NEW!!!! FIDUCIA E LEGGE ELETTORALE ‘for dummies’. Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

  1. Il Rosatellum bis alla prova dell’Aula. Il Pd chiede al governo Gentiloni di mettere la fiducia e il governo la approva. 

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO LA QUESTIONE DI FIDUCIA CHE VERRA’ APPOSTA OGGI, ALLA CAMERA DEI DEPUTATI, SULLA LEGGE ELETTORALE: SARANNO TRE SU TRE RISPETTIVI MAXIEMENDAMENTI E VERRANNO VOTATE DOMANI MERCOLEDì 11 OTTOBRE. VOTO FINALE SUL PèORVVEDIMENTO IL 12 O AL MASSIMO IL 13 OTTOBRE.

Duecento gli emendamenti presentati dalle opposizioni e almeno novanta o cento i voti segreti su cui si possono esercitare i franchi tiratori. Queste le forche caudine che dovrà affrontare, a partire da oggi pomeriggio alle ore 15, il nuovo testo sulla legge elettorale (detto, in latinorum, Rosatellum bis) nell’Aula della Camera dei Deputati. Bisogna cioè superare le colonne d’Ercole di votazioni a raffica, tutte assai insidiose: si inizia dalle pregiudiziali di costituzionalità, si passa ai vari articoli del ddl, relatore il dem Emanuele Fiano. Sulla carta, il patto ‘a 4’ (Pd-FI-Lega-Ap più molti gruppi minori) gode di margini molto ampli (460 voti) e le opposizioni dichiarate (il fronte M5S-Mdp-SI-FdI) non arrivano a 160 voti: servirebbero 150 franchi tiratori: sono tanti, certo, ma sono sempre in agguato. Senza dire del fatto che molti deputati neppure si presentano, specie dentro la maggioranza, mentre le opposizioni fanno blocco. A loro potrebbero aggiungersi tanti peones democrat e azzurri che temono di non avere la rielezione garantita e vorrebbero giocarsela in proprio con le preferenze. Dall’altra parte, e cioè con il Pd, giocheranno invece i 20 deputati di Mdp che sono vicini a Pisapia: per loro, ora, il Rosatellum è diventato un’opportunità imperdibile. 

Così, al Pd, di stretto concerto con i tre contraenti del ‘patto a 4’ (FI-Lega-Ap), hanno individuato due cavalli di Troia. Il primo è già annunciato: si tratta del famoso ‘canguro’. Usato in diverse e delicati passaggi (al Senato, per dire, solo così passò il ddl sulle unioni civili) il ‘canguro’ è un super-emendamento che ne preclude altri, simili, sullo stesso argomento. Il Pd – così ha deciso il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato – lo metterà subito in azione su due temi ad alto rischio: le preferenze e il voto disgiunto mentre non verrà usato sulle soglie di sbarramento. Ma anche se il ‘canguro’ è strumento di rara e micidiale efficacia, potrebbe non bastare. Ecco perché, alle brutte, e cioè nonostante i ‘canguri’, se la maggioranza accusasse segnali di cedimento, è pronta l’arma ‘fine di mondo’, e cioè la richiesta del Pd al governo di mettere la questione di fiducia. Qui, però, si entra in un terreno minato: il premier, Gentiloni, recalcitra (“Non vuole passare alla storia come un uomo politico divisivo”, dicono al Pd), il Colle osserva in silenzio, ma si dice che non sarebbe contrario, e persino Renzi, che pure la mise sull’Italicum, ora vorrebbe evitare un’altra forzatura. Ma entrambi Renzi e Mattarella vogliono incassare la legge elettorale, anche se per diversi motivi, prima delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre.  Infine, FI e Lega non potrebbero certo votare la fiducia, anche se si asterrebbero per farla passare. In ogni caso, resterebbe in bilico il voto finale che sicuramente sarà a scrutinio segreto. Morale: a partire da oggi, i fuochi di artificio. Dibattito e scontri al fulmicotone in Aula, ostruzionismo delle opposizioni, voti segreti, ‘canguri’ e, alla fine, forse, il voto di fiducia sulla legge elettorale. Che alla fine è arrivato… 

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale 


2. Cos’è e come funziona il Rosatellum. Legge elettorale for dummies

Questo artico è stato pubblicato, in forma ridotta, il 10 ottobre sul sito @Quotidiano.net 

( Qui l’articolo su come funziona il Rosatellum o leggibile all’indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un argomento  ostico da sempre anche per gli addetti ai lavori: la legge elettorale. Detto in altre parole, eccovi una legge elettorale ‘for dummies’… Il che non vuol dire che l’autore del presente articolo vi considera degli idioti o degli ignoranti, ma solo che la materia che tratta fa impazzire e perdere la testa anche ai costituzionalisti.

  • L’Italia sta per avere una nuova legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis” ha superato l’esame della prima commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati dopo oltre 20 ore di dibattito e di votazioni su ogni emendamento. Ma il cammino della nuova legge elettorale è solo appena iniziato. Martedì 10 ottobre, nell’Aula della Camera, inizieranno i voti sul nuovo testo presentato dal Pd (relatore Emanuele Fiano) e che ha ricevuto i voti di altri tre partiti (Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare) e di alcuni gruppi parlamentari minori (CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc) e la ferma opposizione di altri partiti (M5S, Mdp, SI, Fd’Italia). Solo il voto dell’Aula – dove non mancheranno di farsi sentire i cosiddetti ‘franchi tiratori’ (deputati che, nel segreto dell’urna, cambiano il loro voto rispetto all’indicazione data dal loro gruppo e che potranno esercitarsi nei ben 90 voti segreti già previsti) – dirà se il Rosatellum passerà l’esame. Poi, in ogni caso, ci sarà l’esame del Senato, dove potranno essere apportate modifiche (in quel caso la legge ritornerebbe alla Camera per confermarle o no), e solo alla fine della classica ‘navetta’ parlamentare (Camera e Senato devono, su ogni legge, varare un testo identico!) sapremo se il Rosatellum diventerà legge dello Stato. Allora potrà essere firmata dal Capo dello Stato e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Fino ad allora, meglio tenersi cauti. Non fosse perché, alla Camera (ma non – attenzione! – al Senato, dove, in base al diverso Regolamento di quella Camera i voti segreti in materia di legge elettorale non sono ammessi) sono possibili i voti segreti che potrebbero far cadere, come è già successo, anche questo tentativo di dotare il nostro Paese di una nuova e coerente legge elettorale. Infine, il governo – anche se lo ha più volte smentito – potrebbe porre la questione di fiducia, sulla legge elettorale (i regolamenti di Camera e Senato non lo vietano: il governo Renzi la mise, per dire, sull’Italicum), ma anche in questo caso il voto sul testo finale del provvedimento può essere, ove richiesto da 20 deputati, a scrutinio segreto. Non resta da fare altro, dunque, che aspettare.

  • Perché ‘Rosatellum’? E soprattutto perché ‘bis’?

Questa domanda ha una risposta semplice. Nella mania, tutta italiana, di dare nomi latini o latineggianti alle leggi elettorali (come fu per il Mattarellum, nome scovato dal politologo Sartori, per il Porcellum, nome che si auto affibbiò l’estensore di quella legge, Roberto Calderoli, o per l’Italicum, nome scovato da Renzi, Consultellum per le due leggi derivate da sentenze della Consulta) anche questa legge ‘latineggia’. Rosatellum viene dal cognome del capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, che ha ideato il sistema, ma avendoci già provato a giugno (tentativo fallito e naufragato, appunto, nell’Aula della Camera al primo voto segreto, quando la sua proposta di legge veniva anche chiamata Tedeschllum), ora i cronisti hanno ribattezzato questa legge un ‘Rosatellum bis’, nel senso che il povero Rosato è la seconda volta che ci riprova…

  • Un po’ di storia e qualche riferimento obbligatorio…

Evitiamo, invece, qui di dare spiegazioni sui sistemi elettorali in generale (insomma, ragazzi, arrangiatevi! E ripassate la materia!) e cioè su come funzionano i sistemi elettorali, quanti e quali sono e come trasformare, dal punto di vista tecnico, i voti in seggi… Vi basterà sapere che i sistemi elettorali si dividono in due categorie (maggioritari e proporzionali), che vi può essere un mix delle due categorie con una dose maggiore o minore dell’una o dell’altra, che, ovviamente, i sistemi elettorali sono strettamente collegati al sistema istituzionale del singolo Paese in cui vengono adottati  (presidenziale Usa e FR, del primo ministro GB, proporzionale) e che i metodi tecnici con cui ogni sistema elettorale trasforma, appunto, i voti in seggi (collegi maggioritari uninominali, collegi maggioritari o proporzionali plurinominali, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, candidature, metodi di calcolo di quozienti) divergono di volta in volta, quindi è davvero inutile annoiarvi!!! Infine, non vorremmo appesantirvi con una noiosa digressione su quali e quanti sistemi elettorali ha conosciuto l’Italia dalla sua nascita come nazione (1861) ad oggi (in ogni caso sono più di dieci! invece le democrazie anglosassoni hanno lo stesso identico sistema elettorale da metà’ 800 e le democrazie europee dal ’900!) ma, in ogni caso, giusto per essere un po’ pedanti ugualmente sappiate che l’Italia ha votato con questi seguenti sistemi: 1) maggioritari uninominali, sulla base di censo e istruzione, quando non c’è il suffragio universale, cioè dal 1861 al 1912; 2) sistema proporzionale a suffragio universale maschile dal 1919 al 1922; sistema maggioritario  con premio di maggioranza (legge Acerbo) nel 1924; 3) dittatura fascista, sospensione di ogni sistema di voto e solo plebisciti dal 1929 al 1939; 4) sistema proporzionale puro, a suffragio universale pieno dal 1946 al 1948; 5) cd. ‘legge truffa’ (sistema proporzionale con premio di maggioranza) nel 1953; sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento all’1% dal 1958 al 1992; 6) sistema maggioritario uninominale a un turno dal 1994 al 2001 con recupero proporzionale (il famoso Mattarellum, dal nome dell’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella); sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza alla prima lista o coalizione senza soglia di accesso e diverse soglie di sbarramento (il Porcellum di Roberto Calderoli) dal 2006 al 2013. Fine. Infatti, sia l’Italicum, diventato legge dello Stato nel 2015, sistema proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio, ma valido per la sola Camera dei Deputati, dichiarato in parte incostituzionale dalla Consulta nel 2016, sia il Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con le preferenze e diverse soglie di sbarramento in vigore per il Senato dopo che la Consulta bocciò diverse parti del Porcellum nel 2015) non sono mai entrati, almeno fino ad ora, in vigore. Vuol dire che, finora, con nessuno di questi due sistemi si è mai votato in Italia.

  • Ma che cos’è, in buona sostanza, il Rosatellum bis?!

Il Rosatellum è una sorta di Mattarellum ‘rovesciato’, cioè un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti.

In pratica, si tratta, dal punto di vista politologico, di un sistema elettorale ‘misto’ (una quota di maggioritario a turno unico e una quota di proporzionale) in cui l’assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 116 (109 piu i 6 del Trentino e Valle d’Aosta) seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica, di tradizione anglosassone, del first past the post (il primo prende tutto). L’assegnazione dei restanti seggi (399 seggi alla Camera e 199 al Senato, compresi i seggi all’Estero, rispettivamente 12 alla Camera e 6 al Senato, quindi in realtà si tratta di attribuire 386 seggi alla Camera e 193 al Senato) avviene con un metodo perfettamente proporzionale (metodo dei quozienti interi e dei più alti resti) nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una ogni regione, e 28 per la Camera. Il numero dei collegi per ogni circoscrizione sarà di 65 e toccherà al governo definirli con una delega.

La soglia di sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (al 20% nelle regioni che tutelano le minoranze linguistiche). Ci sarà un’unica scheda e non è concessa la possibilità del voto disgiunto. C’è una norma di genere (60-40) e la possibilità di presentare fino a un massimo di cinque pluri-candidature nei listini proporzionali. Niente obbligo di raccolta delle firme per i partiti (cioè i gruppi) presenti in Parlamento al 31 aprile 2017 mentre per tutti gli altri partiti o gruppi le firme da raccogliere sono solo 750 a collegio. Ci sarà un tagliando anti-frode per garantirsi da possibili irregolarità e, udite udite, una scheda con tanto di ‘istruzioni per l’uso’.

Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, ma solo quello del ‘capo della forza politica’ né obbligo per la coalizione stessa di presentare un programma comune (ma non è vietato!).

  • Tenetevi forte! I ‘tecnicismi’ della legge elettorale.

Il lettore, già con il mal di testa, potrebbe anche fermarsi qui…, ma ogni legge elettorale è frutto di una (lunga e faticosa) serie di tecnicismi, calcoli e norme specifiche che la contraddistinguono. Per chi, dunque, avesse ancora la pazienza di voler proseguire nella lettura, ecco i principali ‘tecnicismi’ della legge elettorale…

UNA SCHEDA, UN VOTO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di dare il famoso voto disgiunto), con il Rosatellum 2.0 ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Sembra facile, vero?! Aspettate un po’ prima di dirlo!

METODI DI VOTO. Qui le cose si complicano perché sono tre. Uno. Se l’elettore vota il contrassegno di una lista il voto è attribuito automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale. Come già detto, nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Due. Se l’elettore vota solo per il candidato del collegio uninominale e barra una delle liste dei partiti che lo sostengono il voto è valido (è il cd. ‘doppio voto’). Tre. Se l’elettore vota soltanto per il candidato del collegio uninominale, senza indicare alcuna preferenza per una delle liste che lo sostengono, il suo voto si ‘spalma’, in modo proporzionale, a tutte le liste a lui collegate o, in caso sostenuto da una sola lista, a quella stessa che lo sostiene.

SOGLIE DI SBARRAMENTO. Per accedere in Parlamento è fissata una soglia d’ingresso del 3% al Senato come alla Camera. La soglia per le coalizioni sale al 10%, sempre su base nazionale, ma se una coalizione non raggiunge il 10% dei voti, i voti dei partiti che hanno raggiunto il 3% come liste valgono lo stesso!. ‘Ma’ …  I voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione. Sotto la soglia dell’1%, invece, i voti dati a quella lista vanno dispersi, cioè non vengono attribuiti a nessuno. Per i collegi plurinominali dove vigono norme specifiche per le minoranze linguistiche (Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta) la soglia di sbarramento è al 20%.

NIENTE VOTO DISGIUNTO. In buona sostanza, non puoi votare il candidato nel collegio appoggiato dalla lista o dalla coalizione del partito dei ‘Gialli’ e, poi, scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei ‘Neri’, ove questo, naturalmente non faccia parte del partito/coalizione dei ‘Gialli’. Chiaro, no?!

SCORPORO E ‘BARBATRUCCO’… E’ vietato anche lo scorporo, che era invece possibile nel Mattarellum, ma… c’è un piccolo ‘barbatrucco’, per gli amanti del genere: dato che i voti degli elettori che barrano il nome del solo candidato del collegio uninominale vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio, anche se l’elettore non ha espresso alcuna preferenza per nessun partito, i partiti che hanno superato il 3% dei voti si ‘pappano’ anche i voti delle liste o partiti che non solo non hanno superato il 3% ma neppure l’1% dei voti! L’hanno chiamata, in commissione Affari costituzionali, la norma ‘8xmille’ perché, come si sa, chi non sceglie come destinare il suo 8xmille finisce nel cd. ‘inoptato’ che va, in ogni caso, allo Stato. In questo caso, con tale norma, ci guadagnano i partiti maggiori!

LE COALIZIONI I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale per più liste. Le dichiarazioni di collegamento devono essere reciproche tra le liste che compongono la coalizione. I partiti o le coalizioni di liste devono depositare, insieme al deposito del contrassegno elettorale, un programma con l’indicazione del capo della forza politica. Morale: se voti FI voti per Berlusconi ‘capo’, se voti Pd c’è Renzi, per la Lega Salvini, per i 5Stelle Di Maio e via di questo passo. Inoltre, va detto che anche quando il ‘capo della coalizione’ era indicato espressamente, come nel Porcellum, la Costituzione dice che a conferire l’incarico di presidente del Consiglio è il Capo dello Stato il quale può scegliere, come ha fatto spesso in passato, personalità diverse dal capo di una coalizione per mille ragioni. Una su tutte: il governo deve avere una maggioranza parlamentare e, se non la raggiunge, cioè se non ottiene la fiducia delle Camere, non c’è santo che tiene: anche se ha vinto le elezioni, presto cadrà. Inoltre, se è vero che è possibile costituire delle coalizioni saranno ‘mini’ (tranne, forse, quella del centrodestra tra FI, Lega, FdI e altri partiti minori): vi dovete dimenticare cioè le ‘grandi coalizioni’ del passato (Casa delle Libertà per il centrodestra, Ulivo prima e Unione poi per il centrosinistra) perché, al massimo, il Pd avrà due o tre alleati alla sua sinistra e alla sua destra, ma saranno piccoli, e i Cinquestelle non si alleano con nessuno! Infine, dimenticatevi anche le coalizioni a geometria variabile (e questo è un bene): nel 1994 Berlusconi si alleò con la Lega al Nord (Polo delle Libertà) e con An al Sud (Polo del Buongoverno): ora è impossibile perché le coalizioni dovranno essere fatte per forza sul piano nazionale.  Infine, la retorica demagogica di chi dice ‘voglio conoscere la sera del voto chi governerà’ è sempre stata falsa (l’Italia è, come prevede la Costituzione, una Repubblica parlamentare in cui i governi nascono e muoiono in Parlamento che dà loro la fiducia), ma lo è a maggior ragione ora. Se un partito o una coalizione non supera, abbondantemente, il 40% dei voti non otterrà mai il 51% dei seggi, nelle due Camere, per riuscire a governare da solo! Ergo, i partiti dovranno fare accordi tra di loro in Parlamento, per formare un governo, e questi accordi potranno essere ‘trasversali’ (Pd-FI-centristi o Lega-M5S-altri, per dire) e rompere le coalizioni e i patti stipulati precedentemente (e per finta) davanti agli elettori.

CIRCOSCRIZIONI. Saranno 20 le circoscrizioni per il Senato, una per ogni regione, mentre saranno 28 quelle della Camera. Perché sono importanti? Perché, anche se la soglia di sbarramento per ogni lista o coalizione, è determinata a livello nazionale, per determinare gli eletti si ‘scende’ prima nelle circoscrizioni e poi, ancora, ci si ramifica nei collegi uninominali per la parte maggioritaria e nei collegi plurinominali per il proporzionale. Le circoscrizioni, inoltre, sono molto importanti per definire il ‘recupero’ dei resti: infatti, anche il sistema più proporzionale che si possa immaginare presenta, sempre, dei ‘resti’ da attribuire. Si tratta di un ‘quoziente’ che stabilisce la cifra degli eletti e la cifra nazionale di ogni partito. Nella nuova legge elettorale verrà usato il metodo del ‘quoziente intero e dei più alti resti’ (nella Prima Repubblica si usava il metodo d’Hare, c’è anche quello ‘d’Hondt’) ma non stiamo neanche a spiegarvelo! E’ un puro calcolo tecnico, matematico: distribuisce in modo il più proporzionale possibile i seggi ai vari partiti e, francamente, è davvero roba per malati…

COLLEGI UNINOMINALI: si tratta di 231 collegi, pari al 36% dei seggi della Camera, per i deputati, e 109 (36%) per il Senato. In realtà, però questo conto è un po’ farlocco: infatti, nei 231 collegi uninominali della Camera sono contati anche i 6 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno in Valle d’Aosta, dove i seggi li vincono sempre le rispettive minoranze linguistiche, quindi i collegi della Camera sono in realtà 225. Stesso ragionamento per il Senato: i 109 collegi uninominali sono in realtà 116 ‘al netto’ dei sei del Trentino e di uno in Valle d’Aosta, il che vuol dire che, appunto, i collegi sono solo 109. I partiti si possono coalizzare per sostenere un comune candidato nell’ambito di ogni collegio uninominale mentre corrono da soli nell’ambito dei collegi plurinominali, e cioè per la parte proporzionale.

Risulta eletto il primo candidato di un partito, lista o coalizione di liste che prende un voto in più di tutti gli altri in ogni collegio uninominale. Si tratta, cioè di un sistema uninominale maggioritario secco all’inglese. Non sono ammessi ripescaggi, non ci sono soglie di sbarramento, possibilità di voto disgiunto, voto di scorporo, preferenze, etc. Se il candidato del collegio muore o rinuncia al seggio si ripete l’elezione. Ci si può candidare in un collegio uninominale e in 5 collegi plurinominali. L’alternanza di genere è garantita in proporzione del 60/40 per ogni genere ma al Senato deve essere garantita su base regionale.

COLLEGI PLURINOMINALI: Come risulterà facile capire da un rapido calcolo, se i seggi della Camera sono 630 e quelli del Senato 315 (oggi, al Senato, siedono 320 senatori ma perché in cinque sono senatori ‘a vita’ nominati per alti meriti dal Capo dello Stato) ne mancano parecchi per arrivare a fare ‘la somma del totale’, come direbbe Totò. Quanti sono e come verranno eletti i parlamentari?

Alla Camera ‘restano’ da eleggere 399 deputati nei collegi plurinominali, ma 12 continuano ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere con metodo rigidamente proporzionale. Restano dunque in 386 i deputati da eleggere sempre con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, restano da eleggere, tolti i 109 collegi uninominali (116 in realtà perché sono compresi i 6 del Trentino e uno in Val d’Aosta), 199 senatori, ma di questi sono sei gli eletti all’Estero, quindi ne restano 193 di senatori da eleggere nei collegi plurinominali. Da ricordare che il Molise elegge sempre e soltanto un senatore.

I candidati che si presentano nei collegi plurinominali, collegi divisi a livello più grande in 28 circoscrizioni della Camera e 20 del Senato, vengono eletti con un metodo che trasforma in voti in seggi in modo rigidamente proporzionale (metodo detto del quoziente interno e dei più alti resti) su base nazionale, con una soglia di sbarramento nazionale fissata, sia per la Camera che per il Senato, al 3% (al 10% per le coalizioni, al 20% per i collegi dove sono presenti minoranze linguistiche). I voti ai candidati dei collegi plurinominali contribuiscono ad aumentare i voti di ogni coalizione solo e soltanto se compresi tra l’1% e il 3% in partiti facenti parte della rispettiva coalizione mentre sotto l’1% quei voti vanno dispersi. I candidati dei collegi plurinominali sono scelti, all’interno di ogni lista, sulla base di liste bloccate corte composte da un minimo di due a un massimo di 4 nomi. A parità di voti è eletto il candidato più giovane. Sono vietate le preferenze, il voto disgiunto, lo scorporo tra maggioritario e proporzionale. La norma di genere (40/60) assicura che nessun genere possa superare l’altro nella composizione delle liste. Le pluricandidature sono ammesse fino a cinque, oltre a quella in un collegio maggioritario uninominale. Se un candidato viene eletto in più collegi plurinominali dovrà optare per quello dove ha preso meno voti e, al suo posto, scatterà il secondo classificato del suo partito in lista, sempre sulla base del collegio plurinominale di riferimento, ma privilegiando quello che ha preso meno voti in assoluto, non il contrario.

DELEGA AL GOVERNO E ASSEGNAZIONE DEI SEGGI. La legge delega il governo a definire questi collegi plurinominali: saranno circa 65 e dall’approvazione della legge il governo ha 30 giorni di tempo per disegnarli. Il problema, però qui, si fa ostico. Infatti, mentre capire come avviene l’assegnazione del vincitore nel collegio uninominale è molto facile (il primo che arriva vince!), nei collegi plurinominali il percorso è più macchinoso. In buona sostanza è questo: per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 % mentre un partito che supera la soglia del 3% ottiene i seggi corrispettivi anche se la coalizione di cui fa parte non ha superato il 10%. Sotto la soglia dell’1% nessun partito ha diritto ad avere seggi mentre tra l’1% e il 3% non ne ottiene ma contribuisce ad arricchire quelli della coalizione di chi fa parte. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale la vittoria nel collegio uninominale. Al candidato in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sarà eletto il candidato più giovane. Ci avete capito qualcosa? Tranquilli, anche noi facciamo fatica…

LISTINI E PLURICANDIDATURE Nei collegi plurinominali, dove vale il proporzionale, e dunque solo in quelli, sono previsti dei ‘listini’ molto corti, dai 2 ai 4 candidati al massimo. Quanto alle pluri-candidature, saranno possibili ma limitate (massimo 5), sempre nei collegi plurinominali. Nessuno può essere candidato in piuù di un collegio uninominale, a pena di nullità, ma è consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali fino a un massimo di cinque (già detto!).

E I FAMOSI COLLEGI DEL TRENTINO ALTO-ADIGE?! Il testo della nuova legge rimane ancorato, né poteva essere altrimenti, al testo del Tedeschellum come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno scorso quando il Tedeschellum, allora in votazione, naufragò proprio su questo emendamento: sei collegi uninominali e cinque proporzionali, alla Camera, altri sei e due al Senato. Non potrebbe essere altrimenti: i seggi del Trentino godono, infatti, di una riserva ‘costituzionale’: tanti sono e tanti devono essere in qualsiasi legge elettorale venga approvata dalle Camere! Così è.

QUOTE DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una “quota di genere”, un modo gentile per dire che bisogna rispettare, come prevedono diverse leggi italiane ed europee, una proporzione non discriminante verso le donne, il caro vecchio “sesso debole” nella compilazione delle liste elettorali, pena la loro non validità ed esclusione dalle elezioni. Per il Rosatellum la proporzione è di 60%-40%. Infatti sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le future senatrici, però, avranno più chance delle future deputate: il testo dispone che la ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell’uninominale che nel proporzionale, venga rispettata a livello regionale e non nazionale.

TOT FIRME, TOT LISTE. E’stato dimezzato, rispetto al testo originario, il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni politiche che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo parlamentare costituito alla data del 15 aprile 2017 (la data originaria era il 31 dicembre 2016, ma Mdp sarebbe rimasta fuori dal novero e pure il Pd gli ha fatto il regalo). Il numero di firme da raccogliere passa da 1.500-2.000 a sole 750, ma attenzione la deroga sarà valida solo per le prossime politiche! Per i partiti presenti in Parlamento sotto forma di gruppi costituiti (anche quelli minuscoli, sottogruppi, nati per microscissioni…) non sarà invece necessario, come già detto, raccogliere le firme.

AVVOCATO, MI CERTIFICA? Per le prossime elezioni, e solo queste, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste.

  • E’ finita? Neanche per idea! Alcune cose divertenti…

Se siete arrivati a leggere fin qui vuol dire che avete preso discrete dosi di citrosodina e bicarbonato, oltre a un po’ di sana nevralgina, per curare il mal di stomaco e il mal di testa! I nostri novelli ‘padri costituenti’ hanno pensato (e hanno fatto) bene ad aiutare il povero elettore a non impazzire, nei seggi. Infatti, tra rischi di contestazioni dei voti e delle schede elettorali e rischio di lunghe code davanti alle cabine elettorali, il rischio caos (e il rischio figuraccia) sarebbe davvero vicino. Ecco dunque alcune novità, davvero mai sperimentate prima!

LA SCHEDA CON LE ISTRUZIONI ‘PER L’USO’… La scheda è unica (ma attenzione in realtà saranno due! Perché una vale per eleggere i deputati alla Camera e una per eleggere i senatori al Senato!), ma conterrà anche, e per la prima volta nella storia repubblicana, delle “istruzioni per  l’uso” che serviranno a informare gli elettori su come devono… votare! Nel frontespizio della scheda, infatti, verrà spiegato come si vota…

IL TAGLIANDO “ANTI-FRODE” La scheda sarà dotata di apposito tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo, che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è di evitare brogli e scambi tra schede bianche e schede pre-stampate.

MA IL SUO PARTITO ‘TRASPARE’? Sono state inserite, nel Rosatellum bis, diverse norme di cosiddetta ‘trasparenza’. Prevedono che i partiti, i movimenti e gruppi politici organizzati che si presentano alle elezioni debbano avare uno Statuto. Chi ne è o ne sarà sprovvisto (come nel caso dell’M5S, tanto per dire) potrà presentare liste elettorali solo indicando elementi minimi di trasparenza come questi tre: il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Tutto il materiale sarà pubblicato online sul sito del ministero dell’Interno, insieme al programma elettorale di ogni partito o coalizione e al nome del capo della forza politica di ogni lista o partito. Si badi bene: capo di forza politica, non della coalizione!

Siete arrivati alla fine di questo lungo, troppo lungo, testo sulla legge elettorale?! Beh, allora siete pronti: potete andare a votare! Sempre che, si capisce, il Rosatellum bis diventerà mai legge!!! Ps. L’autore di questo articolo sarà felice di offrire un buon caffè a chiunque gli segnali possibili errori, dimenticanze, sviste etc.

NB: L’articolo, in forma meno lunga, è stato pubblicato sul sito di @Quotidiano.net

 

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Riforme ‘for dummies’. Domande (e risposte) sul ddl Boschi: iter, tappe, tempi…

L'aula di Montecitorio vista dall'internoLe riforme istituzionali sono a buon punto, se non a un vero punto di svolta. Tra il voto di lunedì scorso, 11 gennaio, della Camera (il primo ‘sì’ definitivo, cioè la prima ‘vera’ prima lettura) e quello del 18-19 gennaio al Senato (il secondo ‘sì’ definitivo del Senato, cioè la seconda ‘vera’ seconda lettura – TRA POCO SPIEGHEREMO TALI OSSIMORI…), mancherà un solo passaggio (la seconda ‘vera’ seconda lettura della Camera, l’11 aprile) per dichiarare concluso il percorso delle riforme, noto anche come ‘ddl Boschi’, dal nome del ministro proponente, Maria Elena Boschi, ministro alle Riforme nel I governo Renzi. Dopo, non resterà che attendere l’esito del referendum confermativo, previsto a ottobre. Ma restano, sul tappeto, nodi, dubbi, criticità e soprattutto domande, su queste riforme. Cerchiamo, nel modo più semplice e comprensibile possibile, di spiegarne i principali. Ricordando, prima, due cose. La prima sono i tempi:  mancano solo due passaggi veri (il 18 19 gennaio il voto del Senato, già giunto alla sua definitiva seconda lettura, quella finale, e l’11 aprile 2016 il voto della Camera, quando arriverà la sua definitiva seconda lettura). La seconda sono i contenuti: come sarà il nuovo Senato, un po’ perché leggibile dappertutto, un po’ per non appesantire il lettore, un po’ perché ce ne riserviamo in altra occasione, e come sarà modificata la II parte della Costituzione lo rimandiamo ad altra sede di analisi. Ps. In questa sede è evitato per scelta ogni giudizio di merito sul testo e i contenuti della riforma.

Cinque domande di base o ‘for dummies’. 

  1. Com’è la nostra Costituzione? “Rigida”.

Le costituzioni possono essere ‘rigide’ o ‘flessibili’. Quelle ‘flessibili‘ possono essere modificate attraverso la normale attività legislativa. Tali costituzioni sono tipiche dell’800 e generalmente erano concesse (ottriate) dal sovrano assoluto (come lo Statuto albertino del 1848). Quelle ‘rigide‘ sono modificabili solo attraverso un procedimento aggravato: richiede cioè una maggioranza più ampia rispetto al procedimento ordinario. Vi è, di solito, anche un organo chiamato a sindacare l’eventuale violazione della Costituzione da parte del legislatore ordinario ( la nostra Corte costituzionale). Tali costituzioni sono tipiche del’ 900 e sono garantite da meccanismi che impediscono che siano adottate leggi contrarie ai loro principi. Sono perlopiù costituzioni lunghe (quelle ‘flessibili’ erano brevi).

2. Come si modifica la Costituzione? Chiamando il ‘138’…

L’iter da seguire, in Italia, per poter effettuare ogni qualsivoglia revisione costituzionale (anche di un solo comma o articolo, figurarsi di parti intere della Carta costituzionali, detti ‘Titoli’: per dire, il Titolo V è quello sul federalismo) è disciplinato dall’art. 138 della Costituzione – Il disegno di legge costituzionale in questione deve, cioè, essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali (prima lettura definitiva Camera – seconda lettura definitiva Camera, Prima Senato – Seconda Senato) devono intercorrere almeno tre mesi che il Costituente volle come pausa di riflessione. Una procedura di revisione costituzionale, quella prevista dall’art. 138 della Costituzione, che i padri Costituenti (cattolici, comunisti, socialisti, azionisti, liberali, etc.) vollero fosse proprio così, e cioè ‘rafforzato’ (due deliberazioni diverse per ognuna delle due Camere, la prima a maggioranza semplice, la seconda a maggioranza assoluta, possibilità di chiedere e indire un referendum confermativo sul testo della riforma medesima) perché timorosi di nuove derive fasciste, golpiste o comunque dittatoriali o reazionarie, anche se la procedura di revisione costituzionale allora (1948) messa in vigore si basava su un sistema elettorale proporzionale puro o semi-puro e non immaginava potesse a esso subentrare un sistema maggioritario o proporzionale con premio di maggioranza (Mattarellum il primo, Porcellum il secondo) o immaginare un maggioritario a doppio turno con soglia di sbarramento (Italicum) che falsa, a favore dei partiti o del partito che vincono/vince la contesa elettorale, la rappresentanza, per garantire governabilità, ma penalizzando fortemente le minoranze/opposizioni che sono sottorappresentate. 

3. Com’è il bicameralismo? ‘Perfetto’ o ‘paritario’.

Le differenze tra la prima e la seconda votazione ‘definitiva’ di ognuna delle due Camere si possono riassumere in tre, sostanzialmente. Ma prima va fatta una fondamentale premessa: fino a quando una Camera non ha approvato in modo identico all’altro il testo di una legge, ordinaria o costituzionale che sia, quel testo non si può intendere approvato. E’ il cd. principio del ‘bicameralismo perfetto‘: ogni legge (ordinaria o costituzionale) va approvata in modo identico da ognuna delle due Camere che continuano a votare, dando vita alla ‘navetta‘ tra una Camera e l’altra, fino a che non si ottiene un testo identico: viene pure detto principio della ‘doppia lettura conforme’. Di solito, per le leggi ordinarie, non è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti l’Assemblea, basta la semplice.

I) Devono intercorrere tre mesi di pausa di riflessione, tra un voto e l’altro di ognuna delle due Camere dopo che ognuna di esse ha effettuato la sua prima, e definitiva, lettura, prima di poter effettuare, sempre in ognuna delle due Camere, la seconda definitiva lettura; ergo, il primo passaggio (prima lettura Camera – prima lettura Senato) è un passaggio in cui il testo si può cambiare, limare, modificare, sostituire, cambiare. Nel secondo passaggio (seconda lettura Camera – seconda lettura Senato) il testo è immodificabile. Morale: tre mesi di ‘pausa di riflessione’ servono a far maturare (in teoria…) nei parlamentari il senso del passaggio epocale, per una legge di rango costituzionale: riflettere, e solo dopo votare.

II) Mentre nell’ambito della ‘prima’ lettura di ognuna delle due Camere il testo può essere modificato ad libitum (cioè, volendo, all’infinito…), secondo il metodo della ‘navetta‘ tra le due Camere e in base al già citato meccanismo del ‘bicameralismo perfetto’, nell’ambito della ‘seconda’, definitiva, lettura, il testo in questione (in questo caso SOLO della legge costituzionale, NON anche delle leggi ordinarie) va votato e approvato (o bocciato, ovvio, in qual caso l’iter riparte da capo, cioè da zero) nel suo complesso, un prendere o lasciare che non permette più possibilità di modifiche né, tantomeno, di ‘navette’ parlamentari. Morale: quello che è stato votato nella prima lettura di ognuna delle due Camere (e magari oggetto di scambi tra o dentro i partiti) è passato, il resto resterà così com’è. 

III) A differenza della ‘prima’ lettura, dove è possibile e lecito approvare una riforma dell’intera Costituzione (articolo per articolo, parte per parte o interamente) a maggioranza semplice (basta, cioè, un voto in più della maggioranza sulla minoranza, senza quorum dei presenti in aula, eccezion fatta per il numero legale, come in ogni seduta ‘normale’) di ognuna delle due Camere, nella ‘seconda’ e definitiva lettura, il testo di riforma va votato e approvato a maggioranza assoluta dei membri di ognuna delle due Camere (vuol dire: 161 voti, quorum per il Senato, e 316 voti, quorum per la Camera). Morale: ove il testo non venga approvato a maggioranza assoluta, si intende respinto. 

4) Com’è la tempistica delle ‘navette’? Complicata. 

Traduzione (e tempistica) pratica (E QUI BISOGNA FARE ATTENZIONE): Il Senato ha votato per la prima volta il ddl Boschi l’8 agosto 2014 (primo step della prima lettura), la Camera ha votato il testo, ma lo ha modificato, per la prima volta, il 10 marzo 2015 (secondo step). E’ partita la ‘navetta’. Il Senato ha dovuto riprendere in mano il testo, cambiato dalla Camera, e lo ha ri-modificato il 13 ottobre 2015 (terzo step della prima lettura), la Camera lo ha ri-ri-modificato lo scorso 11 gennaio 2016 (quarto step), ma senza toccare nulla. Ergo: tra tre mesi (l’11 aprile 2016) la Camera potrà effettuare la sua vera ‘seconda’ lettura con un voto che, a maggioranza assoluta dei membri, sarà appunto un voto complessivo, senza possibilità di modificare più il testo. Invece, il Senato potrà entro pochi giorni, il 18-19 gennaio 2015, votare e licenziare in via definitiva la riforma, arrivando e votando, cioè, la sua ‘seconda’, definitiva, lettura perché né la Camera né, tantomeno, il Senato ha più modificato il testo. Testo che il Senato approverà, dunque, in via definitiva e finale, sempre che, ovviamente, voti sì a maggioranza assoluta (161). 

5) Com’è il referendum? ‘Confermativo’. 

In Italia conosciamo, di solito, il referendum ‘abrogativo’, che può essere richiesto da un tot di cittadini (500 mila), sulla base di un numero di firme vidimate in corte di Cassazione e di quesiti che poi devono avere il nulla osta di conformità dalla corte Costituzionale. Esiste, però, sia pure poco usato (mai nella Prima Repubblica, due volte già nella Seconda), anche il referendum confermativo che riguarda, appunto, le leggi di natura costituzionale.

I) Se una legge costituzionale, dopo aver seguito l’iter indicato in precedenza, viene votata e approvata con i due terzi dei componenti di ognuna delle due assemblee legislative e nessuno soggetto indicato in Costituzione chiede il referendum, la legge passa all’esame del Capo dello Stato per la promulgazione e la relativa pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Il tutto avviene entro un mese dal voto finale dell’ultima delle due Camere: ciò vuol dire che, senza referendum, a partire dal 11 aprile 2016 entro  l’11 maggio sarebbe approvata.

II) Se invece la deliberazione finale, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non avviene a maggioranza di due terzi dei suoi componenti, ma a semplice maggioranza assoluta (maggioranza comunque indispensabile perché la legge abbia validità) può essere richiesto un referendum confermativo da parte di alcuni soggetti specifici, istituzionali e non. Il referendum può essere richiesto e proposto da un quinto dei membri di almeno un quinto dei componenti di una delle due Camere, oppure da cinque consigli regionali oppure da 500 mila elettori o da tutti e tre. Morale: l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso.

III) Quando l’iter della riforma istituzionale sarà completato definitivamente (ricordiamolo ancora una volta: l’11 aprile 2016 si terrà la seconda lettura-voto finale della Camera dei Deputati, mentre voto finale del Senato si terrà a breve, il 18 gennaio 2016, il che vuol dire che al Senato l’iter si è quasi del tutto completato, alla Camera lo sarà entro aprile), si scoprirà l’ormai non più tale novità: OLTRE ALLE OPPOSIZIONI, CUI E’ RICONOSCIUTO PER COSTITUZIONE TALE DIRITTO, ANCHE LA MAGGIORANZA – CON PROCEDURA DEL TUTTO INNOVATIVA E, IN PARTE, COSTITUZIONALMENTE ANOMALA – ADIRA’ LA VIA REFERENDARIA, tenendo comunque il quorum (anche se avesse i 2/3 dei voti, il che, peraltro, almeno al Senato è matematicamente impossibile) più basso del necessario, proprio per poter andare a referendum. Referendum che si terrà a ottobre del 2016 (forse il 2 ottobre) e che – va ricordato e sottolineato – non abbisogna di quorum (metà più uno dei votanti) come nel caso del referendum abrogativo, introdotto nel 1970, basterà, per decidere se vincerà il ‘sì’ (alla riforma) o il ‘no’ il 50% dei voti validi. Morale: non importa in quanti andranno a votare, ma chi voterà deciderà le sorti future della nostra Costituzione. A quel punto, entro un mese, il presidente della Repubblica promulgherà la riforma costituzionale e la legge sarà pubblicata in Gazzetta ufficiale. Per motivi ‘tecnici’, invece, dall’ultima approvazione della riforma (aprile 2016), il referendum non si potrà tenere prima del mese di ottobre. Entro novembre 2016, però, la legge di riforma istituzionale diventerà, se vinceranno i ‘sì’, legge della Repubblica. Cambiando, per la prima volta in maniera così sostanziale, la nostra Costituzione. 

Post scriptum. In ogni caso, nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito” Accesissimi dibattiti sono ancora aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”: è sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti.

NB. Questo articolo è scritto in versione originale per il blog di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net/ettorecolombo

 

 

“Piove, governo ladro!”. Una frase celebre inventata da un vignettista d’altri tempi, il mazziniano piemontese Casimiro Teja

Garibaldi difende la 'Giovane Italia' dagli appetiti dei governanti piemontesi e savoiardi.

Garibaldi difende la ‘Giovane Italia’ dagli appetiti dei governanti piemontesi e savoiardi.

E’ a lui che si deve la famosa imprecazione – ormai un luogo comune, specie in tempi (mesti, come quelli attuali) di post-grillismo militante, “Piove, governo ladro!”. Imprecazione che, per quanto sia buona sotto ogni governo (e, dunque, per e in tutte le ‘stagioni’ politiche italiane: Prima, Seconda o Terza Repubblica che sia…), è sempre più che attuale. Peraltro, quando Casimiro Teja la adoperò in una vignetta per la prima volta ‘correva l’anno’ 1861 e, sul giornale che Teja dirigeva dall’età di 26 anni, il Pasquino, la usò a corredo di una vignetta che illustrava un comizio indetto dai mazziniani. I ‘grillini’ dell’epoca, si potrebbe dire, e Mazzini era il loro guru in esilio volontario permanente, proprio come Giuseppe (detto ‘Beppe’) Grillo: infatti, ai mazziniani ieri come ai grillini oggi, non andava mai bene nulla.

Eppure, anche se la città di Torino ha dedicato a Teja una statua (realizzata nel 1903 da Edoardo Rubino, oggi si trova in piazza IV marzo) che lo raffigura in altorilievo proprio sotto la copia del busto del romanissimo Pasquino (celebre inventore, nel Cinquecento, delle cd. ‘pasquinate’ che, affisse all’inizio della suggestiva e centrale di via del Governo Vecchio, prendevano di mira papi, cardinali, aristocratici e grandi uomini di Roma) e la città di Roma ha voluto intitolare a Teja una via stradale, la drammatica damnatio memoriae che attraversa, ormai da decenni, la nostra società, ha prodotto una grave ‘dimenticanza’: trascinare nell’oblio Teja. Ed è stato solo grazie alla recente e meritoria opera dell’ultimo Consiglio regionale del Piemonte ad averci messo, come si suol dire, una ‘pezza’.

sembra un cosacco, il vigmnettista mazziniano...

sembra un cosacco, il vigmnettista mazziniano…

Vignettista, illustratore, caricaturista, ma anche giornalista, scrittore, viaggiatore e, inoltre, alpinista, Casimiro Teja (Torino, 1840-1899), Teja meritava davvero di essere ‘riscoperto’, oltre che ricordato e celebrato. Ecco perché, dunque, vale(va) davvero la pena andare a visitare (la mostra era visitabile dal 4 ottobre e fino al 16 novembre 2013, ndr.), la mostra “Casimiro Teja. Sulla vetta dell’umorismo”. Curata da due valenti disegnatori torinesi, Dino Aloi e Claudio Mellana, e organizzata e resa possibile dall’Archivio di Stato di Torino, l’esposizione presenta i migliori e più riusciti disegni dell’arte del “principe dei caricaturisti” (Teja, appunto) vissuto a fine del XIX secolo in un Piemonte allora cuore del nuovo ‘stato unito’ italiano, regio e sabaudo, e delle sue contraddizioni. Disegni e tavole che si possono ammirare insieme a stampe originali, tavole e illustrazioni pubblicati da Teja sulle diverse riviste e giornali con cui il caricaturista piemontese collaborava (Le scintille, Spirito Folletto, il Fischietto e Pasquino, dove si firmava ‘Puff’: una rivista umoristica allora molto quotata e popolare, Pasquino, che Teja diresse dal 1826 fino alla morte). In più, una sezione di disegni e vignette realizzate dai contemporanei di Teja e scelti tutti nel descrivere la ‘montagna’ in onore dei 150 anni del Cai (Club Alpino italiano) di cui anche Teja è stato un convinto e appassionato frequentatore.

Nntevole la bellezza stilistica del ritratto e l'uso raffinato dei caratteri

Nntevole la bellezza stilistica del ritratto e l’uso raffinato dei caratteri

Pezzo forte e ‘cuore’ della mostra su Teja è l’album di schizzi inediti (tavole disegnate a matita, per la precisione) che, ritrovati e comperati da un collezionista privato, che viene esposto al pubblico per la prima volta. Del resto, Teja realizzava incisioni e litografie di cui non sono, purtroppo, rimasti i disegni originali e l’album degli inediti costituisce una sostanziale testimonianza unica del suo modo di lavorare. Altri lavori esposti sono reportage giornalistici fatti da Teja per i suoi giornali: una sorta di – prezioso e curioso – carnet de voyage per immagini tra i quali spicca il racconto (racconto disegnato, ovviamente) del viaggio compiuto in Egitto per l’inaugurazione del ‘taglio’ dell’Istmo di Suez (novembre 1869, un evento, per qui tempi, davvero epocale) e il viaggio – tutto casalingo – “Da Torino a Roma” in occasione del trasferimento della capitale del Regno d’Italia prima da Torino a Firenze (1866) e – dopo la conquista sabauda dello Stato Pontificio – del secondo trasferimento, definitivo, della capitale italiana da Firenze a Roma (1870).

Illustrazione sul Pasquino del viaggio di Teja sul nascente istmo di Suez

Illustrazione sul Pasquino del viaggio di Teja sul nascente istmo di Suez

Chicca finale, l’album di schizzi inediti (tavole disegnate a matita) ritrovato da un collezionista ed esposto al pubblico per la prima volta (opera di grande valore perché i disegni realizzati da Teja oggi disponibili sono rarissimi) e dei reportage giornalistici che fanno di Teja, tra le altre cose, anche un precursore in Italia dei carnets de voyage.Tra questi ultimi spicca il racconto disegnato del viaggio compiuto dal vignettista in Egitto per il taglio dell’istmo di Suez (novembre 1869).

NB. Questo articolo è stato pubblicato sulle pagine culturali del quotidiano Libero il 10 ottobre 2013.

In mancanza di meglio e in assenza di riferimenti, ecco alcune delle (splendide) vignette e disegni di Teja che offrono Wikipedia e Digilander

Agli albori del socialismo. Storia del PSR (Partito socialista rivoluzionario) di fine Ottocento tra realtà’ e fiction firmata da un maestro sella ‘fantastoria’, Valerio Evangelisti

Il celebre dipinto di. Pellizzq dq Volpedo

Il celebre dipinto di. Pellizzq dq Volpedo

Storia del Partito Socialista Rivoluzionario“. Solo un raffinato scrittore di fantascienza cupa e noir quanto avvincente come Valerio Evangelisti – impossibile compendiare, in poche righe, la figura e l’opera di un autore poliedrico e di fulgida scrittura come lui che, dopo quaranta saggi storici, dal 1993 si è dedicato anima e mente alla fantascienza grazie al ciclo di Nicolas Eymerich, inquisitore, presto meglio nota come Saga di Eymerich, cui è seguito il successo di un’altra trilogia, Magus, e di molti altri libri di un genere a metà’ tra fantastoria e horror – poteva mettere (o, meglio, ‘rimettere’…) mano a un opera di questo genere. Libro che, peraltro, di ‘mani’ ne vede ben quattro, all’opera, visto che coautore ne è la meno nota Emanuela Zucchini. Il volume, infatti, è una ristampa perché era uscito, una prima volta, nel 1981, solo che era rimasto, per decenni, più che introvabile.

Ma se la ristampa per i tipi di Odoya libri (pp 320, euro 17, ricco di illustrazioni) è una chicca in sé, lo è anche la storia che questo testo, Storia del Partito socialista rivoluzionario, racconta. Infatti, se della ‘storia’ del Partito socialista italiano (PSI), nato a Genova nel 1892, si sa tutto (o quasi tutto…) fino al suo infausto epilogo craxiano (1992), del PSR si sa poco se non niente. Si tratta, detto in poche righe, del pre-partito socialista fondato dal deputato socialista romagnolo Andrea Costa che lo fece nascere nel 1881 nella sua Romagna e che prevedeva, per Statuto, l’accettazione di ‘tutte’ le scuole del pensiero marxista e socialista dell’800 (anarchici, mazziniani, radicali, socialisti, comunisti, etc). Un mix inedito e originale di tradizioni popolari e scuole di pensiero dottrinali del pensiero e dell’azione socialista, come si vede, e che, grazie all’elezione dello stesso Costa in Parlamento (1882) accarezzarono m sia pure per una breve stagione, il sogno di diventare un partito ‘nazionale’ (si denominò ‘italiano’ dal 1884).

Subito, però, iniziarono i primi dissapori (neppure il ‘santo laico’ Costa voleva litigare col governo dell’allora Sinistra sotrica di Depretis) che portarono a una prima scissione (quella della componente anarchica, ovviamente) e, poi, a una fusione con il Partito Operaio Italiano (POI). Perso l’entusiasmo iniziale, alle elezioni del 1892 il PSR decise, alla fine, di confluire nel PSLI, poi meglio noto come PSI (1892).

Detta così si tratta di ‘nuda’ cronaca storica, ma con Evangelisti c’è, ovvio, da aspettarsi ben di più. Il tocco da maestro dell’autore di fantascienza racconta di lotte bracciantili e grandi bonifiche, delle prime cooperative ‘rosse’ create per cercare di assicurare un salario alla massa dei precari dell’agricoltura e della teoria del “comunalismo”, e cioè del tentativo dei socialisti rivoluzionari (Costa e non solo) di ‘prendere il potere’ a partire dai comuni, visti come isole anti-sistema da rivolgere contro l’apparato. Una sorta di ‘rottamazione’ social rivoluzionaria dello Stato ante litteram.

Del resto erano, quelli – e Evangelisti e Zucchini lo raccontano nel libro con un piglio e un taglio da veri, fascinosi, narratori – anni in cui era d’uso girare per strada con coltello (e, a volte, pure la pistola), dove gli scontri mortali tra anarchici, repubblicani e socialisti erano quotidiani come le repressioni e dove i gendarmi irrompevano con le sciabole nelle riunioni. Ma le sorprese, con Evangelisti, non finiscono mai.

La prima è una chicca storiografica. Il libro sul PSR nasce, nel 1981, come estensione naturale della sua tesi di laurea, ma a causa del suo essere ‘non allineata’ con le posizioni della storiografia marxista (socialista e comunista) dominante all’epoca verrà sempre ignorato dalla pubblicistica scientifica sul periodo.

La seconda è che, ovviamente, dietro un saggio non vi può che essere, nel ‘cuore matto’ di Evangelisti, anche un romanzo. Infatti, è appena uscito Il Sole dell’Avvenire: primo capitolo foriero, a sua volta, addirittura di una trilogia di romanzi che coprirà un settantennio di storia (e di lotte) bracciantili e contadini emiliani e italiane (il libro è edito da Mondadori – collana Strade blu, pp 530, 20 euro) e dove la ‘storia’ del PSR studiata da Evangelisti rivivrà subito in protagonisti forti e potenti, Attilio e Canzio, degni dei personaggi di un film possente come Novecento di Bernardo Bertolucci.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato nelle pagine culturali del quotidiano Libero il 17 dicembre 2013.

il sito dello scrittore Valerio Evangelisti (Eymerich è il protagonista delle sue avventure)

Vista interna di ex casa Colombo a via dei Coronari

Vista interna di ex casa Colombo a via dei Coronari

 

‘Vado verso la Vita’. Il trasformismo parlamentare (istrionico ma inventivo) di Gabriele D’Annunzio, fulgido esempio per i modesti trasformisti odierni

Portone d'ingresso della Camera dei Deputati

Portone d’ingresso della Camera dei Deputati

Mimmo Scilipoti non ci ha mai pensato, forse perché non è mai stato di grandi e buone letture. I pentastellati dissidenti che se ne vanno, uno dopo l’altro, dal movimento di Grillo neppure, ovviamente, e anche qui nessuno ne dubitava. Qualche alfaniano di solida cultura classica, però, avrebbe potuto rispolverarlo, all’atto della rottura con Berlusconi e del sì a Renzi.

Parliamo di un celebre motto del Vate Gabriele D’Annunzio, quel ‘Vado verso la vita’ che nel 1897 l’allora deputato eletto nelle fila della Destra moderata pronunziò per giustificare il suo repentino passaggio nei banchi parlamentari della Sinistra. Motivo occasionale: il varo delle ‘leggi liberticide’ promosse dall’allora governo Pelloux contro i moti socialisti e democratici che stavano infiammando l’Italia in seguito alla sanguinosa repressione dei moti di Milano da parte del generale Bava Beccaris. Come si sa, D’Annunzio ‘andò e tornò’ dalla ‘vita’ altre numerose volte: divenne socialista interventista, poi nazionalista, poi ‘dannunziano’, poi fascista, infine ‘afascista’… Aveva, dunque, perfettamente ragione, il Vate, a definirsi “oltre la Destra e oltre la Sinistra”.

Eppure, il suo case history merita di essere non solo studiato ma anche portato all’attenzione dei parlamentari odierni che potrebbero, appunto, ricavarne un utile ‘brevario’. Sovviene, alla bisogna, il libro di Licio De Biase, L’Onorevole D’Annunzio. L’esperienza parlamentare di Gabriele D’Annunzio tra destra e sinistra (Ianieri Editore, euro 16, pp. 225), libro che reca anche la prestigiosa prefazione del massimo cultore e studioso di ‘cose’ dannunziane vivente, lo storico Giordano Bruno Guerri.

Siamo, appunto, negli ultimi anni dell’Ottocento quando, caduto il governo di Francesco Crispi, l’Italia viveva un momento storico per certi aspetti analogo a quello odierno: è un Paese lacerato da tensioni sociali alimentate dalla marea montante di aspettative presto disattese. Fu allora che d’Annunzio decise di candidarsi con la Destra per l’elezione a deputato nel collegio di Ortona a Mare. “Bisogna che il mondo si persuada che io sono capace di tutto” scrisse al suo editore Emilio Treves, sicuro della vittoria. E, appunto, “Io sono al di là della destra e della sinistra” aveva scritto all’amico giornalista Luigi Lodi, “come sono al di là del bene e del male. Tu sai che sarà stupenda la singolarità delle mie attitudini sui vecchi banchi di Montecitorio. Io farò parte di me stesso. Io sono un uomo della vita e non delle formule”.

Parole che resteranno scolpite a lungo, a futura memoria. A esplorare e mettere a fuoco i pochissimi anni di vita parlamentare del D’Annunzio (1897-1900) sovviene, appunto, il libro di Di Biase, novità editoriale di solido interesse storico-documentario. L’attività del Poeta merita, anche nella sua attività parlamentare, una “critica globale”, spiega Di Biase. Certo è che un personaggio poliedrico come D’Annunzio non poteva vivere l’esperienza parlamentare come un qualsiasi onorevole: le sue assenze quotidiane dai banchi sono state compensate da colpi di scena passati alla storia, non riconducibili alla normale attività parlamentare.

E così il libro dipana la storia che intercorre tra la campagna elettorale del 1897, quando D’Annunzio fu eletto deputato, e quella del 1900, quando si ricandidò con i socialisti come candidato indipendente sempre a Ortona ma venne sonoramente battuto. Due campagne elettorali gestite da un grande comunicatore ante litteram (nel 1897, quando si candidò, fece tappezzare ogni luogo in cui parlava con manifesti che riproducevano i titoli dei suoi libri: quale propaganda migliore de Il piacere o L’innocente?!) che non disdegnava attenzioni, anche clientelari, al suo territorio, durante la campagna elettorale, per poi dimenticarsi di tutto”. “Il Vate”, scrive Di Biase, “non poteva portare in Parlamento le esigenze e i bisogni del suo territorio.

Un personaggio come lui doveva segnare il suo passaggio con altro. Voleva portare in Parlamento l’attenzione per la Bellezza, cioè di quella grande potenzialità di elementi storico-culturali di cui era (ed è) ricco il Paese, e di questo parlò anche nel suo discorso più importante, ‘il discorso della siepe’ pronunziato a Pescara il 22 agosto 1897. In quel discorso D’Annunzio assumeva la proprietà privata a simbolo da difendere contro gli attacchi rancorosi dei socialisti. “E se non è chiaro – nota giustamente il Guerri – quanto i popolani che assistevano ai suoi comizi potessero comprendere i suoi discorsi alati”, il percorso politico di d’Annunzio arriverà al suo apice quando, senza sparare un colpo, conquisterà la città di Fiume e redigerà la Carta del Carnaro, una Costituzione che ancora oggi ha pochi eguali al mondo, dimostrando come un grande comunicatore, capace di mobilitare la piazza (nell’interventismo della I Guerra Mondiale, per dire), sappia trasformarsi anche in un raffinato legislatore “mantenendo vivo il culto della lingua, letteratura e cultura italiana” come declamava D’Annunzio stesso. Una grande lezione che i politici odierni, trasformisti o meno, dovrebbero mandare a memoria.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato sulle pagine culturali del quotidiano Libero il 10 marzo 2014.

Gabriele D'Annunzio

Gabriele D’Annunzio

il sito sul Vittoriale degli Italiani, casa-museo del Vate D’Annunzio