“Babbo piange di gioia”. Renzi e caso Consip, la rivincita del leader contro gli avversari interni ed esterni

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Matteo Renzi e, sullo sfondo, il Senato della Repubblica.

“Papà sta piangendo”, confida agli amici con un sospiro. Ai giornalisti, a margine della registrazione di Porta a Porta, il racconto si fa più esteso e disteso: “L’ho chiamato io, lui mi ha chiesto ‘che succede?’, non lo chiamo spesso. Gli ho letto l’agenzia (le rivelazioni sull’inchiesta Consip che scagionano Tiziano Renzi, ndr.) e lui si è messo a piangere. E’ pur sempre un uomo di 65 anni e questa vicenda è una roba grossa. Ora vado a casa: voglio portare i miei figli a cena dal nonno”. Insomma, una giornata già iniziata bene, per Renzi – grazie alle notizie in arrivo da Genova, sempre da un giudice, e che mettono nei guai il M5S nella città del loro fondatore, Beppe Grillo – non poteva che finire meglio.
L’ex premier è sicuro: “incasseremo altre soddisfazioni”, dice ai suoi. Non si riferisce alle primarie, ma alla possibile archiviazione della posizione del padre Tiziano nell’inchiesta Consip. Lascia ai renziani – Ermini, responsabile Giustizia, Morani, Marcucci e altri –
il veleno: “Vogliamo conoscere i nomi, i fatti, e vogliamo sapere i mandanti di questa brutta storia”. Tanto che spetta, invece, al sottosegretario alla Giustizia, Migliore, neo-renziano doc, ribadire la “massima fiducia” non solo nella magistratura ma nella “Procura di Roma”, come volerla contrapporla a quella di Napoli, di Woodckok delle
cui gesta Renzi cita sempre le inchieste finite in nulla che hanno interessato esponenti del Pd (Graziano a Napoli, Margiotta a Matera), poi prosciolti, o l’Eni con De Scalzi che – proprio ieri sera – sono finiti sulla graticola grazie a un inchiesta di Report (Rai 3) che il portavoce di Renzi, Michele Anzaldi, ha attaccato per l’accostamento “tangenti e Pd” . Insomma, l’accusa dei renziani – e, sottotraccia, di Renzi – è quella di ‘macchinazione’.

Certo è che, quando arriva da Vespa, Renzi dà il meglio di sé: “Sarebbe stato facile dire ‘avete visto?’” – attacca – invece bisogna avere totale fiducia nella magistratura, la verità, prima o poi, viene a galla”. Poi aggiunge un sonoro “Grillo vergognati!” e “Leggete le
carte prima di sputar sentenze”.  Il caso Consip ha toccato e ferito Renzi figlio, non solo
Renzi padre: “Ho tatuato addosso quello che è successo in questi mesi”, dice da Vespa, “una vicenda che mi colpito, ma – aggiunge – quando capita a un normale cittadino, finire nella malagiustizia, che si fa? E quando i processi li fanno i giornali e i politici prima delle procure?”. Domande senza risposta, per ora, ma che accennano
alla volontà di mettere mano a un altra ‘Grande Riforma’, quella della Giustizia, che non ha nulla a che vedere – sia detto per inciso – con la riforma del processo penale e della prescrizione che sta portando avanti il ministro Orlando – il quale è riuscito a farci mettere la fiducia solo ora, con Gentiloni, anche perché Renzi gliel’aveva sempre negata – ma con progetti di ‘giustizia giusta’ che ricordano il primo Craxi o il primo Berlusconi.

Orlando (“Se Renzi vince, ci farà perdere le elezioni”) ed Emiliano (“Se Renzi vince, distruggerà il Pd”) lo attaccano a testa bassa, ma per Renzi – sicuro di vincere le primarie, il solo timore rimasto è legato alla scarsa affluenza: i renziani avevano dimezzato le previsioni a non oltre un milione e mezzo di votanti, due al massimo, ora tornano a farsi esigenti e parlando di “due milioni e rotti”, certo è che sotto quella cifra le accuse di flop sarebbero pesanti e lo stesso Renzi ammette “abbiamo scelto un giorno difficile” (il 30 aprile, ma i renziani se lo sono scelti da soli, ndr.) mettiamocela tutta – gli attacchi polemici dei suoi avversari interni sono solo un fastidioso rumore di fondo.  E così, rilassato e pimpante, da Vespa offre rassicurazioni su (quasi) tutto: “Il governo Gentiloni non cadrà, se vincerò le primarie, anche perché io ne sono il primo tifoso e Paolo sta facendo un grandissimo lavoro”; “non ci saranno elezioni anticipate a ottobre”.

Resta solo un busillis. Renzi vuole una legge elettorale pronta all’uso. Ecco perché è pronto al ‘patto col Diavolo’, e cioè proprio con quel M5S che attacca tutti i giorni. Da Vespa offre loro, su un piatto d’argento, “l’eliminazione dei capolista bloccati”, scalpo che
i 5 Stelle chiedono da tempo per dare il loro via libera alla trasposizione di quel che resta dell’Italicum al Senato. Ma se solo un neo ‘Nazareno’ con gli arcinemici potrebbe dare al Paese una legge elettorale, la mossa potrebbe anche essere un modo per ‘mettere paura’
a Forza Italia, che i capolista bloccati li vuole eccome, ma per ottenere sempre lo stesso scalpo, la nuova legge elettorale. Non a caso, a Berlusconi riserva una battuta affettuosa: “Altro che agnelli, quello ha sette vite come i gatti!”. Sulla legge elettorale, Renzi è disposto a parlare con tutti e di tutto, pur di avercela bella, nuova e pronta per il voto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale l’11 aprile 2017.  
 

Tre articoli invece di uno. Renzi sceglie l’M5S come nemico numero 1 e intanto offre un patto ai grillini: “legge elettorale ed elezioni subito”

  1. Renzi Grillo Berlusconi

    Renzi, Grillo e Berlusconi.

    Renzi sfida Casaleggio jr (“Democrazia vs dinastia”) ma i suoi offrono un patto all’M5S: “Pronti a votare il Legalicum in cambio di elezioni subito (l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale il 10 aprile 2017)

“Renzi app”, già scaricabile da ogni piattaforma (htttp://io.my/appmatteo). Piattaforma e sito web ‘Bob’ (Kennedy) per smascherare le fake news grilline. “Democrazia vs dinastia”, il mantra. L’Avversario con la ‘A’ maiuscola di Matteo Renzi sono i 5 Stelle, non i suoi competitor alla segreteria, Orlando ed Emiliano, cui propone un ‘patto tra gentiluomini’, anche se alla sua maniera: “Non potete passare i futuri quattro anni a sparare sul quartier generale” (traduzione: ‘se volete fare come Bersani&co., quella è la porta’) e pur rifiutandosi di spostare la data delle primarie solo perché Emiliano si è fatto male e non può correre (Orlando era d’accordo, i renziani sono stati irremovibili) almeno fisicamente.

Eppure, per paradosso non tanto paradossale, l’ex  premier proprio ai grillini offre, tramite i suoi ambasciatori Orfini e Guerini, un patto sulla legge elettorale che nelle parole di questi ultimi due ai 5 Stllee suona così: “Noi vogliamo votare e siamo pronti a offrirvi un patto sul vostro Legalicum (estensione dell’Italicum al Senato, ndr.) e siamo pronti a togliere i capolista bloccati, voi ci state?”. E anche se l’offerta potrebbe essere solo ‘trabocchetto’ (“Un modo per stanare i grillini, far vedere a tutti che non vogliono fare nessun accordo e poi farlo con Berlusconi”, ragiona un machiavellico renziano di alto grado, ma ben informato, specie su un punto: “Se facciamo credere a FI che siamo pronti a togliere i capolista bloccati, quelli si  mettono paura, ci cascano subito nel tranello e fanno l’accordo con noi”), l’offerta ai pentastellati sembra una cosa seria e a un buono stadio di lavorazione.

L’ex premier – che nel retropalco dell’Ergife si prende un caffè in amicizia con il premier Gentiloni – si sente già vincitore delle primarie aperte del 30 aprile, forte di consensi che – dicono i suoi – “non saranno inferiori al 55-60% dei voti”. Insomma, sarà un trionfo. Solo un tasto preoccupa i renziani, quello dell’affluenza: faranno di tutto perché la partecipazione superi bene i due milioni.

Per il resto, la Convenzione nazionale del Pd tenuta ieri all’hotel Ergife di Roma scorre via come un fiume tranquillo (le liste dei candidati collegati si chiudono oggi, solo lì sono previste frizioni). Del resto, se Orlando è quotato al 20-30% ed Emiliano all’8-15%, è anche perché tre quarti del Pd – la ‘macchina’ o la ex ‘Ditta’ – sta con Renzi. Specie nell’Italia centrale (le regioni ‘rosse’) e nel Mezzogiorno, dove la mozione Renzi stravince su tutte le altre con percentuali bulgare e dove il Pd ha ormai più tesserati che al Nord.

Orlando, però prima di Renzi, fa un discorso affatto conciliante: picchia come un fabbro su tutto, dal rapporto con gli operai (“Tu vai da Marchionne, io vado ai cancelli della Fiat”), alle riforme (“Rischiamo un riformismo senza popolo”) alla legge elettorale (“Basta a proporre il Mattarellum se tutti ci dicono di no”), etc. Il governatore pugliese, teorico candidato anti-establishment, nel Pd, s’è rotto lui il tendine, ballando la tarantella: in un videomessaggio dall’ospedale, tiene una mozioni degli affetti dai toni soporiferi – non a caso molto apprezzato da Renzi, che invece ribatte duro a Orlando – il cui spunto originale è lodare “gli elettori 5 Stelle”.

Renzi spiega i punti su cui vuole imbastire la campagna elettorale, ma quella delle Politiche, come un vero derby Pd versus M5S: “democrazia contro dinastia, scienza contro paura, lavoro al posto dell’assistenzialismo”. Pensa che i 5Stelle abbiano trovano il loro nuovo leader in Davide Casaleggio, smania all’idea di potersi confrontare con lui o con chi per lui e si dedica poco al resto del Mondo. Sul vero punto di impasse, la legge elettorale, ribadisce che “Per noi c’è il Mattarellum, al Senato c’è stato un fatto di una gravità enorme (il caso Torrisi, ndr), ora tocca al Fronte del No parlare”. Ma, appunto, Renzi – via Guerini e Orfini – parla invece ai M5S e fa sapere: “La vostra proposta sul Legalicum? Fatela, pronti a discuterne”.

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2 Renzi teme Casaleggio ma è pronto a trattare con M5S sulla legge elettorale 

(l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale l’8 aprile 2017) 

Renzi sfida Grillo: “Non credete ai sondaggi”. Legge elettorale: Mattarella pronto a intervenire

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo – ROMA

SUL TAVOLO del Nazareno arrivano sondaggi contraddittori. In parte sono assai poco lusinghieri, come quello di Ipsos: vede il Pd tracollare al 26,8% contro il 30,1% di un mese fa e il M5S schizzare al 32,3% contro il 30,9% di febbraio. In parte, invece, sono molto più positivi. Un sondaggio Swg vede il Pd al 28,1% e l’area di governo al 31,9% (con dentro Ncd e altri) mentre M5S è assai indietro (26,9%).

I COLONNELLI dei due contendenti di Renzi alla segreteria tuonano che «urge un cambio di passo» (cioè, via Renzi), ma l’ex leader spiega ai suoi che i sondaggi, post scissione e post caso Consip, registrano travasi quasi automatici: «Quello che perdiamo noi lo prendono loro». Lo fa per dire che il Pd rappresenta «l’unica alternativa» a Grillo. E Renzi, nella sua Enews, attacca sul caso Genova: «Noi facciamo congressi aperti, lì se il candidato votato piace a Grillo bene, se no viene espulso».

Renzi, inoltre, prova a rinfrancarsi con i primi dati reali che arrivano dallo scrutinio dei circoli in cui si è già votato. Il trend generale lo vede sopra il 60%, anche se nell’Emilia rossa, dove gli iscritti sono ben 47.200, i dati – sia pure parzialissimi (si è votato in soli 9 circoli su 600) – parlano di Renzi sì in vantaggio, ma solo col 52,3%, Orlando subito dietro con il 44,6 ed Emiliano al lumicino (2,9).

IL VICE presidente della Camera, Roberto Giachetti, renziano di ferro, si sfoga con un collega in Transatlantico: «Il clima che vogliono creare certi mondi e salotti ben precisi pompa il M5S perché prepara, in antitesi, il terreno alla Grande coalizione e al ritorno alla Prima Repubblica attraverso il ritorno al proporzionale e ai partitini. Ecco perché penso che dobbiamo insistere col Mattarellum: meglio una legge elettorale maggioritaria, una proposta di governo chiara, a costo di finire anche all’opposizione, piuttosto che consegnarci alla palude come vogliono molti fuori (D’Alema, ndr) e dentro il Pd (Franceschini, ndr)».

Luca D’Alessandro, deputato di Ala molto vicino a Verdini, fa ragionamenti simili e allarga il discorso a Berlusconi: «Al Cavaliere, che pure dice di non volere il Mattarellum, proprio quel sistema potrebbe, invece, convenire. E al Pd come al centrodestra servirebbe per contenere l’avanzata dei grillini che, con candidati poco riconoscibili e modesti, perderebbero molti confronti, nei collegi. Io credo che se Renzi e Berlusconi si parlassero troverebbero la quadra, ma so che, fino alle primarie del Pd, non si muoverà foglia».
Allo stato è così. Ieri la prima commissione Affari costituzionali della Camera ha deciso l’ennesimo rinvio della discussione sulla legge elettorale, comunicando alla presidente Boldrini l’incapacità di rispettarne il calendario (lunedì prossimo in Aula).

L’IMPASSE preoccupa molto il Quirinale. Sergio Mattarella starebbe pensando non a gesti eclatanti (un messaggio alle Camere stile Napolitano), ma a intervenire ‘a modo suo’. Una moral suasion, la sua, un atteggiamento ‘classico’, cioè, che potrebbe, e presto, prendere la forma di richiesta di colloqui privati, ma non per questo meno istituzionali, con i leader dei principali partiti (Renzi, Berlusconi, Grillo). Obiettivo: chiedere loro chiarezza e tempi ragionevoli su una legge elettorale che, per il Colle, deve essere «compiuta, pienamente e perfettamente operativa» e «capace di dare forma alla democrazia», esercitando quel «ruolo maieutico» che, per l’attuale Capo dello Stato, spetta e spetterà al Parlamento.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 22 marzo 2017 a pagina 10

Renzi tra guerre interne al Pd e tentativo di fare la legge elettorale per andare al voto. ‘Tre articoli al prezzo di uno’…

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

1) Ok di Renzi al premio di coalizione. Il segretario costretto a accettare l’offerta dei big 

Ettore Maria Colombo
ROMA
PREMIO alla coalizione in cambio di elezioni anticipate a giugno e, prima, primarie «vere, non una gazebata», come chiede Bersani, con tanto di data (il 25 marzo) e congresso del Pd a novembre. L’accordo verrebbe certificato con il timbro di tutte le aree del partito, minoranza compresa, il 13 febbraio, alla Direzione del Pd. Un ’volemose bene’ che chiuderebbe, come d’incanto, tutte le guerre interne al Pd. Quelle della minoranza sul piede di guerra di una scissione con D’Alema e, soprattutto, quelle dei big dem. Gli ormai noti ‘frenatori’ hanno nomi e volti: il ministro Franceschini, leader di Area dem e il ministro Orlando, ma anche i Popolari di Fioroni e pezzi di sinistra (Damiano).

ORLANDO, poi, è ormai in rotta di collisione con il suo ex sodale dentro i Giovani Turchi. Quel Matteo Orfini che non ha mai smesso (da solo, in quanto i renziani ieri erano muti come pesci) di vestire i panni del guastafeste, esternando la sua contrarietà al premio di coalizione (Orfini chiede il premio alla lista) e  «accrocchi», alleanze da Alfano a Pisapia.

Matteo Renzi, tornato a casa sua, a Pontassieve, si limita a dire che «basta, mi sono rotto. Io di legge elettorale non parlo più. Così ‘non ne caviamo le gambe’», espressione dialettale che sembra l’equivalente della ‘mucca nel corridoio’ di bersaniana memoria.
L’ex premier, domenica, parlerà, sì, ma «di contenuti» e, in particolare, «di Europa» che, in questi giorni, tiene l’Italia sotto scacco con la richiesta di una manovra correttiva che – dirà Renzi – «è ingiustificabile». Né mancherà di intervenire sull’ultima uscita della Merkel sulla Ue «a due velocità».

Renzi si sente «assediato» dai «finti amici» che ha nel Pd (i big, appunto), ma anche da tutti i «poteri forti» che si mettono di traverso sulla strada del voto. L’unica consolazione sono, allo stato, gli amati sondaggi. Uno, sfornato ieri, dice che batterebbe, alla primarie, qualsiasi sfidante: Emiliano 74 a 26, D’Alema 62 a 18, Orlando addirittura 82 a 18. Un trionfo, insomma. Per il resto, invece, sono solo dolori e cautela, se non veri sospetti.
E ne ha ben donde. Alcuni senatori della minoranza dem dicono già che «tutti i partiti, o molti, e tutto il Pd fingerà di aprire a una nuova legge elettorale con il premio di coalizione, ma poi, con i voti segreti, la affosseranno, specie al Senato. Con il fattivo contributo nostro e, anche, degli ex ‘101’ di Prodi».

Si vedrà. In teoria, appunto, l’accordo sulla nuova legge elettorale sembra cosa fatta. È arrivata, ieri, decisiva, a smuover le acque, l’intervista di Franceschini al Corsera. Intervista che ha incassato le aperture e, in alcuni casi, le lodi sperticate, di Alfano (Ncd), Forza Italia (Gelmini e De Girolamo) e, ovviamente, dei ‘piccoli’ partiti, ma pure della minoranza dem. L’accordo, in Parlamento, dovrebbe essere una specie di pro-forma.
Sulla carta, infatti, la proposta del leader di Area dem di spostare il premio (40% alla Camera) dalla prima lista, come è nell’Italicum, alla coalizione vincente e di estendere tale premio anche al Senato, ha numeri a dir poco schiaccianti. I grillini gridano all’«inciucio», la Lega si trincera dietro il mantra «al voto!». Tutti gli altri, FI compresa, si dicono favorevoli. «Sotto, però, temo che ci sia la fregatura», si lamenta un pasdaran renziano. Fregatura che potrebbe esserci con un doppio colpo: allungare la vita alla legislatura e costringere Renzi a capitolare dentro il Pd.

NB: L’articolo verrà pubblicato sabato 4 febbraio a pagina 11 del Quotidiano Nazionale. 


2) Elezioni, il bluff di Renzi: “Possibili primarie a marzo ed elezioni a giugno, oppure congresso a novembre e voto nel 2018”. Il leader del Pd finge di aprire ai frenatori. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

«CHE COSA vuole il mio partito? – chiede Renzi ai suoi luogotenenti – vuole andare al voto a giugno, come io credo sia giusto fare, il che vuol dire fare le primarie a marzo (c’è già la data, il 26 marzo, ndr)? O il Pd pensa sia meglio attendere la scadenza naturale della legislatura il che vuol dire tenere il congresso ordinario del partito a novembre? Il Pd deve decidere – continua Renzi nel suo ragionamento – cosa è più utile per lui e per il Paese. Io penso che la cosa migliore sia votare a giugno e fare le primarie, ma voglio condividere questa decisione con tutti. Non solo con voi, ma anche con i leader che nel Pd ci sono e di cui riconosco il ruolo». E qui Renzi si riferisce, ovviamente, a Franceschini e Orlando, che passano per suoi acerrimi nemici. Ed hanno talmente scarsa fiducia nell’apertura del loro segretario, Franceschini e Orlando, che uno, prima di profferire parola, dice ai suoi «voglio ascoltare cosa ha da dire con le mie orecchie, non mi fido». E l’altro (Orlando) confida a un amico in Transatlantico che «Matteo è molto abile nell’antica arte della mimesis». Un modo elegante e colto per dire: «è un baro».

NON A CASO, proprio il Renzi in versione ‘ecumenica’ e soft, usa una vera metafora calcistica coi suoi: «Dobbiamo usare lo scherma con cui Enzo Bearzot vinse i Mondiali di Spagna nel 1982, quando nessuno si aspettava potesse riuscirci. Dobbiamo giocare a fondocampo, di rimessa. Addormentiamo il gioco e poi partiamo in contropiede». Tradotto vuol dire: «fingiamo di proporre entrambe le alternative, ma per ottenere ciò che voglio il voto anticipato». «Non dovete far contento me» – sosterrà Renzi con gli altri appena parlerà loro in Direzione – il problema non è il mio destino personale. Ma, con una Europa che, a ottobre, ci chiederà una manovra ‘lacrime e sangue’ e i grillini che stanno per essere stritolati dal caso Raggi, è meglio votare subito». «Prendiamo – continuerà – una decisione che vada bene a tutti, ma sia che si facciano le primarie, sia che si vada a congresso, il giorno dopo nessuno potrà alzarsi, prender cappello e fare la scissione». «Perché – ribadirà a sera al Tg1 – per me va bene tutto: primarie, congresso, referendum degli iscritti, ma chi perde deve rispettare e sostenere chi vince, altrimenti non è più un partito, è l’anarchia».

Insomma, il messaggio alla minoranza dem come pure ai vari big è: «Restate dentro, aiutatemi a cambiare la legge elettorale, poi giocate la vostra partita, ma se perdete, dopo non si fugge via col pallone». Una frase che, appunto, spiega molto. «Il segretario è tonico – spiega uno dei suoi fedelissimi – non si sente né disperato né accerchiato, sta solo facendo finta di non volere, per forza, le urne anticipate, come fosse un capriccio».
E le vuole così tanto, le elezioni, che ha già cerchiato le date giuste sul calendario: scioglimento delle Camere per il 25 aprile e al voto, con mille comuni, l’11 giugno.
Inoltre, «Matteo – sorride uno dei suoi più fidati luogotenenti che ieri si è visto con lui e pochi altri colonnelli (Guerini, Orfini, Rosato), per fare il punto della situazione – ha deciso di fare un po’ di tattica».

Alla minoranza come agli altri big (Franceschini, Orlando) l’offerta è unica: restate nel Pd e i vostri posti in lista varranno i voti che avete. Alle primarie, candidando Emiliano, o al congresso, lanciando lui o Speranza o Orlando. Però, alla Direzione del 13 febbraio (Direzione che, forse, slitterà di qualche giorno, dipende dai lavori in corso sulla legge elettorale) o a una dopo, Renzi a tutti dirà: «scegliete quale sia la strada migliore, ma sapete anche cosa penso io: primarie a marzo ed elezioni a giugno».
Ora tocca ‘agli altri’, rispondere. E c’è già chi spera, tra i vari big, in un accordo con Berlusconi: «Se il Cav ci offre una legge elettorale vera e con il premio di coalizione, a Renzi lo mettiamo in minoranza».

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 6 il 3 febbraio 2017 sul Quotidiano Nazionale. 


3) Ultima offerta di Renzi a Bersani: “primarie aperte ma niente scissione”. Bersani: “Se Matteo forza la mano, nascerà un nuovo Ulivo”.

Ettore Maria Colombo – ROMA

«VA BENE, Lorenzo (Guerini, ndr). Va bene, Matteo (Orfini, ndr): mi avete convinto» – sospirMatteo Renzi nella war room convocata in via permanente al Nazareno. «Io temo che Pier Luigi (Bersani, ndr) non farà altro che alzare il prezzo, proprio come fa ora Grillo sulla legge elettorale. Lui e i suoi chiederanno, come l’M5S, di togliere i capilista bloccati e poi andranno avanti all’infinito, dicendo sempre ‘più uno’, pur di non farci votare: nessuno di loro vuole le urne». Ma se non si vota, allora il Pd dovrà davvero trovarsi un altro segretario», si sfoga l’ex premier, «perché qui non è in gioco il mio futuro, ma quello dell’Italia». «Comunque – prosegue – volete fare un tentativo? Fatelo. Offrite a Bersani le primarie, vediamo cosa ci dice».

A smuovere Renzi è l’intevista che Pier Luigi Bersani rilascia all’Huffington Post: «Se Renzi forza, rifiutando il congresso e qualsiasi altra forma di confronto e contendibilità di linea politica e leadership per andare al voto, è finito il Pd. E allora non nasce la ‘Cosa 3’, il partito di D’Alema, Bersani o altri, ma un soggetto ulivista, largo, plurale, democratico». Parole dure, che pesano come pietre. A occhi innocenti, è l’annuncio dell’ennesima spaccatura nel Pd e fatta dall’ex segretario che il popolo del Pd ancora ama. La verità è che Bersani non ha ancora detto, come ha già fatto D’Alema, «il dado è tratto». Cerca, ancora, una via d’uscita dentro il Pd. Ma che non sia, certo, quei «dieci capilista bloccati» che avrebbe offerto Renzi a Roberto Speranza, il pupillo di Bersani. Posti che i suoi colonnelli hanno definito ieri, in un pranzo drammatico, «un piatto di lenticchie». Ecco perché – hanno detto a Pier Luigi Zoggia, Leva, Stumpo e Speranza – «noi così non reggiamo più, fai e dì qualcosa, oppure ce ne andiamo con D’Alema. Anche senza di te».

Ed ecco che Bersani sembra sparare alto, ma poi centra il bersaglio e neppure nel tipico, criptico, bersanese, al netto delle sue metafore. Infatti, il passaggio cruciale non è quello in cui paventa la scissione dal Pd in senso ulivista – peraltro, tutti i veri ulivisti doc da Arturo Parisi a Rosy Bindi si taglierebbero un braccio piuttosto che finire con D’Alema – ma questo: «Per anticipare il congresso servono le dimissioni del segretario, ma evidentemente qualcuno (Renzi, ndr) non si vuole dimettere», sferza Bersani: «Chiamalo come vuoi, congresso, primarie, ma un luogo di confronto e contendibilità io lo chiedo e, per l’amor di Dio, non mi si parli di Statuto o di cavilli». Ecco, è questo il segnale che i due mediatori renziani del Pd (Orfini e Guerini, appunto) aspettavano. mentre da giorni si inseguivano le voci su un faccia a faccia tra Renzi e Bersani per un «chiarimento».

VOCI infondate: i due non si parlano, il gelo è una coltre, Renzi non vorrebbe trattare su nulla con lui e i suoi devono farlo al suo posto. Ma Bersani non è D’Alema – i due non si amano da anni – e non ha neppure tutta questa voglia di andarsene da «casa mia», come dice, anche se alcuni dei colonnelli bersaniani stanno per mollare gli ormeggi e andarsene con D’Alema: Danilo Leva sta costruendo la formazione dalemiana ‘Consenso’ in Molise, Davide Zoggia in Veneto, Gotor sa che non sarà ricandidato. Ma i due uomini che, nel Pd, contano pure agli occhi di Renzi e godono di raffinate abilità da mediatori (il vicesegretario Guerini e il presidente Orfini) sanno che «Bersani va tenuto dentro, lui è un simbolo». E, infatti, si attivano subito: il primo, Guerini, si fa intervistare dal Tg3, Orfini si fionda negli studi del talk show di Bianca Berlinguer per offrire il ramoscello di pace. «Se ci sarà un’accelerazione sul voto – dice Orfini – non faremo in tempo a fare il congresso («Si farà nei tempi stabiliti», tiene il punto Guerini, ndr), ma si può trovare il modo di fare le primarie prima dellle elezioni». Sembra fatta.

RENZI potrebbe annunciare, già nella Direzione del 13 febbraio, che la strada per cambiare la legge elettorale se non è un’autostrada, «è una strada aperta» e, dall’altro, le primarie aperte. Primarie aperte vuol dire allargare a tutto il «campo» progressista. I candidati saranno, probabilmente, tre: Giuliano Pisapia per l’area dei sindaci arancioni (Zedda, Doria, ma anche Merola), Michele Emiliano – che non vuol finire neppure lui con D’Alema – per l’area di Bersani e anche per altre. Il terzo, ovviamente, sarà il segretario, Matteo Renzi, a nome del Pd. Sempre che, ovviamente, ci siano elezioni politiche anticipate a giugno. Primarie, dunque, per un Pd che tornerebbe nuovamente «scalabile, contendibile» proprio come fu nella sfida tra Bersani e Renzi.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 2 febbraio 2017. 

Renzi, patto di ferro con 5 Stelle e Lega: Italicum anche al Senato, poi il voto

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Ettore Maria Colombo
ROMA
COLLOQUI – Riservati, riservatissimi, tenuti segreti per settimane – con il leader della Lega, Matteo Salvini. Chiacchierate in Transatlantico tra gli emissari più fidati dell’ex premier, a partire da Ettore Rosato, e gli  omologhi grillini (Toninelli, Di Maio, Di Battista).
Matteo Renzi, mentre tutti guardavano il dito (il congresso, da anticipare o tenere a scadenza naturale, la scissione di D’Alema e, forse, di Emiliano e, forse, di Bersani, il freno tirato di forzisti e centristi sulla strada delle urne), puntava alla Luna. E così, con una mossa assai spregiudicata e che farà discutere a lungo, ha fatto quella che un grande vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, definì «la mossa del cavallo»: muovere in avanti, sulla scacchiera, per ‘mangiare’ a destra o ‘a sinistra’, a seconda dei punti di vista.
Accordarsi con i suoi nemici di sempre, anzi: i più accaniti (Grillo, Salvini, Meloni), per ottenere le urne al massimo entro il mese di giugno con scioglimento delle Camere entro fine marzo. Ieri – complice un articolo del quirinalista del Corsera, Marzio Breda, che intimava il prevedibile alt del Quirinale alla fretta renziana di correre alle urne senza armonizzare le due, diverse, leggi elettorali uscite da due, diverse, sentenze della Consulta sui diversi sistemi elettorali di Camera e Senato (l’Italicum rimaneggiato dalla Consulta il 14 gennaio scorso e il Consultellum, desunto dal Porcellum, nel 2014) – ha deciso che il dado era tratto. Si è chiuso coi suoi più stretti colonnelli, per tutto il giorno, al Nazareno (Guerini, Rosato, Zanda e pochi altri) e ha dato ‘luce verde’ finale all’accordo impossibile.

STA per nascere, infatti, il ‘Legalicum’, come lo chiamano, da mesi, i pentastellati. Ovvero, come dicono invece i renziani, l’estensione al Senato delle norme elettorali in vigore per la Camera: un Italicum senza ballottaggio, fatto di liste (o ‘listoni’) senza coalizioni e un’unica soglia di sbarramento, valida per tutti i partiti, alla Camera come al Senato.
Il dibattito parlamentare per scrivere una nuova legge elettorale inizierà, nell’Aula della Camera, il 27 febbraio. La data, in realtà, è ancora sub judice: manca ancora l’esame della commissione Affari costituzionali, ma anche quello potrebbe saltare, a maggioranza, e andare dritti per dritti in Aula. Non a caso, è stato stabilito anche il contingentamento dei tempi di discussione in Aula. Un elemento decisivo che poteva essere approvato solo nella giornata di ieri e, cioè, prima di stabilire il calendario d’Aula di febbraio, unica sede utile per stabilire il ‘contingentamento’ dei tempi di discussione, obbligatorio per fare in fretta. Non è neppure escluso un decreto legge e neppure una fiducia ‘tecnica’ messa dal governo “ma solo se tutti i partiti, o meglio la loro larga maggioranza, saranno d’accordo” si premura di mettere le mani avanti un renziano che ha seguito da vicino l’intero dossier.

La svolta di pura, ma necessaria, tecnica parlamentare  che sancisce l’accordo politico raggiunto tra tre partiti lontanissimi tra loro, arriva a tarda sera con un voto deciso a maggioranza (Pd-M5S-Lega a favore; FI, Sel-SI e Misto contrari) alla fine della conferenza dei capigruppo di Montecitorio e dietro esplicita richiesta dei grillini. Durante la riunione dire che sono volati gli stracci è dire poco, ma è solo un antipasto di quello che succederà, a breve, in Aula. Lo testimoniano le parole dei capogruppi contrari e pure del tutto ignari del complotto ordito alle loro spalle. Per Arturo Scotto (Sel) «è nato l’asse dell’avventura», Renato Brunetta (FI) parla di «comportamento inaccettabile del Pd», solo maurizio Lupi (Ncd) si limita a parlare di «forzature». La verità è che sta per nascere una legge che colpirà al cuore soprattutto FI, la quale sarà costretta presentare liste uniche con Lega e Fd’I, annacquandosi in esse. Il capogruppo dem, Ettore Rosato, parla come chi ha il pesce già in bocca: «Ho rassicurato i miei colleghi che tentavano di diluire i tempi. Per noi non è che il giorno che si approva la legge, poi bisogna andare a votare, ma da quel giorno sarà possibile. Servono solo piccoli aggiustamenti». Luigi Di Maio (M5S) esce dallo studio della Boldrini e dice trionfante: «Entro la metà di marzo la Camera può approvare la legge elettorale e, a quel punto, il Senato in pochi giorni non dovrà far altro che ratificarla».

QUESTO è un po’ meno vero: tra i ‘piccoli’ aggiustamenti, oltre quelli ovvi (doppia preferenza di genere, via l’assurdo sistema del sorteggio stabilito dalla Consulta, dimensione diversa dei collegi senatoriali, capolista bloccati da estendere anche al Senato) non è ancora chiaro se sono previsti due punti cruciali per la sopravvivenza di molti partiti, specie i più piccoli: la possibilità di creare liste e/o coalizioni e le soglie di sbarramento. Il sistema oggi in vigore per il Senato prevede la possibilità di dare vita a coalizioni, ma l’asse Pd-Lega-M5s punta a consentire solo la presentazione di listoni come accade alla Camera. Le soglie di sbarramento al Senato sono assai diverse (20% le coalizioni, 8%, le liste singole) ben più alte dell’unica della Camera (3%): potrebbe essercene una sola, la più bassa, di soglia di sbarramento per permettere a tutti i partiti, anche i piccoli, di correre. Una cosa è certa, un dato di fatto è blindato, come una regola aurea: ci saranno i capolista bloccati perché quelli li vogliono tutti, dal Pd di Renzi a FI, da Lega a M5S, da Ncd agli altri.
E Renzi? «Basta alibi» ripete come un mantra, soddisfatto, quasi euforico, «ora dobbiamo occuparci di Trump e della Ue, non di collegi». Infatti, come dice in un sms inviato alla trasmissione di Floris su La7, Di Martedì, «per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso, ma sarebbe grave, ingiusto e assurdo far scattare i vitalizi a settembre. Sarà fondamentale, invece, farsi sentire con molta forza dall’Europa, specie sui vincoli di bilancio e austerity», aggiunge, con toni che ricordano quelli grillini o dei ‘sovranisti’. Populismi di destra, grillini e di sinistra: si giocherà intorno a questi tre poli la prossima campagna elettorale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il I febbraio 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 

Pd postConsulta. Renzi esulta: ho ancora il pallino in mano, si voterà a breve. E, alle prossime elezioni, le liste le faccio io

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Pubblico di seguito due articoli scritti negli ultimi due giorni (26-27 gennaio 2017) su QN.

ROMA
«LA NOSTRA dead line – spiega il renziano di prima fascia – è febbraio. Entro la fine di quel mese, una volta conosciute le motivazioni della Consulta (arriveranno il 10 febbraio, ndr) si capirà se gli altri partiti, Forza Italia in testa, vogliono fare sul serio per ‘armonizzare’ al meglio le due leggi elettorali fatte, entrambe, dai giudici (il Consultellum e l’Italicum, ndr). Altrimenti, non c’è problema. Andremo al voto a giugno con quello che c’è e cioè due leggi elettorali compatibili e applicabili, come ha detto la Consulta stessa». La data fissata per il voto anticipato nei desiderata di Renzi la conoscono, ormai, pure i sassi di Montecitorio: è l’11 di giugno, in contemporanea con le elezioni amministrative di oltre mille comuni. “Così facciamo vedere che si risparmia”, spiegano altri renziani desiderosi di ben figurare.

LA DATA della dead line (fine febbraio) per trovare un accordo – «la variabile non è il tempo, che non abbiamo da perdere, ma la volontà», dice il senatore Andrea Marcucci – è invece l’ennesima novità. Ma si sa, l’appetito vien mangiando e a ingolosire il segretario dem sono arrivati pure i soliti sondaggi in cui il Pd si colloca, stabilmente, sopra l’M5S di cinque lunghezze: intorno il 31,7%-31,8% i dem, intorno al 27% invece i grillini.
Ecco il perché del clima di felicità che si respira al Nazareno e che già dall’altro giorno, quando Renzi e i suoi attendevano ansiosi e agitati il responso della Consulta, si va trasformando in euforia, forse pure un po’ iettatoria, decisamente assai eccessiva.
Tanto che è rimasto solo lui, ‘Matteo’, a predicare la filosofia che, di solito, predica il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: quel «calma e gesso» di andreottiana memoria che è il nuovo mantra del segretario dem, il quale sa che i pericoli davanti sono ancora tanti. Per l’inner circle dell’ex premier, invece, i teorici impedimenta al voto cadranno come birilli.

MATTARELLA, per dire. «Ma come?», spiega un renzianissimo che i sistemi elettorali li mangia a colazione, pranzo e cena, «proprio Mattarella ideò una legge con due modalità ben differenti di elezione: collegi e liste bloccate alla Camera, collegi e recupero dei migliori perdenti al Senato. Come potrebbe, il padre del Mattarellum, eccepire, ora, a due leggi elettorali solo di poco realmente difformi e facilmente armonizzabili?». Mah, sarà. Eppoi, davvero il Quirinale scioglierà, davanti alla richiesta del Pd, le Camere? Gli spifferi che arrivano dal Colle paiono, ai renziani, effluvi tutti largamente positivi: «La frase chiave della loro sentenza, quella sulla immediata applicabilità della legge, i giudici della Consulta, prima di scriverla nero su bianco, l’hanno sottoposta al Colle».
E Gentiloni, possibile che si faccia da parte, a uno scocchiar di dita di Renzi senza dir nulla? Possibile, per i renziani, che spiegano: «l’intesa tra Matteo e Paolo è totale nel reciproco rispetto dei ruoli». Gentiloni, peraltro, andrà a Rimini, sabato, se gli riuscirà (è a Lisbona, quel giorno), a omaggiare la rentreé pubblica dell’ex premier, come pure parleranno dal palco i due ministri nuovi fiori all’occhiello di Renzi: quello all’Interno, Minniti, con la sua nuova politica sui migranti e sui Cie, e Delrio, per i soldi, da usare in campagna elettorale.
Resterebbe la famosa ‘palude’, un Parlamento dove i tacchini non vogliono mai festeggiare il Natale, e cioè a casa prima del tempo: «il problema, se, come sarà, il Pd, cioè il partito di maggioranza relativa, a staccare la spina, non si porrà», la risposta. Tradotto: tutti a casa.
E il Pd? Al netto della minoranza bersaniana – che guarda con sempre più forza a D’Alema (l’appuntamento clou è a Roma, sabato mattina) e a una scissione dal Pd, di fatto, pronta – i big (Franceschini, Orlando) non vorrebbero arrivare al voto ‘solo’ nel 2018 passando, ‘prima’, per il congresso dem e magari trovando, per strada, un campione anti-Renzi? Ed è qui che il volto del renziano si fa beffardo: «La Consulta ha lasciato intatti i capolista bloccati. In più, molti big hanno il problema di aver già superato il limite dei tre mandati previsto dallo Statuto. Se vogliono la deroga, è a Matteo che la devono chiedere». Insomma, i renziani sono sicuri: «Non si farà alcuna modifica alla legge elettorale e andremo al voto con le leggi fatte dalla Consulta». Eccolo il fantastico mondo non di Amelie, ma dei Renzi boys. Se la realtà sarà diversa non ci vorrà molto tempo per capirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2017 (http://www.quotidiano.net)


COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini a Montecitorio (foto Ansa)

ROMA
«ORA abbiamo la pistola carica, e la stiamo per mettere sul tavolo» – spiega il renziano di prima fascia che ieri ha atteso, fianco a fianco di Matteo Renzi, al terzo piano del Nazareno, notizie dalla Consulta mentre le ore che seguivano ai minuti e i minuti alle ore in modo lento, fiacco, ma inesorabile. «La Consulta – continua – non solo ha salvato il cuore dell’Italicum, che è e resta una buona legge, bocciando solo il ballottaggio, ma ha scritto, nero su bianco, che le due leggi elettorali che risultano dall’Italicum e dal Consultellum sono immediatamente applicabili e fruibili. Vuol dire che si può andare a votare in qualsiasi momento. Ora spetta agli altri, e segnatamente a Forza Italia – spiega la fonte – decidere se vogliono un accordo politico alto e forte, sul sistema elettorale, o no, ma in ogni caso nulla osta più al voto anticipato. Di certo, di fronte a Lega e M5S che urlano “al voto! al voto!”, non saremo noi a fare la parte di quelli che hanno paura di andarci. Infine, – e qui la voce della fonte si fa sardonica, perfida – la Consulta ha mantenuto in vita i capolista bloccati, punto che in molti, dalla minoranza nostra interna agli azzurri, credevano sarebbe stato cassato. E quelli della minoranza li vedo assai ‘spompi’ (fiacchi, ndr). Le liste elettorali, alle prossime elezioni, le facciamo noi, da qui, al Nazareno». Parole che suonano più come una minaccia che come una constatazione, anche rispetto alle altre aree interne al Pd, quelle dei vari big, che avanzano, da tempo, molte pretese, nei confronti di Renzi, ma che dovranno, ora, contrattare i posti sicuri da mettere in lista.

INSOMMA, stavolta «Matteo non è che è felice, è proprio contento, qui al Nazareno stiamo stappando lo spumante, dopo la sentenza», racconta allegra un’altra fonte. E dopo giorni di Renzi abscondito – non dava interviste, non si faceva vedere in giro, non parlava – e che appariva nervoso, sospettoso, indispettito (persino con Gentiloni, pare, si è risentito), ora è tornato «felice» e lo fa dire ai suoi. Del resto, è tutta la giornata del segretario che è andata bene. Di prima mattina lancia il suo nuovo blog, scrive che «il futuro, prima o poi, torna» (forse già vedeva elezioni), attacca le «letterine ridicole» della Ue, ribadisce che il Pd «vuole tagliare le tasse», saluta la vecchia segreteria (è un benservito, in realtà) e annuncia quella nuova, già pronta, ma che non annuncerà prima di sabato prossima.

Poi il segretario si fa lirico: «Riprendo un cammino fisico fatto di passi, incontri, sguardi con vecchi amici che non vedi da tempo, ora finalmente c’è più tempo per te, e per loro».
E così torna a splendere il sole, come d’improvviso, sul volto di Renzi e dei suoi. Ieri, in stanza con lui, al Nazareno, c’erano Guerini – sempre più potente, sempre più cruciale in ogni trattativa, sempre più ‘Forlani’ – Serracchiani, Rosato, Bonifazi, Fiano e pochi altri. E, a las cinco de la tarde, quando la Consulta emette il suo verdetto, al Nazareno si brinda. I renziani conpulsano il calendario: la data cerchiata in rosso è l’11 giugno (vorrebbe dire sciogliere le Camere, al massimo, entro il 25 aprile), Mattarella non pare ostile («al presidente va bene andare a votare anche con questa sentenza», si auto-rassicurano), la minoranza «ha le ali spuntate, gli azzurri pure» si danno di gomito i pasdaran renziani. Sarà. I più avveduti, come dice Guerini a un amico, ma lo dice pure Renzi, predicano «calma e gesso, abbiamo tanto lavoro da fare, anche FI dovrà discutere con noi, subito, senza inutili ‘parlamentarizzazioni’ di una nuova legge elettorale». E Gentiloni che si dovrebbe autosuicidare? «Ragioneremo con lui e  il partito sull’intero percorso», spiega.

A SCANSO di equivoci e di problemi che potrebbero sorgere – FI che fa melina, i centristi che sguazzano nella palude, i big del Pd, da Franceschini a Orlando, che tifano perché «la legislatura duri» – Renzi fa dire ai suoi che «il Pd è per il Mattarellum, gli altri partiti dicano se vogliono il confronto, sennò l’unica strada è il voto». Quello anticipato, ovvio. Poi fa ribadire il concetto a tre fidati uomini d’ordine: il già citato Guerini; Ettore Rosato, capogruppo dem alla Camera, che però si spinge un po’ troppo in là nel dire che «le leggi uscite dalla Consulta sono del tutto omogenee»; Lele Fiano, che parla su esplicito mandato di Renzi per ribadire che «discuteremo, con tutti, ma il tempo della melina è finito». Pure il tempo del Renzi abscondito è finito. Matteo è tornato e, dicono i suoi, «ora non ce n’è più per nessuno». A Rimini, sabato, quando Renzi tornerà sul palco, si vedrà se è davvero così.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 gennaio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Se non si vota Renzi ha pronto il piano B: sostegno a Gentiloni e partito più forte

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Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo
ROMA
MATTEO Renzi ha un piano A (vedi alla voce: «Elezioni subito»). Ma ha anche il piano B, quello che ogni leader ha sempre nel cassetto? Sì, ce l’ha. I renziani di stretta osservanza si rifiutano persino di prendere in considerazione l’idea, anche solo in teoria, figurarsi lui: «Dobbiamo prepararci al voto – spiegava ieri a chi lo ha sentito – e io cercherò l’accordo con chi ci sta, sulla legge elettorale. Per me il Mattarellum resta il sistema migliore, se cade il ballottaggio previsto dall’Italicum e che io manterrei perché è un segno distintivo del Pd. Io non parto per forza dall’accordo con FI, mi sta bene pure quello con Lega e M5S. Vedremo con chi farlo, questo accordo, ma il mio orizzonte resta sempre quello, il voto».
Eppure, il piano B c’è e qualcuno inizia a pensarci, tra i suoi (il ministro Lotti) e qualcuno (Richetti) inizia a suggerirglielo, pur sapendo che rischia di incorrere nella sua «ira funesta». Del resto, quando glielo hanno proposto Dario Franceschini e Andrea Orlando sono stati subito catalogati alla voce ‘Jago’, ovvero «finti amici interni».

UN RENZI tornato tonico, riflessivo, studioso e appunto che non rifiuta affatto il piano B. Oggi, su Repubblica, alla domanda sul voto subito, l’ex premier risponde: «Mi è assolutamente indifferente. Io non ho fretta, decidiamo quel che serve all’Italia, senza ansie, ma anche senza replicare il 2013 quando abbiamo pagato un tributo elettorale al senso di responsabilità del Pd». Il segretario è entrato nella fase dell’ascolto «di tutti». Ha persino chiesto una «stanza più grande» in un Nazareno che non ha mai amato né frequentato (la sua, ormai abbandonata da anni, a volte la usava Guerini), cerca casa a Roma (dormiva a palazzo Chigi o in albergo) e prepara il «manifesto del nuovo Pd», un «partito nuovo, più che un nuovo partito», scherza un ex dc parlando come un ex Pci: nuova segreteria, pronta a giorni, appuntamenti nei territori, mobilitazione dei circoli, radicamento, strutture, più tessere («non è vero che sono in calo», giura Guerini).

Anche per questo motivo Renzi formalizzerà la nuova segreteria dem all’inizio della prossima settimana, quando dovrebbe convocare anche una Direzione nazionale del Pd. Nella segreteria entreranno lo scrittore Francesco Carofiglio, molti sindaci locali espressione del Pd sul territorio (Bonajuto di Ercolano, Palazzi di Mantova, Falcomatà di Reggio Emilia, Ricci di Pesaro), l’ex segretario dei Ds (peraltro l’ultimo) Piero Fassino, gli economisti Nannicini e Taddei, forse Richetti (renziano critico), ma resteranno saldi al loro posto esponenti già rodati come Guerini, Fiano, Ermini (in forse, invece, la Serracchiani).
Poi, Renzi lancerà una serie di iniziative per mobilitare e rilanciare il Pd nel Paese: il 21 gennaio mobilitazione di tutti i circoli sul territorio; il 27 e 28 gennaio, a Rimini, assemblea nazionale degli amministratori del Pd; il 4 febbraio, a Roma, iniziativa sulla Ue e il Pse.
Infine, a maggio, nuova Assemblea nazionale per stabilire la data esatta del congresso.

E se non arrivano le elezioni a giugno, e ci sarà tanta palude da affrontare (il piano B, appunto), tanto radicamento torna utile. Anche per affrontare due tristi sventure. La prima: il governo Gentiloni dura e, a quel punto, bisogna sostenerlo, e con convinzione, perché, appunto, non si vota più a giugno, ma se va bene a ottobre o anche più in là. Per esempio elaborando, grazie a Taddei e Nannicini, un programma di riforme economiche (fisco, imprese, tasse, infrastrutture, pensioni, povertà) «che risponda al desiderio di cambiamento e modernizzazione del popolo del Sì», dicono al Nazareno. Non sarà facile, considerando che a ottobre verrà scritta una legge di Stabilità «lacrime e sangue», come sa Renzi e già si lamentano i suoi, “perché sarà l’Unione europea a imporcela così”.
LA SECONDA sventura è il congresso del Pd, non più rimandabile (data prevista per Statuto ottobre-novembre 2017), con gli avversari che vengon fuori uno a uno, prendono coraggio, si alleano, lo sfidano per il trono. Renzi può e deve vincerlo lo stesso, il congresso, certo, ma non sarebbe impresa facile né semplice, anche a causa degli ‘Jago’ di cui sopra (Franceschini, Orlando) che potrebbero candidarsi a loro volta, per non dire dei candidati della sinistra, singoli (Speranza) o doppi (Emiliano e Rossi) che correranno contro di lui. Ecco perché, date le due sventure, il piano B, per ora, è e resta nel cassetto. Squadernato sul tavolo c’è, come si sa, il piano A. Attendere la sentenza della Consulta sull’Italicum nella speranza che sia «autoapplicativa» e, anche se non lo sarà, fare fretta al Parlamento per scrivere la nuova legge elettorale. Unico interlocutore possibile, Berlusconi, secondo il già ribattezzato – al Nazareno – «patto del Diavolo» (vedi QN del 14 gennaio 2017, p. 8).
La nuova legge elettorale – un Italicum ‘mascherato’, un sistema che finge di essere un proporzionale, ma che in realtà ha forti (se non massicce) dosi di maggioritario – Renzi vuole farla approvare a un Parlamento riottoso «in due mesi e mezzo al massimo». Ecco, del piano A, in cui Renzi continua a credere, il vero, grande, avversario, in fondo, non è il Parlamento, la Consulta, Mattarella o i nemici interni dem, ma il fattore Tempo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)