Renzi, la sindrome dell’assedio: “Avrebbero comunque dato la colpa al me”. Il Pd e la disfatta dei ballottaggi

Pubblico le tre versioni dello stesso pezzo chiuso l’altro notte in tipografia per Qn a seconda dei diversi orari di foliazione e distribuzione del giornale in tutt’Italia oltre che dei risultati dei ballottaggi e delle notizie che, nel corso della notte, man mano affluivano. 
MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Terza versione (chiusura ore due di notte)
ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi delle amministrative si rivelano una disfatta totale, una debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso praticamente ovunque. Una litania di sconfitte nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come Lucca, Lecce, Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica» tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che, dopo aver chiamato il neo-sindaco, si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma s’è vinto e diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto è colpa tua».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si è sentito sotto assedio.
Parla, alla fine, a notte fonda di «risultati a macchia di leopardo. Nel totale dei sindaci è avanti il pd, ma poteva andare meglio: il risultato complessivo non è granché» scrive in un lungo post sulla sua pagina Facebook. «Ci fanno male le sconfitte» (e cita Genova e l’Aquila), ma «siamo felici per Padova, Taranto, Lecce» e poi giù una lunga teoria di località minori. Ammette che «peggio del solito sono andate Liguria ed Emilia-Romagna» ma si limita a parlare di «luci e ombre nelle altre zone».
«COMUNQUE andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero più vero ieri sera era questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione…». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde solo il Pd».
Renzi, poi, cerca di distinguere: «Le politiche sono un altra cosa». Come dire: lì ci giocheremo tutta un’altra partita. Si vedrà.

IN OGNI caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria Pd recita: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.

IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Seconda versione (chiusura ore l’una di notte)
«ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi di queste amministrative si rivelano, pian piano che passano le ore, una disfatta totale. Una vera debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d’Italia, come l’Aquila, dove il candidato sindaco era un renzianissimo; Lodi come Pistoia, Piacenza come Carrara (finita, summa iniuria, ai 5Stelle), Asti come Riccione, Budrio come Vignola (che stanno in Emilia, ma lì vuol dire molto), Genova come La Spezia. Una litania di sconfitte, nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come quelle di Lucca (sul filo), Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e di Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica», tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma avendo vinto diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto ‘è colpa tua’…».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si sente sotto assedio. «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero, confidato ieri sera ai suoi collaboratori, è questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione. Bene, abbiamo seguito il loro ragionamento, e cosa è successo?». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento del leader: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde il Pd».
Eppure, per il segretario, «c’è ancora bisogna del Pd. Ne hanno bisogno i lavoratori, i risparmiatori, i consumatori…», riflette, pensando ai provvedimenti del governo in discussione in questi giorni.
NON a caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, questo dice: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Prima versione (chiusura ore 24) 
«È stato uno scandalo». Parola di Matteo Renzi. Sta parlando dei ballottaggi delle elezioni amministrative che denotano una sconfitta generale dei candidati del Pd? No, sta parlando di Italia-Lettonia di basket: la nostra nazionale ha perso l’ingresso ai Mondiali per un soffio e il leader del Pd (come, ovviamente, tutti gli sportivi italiani) se la prende con l’arbitro.
Il problema politico, però, sono i ballottaggi. Il centrodestra sbanca Genova «la rossa», conferma Catanzaro, tiene Verona (e la Bisinella, moglie di Tosi, aveva ricevuto l’endorsment del Pd), potrebbe riuscire nel colpaccio di strappare l’Aquila al centrosinistra che resiste, imprevidibilmente, solo a Taranto, stando ai primi exit-poll.
Insomma, per il Pd è un pianto greco. Anche perché – nei desiderata di Renzi – solo la vittoria a Parma, Padova (ancora in bilico, ma con il centrosinistra davanti ma solo grazie all’alleanza con un «Pisapia locale» che potrebbe riuscire nel miracolo di strappare la città alla destra) e l’Aquila avrebbe potuto controbilanciare la sconfitta annunciata di Genova.
Morale: i principali ballottaggi sono andati male, Renzi lo sa da ore e non può fare finta di niente. E anche se la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd è stata ridotta al lumicino e se, negli ultimi tre giorni, il leader dem se n’è addirittura andato via in vacanza con la famiglia, ieri sera non poteva di certo esimersi dal far filtrare almeno il suo pensiero.
Il quale, filtrato dai suoi consiglieri, è questo: «Lo sanno tutti che questo ballottaggio lo avrebbe stravinto la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’. Ma il punto è sempre lo stesso – ribadisce il leader dem – se avessimo vinto avrebbe vinto Pisapia. E se perdiamo perde il Pd».
Renzi, cioè, ripete – con il tono sconsolato – l’adagio che andava ripetendo da giorni: «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me». O, per declinare il concetto con la voce di un renziano che sa che ora il leader dovrà portare la croce della sconfitta, «dove i candidati del Pd perderanno la colpa sarà di Matteo, dove vinceranno sarà stato grazie a quel centrosinistra ‘largo’ di cui Renzi è considerato l’ostacolo…».
Al Nazareno – un Nazareno desolatamente deserto, peraltro, per una notte elettorale, con il solo Matteo Ricci, responsabile Enti locali, a presidiare il bidone – cercano di attutire il colpo, ma i toni sono da «manteniamo il nostro zoccolo duro», la famosa frase di  Achille Occhetto per giustificare il tracollo alle elezioni del 1983.
E infatti la nota dell’ex diccì Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, pur davanti ai risultati dei soli primi exit poll, recita linguaggi da tradizione post-Pci: «Credo che di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza di questa posizione e l’agenda politica che ne consegue. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con tutte le forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la ‘linea’ di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è anche semplice: ammettere la sconfitta, dire ‘no’ ad  alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine a populismo e fascigrillismi.
Questa linea verrà ribadita anche il I luglio all’ assemblea nazionale dei circoli del Pd che si farà a Milano in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
Il problema è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando, Gianni Cuperlo e l’intera loro area (il cui nuovo nome presto diventerà «Demos») non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. Perché, diceva già settimane fa un orlandiano, «comunque vada, il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. E sarà allora che Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprendiamo il partito».

 

NB: le tre versioni di questo pezzo sono stati pubblicati a pagina 3 del Quotidiano Nazionale del 26 giugno 2017

Renzi mette il governo sotto tutela e fa melina sulla legge elettorale. Gelo con il Colle. Cronaca di un’ordinaria Assemblea

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Renzi vuole il Pd ‘regista’ del governo. Bagarre sui nome per la Direzione.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Giovedì 11 maggio, a ora di pranzo, si terrà la prima riunione tra la nuova segreteria del Pd, nominata da Renzi, il suo vice Martina, i capigruppo parlamentare dem e i due ministri che seguono, di solito, tutti i provvedimenti del governo, la Finocchiaro (Riforme) e la Boschi (presidenza del Consiglio). Saranno riunioni assai frequenti (“settimanali” ha detto ieri Renzi), si partirà probabilmente dalla legge elettorale, e danno l’idea di un governo cui Renzi non vuole togliere la fiducia, ma di fatto appare ‘sotto tutela’, la sua. Renzi ha chiesto e ottenuto un “coordinamento”, si spiega anche da palazzo Chigi, per raffinare qualità e scelte dell’esecutivo, ma suona commissariamento.

Il neo segretario, a cinque mesi esatti dalle sue dimissioni, è tornato rinvigorito e non lo nasconde: “lavoreremo insieme fino al 2021” è la promessa che suona un po’ da minaccia, davanti alla platea dei delegati, che infatti ridono nervosi. Del resto, archiviati i mesi di “polemiche, litigi, scissioni”– spiega Renzi dal palco del lunare (sta a Fiumicino) Marriot Hotel, dove si tiene l’Assemblea nazionale dem – “ha vinto il Pd”, quello che “non litiga” e “sceglie Macron”. “Basta sparare sul quartier generale” è il perentorio invito.

“Nessuno metterà in discussione il governo Gentiloni”, scandisce Renzi davanti al premier, seduto in prima fila, poi ributta la palla nel campo avversario sulla legge elettorale, infine delinea il nuovo Pd. Dovrà lavorare con mezzi antichi (i circoli) come nuovi (la app ‘Bob’ e i social media) e su tre parole d’ordine: “lavoro, casa e mamma” (sic) che suscitano facili ironie, specie sul web, ma quelle sono e quelle saranno.

Renzi ha ormai il pieno controllo del partito e lo dimostra. ‘Nuovo’ presidente viene riconfermato Matteo Orfini, nonostante le rimostranze di Orlando che non lo voleva (e che dal palco ammonisce: “non tutti i nodi sono stati sciolti, tra Bersani e Berlusconi continuo a preferire Bersani”), ma la sua area si spacca (solo 16 contrari e 60 astenuti contro Orfini sui 212 delegati di area), i due vicepresidenti vengono concessi alle due minoranze (Pollastrini, Orlando, e De Sanctis, Emiliano), Bonifazi viene confermato tesoriere e Martina impalmato vicesegretario. Morale: il controllo di Renzi sull’Assemblea (700 delegati, 212 di Orlando, 88 di Emiliano) è e rimane ferreo. Orlando  e i suoi si mettono in una posizione di minoranza e mani libere, non vogliono incarichi, tantomeno in segreteria, mentre Emiliano – che saluta Renzi dal palco inneggiando a Che Guevara (“Hasta la victoria, segretario!”) è in una posizione molto più trattativista.

Ma se per gli incarichi della nuova Segreteria bisognerà ancora aspettare qualche giorno (sicuri di entrare sono solo Nannicini al Programma, Bellanova al Welfare, Richetti come coordinatore e Anzaldi alla Comunicazione), è sulle future nomine in Direzione che scoppia il caos al punto da prorogare artificiosamente i lavori dell’Assemblea per tutto il pomeriggio con interventi fiume e non previsti che nascondono le febbrili trattative nel retro palco tra le varie aree. La quota degli eletti figli dell’Assemblea è già ripartito (84 a Renzi, di cui 50 renziani doc più una trentina tra area Franceschini, Martina, Orfini, 24 Orlando, 12 a Emiliano), ma Renzi ha a disposizione – oltre ai membri di diritto (20 segretari regionali, sindaci delle grandi città e membri della segreteria, tutti suoi, più ex premier, ex segretari, ministri) – 20 nomi ad personam. L’altra volta volle tutti sindaci, ora punta su 20 giovani, generazione ‘Millenials’, figli di Classe dem. “La tipica renzata”, sospirano i suoi, che getta il partito nel caos. Beppe Fioroni, leader dei Popdem, non trova posto (la cosa non accadeva da decenni) perché arriva Arianna Furi (19 anni, romana), Gianni Cuperlo neppure, Fassino si sente sotto-rappresentato ma c’è, il panico dilaga, Renzi è irremovibile. Il caso Cuperlo, in particolare, sembra un ‘caso’ politico, ma è figlio del restringimento dei posti della mozione Orlando causato dall’arrivo dei Millenials. Cuperlo aveva promesso ad alcuni dei suoi l’ingresso in Direzione tra i 25 di Orlando ed ha preferito escludersi lui con un atto d’imperio, spiegano gli orlandiani, per fare largo ad altri. Eppure, la Pollastrini tuona (“decisione incomprensibile”), Anzaldi semina dubbi nel campo avverso (“Spiace che Orlando abbia escluso Cuperlo”…) ed è un fatto che Cuperlo si senta sempre più distante dal Pd di Renzi. Anche Lorenzo Guerini non entra in organismi di comando, ma Renzi lo valorizzerà presto o mandandolo al governo (delega ai Servizi o viceministro economico) o facendogli seguire il capitolo più delicato di tutti, la legge elettorale.

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. Legge elettorale, Renzi gela il Colle: “Non spetta a noi la prima mossa”

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Diciamo una parola di verità sulla legge elettorale – scandisce Matteo Renzi dal palco dell’Assemblea nazionale (Hotel Marriot, posto super kitsch, bar stile Guerre stellari) – e la diciamo rivolgendoci con deferenza e rispetto a Mattarella, a cui va la nostra riconoscenza filiale, la nostra amicizia e devozione: il Pd non farà il capro espiatorio”.

Ecco, già non inizia bene, l’approccio di Renzi al tema, non per la citazione letteraria di Pennac e del suo Malaussène, ma perché a diversi osservatori, compresi molti dei suoi, quel parlare di “riconoscenza filiale, amicizia e devozione”, nei confronti di Mattarella, suona più da provocazione, all’indirizzo del Colle, che da atto di deferente sudditanza. Insomma, il messaggio cifrato è: tu te la prendi con noi, ti lamenti del Pd, ma non guardare di qua, non chiedere a noi perché il Pd ha proposto di tutto (e giù l’elenco: il Mattarellum, estensione dell’Italicum al Senato, il tedesco). “La responsabilità dello stallo – e qui Renzi torna in chiaro – è di chi oggi è maggioranza al Senato e si elegge a colpi di mano il presidente in commissione Affari costituzionali. Il Pd – scandisce le parole il leader – è pronto a fa un accordo con chicchessia purché si faccia una legge decente. Ma non saremo noi a farci inchiodare alle responsabilità di una classe dirigente che resuscita la prima Repubblica”. Renzi, con i suoi, è ancora più netto: “Sulla legge elettorale questa è la nostra posizione definitiva, non ce ne saranno altre”. Per capirsi, quando giovedì prossimo Mazziotti di Celso, presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, scriverà il testo base da mandare in Aula, entro il 29 maggio, sulla legge elettorale (la richiesta esplicita e pressante di Mattarella era proprio ‘fare presto’), il Pd non presenterà un suo articolato né ne appoggerà altri. “La riforma elettorale – spiega Renzi ai suoi – dipende dagli altri. Vedete, Di Maio si è già mosso e ci chiede di fare insieme la legge? Ma prima voglio che ci dica – continua l’ex premier – che tipo di proposta è la sua e se parla a nome di tutti i grillini. Altrimenti, non ci muoviamo. Berlusconi invece non dice niente, sembra gli vada bene la legge che c’è, se vuole cambiarla ci faccia una proposta”.

Morale non si farà alcuna legge nuova, Renzi ne è convinto. E allora? Nel Pd renziano esistono due scuole di pensiero: entrambe riguardano lo stesso atto – il decreto legge in materia elettorale – che proprio il Capo dello Stato potrebbe ritenere un grave errore, ma divergono di molto sui tempi. Per gli ultrà renziani il governo dovrebbe approntare, “entro l’estate”, il decreto in modo tale che andare a votare entro ottobre (poco dopo le elezioni tedesche del 24 settembre) sia ancora possibile, facendo la legge di Stabilità in breve tempo, prima o dopo le urne. Per i renziani ‘di governo’, invece, il decreto andrebbe fatto a novembre per votare a scadenza naturale della legislatura. In ogni caso, il contenuto del decreto è sempre lo stesso: l’armonizzazione dei due sistemi elettorali, a partire dai capolista bloccati (da estendere dalla Camera al Senato, dove vige la preferenza unica) più pochi altri aggiustamenti. Certo è che, una volta approvato un decreto legge siffatto, non resterebbe, per Mattarella, che mandare tutti alle urne.

NB: Articoli pubblicati a pp. 8 e 9 del Quotidiano nazionale l’8 maggio 2017.

 

Largo ai fedelissimi. Renzi rafforza il controllo sul partito: Assemblea, Direzione e Segreteria. Un’intervista a Ettore Rosato: il rapporto tra Pd e governo

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi prepara il suo discorso di investitura in vista dell’Assemblea nazionale di domenica prossima, il luogo che lo proclamerà, formalmente, nuovo segretario del Pd. Il Pd, per ora, non ha più una proposta ufficiale, sulla legge elettorale, anche se Renzi la promette “presto”, parlando ai suoi: vuol dire che domenica, in Assemblea, la specificherà. Intanto, mentre alla Camera, in Commissione Affari costituzionali, il presidente, Andrea Mazziotti di Celso, ha chiesto una settimana in più per approntare il testo base che, entro il 29 maggio, deve arrivare in aula a causa della Babele di proposte dei vari partiti, informalmente il Pd prima ha parlato ai 5Stelle proponendo loro di accordarsi su un premio alla lista per chi arriva al 37% dei voti ma, da due giorni, anche a FI e Lega (ieri il ministro Lotti ne ha parlato fitto fitto col leghista Giorgetti). In questo caso la proposta è un sistema tedesco basato sul 50% di collegi e il 50% di liste corte bloccate, con una soglia di sbarramento unica al 5% che fa già imbufalire Ap.

Sui nuovi assetti del partito, invece, i giochi sono già fatti. Innanzitutto va detto che – grazie al lavoro certosino di Lorenzo Guerini, vicesegretario uscente con Deborah Serracchiani (al loro posto ci sarà un vicesegretario unico, carica che verrà affidata al ministro Maurizio Martina) – Renzi avrà un controllo ferreo in Assemblea e in Direzione. Sui mille delegati congressuali eletti contestualmente alle tre mozioni, Renzi ne ha, in totale, 707, Orlano 212, Emiliano 88 (più tre parlamentari). Sui 700 eletti della mozione Renzi-Martina, però, ben 489 sono renziani di stretta osservanza, 92 di Area dem (la corrente del ministro Franceschini), 65 fanno capo all’area di Martina e 70 sono Giovani Turchi. Per superare la soglia magica di 501 (50,1%) serve aggiungere il gruzzolo della stragrande maggioranza che i renziani doc godono tra i cento parlamentari che, insieme ai 20 segretari regionali (tutti renziani), ai ministri, altre personalità varie, vanno a integrare i membri dell’Assemblea (totale: 1100). E così, con 510/520 delegati Renzi, al netto di Franceschini, potrà contare su una maggioranza ‘bulgara’ e assai granitica.

In ogni caso, le due mozioni alternative, quella di Orlando e di Emiliano, rifiuteranno la gestione unitaria, mentre sono più possibiliste sull’offerta – se, però, mai vi sarà – di una gestione comune degli organi di garanzia (presidente e vicepresidenti d’assemblea, presidenti organi di garanzia). Per la carica di presidente, “Matteo ci sta pensando”, dicono i suoi. Probabilmente resterà Orfini, alleato di Renzi, un’ipotesi potrebbe essere di investire Guerini, ritenuto anche dagli avversari super partes, o la Pollastrini (Orlando) oppure una personalità come Nicola Zingaretti, governatore del Lazio che si è schierato con Orlando per il congresso, ma che va predicando il ritorno all’unità del partito. La nuova segreteria, che verrà formalizzata solo dopo la Direzione di settimana prossima, sarà la sagra del renzismo. Matteo Richetti farà le veci del coordinatore e portavoce, Ricci, Carbone, Ermini e Morani resteranno al loro posto, come pure, ovviamente, il tesoriere, Francesco Bonifazi mentre Michele Anzaldi sarà responsabile Comunicazione. Figure di esperienza (Nannicini e il viceministro Bellanova) affiancheranno giovani in ascesa come Ascani (ex lettiana), Gribaudo (area Orfini) e un ex Sel area Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia in grande ascesa nell’Olimpo renziano. Ci saranno dei giovani sindaci ‘pescati’ da Renzi nei territori (Ciro Bonajuto di Ercolano, Davide Galimberti di Varese, Giuseppe Falcomatà di Reggio Calabria) mentre al delicato e cruciale settore dell’Organizzazione andrà il giovane (classe 1976) Andrea Rossi, emiliano e uomo di fiducia del governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini, oltre che ex sindaco di Casalgrande (vicino Reggio-Emilia).

NB: L’articolo è stato pubblicato a p 8-9 del Quotidiano Nazionale del 4 maggio 2017


ettore rosato

2. Intervista al capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato sul governo Gentiloni. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gentiloni è un dirigente del Pd, e questo è il governo del Pd”, dice il capogruppo alla Camera dem, Ettore Rosato, “ma il Pd deve essere di supporto, stimolo e confronto continuo rispetto all’azione del governo”. Infatti, i ‘paletti’ che Rosato pone non sono pochi e nessuno di poco conto.

Cosa chiedete al governo Gentiloni? Un cambio di passo?

“Serve continuità con quanto fatto negli anni del governo Renzi: bisogna andare avanti sul calo della pressione fiscale e sugli investimenti per creare nuova occupazione e aiutare il sociale. Politiche che hanno portato a risultati tutti positivi per il sostegno dell’occupazione e la crescita economica. Dobbiamo andare avanti su questa strada”.

Confindustria dice: ‘Nella manovrina ci sono troppe tasse’.

“La manovrina farà il suo percorso parlamentare e la esamineremo con attenzione. Ritoccare le tasse su tabacchi e giochi non è un aumento della pressione fiscale, ma solo la rimodulazione della tassazione su due settori specifici”.

Il Pd promette che nella manovra d’autunno non ci saranno nuove tasse. Ma come farete a impedire l’aumento dell’Iva?

“Sono quattro anni che non aumentiamo la pressione fiscale. Possiamo e dobbiamo continuare su questa linea. Aumentare la pressione fiscale produce più danni dei benefici che porta. Padoan sa fare il suo mestiere bene. Troveremo con lui il giusto equilibrio anche questa volta”.

E’ pensabile fare una manovra economica senza sfondare i parametri UE?

“La UE non è il nostro maestro e anche noi come Italia ne facciamo parte. Interesse comune è definire misure che applichino le regole europee con l’elasticità consentita. Questo per sostenere la ripresa economica, creare investimenti, aumentare i posti di lavoro. In ogni caso, abbiamo scritto tutto nel Def e ci atterremo a quello”.

Cosa fare su Alitalia?

“Noi siamo convinti che vada salvata dal fallimento in tutti i modi senza risorse pubbliche a fondo perduto, ma investendo tutta la forza del governo in una trattativa che consenta all’Italia di non perdere un asset industriale importante e un pezzo di economia reale del Paese”.

Dopo le primarie, le elezioni sono più lontane o più vicine?

“Non farei più calendari delle elezioni. Occupiamoci delle tante questioni di merito, a partire dalla legge elettorale”.

A proposito, si farà mai una nuova legge elettorale?

“Noi abbiamo fatto una proposta chiara, il Mattarellum. Gli altri ne hanno fatte dieci diverse. Bisogna trovare una sintesi nella consapevolezza come giustamente ha chiesto il Presidente. Ma il Pd non è autosufficiente per approvarla. Serve trovare un accordo ampio alla Camera su un testo che poi regga anche alla prova del Senato”.

I 5Stelle hanno fatto la loro proposta. Come rispondete?

“I 5Stelle sono un interlocutore poco affidabile. Ogni loro dichiarazione sul punto viene smentita sei ore dopo. In ogni caso la valuteremo, come ogni altra proposta. E faccio notare che il modo migliore per far fallire una trattativa sulla legge elettorale è quella di annunciarla sui giornali…”.

Offrirete la gestione unitaria del Pd a Orlando e Emiliano?

“Il Pd è di tutti, Renzi lo ha detto più volte. Noi vogliamo far sentire tutti a casa loro e l’offerta vale per tutti”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata su Quotidiano Nazionale il 3 maggio 2017.

Speciale primarie. Quando sono nate, la loro storia travagliate, regole e numeri. Più tre scenari possibili sui tre sfidanti

  1. La storia delle primarie dalla nascita (2005) con Prodi a tutte quelle del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Oggi si terranno, per la quarta volta, le primarie del Pd mentre per due volte le primarie furono di coalizione. La polemica più forte, data per scontata la rielezione di Renzi, riguarda l’affluenza. Per Renzi “un milione è già una festa” mentre per i suoi avversari, Orlando ed Emiliano, “sotto i due milioni di votanti” le primarie saranno un flop.

Ma come si faceva quando le primarie non esistevano? I partiti avevano dei segretari forti e il partito più forte, il Pci-Pds-Ds, decideva chi doveva fare il candidato premier. Dopo la fallimentare esperienza del Polo Progressista del 1994 che non prevedeva l’indicazione di un vero capo coalizione (Occhetto, segretario del Pds, non lo era), D’Alema, allora segretario del Pds, disse a Romano Prodi, quando nacque il primo Ulivo (1995), poi al governo (1996-’98) , “il nostro partito ti conferisce la sua forza”. Insomma, il re investiva l’imperatore, ma a comandare restavano i vari ‘re’ e l’imperatore era solo un primum inter pares. La scelta di voler introdurre le primarie ricade, perciò, tutta su Romano Prodi. Il Professore, richiamato in Italia per guidare di nuovo il centro-sinistra, dopo l’esperienza del primo Ulivo (1996-’98), voleva una piena consacrazione popolare che lo liberasse dal giogo dei partiti. Il Professore in seconda, Arturo Parisi, ideologo dell’Ulivo, studiò forma e struttura delle primarie, sulla base dell’esperienza Usa.

Si tennero il 16 ottobre 2005, le prime primarie, e furono primarie di coalizione. Furono 4 milioni i votanti (4.311.000 per la precisione) e Prodi vinse a mani basse con 3.182.000 voti (74,1%), secondo Bertinotti (Prc), terzo Mastella (Udeur). Ma la coalizione dell’Unione che si era coagulata proprio attorno a Prodi, dopo aver vinto, di poco, le Politiche del 2006, nel 2008 era già caduta e Prodi con essa. Nel frattempo, era nato il Pd, fusione di Ds e Margherita. Walter Veltroni volle legittimarsi a sua volta con il bagno di popolo. Il 14 ottobre 2007 ecco le prime primarie di partito. Votarono i 3 554 169 elettori, ma non ci fu partita: Veltroni trionfò con 2.694.000 voti (75%) seguito, a larga distanza, da Rosy Bindi ed Enrico Letta. Solo che Veltroni, dopo aver perso le elezioni politiche del 2008, contro il sempieterno Berlusconi, si dimise nel 2009 (per aver perso le elezioni in… Sardegna) e nel Pd iniziò un lungo periodo di ‘torbidi’. Dopo una breve reggenza affidata al vicesegretario Dario Franceschini, il 25 ottobre 2009 si tennero nuove primarie sempre di partito. Sempre tanti gli elettori (3.102.709), sempre tre i candidati: Pier Luigi Bersani, alfiere della ex-Ditta, che però D’Alema non voleva si candidasse, vinse con 1.623.239 voti (53%), seguito da Franceschini (34%) e Ignazio Marino (12%).

La presa di Bersani sul partito sembrava di ferro, ma nel frattempo il governo Berlusconi era caduto (2011), il governo Monti ‘lacrime e sangue’, nato per volontà di Napolitano, era appoggiato dal Pd che si logorò con esso. Nel frattempo, era nata la stella di Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, che lanciò a Bersani il guanto di sfida. Bersani, con un atto non dovuto (per Statuto la carica di segretario e candidato premier coincidono), accettò di svolgere nuove primarie, stavolta di coalizione, in vista delle Politiche del 2013. I turni, per la prima volta, furono due. Il primo si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Seguivano Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), Laura Puppato (Pd, 2,6%) e Bruno Tabacci (Centro democratico, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono ben 2.802.382 elettori. Dopo settimane di polemiche al calor bianco, Vinse Bersani con 1.706.457 voti (69,1%) contro i 1.095.925 voti (39%) di Renzi, che riconobbe la sconfitta e appoggiò Bersani che formò, in vista delle Politiche del 2013, la coalizione ‘Italia Bene Comune’ (Pd-Sel-Cd).

Ma quella di Bersani fu una vittoria ‘di Pirro’ cui seguì, a febbraio 2013, la ‘non vittoria’ alle Politiche, la mancata elezione Prodi (il ‘complotto dei 101’) a Capo dello Stato, la rielezione di Napolitano e la nascita di un nuovo governo di larghe intese, stavolta guidato da Enrico Letta. Le dimissioni di Bersani e la breve reggenza affidata a Guglielmo Epifani furono il preludio alle nuove primarie dell’8 dicembre 2013. Parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che stavolta stravinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti) contro Gianni Cuperlo (18%) e Pippo Civati (14,2%). Con Renzi nuovo segretario del Pd, l’esperienza del governo Letta finì subito, a febbraio 2014. Il governo Renzi durò due anni, fino a quando Renzi volle e perse (male) il referendum costituzionale del 4 dicembre. Il giorno dopo Renzi si dimise e nacque il governo Gentiloni. Il Pd – dopo una lunga discussione al suo interno – diede il via a nuove primarie, ma nel frattempo subì anche una dolorosa scissione, quella di Art. 1 – Mdp. Oggi si saprà chi sarà il nuovo leader del Pd nonché il candidato premier alle Politiche.
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2. Tante elezioni primarie e in diversi partiti, mai nessuna legge per regolarle. 

Le primarie, in Italia, non sono regolamentate per legge, ma in Toscana e in Calabria sono stati fatte due leggi regionali per indirle. Le primarie sono state di due tipi, di partito e di coalizione, e si sono sempre effettuate nel campo di Pd e centrosinistra, che le ha organizzate due volte (2005 e 2012) per scegliere il leader della sua coalizione, tre volte (2007, 2009, 2013) per scegliere il segretario del Pd e più volte per determinare il candidato a presidente di Regione, sindaco o altri ruoli (i casi più eclatanti, discussi e problematici sono state, per ben due volte, le primarie per scegliere il candidato sindaco a Napoli, con tanto di annullamento in un caso – 2011 – e forti polemiche nel 2016), ma anche le primarie a Genova e a Roma, sono state investite da polemiche, sospetti, accuse di brogli di ogni tipo). Forza Italia aveva elaborato un regolamento per le primarie (estensore Laura Ravetto), ma non lo ha mai messo in atto. La Lega – che ha tenuto primarie riservate solo ai propri iscritti nel 2013 per scegliere il proprio segretario federale – e Fd’It chiedono da tempo di fare le primarie per scegliere il candidato del centrodestra, ma Forza Italia si oppone. L’M5S tiene le sue elezioni (quirinarie, parlamentarie, etc.) via web filtrando gli iscritti e aderenti con pre-registrazioni.


3. Numeri, cifre e date delle primarie dal 2005 a oggi. 

La prima volta le primarie si fecero per scegliere la guida dell’Unione alle Politiche del 2006. Si votò il 16 ottobre 2005: 4.311.000 furono gli elettori in 9.816 seggi. Sette i candidati: Romano Prodi (Ulivo), Fausto Bertinotti (Prc), Antonio Di Pietro (Idv), Clemente Mastella (Udeur), Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi) e due indipendenti (Simona Panzino, area no-global, e Ivan Scalfarotto). Prodi vinse con 3.182.000 voti (74,1%), seguito a larga distanza da Bertinotti (14,7%), Mastella (4,6%), Di Pietro (3,3%).

Nel 2007, il 14 ottobre, le prime primarie del Pd videro votare 3 554 169 elettori in 11.204 seggi. Quattro i candidati: Walter Veltroni, Rosy Bindi, Enrico Letta e Pier Giorgio Gawronski. Veltroni con 2.694.721 voti (75,8%), seguito da Bindi (12,9%) e Letta (11,1%), divenne segretario del Pd.

Nel 2009, il 25 ottobre, dopo le dimissioni di Veltroni e la segreteria Franceschini, nuove primarie per il Pd: 3.102.709 gli elettori e solo tre i candidati. Pier Luigi Bersani le vinse con 1.623.239 voti (53,23%), seguito da Franceschini (1.045.123 voti pari al 34,27%) e Ignazio Marino (12,5%).

Nel 2012 nuove primarie di coalizione. Si trattava di votare il candidato premier della coalizione “Italia Bene Comune” in vista delle Politiche del 2013. Il primo turno si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani, allora segretario del Pd, arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, sindaco di Firenze, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Poi, a seguire, Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), e Laura Puppato (2,6%) e Bruno Tabacci (Centristi, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono 2.802.382 elettori. Bersani vinse con 1.706.457 voti (69,1%) contro Renzi che prese 1.095.925 voti (39%).

Nel 2013 nuove primarie per eleggere il segretario del Pd dopo le dimissioni di Bersani e la breve segreteria Epifani. Si votò il’8 dicembre 2013: parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che le vinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti), seguito da Gianni Cuperlo (18,21%, 510.970 voti) e Pippo Civati (14,24% pari a 399.473 voti).


4. Il complicato e farraginoso regolamento del Pd che regola le elezioni primarie. 

Alle primarie del Pd possono votare tutti i cittadini che hanno compiuto 16 anni e gli extracomunitari residenti in Italia con regolare permesso di soggiorno. Basta registrarsi, pagare due euro, sottoscrivere una ‘Carta degli Intenti’ e presentarsi ai seggi con un documento d’identità e la tessera elettorale. Lo Statuto del Pd – scritto da due costituzionalisti di area, Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti – prevede due passaggi. Nel primo votano solo gli iscritti al partito entro una certa data prestabilita (stavolta bisognava essere tra gli iscritti 2016 prorogati fino al 28 febbraio 2017). Il voto tra gli iscritti è solo indicativo ed esclude solo l’eventuale candidato che resta sotto il 5% dei voti a livello nazionale. Nelle primarie ‘aperte’ votano, appunti, iscritti ed elettori. Ma se nessuno dei candidati ammessi alle primarie ‘aperte’ raggiunge il 50,1% dei voti, sovrana diventa l’Assemblea nazionale. Si tratta del massimo organo elettivo del Pd. Composta da mille membri, che vengono eletti in liste bloccate con metodo proporzionale collegate ai candidati, sono loro, i delegati dell’Assemblea, a proclamare eletto il segretario che ha preso il 50,1% dei voti alle primarie, o a scegliere, con un ballottaggio dove vince chi ha più voti, uno dei due candidati meglio piazzati alle primarie aperte.


5. La Storia non si fa con i ‘se’ ma… Tre scenari un po’ fantascientifici e un po’ no.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se Napoleone avesse vinto a Waterloo” è il titolo di un famoso libro dell’Ottocento. E’ diventata una disciplina, la storia ‘contro-fattuale’: serve a immaginare cosa sarebbe successo ‘se’ la Storia non fosse andata come è andata. Sconfina, persino e ovviamente, nella fantascienza. E dunque, cosa succederebbe, da qui al 2018, se alle primarie vincesse Renzi o Orlando o Emiliano? Ecco tre scenari possibili, forse plausibili, forse inventati….

“Se” vince Emiliano. Una marea di persone, quasi 4 milioni, va a votare. Come già successo al referendum del 4 dicembre, la voglia di mandare a casa Renzi rovescia ogni previsione. Emiliano vince e apre immediatamente un tavolo con i 5 Stelle per cambiare la legge elettorale, poi toglie l’appoggio al governo Gentiloni che cade. Si va a elezioni anticipate. Renzi lascia il Pd e fonda un nuovo movimento, “In cammino”, sulla scia del vittorioso Macron in Francia. Il Pd, che ha perso Renzi e i renziani, dà vita a un ‘listone’ che abbraccia tutta la sinistra, da D’Alema a De Magistris. I 5Stelle vincono le elezioni, il Pd arriva secondo. Emiliano apre la trattativa per un governo di ‘salvezza nazionale’. Di Maio fa il premier, Emiliano il vicepremier, il governo indice due referendum: uno per uscire dall’Europa e dall’Euro (Italexit) e uno per uscire dalla Nato. Vincono i Sì. Scontri, proteste e incidenti. L’instabilità regna sovrana.

“Se” vince Orlando. Orlando, inaspettatamente, prende il 35% dei consensi, Emiliano il 15%, Renzi solo il 48%, restando sotto il 50%. E’ necessario un voto di ballottaggio in seno all’Assemblea nazionale, il 7 maggio. Dopo notti di febbrili trattative, Emiliano riversa i suoi voti su Orlando e Franceschini rompe con Renzi. Orlando diventa segretario. Renzi resta all’opposizione. Orlando garantisce il sostegno al governo Gentiloni fino a fine legislatura. Intanto, il Pd scrive una nuova legge elettorale con FI e i centristi che introduce il premio alla coalizione e soglie di sbarramento basse. Orlando crea una coalizione con Mdp (Bersani e D’Alema), Pisapia, i centristi e gli ulivisti democratici, ma cede lo scettro del capo coalizione a Romano Prodi, che decide di ricandidarsi alla guida del ‘Nuovo Ulivo’. Alle elezioni (maggio 2018) si presenta anche Renzi, uscito dal Pd. Il centrosinistra unito supera i 5Stelle, ma le elezioni le vince il centrodestra. Berlusconi, riabilitato dalla sentenza di Strasburgo, viene incaricato di fare il presidente del Consiglio, Salvini va agli Esteri, Meloni alla Sanità. Il centrodestra propone un referendum per uscire dall’Euro. Si torna alla lira. Al Pd tocca una lunga fase di opposizione.

“Se” vince Renzi. L’ex premier ottiene il 67% dei consensi e, appena torna segretario, inizia a terremotare il governo. A settembre Gentiloni, sfibrato, lascia e si va alle urne. M5S arriva primo, FI corre da sola, rompendo con Lega e Fd’It che danno vita a un polo ‘sovranista’. Il Pd arriva secondo, ma indebolito da un ‘listone’ di centrosinistra che comprende Bersani, D’Alema, Pisapia, Prodi, Letta e altri. Nasce un governo di unità nazionale Pd-FI presieduto da Dario Franceschini, Berlusconi piazza i suoi uomini forti al governo, Renzi si deve accontentare: ministro degli Esteri.

NB: Tutti gli articoli sono stati pubblicati nelle due pagine di Speciale Primarie uscite su Quotidiano Nazionale il 20 aprile 2017. 

Legge elettorale, Renzi vuole andare a votare con il sistema che c’è. Intanto, dice no al Provincellum

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L’aula di palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Io volevo cambiare il sistema elettorale, ma ho perso. Ora c’è il proporzionale e la palude? Non venite a cercare me”, Matteo Renzi, dagli studi di Porta a Porta, scarica sugli altri, sul partito dell’accozzaglia, “quelli del proporzionale”, la responsabilità dell’attuale impasse sulla legge elettorale. Poi, però, mette in guardia tutti e avvisa i diversi naviganti: “Non facciano giochini. Hanno in testa il Provincellum. Un sistema che non ha preferenze, un sacco di collegi e poi non sai chi passa. Facciano la legge elettorale che vogliono ma il sistema sia chiaro: se io voto Renzi so che eleggo Renzi”.

Al di là del fatto che il Provincellum lo ha ideato un suo fedelissimo, il toscano Parrini (è un sistema che assegna gli eletti sulla base di circoscrizioni ampie come le attuali Province: passa il primo, ma la gara non è solo con gli altri ma anche interna ai partiti perché vale il quoziente più alto rispetto ai collegi vicini dentro ogni lista o coalizione), in realtà, il leader e presto di nuovo segretario del Pd ha in mente una cosa sola: andare a votare, appena sarà possibile, – magari a ottobre, magari il 5 novembre, quando si vota in Sicilia – “con la legge che c’è”, spiega uno dei suoi. E cioè  “con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, facendo solo dei piccoli aggiustamenti tecnici, per armonizzarli al meglio, con un decreto del governo”. Renzi ritiene che le possibilità di fare una legge elettorale ex novo siano ridotte al lumicino,  perché gli interlocutori non sono affidabili, quindi resta, appunto, solo la strada del decreto legge per armonizzare i due sistemi. “Noi abbiamo proposto di tutto – si spiega dal Nazareno -, ma i nostri possibili interlocutori, da FI a M5S, sono e restano sfuggenti. A fine maggio si va in Aula, lì ognuno si assumerà le proprie responsabilità davanti al Paese, ma se non si esce dall’impasse e non si trova l’accordo, vorrà dire che il governo sarà costretto a fare un decreto legge per sistemare e armonizzare al meglio i due attuali sistemi elettorali e andremo a votare così. Mattarella vuole una legge tutta nuova? Anche lui dovrà farsene una ragione”.

Formalmente, il Pd è impegnato, dal vicesegretario Guerini – che ha in mano la pratica, su preciso mandato di Renzi – ai capogruppo di Camera e Senato Rosato e Zanda a trovare la quadra. E, a pelo d’acqua, sembra che qualcosa si muova. Ieri, per dire, la Prima commissione Affari costituzionali della Camera ha annunciato, per bocca del suo presidente, il civico Mazziotti di Celso, che è stato fissato al 12 maggio il termine per gli emendamenti e che, entro il 25 maggio, si darà mandato al relatore (sempre lui) di scrivere “un testo base” in vista dell’approdo in Aula fissato per il 29 maggio. E proprio in seno alla prima commissione, e con il beneplacito del presidente Mazzotti, una serie di gruppi parlamentari (i centristi di destra e di centrosinistra, la Lega, pezzi del Pd, Mdp) guarderebbero con favore proprio al Provincellum stoppato da Renzi come testo base. Il percorso di guerra, in ogni caso, è irto di ostacoli, come si sa: il Pd ha rilanciato, dopo il Mattarellum, con la proposta Fiano (collegi uninominali, premio alla lista, soglia unica al 5%), l’M5S ripropone il Legalicum, FI e centristi chiedono il premio alla coalizione e soglie di sbarramento basse, Mdp vuole togliere i capolista bloccati e i 5Stelle pure, etc. Nel merito, per Renzi le colonne d’Ercole restano due: premio da assegnare alla lista, non alla coalizione (“Anche Franceschini – spiegano dal Nazareno – si è convinto: solo così possiamo competere con i 5Stelle e spaccare la destra che, senza in premio alla coalizione, si presenterebbe divisa e noi per il primo posto ce la giocheremmo con i grillini”) e soglia di sbarramento sostanziosa, fissata almeno al 5%. Difesi a testuggine questi due capisaldi, “su tutto il resto” (collegi o preferenze, appunto) – dice Renzi ai suoi – “si può trattare, ma sapendo che i capolista bloccati quelli che, a parole, li vogliono togliere, li vogliono mantenere, 5Stelle compresi”. Dal 30 aprile si riaprono tutti i giochi.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 28 aprile 2017. 

 

Legge elettorale. Mattarella pone i suoi paletti, in Parlamento qualcosa si muove, Renzi aspetta le primarie

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Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una moral suasion esercitata sul Parlamento e, insieme, uno stop alle plausibili voglie di Matteo Renzi a correre alle elezioni anticipate non appena sarà re-incoronato leader del Pd il prossimo 30 aprile con le primarie. In buona sostanza il messaggio che il Colle ha inviato a Renzi suona così: “Serve una legge elettorale omogenea, valida e funzionante in entrambe le Camere. Si tratti di un aggiustamento tecnico o di una legge nuova, non spetta a me dirlo. Ma solo così chi lo vuole può ottenere il voto anticipato, altrimenti no”.

Renzi rispedisce le critiche al mittente, chiunque esso sia (“Il Pd – spiega ai suoi – non ha i numeri per approvare una nuova legge elettorale, tanto più al Senato, l’iter sarà lungo e non si può accollare a noi la responsabilità del ritardo”), ma certo è che anche l’ufficialità del comunicato del Colle ‘parla’ e ‘gela’ più il Pd, a tre giorni dalla celebrazione delle primarie, che altri partiti e schieramenti in campo, i quali – da FI a M5S – non a caso puntano il dito contro il fatto che “si perde tempo perché bisogna aspettare le primarie del Pd”.Con parole pesanti come macigni, Mattarella parla di “necessità e urgenza” di adempiere ai due “doveri” entrambi in capo “al Parlamento e ai gruppi parlamentari”: scrivere una nuova legge elettorale ed eleggere un giudice della Consulta, che attende di essere nominato (spetta, in quota, al centrodestra) da parte del Parlamento ormai da gennaio.

“Due sentenze non fanno una legge elettorale” ha spiegato, infatti, de visu Sergio Mattarella, ex giudice della Consulta, riferendosi alle due sentenze che hanno cassato prima, nel 2014, il Porcellum al Senato e poi l’Italicum alla Camera. Mattarella parlava ai due presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, convocati al Quirinale a ora di pranzo per un pranzo che doveva restare riservato e a cui, invece, proprio il Colle ha voluto dare il crisma dell’ufficialità con un formale comunicato stampa finale. Boldrini e Grasso ne hanno dedotto, giustamente, che il Capo dello Stato è “determinato e pronto a usare tutte le sue prerogative”, compresa l’Arma Fine di Mondo, il messaggio ufficiale alle Camere.

Le sonnacchiose acque della politica si increspano subito. La Boldrini, alla fine della conferenza dei capigruppo, può incassare un primo risultato: l’esame dei 30 testi di legge sulla riforma elettorale, che si trascina stancamente in seno alla prima commissione Affari costituzionali, finirà entro il 29 maggio, quando si andrà dritti in Aula per il voto finale mentre il presidente della Prima commissione Affari costituzionali, il civico Mazziotti di Celso si spinge molto in là con l’ottimismo, sostenendo che “entro la prossima settimana ci sarà un testo base” (cosa difficile). Tutti i partiti plaudono, a parole, alle parole di Mattarella, ma il punto è trovare una maggioranza per una riforma elettorale che, ad oggi, non c’è. Per dire, l’M5S rilancia il Legalicum, FI attacca il Pd, la Lega apre al Provincellum, Mdp continua a dire No ai capolista bloccati, Ncd vuole il premio alla coalizione e via così.

Il Pd ha avanzato una proposta, a prima firma Fiano, che prevede il premio alla lista e una soglia di sbarramento unica al 5%, ma anche quei collegi uninominali che nessuno, in realtà, vuole perché tutti vogliono tenersi i capolista bloccati. E dunque? Il Pd di Renzi aveva trovato l’escamotage tecnico: “si vota con i due sistemi attuali, perfettamente compatibili” e si fa “un decreto legge del governo per fare prima”. Ecco, dal Colle fanno sapere che sia l’una che l’altra via sono precluse: le due leggi non collimano, il decreto non si può fare. Se vuole votare prima della scadenza naturale della legislatura, cioè a ottobre o novembre, Renzi deve trovare i numeri per fare una nuova legge. Con i voti di chi (FI? M5S?) sarà oggetto di dibattito da oggi, per ora il Colle ha fissato i suoi inderogabili paletti.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 27 aprile su Quotidiano Nazionale.  

Un’intervista a Guerini, Orlando da Prodi, Renzi, il Pd lombardo. Archivi, ma recenti

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Pronti a fare subito la legge elettorale”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Parla Lorenzo Guerini, vicesegretario dem e coordinatore della mozione Renzi per il congresso, detto anche ‘il Forlani’ di Matteo.

I 5Stelle dialogano in campo aperto con la Cei e la Chiesa.

“Non enfatizzerei le interviste di questi giorni, il cui significato è stato successivamente circoscritto e precisato. Il Pd ha chiaro il valore del dialogo così come la distinzione dei ruoli. Su molte questioni che stanno a cuore ai cattolici italiani, dal valore della democrazia rappresentativa, al senso dello Stato, all’attenzione ai più deboli, il Pd ha posizioni chiare e offre risposte precise come ad esempio sul reddito di inclusione che ha visto un proficuo dialogo con l’Alleanza contro la Povertà. Su questi temi si misura una distanza siderale con i 5 Stelle”.

Però con i grillini ci volete fare la legge elettorale…

“Noi parliamo con tutti”.

Anche con Forzia Italia? E su quale canovaccio e quali punti specifici?

“Noi abbiamo avanzato più proposte che vanno nella direzione di non favorire la frammentazione, mantenendo il premio alla lista anche al Senato e armonizzando le soglie verso l’alto tra Camera e Senato. Ora tocca agli altri rispondere o fare una proposta, noi siamo pronti. Anche a fare un accordo con Grillo, se serve”.

I rapporti burrascosi tra il Pd e Padoan ora segnano bel tempo?

“Non c’è stata nessuna burrasca, ma un utile confronto”.

Ma in autunno, con la Ue e con Bruxelles, giocherete a braccio di ferro?

“Il tema non è il braccio di ferro con la Ue. Noi, proprio perché crediamo nell’Europa, nei suoi ideali e nel suo ruolo nel mondo globalizzato, pensiamo che debba cambiare profondamente direzione di marcia. L’attenzione per i conti pubblici non deve far venir meno nuove e innovative politiche di crescita e sviluppo. Una cosa è certa: l’austerity della Ue finora non ha funzionato”.

L’Iva aumenterà? E le tasse?

“Lo ha escluso lo stesso Padoan. Il Pd e il governo Renzi hanno lavorato abbassando la pressione fiscale e non intendiamo abbandonare questo percorso virtuoso”.

Parliamo delle primarie. Non è che sperate in una bassa affluenza?

“Il Pd è il solo partito italiano che fa congressi veri, chiama i suoi militanti ed elettori ad esprimersi, rende la sua leadership contendibile. Nella prima fase hanno votato oltre 266 mila iscritti e sono certo che i nostri elettori voteranno alle primarie e ci riserveranno ancora una volta una bella sorpresa. Renzi ha avuto un ottimo risultato tra gli iscritti (ha preso il 67% dei voti, ndr.) e sono certo che anche il voto degli elettori ci darà soddisfazione”.

Orlando parla di un “partito di notabili di stampo prefascista”…

“Il Pd è un partito con 450 mila iscritti, 6 mila circoli, con tanta gente che partecipa, persone in carne e ossa. Chiedo a tutti più rispetto per la nostra comunità”.

Ma perché Renzi rifiuta il confronto in tv, a eccezione di Sky?

“Perché ci stiamo muovendo con le regole utilizzate anche nelle precedenti primarie che prevedevano un solo confronto televisivo. Dopodiché non c’è giorno che passi in cui in qualche trasmissione tv non si parli del congresso de i candidati non abbiano visibilità. Non c’è bisogno di inventarsi una polemica ogni giorno”.

Non è che se vince Renzi poi cade il governo?

“Assolutamente no. Noi il governo lo sosteniamo convintamente. Se Renzi vince e ritorna segretario darà ancora più forza al nostro partito e alle sue proposte per l’Italia in vista delle prossime elezioni”.

Dopo il voto sarà inevitabile un governissimo con Berlusconi?

“Io non mi rassegno a un’Italia proporzionalista. Il Pd ha e manterrà la sua vocazione maggioritaria. Si rivolgerà a tutti gli italiani e in particolare ai quei 13 milioni che il 4 dicembre scorso hanno detto Sì al nostro progetto di cambiamento. Noi siamo una forza riformista che vuole governare questo Paese, senza inseguire alchimie politiciste che danno solo fiato al vento dei populismi”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano Nazionale del 21 aprile 2017

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Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

2. Orlando da Prodi intasca mezzo endorsment, il problema di Renzi è l’affluenza. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Orlando lo definisce “un lungo e cordiale colloquio”, quello avuto con Romano Prodi a Bologna, casa del Professore, a ora di pranzo. Orlando era in città per un dibattito con il governatore del Lazio, Zingaretti, e il sindaco, Merola, suoi fan, e poi è volato a Milano per intavolarne un altro con Giuliano Pisapia, pure suo tifoso. Il ministro è stato, sì, ricevuto, dal padre dell’Ulivo, ex premier e ideatore delle primarie (partorite dalla mente di Arturo Parisi, in realtà, il quale è anche l’unico prodiano che oggi tifa per Renzi), ma la realtà è che il Professore non si è sbilanciato più di tanto. “Abbiamo parlato di temi generali”, dice uscendo, davanti ai cronisti, Orlando, “di vita politica italiana e internazionale”. Il fraterno colloquio, però, cadendo a una settimana di distanza dalle primarie, aveva generato l’idea del ‘colpaccio’. I renziani dubitano che l’endorsment arriverà mai. A tranquillizzarli, in parte, sono gli stessi uomini del Prof che assicurano: “Prodi non lo può tirare per la giacca nessuno”, nella sua cultura ci sono le primarie, non dire per chi vota, non lo ha fatto ieri né lo farà ora, lo stile è sostanza”. Però, se il veleno sta nella coda, gli stessi fanno notare che “il Prof fa sua la battaglia di Orlando per una forte partecipazione al voto” e anche – anzi, forse, soprattutto – “quella per tenere unito il Pd”. Come se, è il sottotesto, una vittoria di Renzi potrebbe spaccarlo o, Dio non voglia, provocare nuove dolorose scissioni (vedi Bersani).

Poi c’è la – piccola – pattuglia dei prodiani ancora operanti nel Pd, guidata dalla ex portavoce del premier, la deputata Sandra Zampa, che lavora tutta, pancia a terra, per Orlando, il quale gigioneggia: “parlare con Prodi è sempre utile” (traduzione: Renzi non lo fa). L’accenno prodiano polemico, da leggersi in chiave anti-renziana, sta, invece, nella sola frase ufficiale che esce da casa Prodi: “abbiamo condiviso l’augurio di una grande e bella partecipazione alle primarie che possa segnare il necessario risveglio del Pd”.

E qui la lingua batte dove il dente duole. Infatti, gli ‘orlandiani’, e lo stesso Orlando, si danno sulla voce da settimane nel sostenere che Renzi vuole “far votare poca gente” e che l’ex premier, tra mancati inviti ai confronti tv (al netto di Sky, dove il confronto si terrà il 26 aprile, ma sarà l’unico, in Rai solo confronti a distanza) e presunta assenza dai ‘territori’, avrebbe messo “la sordina” ai gazebo per disincentivare l’affluenza e garantirsi “vittoria facile”.

E se è vero che il giorno scelto, domenica 30 aprile, è poco felice – capita a metà di un mega-ponte, tra 25 Aprile e Primo Maggio – è vero anche che al Nazareno sono ben consapevoli del problema. Una bassa partecipazione al voto (sotto il milione e mezzo, per dire, quando la stima è dei renziani è tra 1,5 e 1,8, forse 2 milioni) depotenzierebbe una vittoria, quella di Renzi, data ormai per certa, e pure con percentuali, pare, schiaccianti (Renzi è intorno al 65%, Emiliano è fermo al 18%, Orlando non si schioda dal 22%). Ergo, Renzi ci tiene eccome, all’affluenza. Solo che preferisce parlare ‘al Paese’, da candidato premier già in pectore. Ieri ha detto che “Noi siamo quelli che parlano bene dell’Italia, non rassegnatevi”. Il nemico, per Renzi, sono i populisti, Lega e M5S, e non vede l’ora di affrontarli nell’unica gara che, per lui, conta: le Politiche.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

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maurizio martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina (Pd)

3. Maroni e Zaia promuovono i referendum autonomisti, il Pd lombardo si divide. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Maroni e Zaia vogliono apparire più ‘leghisti’ del re (Salvini) e il Pd del lombardo-veneto vuole apparire, come da tradizione, più ‘autonomista’ di quello romano. Tanto che il sindaco di Milano, Sala, annuncia che voterà Sì con parole non dissimili da quelle usate da Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo e assai probabile candidato del
centrosinistra alla guida della Lombardia nel 2018.
Il tema è il referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia che i consigli regionali a maggioranza centrodestra e trazione leghista delle due regioni hanno deciso di promuovere il 22 ottobre 2017. I referendum sono solo ‘consultivi’ (non potrebbero che essere tali) e invocano più autonomia regionale e più competenze esclusive, specie
sul piano delle politiche fiscali, ma stanno già terremotando la politica locale e nazionale. L’M5S, per dire, apprezza l’idea e, pur dicendo che “non si fida” di Maroni e Zaia, è orientato al Sì.

I due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno trovato l’accordo per votare in contemporanea, nelle due regioni (in Lombardia con scrutinio elettronico). I due sono in via di riposizionamento anche all’interno della Lega oggi guidata dal ‘nazionalista’, se non ‘centralista’ Salvini, presto a congresso: vogliono rinsaldare
l’alleanza di centrodestra sul piano nazionale e, soprattutto, locale, visto che in Lombardia nel 2018 si vota e Maroni è pronto ad abbinare il voto alle Politiche, se ci saranno. Così, mentre sia Bossi (“Era ora”) che Salvini (“Non vedo l’ora di andare a votare”) esultano, la scena stavolta è tutta per loro due. Zaia si batte il petto orgoglioso
(“il 22 ottobre il popolo veneto e quello lombardo scriveranno una pagina di storia”), mentre Maroni fa il realista (“Il risultato è a portata di mano, il voto per l’autonomia può e deve essere trasversale”), guardando ai 5Stelle.

Il problema, tanto per cambiare, deflagra e divide, invece, Pd. Il governo – prima con Renzi, poi con Gentiloni – e i vertici del partito avevano chiesto alle due regioni di aprire una trattativa con l’Esecutivo sulla base dello stesso articolo 116 comma 3 della
Costituzione attraverso cui i quesiti referendari sposati dai leghisti vogliono arrivare alla maggiore autonomia, ma senza avere la garanzia del risultato, legato appunto a un successivo negoziato.

La differenza sta, come sempre, nelle diverse sensibilità tra il Pd ‘romano’, cioè nazionale, e quello del ‘lombardo-veneto’ che, da decenni, ormai, insegue, senza successo, la Lega sul suo terreno. Ora, però, sta per riprovarci: il candidato del Pd alle Regionali non sarà il bresciano ministro Martina, come pure si era detto a lungo, ma il
bergamasco Giorgio Gori, renziano di ferro almeno quanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è invece ormai ostile al leader tanto che, ieri sera, quando Renzi è venuto a Milano, era assente.

Sala, però fa un apertura di credito non indifferente al referendum: lo giudica “uno spreco di denaro”, ma poi annuncia che voterà Sì. Gori, sempre ieri, ha ripetuto il concetto: “Condivido l’obiettivo dell’autonomia, ma il Governo, con il ministro Martina, ha dato segnali di apertura, non c’è bisogno del referendum per trattare”. Il ministro Martina, invece, sposa secco e duro la linea opposta, quella del Pd centralista: “il referendum costerà 46 milioni, è del tutto inutile e dopo le regioni dovranno trattare lo stesso”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2017 su Quotidiano Nazionale