“Babbo piange di gioia”. Renzi e caso Consip, la rivincita del leader contro gli avversari interni ed esterni

Renzi/3

Matteo Renzi e, sullo sfondo, il Senato della Repubblica.

“Papà sta piangendo”, confida agli amici con un sospiro. Ai giornalisti, a margine della registrazione di Porta a Porta, il racconto si fa più esteso e disteso: “L’ho chiamato io, lui mi ha chiesto ‘che succede?’, non lo chiamo spesso. Gli ho letto l’agenzia (le rivelazioni sull’inchiesta Consip che scagionano Tiziano Renzi, ndr.) e lui si è messo a piangere. E’ pur sempre un uomo di 65 anni e questa vicenda è una roba grossa. Ora vado a casa: voglio portare i miei figli a cena dal nonno”. Insomma, una giornata già iniziata bene, per Renzi – grazie alle notizie in arrivo da Genova, sempre da un giudice, e che mettono nei guai il M5S nella città del loro fondatore, Beppe Grillo – non poteva che finire meglio.
L’ex premier è sicuro: “incasseremo altre soddisfazioni”, dice ai suoi. Non si riferisce alle primarie, ma alla possibile archiviazione della posizione del padre Tiziano nell’inchiesta Consip. Lascia ai renziani – Ermini, responsabile Giustizia, Morani, Marcucci e altri –
il veleno: “Vogliamo conoscere i nomi, i fatti, e vogliamo sapere i mandanti di questa brutta storia”. Tanto che spetta, invece, al sottosegretario alla Giustizia, Migliore, neo-renziano doc, ribadire la “massima fiducia” non solo nella magistratura ma nella “Procura di Roma”, come volerla contrapporla a quella di Napoli, di Woodckok delle
cui gesta Renzi cita sempre le inchieste finite in nulla che hanno interessato esponenti del Pd (Graziano a Napoli, Margiotta a Matera), poi prosciolti, o l’Eni con De Scalzi che – proprio ieri sera – sono finiti sulla graticola grazie a un inchiesta di Report (Rai 3) che il portavoce di Renzi, Michele Anzaldi, ha attaccato per l’accostamento “tangenti e Pd” . Insomma, l’accusa dei renziani – e, sottotraccia, di Renzi – è quella di ‘macchinazione’.

Certo è che, quando arriva da Vespa, Renzi dà il meglio di sé: “Sarebbe stato facile dire ‘avete visto?’” – attacca – invece bisogna avere totale fiducia nella magistratura, la verità, prima o poi, viene a galla”. Poi aggiunge un sonoro “Grillo vergognati!” e “Leggete le
carte prima di sputar sentenze”.  Il caso Consip ha toccato e ferito Renzi figlio, non solo
Renzi padre: “Ho tatuato addosso quello che è successo in questi mesi”, dice da Vespa, “una vicenda che mi colpito, ma – aggiunge – quando capita a un normale cittadino, finire nella malagiustizia, che si fa? E quando i processi li fanno i giornali e i politici prima delle procure?”. Domande senza risposta, per ora, ma che accennano
alla volontà di mettere mano a un altra ‘Grande Riforma’, quella della Giustizia, che non ha nulla a che vedere – sia detto per inciso – con la riforma del processo penale e della prescrizione che sta portando avanti il ministro Orlando – il quale è riuscito a farci mettere la fiducia solo ora, con Gentiloni, anche perché Renzi gliel’aveva sempre negata – ma con progetti di ‘giustizia giusta’ che ricordano il primo Craxi o il primo Berlusconi.

Orlando (“Se Renzi vince, ci farà perdere le elezioni”) ed Emiliano (“Se Renzi vince, distruggerà il Pd”) lo attaccano a testa bassa, ma per Renzi – sicuro di vincere le primarie, il solo timore rimasto è legato alla scarsa affluenza: i renziani avevano dimezzato le previsioni a non oltre un milione e mezzo di votanti, due al massimo, ora tornano a farsi esigenti e parlando di “due milioni e rotti”, certo è che sotto quella cifra le accuse di flop sarebbero pesanti e lo stesso Renzi ammette “abbiamo scelto un giorno difficile” (il 30 aprile, ma i renziani se lo sono scelti da soli, ndr.) mettiamocela tutta – gli attacchi polemici dei suoi avversari interni sono solo un fastidioso rumore di fondo.  E così, rilassato e pimpante, da Vespa offre rassicurazioni su (quasi) tutto: “Il governo Gentiloni non cadrà, se vincerò le primarie, anche perché io ne sono il primo tifoso e Paolo sta facendo un grandissimo lavoro”; “non ci saranno elezioni anticipate a ottobre”.

Resta solo un busillis. Renzi vuole una legge elettorale pronta all’uso. Ecco perché è pronto al ‘patto col Diavolo’, e cioè proprio con quel M5S che attacca tutti i giorni. Da Vespa offre loro, su un piatto d’argento, “l’eliminazione dei capolista bloccati”, scalpo che
i 5 Stelle chiedono da tempo per dare il loro via libera alla trasposizione di quel che resta dell’Italicum al Senato. Ma se solo un neo ‘Nazareno’ con gli arcinemici potrebbe dare al Paese una legge elettorale, la mossa potrebbe anche essere un modo per ‘mettere paura’
a Forza Italia, che i capolista bloccati li vuole eccome, ma per ottenere sempre lo stesso scalpo, la nuova legge elettorale. Non a caso, a Berlusconi riserva una battuta affettuosa: “Altro che agnelli, quello ha sette vite come i gatti!”. Sulla legge elettorale, Renzi è disposto a parlare con tutti e di tutto, pur di avercela bella, nuova e pronta per il voto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale l’11 aprile 2017.  
 

Colle in campo. Il Pd rilancia il Mattarellum, ma cerca l’intesa con FI. Polemiche interne e con Bersani (Mdp)

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale (Torrino) dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato Sergio Mattarella

Ettore Maria Colombo – ROMA

Oggi il Capo dello Stato, padre del cosiddetto Mattarellum, sistema elettorale a base maggioritaria (75%) con recupero proporzionale (al 25%) e basato sui collegi uninominali,  farà filtrare, attraverso alcuni giornali, l’“insoddisfazione” per un dibattito, quello sulla nuova legge elettorale, che “non muove un passo in avanti”. E se pure è vero che Mattarella, ama esercitare le sue prerogative non con parole dirompenti, ma con l’arte della moral suasion, il messaggio quello resta. “Non si muove una  foglia”, è il concetto, “e questo non va bene”. Prova ne sia, infatti, che proprio ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Montecitorio ha deciso che la discussione sulla legge elettorale slitta agli inizi di maggio (doveva essere aprile), anche se con l’impegno di tutti i gruppi “a chiudere entro l’estate”. Ove mai la Camera partorisse una nuova legge, la palla passerebbe al Senato – dove i numeri sono ballerini, si sa, per la maggioranza di governo – e il rischio che non si faccia nessuna nuova legge elettorale è altissimo. Restando l’attuale sistema (Italicum, sia pure dimezzato dal ballottaggio, con sbarramento al 3% e premio di maggioranza alla lista fissato al 40%, ergo irraggiungibile, alla Camera dei Deputati, mentre al Senato ‘vale’ il Consultellum così come modificato dalla Consulta che bocciò il Porcellum nel 2014 e cioè una legge semi-proporzionale con sbarramenti al 20%, al 8% e al 4%) il Capo dello Stato è “molto preoccupato” – e oggi lo farà sapere – che “il giorno dopo le elezioni si creino due diverse maggioranze nei due rami del Parlamento e nessuno riesca a governare”. Senza dire del problema costituzionale che si porrebbe: a chi Mattarella affiderebbe l’incarico? Al partito vincitore alla Camera (competizione su liste) o al Senato (competizione su liste e/o coalizioni, qui ammesse)? Senza dire, infine, di altre differenze macroscopiche dei due sistemi.

Guarda caso, ma il Pd di marca renziana non intende restare ‘insensibile’ al ‘grido di dolore’ che arriverà dall’alto del Colle. “Noi vogliamo il Mattarellum, è la nostra proposta – spiega una fonte molto in alto del Nazareno renziano – e crediamo anche che abbia i numeri per essere approvato. Alla Camera di sicuro, ma anche al Senato. Fossi in voi (giornalisti, ndr) andrei da Paolo Romani (il capogruppo di FI al Senato, ndr) a chiedere cosa pensa del Mattarellum”. Renzi vuole uscire dall’impasse sulla legge elettorale e, insieme, mantenere e difendere saldo il principio e l’ancoraggio al maggioritario. Falsa, invece, la notizia di un ‘abboccamento’ tra Pd – Rosato in testa – e i pentastellati, nella persona del nuovo capogruppo, Roberto Fico, per ‘adottare’ il Legalicum dei 5Stelle o ‘vestire’ il Senato con la legge della Camera (l’Italicum): “Di loro non ci fidiamo – dicono i democrat renziani – preferiamo parlare con la Lega e gli azzurri”.

E così, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato prima dice “Noi siamo per il Mattarellum, ma prendiamo atto che molti altri sono contrari”, poi ribadisce: “Un sistema di impianto maggioritario e che garantisca la governabilità, per il Pd, è imprescindibile”. Parole, quelle di Rosato, che hanno avuto il ‘visto, si stampi’ di Matteo Renzi in persona. Poi c’è l’ennesima pdl (siamo ormai alla 30 esima) di riforma elettorale: la firma un Carneade del Pd, tale Fragomeli, ma è sottoscritta dalle renzianissime Rotta e Malpezzi, assai digiune di sistemi elettorali: ricalca l’Italicum con le correzioni richieste dalla Consulta e, soprattutto, rilancia il doppio turno con tanto di soglia di accesso. Il messaggio è che il Pd a un sistema di base maggioritario non rinunzia. L’obiettivo non è quello di votare a settembre, ma di far passare un sistema elettorale che, in un colpo solo, eviti il proporzionale puro e il potere di ricatto dei partitini.

Poi, certo, c’è, rimane e fa male il fuoco di fila delle opposizioni che accusano i democrat di “aver bloccato i lavori in attesa del congresso del Pd”, ma c’è pure il fuoco amico dentro il Pd. Il ministro Andrea Orlando, competitor di Renzi con Emiliano, dice che “sul Mattarellum non c’è accordo” e che “bisogna invece proporre delle correzioni all’Italicum”. Stabilito che gli ‘orlandiani’ devono fare pace tra loro stessi (i senatori Pd di fede orlandiana hanno chiesto proprio il Mattarellum!), la legge elettorale crea scompiglio e divisioni pure dentro Mdp, oò movimento nato per scissione dal Pd e già diviso al suo interno. L’altro ieri diversi esponenti di Mdp, da D’Attorre a Scotto, bocciavano il Mattarellum, ma ieri Pier Luigi Bersani ne invocava l’immediato ritorno: “Se si vuol fare il Mattarellum noi siamo pronti a votarlo, a qualsiasi ora del giorno e della notte”. Guarda caso, quasi le stesse parole di Salvini (“Il Mattarellum siamo pronti a votarlo anche domani mattina”). Solo l’M5S resta contrario (“Il Mattarellum è vecchio e invotabile”), ma almeno qui si capisce il perché: i pentastellati avrebbero solo da perderci.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 30 marzo 2017. 

Orlando sfida Renzi: “Mi candido”. Lo scontro sulla data finale delle primarie: 9 o 23 aprile?

Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine del Consiglio dei ministri (Ansa)

Ettore Maria Colombo
ROMA
QUANDO si terranno le primarie aperte del Pd, cioè la fine del percorso congressuale che inizierà con i congressi nei circoli, passerà per la Convenzione nazionale e si chiuderà con la classica ‘gazebata’, quella in cui votano iscritti ed elettori? Il 9 aprile, come vuole Matteo Renzi? Il 7 maggio, come chiede con forza Emiliano che, altrimenti, minaccia di ritirare la propria candidatura? O passerà la mediazione degli uomini di Orlando («si voti il 23 aprile perché serve tempo»)? «Sennò – dice Orlando – non è più un voto, diventa un televoto».

ORLANDO, appunto, è ‘sceso in campo’. «Vi stupite – dice con un sorriso il ministro a un grappolo di giornalisti che lo circondano dentro una ex storica sezione del Pci, quella di Porto Fluviale (“Ce la semo ricomprata pe’ tre volte pecché pe’ tre volte se l’erano venduta, sti’ magnaccia“, dicono – arrabbiatissimi – i militanti del circolo Marconi) – perché presento la mia candidatura in un circolo? E dove avrei dovuto farla, in un posto esotico tipo Bali o l’Himalaya?!». L’ultimo campione di una lunga storia, quella del Pci-Pds-Ds, annuncia la sua discesa in campo prima a Ostia, luogo pasoliniano, poi nel circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia della Capitale ma abbastanza cool, ormai. Il posto è molto piccolo, la gente straripa fuori, ma per fortuna c’è pure una piccola terrazza. L’atmosfera è da ritrovo di ex compagni che tornano, finalmente, a dirsi tali. Orlando, però, non è uno sprovveduto. E così, tra la folla di militanti de core, spiccano tanti parlamentari dem usi all’antica fatica di prendere voti nei (loro) territori. Ecco dunque, spuntare gli uomini di Zingaretti (ieri il governatore del Lazio ha detto che lo appoggerà), quelli dell’ex re del Pd di Roma, Bettini (altro endorsement), come Michele Meta, deputati e senatori piemontesi, lombardi, toscani, ma anche pugliesi, sardi e campani. Intanto ‘il compagno Sposetti’ si gode, da lontano, le gesta di un pupillo, il suo, che gode pure del favore del leader degli ex miglioristi (Napolitano) e dell’ex presidente della Camera Luciano Violante. Morale: il ‘paladino Orlando’, nato peso piuma, è salito sul ring «contro la politica della prepotenza», come ha scandito ieri in mattinata, e non vuole fare da sparring partner.

LO DIMOSTRA anche il braccio di ferro andato in scena ieri in seno alla commissione congresso che ha fatto perdere le staffe al suo presidente, il vicesegretario Lorenzo Guerini, che parla di «ricostruzioni prive di fondamento, lasciateci lavorare in pace».
Infatti, a metà pomeriggio, si diffonde la notizia che «tutto è stato già deciso, le primarie aperte si terranno il 9 aprile». Notizia che fa sobbalzare sulla sedia sia gli uomini di Emiliano in Parlamento – i due dioscuri pugliesi Boccia e Ginefra – che quelli di Orlando. I colonnelli, nonostante le frecciate che si tirano i loro campioni nelle interviste televisive, rinfacciandosi antichi appoggi verso ‘il Nemico’ comune (Renzi, appunto: “Tu non ti sei mai distinto da lui, ed eri un suo ministro”, gli rinfaccia Emiliano: “E tu lo hai appoggiato alle primarie del 2013, quando io stavo con Cuperlo”, gli ribatte Orlando), decidono perciò una Santa Alleanza contro Renzi, almeno sul campo che deve definire il terreno di gioco, le regole. In ballo c’è la fine dei lavori della commissione e la Direzione che, oggi, li validerà. I seguaci di Emiliano sono i più scatenati, ovviamente. Dice Boccia: «Se insistono sulla data del 9 aprile, salta tutto, ma ho fiducia che i renziani ‘timidi’ (l’appello è a Franceschini, ndr) sapranno ragionare con la loro testa e non impiccarsi a Renzi». Gli orlandiani sono appena più soft, ma il concetto è identico. Dice l’orlandiano Bordo: «Il 9 aprile è una data incompatibile con le regole, se vanno andare avanti gli votiamo contro e vediamo».

IN SERATA si diffonde una voce preoccupante: se la commissione, a maggioranza (renziana, ovviamente: su 20 componenti, 15 li teleguida Guerini), insisterà sul 9 aprile, Emiliano – che ieri sera, ospite da Mentana su La 7, ha detto che «Renzi vuol far saltare i referendum sui voucher e andare a elezioni anticipate» – potrebbe compiere l’ennesimo giro di valzer e ritirarsi dalla corsa per ‘impraticabilità di campo’. Resterebbe una sfida a due: quella tra il campione del partito della Nazione (Renzi, stile Macron) e il paladino del ‘partito che fu’ (Orlando, stile Hamon). Si vedrà. La mediazione, dice Guerini a un amico, «è una data intermedia per tutti, il 23 aprile». Due giorni dopo e ricorre il 25 aprile, Festa della Liberazione. Anche dal Pd di Renzi? Chi può dirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 24 febbraio 2017.

Elezioni presidenziali/2. Einaudi o della ‘questione democristiana’ (1948)

Continuiamo con la nostra carrellata sulle elezioni dei presidenti della Repubblica italiana. Siamo nel 1948 e tocca, dopo De Nicola, napoletano monarchico (1946), a un liberale piemontese rigoroso e austero, Luigi Einaudi. La sua idea è quella del presidente ‘notaio’.

Il quadro geopolitico è mutato (1946-1948). Una ‘cortina di ferro’ è calata anche sull’Italia.

Dalla comune stesura della nuova Costituzione repubblicana, entrata in vigore il I gennaio 1948, i giorni dell’Assemblea costituente (1946-47) alle prime elezioni presidenziali del primo Capo dello Stato italiano, tra i maggiori partiti politici italiani che hanno combattuto insieme nella Resistenza, formato il Cnl, fatto campagna e votato per la Repubblica contro la Monarchia e gestito diversi governi di coalizione, è cambiato tutto. Una ‘cortina di ferro’ è calata non solo tra i Paesi dell’Est sovietico e dei regimi comunisti e quelli dell’Occidente capitalistico e democratico, ma anche in Italia. Prima, agli inizi del 1947, la scissione di palazzo Barberini dà vita a un nuovo partito di sinistra, il Psli, filo-atlantico e filo-occidentale, contrario all’unità delle sinistre contro la Dc. Poi, il 18 aprile, arrivano le prime elezioni politiche italiane. Le sinistre, unite nel Fronte Popolare, si illud ono di poter rivaleggiare, se non di poter battere, la Dc guidata da Alcide De Gasperi. Ma i rapporti di forza, rispetto alle elezioni per l’Assemblea costituente del 2 giugno 1946, ne escono radicalmente cambiati. La Dc passa dal 35,2% a un clamoroso 48,5% (305 seggi alla Camera) e, grazie all’appoggio dei partiti laici (Pri, Pli, Psli) con cui ha formato governi di coalizione da quando le sinistre sono state ‘sbarcate’ dai governi di Cnl (marzo 1947), gode della maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Psi e Pci, che avevano sfiorato, come somma, il 40% dei voti nel ’47 (20,7% il Psi e 19,0% il Pci), pur uniti nel Fronte popolare crollano al 31% (183 seggi alla Camera) del ’48. I socialdemocratici filo-occidentali di Saragat, uniti ad altre formazioni minori sotto il simbolo di Unità socialista, prendono invece un ragguardevole 7,1% (33 seggi Camera). Briciole a tutti gli altri.

Luigi Einaudi presidente della Repubblica (1948-1955)

Luigi Einaudi presidente della Repubblica (1948-1955)

L’elezione di Einaudi o della ‘questione democristiana’. Il ruolo dei ‘professorini’ diccì.

E’ in questo quadro che urge eleggere il primo Capo dello Stato a Camere riunite. Le sinistre vorrebbero la riconferma dell’uscente De Nicola, di cui hanno imparato ad apprezzare lo “scrupolo di imparzialità” e, soprattutto, i diversi diverbi con De Gasperi. De Nicola, che c’ha preso gusto, briga un po’ per succedere a se stesso, poi capisce che non è aria e si fa da parte. Alla Dc serve un presidente che sancisca, anche sul piano istituzionale, la rottura politica c on il fronte delle sinistra, la scelta di campo filo-atlantica, il saldo ancoraggio nell’orbita delle democrazie capitalistiche e liberali, un europeismo filo-occidentale. I candidati che rispondono a tali requisiti sono due ed entrambi lavorano al fianco di De Gasperi: Carlo Sforza, ministro degli esteri, e Luigi Einaudi, ministro del Bilancio e governatore di BankItalia. Sforza, ben visto dagli alleati, è il vero candidato di De Gasperi, ma è osteggiato dalla sinistra dc, il cui leader era il padre costituente Giuseppe Dossetti, il generale di campo Giovanni Gronchi, i giovani emergenti Amintore Fanfani e Giorgio La Pira, detti anche ‘i professorini’. De Gapseri controlla il partito, ma la sinistra dc ha discrete truppe.

De Gasperi propone Sforza, ma non decolla. Nascono i ‘franchi tiratori’.

Diplomatico, repubblicano, filo-atlantico e a lui fedelissimo: De Gasperi punta tutto su Sforza, ma sul suo nome l’ostilità della sinistra dc si somma all’odio delle sinistre socialcomuniste e persino alla diffidenza della sinistra moderata di Saragat, che si deve far perdonare il suo filoatlantismo. Le tante chiacchiere sulla vita privata di Sforza, scampolo impenitente, e sul suo anticlericalismo, fanno il resto. Il 10 maggio, al primo scrutinio, Sforza raccoglie appena 353 voti su 833 votanti contro le ben 396 schede recanti il nome De Nicola, che pure si è ritirato. Insomma, è la prima volta dei ‘franchi tiratori’ che si palesano nel segreto dell’urna. al secondo scrutinio i voti per Sforza salgono a 405 mentre De Nicola scende a 336, ma De Gasperi è assai piccato con i suoi: “Meno applausi e più voti. Quello che è successo tra di noi è molto grave perché significa che in avvenire, e magari per questioni molto più importanti, non si si possa fidare nemmeno tra di noi”. Parole a dir poco profetiche. A quel punto i comunisti cercano di tirare un colpo gobbo a De Gasperi accordandosi con la sinistra dc per eleggere Einaudi ma prima del IV scrutinio in modo da rendere i loro voti decisivi. La sinistra dc ci sta, ma De Gasperi sventa la manovra. In un primo momento, La Pira dice di sì, ma la trattativa Pci-sinistra dc non decolla. Alla fine, è lo stesso Dossetti ad accordarsi con De Gasperi dicendo al Pci: “Il Parlamento è fatto per votare, non per discutere”. De Gasperi non ama Einaudi, che pure ha chiamato al governo per il suo credo liberista e la sua collocazione filoatlantica, oltre che per la sua competenza economica, ma capisce che se vuole vincere con la maggioranza assoluta dei voti al IV scrutinio deve farlo diventare il suo cavallo. Lo accetterrà dopo una lunga e faticosissima riunione notturna dei grandi elettori dc. Terminata la riunione alle tre di notte, De Gasperi dice ad Andreotti: “Ci vuole Einaudi! Ora vallo a svegliare”; “Ma sono le quattro del mattino!”, prova a protestare il giovane Andreotti.

De Gasperi ad Andreotti: “Sette anni di Einaudi, ma ti rendi conto?”.

“Sette anni di Einaudi, ma ti rendi conto?”, sospirerà poi De Gasperi, ormai rassegnato, sempre con il più giovane e più fidato dei suoi collaboratori, Giulio Andreotti. E tocca proprio ad Andreotti l’ingrato compito di portare a Sforza, dopo mezzanotte e insieme a Piccioni e Gonella, la notizia che la Dc lo ha scaricato. Il conte, asserragliato nel suo studio, stava già ripassando il discorso presidenziale. Andreotti sbricia, sul suo tavolo, i fogli del discorso presidenziale: “E quelli?”. “Come non detto…”, sospira il conte Sforza, ormai rassegnato. I suoi compagni di partito (Pri), Ugo La Malfa e Rodolfo Pacciardi, provano, in extremis, a convincere Saragat, che aveva dato indicazioni di votare Ivanoe Bonomi, a difendere la candidatura Sforza in cambio di poltrone e ministeri. “Sono Saragat, non un mercante di vacche”, risponde piccato il futuro capo dello Stato. Quello stesso giorno, l’11 maggio, Einaudi viene eletto da un’ampia maggioranza di centrosinistra mentre il Fronte popolare ripiega in blocco su una candidatura di bandiera e un nome vecchissimo, quello di Vittorio Emanuele Orlando, votato senza annuncio anche dall’Msi: Orlando ottiene 320 voti, ma Einaudi è arrivato a quota 518.

“Ma lo sa che porto il bastone?”. “Non si preoccupi, oggi ci sono le automobili…”.
E così, a 74 anni, l’economista liberale Luigi Einaudi (Carrù, Cuneo, 1874 – Roma, 1961), piemontese al midollo, diventa il primo presidente della Repubblica italiana. Monarchico, liberale doc, senatore del Regno nel 1919, antifascista convinto (nel 1924 aderì all’Unione nazionale di Giovanni Amendola e nel 1925 firma il manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce), in esilio in Svizzera, governatore della Banca d’Italia dal 1945 e ministro a Bilancio, Tesoro, Programmazione economica nei governi De Gasperi a partire dal 1947, Einaudi era un uomo austero, rigoroso, modesto. Amante del vino, che coltivava nella sua Dogliani, claudicante da una gamba (“Ma lei lo sa che porto il bastone? Come farei a passare in rassegna i reparti militari?”, chiederà angosciato a De Gasperi tramite Andreotti, che gli risponde: “Non si preoccupi, mica deve andarci a cavallo, al giorno d’oggi ci sono le automobili…”), è sempre De Gasperi a convincerlo a trasferire la residenza da palazzo Giustiniani al Quirinale, che diventa la residenza ufficiale del Presidente della Repubblica. Einaudi farà ben poco parlare di sé e, da buon amante della scrittura, sintetizzerà la sua concezione del ruolo del Capo dello Stato come quello di un presidente ‘notaio’ in un libro di riflessioni sul settennato, ‘Lo scrittoio del Presidente’, libretto destinato a diventare famoso.

Modalità di elezione di Einaudi (11 maggio1948, IV scrutino, 518 voti). 

Luigi Einaudi viene eletto presidente della Repubblica l’11 maggio 1948 al IV scrutinio. I Grandi elettori erano 900 (non erano presenti rappresentanti delle Regioni) e il quorum era fissato a 451. Einaudi prende 518 voti su 872 presenti, 871 votanti (29 le schede bianche). In carica dal 12 maggio 1948, Einaudi termina il suo mandato l’11 maggio 1955 (scadenza naturale). La sua elezione fu la prima proclamata a Camere riunite (De Nicola era stato eletto dall’Assemblea costituente) da Giovanni Gronchi, presidente della Camera, e Ivanoe Bonomi, presidente del Senato.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I Giardinetti di Montecitorio’ che curo nella pagina blogger di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

Renzi torna a fare quello che sa fare meglio, il Rottamatore. Da Forlani a D’Alema, una lunga galleria di ‘rottamati’

Renzi parla all'Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

“Di D’Alema non temiamo il seguito nel partito, in Direzione, o nei gruppi parlamentari, perche’ sappiamo che e’ pari allo zero. Temiamo la sua capacità di interloquire con ‘ambienti’ e poteri”. Era fine agosto quando il renziano di rango, vicino al premier e di peso nel partito, interpellava (lui) il cronista sull’uscita pubblica di Baffino, l’ultima e sola antecedente l’intervista di ieri al Corsera. Si era alla festa del PSI di Nencini in quel di Carrara. D’Alema, dal palco, prima dice: “ si può aver peso senza avere poltrone, basta avere idee, e io ce le ho”. Poi, l’avvertimento: “sconsiglio vivamente chiunque dal cercare di farmi fuori. Non gli conviene”. Panico, tra i renziani.

“Questo ci farà la guerra, dopo che Matteo lo ha silurato come mister Pesc”. Renzi, del resto, lo sapeva già. Un rischio calcolato, il suo. Come ripete ai suoi da settimane, “la vecchia guardia dei D’Alema, Bersani, Bindi, che io ho rottamato, mi fanno la guerra, ma l’art. 18 è un pretesto. Vogliono riprendersi il partito, lo considerano una ‘cosa loro’, ma non mi spaventano”. Renzi, dunque, è tornato quello che era ‘prima’.

L'ex premier italiano Massimo D'Alema e la cancelliera Merkel.

L’ex premier italiano Massimo D’Alema e la cancelliera Merkel.

Il ‘Rottamatore’. RenzQuemada lo chiama, nel suo bel libro sul premier (The boy, Marsilio) il giornalista del Corriere Fiorentino David Allegranti. Renzi inizia la sua carriera di ‘rottamatore’ sul giornalino del suo liceo classico, il Dante di Firenze, scrivendo (correva l’anno 1992) che “la dirigenza della Dc, i Forlani, i Gava, deve andare a casa”. Nel 1996, atto di nascita dell’Ulivo, Renzi è prodiano, coté veltroniano, affascinato dal pantheon dell’allora leader dei Ds. “Sarebbe meglio che scrivesse libri” dirà poi, Renzi, di Vùolter, anche perché questi gli preferisce Lapo Pistelli per scalare Firenze ma ‘Matteo’, ormai in rampa di lancio, straccia entrambi, e vince. Renzi, poi, diventa rutelliano ed entra nella Margherita. Rutelli lo cresce come un figliuol prodigo, ma al congresso del 2007 Renzi non risparmia bordate: “Sogno, speranza, fantasia sono le mie tre parole d’ordine, ma vedo in prima fila Dario (Franceschini), Lapo (Pistelli), Enrico (Letta), Renzo (Lusetti). Alla nascita del Ppi voi ponevate il tema del rinnovamento, oggi non lo siete più”. Amen. Nel 2008, quando Veltroni perde le elezioni contro Berlusconi, lui e Franceschini vengono bollati come “il disastro e vice-disastro”.

Un imberbe e molto giovane Matteo Renzi partecipa alla Ruota della Fortuna del grande Mike Bongiorno...

Un imberbe e molto giovane Matteo Renzi partecipa alla Ruota della Fortuna del grande Mike Bongiorno…

Solo a Veltroni verrà concesso l’onore delle armi, molti anni dopo, quando Renzi ne riconosce meriti e intuizioni ricollegando il suo Pd a quello del discorso del Lingotto. Veltroni ringrazia e avverte: “Matteo sia inclusivo, il Pd a vocazione maggioritaria è possibile”. Il ‘resto’, e cioè la lunga rincorsa di Renzi, che passa per una prima sconfitta (alle primarie del 2012) contro l’allora segretario, Pier Luigi Bersani, ben quattro Leopolde, e la vittoria schiacciante contro Gianni Cuperlo (2013), è ‘storia’, si potrebbe quasi dire. “Noi siamo amministratori, loro stanno rinchiusi nel Palazzo. Mentre loro stavano già in Parlamento, noi sedevamo all’asilo” dirà Renzi alla Leopolda del 2012. Certo, il Renzi che conquista il Pd e vince il congresso del 2013 è diverso, meno ‘rottamatore’. Persino la polemica con i vari Bersani, Bindi, Finocchiaro e, ovvio, D’Alema, si attenua. Neppure l’art. 18 “è un problema”. Renzi giura che non metterà mai i bastoni tra le ruote a Letta, allora capo del governo, fino all’arcifamoso ‘Enricostaisereno’.

E questa, invece, è cronaca. Come lo è il riavvicinamento con lo stesso D’Alema, che si convince, sbagliando, che con Renzi si può ‘parlare’ e viene illuso sulle chanches di diventare mister Pesc. Siamo all’oggi. Renzi torna a fare quello che gli viene meglio, il ‘Rottamatore’. Perché, come nsi dice dai tempi della favola di Esopo, “è la sua natura”.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sulle pagine di Politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) lunedì 29 settembre 2014.

Mai una riga sotto, mai una riga sopra. Il bellissimo ricordo di Bruno Ambrosi nelle parole di sua figlia, Carlotta Dazzi

Pubblico, sapendo di fare cosa gradita, il bellissimo ricordo che Carlotta Dazzi, figlioccia del Bruno Ambrosi, e figlia di MIchela Dazzi, ha letto al funerale del Bruno che si è’ tenuto a Milano il 26 giugno scorso nel cortile interno della Rai di Milano.

Carlotta Dazzi
Eccoti il mio ricordo di Bruno

Carlotta Dazzi legge il suo ricordo di Bruno Ambrosi.

Carlotta Dazzi legge il suo ricordo di Bruno Ambrosi.

Ciao dolce Bruno, salutarti oggi è durissima. Il bene che ti voglio è difficile descriverlo in poche parole. Sei entrato nella mia vita che avevo 14 anni e sei stato per me come e più di un padre e questo è il più prezioso dei doni che che serbo nel cuore. Se io e Zita siamo quello che siamo lo dobbiamo anche a te, al tuo esempio nella vita, e alla tua passione per il giornalismo. Ho avuto bisogno di un padre e tu c’eri, con la tua ironia, la tua attenzione e la protezione che serviva. Mai un rigo sopra, mai uno sotto.
Ho imparato molto crescendo sotto le tue ali con l’amore e il senso di famiglia che tu e mamma ci avete saputo dare stando assieme sempre uniti. Anche nelle burrasche della vita.

Bruno Ambrosi nella sua casa di Levanto.

Bruno Ambrosi nella sua casa di Levanto.

Nonno bambino che giocava con i suoi nipoti con giocattoli d’altri tempi, barchette di latta a candela, la fabbrica del vapore che facevi funzionare come un deus ex machina sotto lo stupore dei bambini, solo per vederli ridere sulla terrazza di Levanto. Sei stato un nonno e un papà meraviglioso, affettuoso, sempre ironico anche in queste ultime difficili settimane. Ci mancherai maledizione, tantissimo. Resta il bene immenso che ci siamo voluti, i mille ricordi di più di trent’anni vissuti assieme e resta, anche se drammatica, la poesia di tutto quel ci siamo raccontati a parole e detti anche solo con gli sguardi tenendoci mano nella mano in questi mesi in cui hai affrontato la malattia con una dignità e un coraggio senza pari.

Le amate figlie del Bruno Carlotta e Zita Dazzi.

Le amate figlie del Bruno Carlotta e Zita Dazzi.

Piangerei, ma voglio sorridere perché finalmente navighi di nuovo lieve sul mare che entrambi abbiamo sempre amato. Col timone in mano, il tuo sigaro e lo sguardo avanti, al futuro. Io, Horace e i nostri piccoli mozzi abbiamo condiviso con te l’amore per la vela e la semplicità che solo la vita di mare sa dare e i ricordi sono mille. All’inizio sul tuo mitico Moby Dick con i primi bordi a Levanto, poi insieme su deciBel nel grande oceano che abbiamo avuto l’onore di navigare con te e mamma.
Devo a te anche questo, pensa. Se amo il mare è merito tuo che mi hai messo sulla prima barca e mi hai insegnato i primi rudimenti con santa pazienza e come sempre tanta voglia di trasmettere.

Un giovane Bruno Ambrosi dietro la sua macchina da presa.

Un giovane Bruno Ambrosi dietro la sua macchina da presa.

Grazie Bruno ti saluto e ti abbraccio forte con il tuo capitano Horace, i tuoi adorati nipoti Alizée e Léon perché questa tua nuova navigazione sia lieve e il vento ti accompagni. Mi sembra impossibile non vederti qui col tuo easy papi al guinzaglio. E temo che sentirò per sempre la tua mancanza, ma una parte di te continuerà a vivere in tutti noi che ti amiamo col più profondo del cuore. E una parte di noi sarà con te come il più unito degli equipaggi. Ciao papà, unico e insostituibile.
Ciao nonno Brum Brum

Carlotta Dazzi.

Stabilità, riforme e strigliate. Le 89 candeline di Giorgio Napolitano

 

 Giorgio Napolitano capofila dell'ala riformista del Pci ed Enrico Berlinguer, segretario del Pci negli anni Settanta

Giorgio Napolitano capofila dell’ala riformista del Pci ed Enrico Berlinguer, segretario del Pci negli anni Settanta

ROMA, 29 giugno 2014 – OTTANANOVE anni di età, di cui oltre otto passati al Quirinale, e una vita ricca e intensa, ricca di soddisfazioni, lotte, impegni anche gravosi ma densi di riconoscimenti e attestati di stima arrivati, ieri come oggi, da tutto il mondo politico come dalla società civile. È il bilancio di Giorgio Napolitano, che oggi spegne 89 candeline. Passerà un compleanno sereno, tra i suoi familiari (la moglie Clio, il figlio Giulio) con la consapevolezza che il tener duro in nome della stabilità sta pagando e che, forse, questa volta le riforme istituzionali per le quali si spende da anni siano sul binario giusto.

LA SCHEDA: E’ IL PRESIDENTE PIU’ ANZIANO DELLA STORIA

IL PRESIDENTE della Repubblica passerà il suo compleanno nella tenuta di Castelporziano. Una piccola pausa, ma da domani già nuovi mille impegni e l’occhio vigile su governo e Parlamento impegnati nel rush finale delle riforme, non solo istituzionali. E sembra già lontano il 20 aprile 2013 quando un’intera classe politica (grillini esclusi), ancora tramortita dal siluramento nel segreto dell’urna di Romano Prodi, candidato del Pd al Quirinale, non poté fare altro che presentarsi da ‘re Giorgio’, che aveva già fatto gli scatoloni, e pregarlo di acconsentire alla sua storica rielezione, un bis mai verificatosi nella nostra storia repubblicana.

Napolitano nel suo studio al Quirinale

Napolitano nel suo studio al Quirinale

SUL PIATTO della bilancia di Napolitano pesano, un anno dopo, più le soddisfazioni che le amarezze, ma le ultime non sono mancate. La stabilità politica dell’Italia è sempre stata il faro della sua azione dal Colle. Criticato per quella che alcuni definivano ‘testardaggine’ nel non voler sciogliere le Camere, il Presidente ha tirato dritto fino ad accorgersi dell’inevitabilità (e necessità?) di sostituire un premier con cui aveva una grossa sintonia personale, Enrico Letta, con il ‘Rottamatore’ e vincitore delle primarie Pd Matteo Renzi. Oggi, il rapporto tra i due non solo si è stabilizzato, ma è diventato un rapporto di fiducia e di stima reciproca. È l’anno di Renzi, il 2014, ma anche l’ennesimo anno di Napolitano che vigila dal Colle sul governo. E proprio il buon funzionamento della ‘strana coppia’ che guida l’Italia e la buona riuscita del percorso riformatore determinerà anche i tempi dell’uscita (annunciata) di Napolitano al Quirinale.

SIAMO infatti entrati nel nono anno di presidenza e lo stesso Napolitano ha sempre detto che il suo sarà un mandato a termine, cioè solo «finché il Paese ne avrà bisogno». Il presidente, infatti, ha sempre legato le sue dimissioni (che, però, non arriveranno comunque prima dell’intero completamento del semestre europeo a guida italiana, dicembre 2014) alle riforme. E quando, a inizio del 2014, la riforma del Senato (in prima lettura, almeno) e quella elettorale saranno varate o in dirittura d’arrivo, Napolitano si dimetterà. Solo a quel punto, si apriranno i giochi per la successione. Ai nastri di partenza, restano Amato, Prodi (in calo), ma soprattutto il fondatore del Pd Walter Veltroni che ha intervistato un Napolitano, storico dirigente riformista del Pci, nel suo docufilm su Berlinguer, e una donna, oggi ancora senza nome.

NB . Questo articolo e’ stato pubblicato il 29 giugno 2014 su Quotidiano Nazionale.

Il sito del Quirinale: http://www.quirinale.it

il sito del governo: http://wwww.palazzochigi.it

il sito di QN: http://ww.quotidiano.net