Renzi sotto assedio nel partito e fuori: cerca di rilanciarsi in tv, ma i guai restano. Le mosse anti-Renzi dei big dem e quelle di Grasso, Pisapia e altri ancora

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

1. Renzi va a La7 per attaccare, ma finisce assediato Poi sbotta: “Mi vogliono morto”
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Mi dispiace che non ci sia Di Maio, l’aveva chiesto lui il confronto in tv, poi è scappato. Non è serio fare così”. Di Maio non c’è, ma c’è Matteo Renzi, a Di Martedì, condotto da Giovanni Floris su La 7. Di Maio non si è fatto trovare, Renzi lo prende in giro da giorni (“coniglio”), ma l’ex premier arriva già teso e irritato. Il dbattito si fa subito puntuto: i giornalisti presenti sono tutti antipatizzanti dell’ex premier (Giannini, Sallusti, Massimo Franco), Renzi li detesta,  battibecca più volte con loro e con il conduttore Floris (“Non ci vediamo da molti anni”,  modo gentile per dire non mi inviti mai, “Ti pago il 10% dello stipendio con tutti gli attacchi che mi fai a ogni puntata, così alzi lo share”). Poi, finalmente, si va sui temi. Il voto in Sicilia? “Abbiamo perso, ma erano elezioni locali”. Tante sconfitte in tanti anni (amministrative) nessuna autocritica? “Io rispondo per le Europee, vinte, e il referendum, perso. Il giudizio sul Pd e me lo daranno gli elettori alle Politiche”. Cosa è disposto a cedere a Mdp per ricucire un’alleanza? lo incalza Floris. “Ma chi se ne importa dei miei rapporti personali con D’Alema o con Bersani! La divisione c’è stata quando abbiamo fatto le primarie, quel popolo ha parlato e va rispettato”. Renzi assicura che, per costruire la coalizione, “mi rivolgerò a tutti senza veti”, ma “D’Alema vuole che io mi dia fuoco in piazza, è  troppo!”. “Mi vogliono morto”, dirà appunto poi.
Fin qua il Renzi pubblico, quello che ieri sera è andato in tv e che, nella sua Enews mattutina, dice secco che “dire che il problema sono io per il voto in Sicilia vuol dire solo usare ogni mezzo per togliere di mezzo l’avversario scomodo, cioè io”. E, infatti, poi c’è il Renzi privato, quello che, in una pausa preparatoria con i suoi del dibattito serale, sbotta, appunto, con la frase “Mi vogliono morto”. Sono mesi che cercano di mettermi da parte. Non ci riusciranno. Io non mollerò di un centimetro”. Poi spiega: io la “coalizione larga” la “voglio costruire” ed è convinto che il centrosinistra, se unito, possa arrivare al 40 %, ma insiste nel refrain: “non metterò veti ma non li accetterò”.
Del resto, non esiste proprio, per Renzi, la possibilità che il centrosinistra si presenti alle elezioni guidato da un altro esponente del Pd che non sia lui: “Non ci sarà un candidato premier per tutti i partiti che comporranno la nostra coalizione perché la stessa legge elettorale non la prevede”. E tanti cari saluti a Mdp, che ha deciso di presentarsi con il presidente del Senato, Pietro Grasso, come front runner. Renzi li sfotte da giorni:“il 5,3% che hanno preso in Sicilia dimostra che alle porte non c’è la ‘rivoluzione comunista’”. Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, diplomatico per costituzionae, ci ha provato a ricucire: ieri, alla Camera, ha parlato con il plenipotenziario di Bersani, Nico Stumpo, per riportare Mdp ‘alla ragione’, ma anche il ‘Forlani’ di Renzi sa che anche i suoi sforzi destinati al fallimento. Inoltre, Renzi ormai è già in modalità “campagna elettorale”.
Non a caso, uno dei primi punti della Direzione nazionale, già convocata per lunedì 13 novembre, saranno i vitalizi. E cioè la proposta di legge Richetti per abolirli che langue nei cassetti del Senato. Renzi vuole che il Pd e il gruppo dem, a partire dal capogruppo Zanda, di certo non un suo fan, si adoperi in tutti i modi possibili per farla passare entro i pochi mesi che restano da qui alla fine della legislatura. L’altro tema all’ordine del giorno della Direzione saranno le famose ‘deroghe’ alle candidature per le Politiche. Tanto agognate da tutti i big del partito (Franceschini, Orlando, etc.), essi stessi devono chiederle, non avendone più diritto (15 anni è il rigido tetto previsto dallo Statuto del Pd). Ma le elezioni siciliane – quella che, ai tempi del Pci-Pds-Ds, era un evergreen, “l’analisi del voto” – non è all’ordine del giorno. “Chi pensa che il Pd possa passare i prossimi mesi a litigare fa solo un grande regalo a centrodestra e 5Stelle”, taglierà corto, in Direzione, Renzi, con fare minaccioso. Ma gli altri big preparano già lo ‘scherzetto’: lanciare Walter Veltroni (o, ovviamente, Paolo Gentiloni, su cui ‘apre’ anche Renzi, in verità, come possibile nuovo candidato premier), oggi ‘padre nobile’ del Pd al posto di Renzi come capo della coalizione di centrosinistra per ‘allettare’ i possibili alleati. Veltroni, però, non ci pensa proprio a tornare alla politica ‘attiva’ e anche ieri sera, presentando – in contemporanea con Renzi, ma su un’altra rete (Rai 3, ospite di ‘Carta bianca’, la trasmissione condotta da Bianca Berlinguer), lo ha ribadito (“Non mi candiderò più in Parlamento, l’ho già detto più volte”), anche se poi ha criticato le scelte di Renzi. In ogni caso, i big dem attendono solo che Renzi fallisca, questa volta per sempre: subito dopo il voto alle Politiche, non vedono l’ora di chiedere un congresso straordinario del Pd per pretendere e ottenere in via definitiva la testa di Renzi, disarcionandolo, oltre che da leader, da segretario.
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2. Renzi rifiuta le primarie con Mdp o con altri. L’incontro tra Pisapia e Grasso. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
«L’ipotesi di primarie di coalizione con Mdp che candida Grasso o con altri per me non esiste. Punto». Matteo Renzi si sfoga con i suoi dopo una lunga mattinata passata a compulsare i voti – quelli «veri – che arrivano dalla Sicilia. Il tonfo non è stato «epocale» come qualcuno, anche nel Pd, aveva detto – e sperato – l’altra notte. Il Pd raccoglie il 13,2% dei voti che, in seggi, saranno pari, circa, ai 17 seggi (13,4%) presi dal Pd di Bersani quando si votò cinque anni fa.
Il problema è un altro. Renzi è furibondo con gli spifferi che lo vogliono pronto a confrontarsi, in primarie di coalizione, con Mdp, che gli potrebbe contrapporre il presidente del Senato Grasso: «Quelli ci odiano, che senso ha? E per fare cosa? Abiurare il nuovo Pd costruito con tanta fatica e l’intero lavoro del mio governo?!».
Insomma, la risposta è un «no», secco e rotondo, all’ipotesi di primarie di coalizione se, dentro il centrosinistra, ci fosse pure Mdp. Diverso, ovviamente, sarebbe il caso se, a chiedere le primarie, fossero i centristi (Casini-Dellai e «quel che resta» di Alfano e Ap) o i Progressisti di Pisapia-Bonino. Ma anche su questo punto le ipotesi allo studio al Nazareno divergono. Lorenzo Guerini, pontiere per natura, media fino all’esasperazione: «Io sono per fare un accordo, programmatico e politico, con tutti, centristi e sinistra, altrimenti dovremo fare l’intera campagna elettorale in nome del voto utile». Invece, i renziani ortodossi (vedi alla voce: Orfini) non ci sentono: «Matteo è il leader, punto». Renzi si tiene in posizione mediana: «Sono pronto da domani ad aprire il confronto con i possibili alleati. Io la mia leadership non la voglio imporre a nessuno». Sicumera? In realtà, Renzi non teme che, in Direzione, già convocata per il 13 novembre, Orlando e Franceschini – leader delle aree interne da tempo in guerra ‘sporca’ contro di lui – gli tirino brutti scherzi. Certo, Orlando punge («Renzi è stato eletto segretario ma non ancora imperatore»), ma Franceschini, invece, media (lo farà oggi in un’intervista). Renzi è tranquillo perché, come ripete, «I numeri, in Direzione, li ho io. Vogliono sfiduciarmi? Auguri!».
La vera “apertura” del leader è un’altra. Renzi sarebbe infatti pronto a fare un «passo di lato». Il suo ragionamento si snoda così: «La nuova legge elettorale non prevede la figura del candidato premier. Il centrodestra non lo avrà. I 5Stelle sì, ma in realtà dietro Di Maio c’è Grillo. Volete che non sia io per il centrosinistra? – sbotta – Bene. Facciamo così: se il Pd va male e altre forze di sinistra molto bene saranno loro a indicare a Mattarella un altro nome del Pd. Gentiloni? Delrio? Vedremo. Se invece il Pd resterà forte, come dicono tutti i sondaggi, sarò io. In ogni caso, mi sta bene che non ci sia il candidato premier di tutti».
Basta e basterà all’asse nascente Pisapia-Bonino-Della Vedova? No. Ieri, all’ora di pranzo, Pisapia è andato a trovare il presidente del Senato, Pietro Grasso, per un pranzo. Due i corni del dilemma affrontati dai due, entrambi assai allarmati dal voto siciliano. Il primo: la lista di Fava è andata molto male, quasi peggio di 5 anni fa, quando la guidava un Carneade. Ergo, il valore aggiunto di Mdp è pari allo zero virgola. Secondo: neppure Grasso, oltre a Pisapia, vuole accollarsi «tutto il cucuzzaro» della sinistra radicale: i vari Fratoianni (SI), Acerbo (Prc), Montanari e Falcone, etc.
Domenica 12 novembre si terrà la convention nazionale di Campo progressista: sul palco saliranno, insieme a Pisapia, forse la Bonino, di certo la Boldrini (la data è stata spostata per permetterle di partecipare) e forse anche lo stesso Grasso. Dal palco la proposta che verrà fatta al Pd sarà questa: «Se Renzi accetta di non essere più lui il dominus del centrosinistra bene, ma deve farsi da parte e cedere lo scettro a Gentiloni o altri, altrimenti ognuno per la sua strada. Noi andremo da soli cercando di arrivare al 3% con l’idea forte di un Ulivo bis. Anche Mdp, Bersani, D’Alema dovranno decidere da che parte stare, noi possiamo essere autonomi». Vaste programme, direbbe il generale De Gaulle.
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3. Mattarella e la data del voto: “Pura fantasia” le illazioni su urne a maggio 2018. 
EMC – ROMA
“Pura fantasia”. Così viene liquidata, dal Quirinale, l’ipotesi di un avallo, da parte del Capo dello Stato, di un percorso che porti la legislatura a “scadenza naturale”. Le Camere nel 2013 si insediarono il 14 marzo: ‘scadenza naturale’ vuol dire arrivare al 15 marzo 2018 per votare, di conseguenza, non prima del 15 maggio. Salvini e Meloni, ieri, già gridavano al ‘golpe’, i 5Stelle pure. “Pura fantasia”. Il Colle asserisce di avere sul tema una “funzione notarile”, ma non è così. La nota ufficiosa del Colle non a caso dice che “solo nel momento in cui governo e maggioranza dichiarassero di aver esaurito il loro compito, si porrebbe il tema della conclusione della legislatura, dell’eventuale scioglimento anticipato delle Camere e della data del voto”. E così sarà. Palazzo Chigi e Quirinale hanno già cerchiato, sul calendario, una data in rosso: il 18 marzo 2018, il che vuol dire, data la necessità di un tempo tra i 50 e i 70 giorni per indire i comizi elettorali (di solito se ne usano sempre 65), sciogliere le Camere a gennaio, quasi sicuramente al rientro dalle feste della Befana, il 6/01/2018. Morale: “dopo l’approvazione della legge di Bilancio” – si spiega dal Colle – “se il premier, a fine anno, riterrà di presentarsi dimissionario, si andrà ad elezioni a marzo”. Ma chi ha fatto perdere così tanto le staffe al ‘mite’ Mattarella? Il Quirinale punta l’indice su “fonti parlamentari”: Meloni e Salvini, certo, ma anche Franceschini e Orlando, che vogliono tirare in lungo la legislatura per ‘sfiancare’ Renzi. Poi ci sono le “fonti giornalistiche”: due articoli usciti sullo stesso giornale, il Corsera. Il Colle ha detto ‘stop’ a tutti.
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NB: I tre articoli sono stati pubblicati, rispettivamente, il primo il 7 novembre 2017 e l’8 novembre 2017 il secondo e il terzo sempre su pagine di Quotidiano Nazionale. 
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Elezioni regionali in Sicilia: il Pd crolla, Renzi nella bufera, ma la sconfitta non è ‘epocale’

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Pubblico qui il testo completo del mio primo articolo (scritto sulla base degli exit poll della notte del 5 novembre 2017, quindi NON sui risultati reali arrivati solo nel pomeriggio del 6 novembre!) su Renzi, il Pd e le elezioni regionali in Sicilia. Poi, pubblico una breve analisi, sui dati dell’istituto Cattaneo, sui voti di lista del Pd. 

 

  1. Inizialmente avevo pubblicato solo il link al mio articolo x @Quotidiano.net e Quotidiano Nazionale. NB. L’articolo è  stato scritto domenica notte, entro e non oltre le 23.45, sulla base degli exit poll di Rai 1 (Swg) e La 7 (Emg) – (  http://www.quotidiano.net/politica/elezioni-regionali-sicilia-1.3514983/amp)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

«TUTTO è andato come previsto. Il risultato è quello che ci aspettavamo. Sapevamo che finiva così». Il commento che Matteo Renzi condivide con i suoi sulle elezioni siciliane è questo. Non una parola di più, non una parola di meno.
Al Nazareno, in pratica, non parla nessuno e non c’è quasi nessuno. Renzi è a casa sua, Martina, Orfini e Guerini idem. A sostenere il peso delle interviste notturne ai tg e ai talk show restano in due. Il povero Davide Faraone, plenipotenziario di Renzi in Sicilia (anche il segretario regionale, Fausto Raciti, è missing in action) ha lo sguardo e la parlata triste. Poi, però, tira fuori gli artigli e graffia: «Micari ha avuto il coraggio di candidarsi. Grasso (Pietro, presidente del Senato e front runner di Mdp e della futura Sinistra ndr) questo coraggio non lo ha avuto. Lo abbiamo aspettato inutilmente per mesi. Inoltre, Mdp e SI, dopo aver proposto loro Micari, hanno rotto la coalizione». Traduzione: Grasso è un codardo e se Micari perde la colpa è della sinistra che ora lo vuole come suo candidato alle Politiche.
Poi c’è il responsabile Enti locali, Matteo Ricci che però è di Pesaro. La sua è una dichiarazione stentorea: «L’andamento degli exit poll conferma una sconfitta tanto netta quanto annunciata». Solo il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, a exit poll stabili, ha il coraggio delle parole: «Se i risultati confermeranno gli exit poll ci troveremmo davanti a una sconfitta tanto annunciata da tempo quanto netta e indiscutibile. Verificheremo oggi i risultati finali delle liste e dei candidati, ma la ‘sfida gentile’ che Micari ha generosamente lanciato non è bastata per vincere le elezioni. Chi alla nostra sinistra immaginava sorpassi rimane fermo ed inchiodato al risultato di 5 anni fa nonostante il battage di tutti questi mesi». Qui non serve la traduzione: per Guerini, che parla in vece di Renzi – come sempre accade nei momenti più hard della vita del Pd – i ‘colpevoli’ della sconfitta sono due. Il primo è la debolezza del candidato, Micari. Ieri neppure il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che lo ha voluto candidato, era in città per consolarlo. Orlando era a Roma per vedere una bella mostra sui pupi che inagurerà, ma solo oggi, con Mattarella. L’ex governatore, Rosario Crocetta ha fatto di tutto, sempre in odio al Pd, per far perdere Micari mentre il «renzianissimo» Totò Cardinale, che è il più furbo di tutti, si è già messo d’accordo con Musumeci: gli ha dato i suoi voti ieri, gli darà i suoi seggi domani.
Il secondo problema, per i renziani, si chiama Sinistra: «nei sondaggi nazionali siamo competitivi (centrosinistra al 31,4%, ndr) ma il 6% di Mdp-SI rischia di farci perdere le Politiche» sibilano al Nazareno dove il ‘tradimento’ di Grasso è l’onta ancora da lavare. Del resto, dicono i renziani doc che hanno parlato con ‘il Capo’, «Il Pd di Bersani, nel 2012, ha preso il 13,4%, in Sicilia. Abbiamo vinto grazie a Crocetta e all’Udc, mica grazie al Pd. E alle Politiche, appena 4 mesi dopo, poco di più.
IL PROBLEMA è che, per il Pd ‘lista’, in Sicilia il tonfo sembra epocale, ma non lo è, anche se è sicuro che potrebbe portare con sé conseguenze politiche, per lo stesso Renzi, ieri notte ancora incalcolabili. Il Pd è inchiodato a percentuali da prefisso telefonico: gli exit-poll lo collocano tra il 8% e il 12% (Ipr) o tra il 9% e il 13% (Emg). La sconfitta di Micari, paradossalmente, è meno fragorosa: il 16%-20% è un risultato non disprezzabile. Invece, per il Pd, è come non esistere più, in Trinacria, dove – tanto per dirne una – il Rosatellum assegna ben 21 collegi uninominali. E qui sovviene un po’ di memoria storica: nel 1991 il Pds di Occhetto (plenipotenziario nell’isola era Pietro Folena) prese il 10,5%, surclassato persino da un Psi in disarmo. Macaluso e i miglioristi chiesero, subito dopo, le dimissioni di Occhetto che non arrivarono solo perché, nel 1992, venne giù tutto. Renzi, però, avverte i naviganti: «Il 13 novembre ci sarà la Direzione, spero che tutti, anche i più critici, capiscano che serve uno sforzo di squadra». Il paragone con il povero Occhetto, che ci perse la faccia, resta sullo sfondo.
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 2. I numeri ‘veri’ delle elezioni regionali in Sicilia (studio dell’Istituto Cattaneo) 

ROMA – EMC
Il centrosinistra ha perso le elezioni in Sicilia? Sì, e male. Il suo candidato, Fabrizio Micari, è arrivato terzo (18,7%) dopo il vincitore, Musumeci (39,8%) e Cancelleri (34,7%). Poi, però, a guardare i voti assoluti, quelli di lista e i seggi, ieri forniti da un’ottima analisi dell’Istituto Cattaneo, ecco emergere un quadro assai più complesso. Micari ha raccolto 230 mila voti in meno rispetto alla candidatura di Crocetta, ma i partiti della coalizione di centrosinistra hanno ottenuto più voti rispetto al loro candidato (+ 100 mila voti circa). Infine, il dato della lista del Pd: 257.274 voti nel 2012, 250.633 voti oggi, cioè -6.641 voti (-0,4%). In percentuale il Pd ‘cala’ dal 13,4% del 2012 (Bersani) al 13,0% di oggi. Ma in seggi, il Pd ne perde 6: erano 17 nel 2012, sono 11 ora. Una sconfitta, certo, ma non ‘epocale’. La lista di Fava, che come candidato fa +5 mila voti (pochi), è ferma al 5,1% cioè -26 mila voti assoluti sul 2012 (-1,4%) e 1 solo seggio. Insomma, a sinistra, “se Sparta piange, Atene non ride”. 
 
NB: I due articoli sono stati pubblicati rispettivamente il primo il 6 novembre 2017 e il secondo l’8 novembre 2017.

Legge elettorale al Senato, tumulti in Aula sulla questione di fiducia. La De Petris occupa lo scranno di Grasso, 5Stelle bendati

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Vergogna! “. “Siete come Mussolini! “. “Fate schifo!”. La democrazia, secondo la vulgata delle opposizioni, “è morta” ieri, in un freddo martedì di ottobre. A officiare il funerale la ministra ai Rapporti col Parlamento, Anna Finocchiaro: è lei che pone “la questione di fiducia” sul Rosatellum. Luogo del delitto, l’aula di palazzo Madama, sede del Senato. Autori del misfatto il governo Gentiloni – che secondo una nota dei senatori di Mdp Guerra, Fornaro e Pegorer “è uguale a Mussolini” (seguono vivaci proteste dei senatori dem, indignati dal paragone storico) – i partiti che hanno scritto il Rosatellum e, soprattutto, il Pd di Renzi. Complici del delitto, il presidente del Senato, Grasso – che ieri ha diretto l’Aula in modo impeccabile – e pure Mattarella. E proprio al Colle, ieri, sono saliti i gruppi di Camera e Senato di Mdp per annunciare a Mattarella, formalmente, che “Mdp è uscita dalla maggioranza” (facile e immediata l’ironia del democrat Roberto Giachetti: “Ma quante volte escono questi?”).

I voti di fiducia che affronterà l’Aula oggi, a partire dal primo pomeriggio, dopo la discussione generale (iniziata già ieri), saranno cinque, posti su sei articoli della legge (sul sesto non serve) mentre il voto finale arriverà solo giovedì. Di mattina e con la diretta tv, chiesta e pretesa dai 5 Stelle. Ma il voto finale sarà palese. Vuol dire che mentre solo i partiti di maggioranza (Pd-Ap-Psi-Autonomie) voteranno la fiducia, sul voto finale arriverà il lesto soccorso di Lega e FI. E lì problemi non ve ne saranno: i verdiniani come altri gruppi minori di centrodestra garantiranno il numero legale, mettendo in missione o in congedo alcuni dei loro senatori. Infatti, se per votare una legge come quella elettorale, non serve il plenum del quorum dell’assemblea (161 voti), ma basta la maggioranza dei presenti, in Aula va comunque garantito il numero legale. Ecco il perché del soccorso ‘azzurro’. Infatti il capogruppo di FI, Romani, calma gli animi: “vedrete, il numero legale ci sarà” mentre il verdiniano Barani assicura: “Questa è la legge che voleva Denis, il nostro voto non mancherà di certo, noi ci siamo!”. Né impensieriscono i voti in dissenso di cinque senatori dem capitanati da Chiti più Tocci, Mucchetti, Micheloni e, forse, di altri quattro eletti all’Estero, tra cui Micheloni e altri eletti sempre in quota democrat. Insomma, il Rosatellum passerà.

Il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlerà oggi, in sede di discussione generale. Il suo intervento, di certo sarà assai critico (e forse anche duro) sul merito del Rosatellum, non si trasformerà, però, in voto contrario: voterà, cioè, la fiducia. O almeno così il capogruppo dem, Zanda, si è assicurato con lui.

Che altro dire? Che la gente chiamata a protestare fuori dal Senato per “la morte della democrazia” era assai pochina e che urgeva, dunque, inventarsi qualcosa. Le vivaci e colorite proteste dei senatori pentastellati Crimi, Endrizzi, Taverna, a colpi di cartelli e occhi bendati? Scene già viste e, quindi, ripetitive. E così ecco arrivare il coup de theatre. Loredana De Petris, capogruppo dei senatori di Sinistra italiana, si catapulta sull’alto scranno di Grasso e lo occupa manu militari. I commessi intervengono, ma troppo tardi, e lei non si muove dai banchi della presidenza dove resta assisa per ore. Poi i grillini, privi di fantasia, provano a loro volta occupare i banchi del governo, respinti dal sottosegretario alle Riforme Luciano Pizzetti. Verranno tutti rimossi, ma urlando “Il Senato non esisteeee!!!”. Cosa, in effetti, vera. Il Senato, si sa, è noioso.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 ottobre 2017 pag 6

 

Rosatellum, gli studi riservati del Pd: chi ci guadagna e chi ci perde. Un articolo di analisi e di cifre…

Il mio articolo di oggi 12 ottobre 2107, qui riportato in versione estesa, è stato scritto x Quotidiano.net e pubblicato, stamane, in versione ridotta. Tratta di #leggelettorale e #Rosatellum: chi ci guadagna e chi ci perde? Studi dei partiti a confronto tra cui uno riservato del Nazareno. Ne parlano Dario Parrini Federico Fornaro #youtrend. Qui sotto trovate il link. 

http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3458530

E lo trovate on line nella home page del sito Internet di QN @Quotidianonet

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La versione integrale, pubblicata qui, in esclusiva, solo per il blog, dell’articolo. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Chi ci guadagna e chi ci perde, con il Rosatellum? In Transatlantico girano previsioni terrificanti che agitano i peones democrat e li tentano in vista del voto segreto finale, previsto per stasera, dopo l’ultimo voto di fiducia, previsto questa mattina, sul testo.  Ma il Pd ha in mano uno studio riservato, di cui diamo conto, che dice il contrario: anzi, con il Rosatellum una coalizione di centrosinistra non solo guadagna più seggi (circa 40 rispetto al doppio Consultellum) ma col 33% può arrivare al 41% dei seggi.

Innanzitutto va detto che il Rosatellum è una legge elettorale che si compone di un mix di collegi uninominali maggioritari per il 37% e di collegi plurinominali scelti con metodo proporzionale per il 63% dei seggi. Ma ‘come’ il Rosatellum trasforma i voti in seggi? La base di partenza sono, ovviamente, i 630 seggi della Camera che prenderemo come base di riferimento per comodità di calcolo (al Senato i conti sono parzialmente diversi per la suddivisione dei voti in circoscrizioni a base regionale che lo contraddistingue e la per la diversa formazione dell’elettorato sia attivo che passivo, dato che si vota solo dai 25 anni in su). Il Rosatellum prevede, alla Camera, l’assegnazione di 232 seggi in collegi uninominali maggioritari (6 in Trentino-Alto Adige, 1 in Valle d’Aosta, 225 nelle altre 18 regioni), secondo il principio del first past the post (“il primo – cioè il vincitore – prende tutto”, frase icastica nella logica del maggioritario in uso, storicamente, in Gran Bretagna), e di altri 398 seggi (di cui 12 per gli italiani all’estero) in collegi plurinominali su base proporzionale. Le soglie di sbarramento sono due: il 3% per ogni lista, il 10% per le coalizioni di liste, sempre su base nazionale. Una coalizione che non ottiene il 10% dei voti garantisce solo alle liste coalizzate che hanno superato il 3% dei voti di accedere alla ripartizione dei seggi. Invece, a favore delle coalizioni di liste che superano il 10% dei voti su scala nazionale, interviene un meccanismo poco noto ma che ha un effetto ‘moltiplicatore’ dei seggi per i più grandi perché, ai partiti che hanno superato il 3% dei voti, vengono assegnati, in modo pienamente proporzionale rispetto alla circoscrizione in cui si sono presentati nella parte proporzionale, anche i seggi dei partiti presenti con loro nella stessa coalizione e che hanno superato l’1% dei voti ma non hanno raggiunto il 3% dei voti (la soglia). Invece, per ogni coalizione, che abbia o meno superato il 10% dei voti, i voti alle liste che restano sotto l’1% finiscono ‘buttati’, cioè inutilizzati: quelle liste non eleggono deputati, ovviamente (si elegge con il 3%) né contribuiscono a farli eleggere ad altri. Infine, ogni candidato di collegio usufruisce di tutti i voti raccolti dalle liste che lo sostengono: sia quelle sopra il 3%, sia quelle sotto il 3% e anche quelle sotto l’1%.

La simulazione più attendibile e più nota, invece, rispetto agli attuali sondaggi elettorali, è quella del sito di sondaggi e proiezioni You Trend. Stima in 22-247 i seggi vinti da una coalizione di centrodestra (FI-Lega-FdI), con circa il 32,9% dei voti (13,4% Fi, 14,8% Lega, 4,7% FdI); in 222-247 seggi una di centrosinistra (Pd+Ap, stimati al 27,8% e 2,4%), 163-183 seggi all’M5S (27,7%), 14 seggi a Mdp-SI (al 3%).

Ma i conti che ‘girano’ tra le forze politiche sono molto diversi. In uno studio di un senatore di Mdp, Federico Fornaro, molto esperto di sistemi elettorali, ad esempio, per il Pd si prospetterebbe una Vandea o, in pratica, un bagno di sangue. Fornaro stima in appena gli 75 eletti nei collegi uninominali per il Pd+altri, 115 quelli del centrodestra, 115 al M5S e zero per Mdp-SI. Nel proporzionale Fornaro assegna 120 eletti al Pd, 114 all’M5S, 55 a FI, 60 alla Lega, 19 a Fratelli d’Italia e 19 alla lista Mdp.

Lo studio di Fornaro ha gettato il panico nelle file dei peones dem che temono di non riuscire a farsi eleggere in molte zone del Nord, dove la Lega è forte, ma anche in Lazio e al Sud, causa l’M5S. Anche tra gli azzurri regna la paura: molti deputati temono di dover cedere troppi eletti alla Lega al Nord e di non farcela al Sud. Ma al Nazareno hanno in tasca altre stime e proiezioni. Va premesso che, con l’attuale “doppio Consultellum”, sistema di base proporzionale figlio di ben due sentenze della Consulta che prevede un doppio sistema di voto differente tra la Camera (premio alla prima lista che ottiene il 40% dei voti, soglia nazionale al 3%, mix di capolista bloccati e preferenze, nessuna possibilità di creare coalizioni) e il Senato (soglia di sbarramento regionale all’8% per le liste, al 20% per le coalizioni e al 3% per ogni lista in coalizione, solo preferenze, su base regionale, nessun premio), i big dem prevedevano 215 seggi a una coalizione di centrosinistra, 200 al centrodestra, 180 seggi a M5S, 35 a una lista di Mdp-Sinistra. Con il Rosatellum, invece, il Nazareno stima di ottenere, per il Pd e i suoi alleati molti più seggi. Seggi che sarebbero così ripartiti: nel proporzionale, 145 seggi a Pd+altri, 135 al centrodestra, 100 a M5S, 20 a quella che chiamano la “Cosa rossa” (Mdp-SI-altri). Nei 225 collegi uninominali 110 seggi vinti dal centrosinistra, 80 dal centrodestra, 40 a M5S, zero alla Sinistra. Totale, sommando le due parti (collegi e proporzionale): 255 seggi al centrosinistra, 215 al centrodestra, 140 all’M5S e 20 seggi a quella che, al Nazareno, chiamano ‘Cosa Rossa’. Morale: il Pd più alleati guadagnerebbe, rispetto al Consultellum, almeno 40 seggi, il centrodestra ne guadagnerebbe solo 15, l’M5S ne perderebbe 40, la Sinistra circa 15.

Dario Parrini, deputato toscano renziano ed esperto di sistemi elettorali, la mette così: “Grazie alla disproporzionalità del sistema, dovuta alla parte maggioritaria, una coalizione che ha il Pd in mezzo e due forze nelle ali, una al centro e una a sinistra, può vincere col 33-34% dei voti. Una cifra che, grazie alla quota uninominale, può dare il 40-41% dei seggi. Inoltre, i media e gli elettori concentreranno la loro attenzione sui collegi uninominali, dove ci terranno le sfide: lì noi avremo candidati  riconoscibili, autorevoli e radicati. Il voto nel collegio, per come è strutturato, ‘trascinerà’ quello delle liste. La Cosa Rossa? Non supererà i 20 deputati”. Chi ha ragione? Beh, questo lo potranno decidere solo gli elettori alle prossime elezioni.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pag. 4 del 12 ottobre 2017

NEW!!!! FIDUCIA E LEGGE ELETTORALE ‘for dummies’. Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

  1. Il Rosatellum bis alla prova dell’Aula. Il Pd chiede al governo Gentiloni di mettere la fiducia e il governo la approva. 

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO LA QUESTIONE DI FIDUCIA CHE VERRA’ APPOSTA OGGI, ALLA CAMERA DEI DEPUTATI, SULLA LEGGE ELETTORALE: SARANNO TRE SU TRE RISPETTIVI MAXIEMENDAMENTI E VERRANNO VOTATE DOMANI MERCOLEDì 11 OTTOBRE. VOTO FINALE SUL PèORVVEDIMENTO IL 12 O AL MASSIMO IL 13 OTTOBRE.

Duecento gli emendamenti presentati dalle opposizioni e almeno novanta o cento i voti segreti su cui si possono esercitare i franchi tiratori. Queste le forche caudine che dovrà affrontare, a partire da oggi pomeriggio alle ore 15, il nuovo testo sulla legge elettorale (detto, in latinorum, Rosatellum bis) nell’Aula della Camera dei Deputati. Bisogna cioè superare le colonne d’Ercole di votazioni a raffica, tutte assai insidiose: si inizia dalle pregiudiziali di costituzionalità, si passa ai vari articoli del ddl, relatore il dem Emanuele Fiano. Sulla carta, il patto ‘a 4’ (Pd-FI-Lega-Ap più molti gruppi minori) gode di margini molto ampli (460 voti) e le opposizioni dichiarate (il fronte M5S-Mdp-SI-FdI) non arrivano a 160 voti: servirebbero 150 franchi tiratori: sono tanti, certo, ma sono sempre in agguato. Senza dire del fatto che molti deputati neppure si presentano, specie dentro la maggioranza, mentre le opposizioni fanno blocco. A loro potrebbero aggiungersi tanti peones democrat e azzurri che temono di non avere la rielezione garantita e vorrebbero giocarsela in proprio con le preferenze. Dall’altra parte, e cioè con il Pd, giocheranno invece i 20 deputati di Mdp che sono vicini a Pisapia: per loro, ora, il Rosatellum è diventato un’opportunità imperdibile. 

Così, al Pd, di stretto concerto con i tre contraenti del ‘patto a 4’ (FI-Lega-Ap), hanno individuato due cavalli di Troia. Il primo è già annunciato: si tratta del famoso ‘canguro’. Usato in diverse e delicati passaggi (al Senato, per dire, solo così passò il ddl sulle unioni civili) il ‘canguro’ è un super-emendamento che ne preclude altri, simili, sullo stesso argomento. Il Pd – così ha deciso il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato – lo metterà subito in azione su due temi ad alto rischio: le preferenze e il voto disgiunto mentre non verrà usato sulle soglie di sbarramento. Ma anche se il ‘canguro’ è strumento di rara e micidiale efficacia, potrebbe non bastare. Ecco perché, alle brutte, e cioè nonostante i ‘canguri’, se la maggioranza accusasse segnali di cedimento, è pronta l’arma ‘fine di mondo’, e cioè la richiesta del Pd al governo di mettere la questione di fiducia. Qui, però, si entra in un terreno minato: il premier, Gentiloni, recalcitra (“Non vuole passare alla storia come un uomo politico divisivo”, dicono al Pd), il Colle osserva in silenzio, ma si dice che non sarebbe contrario, e persino Renzi, che pure la mise sull’Italicum, ora vorrebbe evitare un’altra forzatura. Ma entrambi Renzi e Mattarella vogliono incassare la legge elettorale, anche se per diversi motivi, prima delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre.  Infine, FI e Lega non potrebbero certo votare la fiducia, anche se si asterrebbero per farla passare. In ogni caso, resterebbe in bilico il voto finale che sicuramente sarà a scrutinio segreto. Morale: a partire da oggi, i fuochi di artificio. Dibattito e scontri al fulmicotone in Aula, ostruzionismo delle opposizioni, voti segreti, ‘canguri’ e, alla fine, forse, il voto di fiducia sulla legge elettorale. Che alla fine è arrivato… 

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale 


2. Cos’è e come funziona il Rosatellum. Legge elettorale for dummies

Questo artico è stato pubblicato, in forma ridotta, il 10 ottobre sul sito @Quotidiano.net 

( Qui l’articolo su come funziona il Rosatellum o leggibile all’indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un argomento  ostico da sempre anche per gli addetti ai lavori: la legge elettorale. Detto in altre parole, eccovi una legge elettorale ‘for dummies’… Il che non vuol dire che l’autore del presente articolo vi considera degli idioti o degli ignoranti, ma solo che la materia che tratta fa impazzire e perdere la testa anche ai costituzionalisti.

  • L’Italia sta per avere una nuova legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis” ha superato l’esame della prima commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati dopo oltre 20 ore di dibattito e di votazioni su ogni emendamento. Ma il cammino della nuova legge elettorale è solo appena iniziato. Martedì 10 ottobre, nell’Aula della Camera, inizieranno i voti sul nuovo testo presentato dal Pd (relatore Emanuele Fiano) e che ha ricevuto i voti di altri tre partiti (Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare) e di alcuni gruppi parlamentari minori (CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc) e la ferma opposizione di altri partiti (M5S, Mdp, SI, Fd’Italia). Solo il voto dell’Aula – dove non mancheranno di farsi sentire i cosiddetti ‘franchi tiratori’ (deputati che, nel segreto dell’urna, cambiano il loro voto rispetto all’indicazione data dal loro gruppo e che potranno esercitarsi nei ben 90 voti segreti già previsti) – dirà se il Rosatellum passerà l’esame. Poi, in ogni caso, ci sarà l’esame del Senato, dove potranno essere apportate modifiche (in quel caso la legge ritornerebbe alla Camera per confermarle o no), e solo alla fine della classica ‘navetta’ parlamentare (Camera e Senato devono, su ogni legge, varare un testo identico!) sapremo se il Rosatellum diventerà legge dello Stato. Allora potrà essere firmata dal Capo dello Stato e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Fino ad allora, meglio tenersi cauti. Non fosse perché, alla Camera (ma non – attenzione! – al Senato, dove, in base al diverso Regolamento di quella Camera i voti segreti in materia di legge elettorale non sono ammessi) sono possibili i voti segreti che potrebbero far cadere, come è già successo, anche questo tentativo di dotare il nostro Paese di una nuova e coerente legge elettorale. Infine, il governo – anche se lo ha più volte smentito – potrebbe porre la questione di fiducia, sulla legge elettorale (i regolamenti di Camera e Senato non lo vietano: il governo Renzi la mise, per dire, sull’Italicum), ma anche in questo caso il voto sul testo finale del provvedimento può essere, ove richiesto da 20 deputati, a scrutinio segreto. Non resta da fare altro, dunque, che aspettare.

  • Perché ‘Rosatellum’? E soprattutto perché ‘bis’?

Questa domanda ha una risposta semplice. Nella mania, tutta italiana, di dare nomi latini o latineggianti alle leggi elettorali (come fu per il Mattarellum, nome scovato dal politologo Sartori, per il Porcellum, nome che si auto affibbiò l’estensore di quella legge, Roberto Calderoli, o per l’Italicum, nome scovato da Renzi, Consultellum per le due leggi derivate da sentenze della Consulta) anche questa legge ‘latineggia’. Rosatellum viene dal cognome del capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, che ha ideato il sistema, ma avendoci già provato a giugno (tentativo fallito e naufragato, appunto, nell’Aula della Camera al primo voto segreto, quando la sua proposta di legge veniva anche chiamata Tedeschllum), ora i cronisti hanno ribattezzato questa legge un ‘Rosatellum bis’, nel senso che il povero Rosato è la seconda volta che ci riprova…

  • Un po’ di storia e qualche riferimento obbligatorio…

Evitiamo, invece, qui di dare spiegazioni sui sistemi elettorali in generale (insomma, ragazzi, arrangiatevi! E ripassate la materia!) e cioè su come funzionano i sistemi elettorali, quanti e quali sono e come trasformare, dal punto di vista tecnico, i voti in seggi… Vi basterà sapere che i sistemi elettorali si dividono in due categorie (maggioritari e proporzionali), che vi può essere un mix delle due categorie con una dose maggiore o minore dell’una o dell’altra, che, ovviamente, i sistemi elettorali sono strettamente collegati al sistema istituzionale del singolo Paese in cui vengono adottati  (presidenziale Usa e FR, del primo ministro GB, proporzionale) e che i metodi tecnici con cui ogni sistema elettorale trasforma, appunto, i voti in seggi (collegi maggioritari uninominali, collegi maggioritari o proporzionali plurinominali, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, candidature, metodi di calcolo di quozienti) divergono di volta in volta, quindi è davvero inutile annoiarvi!!! Infine, non vorremmo appesantirvi con una noiosa digressione su quali e quanti sistemi elettorali ha conosciuto l’Italia dalla sua nascita come nazione (1861) ad oggi (in ogni caso sono più di dieci! invece le democrazie anglosassoni hanno lo stesso identico sistema elettorale da metà’ 800 e le democrazie europee dal ’900!) ma, in ogni caso, giusto per essere un po’ pedanti ugualmente sappiate che l’Italia ha votato con questi seguenti sistemi: 1) maggioritari uninominali, sulla base di censo e istruzione, quando non c’è il suffragio universale, cioè dal 1861 al 1912; 2) sistema proporzionale a suffragio universale maschile dal 1919 al 1922; sistema maggioritario  con premio di maggioranza (legge Acerbo) nel 1924; 3) dittatura fascista, sospensione di ogni sistema di voto e solo plebisciti dal 1929 al 1939; 4) sistema proporzionale puro, a suffragio universale pieno dal 1946 al 1948; 5) cd. ‘legge truffa’ (sistema proporzionale con premio di maggioranza) nel 1953; sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento all’1% dal 1958 al 1992; 6) sistema maggioritario uninominale a un turno dal 1994 al 2001 con recupero proporzionale (il famoso Mattarellum, dal nome dell’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella); sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza alla prima lista o coalizione senza soglia di accesso e diverse soglie di sbarramento (il Porcellum di Roberto Calderoli) dal 2006 al 2013. Fine. Infatti, sia l’Italicum, diventato legge dello Stato nel 2015, sistema proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio, ma valido per la sola Camera dei Deputati, dichiarato in parte incostituzionale dalla Consulta nel 2016, sia il Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con le preferenze e diverse soglie di sbarramento in vigore per il Senato dopo che la Consulta bocciò diverse parti del Porcellum nel 2015) non sono mai entrati, almeno fino ad ora, in vigore. Vuol dire che, finora, con nessuno di questi due sistemi si è mai votato in Italia.

  • Ma che cos’è, in buona sostanza, il Rosatellum bis?!

Il Rosatellum è una sorta di Mattarellum ‘rovesciato’, cioè un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti.

In pratica, si tratta, dal punto di vista politologico, di un sistema elettorale ‘misto’ (una quota di maggioritario a turno unico e una quota di proporzionale) in cui l’assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 116 (109 piu i 6 del Trentino e Valle d’Aosta) seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica, di tradizione anglosassone, del first past the post (il primo prende tutto). L’assegnazione dei restanti seggi (399 seggi alla Camera e 199 al Senato, compresi i seggi all’Estero, rispettivamente 12 alla Camera e 6 al Senato, quindi in realtà si tratta di attribuire 386 seggi alla Camera e 193 al Senato) avviene con un metodo perfettamente proporzionale (metodo dei quozienti interi e dei più alti resti) nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una ogni regione, e 28 per la Camera. Il numero dei collegi per ogni circoscrizione sarà di 65 e toccherà al governo definirli con una delega.

La soglia di sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (al 20% nelle regioni che tutelano le minoranze linguistiche). Ci sarà un’unica scheda e non è concessa la possibilità del voto disgiunto. C’è una norma di genere (60-40) e la possibilità di presentare fino a un massimo di cinque pluri-candidature nei listini proporzionali. Niente obbligo di raccolta delle firme per i partiti (cioè i gruppi) presenti in Parlamento al 31 aprile 2017 mentre per tutti gli altri partiti o gruppi le firme da raccogliere sono solo 750 a collegio. Ci sarà un tagliando anti-frode per garantirsi da possibili irregolarità e, udite udite, una scheda con tanto di ‘istruzioni per l’uso’.

Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, ma solo quello del ‘capo della forza politica’ né obbligo per la coalizione stessa di presentare un programma comune (ma non è vietato!).

  • Tenetevi forte! I ‘tecnicismi’ della legge elettorale.

Il lettore, già con il mal di testa, potrebbe anche fermarsi qui…, ma ogni legge elettorale è frutto di una (lunga e faticosa) serie di tecnicismi, calcoli e norme specifiche che la contraddistinguono. Per chi, dunque, avesse ancora la pazienza di voler proseguire nella lettura, ecco i principali ‘tecnicismi’ della legge elettorale…

UNA SCHEDA, UN VOTO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di dare il famoso voto disgiunto), con il Rosatellum 2.0 ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Sembra facile, vero?! Aspettate un po’ prima di dirlo!

METODI DI VOTO. Qui le cose si complicano perché sono tre. Uno. Se l’elettore vota il contrassegno di una lista il voto è attribuito automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale. Come già detto, nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Due. Se l’elettore vota solo per il candidato del collegio uninominale e barra una delle liste dei partiti che lo sostengono il voto è valido (è il cd. ‘doppio voto’). Tre. Se l’elettore vota soltanto per il candidato del collegio uninominale, senza indicare alcuna preferenza per una delle liste che lo sostengono, il suo voto si ‘spalma’, in modo proporzionale, a tutte le liste a lui collegate o, in caso sostenuto da una sola lista, a quella stessa che lo sostiene.

SOGLIE DI SBARRAMENTO. Per accedere in Parlamento è fissata una soglia d’ingresso del 3% al Senato come alla Camera. La soglia per le coalizioni sale al 10%, sempre su base nazionale, ma se una coalizione non raggiunge il 10% dei voti, i voti dei partiti che hanno raggiunto il 3% come liste valgono lo stesso!. ‘Ma’ …  I voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione. Sotto la soglia dell’1%, invece, i voti dati a quella lista vanno dispersi, cioè non vengono attribuiti a nessuno. Per i collegi plurinominali dove vigono norme specifiche per le minoranze linguistiche (Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta) la soglia di sbarramento è al 20%.

NIENTE VOTO DISGIUNTO. In buona sostanza, non puoi votare il candidato nel collegio appoggiato dalla lista o dalla coalizione del partito dei ‘Gialli’ e, poi, scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei ‘Neri’, ove questo, naturalmente non faccia parte del partito/coalizione dei ‘Gialli’. Chiaro, no?!

SCORPORO E ‘BARBATRUCCO’… E’ vietato anche lo scorporo, che era invece possibile nel Mattarellum, ma… c’è un piccolo ‘barbatrucco’, per gli amanti del genere: dato che i voti degli elettori che barrano il nome del solo candidato del collegio uninominale vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio, anche se l’elettore non ha espresso alcuna preferenza per nessun partito, i partiti che hanno superato il 3% dei voti si ‘pappano’ anche i voti delle liste o partiti che non solo non hanno superato il 3% ma neppure l’1% dei voti! L’hanno chiamata, in commissione Affari costituzionali, la norma ‘8xmille’ perché, come si sa, chi non sceglie come destinare il suo 8xmille finisce nel cd. ‘inoptato’ che va, in ogni caso, allo Stato. In questo caso, con tale norma, ci guadagnano i partiti maggiori!

LE COALIZIONI I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale per più liste. Le dichiarazioni di collegamento devono essere reciproche tra le liste che compongono la coalizione. I partiti o le coalizioni di liste devono depositare, insieme al deposito del contrassegno elettorale, un programma con l’indicazione del capo della forza politica. Morale: se voti FI voti per Berlusconi ‘capo’, se voti Pd c’è Renzi, per la Lega Salvini, per i 5Stelle Di Maio e via di questo passo. Inoltre, va detto che anche quando il ‘capo della coalizione’ era indicato espressamente, come nel Porcellum, la Costituzione dice che a conferire l’incarico di presidente del Consiglio è il Capo dello Stato il quale può scegliere, come ha fatto spesso in passato, personalità diverse dal capo di una coalizione per mille ragioni. Una su tutte: il governo deve avere una maggioranza parlamentare e, se non la raggiunge, cioè se non ottiene la fiducia delle Camere, non c’è santo che tiene: anche se ha vinto le elezioni, presto cadrà. Inoltre, se è vero che è possibile costituire delle coalizioni saranno ‘mini’ (tranne, forse, quella del centrodestra tra FI, Lega, FdI e altri partiti minori): vi dovete dimenticare cioè le ‘grandi coalizioni’ del passato (Casa delle Libertà per il centrodestra, Ulivo prima e Unione poi per il centrosinistra) perché, al massimo, il Pd avrà due o tre alleati alla sua sinistra e alla sua destra, ma saranno piccoli, e i Cinquestelle non si alleano con nessuno! Infine, dimenticatevi anche le coalizioni a geometria variabile (e questo è un bene): nel 1994 Berlusconi si alleò con la Lega al Nord (Polo delle Libertà) e con An al Sud (Polo del Buongoverno): ora è impossibile perché le coalizioni dovranno essere fatte per forza sul piano nazionale.  Infine, la retorica demagogica di chi dice ‘voglio conoscere la sera del voto chi governerà’ è sempre stata falsa (l’Italia è, come prevede la Costituzione, una Repubblica parlamentare in cui i governi nascono e muoiono in Parlamento che dà loro la fiducia), ma lo è a maggior ragione ora. Se un partito o una coalizione non supera, abbondantemente, il 40% dei voti non otterrà mai il 51% dei seggi, nelle due Camere, per riuscire a governare da solo! Ergo, i partiti dovranno fare accordi tra di loro in Parlamento, per formare un governo, e questi accordi potranno essere ‘trasversali’ (Pd-FI-centristi o Lega-M5S-altri, per dire) e rompere le coalizioni e i patti stipulati precedentemente (e per finta) davanti agli elettori.

CIRCOSCRIZIONI. Saranno 20 le circoscrizioni per il Senato, una per ogni regione, mentre saranno 28 quelle della Camera. Perché sono importanti? Perché, anche se la soglia di sbarramento per ogni lista o coalizione, è determinata a livello nazionale, per determinare gli eletti si ‘scende’ prima nelle circoscrizioni e poi, ancora, ci si ramifica nei collegi uninominali per la parte maggioritaria e nei collegi plurinominali per il proporzionale. Le circoscrizioni, inoltre, sono molto importanti per definire il ‘recupero’ dei resti: infatti, anche il sistema più proporzionale che si possa immaginare presenta, sempre, dei ‘resti’ da attribuire. Si tratta di un ‘quoziente’ che stabilisce la cifra degli eletti e la cifra nazionale di ogni partito. Nella nuova legge elettorale verrà usato il metodo del ‘quoziente intero e dei più alti resti’ (nella Prima Repubblica si usava il metodo d’Hare, c’è anche quello ‘d’Hondt’) ma non stiamo neanche a spiegarvelo! E’ un puro calcolo tecnico, matematico: distribuisce in modo il più proporzionale possibile i seggi ai vari partiti e, francamente, è davvero roba per malati…

COLLEGI UNINOMINALI: si tratta di 231 collegi, pari al 36% dei seggi della Camera, per i deputati, e 109 (36%) per il Senato. In realtà, però questo conto è un po’ farlocco: infatti, nei 231 collegi uninominali della Camera sono contati anche i 6 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno in Valle d’Aosta, dove i seggi li vincono sempre le rispettive minoranze linguistiche, quindi i collegi della Camera sono in realtà 225. Stesso ragionamento per il Senato: i 109 collegi uninominali sono in realtà 116 ‘al netto’ dei sei del Trentino e di uno in Valle d’Aosta, il che vuol dire che, appunto, i collegi sono solo 109. I partiti si possono coalizzare per sostenere un comune candidato nell’ambito di ogni collegio uninominale mentre corrono da soli nell’ambito dei collegi plurinominali, e cioè per la parte proporzionale.

Risulta eletto il primo candidato di un partito, lista o coalizione di liste che prende un voto in più di tutti gli altri in ogni collegio uninominale. Si tratta, cioè di un sistema uninominale maggioritario secco all’inglese. Non sono ammessi ripescaggi, non ci sono soglie di sbarramento, possibilità di voto disgiunto, voto di scorporo, preferenze, etc. Se il candidato del collegio muore o rinuncia al seggio si ripete l’elezione. Ci si può candidare in un collegio uninominale e in 5 collegi plurinominali. L’alternanza di genere è garantita in proporzione del 60/40 per ogni genere ma al Senato deve essere garantita su base regionale.

COLLEGI PLURINOMINALI: Come risulterà facile capire da un rapido calcolo, se i seggi della Camera sono 630 e quelli del Senato 315 (oggi, al Senato, siedono 320 senatori ma perché in cinque sono senatori ‘a vita’ nominati per alti meriti dal Capo dello Stato) ne mancano parecchi per arrivare a fare ‘la somma del totale’, come direbbe Totò. Quanti sono e come verranno eletti i parlamentari?

Alla Camera ‘restano’ da eleggere 399 deputati nei collegi plurinominali, ma 12 continuano ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere con metodo rigidamente proporzionale. Restano dunque in 386 i deputati da eleggere sempre con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, restano da eleggere, tolti i 109 collegi uninominali (116 in realtà perché sono compresi i 6 del Trentino e uno in Val d’Aosta), 199 senatori, ma di questi sono sei gli eletti all’Estero, quindi ne restano 193 di senatori da eleggere nei collegi plurinominali. Da ricordare che il Molise elegge sempre e soltanto un senatore.

I candidati che si presentano nei collegi plurinominali, collegi divisi a livello più grande in 28 circoscrizioni della Camera e 20 del Senato, vengono eletti con un metodo che trasforma in voti in seggi in modo rigidamente proporzionale (metodo detto del quoziente interno e dei più alti resti) su base nazionale, con una soglia di sbarramento nazionale fissata, sia per la Camera che per il Senato, al 3% (al 10% per le coalizioni, al 20% per i collegi dove sono presenti minoranze linguistiche). I voti ai candidati dei collegi plurinominali contribuiscono ad aumentare i voti di ogni coalizione solo e soltanto se compresi tra l’1% e il 3% in partiti facenti parte della rispettiva coalizione mentre sotto l’1% quei voti vanno dispersi. I candidati dei collegi plurinominali sono scelti, all’interno di ogni lista, sulla base di liste bloccate corte composte da un minimo di due a un massimo di 4 nomi. A parità di voti è eletto il candidato più giovane. Sono vietate le preferenze, il voto disgiunto, lo scorporo tra maggioritario e proporzionale. La norma di genere (40/60) assicura che nessun genere possa superare l’altro nella composizione delle liste. Le pluricandidature sono ammesse fino a cinque, oltre a quella in un collegio maggioritario uninominale. Se un candidato viene eletto in più collegi plurinominali dovrà optare per quello dove ha preso meno voti e, al suo posto, scatterà il secondo classificato del suo partito in lista, sempre sulla base del collegio plurinominale di riferimento, ma privilegiando quello che ha preso meno voti in assoluto, non il contrario.

DELEGA AL GOVERNO E ASSEGNAZIONE DEI SEGGI. La legge delega il governo a definire questi collegi plurinominali: saranno circa 65 e dall’approvazione della legge il governo ha 30 giorni di tempo per disegnarli. Il problema, però qui, si fa ostico. Infatti, mentre capire come avviene l’assegnazione del vincitore nel collegio uninominale è molto facile (il primo che arriva vince!), nei collegi plurinominali il percorso è più macchinoso. In buona sostanza è questo: per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 % mentre un partito che supera la soglia del 3% ottiene i seggi corrispettivi anche se la coalizione di cui fa parte non ha superato il 10%. Sotto la soglia dell’1% nessun partito ha diritto ad avere seggi mentre tra l’1% e il 3% non ne ottiene ma contribuisce ad arricchire quelli della coalizione di chi fa parte. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale la vittoria nel collegio uninominale. Al candidato in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sarà eletto il candidato più giovane. Ci avete capito qualcosa? Tranquilli, anche noi facciamo fatica…

LISTINI E PLURICANDIDATURE Nei collegi plurinominali, dove vale il proporzionale, e dunque solo in quelli, sono previsti dei ‘listini’ molto corti, dai 2 ai 4 candidati al massimo. Quanto alle pluri-candidature, saranno possibili ma limitate (massimo 5), sempre nei collegi plurinominali. Nessuno può essere candidato in piuù di un collegio uninominale, a pena di nullità, ma è consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali fino a un massimo di cinque (già detto!).

E I FAMOSI COLLEGI DEL TRENTINO ALTO-ADIGE?! Il testo della nuova legge rimane ancorato, né poteva essere altrimenti, al testo del Tedeschellum come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno scorso quando il Tedeschellum, allora in votazione, naufragò proprio su questo emendamento: sei collegi uninominali e cinque proporzionali, alla Camera, altri sei e due al Senato. Non potrebbe essere altrimenti: i seggi del Trentino godono, infatti, di una riserva ‘costituzionale’: tanti sono e tanti devono essere in qualsiasi legge elettorale venga approvata dalle Camere! Così è.

QUOTE DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una “quota di genere”, un modo gentile per dire che bisogna rispettare, come prevedono diverse leggi italiane ed europee, una proporzione non discriminante verso le donne, il caro vecchio “sesso debole” nella compilazione delle liste elettorali, pena la loro non validità ed esclusione dalle elezioni. Per il Rosatellum la proporzione è di 60%-40%. Infatti sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le future senatrici, però, avranno più chance delle future deputate: il testo dispone che la ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell’uninominale che nel proporzionale, venga rispettata a livello regionale e non nazionale.

TOT FIRME, TOT LISTE. E’stato dimezzato, rispetto al testo originario, il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni politiche che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo parlamentare costituito alla data del 15 aprile 2017 (la data originaria era il 31 dicembre 2016, ma Mdp sarebbe rimasta fuori dal novero e pure il Pd gli ha fatto il regalo). Il numero di firme da raccogliere passa da 1.500-2.000 a sole 750, ma attenzione la deroga sarà valida solo per le prossime politiche! Per i partiti presenti in Parlamento sotto forma di gruppi costituiti (anche quelli minuscoli, sottogruppi, nati per microscissioni…) non sarà invece necessario, come già detto, raccogliere le firme.

AVVOCATO, MI CERTIFICA? Per le prossime elezioni, e solo queste, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste.

  • E’ finita? Neanche per idea! Alcune cose divertenti…

Se siete arrivati a leggere fin qui vuol dire che avete preso discrete dosi di citrosodina e bicarbonato, oltre a un po’ di sana nevralgina, per curare il mal di stomaco e il mal di testa! I nostri novelli ‘padri costituenti’ hanno pensato (e hanno fatto) bene ad aiutare il povero elettore a non impazzire, nei seggi. Infatti, tra rischi di contestazioni dei voti e delle schede elettorali e rischio di lunghe code davanti alle cabine elettorali, il rischio caos (e il rischio figuraccia) sarebbe davvero vicino. Ecco dunque alcune novità, davvero mai sperimentate prima!

LA SCHEDA CON LE ISTRUZIONI ‘PER L’USO’… La scheda è unica (ma attenzione in realtà saranno due! Perché una vale per eleggere i deputati alla Camera e una per eleggere i senatori al Senato!), ma conterrà anche, e per la prima volta nella storia repubblicana, delle “istruzioni per  l’uso” che serviranno a informare gli elettori su come devono… votare! Nel frontespizio della scheda, infatti, verrà spiegato come si vota…

IL TAGLIANDO “ANTI-FRODE” La scheda sarà dotata di apposito tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo, che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è di evitare brogli e scambi tra schede bianche e schede pre-stampate.

MA IL SUO PARTITO ‘TRASPARE’? Sono state inserite, nel Rosatellum bis, diverse norme di cosiddetta ‘trasparenza’. Prevedono che i partiti, i movimenti e gruppi politici organizzati che si presentano alle elezioni debbano avare uno Statuto. Chi ne è o ne sarà sprovvisto (come nel caso dell’M5S, tanto per dire) potrà presentare liste elettorali solo indicando elementi minimi di trasparenza come questi tre: il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Tutto il materiale sarà pubblicato online sul sito del ministero dell’Interno, insieme al programma elettorale di ogni partito o coalizione e al nome del capo della forza politica di ogni lista o partito. Si badi bene: capo di forza politica, non della coalizione!

Siete arrivati alla fine di questo lungo, troppo lungo, testo sulla legge elettorale?! Beh, allora siete pronti: potete andare a votare! Sempre che, si capisce, il Rosatellum bis diventerà mai legge!!! Ps. L’autore di questo articolo sarà felice di offrire un buon caffè a chiunque gli segnali possibili errori, dimenticanze, sviste etc.

NB: L’articolo, in forma meno lunga, è stato pubblicato sul sito di @Quotidiano.net

 

Due pezzi facili. Renzi alla Direzione del Pd ‘apre’ a sinistra. La legge elettorale dalla commissione ora è alla prova dell’Aula

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Pubblico qui i due articoli scritti negli ultimi due giorni per Quotidiano Nazionale

  1. Renzi  in modalità “pace col mondo” apre alla coalizione di centrosinistra: “Gli ex dem non sono i nostri avversari”, ma il vero obiettivo è agganciare Pisapia. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sarà stato il disgelo, con tanto di cordiale telefonata, con Prodi. Sarà stata la goduria di assistere alle liti, stile sfida all’Ok Corral, tra Pisapia e Bersani, oltre che, ovviamente, con D’Alema. Sarà stata la tregua interna che i big dem, da Franceschini a Orlando, gli hanno garantito da qui in avanti, in sostanza fino alle elezioni, anche perché – pare – assai rassicurati sui posti in lista per i loro. Saranno stati i consigli degli ex democristiani di destra (Guerini) e di sinistra (Richetti) che gli hanno tenuto testa per mesi a forza di dirgli, e a convincerlo, che “Matteo devi allargare, includere”. Certo è che Matteo Renzi, dopo la “fase zen”, già nota, è entrato in una modalità ancora più ambiziosa, quella da “pace col mondo”. La Direzione di ieri, convocata per discutere della legge elettorale, ne è stata la plastica rappresentazione. Lunga e serena relazione, nessun dibattito, nessuna contrapposizione, voto finale unanime.

La prima sorpresa contenuta nell’introduzione del segretario dem – che parla davanti al premier Gentiloni e al ministro Minniti – è, naturalmente, quella della sua ‘apertura’ a quanto c’è a sinistra del Pd: Premesso che “l’obiettivo è sconfiggere i populisti (M5S, Lega), oggi in difficoltà”, Renzi pronuncia una frase che non direbbe neppure sotto tortura: “I nostri avversari alle elezioni non sono quelli che sono andati via di qui”, e parla degli scissionisti (Mdp). Non vuole né cerca, ovviamente, un’alleanza con loro – anzi: se ne guarda bene anche solo dal pensarla – ma per la prima volta non li bastona (tranne per una frase en passant rivolta all’indirizzo di Bersani: per spiegare tutte le giravolte di quelli che stavano nel Pd sulla legge elettorale “ci vorrebbe la moviola”)

Il ‘merito’ del ‘nuovo corso’ sta tutto nella nuova legge elettorale che si profila se il patto ‘a quattro’ (Pd-Lega-FI-Ap) terrà in Aula. “Il Rosatellum – spiega Renzi – ha alcuni elementi di forza, perché chiama a una coalizione, e un dato di fatto: uno strumento che fa del Pd il baricentro per una coalizione più ampia del solo Pd”. Il che, peraltro, vuol dire che Renzi avalla (e invita) a costruire liste in coalizione con il Pd: i centristi cattolici, da Alfano a Dellai, i radicali laici, da Della Vedova a Bonino, e la sinistra progressista, dai sindaci a Pisapia. Renzi non lo nomina, ma aspetta, paziente, che arrivi e in area Pisapia già sottolineano “il cambio di passo”. In realtà, il messaggio sotteso del leader dem è un po’ più sottile: se passa il Rosatellum, facciamo facciamo le coalizioni perché servono per vincere, altrimenti andiamo con il Consultellum, io faccio il listone Pd “e mi candido al Senato con le preferenze”., il che vorrebbe dire, però, tornare a quella ‘vocazione maggioritaria’ che l’ex premier ha sempre perseguito e che, per ora, è finita in soffitta. Perché, come dice Renzi con un latinismo, anche questo insolito, “o passa il Rosatellum o c’è il Consultellum, tertium non datur”. Motivo, però, quello di dare fiato e corpo alla possibilità che la nuova legge passi, per cui balena, di nuovo, nel Pd, l’ipotesi della fiducia ‘tecnica’ sul Rosatellum: il Colle non gradirebbe affatto, Gentiloni recalcitra, ma all’ultimo momento, in Aula, potrebbe essere messa perché – avverte Rosato – “dobbiamo stare attenti ai voti segreti”.

Poi  Renzi manda a dire ai suoi oppositori interni che: “Siamo al rush finale, il tempo che ci separa dalle elezioni è di settimane”; quindi “basta litigi, dobbiamo giocare tutti insieme, fare squadra”. Renzi non cita mai lo ius soli, lasciando di fatto capire che spazio per far passare quella legge non ce n’è, specie a fine legislatura. Eppure, al Nazareno, c’è chi non dispera che, dopo aver chiuso la legge di Stabilità,“si possa aprire uno spazio per portarla a casa”.

Renzi, infine, ringrazia di cuore Orlando per aver detto che non intende metterne in discussione la leadership in caso di sconfitta in Sicilia, e Orlando apprezza e neppure Cuperlo parla in dissenso.  Franceschini resta in silenzio, annuisce più volte mentre Renzi parla e a chi gli chiede conto sorride: “sono naturalmente d’accordo con la relazione del segretario”. Ieri, al Pd, era proprio il giorno del volemose bene.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 4 del Quotidiano Nazionale il 7 ottobre 2017


ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

2. Il Rosatellum va in Aula tra lo spettro franchi tiratori e la tentazione della fiducia

Ettore Maria Colombo – ROMA

La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al Rosatellum 2.0 (o bis che dir si voglia…), ma nessuno dei leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano) dei partiti che hanno sottoscritto il ‘patto a quattro’ (Pd-FI-Lega-Ap) per dargli vita può tirare un sospiro di sollievo. Infatti, che dentro la commissione il patto avrebbe retto nessuno lo metteva in dubbio: il voto, dentro la commissione, è palese. Ma quando la nuova legge elettorale, il cui relatore Emanuele Fiano (Pd) ha passato giorni e notti insonne, approderà nell’Aula di Montecitorio, martedì 10 ottobre, può succedere di tutto. L’incognita è quella dei franchi tiratori: non vedono l’ora di affossare questa legge elettorale come già hanno fatto, a giugno, con il Rosatellum 1.0, allora anche detto Tedeschellum, quando una maggioranza ben più ampia dell’attuale crollò al primo voto.

I voti segreti, stavolta, si prevede saranno almeno una novantina e, se passassero, causerebbero l’immediato affossamento della legge: riguardano alcuni punti ‘caldi’ del Rosatellum (preferenze, voto disgiunto, soglie di sbarramento) su cui si fonda il patto a quattro. Per dire, ripristinare le preferenze, uno dei primi punti all’ordine del giorno del voto di martedì, una volta votate le pregiudiziali di costituzionalità, farebbe saltare l’accordo con Forza Italia. Il voto disgiunto aprirebbe invece molti problemi nel Pd di Renzi perché favorirebbe, di fatto, il voto per gli odiati scissionisti di Mdp.

Ma quanti franchi tiratori servono per affossare il Rosatellum? Sulla carta, è blindato. I favorevoli hanno ben 455 voti: ai quattro partiti citati vanno infatti sommati diversi gruppi minori (Ala-Sc, Civici, Popolari-Cd, Psi, Svp, Udc, etc.) mentre, sempre sulla carta, il fronte delle opposizioni (M5S-Mdp-SI-FdI) che giudica il Rosatellum “pessimo” e “inaccettabile”, arriva appena a 165 voti. Eppure, come spiega un verdiniano esperto di numeri e di conti, Ignazio Abrignani, “basta che, nel voto segreto, si spostino in 150 ed ecco che le proporzioni cambiano: 350 a favore, 300 contro. A quel punto ogni voto diventerebbe un calvario e può saltare tutto”. Inoltre, va detto che, non solo dentro Forza Italia, specie al Sud, ma anche dentro Ap (e, ovviamente, nel Pd), i peones ribollono.

Al di là del tenere le dita incrociate, dunque, e lanciare appelli, come quello di Ettore Rosato (“Il Parlamento sia responsabile”), continua perciò ad aleggiare l’ipotesi che il Pd chieda un ‘aiutino’ al governo Gentiloni e ricorra alla fiducia. Ma anche questa mossa, indigeribile per le opposizioni (Mdp già annuncia che “se verrà messa porteremo gli italiani in piazza”), non blinderebbe totalmente, il Rosatellum 2.0. Infatti, i problemi sarebbero tre: uno, Gentiloni non vuole metterla, due l’idea della fiducia al Colle non piace né poco né punto e, tre, FI e Lega avrebbero molte difficoltà a votare la fiducia, anche se fosse ‘tecnica’. L’ultima controindicazione a questa mossa rappresenterebbe un vero caso capace di far esplodere il Parlamento: nonostante la fiducia, infatti, il voto finale sul provvedimento può restare, grazie al super garantista regolamento di Montecitorio, in ogni caso segreto. E ‘andare sotto’, nonostante la fiducia, sarebbe davvero letale. Ecco perché sia Rosato che Fiano garantiscono e spergiurano davanti a tutti quelli che glielo chiedono “di un voto di fiducia non abbiamo mai neanche parlato”.

NB: Articolo pubblicato l’8 ottobre 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.

Il Rosatellum, per ora, va (in commissione), ma i rischi in vista dell’Aula restano. Tira aria di fiducia ‘tecnica’ sulla legge elettorale

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Chi ama il parlamentarismo e lo vuole difendere”, s’inalbera il deputato di Mdp Alfredo d’Attorre quando gli chiedono di tagliare corto il suo intervento (e non è il primo) che va avanti da oltre mezz’ora, “capisce che questo non è il momento della sintesi!”. Paradosso vuole, però, che sia solo il prode soldato D’Attorre (ieri lasciato, in diretta radio e social, dalla bella fidanzata, Sara Manfuso, ahi lui, che pare aspiri a un seggio ma nel Pd, ari-hai lui) a fare un tosto e plateale ostruzionismo alla nuova legge elettorale, il Rosatellum bis, che si va materializzando a colpi di (pochi, per ora) voti nella commissione Affari costituzionali della Camera. Infatti, i 5Stelle, che urlano ogni giorno contro l’Anti5Stellum, o Imbrogliellum, non lo fanno (contrari pure Fd’I e SI): si limitano a farsi bocciare il sistema tedesco che morì a giugno e a proporre alcuni emendamenti “qualificanti”. Mdp, invece, ha dichiarato guerra ad alzo zero, e non solo al Pd. Infatti, sempre D’Attorre tuona: “Si è formata una maggioranza alternativa che spacca quella di governo per colpire e isolare Mdp”. I demoprogressisti hanno perciò adottato la tattica del vietcong nelle paludi del Mekong: rallenta l’avanzata dell’esercito nemico se non si riesci a sconfiggerlo. Ergo, su 300 emendamenti presentati in commissione, ieri ne sono stati votati soltanto tre.

Si tratta delle preferenze e della riproposizione di modelli discussi in passato (Mattarellum e sistema tedesco): tutti, ovviamente, bocciati, anche perché in commissione si vota a scrutinio palese. Poi ci sono gli emendamenti ‘accantonati’ dal relatore (Emanuele Fiano, Pd) che sono molti e assai qualificanti: il voto disgiunto tra collegi uninominali e parte proporzionale, il numero delle pluri-candidature, la proporzione delle norme di genere, la raccolta delle firme, il numero dei collegi, le soglie di sbarramento. Su quest’ultimo punto è ancora aperta la trattativa: “Nel testo base – spiega Fiano – i voti ai partiti sotto l’1% vanno persi, sono cioè inutilizzabili anche dagli altri partiti con cui si è in coalizione per evitare la proliferazione delle liste civetta. Le liste più grandi si ripartiscono invece i voti dei partiti che prendono tra l’1% e il 3%, soglia di sbarramento nazionale valida per tutti i partiti alla Camera come al Senato, ma solo se la coalizione di cui fanno parte ha superato il 10%. In questo caso, però, non si tratta di liste civetta ma di signor partiti, quelli sopra l’1%”. Ma Forza Italia chiede di conteggiare anche i partiti sotto l’1% per ingrossare la sua coalizione con liste un po’ farlocche e un po’ no di sostegno come il partito degli animalisti della Brambilla, la Dc di Rotondi, il partito della Bellezza di Sgarbi, i liberali, i repubblicani, Scelta civica di Zanetti, etc. mentre Ap chiede di abbassare la soglia del 3%, anche se solo al Senato, e di conteggiarla solo lì su base regionale.

Eppure, anche se lento pede, il Rosatellum bis avanza, per ora, sostenuto dalla sua maggioranza ‘quadripartita’ (Pd-Fi-Lega-Ap): entro venerdì la commissione dovrebbe licenziare il testo base, anche se a tappe forzate (giovedì l’Aula sospenderà i lavori per permettere alla commissione di lavorare tutto il giorno) e dare mandato al relatore Fiano per mandarlo in Aula il 10 ottobre (tempi previsti di chiusura il 14 ottobre, dopo passerà al Senato) mentre venerdì 6 è convocata la Direzione dem per discuterne. Il deputato dem Parrini ritiene che “il consenso che si è formato è più largo nel Pd e negli altri partiti di quello che c’era, a giugno, sul sistema tedesco”. Sarà, si vedrà. Stasera, alla riunione del gruppo dem ci sarà maretta: la minoranza interna di Orlando e Cuperlo cercherà di piantare alcune bandierine (il voto disgiunto) e altri malumori non mancheranno, causa i fan delle preferenze. Infine, che ci saranno, in Aula, dove il voto segreto è ammesso, molti franchi tiratori lo sanno tutti. Nel Pd, su 90 voti segreti, ne contano già “almeno un centinaio”: potrebbero affossare la legge. Marco Meloni, deputato vicino a Enrico Letta, lo annuncia chiaro: “In Aula voterò, a scrutinio segreto o palese, tutti gli emendamenti che rimettono le preferenze”. Quanti altri lo faranno senza dirlo? Forse anche per questo aleggia, nel Pd, una tentazione: chiedere al governo di mettere la fiducia, sulla nuova legge elettorale, e blindare il provvedimento mettendolo al riparo dai voti segreti. Ma anche questo strumento ha diverse controindicazioni: comunque darebbe adito a molte polemiche politiche; coinvolgerebbe in prima persona il premier Gentiloni che non sarebbe più un osservatore né un attore ‘terzo’ davanti alla questione legge elettorale da cui si è, invece, non a caso tenuto sempre alla larga (Mdp, ostile alla riforma, è in maggioranza e così gruppi minori); sul voto finale, anche con la fiducia, ci sarebbe comunque il voto segreto e così rischierebbe non solo il Pd, ma anche il governo. Infine, FI e Lega dovrebbero dare una fiducia ‘tecnica’ a un provvedimento che diventerebbe altamente politico, subendo critiche al loro interno. Ma del resto, se non lo facessero il patto a quattro stipulato da questi due partiti di opposizione con Pd e Ap salterebbe del tutto e la legge elettorale non sarebbe più condivisa da un arco di forze politiche che supera i confini della maggioranza, il che di certo non piacerebbe al Capo dello Stato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale