“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

Un secolo dalla rivoluzione russa (1917), la culla del Pcd’I e poi del Pci italiano. Intervista allo storico Luciano Canfora

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

«DUNQUE, ai tempi del Posdr…». «Chi?». «Ma come?! Il partito operaio
socialdemocratico russo guidato da Lenin che poi si ruppe e diede vita alla frazione maggioritaria dei bolscevichi contro quella dei menscevichi!». Ah, ecco, giusto…

Prima di chiedere un’intervista a Luciano Canfora (classe 1943, barese, <Wikipedia: poco, troppo poco, onestamente, per racchiudere tutte le cose, i libri, le riviste e il dibattito cui Canfora ha dato vita nella sua lunga vita),bisognerebbe aver superato almeno l’esame in “Storia del comunismo mondiale”…

Professor Canfora, la rivoluzione bolscevica russa del 1917, di cui ricorrono i 100 anni, è stata davvero uno spartiacque nella storia mondiale?

«Certo che lo fu. Un passaggio storico fondamentale per tutto il mondo, anche fuori da quella Russia bolscevica contro cui si coalizzarono tutte le potenze dell’epoca (Usa, Gran Bretagna, Francia) e che vinse e sopravvisse e si rafforzò dopo una guerra civile lunga e sanguinosa. Gli effetti di lunga durata della rivoluzione russa cambiarono la faccia di un mondo che prima era solo coloniale e dopo divenne post-coloniale. Le rivolte operaie e comuniste che si svolsero, sulla falsariga della Rivoluzione d’Ottobre, vennero invece, e subito, represse nel sangue né attecchirono nel proletariato dei Paesi occidentali. Successe in Ungheria con Bela Kun, in Germania con la Lega degli Spartachisti, in Italia con i consigli di fabbrica e Ordine Nuovo, ma anche negli Usa con le lotte operaie e sindacali. Lenin, nel 1923, scrisse un articolo che s’intitolava “Meglio meno, ma meglio”: teorizzava che, appunto, nel mondo ricco e industrializzato la rivoluzione era stata stoppata, come dimostravano le repressioni nel sangue delle rivolte comuniste in Germania, Ungheria, Italia, ma che il suo futuro stava nella rivoluzione mondiale dei popoli oppressi, il che avvenne in Cina, Medio Oriente, Turchia e, dopo la II guerra mondiale, Asia e Africa. I movimenti di liberazione post-coloniale furono giganteschi quanto la fine degli imperi coloniali europei. Certo, poi nacque il neo-colonialismo che sfruttò e controllò le classi dirigenti dei paesi ex coloniali, ma le rivoluzioni e le lotte d’indipendenza furono tante e incredibili,  coronate da parziale o duraturo successo, come fu in Congo o in Vietnam».

Ma il teorico della “rivoluzione mondiale” non era il comandante dell’Armata rossa e poi campione del trotzkismo Trotzskij? E se avesse vinto lui, una visione più “liberal”? 

«Trotzskij si sarebbe offeso moltissimo a sentirsi dare del liberale!
Era molto più dispotico di Stalin, anche se uomo di grande cultura e raffinato polemista: avrebbe esercitato un governo di estrema durezza in attesa di una rivoluzione mondiale che, tuttavia, non ci sarebbe mai stata. Le rivolte operaie in Europa erano già state sconfitte e solo Stalin sarebbe stato, come è stato, il vero prosecutore dell’opera di Lenin. Persino un trotzkista come Deutscher, biografo di entrambi, scrisse nel 1953, alla morte di Stalin, che Lenin avrebbe fatto e si sarebbe comportato come lui».

Poi però la rivoluzione degenerò e diventò un regime con Stalin fino ai suoi successori ed epigoni, da Breznev a Cernienko e Andropov….

«Tutte le rivoluzioni, a partire da quella francese, degenerano dopo breve tempo: vengono sconfessate, demonizzate e rimosse (in Francia si è dovuto aspettare il 1889 per riabilitarla istituendo una cattedra di Storia della Rivoluzione francese alla Sorbonne) a meno che non diventino parte integrante della storia nazionale. Così fece Stalin, ma se la Russia è diventato un Paese acculturato, industrializzato e tecnologicamente avanzato lo si deve a lui. Poi arrivò il ’56 e, con Krusciov, la destalinizzazione: fu un trauma, ma nel mondo – come le dicevo prima – arrivò l’onda lunga della lotta dei paesi ex coloniali (Egitto, India, America Latina) e persino sotto Breznev quelle lotte furono sostenute dall’Urss come in Angola, Etiopia, Vietnam. Volendo correre, dopo il tentativo di Gorbaciov e la parentesi di Eltsin, che come ormai sanno tutti era pagato dalla Cia, la Russia di Putin riprende da un lato la tradizione zarista, dall’altro quella staliniana. Lenin resta lì, sullo sfondo».

Intanto, il 21 gennaio 1921 nasce, a Livorno, il Partito comunista d’Italia. La storiografia racconta di un Togliatti che “tradisce” Gramsci per fondare, nel 1944, il Pci…

«Anche qui dipingere Gramsci come un liberale mi fa sorridere. Lui li odiava i liberali e su “Ordine nuovo” li liquidava con durezza. Il grande Gramsci che tutti venerano, anche i non comunisti, ragionava sulle ragioni di una sconfitta storica, quello del piccolo Pcd’I di
Bordiga, spazzato via dal fascismo in Italia, un partito finto che sopravviveva solo in esilio e solo coi soldi e l’aiuto di Mosca. Togliatti, con la “svolta di Salerno” del 1944 non fece altro che mettere in pratica i suoi insegnamenti. Il Pci diventò così un partito “italiano”, e di massa: cercò la “via italiana al socialismo”, le larghe intese, il rapporto con i cattolici. Poi, col tempo, divenne, di fatto, anche un partito socialdemocratico. Nel 1976 scrissi un articolo per Rinascita in cui sostenevo che “non possiamo non dirci socialdemocratici” ma il direttore della Rinascita di allora, Alfredo Reichlin, ancora oggi operante dentro il Pd, mi disse che era ‘troppo presto’ e che ‘avevo ragione, ma noi, il Pci, non eravamo pronti’…».

Poi venne la Svolta dell’89, la fine del Pci. E pure il tentativo della sua ‘Rifondazione’…

«La svolta di Occhetto arrivò troppo tardi, dopo la disfatta del 1989, e fu fatta male. Avremmo dovuto e potuto farla molto prima, quando il Pci era all’apogeo della sua forza, ai tempi di Berlinguer, come le ricordavo prima. Si perdette, inutilmente, troppo tempo».

E perché non dar credito, oggi, agli ultimi comunisti rimasti o al D’Alema anti-Renzi? 

«Quando un corpo storico fallisce, la traiettoria si fa inevitabile. Non si fondano i partiti sulla base della nostalgia e oggi con i partitini comunisti siamo alla scissione dell’atomo.
Eppoi il corpo di un partito resta sempre nella casa madre. Vale anche per il Pd attuale. D’Alema non può andare da nessuna parte, anche se il Pd si è ridotto a essere solo il comitato centrale (ed elettorale) di Renzi e della Boschi. L’esperienza comunista è finita. Bisogna prenderne atto, capire le novità che irrompono sulla scena, cercar nuove strade».

NB: Questa intervista è stata pubblicata a pagina 28 – pagine della Cultura – del Quotidiano Nazionale del 21 gennaio 2017 

 

1) Il Senato cambia pelle ma non muore. Entrano sindaci e consiglieri regionali. Se passa la riforma sarà di 100 membri, eletti in via indiretta. Speciale riforma 1

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Roma, 28 novembre 2016 – IL 4 dicembre i cittadini italiani saranno chiamati a votare, secondo la procedura prevista dall’art. 138 della Costituzione (referendum confermativo, ovvero senza necessità di quorum), per il referendum costituzionale. Dunque, con un o con un No, si potrà esprimere il proprio voto pro o contro la riforma del Senato. Il testo della riforma costituzionale è stato approvato dal Parlamento dopo sei letture (la famosa ‘navetta’): l’iter è iniziato al Senato l’8 aprile 2014 e si è concluso alla Camera il 12 aprile 2016. La riforma incide su 47 dei 139 articoli della Costituzione. In quattro puntate illustriamo i contenuti principali della riforma: oggi la composizione del Senato; domani poteri e funzioni delle Camere; mercoledì organi costituzionali e referendum; giovedì il rapporto tra Stato e Regioni e l’abolizione di Cnel e Province.

Addio al bicameralismo perfetto

LA BASE e la parte più importante della riforma costituzionale che verrà sottoposta a referendum il prossimo 4 dicembre è il superamento del bicameralismo perfetto o paritario. Oggi, infatti, la Camera e il Senato svolgono le stesse funzioni, anche se separatamente: votano la fiducia al governo e una legge, per essere approvata, deve avere il sì di entrambe. Se il testo viene modificato dal Senato deve ritornare alla Camera e viceversa (è la cosiddetta “navetta parlamentare”). Con la riforma, il Senato non darà più la fiducia al governo e non seguirà più l’iter di molte leggi di cui sarà competente la sola Camera dei Deputati (rinviamo l’esame delle competenze del Senato a un’altra puntata).

La composizione (artt. 57-59)

Oggi il Senato è composto da 320 senatori. Cinque sono senatori a vita, nominati dal Capo dello Stato (in realtà sono 4 senatori a vita più un presidente emerito, l’ex presidente della Repubblica Napolitano) e 315 sono senatori eletti a suffragio universale diretto, anche se nel 2013 sono stati eletti con una legge elettorale, il Porcellum (concede il 55% dei seggi alle coalizioni vincenti nelle 20 regioni e il 45% dei seggi alle altre liste, regione per regione), dichiarata incostituzionale dalla Consulta.
I nuovi senatori saranno invece cento, non più eletti direttamente ma scelti dalle assemblee regionali tra i consiglieri che li compongono e tra i sindaci della regione. In tutto, si tratterà di 95 senatori eletti (74 consiglieri regionali e 21 sindaci) e cinque senatori nominati dal Capo dello Stato ma solo per 7 anni, dunque non più a vita, e non rinnovabili.
Alla fine del loro mandato, gli ex Presidenti della Repubblica saranno, invece, proprio come accade ora, senatori a vita. Il numero totale dei membri del nuovo Senato, quindi, potrà diventare superiore di qualche unità rispetto ai cento teorici.

Il metodo di elezione (art. 57)

Ogni consiglio regionale (e le province autonome di Trento e Bolzano) eleggerà senatore un sindaco del proprio territorio e uno o più consiglieri regionali in base alla popolazione. Nessuna Regione potrà avere meno di due senatori (il Molise, ad esempio, ne avrà 2 mentre la Lombardia, la regione italiana più popolosa, ne avrà 14, la Campania 9, il Lazio 8, 7 Piemonte, Veneto e Sicilia, 6 Emilia-Romagna e Puglia, 5 Toscana, 3 Calabria e Sardegna, 2 tutte le altre, comprese le Province autonome di Trento e Bolzano), il che vuol dire un sindaco e un consigliere.

Si tratta, dunque, di una forma di elezione ‘indiretta’. Ma dopo una lunga battaglia parlamentare condotta dalla minoranza del Pd, è stato inserito un comma, il V, sempre all’art. 57, che parla di obbligo di eleggere i futuri senatori «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi». Il governo ha assicurato che recepirà, quando si tratterà di scrivere, con legge ordinaria entro sei mesi dalla approvazione della riforma, la legge elettorale per il futuro Senato, il V comma dell’art. 57 e di tener conto del voto diretto dei cittadini. Come, però, questo avverrà (indicazione diretta sulla scheda, listino ad hoc, etc) non è ancora chiaro. In ogni caso, la prima elezione del nuovo Senato avverrà sulla base della sola indicazione dei consigli regionali, se non ancora sciolti, e bisognerà adeguare alla nuove norme le 20 diverse leggi elettorali delle 20 regioni italiane.

Scioglimento dell’assemblea

In ogni caso, i sindaci-senatori e i consiglieri-senatori restano in carica fino allo scioglimento dei rispettivi consigli comunali e regionali. Di conseguenza, ci saranno continue elezioni per il Senato, causa le diverse date di scioglimento dei medesimi consigli. Ne consegue che l’assemblea del Senato non verrà mai sciolta completamente, né ogni cinque anni, come la Camera, né in via anticipata, ma periodicamente rinnovata.

Elettorato attivo e passivo

Oggi servono 25 anni per essere elettori e 40 anni per essere eletti, al Senato. Domani basterà avere i 18 anni necessari per eleggere o essere eletti consiglieri-senatori.

Immunità e indennità 

L’immunità (autorizzazione della Camera di appartenenza per arresto e intercettazioni, art. 68) resterà tale. L’indennità è abolita, o meglio resta lo stipendio da sindaci o da consiglieri regionali mentre i senatori di nomina presidenziale non avranno alcuno stipendio. Ma diaria e rimborso spese per l’esercizio del mandato (circa 6 mila euro al mese) resteranno tali. Resta l’assenza di vincolo di mandato (art. 67): vuol dire che i senatori rappresentano la Nazione, come i deputati, non l’organo (i consigli regionali) che li ha eletti. L’art. 122 della riforma affida a una legge dello Stato il compito di fissare l’importo della retribuzione dei consiglieri regionali: iltetto massimo sarà lo stipendio dei sindaci capoluogo di Regione.

Frequenza dei lavori

I nuovi senatori parteciperanno ai lavori del Senato compatibilmente con i loro impegni di sindaci o consiglieri regionali. La loro presenza a Roma, dunque, non sarà dunque assidua né costante ma limitata ad alcuni giorni al mese.

La curiosità. Le funzioni cambiano, ma il nome resta uguale…

Il Senato rappresenterà, di fatto, le autonomie locali, ma continuerà a chiamarsi ‘Senato della Repubblica’, proprio come oggi. Anche nel nome il Senato italiano non è il Bundesrat’ tedesco (Camera delle Regioni).

Ecco il grafico da me preparato, scritto e pubblicato su Quotidiano Nazionale:

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(1-continua)

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 6 del Quotidiano Nazionale il 28 novembre 2016 (htttp://www.quotidiano.net)

Terremoti, tragedie d’Italia. Tra scandali e ricostruzioni infinite Belice, Irpinia, L’Aquila: tre terremoti e tre spaccati di storia. Cronistoria di tre disastri italiani

Roma, 25 agosto 2016 – Tre terremoti (il Belice, 1968; l’Irpinia, 1980; l’Aquila, 2009) e tre spaccati della storia di tre Italie molto diverse tra di loro ma legate da un filo rosso: mancati soccorsi, ruberie, scandali.

Terremoto del Belice, 15 gennaio 1986 (Ansa)

Il terremoto del Belice (1968) e l’infinita ricostruzione

IL CONTESTO STORICO-POLITICO – La contestazione nelle università. E’ un Paese che deve ancora conoscere la reale portata della contestazione studentesca e operaia, l’Italia del gennaio 1968. Eppure, nelle
università italiane, le agitazioni studentesche si infiammano proprio allora: a partire da gennaio, le agitazioni coinvolgono le università di Torino, Padova, Pisa, Lecce, Siena, Firenze (dove il rettore si dimette per protesta contro la durezza con cui la polizia reprime un corteo studentesco). Il 31 gennaio a Trento viene occupata la facoltà di sociologia. In febbraio occupate una dopo l’altra tutte le principali facoltà dell’Università di Roma, a seguire Napoli, Pavia, la Scuola Normale di Pisa, Messina, Bologna, Milano, Modena, Trieste, Palermo, Catania. Alle occupazioni studentesche si contrappongono interventi della polizia, iniziative dei rettori e delle amministrazioni delle università che decretano periodi di chiusura o interruzione delle attività. A Milano, dove gli studenti occupano l’Università cattolica, il rettore Ezio Franceschini chiede l’intervento della polizia e chiude le facoltà a tempo indeterminato. In carica c’è il III governo Moro (Dc, Psi, Psdi, Pri), il IV e ultimo della legislatura (si voterà a giugno del 1968) che deve affrontare in Parlamento la pressante richiesta delle sinistre di una commissione d’inchiesta sul golpe del generale De Lorenzo del 1966.

LA CATASTROFE DEL TERREMOTO: PEGGIO DI UN BOMBARDAMENTO – Il terremoto del Belice (400 morti, 4 mila feriti, 70 mila sfollati solo il bilancio) avvenne il 14-15 gennaio 1968. Fu una grande, terribile, catastrofe, il primo vero grande terremoto del dopoguerra, ed evidenziò un cliché italiano tipico: l‘impreparazione della macchina statale davanti a eventi del genere, soccorsi che arrivano in ritardo, i guasti dei primi e successivi tentativi di ricostruzione in cui si innestarono mafie, malaffare, speculazioni, perdita del patrimonio storico e artistico.

La tragedia va in tv, ma è quella in bianco e nero. Gli inviati del Telegiornale (allora unico di una Rai in bianco e nero) scoprono che esiste anche questo pezzo d’Italia: povero, poverissimo, di pastori e latifondi, di gente umile, dall’italiano stentato, i volti scuri: il Belìce, con l’accento grave sulla ‘e’. Bèlice chiamarono invece il posto giornalisti distratti, sbagliando, spostando l’accento, e così è rimasto tutt’ora. Come in un dolente carosello sulla tv passano le immagini delle abitazioni in tufo crollate sotto i colpi del terremoto, i volti dei sopravvissuti, i corpi dei morti. Il dolore è uno choc per l’Italia e fa il giro del mondo.

LA SPESA INFINITA DELLA RICOSTRUZIONE –  Il conto di quanto lo Stato ha speso finora per il Belice si perde nei rivoli delle mille ragionerie in cui si sono dispersi i fondi pubblici. Si sa per certo solo che tra il 1968 e il 1995 lo Stato Italiano ha erogato 2.272 miliardi di vecchie lire, ma la spesa autorizzata era ancora più alta, 3.100 miliardi di lire oggi pari a 6 miliardi di euro.

LA TARDIVA, LENTA, REAZIONE DELLA POLITICA – Solo nei giorni seguenti, quando si rendono conto della tragedia, vanno in visita in Belice l’allora presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat (Psdi), e il ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani (Dc). Il presidente del Consiglio era Aldo Moro (Dc), vicepremier Pietro Nenni (Psi), il governo di un centrosinistra sempre più logoro e stanco, privo di ogni spinta innovativa. Il giornalista e storico Paolo Mieli ha definito, in un anno “spartiacque” come il 1968, quel sisma come il simbolo di cose che, apparentemente, con il terremoto c’entravano poco o niente: “sprofondava, con i suoi difetti, l’Italia burocratica, l’Italia ‘di papà’, che a fine degli anni ’60 si percepiva atrofizzata, ammuffita e a cui si imputava tutto ciò che ‘non andava per il verso giusto'”. Proprio come il Belice.

Il terremoto in Irpinia e la denuncia di un sistema marcio

IL CONTESTO STORICO- POLITICO – L’Italia tra mafia, Br e stragi. E’ un Paese cupo, ancora attraversato dalle tensioni degli anni ’70, il 1980: la mafia uccide in Sicilia (a gennaio Bernardo Mattarella), le Br sparano nel resto d’Italia. Il 2 agosto c’è la strage di Bologna. La Fiat annuncia 14 mila licenziamenti a Torino e Berlinguer va davanti ai cancelli della fabbrica per sostenere lo sciopero degli operai, la marcia dei ’40 mila’ quadri dell’azienda spezza la lotta. A ottobre si insedia un governo quadripartito, subentra al II Cossiga, con a capo Arnaldo Forlani che ha lanciato l’idea del ‘preambolo’: basta accordi con il Pci, solo con il Psi, ormai in mano a Craxi. Il governo è composto da Dc, Pri, Psdi, Psi con l’astensione del Pli, ma avrà vita breve: cadrà nel 1981 a causa dello scandalo della P2. Pochi giorni dopo il terremoto, il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, parlando a Salerno, indicherà nel tentativo di dare vita anche in Italia a un’effettiva “alternanza democratica” nel governo del Paese la nuova linea politica che ispirerà l’azione del Pci: è l’abbandono della strategia del “compromesso storico” con la Dc e pone al centro del dibattito la “questione morale»” vista come pregiudiziale per la costruzione di un governo composto da “uomini capaci e onesti” espressione dei partiti ed esterni a essi.

ARRIVA IL TERREMOTO, NON ARRIVANO I SOCCORSI – E’ un novembre dolce, quello del 1980. C’è il sole, in Campania e anche altrove. La gente gira ancora in maniche corte. Il 23 novembre è una domenica stupenda. I tifosi si preparano a vedere la differita serale del derby d’Italia Juve-Inter senza neppure voler sapere il risultato. La terra trema alle 19,34. La scossa è fortissima, interminabile. Nella scala Richter l’intensità è 6,9. Interi comuni della Campania e di altre regioni limitrofe (Basilicata, Puglia) vengono distrutti. Il bilancio sarà di 2.914 morti, 8.848 feriti, 280 mila senza tetto. Oltre 500 i comuni danneggiati. La Protezione civile esiste solo sulla carta. Nessuno avverte nessuno. Prefetture e caserme mute, spesso i collegamenti telefonici saltano. Il popolo del terremoto è solo, lo scenario apocalittico. Lo Stato è lontano, distratto, assente. Nessuno capisce che bisogna affrontare una delle più grandi tragedie della storia italiana, superiore persino al drammatico terremoto che ha distrutto mezzo Friuli nel 1975. Alcuni paesi saranno raggiunti dall’Esercito solo dopo cinque giorni. In Irpinia e Basilicata arriva pure la neve. Manca tutto, la gente è disperata.

LA TRAGEDIA ‘NON’ DIVENTA CRONACA –  L’entità drammatica del sisma non viene valutata né subito né bene. I primi telegiornali (ormai ci sono tre canali: Rai1, Rai2, Rai3, e anche molte tv commerciali, e il colore) parlano per ore – anzi, per due giorni – solo di una “scossa di terremoto in Campania”. Anche le grandi testate giornalistiche non sono per niente tempestive nel mobilitarsi: del terremoto in Irpinia si ha inizialmente una percezione falsata per difetto. La scossa tellurica segnala nei fatti che l’Irpinia era una terra dimenticata dal resto del mondo. Nei primi giorni della tragedia, solo il quotidiano il Mattino di Napoli capisce la reale portata della catastrofe. Il 24 novembre titola “Un minuto di terrore. I morti sono centinaia”. Il 25 novembre si passa a “I morti sono migliaia.100 mila i senzatetto”, fino al titolo drammatico del 26 novembre “Cresce in maniera catastrofica il numero dei morti e dei senza tetto (cui si aggiunge un titolo a caratteri cubitali passato, tristemente, alla storia: “FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla”.

LA DRAMMATICA DENUNCIA DI PERTINI –  Il primo a denunciare lo scandalo del ritardo nei soccorsi è il presidente della Repubblica, Sandro Pertini (Psi). Il 25 novembre, nonostante il parere contrario del presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani (Dc) e di altri ministri, Pertini si reca in elicottero sui luoghi della tragedia, dove lo aspetta il ministro degli Esteri, Emilio Colombo (Dc), lucano. Di ritorno dall’Irpinia, in un drammatico discorso in televisione, il Pertini denuncia furente il ritardo e le inadempienze dei soccorsi. Il discorso del Capo dello Stato (“Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi”) ha come effetto le dimissioni, poi ritirate, del ministro dell’Interno Rognoni.

LO SCANDALO DELLA RICOSTRUZIONE E LE SUE CONSEGUENZE STORICHE – Per la ricostruzione furono spesi, in quarant’anni, circa 60 mila miliardi di vecchie lire (circa 66 miliardi di euro). Un fiume di denaro che finì anche nelle tasche della camorra. La storia della ricostruzione dell’Irpinia è una storia di macerie su cui proliferarono molti politici di grido (Dc, Psi etc), si alternarono commissariati straordinari, commissioni e sottocommissioni, allargando a dismisura l’area di intervento del terremoto e, soprattutto, la spesa per la ricostruzione. Una Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro e istituita nel 1989-1990 concluderà che i 58.600 miliardi di spese già effettuate (sui 70 mila stanziati) sono “finiti nel nulla”. “Si potrebbe formulare l’ipotesi che nell’arco di tempo che separò l’uccisione di Aldo Moro (1978) dal terremoto dell’Irpinia (1980) si sia consumata la vera crisi della cosiddetta Prima Repubblica italiana” è la riflessione di Paolo Mieli: “Quel sistema politico che sarebbe poi crollato fra il 1992 e il 1993 in un altro tipo di terremoto di carattere giudiziario era in realtà già andato in frantumi nel biennio tra il 1978 e il 1980. L’autorevolezza, il prestigio, la capacità di trascinamento che i partiti politici e le
istituzioni erano stati capaci di esercitare nei 35 anni precedenti, da quel momento in poi furono loro del tutto interdetti”.

Il terremoto dell’Aquila

IL CONTESTO POLITICO – Il berlusconismo al suo apogeo. Nel 2009 il presidente del Consiglio è Silvio Berlusconi, che ha vinto, e trionfalmente, le elezioni politiche nel 2008 contro il Pd di Veltroni. Il suo governo, il IV, sarà il più longevo di tutti i suoi. Fini è presidente della Camera, Napolitano è Capo dello Stato. Nel 2009, a inizio anno, Veltroni si dimette da segretario del Pd, gli subentra Dario Franceschini che poi perderà le primarie contro Pier Luigi Bersani, che le vincerà a novembre. Veronica Lario chiede il
divorzio al Cavaliere, a dicembre Berlusconi sarà colpito dal lancio di una statuetta a Milano. Obama viene eletto negli Usa.

Il terremoto è devastante, Berlusconi corre sul luogo. Quando il terremoto di magnitudo 5,9, il 6 aprile 2009, devasta la provincia dell’Aquila e, in particolare, il capoluogo abruzzese, è piena notte. Sono le 3.32. Crollano molti edifici, i morti sono 308, 1.500 i
feriti, 65.000 saranno gli sfollati. Il terremoto ha una vastità di 8 km, è untipico terremoto appennico, eppure i suoi effetti sono devastanti. Berlusconi reagisce con perfetto tempismo. Alle 8.30 il presidente del Consiglio annuncia: “Ho firmato il decreto per lo stato di emergenza nazionale”. Mobilitati esercito, aeronautica e carabinieri, Berlusconi affida la gestione dell’emergenza a Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, e corre all’Aquila insieme ai ministri Maroni e Matteoli. Bertolaso parla di “situazione drammatica, la peggiore da inizio millennio”.

La tv stravolge tutti i suoi palinsesti, i talk show sono soppressi, Fiorello in testa, e vanno in onda solo programmi di informazione: Vespa su Rai 1, Mediaset, Mentana su La 7. Il mondo è cambiato, la gente vuole sapere e vuole sapere subito. Fanno la comparsa, nell’informazione, anche i social network, non solo i siti Internet.

Le polemiche non finiscono mai. Bertolaso dichiara che è impossibile prevedere il terremoto, ma già infuriano le polemiche per la messa in guardia della settimana prima su un’imminente scossa dalricercatore Giuliani: è un fisico del Laboratorio del Gran Sasso, ha previsto il terremoto e nessuno gli ha dato retta. Si inizia a parlare di soldi, di quanti ne servono. Il governo stanzia subito 30 milioni, la ministra Gelmini mette a bilancio 16 milioni solo per la Casa dello Studente, ma si capisce che serviranno almeno 5/6 miliardi di euro. Berlusconi assicura: “Niente ruberie”.

Il 10 aprile si tengono i funerali di stato di 205 delle 308 vittime, officiati dal segretario di Stato vaticano Bertone. Berlusconi è in prima fila e garantisce ai vivI che presto riavranno le loro case, le famose ‘new town’. Una delle sue tante promesse mancate.

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano.net il 25 agosto 2016

L’Armata Brancaleone del “Fronte del No” (a Renzi) ha perso la sua prima battaglia referendaria e già litiga al suo interno in vista del referendum istituzionale di ottobre: 3 articoli ‘al prezzo’ di uno

i simboli dei diversi partiti italiani alle Europee

I simboli dei principali partiti politici presenti alle Elezioni Europee del 2014

1) La marcia dell’Armata Brancaleone. Grillo e Salvini, Sel e sinistra dem

hanno fatto ‘flop’, ma già si preparano alla battaglia su altri referendum.

ROMA
ERNESTO CARBONE, (deputato dem, renzianissimo, fino all’altro ieri era prodianissimo, poi lettianissimo, insomma: “come si cambia per non morire, come si cambia per amore”) con il suo hashtag assai sfottente, «Ciaone» – pubblicato su Twitter che ancora è domenica pomeriggio di referendum sulle trivelle, le urne sono ancora aperte, e insomma, non si fa, prendeva in giro tutti quelli del “Sì” sul ‘batti-quorum’ – li fa infuriare tutti in Rete e fuori.
Ma la verità brucia: per gli «anti-Renzi», il referendum è una prova fallita, un buco nell’acqua (del mare…), una rivoluzione mancata. Un 18 aprile non alla rovescia, ma proprio come quello del 1948 per il Fronte Popolare: una disfatta di proporzioni epocali. E allora giù insulti, al povero Carbone: «A ottobre tu e Renzi farete le valigie!» il più gentile. Del resto, il Fronte del Sì sulle trivelle corrisponde al vero Fronte del No del futuro: a Renzi e alla sua riforma, al Pd e al suo governo, nel tentativo di mandarli a casa una volta per tutte. Un fronte che definirlo L’Armata Brancaleone (film del 1966, regista Mario Monicelli, mattatore Vittorio Gasmann, titolo divenuto un’espressione paradigmatica, entrato persino nei vocabolari della lingua italiana) si fa un torto al (finto) Principe Brancaleone da Norcia e al suo seguito di smandrappati compari.

CHI c’è, infatti, in questo ‘Fronte’, neppur più ‘della Gioventù’, trattandosi di (quasi tutti) anziani e attempati signori, cui nulla importa di trivelle, mare inquinato e idrocarburi, ma solo di «mandare un segnale a Renzi», «sconfiggere Renzi», “distruggere” il renzismo (e Renzi, e il suo governo, e il Pd, e tutti gli altri) in un crescendo di parossistica ossessione?
C’è il movimento Cinque Stelle, ovviamente, in prima fila. Un Movimento che a Renzi oggi contende, palmo a palmo, le principali città al voto a giugno e domani, chissà, il Paese.
Grillini smanettoni che, sui social, il referendum l’hanno già vinto, prima ancora di andare a votare, ma solo a colpi di clic. Solo che coi voti è diverso: «Democrazia diretta», direbbe il caro vecchio Rousseau, il filosofo illuminista, però, non la ‘piattaforma’ digitale M5S.
«Io ho votato! Notizie di Renzi?!», esulta, «alle ore 9», via Twitter, il candidato premier Luigi Di Maio. «Tutti a votare, per l’Italia e la democrazia!» grida Beppe Grillo. Ma l’Italia non ha risposto all’appello: la democrazia, stavolta, ha preferito astenersi. «Votare è giusto, pochi o tanti», si mantiene più moderato, stavolta, per una volta, «Dibba», alias Alessandro Di Battista. E Virginia Raggi, assai temuta candidata grillina a Roma, tiene improvvisate lezioni di diritto costituzionale: «Votare è un diritto-dovere, oggi ancor di più». Poi ci sono, certo, ovvio i berluscones. Tutti tutti, tranne uno, Silvio Berlusconi: non vota, ma lo dice solo all’ultimo, a metà pomeriggio, appunto, e li lascia – as usual, ormai – con un palmo di naso, i suoi azzurri che, poverini, si stavano e si stanno agitando tanto.
Forzisti nuovisti che, sui social, ormai s’esaltano assai, tipo Maurizio Gasparri. E così, è sempre e ancora l’alba di domenica quando Renato Brunetta, capogruppo FI alla Camera, Renatino l’infaticabile, l’incontenibile, twitta: «Ho votato per mandare a casa Renzi!». E Guido Bertolaso, candidato a Roma – che non lo vuole nessuno ma a lui-lui, Bertolaso – dice triste: «Io voto, nonostante tutto». Magari nonostante il ritiro della corsa cui, presto, sarà costretto. Non mancano, ovvio, i leghisti, sempre così impettiti, così tronfi, sicuri. Matteo Salvini gonfia il petto: «Ho esercitato il mio diritto, spero lo facciano in tanti». Invece lo fanno in pochi, ma lui è sempre lì, sempre in mezzo, come il mediano di Ligabue.
E al suo fianco c’è e ci sarà sempre Giorgia Meloni, che ha riscoperto «lu mare, lu vientu, lu sole» delle terre a Sud, oltre che la sua maternità: chissà, forse è la forza della democrazia.
Diritto di voto – e non, la Costituzione ce ne scampi e liberi, di ‘astensione’ (si astengono, non solo sui referendum, ma pure alle elezioni comunali, regionali e politiche milioni di cittadini da settant’anni e mai nessuno che abbia rivolto loro una prece, una domanda) rivendicano non solo i presidenti di Camera (Boldrini) e Senato (Grasso) che, sorridenti e vestiti casual, si fanno fotografare mentre infilano l’urna nella scheda perché, diamine, loro «sono» le Istituzioni, ma pure gli ex premier giudiziosi del centrosinistra alla Letta (Enrico), Prodi (Romano), (Monti era via?) o i mancati premier, alla Bersani (Pier Luigi) che a votare ci vanno eccome, poi dicono che votano ‘No’ e qui l’ambientalista trasalisce, ondeggia, si preoccupa, ma quelli sono di sinistra, sì, ma ‘industrialisti’, e pace e amen.

Infine, ci sono «loro», la sinistra. Variamente intesa: quella interna al Pd («Speranza ha votato a Potenza!» informa lieto e garrulo il comunicato del suo ufficio stampa, e non si capisce se è un auspicio, o una cantilena). Quella esterna al Pd, un po’ triste, un po’ cupa, di Sel-SI e di Stefano Fassina («Forza Roma, forza Lupi, so’ finiti i tempi cupi…»). Quella ‘sempe incazzat’ ma po’ pe’ chi?’ (la citazione è di Pino Daniele) di Fratoianni, De Magistris, Ingroia, Ferrero, etc. etc. etc. E, soprattutto, quella di Michele Emiliano. Il governatore pugliese c’ha creduto, c’ha sperato, di prendere due piccioni con una fava: vincere il referendum del fronte «No-Triv», che ha capeggiato con il coraggio degno di un leone ferito, e mandare a casa Renzi, di cui si proponeva e si propone, nel Pd, come l’alter ego: un alter ego roccioso, pugliese, rotondo, barbuto, tonante. E, invece, niente: lui e tutta la sinistra radical chic, solo radical o anche solo liberal, dovranno aspettare ancora un giro. Stavolta, Renzi ‘non’ va a casa. E, nel frattempo, ecco, riemergere i ‘cacadubbi’ della sinistra «vera». Norma Rangeri, direttora del manifesto, donna raffinata e di gusto, di buone letture e di buona scuola (Rossanda-Pintor) si chiede: «Ma ‘noi’, co’ Lega e M5S, che c’entriamo?». Contraddizioni in seno al popolo della novella Armata Brancaleone.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (httt://www.quotidiano.net)  il 18 aprile 2016.

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2) La poco gioiosa macchina da guerra dei referendari.

Tutti uniti, ma tra mille polemiche, e solo per dire “No” al premier

ROMA –

FORSE sono troppi i referendum su cui chiedere un parere o, meglio, un rotondo, definitivo, «No»: quello contro il ddl Boschi (riforma istituzionale, voto probabile a ottobre 2016) e quello contro l’Italicum (la legge elettorale, voto plausibile non prima del 2017). Ma ci sono, pure, i referendum promossi dalla Cgil: sono ben otto, cinque ‘solo’ sulla riforma della scuola (legge di Renzi) e altri tre sul Jobs Act (legge sempre di Renzi). E così si scopre, nelle more della presentazione della richiesta di raccolta firme avvenuta ieri alla Corte di Cassazione su tutti i quesiti (la somma totale è nove: c’è n’è pure un altro sulle trivelle…), che la Cgil «non appoggia», anche se non lo dice, il «Comitato del No» sull’Italicum e sul ddl Boschi. Perché – spiega un cigiellino – «Susanna Camusso (leader della Cgil, ndr) ad Alfiero Grandi (presidente vicario del Comitato del No, ex esponente della sinistra interna Cgil, ex Pci-Pds-Ds, ndr) – dalla Cgil lo ha fatto fuori ma, ancora oggi, non lo può vedere…». La Cgil, dunque, raccoglierà le firme per i suoi referendum (otto), ma non sugli altri (tre), pur se promossi da tanta bella ex intellighèntzia della sinistra che fu. Tra gli altri Giulia Rodano, figlia di Franco Rodano, inventore del «compromesso storico» e ideologo di Berlinguer, il professor ‘Pancho’ Pardi, ex ‘Girotondi’, l’ex capogruppo del Prc al Senato, Giovanni Russo Spena, molti professori emeriti, ex membri o addirittura presidenti della Consulta, in ogni caso severi studiosi di diritto costituzionale.

MA già la rottura con la Cgil è un guaio in sé: nei tre mesi che ha davanti il comitato del «No» per raccogliere le firme – devono essere formalmente 500 mila, ma se ne raccolgono almeno 700 mila perché poi la Cassazione qualcosina t’invalida sempre – già si è messo di mezzo il 17 aprile (referendum sulle trivelle); poi ci saranno le elezioni amministrative  (5/19 giugno), week-end interi in cui la raccolta firme, per legge, non si può fare. Poi c’è il problema della composizione politica del «Fronte del No»: tanto varia che raccoglie quasi tutto l’arco, costituzionale e non. Si va dalla Lega a Sel, da FI a M5S, dal Prc a Fratelli d’Italia, etc. Grillo, all’inizio di raccoglier le firme non ne voleva sapere («Fate voi, poi noi aderiamo», disse ai promulgatori) ma poi, morto Casaleggio, ha cambiato idea. E così quando, oggi, i parlamentari del «Fronte del No» si presenteranno in Cassazione per presentare le loro, di firme, ma solo sul referendum «anti» ddl Boschi, l’M5S vuole «uno dei nostri» (sarà Danilo Toninelli, esperto della materia) a mettere la prima firma sulla richiesta, necessitata, sempre per legge, di un quinto di parlamentari. L’altra firma sarà di un azzurro, Renato Brunetta che, essendo Brunetta, vuole fare un comitato del «No» tutto suo, coi suoi nomi (si parla del professor Francesco Saverio Marini, figlio di Annibale, a sua volta ex presidente della Consulta). E qui, invece, sono stati i ‘professoroni’ di sinistra (c’è pure Stefano Rodotà) a tirare un bel sospiro di sollievo. Ma pure Mario Mauro – ex ministro, ex montiano, ex Popolare per l’Italia, rimasto orfano di altri Popolari ma non della voglia di combattere e, potendo, morire combattendo – vuol fondare i «Popolari del No». Morale, un vero caos. Senza dire che, sul fronte dei media – sospirano dal manifesto, giornale ‘comunista’, ancora, sempre in bilico di sopravvivenza, ma dove sono assai generosi, di default – «quelli del Fatto quotidiano hanno deciso che saranno loro, e solo loro, ‘il’ giornale del “Fronte del No”». Come a dire: a noi ci tocca restare in seconda fila, ma siamo uomini di mondo, l’importante è battere Renzi e il Pd.

INFINE, hanno fatto un po’ di confusione pure i costituzionalisti. Lana caprina, si dirà, ma «consustanziale» alla medesima riforma della medesima Costituzione. «Meglio proporre quesiti diversi sul referendum Boschi!», avrebbe detto il professor Alessandro Pace, che poi del «Comitato del No» è il presidente. «Meglio un solo quesito, per far cadere subito Renzi!», gli avrebbe risposto Gustavo Zagrebelski, che del Comitato pure è presidente, ma ‘emerito’, manco stessimo parlando di ex presidenti della Repubblica… Dissidi, diverbi, gelosie, ritrosie, ire (funeste) e dubbi (amletici). L’«Armata Brancaleone» che si oppone oggi a Renzi e, domani, vuole scalzarlo da palazzo Chigi (quando? subito, subitissimo), inizia il suo percorso in modo confuso. Come si diceva un tempo, «contraddizioni in seno al popolo», il Popolo del ‘No’. E resta la domanda: tanti ‘No’ potranno mai fare un ‘Sì’?

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 19 aprile 2016 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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3) Preghiere e digiuni per il “Sì”. Tutto inutile, stavolta.

Anche la Chiesa e i vescovi hanno perso il referendum….

ROMA –
HANNO pregato, tanto. Hanno manifestato, il giusto. Hanno digiunato anche, seppur moderatamente. La Chiesa cattolica si è schierata per il «Sì», al referendum anti-trivelle (un «Sì» che, appunto, voleva dire «No» e già questo confonde il buon cristiano cui il Signore diceva «il tuo sia Sì, sì; No, no»), ma ha perso. Uno smacco che, nel giorno del post-voto, con quelle percentuali di astensione così alte, così tristi, per un cattolico «formato» e «informato», come si dice, pesa. Sabato 2 aprile, la mobilitazione dei cattolici «No-Triv» si era raccolta, con una forma di protesta civile e sommessa, si capisce, fin sotto le finestre del Papa, in piazza San Pietro. Ottanta diocesi ottanta avevano cercato di «attirare l’attenzione» dei media e della politica: preghiera e digiuno, digiuno e preghiera. Niente, non è bastato. Eppure, la protesta contro le trivelle e per il «Sì» al referendum aveva sponsor illustri, nella Chiesa e in Cei. Si parte dal Papa medesimo, Papa Francesco, uno che sull’ambiente e il rispetto della Natura, oltre che dell’Uomo, ci ha scritto pure una (bella) Enciclica, Laudato sì.

Si passa per Avvenire, il giornale dei vescovi italiani: sempre così attento a quieta non movere, nei confronti della politica dei governi, si è schierato, e attivamente, sul «Sì».
Si sono mosse, e mobilitate, e tanto, non solo associazioni cattoliche storicamente «catto-progressiste» – le Acli, la Fuci, i padri comboniani di padre Alex Zanotelli, uno che i movimenti per l’Acqua (Pubblica), la Terra (di Tutti) e contro le Ricchezze e l’Egoismo (dei Pochi) li ha benedetti tutti – ma movimenti «catto-moderati» come il Movimento cristiano lavoratori di Carlo Costalli. «La Chiesa è un corpo grande», dice Marco Tarquinio, direttore di Avvenire: «Soprattutto dalle Chiese del Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia, ndr) il segnale è resistere a pratiche che non rispettano natura e territori».
Ecco, le Chiese del Sud. Posizioni forti, chiare, nette, quelle espresse dalle comunità e dai loro vescovi. Vescovi, si sa, «in prima fila». «La Chiesa non è sorda e muta», ammoniva il vescovo di Catanzaro, Vincenzo Bertolone. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, che ancora ieri invocava un nuovo modello di sviluppo, dettava alle agenzie: «La nostra azione pastorale comporta il bene della persona. Quindi della vita, quindi del territorio» (sillogismo, forse poco ‘aristotelico’). Il vescovo di Campobasso, già vescovo della Locride, Giancarlo Bregantini, ha pregato e digiunato con quel suo phisyque du role così imponente, così austero.

Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e di Pantelleria, l’ha messa sul glocal: «Il Mediterraneo è un mare chiuso, così morirebbe per sempre». Certo, il vescovo di Ravenna, Lorenzo Ghisleri, ha detto, secco: «Non intendo esprimermi», ma a Ravenna erano in gioco migliaia di posti di lavoro, e non era il caso. Vero è che la Cei, di cui il cardinal Angelo Bagnasco di Genova è ancora il primus inter pares, sta cambiando pelle. La «rivoluzione» di papa Francesco dilaga: travolte Bologna e Palermo, sta per tracimare a Milano e Roma, poi toccherà a Bagnasco andare in pensione. E così pure lui, ieri, ammoniva: «La politica deve dirigere le energie di tutti i cittadini verso il bene comune, ma non in forma meccanica o dispotica, bensì come forza morale alla luce di libertà e coscienza». Del resto, monsignor Nunzio Galantino, che della Cei è il segretario, ma fidato uomo del Papa, aveva sì chiesto «luoghi di confronto», ma il suo richiamo all’Enciclica papale Laudato Sì era chiaro. Il buon cattolico non poteva far finta di non capire, ecco. Il guaio è che il cattolico, buono o meno che sia, stavolta proprio non ha capito.

NB. Questo articolo è stato pubblicato giovedì 19 aprile 2016 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Senato, 180 sì alla riforma, ma Renzi ha la maggioranza solo con i voti di Verdini (più una recensione al libro di Ceccanti sulla transizione costituzionale italiana)

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo
ROMA

  1. Il Senato dice 180 volte sì alla sua abolizione e Renzi sfida tutti sul referendum. Larga maggioranza sulle riforme ma solo grazie ai voti di Verdini, determinanti.
  2. «QUESTA è una giornata storica e voi (senatori, ndr.) avete deciso di scrivere la storia. Il Paese vi deve una gratitudine istituzionale».
    Il premier è tonico, gagliardo, sfodera sorrisi (e pure i sorrisetti) delle grandi occasioni e, invece della solita toccata&fuga, si presenta al Senato che sta per abolire per sempre due volte: per il discorso dai banchi del governo e il voto finale, piombando a sorpresa nell’Aula.
    Certo, nel suo discorso, Renzi non rinuncia a sfotticchiare, togliersi sassolini dalle scarpe, sfidare «gufi e rosiconi», sulle riforme e non solo. Del resto, si tratta del «giorno in cui nessuno credeva che saremmo arrivati», dice il premier riprendendo il suo primo discorso del febbraio 2014 al Senato, quando esordì con la prima delle sue provocazioni: «Voglio essere l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest’Aula». «Una provocazione oggi diventata realtà» ricorda soddisfatto. Ringrazia Giorgio Napolitano: «Senza il suo discorso dell’aprile 2013 non ci sarebbe questa riforma e non sarebbe in piedi questa legislatura», dice (dimenticandosi di aggiungere solo «e neppure il mio governo»).

    RENZI sostiene di «rispettare pesi e contrappesi della Costituzione, con questa riforma», cita Weber, ma il punto focale è il cruciale referendum istituzionale che si terrà a ottobre, rispetto al quale – dice scandendo le parole – «in caso di sconfitta ne trarrò le conferenze». Concetto già ribadito («se perdo mi dimetto»), ma fa sempre effetto. L’opposizione applaude e ride? Renzi ribatte («Sarà bello vedere il giorno dopo la vittoria le stesse facce gaudenti») e sfida i tanti «comitati per il No» presenti in Aula (grillini, centrodestra, sinistra): «Andiamo a vedere da che parte sta il popolo su questa riforma! Se i cittadini la pensano come chi urla o chi scommette sull’Italia!».
    Ma se la riforma Boschi è «la madre di tutte le riforme» e il referendum una sorta di elezione politica camuffata, i problemi, per il governo e la maggioranza, almeno finché il Senato sarà in vita e concede la fiducia, restano in piedi.
    Anche nel voto di ieri, per dire, il bicchiere lo si può vedere mezzo pieno o mezzo vuoto. Pieno se si contano i 180 «sì» alla riforma, ben oltre i 161 voti del plenum (maggioranza assoluta) dell’Aula, che ieri era richiesto. Vuoto se si fanno meglio i conti: senza i 17 voti dei verdiniani (gruppo Ala), cui ieri si sono aggiunti le tre senatrici del mini-gruppo «Fare», legate al sindaco di Verona Flavio Tosi, e due senatori di Forza Italia (Riccardo Villari e Bernabò Bocca), la maggioranza (Pd+Sc+Ncd), al Senato, alla fatidica soglia di 161 voti proprio non ci arriva: 181 meno 22, infatti, fa un modesto 158 voti.
    E questi numeri tengono dentro il Pd, come dentro la maggioranza, l’intera pattuglia degli (ex?) 26 senatori della minoranza dem, la cui «ribellione» era rientrata quest’estate in cambio dell’introduzione di una forma di elettività «semi-diretta» dei futuri senatori. La questione, sembrava risolta, ma ieri la minoranza dem ha battuto un nuovo, sinistro, colpo, presentando un ddl che, nero su bianco, recita «Norme per l’elezione del Senato». I primi firmatari (Fornaro, Pegorer, Gatti, Corsini) non si fidano di Renzi: chiedono l’elezione diretta dei 74 senatori che sono anche consiglieri regionali per legge ordinaria, ben sapendo che ci vuol tempo, almeno due anni, per averla. «Altrimenti – spiega Fornaro – il nostro sì al referendum non sarà scontato come il nostro sì al ddl». Traduzione: potremmo associarci anche noi ai tanti comitati per il No, magari a quelli di Sel&co. Provando a far male al premier fino al punto di farlo cadere. A quel punto l’abolizione del Senato sarebbe stata solo una vittoria di Pirro.

2) “Siamo nani sulle spalle di giganti”. Dai Padri Costituenti alla Terza Repubblica. Un libro del professor Stefano Ceccanti sulla lunga transizione italiana “quasi finita”. 

EMC – ROMA
COSA lega la riforma istituzionale che le Camere stanno per approvare (ieri l’ultimo voto del Senato) e persino la nuova legge elettorale (Italicum) al dibattito dell’Assemblea costituente del 1946-’47? Per il professore di Diritto Pubblico Comparato alla Sapienza di Roma, nonché brillante costituzionalista, Stefano Ceccanti il fil rouge è netto, forte, evidente: ci dice che, finalmente, «la lunga transizione italiana è finita». E così s’intitola il suo ultimo libro: La transizione è (quasi) finita (Giappichelli editore), libro dal sottotitolo ancor più programmatico: Come risolvere nel 2016 problemi aperti 70 anni prima.

PRIMA di entrare nel merito del testo – fondamentale anche come vademecum verso il referendum costituzionale che si terrà a ottobre – conviene dire qualcosa sull’autore. Cattolico democratico formatosi nell’ambiente della Fuci, referendario entusiasta nei primi anni Novanta, cristiano-sociale e poi liberal cattolico nel crogiuolo politico che ha visto nascere prima il Pds-Ds e, poi il Pd veltroniano ieri e, oggi, renziano, Ceccanti ha servito le istituzioni come senatore del Pd, membro della commissione dei Saggi di Napolitano, consulente di diversi ministri e ministeri: un vero civil servant, uomo di parte che, con genio e verve, prende «parte», come nel caso del suo convinto «sì» alla riforma del Senato e del Titolo V voluta dal governo Renzi e del relativo referendum, ma si fa forte di testi, citazioni, paragoni.
E qui, appunto, veniamo al libro. Ceccanti, prima ancora di raccontare, con linguaggio chiaro e diretto, i cambiamenti costituzionali e le trasformazioni del nostro bicameralismo, cita due autori cult, faro di ogni buon costituzionalista. Il padre del costituzionalismo italiano, Costantino Mortati, e il padre della politologia europea, il francese Maurice Duverger. Entrambi vengono usati da Ceccanti per supportarne la tesi di fondo: anche i migliori costituzionalisti di ieri avallerebbero le riforme di oggi fatte dal governo Renzi.

DI MORTATI, messo ad exergo del libro, viene ricordata la triste profezia: come relatore del progetto della prima parte della Costituzione, chiese inutilmente «un Senato eletto su base regionale» per evitare «inutili doppioni» con la Camera. Duverger viene citato per imbastire il paragone tra le due esperienze più note e decisive di transizione di forme di governo democratiche dell’Europa: la Francia dalla IV alla V Repubblica e l’Italia, dalla «transizione infinita» degli anni ’90 alle riforme attuali.

CECCANTI, pur ammettendo che «siamo nani sulle spalle di giganti», è rassicurante sul paragone: «il referendum costituzionale del 2016 chiude la lunga transizione italiana poggia sulle spalle dei giganti del 1946, in continuità con le intenzioni originali dei costituenti». Si tratterebbe di un fatto storico e assai positivo: vedere la trasformazione dell’Italia di oggi, come la Francia di De Gaulle di ieri, «dall’Europa dell’impotenza all’Europa della decisione».
E si tratterebbe anche di un caso di applicazione della cd. «democrazia immediata» cara a Duverger: dalla crisi della Repubblica dei partiti», superata, finora, solo per via di sempre nuove leggi elettorali, ecco riforme istituzionali vere, «di struttura». Alla faccia dei sostenitori del «No», che gridano al «golpe», per Ceccanti, il filo rosso che unisce i saggi riformatori di ieri a quelli smart di oggi c’è e si vede.

NB. Entrambi gli articoli sono stati pubblicati il 21 gennaio 2016 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale

Riforme ‘for dummies’. Domande (e risposte) sul ddl Boschi: iter, tappe, tempi…

L'aula di Montecitorio vista dall'internoLe riforme istituzionali sono a buon punto, se non a un vero punto di svolta. Tra il voto di lunedì scorso, 11 gennaio, della Camera (il primo ‘sì’ definitivo, cioè la prima ‘vera’ prima lettura) e quello del 18-19 gennaio al Senato (il secondo ‘sì’ definitivo del Senato, cioè la seconda ‘vera’ seconda lettura – TRA POCO SPIEGHEREMO TALI OSSIMORI…), mancherà un solo passaggio (la seconda ‘vera’ seconda lettura della Camera, l’11 aprile) per dichiarare concluso il percorso delle riforme, noto anche come ‘ddl Boschi’, dal nome del ministro proponente, Maria Elena Boschi, ministro alle Riforme nel I governo Renzi. Dopo, non resterà che attendere l’esito del referendum confermativo, previsto a ottobre. Ma restano, sul tappeto, nodi, dubbi, criticità e soprattutto domande, su queste riforme. Cerchiamo, nel modo più semplice e comprensibile possibile, di spiegarne i principali. Ricordando, prima, due cose. La prima sono i tempi:  mancano solo due passaggi veri (il 18 19 gennaio il voto del Senato, già giunto alla sua definitiva seconda lettura, quella finale, e l’11 aprile 2016 il voto della Camera, quando arriverà la sua definitiva seconda lettura). La seconda sono i contenuti: come sarà il nuovo Senato, un po’ perché leggibile dappertutto, un po’ per non appesantire il lettore, un po’ perché ce ne riserviamo in altra occasione, e come sarà modificata la II parte della Costituzione lo rimandiamo ad altra sede di analisi. Ps. In questa sede è evitato per scelta ogni giudizio di merito sul testo e i contenuti della riforma.

Cinque domande di base o ‘for dummies’. 

  1. Com’è la nostra Costituzione? “Rigida”.

Le costituzioni possono essere ‘rigide’ o ‘flessibili’. Quelle ‘flessibili‘ possono essere modificate attraverso la normale attività legislativa. Tali costituzioni sono tipiche dell’800 e generalmente erano concesse (ottriate) dal sovrano assoluto (come lo Statuto albertino del 1848). Quelle ‘rigide‘ sono modificabili solo attraverso un procedimento aggravato: richiede cioè una maggioranza più ampia rispetto al procedimento ordinario. Vi è, di solito, anche un organo chiamato a sindacare l’eventuale violazione della Costituzione da parte del legislatore ordinario ( la nostra Corte costituzionale). Tali costituzioni sono tipiche del’ 900 e sono garantite da meccanismi che impediscono che siano adottate leggi contrarie ai loro principi. Sono perlopiù costituzioni lunghe (quelle ‘flessibili’ erano brevi).

2. Come si modifica la Costituzione? Chiamando il ‘138’…

L’iter da seguire, in Italia, per poter effettuare ogni qualsivoglia revisione costituzionale (anche di un solo comma o articolo, figurarsi di parti intere della Carta costituzionali, detti ‘Titoli’: per dire, il Titolo V è quello sul federalismo) è disciplinato dall’art. 138 della Costituzione – Il disegno di legge costituzionale in questione deve, cioè, essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali (prima lettura definitiva Camera – seconda lettura definitiva Camera, Prima Senato – Seconda Senato) devono intercorrere almeno tre mesi che il Costituente volle come pausa di riflessione. Una procedura di revisione costituzionale, quella prevista dall’art. 138 della Costituzione, che i padri Costituenti (cattolici, comunisti, socialisti, azionisti, liberali, etc.) vollero fosse proprio così, e cioè ‘rafforzato’ (due deliberazioni diverse per ognuna delle due Camere, la prima a maggioranza semplice, la seconda a maggioranza assoluta, possibilità di chiedere e indire un referendum confermativo sul testo della riforma medesima) perché timorosi di nuove derive fasciste, golpiste o comunque dittatoriali o reazionarie, anche se la procedura di revisione costituzionale allora (1948) messa in vigore si basava su un sistema elettorale proporzionale puro o semi-puro e non immaginava potesse a esso subentrare un sistema maggioritario o proporzionale con premio di maggioranza (Mattarellum il primo, Porcellum il secondo) o immaginare un maggioritario a doppio turno con soglia di sbarramento (Italicum) che falsa, a favore dei partiti o del partito che vincono/vince la contesa elettorale, la rappresentanza, per garantire governabilità, ma penalizzando fortemente le minoranze/opposizioni che sono sottorappresentate. 

3. Com’è il bicameralismo? ‘Perfetto’ o ‘paritario’.

Le differenze tra la prima e la seconda votazione ‘definitiva’ di ognuna delle due Camere si possono riassumere in tre, sostanzialmente. Ma prima va fatta una fondamentale premessa: fino a quando una Camera non ha approvato in modo identico all’altro il testo di una legge, ordinaria o costituzionale che sia, quel testo non si può intendere approvato. E’ il cd. principio del ‘bicameralismo perfetto‘: ogni legge (ordinaria o costituzionale) va approvata in modo identico da ognuna delle due Camere che continuano a votare, dando vita alla ‘navetta‘ tra una Camera e l’altra, fino a che non si ottiene un testo identico: viene pure detto principio della ‘doppia lettura conforme’. Di solito, per le leggi ordinarie, non è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti l’Assemblea, basta la semplice.

I) Devono intercorrere tre mesi di pausa di riflessione, tra un voto e l’altro di ognuna delle due Camere dopo che ognuna di esse ha effettuato la sua prima, e definitiva, lettura, prima di poter effettuare, sempre in ognuna delle due Camere, la seconda definitiva lettura; ergo, il primo passaggio (prima lettura Camera – prima lettura Senato) è un passaggio in cui il testo si può cambiare, limare, modificare, sostituire, cambiare. Nel secondo passaggio (seconda lettura Camera – seconda lettura Senato) il testo è immodificabile. Morale: tre mesi di ‘pausa di riflessione’ servono a far maturare (in teoria…) nei parlamentari il senso del passaggio epocale, per una legge di rango costituzionale: riflettere, e solo dopo votare.

II) Mentre nell’ambito della ‘prima’ lettura di ognuna delle due Camere il testo può essere modificato ad libitum (cioè, volendo, all’infinito…), secondo il metodo della ‘navetta‘ tra le due Camere e in base al già citato meccanismo del ‘bicameralismo perfetto’, nell’ambito della ‘seconda’, definitiva, lettura, il testo in questione (in questo caso SOLO della legge costituzionale, NON anche delle leggi ordinarie) va votato e approvato (o bocciato, ovvio, in qual caso l’iter riparte da capo, cioè da zero) nel suo complesso, un prendere o lasciare che non permette più possibilità di modifiche né, tantomeno, di ‘navette’ parlamentari. Morale: quello che è stato votato nella prima lettura di ognuna delle due Camere (e magari oggetto di scambi tra o dentro i partiti) è passato, il resto resterà così com’è. 

III) A differenza della ‘prima’ lettura, dove è possibile e lecito approvare una riforma dell’intera Costituzione (articolo per articolo, parte per parte o interamente) a maggioranza semplice (basta, cioè, un voto in più della maggioranza sulla minoranza, senza quorum dei presenti in aula, eccezion fatta per il numero legale, come in ogni seduta ‘normale’) di ognuna delle due Camere, nella ‘seconda’ e definitiva lettura, il testo di riforma va votato e approvato a maggioranza assoluta dei membri di ognuna delle due Camere (vuol dire: 161 voti, quorum per il Senato, e 316 voti, quorum per la Camera). Morale: ove il testo non venga approvato a maggioranza assoluta, si intende respinto. 

4) Com’è la tempistica delle ‘navette’? Complicata. 

Traduzione (e tempistica) pratica (E QUI BISOGNA FARE ATTENZIONE): Il Senato ha votato per la prima volta il ddl Boschi l’8 agosto 2014 (primo step della prima lettura), la Camera ha votato il testo, ma lo ha modificato, per la prima volta, il 10 marzo 2015 (secondo step). E’ partita la ‘navetta’. Il Senato ha dovuto riprendere in mano il testo, cambiato dalla Camera, e lo ha ri-modificato il 13 ottobre 2015 (terzo step della prima lettura), la Camera lo ha ri-ri-modificato lo scorso 11 gennaio 2016 (quarto step), ma senza toccare nulla. Ergo: tra tre mesi (l’11 aprile 2016) la Camera potrà effettuare la sua vera ‘seconda’ lettura con un voto che, a maggioranza assoluta dei membri, sarà appunto un voto complessivo, senza possibilità di modificare più il testo. Invece, il Senato potrà entro pochi giorni, il 18-19 gennaio 2015, votare e licenziare in via definitiva la riforma, arrivando e votando, cioè, la sua ‘seconda’, definitiva, lettura perché né la Camera né, tantomeno, il Senato ha più modificato il testo. Testo che il Senato approverà, dunque, in via definitiva e finale, sempre che, ovviamente, voti sì a maggioranza assoluta (161). 

5) Com’è il referendum? ‘Confermativo’. 

In Italia conosciamo, di solito, il referendum ‘abrogativo’, che può essere richiesto da un tot di cittadini (500 mila), sulla base di un numero di firme vidimate in corte di Cassazione e di quesiti che poi devono avere il nulla osta di conformità dalla corte Costituzionale. Esiste, però, sia pure poco usato (mai nella Prima Repubblica, due volte già nella Seconda), anche il referendum confermativo che riguarda, appunto, le leggi di natura costituzionale.

I) Se una legge costituzionale, dopo aver seguito l’iter indicato in precedenza, viene votata e approvata con i due terzi dei componenti di ognuna delle due assemblee legislative e nessuno soggetto indicato in Costituzione chiede il referendum, la legge passa all’esame del Capo dello Stato per la promulgazione e la relativa pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Il tutto avviene entro un mese dal voto finale dell’ultima delle due Camere: ciò vuol dire che, senza referendum, a partire dal 11 aprile 2016 entro  l’11 maggio sarebbe approvata.

II) Se invece la deliberazione finale, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non avviene a maggioranza di due terzi dei suoi componenti, ma a semplice maggioranza assoluta (maggioranza comunque indispensabile perché la legge abbia validità) può essere richiesto un referendum confermativo da parte di alcuni soggetti specifici, istituzionali e non. Il referendum può essere richiesto e proposto da un quinto dei membri di almeno un quinto dei componenti di una delle due Camere, oppure da cinque consigli regionali oppure da 500 mila elettori o da tutti e tre. Morale: l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso.

III) Quando l’iter della riforma istituzionale sarà completato definitivamente (ricordiamolo ancora una volta: l’11 aprile 2016 si terrà la seconda lettura-voto finale della Camera dei Deputati, mentre voto finale del Senato si terrà a breve, il 18 gennaio 2016, il che vuol dire che al Senato l’iter si è quasi del tutto completato, alla Camera lo sarà entro aprile), si scoprirà l’ormai non più tale novità: OLTRE ALLE OPPOSIZIONI, CUI E’ RICONOSCIUTO PER COSTITUZIONE TALE DIRITTO, ANCHE LA MAGGIORANZA – CON PROCEDURA DEL TUTTO INNOVATIVA E, IN PARTE, COSTITUZIONALMENTE ANOMALA – ADIRA’ LA VIA REFERENDARIA, tenendo comunque il quorum (anche se avesse i 2/3 dei voti, il che, peraltro, almeno al Senato è matematicamente impossibile) più basso del necessario, proprio per poter andare a referendum. Referendum che si terrà a ottobre del 2016 (forse il 2 ottobre) e che – va ricordato e sottolineato – non abbisogna di quorum (metà più uno dei votanti) come nel caso del referendum abrogativo, introdotto nel 1970, basterà, per decidere se vincerà il ‘sì’ (alla riforma) o il ‘no’ il 50% dei voti validi. Morale: non importa in quanti andranno a votare, ma chi voterà deciderà le sorti future della nostra Costituzione. A quel punto, entro un mese, il presidente della Repubblica promulgherà la riforma costituzionale e la legge sarà pubblicata in Gazzetta ufficiale. Per motivi ‘tecnici’, invece, dall’ultima approvazione della riforma (aprile 2016), il referendum non si potrà tenere prima del mese di ottobre. Entro novembre 2016, però, la legge di riforma istituzionale diventerà, se vinceranno i ‘sì’, legge della Repubblica. Cambiando, per la prima volta in maniera così sostanziale, la nostra Costituzione. 

Post scriptum. In ogni caso, nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito” Accesissimi dibattiti sono ancora aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”: è sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti.

NB. Questo articolo è scritto in versione originale per il blog di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net/ettorecolombo