Elezioni regionali in Sicilia: il Pd crolla, Renzi nella bufera, ma la sconfitta non è ‘epocale’

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Pubblico qui il testo completo del mio primo articolo (scritto sulla base degli exit poll della notte del 5 novembre 2017, quindi NON sui risultati reali arrivati solo nel pomeriggio del 6 novembre!) su Renzi, il Pd e le elezioni regionali in Sicilia. Poi, pubblico una breve analisi, sui dati dell’istituto Cattaneo, sui voti di lista del Pd. 

 

  1. Inizialmente avevo pubblicato solo il link al mio articolo x @Quotidiano.net e Quotidiano Nazionale. NB. L’articolo è  stato scritto domenica notte, entro e non oltre le 23.45, sulla base degli exit poll di Rai 1 (Swg) e La 7 (Emg) – (  http://www.quotidiano.net/politica/elezioni-regionali-sicilia-1.3514983/amp)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

«TUTTO è andato come previsto. Il risultato è quello che ci aspettavamo. Sapevamo che finiva così». Il commento che Matteo Renzi condivide con i suoi sulle elezioni siciliane è questo. Non una parola di più, non una parola di meno.
Al Nazareno, in pratica, non parla nessuno e non c’è quasi nessuno. Renzi è a casa sua, Martina, Orfini e Guerini idem. A sostenere il peso delle interviste notturne ai tg e ai talk show restano in due. Il povero Davide Faraone, plenipotenziario di Renzi in Sicilia (anche il segretario regionale, Fausto Raciti, è missing in action) ha lo sguardo e la parlata triste. Poi, però, tira fuori gli artigli e graffia: «Micari ha avuto il coraggio di candidarsi. Grasso (Pietro, presidente del Senato e front runner di Mdp e della futura Sinistra ndr) questo coraggio non lo ha avuto. Lo abbiamo aspettato inutilmente per mesi. Inoltre, Mdp e SI, dopo aver proposto loro Micari, hanno rotto la coalizione». Traduzione: Grasso è un codardo e se Micari perde la colpa è della sinistra che ora lo vuole come suo candidato alle Politiche.
Poi c’è il responsabile Enti locali, Matteo Ricci che però è di Pesaro. La sua è una dichiarazione stentorea: «L’andamento degli exit poll conferma una sconfitta tanto netta quanto annunciata». Solo il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, a exit poll stabili, ha il coraggio delle parole: «Se i risultati confermeranno gli exit poll ci troveremmo davanti a una sconfitta tanto annunciata da tempo quanto netta e indiscutibile. Verificheremo oggi i risultati finali delle liste e dei candidati, ma la ‘sfida gentile’ che Micari ha generosamente lanciato non è bastata per vincere le elezioni. Chi alla nostra sinistra immaginava sorpassi rimane fermo ed inchiodato al risultato di 5 anni fa nonostante il battage di tutti questi mesi». Qui non serve la traduzione: per Guerini, che parla in vece di Renzi – come sempre accade nei momenti più hard della vita del Pd – i ‘colpevoli’ della sconfitta sono due. Il primo è la debolezza del candidato, Micari. Ieri neppure il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che lo ha voluto candidato, era in città per consolarlo. Orlando era a Roma per vedere una bella mostra sui pupi che inagurerà, ma solo oggi, con Mattarella. L’ex governatore, Rosario Crocetta ha fatto di tutto, sempre in odio al Pd, per far perdere Micari mentre il «renzianissimo» Totò Cardinale, che è il più furbo di tutti, si è già messo d’accordo con Musumeci: gli ha dato i suoi voti ieri, gli darà i suoi seggi domani.
Il secondo problema, per i renziani, si chiama Sinistra: «nei sondaggi nazionali siamo competitivi (centrosinistra al 31,4%, ndr) ma il 6% di Mdp-SI rischia di farci perdere le Politiche» sibilano al Nazareno dove il ‘tradimento’ di Grasso è l’onta ancora da lavare. Del resto, dicono i renziani doc che hanno parlato con ‘il Capo’, «Il Pd di Bersani, nel 2012, ha preso il 13,4%, in Sicilia. Abbiamo vinto grazie a Crocetta e all’Udc, mica grazie al Pd. E alle Politiche, appena 4 mesi dopo, poco di più.
IL PROBLEMA è che, per il Pd ‘lista’, in Sicilia il tonfo sembra epocale, ma non lo è, anche se è sicuro che potrebbe portare con sé conseguenze politiche, per lo stesso Renzi, ieri notte ancora incalcolabili. Il Pd è inchiodato a percentuali da prefisso telefonico: gli exit-poll lo collocano tra il 8% e il 12% (Ipr) o tra il 9% e il 13% (Emg). La sconfitta di Micari, paradossalmente, è meno fragorosa: il 16%-20% è un risultato non disprezzabile. Invece, per il Pd, è come non esistere più, in Trinacria, dove – tanto per dirne una – il Rosatellum assegna ben 21 collegi uninominali. E qui sovviene un po’ di memoria storica: nel 1991 il Pds di Occhetto (plenipotenziario nell’isola era Pietro Folena) prese il 10,5%, surclassato persino da un Psi in disarmo. Macaluso e i miglioristi chiesero, subito dopo, le dimissioni di Occhetto che non arrivarono solo perché, nel 1992, venne giù tutto. Renzi, però, avverte i naviganti: «Il 13 novembre ci sarà la Direzione, spero che tutti, anche i più critici, capiscano che serve uno sforzo di squadra». Il paragone con il povero Occhetto, che ci perse la faccia, resta sullo sfondo.
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 2. I numeri ‘veri’ delle elezioni regionali in Sicilia (studio dell’Istituto Cattaneo) 

ROMA – EMC
Il centrosinistra ha perso le elezioni in Sicilia? Sì, e male. Il suo candidato, Fabrizio Micari, è arrivato terzo (18,7%) dopo il vincitore, Musumeci (39,8%) e Cancelleri (34,7%). Poi, però, a guardare i voti assoluti, quelli di lista e i seggi, ieri forniti da un’ottima analisi dell’Istituto Cattaneo, ecco emergere un quadro assai più complesso. Micari ha raccolto 230 mila voti in meno rispetto alla candidatura di Crocetta, ma i partiti della coalizione di centrosinistra hanno ottenuto più voti rispetto al loro candidato (+ 100 mila voti circa). Infine, il dato della lista del Pd: 257.274 voti nel 2012, 250.633 voti oggi, cioè -6.641 voti (-0,4%). In percentuale il Pd ‘cala’ dal 13,4% del 2012 (Bersani) al 13,0% di oggi. Ma in seggi, il Pd ne perde 6: erano 17 nel 2012, sono 11 ora. Una sconfitta, certo, ma non ‘epocale’. La lista di Fava, che come candidato fa +5 mila voti (pochi), è ferma al 5,1% cioè -26 mila voti assoluti sul 2012 (-1,4%) e 1 solo seggio. Insomma, a sinistra, “se Sparta piange, Atene non ride”. 
 
NB: I due articoli sono stati pubblicati rispettivamente il primo il 6 novembre 2017 e il secondo l’8 novembre 2017.
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Elezioni regionali in Sicilia: pronti? Via! Aspettative, progetti e timori del Pd di Renzi ma anche degli altri competitor

Pubblico qui di seguito un articolo quadro sulle elezioni in Sicilia, uscito qualche giorno fa, e uno sul Pd di Renzi in relazione alle elezioni regionali siciliane e al quadro politico. 

NB: I due articoli sono stati pubblicati il primo il I novembre a pagina 10 e il secondo il 4 novembre a pagina 4 sempre, ovviamente, su Quotidiano Nazionale 

Berlusconi/2

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

 

  1. La ‘corda pazza’. Le elezioni regionali in Sicilia e le aspettative dei vari big (l’articolo è stato pubblicato il I novembre 2017 a pagina 10 del QN)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

Il centrodestra, se vincerà, diventerà un blocco granitico, unito fino alle prossime Politiche nello schema del tridente FI-Lega-FdI più liste centriste (Udc di Lorenzo Cesa in testa) d’appoggio oppure il ‘patto dell’arancino’ siglato, a uso e consumo dei giornalisti, nella ‘trattoria del Cavaliere’ di Catania tra Berlusconi, Meloni e Salvini (testimoni inconsapevoli e pittoreschi il candidato Musumeci e soprattutto il funambolico Sgarbi) sarà presto solo un ricordo il centrodestra tornerà a dividersi anche alle Politiche? I 5Stelle, se riusciranno nel colpaccio in terra normanna e saracena, espugnandola, troveranno l’abbrivio e per scalare il Potere romano, magari chiedendo l’appoggio della Lega e, chissà, anche della Sinistra di Bersani e Fratoianni con cui ormai ‘flirtano’? Il Pd, se perderà in modo rovinoso, riaprirà la tiritera sulle alleanze, cercando di recuperare con gli scissionisti di Mdp e sulla spinta dei big che assedieranno Renzi imponendosi a suo scapito e magari scalzandolo dalla posizione di candidato premier del centrosinistra oppure Renzi continuerà a imporre se stesso e la sua strategia in vista delle Politiche?

Le elezioni regionali siciliane del 5 novembre sono un test nazionale, ma presentano anche una lunga serie di varianti locali possibili solo in terra di pupi e di pupari. Quella “corda pazza”, per dirla con Leonardo Sciascia, che è sempre stata, appunto, la Sicilia. Prendiamo la legge elettorale isolana. Si vota l’elezione diretta del governatore e, insieme, di 62 componenti dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana. I seggi, assegnati con metodo proporzionale e soglia di sbarramento al 5%, sono ripartiti su base provinciali. Un meccanismo infernale che prevede, per il candidato vincente, solo 7 seggi di ‘listino’ in appoggio (uno va, di diritto, al secondo candidato governatore meglio piazzato). Morale: governare è quasi impossibile, bisognerà fare accordi trasversali (centrodestra con pezzi di centrosinistra, lo scenario più probabile, o 5Stelle che chiederanno appoggio alla sinistra di Fava, scenario non irrealistico). E così i 4,6 milioni di siciliani chiamati alle urne(ma l’affluenza è prevista molto bassa, a circa 2,3-2,5 milioni di votanti) non lo sapranno neanche lunedì mattina, quando si aprirà lo spoglio reale dei voti, chi ha vinto. Dovranno aspettare, rassegnati, che i partiti facciano i loro giochi una volta dentro l’Ars (dove, non dimentichiamolo mai, un consigliere regionale gode dello status di ‘deputato’ nazionale come neppure succede alle regioni con minoranze speciali e guadagna di più).

E i candidati? Quello del centrodestra, Nello Musumeci, è in testa in tutti i sondaggi, riservati e ufficiali, ma ora è in ambascie perché ‘mascariato’ dalle polemiche sulle liste, dove indagati, rinviati a giudizio e condannati abbondano ‘a sua insaputa’. Inoltre, paga il gioco a rimpiattino di Berlusconi e Salvini che, in Sicilia, nell’arco di soli due giorni, prima decidono di farsi lo sgambetto con comizi concorrenti e poi, solo in corner, si ravvedono, pensando che è meglio farsi vedere insieme (a Catania, appunto). Il candidato dei 5Stelle, Giancarlo Cancelleri, si è portato in giro i poveri Di Maio e Di Battista e, sabato, concluderà una campagna elettorale con i fuochi d’artificio a Palermo, alla presenza del leader-non leader dell’M5S, Beppe Grillo.  Cancelleri iniziava a crederci, nella vittoria al fotofinish, ma anche lui sta subendo polemiche sulle liste ‘inquinate’. Il candidato della sinistra-sinistra, Claudio Fava, spera in un sorpasso clamoroso sul candidato del Pd, rivendica di avere le ‘mani pulite’, ed è pronto a fare accordi, dopo il voto, con l’M5S per aiutarli a governare. Scenari anche nazionali. Infine, c’è il candidato di Pd-Ap, il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari. Vittima designata di una sconfitta annunciata, è l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, lo ha imposto a Renzi e al Pd locale e nazionale, che non lo voleva, ma ora se ne disinteressa della sua sorte e si limita a fare uno sguardo grave e mesto, tipico orlandiano. Il governatore uscente, Rosario Crocetta, disarcionato dal Pd, ha ‘finto’ di non riuscire a presentare la sua lista. Accanto a Micari non si fa più vedere nessuno. Insomma, un vero disastro. Disastrose anche le possibili ripercussioni nazionali nel Pd. Renzi ha deciso di disinteressarsi da tempo del caso Sicilia. Ha demandato la pratica ai suoi luogotenenti locali (Fausto Raciti, segretario regionale, e Davide Faraone, ras renziano) e amen. Consapevole degli effetti di una debacle in Sicilia, Renzi è il solo leader nazionale che ha fatto un solo comizio con Micari e stop. Ora gira con in tasca un foglietto con segnata sopra la percentuale presa dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (quando Crocetta vinse grazie alle divisioni nel campo del centrodestra, tra Musumeci e Micciché, oggi nuovo ras incontrastato di Forza Italia e non solo nell’isola, e grazie, soprattutto, ai voti che gli arrivarono in dote dall’Udc, allora molto forte, di D’Alia e Casini, oggi ancora alleati con il Pd mentre l’Udc Cesa l’ha portata armi e bagagli con FI). In realtà, il Pd un alleato ce l’ha. L’esangue Ap di Alfano, i cui sotto-panza locali, quelli con i voti, sono però già quasi tutti saliti sul treno di Musumeci. Poi ci sono dei veri geni della Politica come Totò Cardinale che, come una spia della Guerra Fredda, fa il triplo gioco: renziano a Roma (anzi, per la precisione intimo amico e sodale del ministro allo Sport Lotti), ha fatto una lista pro Micari, ma promette voti sottobanco a Musumeci e strizza l’occhio pure a Cancelleri. Del resto, qualcuno dovrà pur governarla, la Sicilia.


2. Si vota in Sicilia, ma si pensa a Roma. Renzi si eclissa: prepara la guerra del dopo (articolo pubblicato il 4 novembre 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale) 

Ettore Maria Colombo – Roma
 
Il segretario del Pd, Matteo Renzi, non passerà un piacevole fine settimana. Reduce dai fasti della conferenza a Chicago – dove Obama lo ha non solo voluto, ma lodato e coccolato – domenica si vota in Sicilia e, per il candidato premier del centrosinistra (ma sarà lui, alla fine?) possono arrivare solo brutte notizie, e pure tante. Il candidato del Pd, Micari, arriverà terzo, se gli va bene, e il risultato della lista del Pd rischia di essere disastroso, anche se il leader ha già in tasca un foglietto con i voti presi dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (13%). In ogni caso, Renzi,alla chiusura della campagna di Micari, unico tra i leader di partito nazionali, non c’è. Sa che i risultati in Sicilia gli verranno rinfacciati.
Infatti, mentre il ministro Dario Franceschini, in teoria in maggioranza con Renzi, tace e aspetta lunedì per dire la sua (“e non farà sconti a Renzi”, sibilano i suoi), il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, leader della minoranza interna (Dems) parla a ogni pié sospinto. Solo ieri Orlando ha dato due interviste, una a mane (Repubblica tv) e una a sera (Otto e mezzo). Nella prima ha asserito, minaccioso, che “dopo il voto siciliano bisognerà ragionare sul perimetro della coalizione” e, soprattutto, sul candidato premier del centrosinistra”. Sottotesto: per me non può e non deve essere Renzi. A sera, fintamente più conciliante, Orlando dice che “se perde Micari si porrà il tema di evitare lo stesso destino sul piano nazionale. E’ quindi necessario individuare il miglior candidato premier. Il Pd andrà a quel tavolo con Renzi”. Sottotesto: fingo di appoggiare lui come candidato, ma meglio se è un altro.
 
 
Il segretario dem, in realtà, parla d’altro. Ieri, nella Enews – dove ha confermato che accetta il confronto in tv con Di Maio (si terrà martedì su La 7) e che la Leopolda si terrà dal 24 al 26 novembre a Firenze – ha ribadito per intero la dura  posizione presa dal Pd sulle banche: “Troppe cose non hanno funzionato: i manager e i banchieri che hanno sbagliato devono pagare, sacrosanto. Ma se vogliamo che qualcosa cambi davvero le alte burocrazie del Paese devono smettere di buttare la croce addosso ai politici e assumersi le loro responsabilità”. Ma al di là del caso banche, gira che ti rigira, sempre là si torna: chi sarà il candidato premier del centrosinistra? Renzi o altri (Gentiloni)? Il segretario si dice “pronto” a fare le primarie, ma in realtà aspetta solo di vedere il primo che, in Direzione (già convocata per il prossimo 13 novembre) “si alzerà per chiedere di ‘rivedere’ le alleanze: lui mi tradirà”, dice ai suoi con aria grave  neanche si trattasse di Gesù Cristo che indaga ai commensali il novello e perfido Giuda.
 
Intanto, sempre ieri e alla buon’ora, persino l’indeciso Giuliano Pisapia ha deciso che è arrivata l’ora di ‘scendere in campo’. Però, come ha più volte ripetuto, lui non si candiderà. E’ chiaro solo lo schieramento: unitario, alleato al Pd e composto da tanti ‘nanetti’, la nascente Lista Civica Nazionale (il nome), sarà composto dai Radicali di Riccardo Magi, Forza Europa di Benedetto Della Vedova, il Psi di Riccardo Nencini, forse anche i Verdi di Angelo Bonelli e l’Idv di Ignazio Messina (incredibile, esiste ancora l’Idv, ma non la guida più Tonino di Pietro, passato con Mdp come del resto Bobo Craxi, ma tale Carneade Messina…). Non è chiaro, invece, il front-runner, di una tale Lista e area politica, ma potrebbe essere una front-women, cioè una donna. Emma Bonino, se vorrà, o la presidente della Camera, Laura Boldrini, assai sponsorizzata da Pisapia e dal suo Campo progressista, a meno che non vada col Pd. Sarà lei, per conto del nascente Ulivo bis a chiedere, con la benedizione di Romano Prodi, al Pd di fare le primarie. Una richiesta che, forse, Renzi non potrà più rifiutare. 
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NB: Gli articoli sono entrambi pubblicati sulle pagine del Quotidiano Nazionale 
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Il Rosatellum è legge. Al Senato passano cinque fiducie e il voto finale. Verdiniani e dissidenti dem aiutano a mantenere il numero legale

verdini

Il senatore Denis Verdini, fondatore di Ala

Questa mattina il Rosatellum è diventato legge con il voto finale sul provvedimento, che si è tenuto a scrutinio palese e con votazione elettronica (non nominale), del Rosatellum. Nel voto finale la maggioranza di governo più FI e Lega e altri gruppi minori di centrodestra ha ottenuto 214 voti, i contrari sono stati 61 (M5S-Mdp-SI-singoli del gruppo Misto), due sono stati gli astenuti. Presenti al voto 278, votanti 277, maggioranza fissata a 139, quorum ai fini del numero legale 154. Ora, il testo del Rosatellum passerà alla firma del Capo dello Stato e poi alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. La delega al governo per disegnare i collegi sarà di trenta giorni. A fine seduta, dopo la conferenza dei capigruppo che ha stabilito il calendario della legge di bilancio che arriverà al Senato a partire dal prossimo 31 ottobre, il presidente del Senato Pietro Grasso ha annunciato di lasciare il gruppo del Pd per iscriversi al gruppo Misto.

Per approfondimenti sul Rosatellum potete consultare articoli precedenti di questo blog che lo spiegano o consultare il blog del professore Stefano Ceccanti.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Giorgio Napolitano che attacca, pur senza mai nominarlo, Renzi e le “indebite pressioni” subite da Gentiloni per la richiesta ‘forzata’ di far passare la legge elettorale con la fiducia. I grillini che insultano e provano a mettere (fisicamente) le mani addosso al segretario d’Aula del Pd, il mite Francesco Russo. Solo perché Russo dice loro “siete indegni di fare i senatori ” quando li vede sfilare per votare con la testa coperta dalle bende, ma soprattutto perché Giarrusso fa “il gesto dell’ombrello” a Verdini e ai dem. La sinistra a sinistra del Pd che da Guerra (Mdp) alla De Petris (SI) urla contro “la nuova legge truffa” e “l’inciucio con Verdini”. I dem, assai dimessi, che si preparano a una incerta campagna elettorale in cui temono di perdere in gran parte dei collegi. E il centrodestra che, compreso che il Rosatellum gli conviene, nota Quaglieriello, “assiste a tutta la scena con nobile sussiego…”. Le vibranti proteste, cui partecipa l’intero stato maggiore dei 5Stelle, Beppe Grillo in testa, fuori dal palazzo, a piazza del Pantheon. Lì il leader e i suoi si bendano urlando “Hanno paura di noi!”, i fischi piovono per Mattarella, Grasso e Boldrini e la senatrice Paola Taverna inveisce: “Mussolini era un pivello! Questa è dittatura!”. E Di Battista ‘avverte’, in stile mafioso, Mattarella “Non firmare!” perché “già si è sbagliato una volta a firma una legge elettorale incostituzionale e deve stare ben attento a non firmare anche questa!”. Ecco cosa resta, sul taccuino, di una giornata per nulla campale. Dopo l’esame delle ben cinque fiducie apposte ieri dal governo, oggi il voto finale sul testo sarà a scrutinio palese, cioè blindato: insieme alla maggioranza di governo voteranno anche FI e Lega.

Certo, ieri qualche patema si è vissuto e alcuni scontri fisici pure. Il problema, assai complesso da spiegare, è stato il numero legale. Le opposizioni hanno cercato di farlo mancare a ogni prima ‘chiama’ e su ognuna delle 5 fiducie, per poi rientrare alla seconda, appena si accorgevano che, invece, la maggioranza lo agguantava. Ma il leit motiv di M5S, Mdp e SI all’esterno è uno solo e fa titolo: “La maggioranza si regge solo con i voti di Verdini! Senza i loro 13 senatori e qualche ‘fantasma’ del Pd non hanno i numeri!”. Vero o falso? Dipende. Il regolamento del Senato permette di contare, al momento del voto, anche coloro che si astengono ‘dal voto’ ma che sono presenti alla votazione, aiutando a ‘formare’ il numero legale. E così, con un numero legale che ballava sempre intorno a quota 143, si scopre che in realtà solo una volta, sulla terza fiducia, la maggioranza si è retta grazie ai voti di Ala mentre gli otto senatori dem (4 dissidenti e 4 eletti all’estero) che Mdp ha già bollato come ‘i fantasmi’ non votavano né sì né no, ma aiutavano a fare numero. Bollettino finale: di media 220 i presenti, 210 i votanti, 150 i favorevoli, una sessantina i contrari, ma con i 13 verdiniani che votavano sempre con la maggioranza. Verdini, in bretelle, se la gode: riceve applausi di scherno, ride e i suoi gonfiano il petto: “E’ la sua legge!”. Certo è che, sulla manovra, senza più i 16 senatori di Mdp, per governo e maggioranza il suo aiuto diventerà vitale.

Rispettato, ma non più amato, dal Pd e applaudito solo a sinistra è stato l’intervento di Napolitano. ‘Re Giorgio’ prende la parola alle 12, il silenzio che lo circonda è tombale, ha una lente per leggere. Dice, in buona sostanza, che “il Mattarellum era molto più coerente”, “la fiducia poteva non esserci”, ma che, appunto, “Gentiloni, cui va tutta la mia stima, ha subito indebite pressioni”. “Da chi?!” urlano i 5Stelle, ma tutti hanno capito bene: da Renzi. Alla fine, però, Napolitano, che ieri non si è presentato a votare nessuna delle cinque fiducie, dirà sì al testo finale. Legna da ardere, certo, dopo la ‘tenda’ di Prodi infilata nello zaino, Enrico Letta che medita vendetta da pariggi (dove oggi Renzi vedrà Macron), Pisapia che non vuole allearsi col Pd e le elezioni siciliane vicine. Il senatore Ugo Sposetti, intimo di Napolitano, cui regge i fogli, e tenutario dell’eredità immobiliare del Pci-Pds-Ds, profetizza: “Vi ricordate quando si diceva ‘tutti tranne la Raggi’? Dateci ancora tempo e vedrete che partirà il ‘tutti contro Renzi’, la nostra ora X”. In attesa che arrivi la ‘rivoluzione’, tuttavia, il Rosatellum è legge.

NB: L’articolo è pubblicato il 26 ottobre 2017 a pag 6 del Quotidiano Nazionale

Legge elettorale al Senato, tumulti in Aula sulla questione di fiducia. La De Petris occupa lo scranno di Grasso, 5Stelle bendati

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Vergogna! “. “Siete come Mussolini! “. “Fate schifo!”. La democrazia, secondo la vulgata delle opposizioni, “è morta” ieri, in un freddo martedì di ottobre. A officiare il funerale la ministra ai Rapporti col Parlamento, Anna Finocchiaro: è lei che pone “la questione di fiducia” sul Rosatellum. Luogo del delitto, l’aula di palazzo Madama, sede del Senato. Autori del misfatto il governo Gentiloni – che secondo una nota dei senatori di Mdp Guerra, Fornaro e Pegorer “è uguale a Mussolini” (seguono vivaci proteste dei senatori dem, indignati dal paragone storico) – i partiti che hanno scritto il Rosatellum e, soprattutto, il Pd di Renzi. Complici del delitto, il presidente del Senato, Grasso – che ieri ha diretto l’Aula in modo impeccabile – e pure Mattarella. E proprio al Colle, ieri, sono saliti i gruppi di Camera e Senato di Mdp per annunciare a Mattarella, formalmente, che “Mdp è uscita dalla maggioranza” (facile e immediata l’ironia del democrat Roberto Giachetti: “Ma quante volte escono questi?”).

I voti di fiducia che affronterà l’Aula oggi, a partire dal primo pomeriggio, dopo la discussione generale (iniziata già ieri), saranno cinque, posti su sei articoli della legge (sul sesto non serve) mentre il voto finale arriverà solo giovedì. Di mattina e con la diretta tv, chiesta e pretesa dai 5 Stelle. Ma il voto finale sarà palese. Vuol dire che mentre solo i partiti di maggioranza (Pd-Ap-Psi-Autonomie) voteranno la fiducia, sul voto finale arriverà il lesto soccorso di Lega e FI. E lì problemi non ve ne saranno: i verdiniani come altri gruppi minori di centrodestra garantiranno il numero legale, mettendo in missione o in congedo alcuni dei loro senatori. Infatti, se per votare una legge come quella elettorale, non serve il plenum del quorum dell’assemblea (161 voti), ma basta la maggioranza dei presenti, in Aula va comunque garantito il numero legale. Ecco il perché del soccorso ‘azzurro’. Infatti il capogruppo di FI, Romani, calma gli animi: “vedrete, il numero legale ci sarà” mentre il verdiniano Barani assicura: “Questa è la legge che voleva Denis, il nostro voto non mancherà di certo, noi ci siamo!”. Né impensieriscono i voti in dissenso di cinque senatori dem capitanati da Chiti più Tocci, Mucchetti, Micheloni e, forse, di altri quattro eletti all’Estero, tra cui Micheloni e altri eletti sempre in quota democrat. Insomma, il Rosatellum passerà.

Il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlerà oggi, in sede di discussione generale. Il suo intervento, di certo sarà assai critico (e forse anche duro) sul merito del Rosatellum, non si trasformerà, però, in voto contrario: voterà, cioè, la fiducia. O almeno così il capogruppo dem, Zanda, si è assicurato con lui.

Che altro dire? Che la gente chiamata a protestare fuori dal Senato per “la morte della democrazia” era assai pochina e che urgeva, dunque, inventarsi qualcosa. Le vivaci e colorite proteste dei senatori pentastellati Crimi, Endrizzi, Taverna, a colpi di cartelli e occhi bendati? Scene già viste e, quindi, ripetitive. E così ecco arrivare il coup de theatre. Loredana De Petris, capogruppo dei senatori di Sinistra italiana, si catapulta sull’alto scranno di Grasso e lo occupa manu militari. I commessi intervengono, ma troppo tardi, e lei non si muove dai banchi della presidenza dove resta assisa per ore. Poi i grillini, privi di fantasia, provano a loro volta occupare i banchi del governo, respinti dal sottosegretario alle Riforme Luciano Pizzetti. Verranno tutti rimossi, ma urlando “Il Senato non esisteeee!!!”. Cosa, in effetti, vera. Il Senato, si sa, è noioso.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 ottobre 2017 pag 6

 

Legge elettorale, il retroscena. Il triangolo Renzi-Gentiloni-Mattarella ha funzionato come un metronomo

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – Roma

“Siete sicuri? Siete davvero convinti? Bene, non sarò certo io a mettermi di traverso”. La telefonata del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, arriva a metà mattina al premier, Paolo Gentiloni, che risponde convinto: “sì Presidente, sulla legge elettorale mettiamo la fiducia”. A Gentiloni, invece, poche ore prima, verso le dieci, era arrivata la telefonata del capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato: il padre del Rosatellum 2.0, che del suo cognome porta il nome, aveva appena finito di illustrare ai partner della maggioranza di governo “l’assoluta necessità” di porre la fiducia “altrimenti tra emendamenti, voti segreti, franchi tiratori, rischiamo che salti tutto”. Rosato chiede, Gentiloni conviene, l’ok di Mattarella c’è. E quello di Renzi? Ovviamente. Il leader dem preferisce non comparire nella trama della giornata e mantiene il low profile, ma li incita (Rosato, Gentiloni): “Questo è l’ultimo treno che passa – spiega loro – per evitare di votare con i due moncherini del Consultellum. Facciamo di tutto per non perderlo”. Fiducia dunque è e fiducia, oggi, sarà, anche se la voteranno solo i partiti che fanno parte della maggioranza di governo (Pd-Ap-Civici e Innovatori-Popolari Demos-Psi-Autonomie-altri pezzi del gruppo Misto) e non la maggioranza che ha dato vita al ‘patto a 4’ (Pd-Ap-FI-Lega) sul Rosatellum. perché Lega e FI, pur d’accordo con il Pd che venga messa, si limiteranno ad astenersi (o, forse, a uscire dall’Aula) ma voteranno, poi, il provvedimento finale.

Ma la scelta di mettere la fiducia non solo è frutto di una perfetta triangolazione tra Renzi, Gentiloni e Mattarella, ma è precedente a ieri: va retrodatata almeno al 19 settembre, quando il Rosatellum era ancora in commissione. Renzi è convinto che “senza fiducia la legge elettorale non passa”. Gentiloni, di fronte alla richiesta, non si mostra né restio né recalcitrante. Solo Mattarella continua a ripetere agli altri due suoi interlocutori: “Ci avete pensato bene?”. Poi, lunedì, davanti agli 200 emendamenti delle opposizioni (160 sarebbero stati a voto segreto) Pd e governo tirano le somme. E così Rosato alza il telefono, chiama il premier e fa la richiesta.

Gentiloni riunisce a spron battuto il cdm: i presenti – tranne il Orlando, che si dice “assai perplesso” – sono tutti già convinti, Martina perora la causa e il ministro Minniti parla secco di “dovere istituzionale” chiudendo di fatto ogni discussione. La fiducia è così autorizzata, la Finocchiaro va in Aula e la pone. La vulgata che vuole Gentiloni perplesso o tentennante è falsa: “Quando insediò il suo governo – spiegano i suoi – disse che il governo non sarebbe stato attore protagonista, sul tema, ma anche che avrebbe ‘accompagnato e facilitato’ il percorso di una legge. Senza una legge nuova, il governo dovrebbe lo stesso intervenire, e per di più con un decreto, per armonizzare il Consultellum. La maggioranza ci ha chiesto un atto di responsabilità – continuano da palazzo Chigi – il Colle ha avallato, noi l’abbiamo fatto”. Ma è il Colle, appunto, la chiave di volta dell’operazione fiducia. Mattarella fa sapere, tramite una nota ufficiosa del Quirinale, che “il Presidente non interviene né sul merito del testo né sull’ipotesi del voto di fiducia, che attiene al rapporto Parlamento e governo”, ma la nota sottolinea che “l’adozione di una legge elettorale largamente condivisa” è sempre stata una delle priorità del Colle. E questa, fanno notare dal Quirinale come da palazzo Chigi, lo è: ha l’avallo di FI e Lega che non voteranno la fiducia, ma il testo finale sì, e che hanno chiesto, a loro volta, di mettere la fiducia. “L’ultimo treno” dicono all’unisono Renzi, Gentiloni e Mattarella.

Resta da dire di un ex presidente della Repubblica, ora emerito, Giorgio Napolitano: nel sostenere, proprio ieri, con una nota diramata, guarda caso, ieri mattina, che “bisogna cancellare” dal Rosatellum “l’indicazione del capo politico” nella “compilazione delle liste elettorali” perché “è incompatibile con i nostri equilibri costituzionali”. Inoltre, Napolitano chiede “il più largo consenso” sulla legge elettorale e “si riserva” di valutarla e votarla quando il testo arriverà al Senato. Ma al di là del fatto che “l’indicazione del capo politico” era contenuta già sia nel Porcellum (approvato da Napolitano) che nell’Italicum (e mai Napolitano eccepì su tale norma), “viene il sospetto – fanno notare amari e con malizia diversi renziani di alto rango – che sia mosso solo dal volere attaccare tutti insieme, Renzi, Gentiloni e, soprattutto, Mattarella”, il quale – a differenza dell’ipotesi ventilata da Napolitano – non avrà nulla da eccepire, sul Rosatellum, quando e se arriverà sul suo tavolo per la firma.

Cosa succederà, una volta che (e se) il Rosatellum sarà passato alla Camera? Il Pd e il governo hanno intenzione di andare a spron battuto anche al Senato: dal 19 ottobre il testo potrebbe già arrivare in Commissione Affari costituzionali e, dal 23 ottobre, arrivare in Aula, dove – a causa della sicuramente enorme mole di emendamenti che saranno presentati dalle opposizioni – verrà probabilmente anche qui messa la fiducia. In teoria non servirebbe, perché al Senato i voti segreti, in materia di legge elettorale, non sono ammessi, ma non si sa mai. Meglio ‘blindare’ il Rosatellum. E votarlo in via definitiva al Senato, senza toccare un solo articolo pena ‘navetta’ con la Camera, prima che, il 5 novembre, si svolgano le elezioni regionali in Sicilia. E anche su questo punto e tale timing il trinagolo Renzi-Gentiloni-Mattarella è stato perfetto.

NB: L’articolo è stato pubblicato l’11 ottobre 2017 a pagina 6/7 del Quotidiano Nazionale

NEW!!!! FIDUCIA E LEGGE ELETTORALE ‘for dummies’. Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

  1. Il Rosatellum bis alla prova dell’Aula. Il Pd chiede al governo Gentiloni di mettere la fiducia e il governo la approva. 

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO LA QUESTIONE DI FIDUCIA CHE VERRA’ APPOSTA OGGI, ALLA CAMERA DEI DEPUTATI, SULLA LEGGE ELETTORALE: SARANNO TRE SU TRE RISPETTIVI MAXIEMENDAMENTI E VERRANNO VOTATE DOMANI MERCOLEDì 11 OTTOBRE. VOTO FINALE SUL PèORVVEDIMENTO IL 12 O AL MASSIMO IL 13 OTTOBRE.

Duecento gli emendamenti presentati dalle opposizioni e almeno novanta o cento i voti segreti su cui si possono esercitare i franchi tiratori. Queste le forche caudine che dovrà affrontare, a partire da oggi pomeriggio alle ore 15, il nuovo testo sulla legge elettorale (detto, in latinorum, Rosatellum bis) nell’Aula della Camera dei Deputati. Bisogna cioè superare le colonne d’Ercole di votazioni a raffica, tutte assai insidiose: si inizia dalle pregiudiziali di costituzionalità, si passa ai vari articoli del ddl, relatore il dem Emanuele Fiano. Sulla carta, il patto ‘a 4’ (Pd-FI-Lega-Ap più molti gruppi minori) gode di margini molto ampli (460 voti) e le opposizioni dichiarate (il fronte M5S-Mdp-SI-FdI) non arrivano a 160 voti: servirebbero 150 franchi tiratori: sono tanti, certo, ma sono sempre in agguato. Senza dire del fatto che molti deputati neppure si presentano, specie dentro la maggioranza, mentre le opposizioni fanno blocco. A loro potrebbero aggiungersi tanti peones democrat e azzurri che temono di non avere la rielezione garantita e vorrebbero giocarsela in proprio con le preferenze. Dall’altra parte, e cioè con il Pd, giocheranno invece i 20 deputati di Mdp che sono vicini a Pisapia: per loro, ora, il Rosatellum è diventato un’opportunità imperdibile. 

Così, al Pd, di stretto concerto con i tre contraenti del ‘patto a 4’ (FI-Lega-Ap), hanno individuato due cavalli di Troia. Il primo è già annunciato: si tratta del famoso ‘canguro’. Usato in diverse e delicati passaggi (al Senato, per dire, solo così passò il ddl sulle unioni civili) il ‘canguro’ è un super-emendamento che ne preclude altri, simili, sullo stesso argomento. Il Pd – così ha deciso il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato – lo metterà subito in azione su due temi ad alto rischio: le preferenze e il voto disgiunto mentre non verrà usato sulle soglie di sbarramento. Ma anche se il ‘canguro’ è strumento di rara e micidiale efficacia, potrebbe non bastare. Ecco perché, alle brutte, e cioè nonostante i ‘canguri’, se la maggioranza accusasse segnali di cedimento, è pronta l’arma ‘fine di mondo’, e cioè la richiesta del Pd al governo di mettere la questione di fiducia. Qui, però, si entra in un terreno minato: il premier, Gentiloni, recalcitra (“Non vuole passare alla storia come un uomo politico divisivo”, dicono al Pd), il Colle osserva in silenzio, ma si dice che non sarebbe contrario, e persino Renzi, che pure la mise sull’Italicum, ora vorrebbe evitare un’altra forzatura. Ma entrambi Renzi e Mattarella vogliono incassare la legge elettorale, anche se per diversi motivi, prima delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre.  Infine, FI e Lega non potrebbero certo votare la fiducia, anche se si asterrebbero per farla passare. In ogni caso, resterebbe in bilico il voto finale che sicuramente sarà a scrutinio segreto. Morale: a partire da oggi, i fuochi di artificio. Dibattito e scontri al fulmicotone in Aula, ostruzionismo delle opposizioni, voti segreti, ‘canguri’ e, alla fine, forse, il voto di fiducia sulla legge elettorale. Che alla fine è arrivato… 

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale 


2. Cos’è e come funziona il Rosatellum. Legge elettorale for dummies

Questo artico è stato pubblicato, in forma ridotta, il 10 ottobre sul sito @Quotidiano.net 

( Qui l’articolo su come funziona il Rosatellum o leggibile all’indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un argomento  ostico da sempre anche per gli addetti ai lavori: la legge elettorale. Detto in altre parole, eccovi una legge elettorale ‘for dummies’… Il che non vuol dire che l’autore del presente articolo vi considera degli idioti o degli ignoranti, ma solo che la materia che tratta fa impazzire e perdere la testa anche ai costituzionalisti.

  • L’Italia sta per avere una nuova legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis” ha superato l’esame della prima commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati dopo oltre 20 ore di dibattito e di votazioni su ogni emendamento. Ma il cammino della nuova legge elettorale è solo appena iniziato. Martedì 10 ottobre, nell’Aula della Camera, inizieranno i voti sul nuovo testo presentato dal Pd (relatore Emanuele Fiano) e che ha ricevuto i voti di altri tre partiti (Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare) e di alcuni gruppi parlamentari minori (CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc) e la ferma opposizione di altri partiti (M5S, Mdp, SI, Fd’Italia). Solo il voto dell’Aula – dove non mancheranno di farsi sentire i cosiddetti ‘franchi tiratori’ (deputati che, nel segreto dell’urna, cambiano il loro voto rispetto all’indicazione data dal loro gruppo e che potranno esercitarsi nei ben 90 voti segreti già previsti) – dirà se il Rosatellum passerà l’esame. Poi, in ogni caso, ci sarà l’esame del Senato, dove potranno essere apportate modifiche (in quel caso la legge ritornerebbe alla Camera per confermarle o no), e solo alla fine della classica ‘navetta’ parlamentare (Camera e Senato devono, su ogni legge, varare un testo identico!) sapremo se il Rosatellum diventerà legge dello Stato. Allora potrà essere firmata dal Capo dello Stato e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Fino ad allora, meglio tenersi cauti. Non fosse perché, alla Camera (ma non – attenzione! – al Senato, dove, in base al diverso Regolamento di quella Camera i voti segreti in materia di legge elettorale non sono ammessi) sono possibili i voti segreti che potrebbero far cadere, come è già successo, anche questo tentativo di dotare il nostro Paese di una nuova e coerente legge elettorale. Infine, il governo – anche se lo ha più volte smentito – potrebbe porre la questione di fiducia, sulla legge elettorale (i regolamenti di Camera e Senato non lo vietano: il governo Renzi la mise, per dire, sull’Italicum), ma anche in questo caso il voto sul testo finale del provvedimento può essere, ove richiesto da 20 deputati, a scrutinio segreto. Non resta da fare altro, dunque, che aspettare.

  • Perché ‘Rosatellum’? E soprattutto perché ‘bis’?

Questa domanda ha una risposta semplice. Nella mania, tutta italiana, di dare nomi latini o latineggianti alle leggi elettorali (come fu per il Mattarellum, nome scovato dal politologo Sartori, per il Porcellum, nome che si auto affibbiò l’estensore di quella legge, Roberto Calderoli, o per l’Italicum, nome scovato da Renzi, Consultellum per le due leggi derivate da sentenze della Consulta) anche questa legge ‘latineggia’. Rosatellum viene dal cognome del capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, che ha ideato il sistema, ma avendoci già provato a giugno (tentativo fallito e naufragato, appunto, nell’Aula della Camera al primo voto segreto, quando la sua proposta di legge veniva anche chiamata Tedeschllum), ora i cronisti hanno ribattezzato questa legge un ‘Rosatellum bis’, nel senso che il povero Rosato è la seconda volta che ci riprova…

  • Un po’ di storia e qualche riferimento obbligatorio…

Evitiamo, invece, qui di dare spiegazioni sui sistemi elettorali in generale (insomma, ragazzi, arrangiatevi! E ripassate la materia!) e cioè su come funzionano i sistemi elettorali, quanti e quali sono e come trasformare, dal punto di vista tecnico, i voti in seggi… Vi basterà sapere che i sistemi elettorali si dividono in due categorie (maggioritari e proporzionali), che vi può essere un mix delle due categorie con una dose maggiore o minore dell’una o dell’altra, che, ovviamente, i sistemi elettorali sono strettamente collegati al sistema istituzionale del singolo Paese in cui vengono adottati  (presidenziale Usa e FR, del primo ministro GB, proporzionale) e che i metodi tecnici con cui ogni sistema elettorale trasforma, appunto, i voti in seggi (collegi maggioritari uninominali, collegi maggioritari o proporzionali plurinominali, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, candidature, metodi di calcolo di quozienti) divergono di volta in volta, quindi è davvero inutile annoiarvi!!! Infine, non vorremmo appesantirvi con una noiosa digressione su quali e quanti sistemi elettorali ha conosciuto l’Italia dalla sua nascita come nazione (1861) ad oggi (in ogni caso sono più di dieci! invece le democrazie anglosassoni hanno lo stesso identico sistema elettorale da metà’ 800 e le democrazie europee dal ’900!) ma, in ogni caso, giusto per essere un po’ pedanti ugualmente sappiate che l’Italia ha votato con questi seguenti sistemi: 1) maggioritari uninominali, sulla base di censo e istruzione, quando non c’è il suffragio universale, cioè dal 1861 al 1912; 2) sistema proporzionale a suffragio universale maschile dal 1919 al 1922; sistema maggioritario  con premio di maggioranza (legge Acerbo) nel 1924; 3) dittatura fascista, sospensione di ogni sistema di voto e solo plebisciti dal 1929 al 1939; 4) sistema proporzionale puro, a suffragio universale pieno dal 1946 al 1948; 5) cd. ‘legge truffa’ (sistema proporzionale con premio di maggioranza) nel 1953; sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento all’1% dal 1958 al 1992; 6) sistema maggioritario uninominale a un turno dal 1994 al 2001 con recupero proporzionale (il famoso Mattarellum, dal nome dell’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella); sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza alla prima lista o coalizione senza soglia di accesso e diverse soglie di sbarramento (il Porcellum di Roberto Calderoli) dal 2006 al 2013. Fine. Infatti, sia l’Italicum, diventato legge dello Stato nel 2015, sistema proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio, ma valido per la sola Camera dei Deputati, dichiarato in parte incostituzionale dalla Consulta nel 2016, sia il Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con le preferenze e diverse soglie di sbarramento in vigore per il Senato dopo che la Consulta bocciò diverse parti del Porcellum nel 2015) non sono mai entrati, almeno fino ad ora, in vigore. Vuol dire che, finora, con nessuno di questi due sistemi si è mai votato in Italia.

  • Ma che cos’è, in buona sostanza, il Rosatellum bis?!

Il Rosatellum è una sorta di Mattarellum ‘rovesciato’, cioè un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti.

In pratica, si tratta, dal punto di vista politologico, di un sistema elettorale ‘misto’ (una quota di maggioritario a turno unico e una quota di proporzionale) in cui l’assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 116 (109 piu i 6 del Trentino e Valle d’Aosta) seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica, di tradizione anglosassone, del first past the post (il primo prende tutto). L’assegnazione dei restanti seggi (399 seggi alla Camera e 199 al Senato, compresi i seggi all’Estero, rispettivamente 12 alla Camera e 6 al Senato, quindi in realtà si tratta di attribuire 386 seggi alla Camera e 193 al Senato) avviene con un metodo perfettamente proporzionale (metodo dei quozienti interi e dei più alti resti) nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una ogni regione, e 28 per la Camera. Il numero dei collegi per ogni circoscrizione sarà di 65 e toccherà al governo definirli con una delega.

La soglia di sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (al 20% nelle regioni che tutelano le minoranze linguistiche). Ci sarà un’unica scheda e non è concessa la possibilità del voto disgiunto. C’è una norma di genere (60-40) e la possibilità di presentare fino a un massimo di cinque pluri-candidature nei listini proporzionali. Niente obbligo di raccolta delle firme per i partiti (cioè i gruppi) presenti in Parlamento al 31 aprile 2017 mentre per tutti gli altri partiti o gruppi le firme da raccogliere sono solo 750 a collegio. Ci sarà un tagliando anti-frode per garantirsi da possibili irregolarità e, udite udite, una scheda con tanto di ‘istruzioni per l’uso’.

Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, ma solo quello del ‘capo della forza politica’ né obbligo per la coalizione stessa di presentare un programma comune (ma non è vietato!).

  • Tenetevi forte! I ‘tecnicismi’ della legge elettorale.

Il lettore, già con il mal di testa, potrebbe anche fermarsi qui…, ma ogni legge elettorale è frutto di una (lunga e faticosa) serie di tecnicismi, calcoli e norme specifiche che la contraddistinguono. Per chi, dunque, avesse ancora la pazienza di voler proseguire nella lettura, ecco i principali ‘tecnicismi’ della legge elettorale…

UNA SCHEDA, UN VOTO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di dare il famoso voto disgiunto), con il Rosatellum 2.0 ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Sembra facile, vero?! Aspettate un po’ prima di dirlo!

METODI DI VOTO. Qui le cose si complicano perché sono tre. Uno. Se l’elettore vota il contrassegno di una lista il voto è attribuito automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale. Come già detto, nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Due. Se l’elettore vota solo per il candidato del collegio uninominale e barra una delle liste dei partiti che lo sostengono il voto è valido (è il cd. ‘doppio voto’). Tre. Se l’elettore vota soltanto per il candidato del collegio uninominale, senza indicare alcuna preferenza per una delle liste che lo sostengono, il suo voto si ‘spalma’, in modo proporzionale, a tutte le liste a lui collegate o, in caso sostenuto da una sola lista, a quella stessa che lo sostiene.

SOGLIE DI SBARRAMENTO. Per accedere in Parlamento è fissata una soglia d’ingresso del 3% al Senato come alla Camera. La soglia per le coalizioni sale al 10%, sempre su base nazionale, ma se una coalizione non raggiunge il 10% dei voti, i voti dei partiti che hanno raggiunto il 3% come liste valgono lo stesso!. ‘Ma’ …  I voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione. Sotto la soglia dell’1%, invece, i voti dati a quella lista vanno dispersi, cioè non vengono attribuiti a nessuno. Per i collegi plurinominali dove vigono norme specifiche per le minoranze linguistiche (Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta) la soglia di sbarramento è al 20%.

NIENTE VOTO DISGIUNTO. In buona sostanza, non puoi votare il candidato nel collegio appoggiato dalla lista o dalla coalizione del partito dei ‘Gialli’ e, poi, scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei ‘Neri’, ove questo, naturalmente non faccia parte del partito/coalizione dei ‘Gialli’. Chiaro, no?!

SCORPORO E ‘BARBATRUCCO’… E’ vietato anche lo scorporo, che era invece possibile nel Mattarellum, ma… c’è un piccolo ‘barbatrucco’, per gli amanti del genere: dato che i voti degli elettori che barrano il nome del solo candidato del collegio uninominale vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio, anche se l’elettore non ha espresso alcuna preferenza per nessun partito, i partiti che hanno superato il 3% dei voti si ‘pappano’ anche i voti delle liste o partiti che non solo non hanno superato il 3% ma neppure l’1% dei voti! L’hanno chiamata, in commissione Affari costituzionali, la norma ‘8xmille’ perché, come si sa, chi non sceglie come destinare il suo 8xmille finisce nel cd. ‘inoptato’ che va, in ogni caso, allo Stato. In questo caso, con tale norma, ci guadagnano i partiti maggiori!

LE COALIZIONI I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale per più liste. Le dichiarazioni di collegamento devono essere reciproche tra le liste che compongono la coalizione. I partiti o le coalizioni di liste devono depositare, insieme al deposito del contrassegno elettorale, un programma con l’indicazione del capo della forza politica. Morale: se voti FI voti per Berlusconi ‘capo’, se voti Pd c’è Renzi, per la Lega Salvini, per i 5Stelle Di Maio e via di questo passo. Inoltre, va detto che anche quando il ‘capo della coalizione’ era indicato espressamente, come nel Porcellum, la Costituzione dice che a conferire l’incarico di presidente del Consiglio è il Capo dello Stato il quale può scegliere, come ha fatto spesso in passato, personalità diverse dal capo di una coalizione per mille ragioni. Una su tutte: il governo deve avere una maggioranza parlamentare e, se non la raggiunge, cioè se non ottiene la fiducia delle Camere, non c’è santo che tiene: anche se ha vinto le elezioni, presto cadrà. Inoltre, se è vero che è possibile costituire delle coalizioni saranno ‘mini’ (tranne, forse, quella del centrodestra tra FI, Lega, FdI e altri partiti minori): vi dovete dimenticare cioè le ‘grandi coalizioni’ del passato (Casa delle Libertà per il centrodestra, Ulivo prima e Unione poi per il centrosinistra) perché, al massimo, il Pd avrà due o tre alleati alla sua sinistra e alla sua destra, ma saranno piccoli, e i Cinquestelle non si alleano con nessuno! Infine, dimenticatevi anche le coalizioni a geometria variabile (e questo è un bene): nel 1994 Berlusconi si alleò con la Lega al Nord (Polo delle Libertà) e con An al Sud (Polo del Buongoverno): ora è impossibile perché le coalizioni dovranno essere fatte per forza sul piano nazionale.  Infine, la retorica demagogica di chi dice ‘voglio conoscere la sera del voto chi governerà’ è sempre stata falsa (l’Italia è, come prevede la Costituzione, una Repubblica parlamentare in cui i governi nascono e muoiono in Parlamento che dà loro la fiducia), ma lo è a maggior ragione ora. Se un partito o una coalizione non supera, abbondantemente, il 40% dei voti non otterrà mai il 51% dei seggi, nelle due Camere, per riuscire a governare da solo! Ergo, i partiti dovranno fare accordi tra di loro in Parlamento, per formare un governo, e questi accordi potranno essere ‘trasversali’ (Pd-FI-centristi o Lega-M5S-altri, per dire) e rompere le coalizioni e i patti stipulati precedentemente (e per finta) davanti agli elettori.

CIRCOSCRIZIONI. Saranno 20 le circoscrizioni per il Senato, una per ogni regione, mentre saranno 28 quelle della Camera. Perché sono importanti? Perché, anche se la soglia di sbarramento per ogni lista o coalizione, è determinata a livello nazionale, per determinare gli eletti si ‘scende’ prima nelle circoscrizioni e poi, ancora, ci si ramifica nei collegi uninominali per la parte maggioritaria e nei collegi plurinominali per il proporzionale. Le circoscrizioni, inoltre, sono molto importanti per definire il ‘recupero’ dei resti: infatti, anche il sistema più proporzionale che si possa immaginare presenta, sempre, dei ‘resti’ da attribuire. Si tratta di un ‘quoziente’ che stabilisce la cifra degli eletti e la cifra nazionale di ogni partito. Nella nuova legge elettorale verrà usato il metodo del ‘quoziente intero e dei più alti resti’ (nella Prima Repubblica si usava il metodo d’Hare, c’è anche quello ‘d’Hondt’) ma non stiamo neanche a spiegarvelo! E’ un puro calcolo tecnico, matematico: distribuisce in modo il più proporzionale possibile i seggi ai vari partiti e, francamente, è davvero roba per malati…

COLLEGI UNINOMINALI: si tratta di 231 collegi, pari al 36% dei seggi della Camera, per i deputati, e 109 (36%) per il Senato. In realtà, però questo conto è un po’ farlocco: infatti, nei 231 collegi uninominali della Camera sono contati anche i 6 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno in Valle d’Aosta, dove i seggi li vincono sempre le rispettive minoranze linguistiche, quindi i collegi della Camera sono in realtà 225. Stesso ragionamento per il Senato: i 109 collegi uninominali sono in realtà 116 ‘al netto’ dei sei del Trentino e di uno in Valle d’Aosta, il che vuol dire che, appunto, i collegi sono solo 109. I partiti si possono coalizzare per sostenere un comune candidato nell’ambito di ogni collegio uninominale mentre corrono da soli nell’ambito dei collegi plurinominali, e cioè per la parte proporzionale.

Risulta eletto il primo candidato di un partito, lista o coalizione di liste che prende un voto in più di tutti gli altri in ogni collegio uninominale. Si tratta, cioè di un sistema uninominale maggioritario secco all’inglese. Non sono ammessi ripescaggi, non ci sono soglie di sbarramento, possibilità di voto disgiunto, voto di scorporo, preferenze, etc. Se il candidato del collegio muore o rinuncia al seggio si ripete l’elezione. Ci si può candidare in un collegio uninominale e in 5 collegi plurinominali. L’alternanza di genere è garantita in proporzione del 60/40 per ogni genere ma al Senato deve essere garantita su base regionale.

COLLEGI PLURINOMINALI: Come risulterà facile capire da un rapido calcolo, se i seggi della Camera sono 630 e quelli del Senato 315 (oggi, al Senato, siedono 320 senatori ma perché in cinque sono senatori ‘a vita’ nominati per alti meriti dal Capo dello Stato) ne mancano parecchi per arrivare a fare ‘la somma del totale’, come direbbe Totò. Quanti sono e come verranno eletti i parlamentari?

Alla Camera ‘restano’ da eleggere 399 deputati nei collegi plurinominali, ma 12 continuano ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere con metodo rigidamente proporzionale. Restano dunque in 386 i deputati da eleggere sempre con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, restano da eleggere, tolti i 109 collegi uninominali (116 in realtà perché sono compresi i 6 del Trentino e uno in Val d’Aosta), 199 senatori, ma di questi sono sei gli eletti all’Estero, quindi ne restano 193 di senatori da eleggere nei collegi plurinominali. Da ricordare che il Molise elegge sempre e soltanto un senatore.

I candidati che si presentano nei collegi plurinominali, collegi divisi a livello più grande in 28 circoscrizioni della Camera e 20 del Senato, vengono eletti con un metodo che trasforma in voti in seggi in modo rigidamente proporzionale (metodo detto del quoziente interno e dei più alti resti) su base nazionale, con una soglia di sbarramento nazionale fissata, sia per la Camera che per il Senato, al 3% (al 10% per le coalizioni, al 20% per i collegi dove sono presenti minoranze linguistiche). I voti ai candidati dei collegi plurinominali contribuiscono ad aumentare i voti di ogni coalizione solo e soltanto se compresi tra l’1% e il 3% in partiti facenti parte della rispettiva coalizione mentre sotto l’1% quei voti vanno dispersi. I candidati dei collegi plurinominali sono scelti, all’interno di ogni lista, sulla base di liste bloccate corte composte da un minimo di due a un massimo di 4 nomi. A parità di voti è eletto il candidato più giovane. Sono vietate le preferenze, il voto disgiunto, lo scorporo tra maggioritario e proporzionale. La norma di genere (40/60) assicura che nessun genere possa superare l’altro nella composizione delle liste. Le pluricandidature sono ammesse fino a cinque, oltre a quella in un collegio maggioritario uninominale. Se un candidato viene eletto in più collegi plurinominali dovrà optare per quello dove ha preso meno voti e, al suo posto, scatterà il secondo classificato del suo partito in lista, sempre sulla base del collegio plurinominale di riferimento, ma privilegiando quello che ha preso meno voti in assoluto, non il contrario.

DELEGA AL GOVERNO E ASSEGNAZIONE DEI SEGGI. La legge delega il governo a definire questi collegi plurinominali: saranno circa 65 e dall’approvazione della legge il governo ha 30 giorni di tempo per disegnarli. Il problema, però qui, si fa ostico. Infatti, mentre capire come avviene l’assegnazione del vincitore nel collegio uninominale è molto facile (il primo che arriva vince!), nei collegi plurinominali il percorso è più macchinoso. In buona sostanza è questo: per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 % mentre un partito che supera la soglia del 3% ottiene i seggi corrispettivi anche se la coalizione di cui fa parte non ha superato il 10%. Sotto la soglia dell’1% nessun partito ha diritto ad avere seggi mentre tra l’1% e il 3% non ne ottiene ma contribuisce ad arricchire quelli della coalizione di chi fa parte. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale la vittoria nel collegio uninominale. Al candidato in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sarà eletto il candidato più giovane. Ci avete capito qualcosa? Tranquilli, anche noi facciamo fatica…

LISTINI E PLURICANDIDATURE Nei collegi plurinominali, dove vale il proporzionale, e dunque solo in quelli, sono previsti dei ‘listini’ molto corti, dai 2 ai 4 candidati al massimo. Quanto alle pluri-candidature, saranno possibili ma limitate (massimo 5), sempre nei collegi plurinominali. Nessuno può essere candidato in piuù di un collegio uninominale, a pena di nullità, ma è consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali fino a un massimo di cinque (già detto!).

E I FAMOSI COLLEGI DEL TRENTINO ALTO-ADIGE?! Il testo della nuova legge rimane ancorato, né poteva essere altrimenti, al testo del Tedeschellum come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno scorso quando il Tedeschellum, allora in votazione, naufragò proprio su questo emendamento: sei collegi uninominali e cinque proporzionali, alla Camera, altri sei e due al Senato. Non potrebbe essere altrimenti: i seggi del Trentino godono, infatti, di una riserva ‘costituzionale’: tanti sono e tanti devono essere in qualsiasi legge elettorale venga approvata dalle Camere! Così è.

QUOTE DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una “quota di genere”, un modo gentile per dire che bisogna rispettare, come prevedono diverse leggi italiane ed europee, una proporzione non discriminante verso le donne, il caro vecchio “sesso debole” nella compilazione delle liste elettorali, pena la loro non validità ed esclusione dalle elezioni. Per il Rosatellum la proporzione è di 60%-40%. Infatti sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le future senatrici, però, avranno più chance delle future deputate: il testo dispone che la ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell’uninominale che nel proporzionale, venga rispettata a livello regionale e non nazionale.

TOT FIRME, TOT LISTE. E’stato dimezzato, rispetto al testo originario, il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni politiche che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo parlamentare costituito alla data del 15 aprile 2017 (la data originaria era il 31 dicembre 2016, ma Mdp sarebbe rimasta fuori dal novero e pure il Pd gli ha fatto il regalo). Il numero di firme da raccogliere passa da 1.500-2.000 a sole 750, ma attenzione la deroga sarà valida solo per le prossime politiche! Per i partiti presenti in Parlamento sotto forma di gruppi costituiti (anche quelli minuscoli, sottogruppi, nati per microscissioni…) non sarà invece necessario, come già detto, raccogliere le firme.

AVVOCATO, MI CERTIFICA? Per le prossime elezioni, e solo queste, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste.

  • E’ finita? Neanche per idea! Alcune cose divertenti…

Se siete arrivati a leggere fin qui vuol dire che avete preso discrete dosi di citrosodina e bicarbonato, oltre a un po’ di sana nevralgina, per curare il mal di stomaco e il mal di testa! I nostri novelli ‘padri costituenti’ hanno pensato (e hanno fatto) bene ad aiutare il povero elettore a non impazzire, nei seggi. Infatti, tra rischi di contestazioni dei voti e delle schede elettorali e rischio di lunghe code davanti alle cabine elettorali, il rischio caos (e il rischio figuraccia) sarebbe davvero vicino. Ecco dunque alcune novità, davvero mai sperimentate prima!

LA SCHEDA CON LE ISTRUZIONI ‘PER L’USO’… La scheda è unica (ma attenzione in realtà saranno due! Perché una vale per eleggere i deputati alla Camera e una per eleggere i senatori al Senato!), ma conterrà anche, e per la prima volta nella storia repubblicana, delle “istruzioni per  l’uso” che serviranno a informare gli elettori su come devono… votare! Nel frontespizio della scheda, infatti, verrà spiegato come si vota…

IL TAGLIANDO “ANTI-FRODE” La scheda sarà dotata di apposito tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo, che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è di evitare brogli e scambi tra schede bianche e schede pre-stampate.

MA IL SUO PARTITO ‘TRASPARE’? Sono state inserite, nel Rosatellum bis, diverse norme di cosiddetta ‘trasparenza’. Prevedono che i partiti, i movimenti e gruppi politici organizzati che si presentano alle elezioni debbano avare uno Statuto. Chi ne è o ne sarà sprovvisto (come nel caso dell’M5S, tanto per dire) potrà presentare liste elettorali solo indicando elementi minimi di trasparenza come questi tre: il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Tutto il materiale sarà pubblicato online sul sito del ministero dell’Interno, insieme al programma elettorale di ogni partito o coalizione e al nome del capo della forza politica di ogni lista o partito. Si badi bene: capo di forza politica, non della coalizione!

Siete arrivati alla fine di questo lungo, troppo lungo, testo sulla legge elettorale?! Beh, allora siete pronti: potete andare a votare! Sempre che, si capisce, il Rosatellum bis diventerà mai legge!!! Ps. L’autore di questo articolo sarà felice di offrire un buon caffè a chiunque gli segnali possibili errori, dimenticanze, sviste etc.

NB: L’articolo, in forma meno lunga, è stato pubblicato sul sito di @Quotidiano.net

 

Due pezzi facili. Renzi alla Direzione del Pd ‘apre’ a sinistra. La legge elettorale dalla commissione ora è alla prova dell’Aula

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Pubblico qui i due articoli scritti negli ultimi due giorni per Quotidiano Nazionale

  1. Renzi  in modalità “pace col mondo” apre alla coalizione di centrosinistra: “Gli ex dem non sono i nostri avversari”, ma il vero obiettivo è agganciare Pisapia. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sarà stato il disgelo, con tanto di cordiale telefonata, con Prodi. Sarà stata la goduria di assistere alle liti, stile sfida all’Ok Corral, tra Pisapia e Bersani, oltre che, ovviamente, con D’Alema. Sarà stata la tregua interna che i big dem, da Franceschini a Orlando, gli hanno garantito da qui in avanti, in sostanza fino alle elezioni, anche perché – pare – assai rassicurati sui posti in lista per i loro. Saranno stati i consigli degli ex democristiani di destra (Guerini) e di sinistra (Richetti) che gli hanno tenuto testa per mesi a forza di dirgli, e a convincerlo, che “Matteo devi allargare, includere”. Certo è che Matteo Renzi, dopo la “fase zen”, già nota, è entrato in una modalità ancora più ambiziosa, quella da “pace col mondo”. La Direzione di ieri, convocata per discutere della legge elettorale, ne è stata la plastica rappresentazione. Lunga e serena relazione, nessun dibattito, nessuna contrapposizione, voto finale unanime.

La prima sorpresa contenuta nell’introduzione del segretario dem – che parla davanti al premier Gentiloni e al ministro Minniti – è, naturalmente, quella della sua ‘apertura’ a quanto c’è a sinistra del Pd: Premesso che “l’obiettivo è sconfiggere i populisti (M5S, Lega), oggi in difficoltà”, Renzi pronuncia una frase che non direbbe neppure sotto tortura: “I nostri avversari alle elezioni non sono quelli che sono andati via di qui”, e parla degli scissionisti (Mdp). Non vuole né cerca, ovviamente, un’alleanza con loro – anzi: se ne guarda bene anche solo dal pensarla – ma per la prima volta non li bastona (tranne per una frase en passant rivolta all’indirizzo di Bersani: per spiegare tutte le giravolte di quelli che stavano nel Pd sulla legge elettorale “ci vorrebbe la moviola”)

Il ‘merito’ del ‘nuovo corso’ sta tutto nella nuova legge elettorale che si profila se il patto ‘a quattro’ (Pd-Lega-FI-Ap) terrà in Aula. “Il Rosatellum – spiega Renzi – ha alcuni elementi di forza, perché chiama a una coalizione, e un dato di fatto: uno strumento che fa del Pd il baricentro per una coalizione più ampia del solo Pd”. Il che, peraltro, vuol dire che Renzi avalla (e invita) a costruire liste in coalizione con il Pd: i centristi cattolici, da Alfano a Dellai, i radicali laici, da Della Vedova a Bonino, e la sinistra progressista, dai sindaci a Pisapia. Renzi non lo nomina, ma aspetta, paziente, che arrivi e in area Pisapia già sottolineano “il cambio di passo”. In realtà, il messaggio sotteso del leader dem è un po’ più sottile: se passa il Rosatellum, facciamo facciamo le coalizioni perché servono per vincere, altrimenti andiamo con il Consultellum, io faccio il listone Pd “e mi candido al Senato con le preferenze”., il che vorrebbe dire, però, tornare a quella ‘vocazione maggioritaria’ che l’ex premier ha sempre perseguito e che, per ora, è finita in soffitta. Perché, come dice Renzi con un latinismo, anche questo insolito, “o passa il Rosatellum o c’è il Consultellum, tertium non datur”. Motivo, però, quello di dare fiato e corpo alla possibilità che la nuova legge passi, per cui balena, di nuovo, nel Pd, l’ipotesi della fiducia ‘tecnica’ sul Rosatellum: il Colle non gradirebbe affatto, Gentiloni recalcitra, ma all’ultimo momento, in Aula, potrebbe essere messa perché – avverte Rosato – “dobbiamo stare attenti ai voti segreti”.

Poi  Renzi manda a dire ai suoi oppositori interni che: “Siamo al rush finale, il tempo che ci separa dalle elezioni è di settimane”; quindi “basta litigi, dobbiamo giocare tutti insieme, fare squadra”. Renzi non cita mai lo ius soli, lasciando di fatto capire che spazio per far passare quella legge non ce n’è, specie a fine legislatura. Eppure, al Nazareno, c’è chi non dispera che, dopo aver chiuso la legge di Stabilità,“si possa aprire uno spazio per portarla a casa”.

Renzi, infine, ringrazia di cuore Orlando per aver detto che non intende metterne in discussione la leadership in caso di sconfitta in Sicilia, e Orlando apprezza e neppure Cuperlo parla in dissenso.  Franceschini resta in silenzio, annuisce più volte mentre Renzi parla e a chi gli chiede conto sorride: “sono naturalmente d’accordo con la relazione del segretario”. Ieri, al Pd, era proprio il giorno del volemose bene.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 4 del Quotidiano Nazionale il 7 ottobre 2017


ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

2. Il Rosatellum va in Aula tra lo spettro franchi tiratori e la tentazione della fiducia

Ettore Maria Colombo – ROMA

La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al Rosatellum 2.0 (o bis che dir si voglia…), ma nessuno dei leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano) dei partiti che hanno sottoscritto il ‘patto a quattro’ (Pd-FI-Lega-Ap) per dargli vita può tirare un sospiro di sollievo. Infatti, che dentro la commissione il patto avrebbe retto nessuno lo metteva in dubbio: il voto, dentro la commissione, è palese. Ma quando la nuova legge elettorale, il cui relatore Emanuele Fiano (Pd) ha passato giorni e notti insonne, approderà nell’Aula di Montecitorio, martedì 10 ottobre, può succedere di tutto. L’incognita è quella dei franchi tiratori: non vedono l’ora di affossare questa legge elettorale come già hanno fatto, a giugno, con il Rosatellum 1.0, allora anche detto Tedeschellum, quando una maggioranza ben più ampia dell’attuale crollò al primo voto.

I voti segreti, stavolta, si prevede saranno almeno una novantina e, se passassero, causerebbero l’immediato affossamento della legge: riguardano alcuni punti ‘caldi’ del Rosatellum (preferenze, voto disgiunto, soglie di sbarramento) su cui si fonda il patto a quattro. Per dire, ripristinare le preferenze, uno dei primi punti all’ordine del giorno del voto di martedì, una volta votate le pregiudiziali di costituzionalità, farebbe saltare l’accordo con Forza Italia. Il voto disgiunto aprirebbe invece molti problemi nel Pd di Renzi perché favorirebbe, di fatto, il voto per gli odiati scissionisti di Mdp.

Ma quanti franchi tiratori servono per affossare il Rosatellum? Sulla carta, è blindato. I favorevoli hanno ben 455 voti: ai quattro partiti citati vanno infatti sommati diversi gruppi minori (Ala-Sc, Civici, Popolari-Cd, Psi, Svp, Udc, etc.) mentre, sempre sulla carta, il fronte delle opposizioni (M5S-Mdp-SI-FdI) che giudica il Rosatellum “pessimo” e “inaccettabile”, arriva appena a 165 voti. Eppure, come spiega un verdiniano esperto di numeri e di conti, Ignazio Abrignani, “basta che, nel voto segreto, si spostino in 150 ed ecco che le proporzioni cambiano: 350 a favore, 300 contro. A quel punto ogni voto diventerebbe un calvario e può saltare tutto”. Inoltre, va detto che, non solo dentro Forza Italia, specie al Sud, ma anche dentro Ap (e, ovviamente, nel Pd), i peones ribollono.

Al di là del tenere le dita incrociate, dunque, e lanciare appelli, come quello di Ettore Rosato (“Il Parlamento sia responsabile”), continua perciò ad aleggiare l’ipotesi che il Pd chieda un ‘aiutino’ al governo Gentiloni e ricorra alla fiducia. Ma anche questa mossa, indigeribile per le opposizioni (Mdp già annuncia che “se verrà messa porteremo gli italiani in piazza”), non blinderebbe totalmente, il Rosatellum 2.0. Infatti, i problemi sarebbero tre: uno, Gentiloni non vuole metterla, due l’idea della fiducia al Colle non piace né poco né punto e, tre, FI e Lega avrebbero molte difficoltà a votare la fiducia, anche se fosse ‘tecnica’. L’ultima controindicazione a questa mossa rappresenterebbe un vero caso capace di far esplodere il Parlamento: nonostante la fiducia, infatti, il voto finale sul provvedimento può restare, grazie al super garantista regolamento di Montecitorio, in ogni caso segreto. E ‘andare sotto’, nonostante la fiducia, sarebbe davvero letale. Ecco perché sia Rosato che Fiano garantiscono e spergiurano davanti a tutti quelli che glielo chiedono “di un voto di fiducia non abbiamo mai neanche parlato”.

NB: Articolo pubblicato l’8 ottobre 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.