NEW!!! Il “Dizionario della crisi”: episodi, termini, parole utili per spiegare l’attuale crisi di governo alla luce dei precedenti costituzionali e della storia repubblicana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una premessa. La crisi politica e istituzionale scivola via temo, negli interessi degli italiani, in un click su un sito di notizie, appena sbirciata e ancor meno o poco compresa. I 25 lettori di questo blog hanno, almeno così spero, voglia di capirne qualcosa in più, perché di politica qualcosa sanno, ma un po’ si perdono, nella marea di tecnicismi e formalismi, riti e convenzioni, richiami storici e allocuzioni gergali (il famoso tecnicismo della Politica, appunto). Ecco, è a loro che mi rivolgo principalmente, oggi e in futuro, con una serie di articoli, scritti in forma originale per questo blog, nella speranza di diradare la nebbia.

Le domande ricorrenti.
Consultazioni? Pre-incarico? Incarico esplorativo? Governo di tregua, di scopo, di responsabilità nazionale o di decantazione? Governo tecnico o politico? Disbrigo degli affari correnti? Larghe o piccole intese? Patto della staffetta? Compromesso storico o solidarietà nazionale? Appoggio esterno? Ministri di area? Piena dignità? Contratto alla tedesca? Def? Commissioni speciali? Due vincitori o due forni? Governo gialloverde o giallorosso? Fiducia? Maggioranza assoluta, semplice o qualificata? E’ arrivato il momento di fare ordine. Ecco, dunque, un piccolo ‘Dizionario’ della Crisi di governo che, se avrà successo, verrà replicato su altri argomenti in futuro.

Ps. mi sono avvalso di diverse ricerche di archivio, articoli di giornale e diversi libri di storia. Ringrazio il professor Stefano Ceccanti per la sua consulenza professionale.

Il palazzo del Torrino

Il Torrino, il punto più alto del Quirinale

 

Un piccolo Dizionario della crisi, voce per voce

(L’elenco è, per quanto possibile, rigorosamente alfabetico).

Calendario (delle consultazioni). Il Quirinale diffonde, in modo formale, ogni volta il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, cioè un nuovo ‘giro’, cambiano i giorni sul calendario, ma non l’ordine di apparizione dei vari gruppi parlamentari e partiti consultati. Così, anche se nel secondo giro di consultazioni il centrodestra si è presentato unito (Lega-FI-FdI) e, tecnicamente, avendo dalla sua più parlamentari dei 5Stelle, il Capo dello Stato ha ricevuto in ogni caso il centrodestra come penultimo gruppo, nella stessa posizione della Lega, continuando a ricevere come ultimo il gruppo di M5S. Nel periodo in esame, le consultazioni al Quirinale sono iniziate il 3 e 4 aprile (primo ‘giro’, si usa dire), il secondo giro di consultazioni è stato il 12 e il 13 aprile. Poi Mattarella ha affidato due mandati esplorativi, il primo alla presidente del Senato, Casellati, che ha esplorato la possibilità di un’intesa tra M5S e centrodestra il 18-20 aprile (senza successo), e il secondo al presidente della Camera Fico, che ha esplorato la possibilità di un accordo tra M5S e Pd tra il 23 e il 26 aprile, si vedrà se infruttuoso.

Consultazioni. Si tengono al Quirinale (vedi alla voce), presso lo studio della Vetrata, ogni volta che bisogna formare un governo. Quindi, si procede a consultazioni ogni volta che un governo, formatosi in precedenza, cade e si dimette, nel corso di una legislatura (vedi alla voce). Si tengono, invece, le consultazioni sempre a ogni apertura di legislatura, come in questo caso, perché ogni volta che il popolo italiano vota alle elezioni politiche vuol dire che una legislatura repubblicana (quella appena eletta è la XVIII a partire dal 18 aprile 1948, la I) è terminata e un’altra si è insediata. E dato che il rapporto tra governo e Parlamento (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) è fiduciario (il primo non può stare in piedi, e lavorare, senza la ‘fiducia’ del secondo che avviene tramite un voto in Parlamento: vedi alla voce ‘fiducia’), ogni qual volta che si vota e si apre una nuova legislatura, il governo precedente – sia che sia dimissionario sia che sia nel pieno delle sue funzioni – si deve dimettere: resta in carica, in realtà, questo governo, per “il disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce).

A quel punto, si aprono le consultazioni. Le coordina il Capo dello Stato secondo un rituale antico e consolidato (la cd. prassi) ma senza alcuna regola scritta. Infatti, l’art. 92 della Costituzione si limita ad affidare al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio e, su parere di questo, i ministri. Poche parole, semplici e chiare, ma fin troppo stringate. Delle consultazioni e di come regolarle non dice nulla. Dalla nascita della Costituzione repubblicana (1948) in poi, tutti i Presidenti della Repubblica (il primo, nel 1946-’48, fu provvisorio e si chiamava Enrico De Nicola, il primo effettivo fu, a partire dal 1948, Luigi Einaudi) si sono avvalsi, perciò, di quella che, in gergo, si chiama prassi costituzionale. Insomma, niente più che delle consuetudini e degli usi che, però, come nel Diritto privato, anche nel Diritto pubblico e costituzionale, una volta che si stratificano e vengono recepiti diventano, di fatto, legge o in ogni caso abitudini e prassi dal valore e rango di legge. E, appunto, la prassi che è diventata abitudine, nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i due presidenti delle Camere e, se è in vita, il presidente ‘emerito’ della Repubblica. Si tratta dell’ex Capo della Stato, se vivente. Da notare che, a partire dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, avvenuta nel 2015 dopo il suo primo mandato (2008-2015) e nonostante le sue dimissioni anticipate nel 2017, si tratta dell’unico ex Capo di Stato eletto due volte. Dopo aver ascoltato le cosiddette “alte cariche istituzionali” citate, il Presidente della Repubblica passa all’ascolto di tutti i gruppi parlamentari e dei loro rappresentanti (i capigruppo) che si sono formati nel nuovo Parlamento all’atto dell’apertura delle nuove Camere e dell’elezione dei loro presidenti e dei relativi uffici di Presidenza (vedi alla voce “Legislatura”).

La salita al Colle dei diversi gruppi parlamentari prevede, alla fine del colloquio con il Capo dello Stato nel suo ufficio, delle brevi considerazioni, davanti alla Stampa, nello studio alla Vetrata del Quirinale, di ognuno dei gruppi parlamentari tramite un loro portavoce o più d’uno. Le consultazioni da parte del Presidente avvengono con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande, secondo la consistenza numerica dei gruppi. Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera o nell’altra.

Gruppi parlamentari. Si costituiscono appena nasce la legislatura e si formano sulla base dei risultati alle elezioni e secondo i simboli che in esse sono stati presentati. Ma dato che ogni parlamentare viene eletto “senza vincolo di mandato” (vuol dire che il parlamentare risponde solo alla propria coscienza e può votare in dissenso dal suo gruppo o partito di appartenenza) possono cambiare composizione, consistenza e numero a seconda delle evoluzioni del quadro politico. Sempre in base alla stessa regola si possono formare nuovi gruppi, con nuovi simboli, nel corso della legislatura. Questo diritto ha dato però vita, da tempi peraltro assai lontani, quelli del Parlamento sabaudo, pre-repubblicano, al cd. “trasformismo parlamentare(vedi alla voce), cioè alla trasmigrazione da un gruppo all’altro. Per ovviare a tale pratica, assai diffusa in ogni legislatura, il Senato ha approvato, nello scorcio dell’ultima legislatura (2017), un nuovo Regolamento che non permette più la costituzione di gruppi che non si sono presentati con un proprio simbolo alle elezioni. I senatori che vogliono cambiare gruppo parlamentare e politico di appartenenza possono solo iscriversi al gruppo Misto. Inoltre, sempre al Senato, i gruppi devono avere un minimo di dieci senatori iscritti, con la sola eccezione del gruppo Autonomie che tutela le minoranze linguistiche. La Camera dei Deputati, però, non ha approvato un Regolamento simile, quindi al suo interno si possono ancora costituire gruppi non corrispondenti a simboli presentati alle elezioni. Alla Camera il numero minimo per costituire un gruppo è fissato a venti deputati, i deputati singoli che non si riconoscono in nessuna componente si possono iscrivere al gruppo Misto e formare, al suo interno, delle sotto-componenti politiche. Il gruppo di LeU, pur restando sotto la soglia dei 20 deputati, ha ottenuto la deroga per costituirsi in gruppo autonomo proprio perché si tratta di un simbolo presente alle elezioni.

Ogni gruppo elegge un proprio capogruppo che ne guida i lavori e partecipa ai lavori dell’ufficio di Presidenza di ogni Camera e, in particolare, alla conferenza dei Capigruppo che stabilisce, d’intesa con il Presidente di ogni Camera, l’ordine dei lavori in Aula.

Nella XVIII legislatura la consistenza dei gruppi è questa.

  • Gruppo Autonomie, presente solo al Senato (otto senatori). Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp). Ne fanno parte, tra gli altri, Napolitano (che sala al Colle in qualità di presidente emerito), l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo può costituirsi anche se “sotto soglia” (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta e tutela le minoranze linguistiche.
  • Gruppo Misto del Senato (12 senatori): è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Mario Monti e Liliana Segre).
  • Gruppo Misto della Camera (21 deputati): è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU), deve ancora eleggere il suo nuovo capogruppo: comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 3 di Noi con l’Italia (erano 4, ma Enrico Costa si è iscritto a FI); 5 ex M5S.
  • Gruppo di Leu alla Camera (14 deputati): Leu il 10 aprile ha ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo: pur sotto la soglia di 20 deputati hanno ottenuto la deroga in quanto simbolo presentato alle elezioni. Leu ha eletto come presidente del gruppo Federico Fornaro.
    5) Fratelli d’Italia (50 parlamentari). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato).
    6) Pd (163 parlamentari): il Pd conta su 111 deputati e 52 senatori, i due capigruppo sono Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Salgono al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, il deputato Matteo Orfini. Non c’è il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi che non ha più cariche ufficiali nel Pd.
  • Forza Italia (165 parlamentari). I capigruppo di FI sono Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera e rappresentano 105 deputati (l’ultimo in ordine temporale è Enrico Costa) e 61 senatori. Il presidente di FI, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai suoi capigruppo. I 4 eletti di Noi con l’Italia al Senato si sono iscritti al gruppo di FI, alla Camera siedono nel Misto.
  • Lega (183 parlamentari): conta su 125 deputati e 58 senatori. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, va al Colle con i capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera).
  • M5S (331 parlamentari): conta su 222 deputati e 109 senatori. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) salgono al Colle accompagnati dal deputato Luigi Di Maio.
  • I presidenti di Camera (Fico) e Senato (Casellati) salgono al Colle in modo autonomo, in rappresentanza della seconda (il presidente del Senato) e terza (il presidente della Camera) autorità dello Stato. L’elezione dei Presidenti delle due Camere è il primo atto di ogni Parlamento a ogni inizio di legislatura.

Commissione dei saggi. Nel 2013 l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano nominò, per ovviare all’inconveniente causato dal protrarsi di consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima (una alla Camera e una al Senato) per scrivere il Def (vedi alla voce) e una seconda, ancora più ‘speciale’, di 40 membri, presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello, per approntare la riforma della Costituzione. Forti furono i dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una Bicamerale per la riforma della Costituzione senza le procedure per istituirla.

Def. In teoria entro il 10 aprile, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica, vedi alla voce) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio sulla trasmissione del Def a Bruxelles, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def deve arrivare dopo aver ottenuto il parere obbligatorio delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, le commissioni Bilancio e Finanze della Camera (40 deputati) e del Senato (27 senatori), che devono lavorare e votare un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente della commissione speciale Vito Crimi (M5S), alla Camera Nicola Molteni (Lega), nonostante la prassi volesse che, in quest’ultima, fosse riconfermato il presidente uscente, Francesco Boccia (Pd). Il Def va approvato dalle Camere a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti), entro il 30 aprile, per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles dalla commissione Ue entro fine maggio.

“Disbrigo degli affari correnti”. Il Capo dello Stato prega sempre, per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è quella del “disbrigo degli affari correnti”: vuol dire che il governo è in carica, ma solo per l’ordinaria amministrazione o per approvare provvedimenti urgenti come decreti legge (es: terremoto, missioni all’estero, etc.) o per dichiarare, in caso estremo, lo stato di guerra. E’ questo il governo che, anche se battuto dalle Camere, resta in carica finché non si fa un nuovo governo o si va al voto.

 

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Le formule. Incarico pieno, incarico con riserva, incarico esplorativo, pre-incarico. 

Governo: Incarico di (I). Il tipo di incarico a un presidente del Consiglio che il capo dello Stato può conferire (pieno, esplorativo o un pre-incarico) viene reso noto solo alla fine delle consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra: può conferire, appunto, un incarico pieno o parziale (pre-incarico o incarico esplorativo), può indicare, per tale incarico, una personalità politica o non politica, di estrazione parlamentare o non parlamentare, una figura espressione di una forza politica, di un’area politica o un tecnico o una personalità istituzionale. Il Capo dello Stato non può sindacare un indirizzo o un programma di governo, ma può chiedere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del Consiglio (articoli 92 e 93 della Costituzione).

Governo: Pre-incarico (II). Serve per verificare se il presidente pre-incaricato è capace di trovare una maggioranza utile a formare un governo. Il presidente del Consiglio pre-incaricato, dopo il suo – autonomo – giro di consultazioni deve tornare a riferire al Capo dello Stato per comunicare se ha trovato una maggioranza parlamentare e, dunque, se è in grado di presentarsi davanti alle Camere per chiedere la fiducia (vedi alla voce). Ma è il Capo dello Stato che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno (vedi alla voce), facendo giurare il presidente incaricato nelle sue mani e poi mandandolo davanti alle Camere per ottenere la fiducia (vedi alla voce). Il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato, inoltre, e non il presidente pre-incaricato a sciogliere la riserva (vedi alla voce). Il pre-incarico è, di fatto, una ‘quasi’ designazione a Presidente del Consiglio, designazione “debole” ma che in 5 casi su 11 ha visto trasformare il pre-incarico in un incarico vero.

Il pre-incarico, nell’arco di 64 governi, è stato conferito finora per 11 volte nella storia della Repubblica italiana:

  • dal Presidente Luigi Einaudi al Presidente del Consiglio uscente Alcide De Gasperi (Dc), nel luglio 1953.
  • dal Presidente Giovanni Gronchi all’ex ministro Antonio Segni (Dc), nel maggio 1955.
  • dal Presidente Gronchi al segretario della Dc Amintore Fanfani, nel giugno 1957.
  • dal Presidente Giuseppe Saragat al Presidente del Consiglio uscente, Aldo Moro (Dc), nel febbraio 1966.
  • dal Presidente Saragat al segretario della Dc Mariano Rumor, nel giugno 1968.
  • 6, 7, 8. dal Presidente Saragat al ministro degli Esteri Moro (Dc), poi al Presidente del Senato Fanfani (Dc) e infine al Presidente del Consiglio uscente Rumor (Dc), marzo 1970.
  • 9, 10. dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro al Presidente del Consiglio uscente Romano Prodi e poi al segretario dei Ds Massimo D’Alema, nell’ottobre 1998.
  • dal presidente Giorgio Napolitano a Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, nel marzo 2013.

Solo in cinque di questi undici casi il presidente del Consiglio “pre-incaricato” ha ricevuto l’incarico pieno e ha formato un governo: De Gasperi (Dc) nel 1953, a Segni (Dc) nel 1955, a Moro (Dc) nel 1966, a Rumor (Dc) nel 1970 e a D’Alema (Pds) nel 1998.

Oggi, un ‘pre-incarico’, potrebbe essere conferito a una delle due personalità che hanno vinto le scorse elezioni: il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, o il leader della Lega, riconosciuto anche leader del centrodestra, Matteo Salvini. Ma il pre-incarico potrebbe anche andare a una figura terza o mediana indicata da uno dei due schieramenti vincitori: esempio, Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, o a una personalità dei 5Stelle o vicina al loro mondo indicata da Di Maio.

****Spazio Curiosità I*****Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera, ma non al Senato, rimase tale: non si trasformò mai, cioè, in un incarico pieno, ma rimase soltanto ‘congelato’ e non fu mai più ‘scongelato’. Bersani, formalmente, non protestò, ma espresse il suo disappunto e, dopo, diversi libri di memorie lo riportarono, mai smentiti.

Governo: Incarico esplorativo (III). E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, di solito quello del Senato, che è anche la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato. Alla fine dei colloqui informali tenuti con i partiti, il presidente incaricato di un mandato esplorativo riferisce lo stato dell’arte al Presidente della Repubblica che valuta il da farsi e, cioè, se confermare l’incarico al presidente incaricato con un mandato esplorativo, o effettuare un nuovo giro di consultazioni o attribuire l’incarico a un’altra figura. Di solito, l’incaricato di un mandato esplorativo non viene quasi mai trasformato in un pre-incarico o incarico pieno. L’incarico esplorativo non va confuso con il pre-incarico (vedi alla voce).

Nella storia dei 64 governi repubblicani, fino ad ora un “mandato esplorativo” è stato conferito undici volte:

  1. dal Presidente Giovanni Gronchi al presidente del Senato, Cesare Merzagora (indipendente), il 15 giugno 1957;
  2. dal Presidente Gronchi al presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc), il 4 marzo 1960;
  3. dal Presidente Giuseppe Saragat al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968;
  4. dal Presidente Saragat al presidente del Senato, Amintore Fanfani (Dc), nell’agosto 1969;
  5. dal Presidente Giovanni Leone al presidente del Senato, Spagnolli (Dc), nell’ottobre 1974;
  6. dal Presidente Sandro Pertini al presidente del Senato, Giuseppe Morlino (Dc), nell’aprile 1983;
  7. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente del Senato Fanfani (Dc) il 4 luglio 1986;
  8. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), nel marzo 1987;
  9. dal Presidente Cossiga al presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri), il 26 giugno 1989;
  10. dal Presidente Giorgio Napolitano al presidente del Senato, Franco Marini (Pd), nel gennaio 2008.
  11. E, ora, dal Presidente della Repubblica Mattarella alla presidente del Senato, Casellati, nell’aprile del 2018.

Da sottolineare che, in nessuno di questi dieci casi, il presidente esploratore è stato poi nominato Presidente del Consiglio.

L’incarico esplorativo è stato affidato, in questa undicesima occasione, al presidente del Senato (Alberti Casellati)  mentre assai più raro è il caso di un incarico esplorativo dato a una personalità che non ricopre l’incarico di presidente di una delle due Camere.

Governo: Incarico pieno (IV). E’, ovviamente, la norma. O dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” (vedi alla voce) per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato. Dopo il formale giuramento, il governo così nato si presenta davanti al Parlamento per averne la fiducia (vedi alla voce), che deve ottenere da parte di entrambe le Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, può iniziare a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il suo mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Il governo così nato, a quel punto, si dichiara “dimissionario” (vedi alla voce).

Inutile ripercorrere la storia dei 64 governi che si sono succeduti nella storia della Repubblica. Basti dire che, prima di conferire un incarico pieno, il Capo dello Stato attuale, Mattarella, ci penserà bene sopra e, soprattutto, vorrà che il presidente del consiglio incaricato gli assicuri “numeri certi” in Parlamento. Ove così non fosse, il presidente potrebbe affidare un incarico pieno a una personalità terza (esempio: l’ex giudice della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick o l’attuale presidente) per formare quello che, convenzionalmente, viene indicato come un “governissimo” o “governo del Presidente” o “di scopo” o “a termine” o “governo di tutti” o “governo di responsabilità nazionale” (vedi alle varie voci) che si limiti a far superare al Paese le secche della scrittura del Def, della seguente manovra di bilancio (la sessione di bilancio di apre, come sempre, in autunno) e, forse, della scrittura di una nuova legge elettorale per poi portare il Paese di nuovo a elezioni, ovviamente anticipate, cioè con una chiusura in anticipo della legislatura, che – prevedibilmente – potrebbe essere fissata agli inizi del 2019 o, magari, in coincidenza con le elezioni europee del 2019.

Governo: Incarico con Riserva (V). Il presidente del Consiglio incaricato accetta l’incarico da parte del Presidente della Repubblica sempre “con riserva”. Vuol dire che questi, non essendo sicuro di formare una maggioranza di governo, si ‘riserva’ la possibilità di scioglierla davanti al Capo della Stato. La prassi della ‘riserva’ è sempre stata rispettata dai presidenti del Consiglio incaricati. La formula della “riserva” è stata violata solo in due occasioni. La prima volta dal presidente del Consiglio Pella (Dc) nel 1954 che, concorde l’allora Capo dello Stato Luigi Einaudi, andò direttamente davanti alle Camere per chiedere ed ottenere la fiducia. La seconda volta accadde con Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta alle elezioni, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri con un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo di Stato Napolitano.

 

Einaudi

Luigi Einaudi, il primo presidente della Repubblica (1948-1955)

 

******Spazio Curiosità II******

Definizioni e formule dei governi che hanno operato nella storia della Repubblica.

Governo “balneare”. La definizione deriva dal fatto che che, in passato, alcuni governi duravano lo spazio di un’estate. Tipici della Prima Repubblica, i governi ‘balneari’ operavano solo in funzione di traghettamento per portare il Paese al voto, privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Governi balneari tipici furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70) sotto il Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi). Si tratta di governi destinati a cadere entro breve tempo, a causa della fragilità delle basi politiche su cui poggiano e che limitano la loro attività, dunque, a al disbrigo degli affari correnti e alla ordinaria amministrazione. L’espressione ha dei sinonimi nelle espressioni governi ‘d’affari’ o nei governi ‘ponte’.

Governo ‘traghetto’. Erano considerati qui governi che, in presenza dell’avvio di una svolta istituzionale molto importante, nascono per ‘traghettare’ il Paese verso il nuovo corso per poi cedere il posto a un Governo politico vero e proprio che attui la svolta. I governi Bonomi (1943-1944), prima dei governi politici di Cnl, e i governi Dc-centristi, prima dei governi di centrosinistra nei primi anni Sessanta, furono governi traghetto.

Governo “di minoranza”. Sono stati governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa il quale toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970) sotto i più diversi presidenti della Repubblica.

Governo “di scopo”. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica. Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri su indicazione dei partiti, anche se di area, ne è l’esempio classico. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico e non va confuso col governo tecnico (vedi alla voce).

Governo “del Presidente” (della Repubblica) o governo “istituzionale”. In teoria, la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per la natura del suo mandato, guidare governi o anche solo ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica. Ma “governi del Presidente” lo furono di fatto, i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc). Anche il famoso governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, in quanto eterodiretto, di fatto, dal presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari”ebbero breve durata, ma soprattutto godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono spesso confusi o equiparati al governo tecnico (vedi alla voce).

Più corretto sarebbe definire un tale tipo di esecutivo un governo “istituzionale”. Di fronte a una situazione politica difficile e altamente conflittuale il Capo dello Stato affida a una figura istituzionale di alto livello (di solito si tratta del presidente del Senato, ma potrebbe essere il presidente della Corte costituzionale, un suo ex presidente, un senatore a vita, o il presidente di un’alto organo della magistratura amministrativa) il compito di formare un governo (che potrebbe essere definito anche ‘di tregua’ o ‘di decantazione’) per salvaguardare e preservare il funzionamento delle istituzioni in attesa che la situazione politica si rassereni e torni la normale dialettica parlamentare.

Governo di “larghe intese”. E’ un governo che vede andare al governo forze politiche molto diverse tra di loro, politicamente e culturalmente molto distanti, se non opposte, le quali decidono di governare insieme per affrontare problemi estremamente urgenti come una crisi economica, una crisi politica, una crisi istituzionale o internazionale. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato un “governo di larghe intese”, o di “grosse koalition” (vedi alla voce), ma anche un governo del Presidente” (vedi alla voce). Il governo Letta nacque dopo il lavoro della Commissione speciale dei 40 saggi (vedi alla voce) imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento, subito dopo la sua rielezione (2013) a Capo dello Stato, a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta viene definito un governo “delle larghe intese” perché vide il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare al governo con la presenza di loro ministri. Il termine era stato già coniato, in realtà, in passato durante i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95) e, in parte, per il fallito tentativo del governo Maccanico (1995). Le “larghe intese” erano, cioè, già una formula politica che prevedeva, sostanzialmente, l’intesa tra le forze principali (il centrodestra a guida Berlusconi e il centrosinistra) della II Repubblica che volevano varare, pur senza mai riuscirci, riforme istituzionali in grado di cambiare l’assetto della Repubblica. Tra le proposte della commissione Bicamerale c’erano il superamento del bicameralismo perfetto, l’adozione di una nuova legge elettorale, la riforma del Titolo V (rapporto Stato-regioni) della Costituzione e l’adozione di una forma larvata di semi-presidenzialismo.

Governo di “unità nazionale” o di “emergenza nazionale” o di “solidarietà nazionale”. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti (o quasi) i partiti dell’arco costituzionale (cioè tutti i partiti tranne l’Msi). Da segnalare, innanzitutto, che la formula “arco costituzionale” indicava, nella Prima Repubblica, l’adesione ai valori costituzionali e della Resistenza partigiana di tutti i partiti che contribuirono, tra il 1946 e il 1948, a scrivere la Costituzione, cioè quelli che avevano fatto parte del Cnl: Dc, Dl, PdAz-Pri, Pli, Psli-Psdi, Psiup-Psi, Pci. Il termine aveva il preciso intento di porre l’esclusione dell’Msi, che nacque dopo la fine del fascismo e che, pur non essendo mai stato sciolto, si richiamava esplicitamente al regime fascista. Negli anni Settanta la formula ‘arco costituzionale’ si allargò: di fatto, escludeva anche i nuovi partiti di sinistra nati in quella fase come Partito radicale, Dp, Pdup, etc. Tornando alla definizione di base, quella del “governo di unità nazionale”, vi partecipavano partiti anche lontani politicamente tra loro, che però in tali governi sedevano a pieno titolo, cioè con propri ministri, per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Governo di emergenza o di unità nazionale lo fu senz’altro il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria. Governi di emergenza o di unità nazionale lo furono anche i ‘Governi di Cnl’ (1945-1947): dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione (1948). Nel primo caso, i governi Nitti-Salandra, detti anche ‘governi della Vittoria’ (nella I guerra mondiale) si era in epoca pre-fascista, il Capo dello Stato era ancora il Re, Vittorio Emanuele III di Savoia (infatti la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale). Nel secondo caso, nel secondo dopoguerra, c’era già un Capo provvisorio dello Stato, in carica fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), che era Enrico De Nicola (Pli).

“Governissimo”, “governo di tutti”, “governicchio”. Con tali definizioni, poco appropriate ma di uso giornalistico e frequenti nella pubblicistica, non nella prassi costituzionale, si intendono – in modo spregiativo – governi che ottengono un largo consenso, sia politico che parlamentare, ma che vengono considerati, di fatto, ‘un’ammucchiata’ di partiti e gruppi politici lontani tra loro che mirano, sempre nella considerazione della pubblicistica polemica citata, “solo a spartirsi il Potere tra loro”.

Governo “della non sfiducia” o “delle astensioni”. Venne chiamato così perché la gran parte dei partiti che lo sostenevano appoggiavano il governo con l’astensione o uscendo dall’aula, facendo passare i provvedimenti di quel governo. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno dei due grandi partiti politici allora in campo, la Dc e il Pci, aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, proprio la Dc e il Pci. I due partiti, però, mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo. Era la cd. conventio ad excludendum: si basava sul principio che un partito come il Pci, che dichiarava, storicamente e apertamente, la sua appartenenza al campo comunista internazionale, allora guidato dall’Urss, e al blocco sovietico del Patto di Varsavia non poteva governare un Paese appartenente alla Nato e al blocco occidentale. Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Era, di fatto, un monocolore Dc che vedeva l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI in testa, che fino ad allora aveva sempre votato contro i governi a guida Dc. I partiti che sostenevano il governo – e cioè Dc, Pci e molti altri partiti costituzionali (Psi, Psdi, Pri, Pli) – si astenevano tranne la Dc, che votava a favore. L’Msi votava contro ed era considerato un partito fuori dall’“arco costituzionale”, ma contro votavano anche altri partiti di estrema sinistra (Pdup, Dp e Radicali). I partiti scelsero di operare, invece che al governo, in Parlamento facendo lavorare le commissioni parlamentari che ebbero ruolo cruciale.

Governo di “solidarietà nazionale”. Il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978), doveva essere il governo che sanciva l’ingresso del Pci nell’area di governo con un voto a favore di tutte le sinistre. Invece, proprio a causa del rapimento e poi dell’omicidio, il 18 maggio 1978, del presidente della Dc, Aldo Moro, il governo si trasformò in un governo detto, appunto, di “solidarietà nazionale”. Vi partecipavano tutti i partiti dell’arco costituzionale (Dc, Psi, Psdi, Pri, non il Pli, che andò all’opposizione, e il Pci che, per la prima volta dal 1947, votava a favore di un governo) e dovette gestire la fase del rapimento Moro e seguenti. Non vide, però, la presenza di ministri del Pci al governo, come doveva essere, nelle intenzioni dello stesso Moro, e venne meno quando la fase di emergenza venne chiusa, anche a seguito delle dimissioni dell’allora Capo dello Stato, Giovanni Leone (Dc), dopo lo scandalo Lockheed. Fu sostituito, alla fine dell’VIII legislatura, dal V governo Andreotti (1979), semplice governo di passaggio verso le elezioni, che tornò a essere sostenuto solo da Dc, Psdi e Pri. Ma l’espressione governo di “solidarietà nazionale” è stata usata anche, più in generale, per indicare governi cui partecipano esponenti di tutti (o quasi) i partiti dell’arco parlamentare quando si tratta di affrontare una situazione politica, economica o sociale particolarmente difficile o travagliata. Da questo punto di vista, i ‘governi di Cnl’ e ‘i governi della Vittoria’ (vedi alla voce) possono essere anche definiti in questo modo.

Governo di “raffreddamento” o “di tregua”. La definizione indica la nascita di un governo che si forma in una situazione particolarmente difficile e durante la quale le forze politiche sono in aperto e acceso contrasto tra di loro: ha lo scopo di gestire l’ordinaria amministrazione in attesa che i partiti si accordino per dare vita a un governo più stabile. La differenza con il governo ‘balneare’ (vedi alla voce) è data dalla maggiore animosità della situazione e del clima politico che ne precede la formazione. Ha un evidente e immediato sinonimo nel governo ‘di tregua’. 

Governo “parlamentare” o “di programma”. Con queste formule si intende definire un governo caratterizzato dal fatto di non avere una precisa e/o compatta base parlamentare, ma che si prefigge il compito di realizzare il proprio mandato giovandosi, a seconda delle circostante, dell’appoggio di questo o di quel partito all’opposizione, promuovendo in cambio di tale appoggio favori o misure politiche consistenti.

Governo “tecnico”. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese. Accadde durante la crisi economica del 1992-’93, con i governi Amato e Ciampi, per una rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995), con il governo Dini, o dopo entrambi i fatti scatenanti insieme come nella crisi finanziaria del 2011, quando nacque l’ultimo governo tecnico, quello Monti. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vide il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro. Nei governi tecnici, a volte chiamati anche governi ‘traghetto’ (vedi alla voce), i ministri sono scelti tra personalità di alto livello (economisti, avvocati, giuristi, dirigenti d’azienda, etc.) ma di natura, appunto, tecnica e non politica.

Giorgio Napolitano

L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo studio al Quirinale

 

******Spazio curiosità III****** La dottrina, la storia e le persone. Evoluzione dei poteri del Presidente della Repubblica.

Alcuni costituzionalisti, come il professor Stefano Ceccanti, rifiutano la definizione di governo “tecnico” e preferiscono quella di “governo del Presidente” in quanto governi tecnici non sono dati nell’ordinamento (tutti i governi sono politici perché devono, in ogni caso, essere votati dal Parlamento) e perché la spinta presidenziale a farli nascere li configura come governi motivati, formati e tenuti in piedi solo grazie all’input e al sostegno del Presidente della Repubblica. La motivazione a contrario è che i governi “del Presidente” (vedi alla voce) non possono essere previsti, in natura e per dettato costituzionale, perché la figura del presidente della Repubblica, nel nostro ordinamento, non è paragonabile a quella di un Capo dello Stato di natura semi-presidenziale (Francia) o presidenziale (Usa), ma è solo il garante della Costituzione, come avviene in una repubblica parlamentare.

La dottrina costituzionale più avanzata sostiene che i poteri del Presidente della Repubblica vengono usati ‘a soffietto’ o ‘a fisarmonica’, nel senso che, a seconda del momento storico, politico e socioeconomico che il Paese attraversa, come della complessità della crisi istituzionale in corso, si restringono o si allargano a seconda delle esigenze politiche e, anche, della capacità del Presidente in carica di usarle. Non a caso, persino il primo presidente della Repubblica, Einaudi, che pure sosteneva che il suo ruolo fosse quello del “presidente notaio”, ispirò direttamente dei governi (Pella e Segni). Il secondo Capo di Stato, Gronchi, pure usò il suo potere presidenziale per risolvere diverse crisi mentre il suo successore, Segni, arrivò fino a essere tentato dal propugnare un colpo di Stato in Italia (il piano Solo, 1962) contro la nascita del centro-sinistra e si dovette dimettere per la malattia che lo colse, certo, ma anche per i contrasti con l’allora capo del governo, Moro, e leader del Psi Nenni. Saragat accompagnò le evoluzioni del centrosinistra. Leone fu certamente un presidente ‘notaio’, ma aiutò di fatto, alla nascita di un fatto epocale come il compromesso storico e la nascita dei governi “di solidarietà nazionale”. Pertini se ne inventò di ogni: gli incarichi a Spadolini, primo premier laico, e a Craxi, primo premier socialista, furono da lui fortemente voluti e intervenne più volte nelle crisi come in molti fatti politici e internazionali esondando dai suoi poteri con quelle che, dopo, con Cossiga, sarebbero diventate note come ‘esternazioni’ (fuori dall’ufficialità prevista) del Capo dello Stato. Cossiga, appunto, prima si mise in mezzo tra Craxi e De Mita e poi fece la guerra ad Andreotti con le rilevazioni su Gladio (la rete Stay Behind) e su molto altro, fino alle dimissioni anticipate per protesta, senza dire dei suoi continui attacchi ai magistrati, pur da capo del Csm. Scalfaro e Napolitano sono, però, i due presidenti di certo ritenuti i più ‘interventisti’ e creatori o facilitatori che dir si voglia di governi, spesso da loro stessi voluti e ispirati. Sotto l’egida di Scalfaro nacquero prima il governo Amato e poi quello Ciampi (da qui la discussione sulla loro natura: governi tecnici o governi del Presidente?) e senza la sua azione, ai limiti del mandato costituzionale, non avrebbero mai visto la luce. Tanto più operò e intervenne, Scalfaro, contro il I governo Berlusconi e per sostituirlo con Dini, con tanto di promessa (a Berlusconi) di elezioni a breve che, invece, poi fu tradita e che si tennero solo molto dopo. Scalfaro, poi, come Cossiga, e come poi farò Napolitano (anche Pertini lo fece, ma i suoi ‘discorsi dal caminetto’ riguardavano temi come la pace, la fame nel mondo, etc.), si appellò direttamente, e in più occasioni, ai cittadini per affermare le sue ragioni o per difendere se stesso da accuse e scandali (il famoso ‘Non ci sto’ sui fondi neri del Sisde). Infine, dopo la parentesi Ciampi, tornato presidente notaio, ma che rifiutò in più occasioni di promulgare leggi del governo Berlusconi su questioni giudiziarie (le leggi ad personam) e che intervenne anche in materia elettorale (le correzioni al Porcellum), arrivò appunto il ‘regno’ di Napolitano. Il quale si inventò di sana pianta un governo, quello Monti, dopo aver provocato la caduta di Berlusconi, nel 2011 (e pensare che solo un anno prima, nel 2010, l’aveva ritardata negando a Fini di sfiduciarlo per tempo), rifiutò ai partiti l’accesso alle elezioni anticipate e nel 2013 impose, alla nuova legislatura che si apriva, una “stagione di riforme” che, peraltro, vide sempre lui protagonista. La commissione dei 40 saggi, sostanzialmente, una struttura extra ordinem, molto criticata da diversi costituzionalisti, e la nascita del governo Letta furono sue personali decisioni. Poi, avallò la nascita del governo Renzi, infine si dimise, ma anche se non aveva chiesto lui di essere rieletto – sempre nel 2013 – la scelta di un mandato bis, quando la Costituzione, che pure formalmente non vieta la rielezione, parla di un mandato di sette anni, per il Capo dello Stato, fu una scelta pesante che creò un precedente importante, anche se poi gli anni del mandato bis furono solamente due. In buona sostanza, si può dire che solo con Mattarella siamo tornati all’antico adagio del presidente ‘notaio’ ma proprio un fine costituzionalista, ‘innamorato’ della Costituzione, come Mattarella potrebbe stupirci e innovare a sua volta, ampliando i poteri che gli spettano o ‘creando’ governi, chiamiamoli, se vogliamo, ‘del Presidente’ o in altri modi. Forse perché, come si è cercato di dimostrare in queste poche righe, la ‘maledizione’ del presidente ‘notaio’ è tale che porta a violarla qualsiasi inquilino abiti al Quirinale, a prescindere dalla sua indole, storia politica e fase storica.

E proprio alla luce di questo breve excursus storico-politico sui poteri e le figure dei diversi presidenti della Repubblica, acquista peso la tesi non peregrina di Ceccanti e altri: solo il presidente della Repubblica italiana ha poteri di derivazione tipicamente presidenziale (potere di scioglimento delle Camere e nomina del premier) mentre gli altri presidenti di repubbliche parlamentari (es: la Germania) non conoscono minimamente tali poteri. Ecco che, secondo tale tesi, sarebbe semplice e agevole trasformare la nostra repubblica parlamentare in una repubblica semi-presidenziale, semplicemente trasferendo i poteri in capo al Capo dello Stato al presidente del Consiglio (scioglimento delle Camere e nomina dei ministri) mentre l’indicazione del premier andrebbe prevista in una nuova legge elettorale che prevedesse, ovviamente, l’elezione diretta del premier. Proposte di legge in tal senso sono state proposte dallo stesso Ceccanti (Pd) e appoggiate da Cangini (FI) e altri parlamentari che si battono per una trasformazione in senso semi-presidenzialistico della nostra repubblica parlamentare.


Formule politiche. I 64 governi della Repubblica hanno conosciuto diverse formule politiche con cui i diversi partiti che appoggiavano questo o quel governo lo ‘coloravano’ in un modo o nell’altro. Ne indichiamo le principali, in modo non esaustivo. I governi di Cnl o di “unità nazionale” (vedi alla voce) sono stati principalmente governi di tutti i partiti di Cnl i (Dc, Psli, Pri, Pli, Psi, Pci, Pd’Az, Dl) o di ‘esapartito’, cioè appoggiati da sei partiti (spesso, infatti, il Pli o il PdAz non ne appoggiava l’uno o l’altro, a seconda dei momenti). Un governo De Gasperi, nel 1947, il III, fu un governo ‘tripartito’, cioè appoggiato solo dai tre grandi partiti (Dc, Psi, Pci). I governi del primo (1948-1953) e del secondo (1958-1958) centrismo furono governi ‘quadripartito’, cioè appoggiati da Dc, Psli, Pri, Pli, mentre il Psi, quando nacquero i governi di centrosinistra (1960-1968) passò dall’appoggio esterno (vedi alla voce) all’appoggio organico, ma i governi di centro-sinistra ‘organico’ non venivano, all’epoca, definiti governi di ‘pentapartito’. Durante la fase del centrismo e in quella del governo ‘della non sfiducia’ o delle ‘astensioni’ (vedi alla voce) stettero in piedi anche governi ‘monocolore’, cioè sostenuti dalla sola Dc, o governi ‘bicolore’, sostenuti dalla Dc e dal Pli. Negli anni Ottanta prese l’uso di definire i governi sostenuti da cinque partiti di centro-sinistra (Dc, Psdi, Pli, Pri, Psi) governi ‘pentapartito’. Nella Seconda Repubblica i governi furono di centrodestra o di centrosinistra a seconda della coalizione che aveva vinto le elezioni. Nel caso dei governi di centrodestra, si tratta del I, del II, del III e del IV governo Berlusconi: nel 1994 erano sostenuti da Polo delle Libertà (FI-Lega) e Polo del Buongoverno (FI-An), ma anche da partiti minori centristi (Ccd-Cdu); nel 2001-2006 di governi sostenuti dalla Casa delle Libertà (federazione di FI-An–Uc) e dalla Lega Nord, con il II e III governo Berlusconi; nel 2008-2013 si trattò di governi sostenuti dalla Casa delle Libertà (fusione di FI e An), dalla Lega Nord e dall’Udc, ma anche da forze minori (MPA) o nate in quel periodo (Fli). Nel caso del centrosinistra si trattò di governi sostenuti, come il I governo Prodi (1996-’98), prima dall’Ulivo (cartello elettorale che comprendeva Pds-Ppi-Pri-Ud-Verdi-Svp-lista Dini), con l’appoggio esterno del Prc, o da una parte dell’Ulivo (Pds-Ppi-Udr-Pdci-Verdi), come nei casi del I e II governo D’Alema e del governo Amato. Nel caso del II governo Prodi (2006-2008) di un governo sostenuto dal cartello elettorale dell’Unione che comprendeva Ds-Margherita-Prc-Pdci-Verdi-Udeur). Ovviamente, i governi tecnici (vedi alla voce) Ciampi, Dini, Monti, pur sostenuti da un ampio arco di forze parlamentari, non prevedevano forme politiche ‘colorate’.

“Forni” o politica detta “dei due forni”. La politica “dei due forni” di cui molto, in questi giorni, ha parlato il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, riferendosi alla possibilità di fare un accordo politico e di governo o con la Lega o con il Pd, indifferentemente e cioè a seconda di chi ci sta, non solo è un espressione impropria, in riferimento alla situazione politica attuale, ma non è, ovviamente, neppure farina del sacco di Di Maio. Si tratta, infatti, un’espressione tipica della Prima Repubblica, diventata famosa perché coniata dal leader dc Giulio Andreotti, più volte ministro e, per ben sette volte, presidente del Consiglio nella Prima Repubblica. Va premesso che, nella pubblicistica politica, ricorrono riferimenti concorrenti sia ai due forni che alla teoria dei due forni. Giulio Andreotti, quando si ritrovò a commentare, a distanza di anni, la fase storico-politica degli anni Sessanta, caratterizzata dalla centralità della Dc, scrisse che egli fu artefice dell’idea che in quel momento il suo partito, “per acquistare il pane” (cioè per fare la politica più congeniale ai propri interessi alleandosi con altre forze), dovesse servirsi di uno dei due forni che aveva a disposizione, a seconda delle opportunità: il forno di sinistra (socialisti) o il forno di destra (liberali, eventualmente anche i missini). Secondo il quotidiano La Repubblica, Andreotti in un’intervista spiegò di avere inventato i “due forni” durante la crisi politica che portò alle elezioni anticipate del 1987. Ma altri giornalisti e storici fanno risalire il concetto alla fine degli anni ’50 o ai primi anni ’60, quelli dell’avvento del centrosinistra. A quell’epoca Andreotti incarnava la destra della Dc e i due fornai erano uno il Psi di Pietro Nenni, a sinistra, e il Pli di Giovanni Malagodi (e, all’occorrenza, anche gli esponenti dell’Msi), a destra. Andreotti, in ogni caso, mise in atto la sua teoria prima di teorizzarla… Infatti, la usò con il suo primo governo del 1972, dove, dopo la fine del centrosinistra, tornarono al governo i liberali assenti dal 1962. Un esecutivo che strizzava anche l’occhio ai missini di Almirante, cresciuti alla Politiche. Alla fine degli anni ’70, dopo l’assassinio di Aldo Moro, il quadro era completamente mutato: a offrire ‘pane’ alla Dc c’erano sempre i socialisti  di Bettino Craxi come i comunisti di Enrico Berlinguer, sempre con l’obiettivo di salvaguardare la centralità della Dc. Va precisato che politici e media hanno tirato in ballo la teoria dei “due forni” in relazione a situazioni diverse da quelle originariamente designate, sotto metafora, da Giulio Andreotti. Lo ha fatto, ad esempio, Silvio Berlusconi contestando le scelte del suo (allora) alleato, e leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. Di solito, quando si parla dei “due forni” a proposito del comportamento politico di qualcuno (singolo o forza politica), s’intende in realtà ingentilire eufemisticamente l’idea di un’atteggiamento trasformistico. Tutt’altra definizione, ma a volte erroneamente confusa con questa, è quella di un leader (o di un partito) che, sempre nell’ambito della Prima Repubblica, faceva da ago della bilancia. L’espressione fu spesso riferita, a partire dalla fine degli anni Settanta, alla posizione e alla politica del Psi nel periodo craxiano, che si collocava come elemento di equilibrio decisivo tra Dc e Pci al centro del panorama politico, mostrandosi fautore di scelte accortamente svincolate da ogni rigidità di schieramento (al governo del Paese  con la Dc, ma al governo di numerose Regioni, Province e Comuni insieme con il Pci).

“Esterno” (appoggio). E’ una formula politica che permette a partiti che non fanno parte dell’esecutivo di sostenere il governo o in maniera diretta, tramite voto, o indiretta, attraverso l’assenza dall’aula durante i voti finali sui provvedimenti. L’articolo 94 della Costituzione sancisce che il governo debba avere la fiducia delle due Camere. Questo vuol dire che sia alla Camera che al Senato la maggioranza dei parlamentari è disposta a votare a favore dei provvedimenti proposti dall’esecutivo. Generalmente chi fa parte di questa maggioranza dà un sostegno pieno alla squadra di governo, seguendo in tutto e per tutto le decisioni prese dal premier e dai suoi ministri. Questo comporta una facile comprensione di chi è al governo (gruppi parlamentari con membri nell’esecutivo) e chi no e che rientra nell’opposizione. La polarizzazione però può avere delle sfumature intermedie. Specialmente in legislature con governi o di coalizione o che non hanno un sostegno eccessivamente ampio, può succedere che alcuni gruppi parlamentari diano, appunto, un appoggio esterno all’esecutivo, sostenendolo pur non facendone parte. Questo può avvenire in due modi. Il primo caso, quello più comune, è un appoggio esterno diretto. Alcuni gruppi parlamentari, pur non avendo membri nella squadra di governo, possono decidere di sostenere l’esecutivo votando a favore dei provvedimenti da esso presentati. Il secondo caso invece è un appoggio esterno indiretto, che comporta o l’astensione o l’assenza dall’aula al momento del voto. Quest’ultimo caso è quello più interessante. La soglia di maggioranza per l’approvazione di un atto può infatti variare a seconda del numero di presenti. Se generalmente è di 316 deputati e 158 senatori (161 considerando oggi i senatori a vita), il quorum si abbassa (anche di molto) se ci sono assenze fra i parlamentari. Decidendo di uscire dall’aula, i gruppi in appoggio esterno indiretto facilitano il lavoro del governo, e quindi l’approvazione dell’atto.La XVII legislatura, cioè la penultima, è stata caratterizzata da numerosi casi di appoggio esterno al governo. L’ultimo  (novembre 2017) ha visto protagonista Articolo 1 – Mdp, gli scissionisti dal Pd, gruppo che, con le dimissioni del vice ministro Filippo Bubbico, ha ufficializzato il passaggio dei suoi gruppi parlamentari dall’appoggio pieno al governo Gentiloni all’appoggio esterno. Passaggio che già era nell’aria, visto il comportamento del movimento negli ultimi mesi (l’uscita dall’aula nel voto sulla manovra correttiva).  Il più noto degli esempi di appoggio esterno riguarda però il precedente governo Renzi, in cui la riforma costituzionale Boschi (poi bocciata dal referendum popolare) fu approvata dal parlamento anche grazie al sostegno di Ala (il movimento fondato da Dennis Verdini) che votò a favore di quella legge pur non facendo parte della squadra di governo (i voti di Ala furono decisivi, soprattutto al Senato, per blindare la riforma e farla passare). Nel corso della XIII legislatura (1996-2001) fu il Prc (Rifondazione comunista) di Fausto Bertinotti a garantire, al I governo Prodi (1996-’98) l’appoggio esterno del suo partito. Dopo una lunga trattativa che rischiò di far cadere il governo già all’atto del varo della prima manovra economica (1996), la situazione divenne sempre più tesa e, nel 1998, Rifondazione – che si era alleata all’Ulivo guidato da Prodi alle elezioni politiche del ’96 ma solo attraverso un cd. ‘patto di desistenza’ in una serie di collegi uninominali – decise di togliere definitivamente l’appoggio al governo Prodi, che poi cadde in Parlamento e che fu sostituito dai governi I e II D’Alema e dal governo Amato che godettero l’appoggio di un pezzo di Rifondazione, il Pdci di Armando Cossutta, che era uscito dal Prc per dissenso proprio sul tema dell’appoggio al governo Prodi. Nel corso della Prima Repubblica, furono molti i casi in cui il Psi, rispetto ai governi a guida Dc, ma non ancora organicamente di centro-sinistra, garantiva l’appoggio esterno ai primi governi centristi che ‘aprivano’ a sinistra, ma senza entrare nei vari esecutivi.

Leader. Il leader di una forza politica non ne è, per forza, il segretario politico o il presidente del partito: può anche essere una figura altra, purché riconosciuta dallo Statuto di quella singola forza politica, ma si tratta di un confine assai labile. La presenza, alle consultazioni, con i capigruppo dei gruppi parlamentari, di leader non eletti delle rispettive formazioni politiche, è pratica invalsa nella II Repubblica. In tempi recenti Beppe Grillo, capo politico del M5S, nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Berlusconi con FI. Nella I Repubblica (1946-1992) salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti dei partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

Legislatura (XVIII). La XVIII legislatura della storia repubblicana (la I si è aperta nel 1948) è partita con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenza che ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichi: servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere. Le Camere hanno, da lì, iniziato a funzionare regolarmente.

“Grosse Koalition”. La formula è mutuata dal vocabolario politico tedesco. La nascita della Grosse Koalition, in Germania, risale al periodo 1966-1969 quando per la prima volta i due partiti antitetici dell’allora Repubblica Federale Tedesca (Rft), la Cdu-Csu e la Spd, governarono insieme guidati dal premier Kurt Georg Kiesinger (Cdu). L’esperimento politico, per quanto funzionante, fu ritenuto, all’epoca, un’eccezione da non ripetersi più in futuro, in quanto i due principali partiti tedeschi e i loro alleati minori si sono ritenuti sempre alternativi, ma nella legislatura 2005-2009 si tornò a un governo di Grosse Koalition con i governi guidati dalla cancelliera Angela Merkel. L’esperimento fu replicato anche nella legislatura 2013-2017 e, dopo le ultime elezioni politiche del 2017, è stato riproposto anche se ci sono voluti sei mesi per vararlo, sempre sotto la guida della cancelliera Merkel. Ogni volta viene stipulato, tra Cdu-Csu e Spd, un “contratto di governo” che prevede, di volta in volta, i punti programmatici dell’intesa, cui si richiama oggi M5S quando parla, per il governo, di “contratto alla tedesca”. In Italia, un governo di Grosse Koalition (larga coalizione) è stato ritenuto il governo Letta (2013-2015) che però viene più comunemente definito “governo di larghe intese” (vedi alla voce).

Patto (di legislatura). E’ l’intesa con la quale i partiti che formano un governo s’impegnano a sostenerlo per cinque anni, cioè per l’intera legislatura in corso.

Partecipazione organica (al governo). Si ha quando un partito della maggioranza di governo ‘invia’ propri rappresentanti al governo in qualità di ministri e/o di sottosegretari i quali lo rappresentano pienamente dentro quel governo. Se la partecipazione al governo non è ‘organica’, da parte di una forza politica, vuol dire che il partito o gruppo politico in questione si limita a sostenere dall’esterno il governo (vedi alla voce “appoggio esterno”) oppure ad astenersi su di esso e sui suoi provvedimenti. Il caso dell’appoggio esterno del Prc di Bertinotti al I governo Prodi (1996-’98) fu un caso di appoggio esterno come lo fu l’appoggio esterno di Ala di Verdini al governo Renzi.

Rimpasto (di governo). Si verifica quando una (o più) forza politica della maggioranza di governo chiede di cambiare, in parte o in tutto, i ministri che ne fanno parte e ottiene che alcuni ministri si dimettano venendo sostituiti da altri della propria parte politica.

“Staffetta” (patto della). Fu chiamato così il patto politico siglato tra l’allora leader del Psi, Bettino Craxi, e l’allora leader della Dc, Ciriaco De Mita, che tra il 1983 e il 1987 avrebbero dovuto alternarsi al governo, sempre all’interno di governi di pentapartito (cioè di governi di centro-sinistra), ma il patto naufragò per l’ostilità dell’uno verso l’altro. Oggi se ne parla in merito a un possibile patto tra Salvini, leader della Lega, e Di Maio, leader dei 5Stelle, che dovrebbero (o vorrebbero) alternarsi alla guida del governo dentro un accordo tra centrodestra e M5S. Si farà? Difficile a dirsi, più difficile a farsi.

Staff (del Quirinale). Il presidente della Repubblica viene aiutato, nel suo compito di svolgere le consultazioni (vedi alla voce) da alcuni dei suoi principali collaboratori che sono: il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera); il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri; i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso; il consigliere Simone Guerrini e molti altri.

Stallo (o caos) istituzionale. E’ la situazione attuale. Un governo non c’è (ma c’è il governo Gentiloni per “il disbrigo degli affari correnti”, vedi alla voce) e la crisi politica si prolunga, ma  ‘niente paura’: è già successo e “ci vuole il tempo che ci vuole”…

“Terzo uomo”. Se ne parla anche nel corso di questa crisi politica perché potrebbe essere una personalità politica o istituzionale o fuori dai giochi dei partiti (il presidente della Consulta Lattanzi, il presidente dell’Authority della Anti-corruzione Cantone, l’ex giudice della Consulta Flick e via elencando) a essere chiamato dal Capo dello Stato a guidare un governo di tutti o di responsabilità o di scopo o a termine (vedi alle varie voci citate), ma solo dopo che tutte le altre opzioni politiche venissero scartate.

“Verifica” (di governo). Si intende con questo termine l’incontro tra i maggiori esponenti dei partiti che reggono un governo, incontro che si tiene periodicamente oppure dopo un evento politico di rilievo che cambia gli assetti politici del momento (per esempio le elezioni amministrative, comunali o regionali, le elezioni europee, etc.) allo scopo di ‘verificare’ (da cui il termine) se permangono o meno le condizioni affinché il governo possa continuare a operare. Nella Prima Repubblica erano molto frequenti.

Voto di fiducia. La nostra è una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare: le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti. La Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, e di conseguenza aprendo una nuova crisi di governo. In realtà, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia al governo da parte del Parlamento, sono pieni gli annali della storia patria: è quasi sempre stata la norma e la crisi ‘parlamentare’ l’eccezione.

Il contrario del voto di fiducia è, ovviamente, il cosiddetto ‘voto di sfiducia’: si realizza quando un esecutivo si presenta in Parlamento e viene battuto o ‘va sotto’ il quorum richiesto per quella votazione su un provvedimento o sul complesso del suo operato. Il paradosso è che, nella storia repubblicana, sono stati assai pochi i governi battuti in Parlamento con un voto di sfiducia, mentre normalmente, specie nella Prima Repubblica, i governi si dimettevano anche se non in presenza di un voto di sfiducia da parte delle Camere. Per non risalire troppo indietro nella storia, si può ricordare che entrambi gli esecutivi a guida Prodi di centrosinistra furono battuti, il primo nel 1996 e il secondo nel 2008, da un voto di sfiducia da parte delle Camere, la prima volta per responsabilità del Prc di Fausto Bertinotti e la seconda volta per responsabilità dell’Udeur di Mastella. Fu lo stesso Prodi a chiedere e a imporre, nonostante i molti pareri contrari presenti dentro i suoi governi e il suo staff, in entrambi i casi, un voto da parte delle Camere. Nel 1996 la legislatura continuò comunque con i governi D’Alema I e II e con il II governo Amato e si chiuse solo nel 2001. Nel secondo caso, invece, la legislatura che si era aperta nel 2006 si interruppe nel 2008 dopo un infruttuoso tentativo di formare un nuovo governo affidato da Napolitano a Marini. Peraltro, fu quella la seconda legislatura più breve della storia repubblicana, seconda soltanto a quella del 1992-’94. Da ricordare, infine, che il voto di fiducia se chiesto sul governo presuppone l’ottenimento della maggioranza assoluta dei voti di ciascuna Camera (316 deputati su 630 alla Camera, 161 senatori su 315 al Senato, ma il numero della composizione del Senato varia in base al numero dei senatori a vita che, in questo caso, sono cinque, quindi 321) mentre se chiesto su un provvedimento, di ogni natura, presuppone solo il raggiungimento della maggioranza semplice dei voti in ogni Camera (la metà più uno dei presenti alla votazione varia in base ai presenti).

Pertini presidente

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

 

******Spazio curiosità IV****** 

Alcuni singoli episodi storici sugli incarichi di governo conferiti dai Presidenti nel corso dell’età repubblicana.

1979, i tre presidenti incaricati (uno effettivo e due vice). Nel 1979 l’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare di andare a nuove elezioni (che poi, comunque, nel 1979 si tennero) e per tenere in vita la VII legislatura, convocò al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti da marzo, in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo). Pertini ricevette i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfilò e rinunciò, quindi l’operazione saltò e il governo ‘a tre’ non nacque ma nacque invece un V governo Andreotti che portò il Paese al voto. La Malfa, per il dolore, ne morì…

1979, il primo incarico a un esponente non Dc (Craxi). Sempre Pertini fu il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana e lo fece per ben due volte. Infatti, l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo guidato da Ferruccio Parri, ex comandante partigiano, di fede azionista, nato e morto nel 1947 era stato l’ultimo, prima vi erano stati tre governi Badoglio e due governi Bonomi, nel 1943-1946, ma era ancora vigente la monarchia di casa Savoia. Nel luglio del 1979 Pertini diede l’incarico di formare un governo al segretario del Psi Bettino Craxi, che dovette rinunciare per l’opposizione della Dc. Una decisione che suscitò grande scalpore ma preparò così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

1981, il primo governo a guida laica (Spadolini). Nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (Dc, 1980-1981) a causa dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, il quale presentò un governo di pentapartito (sorretto cioè da Dc, Pli, Pri, Psdi, Psi) il 28 giugno 1981. Fu una specie di rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc che mantenne tale primato per 35 anni.

1983, il primo governo a guida socialista (Craxi). Sempre il presidente Pertini fu il responsabile del conferimento dell’incarico al primo esponente socialista nella storia della Repubblica: il Psi aveva partecipato, quasi ininterrottamente, dal 1960 in poi ai governi detti “di centrosinistra” (fu in quell’occasione che Aldo Moro coniò l’espressione “convergenze parallele”: Moro parlava, cioè, del rapporto di convergenza tra la Dc e il Psi e non, come spesso si confonde, del rapporto tra la Dc e il Pci), ma non ne aveva mai guidato nessuno e il suo storico leader, Pietro Nenni, ne era stato, al massimo, vice-presidente.  Il giuramento del I governo Craxi, avvenne il 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito (formula che indicava la presenza di Dc, Psi, Psi, Poi e Poi al governo) durò fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, vi furono ai vertici dello Stato due esponenti socialisti: il presidente della Repubblica (Pertini) e il presidente del Consiglio (Craxi).

1987, il primo incarico esplorativo a un comunista (Iotti). Il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, nell’ambito di una complessa crisi di governo seguita alle dimissioni del II governo Craxi affidò al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), un incarico esplorativo nel marzo del 1987. Nell’arco di venti giorni, dal 25 marzo al 10 aprile, la Jotti ha verificato l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo e la palla è passata ad altre personalità. In ogni caso, si è trattato della prima e unica volta in cui un esponente del Pci, peraltro la vedova di Palmiro Togliatti, ha avuto un incarico, sia pure esplorativo, da un Presidente della Repubblica nell’intero arco della storia repubblicana.

1987, il primo incarico al presidente del Senato in carica, Fanfani. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha innovato la prassi costituzionale affidando al presidente del Senato in carica, Amintore Fanfani (Dc), un incarico per formare un governo il 14 aprile 1987. Il VI governo Fanfani è rimasto in carica fino al 9 luglio 1987, il tempo utile per accompagnare il Paese al voto e si è dimesso subito dopo l’elezione delle nuove Camere. In ogni caso si è trattato del primo governo affidato a un presidente del Senato in carica.

1989, la crisi di governo più lunga e il governo Andreotti. La crisi di governo più lunga nella storia della Repubblica fu quella del maggio-luglio 1989 che, durante la X legislatura (1987-1991), portò alla nascita del VI governo Andreotti (1989-1991). Ma il governo Andreotti nacque ben 64 giorni dopo le dimissioni, il 19 maggio 1989, del presidente del Consiglio precedente, Ciriaco De Mita (Dc), che era in carica dal 1987 quando si erano tenute le elezioni politiche e che si dimise dopo la conclusione del congresso del Psi che gli tolse l’appoggio perché Craxi riteneva che non fosse stato rispettato il cd. “patto della staffetta” (l’alternanza tra un esponente del Psi, Craxi, e uno della Dc, De Mita, alla guida del governo, patto politico che De Mita e Craxi pretendevano fosse persino ‘costituzionalizzato’). Le consultazioni furono tenute dall’allora presidente Francesco Cossiga (Dc). Dopo un mandato esplorativo affidato a Spadolini (Pri), allora presidente del Senato, e il reincarico a De Mita, che rinunciò, nacque il VI governo Andreotti, detto ‘di pentapartito’ perché sostenuto da un’alleanza dei cinque partiti storici del centrosinistra (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi): sbloccò l’impasse e durò fino al 1991. Ci vollero due mesi per risolvere la crisi di governo, la più lunga della storia repubblicana, dal 19 maggio al 22 luglio.

1992, la crisi di governo più drammatica, il Governo Amato. Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò, peraltro, della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), fu drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincise anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma fu segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui morirono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro fu costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, il Pri era all’opposizione) uscita dalle urne nonostante il ciclone di Tangentopoli fosse in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività. Scalfaro diede due incarichi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi in situazioni drammatiche. Il primo incarico fu dato a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governò dal giugno 1992 all’aprile 1993 affrontando problemi di ordine interno (corruzione e stragi) e internazionale (crollo della lira, svalutazione e il famoso “prelievo forzoso sui conti correnti”). Particolare curioso delle consultazioni: Scalfaro pretese e ottenne che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presentasse allo studio alla Vetrata, falcidiando molto dei partiti coinvolti. Durante il governo Amato, peraltro, il numero di ministri che si dimisero per gli avvisi di garanzia ricevuti dal pool di Mani Pulite fu esorbitante: si trattò dei ministri Martelli (Psi), Goria e Fontana (Dc), Di Lorenzo (Pli), mentre il ministro Scotti (Dc) si dimise per la nuova incompatibilità, fatta valere dal suo partito, tra ministro in carica e seggio parlamentare, il ministro Ripa di Meana (Verdi) si dimise per dissenso in merito al decreto Conso che depenalizzava i reati di Tangentopoli e che poi venne ritirato. In totale, si trattò delle dimissioni di ben sei ministri in carica.

1993, la prima volta del Pds al governo e il Governo Ciampi. Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cadde e Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituì due novità: fu il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era, in quel momento, governatore della Banca d’Italia, più tardi fu ministro e poi anche presidente della Repubblica) e il primo governo, dal 1947 in poi, a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti. Infatti, anche se solo per una giornata, il 29 aprile 1993, il Pds (ex Pci) di Achille Occhetto prese parte al governo Ciampi con propri ministri che erano Visco, Berlinguer, Barbera e Rutelli (Verdi). L’uscita dal governo, a sole 24 ore dalla sua formazione, fu determinata dal fatto che la Camera dei Deputati negò l’autorizzazione alla richiesta di arresto per il leader del Psi Bettino Craxi, voto che si teneva proprio quel giorno. Il governo Ciampi fu anche il governo che gestì il primo passaggio dal sistema proporzionale semi-puro che aveva segnato la storia di tutta la Prima Repubblica a una nuova legge elettorale, il Mattarellum (dal nome dell’attuale Capo dello Stato e allora capogruppo del Ppi, Sergio Mattarella). Il Mattarellum, varato nel 1993 e applicato per la prima volta nel 1994, introdusse in Italia un sistema elettorale maggioritario, basato sui collegi uninominali, anche se con discreto recupero proporzionale (25%).

1994, il primo caso di un ministro (Previti) depennato dalla lista dei ministri. Quando, nel 1994, il 18 aprile, si tornò a votare e si aprì la XII legislatura (1992-’94), la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi (alleato della Lega Nord nel Polo delle Libertà al Nord e di An al Sud nel Polo del Buon Governo) sancì la nascita di una nuova era, la Seconda Repubblica. Il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo non rispondeva più alle logiche della Prima Repubblica e al gioco come ai rapporti tra i partiti in un sistema, di fatto, proporzionale, ma avviò l’era – o quantomeno la richiesta – della formazione di governi che rispondessero all’esito elettorale. In tale cornice, nacque il I governo Berlusconi che governò dal 10 maggio 1994 fino alle sue dimissioni, il 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nacque con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc, e altri partiti minori. Il neo premier portò all’allora presidente Scalfaro, nella lista dei ministri, anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” disse, candidamente, Berlusconi a Scalfaro). Ne seguì un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) dopo il quale Berlusconi accettò il veto del presidente Scalfaro sul nome di Previti e lo spostò alla Difesa. Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, fatto non usuale, ma nemmeno irrituale nella storia. Infatti, Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al governo del governo Pella (1953) che lo stesso Einaudi spinse a formare.

2008, il governo più longevo della storia, il governo Berlusconi. Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura (2008-2013), il 7 maggio 2008, fu il 60 esimo governo della storia repubblicana, batté tutti i record di durata degli esecutivi più longevi della storia patria ed è rimasto, a oggi, il secondo più lungo, secondo solo al VII governo De Gasperi(1951-1953), naturalmente contando solo i governi della storia repubblicana. Il governo più lungo di tutti fu ovviamente il governo guidato da Benito Mussolini, con diversi rimpasti, dal 1929 al 1943, governi che si formarono durante il regime fascista e che venivano autorizzati dall’allora Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

2011, il governo di un senatore a vita, il governo Monti. La crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali che coinvolse l’Italia nell’estate del 2011 e la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che gli aveva tolto l’appoggio, formando un suo partito (Fli), separato e distante dall’allora Pdl, manovrando, da presidente della Camera, contro Berlusconi, comportò che, a novembre del 2011, il IV governo Berlusconi cadde, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando per un soffio la maggioranza assoluta (315 voti). L’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (Pd), colse al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottenne il 16 novembre 2011. Napolitano fu il vero artefice dell’esperimento del governo tecnico guidato da Mario Monti, che egli stesso aveva provveduto a nominare, pochi mesi prima, senatore a vita. Monti governò – sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione – fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ e non indicati dai vari partiti che lo sostenevano, adottando misure draconiane in economia.

2013, una legislatura caotica, l’ultima, e una crisi di governo durata 44 giorni. La legislatura appena conclusa, la XVII, si aprì nel caos. Si votò il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, che aveva sostituito nel 2005 la legge elettorale precedente, il Mattarellum, e che funzionò dalle elezioni del 2006 fino, appunto, a quelle del 2013. Tale legge, il Porcellum, venne poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione, premio concesso senza soglia di accesso. In ogni caso, la coalizione di centrosinistra imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ebbe la maggioranza dei seggi (340) ma solo alla Camera e non al Senato per la difformità dei premi, che al Senato venivano dati su base regionale. Bersani ricevette, dal presidente Napolitano, il pre-incarico per formare un governo il 15 marzo e diede avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, dovette gettare la spugna per l’indisponibilità dei 5Stelle. Napolitano congelò il pre-incarico a Bersani senza mai più, di fatto, ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale come poi fu notato. Subito dopo, però, le consultazioni al Colle si dovettero fermare per forza perché era scaduto lo stesso mandato di Napolitano e si dovette procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato. Le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101”) portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo e unico capo dello Stato ad essere eletto per due volte alla massima carica della più alta istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile, dunque, Napolitano poté procedere ad aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo e solo dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e FI dall’altra conferì, il 20 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giurò nelle mani del Capo dello Stato il 24 aprile e nacque il 28 aprile, cioè ben 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi, dunque, che fu molto lunga, anche se non la più lunga, e che portò con sé altre due novità: la rielezione di Napolitano e la formula delle ‘larghe intese’.

 

il mio libro su Renzi

La copertina di un libro su Renzi, La volta buona.

La formula del governo delle larghe intese proseguì fino al gennaio 2015 quando arrivò al governo Matteo Renzi (Pd), dopo la sfiducia che il suo partito aveva promosso nei confronti del governo Letta. Renzi ebbe da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo che durò fino a dicembre 2016 quando fu invece il nuovo Capo dello Stato, Sergio Mattarella, eletto nel 2015, a conferire l’incarico al presidente del Consiglio attuale e ancora in carica per “il disbrigo degli affari correnti”, Paolo Gentiloni (Pd). Da segnalare altri due fatti importanti. Il governo Renzi, che governò con una maggioranza non più di “larghe intese” (Pd-FI più gli alleati minori), come era accaduto con il governo Letta, ma con una maggioranza di ‘centro-sinistra’ (Pd-Ncd più altri alleati minori), stabilì con FI di Silvio Berlusconi l’intesa (passata alle cronache come “patto del Nazareno” perché stipulato nella sede del Pd che si trova a largo del Nazareno) per una ‘grande riforma’ costituzionale. La riforma, che prevedeva di riscrivere molti articoli della II parte della Costituzione (superamento del bicameralismo perfetto attraverso l’abolizione del Senato o, meglio, la sua non più elettività diretta ma di secondo grado e la riforma del Titolo V, cioè il rapporto di Stato e regioni) fu varata dal Parlamento, attraverso una doppia lettura, come prevede la Costituzione nel 2015, ma fu richiesto, dalle opposizioni, non avendo la riforma ottenuto i 2/3 dei voti in Parlamento proprio a causa del sottrarsi di FI dal patto del Nazareno, un referendum costituzionale su esso che si tenne il 4 dicembre 2015 e vide la sconfitta del Sì e la vittoria del No al referendum. Di conseguenza Renzi si dimise da presidente del Consiglio e gli subentrò Gentiloni. Pur non entrata in vigore, si è trattato della più grande opera di revisione costituzionale mai tentata prima in Italia. Inoltre, sempre il governo Renzi fece approvare, a colpi di maggioranza, e ponendo la questione di fiducia, la riforma della legge elettorale passato alle cronache come Italicum. Ma anche tale legge, approvata nel 2016, non fu attuata. Bocciata, anche se solo in parte, dalla Corte costituzionale perché, prevedendo un ballottaggio tra i due partiti o coalizioni più votate non indicava una soglia di accesso, l’Italicum non entrò mai in vigore, primo e unico caso, nella storia repubblicana. Entrò in vigore, invece, alla fine del 2017, il cd. Rosatellum, sistema proporzionale basato su un mix di collegi uninominali maggioritari (36%) e di listini bloccati proporzionali (64%), sistema elettorale con cui si è votato alle recenti elezioni del 4 marzo 2018.

jotti e anselmi

Nilde Jotti (Pci), la donna più votata per il Quirinale, e Tina Anselmi (Dc)

*****Spazio curiosità V*****

Breve storia dei mandati esplorativi e dei pre-incarichi.

  • Una premessa.

Il primo fu Cesare Merzagora nel 1957, gli ultimi sono stati, anche se non formalmente, nel 2013 dieci saggi suddivisi in due commissioni. Sono i destinatari del cosiddetto incarico esplorativo che, durante le procedure per la formazione del governo, il Presidente della Repubblica può chiamare a verificare se esistano i presupposti, ed eventualmente a dare un impulso, per arrivare ad una possibile soluzione della crisi o per favorire una fase di decantazione e guadagnare tempo in attesa che maturino le intese necessarie. Solitamente si tratta di personalità super partes ma con una connotazione più politica rispetto a quella del Capo dello Stato, in grado quindi di avere un approccio bipartisan alle questioni, ma anche di inserire nel confronto tra le forze politiche quegli elementi che possano permettere di superare lo stallo. Il profilo richiama la figura dei presidenti  delle Camere che in tutti i casi citati sono stati chiamati a svolgere questa funzione.

            *Il primo incarico a Merzagora nel 1957.

Il primo fu il presidente del Senato, Cesare Merzagora, nella fase che portò alla formazione del governo Adone Zoli, dopo la crisi apertasi con le dimissioni di Antonio Segni il 6 maggio 1957. Nel conferirgli l’incarico, il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, spiegò che come suo supplente, la Costituzione gli conferiva “il compito di accertare quali concrete possibilità esistessero di costituire un governo in grado, per la composizione e il programma, di riscuotere la fiducia delle Camere e del Paese”. Merzagora accettò il mandato, spiegando di considerare il suo compito limitato proprio a verificare se fosse possibile far nascere un nuovo esecutivo, rinunciando quindi ad una automatica trasformazione in incarico pieno e ritenendo opportuno ricorrere al presidente del Senato solo come estrema risorsa. L’incarico non ebbe seguito.

  • L’incarico al presidente della Camera Leone nel 1960.

Il 4 marzo del 1960, ancora una volta dopo le dimissioni di un esecutivo presieduto da Antonio Segni, Gronchi decise di chiamare come ‘esploratore’ stavolta il presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc). Anche in questo caso, l’accettazione della chiamata da parte del Capo dello Stato fu accompagnata dalla premessa che un incarico pieno ad una carica istituzionale poteva giustificarsi solo in presenza di una situazione particolare, come la necessità di presiedere un governo destinato a condurre il Paese ad elezioni anticipate. Ipotesi non all’ordine del giorno: la crisi fu superata con la nomina al governo di Fernando Tambroni (Dc).

  • Ancora un incarico a Leone nel 1963.

Un nuovo incarico esplorativo venne affidato, nel giugno del 1963, all’inizio della legislatura, al presidente della Camera, Leone, che poi fu nominato da Antonio Segni presidente del Consiglio di un governo rimasto in carica fino all’autunno, prima della nascita del centrosinistra organico di Aldo Moro (Dc). Sempre Leone, nel frattempo divenuto senatore a vita, si ritroverà premier per la seconda volta tra il giugno e il novembre del 1968, preparando la stagione dei governi di Mariano Rumor nel periodo che segnava la crisi del centrosinistra.

  • Gli incarichi esplorativi a Saragat e Fanfani, 1968.

Proprio in quegli anni vennero affidati altri due incarichi esplorativi, durati appena un giorno, dal Capo dello Stato, Giuseppe Saragat (Psdi), prima al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968, e poi a quello del Senato, Fanfani, il 2 agosto del 1969. Nella legislatura successiva, il 10 ottobre del 1974, dopo la crisi del quinto governo Rumor, il Presidente della Repubblica, Leone, affidò l’incarico esplorativo al presidente del Senato, Giovanni Spagnolli, che tre giorni dopo gli consegna una relazione scritta sui colloqui avuti. Dovette comunque passare ancora più di un mese prima che vedesse la luce il quarto esecutivo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro.

  • Ancora un incarico a Fanfani, prima del Craxi bis, nel 1986.

L’impostazione che porta ad affidare l’incarico esplorativo a Merzagora e Leone e i paletti posti dai diretti interessati nell’accettarlo, trova riscontro nella situazione che si crea negli anni Ottanta, quando è Amintore Fanfani, presidente del Senato, che viene chiamato dal Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a coadiuvarlo nella ricerca di una soluzione per la crisi apertasi con le dimissioni del primo governo di Bettino Craxi. Era il 4 luglio 1986 e 5 giorni dopo, terminata la sua esplorazione, Fanfani riferì al Capo dello Stato che dagli elementi raccolti emergeva la possibilità di arrivare ad una soluzione della crisi, che poi culminò con l’avvento del Craxi bis. Nel 1983 un incarico esplorativo era stato conferito dal presidente Pertini al presidente del Senato Morlino.

  • Nilde Iotti, la prima ‘esploratrice’ donna nel 1987.

A Fanfani, da presidente del Senato, qualche mese dopo fu dato invece un incarico pieno per un esecutivo che avrebbe avuto come sbocco le elezioni anticipate all’inizio dell’estate del 1987. Era già accaduto nel dicembre 1982, al termine dell’ottava legislatura. Quel sesto e ultimo governo guidato da uno dei “cavalli di razza” della Dc fu appunto preceduto da una fase particolarmente complicata, conseguenza della tensione tra Dc e Psi, che rese necessario l’intervento per la prima volta di una ‘esploratrice’, e cioè la presidente della Camera Nilde Iotti (Pci), chiamata da Cossiga il 27 marzo 1987.

Da ricordare che, prima di arrivare ad elezioni anticipate, anche il Capo dello Stato Sandro Pertini, nella primavera del 1983, chiese al presidente del Senato, Tommaso Morlino, di esplorare se effettivamente emergesse l’incapacità del Parlamento di esprimere una maggioranza.  Nel 1986, a guidare il governo che stava per dimettersi era Amintore Fanfani, chiamato qualche mese prima a lasciare lo scranno più alto di palazzo Madama per approdare a palazzo Chigi, in quella che sarebbe stata la fase finale della legislatura, circostanza che si sarebbe ripetuta nel 1987. Una dimostrazione di come possa accadere che i presidenti delle Camere vengano anche ritenuti figure idonee ad assumere la carica di premier, in esecutivi destinati a gestire fasi di passaggio e di decantazione prima o immediatamente dopo le elezioni, anticipate o meno.

  • L’incarico esplorativo a Spadolini, 1989.

Sempre durante una delle crisi più lunghe e difficili, all’epoca del pentapartito, prima che si riuscisse a dar vita al sesto gabinetto presieduto da Giulio Andreotti, fu chiamato ad ‘esplorare’ il presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri). Spadolini, dal 26 maggio all’11 giugno 1989 ebbe un mandato che portò a termine dopo due giri di consultazioni, anche se dovette passare più di un mese per veder risolta una crisi durata, alla fine, ben 64 giorni.

  • Marini esplora nel 2008, dopo le dimissioni di Prodi.

Prima di sciogliere le Camere dopo le dimissioni di Romano Prodi nel gennaio del 2008, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidò al presidente del Senato, Franco Marini, l’incarico di esplorare se tra le forze politiche esistesse la possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e il sostegno ad un governo che accompagnasse l’approvazione di tale riforma, assumendo anche le decisioni più urgenti. 

  • La stranezza della commissione di saggi ‘esploratrice’, nel 2013.

Inedita la formula sperimentata invece dallo stesso Napolitano all’inizio della passata legislatura, dopo l’impossibilità di formare un governo verificata da Pier Luigi Bersani. Al termine di un rapido giro di consultazioni, il 30 marzo del 2013 il Capo dello Stato decise di formare due commissioni di lavoro, chiamate a stabilire contatti con i Gruppi parlamentari, per un confronto su proposte programmatiche in materia istituzionale ed economico-sociale ed europea. Un’iniziativa che avrebbe rappresentato il prodromo per la successiva nascita del governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta. Del primo comitato facevano parte Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello e Luciano Violante; del secondo, Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato; Salvatore Rossi, membro del Direttorio della Banca d’Italia; Giancarlo Giorgetti e Filippo Bubbico, allora presidenti delle Commissioni speciali operanti alla Camera e al Senato in avvio di legislatura; l’allora ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi. Il lavoro della commissione di saggi fu poi archiviato e non ebbe alcun seguito sostanziale.

*Il mandato esplorativo al presidente del Senato Casellati, 2018.

Nel 2018, dopo le elezioni politiche del 4 marzo, un mandato esplorativo è stato affidato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla presidente del Senato, Elisabetta Maria Alberti Casellati (FI) con un confine molto specifico: verificare la possibilità di formare un governo solo nel ‘perimetro’ di una possibile alleanza tra centrodestra e M5S e, anche, con un orizzonte temporale molto limitato, i giorni dal 18 al 20 aprile 2018, con l’obbligo di riferire, entro quella data, al Capo dello Stato. L’esplorazione si è conclusa il 21 aprile scorso, è durata solo due giorni e non ha prodotto risultati significativi.


Questo ‘Dizionario della crisi’ è stato pensato e scritto in forma originale per questo blog ed è reperibile solo qui.

 

 

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Pd, si riapre la frattura tra aventiniani e dialoganti. Franceschini contro Renzi. Martina media. Due vicepresidenti, il resto zero sulle cariche istituzionali

Dario Franceschini

Il ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini

  1. Pd umiliato anche alla Camera. E l’ala governista spacca il partito. Franceschini-Orlando contro Renzi che fa muro: l’opposizione ci farà bene. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Camera dei deputati, uffici del gruppo dem, prima mattina. E’ convocata l’assemblea dei deputati del Pd, la prima guidata dal neo-capogruppo, Graziano Delrio, il quale si limita a ricordare, in apertura, che “I 5Stelle ci hanno escluso dal collegio dei questori, una cosa molto grave”. Si dovrebbe discutere, infatti, di come presentarsi alle votazioni sugli organi che dovranno completare l’ufficio di presidenza della Camera. Detto per inciso, il Pd otterrà di eleggere solo un vicepresidente, Ettore Rosato, ma nessun questore, una carica nevralgica per governare gli interna corporis del Senato, su tre , e nessun segretario d’aula, su otto. Bilancio magro, considerando che anche al Senato il Pd ha ottenuto poco: un vicepresidente e punto, zero questori, zero segretari d’aula. Insomma, una debacle. Ma i guai del Pd non sono solo questi, sono appena iniziati. Non preventivato, prende la parola Dario Franceschini e lascia tutti a bocca aperta. Si tratta non solo del ministro alla Cultura, ma di un ex segretario, di un sempiterno big del Pd e soprattutto del front runner della linea della ‘trattativa’ a oltranza, contro quella dell’opposizione a oltranza, impersonata da Renzi, rispetto al futuro governo. Due linee opposte non solo verso un governo di responsabilità nazionale, ma anche verso un governo con i 5Stelle, prateria a ieri inesplorata, tranne che dal pistolero Michele Emiliano e dai suoi. Dopo aver tentato, sottotraccia, diversi abboccamenti con i 5Stelle per cercare di portare a casa la presidenza della Camera (per sé? Non si sa), Franceschini era rimasto a lungo silente. 

Ora, invece, Franceschini parla, dice lui che è il Pd che “è restato silente troppo a lungo, mentre i fatti si susseguono”, che “non si può andare al Colle teorizzando l’Aventino” e chiede di tenere un’assemblea congiunta dei gruppi di Camera e Senato e di riunire anche la Direzione del partito, ma soprattutto di farlo ‘prima’ che inizino le consultazioni al Colle. Tradotto: bisogna ragionare, con tutti, sul governo.

Verini, Pollastrini e Piero Fassino, un big, lo appoggiano. Subito dopo parla Orlando, come in una staffetta: del resto proprio lui, con Franceschini, aveva stabilito la strategia, su un divanetto di Montecitorio. La prende da un altro lato, Orlando, ma il succo resta quello: “Se dobbiamo stare all’opposizione bisogna discutere che tipo di opposizione dobbiamo fare. Se è di sinistra è un conto, se non lo è no. L’hastag ‘tocca a loro’ va bene per un tweet ma non è una risposta politica, bisogna dire che fare”. I renziani mangiano la foglia e parte la contraerea. Lorenzo Guerini non ha conquistato i galloni di capogruppo, ma conta ancora molto, e replica secco, con fare poco diplomatico, lui che è sempre stato ‘il Forlani’ di Renzi: “Il Pd starà all’opposizione, come deciso in Direzione, non serve convocare i gruppi prima, casomai lo faremo dopo le consultazioni”. Il presidente dem, Matteo Orfini, va via subito dalla riunione ma poi, in Transatlantico, la mette giù anche più dura: “Se qualcuno pensa di fare una maggioranza con M5S lo dica chiaramente e ne discutiamo, io sono contrario”. A quel punto urge un intervento di Renzi per rincuorare le truppe, diversamente sbandate. In una Enews stilata all’uopo Renzi ribadisce che “La situazione politica è chiara, il Pd starà all’opposizione, che si può fare pure bene, come spiega splendidamente Pierluigi Castagnetti” (perfidia speciale di Renzi, questa: citare l’antico oppositore di Franceschini dentro il Ppi…).

I fronti sono schierati, manca solo la voce di Martina, il quale però cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte: in assemblea frena, contro Franceschini, assicurando che il Pd “convocherà gruppi e Direzione ‘dopo’ le consultazioni”, poi in serata afferma che “il Pd starà all’opposizione, ma non siamo nel freezer, siamo disponibili al confronto”. Insomma, prova a mediare, ma Renzi – che lo ha chiamato inviperito – tira da una parte, Franceschini, Orlando e Fassino dall’altra. La guerra interna al Pd è solo iniziata, le polveri hanno preso fuoco e riguarderà anche la corsa a chi farà il segretario (ieri si è candidato Matteo Richetti, non si sa se per conto di Renzi o in modo solitario: in ogni caso dà appuntamento ai suoi fans per il 7 aprile all’Aquario romano), non si sa ancora se con una votazione dentro l’Assemblea nazionale (la data che gira è quella del 22 aprile) o se con le primarie. Ma c’è un punto che Renzi sottolinea sempre con i suoi: “Non solo mi basterebbe avere pochi parlamentari, con me, per far saltare un governo coi 5Stelle, ma la maggior parte dei gruppi è sulle mie posizioni. Staremo all’opposizione”. Infine, sullo sfondo, ma attivo, c’è anche Paolo Gentiloni: i big dem vorrebbero tirarlo dalla loro parte e fargli prendere parte attiva allo scontro interno, facendolo schierare contro Renzi, ma lui è ancora premier e prima di rompere pubblicamente, e clamorosamente, con il suo ex dante causa ci deve pensare. Il guaio è che ci sta pensando. 

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 30 marzo 2018. 

 


 

2. I democrat restano a bocca asciutta al Senato. Renzi: “I gruppi li controllo io”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
La democrat di fede orlandiana Anna Rossomando rischia di essere l’unica esponente a rappresentare il Pd nell’ufficio di presidenza di entrambe le Camere. Di Palazzo Madama, nel caso in questione, dove è stata eletta ieri sera vicepresidente, appunto. E in generale perché a palazzo Montecitorio – dove i quattro vicepresidenti, i tre questori e gli otto segretari d’aula che servono a comporre, l’ufficio di presidenza di ognuno dei rami del Parlamento verranno messi in votazione stamane – ogni accordo è saltato e il Pd ne è stato tagliato fuori. Si tratterebbe di un primato, anche se tutto in negativo: non accadeva dal 1948 che il secondo partito per numero di seggi non avesse cariche istituzionali. Lo scontro che ieri si è consumato nell’aula del Senato e oggi lo sarà alla Camera è anche foriero del futuro governo. La tenaglia stretta tra Lega e M5S – con FI nel ruolo del vaso di coccio tra i due vasi di ferro – si è stretta sul Pd. Soprattutto, ha pesato la pretesa grillina di avere per sé, al fine di poter cavalcare il tema del taglio dei vitalizi, un questore sia alla Camera che al Senato. O i 5Stelle ne concedevano uno al Pd, per ragioni di bon ton istituzionale, come pure avevano promesso, oppure – dato che il centrodestra aveva in Senato e avrà oggi alla Camera i numeri per eleggere due questori in ognuna Camera – se ne eleggevano uno da soli. E così è accaduto. Il Pd ha votato, pur sapendo di non avere speranza, dei candidati di bandiera, come sulle presidenze. Il centrodestra ha fatto orecchie da mercante e si è votato i suoi. Per il Pd si tratta di una “deriva antidemocratica”, tuona il senatore Gianni Pittella. Ettore Rosato, che poi è il vicepresidente indicato dal Pd alla Camera, sbotta: “Questi sarebbero quelli che vogliono parlare con noi di governo? Rifiuteremo ogni incarico, anche il segretario d’aula, che pure ci spetterebbe di diritto. Li voglio vedere al governo”. Non a caso, oggi – annuncia il segretario Martina, che dopo molti ammiccamenti con i 5Stelle, si è deciso a fare il duro – “il Pd non parteciperà a nessun incontro con altri partiti sui programmi o altro. Attendiamo le consultazioni vere”. Insomma, per paradosso, vince la linea di Renzi, che ieri, non a caso, ha rilanciato le parole del presidente Orfini (“Con i voti del Pd non farete alcun governo”), in pubblico, per poi incitare i suoi senatori, mentre si votava, così: “Avrebbero bisogno del 90% dei nostri voti per fare un governo, ma nessuno ha capito che non li avranno mai. Del resto, mi basterebbe controllare il 9% del gruppo. Volete che non abbia il 9% del gruppo con me? Mi avrebbe tradito anche Bonifazi…”.
Per quanto riguarda la composizione dell’ufficio di presidenza del Senato, sono stati eletti Calderoli (Lega, 164 voti), La Russa (FdI, 119 voti), Taverna (M5S, 105) e la Rossomando (Pd, 63) come vicepresidenti, i tre questori sono De Poli (Udc-FI, 165 voti), Arrigoni (Lega, 130) e Bottici (M5S, 115) mentre gli otto segretari d’aula sono andati 4 a Lega e FI, 4 all’M5S, con il Pd rimasto a bocca asciutta. 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 29 marzo sul Quotidiano Nazionale. 
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Salvini e Di Maio, gemelli diversi. I due leader si piacciono, ma riusciranno a governare insieme? Centrodestra, fuga di FI verso la Lega

Pubblico due articoli usciti negli ultimi due giorni (26 e 27 marzo 2018) su Quotidiano nazionale. 

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  1. Salvini e Di Maio “gemelli diversi”. Si piacciono e si cercano molto, ma riusciranno a governare?

Ettore Maria Colombo – ROMA

 “Di Maio lo sento al telefono più volte della mia mamma”. E’ stato quando Matteo Salvini ha pronunciato – apposta perché tutti lo sentissero – questa frase che la sensazione di un feeling più che marcato tra i due leader si è tramutato in un dato di fatto. Telefonate, Sms, messaggini Whats App, magari qualche cuoricino e qualche faccina (gli emoticon). Dal 14 marzo, data della prima telefonata (almeno di quelle che sono state raccontate dai giornali, prima Quien sabe?), è stato un continuo: “Ciao Luigi, sono Matteo”. “Pronto Matteo, sono Gigi”. Fino al capolavoro finale, l’elezione dei nuovi presidenti delle Camere, con Berlusconi ricacciato nell’angolo, una ruota di scorta, e il Pd che non tocca palla. Certo, la strada per fare un governo insieme (con FI? Solo loro due? E il premier? Chi dei due la spunterà?) è tutta in salita, ma il rapporto di amicizia e stima ormai è saldo. Beppe Grillo ha suggellato il patto e celebrato le nozze: “Di Salvini ci si può fidare, è un uomo che rispetta la parola data” (Berlusconi non potrebbe dire lo stesso forse, anzi…).

Insomma, Luigi Di Maio (classe 1986, di Avellino) e Matteo Salvini (classe 1973, milanese) sembrano fatti apposta per intendersi. Uno trentenne, l’altro quarantenne, e il fattore generazionale conta, sono entrambi rottamatori, entrambi volitivi, come uomini e come leader, hanno una grande smania di prendere il Potere, la Stanza dei Bottoni. Sono anche, entrambi, molto e molto seriamente fidanzati. Certo, della compagna di Salvini, Elisa Isoardi, tutto si sa perché è un personaggio pubblico, un volto della tv, mentre della nuova compagna di Di Maio, Giovanna Melodia, nulla, tranne che è una giovane e bella grillina di Alcamo.

Come giudicare e misurare similitudini e attitudini tra i due? Massimiliano Panarari, esperto di comunicazione politica, snocciola diversi e ragionati punti convergenza: “Sono senz’altro i responsabili e gli artefici di una vera rottura generazionale e non solo per il dato anagrafico. Il tentativo di governare insieme sarà faticoso, produrrà un’alleanza instabile, ma hanno già ottenuto il risultato di aver riconfigurato il sistema politico. Salvini sta creando un centrodestra legaforzista e ne è egemone, Di Maio sta formando una nuova Balena… gialla”. “Sono entrambi populisti – continua Panarari – anche se uno è nettamente sovranista, Salvini, e l’altro più camaleonte. In politica sono entrambi putiniani, ma Salvini lo è in modo più radicale. Hanno impostato la loro ascesa sulla rottura con l’establishment: la loro fonte di legittimazione politica è il ‘popolo’ nel senso più indistinto del termine. Fanno uso massiccio di social network, non disdegnando le fake news. Infine, sul piano personale, sono entrambi due ambiziosi”. Il sondaggista Roberto Weber, presidente dell’istituto Ixé, si è fatto una opinione molto precisa: “La loro è la vittoria della ‘qualunquità’. Rappresentano entrambi – e le loro classi dirigenti al seguito ancora di più – l’esaltazione della gente qualunque che, dopo anni di ‘Casta’ (specie quella del Pd) insopportabile e insostenibile, finalmente può governare. Salvini ci mette un di più di popolanità, e pure di volgarità, Di Maio appare più istituzionale, ma tutto quello che gli sta intorno non lo è. In entrambi trovo un tasso di aggressività proprio dell’uomo della strada che, però, si ritiene educato e quindi non eccede, ma vorrebbe poter dire il suo ‘vaffa’”. Resta da vedere se il ‘vaffa’, pur diversamente modulato, da parte dei due leader, reggerà alla prova del governo.

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 27 marzo 2018 a pagina 3 di Quotidiano Nazionale


 

2. La Lega sta svuotando Forza Italia. Berlusconi ha deciso: i due capigruppo saranno due donne. 

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Silvio Berlusconi al Senato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Salvini ha issato la sua bandiera su Palazzo Grazioli”. L’impietosa analisi sullo stato comatoso in cui versa FI la tiene Denis Verdini, che del Cavaliere era un ascoltato consigliere. Il guaio è che le cose stanno proprio così. Forza Italia è un partito allo sbando. Dai territori del Sud se ne stanno per andare, armi e bagagli (cioè clientele) in parecchi. In Puglia è un fuggi-fuggi che neppure uno come Raffaele Fitto riesce a fermare. Persino in Sicilia, portatori di voti azzurri levano le tende per andare con la Lega (sic). Al Nord, i pochi azzurri rimasti si erano già ‘padanizzati’. Del governatore ligure Toti, che di Berlusconi è una sorta di nemico in casa, e del suo feeling con Salvini, si sa, ma ora anche in Friuli FI ha dovuto lasciare il passo alla Lega, che candida Fedriga. La minaccia di far saltare le giunte a guida Lega (Lombardia, Veneto, Liguria) è un’arma spuntata.

E se, nei territori, la prospettiva di una “Lega Italia” si fa sempre più vicina, a Roma le cose non vanno meglio. Sia nel caso di un governo giallo-verde Lega-M5S, sia che si trovi un accordo tra il centrodestra unito e i 5Stelle, la forza attrattiva della Lega verso i parlamentari azzurri non può che aumentare, grazie a poltrone e ministeri già in vista.

Ma al Berlusconi che perde peso e presa ogni giorno non passa mattina che pure la lettura dei giornali non gli procuri un dispiacere. Ieri, l’ennesimo sbotto d’ira. Ha dovuto leggere gli sfoghi dei suoi capigruppo di Camera e Senato. Romani dice “Silvio non è più il leader, non condivido le sue scelte”, Brunetta sbotta “E’ finita”. I due, inoltre, avrebbero osato l’inosabile: mandarlo a quel paese. Sia come sia, Romani si chiude in un’impenetrabile silenzio: non smentisce nulla, ha perso la gara a presidente del Senato, gara in cui ha creduto fino all’ultimo, e sta per perdere anche quella a capogruppo, anche se sembra che chiederà la conta. Al suo posto andrà, per ricompensarla, Annamaria Bernini, a meno che non prevalga Lucio Malan. Alla Camera Brunetta fa sapere, urbis et orbis, che non ha “alcuna intenzione di continuare a fare il capogruppo, un mestiere difficile e pericoloso”, ma lo dice perché sa di aver già perso anche quella partita. Una raccolta di firme contro di lui ha dovuto stopparla Berlusconi in persona. Al suo posto andrà Maria Stella Gelmini, con il giovane calabrese Roberto Occhiuto come vice. Si tratta, tuttavia, di nomi che sarebbero stati perfetti per trattare un governo di grosse koalition con il Pd, non un governo con Salvini e i 5Stelle. Intanto, escono un po’ di dichiarazioni – ma neppure tante (Gasparri, Ronzulli, Schifani) – di azzurri che ribadiscono la “centralità” di Berlusconi e di FI per il futuro governo. L’ufficio stampa della Lega smentisce, ma a tarda ora, che Salvini abbia mai chiesto al Cav di “fare un passo indietro nominando un suo reggente” per trattare meglio con M5S. Intanto Salvini spiega, via Facebook, che “il premier” lo indicherà il centrodestra, dettaglia il programma e fa capire che il nome prescelto è solo il suo. Il suo braccio destro, Giancarlo Giorgetti, lo dice a chiare lettere su La 7 (“L’incarico andrà a Salvini”) e avverte: “Molti eletti nei collegi condivideranno il suo programma”. Insomma, la Lega è pronta a spaccare tutti gli altri partiti, pure Forza Italia.

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 marzo 2018 su Quotidiano Nazionale


 

 

 

“Siete bellissimi!”. Di Maio accoglie i neoeletti di Camera e Senato. Battute e spaesamento dei neofiti, i veterani arrivano al ralenty. Tre articoli tre, redditi compresi

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti negli ultimi tre giorni, dal 19 al 21 marzo, sul ‘primo giorno’ dei neoeletti al Senato e alla Camera e sui redditi dei parlamentari della passata legislatura. Articoli tutti pubblicati, come sempre, sul Quotidiano Nazionale.

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  1. “Siete bellissimi!”. Di Maio accoglie le nuove reclute. I neoeletti entrano a Montecitorio.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Questo palazzo per me è un tempio”. Li accoglie così, i neo eletti pentastellati, detti già l’Orda d’Oro – nome con cui sono state già ribattezzate le nuove truppe grilline: 221 deputati – raccolti nell’auletta dei gruppi di via della Missione, Luigi Di Maio, candidato premier dei 5Stelle. “Siete bellissimi”, dice loro coccolandoseli, orgoglioso dei suoi nuovi soldati. Ieri alla Camera dei Deputati, come il giorno prima al Senato della Repubblica, i protagonisti del ‘primo giorno di scuola’ sono loro, i pentastellati.

I neo deputati degli altri partiti arrivano alla spicciolata: per lo più sono facce conosciute, anche se i nuovi, specie nella Lega, sono tanti. Su 630 vecchi e nuovi deputati, ieri hanno sbrigato le formalità di rito in 334 e, appunto, erano quasi tutti grillini. Solo che palazzo Montecitorio è assai diverso da palazzo Madama, sede del Senato: là è un’oasi di quiete e di spazi a disposizione dei senatori, qua – nonostante un palazzo enorme e le sue numerose e belle propaggini (i palazzi di fianco e ad esso collegati) – è una nota Suburra. Il Transatlantico, detto anche il Corridoio dei Passi Perduti, l’appartata Corea, dove ci si può incontrare lontano da occhi indiscreti, la famosa Buvette, con i suoi arancini, pizzette snackers da gustare all’ora dell’aperitivo. Ma il vero pericolo è dato un’intera categoria, quella dei giornalisti. Dentro al Movimento la chiamano “la muta dei cani” e invitano tutti, specie i neo-eletti – che, intimoriti, si limitano a dire loro ovvietà – a restarne a debita distanza. Chi non si fa spaventare è il reietto ed espulso, a oggi, dai 5Stelle, patron del Potenza Calcio, il vulcanico Salvatore Caiata. Si fa vedere tutto felice alla Buvette, si scatta selfie a ripetizione, nega ogni desiderio di dimissioni, ma assicura che vuole rimanere nel Movimento, anche se per ora si iscriverà al gruppo Misto.

“Sono qui per salutare la mia forza politica e resto a disposizione del Movimento”. Bella è bella, nulla da dire, spiega invece Alessia D’Alessandro. Intercettata alla Buvette della Camera in compagnia della madre e del deputato pentastellato veterano Angelo Tofalo, manco fosse una debuttante, la D’Alessandro ha però mancato, anche se per un pelo, l’elezione. Candidata nel collegio di Agropoli, lo ha perso perché la candidata del centrodestra ha fatto meglio di lei nonostante una terra, la sua Campania, dove l’M5S ormai ha superato le percentuali della Dc. Era diventata famosa, la D’Alessandro, in campagna elettorale, perché Di Maio l’aveva descritta come “un economista che lavora nel think thank della Cdu della Merkel”. Non era vero, era solo una stagista: la Merkel non l’ha mai vista e manco il seggio.

Tornado agli altri, in teoria, per sbrigare le formalità di rito, che si svolgono nella sala del Mappamondo, al primo piano, bisognerebbe attendere la raccomandata della Corte d’Appello, ma molti non ce l’hanno fatta ad aspettare e sono venuti lo stesso. Il più puntuale, è il rettore dell’università di Messina, eletto nelle fila del Pd, uno dei pochi sopravvissuti dell’eccidio effettuato dalle elezioni tra le fila dem in terra di Trinacria. Tra i veterani, ecco Guglielmo Epifani e Pier Luigi Bersani, entrambi di Leu. Sempre tra i dem, si riconoscono subito il presidente Matteo Orfini, Walter Verini, Roberto Morassut, David Ermini (che, per scaramanzia, non ha ancora preso casa, come fece già nel 2013, fu poi Renzi – racconta – a dirgli “prendila pure che ci resti fino al 2018”), Alessia Morani che chiede al collega “cosa scrivo sulla scheda personale?” (“scrivi avvocato e basta”, dice Ermini), mentre il costituzionalista Stefano Ceccanti è la new entry ma ha già passato una legislatura nel Pd al Senato e ne mostra il tesserino rilegato mentre, invece, quello della Camera è un normale badge fototessera. Tra le curiosità c’è, in Forza Italia, un omonimo di uno dei suoi storici fondatori, Antonio Martino, eletto in Abruzzo. Fende il Transatlantico, con passo felpato e con maglione da intellettò bohemienne la ‘mente’ economica della Lega, Claudio Borghi, che ribadisce di voler “uscire dall’Euro”. Non passano inosservate Matilde Siracusano (FI), ex concorrente di Miss Italia, a sua volta nipote del Martino ma quello ‘vero’, Marta Fascina da Portici, bellissima bionda eletta in Campania sempre in FI e per sempre volontà di Berlusconi, e Giusi Bartolozzi, avvenente magistrato eletta ad Agrigento, moglie del mancato candidato azzurro nell’isola. Mancano, invece, almeno per ora, all’appello i pochi big della nuova Camera: Boldrini, Gentiloni, già ‘conoscitori di mondo’, che aspettano calmi.

NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 21 marzo 2018 a pagina 6.


2. Senatores probi viri, Senatus mala bestia. Le matricole di palazzo Madama.

Palazzo Madama, lunedì 19 marzo, ore 15, sala Nassirya. Folla di fotografi, cameramen e cronisti che presidiano tutti gli ingressi davanti e dietro del Senato. I senatori neo-eletti (315, ma in realtà 314 perché uno, causa ‘baco’ del Rosatellum, manca, per la precisione in Sicilia) devono presentarsi nei loro nuovi uffici per prendere contatto con la loro nuova sede, il Senato della Repubblica. Una grande emozione per molti, una noiosa incombenza per pochi, dato il forte ricambio del 4 marzo. Tra le prime urgenze ci sono fototessera, tesserino, badge, ma ricevono anche copia della Costituzione (caso mai non l’avessero letta…), regolamento del Senato e altro materiale illustrativo. L’Aula sarà il loro regno, ma anche il Transatlantico, la Buvette, stanze, corridoi e loro meandri, a volte misteriosi. Il Senato è piccolo, circolare e compatto, ma con tanti palazzi collegati tra cui un famoso corridoio segreto che lo collega alla Camera. Perdersi è un attimo: si susseguono sale e salette, i servizi utili (infermeria, barbiere, banca, etc.) e, ovviamente, i bellissimi saloni e affreschi di un palazzo eretto da Papa Sisto IV Della Rovere, anno di grazia il 1505.

Tanto per cambiare, il primo caos, per quanto creativo, lo creano i pentastellati. Sono tanti (112), non vestono più in sandali francescani né portano più acconciature improbabili come nel 2013. Ormai abbondano i professori universitari, i ricercatori, i dirigenti ospedalieri, Eppure, vengono scortati con cura dai loro colleghi veterani che, neanche fossero una scolaresca in gita, elencano bellezze e segreti del luogo. La senatrice Angela Piarulli, neoletta in Puglia, chiede ai commessi, prima di farsi la foto, “i capelli meglio sciolti?” mentre Silvana Giannuzzi, eletta in Campania,
riconosce che “Tutto questo va oltre i miei sogni”. Certo è che al primo ‘giorno di scuola’, i grillini sono presenti in massa: Di Maio ha convocato la prima riunione, non si può mancare. Solo che così il seppur efficiente sistema di registrazione dei neoeletti va in tilt e s’ingolfa subito. E tutti gli altri? Molti, respinti con perdite,
decidono che è meglio ripassare oggi o domani, ma qualche temerario osa lo stesso.

I primi della classe (altrui) sono la ministra Valeria Fedeli (Pd) e la biologa Paola Binetti (Udc). La prima big a registrarsi è Emma Bonino, poi si vede arrivare Vasco Errani (Leu). Matteo Richetti (Pd), neofita del Senato parla di “grande onore ed emozione”. Il più giovane eletto del centrodestra è Marco Siclari (FI), che è anche, ammette, l’unico azzurro che ha vinto un collegio uninominale “dal Lazio in giù”. Non a caso, l’ex direttore del Quotidiano Nazionale, Andrea Cangini, eletto nelle Marche per FI, avverte: “Se Salvini rompe la coalizione è un suicidio”. Di dem, quasi la metà rispetto alla scorsa legislatura (sono in 57, erano 97: un bagno di sangue), non si vede quasi nessuno. Passa Francesco Verducci, pure lui eletto nelle Marche, area Giovani Turchi, ma lui è un veterano. Tra i tanti guai del Pd, ce n’è anche uno logistico: il gruppo dem si è ristretto assai (da 98 a 57 senatori) e perciò dovrà cedere almeno la metà dei suoi uffici, appartenuti in parte alla Dc, con tanto di busto di De Gasperi (andranno ai 5Stelle), e in parte al Pci, ala che dovrebbe restare al Pd. Matteo Renzi, in compenso, ancora non si è visto: aveva fatto un breve giro al Senato una settimana fa, quando ha scoperto che, in qualità di ex presidente del Consiglio, deve ancora venire a registrarsi (pare che lo farà solo venerdì mattina). In ogni caso gli spetta un ufficio solitario, e ben più ampio dei suoi colleghi, nel palazzo di fronte, Giustiniani. Un palazzo meraviglioso dove hanno le loro stanze gli ex presidenti del Senato (lì andrà Pietro Grasso), i senatori a vita e gli ex presidenti della Repubblica. E così al povero Renzi toccherà in sorte di sentirsi i rimbrotti di Napolitano e di Monti. Neanche Mattero Salvini, peraltro, ancora si è registrato, ma ha ben altro per la testa.

NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 20 marzo 2018 a pagina 6.

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

3. I redditi dichiarati dai parlamentari e dai leader nella passata legislatura.
Ettore Maria Colombo – ROMA
Sei volte tanto. Beppe Grillo, fondatore e garante dell’M5S, sestuplica il suo reddito e, in un solo anno, scala la classifica dei redditi dei politici ‘paperoni’. Grillo, infatti, dichiara un imponibile di oltre 400 mila euro nel 2017, quasi 350 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Ma nella ‘top ten’ dei politici più ricchi ci sono anche il senatore a vita Renzo Piano, di professione archistar, che sfiora i tre milioni di euro e Antonio Angelucci, deputato di Forza Italia fresco di rielezione, con 2.700 mila euro di reddito. Le entrate del capo politico dei 5Stelle, Luigi Di Maio, restano invece identiche per il terzo anno consecutivo: 98.471.04 euro il reddito dichiarato come nel 2015 e 2016. Matteo Renzi guadagna poco di più: 107.100 mila euro mentre il nuovo reggente del Pd, Maurizio Martina, che si è appena dimesso da ministro, ha guadagnato 98.441 euro. La ‘paperona’ del governo Gentiloni, invece, è la ministra Valeria Fedeli che ha dichiarato ben 182.016 euro nel 2017.
Sono disponibili, da alcuni giorni, i Bollettini delle dichiarazioni patrimoniali, dei redditi e delle spese elettorali per l’anno fiscale 2017 presentate da deputati, senatori, ministri (anche i non parlamentari), tesorieri e dirigenti non parlamentari di associazioni, movimenti e partiti politici.
Vediamo, prima di tutto, quanto hanno guadagnato i leader dei vari schieramenti. Di Grillo si è detto: guadagna sei volte in più dell’anno prima (420 mila euro nel 2017 contro i 71.957 del 2016, vicini ai 355.247 del 2015), forse perché è tornato a fare spettacoli. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, e la presidente della Camera, Laura Boldrini, risultano un po’ più poveri: Grasso dichiara 321.195 mila euro di reddito imponibile, a fronte dei 340.563 mila dell’anno precedente; la Boldrini 137.337 mila euro, a fronte dei 144.883 mila euro del 2016. Nella top ten dei più ricchi spiccano, dicevamo, il senatore a vita Renzo Piano, che sfiora i tre milioni di euro, e il ‘re’ delle cliniche private Antonio Angelucci (FI) che nel 2017 ha dichiarato un reddito di 2.726.959 euro, ma in vistoso calo, rispetto a quello dell’anno precedente (3.954.097). L’ex ministro Giulio Tremonti subisce una lieve flessione: 2.111.533 i redditi dichiarati contro i 2.500 mila del 2016. L’avvocato del Cavaliere, Niccolò Ghedini, senatore di FI, registra un reddito imponibile di tutto rispetto (1.623.533), anche se in leggero calo sul 2016 (1.645.606). L’ex premier, e senatore a vita, Mario Monti dimezza invece le proprie entrate: il suo reddito scende da 826.333 a 421.611 euro.
Passiamo alla squadra di governo. Mantiene il primo posto nella classifica delle dichiarazioni la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli che nel 2017 ha dichiarato 182.016 euro, seguita dal ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda che ha dichiarato 166.264 euro. Terza classificata la ministra ai Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro che ne dichiara 151.672. Fanalino di coda la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, con 91.888, poco sopra di lei il ministro all’Interno Marco Minniti che ne dichiara 92.260. In posizione mediana il premier, Paolo Gentiloni, che ha dichiarato 107.401 euro. I redditi del ministro all’Economia Pier Carlo Padoan sono 122.457 euro, poi via via arrivano tutti gli altri.
E gli eletti a 5Stelle, tanti francescani nel 2013? Di Di Maio si è detto (98.471,04 euro nel 2017). Alessandro Di Battista nel 2017 dichiara 113.471 euro mentre Paola Taverna 103.456. Seguono Laura Bottici con 99.699 euro, Nicola Morra con 99.465 e Carla Ruocco con 94.239 euro. Molto meglio fa il deputato Alfonso Bonafede: dichiara nel 2017 un reddito imponibile di 186.708 euro.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 17 marzo 2018 sul Quotidiano Nazionale.


Elezioni. Un bilancio ‘preventivo’. Attese e aspettive di partiti e coalizioni in attesa del voto del 4 marzo

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

Ettore Maria Colombo  – ROMA

(questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog)

 

 

 

Una premessa. Lo ‘zoccolo duro’ di Occhetto

Chi vincerà e chi perderà le elezioni politiche del 4 marzo 2018? La risposta, ovvia e scontata, è “bisogna aspettare il 5 marzo”… Contare, e pesare, cioè i numeri assoluti, le percentuali e i seggi di ogni partito, singolo o in coalizione, che si presenta davanti agli elettori. Ovvio. Inoltre, lo sport nazionale largamente praticato nel nostro Paese – a differenza degli altri Paesi europei (e, ovviamente, degli Usa), dove invece lo sconfitto ammette, la sera o la notte stessa del voto, la sconfitta e si rallegra subito con il vincitore – è quello di dire “abbiamo tenuto” (quando si è perso nettamente), “abbiamo registrato una lieve flessione” (quando la sconfitta è catastrofica), “avanziamo, seppur di poco” (quando si rimane inchiodati al palo) e, naturalmente, “abbiamo vinto” (per un misero punto percentuale con il segno più davanti) e via così. Ricordate lo ‘zoccolo duro’ con cui il non ancora segretario del Pci-Pds, Achille Occhetto, commentò il risultato del Pci alle elezioni del 1983? “I risultati – disse Occhetto con aria grave – non ci hanno soddisfatti, anche se rimaniamo un partito del 30% una forza notevole nella società italiana. Del 1975 manteniamo questo zoccolo duro della nostra forza malgrado lo sforzo principale degli altri partiti sia stato quello di ridurla”. Il Pci aveva perso voti e seggi, rispetto alle elezioni del 1979, ma Occhetto, coniando una definizione poi passata alla storia politica, trasformò una disfatta in una sostanziale tenuta del Pci. Potere delle parole!

Alcune istruzioni per l’uso di questo articolo…

Eppure, tutti i partiti hanno, ragionano e sperano, in modo pubblico o in modo riservato, su delle percentuali e delle soglie che segnano, per loro, la differenza tra la vittoria e la sconfitta anche in queste elezioni. Le esaminiamo schieramento per schieramento e partito per partito. 

Tre avvertenze o “istruzioni per l’uso”:

 

1) i sondaggi e le proiezioni dei voti in seggi cui ci si riferisce in questo articolo sono quelli pubblicati fino al giorno in cui essi erano ammessi (il 15 febbraio 2018), quindi nessuna violazione delle regole imposte ai media è contenuta qui;

2) le valutazioni della vittoria e della sconfitta di ogni partito o coalizione sono, ovviamente, molto soggettive: pur mettendoci tutto lo scrupolo possibile, vanno prese sempre con dovuto beneficio d’inventario;

3) gli effetti della vittoria o dello sconfitta dei diversi partiti e/o coalizioni avranno un ovvio, e immediato, ricasco sulla possibilità o meno di formare un nuovo governo, ma anche sulla lunghezza e la complessità delle consultazioni – le quali si apriranno al Quirinale subito dopo l’insediamento delle due Camere e l’elezione dei rispettivi presidenti (atti che verranno formalizzati a partire dal 23 marzo, cioè 20 giorni dopo il voto) – ma tali considerazioni non fanno parte del presente articolo.

1) Il centrodestra vince o perde se…

Ovviamente, il centrodestra (coalizione composta da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia-Udc) potrà dire di aver vinto in modo netto le prossime elezioni se avrà la maggioranza assoluta in entrambe le Camere (316 deputati alla Camera, 161 senatori al Senato). Ma data la nuova legge elettorale in vigore, il Rosatellum, che è un mix di sistema di base proporzionale e di collegi maggioritari, e data la tripolarizzazione del sistema politico (centrodestra, centrosinistra, 5Stelle) – sistema dunque non più bipolare, ormai già dalle Politiche del 2013, come nella II Repubblica – è molto difficile, tecnicamente, che questo accada. Come è praticamente impossibile che altri partiti o coalizioni sortiscano identico risultato: ottenere, da soli, e cioè in modo autonomo e coerente, la maggioranza assoluta dei seggi.

In ogni caso, in tutti i sondaggi pubblicati prima del divieto, il centrodestra è sempre stato dato saldamente in vantaggio, come coalizione, rispetto agli altri poli: le percentuali variavano dal 34% (minimo) al 38% (massimo). In termini di seggi (mix degli uninominali e di quelli proporzionali) il centrodestra oscillava, alla Camera, tra i 257/263 seggi (minimo) e i 263/293 seggi (massimo) mentre, al Senato, la forcella oscillava tra i 130/140 seggi (minimo) e i 143/154 seggi (massimo). Come si vede, da un lato il centrodestra è sempre stimato al di sotto della maggioranza assoluta (315 seggi Camera, 161 seggi Senato) per poter governare in modo autosufficiente, ma dall’altro è anche l’unica coalizione che, come vedremo tra poco, analizzando le altre, si può avvicinare, almeno più facilmente, all’obiettivo. Infine, va detto che un centrodestra a cui mancassero una manciata di seggi (diciamo, a spanne, 15/20 alla Camera e 5/10 al Senato) potrebbe, forse, trovarli, data la forte capacità attrattiva acquisita dal suo successo, tra liste minori presenti in Parlamento o transfughi di altri partiti. Certo è che un risultato sopra il 38%, o vicino al 40%, farebbe cantare vittoria all’intero centrodestra mentre un risultato al di sotto del 35% equivarrebbe a una cocente sconfitta.

Per quanto riguarda i partiti all’interno del centrodestra, i conti sono presto fatti. Forza Italia potrà dire di aver vinto le elezioni, fino al punto da poter esprimere il nome del premier incaricato, se sarà largamente il primo partito, con il 16-18%, all’interno della coalizione, sopravanzando la Lega di diversi punti percentuali. La Lega potrà parlare di exploit per sé e di un possibile incarico al suo leader, Salvini, per formare un nuovo governo se sfonderà il muro del 15% dei consensi avvicinandosi o superando FI. Fratelli d’Italia potrà cantare vittoria se sfonderà il muro del 5%: è vero che basta superare il 3% per ottenere seggi nelle Camere, ma prendere o superare il 5% vuol dire averne molti di più (48-50 al massimo alla Camera e 20-30 al massimo al Senato) e avere voce in capitolo anche nelle possibili scelte di governo. Per Noi con l’Italia-Udc il confine è ancora più semplice: sotto il 3% come era quotata in tutti i sondaggi prima del divieto porterà seggi in dote alla coalizione ma non ne eleggerà per sé, sopra il 3% avrà seggi e potrà costituire gruppi parlamentari autonomi. 

2. Il centrosinistra vince o perde se…

Il centrosinistra (coalizione composta da Pd-+Europa-Civica e Popolare-Insieme-Svp), non ha, a stare ai sondaggi pubblicati prima che ne scattasse il divieto, alcuna possibilità di vincere le prossime elezioni. Le sue percentuali oscillano, come coalizione, tra il 25-26% (minimo) e il 27-28% (massimo). La proiezione di voti in seggi parla di cifre per il centrosinistra che si collocano, alla Camera, tra i 127/130 seggi (minimo) e i 139/140 seggi (massimo) e, al Senato, tra i 57/63 (minimo) e i 66/73 (massimo). Sicuramente, per il centrosinistra, un buon risultato è stimabile se raggiungerà, come coalizione, la soglia psicologica del 27-28% (oltre quella cifra, verso il 30% dei voti, sarebbe un trionfo) mentre un pessimo risultato sarebbe restare sotto il 25% e un risultato catastrofico sarebbe crollare, tutto insieme, sotto il 23%.

Per quanto riguarda i partiti, il Pd, il partito più grande, è quello che, ovviamente, rischia di più di tutti. La percentuale presa dal Pd di Bersani alle Politiche del 2013 (25,4%) sembra lontana. Infatti, il Pd è quotato sempre al sotto di quella percentuale, circa al 22-23%, e, in sette mesi, ha perso circa cinque punti percentuali (circa uno al mese), scendendo dal 27-28% al 22-23%, appunto. In ogni caso, per Renzi scendere sotto il 22%, fino al 20% o gù di lì, sarebbe un dramma dalle possibili conseguenze catastrofiche, fino all’invocare le sue dimissioni da segretario del partito, con la convocazione di un congresso straordinario per la sua successione. Prendere una cifra tra il 22% e il 25% equivarrebbe a una sconfitta dolorosa, ma potrebbe evitargli l’obbligo di dimissioni. Mantenere o superare il 25% e oltre, fino al 28%, diventerebbe, pur nella sconfitta della coalizione, una sorta di vittoria insperata.

Ma dato che lo stesso Renzi ha più volte enunciato l’ambizione (e, a volte, la certezza) di risultare “primo gruppo parlamentare”, lanciando più volte la sfida, sul punto, ai 5Stelle, anche su questo dato si misurerà il discrimine tra la sua vittoria e la sua sconfitta. Peraltro, potrebbe succedere – per la diversa combinazione dell’elettorato attivo e passivo di Camera e Senato – che il Pd risulti primo gruppo parlamentare in un solo ramo del Parlamento (il Senato, più probabilmente) e non anche nell’altro (la Camera).

Ma qui entrano in gioco anche i risultati delle altre liste collegate al Pd nella coalizione di centrosinistra. Infatti, per un esplicita norma della legge elettorale, i partiti/liste che restano sotto l’1% dei voti li disperdono e non eleggono nessuno, i partiti/liste che ottengono tra l’1% e il 3% dei voti non portano seggi per sé ma li portano in dote al partito più grande della coalizione (il Pd, cioè, nel caso del centrosinistra, le tre liste sopra il 3% nel centrodestra) mentre solo nel caso che una lista prenda più del 3% si troverà con eletti propri tali da poter costituire gruppi parlamentari autonomi. Stando agli ultimi sondaggi pubblicati, né la lista Insieme (Psi-Verdi-Ulivisti), capitanata da Giulio Santagata, né la lista Civica e Popolare, guidata dal ministro Beatrice Lorenzin, sono in grado di superare il 3% e, forse, neppure l’1% (sono quotate tra lo 0.5-0,8% e l’1-1,5%) quindi di sicuro non eleggerebbero seggi per sé e solo in caso di superamento dell’1% porterebbero seggi in dote al Pd. Per entrambe, in ogni caso, il successo, quindi, è e sarebbe superare l’1%. Invece, la lista +Europa, capeggiata da Emma Bonino, all’inizio quotata intorno al 2-2,5%, è salita costantemente nel gradimento degli elettori e, nelle ultime rilevazioni, si attesta al 3-3,5%: sarebbe, quindi, in grado di eleggere parlamentari per sé e anche parecchi (una ventina alla Camera e una decina al Senato). Ovviamente, il successo, per +Europa, è dato dal superare il 3%. Ma proprio il suo successo potrebbe causare un danno collaterale al Pd che non beneficerebbe dell’apporto dei loro voti in seggi se, pur superando ovviamente l’1%, restassero sotto il 3%. Insomma, il Pd, “per colpa” dell’exploit della lista Bonino potrebbe mancare, magari di un soffio, la possibilità di diventare primo gruppo parlamentare a scapito dei 5Stelle. Combinazioni e contraddizioni di una legge elettorale piena di trappole nascoste.

3. Il Movimento 5Stelle vince o perde se…

I 5Stelle, pur sapendo di non poter ambire a diventare prima coalizione, rispetto al centrodestra, per il semplice motivo che non si presentano in coalizione, hanno in testa due obiettivi precisi.

Il primo obiettivo è quello di risultare il primo gruppo parlamentare, sia alla Camera (dove sono agevolati dalle forti simpatie che riscuotono nell’elettorato giovanile) che al Senato (dove l’elettorato passivo più alto rende più difficile l’impresa). Il secondo è quello di incassare talmente tanti consensi da impedire sia al centrodestra di poter formare in modo autonomo un governo sia di ostacolare la possibilità di un governo di larghe intese Pd-FI o comunque di evitare che qualsiasi governo prescinda dai 5Stelle. L’obiettivo è alla portata del Movimento. Stimato, negli ultimi sondaggi pubblicati, tra il 26,8-27,5% (minimo) e il 28,0-29,0% (massimo), i 5Stelle potrebbero portare in Parlamento una pattuglia assai robusta composta, alla Camera, di 133/166 (minimo) deputati e di 175/185 (massimo) mentre, al Senato, sarebbero 67/81 (minimo) fino a 92/100 (massimo). Una forza d’urto consistente e considerevole, capace di fare da ‘blocco’ verso qualsiasi altra soluzione di governo o di essere imprescindibile, fino a fare da perno, per comporne uno. Naturalmente, invece, se l’M5S dovesse fermarsi al 25-26% (sostanzialmente la percentuale presa alle Politiche del 2013) sarebbe una sconfitta, più che una semplice battuta di arresto, mentre il 29-30% avrebbe il sapore di una vittoria clamorosa dagli esiti imprevedibili.

4. LeU vince o perde se…

Per LeU, il movimento guidato da Pietro Grasso e frutto della fusione di tre sigle pre-esistenti (Mdp-SI-Possibile), i calcoli sono molto semplici. Presente alle elezioni fuori dalla coalizione di centrosinistra, il suo obiettivo è superare la soglia di sbarramento del 3%. Il secondo era, nelle intenzioni, “ottenere un risultato a doppia cifra”. Gli ultimi sondaggi pubblicati collocano Leu in una forchetta compresa tra il 5% (minimo) e il 6,5% (massimo) il che vuol dire portare in Parlamento tra i 20/25 deputati e i 10/15 senatori. Se il risultato di Leu sarà più vicino al 5% si potrà parlare di risultato assai inferiore alle attese, se supererà il 6%, o andrà verso l’8%, sarà un successo.

5) Gli altri partiti vincono o perdono se…

Ovviamente, per tutti gli altri partiti presenti alle elezioni, dai più piccoli fino agli unici due con qualche chanche di fare dei risultati statisticamente apprezzabili (Potere al Popolo a sinistra e Casa Pound a destra, quotati negli ultimi sondaggi intorno l’1,5%), l’obiettivo che farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta è dato dal superamento della soglia di sbarramento nazionale al 3%. Ma è altamente improbabile che ciò si verifichi sia perché si tratta di liste fuori da ogni coalizione sia perché simboli nuovi sia perché, per superare il 3% a livello nazionale, occorrono circa un milione di voti assoluti, che non sono affatto pochi, piccoli o grandi siano i partiti che competono a questa tornata elettorale.


NB: Questo articolo è stato pubblicato in forma originale per questo blog.


 

Renzi presenta il suo programma economico, si compone il mosaico delle candidature: Gentiloni a Roma, Minniti a Pesaro, Boschi a Firenze, Padoan a Siena

 

Pubblico di seguito diversi articoli usciti nei giorni scorsi sul Quotidiano Nazionale e riguardanti il Pd: programma economico, obiettivi, candidature, liste, problemi annessi. NB: Gli articoli sono pubblicati in ordine temporale decrescente dall’ultimo all’indietro.

 

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Il programma economico del Pd lo ha scritto Tommaso Nannicini: “poche tasse, molto spendi”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Le principali misure contenute nei “dieci punti” che sta per lanciare Matteo Renzi, il suo programma economico, sono racchiuse in testo la cui presentazione ufficiale è stata rinviata alla Direzione dem che si terrà giovedì o venerdì. Lì, però, l’attenzione di tutti sarà solo su liste e candidature: collocati i big (Padoan a Siena, per dire), rinunciato a correre l’immunologo Burioni, resta l’incertezza del collegio in cui si candiderà la Boschi, oltre ad almeno un paio di listini proporzionali (sicuro il Trentino più Calabria o Campania): Firenze città (sempre alla Camera, dovrebbe essere Firenze 3, quello del Mugello) o Grosseto (escluse Pisa, Livorno, Siena e, ovvio, Arezzo)? Renzi, peraltro, assai preoccupato dalle voci e lamentazioni che salgono dal Pd bolognese ed emiliano avrebbe deciso di ritornare sui suoi passi per contrastare al meglio le mosse di LeU: a Bologna 1 Senato non correrebbe più Casini, che i dem locali non vogliono al punto da aver messo in moto una vera rivolta di base, che verrebbe dirottato alla Camera, ma la segretaria uscente dello Spi-Cgil Carla Cantone, new entry (insieme a Paolo Siani in Campania e Lucia Annibali in Lombardia) in quota ‘società civile’ del Pd renziano. Anche perché LeU, a Bologna centro, al Senato schiera l’ex governatore dell’Emilia, Vasco Errani, ancora amato e popolare. Inoltre, sempre in funzione anti-LeU, Renzi ha deciso di dirottare Piero Fassino dal Piemonte all’Emila per sfidare, nella quota proporzionale, Pier Luigi Bersani in una sfida dal sapore rusticano, cioè di due ex segretari dei Ds.   
Il programma, invece, è un lavoro, sotto la supervisione politica del vicesegretario Martina, coordinato e redatto da Tommaso Nannicini: professore di economia alla Bocconi, al governo da sottosegretario di Renzi, oggi membro della segreteria dem, si considera solo ‘prestato’ alla Politica e a QN dice: “L’Università e mia moglie sono contrari alla mia candidatura. Deciderò nelle prossime 48 ore” (pare proprio accetterà: sarà capolista nel proporzionale in Lombardia 2).
I ‘dieci punti’ di Nannicini (e di Renzi) non prevedono nessun annuncio eclatante, ma molte novità strutturali. Si parte con il salario minimo “legale” per i lavoratori fuori dai contratti collettivi (sono il 15-20%): avranno otto euro l’ora, ma la cifra la stabilirà una commissione indipendente. Sarà “stabile” (un punto l’anno, dal 33% al 29%) il taglio del cuneo contributivo sul lavoro a tempo indeterminato. La legge Fornero resta, ma si punta a rendere “strutturale” l’Ape sociale e la novità del Pd è la pensione “di garanzia” per i giovani: chi lavora con diverse forme contrattuali e, dalla riforma Dini (1995) in poi, ha il regime contributivo, avrà diritto a un assegno “minimo” di 750 euro mensili. Per i figli – questa la novità cui Renzi tiene e su cui punta  – ci sarà un assegno “universale”. Uno strumento unico di aiuto graduato in base al reddito, all’età e al numero dei figli che funzionerà così: 240 euro mensili per ogni bimbo da 0 a 3 anni, 170 euro ai figli nella fascia 3-18 anni e 80 euro per quelli tra i 18 e i 25 anni. Il contributo è “universale”, dice Nannicini, ma solo per i redditi fino a 100 mila euro l’anno. Una vera rivoluzione che cambierebbe l’intero sistema: tutti gli attuali bonus finirebbero in una “Carta universale dei diritti” a scalare che, come in Francia, li assorbe e agevola. Una famiglia da 35 mila lordi annui di reddito con due figli sotto i tre anni potrebbe risparmiare fino a 3700 euro annui.
Inoltre, Renzi ha chiesto, e Nannicini approntato, un piano straordinario di reclutamento di 10 mila giovani ricercatori, lo sblocco del turn over per 500 mila giovani dentro la PA, un piano straordinario per il tempo pieno nelle elementari. Non manca l’allargamento del reddito di inclusione, il Rei, per renderlo strutturale, un piano per la non autosufficienza (da finanziare con un contributo straordinario delle imprese) e, infine un nuovo sistema fiscale che valorizzi il “contrasto d’interesse” con lo slogan “scaricare tutti, scaricare tutto” che potrebbe anche tradursi in “pagare meno, pagare tutti”.
Come pagare, appunto, il tutto? Nannicini non ha dubbi: “Salario minimo e minori tasse non costano nulla, i 9 miliardi di bonus ai figli con la riduzione delle spese di bene e servizi”. In ogni caso, il piano “meno tasse e più spendi” del Pd costerebbe circa 30 miliardi all’anno, tutto compreso. Tanti. E qui si entra nel tema delle regole imposte dalla Ue: “indichiamo un piano di riduzione del debito pubblico sul Pil al valore del 100%, ma facendo più deficit di quello programmato. Senza sforare il rapporto deficit/Pil al 3%, come chiede Bruxelles, ma facendolo salire lentamente”. Riduzione dei vincoli slow, cioè, se Bruxelles si convince.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 23 gennaio 2018 su QN. 
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Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

2. Gentiloni nel collegio “poco sicuro” di Roma 1, l’accordo con i tre nanetti (che vogliono i seggi “blindati”) è fatto, Renzi lancia gli “Stati Uniti d’Europa”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Ieri mattina, a Milano, Matteo Renzi ha chiuso la convention del Pd lanciando l’idea – non nuova – degli “Stati Uniti d’Europa”. Di tutto il discorso di Renzi, dai forti accenti e dallo stile macroniano, ha colpito il paragone (peraltro, già avanzato da Berlusconi, in questa campagna elettorale) tra le elezioni politiche del 2018 e quelle del 1948 (si votò il 18 aprile, tra poco fanno 70 anni e il Cavaliere vuole festeggiarli in grande stile…). “Il 4 marzo”, dice Renzi, che cita la tesi di tal politologo Sergio Fabbrini, allievo del ben più famoso Giovanni Sartori, “sarà cruciali nel processo di riforma europeo come il 1948, quando si decise la collocazione dell’Italia nel fronte occidentale e europeo”.
Eppure, anche ieri è stata, nel campo del centrosinistra, la giornata non del leader dem, ma dell’attuale presidente del Consiglio. Paolo Gentiloni, detto ‘er Moviola’, si sveglia rinfrancato. Un sondaggio Ipsos lo indica come il politica italiano più gradito (44% dei consensi), tallonato solo da Emma Bonino (41%), con tutti gli altri leader di partito a distanze siderali. A chiudere la classifica, manco a dirlo, è Renzi (23%) battuto pure dalla Meloni. L’ex premier, però, ha deciso di fare di necessità virtù, anche perché, come spiega ai suoi, “Paolo da solo vale due milioni di voti”. Morale, quando Renzi, dopo la convention milanese, va negli studi di Sky per farsi intervistare, nega ogni “gelosia o invidia” con Gentiloni, ammette che “abbiamo caratteri e stili di lavoro diversi”e, saggiamente, spiega: se io cercassi di ‘gentilonizzarmi’ o lui cercasse di ‘renzizzarsi’ faremmo una frittata entrambi, ma abbiamo un grande legame”.
Ma ecco che si materializza la notizia, quella della candidatura di Gentiloni nel collegio di Roma 1, alla Camera, ufficializzata non da Renzi, ma proprio dall’attuale premier con un bel post su Facebook. Certo, Gentiloni mette le mani avanti per tutelare, almeno un po’, il suo ruolo istituzionale: “La mia sarà una campagna elettorale particolare. Sarò impegnato per far vincere il mio partito, ma lo farò senza sottrarre nulla ai fondamentali impegni di governo”. Il collegio in cui si presenterà Gentiloni è quello del centro storico della Capitale che comprende anche quartieri popolari (Testaccio, Trastevere, San Lorenzo) e della Roma bene (Prati, Trionfale). Gentiloni sa che è un collegio non “sicuro”, per il Pd, ma ricorda che “è la parte di città in cui abito e lavoro da una vita”. Ovviamente, e a scanso di equivoci, Gentiloni sarà blindato, cioè inserito in più collegi plurinominali: di sicuro nelle Marche, dove i dem locali lo vogliono per rilanciare l’emergenza terremoto e ricostruzione, più Lazio, Lombardia, Puglia. Forse non pago, però, Gentiloni rende ufficiale – lui – che l’accordo tra il Pd e la lista ‘+Europa’ capeggiata dalla Bonino è cosa fatta. Dovrebbe dirlo, in realtà, chi ci ha lavorato e faticato tanto: il povero Fassino (sarà candidato a Torino 1 collegio e nel listino proporzionale del Piemonte: per lui non vale nessun tetto ai tre mandati, la super-deroga già c’è, bella pronta), e il buon Guerini (collegio di Lodi e listino in Lombardia), invece lo fa Gentiloni.
E così il centrosinistra 3.0 avrà ben quattro gambe. I Radicali europeisti di Bonino, Magi e Della Vedova (tre collegi sicuri per loro più altri due per Tabacci e Sanza, due ex dc), che appoggeranno Gori in Lombardia e Zingaretti in Lazio, portando in dote i loro voti. I “Civici e Popolari” della Lorenzin (collegio blindato in Toscana) e di Casini (collegio uninominale blindato a Bologna) e Dellai (candidato nel suo Trentino, dove il Pd è alleato ancehe con la Svp-Patt che garantisce la vittoria in tutti i collegi uninominali), più un altro paio che i ‘popolari’ dovrebbero riuscire a strappare, nonostante la Lorenzin voglia correre, da sola, in Lazio contro quel Zingaretti che non l’ha voluta nell’alleanza di centrosinistra, ma che correrà, come lista ‘Popolari’, al fianco di Gori in Lombardia.  E, infine, la lista ‘Insieme’ (Psi-Verdi-ulivisti): è la più piccola delle tre, quindi avrà solo tre collegi uninominali sicuri: uno per Nencini, ma non in Toscana (forse nelle Marche), uno per Bonelli (idem) e uno in quota “ulivista”. Non per Giulio Santagata, prodiano e portavoce della lista Insieme: proprio lui ha chiesto un seggio per Serse Soverini, storico amico di Prodi e organizzatore instancabile del primo Ulivo e del suo pullmann. E ora, al Nazareno, sperano che, sul centrosinistra, arrivi pure la benedizione del Prof.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale 
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Lotti e Boschi

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

3. Minniti correrà in un collegio delle Marche, Boschi in Toscana, Gentiloni a Roma
Ettore Maria Colombo – ROMA
Si vanno configurando, come in puzzle, le candidature delle “teste di serie” del Pd in giro per l’Italia. Il leader dem ieri si è chiuso tutto il giorno al Nazareno con i suoi ‘facilitatori’: Lorenzo Guerini (che correrà nella sua Lodi e in Lombardia), il vicesegretario Martina (Lombardia 2 al proporzionale e Bergamo città), il ministro allo Sport Lotti (si candiderà nel suo collegio storico, quello di Empoli-Valdarno) e Piero Fassino, che tornerà a gareggiare nella sua Torino e nel suo Piemonte (tutti e cinque alla Camera, peraltro, i citati). Il rebus dei dem assomiglia in parte a un gioco da tavolo e, in parte, a un dramma shakespeariano: “Collegi sicuri? Non ne abbiamo più, sono tutti insicuri, ormai” sospira, infatti, un alto big del Nazareno. Eppure, urge trovare la quadra sulle candidature e stringere i bulloni con gli alleati. Sono quattro: la Svp-Patt (che almeno garantisce la vittoria nel Trentino Alto-Adige) e tre piccoli ‘nanetti’. I Radicali di ‘+Europa’ della Bonino, i ‘Civici e Popolari’ della Lorenzin e le tre sigle pulviscolari (Psi-Verdi-Ulivisti) di – sic – ‘Insieme’ (li guida Santagata). Il programma, invece, è a buon punto: domenica a Milano Renzi ne dirà, oggi, in una convention dedicata agli Stati Uniti d’Europa, i principali dieci punti su “cento punti”.   
E veniamo alle teste di serie del Pd, ministri in testa: Renzi li utilizzerà, in campagna elettorale, in modo massiccio. Il premier, Gentiloni, correrà nel collegio Camera di Roma 1. Certo, si tratta di un collegio ad alto rischio sconfitta, il che creerebbe non pochi imbarazzi a lui (e a Mattarella, il quale però fa sapere di non interessarsi in alcun modo su dove correrà il premier o altri esponenti di primo piano del governo), ma Renzi non ha voluto sentire ragioni: “Paolo vale, da solo, un milione di voti, lo dicono i sondaggi. Deve spendersi anche in un collegio”. Gentiloni, pur scettico, ha acconsentito (“Roma è casa sua”, sospirano i suoi), ma ha ottenuto anche di scegliere, nella parte proporzionale, le regioni dove correre: saranno Lazio, Puglia e Marche.
La scelta delle Marche deriva dal fatto che il sindaco di Pesaro nonché responsabile Enti Locali del Pd, Matteo Ricci, è un renzianissimo, ma anche un politico ben consapevole dei tanti problemi legati alla ricostruzione del post-terremoto nelle sue terre. Ricci ha perciò chiesto “un segno tangibile” dell’impegno del governo. E, nella stessa logica di ‘tutela’ del territorio –sarà candidato nelle Marche anche il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Rifiutatosi di correre nella sua città natale, Reggio Calabria (da lui perso più volte, in passato, nelle sfide col centrodestra), Minniti avrà dunque un collegio blindato. Infatti, per sua fortuna, i dem marchigiani (sia quelli del collegio di Fano-Senigallia che di quelli di Pesaro-Urbino) ne hanno chiesto a gran voce la presenza dati “i suoi risultati sull’ordine pubblico”. Minniti probabilmente correrà nel collegio uninominale di Pesaro e Urbino, sempre alla Camera, e in più listini proporzionali (certi la Lombardia e la ‘sua’ Calabria).
Sempre parlando di collegi uninominali e non di listini, per quanto riguarda la squadra di governo, il ministro all’Economia, Padoan, correrà a Siena per cercare di fronteggiare al meglio gli scandali bancari, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia, la Pinotti a Genova, la Fedeli in Toscana, etc. (solo Finocchiaro e Poletti hanno tolto l’incomodo da soli decidendo di non ricandidarsi). L’ex ministra Boschi, infine, rischierà l’ordalìa nella sua Toscana: o in una città minore o a Firenze. In questo caso in teorico tandem con Renzi, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1, mentre per il proporzionale verrà schierata in Trentino e Calabria.
 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale
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“Saldi invernali” in Archivio. Tre articoli recenti: retroscena su Renzi e le candidature nel Pd, Gentiloni e il governo, le Camere sciolte e Mattarella

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti su Quotidiano Nazionale tra il 27 e il 30 dicembre 2017. Parlano dello scioglimento delle Camere, delle scelte di Renzi, Gentiloni, Mattarella Li leggerete in ordine inverso alla data di pubblicazione, cioè dal più recente al meno recente. 
1. Parte il toto-candidature nel Pd. Renzi epura le correnti e lascia alle aree interne solo le briciole, con Gentiloni aumentano gli attriti: premier restio ad andare in tv. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Il Pd ha, come si sa, molti problemi da affrontare nella corsa verso il voto che si è aperta ufficialmente con lo scioglimento delle Camere decretato da Mattarella il 27 dicembre scorso. Ci sono i sondaggi, in calo vertiginoso: oggi il Pd è quotato al 23% (-7 punti in 7 mesi), anche se Renzi è convinto: «arriveremo almeno al 25%, saremo il primo partito e la seconda coalizione». Anzi, secondo il leader dem, che lo spiega ai suoi, “prenderemo almeno il 25% dei voti, il che vuol dire ottenere almeno 250 parlamentari: 150 eletti nei listini proporzionali e 100 nei collegi uninominali”.
Poi c’è il problema degli alleati minori che vengono chiamati, con dispetto, «nanetti», al Nazareno. Hanno zero peso politico, raccatteranno pochi voti, ma reclamano collegi sicuri (5 cadauno per ognuno delle tre liste alleate: centristi ‘per l’Europa’, Insieme, cioè la pattuglia di ulivisti, socialisti e verdi, e i Radicali di Bonino-Magi-Della Vedova).
Poi, ancora, c’è il problema della corrosione della leadership di Renzi: sarà costretto, volente o nolente, a giocare «di squadra» con ministri che, in parte, non ama  proprio (tipo quello all’Interno, Marco Minniti, che sta facendo fuoco e fiamme perché non vuole subire l’ignominia di essere candidato nella sua Reggio Calabria e perdere il suo collegio) e ministri che a stento tollera dentro il partito, figurarsi al governo (Franceschini, Finocchiaro, Orlando, etc.), Ma, soprattutto, con Gentiloni nell’oramai noto «schema a due punte». Gli screzi, gli attriti e le incomprensioni, tra premier ed ex premier, sono  in crescita esponenziale. In ogni caso, Renzi dovrà, giocoforza, farsi «un vanto» dell’azione di un governo che non ha mai amato né voluto. Invece, Gentiloni dovrà «farsi vedere» in campagna elettorale: sarà candidato nel collegio di Roma 1 e in più listini proporzionali (Puglia e Piemonte, pare). Il premier, però, vorrebbe solo fare «il governo che governa», come recita una delle sue ormai note tautologie, con imparzialità  e seguendo alla lettera i dettami di Mattarella che non vuole esporlo per conservarlo, «freddo», per il dopo voto.

 

Infine, dramma nel dramma, c’è il busillis Maria Elena Boschi. In  realtà, la pratica è già stata risolta: «Non l’ho sentita, in questi giorni», dice Renzi ai suoi, «ma so che si vuole ricandidare e io non abbandono gli amici in difficoltà. L’ho fatto persino con Lupi…». Morale, ‘Meb’ sarà candidata: o nel suo collegio naturale, quello di Arezzo, in una sorta di ordalìa personale contro tutto e tutti («ma ad Arezzo la serie storica dice che vinciamo sempre», ricorda Renzi), o solo nel listino proporzionale in Toscana oppure in entrambi.
Il solo problema che, paradossalmente, il Pd non ha è come ripartire le quote interne in vista delle candidature alle Politiche. Al Nazareno  si dice, senza troppe diplomazie, che verrà messa in atto una vera «pulizia etnica» delle tante (troppe, per Renzi) «anime» interne che scarseggiano in lealtà. Il segretario, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1 («Attendo Salvini», la sfida da lui lanciata al leader leghista), vuole avere, in Parlamento, una pattuglia di “fedelissimi” pronti a tutto: appoggiare un governo di «larghe intese», ovviamente, ma anche, forse, a dare il via libera a un governo tutto targato centrodestra. «Le federazioni toscane ed emiliane faranno fuoco e fiamme», preconizzano i renziani, «perciò ci servono parlamentari fedelissimi, solidi e saldi». Alle altre aree interne  ‘a-renziane’ andranno le briciole. «Area dem» di Dario Franceschini, che si candiderà a Ferrara, contava 90 parlamentari. Quanti ne torneranno? Al Nazareno la questione brutalizzano così: «Area dem non esiste più perché al congresso stavano tutti con noi, nella mozione a sostegno di Matteo». Ergo, a loro non andrà nulla o quasi. Ma anche se a Franceschini venisse riconosciuta una piccola quota, dentro «ci vanno pure Fiano, Rosato, Giacomelli», è la furbata renziana, visto che sono già tutti renziani.
In compenso, all’area Orlando, «Dems», andrà molto peggio. Oggi gli orlandiani sono una quadrata legione romana: ben 120 parlamentari. «Orlando ha preso il 18% al congresso e quello avrà, ma dentro dovrà fare posto pure ai cuperliani e agli ulivisti, a Rete dem, etc», sibilano al Nazareno. Morale, se Orlando, che si candiderà nella sua Liguria, avrà 15 parlamentari o poco meno, potrà dire di aver portato a casa la pelle. Michele Emiliano, infine, di posti ne avrà solo cinque, ma non farà storie: saranno tutti suoi pugliesi doc.
Infine, la famosa «società civile». Tra i nomi che Renzi vuole in lista c’è l’immunologo Burioni, l’ex ct di volley Berruto e «AstroSamanta» Cristoforetti, oltre al fratello del giornalista Siani e alla giornalista, leader del movimento ‘Fino a prova contraria’, la Chirico. Voleva pure l’olimpica Bebe Vivo. La quale, però, per sua fortuna, “non ha l’età”.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 30/12/2017.
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2. Gentiloni farà campagna elettorale per il Pd ma ‘cum juicio’ e si smarca da Renzi 
Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA
Nun ce se crede…”. E’ proprio nel bel mezzo della conferenza stampa di fine anno, mentre sta parlando dell’Italia leader nell’export, che Paolo Gentiloni si lascia scappare una battuta in romanesco – romanesco alto, però, curiale e nobiliare, stile sonetto del Belli – come, forse, a tradire un’emozione, quella di “Paolo il Freddo”. Uno che, di solito, parla per tautologie (“il governo governa”, “apriremo il dossier quando il dossier sarà aperto”…), ma che, proprio ieri, nella conferenza di fine anno, che per incidens è coincisa con quella di fine legislatura, si è tolto diversi sassolini dalle scarpe. Il premier attuale – e che resterà in carica con pieni poteri, altro che “disbrigo degli affari correnti”: del resto ‘vuolsi così colà dove si puote’, cioè al Quirinale –  rivendica di “aver preso delle decisioni, non fatto annunci” (stoccata a Renzi n. 1). Poi sospira che “non vedevo l’ora che finissero le audizioni della commissione Banche” (stoccata a Renzi n. 2, lo scontro tra Gentiloni e Renzi è stato quasi pari a quello su Visco). Infine, ricorda i risultati “miei e dei miei predecessori”. E qui cita non solo l’ex premier, ma anche Enrico Letta, uno che, solo a nominarlo, nel Pd renziano mettono mano alla pistola (Renzi, infatti, non lo nominava mai, stoccata n. 3). Gentiloni si produce, invece, in un difesa a spada tratta della Boschi (“L’ho voluta io” rivendica) e anche della necessità – in sottile ma evidente polemica con gli scissionisti andati via dal Pd e finiti in Leu – che “la sinistra non può che essere di governo”. Con tanto di citazione mitterandiana del Pd che dovrebbe porsi come “la forza tranquilla” (ieri Renzi ha fatto identica citazione).
C’è, naturalmente, in Gentiloni, la personale soddisfazione per tutto quello che ha compiuto in questo faticoso anno di lavoro (“Per il Pd più che farmi venire l’infarto non potevo fare…” rivendicò mesi fa) in cui, appunto, “non abbiamo tirato a campare”, ma prodotto risultati sul fronte dell’economia, dei migranti, dei diritti, anche se su quest’ultimo punto ammette: il bicchiere è mezzo pieno (unioni civili e biotestamento approvati) ma anche mezzo vuoto (ius soli saltato). Certo, tutti questi impegni il premier li ha potuti onorare grazie al pieno sostegno di Mattarella, con cui ormai il sodalizio è di ferro, l’appoggio, a corrente alternata, del Pd di Renzi e il sostegno freddo, ma leale, degli altri partiti di maggioranza. Ma “la Sfinge” – così lo chiamano i suoi colleghi di governo – non solo è riuscito a sfangare un anno partito malissimo, ma anche a imporre uno stile, il suo, quello dell’understatement, che da Renzi, come si sa, è lontano anni luce. Inoltre, il segretario non ha più in mano le leve del potere, Gentiloni sì. Il premier ha fatto (Polizia, Aise, Consob, BankItalia) e farà nomine assai importanti (Guardia di Finanza, Carabinieri, Esercito), affronterà – e, forse, risolverà – i caldi dossier aperti di Alitalia e Ilva in vendita, porterà le truppe italiane in Niger (sul punto arriva l’unica stoccata alle opposizioni e alle loro “illazioni spettacolari” su una missione che per Gentiloni come per Mattarella, oltre che per la Pinotti, “è strategica” per mantenere l’Italia coi piedi saldi in Africa) e rappresenterà l’Italia in cruciali vertici Onu, Ue e Nato, senza dire che, nei prossimi sei mesi, l’Italia avrà la presidenza semestrale dell’Ocse.
Renzi, però, ovviamente, fa e farà di tutto per farsi trovare pronto: dice ai suoi che “Per me Paolo non è un potenziale rivale domani, ma un alleato forte oggi”. Anzi, la linea del Nazareno sarebbe questa: Renzi starà sui social “a bombardare Berlusconi e Grillo” mentre Gentiloni dovrebbe andare in tv (della qual cosa ha zero voglia e pare non farà) e i ministri, poveretti, andranno “sui territori”, a cercar voti.
Anche Gentiloni non si pone in contraddizione con Renzi: è disponibile a fare campagna elettorale “con le modalità che il Pd sceglierà”. E il Pd ha già scelto: lo candiderà a Roma 1, nel collegio uninominale, e in più listini proporzionali. Il terzo incomodo, però si chiama Mattarella: ha fatto di tutto, pur di tenere in vita il governo Gentiloni fino a dopo il voto. E ora il Colle fa trapelare che “Gentiloni va preservato dalle possibili polemiche della campagna elettorale”. Che è come dire al Pd: usatelo sì, ma il meno possibile, cum juicio.
NB: L’articolo è pubblicato il 29 dicembre 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale
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3. Mattarella. Gentiloni, fino alle nuove Camere, ha “pieni poteri” ma intanto il Capo dello Stato già pensa a mettere in pista un Gentiloni bis, dimissionario o no. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

Oggi, 27 dicembre, al termine della conferenza di fine anno di Paolo Gentiloni, il premier salirà al Colle e dopo terrà un consiglio dei ministri. Il Colle firmerà l’atto di scioglimento delle Camere (un Dpr, Decreto del Presidente della Repubblica), ma sarà il cdm, con un Dpcm, a stabilirà la data del voto: entrambi gli atti saranno controfirmati dai due Presidenti. Il governo si prenderà un tempo mediano tra la data minima stabilita dalla legge (45 giorni, in base al TU del 1957) e la data massima fissata per Costituzione (70 giorni) per fissare elezioni e tutti gli indizi dicono che il Paese andrà al voto il 4 marzo. Il 31 dicembre, nel discorso di Capodanno, il Capo dello Stato spiegherà le ragioni dello scioglimento delle Camere, inviterà gli italiani al diritto di voto e i partiti a una campagna elettorale civile.

Fin qua, si può dire, l’ufficialità. Dietro, però, c’è molto altro. “Il corretto funzionamento delle Istituzioni, non ammette vuoti”. Tagliano corto così, al Qurinale, in merito alle petizioni on-line di cittadini e parlamentari di sinistra (Manconi, Cuperlo, etc.) che si stanno appellando a Sergio Mattarella affinché differisca “di qualche settimana” lo scioglimento delle Camere per approvare, al Senato, lo ius soli. Il presidente della Repubblica non ha nulla, naturalmente, contro lo ius soli (anzi, ritiene la “nuova cittadinanza” un tema cruciale e da affrontare), ma il suo primo obiettivo è assicurare la chiusura “ordinata” della legislatura in corso e l’altrettanto ordinata apertura della prossima, di legislatura. Il tempo per approvare lo ius soli è, dunque, del tutto scaduto. Con il voto che verrà fissato al 4 marzo, la prima seduta delle nuove Camere (XVIII legislatura) si terrà il 24 marzo quando i nuovi parlamentari dovranno eleggere, come loro primo atto, i nuovi presidenti di Camera e Senato e costituire i gruppi parlamentari.

Fino ad allora chi governerà? “Il governo Gentiloni” – è la risposta, netta e priva di dubbi, che arriva dal Colle, “governo che è nel pieno dei suoi poteri”. Nessun governo “dimissionario”, dunque, né in carica soltanto per “il disbrigo degli affari correnti”, come si legge in questi giorni, riguardo al futuro prossimo dell’esecutivo guidato da Gentiloni. Perché? Per una precisa scelta del Capo dello Stato: Mattarella vuole evitare di trovarsi con un governo “dimissionario” e ‘dimezzato’ e non vuole correre il rischio che venga sfiduciato come sarebbe potuto accadere, appunto, se la maggioranza, ormai evaporata, avesse dovuto affrontare, nell’Aula del Senato, un voto ad alto rischio, quello sullo ius soli. Il governo Gentiloni resterà, perciò, fino a insediamento delle nuove Camere. Allora sì che, da quel giorno (il 23 marzo), diventerà un governo “dimissionario” e in carica solo “per il disbrigo degli affari correnti”. Ma, pur se da ‘dimissionario’, Gentiloni potrà fare decreti, anche se in quel caso saranno le nuove Camere a decidere se convertirli o meno. Stefano Ceccanti, professore di Diritto costituzionale, spiega così la scelta del Colle: “Con la Ue abbiamo ceduto sovranità. L’Italia dovrà prendere decisioni importanti nei vertici Ue, Nato, etc. Non possiamo accettare vuoti di potere. Ecco perché resta Gentiloni”.

Tra gli impegni europei e internazionali cui Mattarella tiene molto c’è il decreto con cui il governo porterà truppe italiane in Niger (questo andrà convertito, anche a Camere sciolte), ma soprattutto l’Italia è attesa a importanti vertici Ue e Nato. A marzo un vertice del Consiglio europeo discuterà la proposta Merkel-Macron di modifica della zona Euro, tra febbraio e marzo si discuterà del tema migranti, per non parlare del capitolo Brexit.

Serve, in buona sostanza, “un governo che governi” e Mattarella ha individuato in Gentiloni l’ecce homo. Con buona pace di Renzi e dei possibili mal di pancia del Pd. Il leader del Pd potrebbe anche trovarsi nella (imbarazzante?) situazione di dover rivotare il suo Gentiloni se, Dio non voglia, le consultazioni andranno troppo per le lunghe. Mattarella è già pronto a rimandare lo stesso Gentiloni davanti alle Camere per ottenere una nuova fiducia da quelli che ha già individuato come i partiti più ‘responsabili’ (Pd, FI, etc). In attesa che la matassa si sbrogli o di convocare nuove-nuove elezioni. In ogni caso, potrebbe non essere troppo un caso ‘di scuola’ pensare che sarà un Gentiloni bis, dimissionario o meno, a preparare e presentare il Def del 2018 alle Camere e in Europa.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale il 28 dicembre 2017
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