Maria Elena sola contro tutti. Scoppia il caso Boschi, Gentiloni le rinnova fiducia, Renzi tace e mezzo Pd vive l’imbarazzo

Ecco due articoli usciti su Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni sul caso Boschi.

Il ministro Boschi

L’ex ministro alle Riforme Maria Elena Boschi

  1. Scoppia il caso Boschi-De Bortoli x Unicredit: solo i renziani la difendono.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Maria Elena Boschi si difende, in modo netto e diretto, con un post su Facebook. Il governo e il Pd le danno solidarietà, rapida e totale. Il “pieno sostegno” del premier Gentiloni, come del leader del Pd, Matteo Renzi, è assicurato, anche se in entrambi i casi in via informale, mentre alcuni ministri (Delrio su tutti) difendono la Boschi senza se e senza ma, ma mezzo governo (da Franceschini a Martina, da Orlando a Finocchiaro) tace. I 5Stelle, invece, ne chiedono le dimissioni e, in ogni caso, annunciano una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Altri partiti, dalla Lega Nord a Fratelli d’Italia, ma anche Articolo-Mdp e Sinistra italiana, si accodano nelle accuse e chiedono, alternativamente, le dimissioni sue e del governo. Forza Italia, forse non casualmente, tiene il profilo basso.

Tutto nasce da un estratto del libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere: s’intitola Poteri forti, lo pubblica La Nave di Teseo, ma nella lunga anticipazione che ne offriva, ieri, il giornale di via Solferino, del caso Boschi non si fa menzione. Sono due siti, prima Lettera 43, poi l’Huffington Post, a pubblicare l’estratto clou che sta a pagina 209: “Boschi non ebbe problemi nel 2015 a rivolgersi direttamente all’ad di Unicredit cui chiese di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. Ghizzoni, alla fine, lasciò perdere”. A sera, però, Unicredit fa sapere di “non aver subito pressioni per l’esame di dossier bancari, compreso quello di Etruria”.

Allora ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo Renzi, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Gentiloni, Boschi ha sempre negato di essersi interessata alle vicende patrimoniali della banca di cui il padre è stato vicepresidente. Al montare del caso, lo ribadisce con un secco post sulla sua pagina Facebook: “Vediamo di essere chiari: non ho mai fatto all’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, come ad altri, richieste di tale genere. Sfido chiunque e ovunque a dimostrare il contrario. Sono stupita di questa ennesima campagna di fango e stavolta ho affidato la pratica ai legali per tutelare il mio nome e onore. Chi è in difficoltà per le falsità a Palermo o i rifiuti di Roma (i 5Stelle, ndr.) non pensi che basti attaccare su Arezzo”.

I 5Stelle, però, si scatenano. Il blog di Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista pubblicano post fotocopia: “E’ una bugiarda. Se non si dimetterà la costringeremo a venire in Aula con la mozione di sfiducia”, parlano di “azioni legali”. Matteo Salvini ne chiede le dimissioni (“Nell’affare banche c’è dentro fino al collo”) come pure Giorgia Meloni (Fd’It) e l’intero vertice di Mdp, da Speranza a Scotto a molti altri scissionisti.

Il Pd contrattacca, ovviamente, ma a farsi notare è solo l’area renziana. Il ministro Orlando resta del tutto silente, Emiliano pure, altre aree dem alleate di Renzi – da quella di Franceschini a Martina ai Giovani Turchi – assai fredde. Il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, parla di “attacco vergognoso e strumentale di M5S. Si occupino dei problemi della gente e non di fare gli aspiranti pm”. Lorenzo Guerini la ritiene “una strumentalizzazione per nascondere i guai di M5S” e i senatori dem renziani: Marcucci, Del Barba) pure. Il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, annuncia per oggi “un esposto denuncia contro M5S e Grillo” per le loro parole. Paolo Gentiloni e Matteo Renzi si rifanno a quanto Maria Elena ha scritto nel post e le assicurano “pieno sostegno”, ma prese di posizione pubbliche, a partire da Renzi, a Milano con Obama, non ve ne sono.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 maggio a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.


2. Dubbi e imbarazzi su Maria Elena: Renzi teme contraccolpi nelle urne. La fedelissima isolata tra i dem. Gentiloni le rinnova la fiducia: “vai avanti”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Proprio ora che risaliamo nei sondaggi (Swg dà il Pd al 30,5%, recuperato tutto il calo post-scissione, e l’M5S al 27,5%, ndr), proprio ora che abbiamo lanciato l’offensiva alla Raggi sui rifiuti di Roma! Questa grana non ci voleva. Speriamo che il caso si sgonfi…”. E’ questo il massimo che si strappa, nel Transatlantico di Montecitorio, agli esponenti del Pd  sulla vicenda che vede sulla graticola il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. Una difesa ‘timida’ che trasuda imbarazzo: in pochissimi, come il renzianissimo senatore Andrea Marcucci, tornano sul tema. Eppure, le rivelazioni dell’ex direttore del Corsera De Bortoli hanno scatenato un finimondo politico: i 5Stelle, Lega e Fd’It, ma pure Articolo 1-Mdp, sono sulle barricate: chiedono il ritiro delle deleghe al sottosegretario da parte di Gentiloni o le sue dimissioni. Una mozione di censura, che già nel caso Lotti venne proposta e bocciata al Senato, verrà formalizzata dai 5Stelle, ma alla Camera dei Deputati, dove tutti, anche M5S, sa che i numeri per passare non ci sono, mentre la prima notizia di una mozione di sfiducia si risolve nell’ennesima ignoranza di diritto costituzionale dei 5Stelle ( le mozioni si possono presentare solo contro ministri).

Lei, per ora, si rifiuta di tornare sulla vicenda. Si limita a dire, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi che si tiene al mattino a palazzo Chigi sul dissesto idrogeologico, secca, “credo che la misura sia colma. Da qui in poi si occuperanno di questa questione i miei legali”. Poi palazzo Chigi diffonde una nota: Boschi “ha affidato agli avvocati Paola Severino e Vincenzo Zeno Zencovich (due principi del foro, la prima ex ministro, ndr) l’incarico di tutelarne, anche in sede giudiziale, il nome e la reputazione”. Chi lavora con il ministro fa notare che la nota è una ‘presa in carico’ ufficiale del governo. Insomma, il “pieno sostegno” di Gentiloni e Renzi, già diffuso ieri, sarebbe assicurato. Non a caso, sempre da palazzo Chigi, filtra che Gentiloni ha avuto un colloquio con il sottosegretario e l’ha incitata ad “andare avanti”. Anche Renzi – che oggi sarà al Nazareno per la prima riunione tra il Pd, i suoi gruppi parlamentari e il governo – fa filtrare, sia pure senza esporsi, che preferisce non parlare in pubblico per evitare di dar fuoco ancora di più alle polveri ad accuse che ritiene infondate. Resta anche forte il sospetto di Renzi e renziani che De Bortoli – da anni apertamente ‘in guerra’ con l’ex premier, accusato di “odore di massoneria”, e che non a caso il 20 aprile a Milano parteciperà, con Bersani, alla conferenza programmatica fondativa di Articolo 1-Mdp – ha dato voce al tentativo dei ‘poteri forti’ e ‘salotti buoni’ che vogliono impedire il ritorno di Renzi a palazzo Chigi.

Anche i ministri dell’attuale governo adottano questa linea, quella del silenzio operoso, “in attesa che il caso si sgonfi”, ma fa una certa impressione il silenzio di tutti i colleghi di ‘Maria Elena’, compresi quelli oggi finiti ai vertici del Pd, da Martina a Franceschini. A complicare le cose c’è la scarsa simpatia che la Boschi ha ispirato, sin dall’inizio, tra i suoi colleghi, già ai tempi di Renzi. E un dem vicino al governo nota perfidamente che “quando nacque il governo Gentiloni provammo in diversi a convincere Maria Elena a non volere né chiedere, a tutti i costi, un posto a Gentiloni, ma non ci fu niente da fare. Lei fu irremovibile, trattò in prima persona con Paolo, Renzi la sponsorizzò un po’, ma la decisione finale fu di Gentiloni”. Seguirono un furibondo scontro sulle deleghe tra lei e Lotti, promosso ministro allo Sport da sottosegretario che era, le nomine di chi – era l’accusa – “vuole accentrare tutto”, come quella del nuovo segretario generale di palazzo Chigi, il consigliere di Stato Paolo Aquilanti  che fu fondamentale nella redazione dell’Italicum, ma a cui ora il Consiglio di Stato chiede di rinunciare a uno dei due incarichi per la sua collocazione ‘fuori ruolo’ e il recente scontro con diversi ministri che fanno capo alla presidenza del Consiglio, quelli senza portafoglio, sul controllo dei loro atti. Controllo che la Boschi, proprio tramite Aquilanti, aveva chiesto e preteso con una circolare a tutti gli uffici, circolare che aveva fatto infuriare non poco diversi ministri. L’impressione che, davanti alle accuse di De Bortoli e 5Stelle, Boschi sia sola resta tutto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a p. 11 del Quotidiano Nazionale l’11 maggio 2017. 

 

 

Vitalizi, l’ira grillina scatena la bagarre. Il Pd: faremo pagare gli ex parlamentari

Il Senato italiano

Interno dell’aula di palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati.

Ettore Maria Colombo – ROMA
BAGARRE in Aula, Marina Sereni (Pd) oltraggiata, commessi spostati di peso e spintonati come in una rissa da bar. Persino la diretta Rai, che trasmette come ogni mercoledì il
question time, viene interrotta – ed è la prima volta che succede – per intercorsi tumulti. Protagonisti sono i deputati del Movimento 5 Stelle. I quali, ieri hanno inscenato, a freddo, una indecorosa gazzarra dentro un Aula di Montecitorio dove, poche ore prima, c’era persino il Capo dello Stato. Il finto oggetto del contendere sono i vitalizi dei parlamentari.

IN VISTA del 15 settembre, quando scatteranno gli ‘ex’ – non si chiamano più così dalla riforma, voluta da Fini, del 2013 – vitalizi, anche per i parlamentari oggi di prima nomina, il Pd ha pensato bene di escogitare e fare votare, in calcio d’angolo, una norma che salva la capra (il conquibus) e i cavoli (la ventata demagogica che scorre potente in Italia).

Infatti, fino a ieri, sul tavolo c’erano solo due proposte: quella del deputato democratico Matteo Richetti (molto dura contro i vitalizi) e quella, ovviamente, del M5S che li vuole abolire e punto, applicando anche ai parlamentari la (iniqua) legge Fornero. La Sereni, vicepresidente della Camera ed esponente del Pd, propone a sorpresa un «contributo di solidarietà» e ottiene il consenso unanime dell’Ufficio di presidenza, tranne quello dei 5 Stelle. La norma – che vale, in realtà, solo per i vitalizi maturati dal 2012 in poi perché da allora in poi si è passati, appunto, al sistema contributivo – vale anche solo per tre anni. La norma Sereni incide sugli «assegni vitalizi e i trattamenti previdenziali, diretti e di reversibilità corrisposti ai deputati cessati dal mandato». La proposta, inoltre, presenta un complicato sistema di scaglioni: il contributo di solidarietà, per gli assegni superiori ai 100 mila euro lordi, sale fino al 40% del vitalizio, mentre per gli scaglioni inferiori la tassa di solidarietà è fissata al 30% per i vitalizi fino a 90 mila euro, al 20% per quelli fino a 80 mila, al 10% per quelli fino a 70 mila, a zero sotto. Il prelievo, che già era stato introdotto nella legislatura, era scaduto il 31 dicembre 2016 e ripartirà a partire dal primo maggio durando, appunto, altri tre anni, producendo risparmi per 2,4 milioni l’anno (l’1,7% di risparmi sul totale dei vitalizi), ma non può e non potrà che essere temporaneo (anche se potrebbe essere riproposto, se ne parlerà nella prossima) perché così ha stabilito la Corte costituzionale, altrimenti  gli ex parlamentari farebbero ricorso, sicuramente vincendolo.  Gli altri gruppi parlamentari (tutti, Lega compresa) votano con sollievo un testo che grava sulle spalle di ex deputati che hanno molte legislature sulle spalle e non sui più giovani.

ED È QUI che i grillini – colti di sorpresa da una proposta che rischia di vanificare tutta la loro canea ‘anti-Casta’ – perdono la testa. Prima escono e poi circondano la sala dove si tiene la riunione dell’Ufficio di presidenza, ai piani alti della Camera, con alla testa il ‘comandante’ Di Maio (il quale, en passant, sarebbe un vice presidente della Camera). Poi si scagliano contro la Sereni, gridandole «vergogna» e minacciandola. I commessi, che si devono mettere in mezzo per dovere, sono a loro volta spintonati e spostati di peso.
Al grido-tweet #Sitengonoilprivilegio la bagarre tracima in aula. In teoria c’è il question time, sta parlando il ministro Galletti, ma la Rivoluzione non può attendere. I deputati M5S salgono sui banchi del governo e gridano «Vergogna! Ladri! Bastardi!». Segue nuova colluttazione con i commessi che cercano di trascinarli fuori dall’aula di Montecitorio.

Non paghi, c’è spazio anche per un mini-bagno di folla. Infatti, davanti alla piazza di Montecitorio, il ‘Popolo Indignato’ (dagli stessi pentastellati convocato e mobilitato) non aspettava altro che ascoltare il comizio dei due novelli Robespierre e Saint-Just, Di Maio e Di Battista. Succo del comizio: «Dopo questo gesto disperato per mantenere in vita i vitalizi dei parlamentari, sono finitiii!. Andremo al governo e cacceremo tutti questi abusiviii!». Dentro, si susseguono le accuse di «fascismo squadrista» da parte di molti deputati anche insospettabili di sinistrismo come il civivo Rabino (“Fascistelli!”) e l’ex An che li definisce dei “cialtroni che mi hanno impedito di parlare, manco negli anni 70”.
La presidente Laura Boldrini parla di «comportamento inaccettabile» mentre il capogruppo del Pd, Rosato, rivendica un voto «che taglia davvero i costi della politica». Sipario.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 13 del Quotidiano Nazionale il 23 marzo 2017

Renzi, patto di ferro con 5 Stelle e Lega: Italicum anche al Senato, poi il voto

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Ettore Maria Colombo
ROMA
COLLOQUI – Riservati, riservatissimi, tenuti segreti per settimane – con il leader della Lega, Matteo Salvini. Chiacchierate in Transatlantico tra gli emissari più fidati dell’ex premier, a partire da Ettore Rosato, e gli  omologhi grillini (Toninelli, Di Maio, Di Battista).
Matteo Renzi, mentre tutti guardavano il dito (il congresso, da anticipare o tenere a scadenza naturale, la scissione di D’Alema e, forse, di Emiliano e, forse, di Bersani, il freno tirato di forzisti e centristi sulla strada delle urne), puntava alla Luna. E così, con una mossa assai spregiudicata e che farà discutere a lungo, ha fatto quella che un grande vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, definì «la mossa del cavallo»: muovere in avanti, sulla scacchiera, per ‘mangiare’ a destra o ‘a sinistra’, a seconda dei punti di vista.
Accordarsi con i suoi nemici di sempre, anzi: i più accaniti (Grillo, Salvini, Meloni), per ottenere le urne al massimo entro il mese di giugno con scioglimento delle Camere entro fine marzo. Ieri – complice un articolo del quirinalista del Corsera, Marzio Breda, che intimava il prevedibile alt del Quirinale alla fretta renziana di correre alle urne senza armonizzare le due, diverse, leggi elettorali uscite da due, diverse, sentenze della Consulta sui diversi sistemi elettorali di Camera e Senato (l’Italicum rimaneggiato dalla Consulta il 14 gennaio scorso e il Consultellum, desunto dal Porcellum, nel 2014) – ha deciso che il dado era tratto. Si è chiuso coi suoi più stretti colonnelli, per tutto il giorno, al Nazareno (Guerini, Rosato, Zanda e pochi altri) e ha dato ‘luce verde’ finale all’accordo impossibile.

STA per nascere, infatti, il ‘Legalicum’, come lo chiamano, da mesi, i pentastellati. Ovvero, come dicono invece i renziani, l’estensione al Senato delle norme elettorali in vigore per la Camera: un Italicum senza ballottaggio, fatto di liste (o ‘listoni’) senza coalizioni e un’unica soglia di sbarramento, valida per tutti i partiti, alla Camera come al Senato.
Il dibattito parlamentare per scrivere una nuova legge elettorale inizierà, nell’Aula della Camera, il 27 febbraio. La data, in realtà, è ancora sub judice: manca ancora l’esame della commissione Affari costituzionali, ma anche quello potrebbe saltare, a maggioranza, e andare dritti per dritti in Aula. Non a caso, è stato stabilito anche il contingentamento dei tempi di discussione in Aula. Un elemento decisivo che poteva essere approvato solo nella giornata di ieri e, cioè, prima di stabilire il calendario d’Aula di febbraio, unica sede utile per stabilire il ‘contingentamento’ dei tempi di discussione, obbligatorio per fare in fretta. Non è neppure escluso un decreto legge e neppure una fiducia ‘tecnica’ messa dal governo “ma solo se tutti i partiti, o meglio la loro larga maggioranza, saranno d’accordo” si premura di mettere le mani avanti un renziano che ha seguito da vicino l’intero dossier.

La svolta di pura, ma necessaria, tecnica parlamentare  che sancisce l’accordo politico raggiunto tra tre partiti lontanissimi tra loro, arriva a tarda sera con un voto deciso a maggioranza (Pd-M5S-Lega a favore; FI, Sel-SI e Misto contrari) alla fine della conferenza dei capigruppo di Montecitorio e dietro esplicita richiesta dei grillini. Durante la riunione dire che sono volati gli stracci è dire poco, ma è solo un antipasto di quello che succederà, a breve, in Aula. Lo testimoniano le parole dei capogruppi contrari e pure del tutto ignari del complotto ordito alle loro spalle. Per Arturo Scotto (Sel) «è nato l’asse dell’avventura», Renato Brunetta (FI) parla di «comportamento inaccettabile del Pd», solo maurizio Lupi (Ncd) si limita a parlare di «forzature». La verità è che sta per nascere una legge che colpirà al cuore soprattutto FI, la quale sarà costretta presentare liste uniche con Lega e Fd’I, annacquandosi in esse. Il capogruppo dem, Ettore Rosato, parla come chi ha il pesce già in bocca: «Ho rassicurato i miei colleghi che tentavano di diluire i tempi. Per noi non è che il giorno che si approva la legge, poi bisogna andare a votare, ma da quel giorno sarà possibile. Servono solo piccoli aggiustamenti». Luigi Di Maio (M5S) esce dallo studio della Boldrini e dice trionfante: «Entro la metà di marzo la Camera può approvare la legge elettorale e, a quel punto, il Senato in pochi giorni non dovrà far altro che ratificarla».

QUESTO è un po’ meno vero: tra i ‘piccoli’ aggiustamenti, oltre quelli ovvi (doppia preferenza di genere, via l’assurdo sistema del sorteggio stabilito dalla Consulta, dimensione diversa dei collegi senatoriali, capolista bloccati da estendere anche al Senato) non è ancora chiaro se sono previsti due punti cruciali per la sopravvivenza di molti partiti, specie i più piccoli: la possibilità di creare liste e/o coalizioni e le soglie di sbarramento. Il sistema oggi in vigore per il Senato prevede la possibilità di dare vita a coalizioni, ma l’asse Pd-Lega-M5s punta a consentire solo la presentazione di listoni come accade alla Camera. Le soglie di sbarramento al Senato sono assai diverse (20% le coalizioni, 8%, le liste singole) ben più alte dell’unica della Camera (3%): potrebbe essercene una sola, la più bassa, di soglia di sbarramento per permettere a tutti i partiti, anche i piccoli, di correre. Una cosa è certa, un dato di fatto è blindato, come una regola aurea: ci saranno i capolista bloccati perché quelli li vogliono tutti, dal Pd di Renzi a FI, da Lega a M5S, da Ncd agli altri.
E Renzi? «Basta alibi» ripete come un mantra, soddisfatto, quasi euforico, «ora dobbiamo occuparci di Trump e della Ue, non di collegi». Infatti, come dice in un sms inviato alla trasmissione di Floris su La7, Di Martedì, «per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso, ma sarebbe grave, ingiusto e assurdo far scattare i vitalizi a settembre. Sarà fondamentale, invece, farsi sentire con molta forza dall’Europa, specie sui vincoli di bilancio e austerity», aggiunge, con toni che ricordano quelli grillini o dei ‘sovranisti’. Populismi di destra, grillini e di sinistra: si giocherà intorno a questi tre poli la prossima campagna elettorale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il I febbraio 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 

Renzi punta al voto subito (aprile o giugno), ma Emiliano dà l’aut-aut: o si fa il congresso o si va “alle carte bollate”

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

RIMINI – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del 28/01/2017 – in foto: Matteo Renzi

dall’inviato
Ettore Maria Colombo
RIMINI
L’OFFERTA del Pd a tutti gli altri partiti per cambiare la legge elettorale «va verificata a stretto giro, entro e non i prossimi sette giorni», dice il renziano che ha sentito Renzi – al telefono, in quanto già rientrato, l’altra sera, a Pontassieve – mentre se va via da Rimini. Con la chiosa che, certo, «noi proponiamo il Mattarellum, ma siamo disponibili a discutere anche di altro». Esaurito questo tentativo, «che sarà anche l’ultima offerta che faremo, prenderemo atto che non si può che andare a votare il più rapidamente possibile» (a fine aprile o, al massimo, a giugno). «Decisione che – spiega il renziano di prima fascia – certificheremo nella Direzione già convocata del 13 febbraio e che poi concorderemo con Gentiloni». Il che vuol dire ‘auto-dimissioni’ del premier. Dimissioni ieri paventate dal ministro Delrio che ha citato Sant’Antonio Abate per indicare la «precarietà» sua e altrui.

INFINE, però, «per venire incontro alle possibili rimostranze del Colle», il governo potrebbe emettere un decreto che metta mano all’unica cosa cui si può mettere mano, «senza dover passare per le forche caudine di voti segreti e mole di emendamenti»: la revisione dei collegi elettorali del Senato che «così come sono (20 in 20 regioni, ndr) sono troppo grandi, dividendo in più collegi le regioni più popolose», come Lombardia, Lazio, Campania, Sicilia. Poi, però, dritti al voto, «tanto ormai va bene anche agli altri partiti».

RENZI (al telefono, da Pontassieve) e i suoi più stretti colonnelli (Guerini da Lodi, Orfini che presidiava gli ultimi fuochi di dibattito a Rimini, come pure Rosato, Ermini, etc) hanno messo a punto una vera road map di guerra, in vista del voto anticipato cui essi puntano. Quella appena descritta sopra. Sul percorso, però, gli incidenti potrebbero essere diversi e spuntare come funghi: in Parlamento, al Colle e, da due giorni, tra la minaccia di scissione di D’Alema e le bordate di Emiliano tirate ieri in tv, anche e soprattutto dentro il Pd.
«Emiliano? La minoranza che pretende il congresso anticipato? I nostri ministri ‘cuor di leone’ che vorrebbero farci sedere ‘al tavolo’ sulla legge elettorale per non farci alzare più, ingabbiandoci in diatribe infinite così si vota nel 2020?». La verità – dice, con un sorriso tirato, un altro renziano di prima fascia – è una sola: tutti i nostri oppositori, interni ed esterni, hanno capito che facciamo sul serio, ecco perché alzano, tutti, il tiro».
«Stiamo portando il Paese e il Pd a elezioni anticipate – spiega la fonte – a giugno, data più probabile, ma non escludiamo di riuscire ad andare al voto a fine di aprile (vorrebbe dire, però, sciogliere le Camere entro l’8 marzo e votare non oltre il 30 aprile, ndr), se la trattativa con la Ue, che sarà durissima e inizia ora, in questi giorni, finisse male».

E così, prima ancora che in Parlamento, il cannoneggiamento alla strategia del Napoleone del Nazareno – quella che lo vedrà trionfare, come ad Austerlitz, o soccombere, come a Waterloo – è bello che iniziato già da dentro il Pd. Dopo D’Alema sabato, ieri è stato il turno di Michele Emiliano. Il governatore pugliese va negli studi di Rai3, da Lucia Annunziata, e ne spara una più grossa dell’altra: «È Renzi che sta facendo la scissione. Quella di chi non rispetta lo Statuto perché non apre il congresso e dice, in sostanza, le liste ‘le faccio io’. Io sono pronto a candidarmi alla segreteria del Pd, se è necessario, ma se Renzi non ci dà risposte, già in settimana inizieremo a raccogliere le firme degli iscritti. Sono pronto ad arrivare fino alle carte bollate se Renzi non convocherà il congresso». Insomma, Emiliano è pronto a tutto, pure a evocare la scissione, come ha fatto D’Alema.
La minaccia è chiara ed è pure supportata da una ‘trimurti’ di deputati pugliesi (Boccia, Ginefra, Laforgia), diventati il nuovo braccio armato del governatore, che ribadiscono: «Da oggi raccogliamo le firme per il referendum tra gli iscritti» (basta il 5% per chiederlo, dalla commissione di Garanzia del partito gli rispondono subito picche mentre Guerini e Orfini gli ricordano che il congresso, per Statuto, è previsto a dicembre e l’iter inizia a giugno).

Renzi non pare preoccupato più di tanto dalla sparata di Emiliano. Infatti, lascia rispondere ai suoi due bracci, il ‘destro’, Guerini («Emiliano si legga uno Statuto che non conosce e che a regole chiare: il congresso si farà a dicembre 2017») e il ‘sinistro’, Orfini («Spero che conosca la legge meglio di come conosce lo Statuto»). A Orfini tocca rispondere, però, pure all’altra minaccia che insidia la road map del segretario, D’Alema. Orfini tira fuori un altro parallelo bellico, quello dei «riservisti» e, di fatto, dei ‘traditori’ mettendo nel mirino – e dandogli dei ‘traditori’, in pratica – a chiunque andrà con lui. Toni duri, durissimi, che saliranno ancora. Da questo punto di vista, la minoranza bersaniana che invoca, pur se a gran voce, il congresso anticipato, per Renzi è l’ultimo dei problemi. Se, però, non riuscisse ad andare al voto anticipato, la grana del congresso esploderebbe subito e sarebbe assai difficile, per lui e per i renziani, procastinarlo fino alla data formale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 30 gennaio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.

Pd postConsulta. Renzi esulta: ho ancora il pallino in mano, si voterà a breve. E, alle prossime elezioni, le liste le faccio io

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Pubblico di seguito due articoli scritti negli ultimi due giorni (26-27 gennaio 2017) su QN.

ROMA
«LA NOSTRA dead line – spiega il renziano di prima fascia – è febbraio. Entro la fine di quel mese, una volta conosciute le motivazioni della Consulta (arriveranno il 10 febbraio, ndr) si capirà se gli altri partiti, Forza Italia in testa, vogliono fare sul serio per ‘armonizzare’ al meglio le due leggi elettorali fatte, entrambe, dai giudici (il Consultellum e l’Italicum, ndr). Altrimenti, non c’è problema. Andremo al voto a giugno con quello che c’è e cioè due leggi elettorali compatibili e applicabili, come ha detto la Consulta stessa». La data fissata per il voto anticipato nei desiderata di Renzi la conoscono, ormai, pure i sassi di Montecitorio: è l’11 di giugno, in contemporanea con le elezioni amministrative di oltre mille comuni. “Così facciamo vedere che si risparmia”, spiegano altri renziani desiderosi di ben figurare.

LA DATA della dead line (fine febbraio) per trovare un accordo – «la variabile non è il tempo, che non abbiamo da perdere, ma la volontà», dice il senatore Andrea Marcucci – è invece l’ennesima novità. Ma si sa, l’appetito vien mangiando e a ingolosire il segretario dem sono arrivati pure i soliti sondaggi in cui il Pd si colloca, stabilmente, sopra l’M5S di cinque lunghezze: intorno il 31,7%-31,8% i dem, intorno al 27% invece i grillini.
Ecco il perché del clima di felicità che si respira al Nazareno e che già dall’altro giorno, quando Renzi e i suoi attendevano ansiosi e agitati il responso della Consulta, si va trasformando in euforia, forse pure un po’ iettatoria, decisamente assai eccessiva.
Tanto che è rimasto solo lui, ‘Matteo’, a predicare la filosofia che, di solito, predica il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: quel «calma e gesso» di andreottiana memoria che è il nuovo mantra del segretario dem, il quale sa che i pericoli davanti sono ancora tanti. Per l’inner circle dell’ex premier, invece, i teorici impedimenta al voto cadranno come birilli.

MATTARELLA, per dire. «Ma come?», spiega un renzianissimo che i sistemi elettorali li mangia a colazione, pranzo e cena, «proprio Mattarella ideò una legge con due modalità ben differenti di elezione: collegi e liste bloccate alla Camera, collegi e recupero dei migliori perdenti al Senato. Come potrebbe, il padre del Mattarellum, eccepire, ora, a due leggi elettorali solo di poco realmente difformi e facilmente armonizzabili?». Mah, sarà. Eppoi, davvero il Quirinale scioglierà, davanti alla richiesta del Pd, le Camere? Gli spifferi che arrivano dal Colle paiono, ai renziani, effluvi tutti largamente positivi: «La frase chiave della loro sentenza, quella sulla immediata applicabilità della legge, i giudici della Consulta, prima di scriverla nero su bianco, l’hanno sottoposta al Colle».
E Gentiloni, possibile che si faccia da parte, a uno scocchiar di dita di Renzi senza dir nulla? Possibile, per i renziani, che spiegano: «l’intesa tra Matteo e Paolo è totale nel reciproco rispetto dei ruoli». Gentiloni, peraltro, andrà a Rimini, sabato, se gli riuscirà (è a Lisbona, quel giorno), a omaggiare la rentreé pubblica dell’ex premier, come pure parleranno dal palco i due ministri nuovi fiori all’occhiello di Renzi: quello all’Interno, Minniti, con la sua nuova politica sui migranti e sui Cie, e Delrio, per i soldi, da usare in campagna elettorale.
Resterebbe la famosa ‘palude’, un Parlamento dove i tacchini non vogliono mai festeggiare il Natale, e cioè a casa prima del tempo: «il problema, se, come sarà, il Pd, cioè il partito di maggioranza relativa, a staccare la spina, non si porrà», la risposta. Tradotto: tutti a casa.
E il Pd? Al netto della minoranza bersaniana – che guarda con sempre più forza a D’Alema (l’appuntamento clou è a Roma, sabato mattina) e a una scissione dal Pd, di fatto, pronta – i big (Franceschini, Orlando) non vorrebbero arrivare al voto ‘solo’ nel 2018 passando, ‘prima’, per il congresso dem e magari trovando, per strada, un campione anti-Renzi? Ed è qui che il volto del renziano si fa beffardo: «La Consulta ha lasciato intatti i capolista bloccati. In più, molti big hanno il problema di aver già superato il limite dei tre mandati previsto dallo Statuto. Se vogliono la deroga, è a Matteo che la devono chiedere». Insomma, i renziani sono sicuri: «Non si farà alcuna modifica alla legge elettorale e andremo al voto con le leggi fatte dalla Consulta». Eccolo il fantastico mondo non di Amelie, ma dei Renzi boys. Se la realtà sarà diversa non ci vorrà molto tempo per capirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2017 (http://www.quotidiano.net)


COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini a Montecitorio (foto Ansa)

ROMA
«ORA abbiamo la pistola carica, e la stiamo per mettere sul tavolo» – spiega il renziano di prima fascia che ieri ha atteso, fianco a fianco di Matteo Renzi, al terzo piano del Nazareno, notizie dalla Consulta mentre le ore che seguivano ai minuti e i minuti alle ore in modo lento, fiacco, ma inesorabile. «La Consulta – continua – non solo ha salvato il cuore dell’Italicum, che è e resta una buona legge, bocciando solo il ballottaggio, ma ha scritto, nero su bianco, che le due leggi elettorali che risultano dall’Italicum e dal Consultellum sono immediatamente applicabili e fruibili. Vuol dire che si può andare a votare in qualsiasi momento. Ora spetta agli altri, e segnatamente a Forza Italia – spiega la fonte – decidere se vogliono un accordo politico alto e forte, sul sistema elettorale, o no, ma in ogni caso nulla osta più al voto anticipato. Di certo, di fronte a Lega e M5S che urlano “al voto! al voto!”, non saremo noi a fare la parte di quelli che hanno paura di andarci. Infine, – e qui la voce della fonte si fa sardonica, perfida – la Consulta ha mantenuto in vita i capolista bloccati, punto che in molti, dalla minoranza nostra interna agli azzurri, credevano sarebbe stato cassato. E quelli della minoranza li vedo assai ‘spompi’ (fiacchi, ndr). Le liste elettorali, alle prossime elezioni, le facciamo noi, da qui, al Nazareno». Parole che suonano più come una minaccia che come una constatazione, anche rispetto alle altre aree interne al Pd, quelle dei vari big, che avanzano, da tempo, molte pretese, nei confronti di Renzi, ma che dovranno, ora, contrattare i posti sicuri da mettere in lista.

INSOMMA, stavolta «Matteo non è che è felice, è proprio contento, qui al Nazareno stiamo stappando lo spumante, dopo la sentenza», racconta allegra un’altra fonte. E dopo giorni di Renzi abscondito – non dava interviste, non si faceva vedere in giro, non parlava – e che appariva nervoso, sospettoso, indispettito (persino con Gentiloni, pare, si è risentito), ora è tornato «felice» e lo fa dire ai suoi. Del resto, è tutta la giornata del segretario che è andata bene. Di prima mattina lancia il suo nuovo blog, scrive che «il futuro, prima o poi, torna» (forse già vedeva elezioni), attacca le «letterine ridicole» della Ue, ribadisce che il Pd «vuole tagliare le tasse», saluta la vecchia segreteria (è un benservito, in realtà) e annuncia quella nuova, già pronta, ma che non annuncerà prima di sabato prossima.

Poi il segretario si fa lirico: «Riprendo un cammino fisico fatto di passi, incontri, sguardi con vecchi amici che non vedi da tempo, ora finalmente c’è più tempo per te, e per loro».
E così torna a splendere il sole, come d’improvviso, sul volto di Renzi e dei suoi. Ieri, in stanza con lui, al Nazareno, c’erano Guerini – sempre più potente, sempre più cruciale in ogni trattativa, sempre più ‘Forlani’ – Serracchiani, Rosato, Bonifazi, Fiano e pochi altri. E, a las cinco de la tarde, quando la Consulta emette il suo verdetto, al Nazareno si brinda. I renziani conpulsano il calendario: la data cerchiata in rosso è l’11 giugno (vorrebbe dire sciogliere le Camere, al massimo, entro il 25 aprile), Mattarella non pare ostile («al presidente va bene andare a votare anche con questa sentenza», si auto-rassicurano), la minoranza «ha le ali spuntate, gli azzurri pure» si danno di gomito i pasdaran renziani. Sarà. I più avveduti, come dice Guerini a un amico, ma lo dice pure Renzi, predicano «calma e gesso, abbiamo tanto lavoro da fare, anche FI dovrà discutere con noi, subito, senza inutili ‘parlamentarizzazioni’ di una nuova legge elettorale». E Gentiloni che si dovrebbe autosuicidare? «Ragioneremo con lui e  il partito sull’intero percorso», spiega.

A SCANSO di equivoci e di problemi che potrebbero sorgere – FI che fa melina, i centristi che sguazzano nella palude, i big del Pd, da Franceschini a Orlando, che tifano perché «la legislatura duri» – Renzi fa dire ai suoi che «il Pd è per il Mattarellum, gli altri partiti dicano se vogliono il confronto, sennò l’unica strada è il voto». Quello anticipato, ovvio. Poi fa ribadire il concetto a tre fidati uomini d’ordine: il già citato Guerini; Ettore Rosato, capogruppo dem alla Camera, che però si spinge un po’ troppo in là nel dire che «le leggi uscite dalla Consulta sono del tutto omogenee»; Lele Fiano, che parla su esplicito mandato di Renzi per ribadire che «discuteremo, con tutti, ma il tempo della melina è finito». Pure il tempo del Renzi abscondito è finito. Matteo è tornato e, dicono i suoi, «ora non ce n’è più per nessuno». A Rimini, sabato, quando Renzi tornerà sul palco, si vedrà se è davvero così.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 gennaio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Ncd in rivolta, i dissidenti del Senato vogliono la crisi di governo entro luglio. Ma Alfano resiste

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

C’È UN gruppo di almeno otto senatori di Ncd che – capitanati dal capogruppo al Senato, Renato Schifani – chiede di uscire dal governo, aprendone di fatto la crisi al più presto, forse già entro luglio, in combutta con un paio di senatori di Ala (Falanga e Auricchio), inquieti da altrettanti giorni, se non settimane, e altri di Gal (Grandi Autonomie e Libertà).
Il momento (e la scusa) dell’incidente per mandare sotto Renzi è già stato individuato: è il ddl sulla riforma del bilancio degli enti locali. Pare uno dei tanti voti di routine che il governo dovrà affrontare la prossima settimana, in verità è una votazione particolare: occorre la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea, ovvero 161 voti. All’inizio della prossima settimana, dunque, si capirà se il governo, al Senato, tiene oppure no.
«Senza neppure aspettare il referendum», come vorrebbe fare invece il capogruppo alla Camera, Maurizio Lupi, che ha lanciato il «modello Milano» e, per aprire la crisi di governo, vorrebbe aspettare il referendum. Forse garantendo un appoggio esterno, al governo Renzi, forse manco quello. In ogni caso decretando «la fine di un governo per noi istituzionale come quello Letta», come ricorda Lupi ai suoi, che poi aggiunge: «arrivati fin lì, alla celebrazione del referendum, il nostro compito è finito».

MA, appunto, molto di più di questo e, soprattutto, molto prima chiedono gli otto senatori ‘schifaniani’: una rottura immediata con il governo, e subito, al massimo entro luglio. E se la riunione del gruppo al Senato si fosse tenuta l’altra sera (si terrà, invece, a inizio della prossima settimana: è stata spostata causa, in teoria, rispetto per le salme di Dacca) l’avrebbero già chiesta, Schifani in testa. «Lasciare il governo e ricostruire l’area moderata»: la mette giù così il senatore, assai vicino a Schifani, Stefano Esposito. E dato che i guai non vengono mai soli, ben tre (Azzollini, Formigoni, Esposito) degli otto senatori citati ha partecipato a una riunione di tutti i senatori di centrodestra che ieri hanno organizzato il comitato del No al referendum costituzionale.
NCD, o meglio ciò che ne resta a livello di gruppi parlamentari (31 deputati e 31 senatori), è un partito sull’orlo di una crisi di nervi. Il caso «famiglia Alfano» (fratello, padre e il suo principale collaboratore al ministero e in Ncd, di cui detiene pure il marchio, Davide Tedesco, finiti nel tritacarne mediatico-giudiziario) non solo non ha fermato la frana, ma rischia di renderla definitiva. Naturalmente, la solidarietà al ministro dell’Interno arriva da tutti, governativi-ministeriali, anti-governativi e anti-ministeriali. E lui, Alfano, in una riunione lampo convocata ieri, a Montecitorio, dopo il question time, è stato drastico: «Non ci sarà alcun caso ‘Lupi 2’ (l’ex ministro si dimise dopo un inchiesta della Procura di Firenze di cui, dopo tre anni, non si sa nulla e in cui non era neppure indagato, ndr), io non mi dimetto», ha detto a un manipolo dei suoi deputati che gli si sono stretti intorno.

EPPURE, anche solo il ‘come’ viene offerta la solidarietà ad Alfano fa storcere la bocca a molti. Per dire, gli anti-governativi o ‘schifaniani’ hanno vissuto con malcelato disprezzo quello che definiscono «l’ossessivo attaccamento alle poltrone» degli alfaniani ministeriali (Lorenzin, Costa, Vicari, etc) i quali  – sibilano i senatori dissidenti – «si sono affrettati a dire che il governo Renzi va avanti e va sostenuto, fino e oltre al referendum».
D’altra parte, i ‘ministeriali’ o ‘governativi’ chiedono, da un lato, a Renzi e al Pd «di difendere Alfano a spada tratta perché – dice Sergio Pizzolante, vicino a Cicchitto – Angelino non è dimissionabile. Se viene giù lui, viene giù tutto il governo. E dopo, con l’aiuto di poteri che si stanno riposizionando, non arriva il ‘nuovo’ centrodestra ma il populismo a Cinque Stelle e il nostro Paese finisce come nel’92-’93, quando la sinistra pensava che fosse giunto il suo turno e invece arrivò Berlusconi» (nella parabola al contrario di Pizzolante oggi la sinistra sarebbe il centrodestra e i grillini Berlusconi…).
E PROPRIO il suo riferimento politico, l’ex socialista e oggi filo-renziano Fabrizio Cicchitto chiede che la ‘conta’ interna non avvenga solo al gruppo al Senato, ma «insieme, deputati e senatori» sperando sul dato di fatto che, alla Camera, i ‘ministeriali’ sono più forti.
Resta il punto e cioè che è al Senato che i voti valgono tanto oro quanto pesano. Ed è lì che gli anti-governativi sono pronti a «mettere insieme pezzi di GaL, Ala, Forza Italia per dare vita» – spiegano gli ‘schifaniani’ – a una nuova area politica moderata» che, ovviamente, inizierebbe, e presto, a votare contro il governo, non certo per. Facendolo, di fatto, cadere.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 

L’Armata Brancaleone del “Fronte del No” (a Renzi) ha perso la sua prima battaglia referendaria e già litiga al suo interno in vista del referendum istituzionale di ottobre: 3 articoli ‘al prezzo’ di uno

i simboli dei diversi partiti italiani alle Europee

I simboli dei principali partiti politici presenti alle Elezioni Europee del 2014

1) La marcia dell’Armata Brancaleone. Grillo e Salvini, Sel e sinistra dem

hanno fatto ‘flop’, ma già si preparano alla battaglia su altri referendum.

ROMA
ERNESTO CARBONE, (deputato dem, renzianissimo, fino all’altro ieri era prodianissimo, poi lettianissimo, insomma: “come si cambia per non morire, come si cambia per amore”) con il suo hashtag assai sfottente, «Ciaone» – pubblicato su Twitter che ancora è domenica pomeriggio di referendum sulle trivelle, le urne sono ancora aperte, e insomma, non si fa, prendeva in giro tutti quelli del “Sì” sul ‘batti-quorum’ – li fa infuriare tutti in Rete e fuori.
Ma la verità brucia: per gli «anti-Renzi», il referendum è una prova fallita, un buco nell’acqua (del mare…), una rivoluzione mancata. Un 18 aprile non alla rovescia, ma proprio come quello del 1948 per il Fronte Popolare: una disfatta di proporzioni epocali. E allora giù insulti, al povero Carbone: «A ottobre tu e Renzi farete le valigie!» il più gentile. Del resto, il Fronte del Sì sulle trivelle corrisponde al vero Fronte del No del futuro: a Renzi e alla sua riforma, al Pd e al suo governo, nel tentativo di mandarli a casa una volta per tutte. Un fronte che definirlo L’Armata Brancaleone (film del 1966, regista Mario Monicelli, mattatore Vittorio Gasmann, titolo divenuto un’espressione paradigmatica, entrato persino nei vocabolari della lingua italiana) si fa un torto al (finto) Principe Brancaleone da Norcia e al suo seguito di smandrappati compari.

CHI c’è, infatti, in questo ‘Fronte’, neppur più ‘della Gioventù’, trattandosi di (quasi tutti) anziani e attempati signori, cui nulla importa di trivelle, mare inquinato e idrocarburi, ma solo di «mandare un segnale a Renzi», «sconfiggere Renzi», “distruggere” il renzismo (e Renzi, e il suo governo, e il Pd, e tutti gli altri) in un crescendo di parossistica ossessione?
C’è il movimento Cinque Stelle, ovviamente, in prima fila. Un Movimento che a Renzi oggi contende, palmo a palmo, le principali città al voto a giugno e domani, chissà, il Paese.
Grillini smanettoni che, sui social, il referendum l’hanno già vinto, prima ancora di andare a votare, ma solo a colpi di clic. Solo che coi voti è diverso: «Democrazia diretta», direbbe il caro vecchio Rousseau, il filosofo illuminista, però, non la ‘piattaforma’ digitale M5S.
«Io ho votato! Notizie di Renzi?!», esulta, «alle ore 9», via Twitter, il candidato premier Luigi Di Maio. «Tutti a votare, per l’Italia e la democrazia!» grida Beppe Grillo. Ma l’Italia non ha risposto all’appello: la democrazia, stavolta, ha preferito astenersi. «Votare è giusto, pochi o tanti», si mantiene più moderato, stavolta, per una volta, «Dibba», alias Alessandro Di Battista. E Virginia Raggi, assai temuta candidata grillina a Roma, tiene improvvisate lezioni di diritto costituzionale: «Votare è un diritto-dovere, oggi ancor di più». Poi ci sono, certo, ovvio i berluscones. Tutti tutti, tranne uno, Silvio Berlusconi: non vota, ma lo dice solo all’ultimo, a metà pomeriggio, appunto, e li lascia – as usual, ormai – con un palmo di naso, i suoi azzurri che, poverini, si stavano e si stanno agitando tanto.
Forzisti nuovisti che, sui social, ormai s’esaltano assai, tipo Maurizio Gasparri. E così, è sempre e ancora l’alba di domenica quando Renato Brunetta, capogruppo FI alla Camera, Renatino l’infaticabile, l’incontenibile, twitta: «Ho votato per mandare a casa Renzi!». E Guido Bertolaso, candidato a Roma – che non lo vuole nessuno ma a lui-lui, Bertolaso – dice triste: «Io voto, nonostante tutto». Magari nonostante il ritiro della corsa cui, presto, sarà costretto. Non mancano, ovvio, i leghisti, sempre così impettiti, così tronfi, sicuri. Matteo Salvini gonfia il petto: «Ho esercitato il mio diritto, spero lo facciano in tanti». Invece lo fanno in pochi, ma lui è sempre lì, sempre in mezzo, come il mediano di Ligabue.
E al suo fianco c’è e ci sarà sempre Giorgia Meloni, che ha riscoperto «lu mare, lu vientu, lu sole» delle terre a Sud, oltre che la sua maternità: chissà, forse è la forza della democrazia.
Diritto di voto – e non, la Costituzione ce ne scampi e liberi, di ‘astensione’ (si astengono, non solo sui referendum, ma pure alle elezioni comunali, regionali e politiche milioni di cittadini da settant’anni e mai nessuno che abbia rivolto loro una prece, una domanda) rivendicano non solo i presidenti di Camera (Boldrini) e Senato (Grasso) che, sorridenti e vestiti casual, si fanno fotografare mentre infilano l’urna nella scheda perché, diamine, loro «sono» le Istituzioni, ma pure gli ex premier giudiziosi del centrosinistra alla Letta (Enrico), Prodi (Romano), (Monti era via?) o i mancati premier, alla Bersani (Pier Luigi) che a votare ci vanno eccome, poi dicono che votano ‘No’ e qui l’ambientalista trasalisce, ondeggia, si preoccupa, ma quelli sono di sinistra, sì, ma ‘industrialisti’, e pace e amen.

Infine, ci sono «loro», la sinistra. Variamente intesa: quella interna al Pd («Speranza ha votato a Potenza!» informa lieto e garrulo il comunicato del suo ufficio stampa, e non si capisce se è un auspicio, o una cantilena). Quella esterna al Pd, un po’ triste, un po’ cupa, di Sel-SI e di Stefano Fassina («Forza Roma, forza Lupi, so’ finiti i tempi cupi…»). Quella ‘sempe incazzat’ ma po’ pe’ chi?’ (la citazione è di Pino Daniele) di Fratoianni, De Magistris, Ingroia, Ferrero, etc. etc. etc. E, soprattutto, quella di Michele Emiliano. Il governatore pugliese c’ha creduto, c’ha sperato, di prendere due piccioni con una fava: vincere il referendum del fronte «No-Triv», che ha capeggiato con il coraggio degno di un leone ferito, e mandare a casa Renzi, di cui si proponeva e si propone, nel Pd, come l’alter ego: un alter ego roccioso, pugliese, rotondo, barbuto, tonante. E, invece, niente: lui e tutta la sinistra radical chic, solo radical o anche solo liberal, dovranno aspettare ancora un giro. Stavolta, Renzi ‘non’ va a casa. E, nel frattempo, ecco, riemergere i ‘cacadubbi’ della sinistra «vera». Norma Rangeri, direttora del manifesto, donna raffinata e di gusto, di buone letture e di buona scuola (Rossanda-Pintor) si chiede: «Ma ‘noi’, co’ Lega e M5S, che c’entriamo?». Contraddizioni in seno al popolo della novella Armata Brancaleone.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (httt://www.quotidiano.net)  il 18 aprile 2016.

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2) La poco gioiosa macchina da guerra dei referendari.

Tutti uniti, ma tra mille polemiche, e solo per dire “No” al premier

ROMA –

FORSE sono troppi i referendum su cui chiedere un parere o, meglio, un rotondo, definitivo, «No»: quello contro il ddl Boschi (riforma istituzionale, voto probabile a ottobre 2016) e quello contro l’Italicum (la legge elettorale, voto plausibile non prima del 2017). Ma ci sono, pure, i referendum promossi dalla Cgil: sono ben otto, cinque ‘solo’ sulla riforma della scuola (legge di Renzi) e altri tre sul Jobs Act (legge sempre di Renzi). E così si scopre, nelle more della presentazione della richiesta di raccolta firme avvenuta ieri alla Corte di Cassazione su tutti i quesiti (la somma totale è nove: c’è n’è pure un altro sulle trivelle…), che la Cgil «non appoggia», anche se non lo dice, il «Comitato del No» sull’Italicum e sul ddl Boschi. Perché – spiega un cigiellino – «Susanna Camusso (leader della Cgil, ndr) ad Alfiero Grandi (presidente vicario del Comitato del No, ex esponente della sinistra interna Cgil, ex Pci-Pds-Ds, ndr) – dalla Cgil lo ha fatto fuori ma, ancora oggi, non lo può vedere…». La Cgil, dunque, raccoglierà le firme per i suoi referendum (otto), ma non sugli altri (tre), pur se promossi da tanta bella ex intellighèntzia della sinistra che fu. Tra gli altri Giulia Rodano, figlia di Franco Rodano, inventore del «compromesso storico» e ideologo di Berlinguer, il professor ‘Pancho’ Pardi, ex ‘Girotondi’, l’ex capogruppo del Prc al Senato, Giovanni Russo Spena, molti professori emeriti, ex membri o addirittura presidenti della Consulta, in ogni caso severi studiosi di diritto costituzionale.

MA già la rottura con la Cgil è un guaio in sé: nei tre mesi che ha davanti il comitato del «No» per raccogliere le firme – devono essere formalmente 500 mila, ma se ne raccolgono almeno 700 mila perché poi la Cassazione qualcosina t’invalida sempre – già si è messo di mezzo il 17 aprile (referendum sulle trivelle); poi ci saranno le elezioni amministrative  (5/19 giugno), week-end interi in cui la raccolta firme, per legge, non si può fare. Poi c’è il problema della composizione politica del «Fronte del No»: tanto varia che raccoglie quasi tutto l’arco, costituzionale e non. Si va dalla Lega a Sel, da FI a M5S, dal Prc a Fratelli d’Italia, etc. Grillo, all’inizio di raccoglier le firme non ne voleva sapere («Fate voi, poi noi aderiamo», disse ai promulgatori) ma poi, morto Casaleggio, ha cambiato idea. E così quando, oggi, i parlamentari del «Fronte del No» si presenteranno in Cassazione per presentare le loro, di firme, ma solo sul referendum «anti» ddl Boschi, l’M5S vuole «uno dei nostri» (sarà Danilo Toninelli, esperto della materia) a mettere la prima firma sulla richiesta, necessitata, sempre per legge, di un quinto di parlamentari. L’altra firma sarà di un azzurro, Renato Brunetta che, essendo Brunetta, vuole fare un comitato del «No» tutto suo, coi suoi nomi (si parla del professor Francesco Saverio Marini, figlio di Annibale, a sua volta ex presidente della Consulta). E qui, invece, sono stati i ‘professoroni’ di sinistra (c’è pure Stefano Rodotà) a tirare un bel sospiro di sollievo. Ma pure Mario Mauro – ex ministro, ex montiano, ex Popolare per l’Italia, rimasto orfano di altri Popolari ma non della voglia di combattere e, potendo, morire combattendo – vuol fondare i «Popolari del No». Morale, un vero caos. Senza dire che, sul fronte dei media – sospirano dal manifesto, giornale ‘comunista’, ancora, sempre in bilico di sopravvivenza, ma dove sono assai generosi, di default – «quelli del Fatto quotidiano hanno deciso che saranno loro, e solo loro, ‘il’ giornale del “Fronte del No”». Come a dire: a noi ci tocca restare in seconda fila, ma siamo uomini di mondo, l’importante è battere Renzi e il Pd.

INFINE, hanno fatto un po’ di confusione pure i costituzionalisti. Lana caprina, si dirà, ma «consustanziale» alla medesima riforma della medesima Costituzione. «Meglio proporre quesiti diversi sul referendum Boschi!», avrebbe detto il professor Alessandro Pace, che poi del «Comitato del No» è il presidente. «Meglio un solo quesito, per far cadere subito Renzi!», gli avrebbe risposto Gustavo Zagrebelski, che del Comitato pure è presidente, ma ‘emerito’, manco stessimo parlando di ex presidenti della Repubblica… Dissidi, diverbi, gelosie, ritrosie, ire (funeste) e dubbi (amletici). L’«Armata Brancaleone» che si oppone oggi a Renzi e, domani, vuole scalzarlo da palazzo Chigi (quando? subito, subitissimo), inizia il suo percorso in modo confuso. Come si diceva un tempo, «contraddizioni in seno al popolo», il Popolo del ‘No’. E resta la domanda: tanti ‘No’ potranno mai fare un ‘Sì’?

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 19 aprile 2016 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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3) Preghiere e digiuni per il “Sì”. Tutto inutile, stavolta.

Anche la Chiesa e i vescovi hanno perso il referendum….

ROMA –
HANNO pregato, tanto. Hanno manifestato, il giusto. Hanno digiunato anche, seppur moderatamente. La Chiesa cattolica si è schierata per il «Sì», al referendum anti-trivelle (un «Sì» che, appunto, voleva dire «No» e già questo confonde il buon cristiano cui il Signore diceva «il tuo sia Sì, sì; No, no»), ma ha perso. Uno smacco che, nel giorno del post-voto, con quelle percentuali di astensione così alte, così tristi, per un cattolico «formato» e «informato», come si dice, pesa. Sabato 2 aprile, la mobilitazione dei cattolici «No-Triv» si era raccolta, con una forma di protesta civile e sommessa, si capisce, fin sotto le finestre del Papa, in piazza San Pietro. Ottanta diocesi ottanta avevano cercato di «attirare l’attenzione» dei media e della politica: preghiera e digiuno, digiuno e preghiera. Niente, non è bastato. Eppure, la protesta contro le trivelle e per il «Sì» al referendum aveva sponsor illustri, nella Chiesa e in Cei. Si parte dal Papa medesimo, Papa Francesco, uno che sull’ambiente e il rispetto della Natura, oltre che dell’Uomo, ci ha scritto pure una (bella) Enciclica, Laudato sì.

Si passa per Avvenire, il giornale dei vescovi italiani: sempre così attento a quieta non movere, nei confronti della politica dei governi, si è schierato, e attivamente, sul «Sì».
Si sono mosse, e mobilitate, e tanto, non solo associazioni cattoliche storicamente «catto-progressiste» – le Acli, la Fuci, i padri comboniani di padre Alex Zanotelli, uno che i movimenti per l’Acqua (Pubblica), la Terra (di Tutti) e contro le Ricchezze e l’Egoismo (dei Pochi) li ha benedetti tutti – ma movimenti «catto-moderati» come il Movimento cristiano lavoratori di Carlo Costalli. «La Chiesa è un corpo grande», dice Marco Tarquinio, direttore di Avvenire: «Soprattutto dalle Chiese del Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia, ndr) il segnale è resistere a pratiche che non rispettano natura e territori».
Ecco, le Chiese del Sud. Posizioni forti, chiare, nette, quelle espresse dalle comunità e dai loro vescovi. Vescovi, si sa, «in prima fila». «La Chiesa non è sorda e muta», ammoniva il vescovo di Catanzaro, Vincenzo Bertolone. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, che ancora ieri invocava un nuovo modello di sviluppo, dettava alle agenzie: «La nostra azione pastorale comporta il bene della persona. Quindi della vita, quindi del territorio» (sillogismo, forse poco ‘aristotelico’). Il vescovo di Campobasso, già vescovo della Locride, Giancarlo Bregantini, ha pregato e digiunato con quel suo phisyque du role così imponente, così austero.

Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e di Pantelleria, l’ha messa sul glocal: «Il Mediterraneo è un mare chiuso, così morirebbe per sempre». Certo, il vescovo di Ravenna, Lorenzo Ghisleri, ha detto, secco: «Non intendo esprimermi», ma a Ravenna erano in gioco migliaia di posti di lavoro, e non era il caso. Vero è che la Cei, di cui il cardinal Angelo Bagnasco di Genova è ancora il primus inter pares, sta cambiando pelle. La «rivoluzione» di papa Francesco dilaga: travolte Bologna e Palermo, sta per tracimare a Milano e Roma, poi toccherà a Bagnasco andare in pensione. E così pure lui, ieri, ammoniva: «La politica deve dirigere le energie di tutti i cittadini verso il bene comune, ma non in forma meccanica o dispotica, bensì come forza morale alla luce di libertà e coscienza». Del resto, monsignor Nunzio Galantino, che della Cei è il segretario, ma fidato uomo del Papa, aveva sì chiesto «luoghi di confronto», ma il suo richiamo all’Enciclica papale Laudato Sì era chiaro. Il buon cattolico non poteva far finta di non capire, ecco. Il guaio è che il cattolico, buono o meno che sia, stavolta proprio non ha capito.

NB. Questo articolo è stato pubblicato giovedì 19 aprile 2016 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)