Un’intervista a Guerini, Orlando da Prodi, Renzi, il Pd lombardo. Archivi, ma recenti

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Pronti a fare subito la legge elettorale”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Parla Lorenzo Guerini, vicesegretario dem e coordinatore della mozione Renzi per il congresso, detto anche ‘il Forlani’ di Matteo.

I 5Stelle dialogano in campo aperto con la Cei e la Chiesa.

“Non enfatizzerei le interviste di questi giorni, il cui significato è stato successivamente circoscritto e precisato. Il Pd ha chiaro il valore del dialogo così come la distinzione dei ruoli. Su molte questioni che stanno a cuore ai cattolici italiani, dal valore della democrazia rappresentativa, al senso dello Stato, all’attenzione ai più deboli, il Pd ha posizioni chiare e offre risposte precise come ad esempio sul reddito di inclusione che ha visto un proficuo dialogo con l’Alleanza contro la Povertà. Su questi temi si misura una distanza siderale con i 5 Stelle”.

Però con i grillini ci volete fare la legge elettorale…

“Noi parliamo con tutti”.

Anche con Forzia Italia? E su quale canovaccio e quali punti specifici?

“Noi abbiamo avanzato più proposte che vanno nella direzione di non favorire la frammentazione, mantenendo il premio alla lista anche al Senato e armonizzando le soglie verso l’alto tra Camera e Senato. Ora tocca agli altri rispondere o fare una proposta, noi siamo pronti. Anche a fare un accordo con Grillo, se serve”.

I rapporti burrascosi tra il Pd e Padoan ora segnano bel tempo?

“Non c’è stata nessuna burrasca, ma un utile confronto”.

Ma in autunno, con la Ue e con Bruxelles, giocherete a braccio di ferro?

“Il tema non è il braccio di ferro con la Ue. Noi, proprio perché crediamo nell’Europa, nei suoi ideali e nel suo ruolo nel mondo globalizzato, pensiamo che debba cambiare profondamente direzione di marcia. L’attenzione per i conti pubblici non deve far venir meno nuove e innovative politiche di crescita e sviluppo. Una cosa è certa: l’austerity della Ue finora non ha funzionato”.

L’Iva aumenterà? E le tasse?

“Lo ha escluso lo stesso Padoan. Il Pd e il governo Renzi hanno lavorato abbassando la pressione fiscale e non intendiamo abbandonare questo percorso virtuoso”.

Parliamo delle primarie. Non è che sperate in una bassa affluenza?

“Il Pd è il solo partito italiano che fa congressi veri, chiama i suoi militanti ed elettori ad esprimersi, rende la sua leadership contendibile. Nella prima fase hanno votato oltre 266 mila iscritti e sono certo che i nostri elettori voteranno alle primarie e ci riserveranno ancora una volta una bella sorpresa. Renzi ha avuto un ottimo risultato tra gli iscritti (ha preso il 67% dei voti, ndr.) e sono certo che anche il voto degli elettori ci darà soddisfazione”.

Orlando parla di un “partito di notabili di stampo prefascista”…

“Il Pd è un partito con 450 mila iscritti, 6 mila circoli, con tanta gente che partecipa, persone in carne e ossa. Chiedo a tutti più rispetto per la nostra comunità”.

Ma perché Renzi rifiuta il confronto in tv, a eccezione di Sky?

“Perché ci stiamo muovendo con le regole utilizzate anche nelle precedenti primarie che prevedevano un solo confronto televisivo. Dopodiché non c’è giorno che passi in cui in qualche trasmissione tv non si parli del congresso de i candidati non abbiano visibilità. Non c’è bisogno di inventarsi una polemica ogni giorno”.

Non è che se vince Renzi poi cade il governo?

“Assolutamente no. Noi il governo lo sosteniamo convintamente. Se Renzi vince e ritorna segretario darà ancora più forza al nostro partito e alle sue proposte per l’Italia in vista delle prossime elezioni”.

Dopo il voto sarà inevitabile un governissimo con Berlusconi?

“Io non mi rassegno a un’Italia proporzionalista. Il Pd ha e manterrà la sua vocazione maggioritaria. Si rivolgerà a tutti gli italiani e in particolare ai quei 13 milioni che il 4 dicembre scorso hanno detto Sì al nostro progetto di cambiamento. Noi siamo una forza riformista che vuole governare questo Paese, senza inseguire alchimie politiciste che danno solo fiato al vento dei populismi”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano Nazionale del 21 aprile 2017

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Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

2. Orlando da Prodi intasca mezzo endorsment, il problema di Renzi è l’affluenza. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Orlando lo definisce “un lungo e cordiale colloquio”, quello avuto con Romano Prodi a Bologna, casa del Professore, a ora di pranzo. Orlando era in città per un dibattito con il governatore del Lazio, Zingaretti, e il sindaco, Merola, suoi fan, e poi è volato a Milano per intavolarne un altro con Giuliano Pisapia, pure suo tifoso. Il ministro è stato, sì, ricevuto, dal padre dell’Ulivo, ex premier e ideatore delle primarie (partorite dalla mente di Arturo Parisi, in realtà, il quale è anche l’unico prodiano che oggi tifa per Renzi), ma la realtà è che il Professore non si è sbilanciato più di tanto. “Abbiamo parlato di temi generali”, dice uscendo, davanti ai cronisti, Orlando, “di vita politica italiana e internazionale”. Il fraterno colloquio, però, cadendo a una settimana di distanza dalle primarie, aveva generato l’idea del ‘colpaccio’. I renziani dubitano che l’endorsment arriverà mai. A tranquillizzarli, in parte, sono gli stessi uomini del Prof che assicurano: “Prodi non lo può tirare per la giacca nessuno”, nella sua cultura ci sono le primarie, non dire per chi vota, non lo ha fatto ieri né lo farà ora, lo stile è sostanza”. Però, se il veleno sta nella coda, gli stessi fanno notare che “il Prof fa sua la battaglia di Orlando per una forte partecipazione al voto” e anche – anzi, forse, soprattutto – “quella per tenere unito il Pd”. Come se, è il sottotesto, una vittoria di Renzi potrebbe spaccarlo o, Dio non voglia, provocare nuove dolorose scissioni (vedi Bersani).

Poi c’è la – piccola – pattuglia dei prodiani ancora operanti nel Pd, guidata dalla ex portavoce del premier, la deputata Sandra Zampa, che lavora tutta, pancia a terra, per Orlando, il quale gigioneggia: “parlare con Prodi è sempre utile” (traduzione: Renzi non lo fa). L’accenno prodiano polemico, da leggersi in chiave anti-renziana, sta, invece, nella sola frase ufficiale che esce da casa Prodi: “abbiamo condiviso l’augurio di una grande e bella partecipazione alle primarie che possa segnare il necessario risveglio del Pd”.

E qui la lingua batte dove il dente duole. Infatti, gli ‘orlandiani’, e lo stesso Orlando, si danno sulla voce da settimane nel sostenere che Renzi vuole “far votare poca gente” e che l’ex premier, tra mancati inviti ai confronti tv (al netto di Sky, dove il confronto si terrà il 26 aprile, ma sarà l’unico, in Rai solo confronti a distanza) e presunta assenza dai ‘territori’, avrebbe messo “la sordina” ai gazebo per disincentivare l’affluenza e garantirsi “vittoria facile”.

E se è vero che il giorno scelto, domenica 30 aprile, è poco felice – capita a metà di un mega-ponte, tra 25 Aprile e Primo Maggio – è vero anche che al Nazareno sono ben consapevoli del problema. Una bassa partecipazione al voto (sotto il milione e mezzo, per dire, quando la stima è dei renziani è tra 1,5 e 1,8, forse 2 milioni) depotenzierebbe una vittoria, quella di Renzi, data ormai per certa, e pure con percentuali, pare, schiaccianti (Renzi è intorno al 65%, Emiliano è fermo al 18%, Orlando non si schioda dal 22%). Ergo, Renzi ci tiene eccome, all’affluenza. Solo che preferisce parlare ‘al Paese’, da candidato premier già in pectore. Ieri ha detto che “Noi siamo quelli che parlano bene dell’Italia, non rassegnatevi”. Il nemico, per Renzi, sono i populisti, Lega e M5S, e non vede l’ora di affrontarli nell’unica gara che, per lui, conta: le Politiche.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

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maurizio martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina (Pd)

3. Maroni e Zaia promuovono i referendum autonomisti, il Pd lombardo si divide. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Maroni e Zaia vogliono apparire più ‘leghisti’ del re (Salvini) e il Pd del lombardo-veneto vuole apparire, come da tradizione, più ‘autonomista’ di quello romano. Tanto che il sindaco di Milano, Sala, annuncia che voterà Sì con parole non dissimili da quelle usate da Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo e assai probabile candidato del
centrosinistra alla guida della Lombardia nel 2018.
Il tema è il referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia che i consigli regionali a maggioranza centrodestra e trazione leghista delle due regioni hanno deciso di promuovere il 22 ottobre 2017. I referendum sono solo ‘consultivi’ (non potrebbero che essere tali) e invocano più autonomia regionale e più competenze esclusive, specie
sul piano delle politiche fiscali, ma stanno già terremotando la politica locale e nazionale. L’M5S, per dire, apprezza l’idea e, pur dicendo che “non si fida” di Maroni e Zaia, è orientato al Sì.

I due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno trovato l’accordo per votare in contemporanea, nelle due regioni (in Lombardia con scrutinio elettronico). I due sono in via di riposizionamento anche all’interno della Lega oggi guidata dal ‘nazionalista’, se non ‘centralista’ Salvini, presto a congresso: vogliono rinsaldare
l’alleanza di centrodestra sul piano nazionale e, soprattutto, locale, visto che in Lombardia nel 2018 si vota e Maroni è pronto ad abbinare il voto alle Politiche, se ci saranno. Così, mentre sia Bossi (“Era ora”) che Salvini (“Non vedo l’ora di andare a votare”) esultano, la scena stavolta è tutta per loro due. Zaia si batte il petto orgoglioso
(“il 22 ottobre il popolo veneto e quello lombardo scriveranno una pagina di storia”), mentre Maroni fa il realista (“Il risultato è a portata di mano, il voto per l’autonomia può e deve essere trasversale”), guardando ai 5Stelle.

Il problema, tanto per cambiare, deflagra e divide, invece, Pd. Il governo – prima con Renzi, poi con Gentiloni – e i vertici del partito avevano chiesto alle due regioni di aprire una trattativa con l’Esecutivo sulla base dello stesso articolo 116 comma 3 della
Costituzione attraverso cui i quesiti referendari sposati dai leghisti vogliono arrivare alla maggiore autonomia, ma senza avere la garanzia del risultato, legato appunto a un successivo negoziato.

La differenza sta, come sempre, nelle diverse sensibilità tra il Pd ‘romano’, cioè nazionale, e quello del ‘lombardo-veneto’ che, da decenni, ormai, insegue, senza successo, la Lega sul suo terreno. Ora, però, sta per riprovarci: il candidato del Pd alle Regionali non sarà il bresciano ministro Martina, come pure si era detto a lungo, ma il
bergamasco Giorgio Gori, renziano di ferro almeno quanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è invece ormai ostile al leader tanto che, ieri sera, quando Renzi è venuto a Milano, era assente.

Sala, però fa un apertura di credito non indifferente al referendum: lo giudica “uno spreco di denaro”, ma poi annuncia che voterà Sì. Gori, sempre ieri, ha ripetuto il concetto: “Condivido l’obiettivo dell’autonomia, ma il Governo, con il ministro Martina, ha dato segnali di apertura, non c’è bisogno del referendum per trattare”. Il ministro Martina, invece, sposa secco e duro la linea opposta, quella del Pd centralista: “il referendum costerà 46 milioni, è del tutto inutile e dopo le regioni dovranno trattare lo stesso”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2017 su Quotidiano Nazionale 

Renzi ha pronta una nuova legge elettorale: premio alla lista e sbarramento al 5%, ma se ne parla dopo le primarie per presentarla

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – Roma

Altro che il mantra, da tempo ripetuto, “noi una proposta sulla legge elettorale l’abbiamo fatta, ora spetta alle opposizioni che si sono dimostrate tutte a favore del proporzionale fare una  proposta,,,”. Il Pd – quello di Matteo Renzi, si capisce – sta per depositare una nuova, e articolata, proposta per uscire dall’impasse sulla legge elettorale. Ma la data per “aprire i giochi” sull’argomento è l’8 maggio, quando Renzi sarà, così almeno spera, legittimato dal voto popolare (il 30 aprile) e sarà proclamato segretario dall’Assemblea nazionale del Pd (il 7 maggio).

Infatti, solo quella doppia consacrazione gli permetterebbe di godere di una maggioranza granitica in Assemblea e in Direzione nazionale e di fare proposte, pienamente legittimato e di nuovo segretario – non più, cioè, “libero  e semplice cittadino” come dice, modestamente, di sentirsi oggi – non solo sulla legge elettorale, ma anche in tema economico e sociale.

Tornando alla nuova proposta di legge del Pd in materia elettorale, se i principi sono sempre quei due (“garantire governabilità e rappresentanza”), le specifiche sono assai lontane dal punto di partenza, il Mattarellum. Due i punti qualificanti della proposta. Da un lato, un doppio premio di maggioranza (oggi previsto solo alla Camera grazie all’Italicum), ottenuto estendendo l’attuale soglia per raggiungerlo (40%) anche al Senato, ma si badi bene un premio da assegnare alla lista, e non alla coalizione vincente. Dall’altro, una norma ‘anti-frammentazione’. Vuol dire stabilire un’unica sbarramento, da fissare al 5%, facendo la media tra il 3% – oggi previsto, sempre dall’Italicum, alla Camera – e l’8% che il Consultellum prevede, solo al Senato, per i partiti non coalizzati.

E’ chiaro che l’interlocutore del Pd per una proposta siffatta è e può essere uno solo, Forza Italia. E se Renzi non si fida troppo di Berlusconi (“Noi siamo pronti all’accordo con lui – sospira un renziano di rango – ma lui continua a tramare, come dimostra il caso Torrisi”), è anche vero che c’è lo spauracchio dell’eliminazione dei capolista bloccati a spingere a più miti consigli il Cavaliere. Certo, nella proposta del Pd, ci sarà il premio alla lista, mentre il Cav vuole introdurre il premio alla coalizione (almeno così dice). Inoltre, il premio alla coalizione lo chiedono anche molti dei suoi avversari interni (Orlando) e dei suoi alleati (Franceschini).

Renzi, dunque, ha bisogno di essere riconsacrato leader per avanzare, ufficialmente, questa sua nuova proposta. Ma è anche convinto che la spada di Damocle dell’eliminazione dei capolista bloccati offerta su un piatto d’argento ai 5Stelle convincerà Berlusconi a scendere a più miti consigli. Infatti, senza di essi, “per FI sarebbe un dramma – nota un dirigente renziano di alto grado – perché perderebbe voti al Nord a favore dei leghisti e al Sud a favore dei democristiani mentre noi ce la caveremmo egregiamente, eleggendo tutti con le preferenze”. “Male che vada – riflette una fonte altolocata del Nazareno – vorrà dire che andremo a votare con il sistema attuale (Italicum alla Camera e Consultellum al Senato, ndr), siamo i soli cui conviene andare a votare con la legge attuale”,

In attesa della (presunta) vittoria, quella per le primarie, Renzi prepara il rush finale della sua campagna. Per scaldarsi i muscoli, ieri l’ex premier ha corso con l’amico – e sindaco di Prato – Biffoni, la locale ‘Maratonina’ (ben 21 km. e sotto il sole…). Chi lo ha visto assicura che “è dimagrito di almeno dieci chili”. Lui, via Facebook, si è limitato a commentare, entusiasta, che “la politica deve imparare dalla corsa la scelta di mettersi in gioco”. Solo le prossime settimane diranno se ci avrà visto giusto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 10 del Quotidiano Nazionale il 18 aprile 2017

“Babbo piange di gioia”. Renzi e caso Consip, la rivincita del leader contro gli avversari interni ed esterni

Renzi/3

Matteo Renzi e, sullo sfondo, il Senato della Repubblica.

“Papà sta piangendo”, confida agli amici con un sospiro. Ai giornalisti, a margine della registrazione di Porta a Porta, il racconto si fa più esteso e disteso: “L’ho chiamato io, lui mi ha chiesto ‘che succede?’, non lo chiamo spesso. Gli ho letto l’agenzia (le rivelazioni sull’inchiesta Consip che scagionano Tiziano Renzi, ndr.) e lui si è messo a piangere. E’ pur sempre un uomo di 65 anni e questa vicenda è una roba grossa. Ora vado a casa: voglio portare i miei figli a cena dal nonno”. Insomma, una giornata già iniziata bene, per Renzi – grazie alle notizie in arrivo da Genova, sempre da un giudice, e che mettono nei guai il M5S nella città del loro fondatore, Beppe Grillo – non poteva che finire meglio.
L’ex premier è sicuro: “incasseremo altre soddisfazioni”, dice ai suoi. Non si riferisce alle primarie, ma alla possibile archiviazione della posizione del padre Tiziano nell’inchiesta Consip. Lascia ai renziani – Ermini, responsabile Giustizia, Morani, Marcucci e altri –
il veleno: “Vogliamo conoscere i nomi, i fatti, e vogliamo sapere i mandanti di questa brutta storia”. Tanto che spetta, invece, al sottosegretario alla Giustizia, Migliore, neo-renziano doc, ribadire la “massima fiducia” non solo nella magistratura ma nella “Procura di Roma”, come volerla contrapporla a quella di Napoli, di Woodckok delle
cui gesta Renzi cita sempre le inchieste finite in nulla che hanno interessato esponenti del Pd (Graziano a Napoli, Margiotta a Matera), poi prosciolti, o l’Eni con De Scalzi che – proprio ieri sera – sono finiti sulla graticola grazie a un inchiesta di Report (Rai 3) che il portavoce di Renzi, Michele Anzaldi, ha attaccato per l’accostamento “tangenti e Pd” . Insomma, l’accusa dei renziani – e, sottotraccia, di Renzi – è quella di ‘macchinazione’.

Certo è che, quando arriva da Vespa, Renzi dà il meglio di sé: “Sarebbe stato facile dire ‘avete visto?’” – attacca – invece bisogna avere totale fiducia nella magistratura, la verità, prima o poi, viene a galla”. Poi aggiunge un sonoro “Grillo vergognati!” e “Leggete le
carte prima di sputar sentenze”.  Il caso Consip ha toccato e ferito Renzi figlio, non solo
Renzi padre: “Ho tatuato addosso quello che è successo in questi mesi”, dice da Vespa, “una vicenda che mi colpito, ma – aggiunge – quando capita a un normale cittadino, finire nella malagiustizia, che si fa? E quando i processi li fanno i giornali e i politici prima delle procure?”. Domande senza risposta, per ora, ma che accennano
alla volontà di mettere mano a un altra ‘Grande Riforma’, quella della Giustizia, che non ha nulla a che vedere – sia detto per inciso – con la riforma del processo penale e della prescrizione che sta portando avanti il ministro Orlando – il quale è riuscito a farci mettere la fiducia solo ora, con Gentiloni, anche perché Renzi gliel’aveva sempre negata – ma con progetti di ‘giustizia giusta’ che ricordano il primo Craxi o il primo Berlusconi.

Orlando (“Se Renzi vince, ci farà perdere le elezioni”) ed Emiliano (“Se Renzi vince, distruggerà il Pd”) lo attaccano a testa bassa, ma per Renzi – sicuro di vincere le primarie, il solo timore rimasto è legato alla scarsa affluenza: i renziani avevano dimezzato le previsioni a non oltre un milione e mezzo di votanti, due al massimo, ora tornano a farsi esigenti e parlando di “due milioni e rotti”, certo è che sotto quella cifra le accuse di flop sarebbero pesanti e lo stesso Renzi ammette “abbiamo scelto un giorno difficile” (il 30 aprile, ma i renziani se lo sono scelti da soli, ndr.) mettiamocela tutta – gli attacchi polemici dei suoi avversari interni sono solo un fastidioso rumore di fondo.  E così, rilassato e pimpante, da Vespa offre rassicurazioni su (quasi) tutto: “Il governo Gentiloni non cadrà, se vincerò le primarie, anche perché io ne sono il primo tifoso e Paolo sta facendo un grandissimo lavoro”; “non ci saranno elezioni anticipate a ottobre”.

Resta solo un busillis. Renzi vuole una legge elettorale pronta all’uso. Ecco perché è pronto al ‘patto col Diavolo’, e cioè proprio con quel M5S che attacca tutti i giorni. Da Vespa offre loro, su un piatto d’argento, “l’eliminazione dei capolista bloccati”, scalpo che
i 5 Stelle chiedono da tempo per dare il loro via libera alla trasposizione di quel che resta dell’Italicum al Senato. Ma se solo un neo ‘Nazareno’ con gli arcinemici potrebbe dare al Paese una legge elettorale, la mossa potrebbe anche essere un modo per ‘mettere paura’
a Forza Italia, che i capolista bloccati li vuole eccome, ma per ottenere sempre lo stesso scalpo, la nuova legge elettorale. Non a caso, a Berlusconi riserva una battuta affettuosa: “Altro che agnelli, quello ha sette vite come i gatti!”. Sulla legge elettorale, Renzi è disposto a parlare con tutti e di tutto, pur di avercela bella, nuova e pronta per il voto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale l’11 aprile 2017.  
 

Tre articoli invece di uno. Renzi sceglie l’M5S come nemico numero 1 e intanto offre un patto ai grillini: “legge elettorale ed elezioni subito”

  1. Renzi Grillo Berlusconi

    Renzi, Grillo e Berlusconi.

    Renzi sfida Casaleggio jr (“Democrazia vs dinastia”) ma i suoi offrono un patto all’M5S: “Pronti a votare il Legalicum in cambio di elezioni subito (l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale il 10 aprile 2017)

“Renzi app”, già scaricabile da ogni piattaforma (htttp://io.my/appmatteo). Piattaforma e sito web ‘Bob’ (Kennedy) per smascherare le fake news grilline. “Democrazia vs dinastia”, il mantra. L’Avversario con la ‘A’ maiuscola di Matteo Renzi sono i 5 Stelle, non i suoi competitor alla segreteria, Orlando ed Emiliano, cui propone un ‘patto tra gentiluomini’, anche se alla sua maniera: “Non potete passare i futuri quattro anni a sparare sul quartier generale” (traduzione: ‘se volete fare come Bersani&co., quella è la porta’) e pur rifiutandosi di spostare la data delle primarie solo perché Emiliano si è fatto male e non può correre (Orlando era d’accordo, i renziani sono stati irremovibili) almeno fisicamente.

Eppure, per paradosso non tanto paradossale, l’ex  premier proprio ai grillini offre, tramite i suoi ambasciatori Orfini e Guerini, un patto sulla legge elettorale che nelle parole di questi ultimi due ai 5 Stllee suona così: “Noi vogliamo votare e siamo pronti a offrirvi un patto sul vostro Legalicum (estensione dell’Italicum al Senato, ndr.) e siamo pronti a togliere i capolista bloccati, voi ci state?”. E anche se l’offerta potrebbe essere solo ‘trabocchetto’ (“Un modo per stanare i grillini, far vedere a tutti che non vogliono fare nessun accordo e poi farlo con Berlusconi”, ragiona un machiavellico renziano di alto grado, ma ben informato, specie su un punto: “Se facciamo credere a FI che siamo pronti a togliere i capolista bloccati, quelli si  mettono paura, ci cascano subito nel tranello e fanno l’accordo con noi”), l’offerta ai pentastellati sembra una cosa seria e a un buono stadio di lavorazione.

L’ex premier – che nel retropalco dell’Ergife si prende un caffè in amicizia con il premier Gentiloni – si sente già vincitore delle primarie aperte del 30 aprile, forte di consensi che – dicono i suoi – “non saranno inferiori al 55-60% dei voti”. Insomma, sarà un trionfo. Solo un tasto preoccupa i renziani, quello dell’affluenza: faranno di tutto perché la partecipazione superi bene i due milioni.

Per il resto, la Convenzione nazionale del Pd tenuta ieri all’hotel Ergife di Roma scorre via come un fiume tranquillo (le liste dei candidati collegati si chiudono oggi, solo lì sono previste frizioni). Del resto, se Orlando è quotato al 20-30% ed Emiliano all’8-15%, è anche perché tre quarti del Pd – la ‘macchina’ o la ex ‘Ditta’ – sta con Renzi. Specie nell’Italia centrale (le regioni ‘rosse’) e nel Mezzogiorno, dove la mozione Renzi stravince su tutte le altre con percentuali bulgare e dove il Pd ha ormai più tesserati che al Nord.

Orlando, però prima di Renzi, fa un discorso affatto conciliante: picchia come un fabbro su tutto, dal rapporto con gli operai (“Tu vai da Marchionne, io vado ai cancelli della Fiat”), alle riforme (“Rischiamo un riformismo senza popolo”) alla legge elettorale (“Basta a proporre il Mattarellum se tutti ci dicono di no”), etc. Il governatore pugliese, teorico candidato anti-establishment, nel Pd, s’è rotto lui il tendine, ballando la tarantella: in un videomessaggio dall’ospedale, tiene una mozioni degli affetti dai toni soporiferi – non a caso molto apprezzato da Renzi, che invece ribatte duro a Orlando – il cui spunto originale è lodare “gli elettori 5 Stelle”.

Renzi spiega i punti su cui vuole imbastire la campagna elettorale, ma quella delle Politiche, come un vero derby Pd versus M5S: “democrazia contro dinastia, scienza contro paura, lavoro al posto dell’assistenzialismo”. Pensa che i 5Stelle abbiano trovano il loro nuovo leader in Davide Casaleggio, smania all’idea di potersi confrontare con lui o con chi per lui e si dedica poco al resto del Mondo. Sul vero punto di impasse, la legge elettorale, ribadisce che “Per noi c’è il Mattarellum, al Senato c’è stato un fatto di una gravità enorme (il caso Torrisi, ndr), ora tocca al Fronte del No parlare”. Ma, appunto, Renzi – via Guerini e Orfini – parla invece ai M5S e fa sapere: “La vostra proposta sul Legalicum? Fatela, pronti a discuterne”.

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2 Renzi teme Casaleggio ma è pronto a trattare con M5S sulla legge elettorale 

(l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale l’8 aprile 2017) 

Mdp lancia in resta contro il Pd. Speranza è il nuovo leader, ma i malumori interni già affiorano

Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. La sfida degli ex: “Siamo qui per vincere”. Speranza incoronato leader. 

Da un lato, l’attacco, stile fabbri in fonderia, al Pd, non solo a quello di Renzi che “farà l’alleanza con Berlusconi”, ma a tutto il Pd, compreso Orlando (solo Emiliano, per carità di ex patria, non viene mai citato: doveva andare con loro, poi si sfilò). Dall’altro l’avvertimento, netto, duro, al governo Gentiloni: “Non siamo disponibili a sostenere misure che aumentino le diseguaglianze”. E ancora: “Il governo arriverà al 2018, ma ci ascolti” (altrimenti?). Parole che suscitano gli entusiasmi dei pasdaran renziani, i quali fanno segreti voti al Cielo che siano proprio i loro ex compagni di partito a creare “l’incidente” e a provocare, in Parlamento, la caduta del governo amico per avere finalmente la scusa di poter correre al voto anticipato. Mdp inizia il suo cammino, lo fa da Napoli, con la prima assemblea nazionale dei comitati promotori del movimento che, a livello organizzativo, è un successo (2200 persone). In platea, prima fila, siedono Bersani, D’Alema e Rossi, che pare depresso (continua a sentirsi messo un po’ in disparte). Speranza li ringrazia tutti per la “loro generosità”, ma la distanza tra ‘Pier Luigi’ e ‘Massimo’, è tornata siderale e si conta sul numero delle tante, troppe, sedie che li separano.

Sul palco introduce sempre lui, Speranza, e mette in chiaro: “Siamo qui per vincere e di certo non solo per partecipare”. Che Speranza non voglia solo partecipare è chiaro a tutti, non solo a lui. “E adesso la parola al nostro leader nazionale! Robertooo Speranza!”. La non più giovane annunciatrice dell’evento – la deputata Luisa Bossa – si lascia, forse, tradire dall’emozione, ma tant’è. La consacrazione del pupillo di Bersani è roboante e plastica. Certo, dentro Mdp, nessuno ha ancora eletto nessuno e tutte le cariche sono ‘provvisorie’ (il congresso, quello fondativo, se mai si farà, si farà in autunno), ma Bersani e bersaniani (il nucleo storico: Stumpo, Zoggia, Leva, più l’ideologo Gotor) hanno già vinto il primo round. Sono loro, ad oggi, il nucleo forte del ‘partito’ appena nato. Gli ex Sel vorrebbero, invece, non “un partitino”, come mette in guardia Ciccio Ferrara, ma un ‘movimento’ largo, non una ‘Cosina Rossa’, aperto e dialogante oggi con Pisapia e, domani, con il Pd, chiunque lo guidi, ma i bersaniani – avvinti nella spirale da delenda Carthago – dicono di voler “far male al Pd e in tutti i modi possibili”.

Speranza, non a caso, fa un discorso tutto all’attacco, contro i democrat, parole di chi i ponti vuole farli saltare, non certo costruirli. E poco importa che l’ex vendoliano Arturo Scotto – altro potenziale leader di Mdp che al neonato partito ha portato in dote 31 deputati su 40 e neppure è diventato capogruppo, carica diventata appannaggio dell’ex bersaniano Francesco Laforgia, che comanda su 40 deputati mentre  i senatori sono 15 e li guida Cecilia Guerra – dica “non chiamateci scissionisti, ma ricostruttori”. “Il Pd è diventato Pdr, partito personale e pigliatutto – scandisce Speranza – presto andrà con Berlusconi: noi diciamo no!”.

Oltre al saluto, rituale ma affettuoso, del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris – che in Campania ha la sua rete ‘Dema’ ma a livello nazionale guarda più a Sel e Civati che a Mdp, però ieri è venuto, è stato mezz’ora, poi è andato via, giusto il tempo per farsi guardare in cagnesco da un D’Alema che non lo hai mai amato – la mano tesa di Speranza è per Pisapia. “Questa casa è anche la tua, le nostre strade s’incontreranno presto”, dice Speranza, anche se Pisapia ha preferito tenersi alla larga da Napoli, limitandosi a un – assai tiepido – messaggio di saluto e buon lavoro. Molto dipenderà dalla legge elettorale con cui si vota. Speranza tuona contro “un Parlamento di servi e nominati”, ma dentro Mdp già fanno di conto: “Lo sbarramento all’8% al Senato è inarrivabile, passeremo solo alla Camera, dove è al 3%, i capolista bloccati servono pure a noi, poche storie, altrimenti sarà una guerra all’ultimo sangue e i bersaniani, che sono gli unici davvero organizzati, e che ci stritolano”, dicono gli ex Sel. Meglio non fidarsi troppo, tra compagni.


2. Legge elettorale, governo e forma partito. Gli scissionisti già ai ferri corti. 

Si aspettano mille persone, ne arriveranno almeno 1500, i posti a sedere saranno strapieni, le belle e rosse bandiere sventoleranno. Si tiene oggi, a Napoli, la prima manifestazione nazionale di “Articolo Uno Movimento democratico e progressista” (Mdp, in sigla) e, se il nome è lungo come una Quaresima, sarà una festa. I sondaggi sono discreti, confortevoli: il 4,3% di media non è il 10% cui puntavano, ma è sopra la soglia di sbarramento alla Camera (al Senato è un’altra storia, lì sarà dura). La gente dei mitici ‘territori’ risponde: “molti – assicura il bersaniano Nico Stumpo – aspettano solo la fine del congresso del Pd e la scontata vittoria di Renzi, poi ci sarà il bing bang finale”. In attesa del mitico bing bang, i gruppi parlamentari sono robusti (40 deputati e 15 senatori, più tre europarlamentari), le sezioni ancora non ci sono (“Vedetevi nelle case” ha detto Speranza, come un apostolo di Gesù ai primi cristiani), ma presto arriveranno anche quelle. Poi arriveranno manifestazioni che sono un must per ogni partito di sinistra che si rispetti (il 25 aprile, il Primo maggio, sul 25 ottobre, data della rivoluzione bolscevica di  cui quest’anno ricorre, peraltro, il 70 esimo anniversario, forse si aprirà  un bel dibattito) e, a fine anno, dovrebbe arrivare pure il primo congresso.

Articolo 1 risente, tuttavia, a neppure un mese dalla nascita, di un difetto primigenio: la fusione a freddo di identità assai diverse. Un ex berlingueriano ‘socialista’, il governatore toscano Enrico Rossi, neanche arriva e già si lamenta del cono d’ombra in cui è finito. Un ex comunista come Massimo D’Alema si tiene volutamente in disparte perché è intelligente e dunque sa di essere ingombrante, ma non manca di dire la sua come ieri: “Non ho rimpianti ad aver lasciato il Pd, l’unico trauma della mia vita è stata la fine del Pci”. Un post-diessino emiliano come Pierluigi Bersani scopre, invece, la sua seconda giovinezza: interviste, comizi, discorsi in Aula. Giovani di belle speranze (l’ex capogruppo di Sel Scotto e l’ex capogruppo Pd Speranza), ma capaci, davvero dettano la linea, che però è già diventata una e bina: “Mai con il Pd di Renzi”, ‘ma però’ “sì a Gentiloni”. Poi spuntano personaggi fino a ieri laterali come Ciccio Ferrara (ex Pci, ex Prc, ex Sel): dice che non bisogna fare “un partitino” ma “un movimento largo” e poi allearsi con il Campo di Pisapia che, però, guarda a Renzi, e i bersaniani lo vedono di malocchio. Nel frattempo, pure se non c’è Pisapia, di certo arriva la Boldrini.

Il guaio è che Mdp nasce dalle ceneri di due scissioni. La prima, quella dei bersaniani dal Pd, si è forgiata, seppur da poco, nel ferro e nel fuoco, come in un romanzo di Jack London. L’eco delle polemiche di Gotor contro i renziani ancora echeggiano, al Senato, e gli stracci tra bersaniani e renziani ancora volano, alla Camera. Forse è per questo che i bersaniani (Stumpo, Leva, Zoggia, etc) “stanno sempre tra loro, è una setta”, li accusano gli ex vendoliani. La seconda scissione, quella degli ex Sel da Sel – dalle cui ceneri è sorta Sinistra italiana di Fratoianni, oggi in tandem con Civati – è stata invece una separazione consensuale, un gentlmen agreement che ha causato sì qualche dissapore e malumore ma insomma, è stata una cosa civile: gli ex vendoliani ancora si salutano, tra di loro, alla Camera, mentre gli ex democrat non prenderebbero, coi renziani, manco un caffé. Alquanto stucchevole, anche, dentro Mdp, la superfetazione delle cariche: Speranza viene detto ‘leader’ di un Movimento di cui Rossi è presidente, Scotto ‘vice-leader’, poi ci sono i due capigruppo Laforgia (Camera) e Guerra (Senato).

E se proprio Speranza dice “il Mattarellum è un bluff del Pd”, solo due giorni fa Bersani assicurava: “Pronti a votare il Mattarellum”. Ma proprio Bersani, quando ha aperto all’alleanza con i Cinque Stelle, è stato sommerso di critiche un po’ da tutti, Mdp compresa. Certo, mai quanto D’Attorre, che ha ripudiato il Mattarellum e, apriti cielo, assemblea di gruppo subito convocata, sconfessione. Ora c’è il decreto Minniti da votare e la manovrina da varare: gli ex-Pd sono ai ferri corti con gli ex di Sel, il rischio è che li votino in modo separato, si spera di ‘fare sintesi’, ma insomma: che fatica.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati il I e il 2 aprile su Quotidiano Nazionale 

Vitalizi, l’ira grillina scatena la bagarre. Il Pd: faremo pagare gli ex parlamentari

Il Senato italiano

Interno dell’aula di palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati.

Ettore Maria Colombo – ROMA
BAGARRE in Aula, Marina Sereni (Pd) oltraggiata, commessi spostati di peso e spintonati come in una rissa da bar. Persino la diretta Rai, che trasmette come ogni mercoledì il
question time, viene interrotta – ed è la prima volta che succede – per intercorsi tumulti. Protagonisti sono i deputati del Movimento 5 Stelle. I quali, ieri hanno inscenato, a freddo, una indecorosa gazzarra dentro un Aula di Montecitorio dove, poche ore prima, c’era persino il Capo dello Stato. Il finto oggetto del contendere sono i vitalizi dei parlamentari.

IN VISTA del 15 settembre, quando scatteranno gli ‘ex’ – non si chiamano più così dalla riforma, voluta da Fini, del 2013 – vitalizi, anche per i parlamentari oggi di prima nomina, il Pd ha pensato bene di escogitare e fare votare, in calcio d’angolo, una norma che salva la capra (il conquibus) e i cavoli (la ventata demagogica che scorre potente in Italia).

Infatti, fino a ieri, sul tavolo c’erano solo due proposte: quella del deputato democratico Matteo Richetti (molto dura contro i vitalizi) e quella, ovviamente, del M5S che li vuole abolire e punto, applicando anche ai parlamentari la (iniqua) legge Fornero. La Sereni, vicepresidente della Camera ed esponente del Pd, propone a sorpresa un «contributo di solidarietà» e ottiene il consenso unanime dell’Ufficio di presidenza, tranne quello dei 5 Stelle. La norma – che vale, in realtà, solo per i vitalizi maturati dal 2012 in poi perché da allora in poi si è passati, appunto, al sistema contributivo – vale anche solo per tre anni. La norma Sereni incide sugli «assegni vitalizi e i trattamenti previdenziali, diretti e di reversibilità corrisposti ai deputati cessati dal mandato». La proposta, inoltre, presenta un complicato sistema di scaglioni: il contributo di solidarietà, per gli assegni superiori ai 100 mila euro lordi, sale fino al 40% del vitalizio, mentre per gli scaglioni inferiori la tassa di solidarietà è fissata al 30% per i vitalizi fino a 90 mila euro, al 20% per quelli fino a 80 mila, al 10% per quelli fino a 70 mila, a zero sotto. Il prelievo, che già era stato introdotto nella legislatura, era scaduto il 31 dicembre 2016 e ripartirà a partire dal primo maggio durando, appunto, altri tre anni, producendo risparmi per 2,4 milioni l’anno (l’1,7% di risparmi sul totale dei vitalizi), ma non può e non potrà che essere temporaneo (anche se potrebbe essere riproposto, se ne parlerà nella prossima) perché così ha stabilito la Corte costituzionale, altrimenti  gli ex parlamentari farebbero ricorso, sicuramente vincendolo.  Gli altri gruppi parlamentari (tutti, Lega compresa) votano con sollievo un testo che grava sulle spalle di ex deputati che hanno molte legislature sulle spalle e non sui più giovani.

ED È QUI che i grillini – colti di sorpresa da una proposta che rischia di vanificare tutta la loro canea ‘anti-Casta’ – perdono la testa. Prima escono e poi circondano la sala dove si tiene la riunione dell’Ufficio di presidenza, ai piani alti della Camera, con alla testa il ‘comandante’ Di Maio (il quale, en passant, sarebbe un vice presidente della Camera). Poi si scagliano contro la Sereni, gridandole «vergogna» e minacciandola. I commessi, che si devono mettere in mezzo per dovere, sono a loro volta spintonati e spostati di peso.
Al grido-tweet #Sitengonoilprivilegio la bagarre tracima in aula. In teoria c’è il question time, sta parlando il ministro Galletti, ma la Rivoluzione non può attendere. I deputati M5S salgono sui banchi del governo e gridano «Vergogna! Ladri! Bastardi!». Segue nuova colluttazione con i commessi che cercano di trascinarli fuori dall’aula di Montecitorio.

Non paghi, c’è spazio anche per un mini-bagno di folla. Infatti, davanti alla piazza di Montecitorio, il ‘Popolo Indignato’ (dagli stessi pentastellati convocato e mobilitato) non aspettava altro che ascoltare il comizio dei due novelli Robespierre e Saint-Just, Di Maio e Di Battista. Succo del comizio: «Dopo questo gesto disperato per mantenere in vita i vitalizi dei parlamentari, sono finitiii!. Andremo al governo e cacceremo tutti questi abusiviii!». Dentro, si susseguono le accuse di «fascismo squadrista» da parte di molti deputati anche insospettabili di sinistrismo come il civivo Rabino (“Fascistelli!”) e l’ex An che li definisce dei “cialtroni che mi hanno impedito di parlare, manco negli anni 70”.
La presidente Laura Boldrini parla di «comportamento inaccettabile» mentre il capogruppo del Pd, Rosato, rivendica un voto «che taglia davvero i costi della politica». Sipario.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 13 del Quotidiano Nazionale il 23 marzo 2017

Legge elettorale, Berlusconi ‘sonda’ Renzi per il premio alla coalizione. Lo scontro a tre sulle primarie si infiamma

1. Legge elettorale. Berlusconi manda Gianni Letta in ‘ambasciata’ al Pd di Renzi: vuole il premio alla coalizione, ma per ora la risposta è picche: ‘Si parte dal Mattarellum’. 
berlusconi

Silvio Berlusconi quando era ancora in Senato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Il Cavaliere – spiegano fonti azzurre qualificate – ha dato un mandato esplorativo a Gianni Letta per chiedere al Pd di Renzi  di trovare un compromesso sulla legge elettorale e per introdurre, al posto del premio alla lista, il premio alla coalizione”. Il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, teorico destinatario della richiesta, nega di averla ricevuta. Si limita a confidare a un amico che “quando e se mai ci faranno una proposta, la valuteremo” e a ribadire – come fa anche, sempre parlando con dei colleghi, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato – “che la nostra posizione è chiara: per noi si parte dal Mattarellum”. Con una postilla non di poco conto, sia pure non ufficiale: “Per noi il premio alla lista non si tocca, mica vogliamo allearci con D’Alema e neppure con Alfano…”.

La trattativa, così, sembra finita ancora prima di iniziare, ma sottotraccia il lavoro continua. L’esame della legge elettorale giace, per ora, nei cassetti della I commissione Affari costituzionali della Camera (ben 29 le proposte, l’ultima è di Pino Pisicchio, capogruppo del Misto, giusto perché non manchi nessuno) e – spiegano dal Pd – “di portare il dibattito in Aula non se ne parla prima di aprile”. Eppure, Berlusconi – tornato al centro della scena politica – ha riscoperto interesse per un tema che, di solito, lo annoia. Infatti, se il centrodestra (FI+Lega+Fd’I) sta per ricomporsi, la legge elettorale è cruciale per decidere se la nuova alleanza avverrà sotto forma di un ‘listone’ unico o di una ‘federazione’ di più partiti. Oggi, con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, le coalizioni non sono previste e il premio (al 40%) incentiva i ‘listoni’, ma se passasse il premio alla coalizione “Berlusconi eviterebbe – spiega un suo uomo – di cedere posti e sovranità a Salvini”. Il Cav – che già dialoga con profitto, e da tempo, con il ministro Franceschini (favorevole al premio alla coalizione) e con Emiliano – ora vuole parlarne pure con il Pd renziano. Magari in cambio del ‘livellamento’ in alto (al 5%) delle attuali soglie di sbarramento (3% Camera, 8% Senato). Una proposta, quella di livellare le soglie, che, ‘ammazzando’ gli scissionisti di Mdp, potrebbe di molto ingolosire Renzi e il Pd.

Solo che, nel Pd, c’è chi ha fretta e chi no, sulla legge elettorale, a seconda del candidato. Emiliano, di solito, sul tema non si pronuncia, se non per ribadire il suo no alle liste bloccate. “Se ne parla dopo le primarie”, dicono, invece, i pasdaran dell’ex premier. “Il Mattarellum non ha i voti per passare, serve una proposta nuova del Pd alle Camere e una legge che preveda un premio alla governabilità”, dice invece il ministro Andrea Orlando. Gli ‘orlandiani’ rilanciano, chiedendo al Pd di “fare presto”. I renziani prendono tempo e si limitano a far notare che “Orlando, lo scorso dicembre, in Assemblea nazionale, ha votato il ritorno al Mattarellum”, ergo “ora si contraddice perché cerca i voti degli ulivisti”, in vista delle primarie. E, guarda caso, ieri sera, dagli studi diPorta a Porta, Enrico Letta, ha detto che “il proporzionale equivale alla palude, l’Italicum è incostituzionale, bisogna fare una nuova legge elettorale”. Mancava solo dicesse ‘premio alla coalizione’ e la linea di Orlando era sposata in pieno. Parole che, forse, pure Romano Prodi condividerebbe.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 marzo 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 
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2. Pd senza pace: Bettini ospita il confronto tra gli sfidanti ma si presenta solo Orlando. Intanto, alla Camera, accelera la legge sulle toghe in aspettativa detta “anti-Emiliano”.
Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine di un Consiglio dei ministri

Ettore Maria Colombo – ROMA
IN UN sonnacchioso sabato romano i candidati alla segreteria del Pd decidono di tirare di fioretto. Sarà che l’ospite è Goffredo Bettini. L’antico mentore di Rutelli e Veltroni, ideatore del ‘modello Roma’, oggi è lontano da ruoli attivi, ma vuole dire la sua. In splendida forma fisica – è pure dimagrito – Bettini, che tifa apertamente per Orlando, ha convocato l’Assemblea nazionale di quel Campo democratico che governa in mezzadria e bonomia con il renzianissimo Sandro Gozi, in via Rieti, ma deve aver chiesto, a tutti e tre, un volemose bene. In verità, su ben tre candidati si presenta solo il ministro Orlando.PER CONTO di Michele Emiliano parla il pugliese Dario Ginefra. Venendo dalla sinistra postdiessina, ci prova con la mozione degli affetti: tira stoccate a Renzi e Orlando, ma non infiamma la platea, che peraltro è tutto tranne che oceanica. Intanto, alla distanza, i sostenitori della mozione Emiliano attaccano le modalità con cui la Rai sta seguendo la campagna congressuale, denunciando, a loro giudizio, l’eccessiva presenza di Renzi in tv. E invocano, come soluzione, una par condicio tra i tre candidati segretari.

A NOME dell’ex premier interviene il capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato, ormai divenuto un pretoriano di ferro del renzismo: attacca Grillo a testa bassa e loda il Pd, «il solo partito che fa dibattiti interni e che fa le primarie». Poi, fuori sacco, dice papale papale che «la legge sul divieto ai magistrati di fare politica non solo la incardineremo assai presto, subito dopo quella sul fine vita» ma anche che «la vogliamo approvare in pochi mesi». All’ex pm Emiliano saranno fischiate le orecchie, ma Ginefra è già ripartito.

Tocca al ministro (della Giustizia, appunto) Orlando, il più applaudito. Tutto il Lazio sta con lui, da Bettini al governatore Zingaretti, mentre Renzi a Roma si è dovuto affidare all’ex veltroniano Roberto Morassut e alla moglie di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo in Campidoglio, ed Emiliano ricorrere all’ex dalemiano Umberto Marroni. Certo, nei sondaggi Orlando – che pure surclassa Emiliano (20% contro 18% per Scenari politici) – vede un Renzi ad oggi inarrivabile con il suo oltre 62%. L’ex premier tra l’altro ritiene che supererà il 50% anche nel voto tra gli iscritti mentre nel 2013 prese il 44% contro Cuperlo.
Ma se contano, come contano, i buoni rapporti nei salotti buoni, ieri Orlando ne ha azzeccata un altra. A Milano, prima ha riempito con trecento persone la Fondazione Feltrinelli, luogo mitico della sinistra comunista e radical chic meneghina, poi si è intrattenuto per mezz’ora nell’abitazione privata dell’attuale sindaco milanese, Beppe Sala. Non senza aver lodato e imbrodato il ‘modello Milano’ di Sala oggi e, soprattutto, di Pisapia fino a ieri. «Il colloquio è stato ad ampio raggio», dicono i suoi. Certo, il feeling appare buono e gli ‘orlandi’ sperano che Sala – come e, forse, dopo Romano Prodi, che sarebbe il colpaccio, ed Enrico Letta – si produca in un endorsement per il loro paladino. Invece, a palazzo Marino si dice che «nonostante i pessimi rapporti che ormai ha con Renzi, alla fine il sindaco si schiererà con lui, ma lo farà così tardi e così male che Renzi si arrabbierà con lui molto e comunque».
TORNANDO a Roma, Orlando ha criticato la scelta del ticket con Martina fatta da Renzi (ne è seguita una polemica tra i due coordinatori delle due mozioni: Martella per Orlando, Guerini per Renzi) bollata da «ritorno al centrosinistra col trattino», si è scagliato contro «il partito delle correnti» (ma pure lui le ha), contro «le scissioni silenziose» dei militanti e ha rivendicato «l’europeismo» del suo Pd contro le ventate di anti-europeismo (quelle di Renzi, of course). Anche lui, però, che è ministro della Giustizia è a favore della proposta Migliore sui magistrati in politica, senza dire del fatto che sta per incassare, dopo anni di tribolazioni, la riforma del processo penale e delle intercettazioni.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 19 marzo a pagina 13 del Quotidiano Nazionale.