Renzi sotto assedio nel partito e fuori: cerca di rilanciarsi in tv, ma i guai restano. Le mosse anti-Renzi dei big dem e quelle di Grasso, Pisapia e altri ancora

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

1. Renzi va a La7 per attaccare, ma finisce assediato Poi sbotta: “Mi vogliono morto”
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Mi dispiace che non ci sia Di Maio, l’aveva chiesto lui il confronto in tv, poi è scappato. Non è serio fare così”. Di Maio non c’è, ma c’è Matteo Renzi, a Di Martedì, condotto da Giovanni Floris su La 7. Di Maio non si è fatto trovare, Renzi lo prende in giro da giorni (“coniglio”), ma l’ex premier arriva già teso e irritato. Il dbattito si fa subito puntuto: i giornalisti presenti sono tutti antipatizzanti dell’ex premier (Giannini, Sallusti, Massimo Franco), Renzi li detesta,  battibecca più volte con loro e con il conduttore Floris (“Non ci vediamo da molti anni”,  modo gentile per dire non mi inviti mai, “Ti pago il 10% dello stipendio con tutti gli attacchi che mi fai a ogni puntata, così alzi lo share”). Poi, finalmente, si va sui temi. Il voto in Sicilia? “Abbiamo perso, ma erano elezioni locali”. Tante sconfitte in tanti anni (amministrative) nessuna autocritica? “Io rispondo per le Europee, vinte, e il referendum, perso. Il giudizio sul Pd e me lo daranno gli elettori alle Politiche”. Cosa è disposto a cedere a Mdp per ricucire un’alleanza? lo incalza Floris. “Ma chi se ne importa dei miei rapporti personali con D’Alema o con Bersani! La divisione c’è stata quando abbiamo fatto le primarie, quel popolo ha parlato e va rispettato”. Renzi assicura che, per costruire la coalizione, “mi rivolgerò a tutti senza veti”, ma “D’Alema vuole che io mi dia fuoco in piazza, è  troppo!”. “Mi vogliono morto”, dirà appunto poi.
Fin qua il Renzi pubblico, quello che ieri sera è andato in tv e che, nella sua Enews mattutina, dice secco che “dire che il problema sono io per il voto in Sicilia vuol dire solo usare ogni mezzo per togliere di mezzo l’avversario scomodo, cioè io”. E, infatti, poi c’è il Renzi privato, quello che, in una pausa preparatoria con i suoi del dibattito serale, sbotta, appunto, con la frase “Mi vogliono morto”. Sono mesi che cercano di mettermi da parte. Non ci riusciranno. Io non mollerò di un centimetro”. Poi spiega: io la “coalizione larga” la “voglio costruire” ed è convinto che il centrosinistra, se unito, possa arrivare al 40 %, ma insiste nel refrain: “non metterò veti ma non li accetterò”.
Del resto, non esiste proprio, per Renzi, la possibilità che il centrosinistra si presenti alle elezioni guidato da un altro esponente del Pd che non sia lui: “Non ci sarà un candidato premier per tutti i partiti che comporranno la nostra coalizione perché la stessa legge elettorale non la prevede”. E tanti cari saluti a Mdp, che ha deciso di presentarsi con il presidente del Senato, Pietro Grasso, come front runner. Renzi li sfotte da giorni:“il 5,3% che hanno preso in Sicilia dimostra che alle porte non c’è la ‘rivoluzione comunista’”. Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, diplomatico per costituzionae, ci ha provato a ricucire: ieri, alla Camera, ha parlato con il plenipotenziario di Bersani, Nico Stumpo, per riportare Mdp ‘alla ragione’, ma anche il ‘Forlani’ di Renzi sa che anche i suoi sforzi destinati al fallimento. Inoltre, Renzi ormai è già in modalità “campagna elettorale”.
Non a caso, uno dei primi punti della Direzione nazionale, già convocata per lunedì 13 novembre, saranno i vitalizi. E cioè la proposta di legge Richetti per abolirli che langue nei cassetti del Senato. Renzi vuole che il Pd e il gruppo dem, a partire dal capogruppo Zanda, di certo non un suo fan, si adoperi in tutti i modi possibili per farla passare entro i pochi mesi che restano da qui alla fine della legislatura. L’altro tema all’ordine del giorno della Direzione saranno le famose ‘deroghe’ alle candidature per le Politiche. Tanto agognate da tutti i big del partito (Franceschini, Orlando, etc.), essi stessi devono chiederle, non avendone più diritto (15 anni è il rigido tetto previsto dallo Statuto del Pd). Ma le elezioni siciliane – quella che, ai tempi del Pci-Pds-Ds, era un evergreen, “l’analisi del voto” – non è all’ordine del giorno. “Chi pensa che il Pd possa passare i prossimi mesi a litigare fa solo un grande regalo a centrodestra e 5Stelle”, taglierà corto, in Direzione, Renzi, con fare minaccioso. Ma gli altri big preparano già lo ‘scherzetto’: lanciare Walter Veltroni (o, ovviamente, Paolo Gentiloni, su cui ‘apre’ anche Renzi, in verità, come possibile nuovo candidato premier), oggi ‘padre nobile’ del Pd al posto di Renzi come capo della coalizione di centrosinistra per ‘allettare’ i possibili alleati. Veltroni, però, non ci pensa proprio a tornare alla politica ‘attiva’ e anche ieri sera, presentando – in contemporanea con Renzi, ma su un’altra rete (Rai 3, ospite di ‘Carta bianca’, la trasmissione condotta da Bianca Berlinguer), lo ha ribadito (“Non mi candiderò più in Parlamento, l’ho già detto più volte”), anche se poi ha criticato le scelte di Renzi. In ogni caso, i big dem attendono solo che Renzi fallisca, questa volta per sempre: subito dopo il voto alle Politiche, non vedono l’ora di chiedere un congresso straordinario del Pd per pretendere e ottenere in via definitiva la testa di Renzi, disarcionandolo, oltre che da leader, da segretario.
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2. Renzi rifiuta le primarie con Mdp o con altri. L’incontro tra Pisapia e Grasso. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
«L’ipotesi di primarie di coalizione con Mdp che candida Grasso o con altri per me non esiste. Punto». Matteo Renzi si sfoga con i suoi dopo una lunga mattinata passata a compulsare i voti – quelli «veri – che arrivano dalla Sicilia. Il tonfo non è stato «epocale» come qualcuno, anche nel Pd, aveva detto – e sperato – l’altra notte. Il Pd raccoglie il 13,2% dei voti che, in seggi, saranno pari, circa, ai 17 seggi (13,4%) presi dal Pd di Bersani quando si votò cinque anni fa.
Il problema è un altro. Renzi è furibondo con gli spifferi che lo vogliono pronto a confrontarsi, in primarie di coalizione, con Mdp, che gli potrebbe contrapporre il presidente del Senato Grasso: «Quelli ci odiano, che senso ha? E per fare cosa? Abiurare il nuovo Pd costruito con tanta fatica e l’intero lavoro del mio governo?!».
Insomma, la risposta è un «no», secco e rotondo, all’ipotesi di primarie di coalizione se, dentro il centrosinistra, ci fosse pure Mdp. Diverso, ovviamente, sarebbe il caso se, a chiedere le primarie, fossero i centristi (Casini-Dellai e «quel che resta» di Alfano e Ap) o i Progressisti di Pisapia-Bonino. Ma anche su questo punto le ipotesi allo studio al Nazareno divergono. Lorenzo Guerini, pontiere per natura, media fino all’esasperazione: «Io sono per fare un accordo, programmatico e politico, con tutti, centristi e sinistra, altrimenti dovremo fare l’intera campagna elettorale in nome del voto utile». Invece, i renziani ortodossi (vedi alla voce: Orfini) non ci sentono: «Matteo è il leader, punto». Renzi si tiene in posizione mediana: «Sono pronto da domani ad aprire il confronto con i possibili alleati. Io la mia leadership non la voglio imporre a nessuno». Sicumera? In realtà, Renzi non teme che, in Direzione, già convocata per il 13 novembre, Orlando e Franceschini – leader delle aree interne da tempo in guerra ‘sporca’ contro di lui – gli tirino brutti scherzi. Certo, Orlando punge («Renzi è stato eletto segretario ma non ancora imperatore»), ma Franceschini, invece, media (lo farà oggi in un’intervista). Renzi è tranquillo perché, come ripete, «I numeri, in Direzione, li ho io. Vogliono sfiduciarmi? Auguri!».
La vera “apertura” del leader è un’altra. Renzi sarebbe infatti pronto a fare un «passo di lato». Il suo ragionamento si snoda così: «La nuova legge elettorale non prevede la figura del candidato premier. Il centrodestra non lo avrà. I 5Stelle sì, ma in realtà dietro Di Maio c’è Grillo. Volete che non sia io per il centrosinistra? – sbotta – Bene. Facciamo così: se il Pd va male e altre forze di sinistra molto bene saranno loro a indicare a Mattarella un altro nome del Pd. Gentiloni? Delrio? Vedremo. Se invece il Pd resterà forte, come dicono tutti i sondaggi, sarò io. In ogni caso, mi sta bene che non ci sia il candidato premier di tutti».
Basta e basterà all’asse nascente Pisapia-Bonino-Della Vedova? No. Ieri, all’ora di pranzo, Pisapia è andato a trovare il presidente del Senato, Pietro Grasso, per un pranzo. Due i corni del dilemma affrontati dai due, entrambi assai allarmati dal voto siciliano. Il primo: la lista di Fava è andata molto male, quasi peggio di 5 anni fa, quando la guidava un Carneade. Ergo, il valore aggiunto di Mdp è pari allo zero virgola. Secondo: neppure Grasso, oltre a Pisapia, vuole accollarsi «tutto il cucuzzaro» della sinistra radicale: i vari Fratoianni (SI), Acerbo (Prc), Montanari e Falcone, etc.
Domenica 12 novembre si terrà la convention nazionale di Campo progressista: sul palco saliranno, insieme a Pisapia, forse la Bonino, di certo la Boldrini (la data è stata spostata per permetterle di partecipare) e forse anche lo stesso Grasso. Dal palco la proposta che verrà fatta al Pd sarà questa: «Se Renzi accetta di non essere più lui il dominus del centrosinistra bene, ma deve farsi da parte e cedere lo scettro a Gentiloni o altri, altrimenti ognuno per la sua strada. Noi andremo da soli cercando di arrivare al 3% con l’idea forte di un Ulivo bis. Anche Mdp, Bersani, D’Alema dovranno decidere da che parte stare, noi possiamo essere autonomi». Vaste programme, direbbe il generale De Gaulle.
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3. Mattarella e la data del voto: “Pura fantasia” le illazioni su urne a maggio 2018. 
EMC – ROMA
“Pura fantasia”. Così viene liquidata, dal Quirinale, l’ipotesi di un avallo, da parte del Capo dello Stato, di un percorso che porti la legislatura a “scadenza naturale”. Le Camere nel 2013 si insediarono il 14 marzo: ‘scadenza naturale’ vuol dire arrivare al 15 marzo 2018 per votare, di conseguenza, non prima del 15 maggio. Salvini e Meloni, ieri, già gridavano al ‘golpe’, i 5Stelle pure. “Pura fantasia”. Il Colle asserisce di avere sul tema una “funzione notarile”, ma non è così. La nota ufficiosa del Colle non a caso dice che “solo nel momento in cui governo e maggioranza dichiarassero di aver esaurito il loro compito, si porrebbe il tema della conclusione della legislatura, dell’eventuale scioglimento anticipato delle Camere e della data del voto”. E così sarà. Palazzo Chigi e Quirinale hanno già cerchiato, sul calendario, una data in rosso: il 18 marzo 2018, il che vuol dire, data la necessità di un tempo tra i 50 e i 70 giorni per indire i comizi elettorali (di solito se ne usano sempre 65), sciogliere le Camere a gennaio, quasi sicuramente al rientro dalle feste della Befana, il 6/01/2018. Morale: “dopo l’approvazione della legge di Bilancio” – si spiega dal Colle – “se il premier, a fine anno, riterrà di presentarsi dimissionario, si andrà ad elezioni a marzo”. Ma chi ha fatto perdere così tanto le staffe al ‘mite’ Mattarella? Il Quirinale punta l’indice su “fonti parlamentari”: Meloni e Salvini, certo, ma anche Franceschini e Orlando, che vogliono tirare in lungo la legislatura per ‘sfiancare’ Renzi. Poi ci sono le “fonti giornalistiche”: due articoli usciti sullo stesso giornale, il Corsera. Il Colle ha detto ‘stop’ a tutti.
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NB: I tre articoli sono stati pubblicati, rispettivamente, il primo il 7 novembre 2017 e l’8 novembre 2017 il secondo e il terzo sempre su pagine di Quotidiano Nazionale. 
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Elezioni regionali in Sicilia: il Pd crolla, Renzi nella bufera, ma la sconfitta non è ‘epocale’

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Pubblico qui il testo completo del mio primo articolo (scritto sulla base degli exit poll della notte del 5 novembre 2017, quindi NON sui risultati reali arrivati solo nel pomeriggio del 6 novembre!) su Renzi, il Pd e le elezioni regionali in Sicilia. Poi, pubblico una breve analisi, sui dati dell’istituto Cattaneo, sui voti di lista del Pd. 

 

  1. Inizialmente avevo pubblicato solo il link al mio articolo x @Quotidiano.net e Quotidiano Nazionale. NB. L’articolo è  stato scritto domenica notte, entro e non oltre le 23.45, sulla base degli exit poll di Rai 1 (Swg) e La 7 (Emg) – (  http://www.quotidiano.net/politica/elezioni-regionali-sicilia-1.3514983/amp)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

«TUTTO è andato come previsto. Il risultato è quello che ci aspettavamo. Sapevamo che finiva così». Il commento che Matteo Renzi condivide con i suoi sulle elezioni siciliane è questo. Non una parola di più, non una parola di meno.
Al Nazareno, in pratica, non parla nessuno e non c’è quasi nessuno. Renzi è a casa sua, Martina, Orfini e Guerini idem. A sostenere il peso delle interviste notturne ai tg e ai talk show restano in due. Il povero Davide Faraone, plenipotenziario di Renzi in Sicilia (anche il segretario regionale, Fausto Raciti, è missing in action) ha lo sguardo e la parlata triste. Poi, però, tira fuori gli artigli e graffia: «Micari ha avuto il coraggio di candidarsi. Grasso (Pietro, presidente del Senato e front runner di Mdp e della futura Sinistra ndr) questo coraggio non lo ha avuto. Lo abbiamo aspettato inutilmente per mesi. Inoltre, Mdp e SI, dopo aver proposto loro Micari, hanno rotto la coalizione». Traduzione: Grasso è un codardo e se Micari perde la colpa è della sinistra che ora lo vuole come suo candidato alle Politiche.
Poi c’è il responsabile Enti locali, Matteo Ricci che però è di Pesaro. La sua è una dichiarazione stentorea: «L’andamento degli exit poll conferma una sconfitta tanto netta quanto annunciata». Solo il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, a exit poll stabili, ha il coraggio delle parole: «Se i risultati confermeranno gli exit poll ci troveremmo davanti a una sconfitta tanto annunciata da tempo quanto netta e indiscutibile. Verificheremo oggi i risultati finali delle liste e dei candidati, ma la ‘sfida gentile’ che Micari ha generosamente lanciato non è bastata per vincere le elezioni. Chi alla nostra sinistra immaginava sorpassi rimane fermo ed inchiodato al risultato di 5 anni fa nonostante il battage di tutti questi mesi». Qui non serve la traduzione: per Guerini, che parla in vece di Renzi – come sempre accade nei momenti più hard della vita del Pd – i ‘colpevoli’ della sconfitta sono due. Il primo è la debolezza del candidato, Micari. Ieri neppure il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che lo ha voluto candidato, era in città per consolarlo. Orlando era a Roma per vedere una bella mostra sui pupi che inagurerà, ma solo oggi, con Mattarella. L’ex governatore, Rosario Crocetta ha fatto di tutto, sempre in odio al Pd, per far perdere Micari mentre il «renzianissimo» Totò Cardinale, che è il più furbo di tutti, si è già messo d’accordo con Musumeci: gli ha dato i suoi voti ieri, gli darà i suoi seggi domani.
Il secondo problema, per i renziani, si chiama Sinistra: «nei sondaggi nazionali siamo competitivi (centrosinistra al 31,4%, ndr) ma il 6% di Mdp-SI rischia di farci perdere le Politiche» sibilano al Nazareno dove il ‘tradimento’ di Grasso è l’onta ancora da lavare. Del resto, dicono i renziani doc che hanno parlato con ‘il Capo’, «Il Pd di Bersani, nel 2012, ha preso il 13,4%, in Sicilia. Abbiamo vinto grazie a Crocetta e all’Udc, mica grazie al Pd. E alle Politiche, appena 4 mesi dopo, poco di più.
IL PROBLEMA è che, per il Pd ‘lista’, in Sicilia il tonfo sembra epocale, ma non lo è, anche se è sicuro che potrebbe portare con sé conseguenze politiche, per lo stesso Renzi, ieri notte ancora incalcolabili. Il Pd è inchiodato a percentuali da prefisso telefonico: gli exit-poll lo collocano tra il 8% e il 12% (Ipr) o tra il 9% e il 13% (Emg). La sconfitta di Micari, paradossalmente, è meno fragorosa: il 16%-20% è un risultato non disprezzabile. Invece, per il Pd, è come non esistere più, in Trinacria, dove – tanto per dirne una – il Rosatellum assegna ben 21 collegi uninominali. E qui sovviene un po’ di memoria storica: nel 1991 il Pds di Occhetto (plenipotenziario nell’isola era Pietro Folena) prese il 10,5%, surclassato persino da un Psi in disarmo. Macaluso e i miglioristi chiesero, subito dopo, le dimissioni di Occhetto che non arrivarono solo perché, nel 1992, venne giù tutto. Renzi, però, avverte i naviganti: «Il 13 novembre ci sarà la Direzione, spero che tutti, anche i più critici, capiscano che serve uno sforzo di squadra». Il paragone con il povero Occhetto, che ci perse la faccia, resta sullo sfondo.
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 2. I numeri ‘veri’ delle elezioni regionali in Sicilia (studio dell’Istituto Cattaneo) 

ROMA – EMC
Il centrosinistra ha perso le elezioni in Sicilia? Sì, e male. Il suo candidato, Fabrizio Micari, è arrivato terzo (18,7%) dopo il vincitore, Musumeci (39,8%) e Cancelleri (34,7%). Poi, però, a guardare i voti assoluti, quelli di lista e i seggi, ieri forniti da un’ottima analisi dell’Istituto Cattaneo, ecco emergere un quadro assai più complesso. Micari ha raccolto 230 mila voti in meno rispetto alla candidatura di Crocetta, ma i partiti della coalizione di centrosinistra hanno ottenuto più voti rispetto al loro candidato (+ 100 mila voti circa). Infine, il dato della lista del Pd: 257.274 voti nel 2012, 250.633 voti oggi, cioè -6.641 voti (-0,4%). In percentuale il Pd ‘cala’ dal 13,4% del 2012 (Bersani) al 13,0% di oggi. Ma in seggi, il Pd ne perde 6: erano 17 nel 2012, sono 11 ora. Una sconfitta, certo, ma non ‘epocale’. La lista di Fava, che come candidato fa +5 mila voti (pochi), è ferma al 5,1% cioè -26 mila voti assoluti sul 2012 (-1,4%) e 1 solo seggio. Insomma, a sinistra, “se Sparta piange, Atene non ride”. 
 
NB: I due articoli sono stati pubblicati rispettivamente il primo il 6 novembre 2017 e il secondo l’8 novembre 2017.

Elezioni regionali in Sicilia: pronti? Via! Aspettative, progetti e timori del Pd di Renzi ma anche degli altri competitor

Pubblico qui di seguito un articolo quadro sulle elezioni in Sicilia, uscito qualche giorno fa, e uno sul Pd di Renzi in relazione alle elezioni regionali siciliane e al quadro politico. 

NB: I due articoli sono stati pubblicati il primo il I novembre a pagina 10 e il secondo il 4 novembre a pagina 4 sempre, ovviamente, su Quotidiano Nazionale 

Berlusconi/2

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

 

  1. La ‘corda pazza’. Le elezioni regionali in Sicilia e le aspettative dei vari big (l’articolo è stato pubblicato il I novembre 2017 a pagina 10 del QN)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

Il centrodestra, se vincerà, diventerà un blocco granitico, unito fino alle prossime Politiche nello schema del tridente FI-Lega-FdI più liste centriste (Udc di Lorenzo Cesa in testa) d’appoggio oppure il ‘patto dell’arancino’ siglato, a uso e consumo dei giornalisti, nella ‘trattoria del Cavaliere’ di Catania tra Berlusconi, Meloni e Salvini (testimoni inconsapevoli e pittoreschi il candidato Musumeci e soprattutto il funambolico Sgarbi) sarà presto solo un ricordo il centrodestra tornerà a dividersi anche alle Politiche? I 5Stelle, se riusciranno nel colpaccio in terra normanna e saracena, espugnandola, troveranno l’abbrivio e per scalare il Potere romano, magari chiedendo l’appoggio della Lega e, chissà, anche della Sinistra di Bersani e Fratoianni con cui ormai ‘flirtano’? Il Pd, se perderà in modo rovinoso, riaprirà la tiritera sulle alleanze, cercando di recuperare con gli scissionisti di Mdp e sulla spinta dei big che assedieranno Renzi imponendosi a suo scapito e magari scalzandolo dalla posizione di candidato premier del centrosinistra oppure Renzi continuerà a imporre se stesso e la sua strategia in vista delle Politiche?

Le elezioni regionali siciliane del 5 novembre sono un test nazionale, ma presentano anche una lunga serie di varianti locali possibili solo in terra di pupi e di pupari. Quella “corda pazza”, per dirla con Leonardo Sciascia, che è sempre stata, appunto, la Sicilia. Prendiamo la legge elettorale isolana. Si vota l’elezione diretta del governatore e, insieme, di 62 componenti dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana. I seggi, assegnati con metodo proporzionale e soglia di sbarramento al 5%, sono ripartiti su base provinciali. Un meccanismo infernale che prevede, per il candidato vincente, solo 7 seggi di ‘listino’ in appoggio (uno va, di diritto, al secondo candidato governatore meglio piazzato). Morale: governare è quasi impossibile, bisognerà fare accordi trasversali (centrodestra con pezzi di centrosinistra, lo scenario più probabile, o 5Stelle che chiederanno appoggio alla sinistra di Fava, scenario non irrealistico). E così i 4,6 milioni di siciliani chiamati alle urne(ma l’affluenza è prevista molto bassa, a circa 2,3-2,5 milioni di votanti) non lo sapranno neanche lunedì mattina, quando si aprirà lo spoglio reale dei voti, chi ha vinto. Dovranno aspettare, rassegnati, che i partiti facciano i loro giochi una volta dentro l’Ars (dove, non dimentichiamolo mai, un consigliere regionale gode dello status di ‘deputato’ nazionale come neppure succede alle regioni con minoranze speciali e guadagna di più).

E i candidati? Quello del centrodestra, Nello Musumeci, è in testa in tutti i sondaggi, riservati e ufficiali, ma ora è in ambascie perché ‘mascariato’ dalle polemiche sulle liste, dove indagati, rinviati a giudizio e condannati abbondano ‘a sua insaputa’. Inoltre, paga il gioco a rimpiattino di Berlusconi e Salvini che, in Sicilia, nell’arco di soli due giorni, prima decidono di farsi lo sgambetto con comizi concorrenti e poi, solo in corner, si ravvedono, pensando che è meglio farsi vedere insieme (a Catania, appunto). Il candidato dei 5Stelle, Giancarlo Cancelleri, si è portato in giro i poveri Di Maio e Di Battista e, sabato, concluderà una campagna elettorale con i fuochi d’artificio a Palermo, alla presenza del leader-non leader dell’M5S, Beppe Grillo.  Cancelleri iniziava a crederci, nella vittoria al fotofinish, ma anche lui sta subendo polemiche sulle liste ‘inquinate’. Il candidato della sinistra-sinistra, Claudio Fava, spera in un sorpasso clamoroso sul candidato del Pd, rivendica di avere le ‘mani pulite’, ed è pronto a fare accordi, dopo il voto, con l’M5S per aiutarli a governare. Scenari anche nazionali. Infine, c’è il candidato di Pd-Ap, il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari. Vittima designata di una sconfitta annunciata, è l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, lo ha imposto a Renzi e al Pd locale e nazionale, che non lo voleva, ma ora se ne disinteressa della sua sorte e si limita a fare uno sguardo grave e mesto, tipico orlandiano. Il governatore uscente, Rosario Crocetta, disarcionato dal Pd, ha ‘finto’ di non riuscire a presentare la sua lista. Accanto a Micari non si fa più vedere nessuno. Insomma, un vero disastro. Disastrose anche le possibili ripercussioni nazionali nel Pd. Renzi ha deciso di disinteressarsi da tempo del caso Sicilia. Ha demandato la pratica ai suoi luogotenenti locali (Fausto Raciti, segretario regionale, e Davide Faraone, ras renziano) e amen. Consapevole degli effetti di una debacle in Sicilia, Renzi è il solo leader nazionale che ha fatto un solo comizio con Micari e stop. Ora gira con in tasca un foglietto con segnata sopra la percentuale presa dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (quando Crocetta vinse grazie alle divisioni nel campo del centrodestra, tra Musumeci e Micciché, oggi nuovo ras incontrastato di Forza Italia e non solo nell’isola, e grazie, soprattutto, ai voti che gli arrivarono in dote dall’Udc, allora molto forte, di D’Alia e Casini, oggi ancora alleati con il Pd mentre l’Udc Cesa l’ha portata armi e bagagli con FI). In realtà, il Pd un alleato ce l’ha. L’esangue Ap di Alfano, i cui sotto-panza locali, quelli con i voti, sono però già quasi tutti saliti sul treno di Musumeci. Poi ci sono dei veri geni della Politica come Totò Cardinale che, come una spia della Guerra Fredda, fa il triplo gioco: renziano a Roma (anzi, per la precisione intimo amico e sodale del ministro allo Sport Lotti), ha fatto una lista pro Micari, ma promette voti sottobanco a Musumeci e strizza l’occhio pure a Cancelleri. Del resto, qualcuno dovrà pur governarla, la Sicilia.


2. Si vota in Sicilia, ma si pensa a Roma. Renzi si eclissa: prepara la guerra del dopo (articolo pubblicato il 4 novembre 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale) 

Ettore Maria Colombo – Roma
 
Il segretario del Pd, Matteo Renzi, non passerà un piacevole fine settimana. Reduce dai fasti della conferenza a Chicago – dove Obama lo ha non solo voluto, ma lodato e coccolato – domenica si vota in Sicilia e, per il candidato premier del centrosinistra (ma sarà lui, alla fine?) possono arrivare solo brutte notizie, e pure tante. Il candidato del Pd, Micari, arriverà terzo, se gli va bene, e il risultato della lista del Pd rischia di essere disastroso, anche se il leader ha già in tasca un foglietto con i voti presi dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (13%). In ogni caso, Renzi,alla chiusura della campagna di Micari, unico tra i leader di partito nazionali, non c’è. Sa che i risultati in Sicilia gli verranno rinfacciati.
Infatti, mentre il ministro Dario Franceschini, in teoria in maggioranza con Renzi, tace e aspetta lunedì per dire la sua (“e non farà sconti a Renzi”, sibilano i suoi), il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, leader della minoranza interna (Dems) parla a ogni pié sospinto. Solo ieri Orlando ha dato due interviste, una a mane (Repubblica tv) e una a sera (Otto e mezzo). Nella prima ha asserito, minaccioso, che “dopo il voto siciliano bisognerà ragionare sul perimetro della coalizione” e, soprattutto, sul candidato premier del centrosinistra”. Sottotesto: per me non può e non deve essere Renzi. A sera, fintamente più conciliante, Orlando dice che “se perde Micari si porrà il tema di evitare lo stesso destino sul piano nazionale. E’ quindi necessario individuare il miglior candidato premier. Il Pd andrà a quel tavolo con Renzi”. Sottotesto: fingo di appoggiare lui come candidato, ma meglio se è un altro.
 
 
Il segretario dem, in realtà, parla d’altro. Ieri, nella Enews – dove ha confermato che accetta il confronto in tv con Di Maio (si terrà martedì su La 7) e che la Leopolda si terrà dal 24 al 26 novembre a Firenze – ha ribadito per intero la dura  posizione presa dal Pd sulle banche: “Troppe cose non hanno funzionato: i manager e i banchieri che hanno sbagliato devono pagare, sacrosanto. Ma se vogliamo che qualcosa cambi davvero le alte burocrazie del Paese devono smettere di buttare la croce addosso ai politici e assumersi le loro responsabilità”. Ma al di là del caso banche, gira che ti rigira, sempre là si torna: chi sarà il candidato premier del centrosinistra? Renzi o altri (Gentiloni)? Il segretario si dice “pronto” a fare le primarie, ma in realtà aspetta solo di vedere il primo che, in Direzione (già convocata per il prossimo 13 novembre) “si alzerà per chiedere di ‘rivedere’ le alleanze: lui mi tradirà”, dice ai suoi con aria grave  neanche si trattasse di Gesù Cristo che indaga ai commensali il novello e perfido Giuda.
 
Intanto, sempre ieri e alla buon’ora, persino l’indeciso Giuliano Pisapia ha deciso che è arrivata l’ora di ‘scendere in campo’. Però, come ha più volte ripetuto, lui non si candiderà. E’ chiaro solo lo schieramento: unitario, alleato al Pd e composto da tanti ‘nanetti’, la nascente Lista Civica Nazionale (il nome), sarà composto dai Radicali di Riccardo Magi, Forza Europa di Benedetto Della Vedova, il Psi di Riccardo Nencini, forse anche i Verdi di Angelo Bonelli e l’Idv di Ignazio Messina (incredibile, esiste ancora l’Idv, ma non la guida più Tonino di Pietro, passato con Mdp come del resto Bobo Craxi, ma tale Carneade Messina…). Non è chiaro, invece, il front-runner, di una tale Lista e area politica, ma potrebbe essere una front-women, cioè una donna. Emma Bonino, se vorrà, o la presidente della Camera, Laura Boldrini, assai sponsorizzata da Pisapia e dal suo Campo progressista, a meno che non vada col Pd. Sarà lei, per conto del nascente Ulivo bis a chiedere, con la benedizione di Romano Prodi, al Pd di fare le primarie. Una richiesta che, forse, Renzi non potrà più rifiutare. 
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NB: Gli articoli sono entrambi pubblicati sulle pagine del Quotidiano Nazionale 
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Pd, nuovo scandalo a Napoli. Boom di tessere gonfiate, il partito corre ai ripari

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

L’ex premier Matteo Renzi insieme a Lorenzo Guerini

Roma, 2 marzo 2017 – AVEVA promesso di usare il lanciafiamme Matteo Renzi, dopo le ultime amministrative, sul Pd napoletano. Non lo ha fatto, alla fine, si è limitato a una visita in incognito alle Vele di Scampia (per carità, cosa buona e giusta) epperò, così, quando si parla di tessere gonfiate, cinesi in fila, liste contraffatte, il pensiero lì corre, sotto il solo del Vesuvio. Il ‘pasticciaccio brutto’ scoppia per il boom di 300 neo iscrizioni al Pd tra Napoli e provincia, con corollario di video che testimoniano l’elargizione gratuita di tessere nel circolo di Miano («I dieci euro ve li danno all’interno…»). Ma, fa sapere il partito, a Castellammare sono state trovate – e subito già bloccate – altre cento tessere pagate con la stessa carta di credito, così come a Quarto e Bagnoli è stata notata una crescita anomala di tesserati, su cui sono scattate le verifiche. Morale: un disastro, immediatamente rilanciato su siti e tv lungo tutto eri, mentre i grillini urlano di gioia.

IN EFFETTI, chiamarli «casi isolati» è una pietosa bugia. Primarie truccate nel 2011, soldi distribuiti fuori dai seggi per votare a quelle del 2016, quasi sempre code di ‘cinesi’. E ferite mai rimarginate come le accuse al veleno del migliorista Umberto Ranieri, sconfitto dall’ingraiano (sic), in realtà bassoliniano di ferro, Andrea Cozzolino nel 2011: Cozzolino perse in tutti i seggi tranne uno, quello di Secondigliano, dove stravinse col 97% e Ranieri, imbufalito, gridò ai  brogli, sbatté la porta e se ne uscì dal Pd per mai più rientrarvi.

E, di recente, firme false e candidati «a loro insaputa» nelle liste a sostegno di Valeria Valente (ex Giovane turca) alle comunali del 2016, quelle in cui il Pd rovinò al 9% dei voti e consegnò la città al sindaco-‘scassatutto’ Giggino De Magistris e alla sua lista arancione. Risultato: un partito commissariato un’infinità di volte, tra cui dall’attuale ministro Orlando, neo-sfidante di Renzi (a Napoli ce lo spedì Bersani): ora dice «la rottamazione non ha funzionato, il congresso non andava fatto». Invece, Emiliano filosofeggia: «Il tesseramento non funziona più, va rivisto integralmente». Mentre Renzi suggerisce ai suoi di evitare con cura le polemiche, confidando nel lavoro della magistratura. Fatto sta che il Pd in Campania risulta un partito corrotto e raso a zero. Fuori di Napoli ‘governa’ De Luca, a Napoli la Valente è stata sfiduciata dai suoi colleghi come capogruppo al Comune.

E IL SEGRETARIO provinciale, Vincenzo Carpentieri, che ha bloccato le adesioni nei circoli sospetti e che ora promette «rigore», è stato sfiduciato persino dai consiglieri comunali del piccolo Comune di cui è sindaco (Melito). Fuori da tutto (per finta) c’è l’ex re di Napoli, Antonio Bassolino, diventato un anti-renziano viscerale (in odio a De Luca ma non solo): con una mano dice che «la situazione a Napoli è di grave emergenza politica e morale», ma con l’altra mano aiuta a organizzare gli scissionisti di Mdp (gli eurodeputati Paolucci, oggi con Mps, e Cozzolino sono uomini suoi). Solo Leonardo Impegno, giovane deputato, di area ex socialista, prova a mettere il dito nella piaga: “Basta con i signori delle tessere, vogliamo come iscritti solo i signori delle idee”.

INSOMMA, un disastro. Il Nazareno prova a correre ai ripari. Il vicesegretario dem Guerini e il presidente del partito Orfini spediscono di mattina presto Lele Fiano (deputato milanese, stile da corazziere buono, come mandare Luther King a predicare al Ku-Ku-Klan) a Napoli e garantiscono che «il Pd metropolitano era già intervenuto e ha fermato tutto prima che i fatti divenissero pubblici». I due, inoltre, assicurano che «se verranno riscontrate anomalie, il Pd prenderà le necessarie misure, espulsioni comprese» (Orfini) e «la commissione congressuale è impegnata a seguire la verifica e pronta a intervenire» (Guerini). Peraltro, ieri, a Guerini è andata di traverso la giornata, a partire dalla colazione.

Infatti, il tesseramento del Pd si è chiuso il 28 febbraio e Guerini si era tenuto la notizia per festeggiare i dati, quelli nazionali, che, in effetti, sono buoni, anzi ottimi: 405.041 iscritti con una progressione, seppur graduale, che sa di rinascita (erano 378.669 nel 2014, 395.574 nel 2016, più 5% circa). Solo che, pure ieri, nel Pd di Guerini, non c’era nulla da festeggiare.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 6 del Quotidiano Nazionale il 2 marzo 2017. 

Renzi: “Congresso subito e niente elezioni. Ora li freghiamo con le loro regole” Scena e retroscena del redde rationem nella Direzione del Pd

NB: I due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti a pagina 2 e 3 del Quotidiano nazionale di martedì 14 febbraio. Il segretario del Pd ha smentito, con una nota diffusa oggi alle agenzie, alcuni dei virgolettati che gli sono stati attribuiti in merito alla ‘resa dei conti’ con la minoranza interna. 
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO
1) Renzi mette all’angolo la sinistra: “Si fa il congresso e chi vince comanda”.
La resa dei conti è già arrivata, ma le dimissioni vengono rinviate all’Assemblea.
Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi si presenta alla Direzione ‘fine di mondo’ del Pd in maglioncino blu. “E’ ingrassato ma è rilassato, finalmente”, dicono i suoi. Sul palchetto – lo stesso dove Bersani presentò la sfortunata coalizione Italia Bene Comune e dove il Pd decise (fortunatamente) di votare Mattarella a Capo dello Stato – siede anche il premier, Paolo Gentiloni, oltre allo stato maggiore del Pd (Guerini, Serracchiani, Ricci, Zampa, Orfini che presiede i lavori).

 Renzi la prende larga: parla di Trump, della Le Pen, dell’Europa, sfiora Grillo e Salvini, cita Baumann e un sociologo dal nome vagamente russo che però nessuno conosce e la sua  teoria sulla “proboscide dell’elefante”, poi scende sull’Italia, rivendica i meriti del suo governo, ricorda in modo puntuale e puntuto tutt’e le volte che ha fatto a braccio di ferro con l’Europa, quella dell’austerity e dei vincoli di bilancio, rinfocola – pur scherzando – la polemica con Paodan sulla manovrina ma dice (“Mi rivolgo ai giornalisti, tanto sono le uniche cose che vi interessano”) che “la data del voto alle Politiche e il congresso del Pd sono due cose separate e distinti, anche perché la data del voto la decidono il Capo dello Stato, il presidente del Consiglio, il Parlamento e io non faccio parte di nessuno di questi organismi, non sono neppure parlamentare”.
Insomma, le elezioni ci saranno, prima o poi, e noi dobbiamo farci trovare pronti, in qualsiasi momento ci saranno” – sottolinea l’ex premier – “ma io non ne ho l’ossessione”, assicura. Poi da’ un altra notizia, sempre ai giornalisti (categoria che mal sopporta, questo si sa): “Io non cerco nessuna rivincita rispetto al referendum del 4 dicembre. Quello era un turno unico, non c’è il girone di ritorno”. E con le autocritiche, però, si ferma qui. Prima di andare al cuore del problema, e cioè il congresso del Pd che intende lanciare presto, prestissimo (così presto che l’Assemblea nazionale che lo indirà verrà convocata già sabato prossimo, 18 febbraio, e sarà lì, in quella sede, che verrà deciso l’iter di un percorso congressuale che sarà altrettanto rapido, se non rapidissimo, conclusione entro aprile), Renzi parla di tasse, di manovrina e di un rapporto con la UE in cui bisogna entrare “coi gomiti alti”. E così pure l’avvertimento ai ‘furbetti’ di Bruxelle (e a Padoan) è recapitato.
Ma la platea della Direzione dem – allargata per l’occasione ai parlamentari e ai segretari provinciali e regionali che però resteranno muti e silenti spettatori dello spettacolo – aspetta solo di sapere cosa dirà Renzi del congresso, di quando lo vuole fare e come. E qui l’ex premier fa il suo ennesimo colpo di teatro (anzi: da giocatore di poker): non annuncia le dimissioni da segretario, come molti si aspettavano e avevano pure scritto, ma delinea i confini generali, anche se molto indistinti, del prossimo confronto congressuale. Innanzitutto, dice in chiaro e poi ripete ai suoi come un mantra, che “io non sarò mai uno di quelli che cede alle correnti, se vogliono uno che sia prigioniero dei caminetti se ne scelgano un altro”. Ed è qui, sia nella relazione introduttiva che nella replica, che Renzi mena fendenti a destra e, soprattutto, a sinistra. “Se digitate su Google ‘resa dei conti’ nel Pd vengono fuori 337 mila visualizzazioni, direi che è ora di dire ma anche basta”, afferma. Attacca la minoranza e, senza fare i nomi, i vari D’Alema, Bersani, Rossi, Emiliano, Speranza, che “un giorno mi chiedono di fare il congresso, un giorno le primarie, un giorno la legge elettorale, etcetera”. “NON potete più prendere in giro così la nostra gente”, e qui quasi urla, si scompone, ma è solo un attimo. “Faremo il congresso a norma di Statuto, con le regole del 2013 (quello con cui Renzi  vinse il congresso contro Cuperlo, ndr)”, il che vuol dire – specifica – che “ci si confronta, ci si scontra, ma poi chi vince comanda e chi perde rispetta e si adatta al vincitore, non fugge via col pallone come un bimbo dispettoso”. Poi rivendica non solo i tre anni a guida del governo, ma anche quelli a guida del suo partito, che “stava al 25% e io l’ho portato al 40% (vero, però sta parlando delle Europee 2014).
Dopo la sua relazione, intervengono tutti o quasi i big. Al netto della minoranza, Orfini e Martina parlano per difendere con l’aratro la linea che Renzi ha solcato, Franceschini resta muto e, pare, assai contrariato, ma poi si acconcerà a votare la relazione finale. Solo Orlando si distingue: chiede una conferenza programmatica, ma dice no a ogni ipotesi di scissione e, alla fine, non vota la relazione a sostegno della mozione del segretario insieme a pochissimi dei suoi (“Erano quattro gatti” li irridono i renziani) mentre il grosso dei Giovani Turchi (Raciti, Verducci, Marini) vota compatto la linea del segretario che è uguale a quella del presidente e leader della loro corrente, Orfini. I numeri finali del voto parlano da soli e in modo impietoso: 107 voti a favore, 12 contrari e 5 astenuti. Ora si vedrà nell’Assemblea nazionale di sabato se la linea di Renzi reggerà alla prova del fuoco.
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2) Il leader del Pd: “Ora ci divertiamo. Li freghiamo al Congresso con le loro regole”. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
La notizia è che Matteo Renzi ha rinunciato al voto a giugno. “È impossibile, non ce la si fa più, ormai”, ha detto ai suoi, ma rincuorandoli così: “Con Gentiloni l’intesa è perfetta, decideremo insieme”. Elezioni a settembre, magari in coincidenza con quelle tedesche (il 24), o addirittura a ottobre? “Ragazzi, dai, cerchiamo di essere seri: la legge di Stabilità va presentata il 15 ottobre in Europa, Mattarella e la Ue non ci lasceranno mai votare allora. Vorrà dire che, quando e se sarò di nuovo segretario del Pd, e avrò davanti a me quattro anni di tempo, deciderò io insieme a voi, naturalmente, Del resto, prima o poi, bisognerà votare, a meno di dichiarare guerra a San Marino, e quando sarà noi, il Pd, saremo pronti. Però sia chiaro – aggiunge Renzi ai suoi alla fine di una Direzione che lo ha visto trionfare con numeri schiaccianti (“Li abbiamo spianati”, il commento dei suoi sui numeri che hanno visto trionfare la mozione dei renziani con 107 voti contro 12 contrari e 5 astenuti) che quando si voterà noi faremo una campagna elettorale contro l’austerity, la rigidità della Ue, i lepenismi e i trumpismi europei e mondali, ma anche contro  il sovranismo di Salvini e il massimalgrillismo”. E così, sgomberata dal tavolo la questione del voto, Renzi può dedicarsi a riprendersi il suo partito, il Pd. Non senza aver menato fendenti ai suoi oppositori, da Emiliano a Bersani a D’Alema cui ricorda la gestione fallimentare di banche del tempo che fu e insinuando: “facciamo la commissione sulle banche ci divertiamo”.

Per la minoranza e i suoi campioni (“Alla fine, vedrete, schiereranno Emiliano, per cercare di toglierci voti al Sud, ma De Luca sta con noi”, nota il premier, quindi poco male) saranno dolori. “Pensano di fregarci con le regole? E noi li seppelliamo. E con le loro regole”. Renzi e i suoi si sono calati l’elmetto e hanno deciso di giocare duro sul terreno avverso, “quello che la minoranza adora: regole, Statuti, commissioni congressuali, pure l’Ave Maria”. Traduzione: se vogliono fare la scissione sulla data del congresso, che si accomodino pure.

In effetti, il percorso è di guerra. Assemblea nazionale il 18 febbraio. Solo in quella sede Renzi si dimetterà da segretario del partito e chiederà di aprire la stagione congressuale da segretario dimissionario, reggente del partito sarà il presidente Orfini. A quel punto la parola passerà ai circoli, dove verranno presentate le diverse candidature al congresso e che le scremerà in vista della Convenzione nazionale, cui arriveranno solo i primi tre candidati che avranno superato il 5% dei voti. Questi presenteranno le loro piattaforme programmatiche e si aprirà la fase finale, le famose primarie, aperte a iscritti ed elettori del Pd. Tempi? Assai rapidi. Renzi pensa di chiudere la prima fase, quella dei circoli, entro marzo e tenere le primarie ad aprile. Tra i renziani di stretta osservanza gira già una data, l’8 aprile, ma potrebbe esserci un allungamento fino alla fine di aprile o inizi di maggio.

La maggioranza che sostiene il premier nella battaglia congressuale (i renziani, ovviamente, ma anche l’area del ministro Martina, i Giovani Turchi di Orfini, pur decapitati della componente che fa capo al ministro Orlando, il quale però si limiterà a richiedere una Conferenza programmatica – e, obtorto collo, l’area di Franceschini) ha preparato un pacchetto da ‘prendere o lasciare’. Del resto, “anche se la minoranza, più Orlando e qualcun altro (leggi Franceschini, ndr) volesse giocarci qualche scherzo in Assemblea – ragiona un renziano di prima fascia – vorrei ricordare a tutti che, all’ultimo congresso, le liste non le ha fatte neppure Guerini, ma Luca Lotti: abbiamo 750 voti” (qui si intendono i voti all’interno dell’Assemblea nazionale, che ha una platea di mille delegati).

In effetti, il tiro mancino potrebbe essere questo: proporre un documento contrapposto a quello di Renzi, chiedendogli persino di rimanere al suo posto, ma obbligando a un congresso ‘lungo’, come vuole la minoranza (inizio in giugno, pausa estiva, ripresa in autunno). In assemblea si vota a maggioranza semplice su mille componenti, ma i renziani sono certi di avere i numeri dalla loro. Parola, dunque, all’Assemblea. Ci sarà da divertirsi.

NB: i due articoli sono usciti sul Quotidiano Nazionale del 14 febbraio 2014 a pagina 2-3.

D’Alema lancia il fronte anti-Renzi: l’obiettivo è fondare un “Nuovo Ulivo” con i vendoliani e arruolare i girotondini

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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI, Massimo D’Alema (già colonnello del Pci, già segretario del Pds, già premier, oggi presidente della Fondazione Italiani-Europei e, in Europa, della Fepps, una sorte di ‘Fondazione delle Fondazioni’…) ha dato un’ampia intervista al Corriere della Sera per ripetere, per una pagina intera, uguale e identico concetto: «Con Renzi non vinceremo mai». Eppure, si sbaglierebbe a derubricare la questione alla voce «antipatie radicate di D’Alema», cartellina assai gonfia (prima Veltroni, poi Prodi, etc.). Stavolta, e da oggi in poi, si svilupperà – in quella sinistra-sinistra in cui, incredibilmente, da oggi milita pure lui, D’Alema – un fatto politico nuovo. Un partito, o meglio un insieme di partiti e gruppi (ci sarebbe già anche il nome: «Partito della Sinistra», Pds in sigla, a rieccheggiare antichi fasti), che si presenterà alle prossime elezioni politiche puntando su soglie di sbarramento ritenute abbordabili (il 2,5-5% alla Camera, il 4-8% al Senato) per «far male» (e, cioè, togliere voti) al Pd di Renzi «il più duramente possibile», come ha spiegato a interlocutori privilegiati (Massimo Bray, Enrico Letta, Giuliano Amato) lo stesso D’Alema in varie cene.

ECCO perché la vera notizia data ieri da D’Alema è che, il 28 gennaio, a Roma, al centro congressi Frentani, dai «comitati per il No» da lui fondati contro la riforma costituzionale di Renzi (presidente ne era l’avvocato ex Ds Guido Calvi, portavoce ne era l’ex civatiano Stefano Schwarz, che però pare si sta sfilando), battaglia vinta da D’Alema in modo indubitabile, nasceranno i «comitati per il Nuovo Centrosinistra». Guidati da D’Alema, ovviamente, novello comandante Leonida dei suoi ‘300’ spartani sotto forma di comitati (tanti, pare, già sono nati in giro per l’Italia) che si doteranno di un coordinamento e un coordinatore e che, come si evince dal nome, puntano a cercare legami con la tradizione ‘ulivista’ del centrosinistra, tradizione che proprio D’Alema, tanti anni fa, tanto combatté.

Del resto, nella sua guerra «di posizione» contro Renzi, oggi D’Alema non è più solo, anzi. E non solo perché fa proseliti nel centrodestra (Stefano Parisi, per dire, è suo buon amico), ma perché, a sinistra, l’idea di un Nuovo Centro-Sinistra a sinistra del Pd si lega e trova sponde con l’obiettivo di altri pezzi della sinistra-sinistra, radicale come girotondina. Parola d’ordine comune una sola: «Pur di veder sconfitto Renzi, che vincano i 5 Stelle! Noi andremo in Parlamento a fare l’opposizione!». Insomma, il programma dei dalemiani – e dello stesso D’Alema – è molto semplice e riassumibile in tre punti: 1) impedire a Renzi di ottenere le urne a maggio-giugno; 2) impedire a Renzi di ottenere la legge elettorale che preferisce (infatti, D’Alema torna a elogiare il Mattarellum, ma vuole il proporzionale); 3) fare male a Renzi prima al congresso, cercando di sconfiggerlo pure lì, e poi alle elezioni.

In più, D’Alema – che pure crede assai poco nella possibilità di riportare il Pd «sulla retta via», la sua – ha deciso di dare, sia pur se dall’esterno, una mano alla sinistra dem che vuole riconquistare la ‘Ditta’, «anche perché – ha spiegato – ‘quelli’ (la sinistra dem, appunto, ndr.), senza di me, non sanno neppure da dove cominciare». L’idea, in questo caso, è invece quella lanciare, in rinnovata entente cordiale dopo anni di gelo (lo definì «un cretino» quando ‘non vinse’ le Politiche 2013) con Bersani, un ticket per riconquistare il Pd. Il giovane Speranza (o, meglio, il ministro Orlando che D’Alema, e pure Bersani, giudicano “più strutturato” di Speranza) per la carica di segretario. Per la carica di candidato premier, invece, Enrico Letta. Il quale, però, non ne vuol sapere («è troppo presto, sono impegnato con la mia scuola di Politica a Parigi» ripete a chi gli fa la corte). Alternative, se ‘Enrico’ non cederà alle lusinghe di D’Alema e di Bersani, il furbo Michele Emiliano, governatore pugliese para-dalemiano, o il raffinato intellettuale Massimo Bray, intimo amico di D’Alema e di cui si era parlato già come candidato sindaco a Roma.

Ma c’è «molto altro», fuori dal Pd, e lì D’Alema vuole puntare come la parte di Sel che non vuol finire in una Sinistra Italiana radicale, quella di Vendola e Fratoianni, che rompa ogni legame con il Pd: il capogruppo alla Camera, Arturo Scotto, l’ex democrat Alfredo D’Attorre, il vice di Zingaretti in Lazio, Massimiliano Smeriglio. I socialisti «di sinistra» usciti dal Psi guidati da Bobo Craxi. E persino l’area dei «professori» (Zagrebelsky, Carlassarre, Falcone, etc) e due associazioni, «Libertà e Giustizia» (presidente Sandra Bonsanti) e Micromega di Paolo Flores d’Arcais che, il 21 gennaio, si ritroveranno a Roma. Area, quest’ultima, che non solo con D’Alema non ha mai avuto nulla a che spartire, ma che, dal palco di piazza Navona urlava, anni fa, con la voce stentorea di Nanni Moretti, «con questi leader non vinceremo mai!» e il leader in questione era D’Alema, mica Renzi.

NB: Questo articolo è stato pubblicato venerdì 20 gennaio a pagina 16 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Renzi ha scelto: il ‘compagno Andrea’ all’Organizzazione. Chi è Andrea Rossi: reggiano, ex bersaniano, braccio destro di Bonaccini in Regione.

(ER) PD. ROSSI: IO IN NUOVA SEGRETERIA RENZI? NO COMMENT/FT (FOTO 1 di 1)

Andrea Rossi e Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, di cui è sottosegretario

Ettore Maria Colombo
ROMA
«NO COMMENT». Risponde così, Andrea Rossi (classe 1976, sposato, ‘casalgrandese’ da sempre, come si definisce nella sua stringata bio, cioè uomo radicato e orgoglioso della sua Casalgrande, paese del reggiano di cui è stato sindaco dieci anni, dal 2004 al 2014), il nuovo responsabile Organizzazione del Pd. Lo ha voluto direttamente e cocciutamente lo stesso Matteo Renzi contro le pressioni del ministro Martina (che voleva quella poltrona per sé) e le resistenze dell'”Apparato” (quello ex Dc-Ppi, però, in questo caso, che pure nel Pd c’è).
Chi conosce «il compagno Andrea» sa che la nomina è ben più di un gossip, ma sa anche che il ragazzo è fatto così: quadrato e riservato. Ergo, fino all’ufficializzazione della notizia (anche qui Renzi ha deciso che la nuova Segreteria, con relativo ‘rimpasto’ di cui si parla da settimane, diventerà ufficiale sabato 21 gennaio quando il Pd mobiliterà tutti i suoi circoli), da Rossi non uscirà una ‘ah’. Nato, politicamente, nei Ds (anche perché nel 1991, quando venne sciolto il Pci, aveva 15 anni…), partito dove si è fatto le ossa, poi entrato nel Pd (oggi è membro della Direzione Nazionale e della Direzione provinciale di Reggio-Emilia), Rossi è quello che, una volta, ai tempi del Pci, veniva definito il perfetto «uomo macchina».
Infatti, sia da bersaniano prima («di ferro») che da renziano poi (altrettanto «di ferro»), Rossi quello fa e sa fare: organizza. Il suo paese natìo, la sua provincia (Reggio), la sua regione. E non è un caso che l’attuale governatore, Bonaccini – a sua volta ex bersaniano diventato renziano – una volta che lo scoprì, tanti anni fa, poi se l’è portato dietro ovunque fino alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, di cui Rossi è oggi sottosegretario.

MA LA SCINTILLA tra il Rottamatore fiorentino e il casalgrandese come e dove è nata? Rossi appoggia Bersani contro Renzi alle primarie 2012, poi arrivano le Politiche 2013, Bersani ‘non vince’, Rossi ci pensa su e scrive una lettera aperta: «Forse è il caso di ripartire da zero>, il che però vuol dire, per Rossi, <<da Renzi». E così quando Renzi si candida alle primarie del 2013 contro Cuperlo parte da due Feste dell’Unità che sono due topos dell’iconografia post-Pci: Bosco Albergati (Modena) e Villalunga-Casalgrande (Reggio). E a ‘organizzare’ il trionfo di Matteo nell’Emilia-Romagna ancora «rossa» è lui, il «compagno Andrea». Renzi, folgorato dalle sue capacità, lo chiama nel comitato nazionale a Firenze e Rossi entra in rapporto con Luca Lotti, che se lo porta pure a Roma.
Poi la candidatura in Regione, l’elezione, il lavoro con un Bonaccini che oggi può giustamente rivendicare di averlo ‘scoperto’ lui, al Rossi. E un rapporto con ‘Matteo’ che passa anche per gli sfottò e sul calcio: Rossi è tifosissimo della Juve, Renzi della ‘Viola’, i due si scambiano sms ‘anche’ sul campionato, oltre che, ovviamente, sulla politica…
Certo, la nomina di Rossi non è ancora ufficiale. Dal suo entourage, per sdrammatizzare, rispondono con un battuta: «stiamo costruendo la Segreteria, che per Statuto ha 15 membri, mica la Direzione, che ne conta duecento…». Come a dire: “Chi entra Papa, in un conclave, esce cardinale…”. Ergo, qualcuno resterà fuori per forza, dalla Segreteria.

In effetti, qualche problema è sorto, lungo la strada. Renzi doveva formalizzare la nuova Segreteria nazionale oggi, ma è slittato tutto al 21. I motivi? Una rinuncia eccellente (lo scrittore Carofiglio), le perplessità di alcuni sindaci (Bonajuto), i soliti appetiti delle correnti che stanno col segretario, ma urlano «vogliamo di più» (Area dem, l’area Martina, i Giovani Turchi). E la preoccupazione di Guerini – che cederà volentieri l’Organizzazione a Rossi perché impegnatissimo sul fronte politico nazionale e perché la riteneva, da tempo, «troppo gravosa» – e Serracchiani di riuscire a «compensarle» tutte.

Infatti, la nuova segreteria del Pd – composta per Statuto da 15 membri più Renzi e due vice, Guerini e Serracchiani – vede varie new entry, molte uscite, poche conferme.
Entrano di sicuro Nannicini (Economia), Fassino (Esteri) e l’emiliano Andrea Rossi (all’Organizzazione). In forse, nelle ultime ore, alcuni innesti che parevano sicuri dello scrittore Gianrico Carofiglio e di uno dei due sindaci del Sud cui Renzi aveva chiesto una mano (Falcomatà di Reggio Calabria e Ciro Bonajuto di Ercolano) mentre è sicuro l’arrivo di Mattia Palazzi, sindaco di Mantova. Escono ben quattro donne (Paris, Capozzolo, Covello, Braga), giudicate «inesistenti» da Renzi, e una, Campana, coinvolta in Mafia Capitale, Amendola e Tonini, invece, per altri impegni istituzionali sopraggiunti. Resistono in sei: Ermini (Giustizia), Fiano (riforme), De Maria (Formazione, area Cuperlo), Ricci (Enti locali), Puglisi (Scuola), Taddei (lavoro). I renziani Carbone e Bonaccorsi pure in forse.

MORALE: Renzi – che, in realtà, ha in testa molto altro (la data del voto, la legge elettorale, etc.), ma che ha anche capito, stavolta, che senza un vero e pieno rilancio del partito non va da nessuna parte – si è preso un paio di giorni in più per riflettere. La Segreteria sarà varata solo venerdì. Oggi, mercoledì, al Nazareno, si vedranno i segretari regionali e provinciali, convocati dai due vicesegretari, Guerini e Serracchiani, per fare il punto e coordinare le tante iniziative incombenti: il 21 gennaio mobilitazione dei circoli dem; il 27-28 gennaio, a Rimini, conferenza di tutti gli amministratori locali e rentreé pubblica del leader, il 4 febbraio iniziativa sull’Europa. Tutti appuntamenti, tranne quello del 27-28 gennaio, quando parlerà dal palco, in cui Renzi ha deciso di adottare, d’ora in poi, il «modello Young Pope»: farsi vedere poco e far crescere l’attesa è l’idea (chissà se piacerà).
Una cosa è certa: spetterà al «compagno Andrea» raccogliere, intorno al ‘giovane leader’, nuove e fresche folle plaudenti. Non sarà facile, ma il compagno Andrea ha spalle larghe.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 18 gennaio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)