“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

Un secolo dalla rivoluzione russa (1917), la culla del Pcd’I e poi del Pci italiano. Intervista allo storico Luciano Canfora

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

«DUNQUE, ai tempi del Posdr…». «Chi?». «Ma come?! Il partito operaio
socialdemocratico russo guidato da Lenin che poi si ruppe e diede vita alla frazione maggioritaria dei bolscevichi contro quella dei menscevichi!». Ah, ecco, giusto…

Prima di chiedere un’intervista a Luciano Canfora (classe 1943, barese, <Wikipedia: poco, troppo poco, onestamente, per racchiudere tutte le cose, i libri, le riviste e il dibattito cui Canfora ha dato vita nella sua lunga vita),bisognerebbe aver superato almeno l’esame in “Storia del comunismo mondiale”…

Professor Canfora, la rivoluzione bolscevica russa del 1917, di cui ricorrono i 100 anni, è stata davvero uno spartiacque nella storia mondiale?

«Certo che lo fu. Un passaggio storico fondamentale per tutto il mondo, anche fuori da quella Russia bolscevica contro cui si coalizzarono tutte le potenze dell’epoca (Usa, Gran Bretagna, Francia) e che vinse e sopravvisse e si rafforzò dopo una guerra civile lunga e sanguinosa. Gli effetti di lunga durata della rivoluzione russa cambiarono la faccia di un mondo che prima era solo coloniale e dopo divenne post-coloniale. Le rivolte operaie e comuniste che si svolsero, sulla falsariga della Rivoluzione d’Ottobre, vennero invece, e subito, represse nel sangue né attecchirono nel proletariato dei Paesi occidentali. Successe in Ungheria con Bela Kun, in Germania con la Lega degli Spartachisti, in Italia con i consigli di fabbrica e Ordine Nuovo, ma anche negli Usa con le lotte operaie e sindacali. Lenin, nel 1923, scrisse un articolo che s’intitolava “Meglio meno, ma meglio”: teorizzava che, appunto, nel mondo ricco e industrializzato la rivoluzione era stata stoppata, come dimostravano le repressioni nel sangue delle rivolte comuniste in Germania, Ungheria, Italia, ma che il suo futuro stava nella rivoluzione mondiale dei popoli oppressi, il che avvenne in Cina, Medio Oriente, Turchia e, dopo la II guerra mondiale, Asia e Africa. I movimenti di liberazione post-coloniale furono giganteschi quanto la fine degli imperi coloniali europei. Certo, poi nacque il neo-colonialismo che sfruttò e controllò le classi dirigenti dei paesi ex coloniali, ma le rivoluzioni e le lotte d’indipendenza furono tante e incredibili,  coronate da parziale o duraturo successo, come fu in Congo o in Vietnam».

Ma il teorico della “rivoluzione mondiale” non era il comandante dell’Armata rossa e poi campione del trotzkismo Trotzskij? E se avesse vinto lui, una visione più “liberal”? 

«Trotzskij si sarebbe offeso moltissimo a sentirsi dare del liberale!
Era molto più dispotico di Stalin, anche se uomo di grande cultura e raffinato polemista: avrebbe esercitato un governo di estrema durezza in attesa di una rivoluzione mondiale che, tuttavia, non ci sarebbe mai stata. Le rivolte operaie in Europa erano già state sconfitte e solo Stalin sarebbe stato, come è stato, il vero prosecutore dell’opera di Lenin. Persino un trotzkista come Deutscher, biografo di entrambi, scrisse nel 1953, alla morte di Stalin, che Lenin avrebbe fatto e si sarebbe comportato come lui».

Poi però la rivoluzione degenerò e diventò un regime con Stalin fino ai suoi successori ed epigoni, da Breznev a Cernienko e Andropov….

«Tutte le rivoluzioni, a partire da quella francese, degenerano dopo breve tempo: vengono sconfessate, demonizzate e rimosse (in Francia si è dovuto aspettare il 1889 per riabilitarla istituendo una cattedra di Storia della Rivoluzione francese alla Sorbonne) a meno che non diventino parte integrante della storia nazionale. Così fece Stalin, ma se la Russia è diventato un Paese acculturato, industrializzato e tecnologicamente avanzato lo si deve a lui. Poi arrivò il ’56 e, con Krusciov, la destalinizzazione: fu un trauma, ma nel mondo – come le dicevo prima – arrivò l’onda lunga della lotta dei paesi ex coloniali (Egitto, India, America Latina) e persino sotto Breznev quelle lotte furono sostenute dall’Urss come in Angola, Etiopia, Vietnam. Volendo correre, dopo il tentativo di Gorbaciov e la parentesi di Eltsin, che come ormai sanno tutti era pagato dalla Cia, la Russia di Putin riprende da un lato la tradizione zarista, dall’altro quella staliniana. Lenin resta lì, sullo sfondo».

Intanto, il 21 gennaio 1921 nasce, a Livorno, il Partito comunista d’Italia. La storiografia racconta di un Togliatti che “tradisce” Gramsci per fondare, nel 1944, il Pci…

«Anche qui dipingere Gramsci come un liberale mi fa sorridere. Lui li odiava i liberali e su “Ordine nuovo” li liquidava con durezza. Il grande Gramsci che tutti venerano, anche i non comunisti, ragionava sulle ragioni di una sconfitta storica, quello del piccolo Pcd’I di
Bordiga, spazzato via dal fascismo in Italia, un partito finto che sopravviveva solo in esilio e solo coi soldi e l’aiuto di Mosca. Togliatti, con la “svolta di Salerno” del 1944 non fece altro che mettere in pratica i suoi insegnamenti. Il Pci diventò così un partito “italiano”, e di massa: cercò la “via italiana al socialismo”, le larghe intese, il rapporto con i cattolici. Poi, col tempo, divenne, di fatto, anche un partito socialdemocratico. Nel 1976 scrissi un articolo per Rinascita in cui sostenevo che “non possiamo non dirci socialdemocratici” ma il direttore della Rinascita di allora, Alfredo Reichlin, ancora oggi operante dentro il Pd, mi disse che era ‘troppo presto’ e che ‘avevo ragione, ma noi, il Pci, non eravamo pronti’…».

Poi venne la Svolta dell’89, la fine del Pci. E pure il tentativo della sua ‘Rifondazione’…

«La svolta di Occhetto arrivò troppo tardi, dopo la disfatta del 1989, e fu fatta male. Avremmo dovuto e potuto farla molto prima, quando il Pci era all’apogeo della sua forza, ai tempi di Berlinguer, come le ricordavo prima. Si perdette, inutilmente, troppo tempo».

E perché non dar credito, oggi, agli ultimi comunisti rimasti o al D’Alema anti-Renzi? 

«Quando un corpo storico fallisce, la traiettoria si fa inevitabile. Non si fondano i partiti sulla base della nostalgia e oggi con i partitini comunisti siamo alla scissione dell’atomo.
Eppoi il corpo di un partito resta sempre nella casa madre. Vale anche per il Pd attuale. D’Alema non può andare da nessuna parte, anche se il Pd si è ridotto a essere solo il comitato centrale (ed elettorale) di Renzi e della Boschi. L’esperienza comunista è finita. Bisogna prenderne atto, capire le novità che irrompono sulla scena, cercar nuove strade».

NB: Questa intervista è stata pubblicata a pagina 28 – pagine della Cultura – del Quotidiano Nazionale del 21 gennaio 2017 

 

L’Armata Brancaleone del “Fronte del No” (a Renzi) ha perso la sua prima battaglia referendaria e già litiga al suo interno in vista del referendum istituzionale di ottobre: 3 articoli ‘al prezzo’ di uno

i simboli dei diversi partiti italiani alle Europee

I simboli dei principali partiti politici presenti alle Elezioni Europee del 2014

1) La marcia dell’Armata Brancaleone. Grillo e Salvini, Sel e sinistra dem

hanno fatto ‘flop’, ma già si preparano alla battaglia su altri referendum.

ROMA
ERNESTO CARBONE, (deputato dem, renzianissimo, fino all’altro ieri era prodianissimo, poi lettianissimo, insomma: “come si cambia per non morire, come si cambia per amore”) con il suo hashtag assai sfottente, «Ciaone» – pubblicato su Twitter che ancora è domenica pomeriggio di referendum sulle trivelle, le urne sono ancora aperte, e insomma, non si fa, prendeva in giro tutti quelli del “Sì” sul ‘batti-quorum’ – li fa infuriare tutti in Rete e fuori.
Ma la verità brucia: per gli «anti-Renzi», il referendum è una prova fallita, un buco nell’acqua (del mare…), una rivoluzione mancata. Un 18 aprile non alla rovescia, ma proprio come quello del 1948 per il Fronte Popolare: una disfatta di proporzioni epocali. E allora giù insulti, al povero Carbone: «A ottobre tu e Renzi farete le valigie!» il più gentile. Del resto, il Fronte del Sì sulle trivelle corrisponde al vero Fronte del No del futuro: a Renzi e alla sua riforma, al Pd e al suo governo, nel tentativo di mandarli a casa una volta per tutte. Un fronte che definirlo L’Armata Brancaleone (film del 1966, regista Mario Monicelli, mattatore Vittorio Gasmann, titolo divenuto un’espressione paradigmatica, entrato persino nei vocabolari della lingua italiana) si fa un torto al (finto) Principe Brancaleone da Norcia e al suo seguito di smandrappati compari.

CHI c’è, infatti, in questo ‘Fronte’, neppur più ‘della Gioventù’, trattandosi di (quasi tutti) anziani e attempati signori, cui nulla importa di trivelle, mare inquinato e idrocarburi, ma solo di «mandare un segnale a Renzi», «sconfiggere Renzi», “distruggere” il renzismo (e Renzi, e il suo governo, e il Pd, e tutti gli altri) in un crescendo di parossistica ossessione?
C’è il movimento Cinque Stelle, ovviamente, in prima fila. Un Movimento che a Renzi oggi contende, palmo a palmo, le principali città al voto a giugno e domani, chissà, il Paese.
Grillini smanettoni che, sui social, il referendum l’hanno già vinto, prima ancora di andare a votare, ma solo a colpi di clic. Solo che coi voti è diverso: «Democrazia diretta», direbbe il caro vecchio Rousseau, il filosofo illuminista, però, non la ‘piattaforma’ digitale M5S.
«Io ho votato! Notizie di Renzi?!», esulta, «alle ore 9», via Twitter, il candidato premier Luigi Di Maio. «Tutti a votare, per l’Italia e la democrazia!» grida Beppe Grillo. Ma l’Italia non ha risposto all’appello: la democrazia, stavolta, ha preferito astenersi. «Votare è giusto, pochi o tanti», si mantiene più moderato, stavolta, per una volta, «Dibba», alias Alessandro Di Battista. E Virginia Raggi, assai temuta candidata grillina a Roma, tiene improvvisate lezioni di diritto costituzionale: «Votare è un diritto-dovere, oggi ancor di più». Poi ci sono, certo, ovvio i berluscones. Tutti tutti, tranne uno, Silvio Berlusconi: non vota, ma lo dice solo all’ultimo, a metà pomeriggio, appunto, e li lascia – as usual, ormai – con un palmo di naso, i suoi azzurri che, poverini, si stavano e si stanno agitando tanto.
Forzisti nuovisti che, sui social, ormai s’esaltano assai, tipo Maurizio Gasparri. E così, è sempre e ancora l’alba di domenica quando Renato Brunetta, capogruppo FI alla Camera, Renatino l’infaticabile, l’incontenibile, twitta: «Ho votato per mandare a casa Renzi!». E Guido Bertolaso, candidato a Roma – che non lo vuole nessuno ma a lui-lui, Bertolaso – dice triste: «Io voto, nonostante tutto». Magari nonostante il ritiro della corsa cui, presto, sarà costretto. Non mancano, ovvio, i leghisti, sempre così impettiti, così tronfi, sicuri. Matteo Salvini gonfia il petto: «Ho esercitato il mio diritto, spero lo facciano in tanti». Invece lo fanno in pochi, ma lui è sempre lì, sempre in mezzo, come il mediano di Ligabue.
E al suo fianco c’è e ci sarà sempre Giorgia Meloni, che ha riscoperto «lu mare, lu vientu, lu sole» delle terre a Sud, oltre che la sua maternità: chissà, forse è la forza della democrazia.
Diritto di voto – e non, la Costituzione ce ne scampi e liberi, di ‘astensione’ (si astengono, non solo sui referendum, ma pure alle elezioni comunali, regionali e politiche milioni di cittadini da settant’anni e mai nessuno che abbia rivolto loro una prece, una domanda) rivendicano non solo i presidenti di Camera (Boldrini) e Senato (Grasso) che, sorridenti e vestiti casual, si fanno fotografare mentre infilano l’urna nella scheda perché, diamine, loro «sono» le Istituzioni, ma pure gli ex premier giudiziosi del centrosinistra alla Letta (Enrico), Prodi (Romano), (Monti era via?) o i mancati premier, alla Bersani (Pier Luigi) che a votare ci vanno eccome, poi dicono che votano ‘No’ e qui l’ambientalista trasalisce, ondeggia, si preoccupa, ma quelli sono di sinistra, sì, ma ‘industrialisti’, e pace e amen.

Infine, ci sono «loro», la sinistra. Variamente intesa: quella interna al Pd («Speranza ha votato a Potenza!» informa lieto e garrulo il comunicato del suo ufficio stampa, e non si capisce se è un auspicio, o una cantilena). Quella esterna al Pd, un po’ triste, un po’ cupa, di Sel-SI e di Stefano Fassina («Forza Roma, forza Lupi, so’ finiti i tempi cupi…»). Quella ‘sempe incazzat’ ma po’ pe’ chi?’ (la citazione è di Pino Daniele) di Fratoianni, De Magistris, Ingroia, Ferrero, etc. etc. etc. E, soprattutto, quella di Michele Emiliano. Il governatore pugliese c’ha creduto, c’ha sperato, di prendere due piccioni con una fava: vincere il referendum del fronte «No-Triv», che ha capeggiato con il coraggio degno di un leone ferito, e mandare a casa Renzi, di cui si proponeva e si propone, nel Pd, come l’alter ego: un alter ego roccioso, pugliese, rotondo, barbuto, tonante. E, invece, niente: lui e tutta la sinistra radical chic, solo radical o anche solo liberal, dovranno aspettare ancora un giro. Stavolta, Renzi ‘non’ va a casa. E, nel frattempo, ecco, riemergere i ‘cacadubbi’ della sinistra «vera». Norma Rangeri, direttora del manifesto, donna raffinata e di gusto, di buone letture e di buona scuola (Rossanda-Pintor) si chiede: «Ma ‘noi’, co’ Lega e M5S, che c’entriamo?». Contraddizioni in seno al popolo della novella Armata Brancaleone.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (httt://www.quotidiano.net)  il 18 aprile 2016.

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2) La poco gioiosa macchina da guerra dei referendari.

Tutti uniti, ma tra mille polemiche, e solo per dire “No” al premier

ROMA –

FORSE sono troppi i referendum su cui chiedere un parere o, meglio, un rotondo, definitivo, «No»: quello contro il ddl Boschi (riforma istituzionale, voto probabile a ottobre 2016) e quello contro l’Italicum (la legge elettorale, voto plausibile non prima del 2017). Ma ci sono, pure, i referendum promossi dalla Cgil: sono ben otto, cinque ‘solo’ sulla riforma della scuola (legge di Renzi) e altri tre sul Jobs Act (legge sempre di Renzi). E così si scopre, nelle more della presentazione della richiesta di raccolta firme avvenuta ieri alla Corte di Cassazione su tutti i quesiti (la somma totale è nove: c’è n’è pure un altro sulle trivelle…), che la Cgil «non appoggia», anche se non lo dice, il «Comitato del No» sull’Italicum e sul ddl Boschi. Perché – spiega un cigiellino – «Susanna Camusso (leader della Cgil, ndr) ad Alfiero Grandi (presidente vicario del Comitato del No, ex esponente della sinistra interna Cgil, ex Pci-Pds-Ds, ndr) – dalla Cgil lo ha fatto fuori ma, ancora oggi, non lo può vedere…». La Cgil, dunque, raccoglierà le firme per i suoi referendum (otto), ma non sugli altri (tre), pur se promossi da tanta bella ex intellighèntzia della sinistra che fu. Tra gli altri Giulia Rodano, figlia di Franco Rodano, inventore del «compromesso storico» e ideologo di Berlinguer, il professor ‘Pancho’ Pardi, ex ‘Girotondi’, l’ex capogruppo del Prc al Senato, Giovanni Russo Spena, molti professori emeriti, ex membri o addirittura presidenti della Consulta, in ogni caso severi studiosi di diritto costituzionale.

MA già la rottura con la Cgil è un guaio in sé: nei tre mesi che ha davanti il comitato del «No» per raccogliere le firme – devono essere formalmente 500 mila, ma se ne raccolgono almeno 700 mila perché poi la Cassazione qualcosina t’invalida sempre – già si è messo di mezzo il 17 aprile (referendum sulle trivelle); poi ci saranno le elezioni amministrative  (5/19 giugno), week-end interi in cui la raccolta firme, per legge, non si può fare. Poi c’è il problema della composizione politica del «Fronte del No»: tanto varia che raccoglie quasi tutto l’arco, costituzionale e non. Si va dalla Lega a Sel, da FI a M5S, dal Prc a Fratelli d’Italia, etc. Grillo, all’inizio di raccoglier le firme non ne voleva sapere («Fate voi, poi noi aderiamo», disse ai promulgatori) ma poi, morto Casaleggio, ha cambiato idea. E così quando, oggi, i parlamentari del «Fronte del No» si presenteranno in Cassazione per presentare le loro, di firme, ma solo sul referendum «anti» ddl Boschi, l’M5S vuole «uno dei nostri» (sarà Danilo Toninelli, esperto della materia) a mettere la prima firma sulla richiesta, necessitata, sempre per legge, di un quinto di parlamentari. L’altra firma sarà di un azzurro, Renato Brunetta che, essendo Brunetta, vuole fare un comitato del «No» tutto suo, coi suoi nomi (si parla del professor Francesco Saverio Marini, figlio di Annibale, a sua volta ex presidente della Consulta). E qui, invece, sono stati i ‘professoroni’ di sinistra (c’è pure Stefano Rodotà) a tirare un bel sospiro di sollievo. Ma pure Mario Mauro – ex ministro, ex montiano, ex Popolare per l’Italia, rimasto orfano di altri Popolari ma non della voglia di combattere e, potendo, morire combattendo – vuol fondare i «Popolari del No». Morale, un vero caos. Senza dire che, sul fronte dei media – sospirano dal manifesto, giornale ‘comunista’, ancora, sempre in bilico di sopravvivenza, ma dove sono assai generosi, di default – «quelli del Fatto quotidiano hanno deciso che saranno loro, e solo loro, ‘il’ giornale del “Fronte del No”». Come a dire: a noi ci tocca restare in seconda fila, ma siamo uomini di mondo, l’importante è battere Renzi e il Pd.

INFINE, hanno fatto un po’ di confusione pure i costituzionalisti. Lana caprina, si dirà, ma «consustanziale» alla medesima riforma della medesima Costituzione. «Meglio proporre quesiti diversi sul referendum Boschi!», avrebbe detto il professor Alessandro Pace, che poi del «Comitato del No» è il presidente. «Meglio un solo quesito, per far cadere subito Renzi!», gli avrebbe risposto Gustavo Zagrebelski, che del Comitato pure è presidente, ma ‘emerito’, manco stessimo parlando di ex presidenti della Repubblica… Dissidi, diverbi, gelosie, ritrosie, ire (funeste) e dubbi (amletici). L’«Armata Brancaleone» che si oppone oggi a Renzi e, domani, vuole scalzarlo da palazzo Chigi (quando? subito, subitissimo), inizia il suo percorso in modo confuso. Come si diceva un tempo, «contraddizioni in seno al popolo», il Popolo del ‘No’. E resta la domanda: tanti ‘No’ potranno mai fare un ‘Sì’?

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 19 aprile 2016 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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3) Preghiere e digiuni per il “Sì”. Tutto inutile, stavolta.

Anche la Chiesa e i vescovi hanno perso il referendum….

ROMA –
HANNO pregato, tanto. Hanno manifestato, il giusto. Hanno digiunato anche, seppur moderatamente. La Chiesa cattolica si è schierata per il «Sì», al referendum anti-trivelle (un «Sì» che, appunto, voleva dire «No» e già questo confonde il buon cristiano cui il Signore diceva «il tuo sia Sì, sì; No, no»), ma ha perso. Uno smacco che, nel giorno del post-voto, con quelle percentuali di astensione così alte, così tristi, per un cattolico «formato» e «informato», come si dice, pesa. Sabato 2 aprile, la mobilitazione dei cattolici «No-Triv» si era raccolta, con una forma di protesta civile e sommessa, si capisce, fin sotto le finestre del Papa, in piazza San Pietro. Ottanta diocesi ottanta avevano cercato di «attirare l’attenzione» dei media e della politica: preghiera e digiuno, digiuno e preghiera. Niente, non è bastato. Eppure, la protesta contro le trivelle e per il «Sì» al referendum aveva sponsor illustri, nella Chiesa e in Cei. Si parte dal Papa medesimo, Papa Francesco, uno che sull’ambiente e il rispetto della Natura, oltre che dell’Uomo, ci ha scritto pure una (bella) Enciclica, Laudato sì.

Si passa per Avvenire, il giornale dei vescovi italiani: sempre così attento a quieta non movere, nei confronti della politica dei governi, si è schierato, e attivamente, sul «Sì».
Si sono mosse, e mobilitate, e tanto, non solo associazioni cattoliche storicamente «catto-progressiste» – le Acli, la Fuci, i padri comboniani di padre Alex Zanotelli, uno che i movimenti per l’Acqua (Pubblica), la Terra (di Tutti) e contro le Ricchezze e l’Egoismo (dei Pochi) li ha benedetti tutti – ma movimenti «catto-moderati» come il Movimento cristiano lavoratori di Carlo Costalli. «La Chiesa è un corpo grande», dice Marco Tarquinio, direttore di Avvenire: «Soprattutto dalle Chiese del Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia, ndr) il segnale è resistere a pratiche che non rispettano natura e territori».
Ecco, le Chiese del Sud. Posizioni forti, chiare, nette, quelle espresse dalle comunità e dai loro vescovi. Vescovi, si sa, «in prima fila». «La Chiesa non è sorda e muta», ammoniva il vescovo di Catanzaro, Vincenzo Bertolone. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, che ancora ieri invocava un nuovo modello di sviluppo, dettava alle agenzie: «La nostra azione pastorale comporta il bene della persona. Quindi della vita, quindi del territorio» (sillogismo, forse poco ‘aristotelico’). Il vescovo di Campobasso, già vescovo della Locride, Giancarlo Bregantini, ha pregato e digiunato con quel suo phisyque du role così imponente, così austero.

Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e di Pantelleria, l’ha messa sul glocal: «Il Mediterraneo è un mare chiuso, così morirebbe per sempre». Certo, il vescovo di Ravenna, Lorenzo Ghisleri, ha detto, secco: «Non intendo esprimermi», ma a Ravenna erano in gioco migliaia di posti di lavoro, e non era il caso. Vero è che la Cei, di cui il cardinal Angelo Bagnasco di Genova è ancora il primus inter pares, sta cambiando pelle. La «rivoluzione» di papa Francesco dilaga: travolte Bologna e Palermo, sta per tracimare a Milano e Roma, poi toccherà a Bagnasco andare in pensione. E così pure lui, ieri, ammoniva: «La politica deve dirigere le energie di tutti i cittadini verso il bene comune, ma non in forma meccanica o dispotica, bensì come forza morale alla luce di libertà e coscienza». Del resto, monsignor Nunzio Galantino, che della Cei è il segretario, ma fidato uomo del Papa, aveva sì chiesto «luoghi di confronto», ma il suo richiamo all’Enciclica papale Laudato Sì era chiaro. Il buon cattolico non poteva far finta di non capire, ecco. Il guaio è che il cattolico, buono o meno che sia, stavolta proprio non ha capito.

NB. Questo articolo è stato pubblicato giovedì 19 aprile 2016 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Il Pd cambia pelle: da partito ‘leggero’ ai ‘piedi piantati sul territorio’. Scure e tagli su tutti gli organismi, a partire dai segretari provinciali, i circoli si finanzino da soli

Lorenzo Guerini

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi

UN DOCUMENTO di sette cartelle sulla «forma partito» è stato scritto da un gruppo di lavoro composto da tutte le “anime” del Pd: i vicesegretari Guerini e Serracchiani, il presidente Orfini e un esponente dem per ogni corrente, minoranze comprese (il bersaniano Nico Stumpo, il cuperliano Andrea De Maria, la bindiana Margherita Miotto, la prodiana Sandra Zampa). Tenuto riservato per mesi, tranne che per alcune, imprecise, anticipazioni giornalistiche, il documento riservato del Pd – che QN ha potuto leggere – sta per rivoluzionare il partito guidato da Renzi per come è stato fino concepito fino a ora.

Il lavoro, in realtà, non è finito: il documento, con la dicitura di «contributo aperto» (traduzione: il Nazareno non impone nessun diktat…), è stato spedito a tutti i diversi livelli e unità territoriali per ricevere «osservazioni» ed essere, da queste, rispedito indietro. Dopo le elezioni amministrative, e cioè dopo giugno, ma entro luglio, l’Assemblea Nazionale dem approverà la necessaria modifica allo Statuto e così nascerà il ‘nuovo’ Pd.
Il documento si muove su tre direttrici: organismi interni, ruolo dei militanti, risorse. Le parole d’ordine sono «sburocratizzare» e, insieme, «radicarsi». Di certo scatterà un notevole, pur se non drammatico, assicura il Nazareno, «dimagrimento» degli organi decisionali. I principali, tra questi, almeno sul piano nazionale, sono tre. Il primo è l’Assemblea Nazionale: oggi conta 1000 membri eletti, cui si aggiungono, di diritto, i 400 parlamentari e tutti gli eletti (diverse centinaia) negli enti locali: saranno ridotti a meno di 800. Il motivo è che i rimborsi spettanti ai “Mille” democrat, ogni volta che vengono a Roma, sono diventati assai esosi. Poi c’è la Direzione nazionale: conta 120 membri, più 30 di diritto e 50 scelti fior da fiore nei gruppi parlamentari, 200 in totale: sarà «limata». Infine, c’è la Segreteria Nazionale: composta da 12 membri verrà, finalmente (è ormai dall’estate scorsa che se ne parla visto che ne sono usciti in diversi, come Enzo Amendola, promosso viceministro agli Esteri), “rimpastata”, ma il numero resterà quello.

INFINE, si agirà sui livelli intermedi del partito. Un partito che è diviso in tre cerchi: Unioni comunali, Unioni provinciali e Unioni regionali. Molti circoli (le vecchie ‘sezioni’), come è successo a Roma, causa inchiesta ‘Mafia Capitale’, verranno fusi tra loro perché sono rimasti, troppo a lungo, inattivi, quando non sono stati direttamente ‘inquinati’.

E così, i circa 6 mila, sulla carta, circoli che il Pd ha sull’intero territorio nazionale diminuiranno. La scure vera, però, si farà sentire sulle 120 unità di base provinciali: non scompariranno del tutto, seguendo il destino delle Province di riferimento, cancellate dalla legge che le ha abolite, ma verranno, in moltissimi casi, «accorpate». Un modo gentile per dire che molte di esse, appunto, scompariranno, anche se non tutte. Si cercherà, per le restanti, di farle combaciare con i 100 collegi con cui l’Italicum ridisegna la geografia politica italiana.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere: infatti, insieme a questo processo di «razionalizzazione», come lo chiamano al Nazareno, «i segretari di base, circoli in testa, avranno più poteri, saranno più coinvolti e caricati di forti responsabilità, a partire dal foundrising». Detta in volgare: i segretari dovranno trovarsi i soldi da sè e finanziarsi da soli diventando una sorta di “promotori finanziari” o di veri e propri “procacciatori” di denaro. Il finanziamento pubblico è agli sgoccioli e, nonostante il successo del 2xmille (550 mila i donatori privati che hanno scelto il Pd, dato che al Nazareno magnificano a ogni pié sospinto, con legittimo orgoglio), le casse del partito languono. I dipendenti nazionali sono stati già ridotti a 100 in totale, ma solo grazie ai ‘distacchi’ nei gruppi parlamentari e nei diversi ministeri a guida Pd, mentre la Segreteria si è autoridotta tutti i rimborsi spese, specie le auto a nolo, passati da +800 mila (gestioni precedenti a quella di Renzi) a -7 mila.

Il Pd, in compenso, ha ormai costruito, da diversi anni, un data-base che vale oro: si tratta del 1 milione e 300 mila gli iscritti alle primarie (di partito) che costituiranno, una volta per tutte, l’Albo degli elettori del Pd. Un albo che resterà per forze di cose in pancia al Pd e che resterà anche distinto dall’Albo delle primarie «di coalizione» , cui hanno partecipato e parteciperanno – si spera – in futuro altri partiti diversi dal Pd (Sel, Cd, Idv, Verdi, etc.).

Inoltre, sono arrivati a quota 386 mila gli iscritti del 2015 e, assicura il Nazareno, «arriveremo presto a quota 390 mila», il che vuol dire 30/40 in più del dato del 2014. L’altra novità è, però, un ritorno al passato. Infatti, come forse non tutti sanno, già dalla sua nascita, nel 2007-2009, il Pd faceva eleggere i segretari di circolo e provinciali solo dagli iscritti, mentre quelli regionali sono sempre stati eletti con le primarie, come avveniva – e avviene, ancora oggi, per il segretario nazionale. Dopo la riforma dello Statuto si tornerà a una modalità di elezione dei segretari regionali più ‘chiusa’ e molto meno ‘aperta’. Sarà, cioè, riservata ai soli iscritti o (ma sul punto è ancora aperto il dibattito), alla loro elezione in modo «contestuale» a quella del segretario nazionale. Come già avveniva sotto Veltroni e Bersani con un evidente effetto di ‘trascinamento’ dei segretari regionali. Una ‘comodità’ di cui, invece, Renzi non ha goduto:  infatti, i segretari regionali vennero eletti, nel 2014, solo  mesi dopo l’elezione con primarie del segretario nazionale.
Infine, altra novità, rinasceranno i circoli «tematici» e quelli di pura «iniziativa politica», i quali potranno attirare e far lavorare i militanti (della società civile, ma forse anche di altri partiti…), ma non votare gli organismi interni (segretari di circolo e regionali, segretario nazionale). Infine, c’è la novità dei circoli on-line: ci saranno, anzi già ci sono (a Bologna, l’Aquila, Napoli), ma per votare dovranno trovarsi una sede fisica.

Morale: il Pd va verso una forma di partito più ‘leggero’ o più ‘pesante’? Il vicesegretario Guerini la spiega così: «Il modello a cui ci rifacciamo è quello studiato da due politologi Usa, Richard Katz e Peter Mair, che hanno teorizzato – con un saggio pubblicato nel 1995 e rivolto soprattutto al partito dell’Asinello, e cioè i Democrat Usa – la necessità di creare una via di mezzo tra il Party on the ground, cioè un partito coi i piedi ben piantati sul territorio, e un Cartel Party”. Di che si tratta? Di una forma di organizzazione “leggera”, de-differenziata, con strutture reticolari, esternalizzazione, centralizzazione decisionale; ruolo nevralgico dei leader”, scrivono i due autori statunitensi nel loro saggio, che prevede anche una “competizione su tutto il mercato elettorale; formazione e manipolazione delle preferenze degli elettori; relazioni opportunistiche o neutrali con i gruppi; prevalenza delle funzioni di coordinamento istituzionale e procedurali; logica della competizione (e della collusione)”, ma soprattutto, spiegano, “a causa della crisi delle risorse interne, finanza pubblica e sponsorizzazione da parte dei gruppi di interesse, presenta canali di comunicazione mediali e virtuali; vede i partiti come campaign organizations; expertise e conoscenze specialistiche, ad esempio nel campo delle tecniche di comunicazione“.

Detta in italiano antico, una via di mezzo tra il «partito pigliatutto» com’era la Dc del Secondo dopoguerra, e il partito di «funzionari e quadri», oltre che, ovvio, «di massa», del Pci che fu. Detta in italiano moderno si tratta, appunto, del “Partito della Nazione”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’8 aprile 2016 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale in forma meno estesa (http://www.quotidiano.net)

I segreti di Montecitorio/1. Chi, come e quando può entrare nel Palazzo

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

Siete in gita a Roma, avete (beati voi) una smodata passione per luoghi della Politica e simboli del Potere? Siete presso i medesimi e volete, dunque, farvi un ‘giretto’ alla Camera. E’ possibile? No. Anzi, è molto più difficile di quel che sembra.

I palazzi della Politica, nonostante il passaggio dei regimi e delle epoche (Regno d’Italia, Fascismo, I, II e, ora, forse III Repubblica) sono, per statuto scritto e per leggi non scritte, sostanzialmente inviolabili. Turni di guardia delle diverse Forze Armate (Marina, Esercito, Aviazione, ma anche Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza) si danno il cambio davanti all’ingresso dei vari portoni della Politica. Neppure loro, che pure svolgono il famoso ‘cambio della guardia’ (curioso e affascinante solo quello che avviene al Quirinale, modesti e sottotono tutti gli altri) possono entrare, nei Palazzi. C’è un servizio di Polizia e di Carabinieri, nei pressi di Montecitorio, ma fuori, all’esterno dei Palazzi stessi. E, peraltro, sempre più occhiuto, tanto che, ormai, anche piazza Colonna Antonina (dove ha sede palazzo Chigi) e piazza Montecitorio sono di fatto inattraversabili, ai cittadini ‘normali’.

Ma ‘dentro’ i Palazzi neppure le Forze Armate possono entrare. Ragioni storiche (l’Esercito alla Camera richiama subito il golpe!) e di consuetudine lo vietano. La vigilanza è tutta e solo interna. Come si può entrare, dunque, a Montecitorio, se lo si vuol vedere? Il modo, ovviamente, c’è. La domenica, per dire, il ‘Palazzo’ per eccellenza, la Camera dei Deputati, apre per mostre, concerti, etc. Basta mettersi in fila e, con pazienza, aspettare il proprio turno. Il percorso, però, è limitato all’ingresso e al percorso delle mostre che, di solito, si tengono tutte al primo piano, quello cd. ‘nobile’. Le iniziative, consultabili sul sito ufficiale (www.camera.it) vanno sotto il nome “Montecitorio a porte aperte”, ma opere d’arte e sale sono visitabili, di norma, solo la prima domenica del mese. Anche peggio va al Senato: le iniziative culturali, peraltro di alto livello (l’ultima è stata la commemorazione di Edoardo de Filippo) o i concerti con grandi direttori d’orchestra (classico quello di Natale) sono riservati solo ai ‘fortunati’ che ottengono inviti e accrediti. Insomma, per parteciparvi bisogna na prenotare con largo anticipo e avere Santi in Paradiso.

Certo, si può assistere alle sedute, come fanno molte scolaresche. L’iniziativa, al di là dello spettacolo spesso da ‘osteria del tempo perso’ (il più delle volte, durante i lavori d’aula, non c’è anima) o da ‘rissa al bar’ (scontri verbali e fisici sono all’ordine del giorno) che di certo non aiutano i giovani italiani ad ‘amare’ le Istituzioni, coinvolge almeno 100 mila studenti l’anno, mentre le visite guidate circa altri 300 mila (i dati riguardano la sola Camera dei Deputati, ndr.). Inoltre, da ottobre a maggio, per le classi dell’ultimo biennio delle scuole superiori, è offerta la possibilità di svolgere due giorni due di formazione dentro il Palazzo con esercitazioni, incontri, visite. Infine, il Polo bibliotecario parlamentare di Camera e Senato, che possiede oltre un milione di volumi, è sempre aperto al pubblico. Morale: per chi non vota ed ha meno di 18 anni e’ molto più’ facile entrare nei Palazzi per una ‘sbirciatina’ che per i cittadini adulti…

I veri interna corporis del Palazzo, però, dal Transatlantico all’Aula (dove possono entrare solo i deputati e i commessi ‘d’aula’), dalle commissioni ai piani che compongono il grande complesso Montecitorio sono off limits per chiunque. Tranne che poche categorie di pochi fortunati. Ecco quali sono.

1) I visitatori singoli che, dietro garanzia e regolare accredito di un parlamentare, sono ammessi in alcuni locali del Palazzo (non tutti, per poco tempo e sempre accompagnati da questi);

2) alcuni gruppi ‘speciali’ (delegazioni di parlamentari esteri, associazioni o gruppi accreditati, etc.) cui viene concesso un ‘giro’ di visita più largo e più onnicomprensivo del solito;

3) I giornalisti accreditati presso l’Asp (l’Associazione Stampa Parlamentare), i cui ingressi e permessi sono regolati ad hoc, su cui torneremo presto perché meritano un discorso a parte.

Infine, a poter entrare e uscire come vogliono dalla Camera come dal Senato, sono naturalmente tutti coloro che qui dentro lavorano: commessi, funzionari, personale amministrativo, maestranze, etc.

E, naturalmente, gli ex deputati e gli ex senatori. I soli che, in fondo, sentono sempre, dentro di sé, il folle desiderio di farsi una ‘gita’ nei luoghi che li videro famosi e importanti.

NB. Questo blog e’ stato pubblicato in anteprima sulla sezione blogger del Quotidiano.net (http://www.quotidiano,net) sezione ‘Dai giardinetti di Montecitorio’

L’ultima cena di #twittao14 e il pagellone finale (incompleto…)

Pubblico lo stupendo resoconto che il nostro maestro di cerimonie, alessandro allara, ha fatto della serata celebrativa e finale di #twittao14.

I protagonisti dell'ultima cena di #twittao14...

I protagonisti dell’ultima cena di #twittao14…

L’invito era chiaro e, forse per evitare rappresaglie celesti, sono arrivati in tantissimi al Baja, ieri sera, per celebrare la chiusura di #twittao14 ed il suo epilogo sportivo (onore al vincitore, Marco Castelnuovo, arrivato col primo aereo da Torino per sventolare in faccia al Signor Pardo quel trofeo che, fino alla fine, rimbalzava tra 3 concorrenti).
Lo dico subito, è stata una grandissima emozione. Non importa quante energie possa averci investito ma vedere che il biscazziere che è in me veniva sdoganato da cotanti ospiti illustri, a tal punto da farmi sentire a casa, ha ripagato dieci e cento volte questo mese e mezzo di conteggi, mail e tweet impazziti. L’emozione c’è anche per il momentum, come direbbero gli inglesi, creatosi sulla terrazza di questo barcone, pensieroso su una riva del Tevere, in una Roma che ci ha graziati con le sue nuvole passeggere e ci ha regalato una serata mite… perfetta insomma.
Grandi dibattiti sul futuro di questo format, circolano già indiscrezioni ma una notizia va data: lo scetticismo della prima ora del Signor Cruciani è stato superato da un caloroso invito alla riflessione da parte del popolo. Qualcosa si farà, dunque, ne siamo certi.

 

Il ristorante Baja sul lungoTevere...

Il ristorante Baja sul lungoTevere…

Location: voto 8+

Avevo riposto grande fiducia in questa location nascosta, anche se a due passi dal centro. In queste cose la mia adorabile compagna non sbaglia mai e ci ha messo cinque minuti a convincermi… il tempo di bere un drink ed assaggiare i frittini della casa. A quel punto strada in discesa per l’organizzazione della serata. Bella l’area in esclusiva, bellissima la tavolata a mezza luna, bello il bar (rigorosamente open) dedicato, bella la zona poker al coperto. Un po’ di ritardo nel servizio, cosa che toglie quel mezzo punto, ma più che buono il cibo (forse per chi non mangia il pesce c’è da togliere un voto… chissà!).

 

Giuseppe Cruciani e le mutande di twittao14...

Giuseppe Cruciani e le mutande di twittao14…

Comitato: voto 9

L’eccellenza la perdiamo per colpa di Mazzoletti, trattenuto in redazione da un’orda barbarica di contestatori senza tetto; Mazzoletti che poi si fa eliminare troppo presto a texas, nascondendo così le sue (millantate) doti di gambler. Per il resto, si sfiora la lode. Coldagelli si presenta puntualissimo alle ore 21.00 come fosse appena uscito dalla SPA. Cruciani e la sua sciarpa hanno provocato più di un sussulto all’ingresso in terrazza, per poi concedere il momento clou quando sfodera le lucky pants in una foto che è già storia.
Per non parlare del Signor Pardo, mattatore indiscusso della notte Twittao e candidato di peso alla conduzione del prossimo Ballarò, si è dilettato nella simulazione di una puntata zero che trovava il suo apice nel confronto tra Matteo Renzi ed un insegnante di inglese.
Rigorosi.

Le donne di #twittao14 Valentina Mezzaroma e Francesca Barra

Le donne di #twittao14 Valentina Mezzaroma e Francesca Barra

Twittine (Francesca Barra e Valentina Mezzaroma): voto 9-

Il meno è per non aver resistito fino al poker. Detto questo, la lucana più famosa del globo si è districata perfettamente tra citazioni scomode e potenziali ruoli da valletta, autrice, opinionista, conduttrice o factotum nelle più improbabili situazioni televisive. Camaleontica. Il Presidente più biondo della storia del calcio, d’altro canto, ha fatto sentire il peso del suo ruolo bacchettando a turno molti commensali. Perdona, in chiusura, un Mazzoletti che le confessa di averle cantato cori poco signorili in un famoso Siena-Lazio. Felina

 

 

 

Io con Tommaso labate e vasco Pirri... Ecco il vincitore morale di twittao14!

Io con Tommaso labate e vasco Pirri… Ecco il vincitore morale di twittao14!

Ettore Maria Colombo (e con lui Tommaso Labate e Vasco Pirri): voto 8

Definito da molti come il vincitore morale di questa edizione, il colosso di Twittao festeggia in anticipo il suo compleanno grazie al caloroso abbraccio di Tommaso Labate e Vasco Pirri, affezionatissimi alle sue date importante. La prende con discreto aplombe, abbozzando un rimprovero al sottoscritto di cui poi si pente immediatamente inondandomi di tweet amorevoli. #parconeitweet

 

Il vero vincitore di Twittao14, Marco Castelnuovo ...

Il vero vincitore di Twittao14, Marco Castelnuovo …

Marco Castelnuovo: voto 10-

Il Campione accetta di lasciare tutto per 24 ore e venire a raccogliere l’abbraccio dei followers. Sceglie di donare il montepremi a Dynamo Camp, che nel frattempo ringrazia via twitter, e non mostra alcuna preoccupazione nel ripartire da testa di serie numero 1. Anche per lui il meno è per aver rinunciato al poker, che si rivelerà epico. Istituzionale

 

Chiamarsi Bomber con Valentina Mezzaroma.

Chiamarsi Bomber con Valentina Mezzaroma.

Chiamarsi Bomber: voto 7.5

I due autori più famosi di twitter ci mettono un po’ a carburare, schiacciati dalla pressione di un tavolo prestigioso e politically correct, ma loro escono alla distanza, trainati dall’istrionico Pardo che spesso li invoca (giustamente) come voce del Paese reale. Teenager

 

 

La foto di gruppo di #twittao14

La foto di gruppo di #twittao14

Il Presidente Claudio Petruccioli: voto 10 e lode

Dall’alto della sua saggezza, si affaccia all’ultima cena di Twittao con la tranquillità del giudice supremo. Dispensa consigli e commenti, infonde tranquillità alla squadra e si rivela favorevole al Barrarò. Leone

 

 

I protagonisti dell'ultima cena di #twittao14...

I protagonisti dell’ultima cena di #twittao14…

Tutti gli altri: voto 10 d’ufficio

Da Giulio Delfino a Fabrizio Roncone, da Goffredo De Marchis a Lorenzo Ottolenghi, da Stefano Menichini ad Andrea Vianello. C’è un pagellone anche per loro nella mia testa, per ora gli do un 10 d’ufficio per essere stati splendidi compagni di bevuta e di cazzeggio. Impareggiabili

 

Luciano Nobili: voto dal-cinque-al-sei
Appare per l’aperitivo, scompare per cena. Ha da sbrigare faccende di partito. Ma per Twittao la politica è OUT. Rimandato a settembre.

I grandi assenti: voto 6 politico
Vi diamo un’altra chance perché vi vogliamo bene e siete stati, uno ad uno, protagonisti di questa grande avventura. C’era più di un motivo per non esserci ma noi preferiamo pensare ai motivi che vi porteranno qui, l’anno prossimo, a festeggiare una nuova iniziativa. #TwittaoLovers

NB. Ho riportato il pezzo scritto da @alessandroallara e pubblicato sul suo blog.

“Piove, governo ladro!”. Una frase celebre inventata da un vignettista d’altri tempi, il mazziniano piemontese Casimiro Teja

Garibaldi difende la 'Giovane Italia' dagli appetiti dei governanti piemontesi e savoiardi.

Garibaldi difende la ‘Giovane Italia’ dagli appetiti dei governanti piemontesi e savoiardi.

E’ a lui che si deve la famosa imprecazione – ormai un luogo comune, specie in tempi (mesti, come quelli attuali) di post-grillismo militante, “Piove, governo ladro!”. Imprecazione che, per quanto sia buona sotto ogni governo (e, dunque, per e in tutte le ‘stagioni’ politiche italiane: Prima, Seconda o Terza Repubblica che sia…), è sempre più che attuale. Peraltro, quando Casimiro Teja la adoperò in una vignetta per la prima volta ‘correva l’anno’ 1861 e, sul giornale che Teja dirigeva dall’età di 26 anni, il Pasquino, la usò a corredo di una vignetta che illustrava un comizio indetto dai mazziniani. I ‘grillini’ dell’epoca, si potrebbe dire, e Mazzini era il loro guru in esilio volontario permanente, proprio come Giuseppe (detto ‘Beppe’) Grillo: infatti, ai mazziniani ieri come ai grillini oggi, non andava mai bene nulla.

Eppure, anche se la città di Torino ha dedicato a Teja una statua (realizzata nel 1903 da Edoardo Rubino, oggi si trova in piazza IV marzo) che lo raffigura in altorilievo proprio sotto la copia del busto del romanissimo Pasquino (celebre inventore, nel Cinquecento, delle cd. ‘pasquinate’ che, affisse all’inizio della suggestiva e centrale di via del Governo Vecchio, prendevano di mira papi, cardinali, aristocratici e grandi uomini di Roma) e la città di Roma ha voluto intitolare a Teja una via stradale, la drammatica damnatio memoriae che attraversa, ormai da decenni, la nostra società, ha prodotto una grave ‘dimenticanza’: trascinare nell’oblio Teja. Ed è stato solo grazie alla recente e meritoria opera dell’ultimo Consiglio regionale del Piemonte ad averci messo, come si suol dire, una ‘pezza’.

sembra un cosacco, il vigmnettista mazziniano...

sembra un cosacco, il vigmnettista mazziniano…

Vignettista, illustratore, caricaturista, ma anche giornalista, scrittore, viaggiatore e, inoltre, alpinista, Casimiro Teja (Torino, 1840-1899), Teja meritava davvero di essere ‘riscoperto’, oltre che ricordato e celebrato. Ecco perché, dunque, vale(va) davvero la pena andare a visitare (la mostra era visitabile dal 4 ottobre e fino al 16 novembre 2013, ndr.), la mostra “Casimiro Teja. Sulla vetta dell’umorismo”. Curata da due valenti disegnatori torinesi, Dino Aloi e Claudio Mellana, e organizzata e resa possibile dall’Archivio di Stato di Torino, l’esposizione presenta i migliori e più riusciti disegni dell’arte del “principe dei caricaturisti” (Teja, appunto) vissuto a fine del XIX secolo in un Piemonte allora cuore del nuovo ‘stato unito’ italiano, regio e sabaudo, e delle sue contraddizioni. Disegni e tavole che si possono ammirare insieme a stampe originali, tavole e illustrazioni pubblicati da Teja sulle diverse riviste e giornali con cui il caricaturista piemontese collaborava (Le scintille, Spirito Folletto, il Fischietto e Pasquino, dove si firmava ‘Puff’: una rivista umoristica allora molto quotata e popolare, Pasquino, che Teja diresse dal 1826 fino alla morte). In più, una sezione di disegni e vignette realizzate dai contemporanei di Teja e scelti tutti nel descrivere la ‘montagna’ in onore dei 150 anni del Cai (Club Alpino italiano) di cui anche Teja è stato un convinto e appassionato frequentatore.

Nntevole la bellezza stilistica del ritratto e l'uso raffinato dei caratteri

Nntevole la bellezza stilistica del ritratto e l’uso raffinato dei caratteri

Pezzo forte e ‘cuore’ della mostra su Teja è l’album di schizzi inediti (tavole disegnate a matita, per la precisione) che, ritrovati e comperati da un collezionista privato, che viene esposto al pubblico per la prima volta. Del resto, Teja realizzava incisioni e litografie di cui non sono, purtroppo, rimasti i disegni originali e l’album degli inediti costituisce una sostanziale testimonianza unica del suo modo di lavorare. Altri lavori esposti sono reportage giornalistici fatti da Teja per i suoi giornali: una sorta di – prezioso e curioso – carnet de voyage per immagini tra i quali spicca il racconto (racconto disegnato, ovviamente) del viaggio compiuto in Egitto per l’inaugurazione del ‘taglio’ dell’Istmo di Suez (novembre 1869, un evento, per qui tempi, davvero epocale) e il viaggio – tutto casalingo – “Da Torino a Roma” in occasione del trasferimento della capitale del Regno d’Italia prima da Torino a Firenze (1866) e – dopo la conquista sabauda dello Stato Pontificio – del secondo trasferimento, definitivo, della capitale italiana da Firenze a Roma (1870).

Illustrazione sul Pasquino del viaggio di Teja sul nascente istmo di Suez

Illustrazione sul Pasquino del viaggio di Teja sul nascente istmo di Suez

Chicca finale, l’album di schizzi inediti (tavole disegnate a matita) ritrovato da un collezionista ed esposto al pubblico per la prima volta (opera di grande valore perché i disegni realizzati da Teja oggi disponibili sono rarissimi) e dei reportage giornalistici che fanno di Teja, tra le altre cose, anche un precursore in Italia dei carnets de voyage.Tra questi ultimi spicca il racconto disegnato del viaggio compiuto dal vignettista in Egitto per il taglio dell’istmo di Suez (novembre 1869).

NB. Questo articolo è stato pubblicato sulle pagine culturali del quotidiano Libero il 10 ottobre 2013.

In mancanza di meglio e in assenza di riferimenti, ecco alcune delle (splendide) vignette e disegni di Teja che offrono Wikipedia e Digilander