“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

Tre articoli invece di uno. Renzi sceglie l’M5S come nemico numero 1 e intanto offre un patto ai grillini: “legge elettorale ed elezioni subito”

  1. Renzi Grillo Berlusconi

    Renzi, Grillo e Berlusconi.

    Renzi sfida Casaleggio jr (“Democrazia vs dinastia”) ma i suoi offrono un patto all’M5S: “Pronti a votare il Legalicum in cambio di elezioni subito (l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale il 10 aprile 2017)

“Renzi app”, già scaricabile da ogni piattaforma (htttp://io.my/appmatteo). Piattaforma e sito web ‘Bob’ (Kennedy) per smascherare le fake news grilline. “Democrazia vs dinastia”, il mantra. L’Avversario con la ‘A’ maiuscola di Matteo Renzi sono i 5 Stelle, non i suoi competitor alla segreteria, Orlando ed Emiliano, cui propone un ‘patto tra gentiluomini’, anche se alla sua maniera: “Non potete passare i futuri quattro anni a sparare sul quartier generale” (traduzione: ‘se volete fare come Bersani&co., quella è la porta’) e pur rifiutandosi di spostare la data delle primarie solo perché Emiliano si è fatto male e non può correre (Orlando era d’accordo, i renziani sono stati irremovibili) almeno fisicamente.

Eppure, per paradosso non tanto paradossale, l’ex  premier proprio ai grillini offre, tramite i suoi ambasciatori Orfini e Guerini, un patto sulla legge elettorale che nelle parole di questi ultimi due ai 5 Stllee suona così: “Noi vogliamo votare e siamo pronti a offrirvi un patto sul vostro Legalicum (estensione dell’Italicum al Senato, ndr.) e siamo pronti a togliere i capolista bloccati, voi ci state?”. E anche se l’offerta potrebbe essere solo ‘trabocchetto’ (“Un modo per stanare i grillini, far vedere a tutti che non vogliono fare nessun accordo e poi farlo con Berlusconi”, ragiona un machiavellico renziano di alto grado, ma ben informato, specie su un punto: “Se facciamo credere a FI che siamo pronti a togliere i capolista bloccati, quelli si  mettono paura, ci cascano subito nel tranello e fanno l’accordo con noi”), l’offerta ai pentastellati sembra una cosa seria e a un buono stadio di lavorazione.

L’ex premier – che nel retropalco dell’Ergife si prende un caffè in amicizia con il premier Gentiloni – si sente già vincitore delle primarie aperte del 30 aprile, forte di consensi che – dicono i suoi – “non saranno inferiori al 55-60% dei voti”. Insomma, sarà un trionfo. Solo un tasto preoccupa i renziani, quello dell’affluenza: faranno di tutto perché la partecipazione superi bene i due milioni.

Per il resto, la Convenzione nazionale del Pd tenuta ieri all’hotel Ergife di Roma scorre via come un fiume tranquillo (le liste dei candidati collegati si chiudono oggi, solo lì sono previste frizioni). Del resto, se Orlando è quotato al 20-30% ed Emiliano all’8-15%, è anche perché tre quarti del Pd – la ‘macchina’ o la ex ‘Ditta’ – sta con Renzi. Specie nell’Italia centrale (le regioni ‘rosse’) e nel Mezzogiorno, dove la mozione Renzi stravince su tutte le altre con percentuali bulgare e dove il Pd ha ormai più tesserati che al Nord.

Orlando, però prima di Renzi, fa un discorso affatto conciliante: picchia come un fabbro su tutto, dal rapporto con gli operai (“Tu vai da Marchionne, io vado ai cancelli della Fiat”), alle riforme (“Rischiamo un riformismo senza popolo”) alla legge elettorale (“Basta a proporre il Mattarellum se tutti ci dicono di no”), etc. Il governatore pugliese, teorico candidato anti-establishment, nel Pd, s’è rotto lui il tendine, ballando la tarantella: in un videomessaggio dall’ospedale, tiene una mozioni degli affetti dai toni soporiferi – non a caso molto apprezzato da Renzi, che invece ribatte duro a Orlando – il cui spunto originale è lodare “gli elettori 5 Stelle”.

Renzi spiega i punti su cui vuole imbastire la campagna elettorale, ma quella delle Politiche, come un vero derby Pd versus M5S: “democrazia contro dinastia, scienza contro paura, lavoro al posto dell’assistenzialismo”. Pensa che i 5Stelle abbiano trovano il loro nuovo leader in Davide Casaleggio, smania all’idea di potersi confrontare con lui o con chi per lui e si dedica poco al resto del Mondo. Sul vero punto di impasse, la legge elettorale, ribadisce che “Per noi c’è il Mattarellum, al Senato c’è stato un fatto di una gravità enorme (il caso Torrisi, ndr), ora tocca al Fronte del No parlare”. Ma, appunto, Renzi – via Guerini e Orfini – parla invece ai M5S e fa sapere: “La vostra proposta sul Legalicum? Fatela, pronti a discuterne”.

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2 Renzi teme Casaleggio ma è pronto a trattare con M5S sulla legge elettorale 

(l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale l’8 aprile 2017) 

Vitalizi, l’ira grillina scatena la bagarre. Il Pd: faremo pagare gli ex parlamentari

Il Senato italiano

Interno dell’aula di palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati.

Ettore Maria Colombo – ROMA
BAGARRE in Aula, Marina Sereni (Pd) oltraggiata, commessi spostati di peso e spintonati come in una rissa da bar. Persino la diretta Rai, che trasmette come ogni mercoledì il
question time, viene interrotta – ed è la prima volta che succede – per intercorsi tumulti. Protagonisti sono i deputati del Movimento 5 Stelle. I quali, ieri hanno inscenato, a freddo, una indecorosa gazzarra dentro un Aula di Montecitorio dove, poche ore prima, c’era persino il Capo dello Stato. Il finto oggetto del contendere sono i vitalizi dei parlamentari.

IN VISTA del 15 settembre, quando scatteranno gli ‘ex’ – non si chiamano più così dalla riforma, voluta da Fini, del 2013 – vitalizi, anche per i parlamentari oggi di prima nomina, il Pd ha pensato bene di escogitare e fare votare, in calcio d’angolo, una norma che salva la capra (il conquibus) e i cavoli (la ventata demagogica che scorre potente in Italia).

Infatti, fino a ieri, sul tavolo c’erano solo due proposte: quella del deputato democratico Matteo Richetti (molto dura contro i vitalizi) e quella, ovviamente, del M5S che li vuole abolire e punto, applicando anche ai parlamentari la (iniqua) legge Fornero. La Sereni, vicepresidente della Camera ed esponente del Pd, propone a sorpresa un «contributo di solidarietà» e ottiene il consenso unanime dell’Ufficio di presidenza, tranne quello dei 5 Stelle. La norma – che vale, in realtà, solo per i vitalizi maturati dal 2012 in poi perché da allora in poi si è passati, appunto, al sistema contributivo – vale anche solo per tre anni. La norma Sereni incide sugli «assegni vitalizi e i trattamenti previdenziali, diretti e di reversibilità corrisposti ai deputati cessati dal mandato». La proposta, inoltre, presenta un complicato sistema di scaglioni: il contributo di solidarietà, per gli assegni superiori ai 100 mila euro lordi, sale fino al 40% del vitalizio, mentre per gli scaglioni inferiori la tassa di solidarietà è fissata al 30% per i vitalizi fino a 90 mila euro, al 20% per quelli fino a 80 mila, al 10% per quelli fino a 70 mila, a zero sotto. Il prelievo, che già era stato introdotto nella legislatura, era scaduto il 31 dicembre 2016 e ripartirà a partire dal primo maggio durando, appunto, altri tre anni, producendo risparmi per 2,4 milioni l’anno (l’1,7% di risparmi sul totale dei vitalizi), ma non può e non potrà che essere temporaneo (anche se potrebbe essere riproposto, se ne parlerà nella prossima) perché così ha stabilito la Corte costituzionale, altrimenti  gli ex parlamentari farebbero ricorso, sicuramente vincendolo.  Gli altri gruppi parlamentari (tutti, Lega compresa) votano con sollievo un testo che grava sulle spalle di ex deputati che hanno molte legislature sulle spalle e non sui più giovani.

ED È QUI che i grillini – colti di sorpresa da una proposta che rischia di vanificare tutta la loro canea ‘anti-Casta’ – perdono la testa. Prima escono e poi circondano la sala dove si tiene la riunione dell’Ufficio di presidenza, ai piani alti della Camera, con alla testa il ‘comandante’ Di Maio (il quale, en passant, sarebbe un vice presidente della Camera). Poi si scagliano contro la Sereni, gridandole «vergogna» e minacciandola. I commessi, che si devono mettere in mezzo per dovere, sono a loro volta spintonati e spostati di peso.
Al grido-tweet #Sitengonoilprivilegio la bagarre tracima in aula. In teoria c’è il question time, sta parlando il ministro Galletti, ma la Rivoluzione non può attendere. I deputati M5S salgono sui banchi del governo e gridano «Vergogna! Ladri! Bastardi!». Segue nuova colluttazione con i commessi che cercano di trascinarli fuori dall’aula di Montecitorio.

Non paghi, c’è spazio anche per un mini-bagno di folla. Infatti, davanti alla piazza di Montecitorio, il ‘Popolo Indignato’ (dagli stessi pentastellati convocato e mobilitato) non aspettava altro che ascoltare il comizio dei due novelli Robespierre e Saint-Just, Di Maio e Di Battista. Succo del comizio: «Dopo questo gesto disperato per mantenere in vita i vitalizi dei parlamentari, sono finitiii!. Andremo al governo e cacceremo tutti questi abusiviii!». Dentro, si susseguono le accuse di «fascismo squadrista» da parte di molti deputati anche insospettabili di sinistrismo come il civivo Rabino (“Fascistelli!”) e l’ex An che li definisce dei “cialtroni che mi hanno impedito di parlare, manco negli anni 70”.
La presidente Laura Boldrini parla di «comportamento inaccettabile» mentre il capogruppo del Pd, Rosato, rivendica un voto «che taglia davvero i costi della politica». Sipario.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 13 del Quotidiano Nazionale il 23 marzo 2017

Boschi difende Lotti e si schiera con Renzi. Renzi prepara il Lingotto

1) Boschi a Porta a Porta: la mozione di sfiducia uno show grillino. Poi attacca i media.
 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
DIFENDE a spada tratta il governo e Luca Lotti – su cui pende una mozione di sfiducia che verrà discussa dal Senato il 15 marzo, ma rispetto alla quale già si sa che il ministro non rischia nulla – annunciando che Lotti si difenderà «a tono in Parlamento». Attacca i 5 Stelle e la loro mozione di sfiducia bollandola come «il solito show» e conferma la «ferma convinzione» a sostenere Renzi nel Pd.
CI VOLEVA Bruno Vespa e il suo salotto tv per restituire la favella a Maria Elena Boschi da Arezzo. L’ex ministra del governo Renzi, oggi potente sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con Gentiloni (stende lei l’ordine del giorno), ne aveva di cose da dire. Troppo lunghi i suoi silenzi: sia dentro il Pd, sia nei confronti di Renzi (mai difeso: neppure una parola, in tanti mesi, davanti a tanti e ripetuti attacchi).
BOSCHI era silente da troppo tempo e, proprio ieri, si erano diffuse voci di pesanti scontri tra lei e l’ex premier sulle scelte di Renzi, sull’atteggiamento da tenere verso il governo e, anche, sul da lui cercato voto anticipato. Oltre alle voci di altrettanti e pesanti scontri tra lei e Luca Lotti, oggi ministro allo Sport e, ieri, sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Renzi. Uno scambio di ruoli che aveva dato adito a ipotesi di ogni tipo, comprese quelle di epici ‘scontri’ tra i cavalieri di una Tavola Rotonda, quella renziana, ormai semivuota.
LA BOSCHI preferisce togliersi tanti sassolini dalle scarpe, ma sono solo i suoi. Prima sulla vicenda del padre (il suo, non quello di Renzi): «Ricordo che mio padre è fuori da ogni inchiesta, assolto e prosciolto, ma sui media nulla». Sull’inchiesta Consip si limita all’estraneità dell’esecutivo: «Le indagini sul ministro Lotti per presunta rivelazione di segreto d’ufficio non sono fatti che abbiano coinvolto il governo. In qualche redazione si potrebbe verificare se è stato violato il segreto d’ufficio, ma non a Palazzo Chigi».
NON mancano, certo, le punture di spillo per gli scissionisti: «Sarebbe strano che i nostri ex compagni del Pd votassero la sfiducia a Lotti quando noi assieme a Renzi sostenemmo Errani che, da governatore, venne perfino condannato».
A Renzi, certo, conferma fiducia nella gara congressuale: «Lo sosterrò convintamente», dice, ma senza lasciarsi andare a una parola che sia una per gli altri due candidati in lizza. Né concede confidenze personali a Vespa: perde il sorriso, ma è un attimo, solo alla domanda se vuol essere mamma. «Non ho cambiato idea», è la replica di donna Boschi, che – in quanto titolare della delega alle Opportunità – ieri ha festeggiato in tv l’8 marzo.
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2) Renzi ritorna al futuro: al Lingotto la difficile ripartenza verso il congresso del Pd
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Matteo Renzi a Rimini, all’assemblea degli amministratori locali del Pd

“Matteo si è messo in ‘modalità Gentiloni’”, dicono i suoi. Il nuovo Renzi è tutto un “sopire, troncare, troncare, sopire”. Sarà il momento storico: non è dei migliori, tra inchiesta su babbo Tiziano – “che, per fortuna, si va sgonfiando”, assicurano – mozione di sfiducia all’amico-ministro-fratello Luca Lotti e una gara congressuale che è già senza esclusione di colpi. Sarà che, ieri sera, il premier in carica, Gentiloni, è stato accolto e coccolato, dall’assemblea del gruppo Pd alla Camera come Renzi, forse, non è mai stato.

Il guaio è che l’ex premier si guarda attorno e vede che qualcosa non va. Renzi, si sa, detesta Emiliano che contro di lui brandisce la spada, recluta truppe, specie al Sud e, soprattutto, deve ancora testimoniare sul caso Consip, ma teme Orlando, che invece sembra tirare di fioretto. Eppure, il ministro ieri era in una radio a cantare Zingaradi Iva Zanicchi: la strategia dello staff è di rendere “simpatico” un introverso. Si vedrà se funziona, certo è che Orlando miete consensi trasversali tra le truppe parlamentari dem: stanno con lui 80 deputati e 33 senatori contro i 58 senatori e 190 deputati di Renzi, che sono tanti, ma non tantissimi, e i sette deputati e due senatori di Emiliano, che invece sono pochi, ma fa scalpore l’arrivo del fioroniano pugliese Gero Grassi. Per Orlando c’è l’endorsment della senatrice Cirinnà, neo -eroina del movimento Lgbt per la legge delle unioni civili, sta per arrivare Sandra Zampa, vicepresidente del Pd e, soprattutto, storica portavoce di Romano Prodi (che, per ora, non dice né se né chi voterà alle primarie dem), oltre a quelli delle residue truppe lettiane e, forse, e pure presto, dello stesso Enrico Letta.

Ecco perché Renzi si è messo, testa bassa e pedalare, a organizzare al meglio la tre giorni del Lingotto, il lancio della sua candidatura a un congresso dove si gioca tutto. L’ex premier sostiene che “non sarà una Leopolda, non vi aspettate lo stesso stile scanzonato e gioioso”, assicurando che comunque la kermesse fiorentina tornerà “in autunno”. Eppure, ci rassomiglia molto. Ci si accredita, per dire, non sul sito ufficiale del Pd, ma sul sito www.matteorenzi.it , ci saranno gli ospiti eccellenti (Padoan, Bonino e altri). Ci saranno i tavoli tematici, spalmati su tre giorni: da venerdì, quando Renzi aprirà i lavori nel tardo pomeriggio, fino a domenica, quando sempre Renzi – che lancerà il ticket con il ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina – li chiuderà. “E’ un momento di riflessione, approfondimento, dialogo”, spiega, dove “ce le diremo tutte: cosa abbiamo fatto, cosa dovevamo fare meglio, cosa potremo fare. Non dico che vi annoieremo” – dice – “dal primo all’ultimo minuto, ma è giusto sottolinearne il carattere programmatico”. “Renzi che ‘minaccia’ di annoiare? Non è più lui”, dicono i suoi avversari, sempre più maligni.

NB: I due articoli sono usciti l’8 marzo 2017 a pagina 12 e 13 del Quotidiano nazionale.

Orlando sfida Renzi: “Mi candido”. Lo scontro sulla data finale delle primarie: 9 o 23 aprile?

Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine del Consiglio dei ministri (Ansa)

Ettore Maria Colombo
ROMA
QUANDO si terranno le primarie aperte del Pd, cioè la fine del percorso congressuale che inizierà con i congressi nei circoli, passerà per la Convenzione nazionale e si chiuderà con la classica ‘gazebata’, quella in cui votano iscritti ed elettori? Il 9 aprile, come vuole Matteo Renzi? Il 7 maggio, come chiede con forza Emiliano che, altrimenti, minaccia di ritirare la propria candidatura? O passerà la mediazione degli uomini di Orlando («si voti il 23 aprile perché serve tempo»)? «Sennò – dice Orlando – non è più un voto, diventa un televoto».

ORLANDO, appunto, è ‘sceso in campo’. «Vi stupite – dice con un sorriso il ministro a un grappolo di giornalisti che lo circondano dentro una ex storica sezione del Pci, quella di Porto Fluviale (“Ce la semo ricomprata pe’ tre volte pecché pe’ tre volte se l’erano venduta, sti’ magnaccia“, dicono – arrabbiatissimi – i militanti del circolo Marconi) – perché presento la mia candidatura in un circolo? E dove avrei dovuto farla, in un posto esotico tipo Bali o l’Himalaya?!». L’ultimo campione di una lunga storia, quella del Pci-Pds-Ds, annuncia la sua discesa in campo prima a Ostia, luogo pasoliniano, poi nel circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia della Capitale ma abbastanza cool, ormai. Il posto è molto piccolo, la gente straripa fuori, ma per fortuna c’è pure una piccola terrazza. L’atmosfera è da ritrovo di ex compagni che tornano, finalmente, a dirsi tali. Orlando, però, non è uno sprovveduto. E così, tra la folla di militanti de core, spiccano tanti parlamentari dem usi all’antica fatica di prendere voti nei (loro) territori. Ecco dunque, spuntare gli uomini di Zingaretti (ieri il governatore del Lazio ha detto che lo appoggerà), quelli dell’ex re del Pd di Roma, Bettini (altro endorsement), come Michele Meta, deputati e senatori piemontesi, lombardi, toscani, ma anche pugliesi, sardi e campani. Intanto ‘il compagno Sposetti’ si gode, da lontano, le gesta di un pupillo, il suo, che gode pure del favore del leader degli ex miglioristi (Napolitano) e dell’ex presidente della Camera Luciano Violante. Morale: il ‘paladino Orlando’, nato peso piuma, è salito sul ring «contro la politica della prepotenza», come ha scandito ieri in mattinata, e non vuole fare da sparring partner.

LO DIMOSTRA anche il braccio di ferro andato in scena ieri in seno alla commissione congresso che ha fatto perdere le staffe al suo presidente, il vicesegretario Lorenzo Guerini, che parla di «ricostruzioni prive di fondamento, lasciateci lavorare in pace».
Infatti, a metà pomeriggio, si diffonde la notizia che «tutto è stato già deciso, le primarie aperte si terranno il 9 aprile». Notizia che fa sobbalzare sulla sedia sia gli uomini di Emiliano in Parlamento – i due dioscuri pugliesi Boccia e Ginefra – che quelli di Orlando. I colonnelli, nonostante le frecciate che si tirano i loro campioni nelle interviste televisive, rinfacciandosi antichi appoggi verso ‘il Nemico’ comune (Renzi, appunto: “Tu non ti sei mai distinto da lui, ed eri un suo ministro”, gli rinfaccia Emiliano: “E tu lo hai appoggiato alle primarie del 2013, quando io stavo con Cuperlo”, gli ribatte Orlando), decidono perciò una Santa Alleanza contro Renzi, almeno sul campo che deve definire il terreno di gioco, le regole. In ballo c’è la fine dei lavori della commissione e la Direzione che, oggi, li validerà. I seguaci di Emiliano sono i più scatenati, ovviamente. Dice Boccia: «Se insistono sulla data del 9 aprile, salta tutto, ma ho fiducia che i renziani ‘timidi’ (l’appello è a Franceschini, ndr) sapranno ragionare con la loro testa e non impiccarsi a Renzi». Gli orlandiani sono appena più soft, ma il concetto è identico. Dice l’orlandiano Bordo: «Il 9 aprile è una data incompatibile con le regole, se vanno andare avanti gli votiamo contro e vediamo».

IN SERATA si diffonde una voce preoccupante: se la commissione, a maggioranza (renziana, ovviamente: su 20 componenti, 15 li teleguida Guerini), insisterà sul 9 aprile, Emiliano – che ieri sera, ospite da Mentana su La 7, ha detto che «Renzi vuol far saltare i referendum sui voucher e andare a elezioni anticipate» – potrebbe compiere l’ennesimo giro di valzer e ritirarsi dalla corsa per ‘impraticabilità di campo’. Resterebbe una sfida a due: quella tra il campione del partito della Nazione (Renzi, stile Macron) e il paladino del ‘partito che fu’ (Orlando, stile Hamon). Si vedrà. La mediazione, dice Guerini a un amico, «è una data intermedia per tutti, il 23 aprile». Due giorni dopo e ricorre il 25 aprile, Festa della Liberazione. Anche dal Pd di Renzi? Chi può dirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 24 febbraio 2017.

Emiliano fa l’ultima giravolta «Resto nel partito e sfido Renzi». Orlando pronto a rompere gli indugi. Matteo, intanto, è volato in California…

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo
ROMA
IL CONGRESSO del Pd sta per aprirsi e chiudersi in un arco di tempo assai ristretto. Fonti renziane altolocate fissano al 9 aprile, la prima domenica del mese, la celebrazione delle primarie aperte: «Non un giorno oltre, così la finestra elettorale di giugno resta aperta», sibilano. Renzi avrà un contendente certo, il governatore pugliese Michele Emiliano, forte al Sud, debole al Nord, e uno incerto, il ministro alla Giustizia Andrea Orlando, forte nel Nord Ovest e – se lo appoggeranno Zingaretti e Marini – al Centro del Paese.
Orlando ha un’agenda fitta: al mattino presenta il suo nuovo blog Lo Stato presente («Non una rivista – spiega – perché non ho soldi per creare think-thank né Fondazioni», stoccata a D’Alema…). La sala è stracolma di parlamentari, anime perse della sinistra dem (ex Giovani Turchi, bersaniani, cuperliani, persino i veltroniani). Poi va in Direzione, non parla, ma presto scioglierà la ‘riserva’. Ieri sera, poi, ha riunito la sua area con Cuperlo e Martina. Insomma, dicono i suoi e i renziani, Orlando (ieri sera in tv da Vespa) si candiderà a segretario e dalla televisione si capisce che il ‘grande passo’ è assai vicino, cosa di giorni. L’idea è quella di una convention ‘aperta’, senza dare un nome alla sua neo-corrente neonata nel Pd, ma radicando la nuova area politica – composta, per ora, da 45 Giovani Turchi, 15 cuperliani e 20 vicini a Damiano – nei territori. Sarà, quindi, una sfida a tre, come quella che, nel 2013, vide Renzi trionfare (67%) su Cuperlo (18%) e Civati (15%).
Naturalmente, trattandosi di Pd, il colpo di scena è arrivato pure ieri con la candidatura – prima negata, poi sospesa – di Emiliano. Il quale, preceduto da un intervento in Direzione del suo comandante in seconda, Francesco Boccia (l’altro è Dario Ginefra: ambedue pugliesi, hanno sposato ambedue due parlamentari dell’ex Pdl-FI, Di Girolamo e Ravetto, una bionda e una mora, unica differenza, il primo era lettiano, l’altro era dalemiano), arriva a sorpresa al Nazareno e interviene, lasciando tutti a bocca aperta. I renziani per la gioia e i bersaniani per l’ira funesta. Emiliano dice che «le regole del gioco sono truccate, Renzi ci gode per la scissione, non offre garanzie sulla durata della legislatura, Rossi e Speranza sono stati offesi con toni arroganti». La conclusione logica doveva essere ‘quindi mi scindo pure io’ e, invece, è stata «mi candido alla segreteria» perché «non si può tradire la speranza di un popolo», «chi non lotta ha già perso» e «dal Pd non mi caccia nessuno». Poi, in tv, dagli studi di Porta a Porta, rilancia: «Posso vincere le primarie». E allontana le accuse: «Io ho tradito? Non faccio parte della corrente di Bersani. Sono un militante single, la mia forza è di non far parte di queste conventicole».
L’EX SEGRETARIO, volato negli Usa per visitare luoghi di eccellenza in California (terrà un diario di viaggio sul suo sito, ma appena torna annuncia che andrà in tv e che ripartirà il ‘Matteo risponde’) si gode lo spettacolo. Nella ENews ribadisce che «gli addii addolorano, ma è tempo di rimettersi in cammino. Ora parliamo dell’Italia, il congresso è stato convocato nei tempi previsti, vinca il migliore». In realtà, Renzi si sta divertendo un mondo: la scissione è «solo di Palazzo», dice ai suoi, «Michele li ha fregati tutti, ora che cosa diranno alla nostra gente? Il Pd è contendibile, tanto che lui si candida!».
A sprizzare gioia da tutti i pori sono anche i renziani: rifiutano sdegnati l’accusa di Bersani&co. di aver ‘provocato’ loro la rottura di Emiliano, ma fanno i calcoli della scissione: «Vedrete, alla fine gli ex-Sel saranno persino di più degli ex-dem». E così la Direzione – mentre fuori dal Nazareno c’è il finimondo – fila via come l’olio. Al netto di alcune schermaglie procedurali tra Boccia e Giachetti sui membri della commissione per il congresso: sono entrati rappresentanti di tutte le correnti (Franceschini, Orlando, Martina, Fioroni, Veltroni, etc), ma il presidente sarà il vicesegretario Lorenzo Guerini, una garanzia per Renzi. Cuperlo fa un ultimo appello: chiede le primarie finali a luglio, ma nessuno gli dà retta. Orfini apre i lavori, li chiude, si vota (1 contrario, 8 astenuti), poi si va tutti a casa.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 febbraio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale