Il “Dizionario della crisi”: episodi, termini, parole utili per spiegare l’attuale crisi di governo alla luce dei precedenti costituzionali e della storia repubblicana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una premessa. La crisi politica e istituzionale scivola via temo, negli interessi degli italiani, in un click su un sito di notizie, appena sbirciata e ancor meno o poco compresa. I 25 lettori di questo blog hanno, almeno così spero, voglia di capirne qualcosa in più, perché di politica qualcosa sanno, ma un po’ si perdono, nella marea di tecnicismi e formalismi, riti e convenzioni, richiami storici e allocuzioni gergali (il famoso tecnicismo della Politica, appunto). Ecco, è a loro che mi rivolgo principalmente, oggi e in futuro, con una serie di articoli, scritti in forma originale per questo blog, nella speranza di diradare la nebbia.

Le domande ricorrenti.
Consultazioni? Pre-incarico? Incarico esplorativo? Governo di tregua, di scopo, di responsabilità nazionale o di decantazione? Governo tecnico o politico? Disbrigo degli affari correnti? Larghe o piccole intese? Patto della staffetta? Compromesso storico o solidarietà nazionale? Appoggio esterno? Ministri di area? Piena dignità? Contratto alla tedesca? Def? Commissioni speciali? Due vincitori o due forni? Governo gialloverde o giallorosso? Fiducia? Maggioranza assoluta, semplice o qualificata? E’ arrivato il momento di fare ordine. Ecco, dunque, un piccolo ‘Dizionario’ della Crisi di governo che, se avrà successo, verrà replicato su altri argomenti in futuro.

Ps. mi sono avvalso di diverse ricerche di archivio, articoli di giornale e diversi libri di storia. Ringrazio il professor Stefano Ceccanti per la sua consulenza professionale.

Il palazzo del Torrino

Il Torrino, il punto più alto del Quirinale

 

Un piccolo Dizionario della crisi, voce per voce

(L’elenco è, per quanto possibile, rigorosamente alfabetico).

Calendario (delle consultazioni). Il Quirinale diffonde, in modo formale, ogni volta il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, cioè un nuovo ‘giro’, cambiano i giorni sul calendario, ma non l’ordine di apparizione dei vari gruppi parlamentari e partiti consultati. Così, anche se nel secondo giro di consultazioni il centrodestra si è presentato unito (Lega-FI-FdI) e, tecnicamente, avendo dalla sua più parlamentari dei 5Stelle, il Capo dello Stato ha ricevuto in ogni caso il centrodestra come penultimo gruppo, nella stessa posizione della Lega, continuando a ricevere come ultimo il gruppo di M5S. Nel periodo in esame, le consultazioni al Quirinale sono iniziate il 3 e 4 aprile (primo ‘giro’, come si usa dire), il secondo giro di consultazioni il 12 e il 13 aprile.

Consultazioni. Si tengono al Quirinale (vedi alla voce), presso lo studio della Vetrata, ogni volta che bisogna formare un governo. Quindi, si procede a consultazioni ogni volta che un governo, formatosi in precedenza, cade e si dimette, nel corso di una legislatura (vedi alla voce). Si tengono, invece, le consultazioni sempre a ogni apertura di legislatura, come in questo caso, perché ogni volta che il popolo italiano vota alle elezioni politiche vuol dire che una legislatura repubblicana (quella appena eletta è la XVIII a partire dal 18 aprile 1948, la I) è terminata e un’altra si è insediata. E dato che il rapporto tra governo e Parlamento (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) è fiduciario (il primo non può stare in piedi, e lavorare, senza la ‘fiducia’ del secondo che avviene tramite un voto in Parlamento: vedi alla voce ‘fiducia’), ogni qual volta che si vota e si apre una nuova legislatura, il governo precedente – o dimissionario o nel pieno delle sue funzioni – si deve dimettere: resta in carica, in realtà, tale governo, per “il disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce).

A quel punto, si aprono le consultazioni. Le coordina il Capo dello Stato secondo un rituale antico e consolidato (la cd. prassi) ma senza alcuna regola scritta. Infatti, l’art. 92 della Costituzione si limita ad affidare al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio e, su parere di questo, i ministri. Poche parole, semplici e chiare, ma fin troppo stringate. Delle consultazioni e di come regolarle non dice nulla. Dalla nascita della Costituzione repubblicana (1948) in poi, tutti i Presidenti della Repubblica (il primo, nel 1946-’48, fu provvisorio e si chiamava Enrico De Nicola, il primo effettivo fu, a partire dal 1948, Luigi Einaudi) si sono avvalsi, perciò, di quella che, in gergo, si chiama prassi costituzionale. Insomma, niente più che delle consuetudini e degli usi che, però, come nel Diritto privato, anche nel Diritto pubblico e costituzionale, una volta che si stratificano e vengono recepiti diventano, di fatto, legge o in ogni caso abitudini e prassi dal valore e rango di legge. E, appunto, la prassi che è diventata abitudine, nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i due presidenti delle Camere e, se è in vita, il presidente ‘emerito’ della Repubblica. Si tratta, in quest’ultimo caso, dell’ex Capo della Stato se vivente. Da notare che, a partire dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, avvenuta nel 2015 dopo il suo primo mandato (2008-2015) e nonostante le sue dimissioni anticipate nel 2017, si tratta dell’unico ex Capo di Stato eletto due volte. Dopo aver ascoltato le cosiddette “alte cariche istituzionali” citate, il Presidente della Repubblica passa all’ascolto di tutti i gruppi parlamentari e dei loro rappresentanti (i capigruppo) che si sono formati nel nuovo Parlamento all’atto dell’apertura delle nuove Camere e dell’elezione dei loro presidenti e dei relativi uffici di Presidenza (vedi alla voce “Legislatura”).

La salita al Colle dei diversi gruppi parlamentari prevede, alla fine del colloquio con il Capo dello Stato nel suo ufficio, delle brevi considerazioni, davanti alla Stampa, nello studio alla Vetrata del Quirinale, di ognuno dei gruppi parlamentari tramite un loro portavoce o più d’uno. Le consultazioni da parte del Presidente avvengono con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande, secondo la consistenza numerica dei gruppi. Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera o nell’altra.

Gruppi parlamentari. Si costituiscono appena nasce la legislatura e si formano sulla base dei risultati alle elezioni e secondo i simboli che in esse sono stati presentati. Ma dato che ogni parlamentare viene eletto “senza vincolo di mandato” (vuol dire che il parlamentare risponde solo alla propria coscienza e può votare in dissenso dal suo gruppo o partito di appartenenza) possono cambiare composizione, consistenza e numero a seconda delle evoluzioni del quadro politico. Sempre in base alla stessa regola si possono formare nuovi gruppi, con nuovi simboli, nel corso della legislatura. Questo diritto ha dato però vita, da tempi peraltro assai lontani, quelli del Parlamento sabaudo, pre-repubblicano, al cd. “trasformismo parlamentare(vedi alla voce), cioè alla trasmigrazione da un gruppo all’altro. Per ovviare a tale pratica, assai diffusa in ogni legislatura, il Senato ha approvato, nello scorcio dell’ultima legislatura (2017), un nuovo Regolamento che non permette più la costituzione di gruppi che non si sono presentati con un proprio simbolo alle elezioni. I senatori che vogliono cambiare gruppo parlamentare e politico di appartenenza possono solo iscriversi al gruppo Misto. Inoltre, sempre al Senato, i gruppi devono avere un minimo di dieci senatori iscritti, con la sola eccezione del gruppo Autonomie che tutela le minoranze linguistiche. La Camera dei Deputati, però, non ha approvato un Regolamento simile, quindi al suo interno si possono ancora costituire gruppi non corrispondenti a simboli presentati alle elezioni. Alla Camera il numero minimo per costituire un gruppo è fissato a venti deputati, i deputati singoli che non si riconoscono in nessuna componente si possono iscrivere al gruppo Misto e formare, al suo interno, delle sotto-componenti politiche. Il gruppo di LeU, pur restando sotto la soglia dei 20 deputati, ha ottenuto la deroga per costituirsi in gruppo autonomo proprio perché si tratta di un simbolo presente alle elezioni.

Ogni gruppo elegge un proprio capogruppo che ne guida i lavori e partecipa ai lavori dell’ufficio di Presidenza di ogni Camera e, in particolare, alla conferenza dei Capigruppo che stabilisce, d’intesa con il Presidente di ogni Camera, l’ordine dei lavori in Aula.

Nella XVIII legislatura la consistenza dei gruppi è questa.

  • Gruppo Autonomie, presente solo al Senato (otto senatori). Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp). Ne fanno parte, tra gli altri, Napolitano (che sala al Colle in qualità di presidente emerito), l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo può costituirsi anche se “sotto soglia” (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta e tutela le minoranze linguistiche.
  • Gruppo Misto del Senato (12 senatori): è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Mario Monti e Liliana Segre).
  • Gruppo Misto della Camera (21 deputati): è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU), deve ancora eleggere il suo nuovo capogruppo: comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 3 di Noi con l’Italia (erano 4, ma Enrico Costa si è iscritto a FI); 5 ex M5S.
  • Gruppo di Leu alla Camera (14 deputati): Leu il 10 aprile ha ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo: pur sotto la soglia di 20 deputati hanno ottenuto la deroga in quanto simbolo presentato alle elezioni. Leu ha eletto come presidente del gruppo Federico Fornaro.
    5) Fratelli d’Italia (50 parlamentari). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato).
    6) Pd (163 parlamentari): il Pd conta su 111 deputati e 52 senatori, i due capigruppo sono Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Salgono al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, il deputato Matteo Orfini. Non c’è il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi che non ha più cariche ufficiali nel Pd.
  • Forza Italia (165 parlamentari). I capigruppo di FI sono Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera e rappresentano 105 deputati (l’ultimo in ordine temporale è Enrico Costa) e 61 senatori. Il presidente di FI, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai suoi capigruppo. I 4 eletti di Noi con l’Italia al Senato si sono iscritti al gruppo di FI, alla Camera siedono nel Misto.
  • Lega (183 parlamentari): conta su 125 deputati e 58 senatori. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, va al Colle con i capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera).
  • M5S (331 parlamentari): conta su 222 deputati e 109 senatori. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) salgono al Colle accompagnati dal deputato Luigi Di Maio.
  • I presidenti di Camera (Fico) e Senato (Casellati) salgono al Colle in modo autonomo, in rappresentanza della seconda (il presidente del Senato) e terza (il presidente della Camera) autorità dello Stato. L’elezione dei Presidenti delle due Camere è il primo atto di ogni Parlamento a ogni inizio di legislatura.

Commissione dei saggi. Nel 2013 l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano nominò, per ovviare all’inconveniente causato dal protrarsi di consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima (una alla Camera e una al Senato) per scrivere il Def (vedi alla voce) e una seconda, ancora più ‘speciale’, di 40 membri, presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello, per approntare la riforma della Costituzione. Forti furono i dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una Bicamerale per la riforma della Costituzione senza le procedure per istituirla.

Def. In teoria entro il 10 aprile, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica, vedi alla voce) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio sulla trasmissione del Def a Bruxelles, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def deve arrivare dopo aver ottenuto il parere obbligatorio delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, le commissioni Bilancio e Finanze della Camera (40 deputati) e del Senato (27 senatori), che devono lavorare e votare un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente della commissione speciale Vito Crimi (M5S), alla Camera Nicola Molteni (Lega), nonostante la prassi volesse che, in quest’ultima, fosse riconfermato il presidente uscente, Francesco Boccia (Pd). Il Def va approvato dalle Camere a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti), entro il 30 aprile, per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles dalla commissione Ue entro fine maggio.

“Disbrigo degli affari correnti”. Il Capo dello Stato prega sempre, per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è quella del “disbrigo degli affari correnti”: vuol dire che il governo è in carica, ma solo per l’ordinaria amministrazione o per approvare provvedimenti urgenti come decreti legge (es: terremoto, missioni all’estero, etc.) o per dichiarare, in caso estremo, lo stato di guerra. E’ questo il governo che, anche se battuto dalle Camere, resta in carica finché non si fa un nuovo governo o si va al voto.

“Forni” (politica detta “dei due forni”). La politica “dei due forni” di cui molto, in questi giorni, ha parlato il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, riferendosi alla possibilità di fare un accordo politico e di governo o con la Lega o con il Pd, indifferentemente e cioè a seconda di chi ci sta, non solo è un espressione impropria, in riferimento alla situazione politica attuale, ma non è, ovviamente, neppure farina del sacco di Di Maio. Si tratta, infatti, un’espressione tipica della Prima Repubblica, diventata famosa perché coniata dal leader dc Giulio Andreotti, più volte ministro e, per ben sette volte, presidente del Consiglio nella Prima Repubblica. Va premesso che, nella pubblicistica politica, ricorrono riferimenti concorrenti sia ai due forni che alla teoria dei due forni. Giulio Andreotti, quando si ritrovò a commentare, a distanza di anni, la fase storico-politica degli anni Sessanta, caratterizzata dalla centralità della Dc, scrisse che egli fu artefice dell’idea che in quel momento il suo partito, “per acquistare il pane” (cioè per fare la politica più congeniale ai propri interessi alleandosi con altre forze), dovesse servirsi di uno dei due forni che aveva a disposizione, a seconda delle opportunità: il forno di sinistra (socialisti) o il forno di destra (liberali, eventualmente anche i missini). Secondo il quotidiano La Repubblica, Andreotti in un’intervista spiegò di avere inventato i “due forni” durante la crisi politica che portò alle elezioni anticipate del 1987. Ma altri giornalisti e storici fanno risalire il concetto alla fine degli anni ’50 o ai primi anni ’60, quelli dell’avvento del centrosinistra. A quell’epoca Andreotti incarnava la destra della Dc e i due fornai erano uno il Psi di Pietro Nenni, a sinistra, e il Pli di Giovanni Malagodi (e, all’occorrenza, anche gli esponenti dell’Msi), a destra. Andreotti, in ogni caso, mise in atto la sua teoria prima di teorizzarla… Infatti, la usò con il suo primo governo del 1972, dove, dopo la fine del centrosinistra, tornarono al governo i liberali assenti dal 1962. Un esecutivo che strizzava anche l’occhio ai missini di Almirante, cresciuti alla Politiche. Alla fine degli anni ’70, dopo l’assassinio di Aldo Moro, il quadro era completamente mutato: a offrire ‘pane’ alla Dc c’erano sempre i socialisti  di Bettino Craxi come i comunisti di Enrico Berlinguer, sempre con l’obiettivo di salvaguardare la centralità della Dc. Va precisato che politici e media hanno tirato in ballo la teoria dei “due forni” in relazione a situazioni diverse da quelle originariamente designate, sotto metafora, da Giulio Andreotti. Lo ha fatto, ad esempio, Silvio Berlusconi contestando le scelte del suo (allora) alleato, e leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. Di solito, quando si parla dei “due forni” a proposito del comportamento politico di qualcuno (singolo o forza politica), s’intende in realtà ingentilire eufemisticamente l’idea di un’atteggiamento trasformistico. Tutt’altra definizione, ma a volte erroneamente confusa con questa, è quella di un leader (o di un partito) che, sempre nell’ambito della Prima Repubblica, faceva da ago della bilancia. L’espressione fu spesso riferita, a partire dalla fine degli anni Settanta, alla posizione e alla politica del Psi nel periodo craxiano, che si collocava come elemento di equilibrio decisivo tra Dc e Pci al centro del panorama politico, mostrandosi fautore di scelte accortamente svincolate da ogni rigidità di schieramento (al governo del Paese  con la Dc, ma al governo di numerose Regioni, Province e Comuni insieme con il Pci).

“Esterno” (appoggio). E’ una formula politica che permette a partiti che non fanno parte dell’esecutivo di sostenere il governo o in maniera diretta, tramite voto, o indiretta, attraverso l’assenza dall’aula durante i voti finali sui provvedimenti. L’articolo 94 della Costituzione sancisce che il governo debba avere la fiducia delle due Camere. Questo vuol dire che sia alla Camera che al Senato la maggioranza dei parlamentari è disposta a votare a favore dei provvedimenti proposti dall’esecutivo. Generalmente chi fa parte di questa maggioranza dà un sostegno pieno alla squadra di governo, seguendo in tutto e per tutto le decisioni prese dal premier e dai suoi ministri. Questo comporta una facile comprensione di chi è al governo (gruppi parlamentari con membri nell’esecutivo) e chi no e che rientra nell’opposizione. La polarizzazione però può avere delle sfumature intermedie. Specialmente in legislature con governi o di coalizione o che non hanno un sostegno eccessivamente ampio, può succedere che alcuni gruppi parlamentari diano, appunto, un appoggio esterno all’esecutivo, sostenendolo pur non facendone parte. Questo può avvenire in due modi. Il primo caso, quello più comune, è un appoggio esterno diretto. Alcuni gruppi parlamentari, pur non avendo membri nella squadra di governo, possono decidere di sostenere l’esecutivo votando a favore dei provvedimenti da esso presentati. Il secondo caso invece è un appoggio esterno indiretto, che comporta o l’astensione o l’assenza dall’aula al momento del voto. Quest’ultimo caso è quello più interessante. La soglia di maggioranza per l’approvazione di un atto può infatti variare a seconda del numero di presenti. Se generalmente è di 316 deputati e 158 senatori (161 considerando oggi i senatori a vita), il quorum si abbassa (anche di molto) se ci sono assenze fra i parlamentari. Decidendo di uscire dall’aula, i gruppi in appoggio esterno indiretto facilitano il lavoro del governo, e quindi l’approvazione dell’atto.

La XVII legislatura, cioè la penultima, è stata caratterizzata da numerosi casi di appoggio esterno al governo. L’ultimo  (novembre 2017) ha visto protagonista Articolo 1 – Mdp, gli scissionisti dal Pd, gruppo che, con le dimissioni del vice ministro Filippo Bubbico, ha ufficializzato il passaggio dei suoi gruppi parlamentari dall’appoggio pieno al governo Gentiloni all’appoggio esterno. Passaggio che già era nell’aria, visto il comportamento del movimento negli ultimi mesi (l’uscita dall’aula nel voto sulla manovra correttiva).  Il più noto degli esempi di appoggio esterno riguarda però il precedente governo Renzi, in cui la riforma costituzionale Boschi (poi bocciata dal referendum popolare) fu approvata dal parlamento anche grazie al sostegno di Ala (il movimento fondato da Dennis Verdini) che votò a favore di quella legge pur non facendo parte della squadra di governo (i voti di Ala furono decisivi, soprattutto al Senato, per blindare la riforma e farla passare).

Nel corso della XIII legislatura (1996-2001) fu il Prc (Rifondazione comunista) di Fausto Bertinotti a garantire, al I governo Prodi (1996-’98) l’appoggio esterno del suo partito. Dopo una lunga trattativa che rischiò di far cadere il governo già all’atto del varo della prima manovra economica (1996), la situazione divenne sempre più tesa e, nel 1998, Rifondazione – che si era alleata all’Ulivo guidato da Prodi alle elezioni politiche del ’96 ma solo attraverso un cd. ‘patto di desistenza’ in una serie di collegi uninominali – decise di togliere definitivamente l’appoggio al governo Prodi, che poi cadde in Parlamento e che fu sostituito dai governi I e II D’Alema e dal governo Amato che godettero l’appoggio di un pezzo di Rifondazione, il Pdci di Armando Cossutta, che era uscito dal Prc per dissenso proprio sul tema dell’appoggio al governo Prodi.

Nel corso della Prima Repubblica, furono molti i casi in cui il Psi, rispetto ai governi a guida Dc, ma non ancora organicamente di centro-sinistra, garantiva l’appoggio esterno ai primi governi centristi che ‘aprivano’ a sinistra, ma senza entrare nei vari esecutivi.

 

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

 

Governo: Incarico di (I). Il tipo di incarico a un presidente del Consiglio che il capo dello Stato può conferire (pieno, esplorativo o un pre-incarico) viene reso noto solo alla fine delle consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra: può conferire, appunto, un incarico pieno o parziale (pre-incarico o incarico esplorativo), può indicare, per tale incarico, una personalità politica o non politica, di estrazione parlamentare o non parlamentare, una figura espressione di una forza politica, di un’area politica o un tecnico o una personalità istituzionale. Il Capo dello Stato non può sindacare un programma di governo, ma può chiedere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del Consiglio (articoli 92 e 93 della Costituzione).

Governo: Pre-incarico (II). Serve per verificare se il presidente pre-incaricato è capace di trovare una maggioranza utile a formare un governo. Il presidente del Consiglio pre-incaricato, dopo il suo – autonomo – giro di consultazioni deve tornare a riferire al Capo dello Stato per comunicare se ha trovato una maggioranza parlamentare e, dunque, se è in grado di presentarsi davanti alle Camere per chiedere la fiducia (vedi alla voce). Ma è il Capo dello Stato che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno (vedi alla voce), facendo giurare il presidente incaricato nelle sue mani e poi mandandolo davanti alle Camere per ottenere la fiducia (vedi alla voce). Il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato, inoltre, e non il presidente pre-incaricato a sciogliere la riserva (vedi alla voce). Il pre-incarico è, di fatto, una ‘quasi’ designazione a Presidente del Consiglio, designazione “debole” ma che in 5 casi su 11 ha visto trasformare il pre-incarico in un incarico vero.

Il pre-incarico, nell’arco di 64 governi, è stato conferito finora per 11 volte nella storia della Repubblica italiana:

  • dal Presidente Luigi Einaudi al Presidente del Consiglio uscente Alcide De Gasperi (Dc), nel luglio 1953.
  • dal Presidente Giovanni Gronchi all’ex ministro Antonio Segni (Dc), nel maggio 1955.
  • dal Presidente Gronchi al segretario della Dc Amintore Fanfani, nel giugno 1957.
  • dal Presidente Giuseppe Saragat al Presidente del Consiglio uscente, Aldo Moro (Dc), nel febbraio 1966.
  • dal Presidente Saragat al segretario della Dc Mariano Rumor, nel giugno 1968.
  • 6, 7, 8. dal Presidente Saragat al ministro degli Esteri Moro (Dc), poi al Presidente del Senato Fanfani (Dc) e infine al Presidente del Consiglio uscente Rumor (Dc), marzo 1970.
  • 9, 10. dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro al Presidente del Consiglio uscente Romano Prodi e poi al segretario dei Ds Massimo D’Alema, nell’ottobre 1998.
  • dal presidente Giorgio Napolitano a Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, nel marzo 2013.

Ma solo in cinque di questi undici casi il presidente del Consiglio “pre-incaricato” ha poi ricevuto l’incarico pieno ed ha formato un governo: è accaduto a De Gasperi nel 1953, a Segni nel 1955, a Moro nel 1966, a Rumor nel 1970 e a D’Alema nel 1998.

Oggi, un ‘pre-incarico’, potrebbe essere conferito a una delle due personalità che hanno vinto le scorse elezioni: il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, o il leader della Lega, riconosciuto anche leader del centrodestra, Matteo Salvini. Ma il pre-incarico potrebbe anche andare a una figura terza o mediana indicata da uno dei due schieramenti vincitori: esempio, Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, o a una personalità dei 5Stelle o vicina al loro mondo indicata da Di Maio.

****Spazio Curiosità I*****Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera, ma non al Senato, rimase tale: non si trasformò mai, cioè, in un incarico pieno, ma rimase soltanto ‘congelato’ e non fu mai più ‘scongelato’. Bersani, formalmente, non protestò, ma espresse il suo disappunto e, dopo, diversi libri di memorie lo riportarono, mai smentiti.

Governo: Incarico esplorativo (III). E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, di solito quello del Senato, che è anche la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato. Alla fine dei colloqui informali tenuti con i partiti, il presidente incaricato di un mandato esplorativo riferisce lo stato dell’arte al Presidente della Repubblica che valuta il da farsi e, cioè, se confermare l’incarico al presidente incaricato con un mandato esplorativo, o effettuare un nuovo giro di consultazioni o attribuire l’incarico a un’altra figura. Di solito, l’incaricato di un mandato esplorativo non viene quasi mai trasformato in un pre-incarico o incarico pieno. L’incarico esplorativo non va confuso con il pre-incarico (vedi alla voce).

Nella storia dei 64 governi repubblicani, fino ad ora un “mandato esplorativo” è stato conferito undici volte:

  1. dal Presidente Giovanni Gronchi al presidente del Senato, Cesare Merzagora (indipendente), il 15 giugno 1957;
  2. dal Presidente Gronchi al presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc), il 4 marzo 1960;
  3. dal Presidente Giuseppe Saragat al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968;
  4. dal Presidente Saragat al presidente del Senato, Amintore Fanfani (Dc), nell’agosto 1969;
  5. dal Presidente Giovanni Leone al presidente del Senato, Spagnolli (Dc), nell’ottobre 1974;
  6. dal Presidente Sandro Pertini al presidente del Senato, Giuseppe Morlino (Dc), nell’aprile 1983;
  7. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente del Senato Fanfani (Dc) il 4 luglio 1986;
  8. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), nel marzo 1987;
  9. dal Presidente Cossiga al presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri), il 26 giugno 1989;
  10. dal Presidente Giorgio Napolitano al presidente del Senato, Franco Marini (Pd), nel gennaio 2008.
  11. E, ora, dal Presidente della Repubblica Mattarella alla presidente del Senato, Casellati, nell’aprile del 2018.

Da sottolineare che, in nessuno di tutti questi dieci casi, il presidente esploratore è stato poi nominato Presidente del Consiglio.

L’incarico esplorativo è stato affidato, in questa ultima occasione, al presidente del Senato (Alberti Casellati)  mentre assai più raro è il caso di un incarico esplorativo dato a una personalità che non ricopre l’incarico di presidente di una delle due Camere.

Governo: Incarico pieno (IV). E’, ovviamente, la norma. O dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” (vedi alla voce) per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato. Dopo il formale giuramento, il governo così nato si presenta davanti al Parlamento per averne la fiducia (vedi alla voce), che deve ottenere da parte di entrambe le Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, può iniziare a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il suo mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Il governo così nato, a quel punto, si dichiara “dimissionario” (vedi alla voce).

Inutile ripercorrere qui la storia di tutti i 64 governi che si sono succeduti nella storia della Repubblica. Basti dire che, prima di conferire un incarico pieno, il Capo dello Stato attuale, Mattarella, ci penserà bene sopra e, soprattutto, vorrà che il presidente del consiglio incaricato gli assicuri “numeri certi” in Parlamento. Ove così non fosse, il presidente potrebbe riservarsi di affidare un incarico pieno a una personalità terza (esempio: l’ex giudice della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick o l’attuale presidente) per formare quello che, convenzionalmente, viene indicato come un “governissimo” o “governo del Presidente” o “governo di scopo” o “governo a termine” o “governo di tutti” o “governo di responsabilità nazionale” (vedi alle varie voci) che si limiti a far superare al Paese le secche della scrittura del Def, della seguente manovra di bilancio (la sessione di bilancio di apre, come sempre, in autunno) e, forse, della scrittura di una nuova legge elettorale per poi portare il Paese di nuovo a elezioni, ovviamente anticipate, cioè con una chiusura in anticipo della legislatura, che – prevedibilmente – potrebbe essere fissata agli inizi del 2019 o, magari, in coincidenza con le elezioni europee del 2019.

Governo: Incarico con Riserva (V). Il presidente del Consiglio incaricato accetta l’incarico da parte del Presidente della Repubblica sempre “con riserva”. Vuol dire che questi, non essendo sicuro di formare una maggioranza di governo, si ‘riserva’ la possibilità di scioglierla davanti al Capo della Stato. La prassi della ‘riserva’ è sempre stata rispettata dai presidenti del Consiglio incaricati. La formula della “riserva” è stata violata solo in due occasioni. La prima volta dal presidente del Consiglio Pella nel 1954 che, concorde l’allora Capo dello Stato Luigi Einaudi, andò direttamente davanti alle Camere per chiedere ed ottenere la fiducia. La seconda volta accadde con Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta alle elezioni, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri con un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo di Stato Napolitano.

 

Einaudi

Luigi Einaudi, il primo presidente della Repubblica (1948-1955)

 

******Spazio Curiosità II******

Definizioni e formule dei governi che sono nati, si sono formati e hanno operato nella storia della Repubblica.

Governo “balneare”. La definizione deriva dal fatto che che, in passato, alcuni governi duravano lo spazio di un’estate. Tipici della Prima Repubblica, i governi ‘balneari’ operavano solo in funzione di traghettamento per portare il Paese al voto, privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Governi balneari tipici furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70) sotto il Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi). Si tratta di governi destinati a cadere entro breve tempo, a causa della fragilità delle basi politiche su cui poggiano e che limitano la loro attività, dunque, a al disbrigo degli affari correnti e alla ordinaria amministrazione. L’espressione ha dei sinonimi nelle espressioni governi ‘d’affari’ o nei governi ‘ponte’.

Governo ‘traghetto’. Erano considerati qui governi che, in presenza dell’avvio di una svolta istituzionale molto importante, nascono per ‘traghettare’ il Paese verso il nuovo corso per poi cedere il posto a un Governo politico vero e proprio che attui la svolta. I governi Bonomi (1943-1944), prima dei governi politici di Cnl, e i governi Dc-centristi, prima dei governi di centrosinistra nei primi anni Sessanta, furono governi traghetto.

Governo “di minoranza”. Sono stati governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa che toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970) sotto più presidenti della Repubblica.

Governo “di scopo”. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica. Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri su indicazione dei partiti, anche se di area, ne è l’esempio classico. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico e non va confuso col governo tecnico (vedi alla voce).

Governo “del Presidente” (della Repubblica) o governo “istituzionale”. In teoria, la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per la natura del suo mandato, guidare governi o anche solo ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica. Ma “governi del Presidente” lo furono di fatto, i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc). Anche il famoso governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, in quanto eterodiretto, di fatto, dal presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari”ebbero breve durata, ma soprattutto godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono spesso confusi o equiparati al governo tecnico (vedi alla voce).

Più corretto sarebbe definire un tale tipo di esecutivo un governo “istituzionale”. Di fronte a una situazione politica difficile e altamente conflittuale il Capo dello Stato affida a una figura istituzionale di alto livello (di solito si tratta del presidente del Senato, ma potrebbe essere il presidente della Corte costituzionale, un suo ex presidente, un senatore a vita, o il presidente di un’alto organo della magistratura amministrativa) il compito di formare un governo (che potrebbe essere definito anche ‘di tregua’ o ‘di decantazione’) per salvaguardare e preservare il funzionamento delle istituzioni in attesa che la situazione politica si rassereni e torni la normale dialettica parlamentare.

Governo di “larghe intese”. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato un “governo di larghe intese”, o di “grosse koalition” (vedi alla voce), ma anche un governo del Presidente” (vedi alla voce). Il governo Letta nacque dopo il lavoro della Commissione speciale dei 40 saggi (vedi alla voce) imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento, subito dopo la sua rielezione (2013) a Capo dello Stato, a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta viene definito un governo “delle larghe intese” perché vide il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare al governo con la presenza di loro ministri. Il termine era stato già coniato, in realtà, in passato durante i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95) e, in parte, per il fallito tentativo del governo Maccanico (1995). Le “larghe intese” erano, cioè, già una formula politica che prevedeva, sostanzialmente, l’intesa tra le forze principali (il centrodestra a guida Berlusconi e il centrosinistra) della II Repubblica che volevano varare, pur senza mai riuscirci, riforme istituzionali in grado di cambiare l’assetto della Repubblica. Tra le proposte della commissione Bicamerale c’erano il superamento del bicameralismo perfetto, l’adozione di una nuova legge elettorale, la riforma del Titolo V (rapporto Stato-regioni) della Costituzione e l’adozione di una forma larvata di semi-presidenzialismo.

Governo di “unità nazionale” o di “emergenza nazionale” o di “solidarietà nazionale”. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti (o quasi) i partiti dell’arco costituzionale.

Da segnalare, innanzitutto, che la formula “arco costituzionale” indicava, nella Prima Repubblica, l’adesione ai valori costituzionali e della Resistenza partigiana di tutti i partiti che contribuirono, tra il 1946 e il 1948, a scrivere la Costituzione, cioè quelli che avevano fatto parte del Cnl: Dc, Dl, PdAz-Pri, Pli, Psli-Psdi, Psiup-Psi, Pci. Il termine aveva il preciso intento di porre l’esclusione dell’Msi, che nacque dopo la fine del fascismo e che, pur non essendo mai stato sciolto, si richiamava esplicitamente al regime fascista. Negli anni Settanta la formula ‘arco costituzionale’ si allargò: di fatto, escludeva anche i nuovi partiti di sinistra nati in quella fase come Partito radicale, Dp, Pdup, etc.

Tornando alla definizione di base, quella del “governo di unità nazionale”, vi partecipavano partiti anche lontani politicamente tra loro, che però in tali governi sedevano a pieno titolo, cioè con propri ministri, per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Governo di emergenza o di unità nazionale lo fu senz’altro il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria. Governi di emergenza o di unità nazionale lo furono anche i ‘Governi di Cnl’ (1945-1947): dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione (1948). Nel primo caso, i governi Nitti-Salandra, detti anche ‘governi della Vittoria’ (nella I guerra mondiale) si era in epoca pre-fascista, il Capo dello Stato era ancora il Re, Vittorio Emanuele III di Savoia (infatti la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale). Nel secondo caso, nel secondo dopoguerra, c’era già un Capo provvisorio dello Stato, in carica fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), che era Enrico De Nicola (Pli).

“Governissimo”, “governo di tutti”, “governicchio”. Con tali definizioni , poco appropriate ma di uso giornalistico e frequenti nella pubblicistica, non nella prassi costituzionale, si intendono – in modo spregiativo – governi che ottengono un largo consenso, sia politico che parlamentare, ma che vengono considerati, di fatto, ‘un’ammucchiata’ di partiti e gruppi politici lontani tra loro che mirano, sempre nella considerazione della pubblicistica polemica citata, “solo a spartirsi il Potere tra loro”.

Governo “della non sfiducia” (o delle astensioni). Venne chiamato così perché la gran parte dei partiti che lo sostenevano appoggiavano il governo con l’astensione o uscendo dall’aula, facendo passare i provvedimenti di quel governo. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno dei due grandi partiti politici allora in campo, la Dc e il Pci, aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, proprio la Dc e il Pci. I due partiti, però, mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo. Era la cd. conventio ad excludendum: si basava sul principio che un partito come il Pci, che dichiarava, storicamente e apertamente, la sua appartenenza al campo comunista internazionale, allora guidato dall’Urss, e al blocco sovietico del Patto di Varsavia non poteva governare un Paese appartenente alla Nato e al blocco occidentale. Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Era, di fatto, un monocolore Dc che vedeva l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI in testa, che fino ad allora aveva sempre votato contro i governi a guida Dc. I partiti che sostenevano il governo – e cioè Dc, Pci e molti altri partiti costituzionali (Psi, Psdi, Pri, Pli) – si astenevano tranne la Dc, che votava a favore. L’Msi votava contro ed era considerato un partito fuori dall’“arco costituzionale”, ma contro votavano anche altri partiti di estrema sinistra (Pdup, Dp e Radicali). I partiti scelsero di operare, invece che al governo, in Parlamento facendo lavorare le commissioni parlamentari che ebbero ruolo cruciale.

Governo di “solidarietà nazionale”. Il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978), doveva essere il governo che sanciva l’ingresso del Pci nell’area di governo con un voto a favore di tutte le sinistre. Invece, proprio a causa del rapimento e poi dell’omicidio, il 18 maggio 1978, del presidente della Dc, Aldo Moro, il governo si trasformò in un governo detto, appunto, di “solidarietà nazionale”. Vi partecipavano tutti i partiti dell’arco costituzionale (Dc, Psi, Psdi, Pri, non il Pli, che andò all’opposizione, e il Pci che, per la prima volta dal 1947, votava a favore di un governo) e dovette gestire la fase del rapimento Moro e seguenti. Non vide, però, la presenza di ministri del Pci al governo, come doveva essere, nelle intenzioni dello stesso Moro, e venne meno quando la fase di emergenza venne chiusa, anche a seguito delle dimissioni dell’allora Capo dello Stato, Giovanni Leone (Dc), dopo lo scandalo Lockheed. Fu sostituito, alla fine dell’VIII legislatura, dal V governo Andreotti (1979), semplice governo di passaggio verso le elezioni, che tornò a essere sostenuto solo da Dc, Psdi e Pri. Ma l’espressione governo di “solidarietà nazionale” è stata usata anche, più in generale, per indicare governi cui partecipano esponenti di tutti (o quasi) i partiti dell’arco parlamentare quando si tratta di affrontare una situazione politica, economica o sociale particolarmente difficile o travagliata. Da questo punto di vista, i ‘governi di Cnl’ e ‘i governi della Vittoria’ (vedi alla voce) possono essere anche definiti in questo modo.

Governo di “raffreddamento” o “di tregua”. La definizione indica la nascita di un governo che si forma in una situazione particolarmente difficile e durante la quale le forze politiche sono in aperto e acceso contrasto tra di loro: ha lo scopo di gestire l’ordinaria amministrazione in attesa che i partiti si accordino per dare vita a un governo più stabile. La differenza con il governo ‘balneare’ (vedi alla voce) è data dalla maggiore animosità della situazione e del clima politico che ne precede la formazione. Ha un evidente e immediato sinonimo nel governo ‘di tregua’. 

Governo “tecnico”. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese. Accadde durante la crisi economica del 1992-’93, con i governi Amato e Ciampi, per una rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995), con il governo Dini, o dopo entrambi i fatti scatenanti insieme come nella crisi finanziaria del 2011, quando nacque l’ultimo governo tecnico, quello Monti. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vide il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro. Nei governi tecnici, a volte chiamati anche governi ‘traghetto’ (vedi alla voce), i ministri sono scelti tra personalità di alto livello (economisti, avvocati, giuristi, dirigenti d’azienda, etc.) ma di natura, appunto, tecnica e non politica.

“Grosse Koalition”. La formula è mutuata dal vocabolario politico tedesco. La nascita della Grosse Koalition, in Germania, risale al periodo 1966-1969 quando per la prima volta i due partiti antitetici dell’allora Repubblica Federale Tedesca (Rft), la Cdu-Csu e la Spd, governarono insieme guidati dal premier Kurt Georg Kiesinger (Cdu). L’esperimento politico, per quanto funzionante, fu ritenuto, all’epoca, un’eccezione da non ripetersi più in futuro, in quanto i due principali partiti tedeschi e i loro alleati minori si sono ritenuti sempre alternativi, ma nella legislatura 2005-2009 si tornò a un governo di Grosse Koalition con i governi guidati dalla cancelliera Angela Merkel. L’esperimento fu replicato anche nella legislatura 2013-2017 e, dopo le ultime elezioni politiche del 2017, è stato riproposto anche se ci sono voluti sei mesi per vararlo, sempre sotto la guida della cancelliera Merkel. Ogni volta viene stipulato, tra Cdu-Csu e Spd, un “contratto di governo” che prevede, di volta in volta, i punti programmatici dell’intesa, cui si richiama oggi M5S quando parla, per il governo, di “contratto alla tedesca”. In Italia, un governo di Grosse Koalition (larga coalizione) è stato ritenuto il governo Letta (2013-2015) che però viene più comunemente definito “governo di larghe intese”. 

 

Giorgio Napolitano

L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo studio al Quirinale

 

******Spazio curiosità III****** La dottrina, la storia e le persone. Evoluzione dei poteri del Presidente della Repubblica.

Alcuni costituzionalisti, come il professor Stefano Ceccanti, rifiutano la definizione di governo “tecnico” e preferiscono quella di “governo del Presidente” in quanto governi tecnici non sono dati nell’ordinamento (tutti i governi sono politici perché devono, in ogni caso, essere votati dal Parlamento) e perché la spinta presidenziale a farli nascere li configura come governi motivati, formati e tenuti in piedi solo grazie all’input e al sostegno del Presidente della Repubblica. La motivazione a contrario è che i governi “del Presidente” (vedi alla voce) non possono essere previsti, in natura e per dettato costituzionale, perché la figura del presidente della Repubblica, nel nostro ordinamento, non è paragonabile a quella di un Capo dello Stato di natura semi-presidenziale (Francia) o presidenziale (Usa), ma è solo il garante della Costituzione, come avviene in una repubblica parlamentare.

La dottrina costituzionale più avanzata sostiene che i poteri del Presidente della Repubblica vengono usati ‘a soffietto’ o ‘a fisarmonica’, nel senso che, a seconda del momento storico, politico e socioeconomico che il Paese attraversa, come della complessità della crisi istituzionale in corso, si restringono o si allargano a seconda delle esigenze politiche e, anche, della capacità del Presidente in carica di usarle. Non a caso, persino il primo presidente della Repubblica, Einaudi, che pure sosteneva che il suo ruolo fosse quello del “presidente notaio”, ispirò direttamente dei governi (Pella e Segni). Il secondo Capo di Stato, Gronchi, pure usò il suo potere presidenziale per risolvere diverse crisi mentre il suo successore, Segni, arrivò fino a essere tentato dal propugnare un colpo di Stato in Italia (il piano Solo, 1962) contro la nascita del centro-sinistra e si dovette dimettere per la malattia che lo colse, certo, ma anche per i contrasti con l’allora capo del governo, Moro, e leader del Psi Nenni. Saragat accompagnò le evoluzioni del centrosinistra. Leone fu certamente un presidente ‘notaio’, ma aiutò di fatto, alla nascita di un fatto epocale come il compromesso storico e la nascita dei governi “di solidarietà nazionale”. Pertini se ne inventò di ogni: gli incarichi a Spadolini, primo premier laico, e a Craxi, primo premier socialista, furono da lui fortemente voluti e intervenne più volte nelle crisi come in molti fatti politici e internazionali esondando dai suoi poteri con quelle che, dopo, con Cossiga, sarebbero diventate note come ‘esternazioni’ (fuori dall’ufficialità prevista) del Capo dello Stato. Cossiga, appunto, prima si mise in mezzo tra Craxi e De Mita e poi fece la guerra ad Andreotti con le rilevazioni su Gladio (la rete Stay Behind) e su molto altro, fino alle dimissioni anticipate per protesta, senza dire dei suoi continui attacchi ai magistrati, pur da capo del Csm. Scalfaro e Napolitano sono, però, i due presidenti di certo ritenuti i più ‘interventisti’ e creatori o facilitatori che dir si voglia di governi, spesso da loro stessi voluti e ispirati. Sotto l’egida di Scalfaro nacquero prima il governo Amato e poi quello Ciampi (da qui la discussione sulla loro natura: governi tecnici o governi del Presidente?) e senza la sua azione, ai limiti del mandato costituzionale, non avrebbero mai visto la luce. Tanto più operò e intervenne, Scalfaro, contro il I governo Berlusconi e per sostituirlo con Dini, con tanto di promessa (a Berlusconi) di elezioni a breve che, invece, poi fu tradita e che si tennero solo molto dopo. Scalfaro, poi, come Cossiga, e come poi farò Napolitano (anche Pertini lo fece, ma i suoi ‘discorsi dal caminetto’ riguardavano temi come la pace, la fame nel mondo, etc.), si appellò direttamente, e in più occasioni, ai cittadini per affermare le sue ragioni o per difendere se stesso da accuse e scandali (il famoso ‘Non ci sto’ sui fondi neri del Sisde). Infine, dopo la parentesi Ciampi, tornato presidente notaio, ma che rifiutò in più occasioni di promulgare leggi del governo Berlusconi su questioni giudiziarie (le leggi ad personam) e che intervenne anche in materia elettorale (le correzioni al Porcellum), arrivò appunto il ‘regno’ di Napolitano. Il quale si inventò di sana pianta un governo, quello Monti, dopo aver provocato la caduta di Berlusconi, nel 2011 (e pensare che solo un anno prima, nel 2010, l’aveva ritardata negando a Fini di sfiduciarlo per tempo), rifiutò ai partiti l’accesso alle elezioni anticipate e nel 2013 impose, alla nuova legislatura che si apriva, una “stagione di riforme” che, peraltro, vide sempre lui protagonista. La commissione dei 40 saggi, sostanzialmente, una struttura extra ordinem, molto criticata da diversi costituzionalisti, e la nascita del governo Letta furono sue personali decisioni. Poi, avallò la nascita del governo Renzi, infine si dimise, ma anche se non aveva chiesto lui di essere rieletto – sempre nel 2013 – la scelta di un mandato bis, quando la Costituzione, che pure formalmente non vieta la rielezione, parla di un mandato di sette anni, per il Capo dello Stato, fu una scelta pesante che creò un precedente importante, anche se poi gli anni del mandato bis furono solamente due. In buona sostanza, si può dire che solo con Mattarella siamo tornati all’antico adagio del presidente ‘notaio’ ma proprio un fine costituzionalista, ‘innamorato’ della Costituzione, come Mattarella potrebbe stupirci e innovare a sua volta, ampliando i poteri che gli spettano o ‘creando’ governi, chiamiamoli, se vogliamo, ‘del Presidente’ o in altri modi. Forse perché, come si è cercato di dimostrare in queste poche righe, la ‘maledizione’ del presidente ‘notaio’ è tale che porta a violarla qualsiasi inquilino abiti al Quirinale, a prescindere dalla sua indole, storia politica e fase storica.

E proprio alla luce di questo breve excursus storico-politico sui poteri e le figure dei diversi presidenti della Repubblica, acquista peso la tesi non peregrina di Ceccanti e altri: solo il presidente della Repubblica italiana ha poteri di derivazione tipicamente presidenziale (potere di scioglimento delle Camere e nomina del premier) mentre gli altri presidenti di repubbliche parlamentari (es: la Germania) non conoscono minimamente tali poteri. Ecco che, secondo tale tesi, sarebbe semplice e agevole trasformare la nostra repubblica parlamentare in una repubblica semi-presidenziale, semplicemente trasferendo i poteri in capo al Capo dello Stato al presidente del Consiglio (scioglimento delle Camere e nomina dei ministri) mentre l’indicazione del premier andrebbe prevista in una nuova legge elettorale che prevedesse, ovviamente, l’elezione diretta del premier. Proposte di legge in tal senso sono state proposte dallo stesso Ceccanti (Pd) e appoggiate da Cangini (FI) e altri parlamentari che si battono per una trasformazione in senso semi-presidenzialistico della nostra repubblica parlamentare.

Leader. Il leader di una forza politica non ne è, per forza, il segretario politico o il presidente del partito: può anche essere una figura altra, purché riconosciuta dallo Statuto di quella singola forza politica, ma si tratta di un confine assai labile. La presenza, alle consultazioni, con i capigruppo dei gruppi parlamentari, di leader non eletti delle rispettive formazioni politiche, è pratica invalsa nella II Repubblica. In tempi recenti Beppe Grillo, capo politico del M5S, nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Berlusconi con FI. Nella I Repubblica (1946-1992) salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti dei partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

Legislatura (XVIII). La XVIII legislatura della storia repubblicana (la I si è aperta nel 1948) è partita con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenzache ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichiche servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere. Le Camere hanno, cioè, iniziato a funzionare.

Staff (del Quirinale). Il presidente della Repubblica viene aiutato, nel suo compito di svolgere le consultazioni (vedi alla voce) da alcuni dei suoi principali collaboratori che sono: il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera); il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri; i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso; il consigliere Simone Guerrini e altri.

Stallo (o caos). E’ la situazione attuale. Un governo non c’è (ma è in carica il governo Gentiloni per “il disbrigo degli affari correnti”, vedi alla voce), la crisi politica si prolunga, ma – come abbiamo raccontato e spiegato – ‘niente paura’: è successo anche in passato e – come si usa dire – “ci vuole il tempo che ci vuole”…

Voto di fiducia. La nostra è una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare: le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti. La Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, e di conseguenza aprendo una nuova crisi di governo. In realtà, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia al governo da parte del Parlamento, sono pieni gli annali della storia patria: è quasi sempre stata la norma e la crisi ‘parlamentare’ l’eccezione.

Il contrario del voto di fiducia è, ovviamente, il cosiddetto ‘voto di sfiducia’: si realizza quando un esecutivo si presenta in Parlamento e viene battuto o ‘va sotto’ il quorum richiesto per quella votazione su un provvedimento o sul complesso del suo operato. Il paradosso è che, nella storia repubblicana, sono stati assai pochi i governi battuti in Parlamento con un voto di sfiducia, mentre normalmente, specie nella Prima Repubblica, i governi si dimettevano anche se non in presenza di un voto di sfiducia da parte delle Camere. Per non risalire troppo indietro nella storia, si può ricordare che entrambi gli esecutivi a guida Prodi di centrosinistra furono battuti, il primo nel 1996 e il secondo nel 2008, da un voto di sfiducia da parte delle Camere, la prima volta per responsabilità del Prc di Fausto Bertinotti e la seconda volta per responsabilità dell’Udeur di Mastella. Fu lo stesso Prodi a chiedere e a imporre, nonostante i molti pareri contrari presenti dentro i suoi governi e il suo staff, in entrambi i casi, un voto da parte delle Camere. Nel 1996 la legislatura continuò comunque con i governi D’Alema I e II e con il II governo Amato e si chiuse solo nel 2001. Nel secondo caso, invece, la legislatura che si era aperta nel 2006 si interruppe nel 2008 dopo un infruttuoso tentativo di formare un nuovo governo affidato da Napolitano a Marini. Peraltro, fu quella la seconda legislatura più breve della storia repubblicana, seconda soltanto a quella del 1992-’94. Da ricordare, infine, che il voto di fiducia se chiesto sul governo presuppone l’ottenimento della maggioranza assoluta dei voti di ciascuna Camera (316 deputati su 630 alla Camera, 161 senatori su 315 al Senato, ma il numero della composizione del Senato varia in base al numero dei senatori a vita che, in questo caso, sono cinque, quindi 321) mentre se chiesto su un provvedimento, di ogni natura, presuppone solo il raggiungimento della maggioranza semplice dei voti in ogni Camera (la metà più uno dei presenti alla votazione varia in base ai presenti).

“Staffetta” (patto della). Fu chiamato così il patto politico siglato tra l’allora leader del Psi, Bettino Craxi, e l’allora leader della Dc, Ciriaco De Mita, che tra il 1983 e il 1987 avrebbero dovuto alternarsi al governo, sempre all’interno di governi di pentapartito (cioè di governi di centro-sinistra), ma il patto naufragò per l’ostilità dell’uno verso l’altro. Oggi se ne parla in merito a un possibile patto tra Salvini, leader della Lega, e Di Maio, leader dei 5Stelle, che dovrebbero (o vorrebbero) alternarsi alla guida del governo dentro un accordo tra centrodestra e M5S. Si farà? Difficile a dirsi, più difficile a farsi.

“Terzo uomo”. Se ne parla in quanto una personalità politica o istituzionale o fuori dai giochi dei partiti (il presidente della Consulta Lattanzi, il presidente dell’Authority della Anti-corruzione Cantone, l’ex giudice della Consulta Flick e via elencando) potrebbe essere chiamato dal Capo dello Stato a guidare un governo di tutti o di responsabilità o di scopo o a termine (vedi alle varie voci citate) ma solo dopo che tutte le altre opzioni politiche venissero scartate.

Pertini presidente

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

 

******Spazio curiosità IV****** 

Alcuni singoli episodi storici sugli incarichi di governo conferiti dai Presidenti nel corso dell’età repubblicana.

1979, i tre presidenti incaricati (uno effettivo e due vice). Nel 1979 l’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare di andare a nuove elezioni (che poi, comunque, nel 1979 si tennero) e per tenere in vita la VII legislatura, convocò al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti da marzo, in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo). Pertini ricevette i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfilò e rinunciò, quindi l’operazione saltò e il governo ‘a tre’ non nacque ma nacque invece un V governo Andreotti che portò il Paese al voto. La Malfa, per il dolore, ne morì…

1979, il primo incarico a un esponente non Dc (Craxi). Sempre Pertini fu il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana e lo fece per ben due volte. Infatti, l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo guidato da Ferruccio Parri, ex comandante partigiano, di fede azionista, nato e morto nel 1947 era stato l’ultimo, prima vi erano stati tre governi Badoglio e due governi Bonomi, nel 1943-1946, ma era ancora vigente la monarchia di casa Savoia. Nel luglio del 1979 Pertini diede l’incarico di formare un governo al segretario del Psi Bettino Craxi, che dovette rinunciare per l’opposizione della Dc. Una decisione che suscitò grande scalpore ma preparò così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

1981, il primo governo a guida laica (Spadolini). Nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (Dc, 1980-1981) a causa dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, il quale presentò un governo di pentapartito (sorretto cioè da Dc, Pli, Pri, Psdi, Psi) il 28 giugno 1981. Fu una specie di rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc che mantenne tale primato per 35 anni.

1983, il primo governo a guida socialista (Craxi). Sempre il presidente Pertini fu il responsabile del conferimento dell’incarico al primo esponente socialista nella storia della Repubblica: il Psi aveva partecipato, quasi ininterrottamente, dal 1960 in poi ai governi detti “di centrosinistra” (fu in quell’occasione che Aldo Moro coniò l’espressione “convergenze parallele”: Moro parlava, cioè, del rapporto di convergenza tra la Dc e il Psi e non, come spesso si confonde, del rapporto tra la Dc e il Pci), ma non ne aveva mai guidato nessuno e il suo storico leader, Pietro Nenni, ne era stato, al massimo, vice-presidente.  Il giuramento del I governo Craxi, avvenne il 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito (formula che indicava la presenza di Dc, Psi, Psi, Poi e Poi al governo) durò fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, vi furono ai vertici dello Stato due esponenti socialisti: il presidente della Repubblica (Pertini) e il presidente del Consiglio (Craxi).

1987, il primo incarico esplorativo a un comunista (Iotti). Il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, nell’ambito di una complessa crisi di governo seguita alle dimissioni del II governo Craxi affidò al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), un incarico esplorativo nel marzo del 1987. Nell’arco di venti giorni, dal 25 marzo al 10 aprile, la Jotti ha verificato l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo e la palla è passata ad altre personalità. In ogni caso, si è trattato della prima e unica volta in cui un esponente del Pci, peraltro la vedova di Palmiro Togliatti, ha avuto un incarico, sia pure esplorativo, da un Presidente della Repubblica nell’intero arco della storia repubblicana.

1987, il primo incarico al presidente del Senato in carica, Fanfani. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha innovato la prassi costituzionale affidando al presidente del Senato in carica, Amintore Fanfani (Dc), un incarico per formare un governo il 14 aprile 1987. Il VI governo Fanfani è rimasto in carica fino al 9 luglio 1987, il tempo utile per accompagnare il Paese al voto e si è dimesso subito dopo l’elezione delle nuove Camere. In ogni caso si è trattato del primo governo affidato a un presidente del Senato in carica.

1989, la crisi di governo più lunga e il governo Andreotti. La crisi di governo più lunga nella storia della Repubblica fu quella del maggio-luglio 1989 che, durante la X legislatura (1987-1991), portò alla nascita del VI governo Andreotti (1989-1991). Ma il governo Andreotti nacque ben 64 giorni dopo le dimissioni, il 19 maggio 1989, del presidente del Consiglio precedente, Ciriaco De Mita (Dc), che era in carica dal 1987 quando si erano tenute le elezioni politiche e che si dimise dopo la conclusione del congresso del Psi che gli tolse l’appoggio perché Craxi riteneva che non fosse stato rispettato il cd. “patto della staffetta” (l’alternanza tra un esponente del Psi, Craxi, e uno della Dc, De Mita, alla guida del governo, patto politico che De Mita e Craxi pretendevano fosse persino ‘costituzionalizzato’). Le consultazioni furono tenute dall’allora presidente Francesco Cossiga (Dc). Dopo un mandato esplorativo affidato a Spadolini (Pri), allora presidente del Senato, e il reincarico a De Mita, che rinunciò, nacque il VI governo Andreotti, detto ‘di pentapartito’ perché sostenuto da un’alleanza dei cinque partiti storici del centrosinistra (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi): sbloccò l’impasse e durò fino al 1991. Ci vollero due mesi per risolvere la crisi di governo, la più lunga della storia repubblicana, dal 19 maggio al 22 luglio.

1992, la crisi di governo più drammatica, il Governo Amato. Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò, peraltro, della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), fu drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincise anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma fu segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui morirono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro fu costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, il Pri era all’opposizione) uscita dalle urne nonostante il ciclone di Tangentopoli fosse in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività. Scalfaro diede due incarichi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi in situazioni drammatiche. Il primo incarico fu dato a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governò dal giugno 1992 all’aprile 1993 affrontando problemi di ordine interno (corruzione e stragi) e internazionale (crollo della lira, svalutazione e il famoso “prelievo forzoso sui conti correnti”). Particolare curioso delle consultazioni: Scalfaro pretese e ottenne che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presentasse allo studio alla Vetrata, falcidiando molto dei partiti coinvolti. Durante il governo Amato, peraltro, il numero di ministri che si dimisero per gli avvisi di garanzia ricevuti dal pool di Mani Pulite fu esorbitante: si trattò dei ministri Martelli (Psi), Goria e Fontana (Dc), Di Lorenzo (Pli), mentre il ministro Scotti (Dc) si dimise per la nuova incompatibilità, fatta valere dal suo partito, tra ministro in carica e seggio parlamentare, il ministro Ripa di Meana (Verdi) si dimise per dissenso in merito al decreto Conso che depenalizzava i reati di Tangentopoli e che poi venne ritirato. In totale, si trattò delle dimissioni di ben sei ministri in carica.

1993, la prima volta del Pds al governo e il Governo Ciampi. Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cadde e Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituì due novità: fu il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era, in quel momento, governatore della Banca d’Italia, più tardi fu ministro e poi anche presidente della Repubblica) e il primo governo, dal 1947 in poi, a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti. Infatti, anche se solo per una giornata, il 29 aprile 1993, il Pds (ex Pci) di Achille Occhetto prese parte al governo Ciampi con propri ministri che erano Visco, Berlinguer, Barbera e Rutelli (Verdi). L’uscita dal governo, a sole 24 ore dalla sua formazione, fu determinata dal fatto che la Camera dei Deputati negò l’autorizzazione alla richiesta di arresto per il leader del Psi Bettino Craxi, voto che si teneva proprio quel giorno. Il governo Ciampi fu anche il governo che gestì il primo passaggio dal sistema proporzionale semi-puro che aveva segnato la storia di tutta la Prima Repubblica a una nuova legge elettorale, il Mattarellum (dal nome dell’attuale Capo dello Stato e allora capogruppo del Ppi, Sergio Mattarella). Il Mattarellum, varato nel 1993 e applicato per la prima volta nel 1994, introdusse in Italia un sistema elettorale maggioritario, basato sui collegi uninominali, anche se con discreto recupero proporzionale (25%).

1994, il primo caso di un ministro (Previti) depennato dalla lista dei ministri. Quando, nel 1994, il 18 aprile, si tornò a votare e si aprì la XII legislatura (1992-’94), la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi (alleato della Lega Nord nel Polo delle Libertà al Nord e di An al Sud nel Polo del Buon Governo) sancì la nascita di una nuova era, la Seconda Repubblica. Il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo non rispondeva più alle logiche della Prima Repubblica e al gioco come ai rapporti tra i partiti in un sistema, di fatto, proporzionale, ma avviò l’era – o quantomeno la richiesta – della formazione di governi che rispondessero all’esito elettorale. In tale cornice, nacque il I governo Berlusconi che governò dal 10 maggio 1994 fino alle sue dimissioni, il 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nacque con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc, e altri partiti minori. Il neo premier portò all’allora presidente Scalfaro, nella lista dei ministri, anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” disse, candidamente, Berlusconi a Scalfaro). Ne seguì un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) dopo il quale Berlusconi accettò il veto del presidente Scalfaro sul nome di Previti e lo spostò alla Difesa. Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, fatto non usuale, ma nemmeno irrituale nella storia. Infatti, Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al governo del governo Pella (1953) che lo stesso Einaudi spinse a formare.

2008, il governo più longevo della storia, il governo Berlusconi. Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura (2008-2013), il 7 maggio 2008, fu il 60 esimo governo della storia repubblicana, batté tutti i record di durata degli esecutivi più longevi della storia patria ed è rimasto, a oggi, il secondo più lungo, secondo solo al VII governo De Gasperi(1951-1953), naturalmente contando solo i governi della storia repubblicana. Il governo più lungo di tutti fu ovviamente il governo guidato da Benito Mussolini, con diversi rimpasti, dal 1929 al 1943, governi che si formarono durante il regime fascista e che venivano autorizzati dall’allora Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

2011, il governo di un senatore a vita, il governo Monti. La crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali che coinvolse l’Italia nell’estate del 2011 e la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che gli aveva tolto l’appoggio, formando un suo partito (Fli), separato e distante dall’allora Pdl, manovrando, da presidente della Camera, contro Berlusconi, comportò che, a novembre del 2011, il IV governo Berlusconi cadde, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando per un soffio la maggioranza assoluta (315 voti). L’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (Pd), colse al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottenne il 16 novembre 2011. Napolitano fu il vero artefice dell’esperimento del governo tecnico guidato da Mario Monti, che egli stesso aveva provveduto a nominare, pochi mesi prima, senatore a vita. Monti governò – sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione – fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ e non indicati dai vari partiti che lo sostenevano, adottando misure draconiane in economia.

2013, una legislatura caotica, l’ultima, e una crisi di governo durata 44 giorni. La legislatura appena conclusa, la XVII, si aprì nel caos. Si votò il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, che aveva sostituito nel 2005 la legge elettorale precedente, il Mattarellum, e che funzionò dalle elezioni del 2006 fino, appunto, a quelle del 2013. Tale legge, il Porcellum, venne poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione, premio concesso senza soglia di accesso. In ogni caso, la coalizione di centrosinistra imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ebbe la maggioranza dei seggi (340) ma solo alla Camera e non al Senato per la difformità dei premi, che al Senato venivano dati su base regionale. Bersani ricevette, dal presidente Napolitano, il pre-incarico per formare un governo il 15 marzo e diede avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, dovette gettare la spugna per l’indisponibilità dei 5Stelle. Napolitano congelò il pre-incarico a Bersani senza mai più, di fatto, ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale come poi fu notato. Subito dopo, però, le consultazioni al Colle si dovettero fermare per forza perché era scaduto lo stesso mandato di Napolitano e si dovette procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato. Le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101”) portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo e unico capo dello Stato ad essere eletto per due volte alla massima carica della più alta istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile, dunque, Napolitano poté procedere ad aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo e solo dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e FI dall’altra conferì, il 20 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giurò nelle mani del Capo dello Stato il 24 aprile e nacque il 28 aprile, cioè ben 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi, dunque, che fu molto lunga, anche se non la più lunga, e che portò con sé altre due novità: la rielezione di Napolitano e la formula delle ‘larghe intese’.

 

il mio libro su Renzi

La copertina di un libro su Renzi, La volta buona.

Formula che proseguì fino al gennaio 2015 quando arrivò al governo Matteo Renzi (Pd), dopo la sfiducia che il suo partito aveva promosso nei confronti del governo Letta. Renzi ebbe da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo che durò fino a dicembre 2016 quando fu invece il nuovo Capo dello Stato, Sergio Mattarella, eletto nel 2015, a conferire l’incarico al presidente del Consiglio attuale e ancora in carica per “il disbrigo degli affari correnti”, Paolo Gentiloni (Pd). Da segnalare altri due fatti importanti. Il governo Renzi, che governò con una maggioranza non più di “larghe intese” (Pd-FI più gli alleati minori), come era accaduto con il governo Letta, ma con una maggioranza di ‘centro-sinistra’ (Pd-Ncd più altri alleati minori), stabilì con FI di Silvio Berlusconi l’intesa (passata alle cronache come “patto del Nazareno” perché stipulato nella sede del Pd che si trova a largo del Nazareno) per una ‘grande riforma’ costituzionale. La riforma, che prevedeva di riscrivere molti articoli della II parte della Costituzione (superamento del bicameralismo perfetto attraverso l’abolizione del Senato o, meglio, la sua non più elettività diretta ma di secondo grado e la riforma del Titolo V, cioè il rapporto di Stato e regioni) fu varata dal Parlamento, attraverso una doppia lettura, come prevede la Costituzione nel 2015, ma fu richiesto, dalle opposizioni, non avendo la riforma ottenuto i 2/3 dei voti in Parlamento proprio a causa del sottrarsi di FI dal patto del Nazareno, un referendum costituzionale su esso che si tenne il 4 dicembre 2015 e vide la sconfitta del Sì e la vittoria del No al referendum. Di conseguenza Renzi si dimise da presidente del Consiglio e gli subentrò Gentiloni. Pur non entrata in vigore, si è trattato della più grande opera di revisione costituzionale mai tentata prima in Italia. Inoltre, sempre il governo Renzi fece approvare, a colpi di maggioranza, e ponendo la questione di fiducia, la riforma della legge elettorale passato alle cronache come Italicum. Ma anche tale legge, approvata nel 2016, non fu attuata. Bocciata, anche se solo in parte, dalla Corte costituzionale perché, prevedendo un ballottaggio tra i due partiti o coalizioni più votate non indicava una soglia di accesso, l’Italicum non entrò mai in vigore, primo e unico caso, nella storia repubblicana. Entrò in vigore, invece, alla fine del 2017, il cd. Rosatellum, sistema proporzionale basato su un mix di collegi uninominali maggioritari (36%) e di listini bloccati proporzionali (64%), sistema elettorale con cui si è votato alle recenti elezioni del 4 marzo 2018.

jotti e anselmi

Nilde Jotti (Pci), la donna più votata per il Quirinale, e Tina Anselmi (Dc)

*****Spazio curiosità V*****

Breve storia dei mandati esplorativi e dei pre-incarichi.

  • Una premessa.

Il primo fu Cesare Merzagora nel 1957, gli ultimi sono stati, anche se non formalmente, nel 2013 dieci saggi suddivisi in due commissioni. Sono i destinatari del cosiddetto incarico esplorativo che, durante le procedure per la formazione del governo, il Presidente della Repubblica può chiamare a verificare se esistano i presupposti, ed eventualmente a dare un impulso, per arrivare ad una possibile soluzione della crisi o per favorire una fase di decantazione e guadagnare tempo in attesa che maturino le intese necessarie. Solitamente si tratta di personalità super partes ma con una connotazione più politica rispetto a quella del Capo dello Stato, in grado quindi di avere un approccio bipartisan alle questioni, ma anche di inserire nel confronto tra le forze politiche quegli elementi che possano permettere di superare lo stallo. Profilo che richiama la figura dei presidenti  delle Camere che in tutti i casi citati sono stati chiamati a svolgere questa funzione.

            *Il primo incarico a Merzagora nel 1957.

Il primo fu il presidente del Senato, Cesare Merzagora, nella fase che portò alla formazione del governo Adone Zoli, dopo la crisi apertasi con le dimissioni di Antonio Segni il 6 maggio 1957. Nel conferirgli l’incarico, il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, spiegò che come suo supplente, la Costituzione gli conferiva “il compito di accertare quali concrete possibilità esistessero di costituire un governo in grado, per la composizione e il programma, di riscuotere la fiducia delle Camere e del Paese”. Merzagora accettò il mandato, spiegando di considerare il suo compito limitato proprio a verificare se fosse possibile far nascere un nuovo esecutivo, rinunciando quindi ad una automatica trasformazione in incarico pieno e ritenendo opportuno ricorrere al presidente del Senato solo come estrema risorsa. L’incarico non ebbe seguito.

  • L’incarico al presidente della Camera Leone nel 1960.

Il 4 marzo del 1960, ancora una volta dopo le dimissioni di un esecutivo presieduto da Antonio Segni, Gronchi decise di chiamare come ‘esploratore’ stavolta il presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc). Anche in questo caso, l’accettazione della chiamata da parte del Capo dello Stato fu accompagnata dalla premessa che un incarico pieno ad una carica istituzionale poteva giustificarsi solo in presenza di una situazione particolare, come la necessità di presiedere un governo destinato a condurre il Paese ad elezioni anticipate. Ipotesi non all’ordine del giorno: la crisi fu superata con la nomina al governo di Fernando Tambroni (Dc).

  • Ancora un incarico a Leone nel 1963.

Un nuovo incarico esplorativo venne affidato, nel giugno del 1963, all’inizio della legislatura, al presidente della Camera, Leone, che poi fu nominato da Antonio Segni presidente del Consiglio di un governo rimasto in carica fino all’autunno, prima della nascita del centrosinistra organico di Aldo Moro (Dc). Sempre Leone, nel frattempo divenuto senatore a vita, si ritroverà premier per la seconda volta tra il giugno e il novembre del 1968, preparando la stagione dei governi di Mariano Rumor nel periodo che segnava la crisi del centrosinistra.

  • Gli incarichi esplorativi a Saragat e Fanfani, 1968.

Proprio in quegli anni vennero affidati altri due incarichi esplorativi, durati appena un giorno, dal Capo dello Stato, Giuseppe Saragat (Psdi), prima al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968, e poi a quello del Senato, Fanfani, il 2 agosto del 1969. Nella legislatura successiva, il 10 ottobre del 1974, dopo la crisi del quinto governo Rumor, il Presidente della Repubblica, Leone, affidò l’incarico esplorativo al presidente del Senato, Giovanni Spagnolli, che tre giorni dopo gli consegna una relazione scritta sui colloqui avuti. Dovette comunque passare ancora più di un mese prima che vedesse la luce il quarto esecutivo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro.

  • Ancora un incarico a Fanfani, prima del Craxi bis, nel 1986.

L’impostazione che porta ad affidare l’incarico esplorativo a Merzagora e Leone e i paletti posti dai diretti interessati nell’accettarlo, trova riscontro nella situazione che si crea negli anni Ottanta, quando è Amintore Fanfani, presidente del Senato, che viene chiamato dal Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a coadiuvarlo nella ricerca di una soluzione per la crisi apertasi con le dimissioni del primo governo di Bettino Craxi. Era il 4 luglio 1986 e 5 giorni dopo, terminata la sua esplorazione, Fanfani riferì al Capo dello Stato che dagli elementi raccolti emergeva la possibilità di arrivare ad una soluzione della crisi, che poi culminò con l’avvento del Craxi bis. Nel 1983 un incarico esplorativo era stato conferito dal presidente Pertini al presidente del Senato Morlino.

  • Nilde Iotti, la prima ‘esploratrice’ donna nel 1987.

A Fanfani, da presidente del Senato, qualche mese dopo fu dato invece un incarico pieno per un esecutivo che avrebbe avuto come sbocco le elezioni anticipate all’inizio dell’estate del 1987. Era già accaduto nel dicembre 1982, al termine dell’ottava legislatura. Quel sesto e ultimo governo guidato da uno dei “cavalli di razza” della Dc fu appunto preceduto da una fase particolarmente complicata, conseguenza della tensione tra Dc e Psi, che rese necessario l’intervento per la prima volta di una ‘esploratrice’, e cioè la presidente della Camera Nilde Iotti (Pci), chiamata da Cossiga il 27 marzo 1987.

Da ricordare che, prima di arrivare ad elezioni anticipate, anche il Capo dello Stato Sandro Pertini, nella primavera del 1983, chiese al presidente del Senato, Tommaso Morlino, di esplorare se effettivamente emergesse l’incapacità del Parlamento di esprimere una maggioranza.  Nel 1986, a guidare il governo che stava per dimettersi era Amintore Fanfani, chiamato qualche mese prima a lasciare lo scranno più alto di palazzo Madama per approdare a palazzo Chigi, in quella che sarebbe stata la fase finale della legislatura, circostanza che si sarebbe ripetuta nel 1987. Una dimostrazione di come possa accadere che i presidenti delle Camere vengano anche ritenuti figure idonee ad assumere la carica di premier, in esecutivi destinati a gestire fasi di passaggio e di decantazione prima o immediatamente dopo le elezioni, anticipate o meno.

  • L’incarico esplorativo a Spadolini, 1989.

Sempre durante una delle crisi più lunghe e difficili, all’epoca del pentapartito, prima che si riuscisse a dar vita al sesto gabinetto presieduto da Giulio Andreotti, fu chiamato ad ‘esplorare’ il presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri). Spadolini, dal 26 maggio all’11 giugno 1989 ebbe un mandato che portò a termine dopo due giri di consultazioni, anche se dovette passare più di un mese per veder risolta una crisi durata, alla fine, ben 64 giorni.

  • Marini esplora nel 2008, dopo le dimissioni di Prodi.

Prima di sciogliere le Camere dopo le dimissioni di Romano Prodi nel gennaio del 2008, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidò al presidente del Senato, Franco Marini, l’incarico di esplorare se tra le forze politiche esistesse la possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e il sostegno ad un governo che accompagnasse l’approvazione di tale riforma, assumendo anche le decisioni più urgenti. 

  • La stranezza della commissione di saggi ‘esploratrice’, nel 2013.

Inedita la formula sperimentata invece dallo stesso Napolitano all’inizio della passata legislatura, dopo l’impossibilità di formare un governo verificata da Pier Luigi Bersani. Al termine di un rapido giro di consultazioni, il 30 marzo del 2013 il Capo dello Stato decise di formare due commissioni di lavoro, chiamate a stabilire contatti con i Gruppi parlamentari, per un confronto su proposte programmatiche in materia istituzionale ed economico-sociale ed europea. Un’iniziativa che avrebbe rappresentato il prodromo per la successiva nascita del governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta. Del primo comitato facevano parte Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello e Luciano Violante; del secondo, Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato; Salvatore Rossi, membro del Direttorio della Banca d’Italia; Giancarlo Giorgetti e Filippo Bubbico, allora presidenti delle Commissioni speciali operanti alla Camera e al Senato in avvio di legislatura; l’allora ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi. Il lavoro della commissione di saggi fu poi archiviato e non ebbe alcun seguito sostanziale.

*Il mandato esplorativo al presidente del Senato Casellati, 2018.

Nel 2018, dopo le elezioni politiche del 4 marzo, un mandato esplorativo è stato affidato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla presidente del Senato, Elisabetta Maria Alberti Casellati (FI) con un confine molto specifico: verificare la possibilità di formare un governo solo nel ‘perimetro’ di una possibile alleanza tra centrodestra e M5S e, anche, con un orizzonte temporale molto limitato, i giorni dal 18 al 20 aprile 2018, con l’obbligo di riferire, entro quella data, al Capo dello Stato. L’esplorazione è in corso.


Questo ‘Dizionario della crisi’ è stato pensato e scritto in forma originale per questo blog ed è reperibile solo qui.

 

 

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Regionali in Friuli e Molise, amministrative a giugno. Test importanti anche in vista di un nuovo governo. Testa a testa M5S-centrodestra, Pd fuori gioco

Contrassegni elettorali Politiche del 4 marzo 2018

Contrassegni elettorali Politiche del 4 marzo 2018

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Tra qualche giorno – ricorda spesso Matteo Salvini – si vota alle regionali: una bella vittoria del centrodestra lancerebbe un bel segnale per il Quirinale”. Le consultazioni al Colle segnano il passo, ma le elezioni regionali in Molise (314 mila abitanti), il 22 aprile, e in Friuli (1.223 mila abitanti), il 29 aprile, si avvicinano mentre più lontane restano quelle nella regione più piccola d’Italia, la Valle d’Aosta, dove si voterà il 20 maggio.

Per quelle due date di aprile, forse, potrebbe non ancora esserci un governo e il risultato elettorale di due regioni sia pure molto particolari (il Molise è il più piccolo tra le ordinarie, il Friuli è a Statuto speciale) potrebbero pesare sul piatto delle trattative per il governo. Il risultato delle Regionali è atteso con speranza, e sicumera, dalla Lega, che conta di vincere sicuramente in Friuli e di poterlo fare, insieme a tutto il centrodestra, anche in Molise. I 5Stelle in Molise sono fortissimi e primi nei sondaggi (potrebbe essere la prima regione italiana governata dall’M5S), ma sanno che arriveranno solo secondi in Friuli. Il Pd, invece, sa che sta per collezionare altre due sconfitte, anche se sono loro le amministrazioni uscenti in entrambe. Le elezioni in Valle d’Aosta, invece, non dovrebbero riservare sorprese perché la tradizione autonomista locale è dura a morire, anche se, per la prima volta, i 5Stelle hanno ottenuto un deputato, in Valle, a discapito degli altri partiti nazionali e anche della storica forza autonomista, l’Unione valdotine, da sempre alleata al centrosinistra, che è riuscita, dunque, a eleggere solo un senatore.

A giugno, infine, si terrà anche un’importante tornata di elezioni amministrative (primo turno il 10 giugno, eventuali ballottaggi il 24 giugno). I comuni al voto sono 797 per un totale di quasi 7,1 milioni di italiani e, tra essi, votano ben 21 capoluoghi di provincia: sono Ancona, Avellino, Barletta, Brescia, Brindisi, Catania, Imperia, Massa, Messina, Pisa, Ragusa, Siena, Siracusa, Sondrio, Teramo, Terni, Trapani, Treviso, Udine, Vicenza e Viterbo. Qui, ovviamente, il quadro è variegato ed è difficile poter stabilire con così largo anticipo chi potrebbe vincere, ma il partito votato alla sconfitta è sempre lo stesso, il Pd, dato che in 16 capoluoghi su 21 le amministrazioni uscenti sono democrat: difficilmente il Pd riuscirà a confermarne altrettante mentre il centrodestra è davanti quasi ovunque.

E così, come si diceva, il piccolo Molise potrebbe diventare la prima regione italiana governata dai 5Stelle. I dati delle recenti politiche parlano chiaro: il 4 marzo, in Molise, l’M5S ha preso il 44,8% dei voti contro il 29,8% del centrodestra e il 18,1% del Pd. Tra Camera e Senato, i 5Stelle hanno vinto tre collegi uninominali su tre (due Camera e uno Senato) e, nel complesso, quattro seggi su cinque (il quinto, per l’effetto flipper dei resti insito nel Rosatellum, lo ha vinto una deputata di LeU, Giuseppina Occhionero, con solo il 3,4% dei voti!). Alle Regionali del 22 aprile il candidato dei 5Stelle è un ragazzo di 33 anni, Andrea Greco, laureato in Legge e mai eletto da nessuna parte, neppure in un consiglio comunale. Il centrodestra candida Donato Toma, presidente dell’ordine dei commercialisti di Campobasso: pur storicamente forte in regione, dove ha espresso a lungo i governatori (Michele Iorio su tutti), e appoggiato da ben nove liste (quattro nazionali e cinque locali, tra cui una ispirata proprio dall’ex governatore Di Iorio), difficilmente riuscirà a recuperare oltre 15 punti. Il candidato di centrosinistra è Carlo Veneziale, assessore della giunta di centrosinistra uscente, guidata da Paolo Di Laura Frattura, che ha cinque liste in appoggio, tra cui LeU, e nessuna chanche di farcela.

In Friuli, dopo un braccio di ferro iniziale che aveva visto Berlusconi avanzare la candidatura del forzista ed ex governatore Renzo Tondo, Salvini ha ottenuto il via libera per il suo candidato, Massimiliano Fedriga, attualmente deputato della Lega. A Fedriga si oppongono il candidato del centrosinistra, Sergio Bolzonella, ex vicepresidente della giunta uscente a guida dell’ex vicesegretaria del Pd, Deborah Serracchiani (che è stata eletta deputata ma si è dimessa da segretario regionale dopo il tonfo alle Politiche), e Alessandro Fraleoni Morgera (M5S). In Friuli la Lega è il primo partito (25,8% alle Politiche) e, nonostante il buon risultato dei 5Stelle (24,5%), l’unità del centrodestra, in Regione, è difficlmente scalfibile: Lega, FI e FdI hanno vinto 7 collegi su 7 con il 43%. Il centrosinistra si è fermato al 23% (con il Pd al 18%) e ha ottenuto due collegi, tra cui quello della Serracchiani, solo grazie i resti. Il Friuli è una sconfitta annunciata per il Pd, una vittoria certa per Salvini. I 5Stelle otterrano un buon risultato, ma non prevarranno. In ogni caso, con una regione al centrodestra (il Friuli) e una ai 5Stelle (il Molise), e indipendentemente dai risultati della Val d’Aosta, anche i risultati delle regionali prossime venture rischiano di non modificare in nulla il quadro nazionale e, dunque, al di là dei desiderata di Salvini, non costituire alcun viatico nazionale per alcun governo.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 aprile 2018 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale. 


NEW!!! “Pacchetto Colle”. Le consultazioni, le mosse di Mattarella, le tipologie di incarico, i precedenti storici e tante curiosità

Il “pacchetto consultazioni”, pubblicato sul sito Internet Quotidiano.net il 4 aprile 2018, contiene approfondimenti e sezioni speciali in forma estesa per i ’25 lettori’ del blog.

Transatlantico

La galleria fumatori del Transatlantico di Montecitorio

  1. Il nuovo round di consultazioni sarà il 12 e 13 aprile. Ancora a vuoto?

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fissato oggi il secondo round di consultazioni per giovedì 12 e venerdì 13 aprile di questa settimana. Il primo giorno sarà dedicato alle forze politiche. Tra i partiti, gli ultimi a salire al Colle, alle 18.30, saranno i 5Stelle. Prima sarà la volta della delegazione del centrodestra unito (Lega-FI-FdI) che rimarrà dunque nella casella già assegnata alla Lega al primo giro, prima ancora della delegazione del Pd e, all’inizio, dei gruppi minori (Misto e LeU).

 Venerdì il capo dello Stato vedrà le cariche istituzionali: i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, e il presidente emerito Giorgio Napolitano. Nella prima tornata di colloqui, il 4 e 5 aprile, Mattarella aveva sentito, invece, prima le due principali cariche dello Stato e poi i partiti.
E così, tra oggi e ieri il Capo dello Stato ha dato un primo segnale ai partiti. Con un certo anticipo, ben studiato, sulla tabella di marcia, prima ha scritto ai presidente di Camera e Senato, Fico e Casellati, per ricordargli che il Parlamento deve eleggere, in seduta comune, otto componenti (per Costituzione di designazione parlamentare) del Csm, il cui plenum verrà riunito l’8 e 9 luglio per eleggere i suoi 16 componenti togati (in totale, si tratta di 24 membri), e sarà presieduto dallo stesso Mattarella, proprio perché scade il mandato quadriennale del Csm. Il Parlamento, di solito, ci mette tempo per procedere a tali nomine e le divisioni tra i partiti per formare il governo non aiuteranno a facilitarne il compito. Per dirne un’altra, manca la nomina di un giudice della Consulta da oltre due anni (nel frattempo la Consulta ha cambiato ben due presidenti!), ma il Parlamento uscente non è mai riuscito a provvedervi.

Insomma, Mattarella ieri ha battuto un colpo. Il secondo lo ha suonato oggi, convocando il secondo giro di consultazioni che si apriranno al Colle giovedì 12 e venerdì 13. IAnche in questo caso, la pratica sarà sbrigata in meno di due giorni. Due le novità: il centrodestra si presenterà unito, in formato ‘Triplice Intesa’ (Berlusconi-Meloni-Salvini) e il gruppo Misto della Camera con un nuovo capogruppo perché Leu ha ottenuto, ieri, la deroga a costituirsi in gruppo autonomo, nonostante abbia solo 14 deputati (20 è il numero minimo consentito), in quanto simbolo presentato alle elezioni (fu concessa, nella scorsa legislatura, a FdI).

Il Capo dello Stato individuerà un premier e gli attribuirà un incarico per formare un governo, entro il fine settimana? Difficile. Più facile che anche il secondo giro vada a vuoto, ma Mattarella – per evitare la deprecabile immagine dello stallo e del vuoto istituzionale – potrebbe affidare, invece, un pre-incarico a una figura ‘terza’ (il nome più quotato è quello del presidente del Senato, Casellati) per sondare, questa volta attraverso consultazioni formali ma non del Capo dello Stato, ma di un presidente incaricato, i partiti e poi, appunto, tornare a riferire al Colle e a lui stesso.

La verità è che il mite, calmo e serafico Sergio Mattarella, sta iniziando a perdere la pazienza. Le trattative tra i partiti – sia sul fronte Lega-M5S o centrodestra-M5S, sia sul fronte M5S-Pd – sono ferme al palo, bloccate da veti reciproci e paralizzanti. Di Maio non recede dal proposito di essere lui il premier (Salvini, invece, sì), ma soprattutto non vuole alcun rapporto con Berlusconi e con la sua Forza Italia, tantomeno accettandone ministri e sostegno al suo governo (ma se si trattasse solo di un appoggio esterno, da parte di FI, o di ministri ‘di area’ o ‘tecnici’? Non si sa). Salvini non recede, almeno per ora, dal patto a tre siglato con FI e FdI: mantenere unito il centrodestra può prefigurare un incarico allo stesso Salvini (37% la percentuale del centrodestra unito contro il 32% del solo M5S), ma non vuole accettare un pre-incarico, con il rischio di ‘bruciarsi’, e tantomeno vuole accettare il dialogo e il possibile sostegno, a un suo governo, del Pd, ipotesi che FI accarezza. Il Pd non vuole scendere a patti con i 5Stelle, a meno che – forse – Di Maio rinunci alla premiership, ma non si capisce perché quest’ultimo dovrebbe rinunciare con Salvini e accettare di non fare il premier con il Pd… Inoltre, il Pd è spaccato al suo interno: l’Assemblea nazionale del 21 aprile potrebbe essere l’occasione per capire cosa vuol fare il Pd e se Renzi, oltre che i gruppi parlamentari, controlla ancora il partito, ma le timide aperture di pezzi del Pd ‘governista’ e ‘collista’ (nel senso di pronto ad accettare le pressioni del Colle, appunto) non bastano, per ora, a bilanciare la contrarietà di Renzi e dei suoi ad andare al governo, almeno non con i 5Stelle. Infatti, l’ipotesi – per ora fantascientifica, ma ‘mai dire mai’, potrebbe essere quella di un Pd che, per una volta unito, fa nascere (tramite le astensioni o uscendo dall’aula) un governo di minoranza a guida centrodestra (Salvini o, meglio ancora, una figura terza, meglio ancora se istituzionale, stile Casellati, appunto) su richiesta del Colle e trincerandosi dietro “il senso di responsabilità istituzionale”. Troppo presto per dirlo e, in ogni caso, tutti gli scenari sono aperti. Per ora tra i partiti il gioco è “a somma zero” mentre il Pd vive il dramma del “gioco del prigioniero” (un classico della “teoria dei giochi”: in soldoni, vuol dire che qualsiasi scelta fai sconti una pena…).

Il tempo, dunque, rischia di passare ancora inutilmente: il secondo giro di consultazioni, realisticamente, andrà a vuoto, forse non basterà neppure un terzo. Ora, è vero che Mattarella intende prendere, ancora per un po’, i leader e le loro bizze infantili (quelle che rispondono al famoso slogan ‘politico’ del bambino che urla “il pallone è mio e ci gioco solo io!”) per sfinimento. Condurre un secondo, e di certo anche un terzo, giro di consultazioni, infatti, vuol dire far passare (anzi: far correre) le due settimane che ci separano dalla fine di aprile mentre ancora si sta girando il film “Gran Ballo Quirinale”. E vuol dire arrivare ai primi di maggio senza aver attribuito ancora alcun incarico ‘politico’ per formare un governo, se non, forse, un pre-incarico a una figura istituzionale (la presidente del Senato Casellati è il nome più quotato), ma destinato a finire sostanzialmente nel nulla, oltre che a relazionare il “nuovo” (?) stato dell’arte al Capo dello Stato. Compiere questa mossa può servire, a Mattarella, per chiudere anche formalmente le due ‘finestre’ ancora aperte per un voto anticipato a giugno. Infatti, per votare il 17 giugno bisognerebbe sciogliere le Camere entro il 2 maggio (dai 45 ai 70 il termine per indire i comizi elettorali), per andare alle urne il 24 giugno (quando si terranno i ballottaggi delle amministrative, primo turno il 10 giugno) non si può scavallare il 9 maggio. Insomma, subito dopo il ‘mega-ponte’ festivo, compreso tra il 25 aprile (Festa della Liberazione) e il I maggio (Festa dei lavoratori), i partiti e i loro leader, per quanto recalcitranti, dovranno per forza di cose acconciarsi a dar vita a un governo. Politico o, se non ci riusciranno, di scopo, istituzionale, di responsabilità. Ma è anche vero che Mattarella vuole – e chiederà ai partiti – risposte concrete e urgenti alle domande che già ha fatto loro nel primo giro di consultazioni: quale maggioranza pensate di riuscire a formare in Parlamento, con quali numeri? A chi pensate per la figura del premier? Sorretto da quali forze politiche? E con quali programmi per il Paese? A tali domande i partiti sono chiamati e tenuti a rispondere.

2. Aprile, il più crudele dei mesi… (repeat)

Aprile, il più crudele dei mesi, come diceva il Poeta (Thomas Eliot), è anche il mese in cui si sono aperte le consultazioni al Colle per la formazione di un nuovo governo, dopo il risultato politico delle elezioni del 4 marzo e i primi atti ufficiali delle nuove Camere e cioè della XVIII legislatura. Legislatura già partita, in realtà, con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenza che ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichi che servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere. Ma se le Camere hanno iniziato a funzionare e nonostante la nostra sia una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia, un governo – come la serva di Totò – ‘serve’. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare (le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti). Nel 2013 l’allora Capo dello Stato Napolitano nominò, proprio per ovviare a questo inconveniente causato dal protrarsi delle consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (che fu sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima (una alla Camera e una al Senato) per scrivere e varare il Def e una seconda, ancora più ‘speciale’, di 40 membri e presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello per approntare una riforma della Costituzione, anche se tra i forti dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una Bicamerale per la riforma della Costituzione ma senza la prassi ordinaria per istituirla.

In ogni caso, le consultazioni al Quirinale, che storicamente si tengono nell’ufficio del Capo dello Stato e vedono poi, una volta uscite le delegazioni, delle brevi comunicazioni dei partiti e gruppi convocati nel magnifico studio della Vetrata, sono iniziate il 3 aprile e seguiranno, ogni volta, un rigido calendario, già scandito e diffuso, il 29 marzo, da un comunicato del Colle. Il secondo giro di consultazioni, come già detto, si terrà il 12 e il 13 aprile 2018.

 

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Non c’è nulla di scritto, nella Costituzione, sulle consultazioni, solo le consuetudini ne regolano lo svolgimento. Ecco le principali.

3. Consuetudine più che regole: le consultazioni e il calendario del Colle. 

Un’antica consuetudine, peraltro non sempre rispettata nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i presidenti delle Camere e il presidente emerito della Repubblica (notare che dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, nel 2015, in poi, si tratta di non solo di un presidente emerito, ma di un ex Capo dello Stato bis…), poi di passare ai gruppi parlamentari, con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande secondo la loro consistenza numerica.

Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera oppure nell’altra.

La presenza, alle consultazioni, oltre che dei capigruppo, di leader non eletti in modo democratico e formale nelle loro rispettive formazioni politiche, è una pratica invalsa solo dalla II Repubblica (1993). In tempi recenti Grillo nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Berlusconi lo farà con FI.

Nella I Repubblica (1946-1992), infatti, salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti degli stessi partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

Il Quirinale ha diffuso, si diceva, il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, che viene detto un nuovo ‘giro’,  cambieranno i giorni, ma non l’ordine di apparizione dei vari gruppi. Ecco la tempistica ufficiale.  Il primo ‘giro’ di consultazioni si è tenuto mercoledì 4 aprile e giovedì 5 aprile. Il secondo ‘giro’ si terrà tra giovedì 12 aprile e venerdì 13 aprile. Si può, in teoria, andare avanti all’infinito… Ci potrebbero volere, in ogni caso, dei mesi (forse uno, forse due) per vedere la nascita di un nuovo governo. Di certo il mese di aprile se ne andrà via solo per le consultazioni e un nuovo governo potrebbe non giurare che a maggio. Abbastanza in avanti, dunque, per chiudere la finestra elettorale di giugno (il 10 giugno andranno al voto più di 700 comuni italiani, ballottaggi il 24 giugno) perché – dopo di allora – sarà impossibile andare di nuovo a votare prima dell’estate. Quindi, anche per un possibile e non auspicabile voto anticipato se ne parlerebbe a ottobre. Tra le altre date – non istituzionali, ma ‘politiche’ – da tenere presenti, ci sono le elezioni regionali in Molise, fissate per il 22 aprile, e quelle in Friuli-Venezia Giulia (29 aprile). Ma torniamo al calendario del primo ‘giro’ di consultazioni.

Mercoledì 4 aprile, sono saliti i presidenti del Senato (Casellati), alle ore 10.30, e della Camera (Fico) alle 11.00. Alle 12.30 il presidente emerito Giorgio Napolitano. Tutti e tre torneranno al Colle venerdì 13 aprile.

Sempre mercoledì 4 aprile, alle ore 16, è stata la volta del gruppo Autonomie del Senato. Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Conta, in questa legislatura, otto senatori, il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp) in rappresentanza della Svp. Ne fanno parte Gianclaudio Bressa (ex Pd), Napolitano (che però è già andato al Colle da solo in qualità di presidente emerito), Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo ha avuto la dispensa a restare sotto soglia (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta le minoranze linguistiche.

Alle ore 16.45 è arrivato il Gruppo Misto del Senato e alle 17.30 il Gruppo Misto della Camera. Il gruppo Misto della Camera è composto da 22 deputati ed è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU): comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 4 di Noi con l’Italia-Udc; 5 ex M5S. Il gruppo Misto comprendeva 14 deputati di Leu i quali, però, martedì 10 aprile hanno ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo pur stando sotto la soglia di 20 deputati in quanto simbolo presentato alle elezioni ed hanno eletto presidente Federico Fornaro.

Il gruppo Misto del Senato è composto da 12 senatori, è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Monti e Segre, l’ultima senatore a vita nominata nel 2018 da Mattarella). Al Senato, LeU dovrà restare nel Misto: il nuovo regolamento del Senato non permette, in ogni caso, la costituzione di gruppi autonomi sotto i 10 senatori.

Alle 18.30 di mercoledì 4 aprile l’ultimo incontro del giorno è stato con i gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia (50). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta su 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato) che andranno senza la Meloni.

Giovedì 5 aprile si sono riaperte le consultazioni al Quirinale. Il primo gruppo, quartultimo nell’ordine di salita al Colle, è stato quello del Pd alle 10. Il Pd, infatti, con 163 parlamentari (111 i deputati e 52 i senatori) è il IV partito per consistenza numerica: ha eletto come capigruppo Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Sono saliti al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, Matteo Orfini. Non ci sarà invece il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi, che dalle sue dimissioni non ha più cariche nel Pd.

Alle ore 11.00 è stata la volta dei gruppi di Forza Italia. I capigruppo di FI al Senato (Annamaria Bernini) e alla Camera (Mariastella Gelmini) rappresentano 104 deputati e 61 senatori per un totale di 165 parlamentari. Il presidente del partito, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai capigruppo. Da notare che, al Senato, i 4 eletti di Noi con l’Italia- Udc sono entrati nel gruppo di FI, alla Camera no (stanno nel Misto). Non è salito al Colle anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani (sarebbe stata una prima volta assoluta per una carica istituzionale europea pari di rango a un Capo di Stato!) ma Berlusconi potrebbe nominarlo vicepresidente di Forza Italia e dunque ammetterlo alle consultazioni. Il cerimoniale del Colle, infatti, è molto rigido: possono salire al Quirinale solo cariche di partito elettive.

Alle ore 12.00 è toccato ai gruppi della Lega. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, è salito al Colle con i due capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera). La Lega conta su 125 deputati e 58 senatori per un totale di 183 parlamentari.

Infine, alle ore 16.30, le consultazioni si sono completate con i Gruppi di M5S. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) sono saliti al Colle accompagnati dal leader e candidato premier dei 5Stelle, il deputato Luigi Di Maio. M5S conta 222 deputati e 109 senatori, in totale 331 parlamentari.

Per quanto riguarda il nuovo (il secondo) giro di consultazioni, i gruppi minori (Autonomie Senato, Misto Senato e Misto Camera, LeU) saliranno al Colle giovedì 12 aprile, in mattinata. Nel pomeriggio andranno al Quirinale i gruppi maggiori: Pd, centrodestra unito (in teoria Lega+FdI-FI hanno molti più parlamentari, 398, del M5S, che ne conta 331, ma salirà comunque come penultimo gruppo) e, infine, l’M5S. Venerdì 13 aprile toccherà ai presidenti di Camera e Senato, Fico e Casellati, e al presidente emerito Giorgio Napolitano.

4. La pausa di riflessione (un’altra…) e il conferimento dell’incarico.

Venerdì 6 aprile è stata, per il Capo dello Stato, una giornata cosiddetta “di riflessione” e tale sarà anche il prossimo weekend, quello del 14 e 15 aprile. Ascoltati tutti i gruppi e le forze presenti in Parlamento, sulla base dei programmi, degli eventuali accordi politici e soprattutto dei numeri necessari a godere di una base parlamentare (la Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, anche se, ovviamente, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia, sono pieni gli annali della storia patria…) che gli verranno sottoposti, Mattarella rifletterà sulle prossime mosse da compiersi. Ma prima di decidere ‘se’ conferire un incarico per formare un governo e a ‘chi’, il Capo dello Stato, di fronte al complicarsi della situazione politica, sempre più ingarbugliata, ha deciso di aprire, dopo qualche giorno di pausa, un nuovo giro di consultazioni, senza conferire nessun incarico perché non convinto dai propositi delle forze politiche, specialmente se – come è in questo caso – nessun partito gode, come base di partenza, della maggioranza in nessuno dei due rami del Parlamento.

Un altra data importante da segnare sul calendario era quella di martedì 10 aprile. Entro quella data, infatti, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def deve arrivare, però, dopo aver ottenuto il parere obbligatori delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, quelle Bilancio e Finanze di Camera e Senato (40 deputati e 27 senatori), che devono lavorare per votare un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente Vito Crimi (M5S), alla Camera ??? Francesco Boccia (Pd), presidente uscente, o Giancarlo Giorgetti (Lega). Il Def, infine, va approvato dalle Camere e, per forza, a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti) entro il 15-30 aprile al massimo per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles da parte della commissione Ue entro la fine di maggio.

5. Incarico pieno, pre-incarico o incarico esplorativo?

Il tipo di incarico che il capo dello Stato vorrà conferire (pieno, esplorativo o pre incarico) sarà noto solo alla fine dell’ultimo giro di consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra, può indicare personalità politiche o non politiche, parlamentari o non parlamentari, figure espressioni di una forza politica, di un’area politica o tecnici. Va ricordato che il Capo dello Stato non può sindacare un programma di governo, ma può chiedere e ottenere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) che i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo a loro prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del consiglio (art 92 e 93 Cost.).

Ma vediamo le tre fattispecie classiche di un possibile incarico di governo.

Il pre-incarico. Serve per verificare, da parte di un leader politico, se è capace di trovare una maggioranza atta a formare un governo. Il presidente del consiglio pre-incaricato deve tornare a riferire al Capo dello Stato se ha trovato una maggioranza parlamentare ed è quest’ultimo che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno. In sostanza, il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato e non lui a sciogliere l’eventuale riserva. Precedenti. Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera ma non al Senato. Il pre-incarico rimase tale.

L’incarico (o mandato) esplorativo. E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, preferibilmente quello del Senato, perché è la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato con un mandato esplorativo, con i partiti, e dopo riferire al Presidente che valuta il da farsi. L’incarico esplorativo on va confuso con il pre-incarico. Precedenti. La presidente della Camera, Nilde Iotti ricevette, nel 1987, da parte del presidente di allora, Francesco Cossiga, un incarico esplorativo (Fu la prima volta di una donna e la prima e unica volta di un esponente del Pci). Il presidente del Senato Franco Marini nel 2007 lo ricevette dal presidente Napolitano. Entrambi i tentativi fallirono.

L’incarico (o mandato) pieno. E’, ovviamente, la norma. O dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato e si presenta, dopo, al Parlamento per avere la fiducia. Una prassi che è stata interrotta una volta sola da Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri, auto-concedendosi un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, riportando alla luce l’antico precedente del governo Pella che giurò nel 1954 senza riserva.

Una volta conferito l’incarico e formato il governo – che giura, come il presidente del Consiglio, anche se in due momenti distinti, nella mani del presidente della Repubblica – il nuovo governo deve chiedere e ottenere la fiducia delle Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, può iniziare a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Ma il Capo dello Stato prega anche, sempre per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è sempre quella del “disbrigo degli affari correnti”. Sarebbe quindi quest’ultimo governo, anche se battuto, e non il governo Gentiloni (che è attualmente in tale condizione) a restare in carica fino a un nuovo governo o a nuove elezioni.


Einaudi

Luigi Einaudi presidente della Repubblica (1948-1955)

 

5. I precedenti, le formule e i tipi di governo nella storia repubblicana.

Precedenti, consuetudini e prassi costituzionale vengono consultati, in questi giorni, come sempre avviene in questi casi, dal presidente e dai suoi principali collaboratori che sono il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera), il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri, ma anche i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso, il consigliere Simone Guerrini, etc. I precedenti sul tavolo del Capo dello Stato sono:

Governo della non sfiducia (1976-’78) o delle astensioni. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, la Dc e il Pci che però mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo (la cd. conventio ad exludendum). Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Fu, di fatto, un monocolore Dc con l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI compreso per la prima volta, mentre i partiti che lo sostenevano – e cioè Dc, Pci e gli altri partiti costituzionali (tranne l’Msi, fuori dal cd. “arco costituzionale”, e Dp, Pr e Pli, all’opposizione) – facevano funzionare il Parlamento lavorando dentro le commissioni parlamentari che, mai come allora, ebbero e svolsero un ruolo cruciale. Anche il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978) vide la fattiva collaborazione del PCI, sempre attraverso le commissioni parlamentari e il suo voto su mozioni leggi e documenti, ma anche in questo caso senza la presenza di ministri del PCI. Il V governo Andreotti (1979) fu invece solo un governo di passaggio verso le elezioni. Presidente della Repubblica era Giovanni Leone (Dc).

Governo balneare. Tipici della Prima Repubblica nacquero e operarono solo in funzione di portare il Paese al voto perché privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Lo furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70). Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi).

Governo di minoranza. Sono stati governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa che toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970) sotto più presidenti della Repubblica.

Governo di scopo. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica.

Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri su indicazione dei partiti, anche se di area, ne è l’esempio classico. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico e non va confuso col governo tecnico.

Governo tecnico. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese come accadde durante la crisi economica del 1992-’93, per una rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995) o dopo entrambi i fatti scatenantisi insieme come nella crisi finanziaria del 2011. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vede il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro.

Governo del Presidente (della Repubblica). Premesso che la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per natura del suo mandato, guidare governi o anche solo, in teoria, ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica, lo furono di fatto, dei governi ‘del Presidente’ i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc) e anche il governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, eterodiretto come fu dal presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari” ebbero breve durata, ma soprattutto godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono spesso confusi con il governo tecnico o balneare.

Governo delle larghe intese. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato, di fatto, anche un “governo del Presidente” perché nacque dopo il lavoro della commissione dei 40 saggi imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento dopo la sua rielezione (2013) e soprattutto a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta sarebbe però meglio definirlo “delle larghe intese” perché vide il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare in modo fattivo al governo e con dei loro ministri. Il termine era stato già coniato in passato per i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95) e, in parte, per il fallito tentativo del governo Maccanico (1995) e la teorica nascita di un governo D’Alema che non vide la luce.

Governo di emergenza o di unità nazionale. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti i partiti dell’arco costituzionale (così venivano definiti i partiti nella I Repubblica, con l’esclusione dell’Msi, ma con l’inclusione del Pci), anche i più lontani tra di loro, i quali vi siedono con propri ministri per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Lo furono il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria, ma lo furono anche i Governi di Cnl (1945-1947) che dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e poi accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione. Nel primo caso, in epoca pre-fascista, c’era ancora il Re Vittorio Emanuele III di Savoia (la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale), nel secondo caso il Capo provvisorio dello Stato, fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), era Enrico De Nicola (Pli).


Pertini presidente

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

6. Curiosità, episodi e precedenti nella storia delle consultazioni al Colle.

I) Il ciclone Pertini. Il primo governo laico (Spadolini) e socialista (Craxi).

Nel 1979 l’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare di andare a nuove elezioni (che poi, comunque, nel 1979 si tennero) e per tenere in vita la VII legislatura, convocò al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti da marzo, in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo Pertini). Pertini ricevette i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfilò e rinunciò, quindi l’operazione saltò e il governo ‘a tre’ non nacque ma un V governo Andreotti che portò il Paese al voto.

Ma le due innovazioni per cui Pertini passò alla storia furono ben altre. Fu il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana (l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo Parri, azionista, del 1947 era nato sotto la monarchia). Sempre nel 1979 diede l’incarico di formare il governo (ma senza successo) al segretario del Psi Bettino Craxi, suscitando grande scalpore ma preparando così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

Infatti, nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (1980-1981) a causa dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, il quale presentò un governo di pentapartito il 28 giugno 1981. Fu una specie rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc, partito che mantenne tale primato ininterrottamente per 35 anni.

Ma l’altra vera innovazione introdotta da Pertini fu il conferimento dell’incarico al primo socialista nella storia della Repubblica. Il giuramento del I governo Craxi, avvenne il 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito durò fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Infine, per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, furono socialisti sia il presidente della Repubblica (Pertini) che, appunto, il presidente del Consiglio dei Ministri (Craxi).

II) Cossiga e la crisi più lunga: nel 1989 nasce il VI governo Andreotti.

La crisi di governo più lunga nella storia della Repubblica fu quella della primavera del 1989 che, durante la X legislatura (1987-1991), portò alla nascita del VI governo Andreotti solo 64 giorni dopo le dimissioni del presidente del Consiglio precedente, Ciriaco De Mita, che era in carica dal 1987 quando si erano tenute le elezioni politiche. Le consultazioni furono tenute dall’allora presidente Francesco Cossiga (Dc). Il quale De Mita, peraltro, pretendeva dall’allora Capo dello Stato Cossiga una legittimazione costituzionale di un patto politico, quello della cd. ‘staffetta’ tra lui (allora leader della Dc) e Bettino Craxi, allora leader del Psi, che si sarebbero dovuti alternare al governo a ogni metà di legislatura. Il VI governo Andreotti, detto ‘di pentapartito’ perché sostenuto da un alleanza dei cinque partiti storici del centrosinistra (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi), sbloccò l’impasse e durò fino al 1991.

III) Scalfaro teleguida i governi Amato e Ciampi (1992-’94) sotto Tangentopoli.

Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), fu drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincise anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma fu segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui morirono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro, costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, solo il Pri era all’opposizione) uscita dalle urne nonostante il ciclone di Tangentopoli fosse già in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività diede due incarichi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi operanti in situazioni drammatiche. Il primo fu a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governò dal 1992 al 1993 affrontando sia i problemi di ordine interno (corruzione e stragi) che internazionale (crollo della lira, svalutazione e prelievo forzoso sui conti correnti). Particolare curioso delle consultazioni del 1993: Scalfaro pretese e ottenne che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presentasse allo studio alla Vetrata, falcidiando molto partiti…

Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cadde e Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituì due novità: fu il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era governatore di BankItalia) e il primo dal 1947 a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti (il Pds di Occhetto ne uscì dopo 24 ore perché la Camera negò l’autorizzazione alla richiesta di arresto per Craxi che si teneva proprio quel giorno) ma fu anche il governo che gestì il passaggio a una nuova legge elettorale, il Mattarellum, che varata nel 1993 sancì il definitivo superamento del sistema proporzionale puro che aveva caratterizzato la I Repubblica dal 1946 in poi.

IV) Scalfaro blocca Berlusconi sulla Giustizia: Previti non può essere ministro.

Quando, nel 1994, si tornò a votare e si aprì la XII legislatura, la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi scrisse una fine già segnata alla nascita del nuovo governo che nacque il 10 maggio 1994 e durò fino alle sue dimissioni del 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nacque con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc, e altri, ma il neo premier portò all’allora presidente Scalfaro, nella lista dei ministri, anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” disse, candidamente, Berlusconi a Scalfaro). Ne seguì un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) dopo Berlusconi spostò Previti alla Difesa. Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, ma già Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al governo Pella (1953).

V) Napolitano silura Berlusconi: lacrisi del 2011 e la nascita del governo Monti.

Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura, il 7 maggio 2008, il 60 esimo governo della storia repubblicana, aveva già battuto tutti i record di durata degli esecutivi più longevi (rimase il secondo più lungo, secondo solo a De Gasperi) quando – dopo la crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali che coinvolse l’Italia nell’estate del 2011 e la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che gli aveva tolto l’appoggio già alla fine del 2010, il governo cadde, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando la maggioranza assoluta (315 voti). L’allora Capo dello Stato Napolitano prese al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottenne il 16 novembre 2011. Napolitano fu il vero artefice e ‘creatore’ dell’esperimento del governo Monti, che egli stesso aveva provveduto a nominare senatore a vita, e che governò – sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione – fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ non indicati dai vari partiti.

VI) La ‘carica dei 101’. Il fallimento di Bersani, la rielezione di Napolitano e la nascita del governo Letta (2013): una crisi di governo durata ben 44 giorni.

Come molti ricorderanno, la legislatura appena conclusa, la XVII, si aprì nel caos. Si votò il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione senza soglia di accesso, e la coalizione imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ebbe la maggioranza dei seggi (340) solo alla Camera ma non al Senato per la difformità dei premi, che lì venivano dati su base regionale. Bersani ricevette, dal presidente Napolitano, il pre-incarico di formare un governo il 15 marzo e diede avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, dovette gettare la spugna. Napolitano congelò quel pre-incarico senza mai più ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale. Subito dopo, però, le consultazioni al Colle si dovettero fermare per forza perché era scaduto lo stesso mandato di Napolitano e si dovette procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato, ma le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101“) portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo capo dello Stato ad essere eletto due volte alla massima carica dell’istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile, dunque, Napolitano poté procedere ad aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo e solo dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e FI dall’altra conferì, il 20 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giurò nelle mani del Capo dello Stato bis il 24 aprile e nacque il 28 aprile, cioè ben 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi che fu molto lunga diede vita a due novità: la rielezione di Napolitano e la formula delle ‘larghe intese’. Formula che proseguì fino al 2015 quando arrivò al governo Matteo Renzi, che ebbe da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo che durò fino a dicembre 2016 quando fu invece a Mattarella, eletto nel 2015, conferire l’incarico a Gentiloni.


NB: Questo articolo è stato pubblicato, in parte, sul sito  di Quotidiano.net il 4 aprile 2018. Qui viene ripubblicato arricchito di approfondimenti e sezioni.

I nuovi capigruppo di Camera e Senato tutti eletti per acclamazione. Ma nel Pd è scontro. Martina stoppa Renzi che deve rinunciare a Guerini per Delrio

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

Ettore Maria Colombo – ROMA

Camera e Senato hanno eletto tutti i loro nuovi capigruppo. Per alcuni gruppi (M5S e Lega) si è trattato di un puro atto di ratifica, per altri di una novità (FI e Pd), per altri ancora di una scelta pro tempore (FdI e Misto), ma lo scontro vero – tanto per cambiare  – si è consumato nei gruppi dem, ovviamente tra renziani e non renziani. La nomina dei capigruppo – e la contestuale dichiarazione di appartenenza ai gruppi dei deputati e dei senatori – è fondamentale per due motivi: solo così la macchina del Parlamento può iniziare a partire a pieno regime (tra oggi e domani verranno eletti anche 8 vicepresidenti, 6 questori e 16 segretari d’aula delle due Camere) e solo così il presidente della Repubblica può stabilire il calendario delle consultazioni al Colle per formare un nuovo governo, calendario che dovrebbe arrivare entro oggi.

Tra i nomi dei capigruppo passati senza colpo ferire, ci sono quelli dei 5Stelle: confermati, per acclamazione, Giulia Grillo alla Camera e Danilo Toninelli al Senato. Anche per la Lega l’elezione è stata una formalità: Giancarlo Giorgetti va alla Camera (ma potrebbe presto assumere importanti ruoli di governo) e Gian Marco Centinaio al Senato i nomi. Per FdI (Fratelli d’Italia) si è decisa una soluzione pro tempore: Stefano Bertacco al Senato e Fabio Rampelli alla Camera. Il problema del partito della Meloni è che non ha ancora deciso se vuole stare al governo o all’opposizione. Nel gruppo Misto alla Camera, data la preponderanza dei deputati di Leu (14 su 36), la scelta è caduta su Federico Fornaro (Leu), a sua volta pro tempore perché – spiega lui stesso – “Appena ci danno la deroga, costituiremo un gruppo autonomo e il Misto si eleggerà un altro capogruppo” (sarà, molto probabilmente, espressione delle minoranze linguistiche, che contano 5 deputati, di cui quattro della Svp). Anche al Senato è stata eletta una rappresentante di Leu, Loredana De Petris, che aveva già ricoperto tale incarico nella scorsa legislatura, anche se i senatori di Leu sono solo quattro sui 10 del Misto.

Dentro Forza Italia, Berlusconi aveva chiuso i giochi da giorni puntando su due donne, Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera, elette per acclamazione, che prendono il posto di Paolo Romani e Renato Brunetta, i quali non godevano più, dai giorni dell’elezione dei presidenti delle Camere, della fiducia del Cavaliere e con i quali hanno avuto numerosi scontri, ai limiti della buona creanza.

 

Tutto quello che è potuto andare liscio negli altri gruppi è, ovviamente, andato storto nel Pd. La mattinata di ieri si è consumata tra riunioni fiume tra i big e momenti di notevole tensione. Renzi ha cercato in tutti i modi di imporre i suoi candidati (Lorenzo Guerini alla Camera, Andrea Marcucci al Senato), ma l’ha spuntata solo sul secondo, cui però teneva di più. Il segretario Martina ha imposto il metodo della ‘collegialità’: tradotto dal politichese, vuol dire che sia le minoranze di Orlando ed Emiliano sia i big anti-Renzi (Franceschini), che non volevano due renziani doc in postazioni così cruciali e delicate, in qualche modo dovevano spuntarla. E ci sono riusciti. Nel turbinio di riunioni precedenti l’assemblea dei gruppi, che hanno visto al Nazareno incontrarsi Renzi, Martina, Delrio, Guerini e Orfini, erano spuntati anche i nomi di Tommaso Nannicini per la Camera e di Teresa Bellanova per il Senato, peraltro entrambi renziani ma ritenuti dalle minoranze meno pasdaran.

Il rischio di andare a una sanguinosa conta – che i renziani peraltro avrebbero vinto (sono 32 su 53 al Senato e 73 su 110 alla Camera) – era troppo grande e allora Renzi ha ceduto su uno dei due capigruppo, e cioè sulla Camera, per tenersi Marcucci.  Guerini, complice la sua lealtà a Renzi e il suo profilo di diplomatico capace di stemperare le tensioni (altrui), ha deciso, autonomamente, di fare un passo indietro in favore di Delrio con cui si era parlato e confrontato in diverse occasioni nei giorni passati. Ma molti renziani parlano apertamente di “un atteggiamento politicamente e umanamente sbagliato nei suoi confronti” da parte dello stesso Renzi (e Martina). Il segretario Martina, che ha posto l’aut aut a Renzi (“O Delrio o si va allo scontro”), mettendo sul tavolo la fiducia sul suo stesso incarico, in caso contrario, cinguetta “Habemus Papam!”, quando l’assemblea del gruppo alla Camera elegge Delrio, ma Antonello Giacomelli, franceschiniano vicino a Renzi, sbotta: “Delrio ottima persona, ma lo era anche Guerini. Non capisco il cambio e neppure la richiesta di fiducia”.

Ora di Guerini si parla come futuro presidente del Copasir (ma “di acqua ne deve ancora passare, sotto i ponti…”, dice lui a un amico) o addirittura come candidato di Renzi, in seno all’Assemblea nazionale, da contrapporre proprio a Martina. Perché una cosa sola è certa: il Pd andrà all’opposizione – assicurano Marcucci, anche lui eletto per acclamazione, e lo stesso Delrio, pure molto vicino ai desiderata del Colle – ma ai renziani Martina non piace proprio: “Non ci garantisce, anzi gioca contro, dobbiamo impedire che diventi lui il segretario vero, altrimenti viene giù tutto”.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 28 marzo 2018.

“Siete bellissimi!”. Di Maio accoglie i neoeletti di Camera e Senato. Battute e spaesamento dei neofiti, i veterani arrivano al ralenty. Tre articoli tre, redditi compresi

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti negli ultimi tre giorni, dal 19 al 21 marzo, sul ‘primo giorno’ dei neoeletti al Senato e alla Camera e sui redditi dei parlamentari della passata legislatura. Articoli tutti pubblicati, come sempre, sul Quotidiano Nazionale.

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  1. “Siete bellissimi!”. Di Maio accoglie le nuove reclute. I neoeletti entrano a Montecitorio.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Questo palazzo per me è un tempio”. Li accoglie così, i neo eletti pentastellati, detti già l’Orda d’Oro – nome con cui sono state già ribattezzate le nuove truppe grilline: 221 deputati – raccolti nell’auletta dei gruppi di via della Missione, Luigi Di Maio, candidato premier dei 5Stelle. “Siete bellissimi”, dice loro coccolandoseli, orgoglioso dei suoi nuovi soldati. Ieri alla Camera dei Deputati, come il giorno prima al Senato della Repubblica, i protagonisti del ‘primo giorno di scuola’ sono loro, i pentastellati.

I neo deputati degli altri partiti arrivano alla spicciolata: per lo più sono facce conosciute, anche se i nuovi, specie nella Lega, sono tanti. Su 630 vecchi e nuovi deputati, ieri hanno sbrigato le formalità di rito in 334 e, appunto, erano quasi tutti grillini. Solo che palazzo Montecitorio è assai diverso da palazzo Madama, sede del Senato: là è un’oasi di quiete e di spazi a disposizione dei senatori, qua – nonostante un palazzo enorme e le sue numerose e belle propaggini (i palazzi di fianco e ad esso collegati) – è una nota Suburra. Il Transatlantico, detto anche il Corridoio dei Passi Perduti, l’appartata Corea, dove ci si può incontrare lontano da occhi indiscreti, la famosa Buvette, con i suoi arancini, pizzette snackers da gustare all’ora dell’aperitivo. Ma il vero pericolo è dato un’intera categoria, quella dei giornalisti. Dentro al Movimento la chiamano “la muta dei cani” e invitano tutti, specie i neo-eletti – che, intimoriti, si limitano a dire loro ovvietà – a restarne a debita distanza. Chi non si fa spaventare è il reietto ed espulso, a oggi, dai 5Stelle, patron del Potenza Calcio, il vulcanico Salvatore Caiata. Si fa vedere tutto felice alla Buvette, si scatta selfie a ripetizione, nega ogni desiderio di dimissioni, ma assicura che vuole rimanere nel Movimento, anche se per ora si iscriverà al gruppo Misto.

“Sono qui per salutare la mia forza politica e resto a disposizione del Movimento”. Bella è bella, nulla da dire, spiega invece Alessia D’Alessandro. Intercettata alla Buvette della Camera in compagnia della madre e del deputato pentastellato veterano Angelo Tofalo, manco fosse una debuttante, la D’Alessandro ha però mancato, anche se per un pelo, l’elezione. Candidata nel collegio di Agropoli, lo ha perso perché la candidata del centrodestra ha fatto meglio di lei nonostante una terra, la sua Campania, dove l’M5S ormai ha superato le percentuali della Dc. Era diventata famosa, la D’Alessandro, in campagna elettorale, perché Di Maio l’aveva descritta come “un economista che lavora nel think thank della Cdu della Merkel”. Non era vero, era solo una stagista: la Merkel non l’ha mai vista e manco il seggio.

Tornado agli altri, in teoria, per sbrigare le formalità di rito, che si svolgono nella sala del Mappamondo, al primo piano, bisognerebbe attendere la raccomandata della Corte d’Appello, ma molti non ce l’hanno fatta ad aspettare e sono venuti lo stesso. Il più puntuale, è il rettore dell’università di Messina, eletto nelle fila del Pd, uno dei pochi sopravvissuti dell’eccidio effettuato dalle elezioni tra le fila dem in terra di Trinacria. Tra i veterani, ecco Guglielmo Epifani e Pier Luigi Bersani, entrambi di Leu. Sempre tra i dem, si riconoscono subito il presidente Matteo Orfini, Walter Verini, Roberto Morassut, David Ermini (che, per scaramanzia, non ha ancora preso casa, come fece già nel 2013, fu poi Renzi – racconta – a dirgli “prendila pure che ci resti fino al 2018”), Alessia Morani che chiede al collega “cosa scrivo sulla scheda personale?” (“scrivi avvocato e basta”, dice Ermini), mentre il costituzionalista Stefano Ceccanti è la new entry ma ha già passato una legislatura nel Pd al Senato e ne mostra il tesserino rilegato mentre, invece, quello della Camera è un normale badge fototessera. Tra le curiosità c’è, in Forza Italia, un omonimo di uno dei suoi storici fondatori, Antonio Martino, eletto in Abruzzo. Fende il Transatlantico, con passo felpato e con maglione da intellettò bohemienne la ‘mente’ economica della Lega, Claudio Borghi, che ribadisce di voler “uscire dall’Euro”. Non passano inosservate Matilde Siracusano (FI), ex concorrente di Miss Italia, a sua volta nipote del Martino ma quello ‘vero’, Marta Fascina da Portici, bellissima bionda eletta in Campania sempre in FI e per sempre volontà di Berlusconi, e Giusi Bartolozzi, avvenente magistrato eletta ad Agrigento, moglie del mancato candidato azzurro nell’isola. Mancano, invece, almeno per ora, all’appello i pochi big della nuova Camera: Boldrini, Gentiloni, già ‘conoscitori di mondo’, che aspettano calmi.

NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 21 marzo 2018 a pagina 6.


2. Senatores probi viri, Senatus mala bestia. Le matricole di palazzo Madama.

Palazzo Madama, lunedì 19 marzo, ore 15, sala Nassirya. Folla di fotografi, cameramen e cronisti che presidiano tutti gli ingressi davanti e dietro del Senato. I senatori neo-eletti (315, ma in realtà 314 perché uno, causa ‘baco’ del Rosatellum, manca, per la precisione in Sicilia) devono presentarsi nei loro nuovi uffici per prendere contatto con la loro nuova sede, il Senato della Repubblica. Una grande emozione per molti, una noiosa incombenza per pochi, dato il forte ricambio del 4 marzo. Tra le prime urgenze ci sono fototessera, tesserino, badge, ma ricevono anche copia della Costituzione (caso mai non l’avessero letta…), regolamento del Senato e altro materiale illustrativo. L’Aula sarà il loro regno, ma anche il Transatlantico, la Buvette, stanze, corridoi e loro meandri, a volte misteriosi. Il Senato è piccolo, circolare e compatto, ma con tanti palazzi collegati tra cui un famoso corridoio segreto che lo collega alla Camera. Perdersi è un attimo: si susseguono sale e salette, i servizi utili (infermeria, barbiere, banca, etc.) e, ovviamente, i bellissimi saloni e affreschi di un palazzo eretto da Papa Sisto IV Della Rovere, anno di grazia il 1505.

Tanto per cambiare, il primo caos, per quanto creativo, lo creano i pentastellati. Sono tanti (112), non vestono più in sandali francescani né portano più acconciature improbabili come nel 2013. Ormai abbondano i professori universitari, i ricercatori, i dirigenti ospedalieri, Eppure, vengono scortati con cura dai loro colleghi veterani che, neanche fossero una scolaresca in gita, elencano bellezze e segreti del luogo. La senatrice Angela Piarulli, neoletta in Puglia, chiede ai commessi, prima di farsi la foto, “i capelli meglio sciolti?” mentre Silvana Giannuzzi, eletta in Campania,
riconosce che “Tutto questo va oltre i miei sogni”. Certo è che al primo ‘giorno di scuola’, i grillini sono presenti in massa: Di Maio ha convocato la prima riunione, non si può mancare. Solo che così il seppur efficiente sistema di registrazione dei neoeletti va in tilt e s’ingolfa subito. E tutti gli altri? Molti, respinti con perdite,
decidono che è meglio ripassare oggi o domani, ma qualche temerario osa lo stesso.

I primi della classe (altrui) sono la ministra Valeria Fedeli (Pd) e la biologa Paola Binetti (Udc). La prima big a registrarsi è Emma Bonino, poi si vede arrivare Vasco Errani (Leu). Matteo Richetti (Pd), neofita del Senato parla di “grande onore ed emozione”. Il più giovane eletto del centrodestra è Marco Siclari (FI), che è anche, ammette, l’unico azzurro che ha vinto un collegio uninominale “dal Lazio in giù”. Non a caso, l’ex direttore del Quotidiano Nazionale, Andrea Cangini, eletto nelle Marche per FI, avverte: “Se Salvini rompe la coalizione è un suicidio”. Di dem, quasi la metà rispetto alla scorsa legislatura (sono in 57, erano 97: un bagno di sangue), non si vede quasi nessuno. Passa Francesco Verducci, pure lui eletto nelle Marche, area Giovani Turchi, ma lui è un veterano. Tra i tanti guai del Pd, ce n’è anche uno logistico: il gruppo dem si è ristretto assai (da 98 a 57 senatori) e perciò dovrà cedere almeno la metà dei suoi uffici, appartenuti in parte alla Dc, con tanto di busto di De Gasperi (andranno ai 5Stelle), e in parte al Pci, ala che dovrebbe restare al Pd. Matteo Renzi, in compenso, ancora non si è visto: aveva fatto un breve giro al Senato una settimana fa, quando ha scoperto che, in qualità di ex presidente del Consiglio, deve ancora venire a registrarsi (pare che lo farà solo venerdì mattina). In ogni caso gli spetta un ufficio solitario, e ben più ampio dei suoi colleghi, nel palazzo di fronte, Giustiniani. Un palazzo meraviglioso dove hanno le loro stanze gli ex presidenti del Senato (lì andrà Pietro Grasso), i senatori a vita e gli ex presidenti della Repubblica. E così al povero Renzi toccherà in sorte di sentirsi i rimbrotti di Napolitano e di Monti. Neanche Mattero Salvini, peraltro, ancora si è registrato, ma ha ben altro per la testa.

NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 20 marzo 2018 a pagina 6.

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

3. I redditi dichiarati dai parlamentari e dai leader nella passata legislatura.
Ettore Maria Colombo – ROMA
Sei volte tanto. Beppe Grillo, fondatore e garante dell’M5S, sestuplica il suo reddito e, in un solo anno, scala la classifica dei redditi dei politici ‘paperoni’. Grillo, infatti, dichiara un imponibile di oltre 400 mila euro nel 2017, quasi 350 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Ma nella ‘top ten’ dei politici più ricchi ci sono anche il senatore a vita Renzo Piano, di professione archistar, che sfiora i tre milioni di euro e Antonio Angelucci, deputato di Forza Italia fresco di rielezione, con 2.700 mila euro di reddito. Le entrate del capo politico dei 5Stelle, Luigi Di Maio, restano invece identiche per il terzo anno consecutivo: 98.471.04 euro il reddito dichiarato come nel 2015 e 2016. Matteo Renzi guadagna poco di più: 107.100 mila euro mentre il nuovo reggente del Pd, Maurizio Martina, che si è appena dimesso da ministro, ha guadagnato 98.441 euro. La ‘paperona’ del governo Gentiloni, invece, è la ministra Valeria Fedeli che ha dichiarato ben 182.016 euro nel 2017.
Sono disponibili, da alcuni giorni, i Bollettini delle dichiarazioni patrimoniali, dei redditi e delle spese elettorali per l’anno fiscale 2017 presentate da deputati, senatori, ministri (anche i non parlamentari), tesorieri e dirigenti non parlamentari di associazioni, movimenti e partiti politici.
Vediamo, prima di tutto, quanto hanno guadagnato i leader dei vari schieramenti. Di Grillo si è detto: guadagna sei volte in più dell’anno prima (420 mila euro nel 2017 contro i 71.957 del 2016, vicini ai 355.247 del 2015), forse perché è tornato a fare spettacoli. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, e la presidente della Camera, Laura Boldrini, risultano un po’ più poveri: Grasso dichiara 321.195 mila euro di reddito imponibile, a fronte dei 340.563 mila dell’anno precedente; la Boldrini 137.337 mila euro, a fronte dei 144.883 mila euro del 2016. Nella top ten dei più ricchi spiccano, dicevamo, il senatore a vita Renzo Piano, che sfiora i tre milioni di euro, e il ‘re’ delle cliniche private Antonio Angelucci (FI) che nel 2017 ha dichiarato un reddito di 2.726.959 euro, ma in vistoso calo, rispetto a quello dell’anno precedente (3.954.097). L’ex ministro Giulio Tremonti subisce una lieve flessione: 2.111.533 i redditi dichiarati contro i 2.500 mila del 2016. L’avvocato del Cavaliere, Niccolò Ghedini, senatore di FI, registra un reddito imponibile di tutto rispetto (1.623.533), anche se in leggero calo sul 2016 (1.645.606). L’ex premier, e senatore a vita, Mario Monti dimezza invece le proprie entrate: il suo reddito scende da 826.333 a 421.611 euro.
Passiamo alla squadra di governo. Mantiene il primo posto nella classifica delle dichiarazioni la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli che nel 2017 ha dichiarato 182.016 euro, seguita dal ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda che ha dichiarato 166.264 euro. Terza classificata la ministra ai Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro che ne dichiara 151.672. Fanalino di coda la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, con 91.888, poco sopra di lei il ministro all’Interno Marco Minniti che ne dichiara 92.260. In posizione mediana il premier, Paolo Gentiloni, che ha dichiarato 107.401 euro. I redditi del ministro all’Economia Pier Carlo Padoan sono 122.457 euro, poi via via arrivano tutti gli altri.
E gli eletti a 5Stelle, tanti francescani nel 2013? Di Di Maio si è detto (98.471,04 euro nel 2017). Alessandro Di Battista nel 2017 dichiara 113.471 euro mentre Paola Taverna 103.456. Seguono Laura Bottici con 99.699 euro, Nicola Morra con 99.465 e Carla Ruocco con 94.239 euro. Molto meglio fa il deputato Alfonso Bonafede: dichiara nel 2017 un reddito imponibile di 186.708 euro.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 17 marzo 2018 sul Quotidiano Nazionale.


NEW! Il risiko e il toto nomi dei presidenti di Camera e Senato. Procedure, regole e strategie dei principali partiti attori della scena

Pubblico qui, rimaneggiando l’articolo uscito in precedenza sullo stesso argomento, un articolo che, già uscito nei giorni scorsi su @Quotidiano.net, verrà ripubblicato sul sito. Toto-nomi, schieramenti e posizioni cambiano di giorno in giorno, solo le regole sono sempre le stesse…

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ancora pochi giorni e sapremo.

Venerdì 23 marzo alle ore 10.30 al Senato e alle ore 11.00 alla Camera si aprirà la prima seduta inaugurale del nuovo Parlamento: 315 senatori (più sei senatori a vita) e 630 deputati per un totale di 945 parlamentari eletti, 951 considerando, appunto, anche i senatori a vita. Chi andrà a ricoprire i prestigiosi ruoli di presidenti di Camera e Senato? Le presidenze delle Camere saranno foriere di un accordo politico tra le maggiori forze politiche presenti in Parlamento in vista delle consultazioni per la formazione del governo o saranno solo ‘di garanzia’ tra di esse e, magari, concordate anche con l’opposizione (ad oggi, quella del Pd)? L’elezione dei nuovi vertici di palazzo Madama e palazzo Montecitorio segneranno lo sblocco della situazione politica o la sua ennesima impasse? E, infine, con quali regole e con quali tempi si eleggono i nuovi presidenti? Una cosa è certa: il prossimo week-end politico sarà decisivo. Le segreterie dei partiti politici sono al lavoro e, mentre il Colle vigila silente, e attende le decisioni altrui, i nuovi parlamentari scalpitano perché vogliono dire la loro. Partiamo, come è giusto che sia, dalle regole e poi cerchiamo di capire i possibili scenari che si possono aprire.

 

Sono arrivati i nuovi eletti per il primo giorno di scuola.

Da lunedì 19 marzo i 945 (630 deputati e 315 senatori) nuovi eletti grazie al voto degli italiani del 4 marzo 2018 hanno iniziato ad espletare le formalità burocratiche per diventare, a tutti gli effetti, parlamentari della Repubblica. Tesserini, badge, uffici (provvisori, per ora), una copia della Costituzione e una del Regolamento della Camera rispettiva, presa di confidenza (almeno per i neo-eletti) con i luoghi topos dei Palazzi (Transatlantico, Buvette, Corea, uffici vari, ma anche infermeria, barbiere, sala fumatori), regole di buona creanza da rispettare (giacca e cravatta al Senato, solo la giacca alla Camera, ovviamente per gli uomini), prima visita ai meandri di Montecitorio e palazzo Madama, avvicinamento di torme di assistenti parlamentari, uffici stampa, personale che vuole avere (o riavere) un posto, conoscenza dei famosi – e temuti – commessi in livrea. Ecco le prime incombenze dei nuovi deputati.  Compresa l’iscrizione ai rispettivi gruppi parlamentari, anche se per l’elezione dei rispettivi capigruppo, deputati e senatori dovranno aspettare la settimana ancora successiva. Quando, se mai si conoscesse già – ma non sarà questo il caso – ‘chi’, tra i partiti presenti in Parlamento, è in maggioranza e ‘chi’ all’opposizione si potranno formare anche le commissioni, sia quelle permanenti che  bicamerali e speciali.

Il Grande Esordio. Il 23 marzo si terrà la prima seduta ufficiale delle nuove Camere della XVIII legislatura. Alla Camera, a presiedere, ci sarà il vicepresidente uscente più giovane (Roberto Giachetti, Pd), al Senato il senatore più anziano, Giorgio Napolitano, sarà lui ad aprire la seduta. Si parte subito, dalle ore 10.30 al Senato e dalle ore 11.00 alla Camera con la prima votazione, quindi ecco le regole.

Le regole per eleggere i due Presidenti delle Camere.

A palazzo Montecitorio l’elezione del presidente dell’assemblea scatta, nei primi tre scrutini, solo se si raggiunge la maggioranza dei 2/3, poi serve quella assoluta. Ma leggiamo il regolamento della Camera: “L’elezione del Presidente ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei componenti la Camera. Dal secondo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti”. Insomma, senza un accordo ‘largo’ c’è poco da fare: l’elezione del nuovo presidente della Camera dei Deputati potrebbe rivelarsi una questione lunga e complicata.

A palazzo Madama, invece, nei primi due scrutini serve la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea. Se non si raggiunge tale quorum, però, tutto si fa più semplice: il giorno successivo, cioè il 24, alla terza votazione, basta la maggioranza assoluta dei voti dei presenti. Qualora non sia stata raggiunta si procede, lo stesso giorno, al ballottaggio tra i due candidati più votati, basta prendere un voto in più, a parità di voti, viene eletto il candidato più anziano di età. Ma leggiamo per esteso il Regolamento del Senato: “Il Senato procede alla elezione del Presidente con votazione a scrutinio segreto. E’ eletto chi raggiunge la maggioranza assoluta dei voti dei componenti del Senato. Qualora non si raggiunga questa maggioranza neanche con un secondo scrutinio, si procede, nel giorno successivo, ad una terza votazione nella quale è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti dei presenti, computando tra i voti anche le schede bianche. Qualora nella terza votazione nessuno abbia riportato detta maggioranza, il Senato procede nello stesso giorno al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto nel precedente scrutinio il maggior numero di voti e viene proclamato eletto quello che consegue la maggioranza, anche se relativa. A parità di voti è eletto o entra in ballottaggio il più anziano di età”. Traduzione: l’elezione del presidente del Senato, a differenza della Camera, non impone un accordo tra forze politiche. Al quarto scrutinio una forza politica che non ha conquistato la maggioranza assoluta dell’Assemblea può eleggersi da sola il presidente. Ricordiamo che il presidente del Senato è la seconda carica dello Stato, e in caso di impedimento del presidente della Repubblica, ne ha il compito di supplente.

I candidati a bordo pista dei principali partiti.

I 5Stelle sono risultati non solo il primo partito del Paese, ma anche il primo gruppo parlamentare sia alla Camera che al Senato (222 deputati e 112 senatori). I loro candidati in pectore sono Roberto Fico, esponente dell’ala ‘movimentista’ M5S, ma in ribasso, e soprattutto Riccardo Fraccaro, tra i fedelissimi del leader Di Maio, avvocato e protagonista della battaglia sui vitalizi nella passata legislatura. E’ girato con insistenza anche il nome dell’ex direttore di Sktg24, Emilio Carelli, ex volto Mediaset, che potrebbe vantare un buon rapporto con FI e Berlusconi. per la Camera, e quello di Danilo Toninelli, esperto di legge elettorale e neo eletto al Senato dopo essere stato deputato. La Lega è il primo partito dentro la prima coalizione uscita vincitrice dalle urne, il centrodestra, ma dopo pochi giorni già non è più il primo gruppo parlamentare della coalizione perché FI l’ha scavalcata al Senato. In ogni caso conta 124 deputati e 57 senatori. I candidati di Salvini sono solo due: Giancarlo Giorgetti, uomo ombra di Bossi prima e Salvini poi, ‘grande tessitore’ delle intese del Pdl che fu ma anche in buoni rapporti con il Pd, il Quirinale, le banche, i poteri. Ovviamente alla Camera, dove Giorgetti è stato eletto, ma la Lega, come pure il centrodestra, ha puntato tutte le sue carte sul Senato. Si parla anche di Massimiliano Fedriga, che doveva essere il candidato del centrodestra in Friuli, sempre per la Camera, ma la sua candidatura è di riserva. Al Senato si irrobustisce sempre di più la candidatura dell’ex avvocato di Giulio Andreotti (ma anche di Niccolò Ghedini) Giulia Bongiorno (ex esponente di Fli di Fini) mentre invece perde quota la candidatura di Roberto Calderoli, già vicepresidente del Senato, il cui nome è legato alla legge elettorale Porcellum, non più nelle grazie di Salvini. Terzo incomodo, tra M5S e Lega, è Forza Italia: aveva eletto 104 deputati e 57 senatori, che però sono diventati 61 perché i 4 eletti dell’Udc nelle liste di Noi con l’Italia hanno deciso di aderire, al Senato, al gruppo di Forza Italia. Ed è proprio al Senato che ha sperato a lungo di spuntarla il capogruppo azzurro uscente, Paolo Romani, uomo di fiducia di Berlusconi, ma che i pentastellati (e i leghisti) non vogliono. Nelle ultime ore, se il centrodestra (che conta, in ogni caso, come coalizione, sul gruppone più folto: 263 deputati, tre eletti all’Estero, e 137 senatori, due eletti all’Estero) troverà la famosa ‘quadra’ stanno salendo di molto le quotazioni di Annamaria Bernini, avvocato bolognese, riconfermata senatrice di FI. Infine, nel centrodestra, c’è anche Fratelli d’Italia della Meloni (32 deputati e 17 senatori) giocano di sponda più con Berlusconi e FI che con Salvini e la Lega, in questa fase.

Fuori dai giochi, invece, è il Pd (116 deputati, di cui quattro eletti all’Estero e sei non iscritti al Pd, e 57 senatori), di cui 2 eletti all’Estero e 5 non iscritti al Pd): il ministro Dario Franceschini ha sognato per un po’ di poter diventare presidente della Camera, ma i voti dem, al massimo, potrebbero andare al candidato azzurro (Romani?) al Senato per far saltare i giochi in corso tra M5S e Lega.

Gli ‘altri’ e i seggi ‘fantasma’.

A completare il quadro, ci sono le minoranze linguistiche di Trentino e Val d’Aosta, (tre al Senato e cinque alla Camera, i 14 deputati e 4 senatori di Leu di Pietro Grasso, sei senatori a vita (solo al Senato, ovviamente) e…

…E, causa un ‘baco’ presente nella legge elettorale con cui si è votato, il Rosatellum, 10 seggi NON ancora attribuiti alla Camera e uno al Senato. Seggi che solo la Giunta per le Elezioni delle due rispettive Camere, quando si riunirà, potrà attribuire in via definitiva e finale. In sostanza, però, mentre per i dieci seggi mancanti della Camera si terrà conto delle proclamazioni – parziali – delle corti d’Appello, per il seggio mancante del Senato (il caso riguarda il M5S in Sicilia) non c’è niente da fare perché l’attribuzione dei seggi avviene su base regionale e solo la Giunta per le elezioni, quando si riunirà, potrà decidere a chi spetta… Subito dopo l’elezione dei presidenti, si costituiranno anche i gruppi parlamentari dei vari partiti e inizieranno a costituirsi anche le diverse commissioni parlamentari, anche se per completare quest’ultimo atto – fondamentale per far partire la ‘macchina’ del Parlamento – bisognerà prima sapere chi andrà al governo e chi all’opposizione…

I giochi a incastro tra i partiti e la ‘partita doppia’.

Le presidenze delle Camere potrebbero costituire una ‘base d’asta’ ragionevole per la formazione del futuro governo o potrebbero risultare solo come segno di presidenze ‘di garanzia’ per entrambi i rami del Parlamento, ma di certo il ‘chi va dove’ sarà comunque decisivo per i futuri equilibri. In sintesi, le posizioni dei principali partiti sono queste. Dentro il M5S si parte da un presupposto: il partito uscito vincitore dalle elezioni ‘deve’ avere la presidenza di una delle due Camere e i pentastellati vogliono Montecitorio. La Lega sembra disposta a concedere loro questo primato (Berlusconi, invece, no, e Fd’I neppure), il Pd anche. Invece, dentro il centrodestra, regna ancora il caos. Salvini reclama per sé la presidenza del Senato, ma anche l’incarico a premier. Berlusconi vuole per sé l’alto scranno di palazzo Madama e la Meloni è sulle stesse posizioni anche se Fd’I lancia la candidatura ‘di bandiera’ della Meloni alla Camera. FI potrebbe cercare, almeno al Senato, un colpo di mano: eleggere un proprio nome con i voti del Pd, ma il Pd ci sta? Ancora ‘suonati’ dalla sconfitta, con Martina reggente e con Renzi, per ora, eclissato ma dentro i gruppi parlamentari, composti per lo più da renziani, ancora forte e determinante – il Pd è tentato da un lato di giocare di sponda con FI e, dall’altro, di mettersi all’Aventino, all’opposizione e… basta.  Come suol dirsi, i prossimi giorni saranno quelli decisivi. Eletti i due presidenti (entro il 27 marzo), dal 2 aprile inizieranno le consultazioni al Quirinale. Tutt’altra partita.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su @Quotidiano.net il 20 marzo 2018. 


Salvini e Di Maio. segnali di fumo su presidenze delle Camere e governo. Mattarella per ora tace, ma farà delle consultazioni ‘al ralenty’

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

Pubblico qui due articoli usciti negli ultimi due giorni su Quotidiano Nazionale che riguardano i rapporti tra le principali forze politiche in vista dell’elezione dei presidenti delle Camere e delle consultazioni. 

 

 

 

  1. Salvini e Di Maio accelerano e intensificano incontri e telefonate. Mattarella osserva, per ora scettico. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Salvini che telefona a Di Maio per accordarsi sulle cariche. Berlusconi che litiga con Salvini. Il Pd che si mette ‘a disposizione’ di Mattarella ma che riceve a sua volta, via Martina, da Salvini un’altra telefonata in cui il leader leghista spiega, come farà anche a Grasso, leader di Leu, che “il Parlamento deve essere operativo al più presto”. La giornata politica ieri ha segnato un’improvvisa e inattesa accelerazione. Forse persino al Colle è venuto mal di testa.
Il leader della Lega, Matteo Salvini apre ai 5Stelle (“Esclusa una collaborazione con il Pd tutto è possibile”), anche se sostiene di farlo a nome dell’intero centrodestra. Poi, in più, nel pomeriggio telefona direttamente a Di Maio: in teoria, solo per trovare un accordo sulla presidenza delle Camere, ma è impensabile che i due non abbiano parlato anche del futuro governo. Dal canto suo, il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, dimostra sicumera assicurando che “Impiegheremo meno rispetto ai tempi che ha impiegato la Germania per formare il governo”. Sarà così per davvero?

Ma la telefonata Di Maio-Salvini è il preludio di un’intesa? Certo è che potrebbe sbloccare in modo rapido e indolore almeno la pratica dell’elezione dei presidenti delle Camere: Giancarlo Giorgetti, vero numero due di Salvini, alla Camera e Danilo Toninelli al Senato i nomi più gettonati, anche perché la seconda scelta di Salvini, Roberto Calderoli, potrebbe creare, per polemiche passate, più di qualche imbarazzo al Colle.
A fare da vasi di coccio tra i vasi di ferro ci sono i due sconfitti nelle urne. Berlusconi prova, dopo aver fatto inutilmente la corte al Pd, a respingere l’amaro calice che gli offre Salvini (“Aprire ai 5Stelle? Sì, per cacciarli fuori”) ma costretto a fare, furibondo, buon viso a cattivo gioco, con il rischio di veder svanire tutte le poltrone che contano.
Il Pd, invece, si è già assestato su una linea che suona come una litania: ‘tutto-quello-che-dice-il-Colle-ci-va-bene”. Il coordinatore della segreteria dem (e ormai in buon predicato di diventare capogruppo alla Camera del Pd), Lorenzo Guerini, mette uno stop alle avances di Berlusconi (“L’ipotesi di un appoggio del Pd a un governo di centrodestra è fantapolitica”), ma l’area dei ‘responsabili’, rispetto le richieste che, prima o poi, farà ai dem Mattarella, si allarga a vista d’occhio. Si va dal neo-segretario Martina al ministro Delrio, dal leader di minoranza, Orlando, al capofila dei non renziani di maggioranza, Franceschini, che ieri ha proposto, in un’intervista, “la legislatura costituente”.

Ma cosa intende fare, davanti a tutti questi ‘giri di valzer’, il Capo dello Stato? Ha poche certezze, ma tutte granitiche. La prima è che non manderà mai il Paese al voto senza che il Parlamento abbia riformato una legge elettorale, quella attuale, il Rosatellum, che è solo un pallido e pasticciato ricalco della legge che porta il suo nome, il Mattarellum.
La seconda è che non solo bisogna approntare, entro il 10 aprile, il nuovo Def, di portata triennale, ma che, entro il 15 ottobre, va licenziata e spedita a Bruxelles, per farsela bollinare, la nuova manovra economica. Al Def ci sta lavorando il ministro all’Economia, Padoan, ma l’approvazione delle nuove Camere, in presenza o anche in assenza di un nuovo governo, è decisivo per il suo varo. Potrebbero essere due commissioni ‘speciali’ (accadde nel 2013 quando il governo Monti, ancora in carica, e prima che nascesse quello Letta, di lunga gestazione, mandò il Def alla Ue), in assenza delle commissioni ordinarie, a doverlo approvare. Morale: al Colle sono convinti che 1) un governo ci sarà; 2) prima di un anno (aprile 2019) non si può tornare a votare. Se poi nascerà un governo ‘politico’ sull’asse M5S-Lega o un governo ‘istituzionale’, cioè di tutti, sarà scelta dei partiti.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 15 marzo 2018.


 

2. Mattarella e le consultazioni ‘al ralenty’. Se non c’è nessun governo, si farà un governo di tutti…

Ettore Maria Colombo – ROMA

Nessun governo istituzionale e/o elettorale aperto a tutti e nessuna paura di tornare al voto, anzi. La coppia Salvini-Di Maio parla all’unisono, neanche si fossero messi d’accordo. Inoltre, sembrano a un passo dall’accordo sullo ‘scambio’ per la presidenza delle Camere, magari con Toninelli o Crimi (M5S) al Senato e Giorgetti (Lega) alla Camera (oppure, al contrario, piazzando Calderoli al Senato, un pentastellato alla Camera), lasciando a bocca asciutta Pd e FI che pure ci speravano in una carica affidata a uno di loro (Franceschini alla Camera, Romani al Senato). Salvini, da Bruxelles, ribadisce il suo stentoreo ‘me ne frego’ delle regole della governance europea (3% in testa) e ripropone la linea dura: centrodestra al governo ma con me. Il candidato premier dei 5Stelle, Luigi Di Maio, davanti alla Stampa Estera, usa accenti assai simili: “Non contempliamo alcuna ipotesi di governo istituzionale né di un governo di tutti”. Poi si rimette in sintonia con Salvini sulla presidenza delle Camere che, appunto, “non riguardano il governo”. Uno spiraglio per la formazione di un governo ‘di tutti’ arriva, invece, dal terzo incomodo, il Pd. “Se Mattarella – dice il ministro Graziano Delrio – ci chiedesse di fare il governo valuteremo. Il Presidente ha sempre la nostra attenzione e la nostra collaborazione”. Il neo-segretario dem, Maurizio Martina, ci va più cauto, ma il concetto è quello.

Ma cosa vuol fare, invece, Sergio Mattarella? L’impressione e l’aria che si respira al Colle è l’esatto contrario delle presunte ‘accelerazioni’ e voglie di chiudere al più presto la partita che gli vengono attribuite in qualche retroscena. Dato che – ragionano al Colle – i”due vincitori” non vogliono fare i conti con la realtà (né il partito arrivato primo, i 5Stelle, né la coalizione arrivata prima, il centrodestra hanno i numeri per governare) l’idea è di far ‘decantare’ la situazione, quasi che i due partiti che sbandierano i loro candidati premier e i loro programmi debbano ‘sfogarsi’, piantando le loro bandierine. Inoltre, al Quirinale non hanno “alcuna fretta” di accelerare il timing delle consultazioni. Le Camere si riuniranno per la prima volta il 23 marzo, come prima cosa dovranno eleggere i loro presidenti (compito non facile, specie a Montecitorio), costituire i gruppi parlamentari, eleggere i capigruppo. Complice il ponte Pasquale, che cade dal 30 marzo al I aprile, Mattarella potrebbe decidere di attendere ancora un po’ e far slittare l’inizio delle consultazioni al 2 aprile. Insomma, il Colle vuol far ‘sbollire’ la situazione e, alla fine, costringere i partiti – ‘tutti’ i partiti, da FI al Pd, che direbbero certo di sì, a Lega e M5S, che non potrebbero dire di no – ad appoggiare quel governo di scopo e/o istituzionale (guai però a chiamarlo ‘del Presidente’: Mattarella è un parlamentarista rigoroso e convinto) che appare, al Colle, l’unica strada realmente percorribile. Un governo che dovrebbe varare la legge di Bilancio, in autunno, e portare il Paese a nuove elezioni nel 2019, ovviamente dopo aver scritto una nuova legge elettorale. Un governo, quindi, con un’ampia, o amplissima, base parlamentare e retto da partiti che indicherebbero ministri di area mentre individuare il premier spetterà al Colle. Altro che ‘governo delle astensioni’ o della ‘non sfiducia’ come furono i tre governi Andreotti nel 1976-’79, retti da un patto di ferro tra Dc e Pci, i “due vincitori” delle elezioni del 1976, come li definì allora Aldo Moro. Mattarella, allievo di Moro, non pensa a quell’esempio ma a tutt’altra formula: il governo di collaborazione tra Dc e Pci del secondo dopoguerra, quando partiti che avevano visioni strategiche (e ideologiche) opposte del mondo dovettero collaborare perché bisognava tirar fuori il Paese dalla devastazione bellica.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 14 marzo 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale