“Liberi e Uguali” nasce con Grasso alla guida. Il presidente del Senato infiamma la platea, ma i problemi non mancano. Cronaca della giornata e un po’ di ‘colore’

  1. “Io ci sono!”.  Grasso conquista la platea dei delegati della nuova ‘Cosa Rossa’.
Guttuso

I funerali di Togliatti, quadro di Renato Guttuso

<Io ci sono! Io ci sono! Io ci sono!». E’ nato un nuovo leader, nel parco della Sinistra radicale e post-comunista italiana, pur senza averne le stimmate (del glorioso passato). Si chiama Pietro, detto ‘Piero’, Grasso. L’ex pm e poi procuratore capo di Palermo, poi ancora a capo della Procura nazionale Antimafia, amico personale di Falcone e Borsellino, venne candidato ed eletto dal Pd a guida Bersani nel 2012 e poi è diventato presidente del Senato, ieri ha dimostrato la stoffa – non scontata – dell’oratore politico. Specie quando ha attaccato, senza nominarlo, il Pd: «Mi hanno offerto d tutto», ha ricordato sprezzante, «dai seggi sicuri alla possibilità di fare la riserva della Repubblica» (il che vuol dire, tradotto, di fare il presidente della Repubblica nel post-Mattarella: sei anni, però, troppi). E già lì parte la prima standing ovation di una platea che il Pd lo odia e che, sostanzialmente, punta a far perdere le elezioni a Renzi e ai suoi oltre che aspirare – legittimamente – a rientrare in Parlamento con percentuali variabili tra il 6% e il 10% (molto dipenderà, appunto, da quanto porterà con sé in dote proprio la figura di Grasso).
Il discorso di Grasso arriva a conclusione di una decina di interventi di esponenti di «mondi» della «società civile»: applauditissimo il medico di Lampedusa, Bartolo, protagonista di Fuocoammare di Rosi (niente parentele con Francesco), pluri-premiato.
Alternati a loro parlano i «Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza. A differenza dei big (Bersani, D’Alema, Bassolino, Epifani, Errani, Rossi, Vendola) – cui tocca confondersi nelle seconde e terze file per evitare la sensazione di sinistra deja–vù – i tre sono quarantenni di belle speranze, e non solo chi, di loro, è Speranza. Anche loro infiammano la platea. Pippo Civati prima si perde nei ricordi familiari («Papà votava La Malfa»), poi, da birichino, sfotte Pisapia («Ma dove Campo vai con Alfano?!»). La sala vibra molto per Fratoianni, ex ‘bello’ di Rifondazione, che tuona contro «la schiavitù del lavoro, l’oppressione del Capitale, il liberismo di Trump e della May», ma anche contro «i nuovi neofascisti». Successo pieno pure per Speranza, che tiene forse il discorso più bello e più appassionato prima di Grasso: invoca una «Nuova Sinistra Mondiale», una sorta di neo-Internazionale, sulle orme di Bernie Sanders e Corbyn (però non cita Tsipras), mette «il lavoro» al centro della «lotta della sinistra» di cui stila un dettagliato programma, art. 18 in testa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è in prima fila ad applaudire e, forse, pure a candidarsi alle Politiche nelle file di Mdp (ma il suo portavoce smentisce secco).
Infine, tocca a Grasso. Infiamma e conquista la platea. Si emoziona, ma non perde il filo. Racconta prima la sua storia di pm in prima fila nella lotta alla mafia. Delinea poi un programma di sinistra radicale nei temi ma «moderata» nei toni, che «rifiuta i tatticismi», ma che farà «proposte serie e credibili». Urla «ora tocca a noi!» ma invoca una leadership collettiva. Rifiuta la logica del ‘voto utile’, ma sa che non sarà né per lui né per la nascente ‘Nuova Cosa Rossa’ una passeggiata di salute, la sfida nelle urne al Pd. Però, spiegano i suoi quando ha finito, «la eserciterà in modo fermo e severo, la sua leadership». Tradotto: vigilerà sui candidati per evitare «zone grigie, errori e malintesi». E – insistono sempre i suoi – invoca «porte aperte» a chi oggi non c’è: sinistra dem, cattolicesimo democratico, femminismo, ambientalismo. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non c’è ancora, ma i suoi consiglieri sì, dal portavoce Roberto Natale al consigliere giuridico Carlo Leoni (ex Ds): sta per arrivare pure lei, nella neo-sinistra.
Alla fine, sorrisi e abbracci. I dirigenti della ex Sinistra Radicale brindano: «Abbiamo fatto Bingo», dice Paolo Cento: «lui è il nostro uomo in più, farà la differenza». Grasso commenta che «è stata una bellissima mattinata, ma c’è ancora tanta strada da fare».
In effetti, è vero: la strada ancora da fare, per la Nuova Sinistra Unita, è ancora tanta. I tre partiti fondatori (Mdp-SI-Possibile) hanno dato vita a una lista unica, ma non ancora a un partito unico e nessuno di loro può affermare, in sincerità, che nascerà davvero:le differenze, tra chi viene da Rifondazione poi Sel poi SI e chi dal Pd (gli ex dem di Mdp) sono tante, forse troppe. Le quote per le candidature sono state ripartite col bilancino (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile): sono stati votati, i delegati, in assemblee provinciali, ma non tutto è filato via liscio: SI e Possibile si sono ‘alleate’ e sottratto numeri a Mdp. Sgambetti tra compagni? Si vedrà più avanti, quando le liste verranno composte (se ne occupa Nico Stumpo, già uomo d’ordine di Bersani: nel 2013 fece ‘piangere’ molti sicuri presunti candidati nel Pd, ne farà piangere altrettanti ora, compagni o meno che siano). Inoltre, i posti richiesti da molti, big di Mdp in testa a tutti (Bersani, D’Alema, Errani, Epifani, Bassolino, Panzeri, etc.) sono tanti, forse troppi, e certezze non ve ne sono, di eleggibili: i calcoli più realistici parlano di una pattuglia di 25 deputati e 10 senatori. Infine, nome e simbolo ancora non ci sono. Il simbolo, forse con una rosa stilizzata nel mezzo, avrà due diciture: sopra, «Liberi ed Uguali» (ma l’associazione dei liberal del Pd «Libertà Eguale» preannuncia già ricorso in tribunale per plagio) e, sotto, «con Grasso».
«Con Grasso possiamo puntare al 10%», è la spavalda sfida di Massimo D’Alema che si candiderà al Senato in Puglia: in un collegio, ma pure in cinque listini bloccati. Sarà dura, infatti, strappare collegi uninominali a Pd, destre, M5S, ma i dirigenti della Sinistra-Sinistra ci credono: «A Piacenza, con Bersani, a Ravenna con Errani, in Toscana con Enrico Rossi possiamo fare molto male al Pd». Altri, ben più realistici, fanno di conto: «Ci basta prendere il 6%, vuol dire 25 deputati e 12 senatori. Così andiamo alle consultazioni da Mattarella e come premier il nome di Renzi non lo faremo mai. Altri nomi? D’Alema vorrebbe Draghi, Bersani vuole appoggiare dall’esterno un governo Di Maio. Vedremo».
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2. Il ‘colore’. Le spillette del Che (e Stalin) ci sono ancora, le bandiere rosse non più. 
speranza

Roberto Speranza

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pala Atlantico, molto oltre l’Eur, grande sala per concerti: 1500 posti a sedere, agibilità per 2700 se una parte resta in piedi. Ce ne sono almeno altri 2500 fuori, di persone: «compagni e compagne» in carne e ossa, corpo e spirito, arrivati dalle lande più lontane.
Morale: un successo, almeno in termini numerici, incontestabile. Fila per entrare interminabile, infinita, ma la gente attende paziente. Pure alcuni giornalisti restano fuori per ore, ma non protestano come di solito sono abituati a fare. Del resto, tra i giornalisti, la Sinistra-Sinistra ‘tira’ assai. Presenta la giornata un collega, Luca Telese, anchorman de La 7, ex del Giornale, fondatore di Pubblico. Cattiverie e maldicenze fioccano solo per lui: «Ha scritto libri peggiori di Pansa per rivalutare i fascisti e ora chiama alla mobilitazione contro i neofascisti?! Lavorava per Berlusconi e ora torna di sinistra?! Maddai, Telese!!!».
Il servizio d’ordine è inflessibile: deve arrivare Pietro Grasso, e le camionette della Polizia sono così tante che sembra debbano respingere gli assalitori del G8 di Genova. E, guarda un po’, chi ti spunta? Luca Casarini, leader delle ‘Tute Bianche’: è un po’ ingrassato, ma si è sposato e con prole, ora veste elegante e vive a Palermo: da dirigente di SI (è, addirittura, il segretario regionale di Sinistra Italiana in terra di Sicilia) si candiderà pure lui, pare. La gente un po’ si arrabbia («Fanno entrare gli invitati e non i delegati!»), ma l’organizzazione regge. Tutto è nelle mani – nodose e nervose – di Nico Stumpo, storico uomo macchina di Pier Luigi Bersani: sarà lui, peraltro, a fare le liste.
Ma per ora non è tempo di argomenti così «volgari». Oggi c’è da festeggiare la nascita della Nuova Sinistra Unita. Il nome ci sarebbe già: bello, facile e comprensibile, «la Sinistra». Invece si chiamerà «Liberi ed (ma la ‘e’ eufonica ci sarà o no? Non si sa) Eguali» e, più sotto, «con Grasso». Epperò, guai a chiamarla «Cosa Rossa»: i giovani ed efficienti addetti stampa di Mdp-SI-Possibile (equamente distribuiti tra uomini e donne, peraltro tutti bravissimi, tosti, efficienti e assai ‘svelti’ sui new media) ti bacchettano  sulle dita.
Si alternano, rapidi e commoventi, l’operaio, la sindacalista, la ricercatrice, il cassintegrato, etc. Silenzio religioso per tutti, grandi applausi per «i Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza (ma solo per ‘Bob Hope’ è vera standing ovation pari solo a quella per Enrico Bartolo, il medico degli immigrati che li cura nella martoriata Lampedusa). Intanto, non sventola una bandiera rossa che sia una (ordine di scuderia: «compagni, non ci facciamo riconoscere!»). Poi la sala è scossa da un fremito: «Parola a Grasso!».
Lui si emoziona, la platea – che scatterà in piedi ad applaudirlo un’infinità di volte – pure. E il «colore» tipico delle liturgie comuniste? Scarsino. Bisogna uscire fuori, tra gli infreddoliti rimasti ad ascoltare dai maxi-schermi, per trovare il ‘solito’ – per queste occasioni della Sinistra – stand de il manifesto dove si vendono immaginette, spille e magneti di Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi Min, Lenin, Trotzskij e persino di Stalin.
E i big? Bersani è seduto parecchie file dietro, accanto al senatore Fornaro. Vendola si sbraccia già più file davanti. La deputata Simoni, cugina di Renzi, sfoggia una mise elegantissima e l’inseparabile Toscano. L’ex ‘re’ di Napoli, Bassolino, è intabarrato in una sciarpa azzurra. Infine, soprattutto, c’è D’Alema. Il guaio è che è il «solito» D’Alema. Ai giornalisti che gli si fanno sotto per strappargli dichiarazioni risponde con l’odio che nutre per ‘noi’: «Vi consiglierei di parlare con il dottor Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr), gli chiederei come mai è qua. Sarebbe il vostro mestiere, ‘disciamo’. Ma a voi dove vi pigliano?». Ah, se non ci fosse lui, D’Alema, come sarebbe stata più ‘noiosa’ la giornata.
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NB: Gli articoli sono usciti il 4 dicembre alle pagine 4-5 del Quotidiano Nazionale.
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Renzi sotto assedio nel partito e fuori: cerca di rilanciarsi in tv, ma i guai restano. Le mosse anti-Renzi dei big dem e quelle di Grasso, Pisapia e altri ancora

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

1. Renzi va a La7 per attaccare, ma finisce assediato Poi sbotta: “Mi vogliono morto”
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Mi dispiace che non ci sia Di Maio, l’aveva chiesto lui il confronto in tv, poi è scappato. Non è serio fare così”. Di Maio non c’è, ma c’è Matteo Renzi, a Di Martedì, condotto da Giovanni Floris su La 7. Di Maio non si è fatto trovare, Renzi lo prende in giro da giorni (“coniglio”), ma l’ex premier arriva già teso e irritato. Il dbattito si fa subito puntuto: i giornalisti presenti sono tutti antipatizzanti dell’ex premier (Giannini, Sallusti, Massimo Franco), Renzi li detesta,  battibecca più volte con loro e con il conduttore Floris (“Non ci vediamo da molti anni”,  modo gentile per dire non mi inviti mai, “Ti pago il 10% dello stipendio con tutti gli attacchi che mi fai a ogni puntata, così alzi lo share”). Poi, finalmente, si va sui temi. Il voto in Sicilia? “Abbiamo perso, ma erano elezioni locali”. Tante sconfitte in tanti anni (amministrative) nessuna autocritica? “Io rispondo per le Europee, vinte, e il referendum, perso. Il giudizio sul Pd e me lo daranno gli elettori alle Politiche”. Cosa è disposto a cedere a Mdp per ricucire un’alleanza? lo incalza Floris. “Ma chi se ne importa dei miei rapporti personali con D’Alema o con Bersani! La divisione c’è stata quando abbiamo fatto le primarie, quel popolo ha parlato e va rispettato”. Renzi assicura che, per costruire la coalizione, “mi rivolgerò a tutti senza veti”, ma “D’Alema vuole che io mi dia fuoco in piazza, è  troppo!”. “Mi vogliono morto”, dirà appunto poi.
Fin qua il Renzi pubblico, quello che ieri sera è andato in tv e che, nella sua Enews mattutina, dice secco che “dire che il problema sono io per il voto in Sicilia vuol dire solo usare ogni mezzo per togliere di mezzo l’avversario scomodo, cioè io”. E, infatti, poi c’è il Renzi privato, quello che, in una pausa preparatoria con i suoi del dibattito serale, sbotta, appunto, con la frase “Mi vogliono morto”. Sono mesi che cercano di mettermi da parte. Non ci riusciranno. Io non mollerò di un centimetro”. Poi spiega: io la “coalizione larga” la “voglio costruire” ed è convinto che il centrosinistra, se unito, possa arrivare al 40 %, ma insiste nel refrain: “non metterò veti ma non li accetterò”.
Del resto, non esiste proprio, per Renzi, la possibilità che il centrosinistra si presenti alle elezioni guidato da un altro esponente del Pd che non sia lui: “Non ci sarà un candidato premier per tutti i partiti che comporranno la nostra coalizione perché la stessa legge elettorale non la prevede”. E tanti cari saluti a Mdp, che ha deciso di presentarsi con il presidente del Senato, Pietro Grasso, come front runner. Renzi li sfotte da giorni:“il 5,3% che hanno preso in Sicilia dimostra che alle porte non c’è la ‘rivoluzione comunista’”. Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, diplomatico per costituzionae, ci ha provato a ricucire: ieri, alla Camera, ha parlato con il plenipotenziario di Bersani, Nico Stumpo, per riportare Mdp ‘alla ragione’, ma anche il ‘Forlani’ di Renzi sa che anche i suoi sforzi destinati al fallimento. Inoltre, Renzi ormai è già in modalità “campagna elettorale”.
Non a caso, uno dei primi punti della Direzione nazionale, già convocata per lunedì 13 novembre, saranno i vitalizi. E cioè la proposta di legge Richetti per abolirli che langue nei cassetti del Senato. Renzi vuole che il Pd e il gruppo dem, a partire dal capogruppo Zanda, di certo non un suo fan, si adoperi in tutti i modi possibili per farla passare entro i pochi mesi che restano da qui alla fine della legislatura. L’altro tema all’ordine del giorno della Direzione saranno le famose ‘deroghe’ alle candidature per le Politiche. Tanto agognate da tutti i big del partito (Franceschini, Orlando, etc.), essi stessi devono chiederle, non avendone più diritto (15 anni è il rigido tetto previsto dallo Statuto del Pd). Ma le elezioni siciliane – quella che, ai tempi del Pci-Pds-Ds, era un evergreen, “l’analisi del voto” – non è all’ordine del giorno. “Chi pensa che il Pd possa passare i prossimi mesi a litigare fa solo un grande regalo a centrodestra e 5Stelle”, taglierà corto, in Direzione, Renzi, con fare minaccioso. Ma gli altri big preparano già lo ‘scherzetto’: lanciare Walter Veltroni (o, ovviamente, Paolo Gentiloni, su cui ‘apre’ anche Renzi, in verità, come possibile nuovo candidato premier), oggi ‘padre nobile’ del Pd al posto di Renzi come capo della coalizione di centrosinistra per ‘allettare’ i possibili alleati. Veltroni, però, non ci pensa proprio a tornare alla politica ‘attiva’ e anche ieri sera, presentando – in contemporanea con Renzi, ma su un’altra rete (Rai 3, ospite di ‘Carta bianca’, la trasmissione condotta da Bianca Berlinguer), lo ha ribadito (“Non mi candiderò più in Parlamento, l’ho già detto più volte”), anche se poi ha criticato le scelte di Renzi. In ogni caso, i big dem attendono solo che Renzi fallisca, questa volta per sempre: subito dopo il voto alle Politiche, non vedono l’ora di chiedere un congresso straordinario del Pd per pretendere e ottenere in via definitiva la testa di Renzi, disarcionandolo, oltre che da leader, da segretario.
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2. Renzi rifiuta le primarie con Mdp o con altri. L’incontro tra Pisapia e Grasso. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
«L’ipotesi di primarie di coalizione con Mdp che candida Grasso o con altri per me non esiste. Punto». Matteo Renzi si sfoga con i suoi dopo una lunga mattinata passata a compulsare i voti – quelli «veri – che arrivano dalla Sicilia. Il tonfo non è stato «epocale» come qualcuno, anche nel Pd, aveva detto – e sperato – l’altra notte. Il Pd raccoglie il 13,2% dei voti che, in seggi, saranno pari, circa, ai 17 seggi (13,4%) presi dal Pd di Bersani quando si votò cinque anni fa.
Il problema è un altro. Renzi è furibondo con gli spifferi che lo vogliono pronto a confrontarsi, in primarie di coalizione, con Mdp, che gli potrebbe contrapporre il presidente del Senato Grasso: «Quelli ci odiano, che senso ha? E per fare cosa? Abiurare il nuovo Pd costruito con tanta fatica e l’intero lavoro del mio governo?!».
Insomma, la risposta è un «no», secco e rotondo, all’ipotesi di primarie di coalizione se, dentro il centrosinistra, ci fosse pure Mdp. Diverso, ovviamente, sarebbe il caso se, a chiedere le primarie, fossero i centristi (Casini-Dellai e «quel che resta» di Alfano e Ap) o i Progressisti di Pisapia-Bonino. Ma anche su questo punto le ipotesi allo studio al Nazareno divergono. Lorenzo Guerini, pontiere per natura, media fino all’esasperazione: «Io sono per fare un accordo, programmatico e politico, con tutti, centristi e sinistra, altrimenti dovremo fare l’intera campagna elettorale in nome del voto utile». Invece, i renziani ortodossi (vedi alla voce: Orfini) non ci sentono: «Matteo è il leader, punto». Renzi si tiene in posizione mediana: «Sono pronto da domani ad aprire il confronto con i possibili alleati. Io la mia leadership non la voglio imporre a nessuno». Sicumera? In realtà, Renzi non teme che, in Direzione, già convocata per il 13 novembre, Orlando e Franceschini – leader delle aree interne da tempo in guerra ‘sporca’ contro di lui – gli tirino brutti scherzi. Certo, Orlando punge («Renzi è stato eletto segretario ma non ancora imperatore»), ma Franceschini, invece, media (lo farà oggi in un’intervista). Renzi è tranquillo perché, come ripete, «I numeri, in Direzione, li ho io. Vogliono sfiduciarmi? Auguri!».
La vera “apertura” del leader è un’altra. Renzi sarebbe infatti pronto a fare un «passo di lato». Il suo ragionamento si snoda così: «La nuova legge elettorale non prevede la figura del candidato premier. Il centrodestra non lo avrà. I 5Stelle sì, ma in realtà dietro Di Maio c’è Grillo. Volete che non sia io per il centrosinistra? – sbotta – Bene. Facciamo così: se il Pd va male e altre forze di sinistra molto bene saranno loro a indicare a Mattarella un altro nome del Pd. Gentiloni? Delrio? Vedremo. Se invece il Pd resterà forte, come dicono tutti i sondaggi, sarò io. In ogni caso, mi sta bene che non ci sia il candidato premier di tutti».
Basta e basterà all’asse nascente Pisapia-Bonino-Della Vedova? No. Ieri, all’ora di pranzo, Pisapia è andato a trovare il presidente del Senato, Pietro Grasso, per un pranzo. Due i corni del dilemma affrontati dai due, entrambi assai allarmati dal voto siciliano. Il primo: la lista di Fava è andata molto male, quasi peggio di 5 anni fa, quando la guidava un Carneade. Ergo, il valore aggiunto di Mdp è pari allo zero virgola. Secondo: neppure Grasso, oltre a Pisapia, vuole accollarsi «tutto il cucuzzaro» della sinistra radicale: i vari Fratoianni (SI), Acerbo (Prc), Montanari e Falcone, etc.
Domenica 12 novembre si terrà la convention nazionale di Campo progressista: sul palco saliranno, insieme a Pisapia, forse la Bonino, di certo la Boldrini (la data è stata spostata per permetterle di partecipare) e forse anche lo stesso Grasso. Dal palco la proposta che verrà fatta al Pd sarà questa: «Se Renzi accetta di non essere più lui il dominus del centrosinistra bene, ma deve farsi da parte e cedere lo scettro a Gentiloni o altri, altrimenti ognuno per la sua strada. Noi andremo da soli cercando di arrivare al 3% con l’idea forte di un Ulivo bis. Anche Mdp, Bersani, D’Alema dovranno decidere da che parte stare, noi possiamo essere autonomi». Vaste programme, direbbe il generale De Gaulle.
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3. Mattarella e la data del voto: “Pura fantasia” le illazioni su urne a maggio 2018. 
EMC – ROMA
“Pura fantasia”. Così viene liquidata, dal Quirinale, l’ipotesi di un avallo, da parte del Capo dello Stato, di un percorso che porti la legislatura a “scadenza naturale”. Le Camere nel 2013 si insediarono il 14 marzo: ‘scadenza naturale’ vuol dire arrivare al 15 marzo 2018 per votare, di conseguenza, non prima del 15 maggio. Salvini e Meloni, ieri, già gridavano al ‘golpe’, i 5Stelle pure. “Pura fantasia”. Il Colle asserisce di avere sul tema una “funzione notarile”, ma non è così. La nota ufficiosa del Colle non a caso dice che “solo nel momento in cui governo e maggioranza dichiarassero di aver esaurito il loro compito, si porrebbe il tema della conclusione della legislatura, dell’eventuale scioglimento anticipato delle Camere e della data del voto”. E così sarà. Palazzo Chigi e Quirinale hanno già cerchiato, sul calendario, una data in rosso: il 18 marzo 2018, il che vuol dire, data la necessità di un tempo tra i 50 e i 70 giorni per indire i comizi elettorali (di solito se ne usano sempre 65), sciogliere le Camere a gennaio, quasi sicuramente al rientro dalle feste della Befana, il 6/01/2018. Morale: “dopo l’approvazione della legge di Bilancio” – si spiega dal Colle – “se il premier, a fine anno, riterrà di presentarsi dimissionario, si andrà ad elezioni a marzo”. Ma chi ha fatto perdere così tanto le staffe al ‘mite’ Mattarella? Il Quirinale punta l’indice su “fonti parlamentari”: Meloni e Salvini, certo, ma anche Franceschini e Orlando, che vogliono tirare in lungo la legislatura per ‘sfiancare’ Renzi. Poi ci sono le “fonti giornalistiche”: due articoli usciti sullo stesso giornale, il Corsera. Il Colle ha detto ‘stop’ a tutti.
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NB: I tre articoli sono stati pubblicati, rispettivamente, il primo il 7 novembre 2017 e l’8 novembre 2017 il secondo e il terzo sempre su pagine di Quotidiano Nazionale. 

Elezioni regionali in Sicilia: il Pd crolla, Renzi nella bufera, ma la sconfitta non è ‘epocale’

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Pubblico qui il testo completo del mio primo articolo (scritto sulla base degli exit poll della notte del 5 novembre 2017, quindi NON sui risultati reali arrivati solo nel pomeriggio del 6 novembre!) su Renzi, il Pd e le elezioni regionali in Sicilia. Poi, pubblico una breve analisi, sui dati dell’istituto Cattaneo, sui voti di lista del Pd. 

 

  1. Inizialmente avevo pubblicato solo il link al mio articolo x @Quotidiano.net e Quotidiano Nazionale. NB. L’articolo è  stato scritto domenica notte, entro e non oltre le 23.45, sulla base degli exit poll di Rai 1 (Swg) e La 7 (Emg) – (  http://www.quotidiano.net/politica/elezioni-regionali-sicilia-1.3514983/amp)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

«TUTTO è andato come previsto. Il risultato è quello che ci aspettavamo. Sapevamo che finiva così». Il commento che Matteo Renzi condivide con i suoi sulle elezioni siciliane è questo. Non una parola di più, non una parola di meno.
Al Nazareno, in pratica, non parla nessuno e non c’è quasi nessuno. Renzi è a casa sua, Martina, Orfini e Guerini idem. A sostenere il peso delle interviste notturne ai tg e ai talk show restano in due. Il povero Davide Faraone, plenipotenziario di Renzi in Sicilia (anche il segretario regionale, Fausto Raciti, è missing in action) ha lo sguardo e la parlata triste. Poi, però, tira fuori gli artigli e graffia: «Micari ha avuto il coraggio di candidarsi. Grasso (Pietro, presidente del Senato e front runner di Mdp e della futura Sinistra ndr) questo coraggio non lo ha avuto. Lo abbiamo aspettato inutilmente per mesi. Inoltre, Mdp e SI, dopo aver proposto loro Micari, hanno rotto la coalizione». Traduzione: Grasso è un codardo e se Micari perde la colpa è della sinistra che ora lo vuole come suo candidato alle Politiche.
Poi c’è il responsabile Enti locali, Matteo Ricci che però è di Pesaro. La sua è una dichiarazione stentorea: «L’andamento degli exit poll conferma una sconfitta tanto netta quanto annunciata». Solo il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, a exit poll stabili, ha il coraggio delle parole: «Se i risultati confermeranno gli exit poll ci troveremmo davanti a una sconfitta tanto annunciata da tempo quanto netta e indiscutibile. Verificheremo oggi i risultati finali delle liste e dei candidati, ma la ‘sfida gentile’ che Micari ha generosamente lanciato non è bastata per vincere le elezioni. Chi alla nostra sinistra immaginava sorpassi rimane fermo ed inchiodato al risultato di 5 anni fa nonostante il battage di tutti questi mesi». Qui non serve la traduzione: per Guerini, che parla in vece di Renzi – come sempre accade nei momenti più hard della vita del Pd – i ‘colpevoli’ della sconfitta sono due. Il primo è la debolezza del candidato, Micari. Ieri neppure il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che lo ha voluto candidato, era in città per consolarlo. Orlando era a Roma per vedere una bella mostra sui pupi che inagurerà, ma solo oggi, con Mattarella. L’ex governatore, Rosario Crocetta ha fatto di tutto, sempre in odio al Pd, per far perdere Micari mentre il «renzianissimo» Totò Cardinale, che è il più furbo di tutti, si è già messo d’accordo con Musumeci: gli ha dato i suoi voti ieri, gli darà i suoi seggi domani.
Il secondo problema, per i renziani, si chiama Sinistra: «nei sondaggi nazionali siamo competitivi (centrosinistra al 31,4%, ndr) ma il 6% di Mdp-SI rischia di farci perdere le Politiche» sibilano al Nazareno dove il ‘tradimento’ di Grasso è l’onta ancora da lavare. Del resto, dicono i renziani doc che hanno parlato con ‘il Capo’, «Il Pd di Bersani, nel 2012, ha preso il 13,4%, in Sicilia. Abbiamo vinto grazie a Crocetta e all’Udc, mica grazie al Pd. E alle Politiche, appena 4 mesi dopo, poco di più.
IL PROBLEMA è che, per il Pd ‘lista’, in Sicilia il tonfo sembra epocale, ma non lo è, anche se è sicuro che potrebbe portare con sé conseguenze politiche, per lo stesso Renzi, ieri notte ancora incalcolabili. Il Pd è inchiodato a percentuali da prefisso telefonico: gli exit-poll lo collocano tra il 8% e il 12% (Ipr) o tra il 9% e il 13% (Emg). La sconfitta di Micari, paradossalmente, è meno fragorosa: il 16%-20% è un risultato non disprezzabile. Invece, per il Pd, è come non esistere più, in Trinacria, dove – tanto per dirne una – il Rosatellum assegna ben 21 collegi uninominali. E qui sovviene un po’ di memoria storica: nel 1991 il Pds di Occhetto (plenipotenziario nell’isola era Pietro Folena) prese il 10,5%, surclassato persino da un Psi in disarmo. Macaluso e i miglioristi chiesero, subito dopo, le dimissioni di Occhetto che non arrivarono solo perché, nel 1992, venne giù tutto. Renzi, però, avverte i naviganti: «Il 13 novembre ci sarà la Direzione, spero che tutti, anche i più critici, capiscano che serve uno sforzo di squadra». Il paragone con il povero Occhetto, che ci perse la faccia, resta sullo sfondo.
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 2. I numeri ‘veri’ delle elezioni regionali in Sicilia (studio dell’Istituto Cattaneo) 

ROMA – EMC
Il centrosinistra ha perso le elezioni in Sicilia? Sì, e male. Il suo candidato, Fabrizio Micari, è arrivato terzo (18,7%) dopo il vincitore, Musumeci (39,8%) e Cancelleri (34,7%). Poi, però, a guardare i voti assoluti, quelli di lista e i seggi, ieri forniti da un’ottima analisi dell’Istituto Cattaneo, ecco emergere un quadro assai più complesso. Micari ha raccolto 230 mila voti in meno rispetto alla candidatura di Crocetta, ma i partiti della coalizione di centrosinistra hanno ottenuto più voti rispetto al loro candidato (+ 100 mila voti circa). Infine, il dato della lista del Pd: 257.274 voti nel 2012, 250.633 voti oggi, cioè -6.641 voti (-0,4%). In percentuale il Pd ‘cala’ dal 13,4% del 2012 (Bersani) al 13,0% di oggi. Ma in seggi, il Pd ne perde 6: erano 17 nel 2012, sono 11 ora. Una sconfitta, certo, ma non ‘epocale’. La lista di Fava, che come candidato fa +5 mila voti (pochi), è ferma al 5,1% cioè -26 mila voti assoluti sul 2012 (-1,4%) e 1 solo seggio. Insomma, a sinistra, “se Sparta piange, Atene non ride”. 
 
NB: I due articoli sono stati pubblicati rispettivamente il primo il 6 novembre 2017 e il secondo l’8 novembre 2017.

Elezioni regionali in Sicilia: pronti? Via! Aspettative, progetti e timori del Pd di Renzi ma anche degli altri competitor

Pubblico qui di seguito un articolo quadro sulle elezioni in Sicilia, uscito qualche giorno fa, e uno sul Pd di Renzi in relazione alle elezioni regionali siciliane e al quadro politico. 

NB: I due articoli sono stati pubblicati il primo il I novembre a pagina 10 e il secondo il 4 novembre a pagina 4 sempre, ovviamente, su Quotidiano Nazionale 

Berlusconi/2

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

 

  1. La ‘corda pazza’. Le elezioni regionali in Sicilia e le aspettative dei vari big (l’articolo è stato pubblicato il I novembre 2017 a pagina 10 del QN)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

Il centrodestra, se vincerà, diventerà un blocco granitico, unito fino alle prossime Politiche nello schema del tridente FI-Lega-FdI più liste centriste (Udc di Lorenzo Cesa in testa) d’appoggio oppure il ‘patto dell’arancino’ siglato, a uso e consumo dei giornalisti, nella ‘trattoria del Cavaliere’ di Catania tra Berlusconi, Meloni e Salvini (testimoni inconsapevoli e pittoreschi il candidato Musumeci e soprattutto il funambolico Sgarbi) sarà presto solo un ricordo il centrodestra tornerà a dividersi anche alle Politiche? I 5Stelle, se riusciranno nel colpaccio in terra normanna e saracena, espugnandola, troveranno l’abbrivio e per scalare il Potere romano, magari chiedendo l’appoggio della Lega e, chissà, anche della Sinistra di Bersani e Fratoianni con cui ormai ‘flirtano’? Il Pd, se perderà in modo rovinoso, riaprirà la tiritera sulle alleanze, cercando di recuperare con gli scissionisti di Mdp e sulla spinta dei big che assedieranno Renzi imponendosi a suo scapito e magari scalzandolo dalla posizione di candidato premier del centrosinistra oppure Renzi continuerà a imporre se stesso e la sua strategia in vista delle Politiche?

Le elezioni regionali siciliane del 5 novembre sono un test nazionale, ma presentano anche una lunga serie di varianti locali possibili solo in terra di pupi e di pupari. Quella “corda pazza”, per dirla con Leonardo Sciascia, che è sempre stata, appunto, la Sicilia. Prendiamo la legge elettorale isolana. Si vota l’elezione diretta del governatore e, insieme, di 62 componenti dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana. I seggi, assegnati con metodo proporzionale e soglia di sbarramento al 5%, sono ripartiti su base provinciali. Un meccanismo infernale che prevede, per il candidato vincente, solo 7 seggi di ‘listino’ in appoggio (uno va, di diritto, al secondo candidato governatore meglio piazzato). Morale: governare è quasi impossibile, bisognerà fare accordi trasversali (centrodestra con pezzi di centrosinistra, lo scenario più probabile, o 5Stelle che chiederanno appoggio alla sinistra di Fava, scenario non irrealistico). E così i 4,6 milioni di siciliani chiamati alle urne(ma l’affluenza è prevista molto bassa, a circa 2,3-2,5 milioni di votanti) non lo sapranno neanche lunedì mattina, quando si aprirà lo spoglio reale dei voti, chi ha vinto. Dovranno aspettare, rassegnati, che i partiti facciano i loro giochi una volta dentro l’Ars (dove, non dimentichiamolo mai, un consigliere regionale gode dello status di ‘deputato’ nazionale come neppure succede alle regioni con minoranze speciali e guadagna di più).

E i candidati? Quello del centrodestra, Nello Musumeci, è in testa in tutti i sondaggi, riservati e ufficiali, ma ora è in ambascie perché ‘mascariato’ dalle polemiche sulle liste, dove indagati, rinviati a giudizio e condannati abbondano ‘a sua insaputa’. Inoltre, paga il gioco a rimpiattino di Berlusconi e Salvini che, in Sicilia, nell’arco di soli due giorni, prima decidono di farsi lo sgambetto con comizi concorrenti e poi, solo in corner, si ravvedono, pensando che è meglio farsi vedere insieme (a Catania, appunto). Il candidato dei 5Stelle, Giancarlo Cancelleri, si è portato in giro i poveri Di Maio e Di Battista e, sabato, concluderà una campagna elettorale con i fuochi d’artificio a Palermo, alla presenza del leader-non leader dell’M5S, Beppe Grillo.  Cancelleri iniziava a crederci, nella vittoria al fotofinish, ma anche lui sta subendo polemiche sulle liste ‘inquinate’. Il candidato della sinistra-sinistra, Claudio Fava, spera in un sorpasso clamoroso sul candidato del Pd, rivendica di avere le ‘mani pulite’, ed è pronto a fare accordi, dopo il voto, con l’M5S per aiutarli a governare. Scenari anche nazionali. Infine, c’è il candidato di Pd-Ap, il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari. Vittima designata di una sconfitta annunciata, è l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, lo ha imposto a Renzi e al Pd locale e nazionale, che non lo voleva, ma ora se ne disinteressa della sua sorte e si limita a fare uno sguardo grave e mesto, tipico orlandiano. Il governatore uscente, Rosario Crocetta, disarcionato dal Pd, ha ‘finto’ di non riuscire a presentare la sua lista. Accanto a Micari non si fa più vedere nessuno. Insomma, un vero disastro. Disastrose anche le possibili ripercussioni nazionali nel Pd. Renzi ha deciso di disinteressarsi da tempo del caso Sicilia. Ha demandato la pratica ai suoi luogotenenti locali (Fausto Raciti, segretario regionale, e Davide Faraone, ras renziano) e amen. Consapevole degli effetti di una debacle in Sicilia, Renzi è il solo leader nazionale che ha fatto un solo comizio con Micari e stop. Ora gira con in tasca un foglietto con segnata sopra la percentuale presa dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (quando Crocetta vinse grazie alle divisioni nel campo del centrodestra, tra Musumeci e Micciché, oggi nuovo ras incontrastato di Forza Italia e non solo nell’isola, e grazie, soprattutto, ai voti che gli arrivarono in dote dall’Udc, allora molto forte, di D’Alia e Casini, oggi ancora alleati con il Pd mentre l’Udc Cesa l’ha portata armi e bagagli con FI). In realtà, il Pd un alleato ce l’ha. L’esangue Ap di Alfano, i cui sotto-panza locali, quelli con i voti, sono però già quasi tutti saliti sul treno di Musumeci. Poi ci sono dei veri geni della Politica come Totò Cardinale che, come una spia della Guerra Fredda, fa il triplo gioco: renziano a Roma (anzi, per la precisione intimo amico e sodale del ministro allo Sport Lotti), ha fatto una lista pro Micari, ma promette voti sottobanco a Musumeci e strizza l’occhio pure a Cancelleri. Del resto, qualcuno dovrà pur governarla, la Sicilia.


2. Si vota in Sicilia, ma si pensa a Roma. Renzi si eclissa: prepara la guerra del dopo (articolo pubblicato il 4 novembre 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale) 

Ettore Maria Colombo – Roma
 
Il segretario del Pd, Matteo Renzi, non passerà un piacevole fine settimana. Reduce dai fasti della conferenza a Chicago – dove Obama lo ha non solo voluto, ma lodato e coccolato – domenica si vota in Sicilia e, per il candidato premier del centrosinistra (ma sarà lui, alla fine?) possono arrivare solo brutte notizie, e pure tante. Il candidato del Pd, Micari, arriverà terzo, se gli va bene, e il risultato della lista del Pd rischia di essere disastroso, anche se il leader ha già in tasca un foglietto con i voti presi dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (13%). In ogni caso, Renzi,alla chiusura della campagna di Micari, unico tra i leader di partito nazionali, non c’è. Sa che i risultati in Sicilia gli verranno rinfacciati.
Infatti, mentre il ministro Dario Franceschini, in teoria in maggioranza con Renzi, tace e aspetta lunedì per dire la sua (“e non farà sconti a Renzi”, sibilano i suoi), il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, leader della minoranza interna (Dems) parla a ogni pié sospinto. Solo ieri Orlando ha dato due interviste, una a mane (Repubblica tv) e una a sera (Otto e mezzo). Nella prima ha asserito, minaccioso, che “dopo il voto siciliano bisognerà ragionare sul perimetro della coalizione” e, soprattutto, sul candidato premier del centrosinistra”. Sottotesto: per me non può e non deve essere Renzi. A sera, fintamente più conciliante, Orlando dice che “se perde Micari si porrà il tema di evitare lo stesso destino sul piano nazionale. E’ quindi necessario individuare il miglior candidato premier. Il Pd andrà a quel tavolo con Renzi”. Sottotesto: fingo di appoggiare lui come candidato, ma meglio se è un altro.
 
 
Il segretario dem, in realtà, parla d’altro. Ieri, nella Enews – dove ha confermato che accetta il confronto in tv con Di Maio (si terrà martedì su La 7) e che la Leopolda si terrà dal 24 al 26 novembre a Firenze – ha ribadito per intero la dura  posizione presa dal Pd sulle banche: “Troppe cose non hanno funzionato: i manager e i banchieri che hanno sbagliato devono pagare, sacrosanto. Ma se vogliamo che qualcosa cambi davvero le alte burocrazie del Paese devono smettere di buttare la croce addosso ai politici e assumersi le loro responsabilità”. Ma al di là del caso banche, gira che ti rigira, sempre là si torna: chi sarà il candidato premier del centrosinistra? Renzi o altri (Gentiloni)? Il segretario si dice “pronto” a fare le primarie, ma in realtà aspetta solo di vedere il primo che, in Direzione (già convocata per il prossimo 13 novembre) “si alzerà per chiedere di ‘rivedere’ le alleanze: lui mi tradirà”, dice ai suoi con aria grave  neanche si trattasse di Gesù Cristo che indaga ai commensali il novello e perfido Giuda.
 
Intanto, sempre ieri e alla buon’ora, persino l’indeciso Giuliano Pisapia ha deciso che è arrivata l’ora di ‘scendere in campo’. Però, come ha più volte ripetuto, lui non si candiderà. E’ chiaro solo lo schieramento: unitario, alleato al Pd e composto da tanti ‘nanetti’, la nascente Lista Civica Nazionale (il nome), sarà composto dai Radicali di Riccardo Magi, Forza Europa di Benedetto Della Vedova, il Psi di Riccardo Nencini, forse anche i Verdi di Angelo Bonelli e l’Idv di Ignazio Messina (incredibile, esiste ancora l’Idv, ma non la guida più Tonino di Pietro, passato con Mdp come del resto Bobo Craxi, ma tale Carneade Messina…). Non è chiaro, invece, il front-runner, di una tale Lista e area politica, ma potrebbe essere una front-women, cioè una donna. Emma Bonino, se vorrà, o la presidente della Camera, Laura Boldrini, assai sponsorizzata da Pisapia e dal suo Campo progressista, a meno che non vada col Pd. Sarà lei, per conto del nascente Ulivo bis a chiedere, con la benedizione di Romano Prodi, al Pd di fare le primarie. Una richiesta che, forse, Renzi non potrà più rifiutare. 
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NB: Gli articoli sono entrambi pubblicati sulle pagine del Quotidiano Nazionale 
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Gentiloni fa il controcanto a Renzi. Nel Pd i tamburi di guerra covano sotto la cenere

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

  1. Controcanto di Gentiloni a Renzi: un altro programma e un’altra coalizione?

Ettore Maria Colombo – PORTICI – NAPOLI  – Dal nostro inviato

In gergo politico si chiama ‘controcanto’. E’, di fatto, quando un leader nascente fa un discorso che, pur nei toni è il più possibile amichevole e friendly verso il leader calante, nei fatti ne risulta un contrappunto deciso e certosino. E’ quello che ha fatto, ieri, a Portici, parlando alla conferenza programmatica del Pd, il premier attuale, Paolo Gentiloni, nei confronti del leader del suo partito, Matteo Renzi. Il suo discorso, letto con voce ferma e autorevole (ma all’inizio gli erano persino caduti i fogli dal leggio) era in sette punti.

Uno. “Abbiamo, come Pd, sulle spalle la responsabilità del governo oggi e siamo il solo perno possibile del governo di domani”. Due. “Dobbiamo fare gioco di squadra e stare uniti e lo dico ai tanti ultrà delle divisioni del Pd”. Tre. “Dobbiamo darci l’assetto più largo e competitivo possibile, alle prossime elezioni: largo e aperto verso il centro come verso la sinistra per vincere e governare perché Decoubertin non è e non sarà mai nel nostro Pantheon”. Quattro. “Il nostro dovere è una conclusione ‘ordinata’ della legislatura” (e, se qualcuno non avesse capito, “il presidente Mattarella è il nostro faro e il nostro garante”).  Cinque. “Faremo di tutto per portare a casa lo ius soli” (seguono ben due citazioni, nello stesso discorso di neppure trenta minuti, del ministro Minniti e di quanto lavora bene). Sei. “Frequentiamo troppo i vincenti e non i perdenti della globalizzione, invece dobbiamo stare dalla loro parte, combattere la malattia della solitudine nella globalizzazione come dice Baumann” (e chi pensa che il Pd sia stato troppo dalla parte di Marchionne e poco con gli operai ci pensi su). Sette, colpo finale, con tocco da maestro e palla in buca: “Noi dobbiamo essere quelli che stanno dalla parte della Ue e dell’Europa, che ci scommettono sopra e lavorano dentro. La campagna contro l’Europa lasciamola fare agli altri”.

Paolo Gentiloni, premier “per caso”, come dice lui stesso, in sette punti demolisce, di fatto, l’intera strategia renziana. Almeno tutta quella delle ultime settimane, dal treno in poi. Così è, se vi pare, il pensiero politico di un leader politico che, se mai è stato “timido, introverso e riservato”, come lo hanno sempre descritto gli amici (i gentiloniani sono una specie rara: sono pochissimi, tipo Realacci, e sono per lo più muti), ha smesso di esserlo. Gentiloni ieri è venuto a Portici con, al seguito, solo la moglie e i suoi più fidati collaboratori (l’estroverso Sensi, l’introverso Funicello) e ovvio la scorta, ma ha dato diverse zampate al ‘Renzi-pensiero’ e alla sua visione del mondo. Senza mai citare l’affronto e l’affondo subito da Renzi sulle banche e contro la nomina di Visco e, tantomeno, la ‘diserzione’ organizzata dai renziani dal cdm. Una di quelle mosse che a Gentiloni fanno venire l’orticaria. Ma il suo silenzio sullo scontro più grave con Renzi – del resto se ne avesse parlato le conseguenze sarebbero state fragorose e drammatiche –  non gli ha impedito di tracciare un quadro assai diverso da quello di Renzi su alleanze, programmi, idealità, finalità dell’azione di governo e compiti del Pd.

Poi, certo, i suoi, come i renziani spergiurano che, tra loro, “l’intesa è perfetta, sono una squadra, lavoreranno insieme da qui alle elezioni”, ma l’impressione data ieri è diversa. In più, ci si è messo anche il ministro all’Interno Minniti. Non solo ha rivendicato (anche lui!) che bisogna approvare lo ius soli (Renzi non lo dirà mai, ma quella legge non la vuole perché, come dice spesso ai suoi, “fa perdere voti”), ma ha a sua volta ribadito, con un discorso da ex comunista a suo modo perfetto, che “è necessaria una grande alleanza riformista oltre i confini del Pd per vincere e governare”. Commento acido di Beppe Fioroni: “Minniti terremotò il governo Prodi e l’Unione”. Renzi, da ieri, non è più il solo leader che il Pd ha a disposizione. Volendo, c’è Gentiloni.


2. La guerra interna al Pd cova sotto la cenere. I renziani fingono: ‘tutto va bene’.

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – PORTICI – NAPOLI – Dal nostro inviato

Il discorso di Gentiloni? Bellissimo, forte, alto. Paolo e Matteo sono una squadra e lo dimostreranno in campagna elettorale. Alle elezioni ci presentiamo uniti per vincerle”. Così, all’unisono i deputati toscani David Ermini e Simona Bonafé, due renziani di ferro, a fine serata, quando a Portici ormai è quasi notte, nel commentare le parole del premier. Sono seduti tutti vicini tra loro i pretoriani del renzismo. Spicca il vicesegretario e ministro Martina che della conferenza di organizzazione del Pd è stato l’attento regista.  ‘Tutto va bene, madama la marchesa’ è il loro leit-motiv. Anche dallo staff si Gentiloni arrivano infinite dosi di miele: “Tra Paolo e Matteo la stima è intatta, sono una squadra. Chi pensa il contrario è fuori strada”. E c’è pure la photo opportunity sul treno Destinazione Italia, fermo nella stazione di Portici. Renzi e Gentiloni salgono attorniati – amichevolmente ? – dal presidente del partito Orfini (“Ora Orfini ci fa una relazione sulle banche”, scherza Renzi, ma Gentiloni non ride), più Martina, Bellanova, Rosato. La comparsata serve a dimostrare che ‘quel che è stato è stato’.

Quel che è stato, però, non è stata cosa da poco. Il cdm di venerdì sulla nomina di Visco disertato da tutti i renziani. Minniti furibondo. Gentiloni basito. Orlando inviperito. “Chiudiamo una settimana difficile – riconosce, con franchezza, parlandone con un amico, il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini – in cui abbiamo fatto bene a tenere il punto (leggi: la guerra su Visco e banche, ndr). Adesso, però, basta polemiche. Complotti contro di noi? Non scherziamo. I numeri li abbiamo noi, quindi calma e gesso. Guardiamo avanti”. Ma se è vero che, negli organismi di partito, i numeri li ha Renzi, che fine ha fatto il ‘cumpluttuni’ che Franceschini e Orlando dentro il partito e molti altri fuori starebbero ordendo ai danni di Renzi? Un twitt del ministro ai Beni culturali dice quello che il leader di Area dem pensa dei retroscena dei giornali (QN incluso): “Leggo di resa dei conti nel Pd dopo le elezioni siciliane. Sorry, lavoro per unire e allargare il campo,non certo per dividere ancora di più”. Insomma, non è successo niente.

Eppure, Orlando si aggira nervoso e perplesso in sala e i suoi, come Davide Marantelli, borbottano: “Così non si fa”. Michele Emiliano si presenta all’improvviso, non previsto, e si chiude per oltre un’ora  sul treno, con Renzi: pare sia stato riportato alla ragione con la promessa di molti seggi. Per non dire del ministro Marco Minniti che fa un discorso anche più duro di quello di Gentiloni sui temi (ius soli) e sulle strategie (“Serve un Pd largo e inclusivo”). Chissà, magari è stata la splendida giornata di sole e la splendida cornice della stazione di Portici a rasserenare gli animi. Renzi si prende sottobraccio Minniti per una passeggiata sul lungomare, scherza con i fan, si porta Minniti e Delrio sul treno per il Facebook live della consacrazione del nuovo status interno al Pd (‘noi viviamo in pace’). Insomma, tutto va bene. In attesa delle elezioni siciliane.

 

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 29 ottobre 2017 su Quotidiano Nazionale. 

Altro retroscena. Renzi assediato dai complottardi. E scatta l’ira dei pretoriani: “Stavolta le liste le facciamo noi”

Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

Ettore Maria Colombo – ROMA

I renziani, i fedelissimi, ormai, non ci vedono più per la rabbia. Solo Lorenzo Guerini sta cercando, da giorni, di placare gli animi: “tranquilli, ragazzi, vedrete che alla fine aggiustiamo tutto e recuperiamo tutti”. Ma la guardia pretoriana del renzismo è accecata dall’ira funesta. Il ‘giglio magico’ – diviso in due fazioni ostili tra loro: i ‘lottiani’, nel senso di Luca Lotti, e i ‘boschiani’, nel senso della Boschi – del resto, lo ha fiutato da tempo, il cumpluttuni. Detto alla siciliana perché l’asse Franceschini-Orlando dentro il Pd (con il sostegno, forse, di Veltroni, ma tra i suoi c’è chi dice che “Walter tornerà a fare asse con Renzi e molto presto: ci sono le elezioni da vincere”) e quello Prodi-Pisapia, fuori dal Pd, lo farà partire il 6 dicembre. Quel giorno, infatti, si sapranno i risultati delle regionali siciliane, ma il copione è già scritto: il paladino del Pd, Micari, perderà male e il Pd può crollare a minimi storici. Evocativi dell’abissale tonfo (16%) in cui, nel 1994, Pietro Folena trascinò il Pds in Sicilia. E, intanto, la frattura tra Renzi e Gentiloni, esplosa anche in sede di cdm che doveva nominare, ufficialmente, Ignazio Visco a capo di BankItalia, cdm disertato da tutti i renziani doc con mille, pluerili, scuse (malattie, impegni, etc.)

Certo, i ‘complottardi’ dovrebbero trovare quel cuor di leone che finora in loro ha scarseggiato per riuscire a destituire Renzi. Per capirsi: schierarsi contro Renzi in Direzione nazionale o in Assemblea nazionale, dove il leader controlla il 58% dei delegati, equivale a un suicidio. Però potrebbero imporgli un’alleanza “larga” di centrosinistra, “stile Unione” (il copyright è di Franceschini) alle politiche che vada – Franceschinidixit, ma anche Piero Fassino lo teorizza – “da Alfano a Civati”. Un modo gentile e ipocrita per far inghiottire al Pd l’alleanza con Bersani, Speranza e, manco a dirlo, D’Alema. Renzi, che già s’innervosisce a sentire evocare il nome ‘Ulivo’ (“Io ci sono nato, con l’Ulivo – dice spesso – ma oggi c’ il Pd”), alla parola ‘Unione’ mette mano alla pistola: “Vorrebbero farmi alleare con quella Mdp che ogni giorno mi insulta” la sua risposta. Ma il ‘piano’ dei complottardi, più passano i giorni, e più fa gola anche ad altri pezzi di Pd: gentiloniani, veltroniani, fioroniani. Per non dire dei parlamentari che, a caccia di un seggio, non vedono l’ora di farla pagare al leader attuale che “tanto non ci ricandida o ci mette solo in collegi già persi per piazzare tutti e solo i suoi fedelissimi”. Poi ci sono Gentiloni e Veltroni. Il premier e il Fondatore ancora si dolgono che “Matteo non ci ascolta, non sa ascoltare, fa solo tutto di testa sua”. Traduzione: non puoi fare tu il candidato premier, resta a fare il segretario di partito, sacrificati, troviamo un altro nome. Guarda caso, identica proposta la faranno Franceschini e Orlando mentre per ora si limitano a desiderarlo, il ribaltone con il cumpluttuni, Prodi, Pisapia e molti altri.

Come reagirà Renzi? Per paradosso, non con la guerra alla guerra. Certo, ha già rimosso la fase zen: è tornato aggressivo, puntuto, ma sa che deve ricucire a destra e a sinistra, dentro e fuori il Pd. Magari con una mossa spiazzante, tipo: “Volete fare le primarie per il premier del centrosinistra? Facciamole!”. Intanto, oggi, lui e Gentiloni saliranno – idelamente, si capisce – sullo stesso treno quello di Renzi, per scendere “insieme, da amici”. all’antica stazione ferroviaria di Pietrarsa-Portici, dove ieri si è aperta l  – a Conferenza organizzativa del Pd. Il guaio sono i renziani. L’hanno giurata a tutti gli altri: “Niente prigionieri” è il grido di battaglia, “le liste elettorali stavolta le facciamo noi”.

L’articolo è stato pubblicato il 28 ottobre 2017 a pagina 11 del Quotidiano Nazionale

 

Il Rosatellum è legge. Al Senato passano cinque fiducie e il voto finale. Verdiniani e dissidenti dem aiutano a mantenere il numero legale

verdini

Il senatore Denis Verdini, fondatore di Ala

Questa mattina il Rosatellum è diventato legge con il voto finale sul provvedimento, che si è tenuto a scrutinio palese e con votazione elettronica (non nominale), del Rosatellum. Nel voto finale la maggioranza di governo più FI e Lega e altri gruppi minori di centrodestra ha ottenuto 214 voti, i contrari sono stati 61 (M5S-Mdp-SI-singoli del gruppo Misto), due sono stati gli astenuti. Presenti al voto 278, votanti 277, maggioranza fissata a 139, quorum ai fini del numero legale 154. Ora, il testo del Rosatellum passerà alla firma del Capo dello Stato e poi alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. La delega al governo per disegnare i collegi sarà di trenta giorni. A fine seduta, dopo la conferenza dei capigruppo che ha stabilito il calendario della legge di bilancio che arriverà al Senato a partire dal prossimo 31 ottobre, il presidente del Senato Pietro Grasso ha annunciato di lasciare il gruppo del Pd per iscriversi al gruppo Misto.

Per approfondimenti sul Rosatellum potete consultare articoli precedenti di questo blog che lo spiegano o consultare il blog del professore Stefano Ceccanti.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Giorgio Napolitano che attacca, pur senza mai nominarlo, Renzi e le “indebite pressioni” subite da Gentiloni per la richiesta ‘forzata’ di far passare la legge elettorale con la fiducia. I grillini che insultano e provano a mettere (fisicamente) le mani addosso al segretario d’Aula del Pd, il mite Francesco Russo. Solo perché Russo dice loro “siete indegni di fare i senatori ” quando li vede sfilare per votare con la testa coperta dalle bende, ma soprattutto perché Giarrusso fa “il gesto dell’ombrello” a Verdini e ai dem. La sinistra a sinistra del Pd che da Guerra (Mdp) alla De Petris (SI) urla contro “la nuova legge truffa” e “l’inciucio con Verdini”. I dem, assai dimessi, che si preparano a una incerta campagna elettorale in cui temono di perdere in gran parte dei collegi. E il centrodestra che, compreso che il Rosatellum gli conviene, nota Quaglieriello, “assiste a tutta la scena con nobile sussiego…”. Le vibranti proteste, cui partecipa l’intero stato maggiore dei 5Stelle, Beppe Grillo in testa, fuori dal palazzo, a piazza del Pantheon. Lì il leader e i suoi si bendano urlando “Hanno paura di noi!”, i fischi piovono per Mattarella, Grasso e Boldrini e la senatrice Paola Taverna inveisce: “Mussolini era un pivello! Questa è dittatura!”. E Di Battista ‘avverte’, in stile mafioso, Mattarella “Non firmare!” perché “già si è sbagliato una volta a firma una legge elettorale incostituzionale e deve stare ben attento a non firmare anche questa!”. Ecco cosa resta, sul taccuino, di una giornata per nulla campale. Dopo l’esame delle ben cinque fiducie apposte ieri dal governo, oggi il voto finale sul testo sarà a scrutinio palese, cioè blindato: insieme alla maggioranza di governo voteranno anche FI e Lega.

Certo, ieri qualche patema si è vissuto e alcuni scontri fisici pure. Il problema, assai complesso da spiegare, è stato il numero legale. Le opposizioni hanno cercato di farlo mancare a ogni prima ‘chiama’ e su ognuna delle 5 fiducie, per poi rientrare alla seconda, appena si accorgevano che, invece, la maggioranza lo agguantava. Ma il leit motiv di M5S, Mdp e SI all’esterno è uno solo e fa titolo: “La maggioranza si regge solo con i voti di Verdini! Senza i loro 13 senatori e qualche ‘fantasma’ del Pd non hanno i numeri!”. Vero o falso? Dipende. Il regolamento del Senato permette di contare, al momento del voto, anche coloro che si astengono ‘dal voto’ ma che sono presenti alla votazione, aiutando a ‘formare’ il numero legale. E così, con un numero legale che ballava sempre intorno a quota 143, si scopre che in realtà solo una volta, sulla terza fiducia, la maggioranza si è retta grazie ai voti di Ala mentre gli otto senatori dem (4 dissidenti e 4 eletti all’estero) che Mdp ha già bollato come ‘i fantasmi’ non votavano né sì né no, ma aiutavano a fare numero. Bollettino finale: di media 220 i presenti, 210 i votanti, 150 i favorevoli, una sessantina i contrari, ma con i 13 verdiniani che votavano sempre con la maggioranza. Verdini, in bretelle, se la gode: riceve applausi di scherno, ride e i suoi gonfiano il petto: “E’ la sua legge!”. Certo è che, sulla manovra, senza più i 16 senatori di Mdp, per governo e maggioranza il suo aiuto diventerà vitale.

Rispettato, ma non più amato, dal Pd e applaudito solo a sinistra è stato l’intervento di Napolitano. ‘Re Giorgio’ prende la parola alle 12, il silenzio che lo circonda è tombale, ha una lente per leggere. Dice, in buona sostanza, che “il Mattarellum era molto più coerente”, “la fiducia poteva non esserci”, ma che, appunto, “Gentiloni, cui va tutta la mia stima, ha subito indebite pressioni”. “Da chi?!” urlano i 5Stelle, ma tutti hanno capito bene: da Renzi. Alla fine, però, Napolitano, che ieri non si è presentato a votare nessuna delle cinque fiducie, dirà sì al testo finale. Legna da ardere, certo, dopo la ‘tenda’ di Prodi infilata nello zaino, Enrico Letta che medita vendetta da pariggi (dove oggi Renzi vedrà Macron), Pisapia che non vuole allearsi col Pd e le elezioni siciliane vicine. Il senatore Ugo Sposetti, intimo di Napolitano, cui regge i fogli, e tenutario dell’eredità immobiliare del Pci-Pds-Ds, profetizza: “Vi ricordate quando si diceva ‘tutti tranne la Raggi’? Dateci ancora tempo e vedrete che partirà il ‘tutti contro Renzi’, la nostra ora X”. In attesa che arrivi la ‘rivoluzione’, tuttavia, il Rosatellum è legge.

NB: L’articolo è pubblicato il 26 ottobre 2017 a pag 6 del Quotidiano Nazionale