppo Vivendi di Bolloré alla sua Mediaset. Infine, solo a fine anno (2017) è probabile che arrivi la sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo che potrebbe concedere a Berlusconi ‘l’onore perduto’ e cioè riabilitarlo politicamente dopo la sentenza definitiva di condanna che, in base alla legge Severino, lo ha escluso – il voto del Senato avvenne nel 2016, la pena è stata espiata il 14 aprile 2015, anche grazie all’indulto, è un ex senatore ormai decaduto dalla carica e anche un incandidabile, per la legge Severino, fino al 2019 – dall’attività politica. Senza dire che Berlusconi ha bisogno di tempo per riorganizzare e strutturare una nuova FI dal volto ‘moderato’ che possa allearsi, o competere, da pari a pari con il blocco Lega-FdI. Il quale, invece, punta davvero ad andare a elezioni anticipate (con il Mattarellum, se possibile, ma anche con il Consultellum, alla bisogna) per disarcionare definitivamente il Cav dal trono di dominus del centrodestra e inventarsi un ‘nuovo’ centrodestra a trazione Salvini che, magari attraverso l’indizione di primarie per la premiership, vuole diventare lui il nuovo ‘padrone’ del centrodestra, allineandolo alle pulsioni populiste d’Oltralpe (Le Pen). In ogni caso, anche se la Corte di Starsburgo fosse favorevole a Berlusconi, ci vorrebbe tempo per recepire, in Italia e nel nostro ordinamento giuridico, la sua riammissibilità a cariche elettive politiche: anche per questo motivo non conviene, a Berlusconi, andare a votare entro il 2017. Per ora, l’unico appuntamento fissato dagli azzurri è il consueto happining invernale di FI, ‘Neve azzurra’, il 7/8 gennaio nel corso del quale Berlusconi si collegherà per telefono. Il 17 gennaio, gli occhi azzurri sono puntati sul voto nell’Europarlamento dove bisogna scegliere il successore di Martin Schultz, carica per la quale il candidato del PPE, l’azzurro Antonio Tajani, è in pole position contro il candidato del PSE, Pittella (Pd). Per quanto riguarda la Lega, lo stato maggiore leghista e quello meloniano – l’asse Lega-FdI detto anche dei ‘lepenisti all’amatriciana’ – si incontrerà presto per stabilire la proposta sulla legge elettorale (un Mattarellum corretto?) e anche le regole per le primarie del centrodestra che il duo Salvini-Meloni, in barba a Berlusconi, vorrebbe indire a marzo.

Il Movimento Cinque Stelle (anno 2017).

Anche i pentastellati hanno bisogno di tempo e non hanno alcuna fretta, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata, di andare a votare. Caso Raggi a Roma, dove sul capo della sindaca pende un avviso di garanzia, docet, per non dire della strutturazione di un movimento che – tra nuovo Codice etico e nuovi organi di garanzia (probiviri) e decisione (un nuovo Direttorio?) – ha bisogno di tempo per organizzarsi e presentarsi alle Politiche. Ecco perché, tranne il molto can can ad usum dei tanto vituperati mezzi d’informazione, l’M5S cercherà di opporsi a ogni sbocco immediato verso elezioni politiche anticipate, dicendo sostanzialmente di no a ogni nuova legge elettorale (maggioritaria o proporzionale che sia) con la scusa che ‘li penalizza’ o che è fatta ‘per farli fuori’. Nel frattempo, però, dovrà chiarirsi ai vertici: Grillo farà solo il garante del Movimento? Di Maio sarà davvero il candidato premier? Che ruolo avrà Di Battista? E la Raggi per quanto ancora sarà grillina? Tutte domande, ad oggi, senza risposta, anche se molti osservatori si aspettano nuovi viaggi e scorribande di Grillo a Roma.

La sinistra-sinistra (febbraio-marzo 2017).

Quel che resta di Sel – un pezzo della formazione nata per scissione dal Prc, partito ormai defunto, si è accostata al Pd in un ottica di ‘competizione-collaborazione’ con Renzi e parteciperà alle primarie (i senatori Uras e Stefano, pezzi sul territorio romano e laziale, i sindaci ex ‘arancioni’ di alcune città in mano al centrosinistra come Pisapia, Zedda, etc.) – si avvia a costituire un nuovo soggetto politico, quello di Sinistra Italiana, attraverso un congresso fondativo che si terrà dal 17 al 19 febbraio a Roma e che vedrà partecipare, oltre a quello che resta di Sel, capeggiata da Nicola Fratoianni (erede politico di Nichi Vendola), gli ex fuoriusciti dal Pd Fassina, D’Attorre, Galli, etc. e altri pezzi di movimenti sparsi. Invece, il 28 gennaio, a Roma, si terrà l’assemblea dei Comitati del Nuovo Ulivo fondati da Massimo D’Alema, ormai praticamente e di fatto fuori dal Pd, eredi dei Comitati per il No al referendum costituzionale del 4 dicembre, mentre il 28 gennaio a Parma Pippo Civati (altro fuoriuscito dal Pd) lancerà gli Stati generali della sua nuova associazione, Possibile. In attesa, tutti questi pezzi di sinistra a sinistra dal Pd, che la minoranza dem oggi ancora dentro il partito, quella che fa capo a Bersani e Speranza, decida di andarsene a sua volta. Infine, anche micro-partiti della ex sinistra radicale (Prc, Pdci, Comunisti di Rizzo, etc.) terranno i loro congressi, ma si tratta di formazioni politiche ormai cancellate dalla storia, oltre che dall’attualità politica. Infine, da segnalare che il 21 gennaio, a Roma, si riuniscono i comitati dei ‘professori’ del No (al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso) legati alla rivista on-line ‘Micromega’ (Falcone, Pace, Grandi, Besostri, Rododtà, Zagrebelsky, Carlassarre, Spataro, Villone, Vita, Pardi, Smuraglia, Montanari, Landini) in un teatro di Roma.

Il centro-centro (date imprecisate). 

Per quanto riguarda, invece, i centristi, la situazione è molto confusa. Scelta civica di Monti è morta, spersa in tre rivoli: una parte è finita direttamente nel Pd, un altra si è fusa con Ala di Verdini (quella che fa capo a Zanetti), un altra ancora ha fondato i ‘Civici innovatori’ ma se ne erano già andati sia i Popolari per l’Italia di Mario Mauro (verso il centrodestra) che i Popolari-Demos di Lorenzo Dellai (verso il centrosinistra). La fusione tra Ncd e Udc che aveva portato alla nascita di Ap (Azione popolare) è fallita: Ncd è rimasta alleata al Pd e punta, in teoria, a costruire un’area liberal-popolare alleata al centrosinistra (congresso, forse, a marzo) mentre l’Udc di Cesa, De Poli (ma non quella di Casini, D’Alia e Galletti…) è confluita dentro il calderone del centrodestra come pure il movimento Idea di Quagliariello e quello dei Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto che, insieme ad altri micro-partiti, vorrebbero concorrere, invece, alla rinascita di un area liberal-popolare nel..centrodestra. Per tutti costoro – movimenti e partiti di centrodestra come di centrosinistra – con quale legge elettorale si andrà a votare è esiziale: soglie di sbarramento troppo alte (superiori, cioè, al 3-4% dei voti…) ne decreterebbero, una buona volta, la definitiva sparizione. Ecco perché il loro unico vero interesse, oltre ad arrivare a fine legislatura, è il proporzionale. E di tutti loro si dovrà tenere conto: nel Paese sono inesistenti, ma in Parlamento contano.

Gli impegni delle Camere (l’intera legislatura). 

Come ormai sanno anche i sassi, la maggior parte dei parlamentari – molti di prima nomina – agogna a raggiungere la pensione (il cd. ex ‘vitalizio’) che, da quando il sistema è stato riformato ed è passato dal metodo retributivo a quello contributivo, matura solo dopo quattro anni, sei mesi e un giorno dall’inizio della legislatura, e cioè dal I settembre 2016. Eppure, non sono pochi i parlamentari che, invece, per ragioni di partito o di fede politica, vorrebbero interrompere in via anticipata la loro esperienza politica, anche se è la prima. Peraltro, le Camere dovrebbero comunque versare, a ognuno di loro, e subito, non ai 65 anni di età, 100 mila euro di mancati contributi per i 5 anni interrotti (un bel gruzzoletto). In ogni caso, oltre alla legge elettorale – di cui si è parlato prima – che abbisogna di almeno due/tre mesi per essere varata e alla legge di Stabilità, di cui si parlerà a partire da ottobre, c’è da espletare la ‘normale’ attività delle Camere che riprenderà a partire dal 10 gennaio. Un’attività (e, spesso, un ‘dolce far niente’) che non dispiace mai a nessun parlamentare. Da segnalare che, in Senato, bisognerà eleggere il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali (Chiti sarà, forse, la proposta dei renziani) in sostituzione di Anna Finocchiaro, oggi ministro alle Riforme, e il nuovo vicepresidente del Senato, in sostituzione di Fedeli (oggi ministro): due cariche istituzionali in quota Pd che, però, il Pd potrebbe cedere. Infine, notizia dell’ultima ora: i due provvedimenti più corposi in itinere nelle Camere (ddl salva-banche e dl Mille Proroghe) partiranno dal Senato e non dalla Camere per ‘liberare’ la Camera da ogni ingombro possibile per lasciare campo libero alla possibile riforma della legge elettorale che avrebbe, in questo caso, ‘campo libero’ per passare.

Gli impegni del governo Gentiloni (2017 e oltre…). 

Oltre agli impegni internazionali dell’Italia (che trovate qui sotto), il nuovo governo guidato da Paolo Gentiloni (già ministro degli Esteri nel governo Renzi) che si è insediato appena prima di Natale, si troverà di fronte una serie di impegni interni, alcuni previsti (e prevedibili), altri imprevisti (e imprevedibili). Essendo impossibile enumerare i secondi (esempio: uno o più attentati terroristici, di matrice Isis o altra, colpiranno l’Italia?), è meglio passare in rapida sintesi i primi (peraltro, l’agenda del governo è consultabile sul sito di palazzo Chigi: http://www.palazzochigi.it). Sul fronte economico, l’Italia dovrà affrontare, quasi sicuramente, il varo di una ‘manovrina’ di aggiustamento dei conti entro marzo (così chiede, in modo insistente, la Commissione Ue), il Def entro giugno e la legge di Stabilità per ottobre (se ancora sarà in sella, ovviamente), ma anche misure tampone su vari fronti (voucher, misure di contrasto alla povertà e a favore famiglie, bonus bebé, bonus giovani) per non dire del piano di salvataggio delle quattro banche in crisi (Mps in testa) che vale almeno 20 miliardi. Sul piano sociale i temi saranno gli stessi più, ovviamente, le misure – tampone o strutturali si vedrà – di contrasto all’immigrazione clandestina (riapertura dei Cie?), rimpatri, sbarchi e, in generale, il modo per affrontare l’emergenza immigrazione.

Sul piano più prettamente politico il governo Gentiloni ha già messo in chiaro che non sarà parte attiva nelle trattative sulla legge elettorale, ma  si limiterà al ruolo di ‘facilitatore’ delle trattative tra i partiti che dovrebbero ripartire non appena si pronuncerà la Consulta, mentre sul tema voucher potrebbe varare nuove leggi per depotenziare il possibile effetto negativo (sul Pd e i suoi alleati minori che reggono il governo) dei referendum della Cgil. Infine, vi sono molte leggi che giacciono in Parlamento e che attendono una loro definitiva approvazione, già calendarizzate dalle Camere e varate o proposte dall’ex governo Renzi: la riforma del processo penale (con dentro le norme sulla prescrizione), legge sulle adozioni, legge sul giusto processo, legge sulla cittadinanza agli immigrati nati in Italia, etc. etc. etc. Insomma, o il governo Gentiloni (retto, a oggi, da una maggioranza composta da Pd+Ncd+Psi+Popolari+altri partiti minori, senza l’apporto dei verdiniani di Ala) deciderà di autoaffondarsi da solo o verrà sfiduciato dal partito di maggioranza relativa che lo sostiene (il Pd, appunto) oppure, impegni e calendario alla mano, ne avrà parecchie di cose da fare. Da non dimenticare, per dire, la tornata di nomine negli enti di nomina statale che scadono entro giugno e che – dicono indiscrezioni di stampa – il governo effettuerà sempre che non sia caduto e non si debba andare a nuove elezioni anticipate entro maggio. Infine, il caso Rai: l’11 gennaio, il dg Campo Dall’Orto presenterà il suo nuovo piano industriale al Cda Rai e, subito dopo, in commissione di Vigilanza Rai che ha già silurato Verdelli.

Gli appuntamenti internazionali dell’Italia (marzo e maggio). 

I principali appuntamenti internazionali che attendono il nostro Paese sono tre: 1) l’Italia è, dal I gennaio 2017, membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e lo resterà per tutto l’anno; 2) la celebrazione della firma dei Trattati di Roma (1957), di cui ricorre il 60 esimo anniversario, che si terrà e celebrera’ il 25/26 marzo nella Capitale; 3) il G7 che si terrà dal 26 al 28 maggio a Taormina perché, nel 2017, l’Italia è paese ospitante del vertice. Sul piano della politica europea sono infine molti i temi e i dossier caldi che attendono misure e decisioni urgenti da parte del governo (immigrazione, terrorismo, bilanci della Ue, etc.).

Gli impegni istituzionali del Capo dello Stato (tutto l’anno). 

L’agenda degli impegni istituzionali del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è facilmente consultabile sul sito del Quirinale ( http://www.quirinale.it ), ma in ogni caso il primo appuntamento sarà il 7 gennaio, a Reggio Emilia, per la ormai consueta Festa del Tricolore, e il secondo a Bologna, il 12 gennaio, per la visita all’Università di Bologna Alma Mater e alla casa dei Fratelli Cervi. Non mancheranno i soliti impegni istituzionali e, sicuramente, altre visite nei centri del Centro Italia colpiti dal terremoto, cui Mattarella tiene molto, oltre che diversi viaggi all’estero. Una cosa è certa: sarà Mattarella, in ultima istanza, a decidere se e quando, come e perché, si andrà a votare con elezioni politiche anticipate o a (aprile? giugno? ottobre?) o alla scadenza naturale della legislatura (febbraio del 2018). Infatti, il potere principale che ha in mano, quello di sciogliere le Camere, tale resta, nelle sue mani e sicuramente, con il suo consueto stile sobrio e pacato, egli lo eserciterà.

NB: questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

NEW! Totoministri governo Gentiloni: Alfano agli Esteri, Minniti agli Interni, a Lotti anche gli 007, dentro Verdini, via Giannini e Poletti, resta la Boschi

Questo articolo è stato scritto ieri sera e aggiornato ieri notte e solo sul sito stamattina. 

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

IL GOVERNO Gentiloni che oggi ha visto le delegazioni dei partiti a Montecitorio, ha una lunga serie di «stelle fisse», nel senso di ministri riconfermati nel loro ruolo dall’incarico precedente (governo Renzi) e alcuni «buchi neri» che potrebbero scompaginare il quadro.
Partiamo dalle «stelle fisse». La prima, destinata a durare e a brillare come prima (anzi, di più) è quella di Luca Lotti. ‘Il’ sottosegretario per eccellenza alla presidenza del Consiglio di palazzo Chigi, amico fidato di Matteo Renzi e cuspide dell’ormai arcinoto «giglio magico» fiorentino, non solo resterà dov’è, ma assumerà anche la cruciale delega ai servizi segreti, cui ambiva da tempo, fino ad ora nelle mani di Marco Minniti (ex dalemiano, nelle origini, poi veltroniano, oggi vicino ad Area dem di Franceschini). Minniti andrà agli Interni, ministero di certo delicato e decisivo, in tempi di elezioni anticipate, mentre Angelino Alfano, leader di Ncd, lascia il Viminale per la Farnesina. Una scelta clamorosa, certo, e della quale per ore non sono state chiare le reali motivazioni. In realtà, Alfano lascerebbe gli Interni per un motivo tutto «politico»: sganciarsi da un ministero cui gli elettori specie quelli moderati, imputano gli sbarchi dei migranti e il boom di immigrati in vista di elezioni Politiche anticipate in cui già i centristi stenteranno e dove, anche per questo motivo, potrebbero pagare un pegno in termini di consensi troppo alto. Insomma, anche se sia Renzi che lo stesso Gentiloni avrebbero visto bene la prima segretaria generale donna della Farnesina, Elisabetta Belloni, agli Esteri, o in alternativa Piero Fassino – la seconda scelta di Gentiloni, l’ultima di Renzi che gli imputa il disastro della sconfitta alle comunali di Torino a giugno – Alfano ha deciso di andarci lui, agli Esteri, anche perché, insieme e subito dopo al Pd, il suo Ncd ha la golden share della maggioranza.
A Lotti, invece, resta in mano un altro dossier chiave, le nomine delle aziende di Stato: in primavera scadono i vertici di Enel, Eni, Poste, Finmeccanica, Terna e altri cda, gran finale con il successore di Vincenzo Visco a Bankitalia, i vertici della Rai, ove mai si dimettessero.

L’ALTRA certezza è che «un posto, a quelli di Verdini, bisognerà trovarlo», allargano le braccia i renziani. Si da il caso, infatti, che Ala (18 senatori e 16 deputati che si sono fusi coi miseri resti di Scelta civica di Zanetti, un partito che si è auto-liquefatto da solo negli anni) è determinante per la sopravvivenza di qualsiasi governo, al Senato, dove – senza i voti di Ala – banalmente la maggioranza non c’è (173 voti presi da Renzi all’ultima fiducia, senza i 14 assicurati da Verdini, non ci sarebbero stati i 169 voti necessari per avere la fiducia): governo Renzi ieri, governo Gentiloni da domani. Ergo, bisogna accontentarli, i verdiniani. Il problema è come: una promozione dello stesso Zanetti, oggi viceministro all’Economia, che però è inviso ai più (democrat e tutti gli alleati, compresa buona parte dei verdiniani) per il suo eccessivo e petulante protagonismo o un ministero per uno tra due ex azzurri di rango: Giuliano Urbani o Marcello Pera, che ha guidato i «Comitati centristi per il Sì». Il secondo, più del primo, sarebbe un ottimo ministro delle Riforme o anche dell’Istruzione. Ma alla fine potrebbe essere premiato Saverio Romano, con il nuovo ministero per il Sud, visto che l’ex fondatore del Pid, poi ‘responsabile’ berlusconiano, oggi è una colonna di Ala nonché un portatore di voti oggi a Verdini, come ieri a Berlusconi, nella sua colonia sicula, oppure il deputato verdiniano (e toscano) Riccardo Mazzoni agli Affari regionali.

La terza certezza sono le conferme di molti ministri: da quelli del Pd – Orlando (Giovani Turchi) alla Giustizia, Pinotti (Aream dem) alla Difesa, Martina («Sinistra è cambiamento») all’Agricoltura, Delrio (cattorenziani) alle Infrastrutture, più i ‘tecnici’ di area renziana Padoan all’Economia e Calenda allo Sviluppo economico. In area centrista, il bolognese Galletti (Udc) resterà dov’è, cioè all’Ambiente, anche se girano da giorni alte le quotazioni del democrat ambientalista – e amico intimo di Gentiloni – Ermete Realacci, Costa e Lorenzin (Ncd) pure, ai dicasteri di Famiglia e Salute, e via via scendendo pe’ li rami di viceministri e sottosegretari, dove contano  gli appetiti dei partiti «piccoli» (Popolari, Psi, etc.).
Al ministero del Welfare, scontato l’addio di Giuliano Poletti, la novità è Teresa Bellanova: ex Cgil, tosta e riformista, già viceministro allo Sviluppo economico mentre le quotazioni dell’ex sottosegretario a palazzo Chigi per i problemi del Lavoro, Tommaso Nannicini, renziano di ferro, sono in discesa (dovrebbe lasciare). Per quanto riguarda, invece, i «buchi neri», ne ballano tre. Alla Pa potrebbe restare, come potrebbe andarsene, Marianna Madia per fare posto a Piero Fassino (Area dem, ma non troppo), che rischia di restarsene a casa.

ALL’ISTRUZIONE scontata l’uscita di Stefania Giannini: rifiutata l’offerta da Gianni Cuperlo (Sinistra dem), salgono le quotazioni della senatrice (Area dem) Francesca Puglisi ma in alternativa – pericolosa  per lei – c’è appunto l’azzurro verdiniano Marcello Pera. L’ultimo «buco nero» è la sorte del ministro Boschi. Per il suo posto gareggiano in tre: la senatrice Anna Finocchiaro, data in pole position, il deputato Emanuele Fiano (Area dem) e il vicesegretario dem Lorenzo Guerini (che, però, spiega a un amico: «Io resto al partito») ma solo per il pezzo più importante del ministero, quello delle Riforme. La Boschi, se resta al governo, potrebbe tenere solo le (scarne) deleghe di Pari Opportunità, Adozioni e Rapporti con il Parlamento o andare a Chigi in qualità di sottosegretario ‘semplice’. Certo è – come si fa notare al Quirinale come a palazzo Chigi, al Nazareno come a Montecitorio – “a che serve fare un ministero delle Riforme se questo governo non farà alcuna riforma?”.

NB: questo articolo è stato scritto per il giornale del 12 dicembre 2016 (Quotidiano Nazionale) e aggiornato la mattina del 12 dicembre stesso per il sito Quotidiano.net

Renzi vuole andare al voto subito da segretario del Pd in carica, al massimo con primarie ‘volanti’, niente congresso. Domani la resa dei conti in Direzione

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla all’Assemblea del Pd

DIMETTERSI dal governo per ottenere un reincarico lampo e, pur dimissionario, restare in carica per portare il Paese a voto a febbraio, sciogliendo le Camere a dicembre (il precedente c’è, quello del governo Monti rimasto in carica, dimissionario, fino alle Politiche del 2013). Oppure restare segretario del Pd per convocare primarie anticipate (senza fare né anticipare un vero congresso con la trafila consueta: circoli di base – federazioni provinciali e regionali – assise nazionale con elezione dei delegati) ma indire solo primarie «aperte», come fece Pier Luigi Bersani nel 2012 quando le vinse proprio contro Renzi (e peraltro anche Prodi quando si candidò e vinse le primarie nel 2005), entro gennaio-febbraio, restare segretario e candidarsi per il voto anticipato da tenersi sempre entro febbraio, al massimo a marzo (già aprile sarebbe tardi). Nel frattempo, sostenere un governo «di scopo» che solo abbia la funzione di scrivere una nuova legge elettorale e votare a marzo-aprile 2017 con lui candidato premier. Questa la nuova road map di Renzi.

TRE le mosse, tattiche e politiche, nella faretra del premier dimissionario, tutte assai spericolate. La prima. Dimissioni «irrevocabili» da premier ma «politiche», quelle «tecniche» arriveranno solo venerdì con il via libera alla manovra economica in Senato. Oggi la conferenza dei capigruppo calendarizzerà il voto alla  Legge di Stabilità per l’aula, verranno buttati via tutti gli emendamenti e la maggioranza voterà una versione fotocopia della legge di Stabilità già passata alla Camera senza cambiarla neppure di una virgola, grazie alla questione di fiducia, autorizzata nel cdm di lunedì (l’ultimo del governo Renzi), e via maxiemendamento che eviterà la possibilità di incursioni da parte delle opposizioni.
Da venerdì in poi, quando Renzi tornerà ad avere le «mani libere» per davvero, potrà salire al Colle per le consultazioni, che partiranno da quel giorno, il 9 dicembre (ma è notizia di oggi che inizieranno già giovedì 8 dicembre, ndr.) in qualità di ‘semplice’ segretario del Pd. E qui c’è la seconda mossa, il rapporto con Mattarella, un rapporto che nei tre colloqui avuti con il Capo dello Stato nelle ultime 48 ore (uno telefonici, due de visu) è stato molto più che “franco e diretto”, come si usa dire in questi casi, ma teso e nervoso. Mattarella voleva, a tutti i costi, non solo che Renzi accettasse di restare fino all’approvazione della legge di Stabilità, come poi ha ottenuto (Renzi voleva dimettersi subito e in modo irrevocabile, anche dal punto di vista ‘tecnico’), ma che la legge di Stabilità fosse approvata con calma, entro Natale, facendola tornare alla Camera, accogliendo parte delle richieste delle opposizioni, e approvando pure il dl terremoto. Renzi ha risposto picche su tutti i fronti, accettando solo il rinvio ‘tecnico’ di dimissioni che giudica, appunto, ‘irrevocabili’. Mattarella ha sì accettato che Renzi goda di un’diritto di successione’ o di ‘prima scelta’ sul nome che dovrà succedergli, ma non vuole cedere all’idea di un governo ‘a tempo’ che faccia la legge elettorale e porti subito a elezioni. D’altro canto, il Capo dello Stato è consapevole che il Pd ha la maggioranza dei parlamentari e che, fino a quando Renzi lo guiderà, senza il Pd non si può fare alcun governo. Le parole del ministro Alfano, leader di Ncd (“La maggioranza ha esaurito il suo compito politico, si può votare a febbraio”) rafforzano l’impressione che la maggioranza di governo non solo non esista più ma sia indisponibile a sostenere qualsiasi altro governo che non sia un governo elettorale (e, da questo punto di vista, la micro-scissione dell’Udc dal gruppo Ap sottrae pochi parlamentari all’Ncd di Alfano) che ci conduca presto al voto. Dunque, è molto difficile, per Mattarella, trovare un governo sostitutivo e di medio periodo che, oltre alla legge elettorale, metta in cantiere altri provvedimenti importanti per il Paese e duri, se non un anno e due mesi, il tempo per arrivare alla scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018), almeno buona parte del 2017. Il Pd come pure l’Ncd, non ci sta. Non foss’altro perchè non vogliono farsi cucinare a fuoco lento mentre le opposizioni (Grillo-M5S, Lega-Salvini, Meloni-Fratelli d’Italia) chiedono a gran voce le elezioni (da questo punto di vista l’appoggio di FI a un governissimo viene visto nel Pd come la peste).

Renzi, periò, ha detto chiaro – e anche in modo brusco – a Mattarella che accetterà di sostenere un nuovo governo non guidato da lui, ma da uno dei suoi (Padoan? Gentiloni? Delrio? Questi i nomi più graditi, nell’ordine), solo se il Capo dello Stato accetterà l’idea del «governo di scopo» per fare la legge elettorale e andare al voto subito. E un governo «istituzionale», a guida Grasso? «Dovrà trovarsi i voti in Parlamento», dicono duri i suoi, “noi lo valuteremmo provvedimento dopo provvedimento, rendendogli la vita difficile” e, probabilmente, è il sottotesto, ‘staccandogli la spina’ se non porta il Paese subito al voto.

INFINE, c’è, per Renzi, il terzo corno del dilemma, quello del partito. L’altra notte, il premier ha avuto la forte tentazione di «mollare tutto», compresa la carica di segretario, e tornarsene a casa, a Rignano sull’Arno o a Pontassieve, moderno Cincinnato che lascia la politica (avrebbe anche prospettato, ai suoi e anche a Mattarella, “un anno sabattico all’estero, negli Usa, con la famiglia, per studiare, viaggiare e riflettere…”). In questo scenario, «Solo davanti a un Paese allo sfascio e in deriva – racconta un senatore renziano – accetterebbe di tornare, chiamato». Poi, però, smaltita la rabbia e la delusione, Renzi ci ha ripensato. La cerchia dei fedelissimi (Lotti, Guerini), ma anche le tre anime della maggioranza che regge, con lui, il Pd – quella di Franceschini (Area dem), quella dei Giovani Turchi (Orfini) e quella di «Sinistra è cambiamento» (Martina e altri) – sono saliti uno dietro all’altro a palazzo Chigi, in pellegrinaggio, e lo hanno convinto a restare «almeno» segretario del Pd e a rilanciare la sua azione nel partito in vista del voto. Renzi ha accettato, ma a due condizioni capestro per tutti, a partire da alleati “non renziani” nelle cui fila (franceschiniani e Giovani Turchi in testa) serpeggiano già i malumori di chi vorrebbe sostenere un «governissimo» che arrivi a fine naturale legislatura non foss’altro perché solo a settembre del 2016 scatta il diritto a maturare il vitalizio (la pensione).
La prima condizione è sul governo: «Appoggerò un nuovo governo – ha detto ai suoi – solo se avrà lo scopo di fare la legge elettorale e portarci a votare in pochi mesi». Alle brutte, se il Parlamento non ci dovesse riuscire, cosa peraltro probabile, «sarebbe la Consulta» – ragiona un renziano – «a scrivere la nuova legge elettorale con la sentenza sull’Italicum, che verrà senza alcun dubbio modificato, e l’adattamento del Consultellum al Senato».
Ieri, Luca Lotti, ha scritto su Twitter: «Dopo il 40% del 2012 e del 2014, ripartiamo dal 40% di ieri». Il senatore Andrea Marcucci a QN dice: «Auspico che Renzi resti segretario, dia il via libero a un governo per il disbrigo degli affari correnti, il Parlamento o la Consulta facciano la legge elettorale e si vada a votare entro marzo-aprile 2017 dopo un congresso ‘volante’, veloce». Un congresso, appunto, per fare solo le primarie ‘aperte’ per la premiership senza elezione degli organi congressuali, come in un congresso regolare, che avrebbe bisogno di molto più tempo per potersi sviluppare e completare (circa 3 mesi). Di questo si discuterà domani in Direzione, sempre che non venga rinviata (lo era già stata in un primo momento: doveva essere martedì, data poi slittata a mercoledì) e di certo lì se ne vedranno delle belle. La sinistra dem, ringalluzzita dalla vittoria del No, non ne vuole neppure sentir parlare di voto anticipato nell’arco di due mesi e di congresso ‘volante’ . Ieri sera D’Alema ha detto: «Le dichiarazioni sul 40% sono folli, il congresso si deve fare a scadenza naturale (novembre 2017, ndr), servono nuovo governo e nuova legge elettorale, ma soprattutto serve tempo per rimettere in sesto il Paese». Roberto Speranza e tutti i bersaniani assicurano: «Non chiederemo le dimissioni di Renzi da segretario», «la discussione non può partire dal congresso» (Zoggia), ma «dalla sconfitta subita» (Stumpo).”il resto sono pagliacciate” (sempre Stumpo) mentre anche per Bersani “serve tempo”. Per ora, sono parole ‘di minoranza’. Solo se Franceschini – i cui colonnelli già chiedono a Renzi, come pure i Giovani Turchi, «una gestione collegiale del partito» – e altri pezzi di maggioranza lo abbandonassero al suo destino, gli equilibri nel Pd salterebbero. Sotto punto di vista, il silenzio del ministro Andrea Orlando è eloquente.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 dicembre 2014 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://ww.quotidiano.net).