Pd, addio streaming. Direzione a porte chiuse. Tregua Renzi-Franceschini

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

«AVANTI!», come s’intitola il libro firmato in prima persona, che sta per uscire, e «concentrati a costruire una proposta per il Paese». Il leader del Pd, Matteo Renzi, prepara la Direzione di oggi – la prima, da tempo immemore, non trasmessa in streaming: si torna alle care, vecchie, «porte chiuse» – forte di queste due parole d’ordine. Il libro (Avanti, appunto) uscirà il 12 luglio per Feltrinelli. Renzi parla – recita la quarta di copertina – «della difficoltà di cambiare le cose in Italia, ma anche dell’orgoglio di averci provato» e rilancia «l’azione politica del Pd su Europa, sociale, immigrazione, periferie».
E questa è la linea che l’ex premier vuole imporre alla discussione di oggi in Direzione: basta polemiche, caminetti, messaggi cifrati dei capicorrente, polemiche sterili su coalizioni e leggi elettorali. «Bisogna guardare al futuro, ai problemi degli italiani» fa dire ai suoi. E proprio per uscire dal chiacchiericcio, per non dare l’impressione di un Pd ridotto a un comitato rissoso di correnti, ecco la scelta del non più streaming, la diretta live dei lavori, che da oggi sarà permanente. «Evitiamo – spiega Renzi ai suoi – la solita scena del Pd che litiga. Dobbiamo parlare di cose di lavoro, ma se c’è la diretta tv molti si alzano solo per distinguersi..».

MA OLTRE la forma ci sono i contenuti. Renzi vuole far girare il dibattito intorno a due poli. Uno riguarda il partito e la sua organizzazione: l’avvio dei congressi provinciali, che si terranno entro ottobre, la festa nazionale dell’Unità di Imola, i nuovi strumenti di diffusione del messaggio del Pd (la rivista on-line Democratica, l’app Bob). Obiettivo: il «rinnovamento interno» del partito (ci lavorano Andrea Rossi, Lorenzo Guerini etc).
Il secondo riguarda l’attività di governo. Renzi vuole che si parli solo di temi concreti (la legge sullo ius soli, il dl banche) e non di vertenze «politiciste». Il governo Gentiloni e, in prima fila, il ministro Minniti sui migranti per Renzi stanno affrontando «problemi reali», ma il Pd «non è più disponibile a sobbarcarsi da solo il peso dei provvedimenti in Parlamento».
Difficile che le intenzioni di Renzi vengano rispettate in pieno. Orlando, che sarà presente e interverrà, ha cercato Franceschini per stabilire un «fronte comune» contro Renzi su legge elettorale (pro premio alla coalizione) e alleanze (pro accordo con Pisapia).
Franceschini, per ora, attende: vuole sentire la relazione di Renzi prima di decidere se intervenire o meno (Guerini ha lavorato molto per mediare tra i due) e fa sapere che «se Matteo non mi attacca, non ho motivo di farlo nemmeno io». Anche Renzi sembra voler abbassare i toni: «In Direzione non voglio fare la guerra a nessuno, nemmeno a Dario» – spiega – ma ora deve essere lui a ricucire, d’altra parte i numeri sono dalla mia». Ed ha ragione: su 120 membri eletti, tra gli 84 di maggioranza (al netto dei 24 orlandiani e dei 12 ‘emiliani’), anche se i venti franceschiniani si schierassero contro Renzi e con le minoranze, i 64 renziani ortodossi avrebbero la meglio con l’appoggio di Orfini e Martina.
Renzi è convinto che, senza più elezioni anticipate alle porte, «dobbiamo prendere il passo della maratona. Io girerò l’Italia con il mio libro e poi, per sei mesi, in treno». «Hanno cercato di ammazzarmi in tutti i modi ma non ci sono riusciti, anche la cosa di Pisapia è diventata un mezzo flop, ora portiamo avanti la nostra idea di partito maggioritario e poi vediamo quello che succede. Alle elezioni – aggiunge – ognuno si presenterà per conto proprio. Male che vada avremo 200 deputati e cento senatori. Se il problema sono le liste, chi si vuole candidare lo dovrà dire apertamente e con chiarezza, senza giochetti». L’avvertimento vale per tutti i big, non solo Franceschini.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio a pagina 8 di Quotidiano Nazionale

Meglio soli. Renzi da Milano rottama le alleanze: “apriamo ma alla società civile”

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

«ASCOLTIAMO tutti, ma non ci ferma nessuno». Quando Matteo Renzi sente «l’odore del sangue» (anche se, stavolta, il sangue è il suo) torna garrulo e combattivo. E così chiude l’assemblea nazionale dei circoli del Pd all’attacco. Ne ha per tutti, e non sono pochi: non li cita per nome e cognome, ma chi deve capire capisce. Sul fronte interno la randellata è per Dario Franceschini, oltre che per Andrea Orlando e la sua minoranza: «Io non rispondo ai caminetti, ai capicorrente, io rispondo ai cittadini». E ancora: «Dopo le primarie i sondaggi sono andati bene, troppo bene, allora è partita la discussione interna ma questa discussione è un attacco contro il Pd. E se attacchi il Pd stai attaccando l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Infine, la stilettata: «Volete la garanzia di andare in Parlamento? Mettetevi in gioco, lavorate. Contano i voti, non i veti». Con gli avversari interni – quelli della minoranza di Orlando e quelli annidati nella sua maggioranza (Franceschini, ma anche Fioroni, i cattodem) – Renzi intende regolare i conti, una volta per tutte, in Direzione, anticipata per l’occorrenza al 6 luglio.
LÌ IL SEGRETARIO farà la famosa «analisi del voto», proverà a smontare le tesi altrui sulle amministrative, ma soprattutto dirà: d’ora in poi si lavora in vista di una lunga campagna estiva e autunnale che ci porterà alle Politiche del 2018 in primavera. Chi è con me? Renzi pretenderà risposte chiare e chiederà un voto conseguente, in un organismo dove gode di una maggioranza solida e autosufficiente (al netto, cioè, dei franceschiniani). Quest’estate il leader dem promuoverà il suo libro (Avanti!), finalmente in uscita per Feltrinelli, girerà per le feste dell’Unità, fino a chiudere quella nazionale di Imola, il 24 settembre e subito dopo, a ottobre, partirà per un tour in treno in tutte le mille città italiane.

Insomma, Renzi non starà fermo, non si farà bersaglio dei colpi altrui. Onora Pisapia e Bersani di doppia citazione, ma li ritiene ormai «persi alla causa» («di quei due non mi frega più niente» si confida con i suoi). E di loro dal palco dice secco: «Fuori dal Pd non c’è la rivoluzione marxista-leninista, ma la Lega e i 5Stelle. Non c’è la vittoria della sinistra di lotta e di governo. Chi immagina di fare il centrosinistra senza il Pd vince il Nobel della fantasia». Per Renzi il centro-sinistra, con o senza trattino, è morto e sepolto. C’è il Pd, e punto.

IL PD del Lingotto (l’unica citazione in positivo è per Veltroni), aperto alla società civile (e cioè alle candidature di Berruto, Burioni, Annibali, don Ciotti, se ci sta). E d’altronde, sottolineano al Nazareno, «c’era più società civile ieri a Milano che sul palco di Roma». «Hanno fatto una manifestazione contro il Pd, non per l’Italia», è il refrain che arriva dai fedelissimi.
Ma Renzi ne ha anche per Prodi cui rimprovera, senza nominarlo, il caravanserraglio dei governi dell’Unione, la nostalgia di «un passato meraviglioso che non è mai esistito». Non cita mai la legge elettorale, di cui ha parlato Mattarella, ma gira voce che Renzi potrebbe sedersi di nuovo al tavolo con Berlusconi, a settembre: il proporzionale senza premi di coalizione e le liste bloccate convengono a entrambi. Anche perché, senza le liste bloccate (che compilerà Renzi in persona) e con le preferenze, oltre che con il premio alla coalizione, il Pd può solo esplodere.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 2 luglio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale

I big assediano Renzi. Il corpaccione dem in fuga dai territori. Il gelo di governatori e sindaci

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Ettore Maria Colombo – Roma

  1. Renzi in crisi perde truppe e ufficiali. Il corpaccione dem in fuga dai territori. 

Cosa succede nel Pd? Gli attacchi di quasi tutti i padri fondatori dell’Ulivo e del Pd (Prodi, Veltroni) e dei big (Franceschini, Orlando) alla leadership di Renzi sono il segnale di movimenti profondi. Mirano a impedire che sia Renzi (per Statuto segretario e candidato premier) il nome ‘naturale’ per la carica di presidente del Consiglio. Ma è possibile che possa partire, dentro il Pd, uno ‘sganciamento’ di massa dal leader fino a provocarne la caduta, magari in inverno? La scusa è pronta – per unire il centrosinistra servono nomi e volti più ecumenici e unitari (Pisapia, per dire) – e il metodo pure: chiedere, se non obbligare, Renzi a nuove primarie – anche se quelle di partito le ha vinte con due milioni di voti – stavolta di coalizione. Come dice Franceschini, il principale ‘indiziato’ dello sganciamento. Al ministro Lotti che ripete come Renzi «sia stato scelto da due milioni di persone, fine della discussione», il ministro dei Beni culturali replica: «La discussione (interna, ndr) è appena iniziata».

Eppure Renzi controlla in modo ferreo i due organi principali che determinano le scelte e gli assetti interni del Pd, Assemblea nazionale e Direzione. Dentro l’Assemblea nazionale (che può anche sfiduciarlo) i numeri consegnano a Renzi una maggioranza blindata. Su mille componenti, 700 delegati sono stati eletti nella sua mozione congressuale contro i 212 di Orlando e gli 88 di Emiliano. E, all’interno della maggioranza che ha sostenuto Renzi, 420/430 sono renziani puri, 85/95 franceschiniani, 60/62 dell’area Martina e 55 di Orfini.
Anche in Direzione nazionale i numeri sorridono al segretario: su 120 membri eletti, 84 sono quelli di maggioranza, 24 gli orlandiani, 12 gli ‘emiliani’. Anche se i venti franceschiniani si schierassero contro Renzi insieme alle minoranze, i 64 renziani ortodossi avrebbero la meglio. Insomma, negli organi che gestiscono il partito, Renzi non rischia nulla. Metterlo in minoranza, a meno di rivolgimenti oggi impensabili, non è possibile.

Diversa la questione se si guarda ai territori, alle federazioni regionali e soprattutto agli amministratori locali. Qui il quadro è magmatico, in perenne evoluzione e a rischio per la leadership renziana che perde colpi quasi ovunque.
Prendiamo i governatori. Quello del Lazio, Nicola Zingaretti, picchia come un fabbro: «Il Pd è isolato, fragile e non sa unire». Renzi gli ha offerto un seggio al Senato, ma Zingaretti appoggia Orlando e la sua «lobby» pro-Pisapia. Il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (ex bersaniano, poi renziano) si è fatto ipercritico: «Alle amministrative abbiamo preso una sberla per troppa autosufficienza e arroganza. Ora voglio dare una mano». Una presenza ingombrante. Come quella di De Luca (Campania) che pensa solo a sé. I governatori dell’Abruzzo (D’Alfonso) e della Calabria (Oliviero) non sono renziani e lo danno a vedere. Il governatore pugliese, Emiliano, si è battuto contro Renzi al congresso, e tiene stretta la Puglia.

Dove il Pd non governa è diventato quasi evanescente: in Sicilia non riesce a trovare un candidato per le regionali di novembre dopo la rinuncia del presidente del Senato Grasso; in Lombardia i sindaci dem di tutti i capoluoghi dicono sì al referendum sull’autonomia promosso dal leghista Maroni; in Veneto, dove non governa, come in Friuli il Pd è ridotto ai minimi termini, in Basilicata non si celebra il congresso regionale dal 2015.
In Emilia-Romagna il sindaco di Castenaso si fa fotografare euforico accanto a quello di Budrio, che ha strappato la città al Pd, e nel partito scoppiano polemiche infinite. Per non dire dei due sindaci di Bologna (Merola) e Milano (Sala) che sono anti-renziani a livello epidermico: proprio non lo sopportano.

Infine, c’è la questione scissione e abbandoni, più o meno silenziosi, dal partito. Il grosso dei quadri va verso Mdp. Solo negli ultimi giorni hanno lasciato il Pd 104 tra sindaci, assessori, consiglieri comunali e quadri della provincia di Lecce, 300 giovani dem a Reggio Calabria, il segretario cittadino di Modena, Filippo Calcagno, il consigliere regionale lombardo Onorio Rosati, l’assessore regionale abruzzese Marinella Scrocco. Al responsabile organizzazione di Mdp, Danilo Leva, brillano gli occhi.
Verso Campo progressista di Pisapia, invece, guardano con sempre più interesse sindaci ed esperienze civiche un tempo del Pd o vicine: il candidato sindaco di Frosinone, il sindaco di Latina che ha battuto la destra dopo cento anni, amministratori locali sardi e di altre regioni. Il primo luglio saranno in piazza con Pisapia, piazza dove ci sarà anche Antonio Bassolino, ormai in rotta con Renzi («Non è più lui»). Loro il centrosinistra ‘de-renzizzato’ hanno già iniziato a costruirlo. Nel Pd, invece, i ‘pezzi da novanta’ hanno appena iniziato a posizionarsi e a muovere le pedine.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 29 giugno 2017


Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

2. Pd, i padri nobili (da Prodi a Veltroni) rottamano Renzi. Franceschini: Matteo cambi passo

VELTRONI, fondatore del Pd. Prodi, fondatore dell’Ulivo. Franceschini, cofondatore del Pd. Orlando, leader della minoranza interna. Cuperlo, ex presidente del Pd. Zingaretti, governatore del Lazio. L’attacco a Matteo Renzi e alla sua leadership è ritmato, asfissiante, martellante. In teoria, il motivo è il risultato (pessimo) del Pd alle amministrative ma il vero obiettivo è un altro: impedire a Renzi di diventare il prossimo candidato premier del centrosinistra (come è, avendo vinto le primarie, per Statuto) e poi di non farlo tornare mai più al governo.
Renzi e i suoi provano a metterci una pezza per tutto il giorno, ma ormai la ‘caccia’ è iniziata. Inizia, sui giornali, Veltroni. Per il fondatore del Pd, il partito «non ha più un’identità, sembra la Margherita. Renzi deve cambiare passo, basta con l’autosufficienza».
Ma l’affondo più pesante è quello del fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi, che aveva detto di «vivere in una tenda accanto al Pd» e che, ieri, a freddo, fa sapere che «la ripone nello zaino perché Renzi mi invita a spostarla più lontano. La mia tenda è leggera, la sposterò senza difficoltà, intanto l’ho messa nello zaino». La reazione di Prodi, spiegherà poi, è dovuta all’intervista di Renzi a Qn, che però non lo tirava in ballo personalmente ma parlava, in generale, delle coalizioni di centrosinistra.

I POMPIERI renziani entrano in azione: Richetti, Guerini e Martina assicurano che «nessuno attacca Prodi o lo invita ad andarsene» ma il danno è fatto e la polemica divampa. I renziani, però, entrano in crisi quando a parlare, sia pure in modo stringato, è il ministro alla Cultura Franceschini, noto per essere sempre stato un alleato sempre assai ‘freddo’ di Renzi.
Impietoso, Franceschini twitta il grafico del crollo dei voti al Pd in alcune importanti città (Genova, Parma, L’Aquila, Verona), con una frase che suona canzonatoria («Bastano questi numeri per capire che qualcosa non ha funzionato?») e un’altra che suona come un epifaffio: «Il Pd è nato per unire il campo del centrosinistra non per dividerlo». Sottotesto: è Renzi che divide il campo, non altri.
A questo punto parte la contraerera e gli animi si scaldano. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria, di solito felpato e diplomatico, sibila in Transatlantico: «Franceschini dovrebbe mantenere la calma perché bisogna evitare esasperazioni che non servono». Il pasdaran renziano Ernesto Carbone ci va giù pesante: «Franceschini come sempre fiuta il vento. Speriamo per lui che il suo naso sia quello di una volta», twitta. Il senatore Marcucci quasi implora («basta sparare sul quartier generale») e Rosato è costretto a ribadire che la «leadership di Renzi non è in discussione». Ed è questo il punto. «Hanno aperto la caccia e Matteo è il bersaglio grosso. Vogliono impedire che sia lui il candidato premier del Pd alle prossime elezioni», scuotono la testa i fedelissimi.
Registrate le critiche di un (ex?) fedelissimo come il governatore emiliano Bonaccini («quando ti senti autosufficienti sfiori l’arroganza»), la fuga di centinaia di militanti passati armi e bagagli con Mdp a Lecce, pesano anche le parole che arrivano dalla minoranza interna, dure come lame affilate. Per Zingaretti, governatore del Lazio, «il Pd è isolato e fragile». Il ministro Orlando, a un’iniziativa di corrente, attacca duro Guerini («usi un linguaggio da bar»), ribadisce che sarà da Pisapia, che la sua area diventerà «una lobby per il centrosinistra» e mette in chiaro l’obiettivo finale dei nemici di Renzi: «Non può essere lui il candidato premier del centrosinistra».

RENZI prova a precisare meglio le sue intenzioni: «I discorsi sulle coalizioni sono artificiali, bisogna confrontarsi sui contenuti». E ancora: «I nostri militanti non meritano tutte queste polemiche interne». E nella Enews dice basta a una china che giudica pericolosa: «Chiedo una moratoria sulle coalizioni. Ho vinto le primarie. Non ci sto a tornare al passato, al tempo delle correnti e dei caminetti, del tutti contro tutti». Il timore principale di Renzi è di ritrovarsi con un centrosinistra che rassomigli a un’«Unione bis». Ma è proprio quello che sta accadendo.

NB: questo articolo è stato pubblicato il 28 giugno 2017 a pag. 4 del Quotidiano Nazionale

Speciale primarie. Quando sono nate, la loro storia travagliate, regole e numeri. Più tre scenari possibili sui tre sfidanti

  1. La storia delle primarie dalla nascita (2005) con Prodi a tutte quelle del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Oggi si terranno, per la quarta volta, le primarie del Pd mentre per due volte le primarie furono di coalizione. La polemica più forte, data per scontata la rielezione di Renzi, riguarda l’affluenza. Per Renzi “un milione è già una festa” mentre per i suoi avversari, Orlando ed Emiliano, “sotto i due milioni di votanti” le primarie saranno un flop.

Ma come si faceva quando le primarie non esistevano? I partiti avevano dei segretari forti e il partito più forte, il Pci-Pds-Ds, decideva chi doveva fare il candidato premier. Dopo la fallimentare esperienza del Polo Progressista del 1994 che non prevedeva l’indicazione di un vero capo coalizione (Occhetto, segretario del Pds, non lo era), D’Alema, allora segretario del Pds, disse a Romano Prodi, quando nacque il primo Ulivo (1995), poi al governo (1996-’98) , “il nostro partito ti conferisce la sua forza”. Insomma, il re investiva l’imperatore, ma a comandare restavano i vari ‘re’ e l’imperatore era solo un primum inter pares. La scelta di voler introdurre le primarie ricade, perciò, tutta su Romano Prodi. Il Professore, richiamato in Italia per guidare di nuovo il centro-sinistra, dopo l’esperienza del primo Ulivo (1996-’98), voleva una piena consacrazione popolare che lo liberasse dal giogo dei partiti. Il Professore in seconda, Arturo Parisi, ideologo dell’Ulivo, studiò forma e struttura delle primarie, sulla base dell’esperienza Usa.

Si tennero il 16 ottobre 2005, le prime primarie, e furono primarie di coalizione. Furono 4 milioni i votanti (4.311.000 per la precisione) e Prodi vinse a mani basse con 3.182.000 voti (74,1%), secondo Bertinotti (Prc), terzo Mastella (Udeur). Ma la coalizione dell’Unione che si era coagulata proprio attorno a Prodi, dopo aver vinto, di poco, le Politiche del 2006, nel 2008 era già caduta e Prodi con essa. Nel frattempo, era nato il Pd, fusione di Ds e Margherita. Walter Veltroni volle legittimarsi a sua volta con il bagno di popolo. Il 14 ottobre 2007 ecco le prime primarie di partito. Votarono i 3 554 169 elettori, ma non ci fu partita: Veltroni trionfò con 2.694.000 voti (75%) seguito, a larga distanza, da Rosy Bindi ed Enrico Letta. Solo che Veltroni, dopo aver perso le elezioni politiche del 2008, contro il sempieterno Berlusconi, si dimise nel 2009 (per aver perso le elezioni in… Sardegna) e nel Pd iniziò un lungo periodo di ‘torbidi’. Dopo una breve reggenza affidata al vicesegretario Dario Franceschini, il 25 ottobre 2009 si tennero nuove primarie sempre di partito. Sempre tanti gli elettori (3.102.709), sempre tre i candidati: Pier Luigi Bersani, alfiere della ex-Ditta, che però D’Alema non voleva si candidasse, vinse con 1.623.239 voti (53%), seguito da Franceschini (34%) e Ignazio Marino (12%).

La presa di Bersani sul partito sembrava di ferro, ma nel frattempo il governo Berlusconi era caduto (2011), il governo Monti ‘lacrime e sangue’, nato per volontà di Napolitano, era appoggiato dal Pd che si logorò con esso. Nel frattempo, era nata la stella di Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, che lanciò a Bersani il guanto di sfida. Bersani, con un atto non dovuto (per Statuto la carica di segretario e candidato premier coincidono), accettò di svolgere nuove primarie, stavolta di coalizione, in vista delle Politiche del 2013. I turni, per la prima volta, furono due. Il primo si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Seguivano Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), Laura Puppato (Pd, 2,6%) e Bruno Tabacci (Centro democratico, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono ben 2.802.382 elettori. Dopo settimane di polemiche al calor bianco, Vinse Bersani con 1.706.457 voti (69,1%) contro i 1.095.925 voti (39%) di Renzi, che riconobbe la sconfitta e appoggiò Bersani che formò, in vista delle Politiche del 2013, la coalizione ‘Italia Bene Comune’ (Pd-Sel-Cd).

Ma quella di Bersani fu una vittoria ‘di Pirro’ cui seguì, a febbraio 2013, la ‘non vittoria’ alle Politiche, la mancata elezione Prodi (il ‘complotto dei 101’) a Capo dello Stato, la rielezione di Napolitano e la nascita di un nuovo governo di larghe intese, stavolta guidato da Enrico Letta. Le dimissioni di Bersani e la breve reggenza affidata a Guglielmo Epifani furono il preludio alle nuove primarie dell’8 dicembre 2013. Parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che stavolta stravinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti) contro Gianni Cuperlo (18%) e Pippo Civati (14,2%). Con Renzi nuovo segretario del Pd, l’esperienza del governo Letta finì subito, a febbraio 2014. Il governo Renzi durò due anni, fino a quando Renzi volle e perse (male) il referendum costituzionale del 4 dicembre. Il giorno dopo Renzi si dimise e nacque il governo Gentiloni. Il Pd – dopo una lunga discussione al suo interno – diede il via a nuove primarie, ma nel frattempo subì anche una dolorosa scissione, quella di Art. 1 – Mdp. Oggi si saprà chi sarà il nuovo leader del Pd nonché il candidato premier alle Politiche.
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2. Tante elezioni primarie e in diversi partiti, mai nessuna legge per regolarle. 

Le primarie, in Italia, non sono regolamentate per legge, ma in Toscana e in Calabria sono stati fatte due leggi regionali per indirle. Le primarie sono state di due tipi, di partito e di coalizione, e si sono sempre effettuate nel campo di Pd e centrosinistra, che le ha organizzate due volte (2005 e 2012) per scegliere il leader della sua coalizione, tre volte (2007, 2009, 2013) per scegliere il segretario del Pd e più volte per determinare il candidato a presidente di Regione, sindaco o altri ruoli (i casi più eclatanti, discussi e problematici sono state, per ben due volte, le primarie per scegliere il candidato sindaco a Napoli, con tanto di annullamento in un caso – 2011 – e forti polemiche nel 2016), ma anche le primarie a Genova e a Roma, sono state investite da polemiche, sospetti, accuse di brogli di ogni tipo). Forza Italia aveva elaborato un regolamento per le primarie (estensore Laura Ravetto), ma non lo ha mai messo in atto. La Lega – che ha tenuto primarie riservate solo ai propri iscritti nel 2013 per scegliere il proprio segretario federale – e Fd’It chiedono da tempo di fare le primarie per scegliere il candidato del centrodestra, ma Forza Italia si oppone. L’M5S tiene le sue elezioni (quirinarie, parlamentarie, etc.) via web filtrando gli iscritti e aderenti con pre-registrazioni.


3. Numeri, cifre e date delle primarie dal 2005 a oggi. 

La prima volta le primarie si fecero per scegliere la guida dell’Unione alle Politiche del 2006. Si votò il 16 ottobre 2005: 4.311.000 furono gli elettori in 9.816 seggi. Sette i candidati: Romano Prodi (Ulivo), Fausto Bertinotti (Prc), Antonio Di Pietro (Idv), Clemente Mastella (Udeur), Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi) e due indipendenti (Simona Panzino, area no-global, e Ivan Scalfarotto). Prodi vinse con 3.182.000 voti (74,1%), seguito a larga distanza da Bertinotti (14,7%), Mastella (4,6%), Di Pietro (3,3%).

Nel 2007, il 14 ottobre, le prime primarie del Pd videro votare 3 554 169 elettori in 11.204 seggi. Quattro i candidati: Walter Veltroni, Rosy Bindi, Enrico Letta e Pier Giorgio Gawronski. Veltroni con 2.694.721 voti (75,8%), seguito da Bindi (12,9%) e Letta (11,1%), divenne segretario del Pd.

Nel 2009, il 25 ottobre, dopo le dimissioni di Veltroni e la segreteria Franceschini, nuove primarie per il Pd: 3.102.709 gli elettori e solo tre i candidati. Pier Luigi Bersani le vinse con 1.623.239 voti (53,23%), seguito da Franceschini (1.045.123 voti pari al 34,27%) e Ignazio Marino (12,5%).

Nel 2012 nuove primarie di coalizione. Si trattava di votare il candidato premier della coalizione “Italia Bene Comune” in vista delle Politiche del 2013. Il primo turno si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani, allora segretario del Pd, arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, sindaco di Firenze, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Poi, a seguire, Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), e Laura Puppato (2,6%) e Bruno Tabacci (Centristi, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono 2.802.382 elettori. Bersani vinse con 1.706.457 voti (69,1%) contro Renzi che prese 1.095.925 voti (39%).

Nel 2013 nuove primarie per eleggere il segretario del Pd dopo le dimissioni di Bersani e la breve segreteria Epifani. Si votò il’8 dicembre 2013: parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che le vinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti), seguito da Gianni Cuperlo (18,21%, 510.970 voti) e Pippo Civati (14,24% pari a 399.473 voti).


4. Il complicato e farraginoso regolamento del Pd che regola le elezioni primarie. 

Alle primarie del Pd possono votare tutti i cittadini che hanno compiuto 16 anni e gli extracomunitari residenti in Italia con regolare permesso di soggiorno. Basta registrarsi, pagare due euro, sottoscrivere una ‘Carta degli Intenti’ e presentarsi ai seggi con un documento d’identità e la tessera elettorale. Lo Statuto del Pd – scritto da due costituzionalisti di area, Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti – prevede due passaggi. Nel primo votano solo gli iscritti al partito entro una certa data prestabilita (stavolta bisognava essere tra gli iscritti 2016 prorogati fino al 28 febbraio 2017). Il voto tra gli iscritti è solo indicativo ed esclude solo l’eventuale candidato che resta sotto il 5% dei voti a livello nazionale. Nelle primarie ‘aperte’ votano, appunti, iscritti ed elettori. Ma se nessuno dei candidati ammessi alle primarie ‘aperte’ raggiunge il 50,1% dei voti, sovrana diventa l’Assemblea nazionale. Si tratta del massimo organo elettivo del Pd. Composta da mille membri, che vengono eletti in liste bloccate con metodo proporzionale collegate ai candidati, sono loro, i delegati dell’Assemblea, a proclamare eletto il segretario che ha preso il 50,1% dei voti alle primarie, o a scegliere, con un ballottaggio dove vince chi ha più voti, uno dei due candidati meglio piazzati alle primarie aperte.


5. La Storia non si fa con i ‘se’ ma… Tre scenari un po’ fantascientifici e un po’ no.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se Napoleone avesse vinto a Waterloo” è il titolo di un famoso libro dell’Ottocento. E’ diventata una disciplina, la storia ‘contro-fattuale’: serve a immaginare cosa sarebbe successo ‘se’ la Storia non fosse andata come è andata. Sconfina, persino e ovviamente, nella fantascienza. E dunque, cosa succederebbe, da qui al 2018, se alle primarie vincesse Renzi o Orlando o Emiliano? Ecco tre scenari possibili, forse plausibili, forse inventati….

“Se” vince Emiliano. Una marea di persone, quasi 4 milioni, va a votare. Come già successo al referendum del 4 dicembre, la voglia di mandare a casa Renzi rovescia ogni previsione. Emiliano vince e apre immediatamente un tavolo con i 5 Stelle per cambiare la legge elettorale, poi toglie l’appoggio al governo Gentiloni che cade. Si va a elezioni anticipate. Renzi lascia il Pd e fonda un nuovo movimento, “In cammino”, sulla scia del vittorioso Macron in Francia. Il Pd, che ha perso Renzi e i renziani, dà vita a un ‘listone’ che abbraccia tutta la sinistra, da D’Alema a De Magistris. I 5Stelle vincono le elezioni, il Pd arriva secondo. Emiliano apre la trattativa per un governo di ‘salvezza nazionale’. Di Maio fa il premier, Emiliano il vicepremier, il governo indice due referendum: uno per uscire dall’Europa e dall’Euro (Italexit) e uno per uscire dalla Nato. Vincono i Sì. Scontri, proteste e incidenti. L’instabilità regna sovrana.

“Se” vince Orlando. Orlando, inaspettatamente, prende il 35% dei consensi, Emiliano il 15%, Renzi solo il 48%, restando sotto il 50%. E’ necessario un voto di ballottaggio in seno all’Assemblea nazionale, il 7 maggio. Dopo notti di febbrili trattative, Emiliano riversa i suoi voti su Orlando e Franceschini rompe con Renzi. Orlando diventa segretario. Renzi resta all’opposizione. Orlando garantisce il sostegno al governo Gentiloni fino a fine legislatura. Intanto, il Pd scrive una nuova legge elettorale con FI e i centristi che introduce il premio alla coalizione e soglie di sbarramento basse. Orlando crea una coalizione con Mdp (Bersani e D’Alema), Pisapia, i centristi e gli ulivisti democratici, ma cede lo scettro del capo coalizione a Romano Prodi, che decide di ricandidarsi alla guida del ‘Nuovo Ulivo’. Alle elezioni (maggio 2018) si presenta anche Renzi, uscito dal Pd. Il centrosinistra unito supera i 5Stelle, ma le elezioni le vince il centrodestra. Berlusconi, riabilitato dalla sentenza di Strasburgo, viene incaricato di fare il presidente del Consiglio, Salvini va agli Esteri, Meloni alla Sanità. Il centrodestra propone un referendum per uscire dall’Euro. Si torna alla lira. Al Pd tocca una lunga fase di opposizione.

“Se” vince Renzi. L’ex premier ottiene il 67% dei consensi e, appena torna segretario, inizia a terremotare il governo. A settembre Gentiloni, sfibrato, lascia e si va alle urne. M5S arriva primo, FI corre da sola, rompendo con Lega e Fd’It che danno vita a un polo ‘sovranista’. Il Pd arriva secondo, ma indebolito da un ‘listone’ di centrosinistra che comprende Bersani, D’Alema, Pisapia, Prodi, Letta e altri. Nasce un governo di unità nazionale Pd-FI presieduto da Dario Franceschini, Berlusconi piazza i suoi uomini forti al governo, Renzi si deve accontentare: ministro degli Esteri.

NB: Tutti gli articoli sono stati pubblicati nelle due pagine di Speciale Primarie uscite su Quotidiano Nazionale il 20 aprile 2017. 

Legge elettorale, Renzi vuole andare a votare con il sistema che c’è. Intanto, dice no al Provincellum

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L’aula di palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Io volevo cambiare il sistema elettorale, ma ho perso. Ora c’è il proporzionale e la palude? Non venite a cercare me”, Matteo Renzi, dagli studi di Porta a Porta, scarica sugli altri, sul partito dell’accozzaglia, “quelli del proporzionale”, la responsabilità dell’attuale impasse sulla legge elettorale. Poi, però, mette in guardia tutti e avvisa i diversi naviganti: “Non facciano giochini. Hanno in testa il Provincellum. Un sistema che non ha preferenze, un sacco di collegi e poi non sai chi passa. Facciano la legge elettorale che vogliono ma il sistema sia chiaro: se io voto Renzi so che eleggo Renzi”.

Al di là del fatto che il Provincellum lo ha ideato un suo fedelissimo, il toscano Parrini (è un sistema che assegna gli eletti sulla base di circoscrizioni ampie come le attuali Province: passa il primo, ma la gara non è solo con gli altri ma anche interna ai partiti perché vale il quoziente più alto rispetto ai collegi vicini dentro ogni lista o coalizione), in realtà, il leader e presto di nuovo segretario del Pd ha in mente una cosa sola: andare a votare, appena sarà possibile, – magari a ottobre, magari il 5 novembre, quando si vota in Sicilia – “con la legge che c’è”, spiega uno dei suoi. E cioè  “con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, facendo solo dei piccoli aggiustamenti tecnici, per armonizzarli al meglio, con un decreto del governo”. Renzi ritiene che le possibilità di fare una legge elettorale ex novo siano ridotte al lumicino,  perché gli interlocutori non sono affidabili, quindi resta, appunto, solo la strada del decreto legge per armonizzare i due sistemi. “Noi abbiamo proposto di tutto – si spiega dal Nazareno -, ma i nostri possibili interlocutori, da FI a M5S, sono e restano sfuggenti. A fine maggio si va in Aula, lì ognuno si assumerà le proprie responsabilità davanti al Paese, ma se non si esce dall’impasse e non si trova l’accordo, vorrà dire che il governo sarà costretto a fare un decreto legge per sistemare e armonizzare al meglio i due attuali sistemi elettorali e andremo a votare così. Mattarella vuole una legge tutta nuova? Anche lui dovrà farsene una ragione”.

Formalmente, il Pd è impegnato, dal vicesegretario Guerini – che ha in mano la pratica, su preciso mandato di Renzi – ai capogruppo di Camera e Senato Rosato e Zanda a trovare la quadra. E, a pelo d’acqua, sembra che qualcosa si muova. Ieri, per dire, la Prima commissione Affari costituzionali della Camera ha annunciato, per bocca del suo presidente, il civico Mazziotti di Celso, che è stato fissato al 12 maggio il termine per gli emendamenti e che, entro il 25 maggio, si darà mandato al relatore (sempre lui) di scrivere “un testo base” in vista dell’approdo in Aula fissato per il 29 maggio. E proprio in seno alla prima commissione, e con il beneplacito del presidente Mazzotti, una serie di gruppi parlamentari (i centristi di destra e di centrosinistra, la Lega, pezzi del Pd, Mdp) guarderebbero con favore proprio al Provincellum stoppato da Renzi come testo base. Il percorso di guerra, in ogni caso, è irto di ostacoli, come si sa: il Pd ha rilanciato, dopo il Mattarellum, con la proposta Fiano (collegi uninominali, premio alla lista, soglia unica al 5%), l’M5S ripropone il Legalicum, FI e centristi chiedono il premio alla coalizione e soglie di sbarramento basse, Mdp vuole togliere i capolista bloccati e i 5Stelle pure, etc. Nel merito, per Renzi le colonne d’Ercole restano due: premio da assegnare alla lista, non alla coalizione (“Anche Franceschini – spiegano dal Nazareno – si è convinto: solo così possiamo competere con i 5Stelle e spaccare la destra che, senza in premio alla coalizione, si presenterebbe divisa e noi per il primo posto ce la giocheremmo con i grillini”) e soglia di sbarramento sostanziosa, fissata almeno al 5%. Difesi a testuggine questi due capisaldi, “su tutto il resto” (collegi o preferenze, appunto) – dice Renzi ai suoi – “si può trattare, ma sapendo che i capolista bloccati quelli che, a parole, li vogliono togliere, li vogliono mantenere, 5Stelle compresi”. Dal 30 aprile si riaprono tutti i giochi.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 28 aprile 2017. 

 

Legge elettorale. Mattarella pone i suoi paletti, in Parlamento qualcosa si muove, Renzi aspetta le primarie

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Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una moral suasion esercitata sul Parlamento e, insieme, uno stop alle plausibili voglie di Matteo Renzi a correre alle elezioni anticipate non appena sarà re-incoronato leader del Pd il prossimo 30 aprile con le primarie. In buona sostanza il messaggio che il Colle ha inviato a Renzi suona così: “Serve una legge elettorale omogenea, valida e funzionante in entrambe le Camere. Si tratti di un aggiustamento tecnico o di una legge nuova, non spetta a me dirlo. Ma solo così chi lo vuole può ottenere il voto anticipato, altrimenti no”.

Renzi rispedisce le critiche al mittente, chiunque esso sia (“Il Pd – spiega ai suoi – non ha i numeri per approvare una nuova legge elettorale, tanto più al Senato, l’iter sarà lungo e non si può accollare a noi la responsabilità del ritardo”), ma certo è che anche l’ufficialità del comunicato del Colle ‘parla’ e ‘gela’ più il Pd, a tre giorni dalla celebrazione delle primarie, che altri partiti e schieramenti in campo, i quali – da FI a M5S – non a caso puntano il dito contro il fatto che “si perde tempo perché bisogna aspettare le primarie del Pd”.Con parole pesanti come macigni, Mattarella parla di “necessità e urgenza” di adempiere ai due “doveri” entrambi in capo “al Parlamento e ai gruppi parlamentari”: scrivere una nuova legge elettorale ed eleggere un giudice della Consulta, che attende di essere nominato (spetta, in quota, al centrodestra) da parte del Parlamento ormai da gennaio.

“Due sentenze non fanno una legge elettorale” ha spiegato, infatti, de visu Sergio Mattarella, ex giudice della Consulta, riferendosi alle due sentenze che hanno cassato prima, nel 2014, il Porcellum al Senato e poi l’Italicum alla Camera. Mattarella parlava ai due presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, convocati al Quirinale a ora di pranzo per un pranzo che doveva restare riservato e a cui, invece, proprio il Colle ha voluto dare il crisma dell’ufficialità con un formale comunicato stampa finale. Boldrini e Grasso ne hanno dedotto, giustamente, che il Capo dello Stato è “determinato e pronto a usare tutte le sue prerogative”, compresa l’Arma Fine di Mondo, il messaggio ufficiale alle Camere.

Le sonnacchiose acque della politica si increspano subito. La Boldrini, alla fine della conferenza dei capigruppo, può incassare un primo risultato: l’esame dei 30 testi di legge sulla riforma elettorale, che si trascina stancamente in seno alla prima commissione Affari costituzionali, finirà entro il 29 maggio, quando si andrà dritti in Aula per il voto finale mentre il presidente della Prima commissione Affari costituzionali, il civico Mazziotti di Celso si spinge molto in là con l’ottimismo, sostenendo che “entro la prossima settimana ci sarà un testo base” (cosa difficile). Tutti i partiti plaudono, a parole, alle parole di Mattarella, ma il punto è trovare una maggioranza per una riforma elettorale che, ad oggi, non c’è. Per dire, l’M5S rilancia il Legalicum, FI attacca il Pd, la Lega apre al Provincellum, Mdp continua a dire No ai capolista bloccati, Ncd vuole il premio alla coalizione e via così.

Il Pd ha avanzato una proposta, a prima firma Fiano, che prevede il premio alla lista e una soglia di sbarramento unica al 5%, ma anche quei collegi uninominali che nessuno, in realtà, vuole perché tutti vogliono tenersi i capolista bloccati. E dunque? Il Pd di Renzi aveva trovato l’escamotage tecnico: “si vota con i due sistemi attuali, perfettamente compatibili” e si fa “un decreto legge del governo per fare prima”. Ecco, dal Colle fanno sapere che sia l’una che l’altra via sono precluse: le due leggi non collimano, il decreto non si può fare. Se vuole votare prima della scadenza naturale della legislatura, cioè a ottobre o novembre, Renzi deve trovare i numeri per fare una nuova legge. Con i voti di chi (FI? M5S?) sarà oggetto di dibattito da oggi, per ora il Colle ha fissato i suoi inderogabili paletti.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 27 aprile su Quotidiano Nazionale.  

Un’intervista a Guerini, Orlando da Prodi, Renzi, il Pd lombardo. Archivi, ma recenti

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Pronti a fare subito la legge elettorale”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Parla Lorenzo Guerini, vicesegretario dem e coordinatore della mozione Renzi per il congresso, detto anche ‘il Forlani’ di Matteo.

I 5Stelle dialogano in campo aperto con la Cei e la Chiesa.

“Non enfatizzerei le interviste di questi giorni, il cui significato è stato successivamente circoscritto e precisato. Il Pd ha chiaro il valore del dialogo così come la distinzione dei ruoli. Su molte questioni che stanno a cuore ai cattolici italiani, dal valore della democrazia rappresentativa, al senso dello Stato, all’attenzione ai più deboli, il Pd ha posizioni chiare e offre risposte precise come ad esempio sul reddito di inclusione che ha visto un proficuo dialogo con l’Alleanza contro la Povertà. Su questi temi si misura una distanza siderale con i 5 Stelle”.

Però con i grillini ci volete fare la legge elettorale…

“Noi parliamo con tutti”.

Anche con Forzia Italia? E su quale canovaccio e quali punti specifici?

“Noi abbiamo avanzato più proposte che vanno nella direzione di non favorire la frammentazione, mantenendo il premio alla lista anche al Senato e armonizzando le soglie verso l’alto tra Camera e Senato. Ora tocca agli altri rispondere o fare una proposta, noi siamo pronti. Anche a fare un accordo con Grillo, se serve”.

I rapporti burrascosi tra il Pd e Padoan ora segnano bel tempo?

“Non c’è stata nessuna burrasca, ma un utile confronto”.

Ma in autunno, con la Ue e con Bruxelles, giocherete a braccio di ferro?

“Il tema non è il braccio di ferro con la Ue. Noi, proprio perché crediamo nell’Europa, nei suoi ideali e nel suo ruolo nel mondo globalizzato, pensiamo che debba cambiare profondamente direzione di marcia. L’attenzione per i conti pubblici non deve far venir meno nuove e innovative politiche di crescita e sviluppo. Una cosa è certa: l’austerity della Ue finora non ha funzionato”.

L’Iva aumenterà? E le tasse?

“Lo ha escluso lo stesso Padoan. Il Pd e il governo Renzi hanno lavorato abbassando la pressione fiscale e non intendiamo abbandonare questo percorso virtuoso”.

Parliamo delle primarie. Non è che sperate in una bassa affluenza?

“Il Pd è il solo partito italiano che fa congressi veri, chiama i suoi militanti ed elettori ad esprimersi, rende la sua leadership contendibile. Nella prima fase hanno votato oltre 266 mila iscritti e sono certo che i nostri elettori voteranno alle primarie e ci riserveranno ancora una volta una bella sorpresa. Renzi ha avuto un ottimo risultato tra gli iscritti (ha preso il 67% dei voti, ndr.) e sono certo che anche il voto degli elettori ci darà soddisfazione”.

Orlando parla di un “partito di notabili di stampo prefascista”…

“Il Pd è un partito con 450 mila iscritti, 6 mila circoli, con tanta gente che partecipa, persone in carne e ossa. Chiedo a tutti più rispetto per la nostra comunità”.

Ma perché Renzi rifiuta il confronto in tv, a eccezione di Sky?

“Perché ci stiamo muovendo con le regole utilizzate anche nelle precedenti primarie che prevedevano un solo confronto televisivo. Dopodiché non c’è giorno che passi in cui in qualche trasmissione tv non si parli del congresso de i candidati non abbiano visibilità. Non c’è bisogno di inventarsi una polemica ogni giorno”.

Non è che se vince Renzi poi cade il governo?

“Assolutamente no. Noi il governo lo sosteniamo convintamente. Se Renzi vince e ritorna segretario darà ancora più forza al nostro partito e alle sue proposte per l’Italia in vista delle prossime elezioni”.

Dopo il voto sarà inevitabile un governissimo con Berlusconi?

“Io non mi rassegno a un’Italia proporzionalista. Il Pd ha e manterrà la sua vocazione maggioritaria. Si rivolgerà a tutti gli italiani e in particolare ai quei 13 milioni che il 4 dicembre scorso hanno detto Sì al nostro progetto di cambiamento. Noi siamo una forza riformista che vuole governare questo Paese, senza inseguire alchimie politiciste che danno solo fiato al vento dei populismi”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano Nazionale del 21 aprile 2017

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Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

2. Orlando da Prodi intasca mezzo endorsment, il problema di Renzi è l’affluenza. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Orlando lo definisce “un lungo e cordiale colloquio”, quello avuto con Romano Prodi a Bologna, casa del Professore, a ora di pranzo. Orlando era in città per un dibattito con il governatore del Lazio, Zingaretti, e il sindaco, Merola, suoi fan, e poi è volato a Milano per intavolarne un altro con Giuliano Pisapia, pure suo tifoso. Il ministro è stato, sì, ricevuto, dal padre dell’Ulivo, ex premier e ideatore delle primarie (partorite dalla mente di Arturo Parisi, in realtà, il quale è anche l’unico prodiano che oggi tifa per Renzi), ma la realtà è che il Professore non si è sbilanciato più di tanto. “Abbiamo parlato di temi generali”, dice uscendo, davanti ai cronisti, Orlando, “di vita politica italiana e internazionale”. Il fraterno colloquio, però, cadendo a una settimana di distanza dalle primarie, aveva generato l’idea del ‘colpaccio’. I renziani dubitano che l’endorsment arriverà mai. A tranquillizzarli, in parte, sono gli stessi uomini del Prof che assicurano: “Prodi non lo può tirare per la giacca nessuno”, nella sua cultura ci sono le primarie, non dire per chi vota, non lo ha fatto ieri né lo farà ora, lo stile è sostanza”. Però, se il veleno sta nella coda, gli stessi fanno notare che “il Prof fa sua la battaglia di Orlando per una forte partecipazione al voto” e anche – anzi, forse, soprattutto – “quella per tenere unito il Pd”. Come se, è il sottotesto, una vittoria di Renzi potrebbe spaccarlo o, Dio non voglia, provocare nuove dolorose scissioni (vedi Bersani).

Poi c’è la – piccola – pattuglia dei prodiani ancora operanti nel Pd, guidata dalla ex portavoce del premier, la deputata Sandra Zampa, che lavora tutta, pancia a terra, per Orlando, il quale gigioneggia: “parlare con Prodi è sempre utile” (traduzione: Renzi non lo fa). L’accenno prodiano polemico, da leggersi in chiave anti-renziana, sta, invece, nella sola frase ufficiale che esce da casa Prodi: “abbiamo condiviso l’augurio di una grande e bella partecipazione alle primarie che possa segnare il necessario risveglio del Pd”.

E qui la lingua batte dove il dente duole. Infatti, gli ‘orlandiani’, e lo stesso Orlando, si danno sulla voce da settimane nel sostenere che Renzi vuole “far votare poca gente” e che l’ex premier, tra mancati inviti ai confronti tv (al netto di Sky, dove il confronto si terrà il 26 aprile, ma sarà l’unico, in Rai solo confronti a distanza) e presunta assenza dai ‘territori’, avrebbe messo “la sordina” ai gazebo per disincentivare l’affluenza e garantirsi “vittoria facile”.

E se è vero che il giorno scelto, domenica 30 aprile, è poco felice – capita a metà di un mega-ponte, tra 25 Aprile e Primo Maggio – è vero anche che al Nazareno sono ben consapevoli del problema. Una bassa partecipazione al voto (sotto il milione e mezzo, per dire, quando la stima è dei renziani è tra 1,5 e 1,8, forse 2 milioni) depotenzierebbe una vittoria, quella di Renzi, data ormai per certa, e pure con percentuali, pare, schiaccianti (Renzi è intorno al 65%, Emiliano è fermo al 18%, Orlando non si schioda dal 22%). Ergo, Renzi ci tiene eccome, all’affluenza. Solo che preferisce parlare ‘al Paese’, da candidato premier già in pectore. Ieri ha detto che “Noi siamo quelli che parlano bene dell’Italia, non rassegnatevi”. Il nemico, per Renzi, sono i populisti, Lega e M5S, e non vede l’ora di affrontarli nell’unica gara che, per lui, conta: le Politiche.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

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maurizio martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina (Pd)

3. Maroni e Zaia promuovono i referendum autonomisti, il Pd lombardo si divide. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Maroni e Zaia vogliono apparire più ‘leghisti’ del re (Salvini) e il Pd del lombardo-veneto vuole apparire, come da tradizione, più ‘autonomista’ di quello romano. Tanto che il sindaco di Milano, Sala, annuncia che voterà Sì con parole non dissimili da quelle usate da Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo e assai probabile candidato del
centrosinistra alla guida della Lombardia nel 2018.
Il tema è il referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia che i consigli regionali a maggioranza centrodestra e trazione leghista delle due regioni hanno deciso di promuovere il 22 ottobre 2017. I referendum sono solo ‘consultivi’ (non potrebbero che essere tali) e invocano più autonomia regionale e più competenze esclusive, specie
sul piano delle politiche fiscali, ma stanno già terremotando la politica locale e nazionale. L’M5S, per dire, apprezza l’idea e, pur dicendo che “non si fida” di Maroni e Zaia, è orientato al Sì.

I due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno trovato l’accordo per votare in contemporanea, nelle due regioni (in Lombardia con scrutinio elettronico). I due sono in via di riposizionamento anche all’interno della Lega oggi guidata dal ‘nazionalista’, se non ‘centralista’ Salvini, presto a congresso: vogliono rinsaldare
l’alleanza di centrodestra sul piano nazionale e, soprattutto, locale, visto che in Lombardia nel 2018 si vota e Maroni è pronto ad abbinare il voto alle Politiche, se ci saranno. Così, mentre sia Bossi (“Era ora”) che Salvini (“Non vedo l’ora di andare a votare”) esultano, la scena stavolta è tutta per loro due. Zaia si batte il petto orgoglioso
(“il 22 ottobre il popolo veneto e quello lombardo scriveranno una pagina di storia”), mentre Maroni fa il realista (“Il risultato è a portata di mano, il voto per l’autonomia può e deve essere trasversale”), guardando ai 5Stelle.

Il problema, tanto per cambiare, deflagra e divide, invece, Pd. Il governo – prima con Renzi, poi con Gentiloni – e i vertici del partito avevano chiesto alle due regioni di aprire una trattativa con l’Esecutivo sulla base dello stesso articolo 116 comma 3 della
Costituzione attraverso cui i quesiti referendari sposati dai leghisti vogliono arrivare alla maggiore autonomia, ma senza avere la garanzia del risultato, legato appunto a un successivo negoziato.

La differenza sta, come sempre, nelle diverse sensibilità tra il Pd ‘romano’, cioè nazionale, e quello del ‘lombardo-veneto’ che, da decenni, ormai, insegue, senza successo, la Lega sul suo terreno. Ora, però, sta per riprovarci: il candidato del Pd alle Regionali non sarà il bresciano ministro Martina, come pure si era detto a lungo, ma il
bergamasco Giorgio Gori, renziano di ferro almeno quanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è invece ormai ostile al leader tanto che, ieri sera, quando Renzi è venuto a Milano, era assente.

Sala, però fa un apertura di credito non indifferente al referendum: lo giudica “uno spreco di denaro”, ma poi annuncia che voterà Sì. Gori, sempre ieri, ha ripetuto il concetto: “Condivido l’obiettivo dell’autonomia, ma il Governo, con il ministro Martina, ha dato segnali di apertura, non c’è bisogno del referendum per trattare”. Il ministro Martina, invece, sposa secco e duro la linea opposta, quella del Pd centralista: “il referendum costerà 46 milioni, è del tutto inutile e dopo le regioni dovranno trattare lo stesso”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2017 su Quotidiano Nazionale