Caso Banca Etruria, ira della Boschi: “Vogliono colpire me e il Pd”. Partono le querele per De Bortoli e altri giornalisti. Renzi preoccupato

Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA

Maria Elena Boschi aveva passato lo scorso weekend in modo assai piacevole. Era andata a Caserta per partecipare al seminario organizzato dalla europarlamentare dem Pina Picierno, sua amica, ‘Terre d’Europa’: gli astanti l’avevano trovata “solare, entusiasta, pronta a tuffarsi nella campagna elettorale”. Peraltro, ai dem campani risulta che Boschi non si candiderà in Toscana, nella sua città natale, Arezzo (Laterina, in realtà), ma proprio in Campania, collegio della Camera.

Ieri, però, per l’ex ministro e oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio è stata una giornata infernale. Le dichiarazioni del pm di Arezzo Rossi sono un crescendo. La Boschi decide da sola e molto rapidamente di rispondere con la sostanziale solidarietà di Renzi. Il leader dem – dopo una giornata convulsa fatta di sfoghi, contatti per decidere la linea, rabbia per la vicenda Etruria che riemerge e male – scrive su Facebook una vera chiamata alle armi: “Ognuno può dare una mano contro disfattismo e disinformazione”. Poi, in privato, Renzi invita “tutti” i suoi a fare “fronte comune” perché “la prossima campagna elettorale sarà una battaglia all’ultimo voto. Anche una piccola percentuale farà la differenza. Noi dobbiamo organizzarci e rispondere”. Il guaio è che la solidarietà dem a Meb arriva col contagocce mentre la tattica dei commissari renziani in commissione banche diventerà, a questo punto, quella della ‘guerriglia’: risentire Rossi, mettere sotto pressione Consob, BankItalia, forse persino Padoan che verranno tutti auditi in un calendario col ritmo serrato. Tutto per riprendere la controffensiva dopo che lo stesso Renzi pensava, col suo viaggio in treno e i suoi incontri con i risparmiatori, di aver risalito la china sul tema più spinoso per la Boschi come per lui, le banche.

E così, in poche ore, ‘Meb’ scrive ben due post ‘personali’, tutti e due pubblicati su Facebook: in entrambi, una notizia. Nel primo spiega, de plano, tutte le sue ragioni: “Il fatto che mio padre sia stato per qualche mese vicepresidente della Banca non ha impedito al governo Renzi di commissariarlo. Se mio padre ha commesso dei reati ne risponderà come privato cittadino”. Parlando invece del Pd, per la Boschi “a noi interessano gli atti ma c’è chi li usa solo per attaccarci”. La Boschi ce l’ha chiaramente con Di Maio che le chiede di “smettere di fare politica e dimettersi”: a lui rilancia l’invito a quel confronto tv “davanti a cui Di Maio scappa sempre”.

Ma con il passare delle ore e il fluire della giornata, gli attacchi delle opposizioni (M5S, Lega, etc) si fanno sempre più arrembanti e pesanti anche se solo i 5Stelle chiedono, formalmente, al presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche, Pierferdinando Casini, di audire Ghizzoni, ad di Unicredit, e di riascoltare il pm di Arezzo Rossi per le sue dichiarazioni che, ora, vengono giudicate ‘omissive’. Il guaio è che, tranne casi isolati (il Carneade senatore dem Vazio), le note di agenzie languono di solidarietà dei dem. Al Nazareno si sospira: “I 5Stelle usano la vicenda banche per attaccarci, ma non appena si entra nel merito si capisce che sono attacchi senza sostanza. Loro pensano solo a come attaccare la Boschi, noi a come difendere le famiglie”. Sarà, ma Renzi è preoccupato, i big pure, Gentiloni manco a dirlo.

Nel secondo post della Boschi, che esce più tardi, verso sera, c’è poi l’annuncio di una “azione civile di risarcimento danni” per Ferruccio de Bortoli – che ha scritto, nel suo libro Poteri quasi forti, della richiesta di ‘interessamento’ e di vere e proprie ‘pressioni’ fatte dall’allora ministro verso l’ad di Unicredit Ghizzoni (e, ora, non a caso i 5Stelle chiedono che venga anche lui audito in commissione) su Banca Etruria più, “a breve” altrettante azioni di risarcimento danni, sempre in sede civile, anche verso “altri giornalisti” (forse, anzi sicuramente, de La Verità e forse pure de il Fatto). In serata arriva la risposta, via Twitter, di de Bortoli: “Mi aspettavo una querela per diffamazione, mai arrivata. Dopo sette mesi, apprendo che mi farà causa civile per danni”. Parole al curaro: la querela è un’azione penale che comporta di dover dire sempre la verità, la causa civile ha tempi più lunghi, costa molto a chi la perde e soprattutto non occorre aver detto il falso se il danno effettivo è provato.

L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 5 dicembre 2017

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Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 

Renzi sotto assedio nel partito e fuori: cerca di rilanciarsi in tv, ma i guai restano. Le mosse anti-Renzi dei big dem e quelle di Grasso, Pisapia e altri ancora

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

1. Renzi va a La7 per attaccare, ma finisce assediato Poi sbotta: “Mi vogliono morto”
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Mi dispiace che non ci sia Di Maio, l’aveva chiesto lui il confronto in tv, poi è scappato. Non è serio fare così”. Di Maio non c’è, ma c’è Matteo Renzi, a Di Martedì, condotto da Giovanni Floris su La 7. Di Maio non si è fatto trovare, Renzi lo prende in giro da giorni (“coniglio”), ma l’ex premier arriva già teso e irritato. Il dbattito si fa subito puntuto: i giornalisti presenti sono tutti antipatizzanti dell’ex premier (Giannini, Sallusti, Massimo Franco), Renzi li detesta,  battibecca più volte con loro e con il conduttore Floris (“Non ci vediamo da molti anni”,  modo gentile per dire non mi inviti mai, “Ti pago il 10% dello stipendio con tutti gli attacchi che mi fai a ogni puntata, così alzi lo share”). Poi, finalmente, si va sui temi. Il voto in Sicilia? “Abbiamo perso, ma erano elezioni locali”. Tante sconfitte in tanti anni (amministrative) nessuna autocritica? “Io rispondo per le Europee, vinte, e il referendum, perso. Il giudizio sul Pd e me lo daranno gli elettori alle Politiche”. Cosa è disposto a cedere a Mdp per ricucire un’alleanza? lo incalza Floris. “Ma chi se ne importa dei miei rapporti personali con D’Alema o con Bersani! La divisione c’è stata quando abbiamo fatto le primarie, quel popolo ha parlato e va rispettato”. Renzi assicura che, per costruire la coalizione, “mi rivolgerò a tutti senza veti”, ma “D’Alema vuole che io mi dia fuoco in piazza, è  troppo!”. “Mi vogliono morto”, dirà appunto poi.
Fin qua il Renzi pubblico, quello che ieri sera è andato in tv e che, nella sua Enews mattutina, dice secco che “dire che il problema sono io per il voto in Sicilia vuol dire solo usare ogni mezzo per togliere di mezzo l’avversario scomodo, cioè io”. E, infatti, poi c’è il Renzi privato, quello che, in una pausa preparatoria con i suoi del dibattito serale, sbotta, appunto, con la frase “Mi vogliono morto”. Sono mesi che cercano di mettermi da parte. Non ci riusciranno. Io non mollerò di un centimetro”. Poi spiega: io la “coalizione larga” la “voglio costruire” ed è convinto che il centrosinistra, se unito, possa arrivare al 40 %, ma insiste nel refrain: “non metterò veti ma non li accetterò”.
Del resto, non esiste proprio, per Renzi, la possibilità che il centrosinistra si presenti alle elezioni guidato da un altro esponente del Pd che non sia lui: “Non ci sarà un candidato premier per tutti i partiti che comporranno la nostra coalizione perché la stessa legge elettorale non la prevede”. E tanti cari saluti a Mdp, che ha deciso di presentarsi con il presidente del Senato, Pietro Grasso, come front runner. Renzi li sfotte da giorni:“il 5,3% che hanno preso in Sicilia dimostra che alle porte non c’è la ‘rivoluzione comunista’”. Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, diplomatico per costituzionae, ci ha provato a ricucire: ieri, alla Camera, ha parlato con il plenipotenziario di Bersani, Nico Stumpo, per riportare Mdp ‘alla ragione’, ma anche il ‘Forlani’ di Renzi sa che anche i suoi sforzi destinati al fallimento. Inoltre, Renzi ormai è già in modalità “campagna elettorale”.
Non a caso, uno dei primi punti della Direzione nazionale, già convocata per lunedì 13 novembre, saranno i vitalizi. E cioè la proposta di legge Richetti per abolirli che langue nei cassetti del Senato. Renzi vuole che il Pd e il gruppo dem, a partire dal capogruppo Zanda, di certo non un suo fan, si adoperi in tutti i modi possibili per farla passare entro i pochi mesi che restano da qui alla fine della legislatura. L’altro tema all’ordine del giorno della Direzione saranno le famose ‘deroghe’ alle candidature per le Politiche. Tanto agognate da tutti i big del partito (Franceschini, Orlando, etc.), essi stessi devono chiederle, non avendone più diritto (15 anni è il rigido tetto previsto dallo Statuto del Pd). Ma le elezioni siciliane – quella che, ai tempi del Pci-Pds-Ds, era un evergreen, “l’analisi del voto” – non è all’ordine del giorno. “Chi pensa che il Pd possa passare i prossimi mesi a litigare fa solo un grande regalo a centrodestra e 5Stelle”, taglierà corto, in Direzione, Renzi, con fare minaccioso. Ma gli altri big preparano già lo ‘scherzetto’: lanciare Walter Veltroni (o, ovviamente, Paolo Gentiloni, su cui ‘apre’ anche Renzi, in verità, come possibile nuovo candidato premier), oggi ‘padre nobile’ del Pd al posto di Renzi come capo della coalizione di centrosinistra per ‘allettare’ i possibili alleati. Veltroni, però, non ci pensa proprio a tornare alla politica ‘attiva’ e anche ieri sera, presentando – in contemporanea con Renzi, ma su un’altra rete (Rai 3, ospite di ‘Carta bianca’, la trasmissione condotta da Bianca Berlinguer), lo ha ribadito (“Non mi candiderò più in Parlamento, l’ho già detto più volte”), anche se poi ha criticato le scelte di Renzi. In ogni caso, i big dem attendono solo che Renzi fallisca, questa volta per sempre: subito dopo il voto alle Politiche, non vedono l’ora di chiedere un congresso straordinario del Pd per pretendere e ottenere in via definitiva la testa di Renzi, disarcionandolo, oltre che da leader, da segretario.
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2. Renzi rifiuta le primarie con Mdp o con altri. L’incontro tra Pisapia e Grasso. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
«L’ipotesi di primarie di coalizione con Mdp che candida Grasso o con altri per me non esiste. Punto». Matteo Renzi si sfoga con i suoi dopo una lunga mattinata passata a compulsare i voti – quelli «veri – che arrivano dalla Sicilia. Il tonfo non è stato «epocale» come qualcuno, anche nel Pd, aveva detto – e sperato – l’altra notte. Il Pd raccoglie il 13,2% dei voti che, in seggi, saranno pari, circa, ai 17 seggi (13,4%) presi dal Pd di Bersani quando si votò cinque anni fa.
Il problema è un altro. Renzi è furibondo con gli spifferi che lo vogliono pronto a confrontarsi, in primarie di coalizione, con Mdp, che gli potrebbe contrapporre il presidente del Senato Grasso: «Quelli ci odiano, che senso ha? E per fare cosa? Abiurare il nuovo Pd costruito con tanta fatica e l’intero lavoro del mio governo?!».
Insomma, la risposta è un «no», secco e rotondo, all’ipotesi di primarie di coalizione se, dentro il centrosinistra, ci fosse pure Mdp. Diverso, ovviamente, sarebbe il caso se, a chiedere le primarie, fossero i centristi (Casini-Dellai e «quel che resta» di Alfano e Ap) o i Progressisti di Pisapia-Bonino. Ma anche su questo punto le ipotesi allo studio al Nazareno divergono. Lorenzo Guerini, pontiere per natura, media fino all’esasperazione: «Io sono per fare un accordo, programmatico e politico, con tutti, centristi e sinistra, altrimenti dovremo fare l’intera campagna elettorale in nome del voto utile». Invece, i renziani ortodossi (vedi alla voce: Orfini) non ci sentono: «Matteo è il leader, punto». Renzi si tiene in posizione mediana: «Sono pronto da domani ad aprire il confronto con i possibili alleati. Io la mia leadership non la voglio imporre a nessuno». Sicumera? In realtà, Renzi non teme che, in Direzione, già convocata per il 13 novembre, Orlando e Franceschini – leader delle aree interne da tempo in guerra ‘sporca’ contro di lui – gli tirino brutti scherzi. Certo, Orlando punge («Renzi è stato eletto segretario ma non ancora imperatore»), ma Franceschini, invece, media (lo farà oggi in un’intervista). Renzi è tranquillo perché, come ripete, «I numeri, in Direzione, li ho io. Vogliono sfiduciarmi? Auguri!».
La vera “apertura” del leader è un’altra. Renzi sarebbe infatti pronto a fare un «passo di lato». Il suo ragionamento si snoda così: «La nuova legge elettorale non prevede la figura del candidato premier. Il centrodestra non lo avrà. I 5Stelle sì, ma in realtà dietro Di Maio c’è Grillo. Volete che non sia io per il centrosinistra? – sbotta – Bene. Facciamo così: se il Pd va male e altre forze di sinistra molto bene saranno loro a indicare a Mattarella un altro nome del Pd. Gentiloni? Delrio? Vedremo. Se invece il Pd resterà forte, come dicono tutti i sondaggi, sarò io. In ogni caso, mi sta bene che non ci sia il candidato premier di tutti».
Basta e basterà all’asse nascente Pisapia-Bonino-Della Vedova? No. Ieri, all’ora di pranzo, Pisapia è andato a trovare il presidente del Senato, Pietro Grasso, per un pranzo. Due i corni del dilemma affrontati dai due, entrambi assai allarmati dal voto siciliano. Il primo: la lista di Fava è andata molto male, quasi peggio di 5 anni fa, quando la guidava un Carneade. Ergo, il valore aggiunto di Mdp è pari allo zero virgola. Secondo: neppure Grasso, oltre a Pisapia, vuole accollarsi «tutto il cucuzzaro» della sinistra radicale: i vari Fratoianni (SI), Acerbo (Prc), Montanari e Falcone, etc.
Domenica 12 novembre si terrà la convention nazionale di Campo progressista: sul palco saliranno, insieme a Pisapia, forse la Bonino, di certo la Boldrini (la data è stata spostata per permetterle di partecipare) e forse anche lo stesso Grasso. Dal palco la proposta che verrà fatta al Pd sarà questa: «Se Renzi accetta di non essere più lui il dominus del centrosinistra bene, ma deve farsi da parte e cedere lo scettro a Gentiloni o altri, altrimenti ognuno per la sua strada. Noi andremo da soli cercando di arrivare al 3% con l’idea forte di un Ulivo bis. Anche Mdp, Bersani, D’Alema dovranno decidere da che parte stare, noi possiamo essere autonomi». Vaste programme, direbbe il generale De Gaulle.
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3. Mattarella e la data del voto: “Pura fantasia” le illazioni su urne a maggio 2018. 
EMC – ROMA
“Pura fantasia”. Così viene liquidata, dal Quirinale, l’ipotesi di un avallo, da parte del Capo dello Stato, di un percorso che porti la legislatura a “scadenza naturale”. Le Camere nel 2013 si insediarono il 14 marzo: ‘scadenza naturale’ vuol dire arrivare al 15 marzo 2018 per votare, di conseguenza, non prima del 15 maggio. Salvini e Meloni, ieri, già gridavano al ‘golpe’, i 5Stelle pure. “Pura fantasia”. Il Colle asserisce di avere sul tema una “funzione notarile”, ma non è così. La nota ufficiosa del Colle non a caso dice che “solo nel momento in cui governo e maggioranza dichiarassero di aver esaurito il loro compito, si porrebbe il tema della conclusione della legislatura, dell’eventuale scioglimento anticipato delle Camere e della data del voto”. E così sarà. Palazzo Chigi e Quirinale hanno già cerchiato, sul calendario, una data in rosso: il 18 marzo 2018, il che vuol dire, data la necessità di un tempo tra i 50 e i 70 giorni per indire i comizi elettorali (di solito se ne usano sempre 65), sciogliere le Camere a gennaio, quasi sicuramente al rientro dalle feste della Befana, il 6/01/2018. Morale: “dopo l’approvazione della legge di Bilancio” – si spiega dal Colle – “se il premier, a fine anno, riterrà di presentarsi dimissionario, si andrà ad elezioni a marzo”. Ma chi ha fatto perdere così tanto le staffe al ‘mite’ Mattarella? Il Quirinale punta l’indice su “fonti parlamentari”: Meloni e Salvini, certo, ma anche Franceschini e Orlando, che vogliono tirare in lungo la legislatura per ‘sfiancare’ Renzi. Poi ci sono le “fonti giornalistiche”: due articoli usciti sullo stesso giornale, il Corsera. Il Colle ha detto ‘stop’ a tutti.
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NB: I tre articoli sono stati pubblicati, rispettivamente, il primo il 7 novembre 2017 e l’8 novembre 2017 il secondo e il terzo sempre su pagine di Quotidiano Nazionale. 

Renzi va e torna dagli Usa, ma i guai rimangono in casa: la Sicilia e il rapporto tra il Pd e il governo Gentiloni

renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Pubblico qui di seguito – con colpevole ritardo – i tre articoli scritti per QN e usciti tra il I e il 2 novembre 2017 su Renzi negli Usa da Obama e i guai del segretario e del Pd rimasti in Italia.
Ettore Maria Colombo – ROMA
1. Prove anti-Gentiloni. Renzi dagli Usa dà il via libera ai cattodem sul bonus bebé.
(L’articolo è uscito il 2 novembre 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale)
Bonus famiglia. Innalzamento dell’età pensionabile. Più risorse per il contratto degli statali, degli insegnanti, etc. E’ partito il consueto “assalto alla diligenza” alla manovra che, a partire dal 7 novembre sarà all’esame della commissione Bilancio del Senato presieduta dal dem ‘rigorista’ Tonini. La cosa curiosa è che gli ‘assaltatori’ hanno avuto luce verde direttamente dal Nazareno. E, cioè, dal Pd di Renzi. Succede, infatti, che ieri, con una nota, un manipolo di senatori dem, tutti renziani convinti (Di Giorgi, Cociancich, Collina, Cucca, Fattorini, Lanzillotta, Marino, Santini, etc.), si uniscono come un sol uomo alle vibranti proteste di Ap. Il partito di Alfano, il giorno prima, aveva tuonato, con i due capogruppo alla Camera e al Senato, Lupi e Bianconi: “Senza bonus famiglia diremo no alla manovra”. Sembrava la classica tempesta in un bicchiere d’acqua (“quelli di Ap fanno la voce grossa due giorni, poi gli passa”, il commento tra i dem), ma ecco scendere in campo i ‘cattodem’ del Pd. Protestano ad alta voce, pure loro, contro la cancellazione del bonus bebé dalla manovra varata dal governo Gentiloni. Renzi è negli Usa: può esserne vittima e non regista? No. Infatti, prima in un’intervista ad Avvenire e poi a Portici, il leader del Pd ha puntato i fari, oltre che sul ddl Richetti sui vitalizi, sui temi sociali. Il leader dem ha già individuato nel maggiore sostegno ai figli a carico delle famiglie “una priorità assoluta insieme alla riduzione delle tasse sul lavoro” e ha già coniato lo slogan “mille euro a ogni figlio”. E chi pensava che quello di Renzi fosse solo un programma “elettorale” si è dovuto ricredere, dopo la nota dei senatori.
E così, con Renzi assente, ma ‘informalmente’ informato, si dice al Nazareno che, dietro la nota dei senatori ‘cattodem’, si stagli la figura di Lorenzo Guerini. Sarebbe stato lui, il coordinatore della segreteria Pd, detto ‘il Forlani’ di Renzi, a ‘ispirare’ l’uscita dei ‘catto dem’. La cui nota recita così: “La scelta del governo di non rifinanziare il bonus bebé è incomprensibile e non condivisibile”. Un uppercut al volto. Fa il paio, peraltro, con l’intemerata del ministro Martina che, pur se dal versante sinistro del partito, tuona contro il previsto aumento dell’età pensionabile a 67 anni. Richiesta che, dentro le Camere, ha due fan siamesi e scatenati: il supersinistro Cesare Damiano (Pd) e il superdestro Maurizio Sacconi (Ap). Infine, i senatori dem Ichino e Lepri chiedono di “utilizzare parte dei risparmi per costituire un fondo ad hoc perl’assistenza dei caregivers, le persone impegnate nell’assistenza a parenti gravemente disabili, proposta su cui Qn ha condotto una importante campagna stampa e su cui anche Ap ha presentato proposte.
Il premier è all’estero (un viaggio in India, molto importante, e poi in Arabia Saudita ed Emirati Arabi che si concluderà oggi quando tornerà a Roma per incontrare i sindacati al tavolo verde di palazzo Chigi sulle pensioni, altro tema su cui il Pd ha alzato il fuoco di sbarramento chiedendo di rinviare l’innalzamento dell’età pensionabile) e non ha presa bene tutte queste notizie mentre il ministro Padoan è già andato su tutte le furie e promette battaglia.
Infine, il Colle. Naturalmente, è “preoccupato”. Ieri, non a caso, è filtrato dal Quirinale, sul cui tavolo c’è la legge elettorale ancora da firmare, che Mattarella intende “vigilare” sulla manovra: nonostante lo “sfilacciamento” della maggioranza e le sue “geometrie variabili”, si tratta di un “passaggio fondamentale” per il Paese davanti alla Ue. Mattarella ha un arma segreta e atomica: sarà lui a decidere la data di scioglimento delle Camere e, dunque, le elezioni. Renzi punta tutte le sue fiches sul 4 marzo 2018, ma il Colle può rimandare lo scioglimento delle Camere fino al… 15 marzo 2018, il che vorrebbe dire, però, tenere le elezioni a maggio e dunque far slittare – a causa di tutte le procedure che servono per formare le nuove Camere – le consultazioni per la formazione del nuovo governo almeno a giugno. 
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2. Matteo e Barack si abbracciano, ma in Italia il Pd continua a perdere pezzi. 
(NB: L’articolo è uscito il 2 novembre a pagina 6 del Quotidiano Nazionale)

Nemo propheta in patria, si potrebbe dire. Matteo Renzi viene esaltato all’estero, direttamente da Barack Obama, ma in Italia lo aspettano a solo guai. In più, crolla nei sondaggi. “La politica deve diventare più attraente per coinvolgere più persone come è avvenuto nelle campagne elettorali mie e di Matteo”. Parola di Barack Obama. Bisogna rafforzare l’idea – aggiunge l’ex presidente Usa – che la politica può fare la differenza, battere il cinismo dei giovani e riportarli a votare”. Un endorsement in piena regola quello di Barack Obama che interviene a sorpresa a un panel dei lavori della sua Fondazione cui partecipava proprio Matteo Renzi coordinato da Caroline Kennedy, ex ambasciatrice e figlia dell’ex presidente JFK. Il segretario dem si trova, ormai da due giorni, a Chicago. Idem sentire di Barack e Matteo anche sui media che “non devono rafforzare l’idea di una politica che non offre risposte”, dice Obama. Renzi, che mal tollera i giornalisti e i talk show, non può che annuire. Il leader dem, nel suo intervento, ha parlato di “stagione di incredibili cambiamenti strutturali in Italia e in Europa e nessuno può fermare il cambiamento, che piaccia o no”, citando a  esempio “la rivoluzione, 10 anni fa, dell’IPhone”.

Peccato che, dall’Italia, arrivino solo brutte notizie, per il leader del Pd. La manovra economica rischia di finire a gambe all’aria, anche se proprio per colpa dei renziani che hanno aperto il fuoco sul bonus bebé e l’età pensionabile, facendo irritare, nell’ordine, Gentiloni, Padoan e il Colle. Le elezioni regionali in Sicilia che si terranno domenica rischiano di tramutarsi in un bagno di sangue, per il Pd. E, soprattutto, il percorso politico e le strategia del premier attuale, Paolo Gentiloni, si va sempre più divaricando da quello di Renzi. Gentiloni vuole imporre lo ius soli, subito dopo la manovra economica, al Senato, con la fiducia, e invece Renzi – che di ius soli non vuole sentir parlare – vorrebbe trovare lo spazio per il ddl Richetti sui vitalizi. Gentiloni, reduce da un importante viaggio di tessitura con molti Paesi chiave (India, Arabia Saudita, EAU), domani vedrà i sindacati sulle pensioni al famoso ‘tavolo verde’ di palazzo Chigi che Renzi aveva di fatto mandato in soffitta.

Infine, ci si mettono anche i sondaggi a incattivire i rapporti tra i due, anche se i rispettivi staff li definiscono “ottimi”. Secondo i dati dell’Istituto Ixé di Roberto Weber “Gentiloni gode di una fiducia superiore a quella di Renzi. E’ la rivincita dell’uomo tranquillo e batte Renzi 39 punti a 27”. Inoltre, Gentiloni “garantisce un maggiore valore aggiunto e farebbe un migliore risultato se fosse lui a guidare il Pd”. Ma anche altri dati del sondaggio Ixé sono interessanti: Luigi Di Maio, candidato M5S, è in crescita e si posiziona al secondo posto con il 32% mentre Matteo Salvini (Lega) gode di un gradimento molto alto (il doppio della Lega) e batte Silvio Berlusconi che si attesta solo al 21%. Per Ixé le prossime elezioni potrebbero essere” una sfida a due tra centrodestra e M5S col M55 che raccoglie i delusi del Pd”. Una prospettiva da far tremare le vene nei polsi a Renzi.

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3. Renzi vola a Chicago da Obama che se lo coccola. I guai sono rimasti tutti a Roma.
(NB: L’articolo è uscito a pagina 11 del Quotidiano Nazionale il I novembre 2017). 
“Buongiorno da Chicago, amici! Sono qui per il primo summit mondiale della Fondazione Obama!”. Matteo Renzi parla così in un post su Instagram. Parole entusiastiche, certo, ma comprensibili. Il leader dem è volato negli Usa, a Chicago, perché l’ex presidente Obama – che già lo aveva ricevuto come ultimo leader mondiale prima delle elezioni Usa – gli ha “fatto un altro invito”. Obama ha voluto Renzi al primo summit mondiale della “Fondazione Obama” che segna anche la ‘ridiscesa in campo’ dell’ex presidente dopo dieci mesi di silenzio, dall’elezione di Trump in poi. La kermesse, cui partecipa un parterre d’eccezione (tra cui il principe Harry Windsor, erede al trono di Gran Bretagna), sarà, di fatto, il trampolino di lancio per l’ex first lady, Michelle Obama: potrebbe sfidare Trump nel 2020. 
E così, stamattina, il leader dem parlerà, a Chicago, davanti a una sessione dei 500 giovani leader coordinati da Obama. Il feeling tra i due è cosa nota. Renzi lo definisce “un grande presidente” per mille motivi, ma soprattutto perché “si è battuto per la crescita e contro l’austerity”. Chicago, per Renzi, accompagnato solo da Giuliano da Empoli, fondatore del think thank ‘Volta’, di area dme, è stata anche l’occasione anche per incontrare la comunità dei ricercatori scientifici italiani. Sono quelli del Fermilab, tra cui Francis Cordova, direttrice della National Science Foundation. Renzi è andato anche alla Northwestern University dove ha tenuto un intervento sul futuro dell’Europa. “Leggo di ironie sui social per la mia visita” – puntualizza poi, Renzi, sempre su Instagram – “ma stavolta è comprensibile la critica: noi siamo dalla parte di scienza e ricerca mentre i 5Stelle criticano i vaccini e inseguono le scie chimiche”.
Fin qui l’ufficialità. Ma Renzi non perde mai il contatto con la madrepatria. Ieri, per dire, di buon mattino, legge sul sito Dagospia lo splash di ripresa di un articolo di Lettera43.it. Lo scoop vede una fonte interna dei servizi rivelare due cose: il capitano Ultimo avrebbe tenuto in piedi, per anni, una struttura ‘parallela’ dei servizi; essa avrebbe inquinato le prove dell’inchiesta Cpl Concordia, intercettando illegalmente Napolitano, Renzi e Adinolfi, generale GdF, e del caso Consip. Renzi manda subito sms indignati ai suoi: “Ma avete letto?! Io non sono un complottista, credo nelle istituzioni, ma è inquietante sapere che servizi ‘deviati’ mi monitoravano!”. Michele Anzaldi, suo fedelissimo, dirama subito una nota, presto anche interrogazione parlamentare. “Il Pd – mette a verbale Anzaldi – vuole sapere se è vero che è esistita una centrale di ascolto, non si capisce quanto legale, coinvolta nei casi Cpl Concordia e Consip; se è vero che ora tale centrale è smantellata in tutta fretta; se questa centrale fosse alle dipendenze del Capitano Ultimo e della sua squadra, dato il suo coinvolgimento in quei casi. Non è accettabile che resti il sospetto di manovre di apparati dello Stato contro l’allora premier Renzi”. E c’è chi ricorda che Renzi avesse più volte detto, con fare sibillino, ai suoi: “L’inchiesta Consip in realtà è il caso Cpl Concordia”.
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NB: Tutti i 3 articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale a novembre 2017.
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Altro retroscena. Renzi assediato dai complottardi. E scatta l’ira dei pretoriani: “Stavolta le liste le facciamo noi”

Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

Ettore Maria Colombo – ROMA

I renziani, i fedelissimi, ormai, non ci vedono più per la rabbia. Solo Lorenzo Guerini sta cercando, da giorni, di placare gli animi: “tranquilli, ragazzi, vedrete che alla fine aggiustiamo tutto e recuperiamo tutti”. Ma la guardia pretoriana del renzismo è accecata dall’ira funesta. Il ‘giglio magico’ – diviso in due fazioni ostili tra loro: i ‘lottiani’, nel senso di Luca Lotti, e i ‘boschiani’, nel senso della Boschi – del resto, lo ha fiutato da tempo, il cumpluttuni. Detto alla siciliana perché l’asse Franceschini-Orlando dentro il Pd (con il sostegno, forse, di Veltroni, ma tra i suoi c’è chi dice che “Walter tornerà a fare asse con Renzi e molto presto: ci sono le elezioni da vincere”) e quello Prodi-Pisapia, fuori dal Pd, lo farà partire il 6 dicembre. Quel giorno, infatti, si sapranno i risultati delle regionali siciliane, ma il copione è già scritto: il paladino del Pd, Micari, perderà male e il Pd può crollare a minimi storici. Evocativi dell’abissale tonfo (16%) in cui, nel 1994, Pietro Folena trascinò il Pds in Sicilia. E, intanto, la frattura tra Renzi e Gentiloni, esplosa anche in sede di cdm che doveva nominare, ufficialmente, Ignazio Visco a capo di BankItalia, cdm disertato da tutti i renziani doc con mille, pluerili, scuse (malattie, impegni, etc.)

Certo, i ‘complottardi’ dovrebbero trovare quel cuor di leone che finora in loro ha scarseggiato per riuscire a destituire Renzi. Per capirsi: schierarsi contro Renzi in Direzione nazionale o in Assemblea nazionale, dove il leader controlla il 58% dei delegati, equivale a un suicidio. Però potrebbero imporgli un’alleanza “larga” di centrosinistra, “stile Unione” (il copyright è di Franceschini) alle politiche che vada – Franceschinidixit, ma anche Piero Fassino lo teorizza – “da Alfano a Civati”. Un modo gentile e ipocrita per far inghiottire al Pd l’alleanza con Bersani, Speranza e, manco a dirlo, D’Alema. Renzi, che già s’innervosisce a sentire evocare il nome ‘Ulivo’ (“Io ci sono nato, con l’Ulivo – dice spesso – ma oggi c’ il Pd”), alla parola ‘Unione’ mette mano alla pistola: “Vorrebbero farmi alleare con quella Mdp che ogni giorno mi insulta” la sua risposta. Ma il ‘piano’ dei complottardi, più passano i giorni, e più fa gola anche ad altri pezzi di Pd: gentiloniani, veltroniani, fioroniani. Per non dire dei parlamentari che, a caccia di un seggio, non vedono l’ora di farla pagare al leader attuale che “tanto non ci ricandida o ci mette solo in collegi già persi per piazzare tutti e solo i suoi fedelissimi”. Poi ci sono Gentiloni e Veltroni. Il premier e il Fondatore ancora si dolgono che “Matteo non ci ascolta, non sa ascoltare, fa solo tutto di testa sua”. Traduzione: non puoi fare tu il candidato premier, resta a fare il segretario di partito, sacrificati, troviamo un altro nome. Guarda caso, identica proposta la faranno Franceschini e Orlando mentre per ora si limitano a desiderarlo, il ribaltone con il cumpluttuni, Prodi, Pisapia e molti altri.

Come reagirà Renzi? Per paradosso, non con la guerra alla guerra. Certo, ha già rimosso la fase zen: è tornato aggressivo, puntuto, ma sa che deve ricucire a destra e a sinistra, dentro e fuori il Pd. Magari con una mossa spiazzante, tipo: “Volete fare le primarie per il premier del centrosinistra? Facciamole!”. Intanto, oggi, lui e Gentiloni saliranno – idelamente, si capisce – sullo stesso treno quello di Renzi, per scendere “insieme, da amici”. all’antica stazione ferroviaria di Pietrarsa-Portici, dove ieri si è aperta l  – a Conferenza organizzativa del Pd. Il guaio sono i renziani. L’hanno giurata a tutti gli altri: “Niente prigionieri” è il grido di battaglia, “le liste elettorali stavolta le facciamo noi”.

L’articolo è stato pubblicato il 28 ottobre 2017 a pagina 11 del Quotidiano Nazionale

 

Caso Visco, parziale disgelo tra Renzi e Gentiloni. Il toto-nomi per BankItalia

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

BankItalia? “Non parlo neanche sotto tortura: è un compito che spetta, in parte, al governo. Non faccio indiscrezioni”. Formalmente, il premier Gentiloni se la cava così, mentre si trova a Bruxelles per il consiglio europeo, sul caso politico della settimana. Ma come si sa il fuoco cova sotto la cenere. Anche sulle tensioni tra lui e Renzi prova a glissare: “Tutte le opinioni sono legittime e i rapporti tra il governo e il Pd sono ottimi, ma noi decidiamo con in mente l’obiettivo, non per buona creanza. L’autonomia dell’istituto è un valore in sé e per i mercati, sono cose serie”. Chi ha orecchie intenda, sembra dire, ma il ‘gelo’ calato nel rapporto tra il premier e il segretario del suo partito si sta, lentamente, sciogliendo. Gentiloni, che non l’ha mai amata, ha difeso pure la Boschi. Ieri premier ed ex premier si sono sentiti più volte, anche se al telefono: “Quello che dice Paolo lo sottoscrivo, retwitto Gentiloni”, ironizza il leader dem dal suo treno in viaggio. Renzi, ormai, rivolge le sue ire ad altri attori della spy story, tipo la ministra Finocchiaro: ha autorizzato la divulgazione della chat su What App tra lei e i deputati della mozione Orlando. “Pensa di lavarsi la coscienza così, la carina – dicono i suoi – A presto!”. Velata minaccia da “scordati pure una ricandidatura”, anche se lei già ha detto che non la chiederà. Ma anche la presidente della Camera Boldrini è finita nel tritacarne renziano: “Perché invece di predervela con noi che abbiamo presentato la mozione – dicono  i fedelissimi del segretario – non ve la prendete con chi ha permesso che la nostra mozione, per dire di quelle ben più dure della nostra di M5S e Lega, fossero ammesse?”.

Il ministro Orlando e i suoi (Martella, Misiani, etc) pure sono pure nel mirino del segretario: “Attendiamo con ansia – sibilano i renziani – che, dopo tutti questi attacchi, i cento deputati di Orlando pretendano i loro cento collegi sicuri!”. Lo scudiscio del ministro Calenda, invece, non fa più male: lui è dato per perso alla causa del Pd e alleati, come Pisapia, che a sua volta critica Renzi su BankItalia mentre Mdp e SI chiedono al governo di venire a riferire subito alla Camera, il che accadrà la prossima settimana. Ma cosa dirà Franceschini, tornato dagli Usa? Attaccherà, di nuovo, e anche lui il segretario? Ieri, per dire, lo ha fatto la ministra alla Difesa Pinotti, a lui vicina, mentre persino un ‘cane da riporto’ come il vicesegretario e ministro Martina ha espresso dubbi su Renzi, non foss’altro perché, a sua volta, non ha mai saputo quello che il Capo stava preparando. I nemici interni (le minoranze) ed esterni (Prodi, Pisapia) di Renzi aspettano il redde rationem del 5 novembre: sanno che le elezioni siciliane andranno male, per il Pd, e sperano che Renzi, dopo la Waterloo siciliana, sarà costretto, se non proprio a fuggire a Sant’Elena, almeno ad andare a Canossa e concordare con loro le liste. Solo che si sbagliano: Renzi deciderà tutto da solo e già spiega che”le farò coi nomi della società civile”. Il che vuol dire, appunto, che i posti ‘sicuri’ per i suoi oppositori saranno pochi. Del resto, anche se sarà ammaccato, con il Rosatellum le candidature le decide solo lui.

Ma cosa sarà del futuro di BankItalia? Tre sono i nomi in pole position. La riconferma di Visco, per quanto goda del pieno sostegno del Colle, della Bce di Mario Draghi e della Ue, è data in calo perché sono sempre di più le voci che si levano non solo in sua difesa, ma anche in suo attacco, e non solo da parte del Pd di Renzi (Salvini, Grillo, sinistra-sinistra). Mentre salgono, invece, le quotazioni del direttore generale, Salvatore Rossi (piace a Renzi, o almeno così lui dice ai suoi, come pure a Gentiloni) e del vicedirettore, Fabio Panetta, dal profilo tecnico, le cui quotazioni sono date come ‘stabili’. Certo è che, quando, il prossimo 27 ottobre, Paolo Gentiloni riunirà il consiglio dei ministri per presentare al Quirinale una rosa (così dice la legge: il cdm propone, il Quirinale dispone), tale rosa sarà ristretta a questi tre nomi: in ogni caso, una soluzione interna, non esterna. Inoltre, si ragiona tra palazzo Chigi e Colle, “Visco è troppo compromesso, troppo esposto e troppo sotto attacco. L’intero Parlamento, di fatto, si è schierato contro di lui e la commissione sulle banche (presidente né è Casini, ndr) rischia di diventare un vaso di Pandora che gli farà solo male”. Per paradosso, alla fine, Renzi potrebbe averla vinta.

NB: L’articolo è pubblicato a pag. 4 del 21 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

 

Caso Visco. Mattarella, Gentiloni, mezzo governo e mezzo Pd: “Tutti contro Renzi”

NB: sull’attacco al governatore di BankItalia Ignazio Visco da parte del Pd con la mozione parlamentare di lunedì scorso sul @quotidiano.net si può leggere intervista a Matteo Renzi firmata da @davidenitrosi caporedattore del Politico del Quotidiano Nazionale (L’intervista di QN l leader del Pd Matteo Renzi 

http://www.quotidiano.net/economia/renzi-bankitalia-1.3473852). Sullo stesso sito, le reazioni degli altri protagonisti della vicenda, a partire dalla smentita di Gentiloni. 


Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

1. Caso mozione Pd contro il governatore di BankItalia Visco. Tutti contro Renzi: mezzo governo e mezzo Pd parlano di “atti inaccettabili” 

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Mattarella e Napolitano, presidente in carica e presidente emerito. Mezzo governo, da Padoan (“Non ci posso credere”) a Calenda (“Non parlo per carità di patria”), senza dimenticare Franceschini che ribolle e si macera, seppure in silenzio. Mezzo partito: non solo la minoranza interna (Orlando, Cuperlo, etc.), ma pure pezzi di maggioranza dem ‘non renziana’. Il capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda, uomo delle istituzioni, è furibondo.  E il premier Gentiloni, nonostante il silenzio glaciale, anche. 

 

Tutte le opposizioni che lo attaccano come l’intera sinistra (Pisapia, Mdp con Bersani particolarmente duro). Walter Veltroni che stigmatizza e Prodi che basta immaginarselo. Tutti schierati contro il leader dem per la sua messa in discussione del ruolo e del futuro, in scadenza, del governatore di BankItalia, Ignazio Visco. Ieri difeso da tutti, da Casini a Gianni Letta e oltre. E’ partito un gioco ormai classico, quello del “tutti contro Renzi”, gioco che al leader dem è costato molto, nel recente passato. La sconfitta al referendum istituzionale del 4 dicembre, tanto per dire.

 

Il giorno dopo, immancabile, parte la geremiade dei timorosi. “Matteo, ma chi te l’ha fatto fare? Così abbiamo messo tutto il mondo istituzionale, politico, bancario e finanziario contro il Pd!”. Esponenti dem di alto grado e lignaggio sono “sconcertati”, se non profondamente “irritati”. Stile Mattarella di ieri, per capirsi. Insomma, il ‘Renzi solo contro tutti’, sul caso Visco, “non ci aiuta – dicono al Nazareno come nei ministeri presidiati da big del Pd – “anzi ci rende molto più difficile proporci come forza di governo”. E la considerazione dei renziani ortodossi (Boschi, Lotti, Bonifazi: il ‘giglio magico’, insomma) che “solo così strapperemo sempre più armi elettorali ai grillini e ai sovranisti” non consola i big dem.

 

Inoltre, a spargere sale sulle ferite, c’è un altro dato: la mozione del Pd, quella “prima versione”, dai toni ancora più duri, era conosciuta solo nel giro più stretto del renzismo. Mezzo governo ne era all’oscuro – tranne la sottosegretaria Boschi, che l’avrebbe ‘dettata’ alla sua fedelissima e prima firmataria della mozione parlamentare dem, Silvia Fregolent,  tre quarti di Pd pure. Della tempesta perfetta che stava per scatenarsi sapevano in tre: Renzi, il “giglio magico” in quanto tale (Lotti, Bonifazi, Richetti), ormai da tempo un’entità a sé, e il capogruppo Pd alla Camera Rosato, forse il vice Guerini. La ministra ai Rapporti al Parlamento, Anna Finocchiaro, è “furibonda” perché – dice lei, ma il giorno dopo – “non sapevo nulla”, la presidente della Camera, Laura Boldrini, cade a sua volta dalle nuvole (ma le mozioni passano tutte sulla sua scrivania, prima di essere discusse, qualcosa doveva sapere), l’ufficio di presidenza del gruppo dem alla Camera non c’era o, se c’era, dormiva e un deputato dem, il romano Miccoli, raggiunge l’apoteosi del tartufismo politico e vince il premio faccia di bronzo dicendo che “ho votato una cosa che non ho capito, chiedo scusa a tutti”.

 

In ogni caso, le reazioni di rigetto sono proporzionate alla gravità dell’atto. Veltroni è glaciale: la mozione Pd è “incomprensibile e ingiustificabile”. Poi, in Transatlantico, il suo braccio destro, Walter Verini, spiega “Veltroni parla per difendere l’istituzione di BankItalia”, ma le parole di Veltroni feriscono, e molto, Renzi. Napolitano parla di “cose deplorevoli”. Zanda, che ieri ha parlato fitto fitto con Gentiloni per venti minuti, nell’aula del Senato, scudiscia: “Mozioni così meglio non farne”. L’area del ministro Orlando, tramite il suo portavoce, Andrea Martella, chiede la convocazione dell’assemblea del gruppo “perché bisogna fare chiarezza su un percorso non lineare”, ma i buoi sono scappati e fare un’assemblea a posteriori su un voto già dato suona, francamente, abbastanza ridicolo.

 

Chi resta a difendere il soldato Renzi in pubblico? Il renzianissimo senatore dem Andrea Marcucci e pochissimi altri (tipo Rosato). Parla, però, il presidente del partito, e leader dei Giovani turchi, Orfini: “La mozione l’ho condivisa e l’abbiamo limata con il governo. Comunque, certe reazioni mi sorprendono: solo il Papa è infallibile per chi crede e Visco non è il Papa” sibila. Già, peccato che, da ieri, Visco in Italia sia diventato più intoccabile del Papa.

NB: L’articolo è uscito sul Quotidiano Nazionale a pagina 2 del 19 ottobre 2017. 


mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. L’irritazione e lo sconcerto del Quirinale per l’attacco di Renzi e del Pd a Visco. 

Non ne sapevamo nulla. Abbiamo letto della mozione del Pd sulle agenzie”. Clic. Dire che il Capo dello Stato è “sconcertato” e “irritato” per l’attacco a freddo, e del tutto imprevisto, che il Pd ha portato al governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, è dire poco.
Eppure, Mattarella ha ‘coperto’ il Pd, sulla nuova legge elettorale. Al prezzo di dover subire una campagna – pressante, fastidiosa e peraltro solo agli inizi – contro il Rosatellum delle opposizioni. Le quali giudicano “incostituzionale” la nuova legge e che, presto, andranno a manifestare la loro contrarietà proprio sotto il Colle al grido di
“Mattarella non la firmare!”. Morale: un atto di stupidità unito a un atto di scorrettezza è, per il Colle, davvero inaccettabile.

Certo, il governo Gentiloni ha provato – e, in parte, è riuscito – a ammorbidire la mozione presentata dai dem su richiesta di Renzi, ma è dal Presidente della Repubblica che arriva l’altolà più deciso. “Le prese di posizione riguardanti la Banca d’Italia – spiega il Quirinale in una nota concessa, in esclusiva, all’agenzia Reuters, agenzia di stampa estera, tanto per stare a significare quanto al Colle ritengano grave la mossa del Pd per le sue possibili ripercussioni sui mercati italiani e, soprattutto, internazionali – devono essere ispirate ad esclusivi criteri di salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza
dell’Istituto nell’interesse della situazione economica del nostro Paese e della tutela del risparmio degli italiani e che a questi principi si deve attenere l’azione di tutti gli organi della Repubblica, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo”. Insomma, tradotto dal ‘quirinalese’, il Colle, nella precisa persona di Mattarella, è “sconcertato e irritato”.

Fuori dall’ufficialità del comunicato, per quanto duro esso sia, ambienti vicini al Capo dello Stato spiegano così la sua irritazione: “Uno. La mossa del Pd è una scorrettezza istituzionale. La nomina di Visco non passa dal Parlamento e la mozione è solo una non richiesta e inutile invasione di campo. Due, arriva nel momento sbagliato perché –
spiegano le stesse fonti – proprio in queste ore, giorni e mesi abbiamo un contenzioso aperto, e molto difficile, con la Ue, in particolare sul delicato tema dei crediti deteriorati.  Terzo – e qui la fonte del Colle si fa quasi amara – se qualcuno pensava di convincere Visco a non restare al suo posto, e in fondo lui stesso aveva fatto capire che non avrebbe fatto le barricate, ora è impossibile rimuoverlo. Visco resta dov’è. Bravi, bel risultato”.

L’altro, paradossale, risultato è che la querelle tra Pd e BankItalia è scoppiata ieri mentre Renzi era in viaggio per la prima tappa del suo viaggio per l’Italia. Il leader dem prima si è limitato a dire “per me parla Richetti” , ma il portavoce della segreteria dem è stato
altrettanto duro e via così: per l’eterogenesi dei fini, lo scontro tra Pd e BankItalia ha coperto, mediaticamente, tutti i temi del treno di Renzi. Oltre, appunto, a far “irritare”,  e molto, il Colle.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale il 18 ottobre 2017