Renzi presenta il suo programma economico, si compone il mosaico delle candidature: Gentiloni a Roma, Minniti a Pesaro, Boschi a Firenze, Padoan a Siena

 

Pubblico di seguito diversi articoli usciti nei giorni scorsi sul Quotidiano Nazionale e riguardanti il Pd: programma economico, obiettivi, candidature, liste, problemi annessi. NB: Gli articoli sono pubblicati in ordine temporale decrescente dall’ultimo all’indietro.

 

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Il programma economico del Pd lo ha scritto Tommaso Nannicini: “poche tasse, molto spendi”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Le principali misure contenute nei “dieci punti” che sta per lanciare Matteo Renzi, il suo programma economico, sono racchiuse in testo la cui presentazione ufficiale è stata rinviata alla Direzione dem che si terrà giovedì o venerdì. Lì, però, l’attenzione di tutti sarà solo su liste e candidature: collocati i big (Padoan a Siena, per dire), rinunciato a correre l’immunologo Burioni, resta l’incertezza del collegio in cui si candiderà la Boschi, oltre ad almeno un paio di listini proporzionali (sicuro il Trentino più Calabria o Campania): Firenze città (sempre alla Camera, dovrebbe essere Firenze 3, quello del Mugello) o Grosseto (escluse Pisa, Livorno, Siena e, ovvio, Arezzo)? Renzi, peraltro, assai preoccupato dalle voci e lamentazioni che salgono dal Pd bolognese ed emiliano avrebbe deciso di ritornare sui suoi passi per contrastare al meglio le mosse di LeU: a Bologna 1 Senato non correrebbe più Casini, che i dem locali non vogliono al punto da aver messo in moto una vera rivolta di base, che verrebbe dirottato alla Camera, ma la segretaria uscente dello Spi-Cgil Carla Cantone, new entry (insieme a Paolo Siani in Campania e Lucia Annibali in Lombardia) in quota ‘società civile’ del Pd renziano. Anche perché LeU, a Bologna centro, al Senato schiera l’ex governatore dell’Emilia, Vasco Errani, ancora amato e popolare. Inoltre, sempre in funzione anti-LeU, Renzi ha deciso di dirottare Piero Fassino dal Piemonte all’Emila per sfidare, nella quota proporzionale, Pier Luigi Bersani in una sfida dal sapore rusticano, cioè di due ex segretari dei Ds.   
Il programma, invece, è un lavoro, sotto la supervisione politica del vicesegretario Martina, coordinato e redatto da Tommaso Nannicini: professore di economia alla Bocconi, al governo da sottosegretario di Renzi, oggi membro della segreteria dem, si considera solo ‘prestato’ alla Politica e a QN dice: “L’Università e mia moglie sono contrari alla mia candidatura. Deciderò nelle prossime 48 ore” (pare proprio accetterà: sarà capolista nel proporzionale in Lombardia 2).
I ‘dieci punti’ di Nannicini (e di Renzi) non prevedono nessun annuncio eclatante, ma molte novità strutturali. Si parte con il salario minimo “legale” per i lavoratori fuori dai contratti collettivi (sono il 15-20%): avranno otto euro l’ora, ma la cifra la stabilirà una commissione indipendente. Sarà “stabile” (un punto l’anno, dal 33% al 29%) il taglio del cuneo contributivo sul lavoro a tempo indeterminato. La legge Fornero resta, ma si punta a rendere “strutturale” l’Ape sociale e la novità del Pd è la pensione “di garanzia” per i giovani: chi lavora con diverse forme contrattuali e, dalla riforma Dini (1995) in poi, ha il regime contributivo, avrà diritto a un assegno “minimo” di 750 euro mensili. Per i figli – questa la novità cui Renzi tiene e su cui punta  – ci sarà un assegno “universale”. Uno strumento unico di aiuto graduato in base al reddito, all’età e al numero dei figli che funzionerà così: 240 euro mensili per ogni bimbo da 0 a 3 anni, 170 euro ai figli nella fascia 3-18 anni e 80 euro per quelli tra i 18 e i 25 anni. Il contributo è “universale”, dice Nannicini, ma solo per i redditi fino a 100 mila euro l’anno. Una vera rivoluzione che cambierebbe l’intero sistema: tutti gli attuali bonus finirebbero in una “Carta universale dei diritti” a scalare che, come in Francia, li assorbe e agevola. Una famiglia da 35 mila lordi annui di reddito con due figli sotto i tre anni potrebbe risparmiare fino a 3700 euro annui.
Inoltre, Renzi ha chiesto, e Nannicini approntato, un piano straordinario di reclutamento di 10 mila giovani ricercatori, lo sblocco del turn over per 500 mila giovani dentro la PA, un piano straordinario per il tempo pieno nelle elementari. Non manca l’allargamento del reddito di inclusione, il Rei, per renderlo strutturale, un piano per la non autosufficienza (da finanziare con un contributo straordinario delle imprese) e, infine un nuovo sistema fiscale che valorizzi il “contrasto d’interesse” con lo slogan “scaricare tutti, scaricare tutto” che potrebbe anche tradursi in “pagare meno, pagare tutti”.
Come pagare, appunto, il tutto? Nannicini non ha dubbi: “Salario minimo e minori tasse non costano nulla, i 9 miliardi di bonus ai figli con la riduzione delle spese di bene e servizi”. In ogni caso, il piano “meno tasse e più spendi” del Pd costerebbe circa 30 miliardi all’anno, tutto compreso. Tanti. E qui si entra nel tema delle regole imposte dalla Ue: “indichiamo un piano di riduzione del debito pubblico sul Pil al valore del 100%, ma facendo più deficit di quello programmato. Senza sforare il rapporto deficit/Pil al 3%, come chiede Bruxelles, ma facendolo salire lentamente”. Riduzione dei vincoli slow, cioè, se Bruxelles si convince.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 23 gennaio 2018 su QN. 
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Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

2. Gentiloni nel collegio “poco sicuro” di Roma 1, l’accordo con i tre nanetti (che vogliono i seggi “blindati”) è fatto, Renzi lancia gli “Stati Uniti d’Europa”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Ieri mattina, a Milano, Matteo Renzi ha chiuso la convention del Pd lanciando l’idea – non nuova – degli “Stati Uniti d’Europa”. Di tutto il discorso di Renzi, dai forti accenti e dallo stile macroniano, ha colpito il paragone (peraltro, già avanzato da Berlusconi, in questa campagna elettorale) tra le elezioni politiche del 2018 e quelle del 1948 (si votò il 18 aprile, tra poco fanno 70 anni e il Cavaliere vuole festeggiarli in grande stile…). “Il 4 marzo”, dice Renzi, che cita la tesi di tal politologo Sergio Fabbrini, allievo del ben più famoso Giovanni Sartori, “sarà cruciali nel processo di riforma europeo come il 1948, quando si decise la collocazione dell’Italia nel fronte occidentale e europeo”.
Eppure, anche ieri è stata, nel campo del centrosinistra, la giornata non del leader dem, ma dell’attuale presidente del Consiglio. Paolo Gentiloni, detto ‘er Moviola’, si sveglia rinfrancato. Un sondaggio Ipsos lo indica come il politica italiano più gradito (44% dei consensi), tallonato solo da Emma Bonino (41%), con tutti gli altri leader di partito a distanze siderali. A chiudere la classifica, manco a dirlo, è Renzi (23%) battuto pure dalla Meloni. L’ex premier, però, ha deciso di fare di necessità virtù, anche perché, come spiega ai suoi, “Paolo da solo vale due milioni di voti”. Morale, quando Renzi, dopo la convention milanese, va negli studi di Sky per farsi intervistare, nega ogni “gelosia o invidia” con Gentiloni, ammette che “abbiamo caratteri e stili di lavoro diversi”e, saggiamente, spiega: se io cercassi di ‘gentilonizzarmi’ o lui cercasse di ‘renzizzarsi’ faremmo una frittata entrambi, ma abbiamo un grande legame”.
Ma ecco che si materializza la notizia, quella della candidatura di Gentiloni nel collegio di Roma 1, alla Camera, ufficializzata non da Renzi, ma proprio dall’attuale premier con un bel post su Facebook. Certo, Gentiloni mette le mani avanti per tutelare, almeno un po’, il suo ruolo istituzionale: “La mia sarà una campagna elettorale particolare. Sarò impegnato per far vincere il mio partito, ma lo farò senza sottrarre nulla ai fondamentali impegni di governo”. Il collegio in cui si presenterà Gentiloni è quello del centro storico della Capitale che comprende anche quartieri popolari (Testaccio, Trastevere, San Lorenzo) e della Roma bene (Prati, Trionfale). Gentiloni sa che è un collegio non “sicuro”, per il Pd, ma ricorda che “è la parte di città in cui abito e lavoro da una vita”. Ovviamente, e a scanso di equivoci, Gentiloni sarà blindato, cioè inserito in più collegi plurinominali: di sicuro nelle Marche, dove i dem locali lo vogliono per rilanciare l’emergenza terremoto e ricostruzione, più Lazio, Lombardia, Puglia. Forse non pago, però, Gentiloni rende ufficiale – lui – che l’accordo tra il Pd e la lista ‘+Europa’ capeggiata dalla Bonino è cosa fatta. Dovrebbe dirlo, in realtà, chi ci ha lavorato e faticato tanto: il povero Fassino (sarà candidato a Torino 1 collegio e nel listino proporzionale del Piemonte: per lui non vale nessun tetto ai tre mandati, la super-deroga già c’è, bella pronta), e il buon Guerini (collegio di Lodi e listino in Lombardia), invece lo fa Gentiloni.
E così il centrosinistra 3.0 avrà ben quattro gambe. I Radicali europeisti di Bonino, Magi e Della Vedova (tre collegi sicuri per loro più altri due per Tabacci e Sanza, due ex dc), che appoggeranno Gori in Lombardia e Zingaretti in Lazio, portando in dote i loro voti. I “Civici e Popolari” della Lorenzin (collegio blindato in Toscana) e di Casini (collegio uninominale blindato a Bologna) e Dellai (candidato nel suo Trentino, dove il Pd è alleato ancehe con la Svp-Patt che garantisce la vittoria in tutti i collegi uninominali), più un altro paio che i ‘popolari’ dovrebbero riuscire a strappare, nonostante la Lorenzin voglia correre, da sola, in Lazio contro quel Zingaretti che non l’ha voluta nell’alleanza di centrosinistra, ma che correrà, come lista ‘Popolari’, al fianco di Gori in Lombardia.  E, infine, la lista ‘Insieme’ (Psi-Verdi-ulivisti): è la più piccola delle tre, quindi avrà solo tre collegi uninominali sicuri: uno per Nencini, ma non in Toscana (forse nelle Marche), uno per Bonelli (idem) e uno in quota “ulivista”. Non per Giulio Santagata, prodiano e portavoce della lista Insieme: proprio lui ha chiesto un seggio per Serse Soverini, storico amico di Prodi e organizzatore instancabile del primo Ulivo e del suo pullmann. E ora, al Nazareno, sperano che, sul centrosinistra, arrivi pure la benedizione del Prof.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale 
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Lotti e Boschi

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

3. Minniti correrà in un collegio delle Marche, Boschi in Toscana, Gentiloni a Roma
Ettore Maria Colombo – ROMA
Si vanno configurando, come in puzzle, le candidature delle “teste di serie” del Pd in giro per l’Italia. Il leader dem ieri si è chiuso tutto il giorno al Nazareno con i suoi ‘facilitatori’: Lorenzo Guerini (che correrà nella sua Lodi e in Lombardia), il vicesegretario Martina (Lombardia 2 al proporzionale e Bergamo città), il ministro allo Sport Lotti (si candiderà nel suo collegio storico, quello di Empoli-Valdarno) e Piero Fassino, che tornerà a gareggiare nella sua Torino e nel suo Piemonte (tutti e cinque alla Camera, peraltro, i citati). Il rebus dei dem assomiglia in parte a un gioco da tavolo e, in parte, a un dramma shakespeariano: “Collegi sicuri? Non ne abbiamo più, sono tutti insicuri, ormai” sospira, infatti, un alto big del Nazareno. Eppure, urge trovare la quadra sulle candidature e stringere i bulloni con gli alleati. Sono quattro: la Svp-Patt (che almeno garantisce la vittoria nel Trentino Alto-Adige) e tre piccoli ‘nanetti’. I Radicali di ‘+Europa’ della Bonino, i ‘Civici e Popolari’ della Lorenzin e le tre sigle pulviscolari (Psi-Verdi-Ulivisti) di – sic – ‘Insieme’ (li guida Santagata). Il programma, invece, è a buon punto: domenica a Milano Renzi ne dirà, oggi, in una convention dedicata agli Stati Uniti d’Europa, i principali dieci punti su “cento punti”.   
E veniamo alle teste di serie del Pd, ministri in testa: Renzi li utilizzerà, in campagna elettorale, in modo massiccio. Il premier, Gentiloni, correrà nel collegio Camera di Roma 1. Certo, si tratta di un collegio ad alto rischio sconfitta, il che creerebbe non pochi imbarazzi a lui (e a Mattarella, il quale però fa sapere di non interessarsi in alcun modo su dove correrà il premier o altri esponenti di primo piano del governo), ma Renzi non ha voluto sentire ragioni: “Paolo vale, da solo, un milione di voti, lo dicono i sondaggi. Deve spendersi anche in un collegio”. Gentiloni, pur scettico, ha acconsentito (“Roma è casa sua”, sospirano i suoi), ma ha ottenuto anche di scegliere, nella parte proporzionale, le regioni dove correre: saranno Lazio, Puglia e Marche.
La scelta delle Marche deriva dal fatto che il sindaco di Pesaro nonché responsabile Enti Locali del Pd, Matteo Ricci, è un renzianissimo, ma anche un politico ben consapevole dei tanti problemi legati alla ricostruzione del post-terremoto nelle sue terre. Ricci ha perciò chiesto “un segno tangibile” dell’impegno del governo. E, nella stessa logica di ‘tutela’ del territorio –sarà candidato nelle Marche anche il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Rifiutatosi di correre nella sua città natale, Reggio Calabria (da lui perso più volte, in passato, nelle sfide col centrodestra), Minniti avrà dunque un collegio blindato. Infatti, per sua fortuna, i dem marchigiani (sia quelli del collegio di Fano-Senigallia che di quelli di Pesaro-Urbino) ne hanno chiesto a gran voce la presenza dati “i suoi risultati sull’ordine pubblico”. Minniti probabilmente correrà nel collegio uninominale di Pesaro e Urbino, sempre alla Camera, e in più listini proporzionali (certi la Lombardia e la ‘sua’ Calabria).
Sempre parlando di collegi uninominali e non di listini, per quanto riguarda la squadra di governo, il ministro all’Economia, Padoan, correrà a Siena per cercare di fronteggiare al meglio gli scandali bancari, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia, la Pinotti a Genova, la Fedeli in Toscana, etc. (solo Finocchiaro e Poletti hanno tolto l’incomodo da soli decidendo di non ricandidarsi). L’ex ministra Boschi, infine, rischierà l’ordalìa nella sua Toscana: o in una città minore o a Firenze. In questo caso in teorico tandem con Renzi, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1, mentre per il proporzionale verrà schierata in Trentino e Calabria.
 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale
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Scoppia la pace tra Prodi e Renzi. E il Pd tesse la tela delle alleanze: un sole, il suo, e tre piccoli pianeti intorno

Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

NB: Questo pezzo è stato pubblicato il 6 ottobre 2017 e non tiene conto della relazione di Renzi alla Direzione del Pd per approfondire la quale rimando all’articolo di domani…

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il Pd di Renzi torna al centro della scena. Riallaccia antichi legami come quello tra Matteo e Romano, Renzi e il Prof, grazie a una telefonata di disgelo che, tra i due, è intercorsa una settimana fa e cioè neppure in questi giorni politicamente caldi, dato che Prodi è negli Usa. Il dialogo sarebbe stato, più o meno, questo. Il Prof dice al segretario: “Io non ce l’ho affatto con il Pd, non voglio vederlo morto o sconfitto, il Pd è l’unico baluardo democratico di questo Paese e penso che rimanga il cuore di un alleanza di centrosinistra che non esiste senza un Pd forte. Il mio sogno da sempre è l’unione di tutti i riformisti; ieri era l’Ulivo, poi è stato il Pd, tutti facciamo errori, spero che ora sceglierai la strada della coalizione ampia, di un nuovo centrosinistra largo che guardi a sinistra e al centro, ma un centrosinistra largo e forte deve essere alternativo al centrodestra”. E Renzi che risponde: “Ci stiamo provando, Romano, il Rosatellum serve a questo, a formare una coalizione, spero che altri ci stiano. Oggi, vedrai, ne parlerò in Direzione”.

Sottotesto: spero che la legge passi indenne sotto il fuoco dei franchi tiratori, col voto segreto in Aula, e che Pisapia e altri come lui si convincano che, per dirla con Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, “il nodo ineludibile, per chiunque voglia ricostruire il centrosinistra in Italia, è il rapporto con il Pd”. D’altronde, l’appoggio chiaro che Renzi sta offrendo al governo Gentiloni e il suo continuo richiamare il ‘gioco di squadra’, citando sempre il premier e i migliori ministri del governo (Minniti, Delrio, etc.), rassicura sia il fronte prodiano (e ulivista in senso lato, Pisapia compreso) che i big interni al suo stesso partito.

Infatti, a Renzi sta riuscendo anche un’altra non facile impresa, quella di compattare i big dem (Orlando, Cuperlo, Franceschini): questi ultimi non ne metterebbero più in discussione la leadership, anche se perdesse le elezioni in Sicilia (Orlando lo ha detto chiaramente giorni fa) e ne stanno appoggiando comunque l’iniziativa sulla nuova legge elettorale perché il Rosatellum, pur se deficitario, è un incentivo a fare le coalizioni.

Si inizia, dunque, a intravedere – se il Rosatellum diventerà legge – la costruzione un ‘sistema di alleanze’ in cui il Pd è il pianeta più grande e centrale (il Sole, diciamo) e le altre liste, o partiti, i pianeti satelliti. Secondo le indiscrezioni del Nazareno, sarebbero, per ora, queste liste almeno tre. Una lista laica-libertaria come ‘Forza Europa’, fondata dal viceministro Benedetto Della Vedova che inglobi i Radicali di Cappato e coinvolga personalità di spessore come Emma Bonino. Una lista centrista, cattolica e moderata, dove ‘annacquare’ (e far digerire ai militanti di sinistra) Ap di Alfano, Lorenzin, Cicchitto (ma non Lupi) insieme ai cattolici di Dellai e i Moderati di Portas, che potrebbe ambire, forse, anche a superare la soglia del 3%, guidata o meno che sia dal ministro Calenda, anche se c’è chi dice, nel Pd, che questi ambisca ad altro: a tornare al governo oppure, se mai la giunta Raggi cadrà prima del tempo, a candidarsi a sindaco di Roma. E una lista di sinistra-centro che (arrivi, o meno, l’apporto di Pisapia e del suo Campo progressista), punti pure al 3% con il contributo di sindaci di città medio-grandi (Lecce, Cagliari, Palermo) e governatori di regioni importanti (Zingaretti in Lazio, Bonaccini in Emilia, etc.), una ‘terza gamba’ civica, progressista e di sinistra. La rottura, ormai incandescente, tra Pisapia e D’Alema può avere anche queste conseguenze: Pisapia che torna a guardare e ad allearsi con il Pd, la guerra interna al Pd che si placa, Prodi che benedice il nuovo Ulivo.

Renzi tra guerre interne al Pd e tentativo di fare la legge elettorale per andare al voto. ‘Tre articoli al prezzo di uno’…

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

1) Ok di Renzi al premio di coalizione. Il segretario costretto a accettare l’offerta dei big 

Ettore Maria Colombo
ROMA
PREMIO alla coalizione in cambio di elezioni anticipate a giugno e, prima, primarie «vere, non una gazebata», come chiede Bersani, con tanto di data (il 25 marzo) e congresso del Pd a novembre. L’accordo verrebbe certificato con il timbro di tutte le aree del partito, minoranza compresa, il 13 febbraio, alla Direzione del Pd. Un ’volemose bene’ che chiuderebbe, come d’incanto, tutte le guerre interne al Pd. Quelle della minoranza sul piede di guerra di una scissione con D’Alema e, soprattutto, quelle dei big dem. Gli ormai noti ‘frenatori’ hanno nomi e volti: il ministro Franceschini, leader di Area dem e il ministro Orlando, ma anche i Popolari di Fioroni e pezzi di sinistra (Damiano).

ORLANDO, poi, è ormai in rotta di collisione con il suo ex sodale dentro i Giovani Turchi. Quel Matteo Orfini che non ha mai smesso (da solo, in quanto i renziani ieri erano muti come pesci) di vestire i panni del guastafeste, esternando la sua contrarietà al premio di coalizione (Orfini chiede il premio alla lista) e  «accrocchi», alleanze da Alfano a Pisapia.

Matteo Renzi, tornato a casa sua, a Pontassieve, si limita a dire che «basta, mi sono rotto. Io di legge elettorale non parlo più. Così ‘non ne caviamo le gambe’», espressione dialettale che sembra l’equivalente della ‘mucca nel corridoio’ di bersaniana memoria.
L’ex premier, domenica, parlerà, sì, ma «di contenuti» e, in particolare, «di Europa» che, in questi giorni, tiene l’Italia sotto scacco con la richiesta di una manovra correttiva che – dirà Renzi – «è ingiustificabile». Né mancherà di intervenire sull’ultima uscita della Merkel sulla Ue «a due velocità».

Renzi si sente «assediato» dai «finti amici» che ha nel Pd (i big, appunto), ma anche da tutti i «poteri forti» che si mettono di traverso sulla strada del voto. L’unica consolazione sono, allo stato, gli amati sondaggi. Uno, sfornato ieri, dice che batterebbe, alla primarie, qualsiasi sfidante: Emiliano 74 a 26, D’Alema 62 a 18, Orlando addirittura 82 a 18. Un trionfo, insomma. Per il resto, invece, sono solo dolori e cautela, se non veri sospetti.
E ne ha ben donde. Alcuni senatori della minoranza dem dicono già che «tutti i partiti, o molti, e tutto il Pd fingerà di aprire a una nuova legge elettorale con il premio di coalizione, ma poi, con i voti segreti, la affosseranno, specie al Senato. Con il fattivo contributo nostro e, anche, degli ex ‘101’ di Prodi».

Si vedrà. In teoria, appunto, l’accordo sulla nuova legge elettorale sembra cosa fatta. È arrivata, ieri, decisiva, a smuover le acque, l’intervista di Franceschini al Corsera. Intervista che ha incassato le aperture e, in alcuni casi, le lodi sperticate, di Alfano (Ncd), Forza Italia (Gelmini e De Girolamo) e, ovviamente, dei ‘piccoli’ partiti, ma pure della minoranza dem. L’accordo, in Parlamento, dovrebbe essere una specie di pro-forma.
Sulla carta, infatti, la proposta del leader di Area dem di spostare il premio (40% alla Camera) dalla prima lista, come è nell’Italicum, alla coalizione vincente e di estendere tale premio anche al Senato, ha numeri a dir poco schiaccianti. I grillini gridano all’«inciucio», la Lega si trincera dietro il mantra «al voto!». Tutti gli altri, FI compresa, si dicono favorevoli. «Sotto, però, temo che ci sia la fregatura», si lamenta un pasdaran renziano. Fregatura che potrebbe esserci con un doppio colpo: allungare la vita alla legislatura e costringere Renzi a capitolare dentro il Pd.

NB: L’articolo verrà pubblicato sabato 4 febbraio a pagina 11 del Quotidiano Nazionale. 


2) Elezioni, il bluff di Renzi: “Possibili primarie a marzo ed elezioni a giugno, oppure congresso a novembre e voto nel 2018”. Il leader del Pd finge di aprire ai frenatori. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

«CHE COSA vuole il mio partito? – chiede Renzi ai suoi luogotenenti – vuole andare al voto a giugno, come io credo sia giusto fare, il che vuol dire fare le primarie a marzo (c’è già la data, il 26 marzo, ndr)? O il Pd pensa sia meglio attendere la scadenza naturale della legislatura il che vuol dire tenere il congresso ordinario del partito a novembre? Il Pd deve decidere – continua Renzi nel suo ragionamento – cosa è più utile per lui e per il Paese. Io penso che la cosa migliore sia votare a giugno e fare le primarie, ma voglio condividere questa decisione con tutti. Non solo con voi, ma anche con i leader che nel Pd ci sono e di cui riconosco il ruolo». E qui Renzi si riferisce, ovviamente, a Franceschini e Orlando, che passano per suoi acerrimi nemici. Ed hanno talmente scarsa fiducia nell’apertura del loro segretario, Franceschini e Orlando, che uno, prima di profferire parola, dice ai suoi «voglio ascoltare cosa ha da dire con le mie orecchie, non mi fido». E l’altro (Orlando) confida a un amico in Transatlantico che «Matteo è molto abile nell’antica arte della mimesis». Un modo elegante e colto per dire: «è un baro».

NON A CASO, proprio il Renzi in versione ‘ecumenica’ e soft, usa una vera metafora calcistica coi suoi: «Dobbiamo usare lo scherma con cui Enzo Bearzot vinse i Mondiali di Spagna nel 1982, quando nessuno si aspettava potesse riuscirci. Dobbiamo giocare a fondocampo, di rimessa. Addormentiamo il gioco e poi partiamo in contropiede». Tradotto vuol dire: «fingiamo di proporre entrambe le alternative, ma per ottenere ciò che voglio il voto anticipato». «Non dovete far contento me» – sosterrà Renzi con gli altri appena parlerà loro in Direzione – il problema non è il mio destino personale. Ma, con una Europa che, a ottobre, ci chiederà una manovra ‘lacrime e sangue’ e i grillini che stanno per essere stritolati dal caso Raggi, è meglio votare subito». «Prendiamo – continuerà – una decisione che vada bene a tutti, ma sia che si facciano le primarie, sia che si vada a congresso, il giorno dopo nessuno potrà alzarsi, prender cappello e fare la scissione». «Perché – ribadirà a sera al Tg1 – per me va bene tutto: primarie, congresso, referendum degli iscritti, ma chi perde deve rispettare e sostenere chi vince, altrimenti non è più un partito, è l’anarchia».

Insomma, il messaggio alla minoranza dem come pure ai vari big è: «Restate dentro, aiutatemi a cambiare la legge elettorale, poi giocate la vostra partita, ma se perdete, dopo non si fugge via col pallone». Una frase che, appunto, spiega molto. «Il segretario è tonico – spiega uno dei suoi fedelissimi – non si sente né disperato né accerchiato, sta solo facendo finta di non volere, per forza, le urne anticipate, come fosse un capriccio».
E le vuole così tanto, le elezioni, che ha già cerchiato le date giuste sul calendario: scioglimento delle Camere per il 25 aprile e al voto, con mille comuni, l’11 giugno.
Inoltre, «Matteo – sorride uno dei suoi più fidati luogotenenti che ieri si è visto con lui e pochi altri colonnelli (Guerini, Orfini, Rosato), per fare il punto della situazione – ha deciso di fare un po’ di tattica».

Alla minoranza come agli altri big (Franceschini, Orlando) l’offerta è unica: restate nel Pd e i vostri posti in lista varranno i voti che avete. Alle primarie, candidando Emiliano, o al congresso, lanciando lui o Speranza o Orlando. Però, alla Direzione del 13 febbraio (Direzione che, forse, slitterà di qualche giorno, dipende dai lavori in corso sulla legge elettorale) o a una dopo, Renzi a tutti dirà: «scegliete quale sia la strada migliore, ma sapete anche cosa penso io: primarie a marzo ed elezioni a giugno».
Ora tocca ‘agli altri’, rispondere. E c’è già chi spera, tra i vari big, in un accordo con Berlusconi: «Se il Cav ci offre una legge elettorale vera e con il premio di coalizione, a Renzi lo mettiamo in minoranza».

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 6 il 3 febbraio 2017 sul Quotidiano Nazionale. 


3) Ultima offerta di Renzi a Bersani: “primarie aperte ma niente scissione”. Bersani: “Se Matteo forza la mano, nascerà un nuovo Ulivo”.

Ettore Maria Colombo – ROMA

«VA BENE, Lorenzo (Guerini, ndr). Va bene, Matteo (Orfini, ndr): mi avete convinto» – sospirMatteo Renzi nella war room convocata in via permanente al Nazareno. «Io temo che Pier Luigi (Bersani, ndr) non farà altro che alzare il prezzo, proprio come fa ora Grillo sulla legge elettorale. Lui e i suoi chiederanno, come l’M5S, di togliere i capilista bloccati e poi andranno avanti all’infinito, dicendo sempre ‘più uno’, pur di non farci votare: nessuno di loro vuole le urne». Ma se non si vota, allora il Pd dovrà davvero trovarsi un altro segretario», si sfoga l’ex premier, «perché qui non è in gioco il mio futuro, ma quello dell’Italia». «Comunque – prosegue – volete fare un tentativo? Fatelo. Offrite a Bersani le primarie, vediamo cosa ci dice».

A smuovere Renzi è l’intevista che Pier Luigi Bersani rilascia all’Huffington Post: «Se Renzi forza, rifiutando il congresso e qualsiasi altra forma di confronto e contendibilità di linea politica e leadership per andare al voto, è finito il Pd. E allora non nasce la ‘Cosa 3’, il partito di D’Alema, Bersani o altri, ma un soggetto ulivista, largo, plurale, democratico». Parole dure, che pesano come pietre. A occhi innocenti, è l’annuncio dell’ennesima spaccatura nel Pd e fatta dall’ex segretario che il popolo del Pd ancora ama. La verità è che Bersani non ha ancora detto, come ha già fatto D’Alema, «il dado è tratto». Cerca, ancora, una via d’uscita dentro il Pd. Ma che non sia, certo, quei «dieci capilista bloccati» che avrebbe offerto Renzi a Roberto Speranza, il pupillo di Bersani. Posti che i suoi colonnelli hanno definito ieri, in un pranzo drammatico, «un piatto di lenticchie». Ecco perché – hanno detto a Pier Luigi Zoggia, Leva, Stumpo e Speranza – «noi così non reggiamo più, fai e dì qualcosa, oppure ce ne andiamo con D’Alema. Anche senza di te».

Ed ecco che Bersani sembra sparare alto, ma poi centra il bersaglio e neppure nel tipico, criptico, bersanese, al netto delle sue metafore. Infatti, il passaggio cruciale non è quello in cui paventa la scissione dal Pd in senso ulivista – peraltro, tutti i veri ulivisti doc da Arturo Parisi a Rosy Bindi si taglierebbero un braccio piuttosto che finire con D’Alema – ma questo: «Per anticipare il congresso servono le dimissioni del segretario, ma evidentemente qualcuno (Renzi, ndr) non si vuole dimettere», sferza Bersani: «Chiamalo come vuoi, congresso, primarie, ma un luogo di confronto e contendibilità io lo chiedo e, per l’amor di Dio, non mi si parli di Statuto o di cavilli». Ecco, è questo il segnale che i due mediatori renziani del Pd (Orfini e Guerini, appunto) aspettavano. mentre da giorni si inseguivano le voci su un faccia a faccia tra Renzi e Bersani per un «chiarimento».

VOCI infondate: i due non si parlano, il gelo è una coltre, Renzi non vorrebbe trattare su nulla con lui e i suoi devono farlo al suo posto. Ma Bersani non è D’Alema – i due non si amano da anni – e non ha neppure tutta questa voglia di andarsene da «casa mia», come dice, anche se alcuni dei colonnelli bersaniani stanno per mollare gli ormeggi e andarsene con D’Alema: Danilo Leva sta costruendo la formazione dalemiana ‘Consenso’ in Molise, Davide Zoggia in Veneto, Gotor sa che non sarà ricandidato. Ma i due uomini che, nel Pd, contano pure agli occhi di Renzi e godono di raffinate abilità da mediatori (il vicesegretario Guerini e il presidente Orfini) sanno che «Bersani va tenuto dentro, lui è un simbolo». E, infatti, si attivano subito: il primo, Guerini, si fa intervistare dal Tg3, Orfini si fionda negli studi del talk show di Bianca Berlinguer per offrire il ramoscello di pace. «Se ci sarà un’accelerazione sul voto – dice Orfini – non faremo in tempo a fare il congresso («Si farà nei tempi stabiliti», tiene il punto Guerini, ndr), ma si può trovare il modo di fare le primarie prima dellle elezioni». Sembra fatta.

RENZI potrebbe annunciare, già nella Direzione del 13 febbraio, che la strada per cambiare la legge elettorale se non è un’autostrada, «è una strada aperta» e, dall’altro, le primarie aperte. Primarie aperte vuol dire allargare a tutto il «campo» progressista. I candidati saranno, probabilmente, tre: Giuliano Pisapia per l’area dei sindaci arancioni (Zedda, Doria, ma anche Merola), Michele Emiliano – che non vuol finire neppure lui con D’Alema – per l’area di Bersani e anche per altre. Il terzo, ovviamente, sarà il segretario, Matteo Renzi, a nome del Pd. Sempre che, ovviamente, ci siano elezioni politiche anticipate a giugno. Primarie, dunque, per un Pd che tornerebbe nuovamente «scalabile, contendibile» proprio come fu nella sfida tra Bersani e Renzi.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 2 febbraio 2017. 

“Almanacchi, almanacchi freschi!”. Gli impegni dei principali partiti e attori politici per il 2017 e qualche previsione sul futuro politico che ci aspetta…

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi

 

“Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?” (dal “Dialogo di un Venditore di Almanacchi e di un Passeggere” di Giacomo Leopardi)

Sarà un anno politicamente impegnativo, quello che in realtà si è già aperto, il 2017. Una serie di appuntamenti, interni e internazionali, attendono l’Italia, dalla celebrazione della firma dei Trattati di Roma (marzo) al G7 a Taormina (fine maggio) a una possibile ‘manovrina’ economica. Potrebbe essere anche un anno di elezioni politiche anticipate, ma è troppo presto per dire se davvero si terranno o se la legislatura andrà al suo naturale scioglimento (febbraio 2018). Anche perché decisiva sarà la definizione di una nuova legge elettorale che, in ogni caso, prima di essere approntata (e poi varata e votata in Parlamento) dovrà attendere il responso della Consulta, la cui prima udienza si terrà il 24 gennaio, sul tema. Consulta che, invece, l’11 gennaio esaminerà i quesiti avanzati dalla Cgil per un referendum popolare sul Jobs Act che potrebbe tenersi a giugno (salvo eventuali elezioni politiche anticipate), mese in cui – e in ogni caso – andranno a votare più di mille comuni italiani e mese in cui potrebbero tenersi le elezioni politiche anticipate. Di certo, per i principali partiti politici italiani, sarà un anno di impegni importanti (il congresso ordinario del Pd, teoricamente previsto a fine 2017, le possibili primarie del centrodestra, nuove evoluzioni nel magmatico mondo a Cinque Stelle, la nascita di un nuovo soggetto politico a sinistra, etc.), ma lo sarà anche per gli appuntamenti che attendono il nostro Paese. Proviamo a ricostruire qui, senza alcuna pretesa di esaustività, i principali appuntamenti, dividendoli –  per comodità di chi scrive – per marco aree politiche e non in base al mero calendario, di cui pure terremo debito conto. Il pezzo si compone di molte date e appuntamenti e qualche previsione, che invariabilmente sarà sbagliata.

Le due sentenze della Consulta (gennaio). 

L’11 gennaio la Corte costituzionale dovrà esprimersi sui tre quesiti (reintroduzione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970; norma sui voucher; norme sugli appalti) su cui la Cgil, guidata da Susanna Camusso, ha raccolto oltre mezzo milione di firme per un referendum abrogativo che ha già passato l’esame (formale) della Corte di Cassazione. Dubbi sulla possibilità che la Consulta dia il via libera a tutti e tre i quesiti ci sono perché, soprattutto il primo, quello sull’art. 18 che punta a scardinare il cuore del Jobs Act di Renzi, è a rischio ammissibilità in quanto ritenuto, da diversi giuristi, di fatto ‘sostitutivo’ e non meramente ‘abrogativo’, come deve essere, per legge, il quesito referendario. Si vedrà. In ogni caso, se la Consulta decidesse per l’ammissibilità di uno o più quesiti, il referendum della Cgil si terrebbe nel mese di giugno, a meno di elezioni politiche anticipate che, sempre in base alla legge istitutiva del referendum, fanno slittare il referendum di mesi.

Il 24 gennaio sempre la Corte deciderà sull’Italicum, la legge elettorale in vigore per la sola Camera dei Deputati dal I luglio 2016. Si tratta di una legge di impianto proporzionale ma dalla forte torsione maggioritaria grazie al premio di maggioranza (55% dei seggi) garantito dal ballottaggio (privo di soglia di accesso) alla lista vincente al primo o al secondo turno. Altri due aspetti dell’Italicum (le multicandidature o candidature plurime in dieci collegi e i capolista bloccati) sono sub judice del giudizio della Consulta. Impossibile prevedere l’esito della decisione: la Corte potrebbe cassare il ballottaggio ma mantenere il premio, lasciandolo per il turno unico (soglia al 40%), cassare ballottaggio e premio, intervenire o meno su capolista bloccati e multicandidature, abolendo le preferenze o introducendo soglie di sbarramento diverse dalle attuali (il 3%). Da considerare che, sempre la Corte, con sentenza n. 1/2015 abolì la precedente legge elettorale, il Porcellum, introducendo di fatto, nel nostro ordinamento, un sistema elettorale semi-proporzionale ma con diversificate soglie di sbarramento (‘eredi’ del Porcellum) tra Camera e Senato (è il cd. Consultellum). Infine, da notare che se la prima udienza della Corte sull’Italicum si terrà il 24 gennaio, la decisione finale e, a maggior ragione, le motivazioni arriveranno non prima di febbraio.

Il Pd e il centrosinistra (gennaio-marzo 2017, ottobre 2017 e, forse, oltre…). 

Matteo Renzi, ormai ‘solo’ segretario del Pd, ha in animo di costituire la nuova segreteria del partito subito dopo l’Epifania, tra il 7 e l’8 gennaio: in essa entreranno diversi nuovi volti, specialmente dai territori (il presidente dell’Anci, e sindaco di Bari, Antonio Decaro, quello di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, Ciro Bonajuto, sindaco di Ercolano), e alcuni volti a dir poco ‘consolidati’ (l’ex sindaco di Torino, Piero Fassino, agli Esteri, i ministri Maurizio Martina all’Organizzazione, forse, e Delrio).

Dal 10 gennaio partirà un ‘tour’ del segretario in giro per l’Italia, nei circoli del Pd e nei territori, a partire dalle maggiori città. Il 21 gennaio è prevista una mobilitazione nazionale di tutte le strutture locali del partito (circoli, federazioni, segreterie locali, etc.). Il 27 e 28 gennaio, a Rimini, terrà una conferenza programmatica – full immersion di tutti gli amministratori locali del Pd. Il 4 febbraio il Pd organizzerà a Roma un’iniziativa sull’Europa e i temi sociali. E questo è il programma – sicuro e già approntato – delle iniziative di partito, ma è probabile che, tra febbraio e marzo, Renzi lanci le primarie per la premiership del centrosinistra tra lui stesso, un candidato moderato e uno della sinistra (Pisapia o Boldrini i nomi gettonati). L’obiettivo del leader dem, non più premier, è sempre lo stesso: elezioni anticipate ‘subito’, cioè al più presto, non appena approvata dalle Camere la nuova legge elettorale. In ogni caso, non appena l’attività delle Camere riaprirà normalmente (dal 10 gennaio), il Pd chiederà a tutti i partiti di cimentarsi in un ‘tavolo’ sulla nuova legge elettorale senza aspettare l’esito della sentenza della Consulta, ma è molto difficile che la manovra riesca, sia che proponga il Mattarellum (nella sua formula originaria del 1994 o in una nuova e rivisitata, un ‘Mattarellum 2.0’ con più proporzionale) sia che si adegui al Consultellum (il quale, nessuno lo dice, ma presenta soglie di sbarramento proibitive per i piccoli partiti,ergo lo osteggeranno).

Certo è che, per scrivere una nuova legge elettorale, o anche solo per ‘armonizzare’ – come chiede a gran voce il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – servono almeno 2 mesi (se non tre…) perché bisogna votare una nuova legge in entrambe le Camere (la famosa ‘navetta’) né si possono fare decreti governativi in materia di legge elettorale, per non dire del tempo (almeno due mesi) che ci vuole per ridisegnare i nuovi collegi elettorali. Tra i renziani si compulsa il calendario: escluse, per ragioni pratiche, le urne ad aprile (le Camere andrebbero sciolte a febbraio…), l’obiettivo più realistico è il mese di giugno. Circola già una data (domenica 11 giugno) quando le elezioni politiche si potrebbero accorpare con le elezioni amministrative che porteranno al voto più di mille comuni. Ove, invece, a Renzi non riuscisse di centrare l’obiettivo agognato delle urne in primavera, resterebbe la carta delle elezioni a ottobre, ma di certo sarebbe uno smacco, per Renzi. Anche perché, a quel punto, tra legge di Stabilità da varare e fine anno incipiente, la forza inerziale della legislatura per arrivare al suo scioglimento naturale (febbraio 2018) prevarrebbe in tutte le forze politiche, Pd compreso. In ogni caso, a partire da settembre, si aprirà il percorso ordinario per il congresso del Pd (scadenza naturale: autunno 2017) che vedrà Renzi, di certo il leader della minoranza, Roberto Speranza, ma anche altri candidati (il governatore pugliese Emiliano, il toscano Rossi, etc.) contendersi la leadership del Pd nella fattispecie della carica di segretario.

Forza Italia e il centrodestra (date imprecisate…). 

Berlusconi potrebbe non solo ‘tirarla in lungo’ per scrivere una nuova legge elettorale (FI punta apertamente a un sistema proporzionale semi-puro), ma anche per far durare la legislatura fino alla sua scadenza naturale. Infatti, a Berlusconi serve la ‘protezione’ di un governo in carica per difendersi al meglio dalla scalata ostile del gruppo Vivendi di Bolloré alla sua Mediaset. Infine, solo a fine anno (2017) è probabile che arrivi la sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo che potrebbe concedere a Berlusconi ‘l’onore perduto’ e cioè riabilitarlo politicamente dopo la sentenza definitiva di condanna che, in base alla legge Severino, lo ha escluso – il voto del Senato avvenne nel 2016, la pena è stata espiata il 14 aprile 2015, anche grazie all’indulto, è un ex senatore ormai decaduto dalla carica e anche un incandidabile, per la legge Severino, fino al 2019 – dall’attività politica. Senza dire che Berlusconi ha bisogno di tempo per riorganizzare e strutturare una nuova FI dal volto ‘moderato’ che possa allearsi, o competere, da pari a pari con il blocco Lega-FdI. Il quale, invece, punta davvero ad andare a elezioni anticipate (con il Mattarellum, se possibile, ma anche con il Consultellum, alla bisogna) per disarcionare definitivamente il Cav dal trono di dominus del centrodestra e inventarsi un ‘nuovo’ centrodestra a trazione Salvini che, magari attraverso l’indizione di primarie per la premiership, vuole diventare lui il nuovo ‘padrone’ del centrodestra, allineandolo alle pulsioni populiste d’Oltralpe (Le Pen). In ogni caso, anche se la Corte di Starsburgo fosse favorevole a Berlusconi, ci vorrebbe tempo per recepire, in Italia e nel nostro ordinamento giuridico, la sua riammissibilità a cariche elettive politiche: anche per questo motivo non conviene, a Berlusconi, andare a votare entro il 2017. Per ora, l’unico appuntamento fissato dagli azzurri è il consueto happining invernale di FI, ‘Neve azzurra’, il 7/8 gennaio nel corso del quale Berlusconi si collegherà per telefono. Il 17 gennaio, gli occhi azzurri sono puntati sul voto nell’Europarlamento dove bisogna scegliere il successore di Martin Schultz, carica per la quale il candidato del PPE, l’azzurro Antonio Tajani, è in pole position contro il candidato del PSE, Pittella (Pd). Per quanto riguarda la Lega, lo stato maggiore leghista e quello meloniano – l’asse Lega-FdI detto anche dei ‘lepenisti all’amatriciana’ – si incontrerà presto per stabilire la proposta sulla legge elettorale (un Mattarellum corretto?) e anche le regole per le primarie del centrodestra che il duo Salvini-Meloni, in barba a Berlusconi, vorrebbe indire a marzo.

Il Movimento Cinque Stelle (anno 2017).

Anche i pentastellati hanno bisogno di tempo e non hanno alcuna fretta, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata, di andare a votare. Caso Raggi a Roma, dove sul capo della sindaca pende un avviso di garanzia, docet, per non dire della strutturazione di un movimento che – tra nuovo Codice etico e nuovi organi di garanzia (probiviri) e decisione (un nuovo Direttorio?) – ha bisogno di tempo per organizzarsi e presentarsi alle Politiche. Ecco perché, tranne il molto can can ad usum dei tanto vituperati mezzi d’informazione, l’M5S cercherà di opporsi a ogni sbocco immediato verso elezioni politiche anticipate, dicendo sostanzialmente di no a ogni nuova legge elettorale (maggioritaria o proporzionale che sia) con la scusa che ‘li penalizza’ o che è fatta ‘per farli fuori’. Nel frattempo, però, dovrà chiarirsi ai vertici: Grillo farà solo il garante del Movimento? Di Maio sarà davvero il candidato premier? Che ruolo avrà Di Battista? E la Raggi per quanto ancora sarà grillina? Tutte domande, ad oggi, senza risposta, anche se molti osservatori si aspettano nuovi viaggi e scorribande di Grillo a Roma.

La sinistra-sinistra (febbraio-marzo 2017).

Quel che resta di Sel – un pezzo della formazione nata per scissione dal Prc, partito ormai defunto, si è accostata al Pd in un ottica di ‘competizione-collaborazione’ con Renzi e parteciperà alle primarie (i senatori Uras e Stefano, pezzi sul territorio romano e laziale, i sindaci ex ‘arancioni’ di alcune città in mano al centrosinistra come Pisapia, Zedda, etc.) – si avvia a costituire un nuovo soggetto politico, quello di Sinistra Italiana, attraverso un congresso fondativo che si terrà dal 17 al 19 febbraio a Roma e che vedrà partecipare, oltre a quello che resta di Sel, capeggiata da Nicola Fratoianni (erede politico di Nichi Vendola), gli ex fuoriusciti dal Pd Fassina, D’Attorre, Galli, etc. e altri pezzi di movimenti sparsi. Invece, il 28 gennaio, a Roma, si terrà l’assemblea dei Comitati del Nuovo Ulivo fondati da Massimo D’Alema, ormai praticamente e di fatto fuori dal Pd, eredi dei Comitati per il No al referendum costituzionale del 4 dicembre, mentre il 28 gennaio a Parma Pippo Civati (altro fuoriuscito dal Pd) lancerà gli Stati generali della sua nuova associazione, Possibile. In attesa, tutti questi pezzi di sinistra a sinistra dal Pd, che la minoranza dem oggi ancora dentro il partito, quella che fa capo a Bersani e Speranza, decida di andarsene a sua volta. Infine, anche micro-partiti della ex sinistra radicale (Prc, Pdci, Comunisti di Rizzo, etc.) terranno i loro congressi, ma si tratta di formazioni politiche ormai cancellate dalla storia, oltre che dall’attualità politica. Infine, da segnalare che il 21 gennaio, a Roma, si riuniscono i comitati dei ‘professori’ del No (al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso) legati alla rivista on-line ‘Micromega’ (Falcone, Pace, Grandi, Besostri, Rododtà, Zagrebelsky, Carlassarre, Spataro, Villone, Vita, Pardi, Smuraglia, Montanari, Landini) in un teatro di Roma.

Il centro-centro (date imprecisate). 

Per quanto riguarda, invece, i centristi, la situazione è molto confusa. Scelta civica di Monti è morta, spersa in tre rivoli: una parte è finita direttamente nel Pd, un altra si è fusa con Ala di Verdini (quella che fa capo a Zanetti), un altra ancora ha fondato i ‘Civici innovatori’ ma se ne erano già andati sia i Popolari per l’Italia di Mario Mauro (verso il centrodestra) che i Popolari-Demos di Lorenzo Dellai (verso il centrosinistra). La fusione tra Ncd e Udc che aveva portato alla nascita di Ap (Azione popolare) è fallita: Ncd è rimasta alleata al Pd e punta, in teoria, a costruire un’area liberal-popolare alleata al centrosinistra (congresso, forse, a marzo) mentre l’Udc di Cesa, De Poli (ma non quella di Casini, D’Alia e Galletti…) è confluita dentro il calderone del centrodestra come pure il movimento Idea di Quagliariello e quello dei Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto che, insieme ad altri micro-partiti, vorrebbero concorrere, invece, alla rinascita di un area liberal-popolare nel..centrodestra. Per tutti costoro – movimenti e partiti di centrodestra come di centrosinistra – con quale legge elettorale si andrà a votare è esiziale: soglie di sbarramento troppo alte (superiori, cioè, al 3-4% dei voti…) ne decreterebbero, una buona volta, la definitiva sparizione. Ecco perché il loro unico vero interesse, oltre ad arrivare a fine legislatura, è il proporzionale. E di tutti loro si dovrà tenere conto: nel Paese sono inesistenti, ma in Parlamento contano.

Gli impegni delle Camere (l’intera legislatura). 

Come ormai sanno anche i sassi, la maggior parte dei parlamentari – molti di prima nomina – agogna a raggiungere la pensione (il cd. ex ‘vitalizio’) che, da quando il sistema è stato riformato ed è passato dal metodo retributivo a quello contributivo, matura solo dopo quattro anni, sei mesi e un giorno dall’inizio della legislatura, e cioè dal I settembre 2016. Eppure, non sono pochi i parlamentari che, invece, per ragioni di partito o di fede politica, vorrebbero interrompere in via anticipata la loro esperienza politica, anche se è la prima. Peraltro, le Camere dovrebbero comunque versare, a ognuno di loro, e subito, non ai 65 anni di età, 100 mila euro di mancati contributi per i 5 anni interrotti (un bel gruzzoletto). In ogni caso, oltre alla legge elettorale – di cui si è parlato prima – che abbisogna di almeno due/tre mesi per essere varata e alla legge di Stabilità, di cui si parlerà a partire da ottobre, c’è da espletare la ‘normale’ attività delle Camere che riprenderà a partire dal 10 gennaio. Un’attività (e, spesso, un ‘dolce far niente’) che non dispiace mai a nessun parlamentare. Da segnalare che, in Senato, bisognerà eleggere il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali (Chiti sarà, forse, la proposta dei renziani) in sostituzione di Anna Finocchiaro, oggi ministro alle Riforme, e il nuovo vicepresidente del Senato, in sostituzione di Fedeli (oggi ministro): due cariche istituzionali in quota Pd che, però, il Pd potrebbe cedere. Infine, notizia dell’ultima ora: i due provvedimenti più corposi in itinere nelle Camere (ddl salva-banche e dl Mille Proroghe) partiranno dal Senato e non dalla Camere per ‘liberare’ la Camera da ogni ingombro possibile per lasciare campo libero alla possibile riforma della legge elettorale che avrebbe, in questo caso, ‘campo libero’ per passare.

Gli impegni del governo Gentiloni (2017 e oltre…). 

Oltre agli impegni internazionali dell’Italia (che trovate qui sotto), il nuovo governo guidato da Paolo Gentiloni (già ministro degli Esteri nel governo Renzi) che si è insediato appena prima di Natale, si troverà di fronte una serie di impegni interni, alcuni previsti (e prevedibili), altri imprevisti (e imprevedibili). Essendo impossibile enumerare i secondi (esempio: uno o più attentati terroristici, di matrice Isis o altra, colpiranno l’Italia?), è meglio passare in rapida sintesi i primi (peraltro, l’agenda del governo è consultabile sul sito di palazzo Chigi: http://www.palazzochigi.it). Sul fronte economico, l’Italia dovrà affrontare, quasi sicuramente, il varo di una ‘manovrina’ di aggiustamento dei conti entro marzo (così chiede, in modo insistente, la Commissione Ue), il Def entro giugno e la legge di Stabilità per ottobre (se ancora sarà in sella, ovviamente), ma anche misure tampone su vari fronti (voucher, misure di contrasto alla povertà e a favore famiglie, bonus bebé, bonus giovani) per non dire del piano di salvataggio delle quattro banche in crisi (Mps in testa) che vale almeno 20 miliardi. Sul piano sociale i temi saranno gli stessi più, ovviamente, le misure – tampone o strutturali si vedrà – di contrasto all’immigrazione clandestina (riapertura dei Cie?), rimpatri, sbarchi e, in generale, il modo per affrontare l’emergenza immigrazione.

Sul piano più prettamente politico il governo Gentiloni ha già messo in chiaro che non sarà parte attiva nelle trattative sulla legge elettorale, ma  si limiterà al ruolo di ‘facilitatore’ delle trattative tra i partiti che dovrebbero ripartire non appena si pronuncerà la Consulta, mentre sul tema voucher potrebbe varare nuove leggi per depotenziare il possibile effetto negativo (sul Pd e i suoi alleati minori che reggono il governo) dei referendum della Cgil. Infine, vi sono molte leggi che giacciono in Parlamento e che attendono una loro definitiva approvazione, già calendarizzate dalle Camere e varate o proposte dall’ex governo Renzi: la riforma del processo penale (con dentro le norme sulla prescrizione), legge sulle adozioni, legge sul giusto processo, legge sulla cittadinanza agli immigrati nati in Italia, etc. etc. etc. Insomma, o il governo Gentiloni (retto, a oggi, da una maggioranza composta da Pd+Ncd+Psi+Popolari+altri partiti minori, senza l’apporto dei verdiniani di Ala) deciderà di autoaffondarsi da solo o verrà sfiduciato dal partito di maggioranza relativa che lo sostiene (il Pd, appunto) oppure, impegni e calendario alla mano, ne avrà parecchie di cose da fare. Da non dimenticare, per dire, la tornata di nomine negli enti di nomina statale che scadono entro giugno e che – dicono indiscrezioni di stampa – il governo effettuerà sempre che non sia caduto e non si debba andare a nuove elezioni anticipate entro maggio. Infine, il caso Rai: l’11 gennaio, il dg Campo Dall’Orto presenterà il suo nuovo piano industriale al Cda Rai e, subito dopo, in commissione di Vigilanza Rai che ha già silurato Verdelli.

Gli appuntamenti internazionali dell’Italia (marzo e maggio). 

I principali appuntamenti internazionali che attendono il nostro Paese sono tre: 1) l’Italia è, dal I gennaio 2017, membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e lo resterà per tutto l’anno; 2) la celebrazione della firma dei Trattati di Roma (1957), di cui ricorre il 60 esimo anniversario, che si terrà e celebrera’ il 25/26 marzo nella Capitale; 3) il G7 che si terrà dal 26 al 28 maggio a Taormina perché, nel 2017, l’Italia è paese ospitante del vertice. Sul piano della politica europea sono infine molti i temi e i dossier caldi che attendono misure e decisioni urgenti da parte del governo (immigrazione, terrorismo, bilanci della Ue, etc.).

Gli impegni istituzionali del Capo dello Stato (tutto l’anno). 

L’agenda degli impegni istituzionali del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è facilmente consultabile sul sito del Quirinale ( http://www.quirinale.it ), ma in ogni caso il primo appuntamento sarà il 7 gennaio, a Reggio Emilia, per la ormai consueta Festa del Tricolore, e il secondo a Bologna, il 12 gennaio, per la visita all’Università di Bologna Alma Mater e alla casa dei Fratelli Cervi. Non mancheranno i soliti impegni istituzionali e, sicuramente, altre visite nei centri del Centro Italia colpiti dal terremoto, cui Mattarella tiene molto, oltre che diversi viaggi all’estero. Una cosa è certa: sarà Mattarella, in ultima istanza, a decidere se e quando, come e perché, si andrà a votare con elezioni politiche anticipate o a (aprile? giugno? ottobre?) o alla scadenza naturale della legislatura (febbraio del 2018). Infatti, il potere principale che ha in mano, quello di sciogliere le Camere, tale resta, nelle sue mani e sicuramente, con il suo consueto stile sobrio e pacato, egli lo eserciterà.

NB: questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Una giornata di ordinaria guerriglia a Montecitorio: M5S e Pd litigano sul taglio delle indennità ai parlamentari

L'aula di Montecitorio vista dall'internoIn attesa dell’arrivo di Beppe Grillo – già sbarcato a Roma nella mattinata di oggi – che salirà sulla Tribuna riservata agli ‘ospiti’ (di solito si tratta di scolaresche o parenti dei deputati, al massimo di delegazioni di parlamentari esteri…) che domina gli scranni dell’emiciclo di Montecitorio, oggi pomeriggio, nell’Aula della Camera dei Deputati, è iniziata – presidente di turno il vicepresidente Roberto Giachetti (Pd) – la discussione generale sulla proposta grillina (pdl a prima firma Lombardi) di dimezzare le indennità (la parte ‘fissa’ dello stipendio di ogni deputato e senatore) dei parlamentari. Il dibattito è stato forte e duro, ma senza toni particolarmente virulenti. Ovviamente M5S e Pd se le sono date, e cantate, di santa ragione. Sempre in attesa di oggi, quando Grillo salirà, appunto, in Tribuna e, fuori da Montecitorio, i militanti grillini organizzeranno un possibilmente molto rumoroso e polemico sit-in di protesta.

Per primo ha preso la parola il presidente della I commissione Affari costituzionali, Andrea Manziotti (Scelta civica), che ha relazionato sui lavori tenuti in commissione nella scorsa settimana e nei mesi precedenti spiegando perché il provvedimento è arrivato in Aula senza mandato al relatore (la stessa Lombardi, che ha rifiutato la richiesta di unificare il suo testo con quello di altri deputati di altri gruppi inerenti la stessa materia) e senza la possibilità di discutere gli emendamenti in Commissione (sempre per volontà dell’M5S che voleva a tutti i costi che il provvedimento venisse discusso dall’Aula, anche a costo di vedersela bocciare, ma al fine di ottenere la massima pubblicità alla discussione che ogni dibattito in Aula, a differenza di quello in commissione, garantisce). Sta qui, peraltro, nell’assenza del mandato al relatore e nell’impossibilità di discutere gli emendamenti degli altri gruppi, l’inghippo tecnico che consentirà al Pd, forte dei numeri suoi e della sua maggioranza, alla Camera, di votare contro la richiesta grillina di continuare ad esaminare la pdl in Aula, obbligando la Camera a rimandare la pdl Lombardi in commissione, dove tornerà – almeno fino al 4 dicembre, data del referendum costituzionale – in un cassetto.

La posizione del gruppo M5S era, invece, chiara sin dall’inizio. Come hanno scritto in una nota i componenti grillini della I commissione, “con l’approvazione della nostra proposta di legge si farebbero risparmiare circa 87 milioni di euro ai cittadini. E questa cifra, comprensiva del dimezzamento delle indennità e della riduzione delle spese, che avranno l’obbligo della rendicontazione, supera di 30 milioni di euro il risparmio stimato della riforma Boschi. Con l’ok ad una semplice legge ordinaria e senza stravolgere la Costituzione in senso autoritario, si porterebbe a casa un risultato eccezionale per il Paese. I parlamentari hanno una grande occasione: facciano come noi e dimostrino che hanno a cuore gli interessi degli italiani e non solo i loro, tagliandosi gli stipendi”. La Lombardi ha, ovviamente, rincarato la dose, dicendo polemicamente che “se volete voi oggi tagliarvi e dimezzarvi le indennità, oggi, banalmente, basta un Sì…” (riferimento alla campagna sul referendum del premier che si chiama, appunto, Basta un Sì). La proposta di legge Lombardi riguarda, oltre alle indennità, i rimborsi spese e la diaria (argomenti a cui si limitava il testo unificato presente in commissione e che la Lombardi ha voluto, invece, ‘disabbinare’, insistendo per presentare il proprio),  norme sulle pensioni dei parlamentari, l’indennità dei consiglieri regionali e i congedi parentali dei parlamentari. 

E così in un emiciclo semivuoto (nonostante l’importanza dell’argomento è pur sempre lunedì pomeriggio…) con i banchi del centrodestra semideserti, quelli del Pd con larghi vuoti e pieni sono quelli dell’M5S, i grillini sono scesi in campo con interventi a raffica, anche per non sfigurare davanti ai big del Movimento (Di Maio, Fico, Di Battista), tutti presenti in Aula. “Stiamo chiedendo al Parlamento di votare una legge che dà 3 mila euro netti ai deputati (peraltro non è vero, sarebbero molti di più: 3500 netti più 3500 di diaria e 3600 di rimborsi, due voci che la proposta grillina non tocca, chiede solo di limare, ndr.) – attacca Di Maio – presidente Renzi venga in Aula, l’aspettiamo!”. “Nel giorno in cui l’Aula parla di tagliare gli stipendi dei parlamentari il Pd parla di Dumas, di Catilina, della Raggi! Basta vedere i loro volti colmi di vergogna e bianchi in viso per capire!”, tuona ‘Dibba’.

Solo Sinistra Italiana – Sel, con Alfredo D’Attorre, si è detto contrario al rinvio in commissione della pdl Lombardi e ha chiesto di continuare a discuterne in Aula. D’Attorre ha accusato Renzi di “demagogia, ipocrisia e incoerenza”, ha sostenuto che il reale risparmio che deriverebbe dalla riforma del Senato “è solo un decimo dei 91 milioni promessi” e che il suo “populismo di governo” fatto di slogan come “il Parlamento è un luogo dove si prede tempo” lo farà “perire della stessa demagogia che usa oggi”. Per il resto, tranne appunto Sel-SI, che si vuole “confrontare” nel merito con M5S e voterà contro il ritorno in commissione della Pdl, tutti gli altri partiti si sono espressi contro la pdl Lombardi o hanno… parlato d’altro. Renato Brunetta, capogruppo di FI alla Camera, ha proposto di “adeguare gli stipendi dei parlamentari ai lavori che facevano in precedenza, con un tetto massimo di 240 mila euro, e di usare le attività lavorative precedenti e il relativo reddito percepito come parametro per le future indennità”, applicando a quei parlamentari che non dichiarano alcun reddito precedente alla loro elezione “il reddito di cittadinanza” (il quale, peraltro, a oggi, in Italia non esiste…). Insomma, semplice fumo.

I diversi interventi dei deputati del Pd hanno preferito prendere di mira le contraddizioni, pur evidenti, dei grillini nella loro rendicontazione delle spese (per esempio, i deputati M5S prendono dai gruppi e rendicontano molto male tutta una serie di spese accessorie), come hanno fatto la marchigiana Alessia Morani e l’emiliana Giuditta Pini, o hanno attaccato la giunta romana guidata dalla Raggi (M5S) e i lauti stipendi che hanno assegnato a molti dei loro assessori e collaboratori, come ha fatto il romano Marco Miccoli, piuttosto che presentare una loro proposta alternativa. Il milanese Emanuele Fiano, membro della I commissione, ed esperto di materia costituzionale, ha parlato di “ipocrisia, cultura del sospetto e volontà di fingere di attaccare al Casta per colpire la Politica e la Democrazia”, ricordando però un punto debole del Movimento 5 Stelle: “L’M5S propone di dimezzare le indennità, ma non intende minimamente toccare la diaria e i rimborsi spese per l’esercizio del mandato (le altre due, corpose, voci che compongono lo stipendio del parlamentare, ndr), che vogliono mantenere ai livelli attuali mentre le loro restituzioni al Fondo M5S (quello che i parlamentari grillini devolvono per aiutare le piccole e medie imprese, ndr.) sono diminuite, nell’arco di questi due anni, non certo aumentate grazie a un uso assai disinvolto di diaria e rimborsi spese”. Fiano ha concluso ricordando che, grazie al Pd, “i rimborsi elettorali e i finanziamenti pubblici ai partiti sono passati da 470 milioni di tre anni fa a zero” (il Pd ha promosso e fatto votare, l’anno scorso, la legge che aboliva ogni forma di finanziamento pubblico ai partiti politici). In sostanza, il Pd sostiene che con il Sì alla riforma costituzionale si risparmieranno molti più soldi che col taglio alle indennità.

Naturalmente, alcuni degli interventi più pittoreschi sono arrivati dai deputati grillini. L’onorevole Castelli ha accusato il Pd di “pagarsi le amanti con i soldi dello stipendio”, il deputato Carinelli si è chiesto “dove sono le rendicontazioni del Pd, su quale sito stanno?” e il deputato Bonafede ha sostenuto che “gli stipendi del Pd sono un furto ai cittadini” mentre il deputato Gallinelli ha detto che, con la riforma di Renzi, si passerà “dalla Costituzione di Pertini a quella di Verdini”, mentre il deputato Parentela (nomen non omen…) ha detto che “voi del Pd avete le tasche piene di indennità e privilegi!”. Solo l’onorevole Cecconi ha specificato: “Noi abbiamo restituito 18 milioni di euro ai cittadini e la nostra proposta sul taglio delle indennità farebbe risparmiare 61 milioni allo Stato!”.

Non manca, naturalmente, la ‘nota di colore’: il deputato fittiano (Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto) Rocco Palese, per rivendicare il lavoro svolto alla camera si presenta in Aula sfoggiando sotto la giacca una t-shirt bianca dove in primo piano campeggia il numero percentuale delle sue presenze in Parlamento: ‘99,19’. Che è un po’ come dire: guadagno tanto, è vero, ma i soldi che prendo sono tutti ben meritati…

Ma oggi è stato solo l’antipasto della giornata di domani. Tra Grillo sugli spalti e i militanti grillini in piazza Montecitorio se ne vedranno delle belle e l’Aula si farà di certo infuocata.

NB: Questo articolo è stato scritto in forma originale il 24 ottobre 2016 per questo blog (http://www.ettorecolombo.com

 

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“Stipendi legati alle presenze: Renzi prova a giocare d’anticipo sui Cinque Stelle. Oggi in Aula la proposta grillina per dimezzare l’indennità ai parlamentari

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla all’Assemblea del Pd

IL PREMIER, Matteo Renzi, sa così bene che il tema della riduzione dei costi della politica è molto sentito dai cittadini che he fatto uno degli atout della campagna nazionale ‘Basta un Sì’ al suono di slogan come «A casa 315 politici (i senatori, ndr) subito». Ecco perché ieri, a ‘In mezz’ora’ (Rai 3), non ha voluto svicolare sulla proposta grillina che, a partire da oggi, verrà discussa nell’Aula della Camera – con Beppe Grillo presente in tribuna, «una giornata storica» la definiscono nel Movimento, pronti a proteste plateali – e che punta a dimezzare l’indennità dei parlamentari. «Siamo favorevoli, come governo, alla riduzione degli stipendi dei parlamentari, ma dipende come la si fa», dice Renzi. Ma aggiunge che «M5S butta la palla in calcio d’angolo perché è in difficoltà».

IL PREMIER abbozza una controproposta che oggi potrebbe essere avanzata dal gruppo parlamentare del Pd alla Camera sempre che il suo capogruppo, Ettore Rosato, non si limiti a chiedere il rinvio della discussione sulla proposta di legge a prima firma Lombardi dall’Aula alla commissione per «approfondirne meglio gli aspetti». L’idea di Renzi consiste nel «legare l’indennità parlamentare alle presenze». E qui arriva l’altra stoccata ai grillini: «Luigi Di Maio, ad esempio, ha il 37% delle presenze in aula, ma Di Maio e Di Battista prendono il doppio di quello che prendo io come presidente del Consiglio. Quindi, se Di Maio fa il 37% di presenze, perché si deve prendere l’indennità intera? I 5 Stelle giocano a fare i puri, ma sono uguali a tutti gli altri», conclude.
LA REPLICA di Di Maio non si fa attendere ed è un guanto di sfida: «Mi aspetto che il premier venga a vedere i suoi parlamentari che votano una proposta che fa risparmiare quasi il doppio della cifra che fa risparmiare la sua riforma». Il deputato pentastellato Carlo Sibilia fa, invece, i conti in tasca allo stesso Renzi: «Lui guadagna 114.796,68 euro lordi l’anno, circa il doppio di un parlamentare M5S». I numeri di Sibilia sono questi: «Un parlamentare guadagna 125.220 euro lordi all’anno solo d’indennità, esclusi i rimborsi. Oggi solo quelli del M5S ne guadagnano 62.612 euro, la metà, perché l’altra metà va a finire in un fondo statale per le imprese».
In realtà, anche sulla proposta Lombardi va fatta chiarezza: la misura chiede di fissare un tetto per l’indennità dei parlamentari pari a 5mila euro lordi al mese per dodici mensilità (oggi sono circa 10mila euro lordi, pari a 5.100 euro netti), il che vuol dire 3.500 euro circa netti, ma con adeguamenti Istat annuali. In più ci sarebbe un rimborso delle spese di soggiorno e viaggio (tranne per i residenti a Roma, ora compresi) di 3.500 euro mensili, che andrebbe a sostituire l’attuale ‘diaria’ (oggi è di 4mila euro, decuratata di 206 euro al giorno se il deputato non vota in Aula). Verrebbe poi confermato l’attuale regime del «rimborso per l’esercizio del mandato» (oggi vale 4mila euro mensili, in parte da documentare e in parte forfettari), solo ridotto a 3.600 euro mensili. In sostanza, la proposta M5S dimezza solo lo stipendio del deputato, ovvero l’indennità, ma lascia semi-inalterate le altre due, consistenti, voci.
NB. Questo articolo è stato pubblicato il  24 ottobre 2016 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

D’Alema gioca ‘a perdere’ (Renzi): “E’ sprezzante, arrogante, divide il partito”. E su Roma: “Non voto Giachetti”

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L’ex premier e leader del Pds e dei Ds Massimo D’Alema

MASSIMO D’Alema – ‘Lui’ preferisce esser chiamato «Spezzaferro», non «Baffino» – stavolta l’ha studiato e pensato bene, l’assalto finale al «quartier generale» di Renzi. Tre le mosse decise non come giocando a scacchi, ma alla Sun-Tzu, autore dell’Arte della Guerra («la strategia è la via del paradosso»): attaccare, bastonare, provocare. Uno, attaccare. Chi? Facile. Il premier e il governo, indebolito dallo scandalo Tempa Rossa, e con accuse pesantissime: «La responsabilità dell’emendamento non è di Boschi, ma del premier, sentito il ministro proponente». Come dire ai magistrati: indagate Renzi, la colpa è sua.
Due, bastonare. Renzi lo definisce, non una, ma 3, 4, 5, ‘n’ volte, «sprezzante». Ecco come ne parla, D’Alema, a Otto e Mezzo, ospite di Lilli Gruber e accanto a un Ezio Mauro che – da democratico puro, prima ulivista, poi veltroniano, che era, si è riscoperto dalemiano _ : «Un uomo, Renzi, che divide, che lacera, combatte la sinistra, non ne rispetta la storia, disprezza i fondatori dell’Ulivo (lui, invece, li ha promossi: Prodi in Europa, Veltroni al partito, e lasciamo perdere se è davvero andata così, ndr.), insulta il sindacato, esalta Marchionne, attacca i giudici, ma sbaglia il momento, l’inchiesta non è ancora finita…».

Tre: provocare la reazione, furiosa, del premier, che ama «le risse», come purtroppo si sa. La via maestra, secondo il D’Alema pensiero esplicitato ieri sera ma anche in (molte)  altre precedenti occasioni (ultima in ordine temporale l’intervista al Corsera di metà marzo), è demolirne gli atti e e i provvedimenti di governo. Specie quelli economici e a partire da quel Jobs Act che «mostra il suo lato oscuro, come direbbe una nota saga cinematografica» (che poi sarebbe Star Wars, ma fa più effetto così). D’Alema viola anche il noto pensiero di «non contraddizione»: «Voterò ‘No’ al referendum del 17 aprile – scandisce – e il Pd dovrebbe fare lo stesso, anziché sostenere la posizione ‘indecente’ dell’astensionismo». Come Bersani, cioè, ma riuscendo, anche in questo caso, a dire di Renzi: sei «indecente».

INFINE, e qui c’è il colpo finale, quello che dovrebbe essere il ko tecnico per finire «l’Avversario» e mandarlo, una volta per tutte, al tappeto: rivelare, a domanda su chi voterà a Roma, che Giachetti, e cioè un renziano al cubo che Renzi ha voluto candidare, «non è all’altezza della città» e che «mi prenderò tempo per riflettere e decidere per chi votare» (Giachetti, tranchant, risponderà a stretto giro di agenzia: «D’Alema non mi vota? Meglio così. Se c’è lui si perde sempre!»). Il che non vuol dire che scenderà in campo il suo campione, Massimo Bray, ma che D’Alema sta recapitando, a tutti i «nemici» di Renzi e presenti in ogni schieramento politico, grado e latitudine, è semplice ed essenziale: far perdere tutti, ma proprio tutti, i candidati renziani. Per terremotare Renzi e il renzismo, a partire dal suo sistema di alleanze (Alfano-Verdini), a giugno, con le amministrative.

E poi, al referendum di ottobre sulle riforme istituzionali annunciare coram populo il voto contrario – il suo, di D’Alema e, lui spera, anche di molti altri, dalla minoranza dem in su (Giorgio Napolitano, per dire…) – alle riforme, cuore dell’azione politica di Renzi. Un voto che si sommerebbe a quello degli altri «nemici» del premier per ottenerne, dunque, la defenestrazione finale. Segue, nei sogni di D’Alema, non le elezioni subito, come vorrebbero i grillini e i leghisti (ma non per dire, il centrodestra, berlusconiani e affini, o i tanti giovani deputati, molti del Pd, eletti per la prima volta e che non otterranno la pensione prima della fine del 2017…) ma un bel governo tecnico, o «del Presidente». Con un altro, più sottile,  obiettivo: aver il tempo di cambiare la legge elettorale l’Italicum, dal primo luglio in vigore, e dare peso alle coalizioni e ai partiti «piccoli» e «medi». Perché il sogno, neppure finale, di D’Alema è sempre lo stesso: costruire, ormai «fuori» dal Pd – giudicato come ieri un luogo «inutile, dove non si discute più, si fanno prove muscolari, come succede ogni volta in Direzione, ecco perché non ci metto piede da tempo» – una «Cosa» nuova in cui convogliare tutte le sue energie («Sono e resto un combattente»).

E, contestualmente, far nascere – insieme all’ex Sel, oggi SI, di Fassina, Fratoianni, etc. – un nuovo partito da presentare, appunto, alle prossime elezioni politiche. Certo, non è la prima volta che, anche di recente, D’Alema invita il popolo della sinistra alla scissione (invito che, tanto per cambiare, la minoranza dem fa sempre finta di non sentire…). Lo disse a un convegno di tutte le minoranze (c’erano, per dire, ancora Fassina e D’Attorre) del partito: in quel caso fu la teoria dei “colpetti” che bisognava dare a Renzi per farlo cadere e, insieme, la richiesta di dare vita a una “Associazione per la Rinascita della Sinistra” (identico nome aveva, ai tempi della fine del Pci e della trasformazione in Pds, il gruppo dei dissidenti ingraiani – Ingrao, Tortorella, Magri etc. – che all’inizio non uscirono dal partito di Occhetto, ma che poi lo fecero, sia pure alla spicciolata, dando vita e linfa, negli anni, alla contestuale nascita di Rifondazione comunista (Prc) di Garavini e Cossutta (e, solo dopo, pure di Bertinotti) . Poi, D’Alema intensificò i colpi e le sferzate polemiche, contro Renzi e il renzismo, fino, appunto, alla recente intervista al Corriere della Sera in cui, per la prima volta, parlò a viso aperto di “scissione” percéè il “nostro popolo non si riconosce più in una leadership sprezzante, arrogante, che insulta la storia della sinistra”.

Ora, però, con la comparsata – in puro stile e spirito dalemiano, quello di «disciiamo», il competo blu ministeriale con la cravatta a pallini come se fosse ancora premier, il baffetto che si alza, parole ripetute mille volte come «sprezzante» (Renzi ovvio, mica Lui…) – D’Alema ha, finalmente, completato l’opera. Ora non resta che vedere chi lo seguirà.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) il 6 aprile 2016.

La Sinistra dem all’attacco di Renzi: “Non sei un leader”. La minoranza si prepara alla battaglia, non finale, sui referendum (trivelle e istituzionale)

Pier Luigi Bersani sorride

L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani

I TRE PICCOLI, ma tignosi, drappelli della minoranza dem (gli ‘speranziani – da Roberto Speranza, deputato lucano, leader di «Area riformista» – i ‘cuperliani’ – da Gianni Cuperlo, deputato triestino, che capeggia «Sinistra dem» – e i ‘logiudichiani’, da Lo Giudice Sergio, senatore bolognese che guida «Rete dem»), di solito, in Direzione, quando e se si tratta di votare, si astengono. «Perché tanto siamo pochi e loro (i renziani, ndr.) tanti, quindi è del tutto inutile votare no», ripetono, di solito. Stavolta, però, è diverso. Quando, a fine seduta della Direzione (relazione di Renzi, breve dibattito, replica di Renzi), Matteo Orfini, annuncia – sempre un po’ di fretta, sempre un po’ scocciato, questo Orfini, eppure lui i lavori della Direzione li presiede e assicura a Renzi, da quando i suoi Giovani Turchi transitarono, armi e bagagli, da Bersani a Renzi, un saldo controllo del Pd – che “dobbiamo votare la relazione del segretario”, ecco, qui arriva la novità. I big e i colonnelli della minoranza, compreso quel Pier Luigi Bersani che avrebbe invece descritto a un amico la Direzione di ieri come «un interessante, anche se duro, segnale di vita”, dicono di ‘no’.
Certo, sono e restano pochi i loro 13 «no» (Bersani, Cuperlo, Speranza, più Stumpo, Zoggia, etc.), contro i ben 98 «sì» di Renzi, ma i loro scarsi numeri, appunto, questi sono. E c’era pure il «no» del governatore pugliese, Michele Emiliano che però tira non di sciabola, bensì in punta di fioretto, contro Renzi, su trivelle, referendum e caso Guidi: «Serve fiducia, ti voglio bene, etc.», e giù lacrime, persino, da parte di quell’omone.

All’apparenza, dunque, la minoranza ha voluto fare la voce grossa e andare all’attacco. Vuole forse menarlo, la minoranza, il Renzi? Sì, ma non su ‘Tempa Rossa’ o, per dire, su Banca Etruria, o chiedendo dimissioni di Boschi o, tantomeno, di Claudio De Vincenti.
Ergo, senza alcuna, neppure lontana, intenzione d’appoggiare le mozioni di sfiducia al governo. La minoranza s’è inalberata su come «Matteo» sta gestendo il loro Pd. A Cuperlo e Speranza Renzi non piace, si sa, sul fronte interno e pure su quello esterno, del governo. Per Speranza «la segreteria Renzi è inadeguata, il popolo della sinistra non capisce dove andiamo, si torni al partito comunità (sic)» e altri concetti molto politicisti, un po’ astrusi.
Cuperlo usa un’arma insolita, per lui, l’ascia: «Mi sento sempre più a disagio nel Pd». E non solo, sibila, «per «riforme economiche sbagliate di un premier senza coraggio, ma perché non sei all’altezza del ruolo che ricopri, sei privo della statura da leader» e perché «vedo il germe della malattia nel Pd: intolleranza, arroganza, concentrazione del potere». Parole dure, durissime, per uno come Cuperlo: un intellettuale algido, raffinato, etereo. Uno che persino il suo antico compagno di strada, Pier Luigi Bersani, quando un amico gli chiese cosa pensasse della candidatura di Gianni a ‘sfidante’ di Renzi all’ultimo congresso (stante che, lo stesso Bersani, si era dimesso da segretario e aveva abbandonato il campo), rise e, sempre ridendo, disse “Gianni ricorda lo sfortunato tenentino austriaco di ‘Senso’ di  Visconti… Così elegante, così severo, così compito…’. Come a dire: non ha chances….

C’è il fronte referendum trivelle, certo: tutta la minoranza è impegnata, pancia a terra, a far vincere i «sì» e soprattutto a fare ottenere al referendum il quorum (tranne Bersani, che andrà a votare, ma voterà «no»: come Prodi, ritiene la vittoria del Sì una sciagura).
Magari, i più coraggiosi, sulle elezioni amministrative, sono pronti ad approfittare del passo falso, se arriverà, dei candidati renziani e, di conseguenza, del premier medesimo.
Ma gli esponenti della minoranza dem ‘non’ affondano il colpo sul caso più scottante, per il premier. Il caso Guidi e, soprattutto, e di nuovo il caso Boschi. Forse ha ragione il solito «democristiano, Lorenzo Guerini che a un deputato renziano amico confida: «Conflitto insanabile con la minoranza? Ma no, li recuperiamo…». «Si chiama eterogenesi dei fini – ride amaro un senatore della sinistra da sempre su posizioni oltranziste – facciamo sempre finta di azzannare e invece a ‘quello’ (Renzi, ndr.) finiamo solo per fargli un favore».

A meno che la minoranza non faccia quello che proprio Cuperlo – anche se non ieri, in Direzione, ma giorni fa, al seminario organizzato dalla sua area, Sinistra dem, ha chiesto apertamente ed esplicitamente a Renzi: «Libertà di voto» su un altro, di referedum. Quello di ottobre sulle riforme su cui Renzi si gioca, come dice sempre, «l’osso del collo». Ecco, se la minoranza strappasse davvero sul referendum di ottobre, allora sì, ghigna un senatore renziano, «Renzi stavolta li caccia a calci: per lui sarebbe peggio della scissione». Con una piccola complicazione in più: dal I luglio entra in vigore, anche formalmente, l’Italicum che prevede solo il premio alla lista e non anche alla coalizione. Il che vuol dire che un’operazione scissionista da nuovo ‘Pds’ (proprio come quello vecchio, in quanto acronimo di Partito della Sinistra…) che sogna, da tempo, D’Alema, sarebbe un autogol.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 5 aprile a pagina 3 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)