“Saldi invernali” in Archivio. Tre articoli recenti: retroscena su Renzi e le candidature nel Pd, Gentiloni e il governo, le Camere sciolte e Mattarella

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti su Quotidiano Nazionale tra il 27 e il 30 dicembre 2017. Parlano dello scioglimento delle Camere, delle scelte di Renzi, Gentiloni, Mattarella Li leggerete in ordine inverso alla data di pubblicazione, cioè dal più recente al meno recente. 
1. Parte il toto-candidature nel Pd. Renzi epura le correnti e lascia alle aree interne solo le briciole, con Gentiloni aumentano gli attriti: premier restio ad andare in tv. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Il Pd ha, come si sa, molti problemi da affrontare nella corsa verso il voto che si è aperta ufficialmente con lo scioglimento delle Camere decretato da Mattarella il 27 dicembre scorso. Ci sono i sondaggi, in calo vertiginoso: oggi il Pd è quotato al 23% (-7 punti in 7 mesi), anche se Renzi è convinto: «arriveremo almeno al 25%, saremo il primo partito e la seconda coalizione». Anzi, secondo il leader dem, che lo spiega ai suoi, “prenderemo almeno il 25% dei voti, il che vuol dire ottenere almeno 250 parlamentari: 150 eletti nei listini proporzionali e 100 nei collegi uninominali”.
Poi c’è il problema degli alleati minori che vengono chiamati, con dispetto, «nanetti», al Nazareno. Hanno zero peso politico, raccatteranno pochi voti, ma reclamano collegi sicuri (5 cadauno per ognuno delle tre liste alleate: centristi ‘per l’Europa’, Insieme, cioè la pattuglia di ulivisti, socialisti e verdi, e i Radicali di Bonino-Magi-Della Vedova).
Poi, ancora, c’è il problema della corrosione della leadership di Renzi: sarà costretto, volente o nolente, a giocare «di squadra» con ministri che, in parte, non ama  proprio (tipo quello all’Interno, Marco Minniti, che sta facendo fuoco e fiamme perché non vuole subire l’ignominia di essere candidato nella sua Reggio Calabria e perdere il suo collegio) e ministri che a stento tollera dentro il partito, figurarsi al governo (Franceschini, Finocchiaro, Orlando, etc.), Ma, soprattutto, con Gentiloni nell’oramai noto «schema a due punte». Gli screzi, gli attriti e le incomprensioni, tra premier ed ex premier, sono  in crescita esponenziale. In ogni caso, Renzi dovrà, giocoforza, farsi «un vanto» dell’azione di un governo che non ha mai amato né voluto. Invece, Gentiloni dovrà «farsi vedere» in campagna elettorale: sarà candidato nel collegio di Roma 1 e in più listini proporzionali (Puglia e Piemonte, pare). Il premier, però, vorrebbe solo fare «il governo che governa», come recita una delle sue ormai note tautologie, con imparzialità  e seguendo alla lettera i dettami di Mattarella che non vuole esporlo per conservarlo, «freddo», per il dopo voto.

 

Infine, dramma nel dramma, c’è il busillis Maria Elena Boschi. In  realtà, la pratica è già stata risolta: «Non l’ho sentita, in questi giorni», dice Renzi ai suoi, «ma so che si vuole ricandidare e io non abbandono gli amici in difficoltà. L’ho fatto persino con Lupi…». Morale, ‘Meb’ sarà candidata: o nel suo collegio naturale, quello di Arezzo, in una sorta di ordalìa personale contro tutto e tutti («ma ad Arezzo la serie storica dice che vinciamo sempre», ricorda Renzi), o solo nel listino proporzionale in Toscana oppure in entrambi.
Il solo problema che, paradossalmente, il Pd non ha è come ripartire le quote interne in vista delle candidature alle Politiche. Al Nazareno  si dice, senza troppe diplomazie, che verrà messa in atto una vera «pulizia etnica» delle tante (troppe, per Renzi) «anime» interne che scarseggiano in lealtà. Il segretario, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1 («Attendo Salvini», la sfida da lui lanciata al leader leghista), vuole avere, in Parlamento, una pattuglia di “fedelissimi” pronti a tutto: appoggiare un governo di «larghe intese», ovviamente, ma anche, forse, a dare il via libera a un governo tutto targato centrodestra. «Le federazioni toscane ed emiliane faranno fuoco e fiamme», preconizzano i renziani, «perciò ci servono parlamentari fedelissimi, solidi e saldi». Alle altre aree interne  ‘a-renziane’ andranno le briciole. «Area dem» di Dario Franceschini, che si candiderà a Ferrara, contava 90 parlamentari. Quanti ne torneranno? Al Nazareno la questione brutalizzano così: «Area dem non esiste più perché al congresso stavano tutti con noi, nella mozione a sostegno di Matteo». Ergo, a loro non andrà nulla o quasi. Ma anche se a Franceschini venisse riconosciuta una piccola quota, dentro «ci vanno pure Fiano, Rosato, Giacomelli», è la furbata renziana, visto che sono già tutti renziani.
In compenso, all’area Orlando, «Dems», andrà molto peggio. Oggi gli orlandiani sono una quadrata legione romana: ben 120 parlamentari. «Orlando ha preso il 18% al congresso e quello avrà, ma dentro dovrà fare posto pure ai cuperliani e agli ulivisti, a Rete dem, etc», sibilano al Nazareno. Morale, se Orlando, che si candiderà nella sua Liguria, avrà 15 parlamentari o poco meno, potrà dire di aver portato a casa la pelle. Michele Emiliano, infine, di posti ne avrà solo cinque, ma non farà storie: saranno tutti suoi pugliesi doc.
Infine, la famosa «società civile». Tra i nomi che Renzi vuole in lista c’è l’immunologo Burioni, l’ex ct di volley Berruto e «AstroSamanta» Cristoforetti, oltre al fratello del giornalista Siani e alla giornalista, leader del movimento ‘Fino a prova contraria’, la Chirico. Voleva pure l’olimpica Bebe Vivo. La quale, però, per sua fortuna, “non ha l’età”.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 30/12/2017.
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2. Gentiloni farà campagna elettorale per il Pd ma ‘cum juicio’ e si smarca da Renzi 
Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA
Nun ce se crede…”. E’ proprio nel bel mezzo della conferenza stampa di fine anno, mentre sta parlando dell’Italia leader nell’export, che Paolo Gentiloni si lascia scappare una battuta in romanesco – romanesco alto, però, curiale e nobiliare, stile sonetto del Belli – come, forse, a tradire un’emozione, quella di “Paolo il Freddo”. Uno che, di solito, parla per tautologie (“il governo governa”, “apriremo il dossier quando il dossier sarà aperto”…), ma che, proprio ieri, nella conferenza di fine anno, che per incidens è coincisa con quella di fine legislatura, si è tolto diversi sassolini dalle scarpe. Il premier attuale – e che resterà in carica con pieni poteri, altro che “disbrigo degli affari correnti”: del resto ‘vuolsi così colà dove si puote’, cioè al Quirinale –  rivendica di “aver preso delle decisioni, non fatto annunci” (stoccata a Renzi n. 1). Poi sospira che “non vedevo l’ora che finissero le audizioni della commissione Banche” (stoccata a Renzi n. 2, lo scontro tra Gentiloni e Renzi è stato quasi pari a quello su Visco). Infine, ricorda i risultati “miei e dei miei predecessori”. E qui cita non solo l’ex premier, ma anche Enrico Letta, uno che, solo a nominarlo, nel Pd renziano mettono mano alla pistola (Renzi, infatti, non lo nominava mai, stoccata n. 3). Gentiloni si produce, invece, in un difesa a spada tratta della Boschi (“L’ho voluta io” rivendica) e anche della necessità – in sottile ma evidente polemica con gli scissionisti andati via dal Pd e finiti in Leu – che “la sinistra non può che essere di governo”. Con tanto di citazione mitterandiana del Pd che dovrebbe porsi come “la forza tranquilla” (ieri Renzi ha fatto identica citazione).
C’è, naturalmente, in Gentiloni, la personale soddisfazione per tutto quello che ha compiuto in questo faticoso anno di lavoro (“Per il Pd più che farmi venire l’infarto non potevo fare…” rivendicò mesi fa) in cui, appunto, “non abbiamo tirato a campare”, ma prodotto risultati sul fronte dell’economia, dei migranti, dei diritti, anche se su quest’ultimo punto ammette: il bicchiere è mezzo pieno (unioni civili e biotestamento approvati) ma anche mezzo vuoto (ius soli saltato). Certo, tutti questi impegni il premier li ha potuti onorare grazie al pieno sostegno di Mattarella, con cui ormai il sodalizio è di ferro, l’appoggio, a corrente alternata, del Pd di Renzi e il sostegno freddo, ma leale, degli altri partiti di maggioranza. Ma “la Sfinge” – così lo chiamano i suoi colleghi di governo – non solo è riuscito a sfangare un anno partito malissimo, ma anche a imporre uno stile, il suo, quello dell’understatement, che da Renzi, come si sa, è lontano anni luce. Inoltre, il segretario non ha più in mano le leve del potere, Gentiloni sì. Il premier ha fatto (Polizia, Aise, Consob, BankItalia) e farà nomine assai importanti (Guardia di Finanza, Carabinieri, Esercito), affronterà – e, forse, risolverà – i caldi dossier aperti di Alitalia e Ilva in vendita, porterà le truppe italiane in Niger (sul punto arriva l’unica stoccata alle opposizioni e alle loro “illazioni spettacolari” su una missione che per Gentiloni come per Mattarella, oltre che per la Pinotti, “è strategica” per mantenere l’Italia coi piedi saldi in Africa) e rappresenterà l’Italia in cruciali vertici Onu, Ue e Nato, senza dire che, nei prossimi sei mesi, l’Italia avrà la presidenza semestrale dell’Ocse.
Renzi, però, ovviamente, fa e farà di tutto per farsi trovare pronto: dice ai suoi che “Per me Paolo non è un potenziale rivale domani, ma un alleato forte oggi”. Anzi, la linea del Nazareno sarebbe questa: Renzi starà sui social “a bombardare Berlusconi e Grillo” mentre Gentiloni dovrebbe andare in tv (della qual cosa ha zero voglia e pare non farà) e i ministri, poveretti, andranno “sui territori”, a cercar voti.
Anche Gentiloni non si pone in contraddizione con Renzi: è disponibile a fare campagna elettorale “con le modalità che il Pd sceglierà”. E il Pd ha già scelto: lo candiderà a Roma 1, nel collegio uninominale, e in più listini proporzionali. Il terzo incomodo, però si chiama Mattarella: ha fatto di tutto, pur di tenere in vita il governo Gentiloni fino a dopo il voto. E ora il Colle fa trapelare che “Gentiloni va preservato dalle possibili polemiche della campagna elettorale”. Che è come dire al Pd: usatelo sì, ma il meno possibile, cum juicio.
NB: L’articolo è pubblicato il 29 dicembre 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale
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3. Mattarella. Gentiloni, fino alle nuove Camere, ha “pieni poteri” ma intanto il Capo dello Stato già pensa a mettere in pista un Gentiloni bis, dimissionario o no. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

Oggi, 27 dicembre, al termine della conferenza di fine anno di Paolo Gentiloni, il premier salirà al Colle e dopo terrà un consiglio dei ministri. Il Colle firmerà l’atto di scioglimento delle Camere (un Dpr, Decreto del Presidente della Repubblica), ma sarà il cdm, con un Dpcm, a stabilirà la data del voto: entrambi gli atti saranno controfirmati dai due Presidenti. Il governo si prenderà un tempo mediano tra la data minima stabilita dalla legge (45 giorni, in base al TU del 1957) e la data massima fissata per Costituzione (70 giorni) per fissare elezioni e tutti gli indizi dicono che il Paese andrà al voto il 4 marzo. Il 31 dicembre, nel discorso di Capodanno, il Capo dello Stato spiegherà le ragioni dello scioglimento delle Camere, inviterà gli italiani al diritto di voto e i partiti a una campagna elettorale civile.

Fin qua, si può dire, l’ufficialità. Dietro, però, c’è molto altro. “Il corretto funzionamento delle Istituzioni, non ammette vuoti”. Tagliano corto così, al Qurinale, in merito alle petizioni on-line di cittadini e parlamentari di sinistra (Manconi, Cuperlo, etc.) che si stanno appellando a Sergio Mattarella affinché differisca “di qualche settimana” lo scioglimento delle Camere per approvare, al Senato, lo ius soli. Il presidente della Repubblica non ha nulla, naturalmente, contro lo ius soli (anzi, ritiene la “nuova cittadinanza” un tema cruciale e da affrontare), ma il suo primo obiettivo è assicurare la chiusura “ordinata” della legislatura in corso e l’altrettanto ordinata apertura della prossima, di legislatura. Il tempo per approvare lo ius soli è, dunque, del tutto scaduto. Con il voto che verrà fissato al 4 marzo, la prima seduta delle nuove Camere (XVIII legislatura) si terrà il 24 marzo quando i nuovi parlamentari dovranno eleggere, come loro primo atto, i nuovi presidenti di Camera e Senato e costituire i gruppi parlamentari.

Fino ad allora chi governerà? “Il governo Gentiloni” – è la risposta, netta e priva di dubbi, che arriva dal Colle, “governo che è nel pieno dei suoi poteri”. Nessun governo “dimissionario”, dunque, né in carica soltanto per “il disbrigo degli affari correnti”, come si legge in questi giorni, riguardo al futuro prossimo dell’esecutivo guidato da Gentiloni. Perché? Per una precisa scelta del Capo dello Stato: Mattarella vuole evitare di trovarsi con un governo “dimissionario” e ‘dimezzato’ e non vuole correre il rischio che venga sfiduciato come sarebbe potuto accadere, appunto, se la maggioranza, ormai evaporata, avesse dovuto affrontare, nell’Aula del Senato, un voto ad alto rischio, quello sullo ius soli. Il governo Gentiloni resterà, perciò, fino a insediamento delle nuove Camere. Allora sì che, da quel giorno (il 23 marzo), diventerà un governo “dimissionario” e in carica solo “per il disbrigo degli affari correnti”. Ma, pur se da ‘dimissionario’, Gentiloni potrà fare decreti, anche se in quel caso saranno le nuove Camere a decidere se convertirli o meno. Stefano Ceccanti, professore di Diritto costituzionale, spiega così la scelta del Colle: “Con la Ue abbiamo ceduto sovranità. L’Italia dovrà prendere decisioni importanti nei vertici Ue, Nato, etc. Non possiamo accettare vuoti di potere. Ecco perché resta Gentiloni”.

Tra gli impegni europei e internazionali cui Mattarella tiene molto c’è il decreto con cui il governo porterà truppe italiane in Niger (questo andrà convertito, anche a Camere sciolte), ma soprattutto l’Italia è attesa a importanti vertici Ue e Nato. A marzo un vertice del Consiglio europeo discuterà la proposta Merkel-Macron di modifica della zona Euro, tra febbraio e marzo si discuterà del tema migranti, per non parlare del capitolo Brexit.

Serve, in buona sostanza, “un governo che governi” e Mattarella ha individuato in Gentiloni l’ecce homo. Con buona pace di Renzi e dei possibili mal di pancia del Pd. Il leader del Pd potrebbe anche trovarsi nella (imbarazzante?) situazione di dover rivotare il suo Gentiloni se, Dio non voglia, le consultazioni andranno troppo per le lunghe. Mattarella è già pronto a rimandare lo stesso Gentiloni davanti alle Camere per ottenere una nuova fiducia da quelli che ha già individuato come i partiti più ‘responsabili’ (Pd, FI, etc). In attesa che la matassa si sbrogli o di convocare nuove-nuove elezioni. In ogni caso, potrebbe non essere troppo un caso ‘di scuola’ pensare che sarà un Gentiloni bis, dimissionario o meno, a preparare e presentare il Def del 2018 alle Camere e in Europa.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale il 28 dicembre 2017
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Due presidenti, due stili. Grasso non si taglia lo stipendio, Mattarella apre il Quirinale a tutti e sloggia i funzionari…

Pubblico qui i due articoli usciti su Quotidiano Nazionale il 2 gennaio 2018 a pagina 5. Il primo si occupa di Pietro Grasso, presidente del Senato, il secondo di Sergio Mattarella. 

Grasso, maxidebito da saldare con il Pd e uno stipendio d’oro mai tagliato. Il presidente del Senato sfora il tetto dei 240 mila euro stabiliti per legge. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

 

Contributi al suo (ex) partito mai saldati. Tetto del suo stipendio sfondato in barba a una norma di legge. Silenzio assoluto davanti ogni accusa. Pietro Grasso, presidente del Senato e leader della nuova formazione politica della sinistra (LEU in sigla), vive, da settimane, diversi imbarazzi. Il suo primo peccato venuto allo scoperto è, forse, solo “veniale”. Si scopre che, da ex iscritto al gruppo del Pd al Senato, Grasso, che si è dimesso dal gruppo a fine ottobre, non ha versato un euro dei 1500 euro mensili che ogni eletto dem gira al partito per svolgere “attività politica”. Una norma interna, ovviamente, anche se scritta nel codice etico dem, non è sanzionabile, ma il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, decide di farne – anche perché la cosa, mediaticamente, al Pd conviene assai – un pubblico conto. Prima Bonifazi scrive a Grasso (lettera privata) che sono ben 83.250 euro i contributi mai versati al Pd da Grasso. Poi prova a riscuotere, inutilmente. Tignoso, Bonifazi torna alla carica: “è cosa spiacevole dovere insistere, ma sono tante le ragioni che dovrebbero spingerti a onorare l’impegno”. Niente, Grasso resta muto. Bonifazi, a quel punto, rende pubblica la richiesta e ricorre all’arma del ricatto morale: “Quei soldi ci servono per pagare i dipendenti del partito che abbiamo dovuto mettere in cassa integrazione” (sono 183, ndr.)”. Grasso niente, zitto. I suoi avranno  pensato: qualche giorno e la notizia passa in cavalleria. Il guaio è che le cose non sono andate così.

Si scopre, infatti, che Grasso, dichiara un “reddito da lavoro dipendente” di tutto rispetto: nel modello 730 del 2014 erano ben 340 mila euro, saliti a 340.790 nel 2015, e scesi, ma di poco, a 320.530 euro, nel 2016. Fatti suoi, si dirà: fare il presidente del Senato è come vincere al Lotto e un giudice in pensione (Grasso andò in prepensionamento nel 2013, appena candidato) guadagna bene. Potendo cumulare lo stipendio e la pensione (i parlamentari e le alte cariche dello Stato possono farlo, volendo, essendo esentati dal divieto di cumulo che riguarda tutti i ‘normali’ cittadini, ma Mattarella vi ha rinunciato), et voilà, ecco fatto. Già, peccato che il super-stipendio di Grasso (340 mila euro) supera e vìola, abbondantemente, il tetto dei 240 mila euro. Un “tetto” che è stato stabilito, nel 2014, dal governo Renzi. Una norma che aveva un solo difetto: era una tantum, o meglio di durata triennale, ed è scaduta il I gennaio 2018. Infatti, i grand commis e i funzionari di Camera e Senato, dal I gennaio, festeggiano e brindano a suon di champagne: i tetti ai loro stipendi sono saltati e di certo non li potranno ripristinare le Camere ormai sciolte. Peraltro, le spese del Senato, in questi ultimi cinque anni, sono lievitate in via esponenziale, mentre invece quelle della Camera sono diminuite, anche se di poco.

Il tetto stabilito dal governo Renzi, inoltre, era facoltativo per le alte cariche dello Stato, che godono della “autodichia” (vuol dire, in sostanza, che ogni organismo decide per sé). Eppure, da tre anni, tutte le (altre) alte cariche dello Stato la rispettano: il presidente della Repubblica non guadagna un euro in più dei 240 mila, il presidente della Camera molti di meno (140 mila nel 2016), il presidente del Consiglio assai meno (i premier guadagnano poco, 6700 euro mensili lordi, un parlamentare ne guadagna 14 mila!).

Dopo giorni, anzi: settimane, di “no comment”, fonti di LEU fanno finalmente sapere che trattasi di polemica “a scoppio ritardato” perché “il presidente del Senato ha una pensione per i suoi oltre 40 anni passati in magistratura e un’indennità da senatore che, per legge, è incedibile”. Il Diavolo, però, ci mette la coda. Libero e Il Giornale rispolverano le dichiarazioni del senatore Grasso in cui egli sosteneva che “Non solo mi sono dimezzato lo stipendio, ma ho anche deciso di rinunciare all’appartamento del Senato”. Lo stipendio è rimasto tale, con il ‘tetto’ sfondato, e l’appartamento del Senato usato per ospiti e ricevimenti. “Ragioni di sicurezza”, si capisce: Grasso è “minacciato” dalla mafia. Prosit.


2. La “rivoluzione gentile” di Mattarella: tagli agli stipendi, funzionari sfrattati, Palazzi aperti a tutti.

Ettore Maria Colombo – Roma

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

Via i “mandarini” dal Palazzo. Porte aperte. Stipendi ridotti. Uno stile e un approccio diverso da tutti i suoi predecessori (da Gronchi fino a Napolitano compreso, con una sola eccezione: quel galantuomo di Luigi Einaudi, liberale parsimonioso, cui non a caso il cattolico Mattarella prende spesso a riferimento, dalla durata brevissima dei suoi discorsi di fine anno fino al comportamento integerrimo, quasi ai confini del moralismo). E’ una rivoluzione ‘gentile’, ma integrale, quella di Sergio Mattarella al Quirinale. A giugno 2015, appena sei mesi dopo la nomina al più alto scranno della Repubblica, due decisioni mettono a terremoto il Colle e i suoi abitanti. La prima, ormai, è nota: il palazzo del Quirinale viene aperto al pubblico cinque giorni su sette. La seconda non lo è, ma è stata vissuta come una carica (interna) di cavalleria dei Corazzieri contro privilegi antichi e consolidati. L’intero piano terra del palazzo del Quirinale, dove hanno abitato decine di papi e diversi re, viene ‘sgomberato’: gli uffici del Cerimoniale e le stanze di Rappresentanza devono sloggiare, relegati in ben più modesti uffici, tutti collocati al secondo piano e tutti molto angusti. Ai funzionari viene uno stranguglione, ma tant’è.

Il regista del terremoto, su input di Mattarella, è Ugo Zampetti: classe 1949, romano, potentissimo segretario generale della Camera, dove ha servito cinque presidenti, stava tagliando già lì gli stipendi a funzionari e commessi quando deve interrompersi perché Mattarella se lo porta al Colle come suo segretario generale. Il suo predecessore, Donato Marra, aveva uffici degni un re, lui si presenta dicendo “non voglio stipendio né alloggio”. Zampetti sloggia, ricolloca e il Quirinale schiude i suoi tesori a tutti con le visite guidate. Come già le vicine Scuderie, dove ogni mesi si succedono mostre su mostre.

Ma a Mattarella, che ha rinunciato al doppio stipendio da presidente e da giudice della Consulta cui pure aveva, volendo, diritto, e che, ovviamente, non ha mai sforato il tetto dei 240 mila euro stabilito per legge dal governo Renzi nel 2015 (norma scaduta nel 2018, peraltro), ancora non basta. Il presidente della Repubblica ha un’idea precisa, un fil rouge che vuole mantenere per l’intero mandato e così la spiega ai suoi collaboratori: “Dobbiamo saper coniugare sobrietà e trasparenza in ogni atto che facciamo qui dentro”.

La seconda rivoluzione travolge la residenza estiva, la splendida tenuta di Castelporziano, a sua volta residenza di papi e di re da tempo immemore. Per la prima volta da secoli, diventa un luogo accessibile a tutti. Da giugno a settembre, comitive di scolari, ma soprattutto disabili e anziani, entrano gratis, sciamano nel parco, si godono il mare, prendono il sole. Tutto gratis, ovviamente e con tanto di ‘festa’ con il Presidente, a fine giugno.  Potrebbe finire qua, la rivoluzione gentile di Mattarella, e invece no. L’ultima rivoluzione, al Colle, è appena iniziata: d’intesa con il Mibact, cioè con il ministero della Cultura, Mattarella apre e ristruttura anche palazzo San Felice, 8800 mq su cinque piani collocati a via della Datarìa: fanno parte della riserva immobiliare del Quirinale da secoli. Una specie di piazza d’armi che contava 40 appartamenti usati come ‘casa’ dai funzionari del Colle, tutti sfrattati. Entro il 2020 palazzo San Felice diventerà la sede della Biblioteca Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, oggi a palazzo Venezia, più bella, ricca e aperta a tutti, ovviamente. Com’è tutta l’idea del Quirinale di Mattarella.


Gli articoli sono pubblicati il 2 gennaio 2018 a pagina 5 su Quotidiano Nazionale 

Il Pd, in panico da sondaggi, serra le fila. Resta il problema: dove e come candidare la Boschi?

Lotti e Boschi

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

Pubblico qui due articoli che riguardano il Pd e il caso Boschi: il primo uscito oggi, 22 dicembre 2017, e il secondo ieri, 21 dicembre 2017, sempre sul Quotidiano Nazionale.
1. Pd in allarme per i sondaggi. La domanda è: dove la candidiamo la Boschi?
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Sono una che non si arrende” dice ai suoi amici ‘Meb’, alias Maria Elena Boschi, che ieri non si è sottratta ai flash. Prima i funerali di Matteoli, poi il voto di fiducia alla Camera: serena, sorridente, non ha lasciato trasparire il minimo dubbio sul suo futuro e sul suo ruolo. Sarà candidata in Toscana, questa, però, è la sua unica certezza: sia in un collegio che nel listino proporzionale. C’è però chi scommette che verrà candidata ‘solo’ in un collegio, quello di Arezzo, per farle sfidare gli elettori senza il paracadute del listino. C’è chi dice, invece, che verrà blindata e messa solo nel listino perché “se la candidiamo in un collegio, Arezzo o un altro, opposizioni e media non le darebbero tregua”. Matteo Renzi taglia corto in pubblico (“La Boschi sarà candidata”) e pure in privato (“Una stupidaggine non metterla in lista e “una stupidaggine” mandarla al massacro solo in un collegio senza il paracadute del listino perché sarebbe un’ordalìa o un Giudizio di Dio per lei…).
Anche il ministro Luca Lotti, che avrebbe espresso dubbi a una sua ricandidatura, alla cena di Natale organizzata dalla sua fidata deputata, Covello, inzeppata di parlamentari amici di Meb, pur se senza di lei, si è presentato sorridente insieme a Rosato e Guerini. Morale: la Boschi sarà candidata in un collegio e nel listino, al 99% in Toscana. Come ricorda il segretario dem locale, Parrini, “in regione ci sono 21 collegi, 14 alla Camera e 7 al Senato. Sono pronto a scommettere che li vinceremo tutti”. Anche se, nel Pd, c’è chi non dispera che la stessa ‘Meb’, durante le vacanze di Natale, possa maturare un – clamoroso e, in questo caso, del tutto singolare e personale – ‘passo indietro’ che toglierebbe l’intero Pd d’impaccio dal dover sostenere la sua ‘madonna pellegrina’ che, durante la campagna elettorale, sarà certo sottoposta all’ennesimo crucifige
Resta che il Pd è ancora oggi in modalità ‘pugile suonato’. I sondaggi sono brutti. Per Youtrend il Pd è crollato al 24,1%. I dem si auto-consolano e rilanciano il sondaggio di Swg che li quota al 25% (ma Swg tratta sempre bene il Pd) e i sondaggi di Vespa (quelli di Ghisleri e Piepoli) che mettono la forchetta al 24-25%.
In ogni caso, urge correre ai ripari. L’altro ieri sera Renzi, appena tornato a Roma, ha tenuto una riunione fiume che, iniziata alle 18 è finita a notte fonda, intorno alle 23. I pochi presenti – oltre a Renzi c’erano il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, il presidente del partito, Matteo Orfini, il plenipotenziario Piero Fassino, il ministro Luca Lotti, il vicesegretario Maurizio Martina  – fanno parte del nuovo ‘gabinetto di guerra’ dem. Un ‘gabinetto’ cui è stato riammesso, ieri, dopo lo scivolone del fuori onda in cui ‘inguaiava’ il segretario criticandolo aspramente, Matteo Richetti: con Renzi ha vagliato lui i ‘temi’ su cui impostare la campagna elettorale. Questi sei golden boy di Renzi decideranno le sorti dei troppi parlamentari uscenti (380) e delle possibili new entry. Sentite, ovviamente, “le istanze territoriali” – spiega Parrini – “i circoli, i segretari di federazione, i segretari regionali”. Una fictio giuridica, in realtà: il lavoro sui collegi inizierà, prova a rassicurare il Nazareno, “solo dal 27 dicembre”, ma di uomini e alleanze i golden boy di Renzi discutono e si arrovellano da giorni. L’idea è quella di forgiare un gruppo compatto, omogeneo e composto, in prevalenza, solo da fedelissimi. Gli altri big (l’area di Franceschini, oggi, ha 90 parlamentari, Orlando la bellezza di 120, solo Emiliano ne ha pochi, 10) potranno, certo, dire la loro, ma con una certa parsimonia. Inoltre, sul capo di molti big pende il non expedit alle deroghe che chiederanno tutti (Franceschini, Orlando, etc.) e che otterranno di sicuro, causa i troppi mandati fatti finora. Morale: le altre aree non renziane del Pd prenderanno le briciole, in quanto a posti, specie se il Pd non avrà più di 260 parlamentari.
In ogni caso, la Direzione del partito verrà convocata nel… 2018, ma solo intorno al 20-22 gennaio, cioè molto dopo la Befana, nonostante l’area Orlando ne abbia chiesto una convocazione ad horas proprio per discutere del caso Banche e, pure, della Boschi. Eppure, per consegnare le liste resterà assai poco tempo: se si vota il 4 marzo, le liste vanno consegnate 35 giorni prima e, cioè, entro il 28/29 gennaio. Morale: tanti parlamentari dem aspiranti al seggio passeranno un pessimo inizio d’anno, è la assai facile previsione. 
NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale del 22 dicembre 2017
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2. La mail di Carrai a Ghizzoni inguaia anche Renzi e il Pd. Che farà ora Boschi?

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ quasi finita. Ancora qualche giorno poi questo attacco concentrico contro di me, Maria Elena e il Pd passerà. Ora, finalmente, potremo iniziare a parlare di temi veri, dei progetti che abbiamo per il Paese”. Matteo Renzi ci crede, ne è sicuro, forse prova persino a darsi forza: “Il peggio è passato, andiamo avanti”, dice, mentre parla al telefono, sulla via di ritorno da Firenze a Roma. Ma le preoccupazioni del leader dem sono ancora concentrate sul Calvario che è diventata per lui la commissione Banche.

Ieri è stata la volta dell’audizione dell’ex ad di Unicredit, Fedrico Ghizzoni. Il banchiere,ovviamente, parla della Boschi, ma dice di aver ricevuto, da lei, “interessamenti” e non “pressioni”. Poi tira fuori dal mazzo il jolly: la mail con cui l’imprenditore fiorentino Marco Carrai gli chiede, a sua volta, di Banca Etruria. Apriti cielo. ‘Marchino’ Carrai è l’amico di una vita di ‘Matteo’: risulta, in teoria, ‘solo’ consigliere della Cassa di Risparmio di Firenze, ma ha collezionato cariche e partecipazioni azionarie in municipalizzate, cda, società e affittato casa a Renzi che ha cercato di portarlo a palazzo Chigi con lui come consulente sulla cybersecurity perché Carrai è esperto del ramo e, inoltre, gode di solidi rapporti con Usa e Israele.

Nel Pd renziano, davanti all’in cauda venenum di Ghizzoni, si scatena il dramma nel dramma. Prima i renziani provano a sostenere che le parole di Ghizzoni danno torto a de Bortoli. Orfini attacca: “I giornali sono pieni di fake news contro di noi”. E mentre de Bortoli dice “grazie Ghizzoni, confermi quanto ho scritto”, la Boschi replica: “Le parole di Ghizzoni mi saranno utili nella causa contro de Bortoli”. Siamo alla semantica bancaria, la difesa del Pd si inerpica sul significato delle parole, ma poi esplode il caso Carrai. Qui il Pd si presta a scene comiche come quella del capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato, di solito uno assai serio, che dice “Carrai non ha nulla a che fare col Pd”. Il nervosismo è altissimo, i deputati dem sono nel panico, terrorizzati dai sondaggi, i renziani in Transatlantico hanno facce da funerale. Lo stesso Renzi prende le distanze da Carrai e fa sapere che “Marco scrisse a Ghizzoni perché un fondo israeliano, di cui tutelava gli affari, aveva perso soldi in Banca Etruria”. “Le audizioni e ‘Meb’ – mastica amaro una fonte altolocata dem – ci hanno fatto perdere tre punti, nei sondaggi, solo nell’ultimo mese e mezzo (il Pd è quotato al 23-24%, ndr)”. Poi la stilettata sempre dalla stessa fonte, che fa paura: “Siamo nell’angolo e abbiamo il problema che, forse, candidare la Boschi, a prescindere dalla regione e dal collegio specifico, non è la scelta giusta. Parliamone”.

Sembra la ‘caduta degli Dei’. Infatti, nessuno, fino a ieri, metteva in discussione la candidatura dell’ex ministra. Al massimo se ne discuteva il ‘dove’, anche se i dem locali, da Arezzo a Napoli, dal Trentino alla Lucania, ogni volta che spunta il suo nome raccolgono firme contro il suo ventilato arrivo nel loro collegio al grido “Da noi, no”. Renzi continua a ribadire che “Maria Elena non si tocca, il Pd la candiderà. Se lo merita e su questo non transigo”. Ma tanti altri, nel Pd, la pensano all’opposto. I ministri Franceschini, Minniti, etc, sono muti come pesci, sul punto e ormai da settimane, ma riterrebbero le sue dimissioni almeno dal governo Gentiloni, che resterà in carica fino alle elezioni, assai ‘gradite’. Gianni Cuperlo oggi, via intervista, le chiederà “un passo indietro” formale. Infine, l’area del ministro Orlando ieri ha recapitato a Renzi la perentoria richiesta di una Direzione ‘straordinaria’ da convocare ad horas, di certo non a gennaio inoltrato, come è l’intenzione del Pd, per discutere del ‘caso’, ma Orfini sostiene di non aver ricevuto “nessuna richiesta”. ‘Meb’ è diventata un vero ‘ problema’ per il Pd e il Pd non sa ancora come risolverlo.

 

NB: Articolo pubblicato a pagina 3 di Quotidiano Nazionale il 21 dicembre 2017.


Dossier Banche versus Boschi-Renzi-Pd. Sei pezzi difficili e un’intervista a Cuperlo

Pubblico qui, in sequenza temporale dall’ultimo articolo uscito oggi a quelli dei giorni precedenti, i miei sei pezzi pubblicati in questi giorni sul caso Pd-Renzi-Boschi in merito alle vicende che vedono al centro dell’attenzione politica il cd. “caso Banche”, e cioè le audizioni di Visco, Padoan, etc nella commissione Bicamerale d’inchiesta sulle Banche.

 

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

  1. Il leader dem fa finta di nulla: “Doveroso occuparmi di banche”. Ma un sondaggio riservato del Nazareno sulla Boschi rivela: gradimento giù.
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, i renziani e, de relato, Maria Elena Boschi (ieri presente, a differenza di Renzi, al discorso di Mattarella al Quirinale: era bella e radiosa, al solito), sono e convinti di averla ‘sfangata’. E di aver vinto almeno un round nel match contro «il Resto del Mondo», posta in palio le elezioni. Il round che il Pd renziano pensa di avere, se non vinto, almeno pareggiato, è quello dell’audizione del governatore di BankItalia. Il guaio è che lo score del match di pugilato, che si conta sui 12 round, segna già 10 per il «Resto del Mondo» e zero – o, forse, appunto, uno – per il Pd. Oggi, peraltro, sarà il turno di Ghizzoni, l’ad di Unicredit, da cui arriverà un uppercut. Ma se la sconfitta finale è sicura, le parole di Visco non hanno aiutato a vincere neppure questo round. «Pressioni», assicura il governatore – che prima si è consultato con i vertici delle istituzioni repubblicane, il Capo dello Stato Mattarella e il premier Gentiloni, già suoi «scudi umani» quando Renzi ne chiedeva la testa,per addolcire i toni della sua audizione che si preannunciava esplosiva – «non ce ne sono state, siamo tutti persone mature…».
Visco, dunque, nega le pressioni, ma parla di «preoccupazioni», tira in ballo anche Renzi, non solo la Boschi, etc. L’impressione è, dunque, che anche questo round non sia stato affatto una vittoria per Renzi e Boschi.
Al Nazareno, però, si esulta, anche se un focus group commissionato alla società di sondaggi Swg testimonia il disastro: anche tra gli elettori del Pd, praticamente nessuno vorrebbe che la Boschi venisse candidata e da nessuna parte (si parla, da giorni, di Arezzo o della Campania…). Il leader dem – che ha contato i minuti e le ore prima di ascoltare, in bassa frequenza dalla commissione, le parole di Visco – fa diffondere parole di giubilo quando il Governatore neppure ha finito di parlare. Le firma in modo inusuale, dati i tempi, come «27esimo presidente del Consiglio della Repubblica italiana». Il succo è questo: «Ringrazio molto Visco, abbiamo sempre avuto la massima collaborazione, anche quando non eravamo d’accordo (cioè quasi sempre, ndr.), mi fa piacere che fughi ogni dubbio sul comportamento dei ministri (vedi alla voce: Boschi, ndr.), che hanno svolto solo legittimi interessamenti legati al territorio. Nessuna ‘insistenza’ o ‘pressione’ o ‘violazione del segreto’ è stata formulata da parte nostra».
Insomma, hic manebimus optime, è il concetto espresso da Renzi, ora non resta che «risalire la china» (cioè i sondaggi, disastrosi). I suoi rilanciano persino, sui social, l’intervento video del Governatore con tanto di «sottotitoli» messi da un senatore renziano, Andrea Marcucci e dal deputato-tesoriere, Francesco Bonifazi, per gridare la «verità» del Pd: «I mentitori seriali sono Di Maio e 5Stelle». E così, pian piano, prendono coraggio e si gettano a corpo morto a difendere ‘Meb’ molti dem, renziani e non, per giorni rimasti muti come pesci. Solo i ministri-big (Franceschini, Orlando, Delrio), anche nel salone delle Feste del Quirinale, mantengono un’aria da funerale, buia e contrariata.
Infine, a sera, la E-news di Renzi raggiunge l’apoteosi: «Permettetemi di abbracciare Padoan, finito al centro di un vortice mediatico per aver detto una cosa banale: il Ministro dell’Economia non autorizza mai alcun ministro. Per forza: nessuno deve autorizzare un collega pari grado» assicura Renzi (peccato che il Testo Unico bancario dica il contrario, e cioè che solo il ministro dell’Economia può intervenire, ma sono dettagli…).
Morale, un trionfo, secondo il «Vangelo secondo Matteo» (Renzi) che il Nazareno certifica e spiega così: «1) Visco, con le sue parole, ha ‘aiutato’ la Boschi; 2) su Renzi il governatore ha ridimensionato il senso dei suoi presunti interventi derubricandoli a ‘battute’; 3) in conclusione, «le ‘rivelazioni’ che sarebbero dovuto sortire dalla sua audizioni non sono tali». Anche se – chiosa l’inner circle renziano – «sappiamo bene quale sarà il mainstream di giornali e tv». Traduzione: ci massacreranno. Il sospetto che il massacro arrivi a ragion veduta non li sfiora neppure. Poi, in serata, un video piratato da una riunione dem in cui il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, si scaglia velenosamente contro Renzi, dicendo che “è venuto meno alla parola data” e “gli manca la dimensione dell’etica in politica”, chiude il cerchio delle figuracce dem.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 20 dicembre 2017. 

2. Il Nazareno come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari: assediati in attesa del Nemico, che però stavolta è arrivato… 

Ettore Maria Colombo  – ROMA
Il Nazareno, se non fosse deserto (ieri, del resto, era solo lunedì…), sarebbe come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari di Buzzati. Un «non luogo» dove si attende l’arrivo del Nemico che, però, ogni giorno arriva e ti abbatte. I dati catastrofici dei sondaggi (Pd al 23,4% per Ipsos, al 24% per Swg: sei punti persi in sei mesi, un punto al mese) li ha riconosciuti lo stesso Matteo Renzi nella sua intervista di ieri al Corsera («E’ vero il mio consenso è in calo, ma è perché siamo al governo»), ma ciò non toglie che spaventino tutti.
In ogni caso, Renzi – che oggi non si presenterà al Quirinale per ascoltare il discorso di auguri di Mattarella alle Alte cariche dello Stato perché è «fuori Roma» – non nasconde la sua preoccupazione per la piega che hanno preso le audizioni nella commissione Banche. Le parole che, forse, fanno più male di tutte ieri sono arrivate da un ministro chiave del suo ex governo, Pier Carlo Padoan. Parole che, peraltro, hanno ‘irritato’, e non poco, anche Graziano Delrio, a sua volta tirato in ballo per essersi interessato del destino di CariFerrara, e ieri furibondo.
E ahi voglia, dopo, Padoan a smentire e precisare, in pubblico e in privato, cioè con lo stesso Renzi: «Matteo, non volevo mettere in difficoltà Maria Elena, solo il solo che l’ha difesa pubblicamente».
Renzi, a denti stretti, gli risponde: «Ne sono convinto, Piercarlo». Poi ai suoi dice: «Spero che le parole di Padoan non vengano fraintese». Senza dire che, tra oggi e domani, le audizioni di Visco e Ghizzoni completeranno il crucifige ai danni dell’ex ministra e, forse, di Renzi.
Il segretario, certo, prova a pensare ad altro. Ieri si è occupato di iniziare il giro di «consultazioni sulla prossima campagna elettorale», mettendo l’accento – spiegano dal suo inner circle – «sui contenuti»: dalla polemica sull’Euro con Di Maio ,al lavoro di intreccio tra collegi e listini per le candidature. L’idea di fondo è «valorizzare storie diverse, mettendo un nome della sinistra interna in un collegio e facendo guidare il listino da un nome di area moderata e viceversa».
Ma se di liste e candidature s’inizierà a parlare, nel concreto, solo dopo la Befana, in attesa che «dai vari big i arrivino indicazioni e richieste», è certo che Renzi si candiderà nel collegio maggioritario di Firenze 1, sperando di poter incrociare i guantoni con Salvini.
E la Boschi? ‘Meb’, allo stato, si candiderà in Toscana: di certo in un collegio (forse Arezzo, la sua città, ma i malumori che arrivano dai dem locali sono fortissimi), probabilmente anche nel listino. Del resto, farla correre solo nel collegio maggioritario è un’arma pericolosa e a doppio taglio: potrebbe perderlo e restare fuori. In ogni caso, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, ieri ha detto parole definitive, sul tema: «La Boschi sarà candidata, dove lo decide il Pd». Il che fa capire che la strada di altre regioni come la Campania è aperta. Solo il Trentino è escluso: contro di lei è partita una raccolta firme del Pd locale.
Il guaio è che il resto dei big e ministri dem (Franceschini in testa a tutti, Minniti, Delrio, etc.) sono muti: neppure una parola in difesa di ‘Meb’.
Dal lato minoranza, invece, arrivano critiche feroci. Il ministro Andrea Orlando, leader di Dems, le ha chiesto, di fatto, di non candidarsi. L’altro leader di una corrente di minoranza, Sinistra dem, Gianni Cuperlo, proprio a QN, ha detto che sarebbe stato meglio non fosse tornata al governo. Solo Michele Emiliano, leader di Fronte democratico, tace imbarazzato non foss’altro perché ha chiuso un accordo e ‘blindato’ i suoi (pochi) parlamentari al suo seguito (Boccia, Ginefra) con Renzi.
‘Meb’, ieri, si è difesa parlando al Messaggero: ha ribadito la sua posizione di difesa («Accusano me per coprire i veri scandali sulle banche»), ma ha anche detto «se mi chiamano vado in commissione».
La linea di difesa ‘generale’ sulle banche da parte dello stato maggiore del Pd la esplicita, però, il presidente Matteo Orfini in un colloquio con l’Huffington Post: «Vogliono convocare la Boschi? Allora noi vogliamo sentire anche Mario Draghi e tutti gli altri nomi esclusi, tra cui Enrico Letta». Tirare in ballo il governatore della Bce, Mario, Draghi, però è come mettere il dito nell’occhio a Mattarella, ma in ogni caso la linea Orfini suona come l’adagio biblico «Muoia Sansone e tutti i Filistei».
L’articolo è stato pubblicato martedì 19 dicembre a pagina 3 del Quotidiano Nazionale.

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3. Dove correrà ‘Meb’ alle  elezioni? Il dilemma del Nazareno.

Ettore Maria Colombo – ROMA
Il ‘fattore Meb’ (nel senso di Maria Elena Boschi) può creare seri contraccolpi alla campagna elettorale del Pd. Solo il ‘fattore banche’ (nel senso della commissione) è costato ai dem circa due/tre punti percentuali: il Pd, dal 27-28%, è crollato al 23%, con altri sondaggi – ancora più disastrosi – che lo danno in caduta libera al 20%. E quanto può far perdere, al partito di Renzi, l’esposizione e il pubblico ludibrio cui la Boschi viene sottoposta in tv, sui social e i giornali, nel pieno della campagna elettorale? Al Nazareno si sono fatti la domanda, ma – per ora – ancora non si sono dati una risposta. Non a caso, la Direzione  sulla composizione e i criteri delle liste, oltre che la decisione sulle deroghe, è stata rimandata a dopo la Befana. Gli animi interni sono troppo accesi per rovinarsi il Natale. Ma c’è chi, anche nell’inner circle renziano, cerca la strada impervia della ‘riduzione del danno’. E così, se “è certo”, dice il Nazareno, che Boschi verrà ricandidata alle elezioni, non è più “sicuro” né il ‘dove’ né tantomeno il ‘come’.
La Boschi ha detto in tv, dalla Grube, di voler correre in Toscana, anche se sul punto ora ha cambiato idea (non pare credibile, invece, l’ipotesi avanzata di un seggio in Trentino, dove in ogni caso i dem locali hanno fatto partire una raccolta di firme al grido di “Noi qui quella non la vogliamo”, o in Basilicata, dove i seggi sicuri per il Pd non ce ne sono o sarebbero, comunque, molto a rischio). Infatti, fino a qualche tempo fa, Meb sembrava propensa a candidarsi in Campania, per la precisione nel collegio di Portici-Ercolano, fuori Napoli, Lì il sindaco dem, Ciro Bonajuto, e il governatore campano, Vincenzo De Luca (che così pensava di assicurarsi un seggio per il figlio) avevano già steso un tappeto di rose per farla eleggere e la Boschi si stava già curando la zona con visite e incontri (l’ultima all’iniziativa Future dem, la scuola di politica organizzata dall’amica e collega Pina Picierno, oggi europarlamentare che però vorrebbe cimentarsi alle prossime Politiche).
Ma ora lei stessa ha deciso di correre nella ‘sua’ Toscana e, per la precisione, nella ‘sua’ Arezzo che, però, nel 2015, il centrodestra ha strappato, anche se sul filo di lana (50,8%), al centrosinistra che la governava, e dal 2006, con Fanfani (Giuseppe), oggi membro laico del Csm e amico di Boschi. Ma il punto non è che il collegio sia più, o meno, in bilico. Infatti, grazie alla nuova legge elettorale, il Rosatellum, il gioco è semplice: basta candidare un big, oltre che nel collegio, nel listino proporzionale per blindarne l’elezione. Invece, per Meb, al Nazareno stanno pensando a un’altra strada, decisamente più ‘punitiva’, anche se scelta – pare – di comune accordo con l’ex ministra: la candidatura ‘solo’ nel collegio uninominale maggioritario. Dove vige l’antica regola anglosassone del first past the post. Letteralmente, vuol dire ‘il primo oltre il palo’. Nella sostanza, invece, vuol dire che se arrivi anche solo secondo te ne torni a casa. 
L’articolo è stato pubblicato il 18 dicembre 2017 sulle pagine del Quotidiano Nazionale.
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4. Intervista a Gianni Cuperlo: “Boschi non doveva andare al governo. Il Pd è un partito in crisi e, dopo le elezioni, va rifondato”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Gianni Cuperlo, già presidente del Pd, carica da cui si dimise subito e proprio in polemica con l’attuale segretario, Matteo Renzi, è il leader di Sinistra dem e su posizioni molto critiche rispetto al Pd renziano.

I sondaggi danno il Pd al 23,4%…

“Se corri veloce contro un muro e alla fine ti fai male non ha senso prendersela col muro. Il Pd perde consensi da tre anni ma il vertice non ne ha mai voluta indagare la ragione. Vanno rivendicate cose buone, come il bio-testamento, ma se milioni di persone ti voltano le spalle e tu continui a dire che tutto va bene, il muro si fa sempre più vicino”.

Renzi e tutto il ‘giglio magico’ sono entrati in modalità arrocco?

“Il rapporto del gruppo dirigente del Pd con il Paese si è incrinato. Il referendum istituzionale lo certificò, ma vi fu chi rivendicò il 40% come un dato da cui ripartire. Ma avevamo perso contro il 60% e per ragioni profonde”.

E’ stato un errore pretendere la commissione sulle banche?

“Se voleva indicare la via legislativa per evitare altri scandali doveva partire molto prima. L’errore è stato arrivarci a scadenza di legislatura, quando il rischio di trasformarla in un’arena pre-elettorale impropria è alto”.

La Boschi dovrebbe dimettersi?

“Boschi ha smentito le accuse, ma avrebbe fatto bene a seguire l’esempio di Renzi e, dopo la sconfitta della sua riforma, non entrare al governo. Ci sono momenti della vita politica in cui dire dei no aiuta a difendere la propria credibilità”.

Ma la Boschi è diventata un “problema” per il Pd?

“Il problema del Pd è che troppo spesso trasmette un’ansia del potere come fine. Penso a quel pugno di voti confluiti l’altro giorno su Micciché in Sicilia. Ci sono realtà dove io farei fatica a iscrivermi a questo Pd”.

Capitolo alleanze. Le liste collegate al Pd appaiono assai deboli…

“Se la domanda è “era meglio costruire una coalizione larga assieme a Grasso e Pisapia?” la mia risposta è sì. Non solo era meglio ma fino all’ultimo avremmo dovuto tentare. Ho chiesto al Pd di introdurre il voto disgiunto. Si è risposto con la miopia di chi pensa agli altri come all’intendenza che segue e il muro si è avvicinato di un altro po’. Adesso serve un cambio di direzione”.

Quale rapporto mantenere con i fratelli/coltelli di Mdp?

“Bisogna evitare una campagna fratricida, a sinistra. Io voglio battere la destra perché temo un Paese nelle mani di forze e valori ostili al minimo sindacale della civiltà e della democrazia. C’è chi lo farà dal Pd mentre altri lo faranno da posizioni e con scelte diverse. Serve rispetto tra chi negli ultimi vent’anni ha combattuto nello stesso campo. Certo, la sfida è difficile: il campo è diviso”.

Dopo il voto, si andrà a un governo di larghe intese o M5S-LeU?

“Renzi ha escluso qualunque accordo con la destra. Per me sarà così. L’obiettivo deve essere quello di gettare le basi di un’alleanza con le forze e le culture più prossime. Quando leggo di tattiche spavalde per sfidare nei collegi le personalità della sinistra uscite dal Pd viene spontaneo pensare “Quos vult Iupiter perdere dementat prius” (la traduzione, non letterale, è “Il Signore acceca chi vuol perdere”, ndr.)

Quale ruolo per Gentiloni prima e dopo il voto?

“È il capo del governo. Ha introdotto uno stile e un profilo propri. Li preservi”.

Quale contributo può dare la sua area, convocata il 13 gennaio a Roma, al Pd? Lei si candiderà? E dove?

“Lì indicheremo proposte di discontinuità. Dopo il voto bisognerà riflettere su tutto. Al centro dovranno stare la costruzione di un nuovo centrosinistra e la rifondazione del Pd. Mi candiderò se mi verrà chiesto e solo se queste idee avranno spazio e agibilità. Io non cerco posti”.

NB: L’intervista a Cuperlo è stata pubblicata il 18 dicembre 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.
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5. Gentiloni e Padoan difendono Boschi sulle Banche, in realtà stanno difendendo la ‘stabilità’ del sistema. I dubbi dei ministri dem
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Boschi ha chiarito”: parola di premier, Paolo Gentiloni. “Dal 2014 abbiamo cambiato le regole del gioco dopo anni d’immobilismo che avevano favorito l’opacità su banche”, puntualizza Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia. “Maria Elena non ha fatto pressioni né si deve dimettere”, è la difesa, questa sì per nulla d’ufficio, del ministro allo Sviluppo, Calenda. Seguono le parole d’affetto di tutti i parlamentari ‘renzianissimi’ del Pd. Il guaio è che, da un lato, i renzianissimi, ormai, sono sempre di meno (Marcucci, Romano, Ascani, Morani, Ermini, etc.) e che, dall’altro, alle loro parole fa da contr’altare il pesante silenzio dei ministri leader di due aree dem non renziane ma guidate da due big, i ministri Dario Franceschini (Cultura) e Andrea Orlando (Giustizia). Il primo, Franceschini, è missing in action, cioè del tutto muto. Il secondo, Orlando, è già sbottato (“Volere quella commissione è stata pura follia” disse ancora mesi fa a un amico deputato), ma oggi parlerà all’assemblea nazionale della sua area, Dems, e non lesinerà critiche a Renzi e Boschi.
Eppure, scorrendo i take d’agenzia, anche se solo in superficie, ieri il sottosegretario del governo, Maria Elena Boschi, ha incassato molti punti a suo favore nel match tra lei e quasi (FI tace) tutte le opposizioni che ne chiedono le dimissioni. Nel coro si distinguono 5Stelle e Mdp-LEU: due partiti che stanno dando vita a un inedito asse politico in commissione. Un asse che, peraltro, funziona alla perfezione: Zoggia (Mdp) incalza Vegas con le domande più cattive, Sibilia e Airola (M5S) urlano alla Boschi “sei come Mario Chiesa!!” (il primo reo confesso di Tangentopoli). Boschi porterà in Tribunale pure loro, come già ha fatto con Di Maio, ma ieri sempre Zoggia – che odia Boschi e Renzi di odio viscerale – ha tirato la bomba, chiedendo al presidente Casini di “audire”, appunto, anche lei, la ex ministra e oggi sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. Se, dunque, il presidente della Commissione bicamerale, Pierferdinando Casini, negherà che venga concessa tale audizione gli daranno del “venduto!” (per un seggio visto che è alleato al Pd), se la concederà, come già accadrà quando parlerà l’ex ad di Unicredi, Ghizzoni, si annuncia il circo Barnum o forse il Terrore di Robespierre.
Inoltre, se ieri l’audizione dell’ex ad di Veneto Popolare, Consoli, ha peggiorato le cose, per la Boschi, pure nel governo e dentro il Pd, la situazione si va rabbuiando, per ‘Meb’. Il premier parla da Bruxelles: “Ha chiarito – dice secco Paolo Gentiloni – le circostante emerse durante l’audizione di Vegas”. Poi aggiunge, ed è come se sospiri,“Boschi correrà nel Pd alle elezioni, spero abbia successo”. Come dire: vedremo quanti voti prende. Fatta la difesa (d’ufficio) della Boschi, Gentiloni, poi, aggiunge: “Spero che le prossime settimane non siano dominate dai bisticci sulle banche”. Solo che, in ‘gentilonese’, “bisticci” va tradotto con “casini”. Parole, le sue, che fanno il paio con quelle del Capo dello Stato. Sergio Mattarella si erge, come sempre, a scudo del governo, dicendo che “Il lavoro compiuto nell’ambito del settore bancario è stato di sostegno all’apparato produttivo”, ma sia lui che Gentiloni avevano espresso le loro ‘riserve’, direttamente a Renzi, sia sugli attacchi sferrati al governatore di BankItalia, Ignazio Visco, quando il Pd cercò di ‘demansionarlo’, non confermandolo ai vertici di via Nazionale (respinto con perdite) che sull’opportunità di dare il via alla commissione Banche. Sul punto, peraltro, lo stesso Luca Lotti avrebbe esternato le sue, di “riserve”, ma trovandosi incredibilmente isolato nel ‘giglio magico’ (composto, ormai, da Renzi, Boschi e Bonifazi, più Matteo Orfini, diventato più renziano di Renzi, oramai). Secondo l’Huffington Post proprio Lotti è “avvelenato” con la Boschi (e con Renzi?), di certo è “in disaccordo” con la linea sua e di Renzi da far tenere ai membri della commissione Banche.
I pochi ‘gentiloniani’ (Realacci, Giachetti) del Pd e l’area ‘liberal’ dem (Tonini, Morando) avevano sconsigliato Renzi di andare allo scontro, sulle banche, perché “Ci faremo solo del male”.
E anche i ministri Minniti e Delrio avrebbero espresso perplessità, se non veri dubbi amletici: “Siamo già al 24%, così finisce al 20% o peggio. Le elezioni saranno un disastro, prepariamoci”. Parole che, per Renzi, suonano come una campana a morto.  
NB. L’articolo è stato pubblicato sabato 15 dicembre su Quotidiano Nazionale.
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6. Boschi contro Travaglio, Renzi contro Formigli: l’ex ministra e l’ex premier vanno nella tv del ‘Nemico’, la 7, per difendersi. Inutile. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
L’ex ministro e oggi sottosegretario nel governo Gentiloni, Maria Elena Boschi, torna nel mirino per il suo ormai noto tallone di Achille: le sue presunte pressioni su Banca Etruria. “C’è accanimento nei miei confronti, ma se pensano di farmi mollare si sbagliano di grosso”, dirà poi lei agli amici. Ma nel tritacarne ci finisce, per forza di cose, oltre che l’ex ministro, anche il suo leader, Renzi.
Boschi prima si difende, con due post su Facebook, dalle parole del capo della Consob, Giuseppe Vegas, che parla nella sua (già prevista) audizione in commissione Banche. Poi la Boschi decide – con una strategia difensiva scelta, passo per passo, con lo stesso Renzi – di andare a Otto e Mezzo, la trasmissione di Lilli Gruber su La 7, dove accetta anche condizioni da patibolo: farsi torchiare dal direttore del Fatto, Marco Travaglio. I due fanno subito scintille. “Travaglio risponderà delle sue bugie, mi accusa di aver interferito e lo querelerò”, sbotta, per poi aggiungere “Lei mi odia, forse perché sono donna” (e Travaglio annuisce). 
Anche sulle parole del capo della Consob, Giuseppe Vegas, sempre in commissione Banche, Boschi contrattacca: “Ci sono stati più incontri con il presidente della Consob. Il 29 maggio 2014 mi chiese di incontrarci a casa sua alle otto del mattino, ho il suo sms, gli risposi che dovevamo vederci o in Consob o al ministero. Abbiamo parlato del sistema bancario…”. Lo stesso vale, secondo lei, anche per gli incontri con Ghizzoni, ex ad di Unicredit tirato in ballo per le presunte ‘pressioni’ che avrebbe subito dall’allora ministra (nel governo Renzi) Boschi sempre per acquisire Banca Etruria, di cui il padre (della Boschi) è stato consigliere e anche vicepresidente, poi dimessosi, ora indagato. Su Banca Etruria la Boschi sostiene che “Non c’è stato nessun favoritismo nei confronti della mia famiglia. È stato il governo Renzi a commissariare il Cda di Etruria, mandando a casa tutti, compreso mio padre”.
Ma fuori dalla cerchia ristretta del mondo renziano – che si schiera a tetragona difesa della sottosegretaria con le dichiarazioni a raffica di Bonifazi, Guerini e, soprattutto, di Matteo Orfini – è una Vandea. Dai 5Stelle a LEU di Grasso, da Meloni alla Lega, tutti reclamano le dimissioni della Boschi che “ha mentito al Parlamento”, quando, da ministro, garantì di non essersi mai interessata di Etruria, dove il padre era pezzo rilevante.
E Renzi? “La Boschi ha già risposto alla Gruber” risponde stizzito il leader del Pd, Matteo Renzi, stavolta ospite – in tarda serata – di Corrado Formigli, conduttore di Piazza Pulita su La 7, studio tv dove Renzi non metteva piede da  ben cinque anni. Anche quest’intervista è un crucifige con Formigli che incalza Renzi come se fosse Frost contro Nixon per farlo capitolare. “Sono sconvolto – insiste Renzi all’ennesima domanda sulla Boschi (“Che facciamo?! Ne rimandiamo le parole?”) – che il tema banche sia diventato una gigantesca arma di distrazione di massa. In Italia ci sono state ruberie (MPS), scandali clamorosi (le popolari venete), acquisizioni che gridano vendetta (Banca 121, vicina a D’Alema), ma i media parlano solo di Etruria. Anche lì – continua Renzi – hanno fatto schifezze clamorose e chi ha sbagliato deve pagare”. Sulla Boschi, Renzi però dice poco d’altro: “Le persone si giudicano per ciò che fanno, non per i padri che hanno”.
Intanto, da Bruxelles, Gentiloni si dice sicuro, anzi: certo, che la Boschi “chiarirà tutto”, ma sono in molti a chiedersi se un suo passo di lato non allenterebbe “la morsa intorno a noi”Renzi, peraltro, ieri pensava di potersi godere una giornata trionfale perché il Senato aveva approvato il bio-testamento. Quando Vegas parla, prima vacilla, poi si arrabbia e cerca di imbastire una reazione. Solo che sembra davvero ‘venire giù tutto’.
Il Nazareno sbanda e i nervi dei renziani sono tesi fino allo spasimo. Un dirigente tira fuori lo humor nero: “’Gridate sterminio e liberati i Mastini della Guerra!’, urla riecheggiando il dramma su Riccardo III. Eccola la nostra reazione” ride amaro, citando, appunto, la tragedia di Shakespeare. Ma la sensazione di una bufera in arrivo che possa travolgere tutto il Pd c’è ed è forte.
NB: L’articolo è stato pubblicato venerdì 15 dicembre sul Quotidiano Nazionale.  
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Caso Banca Etruria, ira della Boschi: “Vogliono colpire me e il Pd”. Partono le querele per De Bortoli e altri giornalisti. Renzi preoccupato

Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA

Maria Elena Boschi aveva passato lo scorso weekend in modo assai piacevole. Era andata a Caserta per partecipare al seminario organizzato dalla europarlamentare dem Pina Picierno, sua amica, ‘Terre d’Europa’: gli astanti l’avevano trovata “solare, entusiasta, pronta a tuffarsi nella campagna elettorale”. Peraltro, ai dem campani risulta che Boschi non si candiderà in Toscana, nella sua città natale, Arezzo (Laterina, in realtà), ma proprio in Campania, collegio della Camera.

Ieri, però, per l’ex ministro e oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio è stata una giornata infernale. Le dichiarazioni del pm di Arezzo Rossi sono un crescendo. La Boschi decide da sola e molto rapidamente di rispondere con la sostanziale solidarietà di Renzi. Il leader dem – dopo una giornata convulsa fatta di sfoghi, contatti per decidere la linea, rabbia per la vicenda Etruria che riemerge e male – scrive su Facebook una vera chiamata alle armi: “Ognuno può dare una mano contro disfattismo e disinformazione”. Poi, in privato, Renzi invita “tutti” i suoi a fare “fronte comune” perché “la prossima campagna elettorale sarà una battaglia all’ultimo voto. Anche una piccola percentuale farà la differenza. Noi dobbiamo organizzarci e rispondere”. Il guaio è che la solidarietà dem a Meb arriva col contagocce mentre la tattica dei commissari renziani in commissione banche diventerà, a questo punto, quella della ‘guerriglia’: risentire Rossi, mettere sotto pressione Consob, BankItalia, forse persino Padoan che verranno tutti auditi in un calendario col ritmo serrato. Tutto per riprendere la controffensiva dopo che lo stesso Renzi pensava, col suo viaggio in treno e i suoi incontri con i risparmiatori, di aver risalito la china sul tema più spinoso per la Boschi come per lui, le banche.

E così, in poche ore, ‘Meb’ scrive ben due post ‘personali’, tutti e due pubblicati su Facebook: in entrambi, una notizia. Nel primo spiega, de plano, tutte le sue ragioni: “Il fatto che mio padre sia stato per qualche mese vicepresidente della Banca non ha impedito al governo Renzi di commissariarlo. Se mio padre ha commesso dei reati ne risponderà come privato cittadino”. Parlando invece del Pd, per la Boschi “a noi interessano gli atti ma c’è chi li usa solo per attaccarci”. La Boschi ce l’ha chiaramente con Di Maio che le chiede di “smettere di fare politica e dimettersi”: a lui rilancia l’invito a quel confronto tv “davanti a cui Di Maio scappa sempre”.

Ma con il passare delle ore e il fluire della giornata, gli attacchi delle opposizioni (M5S, Lega, etc) si fanno sempre più arrembanti e pesanti anche se solo i 5Stelle chiedono, formalmente, al presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche, Pierferdinando Casini, di audire Ghizzoni, ad di Unicredit, e di riascoltare il pm di Arezzo Rossi per le sue dichiarazioni che, ora, vengono giudicate ‘omissive’. Il guaio è che, tranne casi isolati (il Carneade senatore dem Vazio), le note di agenzie languono di solidarietà dei dem. Al Nazareno si sospira: “I 5Stelle usano la vicenda banche per attaccarci, ma non appena si entra nel merito si capisce che sono attacchi senza sostanza. Loro pensano solo a come attaccare la Boschi, noi a come difendere le famiglie”. Sarà, ma Renzi è preoccupato, i big pure, Gentiloni manco a dirlo.

Nel secondo post della Boschi, che esce più tardi, verso sera, c’è poi l’annuncio di una “azione civile di risarcimento danni” per Ferruccio de Bortoli – che ha scritto, nel suo libro Poteri quasi forti, della richiesta di ‘interessamento’ e di vere e proprie ‘pressioni’ fatte dall’allora ministro verso l’ad di Unicredit Ghizzoni (e, ora, non a caso i 5Stelle chiedono che venga anche lui audito in commissione) su Banca Etruria più, “a breve” altrettante azioni di risarcimento danni, sempre in sede civile, anche verso “altri giornalisti” (forse, anzi sicuramente, de La Verità e forse pure de il Fatto). In serata arriva la risposta, via Twitter, di de Bortoli: “Mi aspettavo una querela per diffamazione, mai arrivata. Dopo sette mesi, apprendo che mi farà causa civile per danni”. Parole al curaro: la querela è un’azione penale che comporta di dover dire sempre la verità, la causa civile ha tempi più lunghi, costa molto a chi la perde e soprattutto non occorre aver detto il falso se il danno effettivo è provato.

L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 5 dicembre 2017

La Sinistra incorona Grasso leader, Renzi preferisce parlare con Macron, i ‘piccoli’ del centrosinistra alle prese con le soglie

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

 

  1. Mdp-SI e Possibile hanno scelto: con il Pd non si dialoga, anzi lo si attacca. Sul lavoro, al fianco della Cgil, e non solo. il 3 dicembre l’incoronazione di Grasso.
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Il 3 dicembre lanceremo la nostra lista unitaria per l’alternativa e ci sarà Pietro Grasso, il nostro candidato”. Il lieto annuncio e, insieme, la gaffe, la fa Giulio Marcon, capogruppo alla Camera di Sinistra italiana e un lungo passato nelle associazioni pacifiste della sinistra. Marcon rivela, papale papale, ai giornalisti in attesa dell’inutile incontro, dal finale già scritto, tra ‘l’esploratore’ di Renzi, Fassino, e i capigruppo di Camera e Senato Marcon e Guerra (Mdp e SI) proprio nel giorno in cui Pd e Mdp-Si se le danno di santa ragione, alla Camera, su una mozione sull’articolo 18 – quello che tutti, in realtà, sapevano, ma non era ufficiale. Sarà dunque Grasso il leader della nuova lista elettorale di ‘Sinistra’ che nascerà il 3 dicembre a Roma. Una “Grande Assemblea Popolare e Democratica”, la chiamano gli organizzatori si terrà in un “luogo grande, enorme, alle porte di Roma”, per fondere i tre partiti, o sigle, esistenti (Mdp-SI-Possibile), qualche ex cattolico di sinistra del Pd (Rosy Bindi e Giorgio Merlo) e qualche ex dc d’antan (Enzo Carra e, forse, Marco Follini). Ma ‘La Sinistra’, nome finale su cui molti ancora scommettono, specie dentro SI e Mdp, su richiesta di Grasso forse non si chiamerà così, bensì “Libertà e Uguaglianza”. Perché, dicono i promotori, un po’ tristi, “il Presidente non vuole richiami espliciti alla tradizione del Pci-Pds-Ds”. “Ma solo così – assicurano – riusciremo a parlare alla società civile e intercetteremo il voto non solo del Pd, ma pure dei 5Stelle. Puntiamo al 10%”, continuano fieri, ma c’è chi dice “mi accontento del 6%…”. Bei propositi, ma tutti da verificare. Diversi sondaggi li vedono inchiodati al -5-5.5%, il che vorrebbe dire 28 deputati e 17 senatori, come hanno fatto di conto nel Pd, sperando che la profezia si avveri. Anche sul simbolo è tutto ancora in alto mare. C’è chi dice che ci sarà, anche lì, il nome di Grasso, chi dice di no e chi assicura che “ci sarà tanto rosso, ma più stile bandiere Cgil (con cui Mdp fila d’amore e d’accordo, ndr) che del Pci”. Del resto, per Mdp, che parteciperà allo sciopero della Cgil sulle pensioni del 2 dicembre sventolando le rosse bandiere, la mission è la stessa di Camusso: bastonare il Pd di Renzi. Lo dimostra lo scontro alla Camera sulla mozione intorno all’art. 18 che non va in Aula e ritorna in commissione per un pugno di voti (26) e nonostante M5S e centrodestra la votino. E le parole di Bersani a fine serata a un convegno: “Il rinvio in commissione alla Camera della nostra proposta sull’art. 18 è la pietra tombale sul dialogo con il Pd”.
Grasso, però, nel frattempo, è ancora presidente del Senato. Il suo portavoce, perciò, smentisce tutto, persino Marcon prova a fare marcia indietro, ma la frittata è fatta: il re è lui. Grasso, in realtà, si è dato una dead line: l’approvazione della manovra economica al Senato. Si concluderà entro il I dicembre e, da quel giorno, spiegano i suoi, “si sentirà un uomo libero di dire ciò che pensa e fare ciò che vuole”. Ma il rischio dell’ingorgo istituzionale è molto alto anche perché Boldrini, a sua volta, starebbe anche lei per trarre il dado e candidarsi ‘a sinistra’ il che farebbe storcere molto più del naso a Mattarella che già non ha visto di buon occhio la ‘discesa in campo’ di Grasso (il presidente del Senato sostituisce il Capo dello Stato ogni volta che questi è all’estero) e che, di fronte all’impegno politico, a Camere ancora aperte e funzionanti, di entrambi i suoi Presidenti avrebbe espresso ‘riserve’. 
E il – finto – dialogo tra Pd e sinistra radicale, invece, com’è andato? La fine era nota: gelo durante l’incontro tra Fassino e i capigruppo, insulti fuori. Fassino, già irritato per essere stato ricevuto solo dai Carneadi Guerra (Mdp Senato) e, appunto, Marcon (SI, Camera), sospira: “Ci dispiace per loro, andremo avanti con altre forze di sinistra”. Trattasi di Pisapia che Fassino vedrà stamane via una delegazione dei suoi (Tabacci, Ferrara, Manconi) per stringere un’alleanza ormai nei fatti. La lista Pisapia alle elezioni ci sarà, sarà alleata del Pd, punta a prendere il 3%, si vedrà se in bicicletta coi Radicali o no, ma data l’aria che tira meglio essere previdenti. I colonnelli di Pisapia hanno già fatto avere al Pd la richiesta: “20/25 collegi sicuri”. La Sinistra-Sinistra, invece, all’uscita gliene dice di ogni, al Pd: “E’ troppo tardi per un’alleanza, siamo incompatibili”. 
NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 23 dicembre 2017
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2. Renzi vola a trovare Macron e ‘sogna’ un partito transnazionale europeo ma i guai stanno di casa tutti in Italia e sono quelli del centrosinistra.

 

immagine voto europeo generico

Un immagine tutta ‘positiva’ del voto europeo (elezioni 2014)

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ stata una giornata intesa, ieri, per Matteo Renzi. Di buon mattino, l’ex premier vola a Parigi per vedere il presidente francese, Emanuel Macron: ricevuto all’Eliseo con tutti gli onori, accompagnato da Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari europei. Renzi ha con Macron diverse passioni in comune (tipo il tennis), ma è andato in trasferta per altro. Infatti, il leader dem e quello del movimento “En Marche!” che lo ha aiutato a vincere a mani basse le elezioni presidenziali francesi, mettono in subbuglio, in poche ore, quel che resta del Pse. Renzi e Macron fanno un annuncio forte: far compiere un “percorso comune” per la creazione di “liste transnazionali” in vista delle “elezioni europee del 2019”. Agli altri partiti ‘socialisti’ – che fanno parte del Pse come pure, peraltro, molti di loro, dell’Internazionale socialista, – Spd in testa, con tutti i guai che ha in Germania, viene lo stranguglione. Gozi, non contento, ci mette il carico da 11: “La Brexit libererà 73 seggi all’Europarlamento – spiega all’Huffington Post –dobbiamo creare liste transnazionali per forgiare veri partiti europei”. Apriti cielo. L’italiano Gianni Pittella, che del gruppo del Pse è il presidente, è contrarissimo. Si attacca al telefono, chiama Renzi, che lo rassicura – o finge di farlo – e dice che “Il Pd non va da nessuna parte, è e resta uno dei pilastri fondamentali del Pse”. Gozi prima prova a frenare (“La scelta di Renzi è di riformare il Pse”), ma la frittata è fatta, e da lui stesso confermata: “Le famiglie europee attuali, dal Pse al Ppe, sono solo un insieme disomogeneo di partiti nazionali”. Amen. Certo, Renzi e Macron parlano “di come rilanciare l’Europa, della crisi in Germania” e molto altro.
Renzi però, poi torna a Roma e si infila negli studi di Porta a Porta. Cavalleresco con il Cavaliere (“Spero che Berlusconi sia in campo e che gli permettano di candidarsi”), che sfida anche a duello rusticano (“Si candidi contro di me nel collegio”), durissimo contro Di Maio (“Contro il capo del partito ‘No Vax’ candideremo il giovane scienziato”, che poi è l’immunologo Burioni), Renzi si dice ottimista sulle percentuali del Pd, giura che “il Rosatellum non sarà un boomerang” (falso) e prova a calmare così i desiderata di chi, anche adesso, dentro il Pd lo vorrebbe ‘commissariare’. Poi ribadisce di esser disposto a rinunciare al ruolo di candidato premier del centrosinistra: “Il sarò quello del Pd, poi il presidente del Consiglio lo sceglierà Mattarella”. Per quanto riguarda il – teorico – dialogo con Mdp e SI, Renzi si fa caustico: “Alla nostra sinistra ci sono 29 sigle, con qualcuna dialogheremo… Non coltivo rancori personali – assicura – ma non sono ottimista. Nonostante il generoso tentativo di ricucitura di Prodi e Fassino, molto più bravo di me a rimettere insieme i cocci, le nozze si fanno in due”. Che è come dire: non è un problema mio…
Nozze a sinistra che ‘non s’hanno da fare’ perché nessuno le vuole. Intanto, però, in Transatlantico si inseguono ridda di voci. C’è chi dice che “Mdp è pronta a fare un accordo tecnico col Pd nei collegi, solo Renzi e D’Alema si oppongono” (falso, oltre che impossibile dal punto di vista tecnico: le coalizioni devono essere nazionali). E chi dice che “Grasso e Boldrini ci stanno ripensando: non vogliono più andare dentro la ‘Cosa Rossa’!” (falso: ci saranno, e tutti e due). La sola cosa vera è che il Pd è entrato in pressingasfissiante su Pisapia e Bonino: “Se date vita e corpo a una lista, dovete candidarvi, metterci la faccia”, la perentoria richiesta dem. Bonino ci rifletterà su, ma Pisapia no: ha già detto che non si candida e così sarà. I suoi, invece, si chiedono disperati: “Con chi mi conviene candidarmi per tornare qua?”. Ma pure nel Pd i big avranno vita dura: dovranno candidarsi nei collegi e portare voti, pur se col ‘paracadute’ dei vari listini.
NB: L’articolo è pubblicato mercoledì 24 novembre 2017 sul Quotidiano Nazionale
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Renzi sotto assedio nel partito e fuori: cerca di rilanciarsi in tv, ma i guai restano. Le mosse anti-Renzi dei big dem e quelle di Grasso, Pisapia e altri ancora

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

1. Renzi va a La7 per attaccare, ma finisce assediato Poi sbotta: “Mi vogliono morto”
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Mi dispiace che non ci sia Di Maio, l’aveva chiesto lui il confronto in tv, poi è scappato. Non è serio fare così”. Di Maio non c’è, ma c’è Matteo Renzi, a Di Martedì, condotto da Giovanni Floris su La 7. Di Maio non si è fatto trovare, Renzi lo prende in giro da giorni (“coniglio”), ma l’ex premier arriva già teso e irritato. Il dbattito si fa subito puntuto: i giornalisti presenti sono tutti antipatizzanti dell’ex premier (Giannini, Sallusti, Massimo Franco), Renzi li detesta,  battibecca più volte con loro e con il conduttore Floris (“Non ci vediamo da molti anni”,  modo gentile per dire non mi inviti mai, “Ti pago il 10% dello stipendio con tutti gli attacchi che mi fai a ogni puntata, così alzi lo share”). Poi, finalmente, si va sui temi. Il voto in Sicilia? “Abbiamo perso, ma erano elezioni locali”. Tante sconfitte in tanti anni (amministrative) nessuna autocritica? “Io rispondo per le Europee, vinte, e il referendum, perso. Il giudizio sul Pd e me lo daranno gli elettori alle Politiche”. Cosa è disposto a cedere a Mdp per ricucire un’alleanza? lo incalza Floris. “Ma chi se ne importa dei miei rapporti personali con D’Alema o con Bersani! La divisione c’è stata quando abbiamo fatto le primarie, quel popolo ha parlato e va rispettato”. Renzi assicura che, per costruire la coalizione, “mi rivolgerò a tutti senza veti”, ma “D’Alema vuole che io mi dia fuoco in piazza, è  troppo!”. “Mi vogliono morto”, dirà appunto poi.
Fin qua il Renzi pubblico, quello che ieri sera è andato in tv e che, nella sua Enews mattutina, dice secco che “dire che il problema sono io per il voto in Sicilia vuol dire solo usare ogni mezzo per togliere di mezzo l’avversario scomodo, cioè io”. E, infatti, poi c’è il Renzi privato, quello che, in una pausa preparatoria con i suoi del dibattito serale, sbotta, appunto, con la frase “Mi vogliono morto”. Sono mesi che cercano di mettermi da parte. Non ci riusciranno. Io non mollerò di un centimetro”. Poi spiega: io la “coalizione larga” la “voglio costruire” ed è convinto che il centrosinistra, se unito, possa arrivare al 40 %, ma insiste nel refrain: “non metterò veti ma non li accetterò”.
Del resto, non esiste proprio, per Renzi, la possibilità che il centrosinistra si presenti alle elezioni guidato da un altro esponente del Pd che non sia lui: “Non ci sarà un candidato premier per tutti i partiti che comporranno la nostra coalizione perché la stessa legge elettorale non la prevede”. E tanti cari saluti a Mdp, che ha deciso di presentarsi con il presidente del Senato, Pietro Grasso, come front runner. Renzi li sfotte da giorni:“il 5,3% che hanno preso in Sicilia dimostra che alle porte non c’è la ‘rivoluzione comunista’”. Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, diplomatico per costituzionae, ci ha provato a ricucire: ieri, alla Camera, ha parlato con il plenipotenziario di Bersani, Nico Stumpo, per riportare Mdp ‘alla ragione’, ma anche il ‘Forlani’ di Renzi sa che anche i suoi sforzi destinati al fallimento. Inoltre, Renzi ormai è già in modalità “campagna elettorale”.
Non a caso, uno dei primi punti della Direzione nazionale, già convocata per lunedì 13 novembre, saranno i vitalizi. E cioè la proposta di legge Richetti per abolirli che langue nei cassetti del Senato. Renzi vuole che il Pd e il gruppo dem, a partire dal capogruppo Zanda, di certo non un suo fan, si adoperi in tutti i modi possibili per farla passare entro i pochi mesi che restano da qui alla fine della legislatura. L’altro tema all’ordine del giorno della Direzione saranno le famose ‘deroghe’ alle candidature per le Politiche. Tanto agognate da tutti i big del partito (Franceschini, Orlando, etc.), essi stessi devono chiederle, non avendone più diritto (15 anni è il rigido tetto previsto dallo Statuto del Pd). Ma le elezioni siciliane – quella che, ai tempi del Pci-Pds-Ds, era un evergreen, “l’analisi del voto” – non è all’ordine del giorno. “Chi pensa che il Pd possa passare i prossimi mesi a litigare fa solo un grande regalo a centrodestra e 5Stelle”, taglierà corto, in Direzione, Renzi, con fare minaccioso. Ma gli altri big preparano già lo ‘scherzetto’: lanciare Walter Veltroni (o, ovviamente, Paolo Gentiloni, su cui ‘apre’ anche Renzi, in verità, come possibile nuovo candidato premier), oggi ‘padre nobile’ del Pd al posto di Renzi come capo della coalizione di centrosinistra per ‘allettare’ i possibili alleati. Veltroni, però, non ci pensa proprio a tornare alla politica ‘attiva’ e anche ieri sera, presentando – in contemporanea con Renzi, ma su un’altra rete (Rai 3, ospite di ‘Carta bianca’, la trasmissione condotta da Bianca Berlinguer), lo ha ribadito (“Non mi candiderò più in Parlamento, l’ho già detto più volte”), anche se poi ha criticato le scelte di Renzi. In ogni caso, i big dem attendono solo che Renzi fallisca, questa volta per sempre: subito dopo il voto alle Politiche, non vedono l’ora di chiedere un congresso straordinario del Pd per pretendere e ottenere in via definitiva la testa di Renzi, disarcionandolo, oltre che da leader, da segretario.
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2. Renzi rifiuta le primarie con Mdp o con altri. L’incontro tra Pisapia e Grasso. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
«L’ipotesi di primarie di coalizione con Mdp che candida Grasso o con altri per me non esiste. Punto». Matteo Renzi si sfoga con i suoi dopo una lunga mattinata passata a compulsare i voti – quelli «veri – che arrivano dalla Sicilia. Il tonfo non è stato «epocale» come qualcuno, anche nel Pd, aveva detto – e sperato – l’altra notte. Il Pd raccoglie il 13,2% dei voti che, in seggi, saranno pari, circa, ai 17 seggi (13,4%) presi dal Pd di Bersani quando si votò cinque anni fa.
Il problema è un altro. Renzi è furibondo con gli spifferi che lo vogliono pronto a confrontarsi, in primarie di coalizione, con Mdp, che gli potrebbe contrapporre il presidente del Senato Grasso: «Quelli ci odiano, che senso ha? E per fare cosa? Abiurare il nuovo Pd costruito con tanta fatica e l’intero lavoro del mio governo?!».
Insomma, la risposta è un «no», secco e rotondo, all’ipotesi di primarie di coalizione se, dentro il centrosinistra, ci fosse pure Mdp. Diverso, ovviamente, sarebbe il caso se, a chiedere le primarie, fossero i centristi (Casini-Dellai e «quel che resta» di Alfano e Ap) o i Progressisti di Pisapia-Bonino. Ma anche su questo punto le ipotesi allo studio al Nazareno divergono. Lorenzo Guerini, pontiere per natura, media fino all’esasperazione: «Io sono per fare un accordo, programmatico e politico, con tutti, centristi e sinistra, altrimenti dovremo fare l’intera campagna elettorale in nome del voto utile». Invece, i renziani ortodossi (vedi alla voce: Orfini) non ci sentono: «Matteo è il leader, punto». Renzi si tiene in posizione mediana: «Sono pronto da domani ad aprire il confronto con i possibili alleati. Io la mia leadership non la voglio imporre a nessuno». Sicumera? In realtà, Renzi non teme che, in Direzione, già convocata per il 13 novembre, Orlando e Franceschini – leader delle aree interne da tempo in guerra ‘sporca’ contro di lui – gli tirino brutti scherzi. Certo, Orlando punge («Renzi è stato eletto segretario ma non ancora imperatore»), ma Franceschini, invece, media (lo farà oggi in un’intervista). Renzi è tranquillo perché, come ripete, «I numeri, in Direzione, li ho io. Vogliono sfiduciarmi? Auguri!».
La vera “apertura” del leader è un’altra. Renzi sarebbe infatti pronto a fare un «passo di lato». Il suo ragionamento si snoda così: «La nuova legge elettorale non prevede la figura del candidato premier. Il centrodestra non lo avrà. I 5Stelle sì, ma in realtà dietro Di Maio c’è Grillo. Volete che non sia io per il centrosinistra? – sbotta – Bene. Facciamo così: se il Pd va male e altre forze di sinistra molto bene saranno loro a indicare a Mattarella un altro nome del Pd. Gentiloni? Delrio? Vedremo. Se invece il Pd resterà forte, come dicono tutti i sondaggi, sarò io. In ogni caso, mi sta bene che non ci sia il candidato premier di tutti».
Basta e basterà all’asse nascente Pisapia-Bonino-Della Vedova? No. Ieri, all’ora di pranzo, Pisapia è andato a trovare il presidente del Senato, Pietro Grasso, per un pranzo. Due i corni del dilemma affrontati dai due, entrambi assai allarmati dal voto siciliano. Il primo: la lista di Fava è andata molto male, quasi peggio di 5 anni fa, quando la guidava un Carneade. Ergo, il valore aggiunto di Mdp è pari allo zero virgola. Secondo: neppure Grasso, oltre a Pisapia, vuole accollarsi «tutto il cucuzzaro» della sinistra radicale: i vari Fratoianni (SI), Acerbo (Prc), Montanari e Falcone, etc.
Domenica 12 novembre si terrà la convention nazionale di Campo progressista: sul palco saliranno, insieme a Pisapia, forse la Bonino, di certo la Boldrini (la data è stata spostata per permetterle di partecipare) e forse anche lo stesso Grasso. Dal palco la proposta che verrà fatta al Pd sarà questa: «Se Renzi accetta di non essere più lui il dominus del centrosinistra bene, ma deve farsi da parte e cedere lo scettro a Gentiloni o altri, altrimenti ognuno per la sua strada. Noi andremo da soli cercando di arrivare al 3% con l’idea forte di un Ulivo bis. Anche Mdp, Bersani, D’Alema dovranno decidere da che parte stare, noi possiamo essere autonomi». Vaste programme, direbbe il generale De Gaulle.
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3. Mattarella e la data del voto: “Pura fantasia” le illazioni su urne a maggio 2018. 
EMC – ROMA
“Pura fantasia”. Così viene liquidata, dal Quirinale, l’ipotesi di un avallo, da parte del Capo dello Stato, di un percorso che porti la legislatura a “scadenza naturale”. Le Camere nel 2013 si insediarono il 14 marzo: ‘scadenza naturale’ vuol dire arrivare al 15 marzo 2018 per votare, di conseguenza, non prima del 15 maggio. Salvini e Meloni, ieri, già gridavano al ‘golpe’, i 5Stelle pure. “Pura fantasia”. Il Colle asserisce di avere sul tema una “funzione notarile”, ma non è così. La nota ufficiosa del Colle non a caso dice che “solo nel momento in cui governo e maggioranza dichiarassero di aver esaurito il loro compito, si porrebbe il tema della conclusione della legislatura, dell’eventuale scioglimento anticipato delle Camere e della data del voto”. E così sarà. Palazzo Chigi e Quirinale hanno già cerchiato, sul calendario, una data in rosso: il 18 marzo 2018, il che vuol dire, data la necessità di un tempo tra i 50 e i 70 giorni per indire i comizi elettorali (di solito se ne usano sempre 65), sciogliere le Camere a gennaio, quasi sicuramente al rientro dalle feste della Befana, il 6/01/2018. Morale: “dopo l’approvazione della legge di Bilancio” – si spiega dal Colle – “se il premier, a fine anno, riterrà di presentarsi dimissionario, si andrà ad elezioni a marzo”. Ma chi ha fatto perdere così tanto le staffe al ‘mite’ Mattarella? Il Quirinale punta l’indice su “fonti parlamentari”: Meloni e Salvini, certo, ma anche Franceschini e Orlando, che vogliono tirare in lungo la legislatura per ‘sfiancare’ Renzi. Poi ci sono le “fonti giornalistiche”: due articoli usciti sullo stesso giornale, il Corsera. Il Colle ha detto ‘stop’ a tutti.
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NB: I tre articoli sono stati pubblicati, rispettivamente, il primo il 7 novembre 2017 e l’8 novembre 2017 il secondo e il terzo sempre su pagine di Quotidiano Nazionale.