“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

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Primarie Pd, un po’ di ‘colore’: San Gennaro a Napoli, l’Orso Masha a Roma

Guttuso

I funerali di Palmiro Togliatti, quadro di Renato Guttuso.

1) A Napoli il sangue di San Gennaro si scioglie per la rabbia e ‘Totonno’ ne approfitta.
“Renzi e Alfano dovrebbero ritirare il decreto. Lascino in pace San Gennaro, per piacere. È il Santo di tutti e rappresenta Napoli”. Chi  lo ha detto? Ma Antonio Bassolino, ovvio, e pure via Twitter (lo usa proprio lui, di persona personalmente, chissà la fatica, a quell’età). Toglietegli tutto, ai napoletani, ma lasciate riposare in pace San Gennaro.
Ieri, nel cuore di una città in cui delle primarie del Pd ‘nun je ne fotte nient’ (se l’affluenza supera i 20 mila votanti si potrà gridare, nuovamente, a ‘o miracole’) c’è stata una sollevazione popolare. Stile Quattro Giornate di Napoli e con tanto di redivivo Masaniello, il sindaco De Magistris, che urlava “Ie sugne Gennare!”, un po’ stile “Io sono Spartaco!”. Davanti al Duomo centinaia di persone, molti cattolicissimi in quanto fedeli devoti al Santo, si sono dati appuntamento per manifestare contro il governo. Motivo dello scandalo un decreto del Viminale: modifica la composizione della Deputazione del Tesoro del Santo che, dal ‘600, ne custodisce reliquie e patrimonio. I competitor di Bassolino (tre: Valeria Valente e Marco Sarracino, del Pd, Antonio Marfella, Psi) alle primarie hanno perso il treno per mettersi in ‘connessione sentimentale’ con i napoletani, restando muti sul tema. Bassolino, lui, no. Però, vincere le primarie non è come vincere le elezioni, specialità in cui Bassolino, Totonno, è un vero asso: 7 anni sindaco, dieci anni governatore, ne ha
vinte quattro di fila. La Valente (ex bassoliniana, ex assessore, deputata a soli 40 anni) spera nel colpaccio. “Tutto il partito è con me” confida lei, fiera. Solo che, a Napoli, il ‘partito’ si traduce con il titolo di un libro che è, anche, una filosofia di vita, ‘Il resto di niente’: ras locali e tribù al seguito, forti di molti voti, tutti ben irreggimentati. Ecco, se il voto sarà solo di ‘iscritti’ Pd, allora sì: vince la Valente. Se votano gli ‘scugnizzi’ e, magari, pure i fedeli di San Gennaro, allora il vecchio leone, ‘Totonno’, può sperare di farcela.

 2) A Roma l’orso Masha fa imbufalire Giachetti mentre Morassut se ne resta zitto…

“No, ma non è possibile. Questo è un circo e quello è un cretino!”. Quando Roberto Giachetti – una prima vita da militante radicale, e militante di mille, dure, battaglie, scioperi della fame compresi, scioperi durissimi, a rischio della vita, stile Pannella, una seconda vita da vice di Rutelli (oggi i due si detestano) prima al comune di Roma e poi alla Margherita, una terza vita da super-renziano e, forse, una quarta vita da sindaco di Roma, se vincerà  prima le primarie e, poi, forse, è tutto da vedere, le ‘secondarie’– si è visto davanti, per l’ennesima volta, Gianfranco Mascia con l’orso (Masha e Orso è un cartone animato, neppure della Disney) è sbottato e non c’ha visto più, in un fuori-onda.

Ieri, all’ennesimo confronto tra i sei candidati alle primarie, come tutte le altre volte, Mascia si è presentato con il suo risolino isterico e con in braccio l’orso, più grande di lui, poi se n’è andato via, tutto contento. Ieri, ha persino inondato una piccola piazza romana di altri orsetti portati in braccia da ‘masciani’ (pochi, ecco, per fortuna, almeno) entusiasti. In realtà Mascia è un tipo assai singolare e dalla lunghissima ‘storia’ politica: fondò i ‘Bo-Bi’, Boicotta il Biscione, nel 1994 (e subì una bruttissima violenza causata da ignoti per tale sua scelta),  contro Berlusconi, poi movimentò mille altri movimenti e girotondi, poi finì nell’Idv, poi nei Cinquestelle, ora è nei Verdi. Insomma, esce, rientra, riesce. Ma ora, finalmente, per lui, da quando si è candidato a sindaco, oscurando gli altri due Carneadi – Stefano Pedica, ex Idv transitato nel Pd, e Domenico Rossi, che farebbe, in teoria, il sottosegretario, e pure alla Difesa: si vede che, di questi tempi, gli avanza tempo – Mascia ha fatto parlare molto di sé, oltre che dell’orso, e nulla dei – molteplici – guai di Roma.

Eppure, Giachetti ci aveva messo del bello e del buono, in queste primarie, peraltro difficilissime, per farle diventare una cosa seria. Ha percorso 2 mila km, girato tutta Roma, fino alle periferie, palmo a palmo, ha fatto buon viso a cattivo gioco (Giachetti è una persona squisita, ma ha un po’ un brutto carattere: indimenticabili le sue toreate, in ogni organo del partito, tipo la Direzione, persino in diretta streaming, tutte a testa bassa e tutte contro Bersani o Speranza o Gotor, insomma la minoranza che osa contraddire Renzi), ha sopportato che a lui, ‘romano de’ Roma’, dicessero ‘sei la ‘Casta’ (Giachetti veste casual, non ha mai messo una cravatta in vita sua, gira per Roma in motorino: morale, è l’anti-Casta per eccellenza). Ma solo quando ha visto Mascia, di nuovo, e coll’orso, è sbottato. Roberto Morassut, che di Giachetti è lo sfidante principale, invece,
sta zitto: ex veltroniano, fintamente renziano, profilo schivo, persona perbenissimo (fu il primo a denunciare i mali del Pd romano), lontano dai riflettori, incontra gente, stringe mani, fa cose e, soprattutto, ha pensato bene di restituire ‘orgoglio e dignità’ ai tanti (troppi?) circoli, ai dirigenti, agli ex consiglieri e assessori, del Pd capitolino, travolti da Mafia Capitale, dalle dimissioni di Marino, dal degrado e da tutti gli (infiniti) mali di Roma.

E così, mentre Giachetti doveva contrastare, più che l’orso Masha, gli attacchi a Renzi, le truppe cammellate di Verdini da respingere (forse), i voti dei rumeni da incamerare (i cinesi votano Morassut), i ‘piove, governo ladro!’ tipici della mentalità cinica dei romani, Morassut è lì che, zitto zitto, guarda le previsioni meteo e spera. Perché oggi, a Roma, se piove e si finisce sotto i 30 mila votanti è una debacle per tutti, se c’è il sole e si sta sopra i 50 mila, allora si vedrà se i non iscritti voteranno e per chi. Senza nessun orso, per carità.
NB. Questi due articoli sono stati pubblicato il 6 marzo 2016 sul Quotidiano Nazionale.

‘Successone’. Analisi del mio blog nel 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 22.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 8 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Alfano prova a riposizionare l’Ncd. Ora gli alfaniani, tagliati fuori dal centrodestra, guardano a Renzi anche per le alleanze locali

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

ROMA – Da ministro dell’Interno ha dovuto affrontare l’ennesima richiesta di dimissioni.
Da segretario del Nuovo centrodestra (Ncd) è chiamato a sciogliere il nodo del riposizionamento e i malumori che ne deriveranno.
Sono tempi duri, per Angelino Alfano. Ma sono anche tempi carichi di cambiamenti.
I confini del ‘Partito della Nazione’, già allargati a dismisura con l’ingresso nel gruppo Pd di Andrea Romano (ex Scelta civica) e Gennaro Migliore (ex Sel), potrebbero presto conglobare anche il suo Ncd. Ipotesi affascinante, per alcuni. Spaventosa, per altri.
PIZZOLANTE: «COSA CI FACCIO IO A DESTRA?». «Vedi», ragionava il parlamentare alfaniano Sergio Pizzolante con un collega alla Buvette di Montecitorio, «non solo è finita la Guerra Fredda, non solo è imploso e fallito dopo 20 anni il centrodestra, ma Renzi sta finalmente distruggendo la sinistra comunista del Pd e il sindacato rosso, la Cgil».
Per poi chiedersi: «Cosa ci faccio ancora io a destra? Io sono un socialista riformista e il nuovo Pd di Renzi a me piace».
QUAGLIARIELLO: «L’ASSE COL PD DURERÀ A LUNGO». Ancora più esplicito l’ex ministro e coordinatore nazionale del partito, Gaetano Quagliariello, nell’intervista a Un giorno da pecora (Rai Radio Due) del 3 novembre. «L’ex centrodestra è morto, il patto del Nazareno è un sarchiapone, il Pd è diventato di centrodestra, potrebbero iscriversi a Ncd…». E a Formiche.net: «L’asse tra Ncd e Pd durerà più di mille giorni, è di legislatura».
Risultato? «Il nome Ncd in una fase è servito, ora la fase è nuova. Sceglieremo il nuovo nome più avanti».
Insomma, il percorso c’è: cambiare nome, posizionarsi come ‘ala destra’ del centrosinistra e allearsi con il Pd dove si può (in Campania, forse, e altre Regioni).
SALTAMARTINI: «IO COI DEM? MAI, MEGLIO LA LEGA». Tutti d’accordo? Mica tanto. L’attuale portavoce del gruppo alla Camera, Barbara Saltamartini (ex An), piuttosto che lavorare a una prospettiva simile farebbe le valigie. «Io con il Pd? Mai. Sono una persona di destra. Casomai me ne vado con Fratelli d’Italia e la Lega, loro fanno un buon lavoro».
Altrettante resistenze arriverebbero da Carlo Giovanardi e Roberto Formigoni (troppo ingombrante, per Renzi), mentre il ministro Maurizio Lupi ha un solo sogno: candidarsi a sindaco di Milano.
Felice dell’idea sarebbe, invece, il ministro Beatrice Lorenzin: lei si trova bene a lavorare con il premier, che la stima, e coltiva da tempo l’alleanza organica tra Ncd e Pd.

de girolamo e berlusconiL’alleanza con Forza Italia, d’altronde, sembra appartenere al passato.
Ne sa qualcosa il capogruppo Ncd alla Camera, Nunzia De Girolamo. In Campania, dove si vota a marzo 2015, ha provato a unire le forze con l’attuale governatore, l’azzurro Stefano Caldoro, che si ricandida, ma Silvio Berlusconi non ne vuole sentir parlare.
Caldoro vorrebbe l’alleanza perché sa che i numeri sono risicati (il partito di Alfano è decisivo anche solo per reggere in piedi l’attuale giunta), ma Ncd e la stessa De Girolamo chiedono ‘pari dignità’ anche nelle altre Regioni al voto.
«La Campania non deve costituire un’eccezione, ma essere un laboratorio-modello per ricostruire un centrodestra vincente», ha spiegato De Girolamo dopo un incontro con Lorenzo Cesa (Udc) e Mario Mauro (Popolari), «per ora ci sospendiamo da giunta e consigli».
FORZA ITALIA TAGLIA FUORI IL NUOVO CENTRODESTRA. Il ‘taglia-fuori’ di Forza Italia contro il Ncd sta calando come una mannaia dalle Alpi alla Sicilia. In Emilia-Romagna, l’alleanza Fi-Lega-FdI ha prodotto la candidatura di un leghista, Alan Fabbri, costringendo Ncd e Udc a presentare una lista e un candidato autonomo privo di ogni speranza, Alessandro Rondoni.
In Calabria, il candidato azzurro, Wanda Ferro, fa a meno del Ncd, cui tocca andare da solo senza speranza di agguantare il quorum (all’8%) e con Antonio Gentile furibondo per la campagna acquisti e pronto all’ennesimo addio.
Le cose non vanno meglio nel resto delle Regioni italiane, dove il diktat di Berlusconi, che dei ‘traditori’ del Ncd non vuole neppure sentir parlare, impedisce al partito di Alfano di toccare palla ovunque: a dare le carte, ormai, è Matteo Salvini. Ed ecco perché nel Ncd si fa strada l’ipotesi di un asse col Pd a livello locale.
«NON ABBIAMO NULLA A CHE FARE CON SALVINI». Il ministro dell’Interno, superata la mozione di sfiducia presentata nei suoi confronti da Sel dopo gli scontri a Roma tra polizia e operai dell’Ast (votata ieri sera, il 5 novembre, ha visto) 367 contrari, 125 favorevoli, tra cui i civatiani del Pd), ora può lavorare a tempo pieno alle alleanze.
Nei pensieri di Alfano, oltre al futuro del suo partito, c’è anche il ‘dispetto’ della Lega, i cui deputati hanno appoggiato la richiesta di sfiducia. Un motivo in più per far dire ai suoi: «Non abbiamo nulla a che fare con Salvini». Sottotesto: e neppure con Berlusconi. Il futuro è Renzi.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul sito di notizie Lettera43.it (http://www.lettera43.it) il 6 novembre 2014.

“Piove, governo ladro!”. Una frase celebre inventata da un vignettista d’altri tempi, il mazziniano piemontese Casimiro Teja

Garibaldi difende la 'Giovane Italia' dagli appetiti dei governanti piemontesi e savoiardi.

Garibaldi difende la ‘Giovane Italia’ dagli appetiti dei governanti piemontesi e savoiardi.

E’ a lui che si deve la famosa imprecazione – ormai un luogo comune, specie in tempi (mesti, come quelli attuali) di post-grillismo militante, “Piove, governo ladro!”. Imprecazione che, per quanto sia buona sotto ogni governo (e, dunque, per e in tutte le ‘stagioni’ politiche italiane: Prima, Seconda o Terza Repubblica che sia…), è sempre più che attuale. Peraltro, quando Casimiro Teja la adoperò in una vignetta per la prima volta ‘correva l’anno’ 1861 e, sul giornale che Teja dirigeva dall’età di 26 anni, il Pasquino, la usò a corredo di una vignetta che illustrava un comizio indetto dai mazziniani. I ‘grillini’ dell’epoca, si potrebbe dire, e Mazzini era il loro guru in esilio volontario permanente, proprio come Giuseppe (detto ‘Beppe’) Grillo: infatti, ai mazziniani ieri come ai grillini oggi, non andava mai bene nulla.

Eppure, anche se la città di Torino ha dedicato a Teja una statua (realizzata nel 1903 da Edoardo Rubino, oggi si trova in piazza IV marzo) che lo raffigura in altorilievo proprio sotto la copia del busto del romanissimo Pasquino (celebre inventore, nel Cinquecento, delle cd. ‘pasquinate’ che, affisse all’inizio della suggestiva e centrale di via del Governo Vecchio, prendevano di mira papi, cardinali, aristocratici e grandi uomini di Roma) e la città di Roma ha voluto intitolare a Teja una via stradale, la drammatica damnatio memoriae che attraversa, ormai da decenni, la nostra società, ha prodotto una grave ‘dimenticanza’: trascinare nell’oblio Teja. Ed è stato solo grazie alla recente e meritoria opera dell’ultimo Consiglio regionale del Piemonte ad averci messo, come si suol dire, una ‘pezza’.

sembra un cosacco, il vigmnettista mazziniano...

sembra un cosacco, il vigmnettista mazziniano…

Vignettista, illustratore, caricaturista, ma anche giornalista, scrittore, viaggiatore e, inoltre, alpinista, Casimiro Teja (Torino, 1840-1899), Teja meritava davvero di essere ‘riscoperto’, oltre che ricordato e celebrato. Ecco perché, dunque, vale(va) davvero la pena andare a visitare (la mostra era visitabile dal 4 ottobre e fino al 16 novembre 2013, ndr.), la mostra “Casimiro Teja. Sulla vetta dell’umorismo”. Curata da due valenti disegnatori torinesi, Dino Aloi e Claudio Mellana, e organizzata e resa possibile dall’Archivio di Stato di Torino, l’esposizione presenta i migliori e più riusciti disegni dell’arte del “principe dei caricaturisti” (Teja, appunto) vissuto a fine del XIX secolo in un Piemonte allora cuore del nuovo ‘stato unito’ italiano, regio e sabaudo, e delle sue contraddizioni. Disegni e tavole che si possono ammirare insieme a stampe originali, tavole e illustrazioni pubblicati da Teja sulle diverse riviste e giornali con cui il caricaturista piemontese collaborava (Le scintille, Spirito Folletto, il Fischietto e Pasquino, dove si firmava ‘Puff’: una rivista umoristica allora molto quotata e popolare, Pasquino, che Teja diresse dal 1826 fino alla morte). In più, una sezione di disegni e vignette realizzate dai contemporanei di Teja e scelti tutti nel descrivere la ‘montagna’ in onore dei 150 anni del Cai (Club Alpino italiano) di cui anche Teja è stato un convinto e appassionato frequentatore.

Nntevole la bellezza stilistica del ritratto e l'uso raffinato dei caratteri

Nntevole la bellezza stilistica del ritratto e l’uso raffinato dei caratteri

Pezzo forte e ‘cuore’ della mostra su Teja è l’album di schizzi inediti (tavole disegnate a matita, per la precisione) che, ritrovati e comperati da un collezionista privato, che viene esposto al pubblico per la prima volta. Del resto, Teja realizzava incisioni e litografie di cui non sono, purtroppo, rimasti i disegni originali e l’album degli inediti costituisce una sostanziale testimonianza unica del suo modo di lavorare. Altri lavori esposti sono reportage giornalistici fatti da Teja per i suoi giornali: una sorta di – prezioso e curioso – carnet de voyage per immagini tra i quali spicca il racconto (racconto disegnato, ovviamente) del viaggio compiuto in Egitto per l’inaugurazione del ‘taglio’ dell’Istmo di Suez (novembre 1869, un evento, per qui tempi, davvero epocale) e il viaggio – tutto casalingo – “Da Torino a Roma” in occasione del trasferimento della capitale del Regno d’Italia prima da Torino a Firenze (1866) e – dopo la conquista sabauda dello Stato Pontificio – del secondo trasferimento, definitivo, della capitale italiana da Firenze a Roma (1870).

Illustrazione sul Pasquino del viaggio di Teja sul nascente istmo di Suez

Illustrazione sul Pasquino del viaggio di Teja sul nascente istmo di Suez

Chicca finale, l’album di schizzi inediti (tavole disegnate a matita) ritrovato da un collezionista ed esposto al pubblico per la prima volta (opera di grande valore perché i disegni realizzati da Teja oggi disponibili sono rarissimi) e dei reportage giornalistici che fanno di Teja, tra le altre cose, anche un precursore in Italia dei carnets de voyage.Tra questi ultimi spicca il racconto disegnato del viaggio compiuto dal vignettista in Egitto per il taglio dell’istmo di Suez (novembre 1869).

NB. Questo articolo è stato pubblicato sulle pagine culturali del quotidiano Libero il 10 ottobre 2013.

In mancanza di meglio e in assenza di riferimenti, ecco alcune delle (splendide) vignette e disegni di Teja che offrono Wikipedia e Digilander

La polemica contro i partiti e l’idea di ‘Comunità’. I pensieri di un Grillo sapiente e ‘socialista’, Adriano Olivetti

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“I partiti sono organismi che selezionano personale politico inadeguato. Un governo espresso da un Parlamento così povero di conoscenze specifiche non precede le situazioni, ne è trascinato. Ho immaginato una Camera che soddisfi il principio della rappresentanza nel senso più democratico e poi sappia scegliere ed eleggere un Senato composto delle persone più competenti in ogni settore”. Parole di Beppe Grillo? No, parole (e ‘parola’) di Adriano Olivetti e datate all’anno domini 1960.

Imprenditore, ingegnere e, in senso lato, uomo politico italiano, Olivetti (Ivrea, 1901 – Aglie, 1961) è diventato presto una figura mitica e mitologica dell’Italia ‘perbene’, quella che produce e soffre – da posizioni di comando – al fianco dei suoi operai, ma anche di una totale palingenesi politica. Qualcosa di più di un semplice imprenditore illuminato, più vicino ai ‘mecenati’ dell’antica Roma. Non a caso, proprio Grillo ha ricordato, più volte, nel corso degli anni, la figura e il pensiero dell’Ingegnere di Ivrea, ospitando sul suo blog pensieri e ricordi di Olivetti fino a quella della sua diretta e principale erede, Laura Olivetti, figlia di Adriano e presidente della Fondazione Olivetti. Solo pochi giorni fa, infatti, proprio sul blog di Grillo, Laura Olivetti ricordava come “Il pensiero di Comunità (la società-rivista fondata dal padre, ndr.) era che la società dovesse essere composta di piccole comunità e che queste piccole comunità si sarebbero dovute confederare in qualche maniera ed esprimere i loro rappresentanti” per arrivare poi, in tal modo, “a formare un governo centrale”.

Insomma, oggi Grillo cerca di appropriarsi del concetto di ‘democrazia illuminata’ e ‘dal basso’ espresso da Olivetti, ma la sua figura ha rappresentato molto, quasi un faro, nella storia politica e sociale italiana, con tanto di appropriazioni indebite e di contestazioni furenti da parte della sinistra, in particolare del Pci. Certo è che Olivetti è molto più di un nome, quasi un moloch, nella storia della cultura e della società italiana. Oggi, gli edifici che lo hanno visto vivere, lavorare e produrre sono stati candidati a entrare nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco per iniziativa del Comune di Ivrea e della Fondazione Olivetti stessa, con il sostegno del ministero dei Beni culturali, sulla base di una motivazione che è un proclama in sé: l’Ivrea di Olivetti rappresenta “un sistema di produzione sociale e produttivo ispirato dalla comunità e alternativo a quello proposto dallo sviluppo industriale del XX secolo”. Talmente ‘alternativo’, il sistema ideato da Adriano Olivetti, che quando un altro ‘Ingegnere’, Carlo de Benedetti, ne rilevò fabbrica e prodotti prima li spezzettò e poi li smantellò, non credendo più nelle creature del ‘genio’ Olivetti e neppure nell’informatica che avrebbe trasformato le macchine da scrivere in personal computer come Olivetti aveva capito, precorrendo i tempi e cercando di gareggiare con Steve Jobs. Occasione mancata, per De Benedetti, ieri, occasione di recupero post-industriale, oggi, per macchine geniali, a partire dalla ‘Olivetti32’.

Ma Olivetti non sfornava, solo, mentre esplodeva il boom economico, prodotti di grande qualità e largo consumo, ma anche, appunto, un’idea di ‘comunità’. Un sistema integrato, il suo, che il Pci e la Cgil di allora accusavano di ‘paternalismo’ verso gli operai cui indeboliva la ‘coscienza di classe’ e ne impediva la relativa ‘lotta di classe’, ma che producevano, a favore dei lavoratori dell’Olivetti, asili, biblioteche, centri medici, mense e, ovvio, abitazioni per operai, impiegati e dirigenti che arrivarono a coprire il 70% del perimetro urbano di Ivrea. Pezzi di storia dell’architettura e dell’urbanistica, ma anche una vera e propria ‘città dell’uomo’ che Olivetti abellì come un vero principe rinascimentale, chiamando a raccolta i migliori architetti, designer e urbanisti del periodo.

Ed è proprio ai suoi operai che Olivetti si rivolge in uno splendido e ancora attualissimo libello (‘Ai lavoratori’, Edizioni di Comunità, pp. 55, 6 euro) che raccoglie due discorsi tenuti uno a Ivrea per le consegne delle ‘spille d’oro’ ai dipendenti con 25 anni di servizio e l’altro quando l’Ingegnere andò a inaugurare il nuovo stabilimento Olivetti al Sud, in provincia di Napoli. Discorsi da cui si evince una visione del capitalismo che mirava a coniugare l’efficienza con l’etica, che vedeva nel lavoro uno strumento di ‘elevazione’, per gli operai, e non di ‘oppressione’, come predicava il marxismo, e persino un modo per catturare la ‘bellezza del mondo’ quando non addirittura sentirsi ‘vicini’ a Dio. Fa ancora più effetto, a voler rapportare le parole dell’uomo, quasi un ‘santo laico’, Olivetti che, nella sua veste di imprenditore, indica la giusta ripartizione degli utili tra lavoratori e imprenditori in modo tale che “non possano essere trasformati in larghi dividendi per gli azionisti né in compensi per i massimi dirigenti pari a tre o quattrocento volte il salario di un operaio”. Una ‘giusta mercede’, per Olivetti, e un concetto di ‘fabbrica per l’uomo’ che oggi, a maggior ragione, appare un’Utopia.

NB. Questo articolo è stato pubblicato nelle pagine culturali del quotidiano Libero il 5 aprile 2013.

Il sito della Fondazione intitolata ad Adriano Olivetti

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Nada, una voce e una scrittura ‘malanima’ e la sua passione per il Toscano

Nada, la sensualità in musica

Nada, la sensualità in musica

UN PICCOLO RITRATTO DI NADA.

Nada Malanima (Gabbro, Toscana, classe 1953), nota al mondo semplicemente come ‘Nada’, si chiama proprio così, ‘Malanima’. Un cognome, un destino. Nada è molto di più di una cantante, una che a quindici anni era già famosa in tutto il mondo a partire dalla ribalta di Sanremo con ‘Ma che freddo fa’ (provate ad ascoltarla: ancora mette i brividi), che nel 1973 Sanremo lo vince con ‘Il mio cuore è uno zingaro’ (una filosofia d’intenti, più che una canzone). Nada, già allora, abbandona la strada di un successo facile e futile, falso e stereotipato, per lavorare con un gigante misconosciuto come Piero Ciampi (poeta-cantautore) e: il titolo dell’lp, Ho scoperto che esisto anch’io, dice tutto. Nada è, certo, anche Amore disperato, come recita il titolo della canzone che la riporta alla ribalta di un successo internazionale negli anni Ottanta (e chi non ricorda quell’ ‘ah ah’ sensuale e profondo?) ma è anche e soprattutto collaborazioni artistiche raffinate, come con l’Orchestra Avion Travel, Mauro Pagani e Massimo Zamboni, che segnano la sua carriera artistica fino agli anni Novanta. Nada è, nel 2007, di nuovo Sanremo, ma con una canzone e poi un album interamente scritto da lei (Luna in piena) fino all’ultimo album, Vamp, uscito nel 2011. Nada è non solo musica e parole, ma anche molto altro ancora: teatro e letteratura, per dire in un crossover culturale e artistico continuo. A teatro Nada, dal 2008 in poi, vuol dire Musicaromanzo, spettacolo in cui l’artista racconta se stessa attraverso monologhi e canzoni all’interno di un’intima atmosfera onirica. In libreria, Nada è già un’autrice di spessore, anche se la sua ritrosia tende a vivere il suo talento come il suo successo, con semplicità e rigore. Sempre nel 2008 esce il romanzo autobiografico Il mio cuore umano (Fazi), da cui verrà tratto anche un film tv, e nel 2012, per Bompiani, il romanzo La grande casa, storia dell’amicizia di tre donne speciali (Elke, Gemma ed Emilia) e del destino che le ha fatte incontrare. Sempre donne, al centro dei suoi racconti, come nell’esordio letterario (Le mie madri, Fazi, 2003) perché – dice Nada – “La pazzia mi sfiora o ce l’ho dentro, mi accompagna, non sono una scrittrice, ma è una vita che scrivo per me stessa”. Perché Nada è sempre una donna vera, che canti o scriva.

Nada canta a Sanremo (1969)

Nada canta a Sanremo (1969)

INTERVISTA: ‘UN AMORE DISPERATO’. LA PASSIONE DI NADA PER IL TOSCANO.

Nada fuma il sigaro con un’eleganza dandy, ma anche con passione. Nada (Malanima) e il sigaro sono, oramai, un binomio inscindibile. Nada ‘è’ il sigaro. Al femminile, si capisce, ma un femmineo roco, pastoso, scontroso e sensuale. ‘Alla Nada’. Nada fuma il sigaro con passione e determinazione e non se ne separa mai, quasi come con Gerry Manzoli, suo compagno di vita e di arte, il suo amore. Perché Nada, quando ama, ama intensamente, profondamente, voluttuosamente. Amore disperato? No, amore incatenato sì, però. Questa è la prima intervista che Nada concede sulla sua passione non segreta e nascosta, ma vissuta ed esibita, quella del sigaro, passione che però non ha mai raccontato. E, possiamo assicurarvelo, quando Nada ‘racconta’ è come sentirla cantare. Senti il miracolo che è.

Nada, quando hai iniziato a fumare il sigaro? E perché?

Oh, è nata molto tempo fa, ma lo ricordo con precisione. Era il 1983, ero in barca, a fare un viaggio per il Mediterraneo, e c’era un mio amico che fumava il sigaro, un Toscano. Io avevo smesso da un po’ di fumare sigarette, mi facevano male. Eravamo in un luogo bello, incantato. Ho assaporato il Toscano e, da allora, non ho più smesso. E’ diventato il mio modo di fumare. Da allora in poi, devo avercelo sempre dietro, il ‘mio’ Toscano.

Che tipo di Toscano fumi e quando lo fumi?

Antico Toscano. Sempre e solo quello. Ho provato un po’ di tutto e anche se so che vi sono delle qualità più pregiate non riesco a ‘tradire’ l’Antico. Non c’è un momento particolare, per fumare. Fumo spesso, quando e dove posso. Dopo pranzo, fumo sempre. In ogni caso, ho sempre in mano un Toscano, per tutta la giornata. E il momento in cui me lo assaporo di più è quando sono da sola, in relax, mentre leggo o penso.

Prendi precauzioni, rispetto all’ambiente esterno, quando fumi?

Sì, cerco di non dare fastidio agli altri. Ma vedi, succede che le persone che ho intorno se all’inizio mi guardano storto, appena tiro fuori il sigaro e sto per accenderlo, poi si ricredono. Perché un Toscano puzza molto meno di quanto si dica! A me, in ogni caso, piace anche il suo odore, lo assaporo. E ricordo a tutti che le sigarette puzzano molto di più…

Hai un modo tuo di fumare il Toscano?

Sì, ma è del tutto inconsapevole. Molti intenditori mi dicono che lo fumo molto bene, che faccio in modo che non puzzi e che il mio ‘tiraggio’ è molto buono, ma io lo faccio senza rendermene conto.

Usi gli assessori classici che accompagnano un buon sigaro?

Devo ammettere che li uso molto poco. Eppure, da quando si è diffusa la notizia che fumo il sigaro, mi hanno riempito casa, specialmente a Natale, di tutti i regali possibili e immaginabili legati al Toscano: portasigari, tagliasigari, umidificatori, etc. Io, però, sono molto discola e anarchica anche in questo. Me li dimentico e spesso, quando sono in giro, faccio come posso. Taglio i sigari con il coltello, con le forbici o con quello che capita! Lo so che non è da puristi, ma me la cavo lo stesso. Vale lo stesso per i portasigari. Me li dimentico e dunque i sigari li porto sciolti nella borsa, o in tasca, ma sempre ben arrotolati o avvolti in fazzoletti o tovaglioli. Mi piace sentirmi addosso l’odore del Toscano, sempre.

Quando scrivi o componi fumi?

No, mai. Fumo quando sono in relax, quando leggo o bevo o dove capita.

Donne e sigaro, un abbinamento che ancora oggi molto giudicano ‘sconveniente’…

Oh, sì, ogni tanto mi guardano strano e capisco che pensano con una certa sorpresa o scandalo: ‘guarda, una donna che fuma il sigaro!’. Le donne fumano poco il sigaro, è vero, che è ancora associato a una cosa maschile, ma io non ci penso. Fumo il sigaro perché mi piace e basta! Comunque, non penso affatto che il sigaro uccida la femminilità, sono solo convenzioni. E se qualcuno pensa che sono ‘un maschiaccio’ solo perché fumo il sigaro, beh si sbaglia di grosso…

A proposito di donne. Sono sempre al centro dei tuoi romanzi, anche dell’ultimo, La grande casa.

Forse perché sono una donna e conosco meglio l’argomento… Non credo che le donne siano migliori o peggiori degli uomini, ma sono diverse da raccontare: mi permettono di descrivere personalità complesse e tormentate, grazie alla loro femminilità, mentre gli uomini sono figure più distaccate e razionali.

In cosa, il tuo ultimo libro, è diverso dagli altri due precedenti?

Negli altri c’era molto più autobiografia, c’era molto più me stessa, in questo no, sono storie diverse (anche se c’è la storia di una cantante). Quando scrivi c’è sempre molto di te, della tua sensibilità, ma questa è una storia inventata, anche se ispirata a fatti che ho vissuto. Ci si può calare dentro pensando di trovarci qualcosa di me, ma i romanzi inventano sempre, pur partendo dalla realtà…

E’ più difficile scrivere libri o canzoni?

Non è faticoso nulla, se ci credi. Sono sempre cose che mi nascono da dentro. Scrivo le canzoni che amo ed a un certo punto ho sentito l’esigenza di andare oltre, di raccontare storie. Scrivere mi viene facile, come cantare. Poi sono gli altri, quelli che ti stanno intorno e che ti aiutano, ti danno fiducia, a farti credere nelle tue capacità e in quello che stai facendo, che ti dicono che hai delle possibilità.

Già, perché – in fondo – scrivere o cantare è come fumare: devi piacere anche a chi ti sta intorno (et. co.).

 NB. Questo articolo è stato pubblicato sul numero 2/2012 della rivista ufficiale del sigaro toscano, ‘Il Toscano”.

il sito ufficiale della cantante Nada

Una indimenticabile canzone di Nada, ‘Ma che freddo fa’:

http://www.youtube.com/watch?v=T1jdyA8Cikw (“Ma che freddo fa“)