NEW! Cos’è il ‘Tedeschellum’ e come funziona, le modifiche in discussione. Ma anche cos’è il ‘vero’ sistema tedesco e la corsa verso il voto anticipato. Un dossier sulla nuova legge elettorale

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La cancelliera tedesca Angela Merkel

Proponiamo qui una rapida spiegazione del sistema elettorale che sta per adottare il Parlamento italiano (un ‘simil-tedesco’), una disanima del sistema tedesco vero e proprio, l’analisi dell’iter di approvazione della legge elettorale in corso di esame da parte del Parlamento. Ringrazio il prof. Stefano Ceccanti e l’onorevole Dario Parrini (Pd) per i consigli e le spiegazioni che mi hanno consentito di scrivere tale testo. 

NB; il testo è in via di definizione, qui vengono di volta in volta spiegate le modifiche.

A) Il sistema tedesco ma ‘all’italiana’. Un proporzionale semi-puro, tagliola al 5%

I tre grandi partiti presenti in Parlamento (Pd, FI, M5S) stanno per convergere su un sistema di riforma elettorale che i media – e i partiti stessi – chiamano, per comodità, ‘sistema tedesco’. In realtà, il ‘Tedeschellum’ o ‘Germanicum’ all’italiana presenta sottili, ma significative, differenze rispetto al sistema elettorale in vigore in Germania (nella RFT dal 1949, con lo sbarramento al 5% dal 1953, nella Germania unita dal 1990). In sostanza si può definire un sistema proporzionale ‘semi-puro’. con sbarramento al 5%.

Dal punto di vista tecnico, una volta trovato l’accordo su un sistema elettorale tedesco, il relatore del nuovo testo, in I commissione Affari costituzionali della Camera, Emanuele Fiano (Pd) ha presentato il testo dell’emendamento che trasforma il Rosatellum (che era stato adottato come testo base) per farlo somigliare al modello usato in Germania. Ma lo fa solo in parte e con due differenze sostanziali: scompare il voto disgiunto e i candidati dei collegi uninominali passano quasi sempre in secondo piano rispetto ai capolista bloccati.

Vedremo più avanti se e come gli eletti scattano nei collegi e/o nella parte proporzionale, e in quale ordine, trattandosi di un sistema per metà fatto di collegi uninominali (50%) e per metà (50%) di liste bloccate corte (da 2 a un massimo di 6 nomi) presenti in circoscrizioni pluriprovinciali, ma va chiarito subito ciò che conta, per ogni lista, è il risultato ottenuto a livello nazionale nella parte proporzionale, una volta superata la quota del 5%.

E’ tale risultato  a determinare il numero dei seggi da attribuire alla lista con una sola clausola ostativa, appunto: la soglia di sbarramento, sempre nazionale, fissata al 5%. Sotto tale soglia non si ha diritto a seggi. Anche se formalmente il riparto è fatto a livello circoscrizionale alla Camera e a livello regionale al Senato, vale il computo nazionale. Dunque, in Italia, una lista potrebbe arrivare a prendere da un minimo di 1 milione 700 mila a un massimo di 1 900 mila elettori senza entrare in Parlamento. I voti dispersi, però, non vengono persi del tutto: vengono ripartiti, in seggi, alle liste e/o partiti che superano la soglia di sbarramento (5%). In pratica, un partito che prende il 40% dei voti può arrivare a sfiorare il 50% dei seggi se il numero di voti validi non attribuibili a nessuna lista che rimane sotto il 5% superasse, in totale, il 20% dei suffragi perché sarebbe come calcolare il proprio 40% sull’80% dei votanti e non sul 100% (-20%).

  1. Il calcolo dei seggi.

Il calcolo dei seggi avviene, come si diceva, a livello nazionale come pure il superamento della soglia di accesso (5%). Il quoziente scelto è quello dei “quozienti interi e dei più alti resti” (metodo Hare): in sostanza, una volta superata la soglia di sbarramento (5%), il metodo non penalizza le forze piccole, ma anzi le agevola. Se invece fosse stato fatto con il metodo d’Hondt, che agisce sulle circoscrizioni, avrebbe favorito i partiti più grandi.

2. Collegi e circoscrizioni elettorali.

L’Italia viene divisa in 27 circoscrizioni pluri-provinciali alla Camera (26 più un collegio uninominale, la Val d’Aosta) e 20 circoscrizioni regionali al Senato (19 più la Val d’Aosta). La Camera assegna 606 seggi (e non 630 perché vanno sottratti i 12 collegi della circoscrizioni Estero, 11 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno di Val d’Aosta) che vengono così ripartiti: 303 collegi uninominali e 303 su liste bloccate corte composte da due a un massimo di sei nomi. Il Senato assegna 301 seggi (e non 315 perché vanno sottratti i sei seggi delle circoscrizioni Estero, sette collegi uninominali del Trentino e uno della Val d’Aosta) così ripartiti: 150 eletti nei collegi, 151 nelle liste bloccate corte. Nei 18 collegi delle circoscrizioni Estero (12 Camera e 6 Senato) i seggi vengono attribuiti con metodo proporzionale senza soglia di sbarramento. Negli 11 collegi uninominali del Trentino (8 collegi uninominali all’inglese e tre di recupero proporzionale) Camera e nei 7 collegi uninominali del Trentino Senato (5 collegi uninominali all’inglese e 2 di recupero proporzionale), come pure nei due seggi uninominali (uno Camera e uno Senato) della Val d’Aosta rimangono valide le regole introdotte con il Mattarellum nel 1994: si tratta di collegi uninominali secchi all’inglese con recupero proporzionale per il 25% e una soglia di sbarramento che, di fatto, è intorno al 20%.

3. La scheda elettorale.

La scheda elettorale è unica, il voto disgiunto (la possibilità per un elettore di votare un candidato uninominale e un simbolo di lista diverso nei collegi plurinominali) è vietato, ma la norma potrebbe essere modificata. Il voto a un candidato del collegio ‘trascina’ il voto alla lista (e viceversa). Si vota tracciando un segno nel rettangolo che li comprende. Il doppio segno (collegio e lista) è valido. Ci si può candidare fino a un massimo di un collegio uninominale e tre collegi circoscrizionali (cioè del listino bloccato). Questa norma, come vedremo, potrebbe cadere nella discussione parlamentare su richiesta avanzata dai 5 Stelle. 

Ad ogni simbolo di partito è dunque associato il nome del candidato in quel collegio e i nomi del listino bloccato (da due a 6 candidati) di quella circoscrizione elettorale.
È previsto espressamente che in caso di doppio segno su un candidato e sulla lista corrispondente il voto rimanga valido. Questa norma difficilmente verrà modificata.

4. Il metodo di scelta degli eletti.

Come dicevamo, i voti per i partiti (liste) vengono conteggiati in un unica sede, nazionale, e vengono ammesse al riparto dei seggi solo le liste che hanno superato la soglia del 5% dei voti, con l’eccezione delle liste relative alle minoranze linguistiche (Trentino e Valle d’Aosta) per le quali la soglia è al 20% nella regione di riferimento. La soglia di sbarramento, fissata al 5%; è la stessa sia alla Camera che al Senato.

Solo a  questo punto vengono calcolati i seggi spettanti ai singoli partiti, calcolo che viene fatto a livello nazionale per la Camera e a livello regionale/circoscrizionale al Senato. Questa differenza è necessaria perché secondo la Costituzione il Senato deve essere eletto su base regionale.

La differenza di calcolo può causare leggere differenze nella rappresentazione dei partiti tra Camera e Senato, ma non distorcendo la rappresentatività come avveniva con il premio di maggioranza su base regionale che assegnava, ad esempio, il Porcellum.

Una volta scesi nelle singole regioni/circoscrizioni verranno scelti gli eletti, fondendo il sistema proporzionale con quello uninominale.

E’ qui che, appunto, le cose si complicano e differiscono di molto dal sistema elettorale tedesco dove, come vedremo, il numero dei seggi del Bundestag, la Camera elettiva, è variabile (vengono detti seggi ‘sovranumerari’) perché bisogna garantire,, per primo, a tutti gli eletti nei collegi la possibilità di entrare nella Camera bassa. In Italia ciò non è possibile: il numero di seggi (630 alla Camera, 315 al Senato, esclusi i senatori a vita) è fisso, quindi qualcuno ‘deve’ restare fuori dai seggi, a seconda dei voti presi, tra listini bloccati e collegi uninominali pur avendo – mettiamo il caso – vinto nel proprio collegio uninominale.

Il primo eletto è il candidato che, nel suo collegio, ottiene il 50,1% dei voti validi (ma si tratterà di casi rarissimi); scattano poi i capolista bloccati di ogni listino della quota proporzionale; seguono i candidati dei collegi uninominali fino ad esaurimento dei collegi vinti da quella lista, cioè in ordine ai voti ricevuti nella circoscrizione; se restano ancora seggi si torna nel listino circoscrizionale e scattano i candidati successivi al capolista; se ne restano ancora da attribuire si torna ancora nei collegi e si pesca tra i “migliori perdenti” (o i “peggiori vincenti”) dei collegi. Ma attenzione: un partito potrebbe aver diritto a un numero  di seggi minore al numero dei collegi vinti, quindi potrebbe vedere non scattare seggi, dopo il capolista, i primi vincitori dei collegi e i nomi del listino, ai vincitori di altre gare nei collegi che verrebbero esclusi dal computo dei seggi pur avendo vinto nei loro rispettivi collegi.

Non ci si può presentare in più di un collegio uninominale e in tre listini (quota proporzionale) di diverse circoscrizioni. Questa norma potrebbe cadere nel dibattito parlamentare per essere sostituita da una che prevede la possibilità di presentarsi in un solo collegio e in un solo listino circoscrizione. La norma è criticata perché limita, in parte, l’effetto ‘blindatura’ dei seggi per i big cui restano in mano dei buoni paracadute per garantirsi l’elezione nel mix candidatura collegi/listini. In totale, però, il numero dei capolista bloccati (non – si badi bene – del totale dei candidati nelle liste bloccate corte della quota proporzionale: 303 seggi Camera, 151 Senato, quindi la metà di entrambi, 454 eletti) non è alto: 26 eletti alla Camera e 19 al Senato per ogni partito, in totale sono 45 parlamentari.

5. Le norme di genere.

I listini bloccati avranno una rigida alternanza di genere (donna-uomo/uomo-donna), nei collegi nessun genere può superare l’altro per il 60%, quindi almeno il 40% di donne.

6. Un esempio. La Toscana.

Un esempio. La Toscana. Prendiamo la circoscrizione Toscana. Elegge 38 deputati (19 nei collegi e 19 nei listini) e 18 senatori (9 nei collegi, 9 nei listini). Mettiamo che il Pd prenda il 46% dei voti che, per effetto dello sbarramento, diventano il 51% dei seggi. Alla Camera elegge 19 deputati: il primo del collegio con oltre il 40% dei voti, il capolista bloccato, 17 nei collegi. Al Senato il Pd elegge invece 9 senatori: il capolista bloccato e otto collegi. Mdp, alla Camera, prende un deputato perché supera il 5%: non vince nessun collegio, passa il capolista, e il Pd perde un vincente nei collegi per colpa di Mdp oltre il 5%. L’M5S elegge, con il 30%, 10 deputati e 6 senatori, tutti dai listini. FI, col 15%, elegge 5 deputati e 1 senatore (listini). La Lega, con l’8%, elegge 3 deputati e 1 senatore (listini). Se il Pd fa il boom (60%) e vince tutti i collegi (19 Camera e 9 Senato), i posti in più li prende dal suo listino, ma se i posti da assegnare al Pd si assottigliano perché altre liste guadagnano seggi saltano i “peggiori vincenti” dei collegi. Potrebbe accadere, cioè, che – causa il riparto nazionale dei voti e la soglia al 5% – il Pd debba ‘cedere’ uno o più degli eletti nei collegi a un’altra lista: perderebbe un vincente nei collegi mentre i candidati del listino bloccato in quella circoscrizione passerebbero tutti. Si chiama ‘effetto flipper’: non garantisce cioè la vittoria matematica di un candidato che pure ha vinto il collegio, specie se in quella circoscrizione il partito che lo sostiene è forte ma non può superare il tot di seggi che, su base nazionale, quella circoscrizione gli assegna.

7. Il problema dei collegi da disegnare. 

Con una legge così fatta, ci sarà bisogno ovviamente di disegnare non tanto le 26 circoscrizioni regionali della Camera che già esistono del Porcellum (una per ogni regione, due per Lazio, Piemonte, Veneto, Campania e Sicilia, tre per la Lombardia) e le 20 circoscrizioni (equivalenti alle 20 regioni) del Senato quanto i 303 collegi uninominali della Camera e i 150 collegi uninominali del Senato. Solitamente la legge prevede una delega al governo – e, di fatto – al ministero dell’Interno, che si prende 45 giorni di media per il disegno dei collegi – ma i partiti corrono veloci verso le elezioni anticipate in autunno. Per evitare attese, un secondo emendamento Fiano indicano una ‘misura transitoria’ per la quale “in caso di scioglimento delle Camere prima della data di entrata in vigore del decreto” si andrà al voto con i collegi del Mattarellum. Che però sono 475 (e non 303) e non è chiaro come le due cose si possano conciliare. Fiano dovrebbe disegnarli sulla base di un prospetto dell’ufficio studi della Camera che però sta già incontrando riserve e critiche da molti deputati dei vari territori perché accorpa, spesso in modo arbitrario e incoerente, collegi vicini tra loro.

8. Le questioni ancora aperte.

E’ una vera e propria maratona, quella che si sta svolgendo in sede della commissione Affari Costituzionali della Camera sulla legge elettorale: sono sottoposti al voto 780 emendamenti per trasformare il Rosatellum nel tedesco.
La nuova, possibile, intesa tra Pd, Fi, Lega e M5S si basa su tre modifiche: 

  • La riduzione dei collegi della Camera che andranno a coincidere quelli previsti per il Senato dal Mattarellum: 232 alla Camera, compresi Trentino-Alto Adige e Val d’Aosta, e 112 al Senato, disegnati sempre sulla base del vecchio Mattarellum;
  • L’aumento  da 27 a 29 delle circoscrizioni proporzionali per la Camera e dunque la dimunizione delle liste dei candidati nei listini bloccati non più da 2 a 6 ma da 1 a 6;
  • La cancellazione della possibilità di candidature plurime in 3 diverse liste bloccate proporzionali oggi previste: ciascun candidato potrà candidarsi al massimo in un collegio e in una lista.

Non è passata invece la linea proposta in numerosi emendamenti di introdurre le preferenze, di doppia scheda e di voto disgiunto, di superamento della priorità di elezioni prevista per il capolista bloccato rispetto ai più votati nei collegi della stessa lista. Ma la riduzione notevole dei collegi operata dal “Tedeschellum” – se passeranno i nuovi emendamenti – realizza di fatto una riduzione assai consistente della possibilità che chi vince la gara uninominale poi non entri in Parlamento perché superato dal capolista del suo partito in quella circoscrizione.

NB: Il testo su cui era stato trovato l’accordo iniziale prevedeva 303 collegi uninominali alla Camera w 151 al Senato, ma essi non sono maggioritari, bensì hanno un riparto proporzionale: un po’ come la vecchia legge del Senato in vigore tra il 1948 e il 1992. Nelle Regioni “monocolore”, dove i candidati di un grande partito vincono in molti collegi, qualcuno di essi potrebbe non risultare eletto: infatti tra i vincitori si fa una graduatoria in base alle percentuale di voto ottenuta. E’ il caso, per esempio, delle Regioni Rosse per il Pd o di alcune Regioni del Sud (Sicilia) per M5s. L’emendamento presentato da Ferrari (Pd)  diminuisce il numero dei collegi della Camera a 232 (225 più 8 di Trentino e Val d’Aosta), quelli del Senato del Mattarellum, e a 112 al Senato, compresi i 6 di Trentino e Val d’Aosta. In tal modo i collegi sarebbero già definiti, e diminuirebbe la possibilità di collegi sopranumerari. Naturalmente questo porterebbe un simmetrico aumento degli eletti con i listini proporzionali Camera, che salirebbero da 303 a 374, e Senato (da 150 a 188) . I partiti che hanno sottoscritto l’accordo (Pd, M5s, Fi, Lega e Si) stanno trattando una intesa su questo punto.

Gli emendamenti presentati. Ai 417 emendamenti presentati, di cui il più importante è naturalmente proprio l’emendamento Fiano, si sono aggiunti 363 subemendamenti al testo del relatore. I numeri li ha annunciati il presidente della Commissione, Andrea Mazziotti. Grossa parte dei subemendamenti,127, riguardano il nodo cruciale dei collegi uninominali.

Nella formulazione del tedesco proposta da Fiano c’è una clausola che prevede che – se la legislatura dovesse finire prima che il governo abbia ridisegnato i collegi – resterebbero validi quelli del Mattarellum. Una previsione in chiave voto anticipato, ma che sta facendo storcere il naso a molti possibili candidati. Da segnalare l’aumento delle circoscrizioni da 27 a 29 con una circoscrizione in più per la Lombardia e una per il Veneto (a quota 3) mentre Lazio, Sicilia, Campania ne avrebbero due. 

Altro punto molto criticato è quella delle candidature bloccate dei capilista e la possibilità di presentarsi in più collegi. Lo scontro è soprattutto nel Pd, con gli orlandiani pronti a dare battaglia.
Invece, Danilo Toninelli (M5S) dice che “stiamo lavorando per inserire modifiche ben fatte che garantiscano, come in Germania, il seggio al candidato più votato nel collegio, anche senza modificare il numero complessivo dei parlamentari”.

B) Il sistema elettorale tedesco, quello vero della Germania…

  1. Una Camera e non due, seggi variabili e non fissi.

Il sistema elettorale tedesco è un sistema “misto”: vuol dire che mette insieme collegi uninominali maggioritari e un riparto rigidamente proporzionale dei voti a livello nazionale una volta superata la soglia di sbarramento (5%). Tale voto determina gli equilibri del Bundestag, la sola Camera direttamente elettiva del Parlamento tedesco, composta da “almeno” 598 membri, ma ‘aumentabili’. La seconda Camera, il Bundesrat, o Camera delle Regioni, rappresenta i Land : i suoi 69 senatori (a numero fisso) sono eletti, con metodo proporzionale, regione per regione ma in tempi differenti (come gli Stati che formano il Senato Usa). La differenza costituzionale sostanziale è che il Bundestrat non concede o nega la fiducia al governo. Ecco, la prima differenza fondamentale: una sola Camera in Germania, due in Italia (Camera e Senato) che danno la fiducia. Infine, non va dimenticato che in Germania esiste l’istituto della ‘sfiducia costruttiva’ e in Italia no.

2. Due voti, in Germania, invece di uno solo…

In Germania, ogni elettore deve esprimere due voti, chiamati – senza molta fantasia – “primo voto” (erststimme) e “secondo voto” (zweitstimme). L’erststimme (primo voto) è il voto maggioritario e uninominale. In ognuno dei 299 collegi in cui è diviso il territorio nazionale viene eletto solo il candidato più votato, anche solo con la maggioranza relativa. E’ il sistema maggioritario classico, first past the post, che viene usato anche negli Usa o in Gran Bretagna. In soldoni, chi ha più voti, viene eletto. Con il zweitstimme (secondo voto) l’elettore sceglie invece un partito. La percentuale di voti ottenuta nel zweitstimme determina il numero di seggi nel Bundestag a cui quel partito ha diritto. Sono esclusi dal riparto dei voti i partiti che hanno ottenuto meno del 5% di ‘secondi voti’ oppure meno di tre candidati eletti nei collegi uninominali con il ‘primo voto’. In Italia, invece, non vi saranno due schede elettorali, ma una sola: si potrà votare il candidato nel collegio e, in una lista a fianco, i candidati dei partiti nelle rispettive liste circoscrizionali. Due altre significative differenze: in Germania è possibile il voto disgiunto – come avviene per le liste e i candidati sindaci nei comuni sopra i 15 mila abitanti in Italia – cioè si può votare per un partito di una lista del proporzionale e il candidato nel collegio uninominale di un’altra (o viceversa). In Italia non sarà possibile il voto disgiunto: il voto alla lista trascina quello al candidato di collegio (e vale il viceversa).

3. I seggi ‘variabili’ e l’assegnazione dei seggi

Nel riparto della quota proporzionale – che in Germania vengono scelti sulla base di listini bloccati, uno per Land – c’è una complicazione di calcolo: al numero totale di seggi a cui un partito ha diritto vanno sottratti gli eletti con il ‘primo voto’. Proviamo a spiegarci meglio. Il candidato che vince il suo collegio uninominale è automaticamente eletto, ma una lista può ottenere più seggi uninominali di quanti gliene assegna la quota proporzionale: è tale quota che in Germania determina il numero degli eletti. Se, dunque, i vincitori nei collegi uninominali (primo voto) sono di più di quelli che spetterebbero alle liste collegate (secondo voto), ma anche se i vincitori nei collegi hanno corrispondenti seggi nella parte proporzionale (cioè non ‘pescano’ nei listini, aumentando la loro quota di seggi); o se, in base a un riparto proporzionale che deve tener conto dello sbarramento nazionale al 5% (ci torneremo subito), le liste della quota proporzionale hanno diritto a un numero maggiore di seggi. Ecco perché il numero dei deputati del Bundestag è ‘aumentabile’: può passare da quello ‘minimo’ di 598 seggi (299 sono collegi uninominali e 299 su liste bloccate proporzionali) ai 630 dell’attuale legislatura. Il numero dei deputati del Bundestag è ‘variabile’, quello del Parlamento italiano è, per Costituzione, ‘fisso’ (915 totali).

4. Qualche esempio.

Qualche esempio può aiutare a capire meglio la questione. Nel 2013 la Cdu ha ottenuto il 41,5% dei voti, così divisi: 236 seggi nella parte dei collegi maggioritari (primo voto) e 75 seggi nella quota proporzionale. Il totale è 311 seggi, ma con il 41,5% dei voti la Cdu ha ottenuto il 49,3% dei seggi. I verdi, invece, hanno ottenuto il 7,3% dei voti (superando la soglia di sbarramento), ma hanno vinto in un solo collegio uninominale: hanno quindi ottenuto, nella parte proporzionale, 62 seggi, per arrivare ai 63 totali fissati e, di fatto, è come se avessero ottenuto oltre il 10% dei voti.

5. La soglia di sbarramento fissa al 5%

L’effetto distorcente della rappresentanza proporzionale è dato, appunto, dalla soglia di sbarramento nazionale al 5%: sotto tale soglia, un partito non ha diritto a rappresentanza, a meno che non vinca in almeno tre collegi uninominali, in qual caso ottiene, però, rappresentanza solo per tre collegi, senza alcuna aggiunta di seggi nella parte proporzionale.  In Italia la soglia di sbarramento è fissata al 5% e vale per tutti senza cioè alcuna soglia di vittoria nei collegi uninominali.

C) L’iter della legge e i tempi per le elezioni anticipate.

  1. La corsa alla Camera, lo step del Senato. Legge approvata entro metà luglio?

In I commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati era stato depositato come testo base dal Pd (primo firmatario Emanuele Fiano) un sistema elettorale originale, il cd. ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo del Pd, Ettore Rosato. Ne consegue che gli emendamenti che Pd e FI hanno presentato per ‘tedeschizzare’ ulteriormente il sistema non potevano che partire da questo testo base. Il nuovo sistema tedesco è stato presentato con un maxi emendamento del relatore Fiano. Il voto, in commissione, sugli emendamenti si dovrà chiudere entro il 3 giugno. A partire dal 5 giugno il testo andrà in Aula per la discussione generale e il voto finale. Una volta chiusa la riforma con il voto finale entro l’8 giugno (la conferenza dei capigruppo ha fissato tempi stringenti, 22 ore di dibattito, nessuna pausa per elezioni comunali, possibilità di seduta notturna), il testo passerà al Senato per la discussione in commissione e poi in Aula, seguendo le medesime modalità. Se la tabella di marcia verrà rispettata (Pd, FI, M5S hanno una solida maggioranza sia alla Camera che al Senato, su tale testo) la riforma elettorale – entro il 7 o il 15 luglio – sarà legge. Sempre che, ovviamente, non venga modificata (in quel caso dovrebbe tornare, dal Senato, alla Camera, facendo saltare tutti i tempi di approvazione previsti) o che, ma è difficile, il Senato non la bocci.

2. Nessuna delega al ministero dell’Interno. La corsa verso il voto. 

Non verrà affidata una delega al ministero degli Interni per ridisegnare i collegi uninominali: verranno adottati, con uno schema preparato dagli uffici studi della Camera, i collegi del vecchio Mattarellum direttamente nella legge elettorale. Un modo per risparmiare tempo rispetto alla delega al governo che, di solito, ci mette 45 giorni per scriverla. Così dalla data di pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, potranno essere sciolte le Camere e andare a urne anticipate in autunno. La data specifica (il Pd punta al 24 settembre, FI attenderebbe ottobre, scegliendo tra l’8, il 15 e il 22, M5S propone, addirittura, di votare il 10 settembre…) non è nella disponibilità dei partiti, ma del Capo dello Stato. Qualora il presidente del Consiglio si dimetta e Mattarella, una volta registrata l’impossibilità a proseguire la legislatura fino a scadenza naturale (marzo 2018), decidesse di sciogliere le Camere, scattano i vincoli previsti dall’art. 61 della Costituzione: “Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni”. Si tratta, in entrambi i casi, di vincoli massimi e, per la prima riunione delle Camere, non ci sono vincoli minimi. Invece per le elezioni il vincolo minimo è di 45 giorni ed è stabilito dall’art. 11 del Testo Unico Camera (D.P.R. 30 marzo 1957, n° 361):

“1. I comizi elettorali sono convocati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri.

  1. Lo stesso decreto fissa il giorno della prima riunione della Camera nei limiti dell’art. 61 della Costituzione.
  2. Il decreto è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale non oltre il 45° giorno antecedente quello della votazione.”

In genere le elezioni vengono indette a una scadenza di circa 55/60 giorni dallo scioglimento. L’ultima volta le Camere furono sciolte il 22 dicembre 2012 e le elezioni si svolsero il 24 e 25 febbraio 2013. Anche per la prima riunione in genere si utilizza quasi tutto il tempo massimo previsto: la prima seduta si svolse infatti il 15 marzo 2013.

Di conseguenza, qualora la legge fosse approvata entro metà luglio e il Governo si dimettesse, sarebbe possibile votare dalla fine di settembre ai primi di ottobre e riunire le nuove Camere da metà ottobre o da fine ottobre in poi.

NB: nella parte finale mi sono avvalso di una nota esplicativa del prof. Ceccanti

Un colpo al cerchio, uno alla botte: Renzi e Berlusconi dialogano sulla legge elettorale, Mdp non dialoga con il Pd

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

  1. Berlusconi apre a Renzi su legge elettorale e data del  voto. Il governo balla. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Voucher nella manovrina, con Mdp pronta a dire no e a negare la fiducia al governo se resteranno, anche se limitati nell’uso, i voucher, che dice a Gentiloni “cambia o muori”. Legge elettorale in alto mare, è vero, ma che spaventa e molto Silvio Berlusconi. Al punto da fargli prendere in considerazione l’ipotesi, che Renzi coltiva ancora, di andare a urne anticipate a settembre – o, al massimo, in ottobre – pur di votare “con quello che c’è” (un proporzionale puro) o un “proporzionale alla tedesca” ma ‘vero’ e non con “un sistema che ci ammazza, il Rosatellum”, come lamentano i suoi e come ha capito anche lui stesso. L’Ncd di Alfano che perde pezzi di potere (le dimissioni della sottosegretaria  Vicari) e uomini, che tornano lesti nelle braccia di FI al Senato.  Un quadro politico tornato in grande movimento, aria di elezioni. Gentiloni molto preoccupato e Mattarella pure.

Tira una brutta aria per il governo Gentiloni. Gli scricchiolii sono diversi e, a metterli insieme, lasciano qualche dubbio che la legislatura finirà in modo naturale, a maggio 2018 (le legislature si contano da insediamento a scioglimento e questa in corso è iniziata a marzo 2013). A palazzo Chigi si segue, con particolare apprensione, la dura presa di posizione di Mdp-Articolo 1 (da Speranza in giù) sul tema dei voucher che stanno dentro la manovrina e che il governo vorrebbe confermare, pur limitandone  l’uso mentre la Cgil ne chiede l’integrale abrogazione. L’esame inizierà, alla Camera, il 29 maggio per concludersi entro il 3 giugno. Roberto Speranza (Mdp) è stato netto, duro: “Di continuità su politiche sbagliate si muore. Gentiloni si svegli. Se i voucher restano votiamo contro la manovrina”. Il problema di numeri, alla Camera, non c’è, ovviamente, ma una volta al Senato cosa succederebbe? Affossare la manovrina sarebbe un atto politicamente dirompente e porterebbe dritti dritti alla crisi di governo. Ma anche se arrivasse  a sostegno del governo il supporto di altri gruppi (Verdini) le opposizioni chiederebbero che, in ogni caso, Gentiloni salga al Colle perché la maggioranza è cambiata.

In sovrannumero, ci sono ben due ddl che i renziani vogliono affossare. Quello sulla concorrenza, targato Calenda, ministro assai inviso a Rennzi, è fermo al Senato e i pasdaran del leader dem lì vogliono tenerlo. Quello che riforma il processo penale (con dentro la riforma della prescrizione e la delega sulle intercettazioni) aspetta l’ultimo passaggio alla Camera, ma Renzi nega, al ministro Orlando, l’uso della questione di fiducia. Potrebbe (basta un emendamento) tornare al Senato e mai vedere la luce.

Infine, c’è il ragionamento politico che sta maturando nella mente del Cavaliere. Diversi ambasciatori – tra cui, pare, lo stesso Verdini – gli hanno dimostrato, tabelle alla mano, che l’adozione del Rosatellum sarebbe un bagno di sangue, per FI: gli azzurri scomparirebbero nel CentroSud e al Nord dovrebbero andare a rimorchio della Lega. Ecco perché Berlusconi – consapevole che la sentenza di Strasburgo che gli dovrebbe restituire l’onore perduto prevede tempi lunghi e che, in ogni caso, servirebbe una legge che la recepisca – potrebbe concedere a Renzi ciò che vuole, il voto anticipato ad ottobre. “Meglio votare con la legge che c’è”, gli dicono i suoi, “un proporzionale puro ma che ci consente di andare da soli, che con un sistema che ci penalizza troppo, il Rosatellum”. Meglio ancora, per il Cavaliere, andare a votare con un “sistema tedesco vero” che proporzionalizzerebbe l’intero sistema. Il vicesegretario Martina coglie subito la palla al balzo e il capogruppo dem alla Camera Rosato parla apertamente di elezioni ad ottobre. Per Renzi sarebbe la quadratura del cerchio: dimostrata, a Mattarella, l’impossibilità di proseguire la legislatura per responsabilità dei principali partiti in campo (Pd e FI) e magari in cambio di una legge elettorale nuova e scritta “con il massimo consenso possibile”, si andrebbe al voto in una data compresa tra le elezioni tedesche (24 settembre) e quelle austriache (ottobre), “in linea con i grandi paesi Ue”, come il leader del Pd ripete, ormai da mesi, ai suoi. E la prossima manovra economica d’autunno? “Meglio farla fare da un nuovo Parlamento e una nuova maggioranza che da un Parlamento ormai prossimo alla sua fine politica e un governo ormai in scadenza”, dicono impietosi i renziani nei confronti dell’esecutivo guidato dall’amico Gentiloni.


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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Mdp chiude ogni porta a Renzi, Pisapia la tiene socchiusa. D’Alema prepara le liste.  

Ettore Maria Colombo – ROMA

A testa bassa contro il Pd di Renzi e il suo cerchio magico (“Dobbiamo impedirgli di tornare a palazzo Chigi”, tuona Alfredo D’Attorre) e – se ci sta, accetta e scioglie le riserve – dietro e/o insieme a Pisapia per ricostruire “un nuovo centrosinistra”. Non si può dire che a quelli di Mdp – Articolo 1 – Movimento democratico e progressista (il nome è lungo come una Quaresima, il simbolo ancora non c’è, i padri fondatori sono tanti, forse troppi: D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi, tutti ex dem, Scotto e altri, tutti ex Sel, i due capogruppo Laforgia e Guerra, etc.) manchi il pregio della chiarezza.

La tre giorni di ‘Fondamenta’, l’appuntamento fondativo del ‘movimento’ – forse ‘partito’ di Mdp si è tenuto in un posto iper-chic della Milano post-industriale: tanta gente che va e viene (duemila alla fine), anche se gli anziani sono molti e i giovani pochi, come le donne, lo nota il manifesto, peraltro il giornale più venduto tra i presenti, tanti discorsi, molta ars oratoria da nobiltà post-comunista, pochi dubbi ideologici ancora da sciogliere.

Quello più controverso riguarda il ruolo da dare all’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha fondato e sta portando in giro per l’Italia il suo Campo progressista (ottimi rapporti con il sindaco di Bologna, Merola, il governatore del Lazio, Zingaretti, l’area del ministro Orlando nel Pd e con Gianni Cuperlo). Atteso come Gesù tra i primi cristiani perché dovrebbe essere lui il Federatore di un ‘Nuovo centrosinistra’ senza il Pd di Renzi (o, almeno, senza Renzi…), i demoprogressisti volevano, da Pisapia, parole chiare e definitive sui confini del nuovo soggetto della Sinistra. C’era chi ne dubitava (D’Alema, per dire, ha forti dubbi sulle sue reali intenzioni) al punto da minacciare “pochi applausi” e “freddezza” se Pisapia non avesse detto parole chiare sulle alleanze.

Lui, Pisapia, conscio del momento, un po’ si emoziona, perde i fogli, incespica, prova a fare sorridere, e un po’ si mantiene una porta aperta (e di fuga) verso il Pd di Renzi: propone, dopo le amministrative, “un appuntamento nazionale programmatico e fondativo di un nuovo centrosinistra che sappia unire chi vuole una coalizione”, specificando che, nella ‘nuova casa ‘ ci vuole la sinistra, certo,’ma anche’ il centro. Tanto basta per far scattare la standing ovation della platea, gli abbracci dei leader di Mdp (specie di Bersani), anche se – tra i militanti – dubbi e freddezza verso di lui restano. Pisapia, infatti, sostiene che la ‘casa comune’ cui pensa è aperta a tutti, Renzi compreso, mentre Mdp vuole chiudere le porte, e poi promuove la proposta di legge elettorale avanzata dal Pd mentre Mdp promette battaglia a 360 gradi. Secondo Speranza, infatti, “c’è una battaglia da fare nel Paese: da domenica prossima raccoglieremo le firme per una petizione popolare contro un Parlamento di nominati”. Speranza e Mdp non hanno dubbi: la legge che avanza il Pd è invotabile, D’Attorre rilancia un “sistema tedesco puro”. Speranza aggiunge che i loro voti non ci saranno neppure sulla manovrina, ove mai dovessero ricomparire i voucher, al grido di “non c’è voto di fiducia che tenga”.

Insomma, Mdp ha un piede già fuori dalla maggioranza di governo. D’Alema – sapienza antica di chi fiuta l’aria – chiude i giochi: “Leggo di un accordo per andare a votare a ottobre. Bisogna riunirsi con chi c’è e fare le liste perché senza le liste non si prendono i voti”. Traduzione: se Pisapia ci vuole stare bene, sennò andiamo avanti senza di lui.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale il 21 e 22 maggio 2017. 

NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017. 

 

Renzi mette il governo sotto tutela e fa melina sulla legge elettorale. Gelo con il Colle. Cronaca di un’ordinaria Assemblea

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Renzi vuole il Pd ‘regista’ del governo. Bagarre sui nome per la Direzione.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Giovedì 11 maggio, a ora di pranzo, si terrà la prima riunione tra la nuova segreteria del Pd, nominata da Renzi, il suo vice Martina, i capigruppo parlamentare dem e i due ministri che seguono, di solito, tutti i provvedimenti del governo, la Finocchiaro (Riforme) e la Boschi (presidenza del Consiglio). Saranno riunioni assai frequenti (“settimanali” ha detto ieri Renzi), si partirà probabilmente dalla legge elettorale, e danno l’idea di un governo cui Renzi non vuole togliere la fiducia, ma di fatto appare ‘sotto tutela’, la sua. Renzi ha chiesto e ottenuto un “coordinamento”, si spiega anche da palazzo Chigi, per raffinare qualità e scelte dell’esecutivo, ma suona commissariamento.

Il neo segretario, a cinque mesi esatti dalle sue dimissioni, è tornato rinvigorito e non lo nasconde: “lavoreremo insieme fino al 2021” è la promessa che suona un po’ da minaccia, davanti alla platea dei delegati, che infatti ridono nervosi. Del resto, archiviati i mesi di “polemiche, litigi, scissioni”– spiega Renzi dal palco del lunare (sta a Fiumicino) Marriot Hotel, dove si tiene l’Assemblea nazionale dem – “ha vinto il Pd”, quello che “non litiga” e “sceglie Macron”. “Basta sparare sul quartier generale” è il perentorio invito.

“Nessuno metterà in discussione il governo Gentiloni”, scandisce Renzi davanti al premier, seduto in prima fila, poi ributta la palla nel campo avversario sulla legge elettorale, infine delinea il nuovo Pd. Dovrà lavorare con mezzi antichi (i circoli) come nuovi (la app ‘Bob’ e i social media) e su tre parole d’ordine: “lavoro, casa e mamma” (sic) che suscitano facili ironie, specie sul web, ma quelle sono e quelle saranno.

Renzi ha ormai il pieno controllo del partito e lo dimostra. ‘Nuovo’ presidente viene riconfermato Matteo Orfini, nonostante le rimostranze di Orlando che non lo voleva (e che dal palco ammonisce: “non tutti i nodi sono stati sciolti, tra Bersani e Berlusconi continuo a preferire Bersani”), ma la sua area si spacca (solo 16 contrari e 60 astenuti contro Orfini sui 212 delegati di area), i due vicepresidenti vengono concessi alle due minoranze (Pollastrini, Orlando, e De Sanctis, Emiliano), Bonifazi viene confermato tesoriere e Martina impalmato vicesegretario. Morale: il controllo di Renzi sull’Assemblea (700 delegati, 212 di Orlando, 88 di Emiliano) è e rimane ferreo. Orlando  e i suoi si mettono in una posizione di minoranza e mani libere, non vogliono incarichi, tantomeno in segreteria, mentre Emiliano – che saluta Renzi dal palco inneggiando a Che Guevara (“Hasta la victoria, segretario!”) è in una posizione molto più trattativista.

Ma se per gli incarichi della nuova Segreteria bisognerà ancora aspettare qualche giorno (sicuri di entrare sono solo Nannicini al Programma, Bellanova al Welfare, Richetti come coordinatore e Anzaldi alla Comunicazione), è sulle future nomine in Direzione che scoppia il caos al punto da prorogare artificiosamente i lavori dell’Assemblea per tutto il pomeriggio con interventi fiume e non previsti che nascondono le febbrili trattative nel retro palco tra le varie aree. La quota degli eletti figli dell’Assemblea è già ripartito (84 a Renzi, di cui 50 renziani doc più una trentina tra area Franceschini, Martina, Orfini, 24 Orlando, 12 a Emiliano), ma Renzi ha a disposizione – oltre ai membri di diritto (20 segretari regionali, sindaci delle grandi città e membri della segreteria, tutti suoi, più ex premier, ex segretari, ministri) – 20 nomi ad personam. L’altra volta volle tutti sindaci, ora punta su 20 giovani, generazione ‘Millenials’, figli di Classe dem. “La tipica renzata”, sospirano i suoi, che getta il partito nel caos. Beppe Fioroni, leader dei Popdem, non trova posto (la cosa non accadeva da decenni) perché arriva Arianna Furi (19 anni, romana), Gianni Cuperlo neppure, Fassino si sente sotto-rappresentato ma c’è, il panico dilaga, Renzi è irremovibile. Il caso Cuperlo, in particolare, sembra un ‘caso’ politico, ma è figlio del restringimento dei posti della mozione Orlando causato dall’arrivo dei Millenials. Cuperlo aveva promesso ad alcuni dei suoi l’ingresso in Direzione tra i 25 di Orlando ed ha preferito escludersi lui con un atto d’imperio, spiegano gli orlandiani, per fare largo ad altri. Eppure, la Pollastrini tuona (“decisione incomprensibile”), Anzaldi semina dubbi nel campo avverso (“Spiace che Orlando abbia escluso Cuperlo”…) ed è un fatto che Cuperlo si senta sempre più distante dal Pd di Renzi. Anche Lorenzo Guerini non entra in organismi di comando, ma Renzi lo valorizzerà presto o mandandolo al governo (delega ai Servizi o viceministro economico) o facendogli seguire il capitolo più delicato di tutti, la legge elettorale.

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Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. Legge elettorale, Renzi gela il Colle: “Non spetta a noi la prima mossa”

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Diciamo una parola di verità sulla legge elettorale – scandisce Matteo Renzi dal palco dell’Assemblea nazionale (Hotel Marriot, posto super kitsch, bar stile Guerre stellari) – e la diciamo rivolgendoci con deferenza e rispetto a Mattarella, a cui va la nostra riconoscenza filiale, la nostra amicizia e devozione: il Pd non farà il capro espiatorio”.

Ecco, già non inizia bene, l’approccio di Renzi al tema, non per la citazione letteraria di Pennac e del suo Malaussène, ma perché a diversi osservatori, compresi molti dei suoi, quel parlare di “riconoscenza filiale, amicizia e devozione”, nei confronti di Mattarella, suona più da provocazione, all’indirizzo del Colle, che da atto di deferente sudditanza. Insomma, il messaggio cifrato è: tu te la prendi con noi, ti lamenti del Pd, ma non guardare di qua, non chiedere a noi perché il Pd ha proposto di tutto (e giù l’elenco: il Mattarellum, estensione dell’Italicum al Senato, il tedesco). “La responsabilità dello stallo – e qui Renzi torna in chiaro – è di chi oggi è maggioranza al Senato e si elegge a colpi di mano il presidente in commissione Affari costituzionali. Il Pd – scandisce le parole il leader – è pronto a fa un accordo con chicchessia purché si faccia una legge decente. Ma non saremo noi a farci inchiodare alle responsabilità di una classe dirigente che resuscita la prima Repubblica”. Renzi, con i suoi, è ancora più netto: “Sulla legge elettorale questa è la nostra posizione definitiva, non ce ne saranno altre”. Per capirsi, quando giovedì prossimo Mazziotti di Celso, presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, scriverà il testo base da mandare in Aula, entro il 29 maggio, sulla legge elettorale (la richiesta esplicita e pressante di Mattarella era proprio ‘fare presto’), il Pd non presenterà un suo articolato né ne appoggerà altri. “La riforma elettorale – spiega Renzi ai suoi – dipende dagli altri. Vedete, Di Maio si è già mosso e ci chiede di fare insieme la legge? Ma prima voglio che ci dica – continua l’ex premier – che tipo di proposta è la sua e se parla a nome di tutti i grillini. Altrimenti, non ci muoviamo. Berlusconi invece non dice niente, sembra gli vada bene la legge che c’è, se vuole cambiarla ci faccia una proposta”.

Morale non si farà alcuna legge nuova, Renzi ne è convinto. E allora? Nel Pd renziano esistono due scuole di pensiero: entrambe riguardano lo stesso atto – il decreto legge in materia elettorale – che proprio il Capo dello Stato potrebbe ritenere un grave errore, ma divergono di molto sui tempi. Per gli ultrà renziani il governo dovrebbe approntare, “entro l’estate”, il decreto in modo tale che andare a votare entro ottobre (poco dopo le elezioni tedesche del 24 settembre) sia ancora possibile, facendo la legge di Stabilità in breve tempo, prima o dopo le urne. Per i renziani ‘di governo’, invece, il decreto andrebbe fatto a novembre per votare a scadenza naturale della legislatura. In ogni caso, il contenuto del decreto è sempre lo stesso: l’armonizzazione dei due sistemi elettorali, a partire dai capolista bloccati (da estendere dalla Camera al Senato, dove vige la preferenza unica) più pochi altri aggiustamenti. Certo è che, una volta approvato un decreto legge siffatto, non resterebbe, per Mattarella, che mandare tutti alle urne.

NB: Articoli pubblicati a pp. 8 e 9 del Quotidiano nazionale l’8 maggio 2017.

 

Scossoni sul governo, il Colle tace, ma insiste su legge elettorale e di Stabilità. L’irritazione del Quirinale per il “tempo perso”

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Si chiamano legge elettorale (tutta da scrivere, titolarità che sta in capo al Parlamento), manovra economica d’autunno (già scritta, in parte, nel Def, ma ancora tutta da mettere in sicurezza, in questo caso da parte del governo Gentiloni) ed elezione del 15esimo giudice della Corte costituzionale, sedia ormai da troppi mesi (sei) vacante, le ‘preoccupazioni’ o ‘assilli’ quotidiani e costanti di Sergio Mattarella rispetto alle questioni politiche del nostro Paese.  Il Capo dello Stato, invece, non fa trapelare alcun stato d’animo particolare, tantomeno di “preoccupazione”, per gli ultimi scossoni registrati tra il Pd di Renzi e il governo sulla legittima difesa. Il Quirinale, infatti, per prassi, non mette becco sulla bontà o meno delle leggi, specie se in itinere tra le Camere. Ne valuta solo l’aderenza ai principi costituzionali quando vengono sottoposte alla sua firma. Peraltro, Mattarella è appena partito, ieri, per un lungo tour in Argentina e Uruguay che gli farà incontrare il presidente argentino, Maurizio Macrì, e quello uruguaiano, Tabaré Vasquez, ma soprattutto la vastissima comunità italiana colà presente (3 milioni di persone).

Il guaio è che quando Mattarella, tra una settimana, tornerà in Italia, le sue fonti di preoccupazione le ritroverà intonse. A fine maggio il Capo dello Stato riceverà, a Taormina, i vertici dei Paesi del G7 e vedrà per la prima volta Trump: vorrebbe presentare l’Italia come un Paese affidabile che sta per approvare la sua Legge di Stabilità, in autunno, con un governo, quello Gentiloni, ben solido sulle sue gambe.

Sulla legge elettorale, nota con dispiacere il Colle, i partiti non riescono a mettersi d’accordo su un testo base neppure in commissione e tutti, compreso il Pd, fanno solo ‘melina’. Poi c’è l’irritazione con cui il Quirinale aveva chiesto ai presidenti di Camera e Senato di ‘accelerare’ quantomeno sulla tempistica e si è ritrovato con una calendarizzazione dal 29 maggio in poi per l’approdo nell’Aula della Camera. Un tempo troppo lasco e lungo che è stato concesso dalla presidenza della Camera nella conferenza dei capigruppo. Con altrettanta preoccupazione è vista, al Colle, una tentazione politica che serpeggia, non da ora, nel Pd di rito renziano. Quella di non fare alcuna legge elettorale nuova e di andare a votare “con quello che c’è” in vigore (Italicum modificato per la Camera e Consultellum per il Senato). Basata sul principio di buon senso che si deve sempre poter votare e supportata da pareri di costituzionalisti di area (Ceccanti), presuppone però che il governo Gentiloni possa (e debba?) fare un decreto legge per armonizzare alcune delle più evidenti discrepanze tra i due sistemi attuali e via. Ma un decreto legge in materia elettorale è visto da alcuni partiti (i 5Stelle, per dire) alla stregua di un ‘golpe’. Il Colle, per ora, si limita solo a chiedere una legge elettorale nuova che armonizzi i sistemi di entrambe le Camere.

Infine, in merito alla mancata elezione di un giudice della Consulta, posto vacante da sei mesi, quando Giuseppe Frigo, in quota centrodestra, si è dimesso (novembre 2016), Mattarella ha potuto constatare l’inerzia e il disinteresse di un Parlamento che impedisce da allora alla Suprema Corte del Paese, di cui Mattarella fu membro, di poter funzionare.

NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 7 maggio 2017 a pag. 3

Legge elettorale, Renzi vuole andare a votare con il sistema che c’è. Intanto, dice no al Provincellum

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L’aula di palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Io volevo cambiare il sistema elettorale, ma ho perso. Ora c’è il proporzionale e la palude? Non venite a cercare me”, Matteo Renzi, dagli studi di Porta a Porta, scarica sugli altri, sul partito dell’accozzaglia, “quelli del proporzionale”, la responsabilità dell’attuale impasse sulla legge elettorale. Poi, però, mette in guardia tutti e avvisa i diversi naviganti: “Non facciano giochini. Hanno in testa il Provincellum. Un sistema che non ha preferenze, un sacco di collegi e poi non sai chi passa. Facciano la legge elettorale che vogliono ma il sistema sia chiaro: se io voto Renzi so che eleggo Renzi”.

Al di là del fatto che il Provincellum lo ha ideato un suo fedelissimo, il toscano Parrini (è un sistema che assegna gli eletti sulla base di circoscrizioni ampie come le attuali Province: passa il primo, ma la gara non è solo con gli altri ma anche interna ai partiti perché vale il quoziente più alto rispetto ai collegi vicini dentro ogni lista o coalizione), in realtà, il leader e presto di nuovo segretario del Pd ha in mente una cosa sola: andare a votare, appena sarà possibile, – magari a ottobre, magari il 5 novembre, quando si vota in Sicilia – “con la legge che c’è”, spiega uno dei suoi. E cioè  “con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, facendo solo dei piccoli aggiustamenti tecnici, per armonizzarli al meglio, con un decreto del governo”. Renzi ritiene che le possibilità di fare una legge elettorale ex novo siano ridotte al lumicino,  perché gli interlocutori non sono affidabili, quindi resta, appunto, solo la strada del decreto legge per armonizzare i due sistemi. “Noi abbiamo proposto di tutto – si spiega dal Nazareno -, ma i nostri possibili interlocutori, da FI a M5S, sono e restano sfuggenti. A fine maggio si va in Aula, lì ognuno si assumerà le proprie responsabilità davanti al Paese, ma se non si esce dall’impasse e non si trova l’accordo, vorrà dire che il governo sarà costretto a fare un decreto legge per sistemare e armonizzare al meglio i due attuali sistemi elettorali e andremo a votare così. Mattarella vuole una legge tutta nuova? Anche lui dovrà farsene una ragione”.

Formalmente, il Pd è impegnato, dal vicesegretario Guerini – che ha in mano la pratica, su preciso mandato di Renzi – ai capogruppo di Camera e Senato Rosato e Zanda a trovare la quadra. E, a pelo d’acqua, sembra che qualcosa si muova. Ieri, per dire, la Prima commissione Affari costituzionali della Camera ha annunciato, per bocca del suo presidente, il civico Mazziotti di Celso, che è stato fissato al 12 maggio il termine per gli emendamenti e che, entro il 25 maggio, si darà mandato al relatore (sempre lui) di scrivere “un testo base” in vista dell’approdo in Aula fissato per il 29 maggio. E proprio in seno alla prima commissione, e con il beneplacito del presidente Mazzotti, una serie di gruppi parlamentari (i centristi di destra e di centrosinistra, la Lega, pezzi del Pd, Mdp) guarderebbero con favore proprio al Provincellum stoppato da Renzi come testo base. Il percorso di guerra, in ogni caso, è irto di ostacoli, come si sa: il Pd ha rilanciato, dopo il Mattarellum, con la proposta Fiano (collegi uninominali, premio alla lista, soglia unica al 5%), l’M5S ripropone il Legalicum, FI e centristi chiedono il premio alla coalizione e soglie di sbarramento basse, Mdp vuole togliere i capolista bloccati e i 5Stelle pure, etc. Nel merito, per Renzi le colonne d’Ercole restano due: premio da assegnare alla lista, non alla coalizione (“Anche Franceschini – spiegano dal Nazareno – si è convinto: solo così possiamo competere con i 5Stelle e spaccare la destra che, senza in premio alla coalizione, si presenterebbe divisa e noi per il primo posto ce la giocheremmo con i grillini”) e soglia di sbarramento sostanziosa, fissata almeno al 5%. Difesi a testuggine questi due capisaldi, “su tutto il resto” (collegi o preferenze, appunto) – dice Renzi ai suoi – “si può trattare, ma sapendo che i capolista bloccati quelli che, a parole, li vogliono togliere, li vogliono mantenere, 5Stelle compresi”. Dal 30 aprile si riaprono tutti i giochi.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 28 aprile 2017. 

 

Legge elettorale. Mattarella pone i suoi paletti, in Parlamento qualcosa si muove, Renzi aspetta le primarie

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Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una moral suasion esercitata sul Parlamento e, insieme, uno stop alle plausibili voglie di Matteo Renzi a correre alle elezioni anticipate non appena sarà re-incoronato leader del Pd il prossimo 30 aprile con le primarie. In buona sostanza il messaggio che il Colle ha inviato a Renzi suona così: “Serve una legge elettorale omogenea, valida e funzionante in entrambe le Camere. Si tratti di un aggiustamento tecnico o di una legge nuova, non spetta a me dirlo. Ma solo così chi lo vuole può ottenere il voto anticipato, altrimenti no”.

Renzi rispedisce le critiche al mittente, chiunque esso sia (“Il Pd – spiega ai suoi – non ha i numeri per approvare una nuova legge elettorale, tanto più al Senato, l’iter sarà lungo e non si può accollare a noi la responsabilità del ritardo”), ma certo è che anche l’ufficialità del comunicato del Colle ‘parla’ e ‘gela’ più il Pd, a tre giorni dalla celebrazione delle primarie, che altri partiti e schieramenti in campo, i quali – da FI a M5S – non a caso puntano il dito contro il fatto che “si perde tempo perché bisogna aspettare le primarie del Pd”.Con parole pesanti come macigni, Mattarella parla di “necessità e urgenza” di adempiere ai due “doveri” entrambi in capo “al Parlamento e ai gruppi parlamentari”: scrivere una nuova legge elettorale ed eleggere un giudice della Consulta, che attende di essere nominato (spetta, in quota, al centrodestra) da parte del Parlamento ormai da gennaio.

“Due sentenze non fanno una legge elettorale” ha spiegato, infatti, de visu Sergio Mattarella, ex giudice della Consulta, riferendosi alle due sentenze che hanno cassato prima, nel 2014, il Porcellum al Senato e poi l’Italicum alla Camera. Mattarella parlava ai due presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, convocati al Quirinale a ora di pranzo per un pranzo che doveva restare riservato e a cui, invece, proprio il Colle ha voluto dare il crisma dell’ufficialità con un formale comunicato stampa finale. Boldrini e Grasso ne hanno dedotto, giustamente, che il Capo dello Stato è “determinato e pronto a usare tutte le sue prerogative”, compresa l’Arma Fine di Mondo, il messaggio ufficiale alle Camere.

Le sonnacchiose acque della politica si increspano subito. La Boldrini, alla fine della conferenza dei capigruppo, può incassare un primo risultato: l’esame dei 30 testi di legge sulla riforma elettorale, che si trascina stancamente in seno alla prima commissione Affari costituzionali, finirà entro il 29 maggio, quando si andrà dritti in Aula per il voto finale mentre il presidente della Prima commissione Affari costituzionali, il civico Mazziotti di Celso si spinge molto in là con l’ottimismo, sostenendo che “entro la prossima settimana ci sarà un testo base” (cosa difficile). Tutti i partiti plaudono, a parole, alle parole di Mattarella, ma il punto è trovare una maggioranza per una riforma elettorale che, ad oggi, non c’è. Per dire, l’M5S rilancia il Legalicum, FI attacca il Pd, la Lega apre al Provincellum, Mdp continua a dire No ai capolista bloccati, Ncd vuole il premio alla coalizione e via così.

Il Pd ha avanzato una proposta, a prima firma Fiano, che prevede il premio alla lista e una soglia di sbarramento unica al 5%, ma anche quei collegi uninominali che nessuno, in realtà, vuole perché tutti vogliono tenersi i capolista bloccati. E dunque? Il Pd di Renzi aveva trovato l’escamotage tecnico: “si vota con i due sistemi attuali, perfettamente compatibili” e si fa “un decreto legge del governo per fare prima”. Ecco, dal Colle fanno sapere che sia l’una che l’altra via sono precluse: le due leggi non collimano, il decreto non si può fare. Se vuole votare prima della scadenza naturale della legislatura, cioè a ottobre o novembre, Renzi deve trovare i numeri per fare una nuova legge. Con i voti di chi (FI? M5S?) sarà oggetto di dibattito da oggi, per ora il Colle ha fissato i suoi inderogabili paletti.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 27 aprile su Quotidiano Nazionale.