Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

Renzi: “Congresso subito e niente elezioni. Ora li freghiamo con le loro regole” Scena e retroscena del redde rationem nella Direzione del Pd

NB: I due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti a pagina 2 e 3 del Quotidiano nazionale di martedì 14 febbraio. Il segretario del Pd ha smentito, con una nota diffusa oggi alle agenzie, alcuni dei virgolettati che gli sono stati attribuiti in merito alla ‘resa dei conti’ con la minoranza interna. 
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO
1) Renzi mette all’angolo la sinistra: “Si fa il congresso e chi vince comanda”.
La resa dei conti è già arrivata, ma le dimissioni vengono rinviate all’Assemblea.
Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi si presenta alla Direzione ‘fine di mondo’ del Pd in maglioncino blu. “E’ ingrassato ma è rilassato, finalmente”, dicono i suoi. Sul palchetto – lo stesso dove Bersani presentò la sfortunata coalizione Italia Bene Comune e dove il Pd decise (fortunatamente) di votare Mattarella a Capo dello Stato – siede anche il premier, Paolo Gentiloni, oltre allo stato maggiore del Pd (Guerini, Serracchiani, Ricci, Zampa, Orfini che presiede i lavori).

 Renzi la prende larga: parla di Trump, della Le Pen, dell’Europa, sfiora Grillo e Salvini, cita Baumann e un sociologo dal nome vagamente russo che però nessuno conosce e la sua  teoria sulla “proboscide dell’elefante”, poi scende sull’Italia, rivendica i meriti del suo governo, ricorda in modo puntuale e puntuto tutt’e le volte che ha fatto a braccio di ferro con l’Europa, quella dell’austerity e dei vincoli di bilancio, rinfocola – pur scherzando – la polemica con Paodan sulla manovrina ma dice (“Mi rivolgo ai giornalisti, tanto sono le uniche cose che vi interessano”) che “la data del voto alle Politiche e il congresso del Pd sono due cose separate e distinti, anche perché la data del voto la decidono il Capo dello Stato, il presidente del Consiglio, il Parlamento e io non faccio parte di nessuno di questi organismi, non sono neppure parlamentare”.
Insomma, le elezioni ci saranno, prima o poi, e noi dobbiamo farci trovare pronti, in qualsiasi momento ci saranno” – sottolinea l’ex premier – “ma io non ne ho l’ossessione”, assicura. Poi da’ un altra notizia, sempre ai giornalisti (categoria che mal sopporta, questo si sa): “Io non cerco nessuna rivincita rispetto al referendum del 4 dicembre. Quello era un turno unico, non c’è il girone di ritorno”. E con le autocritiche, però, si ferma qui. Prima di andare al cuore del problema, e cioè il congresso del Pd che intende lanciare presto, prestissimo (così presto che l’Assemblea nazionale che lo indirà verrà convocata già sabato prossimo, 18 febbraio, e sarà lì, in quella sede, che verrà deciso l’iter di un percorso congressuale che sarà altrettanto rapido, se non rapidissimo, conclusione entro aprile), Renzi parla di tasse, di manovrina e di un rapporto con la UE in cui bisogna entrare “coi gomiti alti”. E così pure l’avvertimento ai ‘furbetti’ di Bruxelle (e a Padoan) è recapitato.
Ma la platea della Direzione dem – allargata per l’occasione ai parlamentari e ai segretari provinciali e regionali che però resteranno muti e silenti spettatori dello spettacolo – aspetta solo di sapere cosa dirà Renzi del congresso, di quando lo vuole fare e come. E qui l’ex premier fa il suo ennesimo colpo di teatro (anzi: da giocatore di poker): non annuncia le dimissioni da segretario, come molti si aspettavano e avevano pure scritto, ma delinea i confini generali, anche se molto indistinti, del prossimo confronto congressuale. Innanzitutto, dice in chiaro e poi ripete ai suoi come un mantra, che “io non sarò mai uno di quelli che cede alle correnti, se vogliono uno che sia prigioniero dei caminetti se ne scelgano un altro”. Ed è qui, sia nella relazione introduttiva che nella replica, che Renzi mena fendenti a destra e, soprattutto, a sinistra. “Se digitate su Google ‘resa dei conti’ nel Pd vengono fuori 337 mila visualizzazioni, direi che è ora di dire ma anche basta”, afferma. Attacca la minoranza e, senza fare i nomi, i vari D’Alema, Bersani, Rossi, Emiliano, Speranza, che “un giorno mi chiedono di fare il congresso, un giorno le primarie, un giorno la legge elettorale, etcetera”. “NON potete più prendere in giro così la nostra gente”, e qui quasi urla, si scompone, ma è solo un attimo. “Faremo il congresso a norma di Statuto, con le regole del 2013 (quello con cui Renzi  vinse il congresso contro Cuperlo, ndr)”, il che vuol dire – specifica – che “ci si confronta, ci si scontra, ma poi chi vince comanda e chi perde rispetta e si adatta al vincitore, non fugge via col pallone come un bimbo dispettoso”. Poi rivendica non solo i tre anni a guida del governo, ma anche quelli a guida del suo partito, che “stava al 25% e io l’ho portato al 40% (vero, però sta parlando delle Europee 2014).
Dopo la sua relazione, intervengono tutti o quasi i big. Al netto della minoranza, Orfini e Martina parlano per difendere con l’aratro la linea che Renzi ha solcato, Franceschini resta muto e, pare, assai contrariato, ma poi si acconcerà a votare la relazione finale. Solo Orlando si distingue: chiede una conferenza programmatica, ma dice no a ogni ipotesi di scissione e, alla fine, non vota la relazione a sostegno della mozione del segretario insieme a pochissimi dei suoi (“Erano quattro gatti” li irridono i renziani) mentre il grosso dei Giovani Turchi (Raciti, Verducci, Marini) vota compatto la linea del segretario che è uguale a quella del presidente e leader della loro corrente, Orfini. I numeri finali del voto parlano da soli e in modo impietoso: 107 voti a favore, 12 contrari e 5 astenuti. Ora si vedrà nell’Assemblea nazionale di sabato se la linea di Renzi reggerà alla prova del fuoco.
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2) Il leader del Pd: “Ora ci divertiamo. Li freghiamo al Congresso con le loro regole”. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
La notizia è che Matteo Renzi ha rinunciato al voto a giugno. “È impossibile, non ce la si fa più, ormai”, ha detto ai suoi, ma rincuorandoli così: “Con Gentiloni l’intesa è perfetta, decideremo insieme”. Elezioni a settembre, magari in coincidenza con quelle tedesche (il 24), o addirittura a ottobre? “Ragazzi, dai, cerchiamo di essere seri: la legge di Stabilità va presentata il 15 ottobre in Europa, Mattarella e la Ue non ci lasceranno mai votare allora. Vorrà dire che, quando e se sarò di nuovo segretario del Pd, e avrò davanti a me quattro anni di tempo, deciderò io insieme a voi, naturalmente, Del resto, prima o poi, bisognerà votare, a meno di dichiarare guerra a San Marino, e quando sarà noi, il Pd, saremo pronti. Però sia chiaro – aggiunge Renzi ai suoi alla fine di una Direzione che lo ha visto trionfare con numeri schiaccianti (“Li abbiamo spianati”, il commento dei suoi sui numeri che hanno visto trionfare la mozione dei renziani con 107 voti contro 12 contrari e 5 astenuti) che quando si voterà noi faremo una campagna elettorale contro l’austerity, la rigidità della Ue, i lepenismi e i trumpismi europei e mondali, ma anche contro  il sovranismo di Salvini e il massimalgrillismo”. E così, sgomberata dal tavolo la questione del voto, Renzi può dedicarsi a riprendersi il suo partito, il Pd. Non senza aver menato fendenti ai suoi oppositori, da Emiliano a Bersani a D’Alema cui ricorda la gestione fallimentare di banche del tempo che fu e insinuando: “facciamo la commissione sulle banche ci divertiamo”.

Per la minoranza e i suoi campioni (“Alla fine, vedrete, schiereranno Emiliano, per cercare di toglierci voti al Sud, ma De Luca sta con noi”, nota il premier, quindi poco male) saranno dolori. “Pensano di fregarci con le regole? E noi li seppelliamo. E con le loro regole”. Renzi e i suoi si sono calati l’elmetto e hanno deciso di giocare duro sul terreno avverso, “quello che la minoranza adora: regole, Statuti, commissioni congressuali, pure l’Ave Maria”. Traduzione: se vogliono fare la scissione sulla data del congresso, che si accomodino pure.

In effetti, il percorso è di guerra. Assemblea nazionale il 18 febbraio. Solo in quella sede Renzi si dimetterà da segretario del partito e chiederà di aprire la stagione congressuale da segretario dimissionario, reggente del partito sarà il presidente Orfini. A quel punto la parola passerà ai circoli, dove verranno presentate le diverse candidature al congresso e che le scremerà in vista della Convenzione nazionale, cui arriveranno solo i primi tre candidati che avranno superato il 5% dei voti. Questi presenteranno le loro piattaforme programmatiche e si aprirà la fase finale, le famose primarie, aperte a iscritti ed elettori del Pd. Tempi? Assai rapidi. Renzi pensa di chiudere la prima fase, quella dei circoli, entro marzo e tenere le primarie ad aprile. Tra i renziani di stretta osservanza gira già una data, l’8 aprile, ma potrebbe esserci un allungamento fino alla fine di aprile o inizi di maggio.

La maggioranza che sostiene il premier nella battaglia congressuale (i renziani, ovviamente, ma anche l’area del ministro Martina, i Giovani Turchi di Orfini, pur decapitati della componente che fa capo al ministro Orlando, il quale però si limiterà a richiedere una Conferenza programmatica – e, obtorto collo, l’area di Franceschini) ha preparato un pacchetto da ‘prendere o lasciare’. Del resto, “anche se la minoranza, più Orlando e qualcun altro (leggi Franceschini, ndr) volesse giocarci qualche scherzo in Assemblea – ragiona un renziano di prima fascia – vorrei ricordare a tutti che, all’ultimo congresso, le liste non le ha fatte neppure Guerini, ma Luca Lotti: abbiamo 750 voti” (qui si intendono i voti all’interno dell’Assemblea nazionale, che ha una platea di mille delegati).

In effetti, il tiro mancino potrebbe essere questo: proporre un documento contrapposto a quello di Renzi, chiedendogli persino di rimanere al suo posto, ma obbligando a un congresso ‘lungo’, come vuole la minoranza (inizio in giugno, pausa estiva, ripresa in autunno). In assemblea si vota a maggioranza semplice su mille componenti, ma i renziani sono certi di avere i numeri dalla loro. Parola, dunque, all’Assemblea. Ci sarà da divertirsi.

NB: i due articoli sono usciti sul Quotidiano Nazionale del 14 febbraio 2014 a pagina 2-3.

D’Alema lancia il fronte anti-Renzi: l’obiettivo è fondare un “Nuovo Ulivo” con i vendoliani e arruolare i girotondini

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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI, Massimo D’Alema (già colonnello del Pci, già segretario del Pds, già premier, oggi presidente della Fondazione Italiani-Europei e, in Europa, della Fepps, una sorte di ‘Fondazione delle Fondazioni’…) ha dato un’ampia intervista al Corriere della Sera per ripetere, per una pagina intera, uguale e identico concetto: «Con Renzi non vinceremo mai». Eppure, si sbaglierebbe a derubricare la questione alla voce «antipatie radicate di D’Alema», cartellina assai gonfia (prima Veltroni, poi Prodi, etc.). Stavolta, e da oggi in poi, si svilupperà – in quella sinistra-sinistra in cui, incredibilmente, da oggi milita pure lui, D’Alema – un fatto politico nuovo. Un partito, o meglio un insieme di partiti e gruppi (ci sarebbe già anche il nome: «Partito della Sinistra», Pds in sigla, a rieccheggiare antichi fasti), che si presenterà alle prossime elezioni politiche puntando su soglie di sbarramento ritenute abbordabili (il 2,5-5% alla Camera, il 4-8% al Senato) per «far male» (e, cioè, togliere voti) al Pd di Renzi «il più duramente possibile», come ha spiegato a interlocutori privilegiati (Massimo Bray, Enrico Letta, Giuliano Amato) lo stesso D’Alema in varie cene.

ECCO perché la vera notizia data ieri da D’Alema è che, il 28 gennaio, a Roma, al centro congressi Frentani, dai «comitati per il No» da lui fondati contro la riforma costituzionale di Renzi (presidente ne era l’avvocato ex Ds Guido Calvi, portavoce ne era l’ex civatiano Stefano Schwarz, che però pare si sta sfilando), battaglia vinta da D’Alema in modo indubitabile, nasceranno i «comitati per il Nuovo Centrosinistra». Guidati da D’Alema, ovviamente, novello comandante Leonida dei suoi ‘300’ spartani sotto forma di comitati (tanti, pare, già sono nati in giro per l’Italia) che si doteranno di un coordinamento e un coordinatore e che, come si evince dal nome, puntano a cercare legami con la tradizione ‘ulivista’ del centrosinistra, tradizione che proprio D’Alema, tanti anni fa, tanto combatté.

Del resto, nella sua guerra «di posizione» contro Renzi, oggi D’Alema non è più solo, anzi. E non solo perché fa proseliti nel centrodestra (Stefano Parisi, per dire, è suo buon amico), ma perché, a sinistra, l’idea di un Nuovo Centro-Sinistra a sinistra del Pd si lega e trova sponde con l’obiettivo di altri pezzi della sinistra-sinistra, radicale come girotondina. Parola d’ordine comune una sola: «Pur di veder sconfitto Renzi, che vincano i 5 Stelle! Noi andremo in Parlamento a fare l’opposizione!». Insomma, il programma dei dalemiani – e dello stesso D’Alema – è molto semplice e riassumibile in tre punti: 1) impedire a Renzi di ottenere le urne a maggio-giugno; 2) impedire a Renzi di ottenere la legge elettorale che preferisce (infatti, D’Alema torna a elogiare il Mattarellum, ma vuole il proporzionale); 3) fare male a Renzi prima al congresso, cercando di sconfiggerlo pure lì, e poi alle elezioni.

In più, D’Alema – che pure crede assai poco nella possibilità di riportare il Pd «sulla retta via», la sua – ha deciso di dare, sia pur se dall’esterno, una mano alla sinistra dem che vuole riconquistare la ‘Ditta’, «anche perché – ha spiegato – ‘quelli’ (la sinistra dem, appunto, ndr.), senza di me, non sanno neppure da dove cominciare». L’idea, in questo caso, è invece quella lanciare, in rinnovata entente cordiale dopo anni di gelo (lo definì «un cretino» quando ‘non vinse’ le Politiche 2013) con Bersani, un ticket per riconquistare il Pd. Il giovane Speranza (o, meglio, il ministro Orlando che D’Alema, e pure Bersani, giudicano “più strutturato” di Speranza) per la carica di segretario. Per la carica di candidato premier, invece, Enrico Letta. Il quale, però, non ne vuol sapere («è troppo presto, sono impegnato con la mia scuola di Politica a Parigi» ripete a chi gli fa la corte). Alternative, se ‘Enrico’ non cederà alle lusinghe di D’Alema e di Bersani, il furbo Michele Emiliano, governatore pugliese para-dalemiano, o il raffinato intellettuale Massimo Bray, intimo amico di D’Alema e di cui si era parlato già come candidato sindaco a Roma.

Ma c’è «molto altro», fuori dal Pd, e lì D’Alema vuole puntare come la parte di Sel che non vuol finire in una Sinistra Italiana radicale, quella di Vendola e Fratoianni, che rompa ogni legame con il Pd: il capogruppo alla Camera, Arturo Scotto, l’ex democrat Alfredo D’Attorre, il vice di Zingaretti in Lazio, Massimiliano Smeriglio. I socialisti «di sinistra» usciti dal Psi guidati da Bobo Craxi. E persino l’area dei «professori» (Zagrebelsky, Carlassarre, Falcone, etc) e due associazioni, «Libertà e Giustizia» (presidente Sandra Bonsanti) e Micromega di Paolo Flores d’Arcais che, il 21 gennaio, si ritroveranno a Roma. Area, quest’ultima, che non solo con D’Alema non ha mai avuto nulla a che spartire, ma che, dal palco di piazza Navona urlava, anni fa, con la voce stentorea di Nanni Moretti, «con questi leader non vinceremo mai!» e il leader in questione era D’Alema, mica Renzi.

NB: Questo articolo è stato pubblicato venerdì 20 gennaio a pagina 16 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Triste, solitario y final. Si prepara l’ennesima scissione a sinistra, stavolta in Sel-SI, ma figlia di tante altre passate.

Nichi Vendola

Il presidente di SEL, Nichi Vendola.

“Perché mi pungi – chiese la rana allo scorpione – ? Perché questa è la mia natura”.  (Esopo)

Alcuni antefatti (storici e microstorici). 

Scissioni. Liti. Incomprensioni. Divisioni. Tavoli che si spaccano e vesti che si stracciano. La sinistra cosiddetta ‘radicale’ – e già sarebbe meglio aggiungere ‘che tale fu’ – ha un’antica coazione a ripetere dalla quale non riesce proprio a discostarsi, neppur volendo. Una’storia’ e una ‘tradizione’ così radicata che ne ha causato una prima volta la morte – diciamo intorno al 2007/2008, quando Rifondazione comunista, fondata nel 1991/1992 per contrapporsi, da sinistra, allo scioglimento del Pci e alla sua trasformazione in Pds-Ds-Pd, si ruppe e diede vita a Sel di Vendola e Prc di Ferrero dall’altro (neppure insieme, nella fantomatica Sinistra Arcobaleno superarono il quorum a Politiche 2008 ed Europee 2009)  – e che sta per causarne, una seconda volta, la ‘ri-morte’ di quel che rimane di entrambe. Insomma, il rischio concreto è che, a sinistra del Pd, resti poco o nulla delle vestigia di un passato che fu, a metà degli anni Novanta, persino semi-glorioso. La Rifondazione di Garavini-Cossutta nel 1993/’94 prima e quella di Bertinotti-Cossutta nel 1996-’98 poi arrivarono a cifre elettorali ragguardevoli e condizionarono, per almeno tre volte, la nascita e poi la morte di governi di centrosinistra, cambiando di fatto la storia d’Italia: nel 1995-’96 dando, i Comunisti Unitari di Crucianelli, e negando, il Prc di Cossutta, la fiducia al governo Dini; nel 1996-’98 dando e poi negando, il Prc di Bertinotti e il Pdci di Cossutta, la fiducia al I governo Prodi e, il secondo, al I e al II governo D’Alema; nel 2007-2008 dando e poi negando, sempre il Prc di Bertinotti, la fiducia al II governo Prodi, che cadde ‘anche’ per colpa del Prc, pur se formalmente la crisi la aprì l’Udeur di Clemente Mastella.

Poi, appunto, un lungo silenzio, quasi assordante, con Ferrero e Vendola che si litigarono le spoglie di una Rifondazione comunista ridotta in briciole (vinse Ferrero, congresso 2009 a Chianciano, Vendola, che di quella sconfitta ancora non si capacita, fondò Sinistra ecologia libertà con Verdi e Psi prima, poi da solo), il Pdci che si inabissava nel nulla, i Verdi pure. Infine, alle Politiche del 2013 – quelle ‘non perse’ ma neppure ‘vinte’ dal Pd di Bersani – la (finta, ingannevole, illusoria) rinascita: Sel, grazie alla coalizione Italia Bene comune, fatta con Pd e i centristi, rientrò in Parlamento dalla porta principale: gruppone alla Camera, Boldrini presidente, nuova attenzione dei media. Durò assai poco. Prima la scissione dei ‘miglioristi’ (nel senso di seguaci dell’ex enfant prodige di Bertinotti nel secondo Prc, Gennaro Migliore) che fondarono una piccola costola di area Pd e poi, nel Pd, entrarono, non pareggiati dai ‘nuovi innesti’ di fuoriusciti dal Pd (Fassina, D’Attorre, Galli, Mineo); poi la stagione dei sindaci ‘arancioni’ (Pisapia a Milano, Zedda a Cagliari, Doria a Genova) che presto dilapidarono la ‘Nuova Speranza’ che si era accesa nel popolo della Sinistra. Ed eccoci, dunque, al semi-triste Epilogo. Una nuova, ennesima, scissione, a occhio l’ultima. Infatti – si legge sul il manifesto (http://www.ilmanifesto.it) a firma di Daniela Preziosi (@danielapreziosi su Twitter), penna attenta, accurata e sapida di tanti e tali mal di pancia – proprio oggi, 16 gennaio 2016, sta per prodursi l’ennesima scissione, stavolta dentro Sel.

L’ennesimo fatto (cioè l’ennesima scissione). 

I fatti stanno così. Sedici parlamentari (tra loro nomi che, nei cascami del ‘socialismo reale’ anche se ‘all’amatriciana’ del Prc che fu dicono ancora qualcosa: Franco Giordano, penultimo segretario del Prc, Ciccio Ferrara, ex responsabile Organizzazione di quel Prc, Claudio Fava, figlio del giornalista Pippo Fava, barbaramente ucciso dalla mafia e oggi vicepresidente della commissione Antimafia, Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio gestione Zingaretti, ‘rastrellatore’ di tessere e iscritti a Roma e nel Lazio, ma pure Dario Stéfano, presidente della Giunta autorizzazioni del Senato, pugliese, che pare voglia candidarsi a sindaco di Taranto, deputati e senatori come Sannicandro, Bordo, Folino, Melilla, Piras, discretamente forti nelle loro realtà locali, e ultimo ma primo per peso politico specifico, il capogruppo di Sel alla Camera, il napoletano sveglio e arguto Scotto) – hanno scritto una lettera – a dir la verità trattasi di vera e propria ‘letteraccia’ – indirizzata al comitato promotore di Sel. Il quale ha dichiarato, in pochi giorni, chiusa per sempre l’esperienza di Sel per dare vita (congresso a Rimini, dal 16 al 19 febbraio) a un ‘nuovo’ soggetto politico, Sinistra Italiana. Soggetto che, però, non si capisce ancora bene ‘chi’ altri dovrebbe unire visto che il Prc di Ferrero (incredibilmente, ancora esiste!) resta a vegetare per conto suo, il Pdci non esiste più, i Verdi sopravvivono per conto loro, la minoranza del Pd non intende uscire dal Pd medesimo, D’Alema si fonderà la sua ‘Cosa’. Eppure, si sa già ‘chi’ guiderà Sinistra italiana: non certo Nichi Vendola, ormai ritiratosi a una (felice) vita privata con il suo compagno Eddy e il loro bel figliolo in quel del Canadà (a proposito: Auguri!), ma il ‘delfino’ storico di Vendola stesso, il bel rude Nicola Fratoianni, affiancato dalla ‘testa d’uovo’ ex Pci-Pds-Ds-Pd, l’economista di sinistra Stefano Fassina.

Ora, gli estensori della lettera, cioè i 16 parlamentari di Sel attuale (31 in tutto sono i deputati, quindi la metà del gruppo attuale, ma vanno contati pure i 7 senatori nel Misto), non è che dicano che stanno per produrre l’ennesima scissione dell’ennesimo partitino, a sinistra, ma poco ci manca. Infatti, rimproverano al gruppo dirigente di Sel-Si “una cultura dell’intolleranza incompatibile con il progetto politico che stiamo animando”. L’oggetto del contendere è, tanto per cambiare, il rapporto con il Pd di oggi (Renzi), come lo fu, in passato, il rapporto tra il Prc di Cossutta e Garavini (che li divise fino alla rottura) con il Pds di allora (Occhetto); il rapporto tra il Prc di Bertinotti e sempre di Cossutta (ma stavolta a ruoli invertiti) con i Ds di allora (Fassino e D’Alema), che li portò addirittura a fondare due partiti ‘diversi’, anche se semi-cugini (che si odiavano però), il Prc e il Pdci; e il rapporto tra Ferrero e Vendola con il Pd di allora (Veltroni-Franceschini e poi Bersani), che pure portò alla nascita di due tronconi (il Prc di Ferrero e la Sel di Vendola, appunto). Tronconi, con il passare degli anni, sempre più piccoli, sempre più sfiatati e più rachitici.

Stavolta, il punctum dolens è il rapporto con il Pd di Renzi (oggi, ma domani di chi? Orlando? Franceschini? altri? chi può dirlo, il Pd terrà il suo congresso alla fine del 2017). Quelli della lettera, “i 16” Nuovi Apostoli, vogliono dialogarci, con il Pd, e Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano e animatore del ‘Campo progressista’ creato con il sindaco di Bologna Merola, il sindaco di Cagliari Zedda e, forse, il sindaco di Genova Doria, ma anche qualche territorio, vuole allearsi con il Pd, partecipando anche a evenutali primarie (candidata ‘naturale’, Laura Boldrini), mentre tutti gli altri (25 parlamentari), quelli di Fratoianni e Fassina, no. Anzi, si ritengono ‘alternativi’ in modo irriducibile al Pd e al suo progetto politico, che ci sia Renzi, alla guida, o financo Carbon Dimonio. Fassina, poi, letta la lettera sul manifesto, si è arrabbiato moltissimo e ha scritto, oggi, più o meno, così: ‘come vi siete permessi?! Dovevate prima portare l’istanza nel Comitato Federale, discuterla nei circoli, etc. etc.’.

Insomma, Fassina crede ancora che esista un ‘partito’ (si chiami Sel o SI o X non importa) come ai tempi del (grande) Pci (tradizione, peraltro, da cui ben pochi di loro provengono). Invece, Sel (o SI o X) è un partito morente, allo stato liquido, se non gassoso, e SI (o X) non sarà da meno. D’altra parte, i 16 ‘contestatori’ – che oggi assicurano di voler dar vita a nessuna ‘scissione’, per carità, ci mancherebbe – da Sel o SI o X lì se ne andranno presto (al congresso, magari: nei piccoli partiti comunisti si amano le uscite plateali, ai congressi, con tanto di sventolio di bandiere, canti liberatori e, possibilmente, pugni alzati al cielo…) e – tanti cari saluti – finiranno per dare vita a una ‘sinistra-centro’ alleata con questo Pd. Ecco che, dunque, tempo un mese, e si compirà, a sinistra, l’ennesima, triste, scissione e la sinistra-sinistra, già ridotta ai minimi termini, se non al lumicino, sarà ancor più piccola modesta, minimale e residuale. Insomma, come accade nella vita, e anche in politica, se rompi un piccolo atomo e crei due piccoli neutroni, poi li dividi in tanti piccoli neutrini, alla fine fai davvero fatica a renderti conto di quello che è rimasto, se non col microscopio (e lasciamo perdere, per carità di patria, i discorsi sui ‘luoghi’ della Politica, il valore del Sociale, il radicamento nei Territori, la ripartenza dalla Base, la retorica della Militanza!).

Un triste (e scontato) epilogo. 

Una storia minima, per carità, anzi minimale, questa che abbiamo provato qui a raccontare ma la cui ‘fine’ “è nota”, come diceva il titolo di un bel romanzo giallo di Geoffrey Hall.  Una storia che, ci rendiamo conto, appassiona pochi, interessa il giusto qualche giornale (il manifesto, appunto, l’unico che sa ancora raccontarle, con pazienza e lena, tali storie) e qualche sito Internet o social network dove gli ultimi reduci del post-comunismo che fu ancora oggi se le danno di santa ragione. E allora – si chiederà uno dei miei 25 lettori – perché la racconti ancora, questa ‘piccola’, e triste, storia? Perché è stata ‘anche’ la mia. Per troppo tempo, infatti, dal 1991 al 1998 (circa) vi ho preso parte, con qualche rilievo. Poi, per mia fortuna, ho iniziato a fare il giornalista e di quella storia mi restano alcuni cimeli (bandiere, belle, tessere, stropicciate, feticci, ancora in bella evidenza nella mia libreria) e tanti, troppi, ricordi. ‘Ti conosco, mascherina’, si diceva in un’Italia che non esiste più. Ecco, li conosco quasi tutti, quelli e questi protagonisti, ergo non mi ‘fregano’ più, ormai. Però, ai tempi, c’ho creduto, in loro e con loro, in un Avvenire migliore, e tinto di Rosso, e oggi, invece, ‘un fiore in petto m’è sfiorito’. Ecco, tutto qua. E tanti auguri e saluti a tutti, s’intende.  Ps. alla fine, mi fa più simpatia il tentativo di Pippo Civati e del suo ‘Possibile’. Liquidi per liquidi, gassosi per gassosi, tanto vale essere adeguati alla (banale) ‘Modernità’.

NB: L’articolo è stato scritto solo e soltanto per il mio blog personale il 15 gennaio 2017.

Due pezzi (difficili) sull’Assemblea del Pd e i nuovi equilibri interni ai democrat. Le mosse di Renzi e quelle degli altri big

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Pubblico qui, anche se a scoppio ritardato, due articoli sull’Assemblea Nazionale del Pd che si è tenuta domenica scorsa, 18 dicembre. Domani, mercoledì 21 dicembre, Matteo Renzi riunirà i segretari provinciali e regionali al Nazareno e varerà la nuova Segreteria nazionale del Pd. Probabili diversi nuovi innesti: si parla dell’ex sindaco di Torino (Piero Fassino), del sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, di altri dirigenti locali (il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, e il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini) e, probabilmente, di un forte avvicendamento con nomi che non hanno ben figurato o che sono rimasti del tutto inerti (Capozzolo, Covello, Paris, Braga) mentre alcuni super-renziani (Carbone, Ermini) potrebbero essere sostituiti per fare posto a esponenti di altre aree del partito, dai Giovani Turchi all’area Martina fino all’area di Cuperlo, mentre di certo la minoranza bersaniana non entrerà nel nuovo organismo diretto da Renzi. Qualche incertezza anche sul ruolo dei due attuali vicesegretari nazionali: Deborah Serracchiani, attuale governatore del Friuli, contestata molto anche a casa sua, e Lorenzo Guerini (inamovibile, nonostante qualche voce malevola si sia levata anche contro di lui, perché vero ‘numero 2’ del Pd). 

  1. Il congresso del Pd slitta a fine anno. Renzi: “Al voto subito, anche senza primarie”. La strategia del leader: Avete voluto così, ma le liste le faccio io… 

MATTEO Renzi ha una strada sola, davanti a sé: votare subito, nel più breve tempo possibile. Ecco il perché di quattro mosse, da parte sua, e studiate in quattro tempi. Prima mossa, dai tempi lunghi. Niente congresso anticipato, che si farà a scadenza naturale (ottobre-novembre 2017). «A quel punto – dice con un ghigno uno dei suoi  uomini– si può candidare chi vuole, anche Andrea (Orlando, ndr.) se vuole, vedremo chi ha più filo da tessere, ma la sinistra interna si sarà già messa fuori gioco. Perché le liste, se si va al voto anticipato, le farà Matteo. Se Bersani&co. avessero accettato il congresso subito – spiega il pasdaran – avrebbero avuto diritto ai loro posti, parecchi, così chi può dirlo: quien sabe?».

SECONDA mossa, tempi medi. Primarie di coalizione per scegliere il candidato premier del centrosinistra, magari in competizione (leale) con il ‘campo progressista’ che hanno lanciato ieri, da Bologna, Giuliano Pisapia e altri sindaci di centrosinistra? Forse, si vedrà. Il bagno di popolo che Renzi pure sognava dalla caduta del suo governo (“Voglio almeno due milioni di voti, alle primarie”, Prodi nel 2005 ne prese quattro) è tornato sub judice. Non è più sicuro, il segretario dem, di volerle, le primarie: «Dipende, vedremo, non voglio impiccarmi a nessuna formula» – dice ora. «Dipende quale sarà la legge elettorale», taglia corto: «Se c’è il maggioritario è un conto, se c’è il proporzionale un altro». Sottotesto: se c’è il proporzionale, non serve nemmeno farle, le primarie, per candidarsi.
Terza mossa, tempi brevi: la nuova legge elettorale. È dirimente, e Renzi lo sa, sia per il suo personale destino sia per la durata stessa della legislatura: si scioglierà presto o no? Gentiloni dura o no? Gli altri big del Pd seguiranno davvero Renzi nel suo tentativo di portare il Paese a elezioni immediate prima che la legislatura vada a compimento, a febbraio 2018, come previsto? Sono questi i veri interrogativi che si pone l’ex premier, anche perché Renzi vorrebbe andare  al voto “entro aprile, al massimo ai primi di giugno”.

«Noi proponiamo il Mattarellum, ha la firma del Capo dello Stato – scandisce Renzi, con voce ferma, dal palco durante la sua relazione introduttiva. Dopo, con i suoi aggiunge: «Vedremo chi ci sta. Io voglio stanarli tutti, da Forza Italia alla Lega ai Cinque Stelle, così sarà chiaro chi non vuole cambiare il sistema elettorale, chi è affezionato alla palude del proporzionale». E qui parla chiaramente dei Cinque Stelle. Insomma, o passa il Mattarellum – naturalmente, ragionano i suoi, «non nella versione originaria, quella 75% di maggioritario e 25% di proporzionale, perché qualcosa a Berlusconi andrà concessa»: la mediazione sarebbe il Verdinellum, 50% collegi, 50% di proporzionale, ma a liste bloccate – oppure, in ogni caso, si va a elezioni anticipate, il prima possibile. «Con la legge che uscirà dalla sentenza della Consulta – spiega Renzi – li voglio vedere, soprattutto i partiti più piccoli, dover votare con il Consultellum e le soglie di sbarramento alte che impone quella legge, specie al Senato, sarà un piacere». Perché il vero obiettivo di Renzi sempre quello resta: «urne tra fine aprile o, al massimo, a metà giugno», ragiona. Anche perché, se Renzi perde quella finestra elettorale, si porrebbero di mezzo due ostacoli troppo grossi da affrontare anche per lui: il referendum sul Jobs Act della Cgil (a giugno), che slitterebbe solo se ci fosse il voto anticipato, e una legge di Stabilità (a ottobre) che sarà ‘lacrime e sangue’ perché, spiega l’ex premier, «chi oggi governa la Ue non ci concederà più nulla».

QUARTA mossa, tempi rapidissimi. Riorganizzazione del partito, il Pd. Il 21 dicembre riunione dei segretari provinciali e regionali, il 28 dicembre nuova segreteria (entreranno dei sindaci ed esponenti dei territori, un ruolo potrebbe averlo Martina, un altro Nannicini, uno Bonaccini), il 28 gennaio mobilitazione di tutti i circoli sul territorio, il 28 gennaio la tanto richiesta (dai big) ‘conferenza programmatica’. Strumento, il Pd, che Renzi – il quale non farà tour in solitaria, ma una «campagna di ascolto del Paese», a gennaio –vuole rivitalizzare e perciò resterà nelle mani sapienti dell’attuale vicesegretario, Lorenzo Guerini, per affrontare una breve ma dura campagna elettorale. Il vero obiettivo di Renzi.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 dicembre a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 

2. I colonnelli si smarcano da leader. Nasce il tridente Orlando-Franceschini-Martina. Dubbi sul ritorno al Mattarellum e toni soft con la sinistra. Ticket Speranza-Emiliano. 

<<MA IO posso votare anche senza la delega, Matteo?». «Certo, Matteo, sei il segretario…». Il dialogo, bisbigliato, si svolge alla fine dei lavori dell’Assemblea nazionale. Si sta per votare sulla relazione del segretario e Matteo (Renzi) chiede, quasi intimidito, a Matteo (Orfini), che i lavori li presiede, se, appunto, può votare sulla (sua) relazione. Sta tutto in questa piccola scenetta la trasformazione del Pd di Renzi. Dal Renzi «1.0», quello del ‘ghe pensi mi’, del ‘ghe fasi mi’, sul partito, oltre che sul governo, al Renzi «2.0». Quello che, dopo quattro anni di guida in solitaria, deve condurre il Pd in terra incognita. Quella della co-reggenza con gli altri capi-corrente del partito, i big.

IL RISULTATO del voto in Assemblea nazionale parla, paradossalmente, assai chiaro: 481 voti a favore sulla relazione del segretario, solo due voti contrari, 10 astenuti e la minoranza – i bersaniani per non dover votare contro il Mattarellum e i cuperliani perché volevano il congresso – che non partecipa al voto. A occhio paiono tanti, ma non lo sono. In Assemblea nazionale, organismo elefantiaco (mille membri, poi ce ne sono altri 150-180 membri ‘di diritto’ tra parlamentari, dirigenti locali, personalità fondative del Pd, la cosa un po’ ridicola e un po’ assurda è che nessuno sa mai darti il numero esatto: il Pd avrebbe dovuto modificare, dimezzandoli radicalmente, la composizione dei suoi organi dirigenti, dall’Assemblea nazionale alla Direzione, una commissione interna ci ha lavorato un anno, ma non se n’è mai fatto più nulla, vorrà dire che il lavoro tornerà buono per la prossima volta), serve il 50,1% dei voti (500 delegati, nel senso di persone fisiche presenti, e più) se si vuole cambiare lo Statuto. E la maggioranza Renzi la può ottenere solo se regge il ‘patto di sindacato’ con le tre aree maggiori della maggioranza interna: Area dem (Franceschini), Giovani Turchi (retti da una diarchia, Orfini e Orlando) e Sinistra è cambiamento (Martina). Senza dire del fatto che la minoranza ha già fatto di calcolo, calcolatrice alla mano: “Le percentuali di membri dell’Assemblea nazionale sono state fatte sui voti all’ultimo congresso (2012: Renzi batté Cuperlo con il 68% contro il 18%, 14% andò a Civati, ndr) . Come minoranza avevamo 300 delegati, un terzo dell’assemblea, poi se ne sono andati i Giovani Turchi e l’area di Martina, quindi siamo rimasti con 200-230 delegati al massimo, ma Renzi non ne ha presi nemmeno la metà di mille avendone sulla carta oltre 950…”. I conti della minoranza si traducono così: Renzi, da solo, non può cambiare alcuno Statuto.

NON a caso, ieri, tutti e tre i capi-corrente, oltre a molti altri big (Fassino, Epifani) hanno fatto a gara per andare sul palco. Franceschini ha preso la parola subito: si è detto, certo, «d’accordo con Renzi», ma se c’è stato uno che lo ha fatto desistere dal proposito di fare il congresso anticipato è stato lui. Inoltre, ha detto chiaro che «non dobbiamo regalare Forza Italia a Salvini» e che se la legge elettorale è proporzionale, «con FI bisognerà dialogare».

SOLO il ministro Delrio e altri renzianissimi (Ascani, ecc.) hanno chiesto a gran voce il voto anticipato, gli altri hanno lodato il governo (ma quello seduto in prima fila in platea, Gentiloni…) e hanno detto che, insomma, ‘c’è tanto da fare, nei prossimi mesi’…. Martina ha fatto un lungo ragionamento sul partito, da ‘vice’ in pectore, criticando, sia pur se con toni soft, la sinistra interna: «Non vedo Golia dentro il Pd, li vedo fuori. Qui siamo tutti Davide», replica a Speranza che aveva detto «io mi candido a Davide contro Golia».
La minoranza bersaniana era, ovviamente, inviperita contro l’intemerata di Giachetti (quell’avete la «faccia come il culoooo» di Speranza che ha indispettito il segretario perché l’uscita del suo fedelissimo rovina la pax nel partito e la presunta nuova fase zen): si è limitata a dichiarare, a margine dei lavori, che il congresso va fatto «nei tempi stabiliti», «il governo deve fare tante cose», ecc. Speranza lavora a un ticket, per il congresso, con il governatore pugliese Emiliano, e rifiuta ogni scenario di voto anticipato, mentre da fuori – ormai – dal Pd D’Alema vorrebbe solo Emiliano, ma candidato premier.
Cuperlo ha chiesto il congresso subito, ma la sua è un’opposizione che i bersaniani già chiamano, con disprezzo, ‘di sua Maestà’: in caso di primarie, lui appoggerà Pisapia.

L’INTERVENTO più atteso era, però, quello del ministro Orlando (sponsorizzato da Giorgio Napolitano) che molti – nella minoranza e non solo – già vedono (o sperano di ritrovarsi), come candidato anti-Renzi, anche se il prossimo congresso si farà a scadenza naturale. Il ministro ha fatto un intervento calibrato, accorto, tutto incentrato sul partito e le ragioni della ‘Sinistra’, ma, in cauda venenum, ha espresso «seri dubbi>>, guarda caso, sul Mattarellum, come Franceschini. I guai interni, per Renzi, se ci saranno, verranno da lì.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 dicembre 2016 a pag. 5 di Quotidiano Nazionale. 

NEW!!! Pd, il ‘mistero’ del congresso anticipato. Braccio di ferro tra renziani e minoranza a colpi di regolamento sullo Statuto. I dubbi amletici di Renzi in attesa dell’Assemblea nazionale del 18

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Matteo Renzi e Matteo Orfini, segretario e presidente, alla Direzione nazionale del Pd

NEWS DELL’ULTIMA ORA 15 DICEMBRE 2016: SEMBRA CHE RENZI ABBIA DECISO CHE L’ASSEMBLEA NAZIONALE DI DOMENICA 18 DICEMBRE APRIRA’ IL PERCORSO CONGRESSUALE E ANCHE CHE LE PRIMARIE DI PD E CENTROSINISTRA PER LA PREMIERSHIP SI TERRANNO IL 5 MARZO 2017.

“ANALISI SITUAZIONE POLITICA E DETERMINAZIONI CONSEGUENTI”. È QUESTO, A QUANTO SI APPRENDE DALLE AGENZIE DI STAMPA, L’ORDINE DEL GIORNO IN CALCE ALLA CONVOCAZIONE DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL PARTITO DEMOCRATICO CHE SI TERRA’ DOMENICA 18 DICEMBRE A ROMA. LA FORMULA DELLA CONVOCAZIONE, SPIEGANO FONTI DEM, LASCIA APERTA LA POSSIBILITÀ CHE L’ASSEMBLEA DECIDA DI CONVOCARE IL CONGRESSO DEL PARTITO. L’ASSEMBLEA INIZIERÀ ALLE 10.00 ALL’HOTEL ERGIFE DI ROMA.

 

1) Pd appeso all’indecisione di Renzi. Primarie aperte o congresso normale il dilemma. L’obiettivo del segretario dem resta comunque il voto anticipato tra maggio e giugno. 

MATTEO RENZI dice ai suoi di volersi tenere in queste ore «mille miglia lontano dalle beghe romane», rintanato com’è nella sua Pontassieve, dove porta i bimbi a scuola e a calcetto. E a chi gli chiede se ha  in mente – e quale – “un blitz romano” risponde ironico che “per ora mi milito a fare un blitz alla Coop…”. Certo è che «non ha ancora deciso». In realtà, ha davanti ha sé un orizzonte politico ben chiaro: legge elettorale entro febbraio ed elezioni tra maggio giugno, con due data cerchiate in rosso sul calendario, il 20 maggio e il 4 giugno, il che però non è indifferente perché vuol votare prima o dopo il G7 a Taormina. Ma è sul partito che non ha ancora deciso. Se, cioè, domenica prossima, 18 dicembre, a Roma, chiederà all’Assemblea nazionale del Pd di aprire o meno la stagione congressuale, portando il Pd a congresso anticipato oppure se si limiterà a chiedere ‘primarie aperte’. «La decisione dipende da lui solo» – assicurano i suoi – e i problemi «non dipendono dallo Statuto».

LA MINORANZA dem è pronta a impugnare lo Statuto, a costo «di finire davanti al Tar». La questione, in realtà, è controversa. Secondo Nico Stumpo, responsabile Organizzazione sotto Bersani, non si può fare il congresso a marzo: «E come si fa? Quale sarebbe il percorso? Assemblea il 18, Direzione il 20 gennaio e presentazione delle liste collegate per il congresso a fine gennaio? E il regolamento congressuale quando si fa, a Natale?!» sbotta. Inoltre, per Stumpo, «Renzi si dovrebbe dimettere da segretario, se vuole presentarsi al congresso, e aprire la normale trafila congressuale di un congresso ordinario, altrimenti si va a scadenza naturale e il congresso si convoca 6 mesi prima».
Dall’altra parte c’è Salvatore Vassallo, estensore dello Statuto dem, che ieri sull’Unità ha scritto un – arzigogolato – articolo per spiegare, in buona sostanza, che segretario e Assemblea «sono sovrani» e che le dimissioni di Renzi sarebbero solo «dimissioni tecniche». Come spiega anche un altro costituzionalista dem, che pure ha contribuito a scrivere lo Statuto del Pd, Stefano Ceccanti, “il rapporto fiduciario segretario-assemblea è come quello presidente del Consiglio-Camere: puoi presentarti dimissionario, e riottenere la fiducia, oppure ti può essere negata, oppure ancora puoi dimetterti e andare al voto….”. Dalle parti di Matteo Orfini, invece, la pensano diversamente: «sarebbe Matteo (Orfini), in qualità di presidente, ad assumere i pieni poteri, in caso di dimissioni del segretario».

La questione, però, come sempre, è politica. Ieri, nel Transatlantico di palazzo Madama, il ministro al Welfare, Giulaino Poletti, ha fatto una gaffe, facendo arrabbiare assai i renziani («Quello è matto!») che però ha rivelato, i piani dell’ex premier: «Il referendum sul Jobs Act (3 milioni di firme raccolte dalla Cgil per reintrodurre l’art. 18, abolire i voucher e i contratti a termine, la Consulta esaminerà i quesiti l’11 gennaio, ndr) non si farà (a giugno, nel caso, sempre che i referendum passano il vaglio della Consulta) perché prima si vota».
Se domenica, in Assemblea, Renzi si presentasse dimissionario, si andrebbe dunque al voto anticipato, con in mezzo il congresso del Pd, sempre che la maggioranza dei membri dell’Assemblea (serve il 50,1% dei componenti: oltre 500 sugli oltre mille aventi diritto) deliberi che si va a congresso subito, con Renzi in sella o meno che sia, in questo caso.
Altrimenti Renzi potrebbe scegliere, come è tentato di fare, di promuovere solo primarie di coalizione «aperte», modello Prodi 2005 o, anche, modello Veltroni 2007. Primarie, dunque, solo ‘confermative’ per prendere – come ha detto altre volte – “2 milioni di voti”.
In questo caso, l’unica candidatura realmente alternativa a quella di Renzi sarebbe quella dell’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, appoggiato da Gianni Cuperlo e da altri pezzi della sinistra che, ormai, ha di fatto rotto con Sel e non parteciperà al percorso di nascita di Sinistra italiana (congresso fondativo a febbraio 2017): i senatori Stefano e Uras, che hanno già votato a favore del governo Gentiloni, rompendo con il gruppo di Sel al Senato, i sindaci di Cagliari, Massimo Zedda, e forse di Genova, Marco Doria, ma soprattutto, appunto, Pisapia. Ad andare in affanno sarebbe la sinistra interna dem che ha fin troppi candidati a segretario: il governatore toscano Rossi, il governatore pugliese Emiliano – sponsorizzato dall’ex premier Massimo D’Alema e il ticket Speranza-Letta, a ora mai nato.
Ieri sera, a Porta a Porta, il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, ha detto che «Renzi sarà il candidato del Pd al prossimo congresso» e che, appunto, «giugno è una data realistica per tornare alle urne», ma anche negato che Renzi voglia fondare un “Partito di Renzi” che, pure, nei sondaggi, viene già accreditato di almeno un buon 20% di voti.

IL ‘COMBINATO disposto’ delle parole di Guerini – che ieri confidava a un amico: «Abbiamo il 78% dei consensi in Assemblea e l’82% in Direzione…» – indica che le due strade davanti a Renzi (dimissioni per accelerare il percorso del congresso anticipato o restare in sella per andare al voto con primarie «aperte») sarebbero ancora, e pienamente, nella sua disponibilità. Solo che Renzi «ci sta pensando, non ha deciso» e, riconosce uno dei suoi, «ogni giorno ha la sua pena, ieri, per dire, ha cambiato idea tre volte…». A scompaginare i giochi di Renzi, però e per davvero, potrebbe essere il malumore che cova crescente dentro Area dem (Franceschini), tra i Giovani Turchi (Orlando) e tra i Popolari di Fioroni. Ecco, se domenica fossero loro a far mancare i voti, alla «mozione» Renzi (dimissioni e congresso anticipato), allora sì che sarebbero guai.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 15 dicembre 2016 pag 9


Il punto della situazione sul congresso del Pd ieri, 14 dicembre 2016, metà pomeriggio. 

Le notizie riportate sui giornali di oggi indicano che non solo la minoranza dem – pronta a impugnare lo Statuto del partito e, persino, pare a ricorrere al Tar (sic) in caso di ricorsi – ma anche lo stesso Renzi nutrirebbe forti dubbi sulla possibilità o legittimità di convocare il congresso del Pd già nel corso dell’Assemblea nazionale di domenica 18 dicembre. Lo scontro  verte su una diversa interpretazione dello Statuto. Per la minoranza è semplice: “o Renzi si dimette – spiega Nico Stumpo – si presenta dimissionario al congresso nazionale e questo si può svolgere in via anticipato, oppure, se non si vuole dimettere, il congresso non si può convocare prima del 6 giugno, quando scatta la convocazione ordinaria” (il congresso dem va convocato sei mesi prima della sua scadenza naturale, dicembre 2017). Sempre Stumpo mette tutti sull’attenti: “Sento parlare di Assemblea nazionale il 18, Direzione il 20 dicembre per eleggere la commissione congressuale e presentazione delle liste per il 20  gennaio! E il regolamento congressuale quando lo facciamo, sotto Natale?!”. Insomma, l’atteggiamento della minoranza è: “Se è così, se lo votano a maggioranza, il congresso, come hanno fatto con le riforme, così poi vediamo che fine fanno…”. Peraltro, la minoranza ha anche un altra arma: presentare una candidatura ‘di bandiera’ all’interno dell’Assemblea nazionale (Speranza?) per dilatare a dismisura il percorso congressuale (servirebbe, infatti, la convocazione di una nuova Assemblea per vagliare le candidature).

Dall’altra parte, i renziani – che comunque possono garantirsi il 50,1% dei membri dell’Assemblea nazionale (501 membri su 1000) solo con l’appoggio di altre aree interne (Area dem di Franceschini, Giovani Turchi di Orlando e Orfini, Sinistra nuova di Martina) – vorrebbero forzare le tappe e il percorso congressuale andando al congresso anticipato, senza che Renzi si debba presentare dimissionario. Salvatore Vassallo, che lo Statuto Pd lo ha scritto di suo pugno, ha spiegato ieri – sia pure in modo arzigogolato e barocco – sul giornale del partito, l’Unità – che “i gruppi dirigenti si possono rinnovare in due modi. 1) scioglimento ‘conflittuale’: dimissioni del segretario in caso di contrasto con la maggioranza dell’assemblea o di sfiducia dell’assemblea stessa verso il segretario. In questo caso, se il segretario si dimette, servono i 2/3 (maggioranza qualificata dei membri) per sostituirlo, se sfiduciato, è obbligatorio il ricorso a una nuova elezione del segretario; 2) scioglimento ‘non conflittuale’. Per proporre lo svolgimento di elezioni interne anticipate della sua carica il segretario può presentare le sue dimissioni ‘tecniche’ rendendo in questo modo l’Assemblea sovrana e libera di scegliere tra due alternative: accettare le dimissioni del segretario e decretare il suo stesso scioglimento, chiedendo al segretario di gestire il partito nella fase transitoria (fino, cioè, a nuove elezioni della carica di segretario), oppure eleggere un successore per il termine residuo del suo mandato”. Insomma, a norma di Statuto, parrebbe avere ragione Vassallo, ma il ragionamento è molto da Azzeccagarbugli e lo stesso Renzi parrebbe indeciso o dubbioso sul da farsi.  “Renzi sta riflettendo, in queste ore, sul da farsi, ma non ha ancora deciso”, dicono i suoi.

Nell’attesa ecco due articoli da me scritti, nei giorni scorsi, sul tema del congresso del Pd.

2) Primo pezzo pubblicato il 13 dicembre 2016, pag. 8.

“Resto segretario per il congresso”. Renzi accelera su tempi e regole. Primarie aperte per il leader. Sinistra dem in rivolta contesta, ma potrebbe lanciare Zingaretti.

AVERE, domenica prossima, il via libera, da parte dell’Assemblea nazionale del Pd – il massimo organo statutario del partito democratico, detto anche “l’Assemblea dei Mille” perché conta mille e più delegati e che, volendo, può eleggere il segretario (Guglielmo Epifani, per dire, fu eletto lì) – per la convocazione anticipata del congresso nazionale. In modo da eleggere, entro marzo, il segretario e, quindi, il candidato premier con un «bagno di popolo» da tenere domenica 26 febbraio o 5 marzo, le due date individuate da Renzi per la giornata campale, quella delle primarie aperte a tutti, iscritti al Pd e semplici elettori, sbaragliando gli avversari, ancora molto incerti sul da farsi, ma che, se non vogliono finire male come Cuperlo contro Renzi potrebbero cercare di convergere su un nome «terzo».
Non Roberto Speranza, dunque, il candidato ‘naturale’ della minoranza, che però non gradirebbe affatto verdi mettere da parte e neppure il governatore della Puglia, Emiliano, che è il ‘cavallo di razza’ su cui punta D’Alema, ma l’attuale governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, che non a caso ieri ha fatto sentire la sua voce – molto critica – sul Pd. Obiettivo finale di Renzi – e non certo della minoranza – «elezioni politiche il prima possibile», a giugno. Eppure, stabilito che il congresso sarà vero e seguirà la trafila classica (congressi di circolo-congressi di federazione, cioè provinciali, entrambi riservati ai soli iscritti; selezione delle candidature, tre, per le primarie aperte a tutti) e che, dunque, non ci sarà alcun ‘congresso volante’, come volevano i renziani ortodossi (via la trafila dei congressi di circolo e federazione, solo liste collegate ai candidati e poi primarie aperte), la «gabola» c’è, anche se non si vede. Infatti, i congressi di circolo e federazione non eleggeranno i segretari dei medesimi organi, elezioni che saranno rinviate dopo le primarie, come pure l’elezione dei segretari regionali e dei congressi regionali che per Statuto si eleggono dopo.

IL DIAVOLO, come si sa, sta nei dettagli. Uno è quello citato, l’altro è che Renzi non si dimetterà da segretario, come invece chiede la minoranza, appellandosi allo Statuto: lo spiegano due costituzionalisti, Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti, che lo statuto del Pd l’hanno scritto. Vassallo scrive, via Twitter, che: «Non è necessario che Renzi lasci la segreteria per anticipare il congresso, se l’assemblea condivide il percorso indicato». Ceccanti ripete lo stesso concetto, richiamando anche un articolo dello Statuto (articolo 3).
È questa la road map che il premier ormai ex, ma ancora segretario dem in carica, illustra, ieri, in Direzione nazionale, dove non solo si è presentato, in maglioncino blu e camicia bianca senza giacca (si pensava non l’avrebbe fatto), ma ha anche parlato, a fine riunione.
La minoranza dem che fa capo all’area Speranza-Bersani (Sinistra riformista) preannuncia battaglia, ma le loro armi appaiono assai bagnate: non hanno candidati di grido e di peso, anzi sono divisi tra la candidatura del governatore toscano Rossi, quella possibile di Emiliano e quella che sembrava certa fino a ieri dello stesso Speranza, e, soprattutto, hanno poche armi in mano per impedire che si metta in moto la macchina congressuale.

Renzi, a fine dibattito, dunque parla – mentre Orfini, presidente dei lavori della Direzione, lo guarda esterrefatto perché gli aveva chiesto di non aprire, ora, il dibattito sul partito –: lo fa perché “si è molto indispettito”, dicono i suoi, proprio dopo l’intervento di Speranza. Il giovane delfino di Bersani – dopo aver presentato un documento sul governo Gentiloni che neppure viene votato, in Direzione, e che puntava a porre una “fiducia condizionata” – chiede di «cambiare rotta radicalmente o il Pd muore» e lancia la sfida a Renzi: «Dica con chiarezza se non c’è spazio nel Pd per chi ha votato No, senza nascondersi dietro agli insulti su Internet e alle manifestazioni davanti al Nazareno». Parole che suscitano un gran brusio e molti malumori in platea, da parte di renziani e non, e che, nonostante l’intervento ironico e pacato di Cuperlo («Non ho paura del voto, ho paura del risultato del voto…») che cerca di riportare i lavori a un clima più disteso, spingono Renzi a intervenire, appunto, in replica finale: «Io sono dell’idea – dice secco – che si dovrebbe rispettare lo Statuto e domenica l’Assemblea dovrebbe decidere se si fa il congresso».
Certo, se regge il “patto di sindacato” con le due macro-aree interne ‘a-renziane’ (Area dem di Franceschini e Giovani Turchi che però, ieri, sono rimasti seccati e silenti: giocano «a carte coperte, per ora», dicono preoccupati i renziani), problemi di numeri Renzi non li avrà. Un congresso, dice Renzi, che dovrà avere come obiettivo elezioni «imminenti» perché «nei prossimi mesi, lì andremo». Insomma, data la «piena fiducia» al governo Gentiloni, come ha sottolineato il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, nell’introduzione, «domenica prossima – spiega un big del Pd – l’Assemblea voterà un ordine del giorno in cui chiede alla Direzione di convocare il congresso (ma serve la maggioranza degli aventi diritto, per farlo, quindi 500 dirigenti del Pd su 1000, ndr), la Direzione nominerà la commissione per il regolamento e faremo congresso e primarie al massimo entro marzo».

UN PERCORSO che vede, appunto, la contrarietà netta della sinistra interna: non ha, ad oggi, i numeri per bloccare l’approvazione di un ordine del giorno in Assemblea, ma darà battaglia. «Il congresso si deve fare – dice Nico Stumpo – ma le regole devono essere rispettate. Renzi si dovrebbe dimettere. Altrimenti il congresso va convocato sei mesi prima della scadenza, il 6 giugno 2017…» (in teoria è previsto per dicembre 2017). La minoranza potrebbe – spiega Stumpo – presentare un proprio candidato anche in Assemblea per allungare i tempi. Primi tiri di fioretto, a colpi di regolamento, in attesa della battaglia vera e propria, quella congressuale, che si giocherà a colpi di mazza ferrata.


3) Secondo pezzo pubblicato lunedì 12 dicembre, pag. 9.

Congresso Pd, la sfida finale. “Matteo si gioca tutto alle primarie”. Due date (26 febbraio o 5 marzo), poi elezioni

MATTEO Renzi è tornato nella sua Pontassieve «a fare l’autista» a moglie e figli. Ha espresso dubbi persino sullla semplice sua partecipazione, oggi, alla Direzione nazionale del partito che, pur convocata in modo «permanente», mercoledì scorso ha visto solo la relazione del segretario, ma senza apertura di alcun vero dibattito, rimandato ad oggi. Renzi spiega ai suoi: «Non vorrei parlare in pubblico per un mese. Vorrei che si parlasse del governo di Gentiloni, dei problemi del Paese, non di me. Il confronto, anche duro, che ci dovrà essere, dentro il Pd, si trasformerà in una corrida, so che sarà così e mi sta bene, ma vorrei evitare che succeda oggi, almeno per rispetto a Paolo (Gentiloni, ndr.)». Alla fine, però, il segretario andrà alla Direzione e lo scontro vero si aprirà subito, prima ancora del fine settimana in cui si terrà l’Assemblea nazionale. Infatti, l’Assemblea del Pd, massimo organo del partito, è già stata convocata per il 18 dicembre e si terrà a Roma. Sarà lì che Renzi potrebbe annunciare le dimissioni anche dalla carica di segretario, come è pure tentato di fare. Anche perché, se non si dimettesse, come già eccepiscono in molti, il congresso andrebbe indetto non prima di sei mesi del suo svolgimento, cioè a… giugno 2017… I suoi lo frenano e stanno cercando un modo per indire lo stesso il congresso subito.
Renzi ha già individuato due date possibili, e molto ravvicinate tra loro: il 26 febbraio o il 5 marzo, per tenere il «giorno glorioso» che determina la fine del congresso, la celebrazione delle primarie, ovviamente «aperte» a iscritti e non del Pd purché firmino la «carta degli intenti» e versino un piccolo obolo (di solito si tratta di 2 o 5 euro e le primarie sono aperte anche al voto dei 16 enni, oltre che degli immigrati dotati di regolare permesso di soggiorno, fonte di infinite polemiche, nel recente passato, specie in primarie locali poi annullate o contestate come è successo, per ben due volte, a Napoli…). L’obiettivo del premier dimissionario resta sempre lo stesso, dal giorno (anzi, dalla notte), delle sue dimissioni: fare il congresso il prima possibile per andare a elezioni, una volta fatta la nuova legge elettorale dal Parlamento, il prima possibile (al massimo a giugno).

IN OGNI CASO – che vada oggi in Direzione, come sarà, e che si presenti, o meno, dimissionario all’Assemblea nazionale – resta il fatto che Renzi e i suoi stanno per lanciare l’ultima sfida, quella – davvero – della vita: congresso straordinario del Pd per ottenere, subito dopo, le elezioni. Per quanto riguarda il congresso, Renzi e i suoi hanno davanti a loro due strade, entrambe, però, assai difficili, se non perigliose. La prima, quella più hard, farebbe infuriare la minoranza al punto da dire «gioco falsato, regole farlocche, noi non giochiamo più», con conseguenze disastrose per il Pd: la scissione sarebbe più vicina.
La strada è quella del congresso «volante». Vuol dire saltare le istanze di base (congressi di circolo e federazione, riservati solo agli iscritti, e congressi regionali, che comunque, per Statuto, si devono tenere dopo il congresso nazionale) e fare solo le primarie nazionali per la candidatura a segretario e la premiership, due cariche coincidenti per Statuto. La selezione della classe dirigente starebbe solo nelle «liste» collegate al candidato segretario per comporre la nuova Assemblea nazionale la quale poi elegge la Direzione.
SAREBBE una forzatura che troverebbe non solo l’aperto dissenso della minoranza dem, l’area di Speranza e Bersani che, con Davide Zoggia, chiede apertamente a Renzi «di dimettersi, scindere le figure di segretario e candidato premier e fare un congresso vero». Anche Area dem (Franceschini) e i Giovani Turchi – ieri hanno parlato sia Matteo Orfini per assicurare che «nel momento in cui si apre il congresso, la gestione la fa un organismo terzo», sia Andrea Orlando che vuole «ripensare il Pd», ma non si candiderà contro Renzi – potrebbero nutrire dubbi e perplessità sull’iter accelerato che ha in mente il segretario, frenando l’impeto dei renziani che, sostanzialmente, puntano a primarie «confermative» (modello Prodi 2005 più che Bersani 2012, quando quest’ultimo vinse contro Renzi).

ECCO perché la seconda strada, più soft, oltre che classica, dovrebbe prevalere. Congresso ordinario con tutta la trafila: congressi – che i renziani chiamano «convenzioni», cioè con ridotti poteri di elezione dei segretari delle istanze medesime – dei circoli e delle federazione provinciali, congressi riservati ai soli iscritti, selezione delle candidature per il congresso nazionale con liste connesse dove le aree interne (o ‘correnti’) e, infine, elezione del segretario-candidato premier tra i diversi candidati con primarie «aperte», dove cioè votano tutti gli elettori e simpatizzanti del Pd che, versando un piccolo obolo e sottoscrivendo la ‘Carta degli Intenti’, possono votare anche se non sono  iscritti. In ogni caso, i tempi resterebbero gli stessi. Dalla data di indizione (18 dicembre) al giorno delle primarie (26 febbraio o 5 marzo) Renzi vuole chiudere la pratica congressuale in due mesi.
Al segretario non interessa nulla della trafila burocratica dei ‘congressini’ – che verrà gestita, come al solito, dall’uomo d’ordine, e ordinato, Lorenzo Guerini – ma la sfida finale: punta a una piena legittimazione popolare («almeno due milioni di voti»). «Vincere il congresso, ma vincerlo dopo, con un congresso ordinario semi-estivo», spiegano i suoi, sarebbe troppo tardi per tutto, soprattutto per preparare una campagna elettorale a Politiche anticipate (da fare a giugno, non oltre) che sarà ben più sanguinosa.

NB: Questi due articoli sono stati pubblicati lunedì 12 e martedì 13 dicembre sul Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Perché, in teoria, Renzi ha già perso il referendum. Conti e raffronti, sulla base di numeri reali, con le elezioni Politiche 2013, Europee 2014 e passati referendum

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Il Transatlantico di Montecitorio o ‘dei Passi Perduti’

ALCUNE PREMESSE METODOLOGICHE

Renzi perderà davvero il referendum del 4 dicembre? Se si confrontano i dati reali (cioè i voti assoluti) dei partiti pro-riforma (Pd+Ncd+Sc+centristi minori) e di quelli contro la riforma (M5S+FI+Lega+Fd’It+Sel+partiti minori di destra e sinistra), parametrandoli i voti presi alle Politiche 2013, alle Europee 2014 e ai passati referendum dai suddetti partiti, il risultato è sempre lo stesso: Renzi e il Pd perderanno il referendum di diversi milioni di voti. Tutto questo articolo, però, si basa su alcuni dati di fatto e, insieme, su proiezioni di voti assoluti basati sulle Politiche 2013, Europee 2014 e i passati referendum che, pur miscelati in modo uniforme, non sono sovrapponibili e immediatamente confrontabili né con i sondaggi attuali né con i voti reali che arrideranno, il 4 dicembre, al Sì o al No. Di conseguenza, è un articolo da prendere con le molle perché la base ‘scientifica’ c’è, ma in politica e soprattutto in un voto come quello che ci attende le varianti possibili sono imponderabili. Per il resto, vi auguro buona lettura.

1) INCREDIBILE, VINCE CHI PRENDE UN VOTO IN PIU’

La sensazione che il premier e segretario del Pd, Matteo Renzi, perderà il referendum costituzionale del 4 dicembre si fa più corposa ed evidente man mano che ci si avvicina al giorno della votazione. Naturalmente, i sostenitori del No esultano, quelli del Sì cercano di porre rimedio al fatto che, da mesi, tutti i sondaggi li danno stabilmente dietro al No e costretti faticosamente a rincorrerlo. Eppure, tutti gli scenari e le possibilità di vittoria o sconfitta vengono diffuse sulle base di sondaggi e, cioè, di percentuali, MAI sulla base di numeri assoluti. E’ con questi, invece, i numeri assoluti che in questa votazione, più che in altre, bisogna fare i conti. Va ricordato, infatti, che il referendum confermativo di leggi costituzionali non abbisogna di quorum (soglia di partecipazione al voto), ma lo vince chi prende anche solo un voto più. Per dire, se su 60 milioni di italiani andassero a votare in cinque (5) elettori di numero, con 3 (tre) voti per il No e 2 (due) per il Sì, il referendum lo avrebbe vinto il No. Insomma, mentre nelle elezioni politiche, invece, come in quelle amministrative, i voti assoluti vengono trasformati in seggi (e, dunque, in maggioranze e minoranze) grazie ai sistemi elettorali di volta in volta adottati, al referendum (ripetiamo: solo in quello confermativo come sarà quello costituzionale del 4 dicembre, NON in quello abrogativo, cui serve il quorum per essere valido, a prescindere da chi lo vinca) non esiste sistema elettorale: i voti si contano in numeri assoluti e, chi prende un voto in più, ha vinto. 

2) DIFFICILE SOMMARE MELE CON PERE

I numeri assoluti di cui parleremo tra poco hanno un valore intrinseco in sé (non sono, appunto, sondaggi, ma numeri reali, presi dai partiti in tre tornate elettorali: Politiche, Europee, referendum costituzionali precedenti), ma NON sono, chiaramente, sovrapponibili al voto che ci sarà il 4 dicembre come semplice carta carbone. Per capirsi, primo esempio: NON è affatto detto che i voti del Pd alle Politiche 2013 o alle Europee 2014 saranno i voti che il Pd porterà in dote a Renzi il 4 dicembre 2016. Non tutti gli elettori (e/o simpatizzanti e/o militanti) del Pd voteranno Sì al referendum (la minoranza dem al completo, per dire, voterà compattamente NO: si dice che valga il 15% del Pd). Secondo esempio: non tutte le somme che presto evidenzieremo sono realistiche: sulla carta, i voti del Pd si sommano ai centristi, ma quali e quanti? Tutti quelli di Ncd? E quanti sono quelli di Ala (Verdini)? E quanti voti arriveranno da Forza Italia o M5S al Sì? Terzo esempio: è evidente che, per quanto la partecipazione al voto degli italiani al referendum non sarà di certo bassa (si stima che andrà a votare almeno la metà del corpo elettorale, circa il 50%), l’affluenza dei cittadini italiani alle elezioni Politiche è e resterà comunque più alta (tra il 65-70%), mentre è più ragionevole pensare che l’affluenza a questo referendum si avvicini a quella delle Europee 2014 (dove i votanti furono 28.908.004, il 58,64%). Quindi i voti assoluti indicati andrebbero depurati di alcune milioni di unità, allo stato non quantificabili. In ogni caso, verranno contati qui SOLO i voti della Camera (diritto di voto dai 18 anni in sù, quindi la fascia più alta possibile di elettorato italiano) ma SENZA i voti degli italiani all’estero (4 milioni 23 mila votanti, di cui 2,1 in Europa e 1,3 in Sudamerica, circa 1,2 milioni di votanti stimabili al referendum).

3) SONDAGGI, QUANTO LA REALTA’ VIENE DISTORTA

In campagna elettorale si discute prevalentemente di sondaggi che, sfornati dai vari istituti di ricerca, quasi quotidianamente vengono mandati in onda sulle tv e pubblicati sui giornali. Ma i sondaggi danno una rappresentazione distorta e fallace della realtà: NON tengono, appunto, mai in considerazione i numeri veri, i voti assoluti. Prendiamo in esame i principali istituti di sondaggi e il periodo temporale compreso tra il 21 ottobre e l’11 novembre (prima, quindi, della vittoria di Trump negli Usa). Questi risultati. Per Ixé-Agorà il No ha il 40% contro il 37% del Sì (indecisi al 23%), per Tecné-Mediaset il No è al 52,9% contro il 47,1% al Sì (indecisi al 16%, affluenza al 50%), per Emg-La 7 il No è al 38,3% e il Sì al 34,8% (indecisi al 26,95, astenuti al 40,3%), per Ipr il No è al 52% e il Sì al 46,5% (affluenza al 45%). Dalla media viene fuori che il No è sempre avanti con una forchetta compresa tra i 2 e i 5 punti massimo, circa 3/4 punti percentuali di media.

Ma si possono fare i conti sulle percentuali? No, appunto. L’affluenza al voto, il reale numero dei votanti, come si orienteranno gli indecisi e coloro che non dichiarano il loro voto, i possibili spostamenti dal bacino elettorale del Sì al No e viceversa, sono, allo stato, tutte ancora delle grandi e insondabili incognite. Ecco perché bisogna, invece, ragionare sui voti assoluti. Con tutti i benefici di inventario segnalati in precedenza, ma con qualche certezza data dai voti reali che, nelle urne, valgono quanto pesano. Fatte tutte queste premesse, iniziamo a parlare di numeri assoluti.

NOTA. COME E PERCHE’ SOMMARE I VOTI ASSOLUTI

Ribadiamo qui il punto: non è assolutamente possibile trasporre il voto di elezioni precedenti (Politiche 2013 ed Europee 2014), ma anche dell’ultimo referendum abrogativo (trivelle 2016) sul voto che si terrà il 4 dicembre. Né sarebbe giusto, in teoria, creare o sciogliere alleanze ‘innaturali’ tra forze politiche che, a quelle elezioni, non erano coalizzate per riversare i loro voti in un Sì o in un No alla riforma costituzionale, ma almeno si ragiona in termini di voti assoluti. Quelli che pesano e peseranno nelle urne, il prossimo 4 dicembre.

NB: Ci si riferirà sempre ai votanti per la Camera dei Deputati (per la quale votano i 18 enni, quindi il massimo del corpo elettorale e SENZA contare i votanti per la circoscrizione Estero, circa 4,1 milioni di elettori perché il loro voto è troppo soggetto a dinamiche incalcolabili, politiche e non politiche, di diverso tipo).

1) POLITICHE 2013: IL NO VINCEREBBE IN MODO NETTO

Alle Politiche del 2013 gli aventi diritto al voto erano 46 milioni di italiani (46.905.15) e i votanti furono 35.270.926 (il 75% degli aventi diritto). Il Pd – allora guidato da Bersani, candidato premier della coalizione Italia Bene comune (Pd+Sel+Cd) – raccolse 8.646.03 voti (il 25,43%) da solo mentre Sel prese 1.089.231 voti (3,2%) e le briciole andarono ai centristi.

Gli unici voti assoluti sommabili, parametrando le Politiche di allora al referendum di oggi, a quelli del Pd sono i voti – all’epoca molti – arrisi alla coalizione che candidava premier Mario Monti (Scelta Civica per l’Italia): 3.591.541 voti (il 10,56%) totali di una coalizione che, però, comprendeva partiti che non esistono più da anni (Fli di Fini) o sono ridotti a percentuali da prefisso telefonico (Scelta civica) o sono addirittura schierati con il No (Udc di Cesa). Insomma, sottraendo i voti di Sel e concedendo, con grande ottimismo, la metà dei voti dei montiani (oggi l’Ncd vale circa 1.200 mila voti, quindi molto meno del milione e mezzo dei teorici reduci di Sc) al Fronte del Sì, tutti i voti del Pd di Bersani (8 milioni e 6oo mila) – un partito ‘pre-renziano’ e dunque lontano dalla rivoluzione portata dal premier e anche dal suo nuovo bacino elettorale – e il modesto apporto di qualche partitino satellite minore (Idv, Centro democratico, Moderati, etc.), la somma fa 10.150.000 circa di voti. Sommati al milione e 200 mila di voti attuali cui è stimato Ncd, la somma finale è di 11.350.000 voti, al massimo, per il Fronte del Sì, sulla base delle Politiche 2013. Il confronto con i voti assoluti del Fronte del No, sempre sulla base dei voti delle Politiche 2013, è impietoso. Infatti, la coalizione di centrodestra (Pdl+Lega+Fratelli d’Italia+La Destra+partiti minori) prese allora 9.923.600 voti (29,18%), quindi già quasi pareggiando, da sola, parametrati a oggi, tutti i voti per il Sì: il Pdl prese 7.332.134 voti (21,56%), la Lega 1.390.534 voti (4,09%), Fratelli d’Italia 666.765 (1,96%), la Destra 219.585 (0,65%).

Anche volendo sottrarre, causa successiva scissione e ingresso nel governo, i voti dell’attuale Ncd, come detto prima, restano 9.609.018 i voti arrisi alle principali liste di centrodestra (9.923.600 tutte comprese) che, pur diminuite di un milione di voti della futura scissione dell’Ncd, vanno a sommarsi al 1.089231 voti di Sel e, soprattutto, ai ben 8.691.406 di voti (25,56%) arrisi al M5S e a una serie di liste minori (Rivoluzione civile di Ingroia, 765.189 voti, Fare per fermare il declino, 380.044, etc.).

In totale, i voti ascrivibili al Fronte del No arrivano a 19.389.655. Una cifra astronomica, e decisamente irraggiungibile, per il Fronte del Sì. E anche presupponendo che la metà dei voti (3,5 milioni) dell’attuale Forza Italia e dell’allora Pdl (7.332.134) ribalti le sue preferenze e voti per il Sì e non per il No, il Fronte del No manterrebbe, con 15.889.655 milioni netti di voti, una distanza larga e salda dai 14.500.000 voti del Fronte del Sì. Naturalmente, va tenuto conto dell’astensione, non quantificabile, e dei consistenti spostamenti di voti avvenuti dal 2013 ad oggi.

2) EUROPEE 2014: IL Sì PERDEREBBE IN MODO ROVINOSO

Ecco perché il raffronto con le Europee del 2014 è di certo più calzante: i partiti presenti allora sono, sostanzialmente, quelli in campo oggi, con una sola differenza: il voto del Pd, allora al suo massimo storico (40,8%) è sovrastimato rispetto all’attuale (almeno 10 punti in meno vanno calcolati) mentre il voto all’M5S è sottostimato (almeno 8-9 punti in più rispetto al 21% di allora vanno calcolati). Alle Europee del giugno 2014 gli aventi diritto al voto erano 49.256.169 e i votanti furono 28.908.004 (58,64%). Una percentuale di votanti assai bassa (ben sotto il 60% e realisticamente vicina a quella che ci aspetta il 4 dicembre, dato che il 60% di votanti sarebbe, per un referendum, una cifra alta.

Il Pd prese il suo famoso 40,82% pari a 11.172.861 voti in termini assoluti . Al Pd vanno sommati i 1.199.703 voti dell’Ncd-Udc (pari al 4,38%, ma l’Udc oggi è per il No), gli appena 186.157 voti di Scelta europea (0,72%, l’ex Scelta civica), al massimo i 179.693 voti dell’Idv (pari allo 0,66%, oggi l’Idv è su posizioni moderate e di alleanza con il Pd). Il totale fa 12.738.414 voti assoluti per il Sì. Insomma, anche stimando il Pd al suo massimo storico – oggi difficilmente raggiungibile – solo un paio di milioni di voti sottratti di netto a Forza Italia garantirebbero il raggiungimento, o lo sfiorare, la quota di sicurezza che, tra poco vedremo, è sui 15 milioni di voti. La sola quota che può garantire, se toccata, chanches di vittoria in un referendum cui voteranno almeno 30 milioni di elettori.

Dall’altra parte, nel Fronte del No, vanno sommati i 4.605.331 (16,83%) di FI, i 1.686.556 voti della Lega (6,16%), i 1.004.037 (3,67%) di Fd’It, i 1.103.203 voti di Lista Tsipras (l’attuale Sel-SI+Prc + movimenti minori) e, ovviamente, i 5.792.865 voti di M5S (21.16%). Il totale, impietoso, fa 14.191.992 voti assoluti, ben superiori ai 12.738.414 voti dei partiti del Sì.

Bisognerebbe, anche in questo caso, immaginare almeno due milioni di voti azzurri moderati che traslocano in modo secco da Forza Italia e passano a un Pd che non solo non perde un voto a sinistra, a causa del No della minoranza dem (stimata nel 15% dell’elettorato dem da tutti i sondaggisti), ma che mantiene l’astronomica cifra del 41% delle Europee mentre l’M5S non solo non replica le percentuali attuali o del 2013 ma è fermo al 21%…

3) GLI ALTRI REFERENDUM: LA ‘BASE ELETTORALE’ DEL NO

Nei due precedenti referendum costituzionali (2001 e 2006) – RIBADIAMO: GLI UNICI REFERENDUM CHE NON NECESSITANO DI QUORUM – la percentuale di affluenza al voto è stata molto bassa: 16,843.420 milioni di italiani (34,05% su 49.462.222 aventi diritto al voto) hanno votato nel 2011 (referendum di approvazione della riforma del Titolo V avanzata dal centrosinistra: PROMOSSA) e 25.371.792 di italiani (53,84% su 47.120.776 aventi diritto al voto) hanno votato nel 2006 (riforma costituzionale avanzata dal centrodestra: BOCCIATA). Nel 2001 i Sì furono 10.433.574 (64,21%) e i No 5.816.527 (35,79%): la riforma del centrosinistra venne approvata.

Nel 2006 i No furono 15.467.363 (61,64%) e i Sì 9.625.414 (38,36%): la riforma del centrodestra fu bocciata. Infine, come si sa, nell’ultimo referendum – ma questa volta abrogativo, quindi necessitante del raggiungimento del quorum del 50,1% degli aventi diritto al voto, quorum che non venne raggiunto – quello sulle trivelle, svoltosi nell’aprile del 2016 ha votato solo il 32,16% degli aventi diritto al voto (15.026.940 su 46.730.317 elettori).

I sì (per l’abolizione delle trivelle da una certa distanza dalle coste) sono stati 12.822.908 (86,44%), i No 2.011.178 (13,56%). E’ opinione comune di commentatori, politici e sondaggisti che, proprio in base a questo ultimo voto referendario, i No al referendum abbiano, come possibile base elettorale, proprio i quasi 13 milioni di voti presi dal Sì alle trivelle, voto che è stato molto politicizzato in funzione anti-Renzi e antigovernativa D’altro canto va rilevato che, contro la riforma del centrodestra del 2006, si mobilitarono, più che i Ds di allora, Cgil, associazioni e sinistra diffusa: i No raggiunsero i 15 milioni e mezzo di voti mentre nel 2001 i No contro alla riforma erano stati 5.816.527. Una base, quella del ‘No’ alle riforme che conferma, dunque, un bacino potenziale di contrari alle riforme e per lo status quo che oscilla tra i quasi 6 milioni e gli oltre 15 milioni di voti senza dire dei 13 milioni di voti contrari alle trivelle nel 2016.

I Sì ‘riformatori’ e moderati – quindi favorevoli alle riforme costituzionali, anche se di centrosinistra prima e centrodestra poi – furono 10 milioni e mezzo nel 2001 e 9 milioni e 600 mila nel 2006. Una cifra considerevole, ma assai più bassa e contenuta, mentre, nel 2016, il Fronte del No (in questo caso rappresentante della parte più moderata e liberale del Paese) prese solo 2 milioni di voti perché l’indicazione del premier e di molti partiti pro-trivelle era stata, semplicemente, quella di non andare a votare e, cioè, di astenersi. 

UNA ‘NON’ CONCLUSIONE

Dunque, riassumendo, tutti i sostenitori del No ritengono di partire da una base elettorale oscillante tra i 13 e i 15 milioni di voti, senza neanche considerare le diverse ‘fedi’ politiche. D’altra parte, il Sì, senza neanche qui considerare le diverse fedi politiche, oscilla tra 5 e 10 milioni di voti. Anche in questo caso, il Fronte del No è stabilmente, e di molto, avanti al Sì.

Si tratta, evidentemente, di conti fatti ‘senza l’oste’: senza cioè considerare sia il merito della riforma che i nuovi, possibili, equilibri politici ed elettorali che si sono creati nell’arco del 2015 come del 2016, ma almeno si tratta di numeri e dati reali, concreti, non di sondaggi di opinione. Li sottopongo ai miei lettori per poter giudicare, a urne aperte, il 5 dicembre, cosa è successo nel voto.

NB: articolo scritto il 16 novembre 2016 per il sito Internet Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)