Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

Pd, nuovo scandalo a Napoli. Boom di tessere gonfiate, il partito corre ai ripari

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

L’ex premier Matteo Renzi insieme a Lorenzo Guerini

Roma, 2 marzo 2017 – AVEVA promesso di usare il lanciafiamme Matteo Renzi, dopo le ultime amministrative, sul Pd napoletano. Non lo ha fatto, alla fine, si è limitato a una visita in incognito alle Vele di Scampia (per carità, cosa buona e giusta) epperò, così, quando si parla di tessere gonfiate, cinesi in fila, liste contraffatte, il pensiero lì corre, sotto il solo del Vesuvio. Il ‘pasticciaccio brutto’ scoppia per il boom di 300 neo iscrizioni al Pd tra Napoli e provincia, con corollario di video che testimoniano l’elargizione gratuita di tessere nel circolo di Miano («I dieci euro ve li danno all’interno…»). Ma, fa sapere il partito, a Castellammare sono state trovate – e subito già bloccate – altre cento tessere pagate con la stessa carta di credito, così come a Quarto e Bagnoli è stata notata una crescita anomala di tesserati, su cui sono scattate le verifiche. Morale: un disastro, immediatamente rilanciato su siti e tv lungo tutto eri, mentre i grillini urlano di gioia.

IN EFFETTI, chiamarli «casi isolati» è una pietosa bugia. Primarie truccate nel 2011, soldi distribuiti fuori dai seggi per votare a quelle del 2016, quasi sempre code di ‘cinesi’. E ferite mai rimarginate come le accuse al veleno del migliorista Umberto Ranieri, sconfitto dall’ingraiano (sic), in realtà bassoliniano di ferro, Andrea Cozzolino nel 2011: Cozzolino perse in tutti i seggi tranne uno, quello di Secondigliano, dove stravinse col 97% e Ranieri, imbufalito, gridò ai  brogli, sbatté la porta e se ne uscì dal Pd per mai più rientrarvi.

E, di recente, firme false e candidati «a loro insaputa» nelle liste a sostegno di Valeria Valente (ex Giovane turca) alle comunali del 2016, quelle in cui il Pd rovinò al 9% dei voti e consegnò la città al sindaco-‘scassatutto’ Giggino De Magistris e alla sua lista arancione. Risultato: un partito commissariato un’infinità di volte, tra cui dall’attuale ministro Orlando, neo-sfidante di Renzi (a Napoli ce lo spedì Bersani): ora dice «la rottamazione non ha funzionato, il congresso non andava fatto». Invece, Emiliano filosofeggia: «Il tesseramento non funziona più, va rivisto integralmente». Mentre Renzi suggerisce ai suoi di evitare con cura le polemiche, confidando nel lavoro della magistratura. Fatto sta che il Pd in Campania risulta un partito corrotto e raso a zero. Fuori di Napoli ‘governa’ De Luca, a Napoli la Valente è stata sfiduciata dai suoi colleghi come capogruppo al Comune.

E IL SEGRETARIO provinciale, Vincenzo Carpentieri, che ha bloccato le adesioni nei circoli sospetti e che ora promette «rigore», è stato sfiduciato persino dai consiglieri comunali del piccolo Comune di cui è sindaco (Melito). Fuori da tutto (per finta) c’è l’ex re di Napoli, Antonio Bassolino, diventato un anti-renziano viscerale (in odio a De Luca ma non solo): con una mano dice che «la situazione a Napoli è di grave emergenza politica e morale», ma con l’altra mano aiuta a organizzare gli scissionisti di Mdp (gli eurodeputati Paolucci, oggi con Mps, e Cozzolino sono uomini suoi). Solo Leonardo Impegno, giovane deputato, di area ex socialista, prova a mettere il dito nella piaga: “Basta con i signori delle tessere, vogliamo come iscritti solo i signori delle idee”.

INSOMMA, un disastro. Il Nazareno prova a correre ai ripari. Il vicesegretario dem Guerini e il presidente del partito Orfini spediscono di mattina presto Lele Fiano (deputato milanese, stile da corazziere buono, come mandare Luther King a predicare al Ku-Ku-Klan) a Napoli e garantiscono che «il Pd metropolitano era già intervenuto e ha fermato tutto prima che i fatti divenissero pubblici». I due, inoltre, assicurano che «se verranno riscontrate anomalie, il Pd prenderà le necessarie misure, espulsioni comprese» (Orfini) e «la commissione congressuale è impegnata a seguire la verifica e pronta a intervenire» (Guerini). Peraltro, ieri, a Guerini è andata di traverso la giornata, a partire dalla colazione.

Infatti, il tesseramento del Pd si è chiuso il 28 febbraio e Guerini si era tenuto la notizia per festeggiare i dati, quelli nazionali, che, in effetti, sono buoni, anzi ottimi: 405.041 iscritti con una progressione, seppur graduale, che sa di rinascita (erano 378.669 nel 2014, 395.574 nel 2016, più 5% circa). Solo che, pure ieri, nel Pd di Guerini, non c’era nulla da festeggiare.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 6 del Quotidiano Nazionale il 2 marzo 2017. 

Renzi: “Congresso subito e niente elezioni. Ora li freghiamo con le loro regole” Scena e retroscena del redde rationem nella Direzione del Pd

NB: I due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti a pagina 2 e 3 del Quotidiano nazionale di martedì 14 febbraio. Il segretario del Pd ha smentito, con una nota diffusa oggi alle agenzie, alcuni dei virgolettati che gli sono stati attribuiti in merito alla ‘resa dei conti’ con la minoranza interna. 
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO
1) Renzi mette all’angolo la sinistra: “Si fa il congresso e chi vince comanda”.
La resa dei conti è già arrivata, ma le dimissioni vengono rinviate all’Assemblea.
Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi si presenta alla Direzione ‘fine di mondo’ del Pd in maglioncino blu. “E’ ingrassato ma è rilassato, finalmente”, dicono i suoi. Sul palchetto – lo stesso dove Bersani presentò la sfortunata coalizione Italia Bene Comune e dove il Pd decise (fortunatamente) di votare Mattarella a Capo dello Stato – siede anche il premier, Paolo Gentiloni, oltre allo stato maggiore del Pd (Guerini, Serracchiani, Ricci, Zampa, Orfini che presiede i lavori).

 Renzi la prende larga: parla di Trump, della Le Pen, dell’Europa, sfiora Grillo e Salvini, cita Baumann e un sociologo dal nome vagamente russo che però nessuno conosce e la sua  teoria sulla “proboscide dell’elefante”, poi scende sull’Italia, rivendica i meriti del suo governo, ricorda in modo puntuale e puntuto tutt’e le volte che ha fatto a braccio di ferro con l’Europa, quella dell’austerity e dei vincoli di bilancio, rinfocola – pur scherzando – la polemica con Paodan sulla manovrina ma dice (“Mi rivolgo ai giornalisti, tanto sono le uniche cose che vi interessano”) che “la data del voto alle Politiche e il congresso del Pd sono due cose separate e distinti, anche perché la data del voto la decidono il Capo dello Stato, il presidente del Consiglio, il Parlamento e io non faccio parte di nessuno di questi organismi, non sono neppure parlamentare”.
Insomma, le elezioni ci saranno, prima o poi, e noi dobbiamo farci trovare pronti, in qualsiasi momento ci saranno” – sottolinea l’ex premier – “ma io non ne ho l’ossessione”, assicura. Poi da’ un altra notizia, sempre ai giornalisti (categoria che mal sopporta, questo si sa): “Io non cerco nessuna rivincita rispetto al referendum del 4 dicembre. Quello era un turno unico, non c’è il girone di ritorno”. E con le autocritiche, però, si ferma qui. Prima di andare al cuore del problema, e cioè il congresso del Pd che intende lanciare presto, prestissimo (così presto che l’Assemblea nazionale che lo indirà verrà convocata già sabato prossimo, 18 febbraio, e sarà lì, in quella sede, che verrà deciso l’iter di un percorso congressuale che sarà altrettanto rapido, se non rapidissimo, conclusione entro aprile), Renzi parla di tasse, di manovrina e di un rapporto con la UE in cui bisogna entrare “coi gomiti alti”. E così pure l’avvertimento ai ‘furbetti’ di Bruxelle (e a Padoan) è recapitato.
Ma la platea della Direzione dem – allargata per l’occasione ai parlamentari e ai segretari provinciali e regionali che però resteranno muti e silenti spettatori dello spettacolo – aspetta solo di sapere cosa dirà Renzi del congresso, di quando lo vuole fare e come. E qui l’ex premier fa il suo ennesimo colpo di teatro (anzi: da giocatore di poker): non annuncia le dimissioni da segretario, come molti si aspettavano e avevano pure scritto, ma delinea i confini generali, anche se molto indistinti, del prossimo confronto congressuale. Innanzitutto, dice in chiaro e poi ripete ai suoi come un mantra, che “io non sarò mai uno di quelli che cede alle correnti, se vogliono uno che sia prigioniero dei caminetti se ne scelgano un altro”. Ed è qui, sia nella relazione introduttiva che nella replica, che Renzi mena fendenti a destra e, soprattutto, a sinistra. “Se digitate su Google ‘resa dei conti’ nel Pd vengono fuori 337 mila visualizzazioni, direi che è ora di dire ma anche basta”, afferma. Attacca la minoranza e, senza fare i nomi, i vari D’Alema, Bersani, Rossi, Emiliano, Speranza, che “un giorno mi chiedono di fare il congresso, un giorno le primarie, un giorno la legge elettorale, etcetera”. “NON potete più prendere in giro così la nostra gente”, e qui quasi urla, si scompone, ma è solo un attimo. “Faremo il congresso a norma di Statuto, con le regole del 2013 (quello con cui Renzi  vinse il congresso contro Cuperlo, ndr)”, il che vuol dire – specifica – che “ci si confronta, ci si scontra, ma poi chi vince comanda e chi perde rispetta e si adatta al vincitore, non fugge via col pallone come un bimbo dispettoso”. Poi rivendica non solo i tre anni a guida del governo, ma anche quelli a guida del suo partito, che “stava al 25% e io l’ho portato al 40% (vero, però sta parlando delle Europee 2014).
Dopo la sua relazione, intervengono tutti o quasi i big. Al netto della minoranza, Orfini e Martina parlano per difendere con l’aratro la linea che Renzi ha solcato, Franceschini resta muto e, pare, assai contrariato, ma poi si acconcerà a votare la relazione finale. Solo Orlando si distingue: chiede una conferenza programmatica, ma dice no a ogni ipotesi di scissione e, alla fine, non vota la relazione a sostegno della mozione del segretario insieme a pochissimi dei suoi (“Erano quattro gatti” li irridono i renziani) mentre il grosso dei Giovani Turchi (Raciti, Verducci, Marini) vota compatto la linea del segretario che è uguale a quella del presidente e leader della loro corrente, Orfini. I numeri finali del voto parlano da soli e in modo impietoso: 107 voti a favore, 12 contrari e 5 astenuti. Ora si vedrà nell’Assemblea nazionale di sabato se la linea di Renzi reggerà alla prova del fuoco.
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2) Il leader del Pd: “Ora ci divertiamo. Li freghiamo al Congresso con le loro regole”. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
La notizia è che Matteo Renzi ha rinunciato al voto a giugno. “È impossibile, non ce la si fa più, ormai”, ha detto ai suoi, ma rincuorandoli così: “Con Gentiloni l’intesa è perfetta, decideremo insieme”. Elezioni a settembre, magari in coincidenza con quelle tedesche (il 24), o addirittura a ottobre? “Ragazzi, dai, cerchiamo di essere seri: la legge di Stabilità va presentata il 15 ottobre in Europa, Mattarella e la Ue non ci lasceranno mai votare allora. Vorrà dire che, quando e se sarò di nuovo segretario del Pd, e avrò davanti a me quattro anni di tempo, deciderò io insieme a voi, naturalmente, Del resto, prima o poi, bisognerà votare, a meno di dichiarare guerra a San Marino, e quando sarà noi, il Pd, saremo pronti. Però sia chiaro – aggiunge Renzi ai suoi alla fine di una Direzione che lo ha visto trionfare con numeri schiaccianti (“Li abbiamo spianati”, il commento dei suoi sui numeri che hanno visto trionfare la mozione dei renziani con 107 voti contro 12 contrari e 5 astenuti) che quando si voterà noi faremo una campagna elettorale contro l’austerity, la rigidità della Ue, i lepenismi e i trumpismi europei e mondali, ma anche contro  il sovranismo di Salvini e il massimalgrillismo”. E così, sgomberata dal tavolo la questione del voto, Renzi può dedicarsi a riprendersi il suo partito, il Pd. Non senza aver menato fendenti ai suoi oppositori, da Emiliano a Bersani a D’Alema cui ricorda la gestione fallimentare di banche del tempo che fu e insinuando: “facciamo la commissione sulle banche ci divertiamo”.

Per la minoranza e i suoi campioni (“Alla fine, vedrete, schiereranno Emiliano, per cercare di toglierci voti al Sud, ma De Luca sta con noi”, nota il premier, quindi poco male) saranno dolori. “Pensano di fregarci con le regole? E noi li seppelliamo. E con le loro regole”. Renzi e i suoi si sono calati l’elmetto e hanno deciso di giocare duro sul terreno avverso, “quello che la minoranza adora: regole, Statuti, commissioni congressuali, pure l’Ave Maria”. Traduzione: se vogliono fare la scissione sulla data del congresso, che si accomodino pure.

In effetti, il percorso è di guerra. Assemblea nazionale il 18 febbraio. Solo in quella sede Renzi si dimetterà da segretario del partito e chiederà di aprire la stagione congressuale da segretario dimissionario, reggente del partito sarà il presidente Orfini. A quel punto la parola passerà ai circoli, dove verranno presentate le diverse candidature al congresso e che le scremerà in vista della Convenzione nazionale, cui arriveranno solo i primi tre candidati che avranno superato il 5% dei voti. Questi presenteranno le loro piattaforme programmatiche e si aprirà la fase finale, le famose primarie, aperte a iscritti ed elettori del Pd. Tempi? Assai rapidi. Renzi pensa di chiudere la prima fase, quella dei circoli, entro marzo e tenere le primarie ad aprile. Tra i renziani di stretta osservanza gira già una data, l’8 aprile, ma potrebbe esserci un allungamento fino alla fine di aprile o inizi di maggio.

La maggioranza che sostiene il premier nella battaglia congressuale (i renziani, ovviamente, ma anche l’area del ministro Martina, i Giovani Turchi di Orfini, pur decapitati della componente che fa capo al ministro Orlando, il quale però si limiterà a richiedere una Conferenza programmatica – e, obtorto collo, l’area di Franceschini) ha preparato un pacchetto da ‘prendere o lasciare’. Del resto, “anche se la minoranza, più Orlando e qualcun altro (leggi Franceschini, ndr) volesse giocarci qualche scherzo in Assemblea – ragiona un renziano di prima fascia – vorrei ricordare a tutti che, all’ultimo congresso, le liste non le ha fatte neppure Guerini, ma Luca Lotti: abbiamo 750 voti” (qui si intendono i voti all’interno dell’Assemblea nazionale, che ha una platea di mille delegati).

In effetti, il tiro mancino potrebbe essere questo: proporre un documento contrapposto a quello di Renzi, chiedendogli persino di rimanere al suo posto, ma obbligando a un congresso ‘lungo’, come vuole la minoranza (inizio in giugno, pausa estiva, ripresa in autunno). In assemblea si vota a maggioranza semplice su mille componenti, ma i renziani sono certi di avere i numeri dalla loro. Parola, dunque, all’Assemblea. Ci sarà da divertirsi.

NB: i due articoli sono usciti sul Quotidiano Nazionale del 14 febbraio 2014 a pagina 2-3.

D’Alema lancia il fronte anti-Renzi: l’obiettivo è fondare un “Nuovo Ulivo” con i vendoliani e arruolare i girotondini

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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI, Massimo D’Alema (già colonnello del Pci, già segretario del Pds, già premier, oggi presidente della Fondazione Italiani-Europei e, in Europa, della Fepps, una sorte di ‘Fondazione delle Fondazioni’…) ha dato un’ampia intervista al Corriere della Sera per ripetere, per una pagina intera, uguale e identico concetto: «Con Renzi non vinceremo mai». Eppure, si sbaglierebbe a derubricare la questione alla voce «antipatie radicate di D’Alema», cartellina assai gonfia (prima Veltroni, poi Prodi, etc.). Stavolta, e da oggi in poi, si svilupperà – in quella sinistra-sinistra in cui, incredibilmente, da oggi milita pure lui, D’Alema – un fatto politico nuovo. Un partito, o meglio un insieme di partiti e gruppi (ci sarebbe già anche il nome: «Partito della Sinistra», Pds in sigla, a rieccheggiare antichi fasti), che si presenterà alle prossime elezioni politiche puntando su soglie di sbarramento ritenute abbordabili (il 2,5-5% alla Camera, il 4-8% al Senato) per «far male» (e, cioè, togliere voti) al Pd di Renzi «il più duramente possibile», come ha spiegato a interlocutori privilegiati (Massimo Bray, Enrico Letta, Giuliano Amato) lo stesso D’Alema in varie cene.

ECCO perché la vera notizia data ieri da D’Alema è che, il 28 gennaio, a Roma, al centro congressi Frentani, dai «comitati per il No» da lui fondati contro la riforma costituzionale di Renzi (presidente ne era l’avvocato ex Ds Guido Calvi, portavoce ne era l’ex civatiano Stefano Schwarz, che però pare si sta sfilando), battaglia vinta da D’Alema in modo indubitabile, nasceranno i «comitati per il Nuovo Centrosinistra». Guidati da D’Alema, ovviamente, novello comandante Leonida dei suoi ‘300’ spartani sotto forma di comitati (tanti, pare, già sono nati in giro per l’Italia) che si doteranno di un coordinamento e un coordinatore e che, come si evince dal nome, puntano a cercare legami con la tradizione ‘ulivista’ del centrosinistra, tradizione che proprio D’Alema, tanti anni fa, tanto combatté.

Del resto, nella sua guerra «di posizione» contro Renzi, oggi D’Alema non è più solo, anzi. E non solo perché fa proseliti nel centrodestra (Stefano Parisi, per dire, è suo buon amico), ma perché, a sinistra, l’idea di un Nuovo Centro-Sinistra a sinistra del Pd si lega e trova sponde con l’obiettivo di altri pezzi della sinistra-sinistra, radicale come girotondina. Parola d’ordine comune una sola: «Pur di veder sconfitto Renzi, che vincano i 5 Stelle! Noi andremo in Parlamento a fare l’opposizione!». Insomma, il programma dei dalemiani – e dello stesso D’Alema – è molto semplice e riassumibile in tre punti: 1) impedire a Renzi di ottenere le urne a maggio-giugno; 2) impedire a Renzi di ottenere la legge elettorale che preferisce (infatti, D’Alema torna a elogiare il Mattarellum, ma vuole il proporzionale); 3) fare male a Renzi prima al congresso, cercando di sconfiggerlo pure lì, e poi alle elezioni.

In più, D’Alema – che pure crede assai poco nella possibilità di riportare il Pd «sulla retta via», la sua – ha deciso di dare, sia pur se dall’esterno, una mano alla sinistra dem che vuole riconquistare la ‘Ditta’, «anche perché – ha spiegato – ‘quelli’ (la sinistra dem, appunto, ndr.), senza di me, non sanno neppure da dove cominciare». L’idea, in questo caso, è invece quella lanciare, in rinnovata entente cordiale dopo anni di gelo (lo definì «un cretino» quando ‘non vinse’ le Politiche 2013) con Bersani, un ticket per riconquistare il Pd. Il giovane Speranza (o, meglio, il ministro Orlando che D’Alema, e pure Bersani, giudicano “più strutturato” di Speranza) per la carica di segretario. Per la carica di candidato premier, invece, Enrico Letta. Il quale, però, non ne vuol sapere («è troppo presto, sono impegnato con la mia scuola di Politica a Parigi» ripete a chi gli fa la corte). Alternative, se ‘Enrico’ non cederà alle lusinghe di D’Alema e di Bersani, il furbo Michele Emiliano, governatore pugliese para-dalemiano, o il raffinato intellettuale Massimo Bray, intimo amico di D’Alema e di cui si era parlato già come candidato sindaco a Roma.

Ma c’è «molto altro», fuori dal Pd, e lì D’Alema vuole puntare come la parte di Sel che non vuol finire in una Sinistra Italiana radicale, quella di Vendola e Fratoianni, che rompa ogni legame con il Pd: il capogruppo alla Camera, Arturo Scotto, l’ex democrat Alfredo D’Attorre, il vice di Zingaretti in Lazio, Massimiliano Smeriglio. I socialisti «di sinistra» usciti dal Psi guidati da Bobo Craxi. E persino l’area dei «professori» (Zagrebelsky, Carlassarre, Falcone, etc) e due associazioni, «Libertà e Giustizia» (presidente Sandra Bonsanti) e Micromega di Paolo Flores d’Arcais che, il 21 gennaio, si ritroveranno a Roma. Area, quest’ultima, che non solo con D’Alema non ha mai avuto nulla a che spartire, ma che, dal palco di piazza Navona urlava, anni fa, con la voce stentorea di Nanni Moretti, «con questi leader non vinceremo mai!» e il leader in questione era D’Alema, mica Renzi.

NB: Questo articolo è stato pubblicato venerdì 20 gennaio a pagina 16 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Renzi ha scelto: il ‘compagno Andrea’ all’Organizzazione. Chi è Andrea Rossi: reggiano, ex bersaniano, braccio destro di Bonaccini in Regione.

(ER) PD. ROSSI: IO IN NUOVA SEGRETERIA RENZI? NO COMMENT/FT (FOTO 1 di 1)

Andrea Rossi e Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, di cui è sottosegretario

Ettore Maria Colombo
ROMA
«NO COMMENT». Risponde così, Andrea Rossi (classe 1976, sposato, ‘casalgrandese’ da sempre, come si definisce nella sua stringata bio, cioè uomo radicato e orgoglioso della sua Casalgrande, paese del reggiano di cui è stato sindaco dieci anni, dal 2004 al 2014), il nuovo responsabile Organizzazione del Pd. Lo ha voluto direttamente e cocciutamente lo stesso Matteo Renzi contro le pressioni del ministro Martina (che voleva quella poltrona per sé) e le resistenze dell'”Apparato” (quello ex Dc-Ppi, però, in questo caso, che pure nel Pd c’è).
Chi conosce «il compagno Andrea» sa che la nomina è ben più di un gossip, ma sa anche che il ragazzo è fatto così: quadrato e riservato. Ergo, fino all’ufficializzazione della notizia (anche qui Renzi ha deciso che la nuova Segreteria, con relativo ‘rimpasto’ di cui si parla da settimane, diventerà ufficiale sabato 21 gennaio quando il Pd mobiliterà tutti i suoi circoli), da Rossi non uscirà una ‘ah’. Nato, politicamente, nei Ds (anche perché nel 1991, quando venne sciolto il Pci, aveva 15 anni…), partito dove si è fatto le ossa, poi entrato nel Pd (oggi è membro della Direzione Nazionale e della Direzione provinciale di Reggio-Emilia), Rossi è quello che, una volta, ai tempi del Pci, veniva definito il perfetto «uomo macchina».
Infatti, sia da bersaniano prima («di ferro») che da renziano poi (altrettanto «di ferro»), Rossi quello fa e sa fare: organizza. Il suo paese natìo, la sua provincia (Reggio), la sua regione. E non è un caso che l’attuale governatore, Bonaccini – a sua volta ex bersaniano diventato renziano – una volta che lo scoprì, tanti anni fa, poi se l’è portato dietro ovunque fino alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, di cui Rossi è oggi sottosegretario.

MA LA SCINTILLA tra il Rottamatore fiorentino e il casalgrandese come e dove è nata? Rossi appoggia Bersani contro Renzi alle primarie 2012, poi arrivano le Politiche 2013, Bersani ‘non vince’, Rossi ci pensa su e scrive una lettera aperta: «Forse è il caso di ripartire da zero>, il che però vuol dire, per Rossi, <<da Renzi». E così quando Renzi si candida alle primarie del 2013 contro Cuperlo parte da due Feste dell’Unità che sono due topos dell’iconografia post-Pci: Bosco Albergati (Modena) e Villalunga-Casalgrande (Reggio). E a ‘organizzare’ il trionfo di Matteo nell’Emilia-Romagna ancora «rossa» è lui, il «compagno Andrea». Renzi, folgorato dalle sue capacità, lo chiama nel comitato nazionale a Firenze e Rossi entra in rapporto con Luca Lotti, che se lo porta pure a Roma.
Poi la candidatura in Regione, l’elezione, il lavoro con un Bonaccini che oggi può giustamente rivendicare di averlo ‘scoperto’ lui, al Rossi. E un rapporto con ‘Matteo’ che passa anche per gli sfottò e sul calcio: Rossi è tifosissimo della Juve, Renzi della ‘Viola’, i due si scambiano sms ‘anche’ sul campionato, oltre che, ovviamente, sulla politica…
Certo, la nomina di Rossi non è ancora ufficiale. Dal suo entourage, per sdrammatizzare, rispondono con un battuta: «stiamo costruendo la Segreteria, che per Statuto ha 15 membri, mica la Direzione, che ne conta duecento…». Come a dire: “Chi entra Papa, in un conclave, esce cardinale…”. Ergo, qualcuno resterà fuori per forza, dalla Segreteria.

In effetti, qualche problema è sorto, lungo la strada. Renzi doveva formalizzare la nuova Segreteria nazionale oggi, ma è slittato tutto al 21. I motivi? Una rinuncia eccellente (lo scrittore Carofiglio), le perplessità di alcuni sindaci (Bonajuto), i soliti appetiti delle correnti che stanno col segretario, ma urlano «vogliamo di più» (Area dem, l’area Martina, i Giovani Turchi). E la preoccupazione di Guerini – che cederà volentieri l’Organizzazione a Rossi perché impegnatissimo sul fronte politico nazionale e perché la riteneva, da tempo, «troppo gravosa» – e Serracchiani di riuscire a «compensarle» tutte.

Infatti, la nuova segreteria del Pd – composta per Statuto da 15 membri più Renzi e due vice, Guerini e Serracchiani – vede varie new entry, molte uscite, poche conferme.
Entrano di sicuro Nannicini (Economia), Fassino (Esteri) e l’emiliano Andrea Rossi (all’Organizzazione). In forse, nelle ultime ore, alcuni innesti che parevano sicuri dello scrittore Gianrico Carofiglio e di uno dei due sindaci del Sud cui Renzi aveva chiesto una mano (Falcomatà di Reggio Calabria e Ciro Bonajuto di Ercolano) mentre è sicuro l’arrivo di Mattia Palazzi, sindaco di Mantova. Escono ben quattro donne (Paris, Capozzolo, Covello, Braga), giudicate «inesistenti» da Renzi, e una, Campana, coinvolta in Mafia Capitale, Amendola e Tonini, invece, per altri impegni istituzionali sopraggiunti. Resistono in sei: Ermini (Giustizia), Fiano (riforme), De Maria (Formazione, area Cuperlo), Ricci (Enti locali), Puglisi (Scuola), Taddei (lavoro). I renziani Carbone e Bonaccorsi pure in forse.

MORALE: Renzi – che, in realtà, ha in testa molto altro (la data del voto, la legge elettorale, etc.), ma che ha anche capito, stavolta, che senza un vero e pieno rilancio del partito non va da nessuna parte – si è preso un paio di giorni in più per riflettere. La Segreteria sarà varata solo venerdì. Oggi, mercoledì, al Nazareno, si vedranno i segretari regionali e provinciali, convocati dai due vicesegretari, Guerini e Serracchiani, per fare il punto e coordinare le tante iniziative incombenti: il 21 gennaio mobilitazione dei circoli dem; il 27-28 gennaio, a Rimini, conferenza di tutti gli amministratori locali e rentreé pubblica del leader, il 4 febbraio iniziativa sull’Europa. Tutti appuntamenti, tranne quello del 27-28 gennaio, quando parlerà dal palco, in cui Renzi ha deciso di adottare, d’ora in poi, il «modello Young Pope»: farsi vedere poco e far crescere l’attesa è l’idea (chissà se piacerà).
Una cosa è certa: spetterà al «compagno Andrea» raccogliere, intorno al ‘giovane leader’, nuove e fresche folle plaudenti. Non sarà facile, ma il compagno Andrea ha spalle larghe.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 18 gennaio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Triste, solitario y final. Si prepara l’ennesima scissione a sinistra, stavolta in Sel-SI, ma figlia di tante altre passate.

Nichi Vendola

Il presidente di SEL, Nichi Vendola.

“Perché mi pungi – chiese la rana allo scorpione – ? Perché questa è la mia natura”.  (Esopo)

Alcuni antefatti (storici e microstorici). 

Scissioni. Liti. Incomprensioni. Divisioni. Tavoli che si spaccano e vesti che si stracciano. La sinistra cosiddetta ‘radicale’ – e già sarebbe meglio aggiungere ‘che tale fu’ – ha un’antica coazione a ripetere dalla quale non riesce proprio a discostarsi, neppur volendo. Una’storia’ e una ‘tradizione’ così radicata che ne ha causato una prima volta la morte – diciamo intorno al 2007/2008, quando Rifondazione comunista, fondata nel 1991/1992 per contrapporsi, da sinistra, allo scioglimento del Pci e alla sua trasformazione in Pds-Ds-Pd, si ruppe e diede vita a Sel di Vendola e Prc di Ferrero dall’altro (neppure insieme, nella fantomatica Sinistra Arcobaleno superarono il quorum a Politiche 2008 ed Europee 2009)  – e che sta per causarne, una seconda volta, la ‘ri-morte’ di quel che rimane di entrambe. Insomma, il rischio concreto è che, a sinistra del Pd, resti poco o nulla delle vestigia di un passato che fu, a metà degli anni Novanta, persino semi-glorioso. La Rifondazione di Garavini-Cossutta nel 1993/’94 prima e quella di Bertinotti-Cossutta nel 1996-’98 poi arrivarono a cifre elettorali ragguardevoli e condizionarono, per almeno tre volte, la nascita e poi la morte di governi di centrosinistra, cambiando di fatto la storia d’Italia: nel 1995-’96 dando, i Comunisti Unitari di Crucianelli, e negando, il Prc di Cossutta, la fiducia al governo Dini; nel 1996-’98 dando e poi negando, il Prc di Bertinotti e il Pdci di Cossutta, la fiducia al I governo Prodi e, il secondo, al I e al II governo D’Alema; nel 2007-2008 dando e poi negando, sempre il Prc di Bertinotti, la fiducia al II governo Prodi, che cadde ‘anche’ per colpa del Prc, pur se formalmente la crisi la aprì l’Udeur di Clemente Mastella.

Poi, appunto, un lungo silenzio, quasi assordante, con Ferrero e Vendola che si litigarono le spoglie di una Rifondazione comunista ridotta in briciole (vinse Ferrero, congresso 2009 a Chianciano, Vendola, che di quella sconfitta ancora non si capacita, fondò Sinistra ecologia libertà con Verdi e Psi prima, poi da solo), il Pdci che si inabissava nel nulla, i Verdi pure. Infine, alle Politiche del 2013 – quelle ‘non perse’ ma neppure ‘vinte’ dal Pd di Bersani – la (finta, ingannevole, illusoria) rinascita: Sel, grazie alla coalizione Italia Bene comune, fatta con Pd e i centristi, rientrò in Parlamento dalla porta principale: gruppone alla Camera, Boldrini presidente, nuova attenzione dei media. Durò assai poco. Prima la scissione dei ‘miglioristi’ (nel senso di seguaci dell’ex enfant prodige di Bertinotti nel secondo Prc, Gennaro Migliore) che fondarono una piccola costola di area Pd e poi, nel Pd, entrarono, non pareggiati dai ‘nuovi innesti’ di fuoriusciti dal Pd (Fassina, D’Attorre, Galli, Mineo); poi la stagione dei sindaci ‘arancioni’ (Pisapia a Milano, Zedda a Cagliari, Doria a Genova) che presto dilapidarono la ‘Nuova Speranza’ che si era accesa nel popolo della Sinistra. Ed eccoci, dunque, al semi-triste Epilogo. Una nuova, ennesima, scissione, a occhio l’ultima. Infatti – si legge sul il manifesto (http://www.ilmanifesto.it) a firma di Daniela Preziosi (@danielapreziosi su Twitter), penna attenta, accurata e sapida di tanti e tali mal di pancia – proprio oggi, 16 gennaio 2016, sta per prodursi l’ennesima scissione, stavolta dentro Sel.

L’ennesimo fatto (cioè l’ennesima scissione). 

I fatti stanno così. Sedici parlamentari (tra loro nomi che, nei cascami del ‘socialismo reale’ anche se ‘all’amatriciana’ del Prc che fu dicono ancora qualcosa: Franco Giordano, penultimo segretario del Prc, Ciccio Ferrara, ex responsabile Organizzazione di quel Prc, Claudio Fava, figlio del giornalista Pippo Fava, barbaramente ucciso dalla mafia e oggi vicepresidente della commissione Antimafia, Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio gestione Zingaretti, ‘rastrellatore’ di tessere e iscritti a Roma e nel Lazio, ma pure Dario Stéfano, presidente della Giunta autorizzazioni del Senato, pugliese, che pare voglia candidarsi a sindaco di Taranto, deputati e senatori come Sannicandro, Bordo, Folino, Melilla, Piras, discretamente forti nelle loro realtà locali, e ultimo ma primo per peso politico specifico, il capogruppo di Sel alla Camera, il napoletano sveglio e arguto Scotto) – hanno scritto una lettera – a dir la verità trattasi di vera e propria ‘letteraccia’ – indirizzata al comitato promotore di Sel. Il quale ha dichiarato, in pochi giorni, chiusa per sempre l’esperienza di Sel per dare vita (congresso a Rimini, dal 16 al 19 febbraio) a un ‘nuovo’ soggetto politico, Sinistra Italiana. Soggetto che, però, non si capisce ancora bene ‘chi’ altri dovrebbe unire visto che il Prc di Ferrero (incredibilmente, ancora esiste!) resta a vegetare per conto suo, il Pdci non esiste più, i Verdi sopravvivono per conto loro, la minoranza del Pd non intende uscire dal Pd medesimo, D’Alema si fonderà la sua ‘Cosa’. Eppure, si sa già ‘chi’ guiderà Sinistra italiana: non certo Nichi Vendola, ormai ritiratosi a una (felice) vita privata con il suo compagno Eddy e il loro bel figliolo in quel del Canadà (a proposito: Auguri!), ma il ‘delfino’ storico di Vendola stesso, il bel rude Nicola Fratoianni, affiancato dalla ‘testa d’uovo’ ex Pci-Pds-Ds-Pd, l’economista di sinistra Stefano Fassina.

Ora, gli estensori della lettera, cioè i 16 parlamentari di Sel attuale (31 in tutto sono i deputati, quindi la metà del gruppo attuale, ma vanno contati pure i 7 senatori nel Misto), non è che dicano che stanno per produrre l’ennesima scissione dell’ennesimo partitino, a sinistra, ma poco ci manca. Infatti, rimproverano al gruppo dirigente di Sel-Si “una cultura dell’intolleranza incompatibile con il progetto politico che stiamo animando”. L’oggetto del contendere è, tanto per cambiare, il rapporto con il Pd di oggi (Renzi), come lo fu, in passato, il rapporto tra il Prc di Cossutta e Garavini (che li divise fino alla rottura) con il Pds di allora (Occhetto); il rapporto tra il Prc di Bertinotti e sempre di Cossutta (ma stavolta a ruoli invertiti) con i Ds di allora (Fassino e D’Alema), che li portò addirittura a fondare due partiti ‘diversi’, anche se semi-cugini (che si odiavano però), il Prc e il Pdci; e il rapporto tra Ferrero e Vendola con il Pd di allora (Veltroni-Franceschini e poi Bersani), che pure portò alla nascita di due tronconi (il Prc di Ferrero e la Sel di Vendola, appunto). Tronconi, con il passare degli anni, sempre più piccoli, sempre più sfiatati e più rachitici.

Stavolta, il punctum dolens è il rapporto con il Pd di Renzi (oggi, ma domani di chi? Orlando? Franceschini? altri? chi può dirlo, il Pd terrà il suo congresso alla fine del 2017). Quelli della lettera, “i 16” Nuovi Apostoli, vogliono dialogarci, con il Pd, e Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano e animatore del ‘Campo progressista’ creato con il sindaco di Bologna Merola, il sindaco di Cagliari Zedda e, forse, il sindaco di Genova Doria, ma anche qualche territorio, vuole allearsi con il Pd, partecipando anche a evenutali primarie (candidata ‘naturale’, Laura Boldrini), mentre tutti gli altri (25 parlamentari), quelli di Fratoianni e Fassina, no. Anzi, si ritengono ‘alternativi’ in modo irriducibile al Pd e al suo progetto politico, che ci sia Renzi, alla guida, o financo Carbon Dimonio. Fassina, poi, letta la lettera sul manifesto, si è arrabbiato moltissimo e ha scritto, oggi, più o meno, così: ‘come vi siete permessi?! Dovevate prima portare l’istanza nel Comitato Federale, discuterla nei circoli, etc. etc.’.

Insomma, Fassina crede ancora che esista un ‘partito’ (si chiami Sel o SI o X non importa) come ai tempi del (grande) Pci (tradizione, peraltro, da cui ben pochi di loro provengono). Invece, Sel (o SI o X) è un partito morente, allo stato liquido, se non gassoso, e SI (o X) non sarà da meno. D’altra parte, i 16 ‘contestatori’ – che oggi assicurano di voler dar vita a nessuna ‘scissione’, per carità, ci mancherebbe – da Sel o SI o X lì se ne andranno presto (al congresso, magari: nei piccoli partiti comunisti si amano le uscite plateali, ai congressi, con tanto di sventolio di bandiere, canti liberatori e, possibilmente, pugni alzati al cielo…) e – tanti cari saluti – finiranno per dare vita a una ‘sinistra-centro’ alleata con questo Pd. Ecco che, dunque, tempo un mese, e si compirà, a sinistra, l’ennesima, triste, scissione e la sinistra-sinistra, già ridotta ai minimi termini, se non al lumicino, sarà ancor più piccola modesta, minimale e residuale. Insomma, come accade nella vita, e anche in politica, se rompi un piccolo atomo e crei due piccoli neutroni, poi li dividi in tanti piccoli neutrini, alla fine fai davvero fatica a renderti conto di quello che è rimasto, se non col microscopio (e lasciamo perdere, per carità di patria, i discorsi sui ‘luoghi’ della Politica, il valore del Sociale, il radicamento nei Territori, la ripartenza dalla Base, la retorica della Militanza!).

Un triste (e scontato) epilogo. 

Una storia minima, per carità, anzi minimale, questa che abbiamo provato qui a raccontare ma la cui ‘fine’ “è nota”, come diceva il titolo di un bel romanzo giallo di Geoffrey Hall.  Una storia che, ci rendiamo conto, appassiona pochi, interessa il giusto qualche giornale (il manifesto, appunto, l’unico che sa ancora raccontarle, con pazienza e lena, tali storie) e qualche sito Internet o social network dove gli ultimi reduci del post-comunismo che fu ancora oggi se le danno di santa ragione. E allora – si chiederà uno dei miei 25 lettori – perché la racconti ancora, questa ‘piccola’, e triste, storia? Perché è stata ‘anche’ la mia. Per troppo tempo, infatti, dal 1991 al 1998 (circa) vi ho preso parte, con qualche rilievo. Poi, per mia fortuna, ho iniziato a fare il giornalista e di quella storia mi restano alcuni cimeli (bandiere, belle, tessere, stropicciate, feticci, ancora in bella evidenza nella mia libreria) e tanti, troppi, ricordi. ‘Ti conosco, mascherina’, si diceva in un’Italia che non esiste più. Ecco, li conosco quasi tutti, quelli e questi protagonisti, ergo non mi ‘fregano’ più, ormai. Però, ai tempi, c’ho creduto, in loro e con loro, in un Avvenire migliore, e tinto di Rosso, e oggi, invece, ‘un fiore in petto m’è sfiorito’. Ecco, tutto qua. E tanti auguri e saluti a tutti, s’intende.  Ps. alla fine, mi fa più simpatia il tentativo di Pippo Civati e del suo ‘Possibile’. Liquidi per liquidi, gassosi per gassosi, tanto vale essere adeguati alla (banale) ‘Modernità’.

NB: L’articolo è stato scritto solo e soltanto per il mio blog personale il 15 gennaio 2017.

Due pezzi (difficili) sull’Assemblea del Pd e i nuovi equilibri interni ai democrat. Le mosse di Renzi e quelle degli altri big

&gt;&gt;&gt;ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Pubblico qui, anche se a scoppio ritardato, due articoli sull’Assemblea Nazionale del Pd che si è tenuta domenica scorsa, 18 dicembre. Domani, mercoledì 21 dicembre, Matteo Renzi riunirà i segretari provinciali e regionali al Nazareno e varerà la nuova Segreteria nazionale del Pd. Probabili diversi nuovi innesti: si parla dell’ex sindaco di Torino (Piero Fassino), del sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, di altri dirigenti locali (il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, e il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini) e, probabilmente, di un forte avvicendamento con nomi che non hanno ben figurato o che sono rimasti del tutto inerti (Capozzolo, Covello, Paris, Braga) mentre alcuni super-renziani (Carbone, Ermini) potrebbero essere sostituiti per fare posto a esponenti di altre aree del partito, dai Giovani Turchi all’area Martina fino all’area di Cuperlo, mentre di certo la minoranza bersaniana non entrerà nel nuovo organismo diretto da Renzi. Qualche incertezza anche sul ruolo dei due attuali vicesegretari nazionali: Deborah Serracchiani, attuale governatore del Friuli, contestata molto anche a casa sua, e Lorenzo Guerini (inamovibile, nonostante qualche voce malevola si sia levata anche contro di lui, perché vero ‘numero 2’ del Pd). 

  1. Il congresso del Pd slitta a fine anno. Renzi: “Al voto subito, anche senza primarie”. La strategia del leader: Avete voluto così, ma le liste le faccio io… 

MATTEO Renzi ha una strada sola, davanti a sé: votare subito, nel più breve tempo possibile. Ecco il perché di quattro mosse, da parte sua, e studiate in quattro tempi. Prima mossa, dai tempi lunghi. Niente congresso anticipato, che si farà a scadenza naturale (ottobre-novembre 2017). «A quel punto – dice con un ghigno uno dei suoi  uomini– si può candidare chi vuole, anche Andrea (Orlando, ndr.) se vuole, vedremo chi ha più filo da tessere, ma la sinistra interna si sarà già messa fuori gioco. Perché le liste, se si va al voto anticipato, le farà Matteo. Se Bersani&co. avessero accettato il congresso subito – spiega il pasdaran – avrebbero avuto diritto ai loro posti, parecchi, così chi può dirlo: quien sabe?».

SECONDA mossa, tempi medi. Primarie di coalizione per scegliere il candidato premier del centrosinistra, magari in competizione (leale) con il ‘campo progressista’ che hanno lanciato ieri, da Bologna, Giuliano Pisapia e altri sindaci di centrosinistra? Forse, si vedrà. Il bagno di popolo che Renzi pure sognava dalla caduta del suo governo (“Voglio almeno due milioni di voti, alle primarie”, Prodi nel 2005 ne prese quattro) è tornato sub judice. Non è più sicuro, il segretario dem, di volerle, le primarie: «Dipende, vedremo, non voglio impiccarmi a nessuna formula» – dice ora. «Dipende quale sarà la legge elettorale», taglia corto: «Se c’è il maggioritario è un conto, se c’è il proporzionale un altro». Sottotesto: se c’è il proporzionale, non serve nemmeno farle, le primarie, per candidarsi.
Terza mossa, tempi brevi: la nuova legge elettorale. È dirimente, e Renzi lo sa, sia per il suo personale destino sia per la durata stessa della legislatura: si scioglierà presto o no? Gentiloni dura o no? Gli altri big del Pd seguiranno davvero Renzi nel suo tentativo di portare il Paese a elezioni immediate prima che la legislatura vada a compimento, a febbraio 2018, come previsto? Sono questi i veri interrogativi che si pone l’ex premier, anche perché Renzi vorrebbe andare  al voto “entro aprile, al massimo ai primi di giugno”.

«Noi proponiamo il Mattarellum, ha la firma del Capo dello Stato – scandisce Renzi, con voce ferma, dal palco durante la sua relazione introduttiva. Dopo, con i suoi aggiunge: «Vedremo chi ci sta. Io voglio stanarli tutti, da Forza Italia alla Lega ai Cinque Stelle, così sarà chiaro chi non vuole cambiare il sistema elettorale, chi è affezionato alla palude del proporzionale». E qui parla chiaramente dei Cinque Stelle. Insomma, o passa il Mattarellum – naturalmente, ragionano i suoi, «non nella versione originaria, quella 75% di maggioritario e 25% di proporzionale, perché qualcosa a Berlusconi andrà concessa»: la mediazione sarebbe il Verdinellum, 50% collegi, 50% di proporzionale, ma a liste bloccate – oppure, in ogni caso, si va a elezioni anticipate, il prima possibile. «Con la legge che uscirà dalla sentenza della Consulta – spiega Renzi – li voglio vedere, soprattutto i partiti più piccoli, dover votare con il Consultellum e le soglie di sbarramento alte che impone quella legge, specie al Senato, sarà un piacere». Perché il vero obiettivo di Renzi sempre quello resta: «urne tra fine aprile o, al massimo, a metà giugno», ragiona. Anche perché, se Renzi perde quella finestra elettorale, si porrebbero di mezzo due ostacoli troppo grossi da affrontare anche per lui: il referendum sul Jobs Act della Cgil (a giugno), che slitterebbe solo se ci fosse il voto anticipato, e una legge di Stabilità (a ottobre) che sarà ‘lacrime e sangue’ perché, spiega l’ex premier, «chi oggi governa la Ue non ci concederà più nulla».

QUARTA mossa, tempi rapidissimi. Riorganizzazione del partito, il Pd. Il 21 dicembre riunione dei segretari provinciali e regionali, il 28 dicembre nuova segreteria (entreranno dei sindaci ed esponenti dei territori, un ruolo potrebbe averlo Martina, un altro Nannicini, uno Bonaccini), il 28 gennaio mobilitazione di tutti i circoli sul territorio, il 28 gennaio la tanto richiesta (dai big) ‘conferenza programmatica’. Strumento, il Pd, che Renzi – il quale non farà tour in solitaria, ma una «campagna di ascolto del Paese», a gennaio –vuole rivitalizzare e perciò resterà nelle mani sapienti dell’attuale vicesegretario, Lorenzo Guerini, per affrontare una breve ma dura campagna elettorale. Il vero obiettivo di Renzi.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 dicembre a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 

2. I colonnelli si smarcano da leader. Nasce il tridente Orlando-Franceschini-Martina. Dubbi sul ritorno al Mattarellum e toni soft con la sinistra. Ticket Speranza-Emiliano. 

<<MA IO posso votare anche senza la delega, Matteo?». «Certo, Matteo, sei il segretario…». Il dialogo, bisbigliato, si svolge alla fine dei lavori dell’Assemblea nazionale. Si sta per votare sulla relazione del segretario e Matteo (Renzi) chiede, quasi intimidito, a Matteo (Orfini), che i lavori li presiede, se, appunto, può votare sulla (sua) relazione. Sta tutto in questa piccola scenetta la trasformazione del Pd di Renzi. Dal Renzi «1.0», quello del ‘ghe pensi mi’, del ‘ghe fasi mi’, sul partito, oltre che sul governo, al Renzi «2.0». Quello che, dopo quattro anni di guida in solitaria, deve condurre il Pd in terra incognita. Quella della co-reggenza con gli altri capi-corrente del partito, i big.

IL RISULTATO del voto in Assemblea nazionale parla, paradossalmente, assai chiaro: 481 voti a favore sulla relazione del segretario, solo due voti contrari, 10 astenuti e la minoranza – i bersaniani per non dover votare contro il Mattarellum e i cuperliani perché volevano il congresso – che non partecipa al voto. A occhio paiono tanti, ma non lo sono. In Assemblea nazionale, organismo elefantiaco (mille membri, poi ce ne sono altri 150-180 membri ‘di diritto’ tra parlamentari, dirigenti locali, personalità fondative del Pd, la cosa un po’ ridicola e un po’ assurda è che nessuno sa mai darti il numero esatto: il Pd avrebbe dovuto modificare, dimezzandoli radicalmente, la composizione dei suoi organi dirigenti, dall’Assemblea nazionale alla Direzione, una commissione interna ci ha lavorato un anno, ma non se n’è mai fatto più nulla, vorrà dire che il lavoro tornerà buono per la prossima volta), serve il 50,1% dei voti (500 delegati, nel senso di persone fisiche presenti, e più) se si vuole cambiare lo Statuto. E la maggioranza Renzi la può ottenere solo se regge il ‘patto di sindacato’ con le tre aree maggiori della maggioranza interna: Area dem (Franceschini), Giovani Turchi (retti da una diarchia, Orfini e Orlando) e Sinistra è cambiamento (Martina). Senza dire del fatto che la minoranza ha già fatto di calcolo, calcolatrice alla mano: “Le percentuali di membri dell’Assemblea nazionale sono state fatte sui voti all’ultimo congresso (2012: Renzi batté Cuperlo con il 68% contro il 18%, 14% andò a Civati, ndr) . Come minoranza avevamo 300 delegati, un terzo dell’assemblea, poi se ne sono andati i Giovani Turchi e l’area di Martina, quindi siamo rimasti con 200-230 delegati al massimo, ma Renzi non ne ha presi nemmeno la metà di mille avendone sulla carta oltre 950…”. I conti della minoranza si traducono così: Renzi, da solo, non può cambiare alcuno Statuto.

NON a caso, ieri, tutti e tre i capi-corrente, oltre a molti altri big (Fassino, Epifani) hanno fatto a gara per andare sul palco. Franceschini ha preso la parola subito: si è detto, certo, «d’accordo con Renzi», ma se c’è stato uno che lo ha fatto desistere dal proposito di fare il congresso anticipato è stato lui. Inoltre, ha detto chiaro che «non dobbiamo regalare Forza Italia a Salvini» e che se la legge elettorale è proporzionale, «con FI bisognerà dialogare».

SOLO il ministro Delrio e altri renzianissimi (Ascani, ecc.) hanno chiesto a gran voce il voto anticipato, gli altri hanno lodato il governo (ma quello seduto in prima fila in platea, Gentiloni…) e hanno detto che, insomma, ‘c’è tanto da fare, nei prossimi mesi’…. Martina ha fatto un lungo ragionamento sul partito, da ‘vice’ in pectore, criticando, sia pur se con toni soft, la sinistra interna: «Non vedo Golia dentro il Pd, li vedo fuori. Qui siamo tutti Davide», replica a Speranza che aveva detto «io mi candido a Davide contro Golia».
La minoranza bersaniana era, ovviamente, inviperita contro l’intemerata di Giachetti (quell’avete la «faccia come il culoooo» di Speranza che ha indispettito il segretario perché l’uscita del suo fedelissimo rovina la pax nel partito e la presunta nuova fase zen): si è limitata a dichiarare, a margine dei lavori, che il congresso va fatto «nei tempi stabiliti», «il governo deve fare tante cose», ecc. Speranza lavora a un ticket, per il congresso, con il governatore pugliese Emiliano, e rifiuta ogni scenario di voto anticipato, mentre da fuori – ormai – dal Pd D’Alema vorrebbe solo Emiliano, ma candidato premier.
Cuperlo ha chiesto il congresso subito, ma la sua è un’opposizione che i bersaniani già chiamano, con disprezzo, ‘di sua Maestà’: in caso di primarie, lui appoggerà Pisapia.

L’INTERVENTO più atteso era, però, quello del ministro Orlando (sponsorizzato da Giorgio Napolitano) che molti – nella minoranza e non solo – già vedono (o sperano di ritrovarsi), come candidato anti-Renzi, anche se il prossimo congresso si farà a scadenza naturale. Il ministro ha fatto un intervento calibrato, accorto, tutto incentrato sul partito e le ragioni della ‘Sinistra’, ma, in cauda venenum, ha espresso «seri dubbi>>, guarda caso, sul Mattarellum, come Franceschini. I guai interni, per Renzi, se ci saranno, verranno da lì.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 dicembre 2016 a pag. 5 di Quotidiano Nazionale.