NEW!!!! FIDUCIA E LEGGE ELETTORALE ‘for dummies’. Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

  1. Il Rosatellum bis alla prova dell’Aula. Il Pd chiede al governo Gentiloni di mettere la fiducia e il governo la approva. 

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO LA QUESTIONE DI FIDUCIA CHE VERRA’ APPOSTA OGGI, ALLA CAMERA DEI DEPUTATI, SULLA LEGGE ELETTORALE: SARANNO TRE SU TRE RISPETTIVI MAXIEMENDAMENTI E VERRANNO VOTATE DOMANI MERCOLEDì 11 OTTOBRE. VOTO FINALE SUL PèORVVEDIMENTO IL 12 O AL MASSIMO IL 13 OTTOBRE.

Duecento gli emendamenti presentati dalle opposizioni e almeno novanta o cento i voti segreti su cui si possono esercitare i franchi tiratori. Queste le forche caudine che dovrà affrontare, a partire da oggi pomeriggio alle ore 15, il nuovo testo sulla legge elettorale (detto, in latinorum, Rosatellum bis) nell’Aula della Camera dei Deputati. Bisogna cioè superare le colonne d’Ercole di votazioni a raffica, tutte assai insidiose: si inizia dalle pregiudiziali di costituzionalità, si passa ai vari articoli del ddl, relatore il dem Emanuele Fiano. Sulla carta, il patto ‘a 4’ (Pd-FI-Lega-Ap più molti gruppi minori) gode di margini molto ampli (460 voti) e le opposizioni dichiarate (il fronte M5S-Mdp-SI-FdI) non arrivano a 160 voti: servirebbero 150 franchi tiratori: sono tanti, certo, ma sono sempre in agguato. Senza dire del fatto che molti deputati neppure si presentano, specie dentro la maggioranza, mentre le opposizioni fanno blocco. A loro potrebbero aggiungersi tanti peones democrat e azzurri che temono di non avere la rielezione garantita e vorrebbero giocarsela in proprio con le preferenze. Dall’altra parte, e cioè con il Pd, giocheranno invece i 20 deputati di Mdp che sono vicini a Pisapia: per loro, ora, il Rosatellum è diventato un’opportunità imperdibile. 

Così, al Pd, di stretto concerto con i tre contraenti del ‘patto a 4’ (FI-Lega-Ap), hanno individuato due cavalli di Troia. Il primo è già annunciato: si tratta del famoso ‘canguro’. Usato in diverse e delicati passaggi (al Senato, per dire, solo così passò il ddl sulle unioni civili) il ‘canguro’ è un super-emendamento che ne preclude altri, simili, sullo stesso argomento. Il Pd – così ha deciso il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato – lo metterà subito in azione su due temi ad alto rischio: le preferenze e il voto disgiunto mentre non verrà usato sulle soglie di sbarramento. Ma anche se il ‘canguro’ è strumento di rara e micidiale efficacia, potrebbe non bastare. Ecco perché, alle brutte, e cioè nonostante i ‘canguri’, se la maggioranza accusasse segnali di cedimento, è pronta l’arma ‘fine di mondo’, e cioè la richiesta del Pd al governo di mettere la questione di fiducia. Qui, però, si entra in un terreno minato: il premier, Gentiloni, recalcitra (“Non vuole passare alla storia come un uomo politico divisivo”, dicono al Pd), il Colle osserva in silenzio, ma si dice che non sarebbe contrario, e persino Renzi, che pure la mise sull’Italicum, ora vorrebbe evitare un’altra forzatura. Ma entrambi Renzi e Mattarella vogliono incassare la legge elettorale, anche se per diversi motivi, prima delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre.  Infine, FI e Lega non potrebbero certo votare la fiducia, anche se si asterrebbero per farla passare. In ogni caso, resterebbe in bilico il voto finale che sicuramente sarà a scrutinio segreto. Morale: a partire da oggi, i fuochi di artificio. Dibattito e scontri al fulmicotone in Aula, ostruzionismo delle opposizioni, voti segreti, ‘canguri’ e, alla fine, forse, il voto di fiducia sulla legge elettorale. Che alla fine è arrivato… 

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale 


2. Cos’è e come funziona il Rosatellum. Legge elettorale for dummies

Questo artico è stato pubblicato, in forma ridotta, il 10 ottobre sul sito @Quotidiano.net 

( Qui l’articolo su come funziona il Rosatellum o leggibile all’indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un argomento  ostico da sempre anche per gli addetti ai lavori: la legge elettorale. Detto in altre parole, eccovi una legge elettorale ‘for dummies’… Il che non vuol dire che l’autore del presente articolo vi considera degli idioti o degli ignoranti, ma solo che la materia che tratta fa impazzire e perdere la testa anche ai costituzionalisti.

  • L’Italia sta per avere una nuova legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis” ha superato l’esame della prima commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati dopo oltre 20 ore di dibattito e di votazioni su ogni emendamento. Ma il cammino della nuova legge elettorale è solo appena iniziato. Martedì 10 ottobre, nell’Aula della Camera, inizieranno i voti sul nuovo testo presentato dal Pd (relatore Emanuele Fiano) e che ha ricevuto i voti di altri tre partiti (Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare) e di alcuni gruppi parlamentari minori (CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc) e la ferma opposizione di altri partiti (M5S, Mdp, SI, Fd’Italia). Solo il voto dell’Aula – dove non mancheranno di farsi sentire i cosiddetti ‘franchi tiratori’ (deputati che, nel segreto dell’urna, cambiano il loro voto rispetto all’indicazione data dal loro gruppo e che potranno esercitarsi nei ben 90 voti segreti già previsti) – dirà se il Rosatellum passerà l’esame. Poi, in ogni caso, ci sarà l’esame del Senato, dove potranno essere apportate modifiche (in quel caso la legge ritornerebbe alla Camera per confermarle o no), e solo alla fine della classica ‘navetta’ parlamentare (Camera e Senato devono, su ogni legge, varare un testo identico!) sapremo se il Rosatellum diventerà legge dello Stato. Allora potrà essere firmata dal Capo dello Stato e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Fino ad allora, meglio tenersi cauti. Non fosse perché, alla Camera (ma non – attenzione! – al Senato, dove, in base al diverso Regolamento di quella Camera i voti segreti in materia di legge elettorale non sono ammessi) sono possibili i voti segreti che potrebbero far cadere, come è già successo, anche questo tentativo di dotare il nostro Paese di una nuova e coerente legge elettorale. Infine, il governo – anche se lo ha più volte smentito – potrebbe porre la questione di fiducia, sulla legge elettorale (i regolamenti di Camera e Senato non lo vietano: il governo Renzi la mise, per dire, sull’Italicum), ma anche in questo caso il voto sul testo finale del provvedimento può essere, ove richiesto da 20 deputati, a scrutinio segreto. Non resta da fare altro, dunque, che aspettare.

  • Perché ‘Rosatellum’? E soprattutto perché ‘bis’?

Questa domanda ha una risposta semplice. Nella mania, tutta italiana, di dare nomi latini o latineggianti alle leggi elettorali (come fu per il Mattarellum, nome scovato dal politologo Sartori, per il Porcellum, nome che si auto affibbiò l’estensore di quella legge, Roberto Calderoli, o per l’Italicum, nome scovato da Renzi, Consultellum per le due leggi derivate da sentenze della Consulta) anche questa legge ‘latineggia’. Rosatellum viene dal cognome del capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, che ha ideato il sistema, ma avendoci già provato a giugno (tentativo fallito e naufragato, appunto, nell’Aula della Camera al primo voto segreto, quando la sua proposta di legge veniva anche chiamata Tedeschllum), ora i cronisti hanno ribattezzato questa legge un ‘Rosatellum bis’, nel senso che il povero Rosato è la seconda volta che ci riprova…

  • Un po’ di storia e qualche riferimento obbligatorio…

Evitiamo, invece, qui di dare spiegazioni sui sistemi elettorali in generale (insomma, ragazzi, arrangiatevi! E ripassate la materia!) e cioè su come funzionano i sistemi elettorali, quanti e quali sono e come trasformare, dal punto di vista tecnico, i voti in seggi… Vi basterà sapere che i sistemi elettorali si dividono in due categorie (maggioritari e proporzionali), che vi può essere un mix delle due categorie con una dose maggiore o minore dell’una o dell’altra, che, ovviamente, i sistemi elettorali sono strettamente collegati al sistema istituzionale del singolo Paese in cui vengono adottati  (presidenziale Usa e FR, del primo ministro GB, proporzionale) e che i metodi tecnici con cui ogni sistema elettorale trasforma, appunto, i voti in seggi (collegi maggioritari uninominali, collegi maggioritari o proporzionali plurinominali, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, candidature, metodi di calcolo di quozienti) divergono di volta in volta, quindi è davvero inutile annoiarvi!!! Infine, non vorremmo appesantirvi con una noiosa digressione su quali e quanti sistemi elettorali ha conosciuto l’Italia dalla sua nascita come nazione (1861) ad oggi (in ogni caso sono più di dieci! invece le democrazie anglosassoni hanno lo stesso identico sistema elettorale da metà’ 800 e le democrazie europee dal ’900!) ma, in ogni caso, giusto per essere un po’ pedanti ugualmente sappiate che l’Italia ha votato con questi seguenti sistemi: 1) maggioritari uninominali, sulla base di censo e istruzione, quando non c’è il suffragio universale, cioè dal 1861 al 1912; 2) sistema proporzionale a suffragio universale maschile dal 1919 al 1922; sistema maggioritario  con premio di maggioranza (legge Acerbo) nel 1924; 3) dittatura fascista, sospensione di ogni sistema di voto e solo plebisciti dal 1929 al 1939; 4) sistema proporzionale puro, a suffragio universale pieno dal 1946 al 1948; 5) cd. ‘legge truffa’ (sistema proporzionale con premio di maggioranza) nel 1953; sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento all’1% dal 1958 al 1992; 6) sistema maggioritario uninominale a un turno dal 1994 al 2001 con recupero proporzionale (il famoso Mattarellum, dal nome dell’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella); sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza alla prima lista o coalizione senza soglia di accesso e diverse soglie di sbarramento (il Porcellum di Roberto Calderoli) dal 2006 al 2013. Fine. Infatti, sia l’Italicum, diventato legge dello Stato nel 2015, sistema proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio, ma valido per la sola Camera dei Deputati, dichiarato in parte incostituzionale dalla Consulta nel 2016, sia il Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con le preferenze e diverse soglie di sbarramento in vigore per il Senato dopo che la Consulta bocciò diverse parti del Porcellum nel 2015) non sono mai entrati, almeno fino ad ora, in vigore. Vuol dire che, finora, con nessuno di questi due sistemi si è mai votato in Italia.

  • Ma che cos’è, in buona sostanza, il Rosatellum bis?!

Il Rosatellum è una sorta di Mattarellum ‘rovesciato’, cioè un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti.

In pratica, si tratta, dal punto di vista politologico, di un sistema elettorale ‘misto’ (una quota di maggioritario a turno unico e una quota di proporzionale) in cui l’assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 116 (109 piu i 6 del Trentino e Valle d’Aosta) seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica, di tradizione anglosassone, del first past the post (il primo prende tutto). L’assegnazione dei restanti seggi (399 seggi alla Camera e 199 al Senato, compresi i seggi all’Estero, rispettivamente 12 alla Camera e 6 al Senato, quindi in realtà si tratta di attribuire 386 seggi alla Camera e 193 al Senato) avviene con un metodo perfettamente proporzionale (metodo dei quozienti interi e dei più alti resti) nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una ogni regione, e 28 per la Camera. Il numero dei collegi per ogni circoscrizione sarà di 65 e toccherà al governo definirli con una delega.

La soglia di sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (al 20% nelle regioni che tutelano le minoranze linguistiche). Ci sarà un’unica scheda e non è concessa la possibilità del voto disgiunto. C’è una norma di genere (60-40) e la possibilità di presentare fino a un massimo di cinque pluri-candidature nei listini proporzionali. Niente obbligo di raccolta delle firme per i partiti (cioè i gruppi) presenti in Parlamento al 31 aprile 2017 mentre per tutti gli altri partiti o gruppi le firme da raccogliere sono solo 750 a collegio. Ci sarà un tagliando anti-frode per garantirsi da possibili irregolarità e, udite udite, una scheda con tanto di ‘istruzioni per l’uso’.

Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, ma solo quello del ‘capo della forza politica’ né obbligo per la coalizione stessa di presentare un programma comune (ma non è vietato!).

  • Tenetevi forte! I ‘tecnicismi’ della legge elettorale.

Il lettore, già con il mal di testa, potrebbe anche fermarsi qui…, ma ogni legge elettorale è frutto di una (lunga e faticosa) serie di tecnicismi, calcoli e norme specifiche che la contraddistinguono. Per chi, dunque, avesse ancora la pazienza di voler proseguire nella lettura, ecco i principali ‘tecnicismi’ della legge elettorale…

UNA SCHEDA, UN VOTO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di dare il famoso voto disgiunto), con il Rosatellum 2.0 ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Sembra facile, vero?! Aspettate un po’ prima di dirlo!

METODI DI VOTO. Qui le cose si complicano perché sono tre. Uno. Se l’elettore vota il contrassegno di una lista il voto è attribuito automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale. Come già detto, nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Due. Se l’elettore vota solo per il candidato del collegio uninominale e barra una delle liste dei partiti che lo sostengono il voto è valido (è il cd. ‘doppio voto’). Tre. Se l’elettore vota soltanto per il candidato del collegio uninominale, senza indicare alcuna preferenza per una delle liste che lo sostengono, il suo voto si ‘spalma’, in modo proporzionale, a tutte le liste a lui collegate o, in caso sostenuto da una sola lista, a quella stessa che lo sostiene.

SOGLIE DI SBARRAMENTO. Per accedere in Parlamento è fissata una soglia d’ingresso del 3% al Senato come alla Camera. La soglia per le coalizioni sale al 10%, sempre su base nazionale, ma se una coalizione non raggiunge il 10% dei voti, i voti dei partiti che hanno raggiunto il 3% come liste valgono lo stesso!. ‘Ma’ …  I voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione. Sotto la soglia dell’1%, invece, i voti dati a quella lista vanno dispersi, cioè non vengono attribuiti a nessuno. Per i collegi plurinominali dove vigono norme specifiche per le minoranze linguistiche (Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta) la soglia di sbarramento è al 20%.

NIENTE VOTO DISGIUNTO. In buona sostanza, non puoi votare il candidato nel collegio appoggiato dalla lista o dalla coalizione del partito dei ‘Gialli’ e, poi, scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei ‘Neri’, ove questo, naturalmente non faccia parte del partito/coalizione dei ‘Gialli’. Chiaro, no?!

SCORPORO E ‘BARBATRUCCO’… E’ vietato anche lo scorporo, che era invece possibile nel Mattarellum, ma… c’è un piccolo ‘barbatrucco’, per gli amanti del genere: dato che i voti degli elettori che barrano il nome del solo candidato del collegio uninominale vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio, anche se l’elettore non ha espresso alcuna preferenza per nessun partito, i partiti che hanno superato il 3% dei voti si ‘pappano’ anche i voti delle liste o partiti che non solo non hanno superato il 3% ma neppure l’1% dei voti! L’hanno chiamata, in commissione Affari costituzionali, la norma ‘8xmille’ perché, come si sa, chi non sceglie come destinare il suo 8xmille finisce nel cd. ‘inoptato’ che va, in ogni caso, allo Stato. In questo caso, con tale norma, ci guadagnano i partiti maggiori!

LE COALIZIONI I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale per più liste. Le dichiarazioni di collegamento devono essere reciproche tra le liste che compongono la coalizione. I partiti o le coalizioni di liste devono depositare, insieme al deposito del contrassegno elettorale, un programma con l’indicazione del capo della forza politica. Morale: se voti FI voti per Berlusconi ‘capo’, se voti Pd c’è Renzi, per la Lega Salvini, per i 5Stelle Di Maio e via di questo passo. Inoltre, va detto che anche quando il ‘capo della coalizione’ era indicato espressamente, come nel Porcellum, la Costituzione dice che a conferire l’incarico di presidente del Consiglio è il Capo dello Stato il quale può scegliere, come ha fatto spesso in passato, personalità diverse dal capo di una coalizione per mille ragioni. Una su tutte: il governo deve avere una maggioranza parlamentare e, se non la raggiunge, cioè se non ottiene la fiducia delle Camere, non c’è santo che tiene: anche se ha vinto le elezioni, presto cadrà. Inoltre, se è vero che è possibile costituire delle coalizioni saranno ‘mini’ (tranne, forse, quella del centrodestra tra FI, Lega, FdI e altri partiti minori): vi dovete dimenticare cioè le ‘grandi coalizioni’ del passato (Casa delle Libertà per il centrodestra, Ulivo prima e Unione poi per il centrosinistra) perché, al massimo, il Pd avrà due o tre alleati alla sua sinistra e alla sua destra, ma saranno piccoli, e i Cinquestelle non si alleano con nessuno! Infine, dimenticatevi anche le coalizioni a geometria variabile (e questo è un bene): nel 1994 Berlusconi si alleò con la Lega al Nord (Polo delle Libertà) e con An al Sud (Polo del Buongoverno): ora è impossibile perché le coalizioni dovranno essere fatte per forza sul piano nazionale.  Infine, la retorica demagogica di chi dice ‘voglio conoscere la sera del voto chi governerà’ è sempre stata falsa (l’Italia è, come prevede la Costituzione, una Repubblica parlamentare in cui i governi nascono e muoiono in Parlamento che dà loro la fiducia), ma lo è a maggior ragione ora. Se un partito o una coalizione non supera, abbondantemente, il 40% dei voti non otterrà mai il 51% dei seggi, nelle due Camere, per riuscire a governare da solo! Ergo, i partiti dovranno fare accordi tra di loro in Parlamento, per formare un governo, e questi accordi potranno essere ‘trasversali’ (Pd-FI-centristi o Lega-M5S-altri, per dire) e rompere le coalizioni e i patti stipulati precedentemente (e per finta) davanti agli elettori.

CIRCOSCRIZIONI. Saranno 20 le circoscrizioni per il Senato, una per ogni regione, mentre saranno 28 quelle della Camera. Perché sono importanti? Perché, anche se la soglia di sbarramento per ogni lista o coalizione, è determinata a livello nazionale, per determinare gli eletti si ‘scende’ prima nelle circoscrizioni e poi, ancora, ci si ramifica nei collegi uninominali per la parte maggioritaria e nei collegi plurinominali per il proporzionale. Le circoscrizioni, inoltre, sono molto importanti per definire il ‘recupero’ dei resti: infatti, anche il sistema più proporzionale che si possa immaginare presenta, sempre, dei ‘resti’ da attribuire. Si tratta di un ‘quoziente’ che stabilisce la cifra degli eletti e la cifra nazionale di ogni partito. Nella nuova legge elettorale verrà usato il metodo del ‘quoziente intero e dei più alti resti’ (nella Prima Repubblica si usava il metodo d’Hare, c’è anche quello ‘d’Hondt’) ma non stiamo neanche a spiegarvelo! E’ un puro calcolo tecnico, matematico: distribuisce in modo il più proporzionale possibile i seggi ai vari partiti e, francamente, è davvero roba per malati…

COLLEGI UNINOMINALI: si tratta di 231 collegi, pari al 36% dei seggi della Camera, per i deputati, e 109 (36%) per il Senato. In realtà, però questo conto è un po’ farlocco: infatti, nei 231 collegi uninominali della Camera sono contati anche i 6 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno in Valle d’Aosta, dove i seggi li vincono sempre le rispettive minoranze linguistiche, quindi i collegi della Camera sono in realtà 225. Stesso ragionamento per il Senato: i 109 collegi uninominali sono in realtà 116 ‘al netto’ dei sei del Trentino e di uno in Valle d’Aosta, il che vuol dire che, appunto, i collegi sono solo 109. I partiti si possono coalizzare per sostenere un comune candidato nell’ambito di ogni collegio uninominale mentre corrono da soli nell’ambito dei collegi plurinominali, e cioè per la parte proporzionale.

Risulta eletto il primo candidato di un partito, lista o coalizione di liste che prende un voto in più di tutti gli altri in ogni collegio uninominale. Si tratta, cioè di un sistema uninominale maggioritario secco all’inglese. Non sono ammessi ripescaggi, non ci sono soglie di sbarramento, possibilità di voto disgiunto, voto di scorporo, preferenze, etc. Se il candidato del collegio muore o rinuncia al seggio si ripete l’elezione. Ci si può candidare in un collegio uninominale e in 5 collegi plurinominali. L’alternanza di genere è garantita in proporzione del 60/40 per ogni genere ma al Senato deve essere garantita su base regionale.

COLLEGI PLURINOMINALI: Come risulterà facile capire da un rapido calcolo, se i seggi della Camera sono 630 e quelli del Senato 315 (oggi, al Senato, siedono 320 senatori ma perché in cinque sono senatori ‘a vita’ nominati per alti meriti dal Capo dello Stato) ne mancano parecchi per arrivare a fare ‘la somma del totale’, come direbbe Totò. Quanti sono e come verranno eletti i parlamentari?

Alla Camera ‘restano’ da eleggere 399 deputati nei collegi plurinominali, ma 12 continuano ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere con metodo rigidamente proporzionale. Restano dunque in 386 i deputati da eleggere sempre con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, restano da eleggere, tolti i 109 collegi uninominali (116 in realtà perché sono compresi i 6 del Trentino e uno in Val d’Aosta), 199 senatori, ma di questi sono sei gli eletti all’Estero, quindi ne restano 193 di senatori da eleggere nei collegi plurinominali. Da ricordare che il Molise elegge sempre e soltanto un senatore.

I candidati che si presentano nei collegi plurinominali, collegi divisi a livello più grande in 28 circoscrizioni della Camera e 20 del Senato, vengono eletti con un metodo che trasforma in voti in seggi in modo rigidamente proporzionale (metodo detto del quoziente interno e dei più alti resti) su base nazionale, con una soglia di sbarramento nazionale fissata, sia per la Camera che per il Senato, al 3% (al 10% per le coalizioni, al 20% per i collegi dove sono presenti minoranze linguistiche). I voti ai candidati dei collegi plurinominali contribuiscono ad aumentare i voti di ogni coalizione solo e soltanto se compresi tra l’1% e il 3% in partiti facenti parte della rispettiva coalizione mentre sotto l’1% quei voti vanno dispersi. I candidati dei collegi plurinominali sono scelti, all’interno di ogni lista, sulla base di liste bloccate corte composte da un minimo di due a un massimo di 4 nomi. A parità di voti è eletto il candidato più giovane. Sono vietate le preferenze, il voto disgiunto, lo scorporo tra maggioritario e proporzionale. La norma di genere (40/60) assicura che nessun genere possa superare l’altro nella composizione delle liste. Le pluricandidature sono ammesse fino a cinque, oltre a quella in un collegio maggioritario uninominale. Se un candidato viene eletto in più collegi plurinominali dovrà optare per quello dove ha preso meno voti e, al suo posto, scatterà il secondo classificato del suo partito in lista, sempre sulla base del collegio plurinominale di riferimento, ma privilegiando quello che ha preso meno voti in assoluto, non il contrario.

DELEGA AL GOVERNO E ASSEGNAZIONE DEI SEGGI. La legge delega il governo a definire questi collegi plurinominali: saranno circa 65 e dall’approvazione della legge il governo ha 30 giorni di tempo per disegnarli. Il problema, però qui, si fa ostico. Infatti, mentre capire come avviene l’assegnazione del vincitore nel collegio uninominale è molto facile (il primo che arriva vince!), nei collegi plurinominali il percorso è più macchinoso. In buona sostanza è questo: per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 % mentre un partito che supera la soglia del 3% ottiene i seggi corrispettivi anche se la coalizione di cui fa parte non ha superato il 10%. Sotto la soglia dell’1% nessun partito ha diritto ad avere seggi mentre tra l’1% e il 3% non ne ottiene ma contribuisce ad arricchire quelli della coalizione di chi fa parte. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale la vittoria nel collegio uninominale. Al candidato in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sarà eletto il candidato più giovane. Ci avete capito qualcosa? Tranquilli, anche noi facciamo fatica…

LISTINI E PLURICANDIDATURE Nei collegi plurinominali, dove vale il proporzionale, e dunque solo in quelli, sono previsti dei ‘listini’ molto corti, dai 2 ai 4 candidati al massimo. Quanto alle pluri-candidature, saranno possibili ma limitate (massimo 5), sempre nei collegi plurinominali. Nessuno può essere candidato in piuù di un collegio uninominale, a pena di nullità, ma è consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali fino a un massimo di cinque (già detto!).

E I FAMOSI COLLEGI DEL TRENTINO ALTO-ADIGE?! Il testo della nuova legge rimane ancorato, né poteva essere altrimenti, al testo del Tedeschellum come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno scorso quando il Tedeschellum, allora in votazione, naufragò proprio su questo emendamento: sei collegi uninominali e cinque proporzionali, alla Camera, altri sei e due al Senato. Non potrebbe essere altrimenti: i seggi del Trentino godono, infatti, di una riserva ‘costituzionale’: tanti sono e tanti devono essere in qualsiasi legge elettorale venga approvata dalle Camere! Così è.

QUOTE DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una “quota di genere”, un modo gentile per dire che bisogna rispettare, come prevedono diverse leggi italiane ed europee, una proporzione non discriminante verso le donne, il caro vecchio “sesso debole” nella compilazione delle liste elettorali, pena la loro non validità ed esclusione dalle elezioni. Per il Rosatellum la proporzione è di 60%-40%. Infatti sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le future senatrici, però, avranno più chance delle future deputate: il testo dispone che la ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell’uninominale che nel proporzionale, venga rispettata a livello regionale e non nazionale.

TOT FIRME, TOT LISTE. E’stato dimezzato, rispetto al testo originario, il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni politiche che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo parlamentare costituito alla data del 15 aprile 2017 (la data originaria era il 31 dicembre 2016, ma Mdp sarebbe rimasta fuori dal novero e pure il Pd gli ha fatto il regalo). Il numero di firme da raccogliere passa da 1.500-2.000 a sole 750, ma attenzione la deroga sarà valida solo per le prossime politiche! Per i partiti presenti in Parlamento sotto forma di gruppi costituiti (anche quelli minuscoli, sottogruppi, nati per microscissioni…) non sarà invece necessario, come già detto, raccogliere le firme.

AVVOCATO, MI CERTIFICA? Per le prossime elezioni, e solo queste, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste.

  • E’ finita? Neanche per idea! Alcune cose divertenti…

Se siete arrivati a leggere fin qui vuol dire che avete preso discrete dosi di citrosodina e bicarbonato, oltre a un po’ di sana nevralgina, per curare il mal di stomaco e il mal di testa! I nostri novelli ‘padri costituenti’ hanno pensato (e hanno fatto) bene ad aiutare il povero elettore a non impazzire, nei seggi. Infatti, tra rischi di contestazioni dei voti e delle schede elettorali e rischio di lunghe code davanti alle cabine elettorali, il rischio caos (e il rischio figuraccia) sarebbe davvero vicino. Ecco dunque alcune novità, davvero mai sperimentate prima!

LA SCHEDA CON LE ISTRUZIONI ‘PER L’USO’… La scheda è unica (ma attenzione in realtà saranno due! Perché una vale per eleggere i deputati alla Camera e una per eleggere i senatori al Senato!), ma conterrà anche, e per la prima volta nella storia repubblicana, delle “istruzioni per  l’uso” che serviranno a informare gli elettori su come devono… votare! Nel frontespizio della scheda, infatti, verrà spiegato come si vota…

IL TAGLIANDO “ANTI-FRODE” La scheda sarà dotata di apposito tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo, che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è di evitare brogli e scambi tra schede bianche e schede pre-stampate.

MA IL SUO PARTITO ‘TRASPARE’? Sono state inserite, nel Rosatellum bis, diverse norme di cosiddetta ‘trasparenza’. Prevedono che i partiti, i movimenti e gruppi politici organizzati che si presentano alle elezioni debbano avare uno Statuto. Chi ne è o ne sarà sprovvisto (come nel caso dell’M5S, tanto per dire) potrà presentare liste elettorali solo indicando elementi minimi di trasparenza come questi tre: il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Tutto il materiale sarà pubblicato online sul sito del ministero dell’Interno, insieme al programma elettorale di ogni partito o coalizione e al nome del capo della forza politica di ogni lista o partito. Si badi bene: capo di forza politica, non della coalizione!

Siete arrivati alla fine di questo lungo, troppo lungo, testo sulla legge elettorale?! Beh, allora siete pronti: potete andare a votare! Sempre che, si capisce, il Rosatellum bis diventerà mai legge!!! Ps. L’autore di questo articolo sarà felice di offrire un buon caffè a chiunque gli segnali possibili errori, dimenticanze, sviste etc.

NB: L’articolo, in forma meno lunga, è stato pubblicato sul sito di @Quotidiano.net

 

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3) Nuove regole per gli organi di garanzia (quorum Capo dello Stato e Consulta), nuovi quorum per i referendum abrogativi e leggi di iniziativa popolare. Speciale riforma costituzionale n. 3)

IL 4 DICEMBRE i cittadini italiani saranno chiamati a votare, secondo la procedura prevista dall’art. 138 della Costituzione (referendum confermativo, ovvero senza necessità di quorum), per il referendum costituzionale. Dunque, con un Sì o con un No, si potrà esprimere il proprio voto pro o contro la riforma del Senato. Il testo della riforma costituzionale è stato approvato dal Parlamento dopo sei letture (la famosa ‘navetta’): l’iter è iniziato al Senato l’8 aprile 2014 e si è concluso alla Camera il 12 aprile 2016. La riforma incide su 47 dei 139 articoli della Costituzione. In quattro puntate illustriamo i contenuti principali della riforma: lunedì scorso la composizione del Senato; ieri i poteri e le funzioni delle Camere; oggi gli organi costituzionali e i referendum; domani il rapporto Stato-Regioni e l’abolizione di Cnel e Province.

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

LA RIFORMA costituzionale del governo prevede anche una serie di altre modifiche all’ordinamento della Repubblica e alla Costituzione, in particolare per quello che riguarda i quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, i referendum abrogativi e le leggi di iniziativa popolare.

L’elezione del Presidente della Repubblica (art. 83)
Se la riforma sarà approvata, il Capo dello Stato continuerà ad essere eletto in seduta comune da entrambi i rami del Parlamento. Ma dato che il Senato sarà composto, nella sua nuova formulazione, da cento membri (74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal Capo dello Stato per 7 anni), la platea di Grandi elettori sarà di 730 membri (630 deputati più cento senatori, in realtà 731: c’è un ex Capo dello Stato membro di diritto). Inoltre, proprio perché nel futuro Senato siederanno i consiglieri regionali vengono esclusi, dalla platea dei Grandi elettori, i delegati delle Regioni che, nella composizione attuale della platea portavano i Grandi elettori a mille circa (nel 2015 furono 1008: 630 deputati + 321 senatori + 58 eletti scelti dai consigli regionali).
Paradossalmente, a causa dell’ultima legge elettorale in vigore dal 2006, il Porcellum (abrogato dalla Consulta nel 2013), una maggioranza politica forte di una maggioranza semplice tra Camera e Senato o di una maggioranza assoluta nella sola Camera, poteva eleggersi il Capo dello Stato da sola. Regole scritte ai tempi del proporzionale della Prima Repubblica, infatti, oggi (art. 83) serve la maggioranza dei due terzi dei componenti ma, dal quarto scrutinio in poi, basta la maggioranza assoluta.
Eppure, nel 2013, la rielezione di Napolitano (primo caso nella storia repubblicana di rielezione) fu dovuta al fatto che i vari partiti non riuscivano a mettersi d’accordo. E pur eletto Napolitano (2013) al VI scrutinio e Mattarella (2015) al IV, ci sono stati casi in cui ci sono voluti moltissimi scrutini per elegggere un Capo di Stato fino al massimo di 23 per eleggere Leone (1971).
Con la riforma non solo cambia la platea dei Grandi elettori, che scende da 1008 a 730, ma cambiano i quorum. Nei primi tre scrutini sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti, dal quarto scrutinio in poi la maggioranza dei tre quinti sempre dei componenti, mentre dal settimo in poi basterà la maggioranza dei tre quinti, ma dei presenti in aula. Uscire dall’aula, dunque, non peserà più come ora: basterà la maggioranza dei votanti e non più dei componenti per l’elezione, ma perché il voto sia valido dovrà essere presente la metà più uno degli aventi diritto (366 su 730).
Alcuni eccepiscono che, con la nuova legge elettorale, l’Italicum, a una manciata di deputati superiore ai 340 deputati (dati dal premio di maggioranza alla Camera) sarebbe possibile eleggere il nuovo Capo dello Stato con i tre quinti dei votanti dal VII scrutinio. Ma la ‘colpa’ sarebbe degli altri 400 assenti al momento del voto.

Elezione dei giudici della Consulta e del Csm (art. 135)
Con la riforma cambia anche la modalità di elezione dei giudici della Coste costituzionale. Oggi, infatti, il Parlamento sceglie, in seduta comune, 5 giudici su 15 (altri 5 sono nominati dal Capo dello Stato e 5 dalle alte magistrature). Con la riforma, i giudici non saranno più eletti in seduta comune ma con votazioni separate: due dal Senato, tre dalla Camera. La scelta è dovuta alla necessità, causa la sproporzione tra Camera e Senato, di garantire di più il Senato. Per eleggere i membri laici del Csm i quorum restano identici.

Le leggi elettorali (artt. 73 e 134)
Alla Consulta la riforma conferma (art. 134) il potere di giudizio preventivo della legge elettorale (compresa l’attuale, l’Italicum), già previsto nel nuovo articolo 73. Ed è l’art. 73 che specifica come si fa ricorso: entro 10 giorni dall’approvazione, un terzo dei senatori o un quarto dei deputati (norma fatta chiaramente a favore di una o più minoranze parlamentari) può fare ricorso. La Consulta avrà 30 giorni di tempo per emettere il verdetto che, se negativo, vieterà l’entrata in vigore della legge elettorale.

Referendum e leggi di iniziativa popolare (artt. 71 e 75)
Cambiano le norme sui referendum. Quello abrogativo, cui si ricorre per abolire in parte o per intero una legge, rimane com’è ora, ma cambiano i quorum per renderlo valido: con 500mila firme serve la maggioranza degli aventi diritto al voto alle politiche, ma se si raggiungono le 800mila firme il quorum si abbassa al 50,1% dei votanti alle ultime elezioni politiche (esempio: Politiche 2013: affluenza 75%, quorum referendario 38% circa). Resta il divieto di proporre referendum su leggi tributarie e di bilancio, amnistie, indulto e trattati internazionali.
La novità riguarda l’introduzione dei referendum ‘propositivi’, per introdurre nuove leggi, e ‘d’indirizzo’ (artt. 71 e 75 della Costituzione), ma si tratta di innovazioni, per ora, solo teoriche perché le modalità di funzionamento di entrambi questi istituti sono demandate, se approvata la riforma costituzionale, a una nuova legge costituzionale e a nuove leggi bicamerali ordinarie di attuazione degli stessi.
Novità anche per le leggi di iniziativa popolare: oggi per presentarne una servono 50mila firme, con la riforma saliranno a 150mila ma la legge d’iniziativa popolare dovrà essere esaminata e votata dal Parlamento (oggi è una facoltà). Saranno però i futuri regolamenti parlamentari a stabilire i tempi: per ora la novità è solo sulla carta.

La curiosità. L’Italicum, la legge elettorale già morta prima di essere nata

La nuova legge elettorale, l’Italicum, è valida solo per la Camera dei Deputati ed
è in vigore dal I luglio 2016, ma sul suo capo pende il giudizio di legittimità della Consulta che, con sentenza attesa a fine gennaio, può giudicarla incostituzionale, tutta o in parte, abrogandola prima che venga mai usata.

Ecco il grafico da me preparato, scritto e pubblicato su Quotidiano Nazionale:

terza_puntata

(3-continua)

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 30 novembre 2016 a pagina 12 (http://www.quotidiano.net)

Riforme ‘for dummies’. Domande (e risposte) sul ddl Boschi: iter, tappe, tempi…

L'aula di Montecitorio vista dall'internoLe riforme istituzionali sono a buon punto, se non a un vero punto di svolta. Tra il voto di lunedì scorso, 11 gennaio, della Camera (il primo ‘sì’ definitivo, cioè la prima ‘vera’ prima lettura) e quello del 18-19 gennaio al Senato (il secondo ‘sì’ definitivo del Senato, cioè la seconda ‘vera’ seconda lettura – TRA POCO SPIEGHEREMO TALI OSSIMORI…), mancherà un solo passaggio (la seconda ‘vera’ seconda lettura della Camera, l’11 aprile) per dichiarare concluso il percorso delle riforme, noto anche come ‘ddl Boschi’, dal nome del ministro proponente, Maria Elena Boschi, ministro alle Riforme nel I governo Renzi. Dopo, non resterà che attendere l’esito del referendum confermativo, previsto a ottobre. Ma restano, sul tappeto, nodi, dubbi, criticità e soprattutto domande, su queste riforme. Cerchiamo, nel modo più semplice e comprensibile possibile, di spiegarne i principali. Ricordando, prima, due cose. La prima sono i tempi:  mancano solo due passaggi veri (il 18 19 gennaio il voto del Senato, già giunto alla sua definitiva seconda lettura, quella finale, e l’11 aprile 2016 il voto della Camera, quando arriverà la sua definitiva seconda lettura). La seconda sono i contenuti: come sarà il nuovo Senato, un po’ perché leggibile dappertutto, un po’ per non appesantire il lettore, un po’ perché ce ne riserviamo in altra occasione, e come sarà modificata la II parte della Costituzione lo rimandiamo ad altra sede di analisi. Ps. In questa sede è evitato per scelta ogni giudizio di merito sul testo e i contenuti della riforma.

Cinque domande di base o ‘for dummies’. 

  1. Com’è la nostra Costituzione? “Rigida”.

Le costituzioni possono essere ‘rigide’ o ‘flessibili’. Quelle ‘flessibili‘ possono essere modificate attraverso la normale attività legislativa. Tali costituzioni sono tipiche dell’800 e generalmente erano concesse (ottriate) dal sovrano assoluto (come lo Statuto albertino del 1848). Quelle ‘rigide‘ sono modificabili solo attraverso un procedimento aggravato: richiede cioè una maggioranza più ampia rispetto al procedimento ordinario. Vi è, di solito, anche un organo chiamato a sindacare l’eventuale violazione della Costituzione da parte del legislatore ordinario ( la nostra Corte costituzionale). Tali costituzioni sono tipiche del’ 900 e sono garantite da meccanismi che impediscono che siano adottate leggi contrarie ai loro principi. Sono perlopiù costituzioni lunghe (quelle ‘flessibili’ erano brevi).

2. Come si modifica la Costituzione? Chiamando il ‘138’…

L’iter da seguire, in Italia, per poter effettuare ogni qualsivoglia revisione costituzionale (anche di un solo comma o articolo, figurarsi di parti intere della Carta costituzionali, detti ‘Titoli’: per dire, il Titolo V è quello sul federalismo) è disciplinato dall’art. 138 della Costituzione – Il disegno di legge costituzionale in questione deve, cioè, essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali (prima lettura definitiva Camera – seconda lettura definitiva Camera, Prima Senato – Seconda Senato) devono intercorrere almeno tre mesi che il Costituente volle come pausa di riflessione. Una procedura di revisione costituzionale, quella prevista dall’art. 138 della Costituzione, che i padri Costituenti (cattolici, comunisti, socialisti, azionisti, liberali, etc.) vollero fosse proprio così, e cioè ‘rafforzato’ (due deliberazioni diverse per ognuna delle due Camere, la prima a maggioranza semplice, la seconda a maggioranza assoluta, possibilità di chiedere e indire un referendum confermativo sul testo della riforma medesima) perché timorosi di nuove derive fasciste, golpiste o comunque dittatoriali o reazionarie, anche se la procedura di revisione costituzionale allora (1948) messa in vigore si basava su un sistema elettorale proporzionale puro o semi-puro e non immaginava potesse a esso subentrare un sistema maggioritario o proporzionale con premio di maggioranza (Mattarellum il primo, Porcellum il secondo) o immaginare un maggioritario a doppio turno con soglia di sbarramento (Italicum) che falsa, a favore dei partiti o del partito che vincono/vince la contesa elettorale, la rappresentanza, per garantire governabilità, ma penalizzando fortemente le minoranze/opposizioni che sono sottorappresentate. 

3. Com’è il bicameralismo? ‘Perfetto’ o ‘paritario’.

Le differenze tra la prima e la seconda votazione ‘definitiva’ di ognuna delle due Camere si possono riassumere in tre, sostanzialmente. Ma prima va fatta una fondamentale premessa: fino a quando una Camera non ha approvato in modo identico all’altro il testo di una legge, ordinaria o costituzionale che sia, quel testo non si può intendere approvato. E’ il cd. principio del ‘bicameralismo perfetto‘: ogni legge (ordinaria o costituzionale) va approvata in modo identico da ognuna delle due Camere che continuano a votare, dando vita alla ‘navetta‘ tra una Camera e l’altra, fino a che non si ottiene un testo identico: viene pure detto principio della ‘doppia lettura conforme’. Di solito, per le leggi ordinarie, non è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti l’Assemblea, basta la semplice.

I) Devono intercorrere tre mesi di pausa di riflessione, tra un voto e l’altro di ognuna delle due Camere dopo che ognuna di esse ha effettuato la sua prima, e definitiva, lettura, prima di poter effettuare, sempre in ognuna delle due Camere, la seconda definitiva lettura; ergo, il primo passaggio (prima lettura Camera – prima lettura Senato) è un passaggio in cui il testo si può cambiare, limare, modificare, sostituire, cambiare. Nel secondo passaggio (seconda lettura Camera – seconda lettura Senato) il testo è immodificabile. Morale: tre mesi di ‘pausa di riflessione’ servono a far maturare (in teoria…) nei parlamentari il senso del passaggio epocale, per una legge di rango costituzionale: riflettere, e solo dopo votare.

II) Mentre nell’ambito della ‘prima’ lettura di ognuna delle due Camere il testo può essere modificato ad libitum (cioè, volendo, all’infinito…), secondo il metodo della ‘navetta‘ tra le due Camere e in base al già citato meccanismo del ‘bicameralismo perfetto’, nell’ambito della ‘seconda’, definitiva, lettura, il testo in questione (in questo caso SOLO della legge costituzionale, NON anche delle leggi ordinarie) va votato e approvato (o bocciato, ovvio, in qual caso l’iter riparte da capo, cioè da zero) nel suo complesso, un prendere o lasciare che non permette più possibilità di modifiche né, tantomeno, di ‘navette’ parlamentari. Morale: quello che è stato votato nella prima lettura di ognuna delle due Camere (e magari oggetto di scambi tra o dentro i partiti) è passato, il resto resterà così com’è. 

III) A differenza della ‘prima’ lettura, dove è possibile e lecito approvare una riforma dell’intera Costituzione (articolo per articolo, parte per parte o interamente) a maggioranza semplice (basta, cioè, un voto in più della maggioranza sulla minoranza, senza quorum dei presenti in aula, eccezion fatta per il numero legale, come in ogni seduta ‘normale’) di ognuna delle due Camere, nella ‘seconda’ e definitiva lettura, il testo di riforma va votato e approvato a maggioranza assoluta dei membri di ognuna delle due Camere (vuol dire: 161 voti, quorum per il Senato, e 316 voti, quorum per la Camera). Morale: ove il testo non venga approvato a maggioranza assoluta, si intende respinto. 

4) Com’è la tempistica delle ‘navette’? Complicata. 

Traduzione (e tempistica) pratica (E QUI BISOGNA FARE ATTENZIONE): Il Senato ha votato per la prima volta il ddl Boschi l’8 agosto 2014 (primo step della prima lettura), la Camera ha votato il testo, ma lo ha modificato, per la prima volta, il 10 marzo 2015 (secondo step). E’ partita la ‘navetta’. Il Senato ha dovuto riprendere in mano il testo, cambiato dalla Camera, e lo ha ri-modificato il 13 ottobre 2015 (terzo step della prima lettura), la Camera lo ha ri-ri-modificato lo scorso 11 gennaio 2016 (quarto step), ma senza toccare nulla. Ergo: tra tre mesi (l’11 aprile 2016) la Camera potrà effettuare la sua vera ‘seconda’ lettura con un voto che, a maggioranza assoluta dei membri, sarà appunto un voto complessivo, senza possibilità di modificare più il testo. Invece, il Senato potrà entro pochi giorni, il 18-19 gennaio 2015, votare e licenziare in via definitiva la riforma, arrivando e votando, cioè, la sua ‘seconda’, definitiva, lettura perché né la Camera né, tantomeno, il Senato ha più modificato il testo. Testo che il Senato approverà, dunque, in via definitiva e finale, sempre che, ovviamente, voti sì a maggioranza assoluta (161). 

5) Com’è il referendum? ‘Confermativo’. 

In Italia conosciamo, di solito, il referendum ‘abrogativo’, che può essere richiesto da un tot di cittadini (500 mila), sulla base di un numero di firme vidimate in corte di Cassazione e di quesiti che poi devono avere il nulla osta di conformità dalla corte Costituzionale. Esiste, però, sia pure poco usato (mai nella Prima Repubblica, due volte già nella Seconda), anche il referendum confermativo che riguarda, appunto, le leggi di natura costituzionale.

I) Se una legge costituzionale, dopo aver seguito l’iter indicato in precedenza, viene votata e approvata con i due terzi dei componenti di ognuna delle due assemblee legislative e nessuno soggetto indicato in Costituzione chiede il referendum, la legge passa all’esame del Capo dello Stato per la promulgazione e la relativa pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Il tutto avviene entro un mese dal voto finale dell’ultima delle due Camere: ciò vuol dire che, senza referendum, a partire dal 11 aprile 2016 entro  l’11 maggio sarebbe approvata.

II) Se invece la deliberazione finale, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non avviene a maggioranza di due terzi dei suoi componenti, ma a semplice maggioranza assoluta (maggioranza comunque indispensabile perché la legge abbia validità) può essere richiesto un referendum confermativo da parte di alcuni soggetti specifici, istituzionali e non. Il referendum può essere richiesto e proposto da un quinto dei membri di almeno un quinto dei componenti di una delle due Camere, oppure da cinque consigli regionali oppure da 500 mila elettori o da tutti e tre. Morale: l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso.

III) Quando l’iter della riforma istituzionale sarà completato definitivamente (ricordiamolo ancora una volta: l’11 aprile 2016 si terrà la seconda lettura-voto finale della Camera dei Deputati, mentre voto finale del Senato si terrà a breve, il 18 gennaio 2016, il che vuol dire che al Senato l’iter si è quasi del tutto completato, alla Camera lo sarà entro aprile), si scoprirà l’ormai non più tale novità: OLTRE ALLE OPPOSIZIONI, CUI E’ RICONOSCIUTO PER COSTITUZIONE TALE DIRITTO, ANCHE LA MAGGIORANZA – CON PROCEDURA DEL TUTTO INNOVATIVA E, IN PARTE, COSTITUZIONALMENTE ANOMALA – ADIRA’ LA VIA REFERENDARIA, tenendo comunque il quorum (anche se avesse i 2/3 dei voti, il che, peraltro, almeno al Senato è matematicamente impossibile) più basso del necessario, proprio per poter andare a referendum. Referendum che si terrà a ottobre del 2016 (forse il 2 ottobre) e che – va ricordato e sottolineato – non abbisogna di quorum (metà più uno dei votanti) come nel caso del referendum abrogativo, introdotto nel 1970, basterà, per decidere se vincerà il ‘sì’ (alla riforma) o il ‘no’ il 50% dei voti validi. Morale: non importa in quanti andranno a votare, ma chi voterà deciderà le sorti future della nostra Costituzione. A quel punto, entro un mese, il presidente della Repubblica promulgherà la riforma costituzionale e la legge sarà pubblicata in Gazzetta ufficiale. Per motivi ‘tecnici’, invece, dall’ultima approvazione della riforma (aprile 2016), il referendum non si potrà tenere prima del mese di ottobre. Entro novembre 2016, però, la legge di riforma istituzionale diventerà, se vinceranno i ‘sì’, legge della Repubblica. Cambiando, per la prima volta in maniera così sostanziale, la nostra Costituzione. 

Post scriptum. In ogni caso, nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito” Accesissimi dibattiti sono ancora aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”: è sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti.

NB. Questo articolo è scritto in versione originale per il blog di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net/ettorecolombo

 

 

#Mattarella o della ‘rivoluzione silenziosa’. Così spopola il presidente ‘mite’

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

MATTARELLA ha ricevuto Mario Draghi. Mattarella ha ricevuto Ignazio Visco. E, a dirla tutta, Mattarella ha ricevuto pure l’ad di Sky, il presidente di Mediaset e di altri grandi gruppi industriali e mediatici. Se n’è accorto qualcuno? Macché. Stringato, striminzito, comunicato del Quirinale e via, sotto un altro. Mattarella vede, in rapida successione, i ministri Alfano, Pinotti, Giannini? Qualche giornalista ha strologato, scritto retroscena et similia? Nothing, nada, rien. Mattarella gira il mondo: Parigi-Berlino-Madrid subito, appena eletto; Serbia-Montenegro-Londra in soli quattro giorni a giugno; Tunisi e Malta a luglio. Viaggi «di Stato», ufficiali, ma che tracciano due direttrici di scavo, studio, analisi, gestione dei rapporti diplomatici: apertura a Balcani ed Est Europa, Paesi che vogliono entrare nella Ue, da un lato, e dialogo “mediterraneo” con il Sud del Mondo, Africa in testa, dall’altro. Riscontri mediatici? Scarsi. Ai tempi di Napolitano, a ogni fiato di «re Giorgio», giù articoli, filmati, reportage. Un genere quasi letterario che aveva pure un nome: «i moniti di re Giorgio». E giù “fiumi di parole” fino ai libri (14/15, di cui sette/otto  scritti ‘su’ Napolitano, sette/otto ‘di’ Napolitano).

E MATTARELLA? Anche qui, libri su Mattarella appena due: uno del suo portavoce (prima di sapere di esserlo, peraltro), Giovanni Grasso, che in realtà parla del fratello ucciso dalla mafia, Piersanti; l’altro di Pio Cerocchi, suo vecchio amico dai tempi della Dc e del Ppi.
Esternazioni di Mattarella? Poche, rare, misurate, centellinate (i rapporti coi media, sul Colle, li tengono Grasso, ex inviato Avvenire, Gianfranco Astori, ex deputato della Dc e, poi, direttore dell’Asca, e ora anche Claudio Sardo, ex direttore dell’Unità: insomma, il fior fiore del cattolicesimo democratico). Eppure, in quest’ultimo mese, le esternazioni del Presidente, da rade e limitate, circoscritte, sono già salite di grado e d’intensità. In meno di una settimana, ha messo i riflettori sui profughi e i migranti, dove «una Ue in affanno fa meno di quanto dovrebbe»; l’Isis e il terrorismo, definite (con genio) «forze del disordine»; i due Marò per cui «l’Italia si batterà»; la lotta a corruzione e mafie, «priorità assoluta»; la coesione sociale da «ritrovare», le riforme istituzionali da «fare al più presto».
E «l’uomo solo al comando» che non va mica bene, dice Mattarella. Quest’ultima stoccata (è a Renzi? Forse. O è a se stesso che, da vero «cattolico penitente», cerca i limiti della sua azione?) Mattarella l’ha tirata ricevendo al Quirinale l’Asp, l’Associazione Stampa Parlamentare, il primo Ventaglio ricevuto da Mattarella (“il primo – nota lui, con una punta di timido umorismo – venne dato, nel 1883, al presidente del Senato Zanardelli, faceva un caldo bollente, ora il caldo è rimasto, ma la temperatura politica è scesa, almeno qui, al Quirinale”, aggiunge, con un sorriso, forse).

Domanda: il nostro presidente della Repubblica è forse «trasparente»? «Debole»? «Freddo»? No, affatto. E non solo perché, nei sondaggi di popolarità, Mattarella spopola (62% la fiducia degli italiani, per Ixé, Renzi è al 31%, per capirsi), ma perché lui, è così: schivo, riservato, compassato («In confronto a Mattarella, Forlani è un movimentista» disse, con formidabile battuta, Ciriaco De Mita), ma è pure un «mite» che, se la storia ti ci costringe, reagisce come un leone.
Mattarella che si dimette da ministro contro il VII governo Andreotti che approva il decreto salva-Biscione (1990). Mattarella che s’inventa il Mattarellum (1994), unica legge elettorale funzionante in tutta la II Repubblica. Mattarella che, insieme, rivendica l’eredità di de Gasperi contro Berlusconi (1994) e aiuta Prodi a far nascere il «centro-trattino-sinistra» (1996). Mattarella che vive lutti e tragedie durissime: la morte del fratello, ucciso dalla mafia, e lui che si ritrova addosso il suo sangue; la morte dell’amata moglie Marisa e, da poco, la morte della sorella Caterina.
«Mattarella il mite ci stupirà», si inizia a dire, nei Palazzi, ma lui ha già iniziato a stupire, opinione pubblica, media e Palazzi: la tenuta di Castelporziano aperta alle carrozzine dei disabili (mai successo); tagli su tagli al parco auto, al faraonico personale e cerimoniale, ai lauti stipendi e pensioni del Colle (mai successo); i viaggi istituzionali ‘semplici’, fatti in treno o su aerei di linea. E, soprattutto, il palazzo del Quirinale, aperto al pubblico, 5 giorni su 7, finalmente. Non solo “mai successo” ma copiato persino da Buckingham Palace, dalla regina d’Inghilterra. I corridoi, le mille stanze, quadri, arazzi e segrete del Colle visibili a tutti e – si sparge la voce – «tutti gli alti funzionari giù nei sottoscala a masticare amaro, del resto il Presidente ha detto: via, largo alla ente».

INSOMMA, già sta vincendo, «Serghei», come lo chiamavano da ragazzo: vince, agli occhi degli italiani, il cattolico frugale, ma fermo. Vince il Presidente che abbraccia d’impeto Manfredi Borsellino, dà un buffetto ad «Astrosamanta», fa mettere la cravatta a Salvini.
Renzi vuole fare parecchi decreti? A Mattarella la cosa non sta bene. Glielo dice, così Renzi lo sa. Con quella voce un po’ nasale, bassa, quel timbro timido, pacato, gentile. «E’ un po’ sordo», dicono gli amici. «Sì, ma quando vuole parlare chiaro, i suoi interlocutori lo sentono benissimo». Mattarella si sta già facendo sentire e le sorprese del suo settennato sono appena iniziate.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 31 luglio 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 

Il Retroscena/4. #Renzi ora tira il freno sul #Senato elettivo: mancano i numeri. Minoranza dem e ‘Stabilizzatori’: “Lo obbligheremo a cercare un’intesa”

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

«FAR LE COSE bene», senza correre», non per forza e con la possibilità di scavallare l’estate pur di far fare dei passi avanti, al ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V), ma solo mantenendo, ovvio, «spirito costruttivo». Martedì 7 luglio, in commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, riprenderà l’esame del testo: manca ancora il relatore (forse sarà la stessa presidente, Anna Finocchiaro, forse il testo arriverà in aula senza relatore…) e i numeri, almeno lì dentro, sono pericolosamente stretti, per il governo (14 a 14). Ecco perché Renzi si è già messo in modalità «avanti piano» e non più «avanti tutta», come dimostrano le sue parole rilasciate ieri in un’intervista concessa al Messaggero e, anche, quelle del ministro degli Interni, Angelino Alfano, che ieri, invece, ha parlato con il quotidiano Repubblica (“La riforma del Senato può slittare di qualche mese”). QUI però bisogna intendersi. Il premier continua a dire ai suoi facite ’a facce feroce. Almeno, a metà. Infatti, il vero messaggio che arriva dalla war room di palazzo Chigi è: «I voti ci sono, li abbiamo, al Senato. Poi, aggiustamenti in corsa al ddl Boschi sono sempre possibili nel merito ma senza farne crollare l’impianto e solo se condivisi da tutti i gruppi parlamentari, di maggioranza e non». Il ministro alle Riforme, invece, non ha alcuna intenzione di vedersi stravolgere il suo provvedimento: chi l’ha sentita, in questi giorni, sa che la Boschi “non ha alcuna intenzione di vedersi cambiare il suo testo, cui tiene molto, sotto il naso” e che, soprattutto, punta a una “approvazione finale, in terza lettura, rapida, se non rapidissima, e cioè entro l’estate” (vuol dire entro l’8 agosto, quando le Camere chiuderanno per le – meritate? – ferie estive dei parlamentari). Chi, della minoranza dem, ha, invece, parlato col vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, ha capito altro, cioè questo: «Renzi ha espresso disponibilità ad aprire sul merito del testo, elettività del Senato diretta o indiretta compresa, ma solo se noi garantiamo alla maggioranza certezza sui tempi e sui successivi passaggi. Quello della Camera, il terzo, che sarebbe del tutto nuovo, e il quarto finale, per garantire che si possa votare per il referendum a giugno del 2015». Quando si voterà anche per le elezioni amministrative (Milano, Torino, Bologna e, forse, anche a Roma…) e Renzi spera di trainare abbinandolo al voto per le città quello sulla riforma. Morale: sarebbe partita una vera trattativa, e in puro stile «metodo Mattarella» (coinvolgere la minoranza per ottenere risultato, detto anche “andare a dama”), tra Renzi e la sempre agguerrita minoranza dem. Anche perché l’alternativa a questo scenario – alternativa che però la Boschi, che resta sulla linea dura –  caldeggia apertamente, con il premier, – sarebbe di andarsi a cercare i voti uno a uno, al Senato, dove la maggioranza viaggia sul filo degli 8-10 (sette quando va male) voti di scarto. Arruolando i verdiniani. Qui, però, i pareri sono discordi: secondo molti fonti interne al Senato, i verdiniani sarebbero pochi se non pochissimi (“due o tre al massimo: lui e Mazzoni, suo fido scudiero toscano…, altri da FI non se ne vanno”, dice un avvelenato senatore ex azzurro) e anche il tentativo di pescare nel gruppo Misto, zeppo di ex grillini, potrebbe rivelarsi un vero boomerang (sugli ex M5S migliore capacità attrattiva sta dimostrando, da mesi, SeL). MA PERCHÉ ACCADE questo ‘cambio’ di passo, da parte del premier e del governo? Un po’ è il «fuoco greco» che cola da Atene: potrebbe bruciare anche nelle aule parlamentari, teme ora il premier. E, al Senato, la sinistra dem ha presentato una fitta serie di proposte di modifica al ddl Boschi: elettività «diretta» dei senatori e nuovo ruolo del Senato cui affidare «più poteri e più di garanzia». In teoria, per Renzi, tutte eresie. La minoranza, però, è forte di 25 senatori «duri, puri e soprattutto non divisibili, come è stato fatto alla Camera», avverte Federico Fornaro, bersaniano doc, «tra buoni e cattivi. Qui, a seconda di come il governo deciderà di accogliere le nostre proposte siamo tutti “buoni” o “cattivi”». Come dire: Renzi scelga: o il Vietnam o la pace, ma noi siamo e restiamo una «compatta falange macedone». Traduzione: non ci facciamo dividere e isolare, stile modello divide et impera. DEL RESTO, il premier e i suoi sono persone pragmatiche e sanno bene che, a palazzo Madama, la maggioranza cammina sul filo del rasoio. E – avverte Paolo Naccarato, senatore ex Ncd ed oggi esponente del gruppo del Gal, nonché “principe esperto” degli Stabilizzatori – «Matteo sa bene che sono preoccupato e gliel’ho anche detto. Questa riforma del Senato non piace a nessuno, qui dentro, a palazzo Madama: va cambiata. Perché è vero che nessuna opposizione può mandare a casa il governo, al Senato, arrivando a quota 161 voti (il plenum del quorum, dentro il Senato, ndr.) e che abbiamo sempre garantito la tenuta della maggioranza, qui dentro – avverte Naccarato – ma Renzi sa che, ora che siamo davvero a un passo da un risultato storico, il superamento del bicameralismo perfetto, non possiamo mancarlo perché qualche “maestrino” (leggi: la Boschi, ndr.) non vuol cambiare il suo ddl o non possiamo aspettare un paio di mesi in più. Posso garantire che, trovando un accordo ampio, si andrà a votare per il referendum istituzionale consultivo quando e come Renzi ha previsto, cioè a giugno del 2016». Stesso ragionamento di Fornaro. Vietcong e “stabilizzatori”, qui la pensano allo stesso modo. NB. Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale

#VersoleRegionali/7 NEW! Un pezzo difficile e una follia elettorale: sette sistemi elettorali diversi per sette Regioni diverse!

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

Perché Raffaella Paita non potrà comunque vincere, e governare, la Liguria? Per colpa dell’anti-Paita Luca Pastorino che le toglie voti? Anche, ma soprattutto per colpa di una legge regionale, quella ligure, mai modificata, che impedisce a chiunque vinca di governare, a meno che non prenda il 51% (o il 61%….) dei voti o, per la precisione, 16 consiglieri, più il Presidente, su 30. Perché in Campania proliferano le liste, sporche o pulite che siano? Perché la soglia di sbarramento e’ assai bassa (il 3% per chiunque). Perché, invece, in Puglia conviene allearsi? Perché lo sbarramento e’ assai alto (8% per le coalizioni, 4% in ogni coalizione). Perché il Toscanellum, e cioè il sistema elettorale in vigore in Toscana, e’ considerato, con buone ragioni, il vero antesignano dell’Italicum, ma quello ‘1.0’ iniziale, non quello attuale? Perché’ così è’, se vi pare… E, infine (infine si fa per dire), perche’ il centrosinistra, che di certo vincera’, in Umbria, godrà di un premio di maggioranza  (60%) che definire ‘bulgaro’ e’ dire poco?

Regione che vai, sistema elettorale che trovi. Nelle sette regioni al voto il prossimo 31 maggio vigono, infatti, sette sistemi elettorali diversi l’uno dall’altro e, a loro volta, diversi dai sistemi elettorali in vigore nelle restanti 13 regioni italiane. Per non parlare di quelle a statuto speciale (cinque, considerando che le due province trentine hanno rango di regione…) dove l’eccezione regionale è’ garantita per Costituzione.

Per le regioni a statuto ordinario, in realtà, un testo base ci sarebbe: il caro, vecchio, ‘Tatarellum’ (1995), dal nome dell’ex ministro di Berlusconi ed ex esponente di An, il cui spirito era quello di dotare di un sistema tendenzialmente maggioritario e presidenzialista (e’ da allora che i presidenti di Regione si fregiano del pomposo titolo di Governatori) i diversi governi regionali, ma le revisioni costituzionali del 1999 e 2001 hanno dato a tutte le regioni la facoltà di modificare le norme elettorali a loro insindacabile e molte volte assurdo piacimento. Vediamo, allora, una per una, le pazze leggi elettorali di 7 regioni al voto.

Il 'logo' dell'Italicum

Il ‘logo’ dell’Italicum

TOSCANA – Il caso più eclatante è la Toscana, che si fregia del suo ‘Toscanellum’, figlio dell’accordo tra il Pd, in maggioranza, del governatore Rossi e la FI di Denis Verdini, all’opposizione, entrato in vigore alla fine del 2014. Con 40 consiglieri regionali da votare, prevede il doppio turno (24 seggi a chi prende il 45% dei voti: premio del 60%; 23 seggi tra il 40% e il 45%) nel caso in cui nessuno ottenga il 40%, il ballottaggio tra i primi due meglio piazzati. Sono state reintrodotte le preferenze (una o due), ma nel listino. C’è la parità di genere. Infine, gli sbarramenti: 10% per le coalizioni, 5% per i non coalizzati e 3% per le liste in coalizioni. Un vero pre-Italicum!

VENETO – La legge elettorale veneta, nata nel 2010, ha un consiglio forte di 50 membri: ma ha eliminato il ballottaggio: vince il candidato che prende più voti, ma c’è un premio di maggioranza: chi raggiunge il 50% dei voti ha il 60% dei seggi (29); tra il 50% e il 40%, il 57,5% (28 seggi); se prendi meno del 40%, il 55% (27 seggi). Ci sono le preferenze, l’alternanza di genere e una soglia di sbarramento unica (3%).

CAMPANIA – La legge elettorale campana, varata nel 2009, ha 50 consiglieri, prevede il turno unico, senza ballottaggio, e un premio di maggioranza che consente al vincitore di raggiungere il 60% dei seggi (30 seggi) nel Consiglio Regionale. Ci sono le preferenze, la parità’ di genere e la soglia di sbarramento è al 3% per tutte le liste, ma il candidato governatore collegato alla sua lista entra solo con il 10% dei voti.

PUGLIA – La legge elettorale pugliese, varata tra mille polemiche a inizio del 2015, prevede 50 consiglieri ed ha un premio di maggioranza ‘variabile’: se la coalizione vincente supera il 40% dei voti, ottiene 29 seggi (premio del 58%); se sta tra il 35% e il 40% dei voti, gode di un premio del 56% (28 seggi); se ottiene meno del 35% dei voti, ha un premio del 35% (27 seggi). L’elezione è a turno unico, manca la doppia preferenza di genere, il che ha causato forti polemiche, a partire da quelle dell’ex governatore Vendola. La soglia di sbarramento è all’8%, ma la soglia per le liste che si presentano coalizzate è al 4%.

LIGURIA – Il sistema elettorale è vecchio e bislacco (i partiti hanno cercato di cambiarlo per mesi, ma poi si sono dovuti arrendere): non c’è premio di maggioranza, ballottaggio e, chi vince, vince assai male. Infatti, solo se una coalizione supera il 50% o più’ dei voti (ma a livello provinciale) ottiene tre consiglieri in più (pari al 10% in seggi) dal listino dentro un consiglio composto da 31 consiglieri, premio che equivale a 15 consiglieri più’ il governatore vincente o a 19 seggi su 30 se il vincente ottiene il 60% dei voti… Invece, se il candidato vincente ottiene il 40% dei voti gode di un premio di 17 seggi (16 consiglieri e il candidato) mentre se resta sotto il 35% dei voti, di fatto, non può governare. Infatti, se con il 36% dei voti, il vincente ottiene 16 seggi (15 più il candidato governatore), sotto il 35% (con il 32-34%, per dire) ha solo 15 seggi (14 consiglieri più il candidato governatore). E, com almeno quattro Poli in gara (Pd-centrosinistra, M5S, FI-Lega, Pastorino-sinistra) e’ quasi matematicamente impossibile raggiungere oltre il 36% dei voti…

La legge elettorale ligure, inoltre, è complicata dal fatto che esistono due liste (e due voti): una lista regionale (a listini bloccati, per il 20%, che assegna 6 seggi) e una lista provinciale (con le preferenze, per l’80%, che assegna 24 seggi). Ne consegue che se una lista e un candidato presidente, vince a livello dei collegi regionali, deve superare per forza il 51%; se invece riesce a farlo nei collegi provinciali può governare se raggiunge almeno il 35% dei voti. Il che, pero’, dato il proliferare di candidati forti e un sistema di fatto quadri polare (Pd e altri – M5S – Centrodestra – sinistra-sinistra) è di fatto impossibile. La soglia di sbarramento è al 3%, ma per le liste collegate a candidati presidenti è fissata al 5%. Morale: chiunque vinca, ma resti sotto il 51% (o il 35%) deve fare per forza, una volta vinto, le larghe intese….

UMBRIA – La legge elettorale umbra, modificata a pochi mesi dal voto tra le proteste delle opposizioni (2015), ha ridotto i consiglieri a 20, prevede un turno unico secco, un premio di maggioranza abnorme (il 60% dei seggi alla lista vincente senza soglia minima di accesso! Incostituzionale di fatto stile Porcellum). Vuol dire che la lista che prende un solo voto in più delle altre (a prescindere dalla percentuale di voti raggiunta: per dire, anche il 20%…) avrà il 60% dei seggi e la maggioranza assoluta in Consiglio! Infine, non è ammesso voto disgiunto, ma ci sono le preferenze, e la soglia di sbarramento è bassa (2,5%).

MARCHE – Il sistema elettorale, che prevede 30 consiglieri, è a turno unico: vince chi ha più voti e non ci sono ballottaggi. Il sistema è proporzionale puro, ma con un premio di maggioranza. Dei 31 seggi del Consiglio Regionale, uno va al presidente e uno al candidato sconfitto con più voti. I restanti 29 seggi sono spartiti con un riparto proporzionale a scalare: 18 seggi a chi prende il 40% dei voti (premio del 60%); 17 seggi a chi prende tra il 37% e il 40% dei voti (premio del 56%); 16 seggi a chi prende tra il 34% e il 37% dei voti (premio del 53%). La soglia di sbarramento è unica ed è fissata al 5%. Ci sono le preferenze e in ogni lista i candidati dello stesso sesso non possono superare i 2/3 del totale come pure in Campania mentre in Umbria nessun sesso può avere più del 60% in ogni lista, in Toscana e Veneto c’è l’alternanza di genere e in Toscana, Campania e Umbria, su due preferenze, una deve essere di genere. E’ tutto…

NB. Questo articolo è stato pubblicato, nella sua prima versione, poi allungata/aggiornata per Internet, il 24 maggio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

#VersoleRegionali/0. Pronti, via. Il valzer dei riciclati e del trasformismo nelle candidature del Pd (e non solo)

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

Si è chiuso col solito ‘corri corri’ e molte sorprese dell’ultima ora il termine per la presentazione delle liste per le elezioni regionali. Tutti i partiti hanno depositato simboli e candidati in vista del voto che servirà a rinnovare, il prossim 31 maggio, i consigli regionali e i Governatori di Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Campania e Puglia insieme a una tornata di elezioni amministrative comunali che interesserà, nel complesso, 23 milioni di italiani. Si tratterà dk elezioni che, come sempre, avranno ripercussioni politiche.

A pochi giorni dall’approvazione dell’Italicum, si misurerà il consenso di Renzi, che spera in un successo (il top per il premier sarebbe un bel 6 a 1, sconfitta solo il Veneto, ma anche un 5 a 2 gli andrebbe bene). E anche quello della sinistra ‘a sinistra’ del Pd. Infatti, se SeL presenta liste con il Pd solo in tre regioni (Puglia, Veneto, Umbria), mentre in altre tre (Marche, Campania, Toscana) corre da sola, sia Vendola che Civati e i possibili scissionisti dal Pd puntano tutte le loro carte sulla candidatura di Luca Pastorino, deputato civatiano, ma già uscito dal Pd per il Misto, in Liguria. Pastorino ha messo insieme un nutrito cartello di forze e pezzi di sinistra e anche del Pd nella speranza di far perdere o comunque condizionare con un buon risultato la vittoria della candidata Pd, Raffaella Paita, che gareggia contro il coordinatore nazionale di FI, Giovanni Toti, ma accompagnata da molte polemiche dopo le discusse primarie che l’hanno vista trionfare su Sergio Cofferati. Non gioca affatto, invece, a ‘far perdere’ il Pd la minoranza di Area riformista: gli uomini di Bersani e Speranza sul territorio, da Stumpo a Leva, garantiscono di ‘tifare’ Pd e di lavorare per esso, come di non aver subito ‘epurazioni’ nella formazione delle liste.

Piuttosto, l’elemento polemico sollevato ieri sia da esponenti di Sel (il capogruppo alla Camera, Arturo Scotto) ma pure del Pd (la giornalista anti-camorra e senatrice Rosaria Capacchione) o dal Pd usciti cogliendo l’occasione, come il deputato Guglielmo Vaccaro, riguarda il discretamente alto tasso di ‘riciclati’ ed esponenti di dubbia fede politica progressista candidati dal PD o ‘partito della Nazione’ a maglie, ormai, molto larghe,  in regioni importanti come Puglia e Campania, oltre che che in Liguria. Lì dovei due candidati governatori Michele Emiliano e Vincenzo De Luca (teoricamente ‘renziani’), hanno fatto e disfatto le liste, o se le sono inventate a loro piacere. In Puglia fanno scalpore i casi di Euprepio Curto (ex Msi, ex An, oggi Udc, candidato in una lista pro-Emiliano) e Francesco Spina, presidente della Provincia Bat (Barletta-Andria-Trani), sindaco di Bisceglie, ex Forza Italia, oggi Udc, nonché ‘coordinatore’ delle liste civiche per Emiliano della Bat, dove governa con la destra. Ciliegina sulla torta, per Emiliano, la stessa lista civica ‘Emilino sindaco’, guidata da Antonio Nunziante, fino a poche settimane fa prefetto di Bari. l’idea di Emiliano, già sperimentata quando guidava il comune diBari, e’ di vincere e governare solo grazie alle sue liste civiche, riuscendo cioè’ a dare a meno dell’apporto del Pd. Del resto, spiega Dario Ginefra, esponente della minoranza Pd, ma ex Area riformista, in quanto firmatario del documento dei 50 deputati che hanno votato la fiducia a Renzi sull’Italium, “in Puglia, e da anni, i voti di lista e le preferenze ai candidati con incidono con i voti assoluti”. Non c’è’ spazio per altro.

L'ex premier e fondatore dell'Ulivo Romano Prodi

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

In Campania, oltre a Ciriaco De Mita, sceso in campo per De Luca, primeggiano il senatore fittiano (amico di Verdini come di Cosentino) Vincenzo D’Anna ma si candida per De Luca anche il braccio destro di Mastella, Tommaso Barbuto, ex senatore celebre per lo sputo all’ex collega Nuccio Cusumano nell’aula del Senato quando cadde il II governo Prodi. Colpisce, infine, ma nella lista di Stefano Caldoro, governatore uscente per il centrodestra, la candidatura è come capolista dell’ex generale di corpo d’arma tra dei Carabinieri ed ex direttore dell’Aisi, Giorgio Piccirillo.

Ma ci sono anche le sfida interne al centrodestra, in mezzo a mille divisioni. I ‘Ricostruttori’ di Fitto, in Puglia, dopo mille strappi, lanciano la sfida alla candidata del Cavaliere, Adriana Poli Bortone, con il loro Francesco Schittulli, molto più ben quotato. Poi c’è la sfida, interna alla Lega, tra il sindaco di Verona, Flavio Tosi, che, espulso dalla Lega di Salvini, si candida con una sua lista contro il governatore uscente leghista, Luca Zaia, in Veneto. E, infine, c’è il ‘laboratorio Marche’: l’ex governatore uscente, Spacca, si candida contro il Pd, ma con l’appoggio di Forza Italia. Senza storia, invece, le sfide in Toscana e Umbria: vincerà il Pd.

NB. Questo articolo è’ stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.ner) a pagina 13 di domenica 3 maggio 2015