“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

Marino lancia cinque siluri: contro Renzi, il Pd, le inchieste, il Mondo intero e pure il Papa…

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Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

1) IL ‘MARZIANO’ E’ RI-SBARCATO A ROMA…

Se avessi seguito le indicazioni del Pd oggi sarei in galera!”. L’ex sindaco di Roma, il ‘marziano’ Ignazio Marino, ieri è tornato sulla scena pubblica con il botto, ma anche con tutti gli onori. Presentazione del suo libro, Un marziano a Roma, la citazione è dal famoso libro di Ennio Flaiano, alla Sala della Stampa Estera di Roma: parterre de roi, selva di telecamere e di giornalisti, esteri ed italiani (oggi si replica alla libreria Feltrinelli in galleria Sordi, la casa editrice sfrutta, giustamente, l’occasione). Marino ne ha per tutti, naturalmente, ma il suo primo e vero obiettivo è solo il Pd. E cioè il partito che lo ha prima destabilizzato, poi corroso, infine defenestrato da piazza Campidoglio in una torrida estate (luglio-settembre 2016) di meno di un anno fa. Marino non gliel’ha perdonata e, ora, con la campagna elettorale alle porte, una candidatura del Pd che, nonostante le primarie vinte da Roberto Giachetti su Roberto Morassut, stenta a decollare, e soprattutto tanti, troppi, avversari che si affollano – dalla temutissima grillina, Virginia Raggi, incubo di ogni democrat che si rispetti, ai nomi della singolar tenzone che sta avviluppando in uno spirito suicida il centrodestra romano (Giorgia Meloni, Guido Bertolaso, Francesco Storace, senza dire, ovviamente, di Alfio Marchini…) – davanti agli occhi di Renzi e rischiano di fargli perdere non solo Roma, ma anche l’onore del Pd, l’ex marziano è ridisceso sulla Terra, quella dell’Urbe, a prendersi molte rivincite, legittime o meno.

2) IL DURISSIMO ATTO DI ACCUSA CONTRO RENZI…

Al centro del racconto, un atto di accusa permanente contro il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, colpevole – tre volte colpevole – di avere orchestrato un golpe nei suoi confronti per rimuoverlo dalla carica di sindaco. Repubblica, che anticipa il libro, riporta un passaggio in cui Marino racconta della via d’uscita – o, meglio, stando alla sua versione dell’”offerta indecente” offerta dal Pd al sindaco, attraverso il vicesindaco e assessore dem Marco Causi, per uscire di scena: “Tu lasci Roma, vai a Filadelfia e spegni il cellulare. Così, per irreperibilità del sindaco, il governo dovrà nominare un commissario e sciogliere consiglio e giunta”. Insomma, si sarebbe trattato, per Marino, di un golpe, nemmeno tanto legalizzato, di fatto illegale. Marino, certo, ne ha per tutti: parla anche delle Olimpiadi, definendo la decisione di presentare la candidatura di Roma “una fuga solitaria” del premier eseguita senza coinvolgere il Comune. E a Giovanni Malagò e Luca Cordero di Montezemolo “imputa di avere incentrato il dossier olimpico sulla costruzione del Villaggio di Tor Vergata per soddisfare il consorzio di imprese che su quell’aerea vantano diritti di costruzione”. E proprio ai principali costruttori romani Marino rivolge accuse dirette e durissime. A Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero di Roma come del Mattino di Napoli, imputa di avere “quasi sempre utilizzato i media che possiede per infangarmi”, mentre “dei fratelli Toti o Sergio Scarpellini, dice, “ho sempre avuto l’impressione che detestassero il rischio di impresa”.

3) NON SI CANDIDERA’ MA POTREBBE INDICARE DI VOTARE LA M5S RAGGI…

E così, la giornata di Marino il Distruttore, non solo non è finita, ma non è neppure iniziata, quando l’ex sindaco – tra un intervista e una presentazione, una comparsata in tv e un’anticipazione del suo libro-verità, parla ‘anche’ a Radio Capital, prendendo tempo sulla sua possibile candidatura: “Credo che in questo momento i partiti non hanno più la dignità per esprimere una candidatura in una città come Roma. Spero in un movimento e una mobilitazione civica che offra l’opportunità ad un candidato di governare la città. Io non ho detto che mi ricandido. La mia candidatura sarà tema di dibattito nelle prossime ore”, dice Marino, lasciando tutti con il fiato sospeso, specie il candidato di Sel-SI,. Stefano Fassina, che invece spera e prega che si ritiri e lo appoggi, senza fargli troppo male. “Non ho detto né sì né no, non è questa la sede per fare annunci e io non faccio balletti. Comunque, n è detto che poi sarò io – aggiunge Marino – In Italia abbiamo superato i 60 milioni di abitanti e sono sicuro che tra loro c’è una donna o un uomo che sono all’altezza della guida di Roma, ma il lavoro iniziato per qquesta città va completato. Non ci sono unti del Signori, ma spero ci possano essere candidati di statura molto più elevata di quelli che si sono presentati finora”, conclude sibillino. Poi, alcuni suoi ex collaboratori che hanno lavorato con lui lasciano trapelare una mezza verità o, meglio, uno scenario da incubo, specie per Giachetti e il Pd di Renzi: “Marino, quasi sicuramente, non si candiderà, lasciando a piedi tutti quelli che hanno creduto in lui, ma il vero coup de theatre per provare ad ammazzare definitivamente il Pd nella Capitale e infilzare Renzi, cercando di fargli male anche a livello nazionale, potrebbe essere un altro: aspettare, silente, il lavacro del primo turno e, di fronte alla probabile alternativa, al ballottaggio, tra Giachetti e Raggi dare indicazione di voto per la grillina, facendo pesare se stesso per farla vincere e uccidere il Pd…”.

Non a caso, anche in chiaro, durante la conferenza stampa, Marino sbaglia – di certo non per errore o sbadataggine – il nome proprio di Giachetti, che chiama ‘Riccardo’ e non ‘Roberto’ e di cui dice: “Non lo conosco personalmente, mentre Virginia Raggi (M5s) sì”. Il che avvalora la tesi dei suoi…

4) I CINQUE SILURI CONTRO RENZI E QUALCHE SILENZIO DI TROPPO…

Ecco perché, dunque, nel frattempo, sono già tutti partiti i siluri di Marino contro il Pd di Renzi: di ieri, di oggi e, se possibile, pure quello di domani. “Se avessi seguito tutti i consigli del Pd forse mi avrebbero messo in cella di isolamento”, il primo. Ma soprattutto Marino attacca, duramente, Renzi secondo siluro: “Roma bisognava sganciarla dalle lobby, mentre Renzi preferisce sedersi a tavola con le lobby. Avevo grandi aspettative – lo sferza Marino – nei suoi confronti nel momento in cui lui aveva un ruolo politico nazionale. Pronunciava parole in cui mi riconoscevo, come quelle sulle liberalizzazioni delle aziende che al Comune non servivano o sulle scelte delle persone da fare sulla base dei curricula. Da quella affermazioni siamo passati alle scelte dei direttori Rai e delle reti. Se l’avesse fatto Berlusconi molti giornali si sarebbero ribellati”, l’affondo ancora più pesante. Poi, quarto siluro,  ripercorre i due anni e poco più del suo mandato, dalle primarie vinte con tanto di incoronazione nel 2013 fino allo scandalo degli scontrini che ha provocato il terremoto in Campidoglio e le sue dimissioni. E qui, però, Marino si fa muto, anzi fa il pesce in barile: gli sono arrivati avvisi di garanzia per gli scontrini, ma lui non spiega nel dettaglio, non risponde nel merito. Si limita ad accusare, ancora una volta, Renzi: “Ritengo di non aver nulla di più da spiegare di quel che ho fatto. Quando verrò chiamato spiegherò a proposito di questi 12 mila euro che mi vengono imputati. Mi piacerebbe che la stessa trasparenza venisse utilizzata dal capo del governo che – leggo sui giornali – ha speso in un anno come presidente della Provincia di Firenze (che è più piccola della Capitale) 600 mila euro in spese di rappresentanza, rapidamente archiviate dalla magistratura contabile”. Non basta. Nuovo (ultimo e quinto) attacco frontale a Renzi: “Parigi riceve dal governo nazionale 1 miliardo all’anno per gli extra costi della città. Londra riceve 2 miliardi. Occorrono investimenti su Roma, ma bisogna amarla la Capitale: il nostro capo del governo non ama Roma”.

5) GLI ALTRI SILURI LANCIATI CONTRO IL PD (ORFINI, CAUSI, ZINGARETTI)…

Non mancano, ovviamente, le difese a spada tratta di – tutte, ma proprio tutte – le scelte fatte fino all’ultima, quella che lo ha condannato, di fatto, all’auto-espulsione: “Per l’ultimo rimpasto di giunta (quello di luglio 2015, con l’estromissione di Sel, ndr.) mi sono fidato dei consigli di Matteo Orfini che sosteneva di averne discusso con il capo del governo. Io ho condiviso questa scelta e me ne assumo la responsabilità, non mi aspettavo che alcuni degli assessori nominati fossero arrivati lì con il compito di guastatori”. E qui Marino mette in mezzo, nel calderone delle accuse, pure Orfini.

Poi, sui suoi attuali rapporti (o, meglio, ‘non rapporti’) con il Pd osserva (ennesima bordata…): “Io ho la tessera del Pd dell’anno 2015. Quest’anno non l’ho ancora rinnovata, ma l’anno non è ancora terminato. Io mi sento democratico nell’animo, non rinuncio all’idea che anche in Italia possano esistere finalmente due forze, conservatori e riformisti. Il Pd che ho fondato io è diverso dal partito che c’era, che aleggiava in questa città a ottobre e novembre, un partito dove tutti i circoli sono stati chiusi, dove c’è un commissario, dove i consiglieri comunali hanno ricevuto l’ordine di dimettersi senza venire in aula a confrontarsi con il loro sindaco. Il Pd non esiste” conclude…. Non solo. Per Marino – attacco a Renzi al cubo – “in questo momento abbiamo non un governo di centrosinistra, ma di centrodestra, con Alfano e Lorenzin di Ncd e, al Senato, con l’appoggio di Verdini”.

A distanza ravvicinata arrivano, ovviamente, anche le repliche dei diversi protagonisti romani e laziali del Pd tirati in ballo da Marino: il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, accusato da Marino di aver rallentato, se non addirittura boicottato, l’azione di cambiamento della sua giunta, dice: “Non ho letto il libro. Ho letto dello stadio della Roma e voglio chiarire che la Regione è ancora in attesa del progetto dello stadio. Non sono abituato a dire sì o no in assenza di progetti”. “Offeso e rattristato” si dice il deputato dem Marco Causi per le accuse mossegli: “La frase che mi contesta Marino non l’ho mai usata. Si tratta di un falso falso che mi offende e mi rattrista”.

6) UN EVERGREEN, LE ACCUSE SU MAFIA CAPITALE…

Sull’inchiesta che ha terremotato la città di Roma e, anche, tre quarti del Pd capitolino, facendone finire in galera diversi esponenti, e cioè l’inchiesta giudiziaria di ‘Mafia Capitale’, Marino dice: “Quando iniziò la vicenda nel dicembre 2014 ed era evidente che né io né la mia Giunta avevamo nulla a che fare con quel mondo, l’allora vicesindaco Luigi Nieri mi chiese ‘perché non ti dimetti adesso, verrai rieletto a furor di popolo nella primavera 2015’. Io ho ragionato come avrei fatto in sala operatoria: ero vicinissimo a chiudere per la prima volta il bilancio preventivo del 2015 entro il 2014 e dovevo buttare la città in una campagna elettorale solo perché io ne avrei avuto un grande vantaggio? Ho scelto di chiudere il bilancio 2015 entro il dicembre 2014”. Poi Marino ne ha anche per il suo successore ‘tecnico’, il commissario straordinario Francesco Paolo Tronca: “E’ stato indicato monocraticamente da un capo del governo non eletto dal popolo. Non posso giudicarlo, le azioni del prefetto sono riconducibili al governo, è semplicemente un esecutore”.

7) NON CONCEDE NESSUNA GRAZIA, NEMMENO AL LPAPA NELL’ANNO SANTO …

Marino, infine, offre la sua versione pure sulle gelide parole del Papa dirette contro di lui nel viaggio di ritorno dagli Usa dopo le polemiche sul suo viaggio da ‘imbucato’ nella delegazione papale a Philadelphia (“Sia chiaro, Marino non l’ho invitato io!”, aveva sillabato ai giornalisti papa Bergoglio in aereo di rientro dagli Usa), ma anche qui l’ex sindaco ha la sua lettura: “Ho avuto una piacevole conversazione con Papa Francesco durante la quale ho ripercorso in termini severi la mia visione dei fatti. Non va attribuito a lui ciò che va attribuito a Renzi e al Pd, anche se alcuni hanno voluto interpretare le sue parole come un via libera contro Marino per potersi liberare di questa figura scomoda. L’incontro si è tenuto a febbraio. Abbiamo stabilito che avrei raccontato gli incontri avuti con lui e che lui avrebbe letto il testo prima della pubblicazione”. Morale: finirà che Marino, con il suo libro-verità, finirà per inguaiare pure il Papa.

Un vero Diavolo, più che un Marziano…

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 31  marzo 2016 sulle pagine di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

‘Successone’. Analisi del mio blog nel 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 22.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 8 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

#IldiavolovesteItalicum/9. Letta paragona Renzi a Berlusconi, il premier vede l’ultima tappa. Minoranza dem e opposizioni in ordine sparso

La sede del Parlamento dell'Unione europea, interno dell'aula di Bruxelles

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

“Voterò contro un provvedimento di cui non condivido metodo, percorso e contenuti; perché l’Italicum è un parente stretto del Porcellum e perché Renzi fa come Berlusconi nel 2005 contro cui dicemmo ‘mai più mentre ora è il Pd a scriversi le regole del gioco da solo”. L’ex premier, oltre che ex braccio destro di Prodi e di Bersani, Enrico Letta, ha perso le prudenze di una vita. Si sente “libero”, da quando ha deciso di abbandonare la politica attiva per dedicarsi allo studio (dirigerà, da settembre, la scuola SciencesPo di Parigi), “molto libero di dire quello che penso” (e i risultati si vcdono) e, pure, nel frattempo, di fare politica, ma più fuori dal Pd che dentro, e promuovere il suo libro, per dire, con molte associazioni cattoliche impegnate nel sociale e di area centrista come l’Mcl.

Ieri, il suo affondo contro Renzi e contro l’Italicum, Letta lo ha lanciato dagli studi di ‘In mezz’ora, ospite di Lucia Annunziata. Tutelato solo il ruolo del Capo dello Stato, con cui ha un ottimo rapporto (“se Mattarella firma l’Italicum non mi scandalizzo”), Letta ha demolito la legge elettorale pezzo per pezzo, poi è passato a Renzi: “io e lui siamo molto diversi” (nessuno nutriva dubbi); “nel suo racconto del Paese c’è sempre questa idea che lui decide e gli altri non decidevano e nessuno ha mai deciso nulla prima…”.

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Il premier non risponde direttamente a Letta, ma a tutti (avversari e ‘gufi’) da Bologna, dove partecipa alla Festa dell’Unità speciale, quella per i 70 anni della Liberazione, con tanto di polemiche per i mancati inviti ai big della minoranza e di pesanti contestazioni. Renzi spiega che “non ci fermeremo a cento metri dal traguardo”, “le riforme le completeremo tutte, Italicum in testa”, “per cambiare ho rischiato l’osso del collo, ma questo è fare Politica”. Renzi riesce a recuperare, in parte, un pezzo del dissenso interno sull’Italicum, quello di Gianni Cuperlo e dei suoi che, in 14 su 20, si sono astenuti nel voto di fiducia come i 17 bersaniani e altri 6 (totale: 37 dissidenti): “Caro Gianni, questa è anche casa tua. Lavoreremo insieme su vari progetti, a partire dalla nuova Unità”.

Cuperlo annuncia per stamane la riunione di tutti i ‘ribelli’ per decidere ‘come votare’, ma dipende da cosa faranno le opposizioni perché i dissidenti del Pd vogliono marcare una posizione ‘terza’. Ecco perché quello dei ribelli del Pd sarà un astensione o un ‘no’ (più probabile) se resteranno in Aula, in caso di voto palese, o sceglieranno l’uscita dall’Aula se sarà chiesto dalle opposizioni il voto segreto.

Ma questo – la richiesta o meno del voto segreto, richiesta legittima, sulla legge elettorale, purché avanzata da 20 deputati o un gruppo politico –  dipende, appunto, dalla scelta politica di opposizioni tornate divise al loro interno. Si va da SeL (Scotto è per chiedere il voto segreto) a FI (Brunetta ha cambiato idea ed ora vuole il voto palese, per non dare alibi ai verdiniani interni) mentre F’d’It, Lega, M5S sono per la via drastica, quella dell’Aventino.

E se i 50 ‘responsabili’ – ma per i bersaniani doc Stumpo e Leva “sono molti meno, millantano, oggi si vedrà palesemente, molti dei presunti firmatari del loro documento, almeno 15, voteranno con noi e Speranza” – ormai già ex Area riformista, voteranno sì all’Italicum, coerenti con il sì alla fiducia, Come annuncia uno di loro. Il pugliese quarantenne Dario Ginefra, lo zoccolo duro dei ribelli resiste, tetragono, alle sirene renziane. “Quello della fiducia” – spiega Alfredo D’Attorre, bersaniano ma con un piede fuori dal Pd – è una ferita profondissima. Ci sarà un prima e un dopo Italicum”. Se è vero lo si vedrà a partire da oggi.

NB. Questo articolo è’ stato pubblicato il 3 maggio 2015 sulle pagine di Politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Bonanni anticipa l’addio alla Cisl, dove gli succederà la Furlan, ma pensa a una nuova aggregazione di cattolici

Le riforme, e cioè “la madre di tutte le battaglie che stiamo affrontando in questi giorni”, per dirla con il piglio guerresco del ministro alle Riforme Maria Elena Boschi, sono approdate, a partire da oggi, in Senato. Compito e lavoro non facile, a dirla tutta. Infatti, se è vero che gli effetti della sentenza Ruby hanno subito prodotto i loro benefici effetti – a voler guardare le cose dal punto di vista di palazzo Chigi – con tanto di rinsaldamento (definitivo?) del ‘patto del Nazareno’, il governo rischia di fare i conti senza l’oste. E ‘l’oste’ si chiama Aula, schiumante rabbia, insofferenza e insoddisfazione, di palazzo Madama. Come sempre in questi casi, infatti, ai calcoli politici si mischiano problemi e veri e propri drammi personali.

Infatti, se nella ‘fronda’ dei dissidenti di casa Pd c’è chi lo fa per convinzione profonda (Chiti, Tocci, etc.), chi quasi per dispetto (Mineo) e chi in modo intelligente e collaborativo (Gotor, Russo), in casa azzurra i dissidi di linea politica avversa a quella del Cav (Fitto, ma anche i cosentiniani e altri ‘sudisti’ sparsi tra FI e Gal) si mischiano con voglie ed eccessi di protagonismo (Minzolini). Infine, a complicare le cose, oltre all’ostruzionismo, ormai palese – specie dopo la rottura del (finto) dialogo sulle riforme M5S/Pd – dei grillini e quello dei vendoliani (tutti ‘ortodossi’, e cioè sulla linea Vendola, non a caso neppure uno è uscito dal gruppo di Sel), ci è messa, e a partire da oggi, pure la Lega Nord.

Per un Calderoli sostanzialmente ‘collaborativo’ , ma che ieri avvertiva la Boschi (“Non è vero, come lei dice, che il tempo della trattativa è finito”), c’è un segretario, Matteo Salvini, che avverte Renzi via schermi di Agorà estate (Rai 3): “Il Senato così com’è non serve, la riforma, così com’è, non la votiamo”. Morale: già sommabili i voti di M5S (ortodossi, 40, e dissidenti, 14), Sel (7), due su dieci dei Popolari (Mauro e Di Maggio), i dissidenti democrat (15, ma forse meno) e azzurri (tra cinque e dieci, dipende dalle capacità di ‘convinzione’ che metterà in campo Berlusconi verso di loro in questi giorni…), se arrivano i 15 senatori leghisti, la differenza la potrebbero fare – per far ottenere al governo e alla maggioranza l’agognata ‘quota’ dei 2/3 (214) dei voti utili a evitare il referendum confermativo – due gruppi minori e molto magmatici, Gal (11) e Autonomie (10). Non a caso, già oggi M5S e Sel chiederanno di mettere ai voti la necessità di rispedire il ddl Boschi in commissione e, nel corso dei prossimi giorni, se ne vedranno delle belle sugli articoli più deboli e contestati della riforma del Senato: elettività dei senatori, se di primo o secondo grado e come, immunità degli stessi, riduzione del numero dei parlamentari, se debba riguardare pure la Camera.

A complicare di più le cose, c’è anche il timing dei lavori d’aula. Dopo circa trenta ore di dibattito, quelle della scorsa settimana, è iniziata la discussione generale sul ddl Boschi (recante, appunto, riforma del Senato e riforma del Titolo V della Costituzione). Una discussione che si era già rivelata infuocata e ‘caldissima’, oltre che lunga quanto quella del Senatus et popolusque romanum (124 interventi di altrettanti senatori, venti minuti cadauno), ma che, da oggi in poi, s’è capito che la settimana in corso sarà pure peggio. Dopo le repliche dei due relatori, infatti, e prima di iniziare il vaglio degli emendamenti (4500 quelli presentati ‘solo’ sui primi due articoli del ddl, 7831 in tutto, 6 mila solo da Sel…) ha preso la parola la Boschi ed è stata proprio lei a dar fuoco alle polveri. “Le bugie, in politica, non servono, anzi, come diceva Fanfani – ha detto la ministra in Aula – hanno le gambe corte. Parlare di svolta illiberale e autoritaria in corso nel Paese è una bugia allucinante”.

Apriti cielo. Si sono indignati tutti, dai grillini – non nuovi ai soliti show en plein aird’Aula, tra cartelli, urla belluine, pianti e persino letterali svenimenti – ai ‘sellini’, dai dissidenti azzurri a quelli Pd (Mineo) fino ai più oscuri senatori peones di ogni ordine e grado. Il presidente, Pietro Grasso, ha cercato inutilmente di riportare la ‘calma’ in Aula, ma ormai la frittata era fatta. ‘Frittata’, quella della ministra, che fa il paio con l’intervista rilasciata ad Avvenire pochi giorni fa in cui apriva al nemico storico della sinistra italica da decenni (il semipresidenzialismo di craxiana memoria..) e che la mette in una posizione scomoda e difficile anche dentro il Pd. Infatti, se ‘contro’ Renzi, tra i democrat (senatori o deputati) è difficile trovare qualcuno che osi dire ‘ah’, contro la Boschi se ne sentono – specie nei corridoi del Transatlantico – di tutti i colori. E se è vero che c’è del sessismo malcelato, in tali critiche, è anche vero che i mugugni sul Pd a trazione renziana salgono d’intensità. Eppure, il premier è stato chiaro: “L’ostruzionismo è un sasso messo sui binari delle riforme”, ha detto dal Mozambico, “ma noi con pazienza togliamo il sasso e faremo ripartire il treno”. L’intento politico di Renzi, del governo e dei renziani di casa Pd è chiaro. Il solo elemento che latita in modo lampante è la pazienza, che a metter ‘sassi’ sulla via delle riforme ci pensano i dissidenti.

 

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il leader uscente della Cisl, Raffaele Bonanni

il leader uscente della Cisl, Raffaele Bonanni

ROMA –  Raffaele Bonanni annuncerà oggi, in una riunione straordinaria di tutti i segretari confederali e regionali della Cisl, che lascerà la guida dell’organizzazione che guidava, ormai, dal lontano 2006. La notizia la lancia Dagospia che ‘brucia’ l’intervista che il leader cislino aveva programmato, non a caso, col quotidiano Avvenire. La scadenza ‘naturale’ del mandato di Bonanni (riconfermato segretario nel 2009 e, poi ancora nel 2013, ma solo per due anni perché in procinto di raggiungere, nel 2015, il limite dei 65 anni), era, però, fissata ad aprile 2015 e nessuno si aspettava l’anticipo né, tantomeno, un anticipo così brusco, così immediato e immotivato, a meno che non si voglia credere alle ‘voci’ di una mezza ‘rivolta’ della pancia cislina contro la gestione Bonanni e addirittura contro la sua pensione e le prebende accumulate.

Eppure, solo pochi giorni fa, Bonanni, a Senigallia, al seminario dell’Mcl, il movimento cattolico del lavoro guidato da Carlo Costalli, non aveva dato cenni di alcun genere, sull’argomento dimissioni. Anche se aveva tenuto un intervento molto ‘politico’ e criticato non solo la Cgil, ma anche il premier Renzi e la sua cronica ‘carenza’ di concertazione, metodo di lavoro a metà tra il sindacale e il politico da sempre caro al sindacato cislino.

il futuro segretario della Cisl, Anna Maria Furlan

il futuro segretario della Cisl, Anna Maria Furlan

Almeno per la successione a Bonanni, non vi sono né vi saranno problemi. Da tempo il leader cislino ha individuato il suo delfino in Annamaria Furlan (56 anni, genovese), che verrà indicata già oggi all’interno della riunione di tutto lo stato maggiore della Cisl, ma la cui nomina verrà formalizzata solo nella prima decade di ottobre, quando si riunirà il Consiglio generale del sindacato bianco in una sorta di congresso generale anticipato. Ma i motivi delle dimissioni di Bonanni sono assai più complicate. Certo, fonti di via Po, sede centrale della Cisl, parlano di “normale avvicendamento” e di una decisione “già maturata nell’estate”. Tutt’al più, si spingono a indicare una (ennesima) strategia ‘anti-Camusso’.

Venerdì 25 ottobre, peraltro, vi sarà un già previsto incontro a tre (Bonanni-Camusso-Angeletti) per decidere le modalità di mobilitazione di Cgil-Cisl-Uil sul lavoro e su possibili (ma molto difficili) iniziative ‘unitarie’ della cd. ‘Trimurti’ in previsione dell’autunno (caldo?). La Cgil preme per scioperare, come farà la Fiom, sull’art. 18, Cisl e Uil non ci pensano neppure. E lo stesso Bonanni va al Tg3 per assicurare che “la posizione della Cisl sul lavoro non cambierà”. Niente strappi, né tantomeno scioperi, sull’art. 18 come fa la Cgil.

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei

Ma se Bonanni ha rappresentato, in tutti questi anni, una linea aperta ai tanti cambiamenti del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu alla riforma Biagi), oltre che dialogante con tutti i governi (Berlusconi, Prodi, Monti), il leader cislino è stato anche ben altro, specie in campo ‘pre-politico’. Uno dei protagonisti delle operazioni ‘Todi 1’ e ‘Todi 2’, per dire, quando il mondo cattolico (Cisl, Mcl, Acli, Confcoop), era a un passo dal fondare, sotto la benedizione della Cei del cardinal Bagnasco (e, indirettamente, del ‘vecchio’ Ruini), un vero partito o, quantomeno, un movimento politico. Un progetto in parte tradito e, in parte, naufragato con la discesa in campo del senatore Monti e della sua lista. Morta, però, nel giro di meno di un anno, o meglio squagliatasi Scelta civica, il partito-non partito (più un cartello elettorale) montiano e rimessosi in moto il quadro politico, si vuole rimettere in moto pure il mondo cattolico che sente e continua a coltivare il sogno di  colmare, al ‘centro’ dello schieramento politico, un grande vuoto. Ecco perché Bonanni vedrà prima Enrico Letta (già la prossima settimana, si dice) e poi molti altri protagonisti di quella stagione e non, forse pure quel Corrado Passera oggi impegnato a lanciare, portandolo in giro per l’Italia, il suo movimento-pre-partito-non-partito, ‘Italia Unica’. “Se Renzi fallisce e in Italia arriva la Troika, dobbiamo essere pronti a offrire una nuova offerta politica”, dice un ex Todi 2. Almeno Bonanni, da oggi, è pronto a tessere la sua nuova tela.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2014 sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Senato, Renzi getta un ponte ai ribelli. Legge elettorale come merce di scambio. Ma il premier dice: “tratto solo su cento modifiche, non su 8 mila”.

ROMA – Come nel gioco dei ‘Quattro Cantoni’, da ieri, il problema della politica non è più, pare, la riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, ma la legge elettorale, meglio nota come Italicum. Ma prima di analizzare perché l’Italicum – dopo essere stata approvato dalla Camera tra urla e strepiti non solo delle opposizioni ma anche di tutti i partiti ‘piccoli’ della coalizione di governo (Ncd, Sc, Popolari, Cd), langue da mesi, per scelta dell’asse del ‘patto del Nazareno’ (Pd-FI), nei cassetti del tanto vituperato Senato – è tornata ‘come il sole all’improvviso’ centrale nel dibattito politico, conviene fare il punto sulla ‘madre di tutte le battaglie’, la riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, meglio noto – al colto come all’inclita – come ‘ddl di riforme della Boschi’.

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

A partire da oggi, lunedì sera (28 luglio), al massimo da martedì mattina (29 luglio), nell’aula di palazzo Madama ripartirà il tour (de force, non di Francia…). Quello che prevede la bellezza di (almeno) 80 ore di votazioni a causa dei 7850 emendamenti da esaminare (e votare) con una media di lavoro di cinque/sette ore al giorno di lavoro dei ‘poveri’ senatori e per (almeno) tutti i prossimi quindici giorni. E visto che di riuscire a finire per l’8 agosto anche il governo Renzi e il ministro Boschi – che ci avevano provato, a forzare i tempi – hanno capito che proprio non ce la si faceva, ecco la nuova data e la nuova ‘tappa’ del (massacrante, almeno per i senatori…) gran tour: si va avanti “a oltranza”fin quando il ddl Boschi non passa.

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Renzi dice di non temere l’ostruzionismo delle opposizioni, ma i primi voti segreti sono alle porte e il governo rischia grosso, si sa. Con una mega-intervista uscita proprio ieri il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi, lancia un messaggio tutto ‘politico’ e tutto indirizzato, soprattutto, a Sel e ai suoi 6 mila emendamenti: “mettete da parte le proposte di modifica ‘fantasiose’, quelle di sostanza – spiega – saranno poi oggetto di confronto politico”.

Solo che, dalle parti di Sel, dove le ‘aperture’ come quelle di Nichi Vendola ,sempre via interviste, pure non mancano, sono della saggia filosofia ‘se volere tappeto, prima vedere cammello’. Insomma, non si fidano neppure delle aperture (possibili, da parte del governo) su temi cari a Sel come alla minoranza ‘bersaniana’ del Pd: numero di firme da raccogliere per il referendum, etc. Vorrebbero aperture ‘vere’ o su temi sostanziosi (mix tra elezione diretta e indiretta dei senatori, riduzione del numero ‘anche’ dei deputati come da insidiosi emendamenti presentati presto al voto), oltre che, appunto, sull’Italicum. Di Italicum parlerà anche il leader dei pentastellati, Beppe Grillo, che oggi ‘calerà’ a Roma per incontrare i suoi parlamentari (tema dell’incontro sono, in teoria, i costi della politica), pur se il suo vero obiettivo è mettere a tacere, e per sempre, la ‘fronda’ dei moderati (Di Maio).

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Qui, invece, e cioè sulla riforrma della legge elettorale, il discorso è elementare: Sel come Ncd, come tutti gli altri, persino molti M5S (ala morbida) vogliono solo e soltanto due cose molto precise: abbassare le soglie per accedere alla ripartizione dei seggi per i partiti singoli (dall’8 al 4%), alzare la soglia per vincere il premio (dal 37 al 40%) e introdurre (qui chi più, chi meno) le preferenze. Ove mai, sia Renzi e il Pd che Berlusconi e FI fossero d’accordo, e ove, come sembra, i due leader che hanno dato vita al ‘patto del Nazareno’ s’incontrassero, e presto, forse anche durante questa settimana che è appena iniziata (e, da ieri, segnali ne stanno arrivando sia da parte del Pd che di FI, a cercare di rassicurare i ‘minori’), allora sì che l’opposizione potrebbe ammorbidirsi. E la battaglia sul Senato resterebbe di pochi pasdaran votati al loro, personale, suicidio, forse neppure ‘assistito’ più di tanto dal resto della ‘mandria’.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sulle pagine del Quotidiano Nazionale (http//:www.quotidianonazionale.net) il 28 luglio 2014 a pagina 7.

L’Italia e la sovranita’ nazionale perduta. Dal Trattato di Pace di Parigi (1947) al Fiscal Compact (2011). Il libro di Andrea Cangini

Il premier italoa o che firmo' il trattato di pace di Parigi, Alcide de Gasperi.

Il premier italoa o che firmo’ il trattato di pace di Parigi, Alcide de Gasperi.

ROMA. IL FISCAL Compact del 2012 come il Trattato di Pace del ’47? Due momenti, cioè, in cui l’Italia abdica alla propria sovranità nazionale e si fa imporre durissime condizioni (il pareggio di bilancio nel primo caso, la rinunzia ai propri confini nel secondo) da autorità straniere?

È la tesi del libro di Andrea Cangini, L’onore e la sconfitta. Politica italiana e guerre perse dal Trattato di pace del ’47 al Fiscal compact del 2012 (Minerva Edizioni) presentato ieri alla Camera proprio mentre in aula il premier Renzi illustrava le linee programmatiche del semestre di guida italiana della Ue.

ll libro di Andrea Cangini, L'Onore e la Sconfitta (Minerva editore)

ll libro di Andrea Cangini, L’Onore e la Sconfitta (Minerva editore)

A PRESENTARE il volume, l’ex deputato e scrittore Gennaro Malgieri, l’ex ministro socialista Rino Formica, l’esponente della sinistra Pd ed economista Stefano Fassina. Proprio Fassina ha definito «molto stimolante» il paragone tra i due eventi, «ma, purtroppo, con notevole minore consapevolezza, nel dibattito del 2012, rispetto a quello del 1947». Formica ha ricordato il dibattito del ’47 e le speranze vanificate di chi, come il socialista Colorni, credeva nella (mai attuata) «Europa dei popoli». Malgieri ha parlato delle «due nostre grandi sconfitte», definendo il libro di Cangini «bello e accattivante».
Sono stati i ragionamenti di Fassina e di Malgieri — simili, curiosamente, a quelli che il capogruppo di FI, Renato Brunetta, ha svolto in Aula — a far entrare nel vivo il dibattito.

Il premier italiano che folle il Fiscal Compact (2011), Mario Monti.

Il premier italiano che folle il Fiscal Compact (2011), Mario Monti.

«ANCHE la mia parte politica ha accettato e liquidato il Fiscal compact in modo troppo sbrigativo», ha detto Fassina. Mentre per Formica le conseguenze della guerra persa in questi anni e chiamata «crisi economica» sono state ancor più gravi di quelle seguite alla sconfitta del 1945: «A differenza delle condizioni imposte dagli alleati per la pace nel ’47, gli effetti della ‘crisi economica’ hanno minato la sovranità nazionale e l’hanno fatto violando la Costituzione, che all’articolo 11 condiziona eventuali ‘limitazioni di sovranità’ a ‘condizioni di parità con gli altri Stati’». Parità che con la Germania della signora Merkel non c’è stata.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 25 giugno 2014 sulle pagine di @quotidiano.net .