Renzi sotto assedio nel partito e fuori: cerca di rilanciarsi in tv, ma i guai restano. Le mosse anti-Renzi dei big dem e quelle di Grasso, Pisapia e altri ancora

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

1. Renzi va a La7 per attaccare, ma finisce assediato Poi sbotta: “Mi vogliono morto”
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Mi dispiace che non ci sia Di Maio, l’aveva chiesto lui il confronto in tv, poi è scappato. Non è serio fare così”. Di Maio non c’è, ma c’è Matteo Renzi, a Di Martedì, condotto da Giovanni Floris su La 7. Di Maio non si è fatto trovare, Renzi lo prende in giro da giorni (“coniglio”), ma l’ex premier arriva già teso e irritato. Il dbattito si fa subito puntuto: i giornalisti presenti sono tutti antipatizzanti dell’ex premier (Giannini, Sallusti, Massimo Franco), Renzi li detesta,  battibecca più volte con loro e con il conduttore Floris (“Non ci vediamo da molti anni”,  modo gentile per dire non mi inviti mai, “Ti pago il 10% dello stipendio con tutti gli attacchi che mi fai a ogni puntata, così alzi lo share”). Poi, finalmente, si va sui temi. Il voto in Sicilia? “Abbiamo perso, ma erano elezioni locali”. Tante sconfitte in tanti anni (amministrative) nessuna autocritica? “Io rispondo per le Europee, vinte, e il referendum, perso. Il giudizio sul Pd e me lo daranno gli elettori alle Politiche”. Cosa è disposto a cedere a Mdp per ricucire un’alleanza? lo incalza Floris. “Ma chi se ne importa dei miei rapporti personali con D’Alema o con Bersani! La divisione c’è stata quando abbiamo fatto le primarie, quel popolo ha parlato e va rispettato”. Renzi assicura che, per costruire la coalizione, “mi rivolgerò a tutti senza veti”, ma “D’Alema vuole che io mi dia fuoco in piazza, è  troppo!”. “Mi vogliono morto”, dirà appunto poi.
Fin qua il Renzi pubblico, quello che ieri sera è andato in tv e che, nella sua Enews mattutina, dice secco che “dire che il problema sono io per il voto in Sicilia vuol dire solo usare ogni mezzo per togliere di mezzo l’avversario scomodo, cioè io”. E, infatti, poi c’è il Renzi privato, quello che, in una pausa preparatoria con i suoi del dibattito serale, sbotta, appunto, con la frase “Mi vogliono morto”. Sono mesi che cercano di mettermi da parte. Non ci riusciranno. Io non mollerò di un centimetro”. Poi spiega: io la “coalizione larga” la “voglio costruire” ed è convinto che il centrosinistra, se unito, possa arrivare al 40 %, ma insiste nel refrain: “non metterò veti ma non li accetterò”.
Del resto, non esiste proprio, per Renzi, la possibilità che il centrosinistra si presenti alle elezioni guidato da un altro esponente del Pd che non sia lui: “Non ci sarà un candidato premier per tutti i partiti che comporranno la nostra coalizione perché la stessa legge elettorale non la prevede”. E tanti cari saluti a Mdp, che ha deciso di presentarsi con il presidente del Senato, Pietro Grasso, come front runner. Renzi li sfotte da giorni:“il 5,3% che hanno preso in Sicilia dimostra che alle porte non c’è la ‘rivoluzione comunista’”. Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, diplomatico per costituzionae, ci ha provato a ricucire: ieri, alla Camera, ha parlato con il plenipotenziario di Bersani, Nico Stumpo, per riportare Mdp ‘alla ragione’, ma anche il ‘Forlani’ di Renzi sa che anche i suoi sforzi destinati al fallimento. Inoltre, Renzi ormai è già in modalità “campagna elettorale”.
Non a caso, uno dei primi punti della Direzione nazionale, già convocata per lunedì 13 novembre, saranno i vitalizi. E cioè la proposta di legge Richetti per abolirli che langue nei cassetti del Senato. Renzi vuole che il Pd e il gruppo dem, a partire dal capogruppo Zanda, di certo non un suo fan, si adoperi in tutti i modi possibili per farla passare entro i pochi mesi che restano da qui alla fine della legislatura. L’altro tema all’ordine del giorno della Direzione saranno le famose ‘deroghe’ alle candidature per le Politiche. Tanto agognate da tutti i big del partito (Franceschini, Orlando, etc.), essi stessi devono chiederle, non avendone più diritto (15 anni è il rigido tetto previsto dallo Statuto del Pd). Ma le elezioni siciliane – quella che, ai tempi del Pci-Pds-Ds, era un evergreen, “l’analisi del voto” – non è all’ordine del giorno. “Chi pensa che il Pd possa passare i prossimi mesi a litigare fa solo un grande regalo a centrodestra e 5Stelle”, taglierà corto, in Direzione, Renzi, con fare minaccioso. Ma gli altri big preparano già lo ‘scherzetto’: lanciare Walter Veltroni (o, ovviamente, Paolo Gentiloni, su cui ‘apre’ anche Renzi, in verità, come possibile nuovo candidato premier), oggi ‘padre nobile’ del Pd al posto di Renzi come capo della coalizione di centrosinistra per ‘allettare’ i possibili alleati. Veltroni, però, non ci pensa proprio a tornare alla politica ‘attiva’ e anche ieri sera, presentando – in contemporanea con Renzi, ma su un’altra rete (Rai 3, ospite di ‘Carta bianca’, la trasmissione condotta da Bianca Berlinguer), lo ha ribadito (“Non mi candiderò più in Parlamento, l’ho già detto più volte”), anche se poi ha criticato le scelte di Renzi. In ogni caso, i big dem attendono solo che Renzi fallisca, questa volta per sempre: subito dopo il voto alle Politiche, non vedono l’ora di chiedere un congresso straordinario del Pd per pretendere e ottenere in via definitiva la testa di Renzi, disarcionandolo, oltre che da leader, da segretario.
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2. Renzi rifiuta le primarie con Mdp o con altri. L’incontro tra Pisapia e Grasso. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
«L’ipotesi di primarie di coalizione con Mdp che candida Grasso o con altri per me non esiste. Punto». Matteo Renzi si sfoga con i suoi dopo una lunga mattinata passata a compulsare i voti – quelli «veri – che arrivano dalla Sicilia. Il tonfo non è stato «epocale» come qualcuno, anche nel Pd, aveva detto – e sperato – l’altra notte. Il Pd raccoglie il 13,2% dei voti che, in seggi, saranno pari, circa, ai 17 seggi (13,4%) presi dal Pd di Bersani quando si votò cinque anni fa.
Il problema è un altro. Renzi è furibondo con gli spifferi che lo vogliono pronto a confrontarsi, in primarie di coalizione, con Mdp, che gli potrebbe contrapporre il presidente del Senato Grasso: «Quelli ci odiano, che senso ha? E per fare cosa? Abiurare il nuovo Pd costruito con tanta fatica e l’intero lavoro del mio governo?!».
Insomma, la risposta è un «no», secco e rotondo, all’ipotesi di primarie di coalizione se, dentro il centrosinistra, ci fosse pure Mdp. Diverso, ovviamente, sarebbe il caso se, a chiedere le primarie, fossero i centristi (Casini-Dellai e «quel che resta» di Alfano e Ap) o i Progressisti di Pisapia-Bonino. Ma anche su questo punto le ipotesi allo studio al Nazareno divergono. Lorenzo Guerini, pontiere per natura, media fino all’esasperazione: «Io sono per fare un accordo, programmatico e politico, con tutti, centristi e sinistra, altrimenti dovremo fare l’intera campagna elettorale in nome del voto utile». Invece, i renziani ortodossi (vedi alla voce: Orfini) non ci sentono: «Matteo è il leader, punto». Renzi si tiene in posizione mediana: «Sono pronto da domani ad aprire il confronto con i possibili alleati. Io la mia leadership non la voglio imporre a nessuno». Sicumera? In realtà, Renzi non teme che, in Direzione, già convocata per il 13 novembre, Orlando e Franceschini – leader delle aree interne da tempo in guerra ‘sporca’ contro di lui – gli tirino brutti scherzi. Certo, Orlando punge («Renzi è stato eletto segretario ma non ancora imperatore»), ma Franceschini, invece, media (lo farà oggi in un’intervista). Renzi è tranquillo perché, come ripete, «I numeri, in Direzione, li ho io. Vogliono sfiduciarmi? Auguri!».
La vera “apertura” del leader è un’altra. Renzi sarebbe infatti pronto a fare un «passo di lato». Il suo ragionamento si snoda così: «La nuova legge elettorale non prevede la figura del candidato premier. Il centrodestra non lo avrà. I 5Stelle sì, ma in realtà dietro Di Maio c’è Grillo. Volete che non sia io per il centrosinistra? – sbotta – Bene. Facciamo così: se il Pd va male e altre forze di sinistra molto bene saranno loro a indicare a Mattarella un altro nome del Pd. Gentiloni? Delrio? Vedremo. Se invece il Pd resterà forte, come dicono tutti i sondaggi, sarò io. In ogni caso, mi sta bene che non ci sia il candidato premier di tutti».
Basta e basterà all’asse nascente Pisapia-Bonino-Della Vedova? No. Ieri, all’ora di pranzo, Pisapia è andato a trovare il presidente del Senato, Pietro Grasso, per un pranzo. Due i corni del dilemma affrontati dai due, entrambi assai allarmati dal voto siciliano. Il primo: la lista di Fava è andata molto male, quasi peggio di 5 anni fa, quando la guidava un Carneade. Ergo, il valore aggiunto di Mdp è pari allo zero virgola. Secondo: neppure Grasso, oltre a Pisapia, vuole accollarsi «tutto il cucuzzaro» della sinistra radicale: i vari Fratoianni (SI), Acerbo (Prc), Montanari e Falcone, etc.
Domenica 12 novembre si terrà la convention nazionale di Campo progressista: sul palco saliranno, insieme a Pisapia, forse la Bonino, di certo la Boldrini (la data è stata spostata per permetterle di partecipare) e forse anche lo stesso Grasso. Dal palco la proposta che verrà fatta al Pd sarà questa: «Se Renzi accetta di non essere più lui il dominus del centrosinistra bene, ma deve farsi da parte e cedere lo scettro a Gentiloni o altri, altrimenti ognuno per la sua strada. Noi andremo da soli cercando di arrivare al 3% con l’idea forte di un Ulivo bis. Anche Mdp, Bersani, D’Alema dovranno decidere da che parte stare, noi possiamo essere autonomi». Vaste programme, direbbe il generale De Gaulle.
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3. Mattarella e la data del voto: “Pura fantasia” le illazioni su urne a maggio 2018. 
EMC – ROMA
“Pura fantasia”. Così viene liquidata, dal Quirinale, l’ipotesi di un avallo, da parte del Capo dello Stato, di un percorso che porti la legislatura a “scadenza naturale”. Le Camere nel 2013 si insediarono il 14 marzo: ‘scadenza naturale’ vuol dire arrivare al 15 marzo 2018 per votare, di conseguenza, non prima del 15 maggio. Salvini e Meloni, ieri, già gridavano al ‘golpe’, i 5Stelle pure. “Pura fantasia”. Il Colle asserisce di avere sul tema una “funzione notarile”, ma non è così. La nota ufficiosa del Colle non a caso dice che “solo nel momento in cui governo e maggioranza dichiarassero di aver esaurito il loro compito, si porrebbe il tema della conclusione della legislatura, dell’eventuale scioglimento anticipato delle Camere e della data del voto”. E così sarà. Palazzo Chigi e Quirinale hanno già cerchiato, sul calendario, una data in rosso: il 18 marzo 2018, il che vuol dire, data la necessità di un tempo tra i 50 e i 70 giorni per indire i comizi elettorali (di solito se ne usano sempre 65), sciogliere le Camere a gennaio, quasi sicuramente al rientro dalle feste della Befana, il 6/01/2018. Morale: “dopo l’approvazione della legge di Bilancio” – si spiega dal Colle – “se il premier, a fine anno, riterrà di presentarsi dimissionario, si andrà ad elezioni a marzo”. Ma chi ha fatto perdere così tanto le staffe al ‘mite’ Mattarella? Il Quirinale punta l’indice su “fonti parlamentari”: Meloni e Salvini, certo, ma anche Franceschini e Orlando, che vogliono tirare in lungo la legislatura per ‘sfiancare’ Renzi. Poi ci sono le “fonti giornalistiche”: due articoli usciti sullo stesso giornale, il Corsera. Il Colle ha detto ‘stop’ a tutti.
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NB: I tre articoli sono stati pubblicati, rispettivamente, il primo il 7 novembre 2017 e l’8 novembre 2017 il secondo e il terzo sempre su pagine di Quotidiano Nazionale. 
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Elezioni regionali in Sicilia: pronti? Via! Aspettative, progetti e timori del Pd di Renzi ma anche degli altri competitor

Pubblico qui di seguito un articolo quadro sulle elezioni in Sicilia, uscito qualche giorno fa, e uno sul Pd di Renzi in relazione alle elezioni regionali siciliane e al quadro politico. 

NB: I due articoli sono stati pubblicati il primo il I novembre a pagina 10 e il secondo il 4 novembre a pagina 4 sempre, ovviamente, su Quotidiano Nazionale 

Berlusconi/2

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

 

  1. La ‘corda pazza’. Le elezioni regionali in Sicilia e le aspettative dei vari big (l’articolo è stato pubblicato il I novembre 2017 a pagina 10 del QN)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

Il centrodestra, se vincerà, diventerà un blocco granitico, unito fino alle prossime Politiche nello schema del tridente FI-Lega-FdI più liste centriste (Udc di Lorenzo Cesa in testa) d’appoggio oppure il ‘patto dell’arancino’ siglato, a uso e consumo dei giornalisti, nella ‘trattoria del Cavaliere’ di Catania tra Berlusconi, Meloni e Salvini (testimoni inconsapevoli e pittoreschi il candidato Musumeci e soprattutto il funambolico Sgarbi) sarà presto solo un ricordo il centrodestra tornerà a dividersi anche alle Politiche? I 5Stelle, se riusciranno nel colpaccio in terra normanna e saracena, espugnandola, troveranno l’abbrivio e per scalare il Potere romano, magari chiedendo l’appoggio della Lega e, chissà, anche della Sinistra di Bersani e Fratoianni con cui ormai ‘flirtano’? Il Pd, se perderà in modo rovinoso, riaprirà la tiritera sulle alleanze, cercando di recuperare con gli scissionisti di Mdp e sulla spinta dei big che assedieranno Renzi imponendosi a suo scapito e magari scalzandolo dalla posizione di candidato premier del centrosinistra oppure Renzi continuerà a imporre se stesso e la sua strategia in vista delle Politiche?

Le elezioni regionali siciliane del 5 novembre sono un test nazionale, ma presentano anche una lunga serie di varianti locali possibili solo in terra di pupi e di pupari. Quella “corda pazza”, per dirla con Leonardo Sciascia, che è sempre stata, appunto, la Sicilia. Prendiamo la legge elettorale isolana. Si vota l’elezione diretta del governatore e, insieme, di 62 componenti dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana. I seggi, assegnati con metodo proporzionale e soglia di sbarramento al 5%, sono ripartiti su base provinciali. Un meccanismo infernale che prevede, per il candidato vincente, solo 7 seggi di ‘listino’ in appoggio (uno va, di diritto, al secondo candidato governatore meglio piazzato). Morale: governare è quasi impossibile, bisognerà fare accordi trasversali (centrodestra con pezzi di centrosinistra, lo scenario più probabile, o 5Stelle che chiederanno appoggio alla sinistra di Fava, scenario non irrealistico). E così i 4,6 milioni di siciliani chiamati alle urne(ma l’affluenza è prevista molto bassa, a circa 2,3-2,5 milioni di votanti) non lo sapranno neanche lunedì mattina, quando si aprirà lo spoglio reale dei voti, chi ha vinto. Dovranno aspettare, rassegnati, che i partiti facciano i loro giochi una volta dentro l’Ars (dove, non dimentichiamolo mai, un consigliere regionale gode dello status di ‘deputato’ nazionale come neppure succede alle regioni con minoranze speciali e guadagna di più).

E i candidati? Quello del centrodestra, Nello Musumeci, è in testa in tutti i sondaggi, riservati e ufficiali, ma ora è in ambascie perché ‘mascariato’ dalle polemiche sulle liste, dove indagati, rinviati a giudizio e condannati abbondano ‘a sua insaputa’. Inoltre, paga il gioco a rimpiattino di Berlusconi e Salvini che, in Sicilia, nell’arco di soli due giorni, prima decidono di farsi lo sgambetto con comizi concorrenti e poi, solo in corner, si ravvedono, pensando che è meglio farsi vedere insieme (a Catania, appunto). Il candidato dei 5Stelle, Giancarlo Cancelleri, si è portato in giro i poveri Di Maio e Di Battista e, sabato, concluderà una campagna elettorale con i fuochi d’artificio a Palermo, alla presenza del leader-non leader dell’M5S, Beppe Grillo.  Cancelleri iniziava a crederci, nella vittoria al fotofinish, ma anche lui sta subendo polemiche sulle liste ‘inquinate’. Il candidato della sinistra-sinistra, Claudio Fava, spera in un sorpasso clamoroso sul candidato del Pd, rivendica di avere le ‘mani pulite’, ed è pronto a fare accordi, dopo il voto, con l’M5S per aiutarli a governare. Scenari anche nazionali. Infine, c’è il candidato di Pd-Ap, il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari. Vittima designata di una sconfitta annunciata, è l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, lo ha imposto a Renzi e al Pd locale e nazionale, che non lo voleva, ma ora se ne disinteressa della sua sorte e si limita a fare uno sguardo grave e mesto, tipico orlandiano. Il governatore uscente, Rosario Crocetta, disarcionato dal Pd, ha ‘finto’ di non riuscire a presentare la sua lista. Accanto a Micari non si fa più vedere nessuno. Insomma, un vero disastro. Disastrose anche le possibili ripercussioni nazionali nel Pd. Renzi ha deciso di disinteressarsi da tempo del caso Sicilia. Ha demandato la pratica ai suoi luogotenenti locali (Fausto Raciti, segretario regionale, e Davide Faraone, ras renziano) e amen. Consapevole degli effetti di una debacle in Sicilia, Renzi è il solo leader nazionale che ha fatto un solo comizio con Micari e stop. Ora gira con in tasca un foglietto con segnata sopra la percentuale presa dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (quando Crocetta vinse grazie alle divisioni nel campo del centrodestra, tra Musumeci e Micciché, oggi nuovo ras incontrastato di Forza Italia e non solo nell’isola, e grazie, soprattutto, ai voti che gli arrivarono in dote dall’Udc, allora molto forte, di D’Alia e Casini, oggi ancora alleati con il Pd mentre l’Udc Cesa l’ha portata armi e bagagli con FI). In realtà, il Pd un alleato ce l’ha. L’esangue Ap di Alfano, i cui sotto-panza locali, quelli con i voti, sono però già quasi tutti saliti sul treno di Musumeci. Poi ci sono dei veri geni della Politica come Totò Cardinale che, come una spia della Guerra Fredda, fa il triplo gioco: renziano a Roma (anzi, per la precisione intimo amico e sodale del ministro allo Sport Lotti), ha fatto una lista pro Micari, ma promette voti sottobanco a Musumeci e strizza l’occhio pure a Cancelleri. Del resto, qualcuno dovrà pur governarla, la Sicilia.


2. Si vota in Sicilia, ma si pensa a Roma. Renzi si eclissa: prepara la guerra del dopo (articolo pubblicato il 4 novembre 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale) 

Ettore Maria Colombo – Roma
 
Il segretario del Pd, Matteo Renzi, non passerà un piacevole fine settimana. Reduce dai fasti della conferenza a Chicago – dove Obama lo ha non solo voluto, ma lodato e coccolato – domenica si vota in Sicilia e, per il candidato premier del centrosinistra (ma sarà lui, alla fine?) possono arrivare solo brutte notizie, e pure tante. Il candidato del Pd, Micari, arriverà terzo, se gli va bene, e il risultato della lista del Pd rischia di essere disastroso, anche se il leader ha già in tasca un foglietto con i voti presi dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (13%). In ogni caso, Renzi,alla chiusura della campagna di Micari, unico tra i leader di partito nazionali, non c’è. Sa che i risultati in Sicilia gli verranno rinfacciati.
Infatti, mentre il ministro Dario Franceschini, in teoria in maggioranza con Renzi, tace e aspetta lunedì per dire la sua (“e non farà sconti a Renzi”, sibilano i suoi), il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, leader della minoranza interna (Dems) parla a ogni pié sospinto. Solo ieri Orlando ha dato due interviste, una a mane (Repubblica tv) e una a sera (Otto e mezzo). Nella prima ha asserito, minaccioso, che “dopo il voto siciliano bisognerà ragionare sul perimetro della coalizione” e, soprattutto, sul candidato premier del centrosinistra”. Sottotesto: per me non può e non deve essere Renzi. A sera, fintamente più conciliante, Orlando dice che “se perde Micari si porrà il tema di evitare lo stesso destino sul piano nazionale. E’ quindi necessario individuare il miglior candidato premier. Il Pd andrà a quel tavolo con Renzi”. Sottotesto: fingo di appoggiare lui come candidato, ma meglio se è un altro.
 
 
Il segretario dem, in realtà, parla d’altro. Ieri, nella Enews – dove ha confermato che accetta il confronto in tv con Di Maio (si terrà martedì su La 7) e che la Leopolda si terrà dal 24 al 26 novembre a Firenze – ha ribadito per intero la dura  posizione presa dal Pd sulle banche: “Troppe cose non hanno funzionato: i manager e i banchieri che hanno sbagliato devono pagare, sacrosanto. Ma se vogliamo che qualcosa cambi davvero le alte burocrazie del Paese devono smettere di buttare la croce addosso ai politici e assumersi le loro responsabilità”. Ma al di là del caso banche, gira che ti rigira, sempre là si torna: chi sarà il candidato premier del centrosinistra? Renzi o altri (Gentiloni)? Il segretario si dice “pronto” a fare le primarie, ma in realtà aspetta solo di vedere il primo che, in Direzione (già convocata per il prossimo 13 novembre) “si alzerà per chiedere di ‘rivedere’ le alleanze: lui mi tradirà”, dice ai suoi con aria grave  neanche si trattasse di Gesù Cristo che indaga ai commensali il novello e perfido Giuda.
 
Intanto, sempre ieri e alla buon’ora, persino l’indeciso Giuliano Pisapia ha deciso che è arrivata l’ora di ‘scendere in campo’. Però, come ha più volte ripetuto, lui non si candiderà. E’ chiaro solo lo schieramento: unitario, alleato al Pd e composto da tanti ‘nanetti’, la nascente Lista Civica Nazionale (il nome), sarà composto dai Radicali di Riccardo Magi, Forza Europa di Benedetto Della Vedova, il Psi di Riccardo Nencini, forse anche i Verdi di Angelo Bonelli e l’Idv di Ignazio Messina (incredibile, esiste ancora l’Idv, ma non la guida più Tonino di Pietro, passato con Mdp come del resto Bobo Craxi, ma tale Carneade Messina…). Non è chiaro, invece, il front-runner, di una tale Lista e area politica, ma potrebbe essere una front-women, cioè una donna. Emma Bonino, se vorrà, o la presidente della Camera, Laura Boldrini, assai sponsorizzata da Pisapia e dal suo Campo progressista, a meno che non vada col Pd. Sarà lei, per conto del nascente Ulivo bis a chiedere, con la benedizione di Romano Prodi, al Pd di fare le primarie. Una richiesta che, forse, Renzi non potrà più rifiutare. 
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NB: Gli articoli sono entrambi pubblicati sulle pagine del Quotidiano Nazionale 
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Il retroscena. Complotto dentro e fuori il Pd per disarcionare Renzi: “Il voto in Sicilia farà crollare tutto”

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Ripubblico qui, sul mio blog, con alcuni particolari in più, l’articolo che ho già lanciato stamane dal sito di @Quotidiano.net

http://www.quotidiano.net/politica/matteo-renzi-1.3491382 

(ecco Il link al mio articolo di oggi x @Quotidiano.net in originale)

Ettore Maria Colombo – ROMA

Due ministri. Dario Franceschini, capo di Area dem, e Andrea Orlando, capo di Dems (i due nomi si assomigliano curiosamente). Sono considerati, dal leader del Pd, Matteo Renzi, il primo alla stregua di un traditore seriale e un infingardo; il secondo un oppositore leale ma cattivo: di certo, due “pronti a tradirmi “. Poi due ex premier. Romano Prodi  ha piazzato la sua tenda prima “lontano” dal Pd e poi l’ha arrotolata nello zaino portandosela via: domani manderà un video alla reunion di Della Vedova e Bonino che, in nome dello slogan ‘Forza Europa’, vogliono dar vita a una sorta di ‘Lista civica nazionale’ che ricorda tanto un Ulivo 2.0. Ed Enrico Letta: medita “vendetta, tremenda vendetta” da Parigi, cioè da lontano, in teoria, ma qualcuno, nel Pd, lo vedrebbe bene come neo-leader di un ‘nuovo Ulivo’ o premier di futuri governi col Pd. Un ex Padre Fondatore del Pd, Walter Veltroni, che pure aveva fornito i suoi consigli a Renzi, ma che se n’è subito e assai pentito e che ora, come pure Piero Fassino, scuote la testa sconsolato. A tal punto che i – pochi – parlamentari che gli sono rimasti vicini ormai si adontano ogni volta che Renzi parla. “Vuole fare la campagna elettorale come se stesse all’opposizione dicendo che vuole tornare ai parametri di Maastricht, il che però vuol dire passare dal rapporto deficit/Pil, oggi all’1,6%, almeno al 2,9%, una scelta davvero impossibile e inconcepibile sul piano della finanza pubblica che ci farebbe saltare tutti i conti e la credibilità e il rispetto delle regole Ue. Ormai parla come un Grillo o un Salvini qualsiasi – dice Giorgio Tonini, sfogandosi con un collega, alla fine del voto al Senato – e questo è inaccettabile: manca di rispetto a Gentiloni come a noi!”. E un lungo stuolo di deputati e senatori di tutte le aree: sanno di non avere chanches alle politiche perché, grazie al Rosatellum, “Renzi metterà tutti i suoi fedelissimi nei collegi blindati e a noi darà le briciole”: non vedono l’ora di fargliela pagare anche loro. E un premier attuale, Gentiloni, con cui i rapporti si sono fatti gelidi per la nomina di Visco e non solo (Rosatellum, ius soli, Stabilità) per non parlare di quelli col ministro Padoan.

Ecco sono queste le forze che starebbero alla base del ‘complotto’ per disarcionare Renzi il prima possibile scalzandolo di certo da candidato premier del centrosinistra, prefigurando un modello ‘Unione’ o ‘Ulivo allargato’, cioè alleandosi con Mdp, come chiedono apertamente Franceschini e Orlando, e, se possibile, anche da segretario. C’è pure la data: dopo il 6 novembre quando “verrà giù tutto, Renzi perderà e ‘noi’ scenderemo in campo”, profetizza l’ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, intendendo per ‘noi’ la ‘carne viva’ degli ex Pci-Pds-Ds, non certo i demoprogressisti di Mdp (“Se osi scrivere che sto con quelli ti querelo!”, scherza, ma neanche troppo, il rude Sposetti).

Il cumpluttuni, però, va declinato così, in dialetto siciliano, perché sarà il 6 novembre che arriveranno i risultati delle elezioni regionali. Il candidato del Pd, Fabrizio Micari, imposto dal sindaco della città, Leoluca Orlando, andrà “male, forse malissimo” prevedono tutti. Di sicuro si piazzerà terzo, a larga distanza dal probabile vincitore, Musumeci (centrodestra) o Cancelleri (M5S). Il guaio – temono i dem – è che “Fava (il candidato di Mdp-SI, ndr) può doppiarlo”. Una sconfitta di Micari e un Pd esangue, al 10-15%, sarebbe una tragedia non solo locale, ma dalle pesanti ripercussioni nazionali. C’è un solo, piccolo, particolare: per disarcionare Renzi bisogna avere, in Direzione nazionale prima e in Assemblea poi, il 51% dei voti del partito. Solo che le liste le hanno fatte Guerini e Lotti, due fedelissimi: Renzi non rischia nulla. Tranne un’altra scissione.

L’articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale il 27 ottobre 2017. 

Il Rosatellum è legge. Al Senato passano cinque fiducie e il voto finale. Verdiniani e dissidenti dem aiutano a mantenere il numero legale

verdini

Il senatore Denis Verdini, fondatore di Ala

Questa mattina il Rosatellum è diventato legge con il voto finale sul provvedimento, che si è tenuto a scrutinio palese e con votazione elettronica (non nominale), del Rosatellum. Nel voto finale la maggioranza di governo più FI e Lega e altri gruppi minori di centrodestra ha ottenuto 214 voti, i contrari sono stati 61 (M5S-Mdp-SI-singoli del gruppo Misto), due sono stati gli astenuti. Presenti al voto 278, votanti 277, maggioranza fissata a 139, quorum ai fini del numero legale 154. Ora, il testo del Rosatellum passerà alla firma del Capo dello Stato e poi alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. La delega al governo per disegnare i collegi sarà di trenta giorni. A fine seduta, dopo la conferenza dei capigruppo che ha stabilito il calendario della legge di bilancio che arriverà al Senato a partire dal prossimo 31 ottobre, il presidente del Senato Pietro Grasso ha annunciato di lasciare il gruppo del Pd per iscriversi al gruppo Misto.

Per approfondimenti sul Rosatellum potete consultare articoli precedenti di questo blog che lo spiegano o consultare il blog del professore Stefano Ceccanti.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Giorgio Napolitano che attacca, pur senza mai nominarlo, Renzi e le “indebite pressioni” subite da Gentiloni per la richiesta ‘forzata’ di far passare la legge elettorale con la fiducia. I grillini che insultano e provano a mettere (fisicamente) le mani addosso al segretario d’Aula del Pd, il mite Francesco Russo. Solo perché Russo dice loro “siete indegni di fare i senatori ” quando li vede sfilare per votare con la testa coperta dalle bende, ma soprattutto perché Giarrusso fa “il gesto dell’ombrello” a Verdini e ai dem. La sinistra a sinistra del Pd che da Guerra (Mdp) alla De Petris (SI) urla contro “la nuova legge truffa” e “l’inciucio con Verdini”. I dem, assai dimessi, che si preparano a una incerta campagna elettorale in cui temono di perdere in gran parte dei collegi. E il centrodestra che, compreso che il Rosatellum gli conviene, nota Quaglieriello, “assiste a tutta la scena con nobile sussiego…”. Le vibranti proteste, cui partecipa l’intero stato maggiore dei 5Stelle, Beppe Grillo in testa, fuori dal palazzo, a piazza del Pantheon. Lì il leader e i suoi si bendano urlando “Hanno paura di noi!”, i fischi piovono per Mattarella, Grasso e Boldrini e la senatrice Paola Taverna inveisce: “Mussolini era un pivello! Questa è dittatura!”. E Di Battista ‘avverte’, in stile mafioso, Mattarella “Non firmare!” perché “già si è sbagliato una volta a firma una legge elettorale incostituzionale e deve stare ben attento a non firmare anche questa!”. Ecco cosa resta, sul taccuino, di una giornata per nulla campale. Dopo l’esame delle ben cinque fiducie apposte ieri dal governo, oggi il voto finale sul testo sarà a scrutinio palese, cioè blindato: insieme alla maggioranza di governo voteranno anche FI e Lega.

Certo, ieri qualche patema si è vissuto e alcuni scontri fisici pure. Il problema, assai complesso da spiegare, è stato il numero legale. Le opposizioni hanno cercato di farlo mancare a ogni prima ‘chiama’ e su ognuna delle 5 fiducie, per poi rientrare alla seconda, appena si accorgevano che, invece, la maggioranza lo agguantava. Ma il leit motiv di M5S, Mdp e SI all’esterno è uno solo e fa titolo: “La maggioranza si regge solo con i voti di Verdini! Senza i loro 13 senatori e qualche ‘fantasma’ del Pd non hanno i numeri!”. Vero o falso? Dipende. Il regolamento del Senato permette di contare, al momento del voto, anche coloro che si astengono ‘dal voto’ ma che sono presenti alla votazione, aiutando a ‘formare’ il numero legale. E così, con un numero legale che ballava sempre intorno a quota 143, si scopre che in realtà solo una volta, sulla terza fiducia, la maggioranza si è retta grazie ai voti di Ala mentre gli otto senatori dem (4 dissidenti e 4 eletti all’estero) che Mdp ha già bollato come ‘i fantasmi’ non votavano né sì né no, ma aiutavano a fare numero. Bollettino finale: di media 220 i presenti, 210 i votanti, 150 i favorevoli, una sessantina i contrari, ma con i 13 verdiniani che votavano sempre con la maggioranza. Verdini, in bretelle, se la gode: riceve applausi di scherno, ride e i suoi gonfiano il petto: “E’ la sua legge!”. Certo è che, sulla manovra, senza più i 16 senatori di Mdp, per governo e maggioranza il suo aiuto diventerà vitale.

Rispettato, ma non più amato, dal Pd e applaudito solo a sinistra è stato l’intervento di Napolitano. ‘Re Giorgio’ prende la parola alle 12, il silenzio che lo circonda è tombale, ha una lente per leggere. Dice, in buona sostanza, che “il Mattarellum era molto più coerente”, “la fiducia poteva non esserci”, ma che, appunto, “Gentiloni, cui va tutta la mia stima, ha subito indebite pressioni”. “Da chi?!” urlano i 5Stelle, ma tutti hanno capito bene: da Renzi. Alla fine, però, Napolitano, che ieri non si è presentato a votare nessuna delle cinque fiducie, dirà sì al testo finale. Legna da ardere, certo, dopo la ‘tenda’ di Prodi infilata nello zaino, Enrico Letta che medita vendetta da pariggi (dove oggi Renzi vedrà Macron), Pisapia che non vuole allearsi col Pd e le elezioni siciliane vicine. Il senatore Ugo Sposetti, intimo di Napolitano, cui regge i fogli, e tenutario dell’eredità immobiliare del Pci-Pds-Ds, profetizza: “Vi ricordate quando si diceva ‘tutti tranne la Raggi’? Dateci ancora tempo e vedrete che partirà il ‘tutti contro Renzi’, la nostra ora X”. In attesa che arrivi la ‘rivoluzione’, tuttavia, il Rosatellum è legge.

NB: L’articolo è pubblicato il 26 ottobre 2017 a pag 6 del Quotidiano Nazionale

Caso Visco, parziale disgelo tra Renzi e Gentiloni. Il toto-nomi per BankItalia

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

BankItalia? “Non parlo neanche sotto tortura: è un compito che spetta, in parte, al governo. Non faccio indiscrezioni”. Formalmente, il premier Gentiloni se la cava così, mentre si trova a Bruxelles per il consiglio europeo, sul caso politico della settimana. Ma come si sa il fuoco cova sotto la cenere. Anche sulle tensioni tra lui e Renzi prova a glissare: “Tutte le opinioni sono legittime e i rapporti tra il governo e il Pd sono ottimi, ma noi decidiamo con in mente l’obiettivo, non per buona creanza. L’autonomia dell’istituto è un valore in sé e per i mercati, sono cose serie”. Chi ha orecchie intenda, sembra dire, ma il ‘gelo’ calato nel rapporto tra il premier e il segretario del suo partito si sta, lentamente, sciogliendo. Gentiloni, che non l’ha mai amata, ha difeso pure la Boschi. Ieri premier ed ex premier si sono sentiti più volte, anche se al telefono: “Quello che dice Paolo lo sottoscrivo, retwitto Gentiloni”, ironizza il leader dem dal suo treno in viaggio. Renzi, ormai, rivolge le sue ire ad altri attori della spy story, tipo la ministra Finocchiaro: ha autorizzato la divulgazione della chat su What App tra lei e i deputati della mozione Orlando. “Pensa di lavarsi la coscienza così, la carina – dicono i suoi – A presto!”. Velata minaccia da “scordati pure una ricandidatura”, anche se lei già ha detto che non la chiederà. Ma anche la presidente della Camera Boldrini è finita nel tritacarne renziano: “Perché invece di predervela con noi che abbiamo presentato la mozione – dicono  i fedelissimi del segretario – non ve la prendete con chi ha permesso che la nostra mozione, per dire di quelle ben più dure della nostra di M5S e Lega, fossero ammesse?”.

Il ministro Orlando e i suoi (Martella, Misiani, etc) pure sono pure nel mirino del segretario: “Attendiamo con ansia – sibilano i renziani – che, dopo tutti questi attacchi, i cento deputati di Orlando pretendano i loro cento collegi sicuri!”. Lo scudiscio del ministro Calenda, invece, non fa più male: lui è dato per perso alla causa del Pd e alleati, come Pisapia, che a sua volta critica Renzi su BankItalia mentre Mdp e SI chiedono al governo di venire a riferire subito alla Camera, il che accadrà la prossima settimana. Ma cosa dirà Franceschini, tornato dagli Usa? Attaccherà, di nuovo, e anche lui il segretario? Ieri, per dire, lo ha fatto la ministra alla Difesa Pinotti, a lui vicina, mentre persino un ‘cane da riporto’ come il vicesegretario e ministro Martina ha espresso dubbi su Renzi, non foss’altro perché, a sua volta, non ha mai saputo quello che il Capo stava preparando. I nemici interni (le minoranze) ed esterni (Prodi, Pisapia) di Renzi aspettano il redde rationem del 5 novembre: sanno che le elezioni siciliane andranno male, per il Pd, e sperano che Renzi, dopo la Waterloo siciliana, sarà costretto, se non proprio a fuggire a Sant’Elena, almeno ad andare a Canossa e concordare con loro le liste. Solo che si sbagliano: Renzi deciderà tutto da solo e già spiega che”le farò coi nomi della società civile”. Il che vuol dire, appunto, che i posti ‘sicuri’ per i suoi oppositori saranno pochi. Del resto, anche se sarà ammaccato, con il Rosatellum le candidature le decide solo lui.

Ma cosa sarà del futuro di BankItalia? Tre sono i nomi in pole position. La riconferma di Visco, per quanto goda del pieno sostegno del Colle, della Bce di Mario Draghi e della Ue, è data in calo perché sono sempre di più le voci che si levano non solo in sua difesa, ma anche in suo attacco, e non solo da parte del Pd di Renzi (Salvini, Grillo, sinistra-sinistra). Mentre salgono, invece, le quotazioni del direttore generale, Salvatore Rossi (piace a Renzi, o almeno così lui dice ai suoi, come pure a Gentiloni) e del vicedirettore, Fabio Panetta, dal profilo tecnico, le cui quotazioni sono date come ‘stabili’. Certo è che, quando, il prossimo 27 ottobre, Paolo Gentiloni riunirà il consiglio dei ministri per presentare al Quirinale una rosa (così dice la legge: il cdm propone, il Quirinale dispone), tale rosa sarà ristretta a questi tre nomi: in ogni caso, una soluzione interna, non esterna. Inoltre, si ragiona tra palazzo Chigi e Colle, “Visco è troppo compromesso, troppo esposto e troppo sotto attacco. L’intero Parlamento, di fatto, si è schierato contro di lui e la commissione sulle banche (presidente né è Casini, ndr) rischia di diventare un vaso di Pandora che gli farà solo male”. Per paradosso, alla fine, Renzi potrebbe averla vinta.

NB: L’articolo è pubblicato a pag. 4 del 21 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

 

Caso Visco. Mattarella, Gentiloni, mezzo governo e mezzo Pd: “Tutti contro Renzi”

NB: sull’attacco al governatore di BankItalia Ignazio Visco da parte del Pd con la mozione parlamentare di lunedì scorso sul @quotidiano.net si può leggere intervista a Matteo Renzi firmata da @davidenitrosi caporedattore del Politico del Quotidiano Nazionale (L’intervista di QN l leader del Pd Matteo Renzi 

http://www.quotidiano.net/economia/renzi-bankitalia-1.3473852). Sullo stesso sito, le reazioni degli altri protagonisti della vicenda, a partire dalla smentita di Gentiloni. 


Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

1. Caso mozione Pd contro il governatore di BankItalia Visco. Tutti contro Renzi: mezzo governo e mezzo Pd parlano di “atti inaccettabili” 

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Mattarella e Napolitano, presidente in carica e presidente emerito. Mezzo governo, da Padoan (“Non ci posso credere”) a Calenda (“Non parlo per carità di patria”), senza dimenticare Franceschini che ribolle e si macera, seppure in silenzio. Mezzo partito: non solo la minoranza interna (Orlando, Cuperlo, etc.), ma pure pezzi di maggioranza dem ‘non renziana’. Il capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda, uomo delle istituzioni, è furibondo.  E il premier Gentiloni, nonostante il silenzio glaciale, anche. 

 

Tutte le opposizioni che lo attaccano come l’intera sinistra (Pisapia, Mdp con Bersani particolarmente duro). Walter Veltroni che stigmatizza e Prodi che basta immaginarselo. Tutti schierati contro il leader dem per la sua messa in discussione del ruolo e del futuro, in scadenza, del governatore di BankItalia, Ignazio Visco. Ieri difeso da tutti, da Casini a Gianni Letta e oltre. E’ partito un gioco ormai classico, quello del “tutti contro Renzi”, gioco che al leader dem è costato molto, nel recente passato. La sconfitta al referendum istituzionale del 4 dicembre, tanto per dire.

 

Il giorno dopo, immancabile, parte la geremiade dei timorosi. “Matteo, ma chi te l’ha fatto fare? Così abbiamo messo tutto il mondo istituzionale, politico, bancario e finanziario contro il Pd!”. Esponenti dem di alto grado e lignaggio sono “sconcertati”, se non profondamente “irritati”. Stile Mattarella di ieri, per capirsi. Insomma, il ‘Renzi solo contro tutti’, sul caso Visco, “non ci aiuta – dicono al Nazareno come nei ministeri presidiati da big del Pd – “anzi ci rende molto più difficile proporci come forza di governo”. E la considerazione dei renziani ortodossi (Boschi, Lotti, Bonifazi: il ‘giglio magico’, insomma) che “solo così strapperemo sempre più armi elettorali ai grillini e ai sovranisti” non consola i big dem.

 

Inoltre, a spargere sale sulle ferite, c’è un altro dato: la mozione del Pd, quella “prima versione”, dai toni ancora più duri, era conosciuta solo nel giro più stretto del renzismo. Mezzo governo ne era all’oscuro – tranne la sottosegretaria Boschi, che l’avrebbe ‘dettata’ alla sua fedelissima e prima firmataria della mozione parlamentare dem, Silvia Fregolent,  tre quarti di Pd pure. Della tempesta perfetta che stava per scatenarsi sapevano in tre: Renzi, il “giglio magico” in quanto tale (Lotti, Bonifazi, Richetti), ormai da tempo un’entità a sé, e il capogruppo Pd alla Camera Rosato, forse il vice Guerini. La ministra ai Rapporti al Parlamento, Anna Finocchiaro, è “furibonda” perché – dice lei, ma il giorno dopo – “non sapevo nulla”, la presidente della Camera, Laura Boldrini, cade a sua volta dalle nuvole (ma le mozioni passano tutte sulla sua scrivania, prima di essere discusse, qualcosa doveva sapere), l’ufficio di presidenza del gruppo dem alla Camera non c’era o, se c’era, dormiva e un deputato dem, il romano Miccoli, raggiunge l’apoteosi del tartufismo politico e vince il premio faccia di bronzo dicendo che “ho votato una cosa che non ho capito, chiedo scusa a tutti”.

 

In ogni caso, le reazioni di rigetto sono proporzionate alla gravità dell’atto. Veltroni è glaciale: la mozione Pd è “incomprensibile e ingiustificabile”. Poi, in Transatlantico, il suo braccio destro, Walter Verini, spiega “Veltroni parla per difendere l’istituzione di BankItalia”, ma le parole di Veltroni feriscono, e molto, Renzi. Napolitano parla di “cose deplorevoli”. Zanda, che ieri ha parlato fitto fitto con Gentiloni per venti minuti, nell’aula del Senato, scudiscia: “Mozioni così meglio non farne”. L’area del ministro Orlando, tramite il suo portavoce, Andrea Martella, chiede la convocazione dell’assemblea del gruppo “perché bisogna fare chiarezza su un percorso non lineare”, ma i buoi sono scappati e fare un’assemblea a posteriori su un voto già dato suona, francamente, abbastanza ridicolo.

 

Chi resta a difendere il soldato Renzi in pubblico? Il renzianissimo senatore dem Andrea Marcucci e pochissimi altri (tipo Rosato). Parla, però, il presidente del partito, e leader dei Giovani turchi, Orfini: “La mozione l’ho condivisa e l’abbiamo limata con il governo. Comunque, certe reazioni mi sorprendono: solo il Papa è infallibile per chi crede e Visco non è il Papa” sibila. Già, peccato che, da ieri, Visco in Italia sia diventato più intoccabile del Papa.

NB: L’articolo è uscito sul Quotidiano Nazionale a pagina 2 del 19 ottobre 2017. 


mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. L’irritazione e lo sconcerto del Quirinale per l’attacco di Renzi e del Pd a Visco. 

Non ne sapevamo nulla. Abbiamo letto della mozione del Pd sulle agenzie”. Clic. Dire che il Capo dello Stato è “sconcertato” e “irritato” per l’attacco a freddo, e del tutto imprevisto, che il Pd ha portato al governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, è dire poco.
Eppure, Mattarella ha ‘coperto’ il Pd, sulla nuova legge elettorale. Al prezzo di dover subire una campagna – pressante, fastidiosa e peraltro solo agli inizi – contro il Rosatellum delle opposizioni. Le quali giudicano “incostituzionale” la nuova legge e che, presto, andranno a manifestare la loro contrarietà proprio sotto il Colle al grido di
“Mattarella non la firmare!”. Morale: un atto di stupidità unito a un atto di scorrettezza è, per il Colle, davvero inaccettabile.

Certo, il governo Gentiloni ha provato – e, in parte, è riuscito – a ammorbidire la mozione presentata dai dem su richiesta di Renzi, ma è dal Presidente della Repubblica che arriva l’altolà più deciso. “Le prese di posizione riguardanti la Banca d’Italia – spiega il Quirinale in una nota concessa, in esclusiva, all’agenzia Reuters, agenzia di stampa estera, tanto per stare a significare quanto al Colle ritengano grave la mossa del Pd per le sue possibili ripercussioni sui mercati italiani e, soprattutto, internazionali – devono essere ispirate ad esclusivi criteri di salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza
dell’Istituto nell’interesse della situazione economica del nostro Paese e della tutela del risparmio degli italiani e che a questi principi si deve attenere l’azione di tutti gli organi della Repubblica, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo”. Insomma, tradotto dal ‘quirinalese’, il Colle, nella precisa persona di Mattarella, è “sconcertato e irritato”.

Fuori dall’ufficialità del comunicato, per quanto duro esso sia, ambienti vicini al Capo dello Stato spiegano così la sua irritazione: “Uno. La mossa del Pd è una scorrettezza istituzionale. La nomina di Visco non passa dal Parlamento e la mozione è solo una non richiesta e inutile invasione di campo. Due, arriva nel momento sbagliato perché –
spiegano le stesse fonti – proprio in queste ore, giorni e mesi abbiamo un contenzioso aperto, e molto difficile, con la Ue, in particolare sul delicato tema dei crediti deteriorati.  Terzo – e qui la fonte del Colle si fa quasi amara – se qualcuno pensava di convincere Visco a non restare al suo posto, e in fondo lui stesso aveva fatto capire che non avrebbe fatto le barricate, ora è impossibile rimuoverlo. Visco resta dov’è. Bravi, bel risultato”.

L’altro, paradossale, risultato è che la querelle tra Pd e BankItalia è scoppiata ieri mentre Renzi era in viaggio per la prima tappa del suo viaggio per l’Italia. Il leader dem prima si è limitato a dire “per me parla Richetti” , ma il portavoce della segreteria dem è stato
altrettanto duro e via così: per l’eterogenesi dei fini, lo scontro tra Pd e BankItalia ha coperto, mediaticamente, tutti i temi del treno di Renzi. Oltre, appunto, a far “irritare”,  e molto, il Colle.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale il 18 ottobre 2017

La norma salva Verdini è una bufala. Non salva né lui né Alfano ma solo peones. Il bizzarro mondo degli eletti all’Estero

verdini

Il senatore Denis Verdini, leader di Ala

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Il Rosatellum si porta con sé il cambiamento delle norme per gli eletti all’Estero non nel senso che cambia il sistema di elezione, che resta un proporzionale puro che si basa sulle preferenze, ma nel senso che cambia la possibilità che ora avranno anche i cittadini italiani residenti in Italia, e non solo quelli residenti all’Estero, di potersi candidare nelle cinque circoscrizioni estere (America del Sud, del Nord, Europa, Africa-Asia-Oceania). Vuol dire che non solo gli iscritti nel registro degli italiani residenti all’Estero (L’Aire in sigla) potranno candidarsi ed essere eletti nei 12 collegi della Camera e nei 6 del Senato, ma anche cittadini italiani che hanno la residenza in Italia e che, magari, lavorano all’Estero. L’esempio più classico è quello di personalità illustri nel campo della scienza (ricercatori, scienziati, astronauti) o della cultura (professori universitari, scrittori, attori, artisti, etc.) che hanno ancora radici nel nostro Paese ma ormai vivono nel loro Altrove. Al di là del fatto che la ormai nota legge Tremaglia (ex senatore di An, da anni defunto) che ha istituito in Italia il sistema e i collegi degli eletti all’Estero non ha mai dato buona prova di sé producendo, di fatto, solo emeriti sconosciuti in gita gratis nei Palazzi italici, macchiette ormai immortali (Razzi), campioni del trasformismo (Pallaro e molti altri), malavitosi matricolati (De Gregorio), oltre che transfughi di ogni schieramento (tutti i citati messi assieme più molti altri), la legge c’è, resterà (c’è in tutti i Paesi europei) perché i voti dei tre milioni e mezzo di italiani residenti all’Estero fanno gola a tutti.  Tanto vale, dunque, cercare di scriverla al meglio, affinarla, evitare buchi ed equivoci.
Ma di una tale – semplice e peraltro sacrosanta – norma, ieri, si è parlato molto perché è stata ribattezzata, dalle opposizioni (M5S, soprattutto, ma anche Mdp) ‘salva-Verdini’. Peccato che non servirà comunque a salvare il senatore Denis Verdini e che, soprattutto, fa sapere ai giornalisti lo stesso Verdini, “io non la userò mai perché non mi candiderò alle prossime elezioni politiche né in Italia né, tantomeno, all’estero”. Il ‘caso’ scoppia in mattinata quando giornali che conducono, di fatto, una forsennata campagna di stampa contro la nuova legge elettorale, il Rosatellum, e – da tempo – contro il ‘connubio’ Renzi-Berrlusconi (con Verdini come onesto sensale dell’innamoramento e del patto tra i due), Il Fatto quotidiano e Repubblica, pubblicano il presunto scoop. Un emendamento, a prima firma Maurizio Lupi (Ap) e sottoscritto dal Pd, avrebbe ‘congeniato’ un testo ad hoc per aiutare Verdini, sotto processo per diversi reati in Italia, a sfuggire alla giustizia: è il comma 2, lettera B, dell’art. 5 del Rostellum e ieri  è stato votato in via definitiva dall’Aula, peraltro a voto palese (gli artt .4 e 5 non prevedevano voti segreti e, dunque, su di essi non era stata messa la fiducia dal governo). Scandalo, urla dei grillini e di Mpd, accuse violente e vibranti in Aula e fuori, in piazza: “Che schifo!! Avete salvato Verdini!”.  Poi, dopo l’intervento in Aula della deputata – molto amica di Verdini – Daniela Santanché (FI, ieri Pdl, berlusconiana di ferro) che in pratica ha dato dei cretini a grillini e Mdp (“Non avete capito nulla, Verdini non c’entra, quella norma è fatta per salvare Alfano!”), i sospetti e gli strali delle opposizioni si sono rivolti contro l’attuale ministro degli Esteri e leader di Ap (Lupi, presentatore dell’emendamento, è il capogruppo del suo partito).  Alfano, considerato un ‘appestato’ da Berlusconi, che non lo rivuole con sé, anche perché Salvini rischia di rompere l’alleanza di centrodestra solo se ne scorgesse il nome sulla scheda, ma anche nel centrosinistra, dove dei moderati vogliono i voti ma non le facce, sarebbe dunque catapultato in una circoscrizione Estero per farsi eleggere lì senza clamori, lontano dai riflettori. Peccato che anche questa ricostruzione sia del tutto falsa.
Ma cosa prevede la norma? “Un banale principio di reciprocità –spiega il relatore della legge, Emanuele Fiano (Pd) – in base al quale, a differenza delle norme previste finora, i cittadini italiani residenti in Italia potranno essere eletti all’Estero e i cittadini italiani residenti all’Estero potranno esserlo in patria. Inoltre, per Verdini – continua Fiano – come per qualsiasi cittadino italiano residente in Italia valgono sempre le norme della legge Severino”. Traduzione: un condannato, anche solo in primo grado di giudizio, diventa automaticamente incandidabile o, se viene eletto, decade come fu per Berlusconi perché è sempre la Camera di appartenenza a decidere, non certo gli italiani all’Estero.
Dove nasce, allora, lo scandalo? Da una senatrice eletta in Sud America e iscritta al gruppo del Pd Renata Bueno: ha sollevato il polverone perché la norma, nella sua prima versione, riduceva da 10 a 5 gli anni previsti per potersi candidare alle Politiche italiane in una circoscrizione all’Estero “qualora si sia ricoperta una carica di consigliere comunale negli anni precedenti al voto”. La norma, più che ‘salva-Verdini’, era cioè una norma ‘ammazza-Bueno’ (e anche ‘ammazza-Zin’, un altro eletto all’Estero iscritto al Pd): i due parlamentari, infatti, non si sarebbero potuti ricandidare perché sono stati entrambi consiglieri comunali in Italia negli ultimi dieci anni (non si capisce poi come, essendo eletti e residenti all’Estero…). Ma la ‘sanatoria’ delle loro posizioni periclitanti è stata fatta in Aula: il comitato dei Nove ha riportato da 10 a 5 il limite stabilito. Dunque, con Bueno (e Zin) accontentati e Verdini che non si candida (così dice lui), nulla quaestio? Dipende. Come si è detto,i partiti i voti (e i seggi) degli eletti all’Estero fanno gola, ma nelle circoscrizioni Estere, risultano sempre e solo eletti peones che viaggiano a colpi di 50-60 mila preferenze. Perché tanti sono i voti che servono per essere eletti all’Estero. Voti che nessun big italiano avrà mai. Non solo, ovviamente, né Verdini né Alfano, ma anche leader come Grillo, Renzi, Berlusconi, in una qualasiasi circoscrizione
NB: L’articolo è pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 13 ottobre 2017