Pisapia frena lo strappo col governo e mantiene le distanze da D’Alema. Ieri girandola di incontri romani del leader

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo ROMA

UNA PRIMA vittoria, forse solo apparente. Giuliano Pisapia, ieri era a Roma per una girandola di incontri politici: di mattina Civati, poi Speranza, D’Alema, Bersani, nel pomeriggio Cuperlo e i parlamentari dell’area di Orlando. Il punto a suo favore è la nascita di un coordinamento politico (tra una settimana, formalmente) delle varie forze che a lui si rifanno e di cui sarà il presidente de facto. Ne faranno parte tutti i fondatori di Insieme, ma a pari grado: Campo Progressista con Furfaro, Mdp con Speranza, i centristi con Tabacci, i civici e ambientalisti con Bonelli. Mdp, che si sente ‘l’infrastruttura portante’ dell’operazione e smentisce i nomi che girano, varrà solo per uno. Poi ci sarà un Comitato dei garanti, il cui presidente sarà il costituzionalista Onida, che dovrà scrivere le regole e, ovviamente, una Carta programmatica che scriverà Pisapia.

«Stiamo rifacendo l’Ulivo», dice soddisfatto un fedelissimo dell’ex sindaco di Milano sicuro che il Professore bolognese benedirà, sia pure da lontano, e presto, l’operazione. E Pisapia, proprio come fu con l’Ulivo, vuole mettere paletti rigidi a sinistra e ‘aprire’ a destra: il no a Sinistra italiana di Fratoianni e ai ‘civici’ di sinistra Falcone e Montanari (solo Civati è ok) fa il paio, nei suoi progetti, con il dialogo con i centristi come con il Pd. Da un lato, una decina di deputati oggi nel gruppo Democrazia solidale (Capelli, Piepoli, l’ex ministro Catania) andrebbero a irrobustire l’ala centrista di Insieme, già presidiata da Tabacci, Sanza e altri ex dc, per gruppi parlamentari unici che nasceranno, però, più avanti. D’altro canto, Pisapia ieri ha visto sia Gianni Cuperlo che una trentina di parlamentari dell’area Orlando: l’idea è di un campo largo del centrosinistra, di taglio anti-renziano, ma senza stimolare alcuna altra scissione dal Pd, anzi utile a rafforzare il baricentro di centrosinistra e non estremista del progetto di Pisapia. Anche per questo motivo Guerini e Rosato non hanno fatto nulla per ostacolare quei colloqui. L’idea del ‘doppio tesseramento’, però, lanciato da Pisapia e dagli orlandiani (a Insieme e al Pd) non potrà certo essere accolta con favore al Nazareno.

Apertissimi, invece, due punti di frizione tra Pisapia e Mdp. Il rapporto con il governo è il principale: per Pisapia bisogna intavolare un dialogo serrato con l’esecutivo, ma «senza strappi o accelerazioni» sulla legge di bilancio. In Mdp, l’ala dura bersaniana e dalemiana vuole rompere su quella, lanciando un netto segnale di disimpegno e distanza. Al di là delle smentite ufficiali di Mdp, la differenza resta. Inoltre, come si sa, Mdp non ha alcuna intenzione di sciogliersi in un ‘contenitore unico’ e vorrebbe aprire il listone delle prossime elezioni a tutti i partiti della sinistra.

INFINE, c’è il tema delle candidature. Pisapia e D’Alema, che si sono visti per un breve saluto, definito da entrambi «ottimo», restano su posizioni opposte. D’Alema si vuole candidare, Pisapia – che anche ieri ha ribadito che lui non si candiderà alle prossime elezioni – crede nel criterio della ‘rotazione’. Il suo colonnello Massimiliano Smeriglio dice, diplomatico, che «il rinnovamento serve a favorire il ricambio di personalità importanti quanto ingombranti», ma Gad Lerner, consulente dell’ex sindaco e ieri alla Camera, ci va giù molto duro: «Ogni volta che D’Alema dice ‘Giuliano è il mio leader’ io e chi sta con lui ci tocchiamo i cosiddetti».

Nb: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 20 luglio 2017

Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi le aveva provate tutte, pur di veder approvare lo ius soli. Aveva mandato ambasciatori persino presso Sinistra italiana: sette senatori che potevano far pendere l’ago della bilancia a favore di “una legge di civiltà – aveva fatto dire a Nicola Fratoianni – che una forza di sinistra come voi non può che votare anche se il governo mettesse la fiducia”. Ma Fratoianni aveva risposto picche: “sono d’accordo sulla legge, ma la fiducia non possiamo votarla, mi si spacca il partito”. Al Nazareno avevano fatto e rifatto i conti: senza Ap (25 senatori), il partito di Alfano, per una volta contrario come un sol uomo, e senza il gruppo delle Autonomie (18 senatori che, per la prima volta da anni, avevano alzato la voce) i numeri della maggioranza di governo tracollavano da 171 (quelli attuali) a 146, forse anche meno. Ben sotto il quorum necessario (161 voti).

Un rischio troppo grande: mandare sotto Gentiloni in un voto dove il governo avrebbe posto la questione di fiducia voleva dire, di fatto, mandare a casa il governo e, con esso, chiudere in via anticipata la legislatura con relative elezioni in autunno. Renzi ne sarebbe stato indicato come il primo e unico responsabile.

Ecco perché ieri, alla fine, il segretario dem ha gettato la spugna, dicendo a Gentiloni che lo aveva chiamato per avvertirlo di una decisione ormai presa: “Io mi giocherei il tutto per tutto, Paolo, ma so che il governo rischia troppo. Ora decidi tu, io mi adeguo”. Detto, fatto. A tarda sera, una nota ufficiale del premier informa che “tenendo conto delle scadenze non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl prima della pausa estiva. Si tratta però di una legge giusta. L’impegno del governo per approvarla in autunno rimane”. A palazzo Chigi si sottolinea di aver lavorato di concerto con Renzi e che “l’estate, così difficile sul tema immigrazione, mentre si cerca di gestire i flussi degli sbarchi in sede europea”, non permetteva errori né inciampi, dato anche che “è pieno di irresponsabili (politici, ndr) che cercano incidenti e tensioni”. Ma se sempre da palazzo Chigi si fa notare che “quella di Gentiloni non è una rinuncia, ma una scelta improntata al realismo e a ridurre le tensioni su una legge di civiltà”, i tempi non ci sono più. Palazzo Madama ha ancora 45 giorni di lavoro effettivi, da qui alla fine della legislatura. Pare assurdo, ma tra ferie estive, invernali, altri provvedimenti e futura sessione di bilancio (che occupa l’intero autunno) è così. Ergo, la legge sullo ius soli, che dovrebbe comunque tornare alla Camera per il voto finale, non vedrà la luce, certo non in questa legislatura.

Il Pd si limita a far buon viso a cattivo gioco con una sola dichiarazione del ministro Martina, mentre il leader di Ap, Alfano, esulta: “Gentiloni ha gestito la vicenda dello ius soli con realismo, buonsenso e rispetto per chi sostiene il suo governo. Apprezziamo molto”. Poi aggiunge un “noi la vogliamo approvare, ma in un clima più sereno” che sa tanto di sberleffo, specie verso il Pd. Esulta, ovviamente, il centrodestra, da Salvini a Meloni a Brunetta, e butta la croce addosso al Pd la sinistra, da SI a Mdp. Ma pure coi loro voti, lo ius soli non sarebbe passato e il governo sarebbe caduto. Ecco perché Renzi ha fatto morire la legge.

NB: L’articolo è stato  pubblicato il 17 luglio 2017 sul Quotidiano Nazionale a pag. 7

Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che la dettaglia nel suo libro Avanti, può essere riassunta così: stabilire in via unilaterale il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% per cinque anni, in modo da recuperare 30/50 miliardi da destinare alla crescita e al calo della pressione fiscale, tornando alle regole di Maastricht e mettere il veto all’inserimento del Fiscal compact, votato e sottoscritto dall’Italia nel 2012, nei Trattati.
La proposta, appena rimbalza a Bruxelles, suscita un vespaio di critiche e reazioni nervose camuffate da toni liquidatori del tipo «ma questo chi si crede di essere?». La portavoce di Juncker lo snobba («Noi parliamo con Gentiloni e Padoan») mentre il socialista olandese Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, lo boccia («Stare al 2,9% del deficit vìola le regole»).

IL SEGRETARIO dem replica e diventa un fiume in piena. Prima ribatte sul merito: «La proposta sul deficit al 2,9% nella prossima legislatura la discuteremo, ha uno spessore di cinque anni, non possiamo dare questa responsabilità a Gentiloni e Padoan. Quando la proposta verrà fuori sono certo che sarà compatibile con le regole europee».
Poi attacca l’olandese: «Questa è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio anti-italiano di alcuni dirigenti europei come lui: non si rendono conto che di Fiscal compact e austerity l’Europa muore». Poi ironizza: «La mia idea manda tanti fuori di testa, ma è semplice, chiara, concreta. Vedremo se Dijsselbloem sarà ancora presidente dopo il voto».
Ma il problema di Renzi è di non farsi vedere impaziente verso Gentiloni e Padoan («fanno il possibile», dice), di non mettersi di traverso a un governo che, in Europa, è rispettato e si prepara a chiedere ulteriori margini di flessibilità.
E così, quando il titolare del Def dice «mi sembrano temi per la prossima legislatura», Renzi spiega ai suoi che «l’analisi di Padoan è corretta. Un’operazione del genere – continua – può mandarla in porto solo un governo dal mandato ampio e non questo che ha pochi mesi davanti. In Europa preferiscono Gentiloni a me perché questo è un governo a tempo ed era questo il motivo principale per cui io volevo le elezioni anticipate», rimarca con dispiacere.

Insomma, Renzi – duro con i suoi, sulla Ue, come in pubblico – la mette così: «Quello che si riesce a ottenere dall’Europa dipende dalla forza dei leader. Io ho ottenuto la flessibilità dopo aver preso il 40% alle Europee». Renzi si sta preparando a una lunga campagna elettorale con economia e migranti al centro. «L’Europa non è entusiasta di me?», sorride, «è normale, noi le nostre proposte le facciamo lo stesso. La questione vera è convincere i mercati e per farlo dobbiamo abbattere il debito pubblico, è quello il nostro vero problema, non il deficit, solo allora i mercati si convinceranno. A quel punto l’ok dell’Europa sarà automatico», chiude secco.

NON SONO molte le voci che si schierano a sostegno del leader: quella del ministro Delrio («Il Fiscal compact è stato un grave errore ed è un freno alla crescita») e del sottosegretario Gozi, quella – seppur più tiepida – del ministro Calenda («Le proposte di Renzi sono convincenti ma vanno articolate su un piano industriale molto concreto») e del coordinatore della segreteria Guerini che spiega: «Nessuno cambierà in modo unilaterale le regole in Europa, ma nessuno ha il potere di veto unilaterale di impedire che se ne discuta». Renzi è sicuro: «Le mie proposte saranno centrali, chiunque governi, non c’è altra via». Sperando che governi lui, è l’ovvio sottinteso. E Bersani che le boccia? «Allucinante» taglia corto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’11 luglio 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.

“Attacchi violenti e sconcertanti”. Gentiloni (e, ovvio, Renzi) pronti a scaricare Mdp dal governo

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

«GLI ATTACCHI violentissimi a Lotti da parte di un partito di maggioranza (Mdp, che ha pure un viceministro al governo, Filippo Bubbico, ndr.) sono sconcertanti» scuote la testa con i suoi il premier Gentiloni. «Come fai a dire che sei in maggioranza, che sostieni il governo e poi lanci accuse così pesanti, da partito di opposizione?!» sbatte il pugno sul tavolo il leader dem, Renzi. Insomma, «la misura è colma». E lo dicono, all’unisono, sia il premier che il segretario del Pd. A tema ci sono i rapporti con Mdp-Articolo 1, un partito e due gruppi parlamentari che stanno con un piede fuori e l’altro dentro il perimetro della maggioranza di governo. Con il rischio – concreto, per il Nazareno – che una volta che si sarà chiusa l’ultima finestra per le urne anticipate, quella di ottobre, Mdp voti contro la Legge di Stabilità per massimizzare i suoi (possibili) voti alle prossime Politiche lasciando il Pd e i centristi a sobbarcarsi aumenti di tasse e simili oltre al danno politico di dover votare una manovra economica con il supporto esterno di Forza Italia (causa mancanza dei voti di Mdp al Senato) con tutto il codazzo di polemiche che comporterebbe.

MA COSA è successo? È successo che ieri, per attaccare Lotti (oltre che Marroni), sul caso Consip, il senatore Miguel Gotor ha detto di sentire «puzza di massoneria», rievocando – nel suo intervento – figure della Prima Repubblica dal torbido passato come Flavio Carboni, Sindona, il Banco Ambrosiano, la P2… Nel gruppo del Pd al Senato hanno perso le staffe e subito reagito. Il senatore Andrea Marcucci, renzianissimo, ha detto: «Il livore di Gotor contro Renzi e il Pd è impressionante. Credo che il premier si farà carico di una verifica politica e credo ce ne sia bisogno». A fine serata, la richiesta di verifica della maggioranza – linguaggio un po’ criptico da Prima Repubblica e oggetto da cui un esecutivo può uscire solo in due modi: con un rimpasto (più posti) o con una crisi (definitiva) di governo – viene ridimensionato dallo stesso Marcucci, oltre che dal capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda Ma il problema del rapporto politico con Mdp resta e pesa come un macigno. «Mdp non può continuare così, devono dirci se stanno al governo o meno» dice a un collega Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria di Renzi, di solito il più diplomatico, tra i dem. E anche quando, nel Transatlantico della Camera, incontra Nico Stumpo, deputato di Mdp e colonnello di Bersani (che intanto assicurava «Noi sosteniamo il governo, ma non ci tappiamo la bocca») lo liquida così: «Parliamo di elezioni amministrative, non di politica, sennò non ci intendiamo…».

ECCO, appunto, i ballottaggi. Il Pd rischia di perdere città importanti, Genova in testa, e di subire un’importante battuta d’arresto in altre. Passata domenica, Renzi rivolgerà tutte le sue attenzioni al rilancio del partito (il I luglio c’è l’assemblea dei circoli a Milano) e al rapporto con il governo. Bisognerà decidere se mettere la fiducia su ius soli (Ap di Alfano frena) e ddl concorrenza (Calenda la chiede, Ap lo sostiene), poi iniziare a preparare la legge di Stabilità in nome del mantra renziano «meno tasse, più sviluppo». Possibilmente con Mdp andata in via definitiva all’opposizione per poterne decidere le misure a mani libere. E le alleanze? Renzi e i suoi sono convinti – o forse si limitano a sperare – che Pisapia «rompa in modo definitivo con il partito dell’avventura, dell’estremismo e del livore», cioè con Mdp. Altrimenti, se Pisapia non lo farà, anche allearsi con lui diventerà impossibile, per il Pd.

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 21 giugno 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

Prodi vede Renzi, è disgelo. Ma il Prof continua a tifare per iun ‘Nuovo Ulivo’, a partire dal Campo progressista di Pisapia

Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

  1. Prodi, il tessitore che tutti cercano. Incontro con Renzi: accordo su coalizione di centrosinistra e vocazione maggioritaria. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

ALLA FINE, nella sua girandola di incontri romani (un caffé lungo con Pisapia, un convegno certo non breve, sulla Cina, con Gentiloni), Romano Prodi ha trovato il tempo di incontrare quel Matteo Renzi con cui non si è mai preso. L’incontro si è tenuto nell’hotel Santa Marta dove Prodi alloggia quando viene a Roma alla presenza di Arturo Parisi, professore in seconda del fondatore dell’Ulivo e ancora oggi iscritto al Pd.
Luogo segretissimo, toni cordiali, se non affettuosi («clima più che buono» dicono al Nazareno), l’incontro è servito a entrambi. Renzi si è fatto assicurare che Prodi non sposerà apertamente la causa di Pisapia (il primo luglio diserterà la convention di Campo progressista) enon si presterà ad avallare, con la sua prestigiosa faccia, i movimenti della sinistra-sinistra orientati a fare a meno del Pd, oltre che di lui, Renzi.
Prodi, a sua volta soddisfatto dall’incontro, come si capisce dal proverbiale sorriso, avrebbe avuto rassicurazioni sui punti cui più tiene: unità del centrosinistra, larga e aperta, alleanze chiare, vocazione maggioritaria del Pd e rilancio della formula della «democrazia decidente». Per Prodi vuol dire modello maggioritario. Renzi ha convenuto con lui sul punto, gli ha ricordato che il maggioritario era alla base dell’Italicum, della riforma costituzionale e della riproposizione che il Pd ha fatto del Mattarellum. Il leader dem avrebbe persino promesso, al Professore, l’impegno del Pd per una ripresa di iniziativa, sulla legge elettorale, anche se solo dopo i ballottaggi delle amministrative.

INSOMMA, due leader fatti per non intendersi, come il Rottamatore e il Professor Semaforo, si sarebbero, se non innamorati, almeno chiariti.
La ‘tenda’ del fondatore dell’Ulivo (e dell’Unione, quella che Renzi porta a esempio come coalizione da non riproporre), però, non si sposta: sempre lì resta, a metà strada tra il Pd e il Campo progressista di Pisapia. Prodi – che pure ieri ha riconosciuto a Renzi che il Pd è «l’argine contro i populismi» – spinge per la (ri)nascita di un ‘Fronte Progressista’ che vada da Pisapia a Tosi, da Tabacci a Bersani, da Dellai (trentino ulivista ante litteram) al duo Cuperlo-Orlando, i quali vogliono federare pure loro, restando dentro il Pd (Orlando di sicuro, Cuperlo già più in forse), il centrosinistra.

RENZI, invece, vorrebbe fare a essere Macron, con sistema elettorale accluso, ma sa che non si può, anche perché «si vota nel 2018». Una coalizione di centrosinistra di governo, dunque, bisognerà pur farla (specie al Senato, alla Camera pensa ancora e solo al listone): il dialogo con Pisapia, per Renzi, «va benissimo», il problema sono altri (tipo D’Alema), ma è pronto a ragionare su tutto, primarie di coalizione (forse) incluse. Miracoli del Prof Semaforo, oggetto di desiderio di un centrosinistra che cerca una strada, ma passa sempre vicino alla sua tenda.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale del 16 giugno 2017.


2. Nuovo Ulivo, Prodi si sfila: “Sono un felice pensionato”. Renzi gelido con Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

«NON tornerà l’Ulivo e non sarò candidato premier». Romano Prodi, a Roma per la presentazione del suo ultimo libro, Il piano inclinato («Può essere un programma di governo, ma non il mio», altra puntualizzazione), si schernisce. «Sono un felice pensionato. Non sono l’unico in grado di unire il centrosinistra» aggiunge il Prof.
I puntini sulle ‘i’ erano necessari. L’iniziativa di Campo progressista del I luglio, che sancirà l’investitura definitiva di Giuliano Pisapia a leader di una ‘sinistra-centro’ che si sente «in continuità ideale» con l’Ulivo prodiano (le truppe ce le mettono quelli di Mdp-Articolo 1 ma anche i centristi di Dellai e Tabacci che si scioglieranno per aderire al progetto) vedeva proprio nel padre fondatore dell’Ulivo il suo padre nobile, forse di più. Da giorni si diceva che Prodi avrebbe benedetto l’operazione (la location sarà piazza Santi Apostoli, sede dell’Ulivo) con tanto di presenza fisica alla convention. Bene, ieri Prodi ha smentito («io di nuovo in campo? No, mi sono fermato») e il suo antico sodale, Arturo Parisi, è sicuro: Romano, il I luglio, se ne sta a casa.

CIÒ non toglie che la ‘tenda’ del Prof oggi è di certo più vicina al campo di Pisapia (parola di battaglia e, forse, nome del movimento «Insieme. Nessuno escluso») che a quello del Pd. Ma Prodi (e anche Enrico Letta) non possono certo prestare il loro volto a operazioni politicamente minoritarie: vogliono prima vedere con quali ambizioni nasce il progetto di «Insieme», chi vi prenderà parte e con quale ruolo. Per dire, l’operazione puramente identitaria che il 18 giugno Tomaso Montanari e Anna Falcone terranno a Roma (una sorta di ‘Unione’ della sinistra-sinistra) coinvolge Sinistra italiana, Possibile di Civati, il Prc, i circoli del No al referendum, ma Pisapia e i suoi se ne terranno alla larga. Figuriamoci i padri dell’Ulivo. Dall’altra parte, con Pisapia, c’è il grosso della classe dirigente di Mdp (Bersani in testa), disposti a «dialogare col Pd, ma su un programma di discontinuità rispetto a quanto fatto finora e Renzi non può esserne il testimonial», dice proprio Bersani.

E RENZI? Ieri sera, ospite di Otto e mezzo, il segretario del Pd risponde tranchant, forse persino troppo: «Il primo luglio ho l’assemblea dei circoli del Pd e se mi riesce vado al concerto di Vasco. Comunque non sono invitato perché sono di un altro partito politico. Spero che Pisapia faccia un buon lavoro, ma contano i contenuti». Ed è sui contenuti che Renzi si domanda: «Che si fa sulle tasse, sul jobs act, sull’Europa? La posizione è quella del governo Monti o del governo dei ‘mille giorni?’» (cioè il suo). Renzi, al di là della pregiudiziale anti-D’Alema (peraltro reciproca) l’alleanza vuole farla e pensa che si farà («mi sembra che siano di più le cose che ci uniscono, se devi guardare qual è lo schema di gioco è più facile che il centrosinistra stia insieme»), ma vuole che il dialogo sia proficuo, oltre che legittimante per entrambi. Nel Pd, in ogni caso, confidano che Pisapia, quando si renderà conto che l’attuale legge elettorale non verrà cambiata, scenderà a più miti consigli: «la soglia dell’8% – spiegano – al Senato senza di noi non la passa e superare solo quella del 3% alla Camera vuol dire condannarsi all’irrilevanza politica».

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 10 di Quotidiano Nazionale il 15 giugno 2017

 

Renzi, il Pd e la legge elettorale. Due giorni di passione e un pugno di mosche. Le posizioni del Quirinale e di Gentiloni

  1. Renzi insiste: subito al voto. Legge elettorale e la legislatura sono ‘game over’. 
Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

“E’ evidente che questo Parlamento non è in grado di fare una legge elettorale e i 5Stelle sono degli irresponsabili”. Sbuffa di malumore, Matteo Renzi, mentre – asserragliato al Nazareno  – osserva il sistema tedesco morire alla Camera. In cuor suo, il piano B è già pronto. Renzi ne aveva parlato anche ai giardini del Quirinale: “Se l’accordo salta, si va a votare con il Consultellum, le due leggi che ci sono, sono immediatamente applicative, noi con le preferenze facciamo il pieno, il problema sarà tutto dei 5Stelle…”. Già, ma il problema è ‘quando’ andare a votare. Con il sistema tedesco, il voto a settembre era un azzardo, ora diventa una chimera. A prescindere dal fatto che, prima del voto, servirebbe comunque un decreto per armonizzare al meglio due sistemi elettorali diversi, il Colle prima di acconsentire a usare tale arma definitiva, le proverà tutte.

Intanto, i commenti nei capannelli democrat criticano apertamente la strategia ‘perdente’ di Renzi. I malumori allignano tra orlandiani, veltroniani, franceschiani, accusati di aver ingrossato le fila dei franchi tiratori, ma pure tra l’ala delle ‘colombe’ renziane vicine a Gentiloni. Invece, i pasdaran scalpitano, vogliono bruciare le tappe, fino al punto di ‘creare’ l’incidente che mandi gambe all’aria il governo Gentiloni e dichiari finita la legislatura. E’ Renzi, per paradosso, a mediare, a frenare i bollenti spiriti dei suoi. Le posizioni del Colle, contrarie al voto anticipato, sono note. Renzi presto andrà da Mattarella. Ieri sera, poi, il segretario del Pd ha visto Paolo Gentiloni. Berlusconi – che ha chiamato Renzi per ‘fare il punto’ sul da farsi – consiglia cautela, propone di sedersi al tavolo, di riprovarci. Certo, 5Stelle e Lega urlano e tifano per il voto anticipato, “con le leggi che ci sono”, cioè la linea di Renzi. Ma servirebbe un incidente: i renziani ortodossi si aspettano che il governo – per colpa di Ap sullo ius soli o di Mdp sulla manovrina – vada sotto per poter dichiarare, lo stesso, ‘game over’ alla maggioranza di governo e alla legislatura. Intanto Renzi pensa anche alle alleanze e torna a guardare all’area di Pisapia: “Al Senato ci sono le coalizioni – spiega – col Consultellum un’alleanza è possibile”. 

Nel frattempo tutto il Pd renziano si mobilita per dimostrare che “i 5Stelle sono inaffidabili come quando parlano di vaccini e di scie chimiche” dà la linea il segretario ai suoi. Rosato, capogruppo dem alla Camera, grida loro “traditori”. Gli altri seguono a ruota. Spetta invece a Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria convocata in via permanente al Nazareno come un gabinetto di guerra, dichiarare il game over: La legge elettorale è morta, i 5Stelle l’hanno ammazzata. Non ci sono le condizioni per andare avanti”. Gli fa eco il presidente del Pd, Matteo Orfini: “Questo Parlamento non è in grado di varare alcuna legge elettorale. Ci sono due leggi elettorali per definizione auto-applicative, quelle uscite dalla Consulta. Andremo al voto con quelle”. “Il Pd deciderà lunedì cosa fare”, annuncia Matteo Richetti, portavoce della segreteria. Di mezzo ci sono le elezioni comunali, dove il Pd si aspetta che l’M5S vada malissimo e inizi a fare il diavolo a quattro per correre al voto. Renzi, a sera, spiega ai suoi: “Se vogliamo andare avanti in queste condizioni fino al 2018 proviamoci, ma bisogna interrogarsi su cosa è meglio per il Paese. Se non troviamo l’intesa sulla legge elettorale come la troveremo sulla legge di bilancio?” – sono le sue domande retoriche. Per Renzi è già game over.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 giugno 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale 


2. Mattarella: no al decreto legge, solo a fine legislatura. Servono sistemi omogenei. 

Gentiloni tranquillo, Mattarella “preoccupato” per lo stallo che si registra nel dialogo sui partiti sulla legge elettorale, ma dal Colle si sottolinea “la maggioranza di governo c’è”. Questo il sentiment che si respira negli altri due maggiori Palazzi della Politica italiani, palazzo Chigi e il Quirinale. Le ultime parole in chiaro del presidente del Consiglio sulla situazione politica risalgono al 30 maggio. A domanda rispose: “Il governo è nella pienezza dei suoi poteri. Ha in impegni in corso che intende mantenere. E resterà in carica finché avrà la fiducia del Parlamento”. Parole ovvie? No. “Non potrò essere io a spegnere la luce” disse allora ai suoi. In sostanza, il ragionamento di Gentiloni era e resta questo: se le maggiori forze politiche decidono che  il lavoro della legislatura è finito, non sarò io a mettermi di traverso; se il mio partito e il suo leader mi tolgono la fiducia, e allora io non resto un minuto di più. Concetto, quest’ultimo, ribadito anche ieri da chi lavora con lui a palazzo Chigi: “Noi lavoriamo tranquilli e sereni. Ora vedremo come e se il Parlamento ripartirà, sulla legge elettorale. Noi tifiamo per Renzi, siamo suoi amici, e qui siamo tutti renziani. Se il segretario del Pd dice che non si può più andare avanti… Il governo c’è finché il Pd lo sostiene, ma fino ad allora c’’è”.   

Certo, l’incidente parlamentare potrebbe essere alle porte. La prossima settimana, al Senato, si vota la manovrina. Mdp si sfilerà facendo mancare numeri alla maggioranza? Probabile, ma Ap la voterà compatta, Ala potrebbe venire in soccorso, Forza Italia può far abbassare il numero legale. Poi c’è lo ius soli, sempre al Senato, il biotestamento, la riforma del processo penale, alla Camera. Bisognerà vedere se la maggioranza tiene o crolla e si apre una crisi di governo.

A quel punto, la palla passerà al Colle. Il ruolo del Capo dello Stato è sempre più forte e centrale. Dal Colle, ieri, nessuno voleva drammatizzare la situazione. Per Mattarella, la priorità resta la riforma elettorale: il Colle attende che martedì la commissione decida come procedere. Insomma, non tutto è perduto, una nuova legge si può ancora varare. In ogni caso, per il Colle non si può andare a votare “con due leggi disomogenee nel meccanismo di distribuzione dei seggi”: serve quantomeno l’armonizzazione dei due sistemi. Un decreto legge del governo per aggirare l’ostacolo non è visto oggi, dal Colle, come fattibile. Solo a fine legislatura, una volta acclarata l’incapacità delle Camere a legiferare, la fattibilità di un decreto legge per ‘armonizzare’ gli aspetti più stridenti di due leggi monche (preferenza di genere, quoziente di calcolo dei seggi, metodo del sorteggio, etc. che riguardano il Porcellum cassato dalla Consulta nel 2014 per il Senato e l’Italicum dimezzato dalla Consulta nel 2017 per la Camera), e comunque solo su aspetti tecnici verrebbe preso in esame. Peraltro, per varare un decreto siffatto, servirebbe “una maggioranza non larga, ma larghissima, ben più ampia di quella di governo”, a causa della delicatezza della materia. Nel frattempo, per il Colle, c’è un’altra urgenza e priorità di pari peso, l’approvazione della legge di bilancio in autunno: va messa in sicurezza per scongiurare l’esercizio provvisorio. E i partiti, Pd su tutti, se dovranno fare carico.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 giugno 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale 

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3. L’ira di Renzi: i patti vanno rispettati. E pensa al decreto legge per votare subito. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Beppe Grillo e i franchi tiratori nel Pd minano l’accordo a quattro (Pd-M5S-Lega-FI) sulla legge elettorale. Il patto vacilla, scricchiola e il Pd vive una giornata di nervi tesi. E’ Roberto Giachetti, di prima mattina, ad avvertire Matteo Renzi: “Guarda che i 5Stelle presenteranno emendamenti per introdurre le preferenze e il voto disgiunto”. Renzi chiede lumi ai suoi e capisce che bisogna contrattaccare. “La legge elettorale in discussione alla Camera – scrive una prima volta, su Facebook – non è la nostra. Adesso il Parlamento è sovrano. Se passa, bene. Se qualcuno si tira indietro, gli italiani avranno visto la serietà del Pd”. La scena si sposta nel Transatlantico di Montecitorio ma, stavolta, a ballare è il gruppo democrat. Infatti, il primo voto, quello sulle pregiudiziali di costituzionalità presentato dalle opposizioni, viene bocciato con soli 310 voti contrari. Rosato parla, in prima battuta, di cento franchi tiratori e dice che gli ricordano “i 101 contro Prodi”, vecchia ferita mai rimarginata, nel Pd. In realtà sono meno (77), ma di certo trenta vengono proprio dalle fila del suo gruppo.

Il sospetto che il partito del non voto (anticipato), mixato con le sbandate dei 5Stelle, stoppi la legge elettorale c’è. Rosato convoca, seduta stante, un’assemblea di gruppo e gli orlandiani, che sono almeno un centinaio nel gruppo dem (molti dei quali a rischio ricandidatura) ribollono: “Se i 5Stelle confermano i loro emendamenti anche noi faremo altrettanto. Le regole devono valere per tutti”. I renziani sibilano: “Napolitano ha parlato attaccando la legge e loro subito gli vanno dietro. I franchi tiratori sono tutti loro”.

Ma ecco che piomba l’altra notizia. Grillo demanda al blog la decisione finale sul testo di legge che uscirà dalla Camera. I lavori d’aula, magicamente, slittano a martedì. Rosato sospira: “rispetteremo la loro esigenza. Voteremo gli articoli e gli emendamenti, ma il voto finale sarà dopo. Noi abbiamo la Direzione, loro hanno il blog…”. Però dice anche: “O il testo è quello concordato dai quattro partiti oppure non c’è blog che tenga, fuori da quel testo non c’è la possibilità di fare la legge elettorale”. A questo punto, e siamo solo a metà pomeriggio, Renzi riprende la parola: “I grillini cambiano idea sulla legge elettorale che loro stessi hanno voluto e votato. Sono passati due giorni e già hanno cambiato posizione? Due giorni! Ci sarebbe da arrabbiarsi”.

Intanto, nell’Aula della Camera, riprendono i lavori, la maggioranza tiene, anche se sempre con numeri scarsini, ma i voti segreti che possono far saltare la legge arrivano oggi e sono, appunto, quelli sugli emendamenti dei 5Stelle. “Se salta anche solo una virgola dell’accordo salta tutto”, dicono in coro Guerini e Rosato, anche se Guerini sparge ottimismo con i suoi colleghi: “L’accordo terrà, vedrete”. Renzi  si limita a sibilare “Vedremo lunedì”. Il piano B del Pd? Semplice e, insieme, difficilissimo: “Un minuto dopo che l’accordo salta – spiega Guerini a un amico – dirò che si può andare al voto con il Consultellum perché le due sentenze della Consulta sono autoapplicative”. Ma così salta il voto in autunno? Qui è Rosato che dice a un collega: “Il clima nella coalizione di governo, già deteriorato, diventerebbe invivibile e sarebbe impensabile approvare la legge di Bilancio in autunno. A quel punto le elezioni anticipate sarebbero obbligate”. Insomma, per Renzi sempre lì si torna: come riuscire a votare al più presto. 

NB: L’articolo è stato pubblicato l’8 giugno 2017 a pagina 4 di Quotidiano Nazionale

Il Pd stringe i bulloni sul sistema tedesco. L’accordo con FI e M5S c’è, con Alfano (“Sei un serial killer”) è rottura totale

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

1. Rottura tra Renzi e Alfano. I colloqui del Pd con i partiti sulla legge elettorale. Si stringono i bulloni sul sistema tedesco. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Si voterà ad ottobre, ma prima della presentazione alla Ue della legge di Stabilità” (e, dunque, non il 24 settembre) ha detto Renzi ieri agli interlocutori che sono andati a trovarlo al Nazareno. “Il sistema elettorale è il ‘tedesco’ – aggiunge – e dalla soglia di sbarramento al 5% non ci muoviamo. Alfano? – reagisce Renzi dopo una telefonata con Berlusconi, cordialissima, e un incontro con il leader di Ap, invece tesissimo – Da oggi non è più un problema mio. Magari se ne torna da Berlusconi… Io voglio ricostruire il centrosinistra”. Questo, in sintesi, il ‘Renzi-pensiero’, alla fine di una lunga giornata che proseguirà oggi con incontri con altri partiti (FI, Lega, Fd’I) e con la Direzione dem dove il segretario si farà approvare il mandato a trattare sul sistema tedesco. E anche se la minoranza che fa capo al ministro Orlando dovesse mettersi di traverso, poco male: Renzi, nel partito, i voti li ha lo stesso mentre, nei gruppi parlamentari, la situazione è più magmatica, ma difficilmente gli orlandiani arriveranno a negare il loro voto finale.

Una giornata, quella di Renzi e del Pd, double face. Da un lato gli incontri ufficiali della delegazione dem, nell’ufficio del capogruppo alla Camera Rosato, presenti il capogruppo al Senato, Zanda, il relatore del testo di riforma elettorale, Fiano, e il coordinatore politico del Pd, Lorenzo Guerini. A loro è toccato l’onere di incontrare la delegazione di Mdp – formata dai capigruppo, Laforgia e Guerra, più Lo Moro e D’Attorre – e quella dei 5Stelle (Crimi, Fico e Toninelli). Per paradosso, l’accordo con i 5Stelle è pressoché totale mentre Mdp, che pure non fa questioni sulla soglia al 5%, vuole sia il Pd a sobbarcarsi la colpa di far finire anzitempo la legislatura per scagliarsi contro le ‘larghe intese’.

La giornata di Renzi, invece, inizia vedendo, al Nazareno, Riccardo Nencini, segretario del Psi. “Incontro lungo, amichevole, proficuo” lo definiscono i socialisti, con Renzi che rilancia la prospettiva di un “nuovo centrosinistra”. Poi, nel pomeriggio, tocca a Fratoianni: Sinistra italiana non pone pregiudiziali sullo sbarramento al 5%, vuole però che il sistema sia “un proporzionale puro, senza trucchetti”. Renzi li rassicura, fa tanti auguri per la nuova ‘Cosa’ della sinistra in cantiere, ma li sfida:  “la vera sinistra è il Pd”.

Nel mezzo, c’è la lunga telefonata con Berlusconi. Il Cavaliere invita Renzi a palazzo Grazioli, ma lui declina l’offerta. “Non conviene a nessuno dei due farci vedere insieme”, concordano. Date rispettive e salde rassicurazioni sull’iter parlamentare della legge elettorale (“Entro il 10 luglio la chiudiamo anche al Senato”), il Cav avrebbe anche ‘perorato’, con Renzi, la causa di Alfano rispetto alla soglia di sbarramento, ma senza insistere troppo. Ed è proprio con Alfano che i rapporti si sono guastati. L’incontro segreto tra Renzi eAlfano è andato malissimo: sarebbero volate parole grosse e Alfano definirà Renzi un “serial killer” di partiti e leader, iniziando ovviamente dal suo. A margine di Porta a Porta, il capogruppo di Ap, Maurizio Lupi, riassume: “Le posizioni con il Pd restano distanti sulla questione dello sbarramento al 5% e anche sulla durata della legislatura. Votare in autunno, a manovra economica non ancora approvata, sarebbe un rischio”. Alfano un arma ce l’avrebbe: far saltare il governo impedendo l’adozione del nuovo sistema elettorale e le urne in autunno, e costringendo Pd e FI a varare, sin da subito, un ‘governissimo’. Il classico muoia Sansone con tutti i Filistei. Intanto, dalle parti di Gentiloni, si fa sapere che il governo potrebbe dimettersi di sua sponte, una volta che anche il Senato abbia approvato la riforma elettorale agevolando un “percorso ordinato” verso le urne anticipate in autunno. Insomma, come dicono al Nazareno, “non sarà di certo Gentiloni a mettersi di traverso contro Renzi verso il voto”.

NB: Articolo pubblicato il 30 maggio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale


Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

2. Il Pd prepara il sistema elettorale simil-tedesco. FI e M5S d’accordo. Restano i dubbi sulla data del voto anticipato

Ettore Maria Colombo – ROMA

La tavola è apparecchiata, i commensali stanno per sedersi al desco, la pietanza è in cucina, succosa e fumante. Fuor di metafora, manca davvero un amen alla conclusione delle trattative per scrivere una nuova legge elettorale. L’accordo tra i tre grandi partiti presenti in Parlamento (Pd, FI, M5S) è certo,la convergenza di altri probabile. Lega, Fd’I e Mdp ci stanno, Ap di Alfano e altri no perché contrarissimi alla soglia di sbarramento al 5%, che considerano troppo alta. Dario Parrini, che segue il dossier legge elettorale, per il Pd, è netto: “Per noi la soglia al 5% è intangibile. E’ la leva che ci consente di interpretare in maniera maggioritario un sistema proporzionale, la sola garanzia anti frammentazione e contro il potere di veto dei partiti-cespuglio”. Il tipo di riforma elettorale è, tecnicamente, un sistema ‘simil-tedesco’. Rispetto al Rosatellum, il testo base depositato dal Pd in commissione (50% collegi uninominali, 50% collegi plurinominali proporzionali), se ne discosta solo nel metodo di elezione. Nel Rosatellum, i due canali – collegi e listini – “non si parlano” e possono produrre risultati numerici diversi, privilegiando gli eletti nei collegi. Nel ‘tedeschellum’ i seggi spettanti devono rispettare la cifra, pur se ripartita tra collegi e listini, raggiunta da ogni partito che sta oltre il 5%. Restano dei problemi tecnici (i peggiori tra i vincenti nei collegi, specie nei partiti grandi, rischiano di non essere eletti), ma gli esperti di sistemi elettorali dei due partiti (Parrini per il Pd e Sisto per FI) ci stanno lavorando con emendamenti simili in commissione.

Dal punto di vista politico, i prossimi giorni saranno decisivi. La riforma elettorale è attesa al voto in Aula, alla Camera, a partire dal 5 giugno e non può scavallare, al Senato, la metà di luglio. Renzi, infatti, vuole andare a votare “il 24 settembre, niente subordinate (cioè votare a ottobre, anche se l’8 ottobre resta una data plausibile, ndr)”, come dice ai suoi. Berlusconi preferirebbe votare a ottobre (magari allungando al 22) mentre Di Maio (M5S) vorrebbe, addirittura, “votare il 15 settembre, prima che i parlamentari maturino i vitalizi”, ma è demagogia: causa i tempi tecnici, è impossibile.

Lunedì il Pd darà il via a una girandola d’incontri con tutte le forze politiche, ma non al Nazareno, bensì in Parlamento. Si inizia coi piccoli (Psi, SI, etc.) e si arriva, al pomeriggio, ai grandi (FI, M5S): al capo del tavolo del Pd ci saranno i due capogruppo, Rosato e Zanda, e il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini. Contatti informali tra i massimi vertici del Pd e di FI (Lotti-Letta, Lotti-Confalonieri) ce ne sono stati, come pure diverse telefonate Renzi-Berlusconi, ma mentre Renzi vedrà i segretari di altri partiti (Nencini di Psi, Fratoianni di SI) i due leader non si vedranno di persona. “Non è un Nazareno bis”, spiegano dal Nazareno Uno, “anche perché “mediaticamente non giova a nessuno, né a noi né al Cav.”.

Anche le dichiarazioni dei protagonisti della trattativa sono improntate al cauto ottimismo. Berlusconi dice: “Manca poco al momento in cui gli italiani potranno scegliere da chi vogliono essere governati, se finalmente potremo avere una legge elettorale condivisa”. E se il ministro Lotti parla di “settimana decisiva”, confermando che Renzi e il Cav non si vedranno di persona, Guerini esplicita una tautologia politica: “E’ evidente che nel momento in cui una legge elettorale viene approvata, è tecnicamente possibile andare al voto”. Dopo aver scritto la legge elettorale, servirà l’ok non scontato del Colle.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 maggio 2017 su Quotidiano Nazionale