NEW!!! Il “Dizionario della crisi”: episodi, termini, parole utili per spiegare l’attuale crisi di governo alla luce dei precedenti costituzionali e della storia repubblicana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una premessa. La crisi politica e istituzionale scivola via temo, negli interessi degli italiani, in un click su un sito di notizie, appena sbirciata e ancor meno o poco compresa. I 25 lettori di questo blog hanno, almeno così spero, voglia di capirne qualcosa in più, perché di politica qualcosa sanno, ma un po’ si perdono, nella marea di tecnicismi e formalismi, riti e convenzioni, richiami storici e allocuzioni gergali (il famoso tecnicismo della Politica, appunto). Ecco, è a loro che mi rivolgo principalmente, oggi e in futuro, con una serie di articoli, scritti in forma originale per questo blog, nella speranza di diradare la nebbia.

Le domande ricorrenti.
Consultazioni? Pre-incarico? Incarico esplorativo? Governo di tregua, di scopo, di responsabilità nazionale o di decantazione? Governo tecnico o politico? Disbrigo degli affari correnti? Larghe o piccole intese? Patto della staffetta? Compromesso storico o solidarietà nazionale? Appoggio esterno? Ministri di area? Piena dignità? Contratto alla tedesca? Def? Commissioni speciali? Due vincitori o due forni? Governo gialloverde o giallorosso? Fiducia? Maggioranza assoluta, semplice o qualificata? E’ arrivato il momento di fare ordine. Ecco, dunque, un piccolo ‘Dizionario’ della Crisi di governo che, se avrà successo, verrà replicato su altri argomenti in futuro.

Ps. mi sono avvalso di diverse ricerche di archivio, articoli di giornale e diversi libri di storia. Ringrazio il professor Stefano Ceccanti per la sua consulenza professionale.

Il palazzo del Torrino

Il Torrino, il punto più alto del Quirinale

 

Un piccolo Dizionario della crisi, voce per voce

(L’elenco è, per quanto possibile, rigorosamente alfabetico).

Calendario (delle consultazioni). Il Quirinale diffonde, in modo formale, ogni volta il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, cioè un nuovo ‘giro’, cambiano i giorni sul calendario, ma non l’ordine di apparizione dei vari gruppi parlamentari e partiti consultati. Così, anche se nel secondo giro di consultazioni il centrodestra si è presentato unito (Lega-FI-FdI) e, tecnicamente, avendo dalla sua più parlamentari dei 5Stelle, il Capo dello Stato ha ricevuto in ogni caso il centrodestra come penultimo gruppo, nella stessa posizione della Lega, continuando a ricevere come ultimo il gruppo di M5S. Nel periodo in esame, le consultazioni al Quirinale sono iniziate il 3 e 4 aprile (primo ‘giro’, si usa dire), il secondo giro di consultazioni è stato il 12 e il 13 aprile. Poi Mattarella ha affidato due mandati esplorativi, il primo alla presidente del Senato, Casellati, che ha esplorato la possibilità di un’intesa tra M5S e centrodestra il 18-20 aprile (senza successo), e il secondo al presidente della Camera Fico, che ha esplorato la possibilità di un accordo tra M5S e Pd tra il 23 e il 26 aprile, si vedrà se infruttuoso.

Consultazioni. Si tengono al Quirinale (vedi alla voce), presso lo studio della Vetrata, ogni volta che bisogna formare un governo. Quindi, si procede a consultazioni ogni volta che un governo, formatosi in precedenza, cade e si dimette, nel corso di una legislatura (vedi alla voce). Si tengono, invece, le consultazioni sempre a ogni apertura di legislatura, come in questo caso, perché ogni volta che il popolo italiano vota alle elezioni politiche vuol dire che una legislatura repubblicana (quella appena eletta è la XVIII a partire dal 18 aprile 1948, la I) è terminata e un’altra si è insediata. E dato che il rapporto tra governo e Parlamento (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) è fiduciario (il primo non può stare in piedi, e lavorare, senza la ‘fiducia’ del secondo che avviene tramite un voto in Parlamento: vedi alla voce ‘fiducia’), ogni qual volta che si vota e si apre una nuova legislatura, il governo precedente – sia che sia dimissionario sia che sia nel pieno delle sue funzioni – si deve dimettere: resta in carica, in realtà, questo governo, per “il disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce).

A quel punto, si aprono le consultazioni. Le coordina il Capo dello Stato secondo un rituale antico e consolidato (la cd. prassi) ma senza alcuna regola scritta. Infatti, l’art. 92 della Costituzione si limita ad affidare al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio e, su parere di questo, i ministri. Poche parole, semplici e chiare, ma fin troppo stringate. Delle consultazioni e di come regolarle non dice nulla. Dalla nascita della Costituzione repubblicana (1948) in poi, tutti i Presidenti della Repubblica (il primo, nel 1946-’48, fu provvisorio e si chiamava Enrico De Nicola, il primo effettivo fu, a partire dal 1948, Luigi Einaudi) si sono avvalsi, perciò, di quella che, in gergo, si chiama prassi costituzionale. Insomma, niente più che delle consuetudini e degli usi che, però, come nel Diritto privato, anche nel Diritto pubblico e costituzionale, una volta che si stratificano e vengono recepiti diventano, di fatto, legge o in ogni caso abitudini e prassi dal valore e rango di legge. E, appunto, la prassi che è diventata abitudine, nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i due presidenti delle Camere e, se è in vita, il presidente ‘emerito’ della Repubblica. Si tratta dell’ex Capo della Stato, se vivente. Da notare che, a partire dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, avvenuta nel 2015 dopo il suo primo mandato (2008-2015) e nonostante le sue dimissioni anticipate nel 2017, si tratta dell’unico ex Capo di Stato eletto due volte. Dopo aver ascoltato le cosiddette “alte cariche istituzionali” citate, il Presidente della Repubblica passa all’ascolto di tutti i gruppi parlamentari e dei loro rappresentanti (i capigruppo) che si sono formati nel nuovo Parlamento all’atto dell’apertura delle nuove Camere e dell’elezione dei loro presidenti e dei relativi uffici di Presidenza (vedi alla voce “Legislatura”).

La salita al Colle dei diversi gruppi parlamentari prevede, alla fine del colloquio con il Capo dello Stato nel suo ufficio, delle brevi considerazioni, davanti alla Stampa, nello studio alla Vetrata del Quirinale, di ognuno dei gruppi parlamentari tramite un loro portavoce o più d’uno. Le consultazioni da parte del Presidente avvengono con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande, secondo la consistenza numerica dei gruppi. Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera o nell’altra.

Gruppi parlamentari. Si costituiscono appena nasce la legislatura e si formano sulla base dei risultati alle elezioni e secondo i simboli che in esse sono stati presentati. Ma dato che ogni parlamentare viene eletto “senza vincolo di mandato” (vuol dire che il parlamentare risponde solo alla propria coscienza e può votare in dissenso dal suo gruppo o partito di appartenenza) possono cambiare composizione, consistenza e numero a seconda delle evoluzioni del quadro politico. Sempre in base alla stessa regola si possono formare nuovi gruppi, con nuovi simboli, nel corso della legislatura. Questo diritto ha dato però vita, da tempi peraltro assai lontani, quelli del Parlamento sabaudo, pre-repubblicano, al cd. “trasformismo parlamentare(vedi alla voce), cioè alla trasmigrazione da un gruppo all’altro. Per ovviare a tale pratica, assai diffusa in ogni legislatura, il Senato ha approvato, nello scorcio dell’ultima legislatura (2017), un nuovo Regolamento che non permette più la costituzione di gruppi che non si sono presentati con un proprio simbolo alle elezioni. I senatori che vogliono cambiare gruppo parlamentare e politico di appartenenza possono solo iscriversi al gruppo Misto. Inoltre, sempre al Senato, i gruppi devono avere un minimo di dieci senatori iscritti, con la sola eccezione del gruppo Autonomie che tutela le minoranze linguistiche. La Camera dei Deputati, però, non ha approvato un Regolamento simile, quindi al suo interno si possono ancora costituire gruppi non corrispondenti a simboli presentati alle elezioni. Alla Camera il numero minimo per costituire un gruppo è fissato a venti deputati, i deputati singoli che non si riconoscono in nessuna componente si possono iscrivere al gruppo Misto e formare, al suo interno, delle sotto-componenti politiche. Il gruppo di LeU, pur restando sotto la soglia dei 20 deputati, ha ottenuto la deroga per costituirsi in gruppo autonomo proprio perché si tratta di un simbolo presente alle elezioni.

Ogni gruppo elegge un proprio capogruppo che ne guida i lavori e partecipa ai lavori dell’ufficio di Presidenza di ogni Camera e, in particolare, alla conferenza dei Capigruppo che stabilisce, d’intesa con il Presidente di ogni Camera, l’ordine dei lavori in Aula.

Nella XVIII legislatura la consistenza dei gruppi è questa.

  • Gruppo Autonomie, presente solo al Senato (otto senatori). Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp). Ne fanno parte, tra gli altri, Napolitano (che sala al Colle in qualità di presidente emerito), l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo può costituirsi anche se “sotto soglia” (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta e tutela le minoranze linguistiche.
  • Gruppo Misto del Senato (12 senatori): è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Mario Monti e Liliana Segre).
  • Gruppo Misto della Camera (21 deputati): è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU), deve ancora eleggere il suo nuovo capogruppo: comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 3 di Noi con l’Italia (erano 4, ma Enrico Costa si è iscritto a FI); 5 ex M5S.
  • Gruppo di Leu alla Camera (14 deputati): Leu il 10 aprile ha ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo: pur sotto la soglia di 20 deputati hanno ottenuto la deroga in quanto simbolo presentato alle elezioni. Leu ha eletto come presidente del gruppo Federico Fornaro.
    5) Fratelli d’Italia (50 parlamentari). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato).
    6) Pd (163 parlamentari): il Pd conta su 111 deputati e 52 senatori, i due capigruppo sono Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Salgono al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, il deputato Matteo Orfini. Non c’è il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi che non ha più cariche ufficiali nel Pd.
  • Forza Italia (165 parlamentari). I capigruppo di FI sono Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera e rappresentano 105 deputati (l’ultimo in ordine temporale è Enrico Costa) e 61 senatori. Il presidente di FI, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai suoi capigruppo. I 4 eletti di Noi con l’Italia al Senato si sono iscritti al gruppo di FI, alla Camera siedono nel Misto.
  • Lega (183 parlamentari): conta su 125 deputati e 58 senatori. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, va al Colle con i capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera).
  • M5S (331 parlamentari): conta su 222 deputati e 109 senatori. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) salgono al Colle accompagnati dal deputato Luigi Di Maio.
  • I presidenti di Camera (Fico) e Senato (Casellati) salgono al Colle in modo autonomo, in rappresentanza della seconda (il presidente del Senato) e terza (il presidente della Camera) autorità dello Stato. L’elezione dei Presidenti delle due Camere è il primo atto di ogni Parlamento a ogni inizio di legislatura.

Commissione dei saggi. Nel 2013 l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano nominò, per ovviare all’inconveniente causato dal protrarsi di consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima (una alla Camera e una al Senato) per scrivere il Def (vedi alla voce) e una seconda, ancora più ‘speciale’, di 40 membri, presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello, per approntare la riforma della Costituzione. Forti furono i dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una Bicamerale per la riforma della Costituzione senza le procedure per istituirla.

Def. In teoria entro il 10 aprile, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica, vedi alla voce) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio sulla trasmissione del Def a Bruxelles, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def deve arrivare dopo aver ottenuto il parere obbligatorio delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, le commissioni Bilancio e Finanze della Camera (40 deputati) e del Senato (27 senatori), che devono lavorare e votare un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente della commissione speciale Vito Crimi (M5S), alla Camera Nicola Molteni (Lega), nonostante la prassi volesse che, in quest’ultima, fosse riconfermato il presidente uscente, Francesco Boccia (Pd). Il Def va approvato dalle Camere a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti), entro il 30 aprile, per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles dalla commissione Ue entro fine maggio.

“Disbrigo degli affari correnti”. Il Capo dello Stato prega sempre, per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è quella del “disbrigo degli affari correnti”: vuol dire che il governo è in carica, ma solo per l’ordinaria amministrazione o per approvare provvedimenti urgenti come decreti legge (es: terremoto, missioni all’estero, etc.) o per dichiarare, in caso estremo, lo stato di guerra. E’ questo il governo che, anche se battuto dalle Camere, resta in carica finché non si fa un nuovo governo o si va al voto.

 

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Le formule. Incarico pieno, incarico con riserva, incarico esplorativo, pre-incarico. 

Governo: Incarico di (I). Il tipo di incarico a un presidente del Consiglio che il capo dello Stato può conferire (pieno, esplorativo o un pre-incarico) viene reso noto solo alla fine delle consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra: può conferire, appunto, un incarico pieno o parziale (pre-incarico o incarico esplorativo), può indicare, per tale incarico, una personalità politica o non politica, di estrazione parlamentare o non parlamentare, una figura espressione di una forza politica, di un’area politica o un tecnico o una personalità istituzionale. Il Capo dello Stato non può sindacare un indirizzo o un programma di governo, ma può chiedere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del Consiglio (articoli 92 e 93 della Costituzione).

Governo: Pre-incarico (II). Serve per verificare se il presidente pre-incaricato è capace di trovare una maggioranza utile a formare un governo. Il presidente del Consiglio pre-incaricato, dopo il suo – autonomo – giro di consultazioni deve tornare a riferire al Capo dello Stato per comunicare se ha trovato una maggioranza parlamentare e, dunque, se è in grado di presentarsi davanti alle Camere per chiedere la fiducia (vedi alla voce). Ma è il Capo dello Stato che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno (vedi alla voce), facendo giurare il presidente incaricato nelle sue mani e poi mandandolo davanti alle Camere per ottenere la fiducia (vedi alla voce). Il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato, inoltre, e non il presidente pre-incaricato a sciogliere la riserva (vedi alla voce). Il pre-incarico è, di fatto, una ‘quasi’ designazione a Presidente del Consiglio, designazione “debole” ma che in 5 casi su 11 ha visto trasformare il pre-incarico in un incarico vero.

Il pre-incarico, nell’arco di 64 governi, è stato conferito finora per 11 volte nella storia della Repubblica italiana:

  • dal Presidente Luigi Einaudi al Presidente del Consiglio uscente Alcide De Gasperi (Dc), nel luglio 1953.
  • dal Presidente Giovanni Gronchi all’ex ministro Antonio Segni (Dc), nel maggio 1955.
  • dal Presidente Gronchi al segretario della Dc Amintore Fanfani, nel giugno 1957.
  • dal Presidente Giuseppe Saragat al Presidente del Consiglio uscente, Aldo Moro (Dc), nel febbraio 1966.
  • dal Presidente Saragat al segretario della Dc Mariano Rumor, nel giugno 1968.
  • 6, 7, 8. dal Presidente Saragat al ministro degli Esteri Moro (Dc), poi al Presidente del Senato Fanfani (Dc) e infine al Presidente del Consiglio uscente Rumor (Dc), marzo 1970.
  • 9, 10. dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro al Presidente del Consiglio uscente Romano Prodi e poi al segretario dei Ds Massimo D’Alema, nell’ottobre 1998.
  • dal presidente Giorgio Napolitano a Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, nel marzo 2013.

Solo in cinque di questi undici casi il presidente del Consiglio “pre-incaricato” ha ricevuto l’incarico pieno e ha formato un governo: De Gasperi (Dc) nel 1953, a Segni (Dc) nel 1955, a Moro (Dc) nel 1966, a Rumor (Dc) nel 1970 e a D’Alema (Pds) nel 1998.

Oggi, un ‘pre-incarico’, potrebbe essere conferito a una delle due personalità che hanno vinto le scorse elezioni: il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, o il leader della Lega, riconosciuto anche leader del centrodestra, Matteo Salvini. Ma il pre-incarico potrebbe anche andare a una figura terza o mediana indicata da uno dei due schieramenti vincitori: esempio, Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, o a una personalità dei 5Stelle o vicina al loro mondo indicata da Di Maio.

****Spazio Curiosità I*****Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera, ma non al Senato, rimase tale: non si trasformò mai, cioè, in un incarico pieno, ma rimase soltanto ‘congelato’ e non fu mai più ‘scongelato’. Bersani, formalmente, non protestò, ma espresse il suo disappunto e, dopo, diversi libri di memorie lo riportarono, mai smentiti.

Governo: Incarico esplorativo (III). E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, di solito quello del Senato, che è anche la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato. Alla fine dei colloqui informali tenuti con i partiti, il presidente incaricato di un mandato esplorativo riferisce lo stato dell’arte al Presidente della Repubblica che valuta il da farsi e, cioè, se confermare l’incarico al presidente incaricato con un mandato esplorativo, o effettuare un nuovo giro di consultazioni o attribuire l’incarico a un’altra figura. Di solito, l’incaricato di un mandato esplorativo non viene quasi mai trasformato in un pre-incarico o incarico pieno. L’incarico esplorativo non va confuso con il pre-incarico (vedi alla voce).

Nella storia dei 64 governi repubblicani, fino ad ora un “mandato esplorativo” è stato conferito undici volte:

  1. dal Presidente Giovanni Gronchi al presidente del Senato, Cesare Merzagora (indipendente), il 15 giugno 1957;
  2. dal Presidente Gronchi al presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc), il 4 marzo 1960;
  3. dal Presidente Giuseppe Saragat al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968;
  4. dal Presidente Saragat al presidente del Senato, Amintore Fanfani (Dc), nell’agosto 1969;
  5. dal Presidente Giovanni Leone al presidente del Senato, Spagnolli (Dc), nell’ottobre 1974;
  6. dal Presidente Sandro Pertini al presidente del Senato, Giuseppe Morlino (Dc), nell’aprile 1983;
  7. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente del Senato Fanfani (Dc) il 4 luglio 1986;
  8. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), nel marzo 1987;
  9. dal Presidente Cossiga al presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri), il 26 giugno 1989;
  10. dal Presidente Giorgio Napolitano al presidente del Senato, Franco Marini (Pd), nel gennaio 2008.
  11. E, ora, dal Presidente della Repubblica Mattarella alla presidente del Senato, Casellati, nell’aprile del 2018.

Da sottolineare che, in nessuno di questi dieci casi, il presidente esploratore è stato poi nominato Presidente del Consiglio.

L’incarico esplorativo è stato affidato, in questa undicesima occasione, al presidente del Senato (Alberti Casellati)  mentre assai più raro è il caso di un incarico esplorativo dato a una personalità che non ricopre l’incarico di presidente di una delle due Camere.

Governo: Incarico pieno (IV). E’, ovviamente, la norma. O dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” (vedi alla voce) per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato. Dopo il formale giuramento, il governo così nato si presenta davanti al Parlamento per averne la fiducia (vedi alla voce), che deve ottenere da parte di entrambe le Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, può iniziare a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il suo mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Il governo così nato, a quel punto, si dichiara “dimissionario” (vedi alla voce).

Inutile ripercorrere la storia dei 64 governi che si sono succeduti nella storia della Repubblica. Basti dire che, prima di conferire un incarico pieno, il Capo dello Stato attuale, Mattarella, ci penserà bene sopra e, soprattutto, vorrà che il presidente del consiglio incaricato gli assicuri “numeri certi” in Parlamento. Ove così non fosse, il presidente potrebbe affidare un incarico pieno a una personalità terza (esempio: l’ex giudice della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick o l’attuale presidente) per formare quello che, convenzionalmente, viene indicato come un “governissimo” o “governo del Presidente” o “di scopo” o “a termine” o “governo di tutti” o “governo di responsabilità nazionale” (vedi alle varie voci) che si limiti a far superare al Paese le secche della scrittura del Def, della seguente manovra di bilancio (la sessione di bilancio di apre, come sempre, in autunno) e, forse, della scrittura di una nuova legge elettorale per poi portare il Paese di nuovo a elezioni, ovviamente anticipate, cioè con una chiusura in anticipo della legislatura, che – prevedibilmente – potrebbe essere fissata agli inizi del 2019 o, magari, in coincidenza con le elezioni europee del 2019.

Governo: Incarico con Riserva (V). Il presidente del Consiglio incaricato accetta l’incarico da parte del Presidente della Repubblica sempre “con riserva”. Vuol dire che questi, non essendo sicuro di formare una maggioranza di governo, si ‘riserva’ la possibilità di scioglierla davanti al Capo della Stato. La prassi della ‘riserva’ è sempre stata rispettata dai presidenti del Consiglio incaricati. La formula della “riserva” è stata violata solo in due occasioni. La prima volta dal presidente del Consiglio Pella (Dc) nel 1954 che, concorde l’allora Capo dello Stato Luigi Einaudi, andò direttamente davanti alle Camere per chiedere ed ottenere la fiducia. La seconda volta accadde con Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta alle elezioni, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri con un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo di Stato Napolitano.

 

Einaudi

Luigi Einaudi, il primo presidente della Repubblica (1948-1955)

 

******Spazio Curiosità II******

Definizioni e formule dei governi che hanno operato nella storia della Repubblica.

Governo “balneare”. La definizione deriva dal fatto che che, in passato, alcuni governi duravano lo spazio di un’estate. Tipici della Prima Repubblica, i governi ‘balneari’ operavano solo in funzione di traghettamento per portare il Paese al voto, privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Governi balneari tipici furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70) sotto il Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi). Si tratta di governi destinati a cadere entro breve tempo, a causa della fragilità delle basi politiche su cui poggiano e che limitano la loro attività, dunque, a al disbrigo degli affari correnti e alla ordinaria amministrazione. L’espressione ha dei sinonimi nelle espressioni governi ‘d’affari’ o nei governi ‘ponte’.

Governo ‘traghetto’. Erano considerati qui governi che, in presenza dell’avvio di una svolta istituzionale molto importante, nascono per ‘traghettare’ il Paese verso il nuovo corso per poi cedere il posto a un Governo politico vero e proprio che attui la svolta. I governi Bonomi (1943-1944), prima dei governi politici di Cnl, e i governi Dc-centristi, prima dei governi di centrosinistra nei primi anni Sessanta, furono governi traghetto.

Governo “di minoranza”. Sono stati governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa il quale toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970) sotto i più diversi presidenti della Repubblica.

Governo “di scopo”. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica. Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri su indicazione dei partiti, anche se di area, ne è l’esempio classico. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico e non va confuso col governo tecnico (vedi alla voce).

Governo “del Presidente” (della Repubblica) o governo “istituzionale”. In teoria, la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per la natura del suo mandato, guidare governi o anche solo ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica. Ma “governi del Presidente” lo furono di fatto, i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc). Anche il famoso governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, in quanto eterodiretto, di fatto, dal presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari”ebbero breve durata, ma soprattutto godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono spesso confusi o equiparati al governo tecnico (vedi alla voce).

Più corretto sarebbe definire un tale tipo di esecutivo un governo “istituzionale”. Di fronte a una situazione politica difficile e altamente conflittuale il Capo dello Stato affida a una figura istituzionale di alto livello (di solito si tratta del presidente del Senato, ma potrebbe essere il presidente della Corte costituzionale, un suo ex presidente, un senatore a vita, o il presidente di un’alto organo della magistratura amministrativa) il compito di formare un governo (che potrebbe essere definito anche ‘di tregua’ o ‘di decantazione’) per salvaguardare e preservare il funzionamento delle istituzioni in attesa che la situazione politica si rassereni e torni la normale dialettica parlamentare.

Governo di “larghe intese”. E’ un governo che vede andare al governo forze politiche molto diverse tra di loro, politicamente e culturalmente molto distanti, se non opposte, le quali decidono di governare insieme per affrontare problemi estremamente urgenti come una crisi economica, una crisi politica, una crisi istituzionale o internazionale. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato un “governo di larghe intese”, o di “grosse koalition” (vedi alla voce), ma anche un governo del Presidente” (vedi alla voce). Il governo Letta nacque dopo il lavoro della Commissione speciale dei 40 saggi (vedi alla voce) imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento, subito dopo la sua rielezione (2013) a Capo dello Stato, a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta viene definito un governo “delle larghe intese” perché vide il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare al governo con la presenza di loro ministri. Il termine era stato già coniato, in realtà, in passato durante i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95) e, in parte, per il fallito tentativo del governo Maccanico (1995). Le “larghe intese” erano, cioè, già una formula politica che prevedeva, sostanzialmente, l’intesa tra le forze principali (il centrodestra a guida Berlusconi e il centrosinistra) della II Repubblica che volevano varare, pur senza mai riuscirci, riforme istituzionali in grado di cambiare l’assetto della Repubblica. Tra le proposte della commissione Bicamerale c’erano il superamento del bicameralismo perfetto, l’adozione di una nuova legge elettorale, la riforma del Titolo V (rapporto Stato-regioni) della Costituzione e l’adozione di una forma larvata di semi-presidenzialismo.

Governo di “unità nazionale” o di “emergenza nazionale” o di “solidarietà nazionale”. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti (o quasi) i partiti dell’arco costituzionale (cioè tutti i partiti tranne l’Msi). Da segnalare, innanzitutto, che la formula “arco costituzionale” indicava, nella Prima Repubblica, l’adesione ai valori costituzionali e della Resistenza partigiana di tutti i partiti che contribuirono, tra il 1946 e il 1948, a scrivere la Costituzione, cioè quelli che avevano fatto parte del Cnl: Dc, Dl, PdAz-Pri, Pli, Psli-Psdi, Psiup-Psi, Pci. Il termine aveva il preciso intento di porre l’esclusione dell’Msi, che nacque dopo la fine del fascismo e che, pur non essendo mai stato sciolto, si richiamava esplicitamente al regime fascista. Negli anni Settanta la formula ‘arco costituzionale’ si allargò: di fatto, escludeva anche i nuovi partiti di sinistra nati in quella fase come Partito radicale, Dp, Pdup, etc. Tornando alla definizione di base, quella del “governo di unità nazionale”, vi partecipavano partiti anche lontani politicamente tra loro, che però in tali governi sedevano a pieno titolo, cioè con propri ministri, per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Governo di emergenza o di unità nazionale lo fu senz’altro il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria. Governi di emergenza o di unità nazionale lo furono anche i ‘Governi di Cnl’ (1945-1947): dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione (1948). Nel primo caso, i governi Nitti-Salandra, detti anche ‘governi della Vittoria’ (nella I guerra mondiale) si era in epoca pre-fascista, il Capo dello Stato era ancora il Re, Vittorio Emanuele III di Savoia (infatti la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale). Nel secondo caso, nel secondo dopoguerra, c’era già un Capo provvisorio dello Stato, in carica fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), che era Enrico De Nicola (Pli).

“Governissimo”, “governo di tutti”, “governicchio”. Con tali definizioni, poco appropriate ma di uso giornalistico e frequenti nella pubblicistica, non nella prassi costituzionale, si intendono – in modo spregiativo – governi che ottengono un largo consenso, sia politico che parlamentare, ma che vengono considerati, di fatto, ‘un’ammucchiata’ di partiti e gruppi politici lontani tra loro che mirano, sempre nella considerazione della pubblicistica polemica citata, “solo a spartirsi il Potere tra loro”.

Governo “della non sfiducia” o “delle astensioni”. Venne chiamato così perché la gran parte dei partiti che lo sostenevano appoggiavano il governo con l’astensione o uscendo dall’aula, facendo passare i provvedimenti di quel governo. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno dei due grandi partiti politici allora in campo, la Dc e il Pci, aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, proprio la Dc e il Pci. I due partiti, però, mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo. Era la cd. conventio ad excludendum: si basava sul principio che un partito come il Pci, che dichiarava, storicamente e apertamente, la sua appartenenza al campo comunista internazionale, allora guidato dall’Urss, e al blocco sovietico del Patto di Varsavia non poteva governare un Paese appartenente alla Nato e al blocco occidentale. Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Era, di fatto, un monocolore Dc che vedeva l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI in testa, che fino ad allora aveva sempre votato contro i governi a guida Dc. I partiti che sostenevano il governo – e cioè Dc, Pci e molti altri partiti costituzionali (Psi, Psdi, Pri, Pli) – si astenevano tranne la Dc, che votava a favore. L’Msi votava contro ed era considerato un partito fuori dall’“arco costituzionale”, ma contro votavano anche altri partiti di estrema sinistra (Pdup, Dp e Radicali). I partiti scelsero di operare, invece che al governo, in Parlamento facendo lavorare le commissioni parlamentari che ebbero ruolo cruciale.

Governo di “solidarietà nazionale”. Il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978), doveva essere il governo che sanciva l’ingresso del Pci nell’area di governo con un voto a favore di tutte le sinistre. Invece, proprio a causa del rapimento e poi dell’omicidio, il 18 maggio 1978, del presidente della Dc, Aldo Moro, il governo si trasformò in un governo detto, appunto, di “solidarietà nazionale”. Vi partecipavano tutti i partiti dell’arco costituzionale (Dc, Psi, Psdi, Pri, non il Pli, che andò all’opposizione, e il Pci che, per la prima volta dal 1947, votava a favore di un governo) e dovette gestire la fase del rapimento Moro e seguenti. Non vide, però, la presenza di ministri del Pci al governo, come doveva essere, nelle intenzioni dello stesso Moro, e venne meno quando la fase di emergenza venne chiusa, anche a seguito delle dimissioni dell’allora Capo dello Stato, Giovanni Leone (Dc), dopo lo scandalo Lockheed. Fu sostituito, alla fine dell’VIII legislatura, dal V governo Andreotti (1979), semplice governo di passaggio verso le elezioni, che tornò a essere sostenuto solo da Dc, Psdi e Pri. Ma l’espressione governo di “solidarietà nazionale” è stata usata anche, più in generale, per indicare governi cui partecipano esponenti di tutti (o quasi) i partiti dell’arco parlamentare quando si tratta di affrontare una situazione politica, economica o sociale particolarmente difficile o travagliata. Da questo punto di vista, i ‘governi di Cnl’ e ‘i governi della Vittoria’ (vedi alla voce) possono essere anche definiti in questo modo.

Governo di “raffreddamento” o “di tregua”. La definizione indica la nascita di un governo che si forma in una situazione particolarmente difficile e durante la quale le forze politiche sono in aperto e acceso contrasto tra di loro: ha lo scopo di gestire l’ordinaria amministrazione in attesa che i partiti si accordino per dare vita a un governo più stabile. La differenza con il governo ‘balneare’ (vedi alla voce) è data dalla maggiore animosità della situazione e del clima politico che ne precede la formazione. Ha un evidente e immediato sinonimo nel governo ‘di tregua’. 

Governo “parlamentare” o “di programma”. Con queste formule si intende definire un governo caratterizzato dal fatto di non avere una precisa e/o compatta base parlamentare, ma che si prefigge il compito di realizzare il proprio mandato giovandosi, a seconda delle circostante, dell’appoggio di questo o di quel partito all’opposizione, promuovendo in cambio di tale appoggio favori o misure politiche consistenti.

Governo “tecnico”. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese. Accadde durante la crisi economica del 1992-’93, con i governi Amato e Ciampi, per una rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995), con il governo Dini, o dopo entrambi i fatti scatenanti insieme come nella crisi finanziaria del 2011, quando nacque l’ultimo governo tecnico, quello Monti. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vide il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro. Nei governi tecnici, a volte chiamati anche governi ‘traghetto’ (vedi alla voce), i ministri sono scelti tra personalità di alto livello (economisti, avvocati, giuristi, dirigenti d’azienda, etc.) ma di natura, appunto, tecnica e non politica.

Giorgio Napolitano

L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo studio al Quirinale

 

******Spazio curiosità III****** La dottrina, la storia e le persone. Evoluzione dei poteri del Presidente della Repubblica.

Alcuni costituzionalisti, come il professor Stefano Ceccanti, rifiutano la definizione di governo “tecnico” e preferiscono quella di “governo del Presidente” in quanto governi tecnici non sono dati nell’ordinamento (tutti i governi sono politici perché devono, in ogni caso, essere votati dal Parlamento) e perché la spinta presidenziale a farli nascere li configura come governi motivati, formati e tenuti in piedi solo grazie all’input e al sostegno del Presidente della Repubblica. La motivazione a contrario è che i governi “del Presidente” (vedi alla voce) non possono essere previsti, in natura e per dettato costituzionale, perché la figura del presidente della Repubblica, nel nostro ordinamento, non è paragonabile a quella di un Capo dello Stato di natura semi-presidenziale (Francia) o presidenziale (Usa), ma è solo il garante della Costituzione, come avviene in una repubblica parlamentare.

La dottrina costituzionale più avanzata sostiene che i poteri del Presidente della Repubblica vengono usati ‘a soffietto’ o ‘a fisarmonica’, nel senso che, a seconda del momento storico, politico e socioeconomico che il Paese attraversa, come della complessità della crisi istituzionale in corso, si restringono o si allargano a seconda delle esigenze politiche e, anche, della capacità del Presidente in carica di usarle. Non a caso, persino il primo presidente della Repubblica, Einaudi, che pure sosteneva che il suo ruolo fosse quello del “presidente notaio”, ispirò direttamente dei governi (Pella e Segni). Il secondo Capo di Stato, Gronchi, pure usò il suo potere presidenziale per risolvere diverse crisi mentre il suo successore, Segni, arrivò fino a essere tentato dal propugnare un colpo di Stato in Italia (il piano Solo, 1962) contro la nascita del centro-sinistra e si dovette dimettere per la malattia che lo colse, certo, ma anche per i contrasti con l’allora capo del governo, Moro, e leader del Psi Nenni. Saragat accompagnò le evoluzioni del centrosinistra. Leone fu certamente un presidente ‘notaio’, ma aiutò di fatto, alla nascita di un fatto epocale come il compromesso storico e la nascita dei governi “di solidarietà nazionale”. Pertini se ne inventò di ogni: gli incarichi a Spadolini, primo premier laico, e a Craxi, primo premier socialista, furono da lui fortemente voluti e intervenne più volte nelle crisi come in molti fatti politici e internazionali esondando dai suoi poteri con quelle che, dopo, con Cossiga, sarebbero diventate note come ‘esternazioni’ (fuori dall’ufficialità prevista) del Capo dello Stato. Cossiga, appunto, prima si mise in mezzo tra Craxi e De Mita e poi fece la guerra ad Andreotti con le rilevazioni su Gladio (la rete Stay Behind) e su molto altro, fino alle dimissioni anticipate per protesta, senza dire dei suoi continui attacchi ai magistrati, pur da capo del Csm. Scalfaro e Napolitano sono, però, i due presidenti di certo ritenuti i più ‘interventisti’ e creatori o facilitatori che dir si voglia di governi, spesso da loro stessi voluti e ispirati. Sotto l’egida di Scalfaro nacquero prima il governo Amato e poi quello Ciampi (da qui la discussione sulla loro natura: governi tecnici o governi del Presidente?) e senza la sua azione, ai limiti del mandato costituzionale, non avrebbero mai visto la luce. Tanto più operò e intervenne, Scalfaro, contro il I governo Berlusconi e per sostituirlo con Dini, con tanto di promessa (a Berlusconi) di elezioni a breve che, invece, poi fu tradita e che si tennero solo molto dopo. Scalfaro, poi, come Cossiga, e come poi farò Napolitano (anche Pertini lo fece, ma i suoi ‘discorsi dal caminetto’ riguardavano temi come la pace, la fame nel mondo, etc.), si appellò direttamente, e in più occasioni, ai cittadini per affermare le sue ragioni o per difendere se stesso da accuse e scandali (il famoso ‘Non ci sto’ sui fondi neri del Sisde). Infine, dopo la parentesi Ciampi, tornato presidente notaio, ma che rifiutò in più occasioni di promulgare leggi del governo Berlusconi su questioni giudiziarie (le leggi ad personam) e che intervenne anche in materia elettorale (le correzioni al Porcellum), arrivò appunto il ‘regno’ di Napolitano. Il quale si inventò di sana pianta un governo, quello Monti, dopo aver provocato la caduta di Berlusconi, nel 2011 (e pensare che solo un anno prima, nel 2010, l’aveva ritardata negando a Fini di sfiduciarlo per tempo), rifiutò ai partiti l’accesso alle elezioni anticipate e nel 2013 impose, alla nuova legislatura che si apriva, una “stagione di riforme” che, peraltro, vide sempre lui protagonista. La commissione dei 40 saggi, sostanzialmente, una struttura extra ordinem, molto criticata da diversi costituzionalisti, e la nascita del governo Letta furono sue personali decisioni. Poi, avallò la nascita del governo Renzi, infine si dimise, ma anche se non aveva chiesto lui di essere rieletto – sempre nel 2013 – la scelta di un mandato bis, quando la Costituzione, che pure formalmente non vieta la rielezione, parla di un mandato di sette anni, per il Capo dello Stato, fu una scelta pesante che creò un precedente importante, anche se poi gli anni del mandato bis furono solamente due. In buona sostanza, si può dire che solo con Mattarella siamo tornati all’antico adagio del presidente ‘notaio’ ma proprio un fine costituzionalista, ‘innamorato’ della Costituzione, come Mattarella potrebbe stupirci e innovare a sua volta, ampliando i poteri che gli spettano o ‘creando’ governi, chiamiamoli, se vogliamo, ‘del Presidente’ o in altri modi. Forse perché, come si è cercato di dimostrare in queste poche righe, la ‘maledizione’ del presidente ‘notaio’ è tale che porta a violarla qualsiasi inquilino abiti al Quirinale, a prescindere dalla sua indole, storia politica e fase storica.

E proprio alla luce di questo breve excursus storico-politico sui poteri e le figure dei diversi presidenti della Repubblica, acquista peso la tesi non peregrina di Ceccanti e altri: solo il presidente della Repubblica italiana ha poteri di derivazione tipicamente presidenziale (potere di scioglimento delle Camere e nomina del premier) mentre gli altri presidenti di repubbliche parlamentari (es: la Germania) non conoscono minimamente tali poteri. Ecco che, secondo tale tesi, sarebbe semplice e agevole trasformare la nostra repubblica parlamentare in una repubblica semi-presidenziale, semplicemente trasferendo i poteri in capo al Capo dello Stato al presidente del Consiglio (scioglimento delle Camere e nomina dei ministri) mentre l’indicazione del premier andrebbe prevista in una nuova legge elettorale che prevedesse, ovviamente, l’elezione diretta del premier. Proposte di legge in tal senso sono state proposte dallo stesso Ceccanti (Pd) e appoggiate da Cangini (FI) e altri parlamentari che si battono per una trasformazione in senso semi-presidenzialistico della nostra repubblica parlamentare.


Formule politiche. I 64 governi della Repubblica hanno conosciuto diverse formule politiche con cui i diversi partiti che appoggiavano questo o quel governo lo ‘coloravano’ in un modo o nell’altro. Ne indichiamo le principali, in modo non esaustivo. I governi di Cnl o di “unità nazionale” (vedi alla voce) sono stati principalmente governi di tutti i partiti di Cnl i (Dc, Psli, Pri, Pli, Psi, Pci, Pd’Az, Dl) o di ‘esapartito’, cioè appoggiati da sei partiti (spesso, infatti, il Pli o il PdAz non ne appoggiava l’uno o l’altro, a seconda dei momenti). Un governo De Gasperi, nel 1947, il III, fu un governo ‘tripartito’, cioè appoggiato solo dai tre grandi partiti (Dc, Psi, Pci). I governi del primo (1948-1953) e del secondo (1958-1958) centrismo furono governi ‘quadripartito’, cioè appoggiati da Dc, Psli, Pri, Pli, mentre il Psi, quando nacquero i governi di centrosinistra (1960-1968) passò dall’appoggio esterno (vedi alla voce) all’appoggio organico, ma i governi di centro-sinistra ‘organico’ non venivano, all’epoca, definiti governi di ‘pentapartito’. Durante la fase del centrismo e in quella del governo ‘della non sfiducia’ o delle ‘astensioni’ (vedi alla voce) stettero in piedi anche governi ‘monocolore’, cioè sostenuti dalla sola Dc, o governi ‘bicolore’, sostenuti dalla Dc e dal Pli. Negli anni Ottanta prese l’uso di definire i governi sostenuti da cinque partiti di centro-sinistra (Dc, Psdi, Pli, Pri, Psi) governi ‘pentapartito’. Nella Seconda Repubblica i governi furono di centrodestra o di centrosinistra a seconda della coalizione che aveva vinto le elezioni. Nel caso dei governi di centrodestra, si tratta del I, del II, del III e del IV governo Berlusconi: nel 1994 erano sostenuti da Polo delle Libertà (FI-Lega) e Polo del Buongoverno (FI-An), ma anche da partiti minori centristi (Ccd-Cdu); nel 2001-2006 di governi sostenuti dalla Casa delle Libertà (federazione di FI-An–Uc) e dalla Lega Nord, con il II e III governo Berlusconi; nel 2008-2013 si trattò di governi sostenuti dalla Casa delle Libertà (fusione di FI e An), dalla Lega Nord e dall’Udc, ma anche da forze minori (MPA) o nate in quel periodo (Fli). Nel caso del centrosinistra si trattò di governi sostenuti, come il I governo Prodi (1996-’98), prima dall’Ulivo (cartello elettorale che comprendeva Pds-Ppi-Pri-Ud-Verdi-Svp-lista Dini), con l’appoggio esterno del Prc, o da una parte dell’Ulivo (Pds-Ppi-Udr-Pdci-Verdi), come nei casi del I e II governo D’Alema e del governo Amato. Nel caso del II governo Prodi (2006-2008) di un governo sostenuto dal cartello elettorale dell’Unione che comprendeva Ds-Margherita-Prc-Pdci-Verdi-Udeur). Ovviamente, i governi tecnici (vedi alla voce) Ciampi, Dini, Monti, pur sostenuti da un ampio arco di forze parlamentari, non prevedevano forme politiche ‘colorate’.

“Forni” o politica detta “dei due forni”. La politica “dei due forni” di cui molto, in questi giorni, ha parlato il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, riferendosi alla possibilità di fare un accordo politico e di governo o con la Lega o con il Pd, indifferentemente e cioè a seconda di chi ci sta, non solo è un espressione impropria, in riferimento alla situazione politica attuale, ma non è, ovviamente, neppure farina del sacco di Di Maio. Si tratta, infatti, un’espressione tipica della Prima Repubblica, diventata famosa perché coniata dal leader dc Giulio Andreotti, più volte ministro e, per ben sette volte, presidente del Consiglio nella Prima Repubblica. Va premesso che, nella pubblicistica politica, ricorrono riferimenti concorrenti sia ai due forni che alla teoria dei due forni. Giulio Andreotti, quando si ritrovò a commentare, a distanza di anni, la fase storico-politica degli anni Sessanta, caratterizzata dalla centralità della Dc, scrisse che egli fu artefice dell’idea che in quel momento il suo partito, “per acquistare il pane” (cioè per fare la politica più congeniale ai propri interessi alleandosi con altre forze), dovesse servirsi di uno dei due forni che aveva a disposizione, a seconda delle opportunità: il forno di sinistra (socialisti) o il forno di destra (liberali, eventualmente anche i missini). Secondo il quotidiano La Repubblica, Andreotti in un’intervista spiegò di avere inventato i “due forni” durante la crisi politica che portò alle elezioni anticipate del 1987. Ma altri giornalisti e storici fanno risalire il concetto alla fine degli anni ’50 o ai primi anni ’60, quelli dell’avvento del centrosinistra. A quell’epoca Andreotti incarnava la destra della Dc e i due fornai erano uno il Psi di Pietro Nenni, a sinistra, e il Pli di Giovanni Malagodi (e, all’occorrenza, anche gli esponenti dell’Msi), a destra. Andreotti, in ogni caso, mise in atto la sua teoria prima di teorizzarla… Infatti, la usò con il suo primo governo del 1972, dove, dopo la fine del centrosinistra, tornarono al governo i liberali assenti dal 1962. Un esecutivo che strizzava anche l’occhio ai missini di Almirante, cresciuti alla Politiche. Alla fine degli anni ’70, dopo l’assassinio di Aldo Moro, il quadro era completamente mutato: a offrire ‘pane’ alla Dc c’erano sempre i socialisti  di Bettino Craxi come i comunisti di Enrico Berlinguer, sempre con l’obiettivo di salvaguardare la centralità della Dc. Va precisato che politici e media hanno tirato in ballo la teoria dei “due forni” in relazione a situazioni diverse da quelle originariamente designate, sotto metafora, da Giulio Andreotti. Lo ha fatto, ad esempio, Silvio Berlusconi contestando le scelte del suo (allora) alleato, e leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. Di solito, quando si parla dei “due forni” a proposito del comportamento politico di qualcuno (singolo o forza politica), s’intende in realtà ingentilire eufemisticamente l’idea di un’atteggiamento trasformistico. Tutt’altra definizione, ma a volte erroneamente confusa con questa, è quella di un leader (o di un partito) che, sempre nell’ambito della Prima Repubblica, faceva da ago della bilancia. L’espressione fu spesso riferita, a partire dalla fine degli anni Settanta, alla posizione e alla politica del Psi nel periodo craxiano, che si collocava come elemento di equilibrio decisivo tra Dc e Pci al centro del panorama politico, mostrandosi fautore di scelte accortamente svincolate da ogni rigidità di schieramento (al governo del Paese  con la Dc, ma al governo di numerose Regioni, Province e Comuni insieme con il Pci).

“Esterno” (appoggio). E’ una formula politica che permette a partiti che non fanno parte dell’esecutivo di sostenere il governo o in maniera diretta, tramite voto, o indiretta, attraverso l’assenza dall’aula durante i voti finali sui provvedimenti. L’articolo 94 della Costituzione sancisce che il governo debba avere la fiducia delle due Camere. Questo vuol dire che sia alla Camera che al Senato la maggioranza dei parlamentari è disposta a votare a favore dei provvedimenti proposti dall’esecutivo. Generalmente chi fa parte di questa maggioranza dà un sostegno pieno alla squadra di governo, seguendo in tutto e per tutto le decisioni prese dal premier e dai suoi ministri. Questo comporta una facile comprensione di chi è al governo (gruppi parlamentari con membri nell’esecutivo) e chi no e che rientra nell’opposizione. La polarizzazione però può avere delle sfumature intermedie. Specialmente in legislature con governi o di coalizione o che non hanno un sostegno eccessivamente ampio, può succedere che alcuni gruppi parlamentari diano, appunto, un appoggio esterno all’esecutivo, sostenendolo pur non facendone parte. Questo può avvenire in due modi. Il primo caso, quello più comune, è un appoggio esterno diretto. Alcuni gruppi parlamentari, pur non avendo membri nella squadra di governo, possono decidere di sostenere l’esecutivo votando a favore dei provvedimenti da esso presentati. Il secondo caso invece è un appoggio esterno indiretto, che comporta o l’astensione o l’assenza dall’aula al momento del voto. Quest’ultimo caso è quello più interessante. La soglia di maggioranza per l’approvazione di un atto può infatti variare a seconda del numero di presenti. Se generalmente è di 316 deputati e 158 senatori (161 considerando oggi i senatori a vita), il quorum si abbassa (anche di molto) se ci sono assenze fra i parlamentari. Decidendo di uscire dall’aula, i gruppi in appoggio esterno indiretto facilitano il lavoro del governo, e quindi l’approvazione dell’atto.La XVII legislatura, cioè la penultima, è stata caratterizzata da numerosi casi di appoggio esterno al governo. L’ultimo  (novembre 2017) ha visto protagonista Articolo 1 – Mdp, gli scissionisti dal Pd, gruppo che, con le dimissioni del vice ministro Filippo Bubbico, ha ufficializzato il passaggio dei suoi gruppi parlamentari dall’appoggio pieno al governo Gentiloni all’appoggio esterno. Passaggio che già era nell’aria, visto il comportamento del movimento negli ultimi mesi (l’uscita dall’aula nel voto sulla manovra correttiva).  Il più noto degli esempi di appoggio esterno riguarda però il precedente governo Renzi, in cui la riforma costituzionale Boschi (poi bocciata dal referendum popolare) fu approvata dal parlamento anche grazie al sostegno di Ala (il movimento fondato da Dennis Verdini) che votò a favore di quella legge pur non facendo parte della squadra di governo (i voti di Ala furono decisivi, soprattutto al Senato, per blindare la riforma e farla passare). Nel corso della XIII legislatura (1996-2001) fu il Prc (Rifondazione comunista) di Fausto Bertinotti a garantire, al I governo Prodi (1996-’98) l’appoggio esterno del suo partito. Dopo una lunga trattativa che rischiò di far cadere il governo già all’atto del varo della prima manovra economica (1996), la situazione divenne sempre più tesa e, nel 1998, Rifondazione – che si era alleata all’Ulivo guidato da Prodi alle elezioni politiche del ’96 ma solo attraverso un cd. ‘patto di desistenza’ in una serie di collegi uninominali – decise di togliere definitivamente l’appoggio al governo Prodi, che poi cadde in Parlamento e che fu sostituito dai governi I e II D’Alema e dal governo Amato che godettero l’appoggio di un pezzo di Rifondazione, il Pdci di Armando Cossutta, che era uscito dal Prc per dissenso proprio sul tema dell’appoggio al governo Prodi. Nel corso della Prima Repubblica, furono molti i casi in cui il Psi, rispetto ai governi a guida Dc, ma non ancora organicamente di centro-sinistra, garantiva l’appoggio esterno ai primi governi centristi che ‘aprivano’ a sinistra, ma senza entrare nei vari esecutivi.

Leader. Il leader di una forza politica non ne è, per forza, il segretario politico o il presidente del partito: può anche essere una figura altra, purché riconosciuta dallo Statuto di quella singola forza politica, ma si tratta di un confine assai labile. La presenza, alle consultazioni, con i capigruppo dei gruppi parlamentari, di leader non eletti delle rispettive formazioni politiche, è pratica invalsa nella II Repubblica. In tempi recenti Beppe Grillo, capo politico del M5S, nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Berlusconi con FI. Nella I Repubblica (1946-1992) salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti dei partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

Legislatura (XVIII). La XVIII legislatura della storia repubblicana (la I si è aperta nel 1948) è partita con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenza che ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichi: servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere. Le Camere hanno, da lì, iniziato a funzionare regolarmente.

“Grosse Koalition”. La formula è mutuata dal vocabolario politico tedesco. La nascita della Grosse Koalition, in Germania, risale al periodo 1966-1969 quando per la prima volta i due partiti antitetici dell’allora Repubblica Federale Tedesca (Rft), la Cdu-Csu e la Spd, governarono insieme guidati dal premier Kurt Georg Kiesinger (Cdu). L’esperimento politico, per quanto funzionante, fu ritenuto, all’epoca, un’eccezione da non ripetersi più in futuro, in quanto i due principali partiti tedeschi e i loro alleati minori si sono ritenuti sempre alternativi, ma nella legislatura 2005-2009 si tornò a un governo di Grosse Koalition con i governi guidati dalla cancelliera Angela Merkel. L’esperimento fu replicato anche nella legislatura 2013-2017 e, dopo le ultime elezioni politiche del 2017, è stato riproposto anche se ci sono voluti sei mesi per vararlo, sempre sotto la guida della cancelliera Merkel. Ogni volta viene stipulato, tra Cdu-Csu e Spd, un “contratto di governo” che prevede, di volta in volta, i punti programmatici dell’intesa, cui si richiama oggi M5S quando parla, per il governo, di “contratto alla tedesca”. In Italia, un governo di Grosse Koalition (larga coalizione) è stato ritenuto il governo Letta (2013-2015) che però viene più comunemente definito “governo di larghe intese” (vedi alla voce).

Patto (di legislatura). E’ l’intesa con la quale i partiti che formano un governo s’impegnano a sostenerlo per cinque anni, cioè per l’intera legislatura in corso.

Partecipazione organica (al governo). Si ha quando un partito della maggioranza di governo ‘invia’ propri rappresentanti al governo in qualità di ministri e/o di sottosegretari i quali lo rappresentano pienamente dentro quel governo. Se la partecipazione al governo non è ‘organica’, da parte di una forza politica, vuol dire che il partito o gruppo politico in questione si limita a sostenere dall’esterno il governo (vedi alla voce “appoggio esterno”) oppure ad astenersi su di esso e sui suoi provvedimenti. Il caso dell’appoggio esterno del Prc di Bertinotti al I governo Prodi (1996-’98) fu un caso di appoggio esterno come lo fu l’appoggio esterno di Ala di Verdini al governo Renzi.

Rimpasto (di governo). Si verifica quando una (o più) forza politica della maggioranza di governo chiede di cambiare, in parte o in tutto, i ministri che ne fanno parte e ottiene che alcuni ministri si dimettano venendo sostituiti da altri della propria parte politica.

“Staffetta” (patto della). Fu chiamato così il patto politico siglato tra l’allora leader del Psi, Bettino Craxi, e l’allora leader della Dc, Ciriaco De Mita, che tra il 1983 e il 1987 avrebbero dovuto alternarsi al governo, sempre all’interno di governi di pentapartito (cioè di governi di centro-sinistra), ma il patto naufragò per l’ostilità dell’uno verso l’altro. Oggi se ne parla in merito a un possibile patto tra Salvini, leader della Lega, e Di Maio, leader dei 5Stelle, che dovrebbero (o vorrebbero) alternarsi alla guida del governo dentro un accordo tra centrodestra e M5S. Si farà? Difficile a dirsi, più difficile a farsi.

Staff (del Quirinale). Il presidente della Repubblica viene aiutato, nel suo compito di svolgere le consultazioni (vedi alla voce) da alcuni dei suoi principali collaboratori che sono: il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera); il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri; i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso; il consigliere Simone Guerrini e molti altri.

Stallo (o caos) istituzionale. E’ la situazione attuale. Un governo non c’è (ma c’è il governo Gentiloni per “il disbrigo degli affari correnti”, vedi alla voce) e la crisi politica si prolunga, ma  ‘niente paura’: è già successo e “ci vuole il tempo che ci vuole”…

“Terzo uomo”. Se ne parla anche nel corso di questa crisi politica perché potrebbe essere una personalità politica o istituzionale o fuori dai giochi dei partiti (il presidente della Consulta Lattanzi, il presidente dell’Authority della Anti-corruzione Cantone, l’ex giudice della Consulta Flick e via elencando) a essere chiamato dal Capo dello Stato a guidare un governo di tutti o di responsabilità o di scopo o a termine (vedi alle varie voci citate), ma solo dopo che tutte le altre opzioni politiche venissero scartate.

“Verifica” (di governo). Si intende con questo termine l’incontro tra i maggiori esponenti dei partiti che reggono un governo, incontro che si tiene periodicamente oppure dopo un evento politico di rilievo che cambia gli assetti politici del momento (per esempio le elezioni amministrative, comunali o regionali, le elezioni europee, etc.) allo scopo di ‘verificare’ (da cui il termine) se permangono o meno le condizioni affinché il governo possa continuare a operare. Nella Prima Repubblica erano molto frequenti.

Voto di fiducia. La nostra è una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare: le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti. La Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, e di conseguenza aprendo una nuova crisi di governo. In realtà, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia al governo da parte del Parlamento, sono pieni gli annali della storia patria: è quasi sempre stata la norma e la crisi ‘parlamentare’ l’eccezione.

Il contrario del voto di fiducia è, ovviamente, il cosiddetto ‘voto di sfiducia’: si realizza quando un esecutivo si presenta in Parlamento e viene battuto o ‘va sotto’ il quorum richiesto per quella votazione su un provvedimento o sul complesso del suo operato. Il paradosso è che, nella storia repubblicana, sono stati assai pochi i governi battuti in Parlamento con un voto di sfiducia, mentre normalmente, specie nella Prima Repubblica, i governi si dimettevano anche se non in presenza di un voto di sfiducia da parte delle Camere. Per non risalire troppo indietro nella storia, si può ricordare che entrambi gli esecutivi a guida Prodi di centrosinistra furono battuti, il primo nel 1996 e il secondo nel 2008, da un voto di sfiducia da parte delle Camere, la prima volta per responsabilità del Prc di Fausto Bertinotti e la seconda volta per responsabilità dell’Udeur di Mastella. Fu lo stesso Prodi a chiedere e a imporre, nonostante i molti pareri contrari presenti dentro i suoi governi e il suo staff, in entrambi i casi, un voto da parte delle Camere. Nel 1996 la legislatura continuò comunque con i governi D’Alema I e II e con il II governo Amato e si chiuse solo nel 2001. Nel secondo caso, invece, la legislatura che si era aperta nel 2006 si interruppe nel 2008 dopo un infruttuoso tentativo di formare un nuovo governo affidato da Napolitano a Marini. Peraltro, fu quella la seconda legislatura più breve della storia repubblicana, seconda soltanto a quella del 1992-’94. Da ricordare, infine, che il voto di fiducia se chiesto sul governo presuppone l’ottenimento della maggioranza assoluta dei voti di ciascuna Camera (316 deputati su 630 alla Camera, 161 senatori su 315 al Senato, ma il numero della composizione del Senato varia in base al numero dei senatori a vita che, in questo caso, sono cinque, quindi 321) mentre se chiesto su un provvedimento, di ogni natura, presuppone solo il raggiungimento della maggioranza semplice dei voti in ogni Camera (la metà più uno dei presenti alla votazione varia in base ai presenti).

Pertini presidente

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

 

******Spazio curiosità IV****** 

Alcuni singoli episodi storici sugli incarichi di governo conferiti dai Presidenti nel corso dell’età repubblicana.

1979, i tre presidenti incaricati (uno effettivo e due vice). Nel 1979 l’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare di andare a nuove elezioni (che poi, comunque, nel 1979 si tennero) e per tenere in vita la VII legislatura, convocò al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti da marzo, in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo). Pertini ricevette i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfilò e rinunciò, quindi l’operazione saltò e il governo ‘a tre’ non nacque ma nacque invece un V governo Andreotti che portò il Paese al voto. La Malfa, per il dolore, ne morì…

1979, il primo incarico a un esponente non Dc (Craxi). Sempre Pertini fu il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana e lo fece per ben due volte. Infatti, l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo guidato da Ferruccio Parri, ex comandante partigiano, di fede azionista, nato e morto nel 1947 era stato l’ultimo, prima vi erano stati tre governi Badoglio e due governi Bonomi, nel 1943-1946, ma era ancora vigente la monarchia di casa Savoia. Nel luglio del 1979 Pertini diede l’incarico di formare un governo al segretario del Psi Bettino Craxi, che dovette rinunciare per l’opposizione della Dc. Una decisione che suscitò grande scalpore ma preparò così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

1981, il primo governo a guida laica (Spadolini). Nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (Dc, 1980-1981) a causa dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, il quale presentò un governo di pentapartito (sorretto cioè da Dc, Pli, Pri, Psdi, Psi) il 28 giugno 1981. Fu una specie di rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc che mantenne tale primato per 35 anni.

1983, il primo governo a guida socialista (Craxi). Sempre il presidente Pertini fu il responsabile del conferimento dell’incarico al primo esponente socialista nella storia della Repubblica: il Psi aveva partecipato, quasi ininterrottamente, dal 1960 in poi ai governi detti “di centrosinistra” (fu in quell’occasione che Aldo Moro coniò l’espressione “convergenze parallele”: Moro parlava, cioè, del rapporto di convergenza tra la Dc e il Psi e non, come spesso si confonde, del rapporto tra la Dc e il Pci), ma non ne aveva mai guidato nessuno e il suo storico leader, Pietro Nenni, ne era stato, al massimo, vice-presidente.  Il giuramento del I governo Craxi, avvenne il 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito (formula che indicava la presenza di Dc, Psi, Psi, Poi e Poi al governo) durò fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, vi furono ai vertici dello Stato due esponenti socialisti: il presidente della Repubblica (Pertini) e il presidente del Consiglio (Craxi).

1987, il primo incarico esplorativo a un comunista (Iotti). Il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, nell’ambito di una complessa crisi di governo seguita alle dimissioni del II governo Craxi affidò al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), un incarico esplorativo nel marzo del 1987. Nell’arco di venti giorni, dal 25 marzo al 10 aprile, la Jotti ha verificato l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo e la palla è passata ad altre personalità. In ogni caso, si è trattato della prima e unica volta in cui un esponente del Pci, peraltro la vedova di Palmiro Togliatti, ha avuto un incarico, sia pure esplorativo, da un Presidente della Repubblica nell’intero arco della storia repubblicana.

1987, il primo incarico al presidente del Senato in carica, Fanfani. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha innovato la prassi costituzionale affidando al presidente del Senato in carica, Amintore Fanfani (Dc), un incarico per formare un governo il 14 aprile 1987. Il VI governo Fanfani è rimasto in carica fino al 9 luglio 1987, il tempo utile per accompagnare il Paese al voto e si è dimesso subito dopo l’elezione delle nuove Camere. In ogni caso si è trattato del primo governo affidato a un presidente del Senato in carica.

1989, la crisi di governo più lunga e il governo Andreotti. La crisi di governo più lunga nella storia della Repubblica fu quella del maggio-luglio 1989 che, durante la X legislatura (1987-1991), portò alla nascita del VI governo Andreotti (1989-1991). Ma il governo Andreotti nacque ben 64 giorni dopo le dimissioni, il 19 maggio 1989, del presidente del Consiglio precedente, Ciriaco De Mita (Dc), che era in carica dal 1987 quando si erano tenute le elezioni politiche e che si dimise dopo la conclusione del congresso del Psi che gli tolse l’appoggio perché Craxi riteneva che non fosse stato rispettato il cd. “patto della staffetta” (l’alternanza tra un esponente del Psi, Craxi, e uno della Dc, De Mita, alla guida del governo, patto politico che De Mita e Craxi pretendevano fosse persino ‘costituzionalizzato’). Le consultazioni furono tenute dall’allora presidente Francesco Cossiga (Dc). Dopo un mandato esplorativo affidato a Spadolini (Pri), allora presidente del Senato, e il reincarico a De Mita, che rinunciò, nacque il VI governo Andreotti, detto ‘di pentapartito’ perché sostenuto da un’alleanza dei cinque partiti storici del centrosinistra (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi): sbloccò l’impasse e durò fino al 1991. Ci vollero due mesi per risolvere la crisi di governo, la più lunga della storia repubblicana, dal 19 maggio al 22 luglio.

1992, la crisi di governo più drammatica, il Governo Amato. Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò, peraltro, della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), fu drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincise anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma fu segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui morirono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro fu costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, il Pri era all’opposizione) uscita dalle urne nonostante il ciclone di Tangentopoli fosse in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività. Scalfaro diede due incarichi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi in situazioni drammatiche. Il primo incarico fu dato a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governò dal giugno 1992 all’aprile 1993 affrontando problemi di ordine interno (corruzione e stragi) e internazionale (crollo della lira, svalutazione e il famoso “prelievo forzoso sui conti correnti”). Particolare curioso delle consultazioni: Scalfaro pretese e ottenne che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presentasse allo studio alla Vetrata, falcidiando molto dei partiti coinvolti. Durante il governo Amato, peraltro, il numero di ministri che si dimisero per gli avvisi di garanzia ricevuti dal pool di Mani Pulite fu esorbitante: si trattò dei ministri Martelli (Psi), Goria e Fontana (Dc), Di Lorenzo (Pli), mentre il ministro Scotti (Dc) si dimise per la nuova incompatibilità, fatta valere dal suo partito, tra ministro in carica e seggio parlamentare, il ministro Ripa di Meana (Verdi) si dimise per dissenso in merito al decreto Conso che depenalizzava i reati di Tangentopoli e che poi venne ritirato. In totale, si trattò delle dimissioni di ben sei ministri in carica.

1993, la prima volta del Pds al governo e il Governo Ciampi. Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cadde e Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituì due novità: fu il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era, in quel momento, governatore della Banca d’Italia, più tardi fu ministro e poi anche presidente della Repubblica) e il primo governo, dal 1947 in poi, a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti. Infatti, anche se solo per una giornata, il 29 aprile 1993, il Pds (ex Pci) di Achille Occhetto prese parte al governo Ciampi con propri ministri che erano Visco, Berlinguer, Barbera e Rutelli (Verdi). L’uscita dal governo, a sole 24 ore dalla sua formazione, fu determinata dal fatto che la Camera dei Deputati negò l’autorizzazione alla richiesta di arresto per il leader del Psi Bettino Craxi, voto che si teneva proprio quel giorno. Il governo Ciampi fu anche il governo che gestì il primo passaggio dal sistema proporzionale semi-puro che aveva segnato la storia di tutta la Prima Repubblica a una nuova legge elettorale, il Mattarellum (dal nome dell’attuale Capo dello Stato e allora capogruppo del Ppi, Sergio Mattarella). Il Mattarellum, varato nel 1993 e applicato per la prima volta nel 1994, introdusse in Italia un sistema elettorale maggioritario, basato sui collegi uninominali, anche se con discreto recupero proporzionale (25%).

1994, il primo caso di un ministro (Previti) depennato dalla lista dei ministri. Quando, nel 1994, il 18 aprile, si tornò a votare e si aprì la XII legislatura (1992-’94), la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi (alleato della Lega Nord nel Polo delle Libertà al Nord e di An al Sud nel Polo del Buon Governo) sancì la nascita di una nuova era, la Seconda Repubblica. Il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo non rispondeva più alle logiche della Prima Repubblica e al gioco come ai rapporti tra i partiti in un sistema, di fatto, proporzionale, ma avviò l’era – o quantomeno la richiesta – della formazione di governi che rispondessero all’esito elettorale. In tale cornice, nacque il I governo Berlusconi che governò dal 10 maggio 1994 fino alle sue dimissioni, il 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nacque con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc, e altri partiti minori. Il neo premier portò all’allora presidente Scalfaro, nella lista dei ministri, anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” disse, candidamente, Berlusconi a Scalfaro). Ne seguì un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) dopo il quale Berlusconi accettò il veto del presidente Scalfaro sul nome di Previti e lo spostò alla Difesa. Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, fatto non usuale, ma nemmeno irrituale nella storia. Infatti, Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al governo del governo Pella (1953) che lo stesso Einaudi spinse a formare.

2008, il governo più longevo della storia, il governo Berlusconi. Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura (2008-2013), il 7 maggio 2008, fu il 60 esimo governo della storia repubblicana, batté tutti i record di durata degli esecutivi più longevi della storia patria ed è rimasto, a oggi, il secondo più lungo, secondo solo al VII governo De Gasperi(1951-1953), naturalmente contando solo i governi della storia repubblicana. Il governo più lungo di tutti fu ovviamente il governo guidato da Benito Mussolini, con diversi rimpasti, dal 1929 al 1943, governi che si formarono durante il regime fascista e che venivano autorizzati dall’allora Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

2011, il governo di un senatore a vita, il governo Monti. La crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali che coinvolse l’Italia nell’estate del 2011 e la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che gli aveva tolto l’appoggio, formando un suo partito (Fli), separato e distante dall’allora Pdl, manovrando, da presidente della Camera, contro Berlusconi, comportò che, a novembre del 2011, il IV governo Berlusconi cadde, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando per un soffio la maggioranza assoluta (315 voti). L’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (Pd), colse al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottenne il 16 novembre 2011. Napolitano fu il vero artefice dell’esperimento del governo tecnico guidato da Mario Monti, che egli stesso aveva provveduto a nominare, pochi mesi prima, senatore a vita. Monti governò – sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione – fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ e non indicati dai vari partiti che lo sostenevano, adottando misure draconiane in economia.

2013, una legislatura caotica, l’ultima, e una crisi di governo durata 44 giorni. La legislatura appena conclusa, la XVII, si aprì nel caos. Si votò il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, che aveva sostituito nel 2005 la legge elettorale precedente, il Mattarellum, e che funzionò dalle elezioni del 2006 fino, appunto, a quelle del 2013. Tale legge, il Porcellum, venne poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione, premio concesso senza soglia di accesso. In ogni caso, la coalizione di centrosinistra imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ebbe la maggioranza dei seggi (340) ma solo alla Camera e non al Senato per la difformità dei premi, che al Senato venivano dati su base regionale. Bersani ricevette, dal presidente Napolitano, il pre-incarico per formare un governo il 15 marzo e diede avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, dovette gettare la spugna per l’indisponibilità dei 5Stelle. Napolitano congelò il pre-incarico a Bersani senza mai più, di fatto, ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale come poi fu notato. Subito dopo, però, le consultazioni al Colle si dovettero fermare per forza perché era scaduto lo stesso mandato di Napolitano e si dovette procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato. Le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101”) portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo e unico capo dello Stato ad essere eletto per due volte alla massima carica della più alta istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile, dunque, Napolitano poté procedere ad aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo e solo dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e FI dall’altra conferì, il 20 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giurò nelle mani del Capo dello Stato il 24 aprile e nacque il 28 aprile, cioè ben 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi, dunque, che fu molto lunga, anche se non la più lunga, e che portò con sé altre due novità: la rielezione di Napolitano e la formula delle ‘larghe intese’.

 

il mio libro su Renzi

La copertina di un libro su Renzi, La volta buona.

La formula del governo delle larghe intese proseguì fino al gennaio 2015 quando arrivò al governo Matteo Renzi (Pd), dopo la sfiducia che il suo partito aveva promosso nei confronti del governo Letta. Renzi ebbe da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo che durò fino a dicembre 2016 quando fu invece il nuovo Capo dello Stato, Sergio Mattarella, eletto nel 2015, a conferire l’incarico al presidente del Consiglio attuale e ancora in carica per “il disbrigo degli affari correnti”, Paolo Gentiloni (Pd). Da segnalare altri due fatti importanti. Il governo Renzi, che governò con una maggioranza non più di “larghe intese” (Pd-FI più gli alleati minori), come era accaduto con il governo Letta, ma con una maggioranza di ‘centro-sinistra’ (Pd-Ncd più altri alleati minori), stabilì con FI di Silvio Berlusconi l’intesa (passata alle cronache come “patto del Nazareno” perché stipulato nella sede del Pd che si trova a largo del Nazareno) per una ‘grande riforma’ costituzionale. La riforma, che prevedeva di riscrivere molti articoli della II parte della Costituzione (superamento del bicameralismo perfetto attraverso l’abolizione del Senato o, meglio, la sua non più elettività diretta ma di secondo grado e la riforma del Titolo V, cioè il rapporto di Stato e regioni) fu varata dal Parlamento, attraverso una doppia lettura, come prevede la Costituzione nel 2015, ma fu richiesto, dalle opposizioni, non avendo la riforma ottenuto i 2/3 dei voti in Parlamento proprio a causa del sottrarsi di FI dal patto del Nazareno, un referendum costituzionale su esso che si tenne il 4 dicembre 2015 e vide la sconfitta del Sì e la vittoria del No al referendum. Di conseguenza Renzi si dimise da presidente del Consiglio e gli subentrò Gentiloni. Pur non entrata in vigore, si è trattato della più grande opera di revisione costituzionale mai tentata prima in Italia. Inoltre, sempre il governo Renzi fece approvare, a colpi di maggioranza, e ponendo la questione di fiducia, la riforma della legge elettorale passato alle cronache come Italicum. Ma anche tale legge, approvata nel 2016, non fu attuata. Bocciata, anche se solo in parte, dalla Corte costituzionale perché, prevedendo un ballottaggio tra i due partiti o coalizioni più votate non indicava una soglia di accesso, l’Italicum non entrò mai in vigore, primo e unico caso, nella storia repubblicana. Entrò in vigore, invece, alla fine del 2017, il cd. Rosatellum, sistema proporzionale basato su un mix di collegi uninominali maggioritari (36%) e di listini bloccati proporzionali (64%), sistema elettorale con cui si è votato alle recenti elezioni del 4 marzo 2018.

jotti e anselmi

Nilde Jotti (Pci), la donna più votata per il Quirinale, e Tina Anselmi (Dc)

*****Spazio curiosità V*****

Breve storia dei mandati esplorativi e dei pre-incarichi.

  • Una premessa.

Il primo fu Cesare Merzagora nel 1957, gli ultimi sono stati, anche se non formalmente, nel 2013 dieci saggi suddivisi in due commissioni. Sono i destinatari del cosiddetto incarico esplorativo che, durante le procedure per la formazione del governo, il Presidente della Repubblica può chiamare a verificare se esistano i presupposti, ed eventualmente a dare un impulso, per arrivare ad una possibile soluzione della crisi o per favorire una fase di decantazione e guadagnare tempo in attesa che maturino le intese necessarie. Solitamente si tratta di personalità super partes ma con una connotazione più politica rispetto a quella del Capo dello Stato, in grado quindi di avere un approccio bipartisan alle questioni, ma anche di inserire nel confronto tra le forze politiche quegli elementi che possano permettere di superare lo stallo. Il profilo richiama la figura dei presidenti  delle Camere che in tutti i casi citati sono stati chiamati a svolgere questa funzione.

            *Il primo incarico a Merzagora nel 1957.

Il primo fu il presidente del Senato, Cesare Merzagora, nella fase che portò alla formazione del governo Adone Zoli, dopo la crisi apertasi con le dimissioni di Antonio Segni il 6 maggio 1957. Nel conferirgli l’incarico, il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, spiegò che come suo supplente, la Costituzione gli conferiva “il compito di accertare quali concrete possibilità esistessero di costituire un governo in grado, per la composizione e il programma, di riscuotere la fiducia delle Camere e del Paese”. Merzagora accettò il mandato, spiegando di considerare il suo compito limitato proprio a verificare se fosse possibile far nascere un nuovo esecutivo, rinunciando quindi ad una automatica trasformazione in incarico pieno e ritenendo opportuno ricorrere al presidente del Senato solo come estrema risorsa. L’incarico non ebbe seguito.

  • L’incarico al presidente della Camera Leone nel 1960.

Il 4 marzo del 1960, ancora una volta dopo le dimissioni di un esecutivo presieduto da Antonio Segni, Gronchi decise di chiamare come ‘esploratore’ stavolta il presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc). Anche in questo caso, l’accettazione della chiamata da parte del Capo dello Stato fu accompagnata dalla premessa che un incarico pieno ad una carica istituzionale poteva giustificarsi solo in presenza di una situazione particolare, come la necessità di presiedere un governo destinato a condurre il Paese ad elezioni anticipate. Ipotesi non all’ordine del giorno: la crisi fu superata con la nomina al governo di Fernando Tambroni (Dc).

  • Ancora un incarico a Leone nel 1963.

Un nuovo incarico esplorativo venne affidato, nel giugno del 1963, all’inizio della legislatura, al presidente della Camera, Leone, che poi fu nominato da Antonio Segni presidente del Consiglio di un governo rimasto in carica fino all’autunno, prima della nascita del centrosinistra organico di Aldo Moro (Dc). Sempre Leone, nel frattempo divenuto senatore a vita, si ritroverà premier per la seconda volta tra il giugno e il novembre del 1968, preparando la stagione dei governi di Mariano Rumor nel periodo che segnava la crisi del centrosinistra.

  • Gli incarichi esplorativi a Saragat e Fanfani, 1968.

Proprio in quegli anni vennero affidati altri due incarichi esplorativi, durati appena un giorno, dal Capo dello Stato, Giuseppe Saragat (Psdi), prima al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968, e poi a quello del Senato, Fanfani, il 2 agosto del 1969. Nella legislatura successiva, il 10 ottobre del 1974, dopo la crisi del quinto governo Rumor, il Presidente della Repubblica, Leone, affidò l’incarico esplorativo al presidente del Senato, Giovanni Spagnolli, che tre giorni dopo gli consegna una relazione scritta sui colloqui avuti. Dovette comunque passare ancora più di un mese prima che vedesse la luce il quarto esecutivo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro.

  • Ancora un incarico a Fanfani, prima del Craxi bis, nel 1986.

L’impostazione che porta ad affidare l’incarico esplorativo a Merzagora e Leone e i paletti posti dai diretti interessati nell’accettarlo, trova riscontro nella situazione che si crea negli anni Ottanta, quando è Amintore Fanfani, presidente del Senato, che viene chiamato dal Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a coadiuvarlo nella ricerca di una soluzione per la crisi apertasi con le dimissioni del primo governo di Bettino Craxi. Era il 4 luglio 1986 e 5 giorni dopo, terminata la sua esplorazione, Fanfani riferì al Capo dello Stato che dagli elementi raccolti emergeva la possibilità di arrivare ad una soluzione della crisi, che poi culminò con l’avvento del Craxi bis. Nel 1983 un incarico esplorativo era stato conferito dal presidente Pertini al presidente del Senato Morlino.

  • Nilde Iotti, la prima ‘esploratrice’ donna nel 1987.

A Fanfani, da presidente del Senato, qualche mese dopo fu dato invece un incarico pieno per un esecutivo che avrebbe avuto come sbocco le elezioni anticipate all’inizio dell’estate del 1987. Era già accaduto nel dicembre 1982, al termine dell’ottava legislatura. Quel sesto e ultimo governo guidato da uno dei “cavalli di razza” della Dc fu appunto preceduto da una fase particolarmente complicata, conseguenza della tensione tra Dc e Psi, che rese necessario l’intervento per la prima volta di una ‘esploratrice’, e cioè la presidente della Camera Nilde Iotti (Pci), chiamata da Cossiga il 27 marzo 1987.

Da ricordare che, prima di arrivare ad elezioni anticipate, anche il Capo dello Stato Sandro Pertini, nella primavera del 1983, chiese al presidente del Senato, Tommaso Morlino, di esplorare se effettivamente emergesse l’incapacità del Parlamento di esprimere una maggioranza.  Nel 1986, a guidare il governo che stava per dimettersi era Amintore Fanfani, chiamato qualche mese prima a lasciare lo scranno più alto di palazzo Madama per approdare a palazzo Chigi, in quella che sarebbe stata la fase finale della legislatura, circostanza che si sarebbe ripetuta nel 1987. Una dimostrazione di come possa accadere che i presidenti delle Camere vengano anche ritenuti figure idonee ad assumere la carica di premier, in esecutivi destinati a gestire fasi di passaggio e di decantazione prima o immediatamente dopo le elezioni, anticipate o meno.

  • L’incarico esplorativo a Spadolini, 1989.

Sempre durante una delle crisi più lunghe e difficili, all’epoca del pentapartito, prima che si riuscisse a dar vita al sesto gabinetto presieduto da Giulio Andreotti, fu chiamato ad ‘esplorare’ il presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri). Spadolini, dal 26 maggio all’11 giugno 1989 ebbe un mandato che portò a termine dopo due giri di consultazioni, anche se dovette passare più di un mese per veder risolta una crisi durata, alla fine, ben 64 giorni.

  • Marini esplora nel 2008, dopo le dimissioni di Prodi.

Prima di sciogliere le Camere dopo le dimissioni di Romano Prodi nel gennaio del 2008, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidò al presidente del Senato, Franco Marini, l’incarico di esplorare se tra le forze politiche esistesse la possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e il sostegno ad un governo che accompagnasse l’approvazione di tale riforma, assumendo anche le decisioni più urgenti. 

  • La stranezza della commissione di saggi ‘esploratrice’, nel 2013.

Inedita la formula sperimentata invece dallo stesso Napolitano all’inizio della passata legislatura, dopo l’impossibilità di formare un governo verificata da Pier Luigi Bersani. Al termine di un rapido giro di consultazioni, il 30 marzo del 2013 il Capo dello Stato decise di formare due commissioni di lavoro, chiamate a stabilire contatti con i Gruppi parlamentari, per un confronto su proposte programmatiche in materia istituzionale ed economico-sociale ed europea. Un’iniziativa che avrebbe rappresentato il prodromo per la successiva nascita del governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta. Del primo comitato facevano parte Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello e Luciano Violante; del secondo, Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato; Salvatore Rossi, membro del Direttorio della Banca d’Italia; Giancarlo Giorgetti e Filippo Bubbico, allora presidenti delle Commissioni speciali operanti alla Camera e al Senato in avvio di legislatura; l’allora ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi. Il lavoro della commissione di saggi fu poi archiviato e non ebbe alcun seguito sostanziale.

*Il mandato esplorativo al presidente del Senato Casellati, 2018.

Nel 2018, dopo le elezioni politiche del 4 marzo, un mandato esplorativo è stato affidato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla presidente del Senato, Elisabetta Maria Alberti Casellati (FI) con un confine molto specifico: verificare la possibilità di formare un governo solo nel ‘perimetro’ di una possibile alleanza tra centrodestra e M5S e, anche, con un orizzonte temporale molto limitato, i giorni dal 18 al 20 aprile 2018, con l’obbligo di riferire, entro quella data, al Capo dello Stato. L’esplorazione si è conclusa il 21 aprile scorso, è durata solo due giorni e non ha prodotto risultati significativi.


Questo ‘Dizionario della crisi’ è stato pensato e scritto in forma originale per questo blog ed è reperibile solo qui.

 

 

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NEW!!! “Pacchetto Colle”. Le consultazioni, le mosse di Mattarella, le tipologie di incarico, i precedenti storici e tante curiosità

Il “pacchetto consultazioni”, pubblicato sul sito Internet Quotidiano.net il 4 aprile 2018, contiene approfondimenti e sezioni speciali in forma estesa per i ’25 lettori’ del blog.

Transatlantico

La galleria fumatori del Transatlantico di Montecitorio

  1. Il nuovo round di consultazioni sarà il 12 e 13 aprile. Ancora a vuoto?

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fissato oggi il secondo round di consultazioni per giovedì 12 e venerdì 13 aprile di questa settimana. Il primo giorno sarà dedicato alle forze politiche. Tra i partiti, gli ultimi a salire al Colle, alle 18.30, saranno i 5Stelle. Prima sarà la volta della delegazione del centrodestra unito (Lega-FI-FdI) che rimarrà dunque nella casella già assegnata alla Lega al primo giro, prima ancora della delegazione del Pd e, all’inizio, dei gruppi minori (Misto e LeU).

 Venerdì il capo dello Stato vedrà le cariche istituzionali: i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, e il presidente emerito Giorgio Napolitano. Nella prima tornata di colloqui, il 4 e 5 aprile, Mattarella aveva sentito, invece, prima le due principali cariche dello Stato e poi i partiti.
E così, tra oggi e ieri il Capo dello Stato ha dato un primo segnale ai partiti. Con un certo anticipo, ben studiato, sulla tabella di marcia, prima ha scritto ai presidente di Camera e Senato, Fico e Casellati, per ricordargli che il Parlamento deve eleggere, in seduta comune, otto componenti (per Costituzione di designazione parlamentare) del Csm, il cui plenum verrà riunito l’8 e 9 luglio per eleggere i suoi 16 componenti togati (in totale, si tratta di 24 membri), e sarà presieduto dallo stesso Mattarella, proprio perché scade il mandato quadriennale del Csm. Il Parlamento, di solito, ci mette tempo per procedere a tali nomine e le divisioni tra i partiti per formare il governo non aiuteranno a facilitarne il compito. Per dirne un’altra, manca la nomina di un giudice della Consulta da oltre due anni (nel frattempo la Consulta ha cambiato ben due presidenti!), ma il Parlamento uscente non è mai riuscito a provvedervi.

Insomma, Mattarella ieri ha battuto un colpo. Il secondo lo ha suonato oggi, convocando il secondo giro di consultazioni che si apriranno al Colle giovedì 12 e venerdì 13. IAnche in questo caso, la pratica sarà sbrigata in meno di due giorni. Due le novità: il centrodestra si presenterà unito, in formato ‘Triplice Intesa’ (Berlusconi-Meloni-Salvini) e il gruppo Misto della Camera con un nuovo capogruppo perché Leu ha ottenuto, ieri, la deroga a costituirsi in gruppo autonomo, nonostante abbia solo 14 deputati (20 è il numero minimo consentito), in quanto simbolo presentato alle elezioni (fu concessa, nella scorsa legislatura, a FdI).

Il Capo dello Stato individuerà un premier e gli attribuirà un incarico per formare un governo, entro il fine settimana? Difficile. Più facile che anche il secondo giro vada a vuoto, ma Mattarella – per evitare la deprecabile immagine dello stallo e del vuoto istituzionale – potrebbe affidare, invece, un pre-incarico a una figura ‘terza’ (il nome più quotato è quello del presidente del Senato, Casellati) per sondare, questa volta attraverso consultazioni formali ma non del Capo dello Stato, ma di un presidente incaricato, i partiti e poi, appunto, tornare a riferire al Colle e a lui stesso.

La verità è che il mite, calmo e serafico Sergio Mattarella, sta iniziando a perdere la pazienza. Le trattative tra i partiti – sia sul fronte Lega-M5S o centrodestra-M5S, sia sul fronte M5S-Pd – sono ferme al palo, bloccate da veti reciproci e paralizzanti. Di Maio non recede dal proposito di essere lui il premier (Salvini, invece, sì), ma soprattutto non vuole alcun rapporto con Berlusconi e con la sua Forza Italia, tantomeno accettandone ministri e sostegno al suo governo (ma se si trattasse solo di un appoggio esterno, da parte di FI, o di ministri ‘di area’ o ‘tecnici’? Non si sa). Salvini non recede, almeno per ora, dal patto a tre siglato con FI e FdI: mantenere unito il centrodestra può prefigurare un incarico allo stesso Salvini (37% la percentuale del centrodestra unito contro il 32% del solo M5S), ma non vuole accettare un pre-incarico, con il rischio di ‘bruciarsi’, e tantomeno vuole accettare il dialogo e il possibile sostegno, a un suo governo, del Pd, ipotesi che FI accarezza. Il Pd non vuole scendere a patti con i 5Stelle, a meno che – forse – Di Maio rinunci alla premiership, ma non si capisce perché quest’ultimo dovrebbe rinunciare con Salvini e accettare di non fare il premier con il Pd… Inoltre, il Pd è spaccato al suo interno: l’Assemblea nazionale del 21 aprile potrebbe essere l’occasione per capire cosa vuol fare il Pd e se Renzi, oltre che i gruppi parlamentari, controlla ancora il partito, ma le timide aperture di pezzi del Pd ‘governista’ e ‘collista’ (nel senso di pronto ad accettare le pressioni del Colle, appunto) non bastano, per ora, a bilanciare la contrarietà di Renzi e dei suoi ad andare al governo, almeno non con i 5Stelle. Infatti, l’ipotesi – per ora fantascientifica, ma ‘mai dire mai’, potrebbe essere quella di un Pd che, per una volta unito, fa nascere (tramite le astensioni o uscendo dall’aula) un governo di minoranza a guida centrodestra (Salvini o, meglio ancora, una figura terza, meglio ancora se istituzionale, stile Casellati, appunto) su richiesta del Colle e trincerandosi dietro “il senso di responsabilità istituzionale”. Troppo presto per dirlo e, in ogni caso, tutti gli scenari sono aperti. Per ora tra i partiti il gioco è “a somma zero” mentre il Pd vive il dramma del “gioco del prigioniero” (un classico della “teoria dei giochi”: in soldoni, vuol dire che qualsiasi scelta fai sconti una pena…).

Il tempo, dunque, rischia di passare ancora inutilmente: il secondo giro di consultazioni, realisticamente, andrà a vuoto, forse non basterà neppure un terzo. Ora, è vero che Mattarella intende prendere, ancora per un po’, i leader e le loro bizze infantili (quelle che rispondono al famoso slogan ‘politico’ del bambino che urla “il pallone è mio e ci gioco solo io!”) per sfinimento. Condurre un secondo, e di certo anche un terzo, giro di consultazioni, infatti, vuol dire far passare (anzi: far correre) le due settimane che ci separano dalla fine di aprile mentre ancora si sta girando il film “Gran Ballo Quirinale”. E vuol dire arrivare ai primi di maggio senza aver attribuito ancora alcun incarico ‘politico’ per formare un governo, se non, forse, un pre-incarico a una figura istituzionale (la presidente del Senato Casellati è il nome più quotato), ma destinato a finire sostanzialmente nel nulla, oltre che a relazionare il “nuovo” (?) stato dell’arte al Capo dello Stato. Compiere questa mossa può servire, a Mattarella, per chiudere anche formalmente le due ‘finestre’ ancora aperte per un voto anticipato a giugno. Infatti, per votare il 17 giugno bisognerebbe sciogliere le Camere entro il 2 maggio (dai 45 ai 70 il termine per indire i comizi elettorali), per andare alle urne il 24 giugno (quando si terranno i ballottaggi delle amministrative, primo turno il 10 giugno) non si può scavallare il 9 maggio. Insomma, subito dopo il ‘mega-ponte’ festivo, compreso tra il 25 aprile (Festa della Liberazione) e il I maggio (Festa dei lavoratori), i partiti e i loro leader, per quanto recalcitranti, dovranno per forza di cose acconciarsi a dar vita a un governo. Politico o, se non ci riusciranno, di scopo, istituzionale, di responsabilità. Ma è anche vero che Mattarella vuole – e chiederà ai partiti – risposte concrete e urgenti alle domande che già ha fatto loro nel primo giro di consultazioni: quale maggioranza pensate di riuscire a formare in Parlamento, con quali numeri? A chi pensate per la figura del premier? Sorretto da quali forze politiche? E con quali programmi per il Paese? A tali domande i partiti sono chiamati e tenuti a rispondere.

2. Aprile, il più crudele dei mesi… (repeat)

Aprile, il più crudele dei mesi, come diceva il Poeta (Thomas Eliot), è anche il mese in cui si sono aperte le consultazioni al Colle per la formazione di un nuovo governo, dopo il risultato politico delle elezioni del 4 marzo e i primi atti ufficiali delle nuove Camere e cioè della XVIII legislatura. Legislatura già partita, in realtà, con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenza che ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichi che servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere. Ma se le Camere hanno iniziato a funzionare e nonostante la nostra sia una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia, un governo – come la serva di Totò – ‘serve’. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare (le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti). Nel 2013 l’allora Capo dello Stato Napolitano nominò, proprio per ovviare a questo inconveniente causato dal protrarsi delle consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (che fu sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima (una alla Camera e una al Senato) per scrivere e varare il Def e una seconda, ancora più ‘speciale’, di 40 membri e presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello per approntare una riforma della Costituzione, anche se tra i forti dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una Bicamerale per la riforma della Costituzione ma senza la prassi ordinaria per istituirla.

In ogni caso, le consultazioni al Quirinale, che storicamente si tengono nell’ufficio del Capo dello Stato e vedono poi, una volta uscite le delegazioni, delle brevi comunicazioni dei partiti e gruppi convocati nel magnifico studio della Vetrata, sono iniziate il 3 aprile e seguiranno, ogni volta, un rigido calendario, già scandito e diffuso, il 29 marzo, da un comunicato del Colle. Il secondo giro di consultazioni, come già detto, si terrà il 12 e il 13 aprile 2018.

 

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Non c’è nulla di scritto, nella Costituzione, sulle consultazioni, solo le consuetudini ne regolano lo svolgimento. Ecco le principali.

3. Consuetudine più che regole: le consultazioni e il calendario del Colle. 

Un’antica consuetudine, peraltro non sempre rispettata nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i presidenti delle Camere e il presidente emerito della Repubblica (notare che dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, nel 2015, in poi, si tratta di non solo di un presidente emerito, ma di un ex Capo dello Stato bis…), poi di passare ai gruppi parlamentari, con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande secondo la loro consistenza numerica.

Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera oppure nell’altra.

La presenza, alle consultazioni, oltre che dei capigruppo, di leader non eletti in modo democratico e formale nelle loro rispettive formazioni politiche, è una pratica invalsa solo dalla II Repubblica (1993). In tempi recenti Grillo nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Berlusconi lo farà con FI.

Nella I Repubblica (1946-1992), infatti, salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti degli stessi partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

Il Quirinale ha diffuso, si diceva, il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, che viene detto un nuovo ‘giro’,  cambieranno i giorni, ma non l’ordine di apparizione dei vari gruppi. Ecco la tempistica ufficiale.  Il primo ‘giro’ di consultazioni si è tenuto mercoledì 4 aprile e giovedì 5 aprile. Il secondo ‘giro’ si terrà tra giovedì 12 aprile e venerdì 13 aprile. Si può, in teoria, andare avanti all’infinito… Ci potrebbero volere, in ogni caso, dei mesi (forse uno, forse due) per vedere la nascita di un nuovo governo. Di certo il mese di aprile se ne andrà via solo per le consultazioni e un nuovo governo potrebbe non giurare che a maggio. Abbastanza in avanti, dunque, per chiudere la finestra elettorale di giugno (il 10 giugno andranno al voto più di 700 comuni italiani, ballottaggi il 24 giugno) perché – dopo di allora – sarà impossibile andare di nuovo a votare prima dell’estate. Quindi, anche per un possibile e non auspicabile voto anticipato se ne parlerebbe a ottobre. Tra le altre date – non istituzionali, ma ‘politiche’ – da tenere presenti, ci sono le elezioni regionali in Molise, fissate per il 22 aprile, e quelle in Friuli-Venezia Giulia (29 aprile). Ma torniamo al calendario del primo ‘giro’ di consultazioni.

Mercoledì 4 aprile, sono saliti i presidenti del Senato (Casellati), alle ore 10.30, e della Camera (Fico) alle 11.00. Alle 12.30 il presidente emerito Giorgio Napolitano. Tutti e tre torneranno al Colle venerdì 13 aprile.

Sempre mercoledì 4 aprile, alle ore 16, è stata la volta del gruppo Autonomie del Senato. Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Conta, in questa legislatura, otto senatori, il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp) in rappresentanza della Svp. Ne fanno parte Gianclaudio Bressa (ex Pd), Napolitano (che però è già andato al Colle da solo in qualità di presidente emerito), Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo ha avuto la dispensa a restare sotto soglia (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta le minoranze linguistiche.

Alle ore 16.45 è arrivato il Gruppo Misto del Senato e alle 17.30 il Gruppo Misto della Camera. Il gruppo Misto della Camera è composto da 22 deputati ed è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU): comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 4 di Noi con l’Italia-Udc; 5 ex M5S. Il gruppo Misto comprendeva 14 deputati di Leu i quali, però, martedì 10 aprile hanno ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo pur stando sotto la soglia di 20 deputati in quanto simbolo presentato alle elezioni ed hanno eletto presidente Federico Fornaro.

Il gruppo Misto del Senato è composto da 12 senatori, è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Monti e Segre, l’ultima senatore a vita nominata nel 2018 da Mattarella). Al Senato, LeU dovrà restare nel Misto: il nuovo regolamento del Senato non permette, in ogni caso, la costituzione di gruppi autonomi sotto i 10 senatori.

Alle 18.30 di mercoledì 4 aprile l’ultimo incontro del giorno è stato con i gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia (50). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta su 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato) che andranno senza la Meloni.

Giovedì 5 aprile si sono riaperte le consultazioni al Quirinale. Il primo gruppo, quartultimo nell’ordine di salita al Colle, è stato quello del Pd alle 10. Il Pd, infatti, con 163 parlamentari (111 i deputati e 52 i senatori) è il IV partito per consistenza numerica: ha eletto come capigruppo Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Sono saliti al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, Matteo Orfini. Non ci sarà invece il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi, che dalle sue dimissioni non ha più cariche nel Pd.

Alle ore 11.00 è stata la volta dei gruppi di Forza Italia. I capigruppo di FI al Senato (Annamaria Bernini) e alla Camera (Mariastella Gelmini) rappresentano 104 deputati e 61 senatori per un totale di 165 parlamentari. Il presidente del partito, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai capigruppo. Da notare che, al Senato, i 4 eletti di Noi con l’Italia- Udc sono entrati nel gruppo di FI, alla Camera no (stanno nel Misto). Non è salito al Colle anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani (sarebbe stata una prima volta assoluta per una carica istituzionale europea pari di rango a un Capo di Stato!) ma Berlusconi potrebbe nominarlo vicepresidente di Forza Italia e dunque ammetterlo alle consultazioni. Il cerimoniale del Colle, infatti, è molto rigido: possono salire al Quirinale solo cariche di partito elettive.

Alle ore 12.00 è toccato ai gruppi della Lega. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, è salito al Colle con i due capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera). La Lega conta su 125 deputati e 58 senatori per un totale di 183 parlamentari.

Infine, alle ore 16.30, le consultazioni si sono completate con i Gruppi di M5S. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) sono saliti al Colle accompagnati dal leader e candidato premier dei 5Stelle, il deputato Luigi Di Maio. M5S conta 222 deputati e 109 senatori, in totale 331 parlamentari.

Per quanto riguarda il nuovo (il secondo) giro di consultazioni, i gruppi minori (Autonomie Senato, Misto Senato e Misto Camera, LeU) saliranno al Colle giovedì 12 aprile, in mattinata. Nel pomeriggio andranno al Quirinale i gruppi maggiori: Pd, centrodestra unito (in teoria Lega+FdI-FI hanno molti più parlamentari, 398, del M5S, che ne conta 331, ma salirà comunque come penultimo gruppo) e, infine, l’M5S. Venerdì 13 aprile toccherà ai presidenti di Camera e Senato, Fico e Casellati, e al presidente emerito Giorgio Napolitano.

4. La pausa di riflessione (un’altra…) e il conferimento dell’incarico.

Venerdì 6 aprile è stata, per il Capo dello Stato, una giornata cosiddetta “di riflessione” e tale sarà anche il prossimo weekend, quello del 14 e 15 aprile. Ascoltati tutti i gruppi e le forze presenti in Parlamento, sulla base dei programmi, degli eventuali accordi politici e soprattutto dei numeri necessari a godere di una base parlamentare (la Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, anche se, ovviamente, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia, sono pieni gli annali della storia patria…) che gli verranno sottoposti, Mattarella rifletterà sulle prossime mosse da compiersi. Ma prima di decidere ‘se’ conferire un incarico per formare un governo e a ‘chi’, il Capo dello Stato, di fronte al complicarsi della situazione politica, sempre più ingarbugliata, ha deciso di aprire, dopo qualche giorno di pausa, un nuovo giro di consultazioni, senza conferire nessun incarico perché non convinto dai propositi delle forze politiche, specialmente se – come è in questo caso – nessun partito gode, come base di partenza, della maggioranza in nessuno dei due rami del Parlamento.

Un altra data importante da segnare sul calendario era quella di martedì 10 aprile. Entro quella data, infatti, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def deve arrivare, però, dopo aver ottenuto il parere obbligatori delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, quelle Bilancio e Finanze di Camera e Senato (40 deputati e 27 senatori), che devono lavorare per votare un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente Vito Crimi (M5S), alla Camera ??? Francesco Boccia (Pd), presidente uscente, o Giancarlo Giorgetti (Lega). Il Def, infine, va approvato dalle Camere e, per forza, a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti) entro il 15-30 aprile al massimo per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles da parte della commissione Ue entro la fine di maggio.

5. Incarico pieno, pre-incarico o incarico esplorativo?

Il tipo di incarico che il capo dello Stato vorrà conferire (pieno, esplorativo o pre incarico) sarà noto solo alla fine dell’ultimo giro di consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra, può indicare personalità politiche o non politiche, parlamentari o non parlamentari, figure espressioni di una forza politica, di un’area politica o tecnici. Va ricordato che il Capo dello Stato non può sindacare un programma di governo, ma può chiedere e ottenere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) che i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo a loro prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del consiglio (art 92 e 93 Cost.).

Ma vediamo le tre fattispecie classiche di un possibile incarico di governo.

Il pre-incarico. Serve per verificare, da parte di un leader politico, se è capace di trovare una maggioranza atta a formare un governo. Il presidente del consiglio pre-incaricato deve tornare a riferire al Capo dello Stato se ha trovato una maggioranza parlamentare ed è quest’ultimo che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno. In sostanza, il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato e non lui a sciogliere l’eventuale riserva. Precedenti. Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera ma non al Senato. Il pre-incarico rimase tale.

L’incarico (o mandato) esplorativo. E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, preferibilmente quello del Senato, perché è la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato con un mandato esplorativo, con i partiti, e dopo riferire al Presidente che valuta il da farsi. L’incarico esplorativo on va confuso con il pre-incarico. Precedenti. La presidente della Camera, Nilde Iotti ricevette, nel 1987, da parte del presidente di allora, Francesco Cossiga, un incarico esplorativo (Fu la prima volta di una donna e la prima e unica volta di un esponente del Pci). Il presidente del Senato Franco Marini nel 2007 lo ricevette dal presidente Napolitano. Entrambi i tentativi fallirono.

L’incarico (o mandato) pieno. E’, ovviamente, la norma. O dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato e si presenta, dopo, al Parlamento per avere la fiducia. Una prassi che è stata interrotta una volta sola da Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri, auto-concedendosi un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, riportando alla luce l’antico precedente del governo Pella che giurò nel 1954 senza riserva.

Una volta conferito l’incarico e formato il governo – che giura, come il presidente del Consiglio, anche se in due momenti distinti, nella mani del presidente della Repubblica – il nuovo governo deve chiedere e ottenere la fiducia delle Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, può iniziare a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Ma il Capo dello Stato prega anche, sempre per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è sempre quella del “disbrigo degli affari correnti”. Sarebbe quindi quest’ultimo governo, anche se battuto, e non il governo Gentiloni (che è attualmente in tale condizione) a restare in carica fino a un nuovo governo o a nuove elezioni.


Einaudi

Luigi Einaudi presidente della Repubblica (1948-1955)

 

5. I precedenti, le formule e i tipi di governo nella storia repubblicana.

Precedenti, consuetudini e prassi costituzionale vengono consultati, in questi giorni, come sempre avviene in questi casi, dal presidente e dai suoi principali collaboratori che sono il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera), il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri, ma anche i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso, il consigliere Simone Guerrini, etc. I precedenti sul tavolo del Capo dello Stato sono:

Governo della non sfiducia (1976-’78) o delle astensioni. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, la Dc e il Pci che però mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo (la cd. conventio ad exludendum). Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Fu, di fatto, un monocolore Dc con l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI compreso per la prima volta, mentre i partiti che lo sostenevano – e cioè Dc, Pci e gli altri partiti costituzionali (tranne l’Msi, fuori dal cd. “arco costituzionale”, e Dp, Pr e Pli, all’opposizione) – facevano funzionare il Parlamento lavorando dentro le commissioni parlamentari che, mai come allora, ebbero e svolsero un ruolo cruciale. Anche il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978) vide la fattiva collaborazione del PCI, sempre attraverso le commissioni parlamentari e il suo voto su mozioni leggi e documenti, ma anche in questo caso senza la presenza di ministri del PCI. Il V governo Andreotti (1979) fu invece solo un governo di passaggio verso le elezioni. Presidente della Repubblica era Giovanni Leone (Dc).

Governo balneare. Tipici della Prima Repubblica nacquero e operarono solo in funzione di portare il Paese al voto perché privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Lo furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70). Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi).

Governo di minoranza. Sono stati governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa che toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970) sotto più presidenti della Repubblica.

Governo di scopo. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica.

Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri su indicazione dei partiti, anche se di area, ne è l’esempio classico. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico e non va confuso col governo tecnico.

Governo tecnico. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese come accadde durante la crisi economica del 1992-’93, per una rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995) o dopo entrambi i fatti scatenantisi insieme come nella crisi finanziaria del 2011. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vede il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro.

Governo del Presidente (della Repubblica). Premesso che la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per natura del suo mandato, guidare governi o anche solo, in teoria, ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica, lo furono di fatto, dei governi ‘del Presidente’ i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc) e anche il governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, eterodiretto come fu dal presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari” ebbero breve durata, ma soprattutto godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono spesso confusi con il governo tecnico o balneare.

Governo delle larghe intese. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato, di fatto, anche un “governo del Presidente” perché nacque dopo il lavoro della commissione dei 40 saggi imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento dopo la sua rielezione (2013) e soprattutto a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta sarebbe però meglio definirlo “delle larghe intese” perché vide il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare in modo fattivo al governo e con dei loro ministri. Il termine era stato già coniato in passato per i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95) e, in parte, per il fallito tentativo del governo Maccanico (1995) e la teorica nascita di un governo D’Alema che non vide la luce.

Governo di emergenza o di unità nazionale. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti i partiti dell’arco costituzionale (così venivano definiti i partiti nella I Repubblica, con l’esclusione dell’Msi, ma con l’inclusione del Pci), anche i più lontani tra di loro, i quali vi siedono con propri ministri per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Lo furono il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria, ma lo furono anche i Governi di Cnl (1945-1947) che dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e poi accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione. Nel primo caso, in epoca pre-fascista, c’era ancora il Re Vittorio Emanuele III di Savoia (la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale), nel secondo caso il Capo provvisorio dello Stato, fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), era Enrico De Nicola (Pli).


Pertini presidente

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

6. Curiosità, episodi e precedenti nella storia delle consultazioni al Colle.

I) Il ciclone Pertini. Il primo governo laico (Spadolini) e socialista (Craxi).

Nel 1979 l’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare di andare a nuove elezioni (che poi, comunque, nel 1979 si tennero) e per tenere in vita la VII legislatura, convocò al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti da marzo, in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo Pertini). Pertini ricevette i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfilò e rinunciò, quindi l’operazione saltò e il governo ‘a tre’ non nacque ma un V governo Andreotti che portò il Paese al voto.

Ma le due innovazioni per cui Pertini passò alla storia furono ben altre. Fu il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana (l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo Parri, azionista, del 1947 era nato sotto la monarchia). Sempre nel 1979 diede l’incarico di formare il governo (ma senza successo) al segretario del Psi Bettino Craxi, suscitando grande scalpore ma preparando così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

Infatti, nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (1980-1981) a causa dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, il quale presentò un governo di pentapartito il 28 giugno 1981. Fu una specie rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc, partito che mantenne tale primato ininterrottamente per 35 anni.

Ma l’altra vera innovazione introdotta da Pertini fu il conferimento dell’incarico al primo socialista nella storia della Repubblica. Il giuramento del I governo Craxi, avvenne il 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito durò fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Infine, per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, furono socialisti sia il presidente della Repubblica (Pertini) che, appunto, il presidente del Consiglio dei Ministri (Craxi).

II) Cossiga e la crisi più lunga: nel 1989 nasce il VI governo Andreotti.

La crisi di governo più lunga nella storia della Repubblica fu quella della primavera del 1989 che, durante la X legislatura (1987-1991), portò alla nascita del VI governo Andreotti solo 64 giorni dopo le dimissioni del presidente del Consiglio precedente, Ciriaco De Mita, che era in carica dal 1987 quando si erano tenute le elezioni politiche. Le consultazioni furono tenute dall’allora presidente Francesco Cossiga (Dc). Il quale De Mita, peraltro, pretendeva dall’allora Capo dello Stato Cossiga una legittimazione costituzionale di un patto politico, quello della cd. ‘staffetta’ tra lui (allora leader della Dc) e Bettino Craxi, allora leader del Psi, che si sarebbero dovuti alternare al governo a ogni metà di legislatura. Il VI governo Andreotti, detto ‘di pentapartito’ perché sostenuto da un alleanza dei cinque partiti storici del centrosinistra (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi), sbloccò l’impasse e durò fino al 1991.

III) Scalfaro teleguida i governi Amato e Ciampi (1992-’94) sotto Tangentopoli.

Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), fu drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincise anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma fu segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui morirono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro, costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, solo il Pri era all’opposizione) uscita dalle urne nonostante il ciclone di Tangentopoli fosse già in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività diede due incarichi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi operanti in situazioni drammatiche. Il primo fu a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governò dal 1992 al 1993 affrontando sia i problemi di ordine interno (corruzione e stragi) che internazionale (crollo della lira, svalutazione e prelievo forzoso sui conti correnti). Particolare curioso delle consultazioni del 1993: Scalfaro pretese e ottenne che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presentasse allo studio alla Vetrata, falcidiando molto partiti…

Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cadde e Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituì due novità: fu il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era governatore di BankItalia) e il primo dal 1947 a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti (il Pds di Occhetto ne uscì dopo 24 ore perché la Camera negò l’autorizzazione alla richiesta di arresto per Craxi che si teneva proprio quel giorno) ma fu anche il governo che gestì il passaggio a una nuova legge elettorale, il Mattarellum, che varata nel 1993 sancì il definitivo superamento del sistema proporzionale puro che aveva caratterizzato la I Repubblica dal 1946 in poi.

IV) Scalfaro blocca Berlusconi sulla Giustizia: Previti non può essere ministro.

Quando, nel 1994, si tornò a votare e si aprì la XII legislatura, la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi scrisse una fine già segnata alla nascita del nuovo governo che nacque il 10 maggio 1994 e durò fino alle sue dimissioni del 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nacque con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc, e altri, ma il neo premier portò all’allora presidente Scalfaro, nella lista dei ministri, anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” disse, candidamente, Berlusconi a Scalfaro). Ne seguì un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) dopo Berlusconi spostò Previti alla Difesa. Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, ma già Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al governo Pella (1953).

V) Napolitano silura Berlusconi: lacrisi del 2011 e la nascita del governo Monti.

Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura, il 7 maggio 2008, il 60 esimo governo della storia repubblicana, aveva già battuto tutti i record di durata degli esecutivi più longevi (rimase il secondo più lungo, secondo solo a De Gasperi) quando – dopo la crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali che coinvolse l’Italia nell’estate del 2011 e la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che gli aveva tolto l’appoggio già alla fine del 2010, il governo cadde, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando la maggioranza assoluta (315 voti). L’allora Capo dello Stato Napolitano prese al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottenne il 16 novembre 2011. Napolitano fu il vero artefice e ‘creatore’ dell’esperimento del governo Monti, che egli stesso aveva provveduto a nominare senatore a vita, e che governò – sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione – fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ non indicati dai vari partiti.

VI) La ‘carica dei 101’. Il fallimento di Bersani, la rielezione di Napolitano e la nascita del governo Letta (2013): una crisi di governo durata ben 44 giorni.

Come molti ricorderanno, la legislatura appena conclusa, la XVII, si aprì nel caos. Si votò il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione senza soglia di accesso, e la coalizione imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ebbe la maggioranza dei seggi (340) solo alla Camera ma non al Senato per la difformità dei premi, che lì venivano dati su base regionale. Bersani ricevette, dal presidente Napolitano, il pre-incarico di formare un governo il 15 marzo e diede avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, dovette gettare la spugna. Napolitano congelò quel pre-incarico senza mai più ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale. Subito dopo, però, le consultazioni al Colle si dovettero fermare per forza perché era scaduto lo stesso mandato di Napolitano e si dovette procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato, ma le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101“) portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo capo dello Stato ad essere eletto due volte alla massima carica dell’istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile, dunque, Napolitano poté procedere ad aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo e solo dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e FI dall’altra conferì, il 20 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giurò nelle mani del Capo dello Stato bis il 24 aprile e nacque il 28 aprile, cioè ben 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi che fu molto lunga diede vita a due novità: la rielezione di Napolitano e la formula delle ‘larghe intese’. Formula che proseguì fino al 2015 quando arrivò al governo Matteo Renzi, che ebbe da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo che durò fino a dicembre 2016 quando fu invece a Mattarella, eletto nel 2015, conferire l’incarico a Gentiloni.


NB: Questo articolo è stato pubblicato, in parte, sul sito  di Quotidiano.net il 4 aprile 2018. Qui viene ripubblicato arricchito di approfondimenti e sezioni.

NEW!!!! FIDUCIA E LEGGE ELETTORALE ‘for dummies’. Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

  1. Il Rosatellum bis alla prova dell’Aula. Il Pd chiede al governo Gentiloni di mettere la fiducia e il governo la approva. 

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO LA QUESTIONE DI FIDUCIA CHE VERRA’ APPOSTA OGGI, ALLA CAMERA DEI DEPUTATI, SULLA LEGGE ELETTORALE: SARANNO TRE SU TRE RISPETTIVI MAXIEMENDAMENTI E VERRANNO VOTATE DOMANI MERCOLEDì 11 OTTOBRE. VOTO FINALE SUL PèORVVEDIMENTO IL 12 O AL MASSIMO IL 13 OTTOBRE.

Duecento gli emendamenti presentati dalle opposizioni e almeno novanta o cento i voti segreti su cui si possono esercitare i franchi tiratori. Queste le forche caudine che dovrà affrontare, a partire da oggi pomeriggio alle ore 15, il nuovo testo sulla legge elettorale (detto, in latinorum, Rosatellum bis) nell’Aula della Camera dei Deputati. Bisogna cioè superare le colonne d’Ercole di votazioni a raffica, tutte assai insidiose: si inizia dalle pregiudiziali di costituzionalità, si passa ai vari articoli del ddl, relatore il dem Emanuele Fiano. Sulla carta, il patto ‘a 4’ (Pd-FI-Lega-Ap più molti gruppi minori) gode di margini molto ampli (460 voti) e le opposizioni dichiarate (il fronte M5S-Mdp-SI-FdI) non arrivano a 160 voti: servirebbero 150 franchi tiratori: sono tanti, certo, ma sono sempre in agguato. Senza dire del fatto che molti deputati neppure si presentano, specie dentro la maggioranza, mentre le opposizioni fanno blocco. A loro potrebbero aggiungersi tanti peones democrat e azzurri che temono di non avere la rielezione garantita e vorrebbero giocarsela in proprio con le preferenze. Dall’altra parte, e cioè con il Pd, giocheranno invece i 20 deputati di Mdp che sono vicini a Pisapia: per loro, ora, il Rosatellum è diventato un’opportunità imperdibile. 

Così, al Pd, di stretto concerto con i tre contraenti del ‘patto a 4’ (FI-Lega-Ap), hanno individuato due cavalli di Troia. Il primo è già annunciato: si tratta del famoso ‘canguro’. Usato in diverse e delicati passaggi (al Senato, per dire, solo così passò il ddl sulle unioni civili) il ‘canguro’ è un super-emendamento che ne preclude altri, simili, sullo stesso argomento. Il Pd – così ha deciso il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato – lo metterà subito in azione su due temi ad alto rischio: le preferenze e il voto disgiunto mentre non verrà usato sulle soglie di sbarramento. Ma anche se il ‘canguro’ è strumento di rara e micidiale efficacia, potrebbe non bastare. Ecco perché, alle brutte, e cioè nonostante i ‘canguri’, se la maggioranza accusasse segnali di cedimento, è pronta l’arma ‘fine di mondo’, e cioè la richiesta del Pd al governo di mettere la questione di fiducia. Qui, però, si entra in un terreno minato: il premier, Gentiloni, recalcitra (“Non vuole passare alla storia come un uomo politico divisivo”, dicono al Pd), il Colle osserva in silenzio, ma si dice che non sarebbe contrario, e persino Renzi, che pure la mise sull’Italicum, ora vorrebbe evitare un’altra forzatura. Ma entrambi Renzi e Mattarella vogliono incassare la legge elettorale, anche se per diversi motivi, prima delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre.  Infine, FI e Lega non potrebbero certo votare la fiducia, anche se si asterrebbero per farla passare. In ogni caso, resterebbe in bilico il voto finale che sicuramente sarà a scrutinio segreto. Morale: a partire da oggi, i fuochi di artificio. Dibattito e scontri al fulmicotone in Aula, ostruzionismo delle opposizioni, voti segreti, ‘canguri’ e, alla fine, forse, il voto di fiducia sulla legge elettorale. Che alla fine è arrivato… 

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale 


2. Cos’è e come funziona il Rosatellum. Legge elettorale for dummies

Questo artico è stato pubblicato, in forma ridotta, il 10 ottobre sul sito @Quotidiano.net 

( Qui l’articolo su come funziona il Rosatellum o leggibile all’indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un argomento  ostico da sempre anche per gli addetti ai lavori: la legge elettorale. Detto in altre parole, eccovi una legge elettorale ‘for dummies’… Il che non vuol dire che l’autore del presente articolo vi considera degli idioti o degli ignoranti, ma solo che la materia che tratta fa impazzire e perdere la testa anche ai costituzionalisti.

  • L’Italia sta per avere una nuova legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis” ha superato l’esame della prima commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati dopo oltre 20 ore di dibattito e di votazioni su ogni emendamento. Ma il cammino della nuova legge elettorale è solo appena iniziato. Martedì 10 ottobre, nell’Aula della Camera, inizieranno i voti sul nuovo testo presentato dal Pd (relatore Emanuele Fiano) e che ha ricevuto i voti di altri tre partiti (Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare) e di alcuni gruppi parlamentari minori (CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc) e la ferma opposizione di altri partiti (M5S, Mdp, SI, Fd’Italia). Solo il voto dell’Aula – dove non mancheranno di farsi sentire i cosiddetti ‘franchi tiratori’ (deputati che, nel segreto dell’urna, cambiano il loro voto rispetto all’indicazione data dal loro gruppo e che potranno esercitarsi nei ben 90 voti segreti già previsti) – dirà se il Rosatellum passerà l’esame. Poi, in ogni caso, ci sarà l’esame del Senato, dove potranno essere apportate modifiche (in quel caso la legge ritornerebbe alla Camera per confermarle o no), e solo alla fine della classica ‘navetta’ parlamentare (Camera e Senato devono, su ogni legge, varare un testo identico!) sapremo se il Rosatellum diventerà legge dello Stato. Allora potrà essere firmata dal Capo dello Stato e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Fino ad allora, meglio tenersi cauti. Non fosse perché, alla Camera (ma non – attenzione! – al Senato, dove, in base al diverso Regolamento di quella Camera i voti segreti in materia di legge elettorale non sono ammessi) sono possibili i voti segreti che potrebbero far cadere, come è già successo, anche questo tentativo di dotare il nostro Paese di una nuova e coerente legge elettorale. Infine, il governo – anche se lo ha più volte smentito – potrebbe porre la questione di fiducia, sulla legge elettorale (i regolamenti di Camera e Senato non lo vietano: il governo Renzi la mise, per dire, sull’Italicum), ma anche in questo caso il voto sul testo finale del provvedimento può essere, ove richiesto da 20 deputati, a scrutinio segreto. Non resta da fare altro, dunque, che aspettare.

  • Perché ‘Rosatellum’? E soprattutto perché ‘bis’?

Questa domanda ha una risposta semplice. Nella mania, tutta italiana, di dare nomi latini o latineggianti alle leggi elettorali (come fu per il Mattarellum, nome scovato dal politologo Sartori, per il Porcellum, nome che si auto affibbiò l’estensore di quella legge, Roberto Calderoli, o per l’Italicum, nome scovato da Renzi, Consultellum per le due leggi derivate da sentenze della Consulta) anche questa legge ‘latineggia’. Rosatellum viene dal cognome del capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, che ha ideato il sistema, ma avendoci già provato a giugno (tentativo fallito e naufragato, appunto, nell’Aula della Camera al primo voto segreto, quando la sua proposta di legge veniva anche chiamata Tedeschllum), ora i cronisti hanno ribattezzato questa legge un ‘Rosatellum bis’, nel senso che il povero Rosato è la seconda volta che ci riprova…

  • Un po’ di storia e qualche riferimento obbligatorio…

Evitiamo, invece, qui di dare spiegazioni sui sistemi elettorali in generale (insomma, ragazzi, arrangiatevi! E ripassate la materia!) e cioè su come funzionano i sistemi elettorali, quanti e quali sono e come trasformare, dal punto di vista tecnico, i voti in seggi… Vi basterà sapere che i sistemi elettorali si dividono in due categorie (maggioritari e proporzionali), che vi può essere un mix delle due categorie con una dose maggiore o minore dell’una o dell’altra, che, ovviamente, i sistemi elettorali sono strettamente collegati al sistema istituzionale del singolo Paese in cui vengono adottati  (presidenziale Usa e FR, del primo ministro GB, proporzionale) e che i metodi tecnici con cui ogni sistema elettorale trasforma, appunto, i voti in seggi (collegi maggioritari uninominali, collegi maggioritari o proporzionali plurinominali, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, candidature, metodi di calcolo di quozienti) divergono di volta in volta, quindi è davvero inutile annoiarvi!!! Infine, non vorremmo appesantirvi con una noiosa digressione su quali e quanti sistemi elettorali ha conosciuto l’Italia dalla sua nascita come nazione (1861) ad oggi (in ogni caso sono più di dieci! invece le democrazie anglosassoni hanno lo stesso identico sistema elettorale da metà’ 800 e le democrazie europee dal ’900!) ma, in ogni caso, giusto per essere un po’ pedanti ugualmente sappiate che l’Italia ha votato con questi seguenti sistemi: 1) maggioritari uninominali, sulla base di censo e istruzione, quando non c’è il suffragio universale, cioè dal 1861 al 1912; 2) sistema proporzionale a suffragio universale maschile dal 1919 al 1922; sistema maggioritario  con premio di maggioranza (legge Acerbo) nel 1924; 3) dittatura fascista, sospensione di ogni sistema di voto e solo plebisciti dal 1929 al 1939; 4) sistema proporzionale puro, a suffragio universale pieno dal 1946 al 1948; 5) cd. ‘legge truffa’ (sistema proporzionale con premio di maggioranza) nel 1953; sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento all’1% dal 1958 al 1992; 6) sistema maggioritario uninominale a un turno dal 1994 al 2001 con recupero proporzionale (il famoso Mattarellum, dal nome dell’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella); sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza alla prima lista o coalizione senza soglia di accesso e diverse soglie di sbarramento (il Porcellum di Roberto Calderoli) dal 2006 al 2013. Fine. Infatti, sia l’Italicum, diventato legge dello Stato nel 2015, sistema proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio, ma valido per la sola Camera dei Deputati, dichiarato in parte incostituzionale dalla Consulta nel 2016, sia il Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con le preferenze e diverse soglie di sbarramento in vigore per il Senato dopo che la Consulta bocciò diverse parti del Porcellum nel 2015) non sono mai entrati, almeno fino ad ora, in vigore. Vuol dire che, finora, con nessuno di questi due sistemi si è mai votato in Italia.

  • Ma che cos’è, in buona sostanza, il Rosatellum bis?!

Il Rosatellum è una sorta di Mattarellum ‘rovesciato’, cioè un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti.

In pratica, si tratta, dal punto di vista politologico, di un sistema elettorale ‘misto’ (una quota di maggioritario a turno unico e una quota di proporzionale) in cui l’assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 116 (109 piu i 6 del Trentino e Valle d’Aosta) seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica, di tradizione anglosassone, del first past the post (il primo prende tutto). L’assegnazione dei restanti seggi (399 seggi alla Camera e 199 al Senato, compresi i seggi all’Estero, rispettivamente 12 alla Camera e 6 al Senato, quindi in realtà si tratta di attribuire 386 seggi alla Camera e 193 al Senato) avviene con un metodo perfettamente proporzionale (metodo dei quozienti interi e dei più alti resti) nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una ogni regione, e 28 per la Camera. Il numero dei collegi per ogni circoscrizione sarà di 65 e toccherà al governo definirli con una delega.

La soglia di sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (al 20% nelle regioni che tutelano le minoranze linguistiche). Ci sarà un’unica scheda e non è concessa la possibilità del voto disgiunto. C’è una norma di genere (60-40) e la possibilità di presentare fino a un massimo di cinque pluri-candidature nei listini proporzionali. Niente obbligo di raccolta delle firme per i partiti (cioè i gruppi) presenti in Parlamento al 31 aprile 2017 mentre per tutti gli altri partiti o gruppi le firme da raccogliere sono solo 750 a collegio. Ci sarà un tagliando anti-frode per garantirsi da possibili irregolarità e, udite udite, una scheda con tanto di ‘istruzioni per l’uso’.

Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, ma solo quello del ‘capo della forza politica’ né obbligo per la coalizione stessa di presentare un programma comune (ma non è vietato!).

  • Tenetevi forte! I ‘tecnicismi’ della legge elettorale.

Il lettore, già con il mal di testa, potrebbe anche fermarsi qui…, ma ogni legge elettorale è frutto di una (lunga e faticosa) serie di tecnicismi, calcoli e norme specifiche che la contraddistinguono. Per chi, dunque, avesse ancora la pazienza di voler proseguire nella lettura, ecco i principali ‘tecnicismi’ della legge elettorale…

UNA SCHEDA, UN VOTO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di dare il famoso voto disgiunto), con il Rosatellum 2.0 ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Sembra facile, vero?! Aspettate un po’ prima di dirlo!

METODI DI VOTO. Qui le cose si complicano perché sono tre. Uno. Se l’elettore vota il contrassegno di una lista il voto è attribuito automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale. Come già detto, nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Due. Se l’elettore vota solo per il candidato del collegio uninominale e barra una delle liste dei partiti che lo sostengono il voto è valido (è il cd. ‘doppio voto’). Tre. Se l’elettore vota soltanto per il candidato del collegio uninominale, senza indicare alcuna preferenza per una delle liste che lo sostengono, il suo voto si ‘spalma’, in modo proporzionale, a tutte le liste a lui collegate o, in caso sostenuto da una sola lista, a quella stessa che lo sostiene.

SOGLIE DI SBARRAMENTO. Per accedere in Parlamento è fissata una soglia d’ingresso del 3% al Senato come alla Camera. La soglia per le coalizioni sale al 10%, sempre su base nazionale, ma se una coalizione non raggiunge il 10% dei voti, i voti dei partiti che hanno raggiunto il 3% come liste valgono lo stesso!. ‘Ma’ …  I voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione. Sotto la soglia dell’1%, invece, i voti dati a quella lista vanno dispersi, cioè non vengono attribuiti a nessuno. Per i collegi plurinominali dove vigono norme specifiche per le minoranze linguistiche (Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta) la soglia di sbarramento è al 20%.

NIENTE VOTO DISGIUNTO. In buona sostanza, non puoi votare il candidato nel collegio appoggiato dalla lista o dalla coalizione del partito dei ‘Gialli’ e, poi, scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei ‘Neri’, ove questo, naturalmente non faccia parte del partito/coalizione dei ‘Gialli’. Chiaro, no?!

SCORPORO E ‘BARBATRUCCO’… E’ vietato anche lo scorporo, che era invece possibile nel Mattarellum, ma… c’è un piccolo ‘barbatrucco’, per gli amanti del genere: dato che i voti degli elettori che barrano il nome del solo candidato del collegio uninominale vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio, anche se l’elettore non ha espresso alcuna preferenza per nessun partito, i partiti che hanno superato il 3% dei voti si ‘pappano’ anche i voti delle liste o partiti che non solo non hanno superato il 3% ma neppure l’1% dei voti! L’hanno chiamata, in commissione Affari costituzionali, la norma ‘8xmille’ perché, come si sa, chi non sceglie come destinare il suo 8xmille finisce nel cd. ‘inoptato’ che va, in ogni caso, allo Stato. In questo caso, con tale norma, ci guadagnano i partiti maggiori!

LE COALIZIONI I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale per più liste. Le dichiarazioni di collegamento devono essere reciproche tra le liste che compongono la coalizione. I partiti o le coalizioni di liste devono depositare, insieme al deposito del contrassegno elettorale, un programma con l’indicazione del capo della forza politica. Morale: se voti FI voti per Berlusconi ‘capo’, se voti Pd c’è Renzi, per la Lega Salvini, per i 5Stelle Di Maio e via di questo passo. Inoltre, va detto che anche quando il ‘capo della coalizione’ era indicato espressamente, come nel Porcellum, la Costituzione dice che a conferire l’incarico di presidente del Consiglio è il Capo dello Stato il quale può scegliere, come ha fatto spesso in passato, personalità diverse dal capo di una coalizione per mille ragioni. Una su tutte: il governo deve avere una maggioranza parlamentare e, se non la raggiunge, cioè se non ottiene la fiducia delle Camere, non c’è santo che tiene: anche se ha vinto le elezioni, presto cadrà. Inoltre, se è vero che è possibile costituire delle coalizioni saranno ‘mini’ (tranne, forse, quella del centrodestra tra FI, Lega, FdI e altri partiti minori): vi dovete dimenticare cioè le ‘grandi coalizioni’ del passato (Casa delle Libertà per il centrodestra, Ulivo prima e Unione poi per il centrosinistra) perché, al massimo, il Pd avrà due o tre alleati alla sua sinistra e alla sua destra, ma saranno piccoli, e i Cinquestelle non si alleano con nessuno! Infine, dimenticatevi anche le coalizioni a geometria variabile (e questo è un bene): nel 1994 Berlusconi si alleò con la Lega al Nord (Polo delle Libertà) e con An al Sud (Polo del Buongoverno): ora è impossibile perché le coalizioni dovranno essere fatte per forza sul piano nazionale.  Infine, la retorica demagogica di chi dice ‘voglio conoscere la sera del voto chi governerà’ è sempre stata falsa (l’Italia è, come prevede la Costituzione, una Repubblica parlamentare in cui i governi nascono e muoiono in Parlamento che dà loro la fiducia), ma lo è a maggior ragione ora. Se un partito o una coalizione non supera, abbondantemente, il 40% dei voti non otterrà mai il 51% dei seggi, nelle due Camere, per riuscire a governare da solo! Ergo, i partiti dovranno fare accordi tra di loro in Parlamento, per formare un governo, e questi accordi potranno essere ‘trasversali’ (Pd-FI-centristi o Lega-M5S-altri, per dire) e rompere le coalizioni e i patti stipulati precedentemente (e per finta) davanti agli elettori.

CIRCOSCRIZIONI. Saranno 20 le circoscrizioni per il Senato, una per ogni regione, mentre saranno 28 quelle della Camera. Perché sono importanti? Perché, anche se la soglia di sbarramento per ogni lista o coalizione, è determinata a livello nazionale, per determinare gli eletti si ‘scende’ prima nelle circoscrizioni e poi, ancora, ci si ramifica nei collegi uninominali per la parte maggioritaria e nei collegi plurinominali per il proporzionale. Le circoscrizioni, inoltre, sono molto importanti per definire il ‘recupero’ dei resti: infatti, anche il sistema più proporzionale che si possa immaginare presenta, sempre, dei ‘resti’ da attribuire. Si tratta di un ‘quoziente’ che stabilisce la cifra degli eletti e la cifra nazionale di ogni partito. Nella nuova legge elettorale verrà usato il metodo del ‘quoziente intero e dei più alti resti’ (nella Prima Repubblica si usava il metodo d’Hare, c’è anche quello ‘d’Hondt’) ma non stiamo neanche a spiegarvelo! E’ un puro calcolo tecnico, matematico: distribuisce in modo il più proporzionale possibile i seggi ai vari partiti e, francamente, è davvero roba per malati…

COLLEGI UNINOMINALI: si tratta di 231 collegi, pari al 36% dei seggi della Camera, per i deputati, e 109 (36%) per il Senato. In realtà, però questo conto è un po’ farlocco: infatti, nei 231 collegi uninominali della Camera sono contati anche i 6 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno in Valle d’Aosta, dove i seggi li vincono sempre le rispettive minoranze linguistiche, quindi i collegi della Camera sono in realtà 225. Stesso ragionamento per il Senato: i 109 collegi uninominali sono in realtà 116 ‘al netto’ dei sei del Trentino e di uno in Valle d’Aosta, il che vuol dire che, appunto, i collegi sono solo 109. I partiti si possono coalizzare per sostenere un comune candidato nell’ambito di ogni collegio uninominale mentre corrono da soli nell’ambito dei collegi plurinominali, e cioè per la parte proporzionale.

Risulta eletto il primo candidato di un partito, lista o coalizione di liste che prende un voto in più di tutti gli altri in ogni collegio uninominale. Si tratta, cioè di un sistema uninominale maggioritario secco all’inglese. Non sono ammessi ripescaggi, non ci sono soglie di sbarramento, possibilità di voto disgiunto, voto di scorporo, preferenze, etc. Se il candidato del collegio muore o rinuncia al seggio si ripete l’elezione. Ci si può candidare in un collegio uninominale e in 5 collegi plurinominali. L’alternanza di genere è garantita in proporzione del 60/40 per ogni genere ma al Senato deve essere garantita su base regionale.

COLLEGI PLURINOMINALI: Come risulterà facile capire da un rapido calcolo, se i seggi della Camera sono 630 e quelli del Senato 315 (oggi, al Senato, siedono 320 senatori ma perché in cinque sono senatori ‘a vita’ nominati per alti meriti dal Capo dello Stato) ne mancano parecchi per arrivare a fare ‘la somma del totale’, come direbbe Totò. Quanti sono e come verranno eletti i parlamentari?

Alla Camera ‘restano’ da eleggere 399 deputati nei collegi plurinominali, ma 12 continuano ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere con metodo rigidamente proporzionale. Restano dunque in 386 i deputati da eleggere sempre con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, restano da eleggere, tolti i 109 collegi uninominali (116 in realtà perché sono compresi i 6 del Trentino e uno in Val d’Aosta), 199 senatori, ma di questi sono sei gli eletti all’Estero, quindi ne restano 193 di senatori da eleggere nei collegi plurinominali. Da ricordare che il Molise elegge sempre e soltanto un senatore.

I candidati che si presentano nei collegi plurinominali, collegi divisi a livello più grande in 28 circoscrizioni della Camera e 20 del Senato, vengono eletti con un metodo che trasforma in voti in seggi in modo rigidamente proporzionale (metodo detto del quoziente interno e dei più alti resti) su base nazionale, con una soglia di sbarramento nazionale fissata, sia per la Camera che per il Senato, al 3% (al 10% per le coalizioni, al 20% per i collegi dove sono presenti minoranze linguistiche). I voti ai candidati dei collegi plurinominali contribuiscono ad aumentare i voti di ogni coalizione solo e soltanto se compresi tra l’1% e il 3% in partiti facenti parte della rispettiva coalizione mentre sotto l’1% quei voti vanno dispersi. I candidati dei collegi plurinominali sono scelti, all’interno di ogni lista, sulla base di liste bloccate corte composte da un minimo di due a un massimo di 4 nomi. A parità di voti è eletto il candidato più giovane. Sono vietate le preferenze, il voto disgiunto, lo scorporo tra maggioritario e proporzionale. La norma di genere (40/60) assicura che nessun genere possa superare l’altro nella composizione delle liste. Le pluricandidature sono ammesse fino a cinque, oltre a quella in un collegio maggioritario uninominale. Se un candidato viene eletto in più collegi plurinominali dovrà optare per quello dove ha preso meno voti e, al suo posto, scatterà il secondo classificato del suo partito in lista, sempre sulla base del collegio plurinominale di riferimento, ma privilegiando quello che ha preso meno voti in assoluto, non il contrario.

DELEGA AL GOVERNO E ASSEGNAZIONE DEI SEGGI. La legge delega il governo a definire questi collegi plurinominali: saranno circa 65 e dall’approvazione della legge il governo ha 30 giorni di tempo per disegnarli. Il problema, però qui, si fa ostico. Infatti, mentre capire come avviene l’assegnazione del vincitore nel collegio uninominale è molto facile (il primo che arriva vince!), nei collegi plurinominali il percorso è più macchinoso. In buona sostanza è questo: per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 % mentre un partito che supera la soglia del 3% ottiene i seggi corrispettivi anche se la coalizione di cui fa parte non ha superato il 10%. Sotto la soglia dell’1% nessun partito ha diritto ad avere seggi mentre tra l’1% e il 3% non ne ottiene ma contribuisce ad arricchire quelli della coalizione di chi fa parte. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale la vittoria nel collegio uninominale. Al candidato in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sarà eletto il candidato più giovane. Ci avete capito qualcosa? Tranquilli, anche noi facciamo fatica…

LISTINI E PLURICANDIDATURE Nei collegi plurinominali, dove vale il proporzionale, e dunque solo in quelli, sono previsti dei ‘listini’ molto corti, dai 2 ai 4 candidati al massimo. Quanto alle pluri-candidature, saranno possibili ma limitate (massimo 5), sempre nei collegi plurinominali. Nessuno può essere candidato in piuù di un collegio uninominale, a pena di nullità, ma è consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali fino a un massimo di cinque (già detto!).

E I FAMOSI COLLEGI DEL TRENTINO ALTO-ADIGE?! Il testo della nuova legge rimane ancorato, né poteva essere altrimenti, al testo del Tedeschellum come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno scorso quando il Tedeschellum, allora in votazione, naufragò proprio su questo emendamento: sei collegi uninominali e cinque proporzionali, alla Camera, altri sei e due al Senato. Non potrebbe essere altrimenti: i seggi del Trentino godono, infatti, di una riserva ‘costituzionale’: tanti sono e tanti devono essere in qualsiasi legge elettorale venga approvata dalle Camere! Così è.

QUOTE DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una “quota di genere”, un modo gentile per dire che bisogna rispettare, come prevedono diverse leggi italiane ed europee, una proporzione non discriminante verso le donne, il caro vecchio “sesso debole” nella compilazione delle liste elettorali, pena la loro non validità ed esclusione dalle elezioni. Per il Rosatellum la proporzione è di 60%-40%. Infatti sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le future senatrici, però, avranno più chance delle future deputate: il testo dispone che la ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell’uninominale che nel proporzionale, venga rispettata a livello regionale e non nazionale.

TOT FIRME, TOT LISTE. E’stato dimezzato, rispetto al testo originario, il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni politiche che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo parlamentare costituito alla data del 15 aprile 2017 (la data originaria era il 31 dicembre 2016, ma Mdp sarebbe rimasta fuori dal novero e pure il Pd gli ha fatto il regalo). Il numero di firme da raccogliere passa da 1.500-2.000 a sole 750, ma attenzione la deroga sarà valida solo per le prossime politiche! Per i partiti presenti in Parlamento sotto forma di gruppi costituiti (anche quelli minuscoli, sottogruppi, nati per microscissioni…) non sarà invece necessario, come già detto, raccogliere le firme.

AVVOCATO, MI CERTIFICA? Per le prossime elezioni, e solo queste, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste.

  • E’ finita? Neanche per idea! Alcune cose divertenti…

Se siete arrivati a leggere fin qui vuol dire che avete preso discrete dosi di citrosodina e bicarbonato, oltre a un po’ di sana nevralgina, per curare il mal di stomaco e il mal di testa! I nostri novelli ‘padri costituenti’ hanno pensato (e hanno fatto) bene ad aiutare il povero elettore a non impazzire, nei seggi. Infatti, tra rischi di contestazioni dei voti e delle schede elettorali e rischio di lunghe code davanti alle cabine elettorali, il rischio caos (e il rischio figuraccia) sarebbe davvero vicino. Ecco dunque alcune novità, davvero mai sperimentate prima!

LA SCHEDA CON LE ISTRUZIONI ‘PER L’USO’… La scheda è unica (ma attenzione in realtà saranno due! Perché una vale per eleggere i deputati alla Camera e una per eleggere i senatori al Senato!), ma conterrà anche, e per la prima volta nella storia repubblicana, delle “istruzioni per  l’uso” che serviranno a informare gli elettori su come devono… votare! Nel frontespizio della scheda, infatti, verrà spiegato come si vota…

IL TAGLIANDO “ANTI-FRODE” La scheda sarà dotata di apposito tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo, che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è di evitare brogli e scambi tra schede bianche e schede pre-stampate.

MA IL SUO PARTITO ‘TRASPARE’? Sono state inserite, nel Rosatellum bis, diverse norme di cosiddetta ‘trasparenza’. Prevedono che i partiti, i movimenti e gruppi politici organizzati che si presentano alle elezioni debbano avare uno Statuto. Chi ne è o ne sarà sprovvisto (come nel caso dell’M5S, tanto per dire) potrà presentare liste elettorali solo indicando elementi minimi di trasparenza come questi tre: il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Tutto il materiale sarà pubblicato online sul sito del ministero dell’Interno, insieme al programma elettorale di ogni partito o coalizione e al nome del capo della forza politica di ogni lista o partito. Si badi bene: capo di forza politica, non della coalizione!

Siete arrivati alla fine di questo lungo, troppo lungo, testo sulla legge elettorale?! Beh, allora siete pronti: potete andare a votare! Sempre che, si capisce, il Rosatellum bis diventerà mai legge!!! Ps. L’autore di questo articolo sarà felice di offrire un buon caffè a chiunque gli segnali possibili errori, dimenticanze, sviste etc.

NB: L’articolo, in forma meno lunga, è stato pubblicato sul sito di @Quotidiano.net

 

“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

Un secolo dalla rivoluzione russa (1917), la culla del Pcd’I e poi del Pci italiano. Intervista allo storico Luciano Canfora

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

«DUNQUE, ai tempi del Posdr…». «Chi?». «Ma come?! Il partito operaio
socialdemocratico russo guidato da Lenin che poi si ruppe e diede vita alla frazione maggioritaria dei bolscevichi contro quella dei menscevichi!». Ah, ecco, giusto…

Prima di chiedere un’intervista a Luciano Canfora (classe 1943, barese, <Wikipedia: poco, troppo poco, onestamente, per racchiudere tutte le cose, i libri, le riviste e il dibattito cui Canfora ha dato vita nella sua lunga vita),bisognerebbe aver superato almeno l’esame in “Storia del comunismo mondiale”…

Professor Canfora, la rivoluzione bolscevica russa del 1917, di cui ricorrono i 100 anni, è stata davvero uno spartiacque nella storia mondiale?

«Certo che lo fu. Un passaggio storico fondamentale per tutto il mondo, anche fuori da quella Russia bolscevica contro cui si coalizzarono tutte le potenze dell’epoca (Usa, Gran Bretagna, Francia) e che vinse e sopravvisse e si rafforzò dopo una guerra civile lunga e sanguinosa. Gli effetti di lunga durata della rivoluzione russa cambiarono la faccia di un mondo che prima era solo coloniale e dopo divenne post-coloniale. Le rivolte operaie e comuniste che si svolsero, sulla falsariga della Rivoluzione d’Ottobre, vennero invece, e subito, represse nel sangue né attecchirono nel proletariato dei Paesi occidentali. Successe in Ungheria con Bela Kun, in Germania con la Lega degli Spartachisti, in Italia con i consigli di fabbrica e Ordine Nuovo, ma anche negli Usa con le lotte operaie e sindacali. Lenin, nel 1923, scrisse un articolo che s’intitolava “Meglio meno, ma meglio”: teorizzava che, appunto, nel mondo ricco e industrializzato la rivoluzione era stata stoppata, come dimostravano le repressioni nel sangue delle rivolte comuniste in Germania, Ungheria, Italia, ma che il suo futuro stava nella rivoluzione mondiale dei popoli oppressi, il che avvenne in Cina, Medio Oriente, Turchia e, dopo la II guerra mondiale, Asia e Africa. I movimenti di liberazione post-coloniale furono giganteschi quanto la fine degli imperi coloniali europei. Certo, poi nacque il neo-colonialismo che sfruttò e controllò le classi dirigenti dei paesi ex coloniali, ma le rivoluzioni e le lotte d’indipendenza furono tante e incredibili,  coronate da parziale o duraturo successo, come fu in Congo o in Vietnam».

Ma il teorico della “rivoluzione mondiale” non era il comandante dell’Armata rossa e poi campione del trotzkismo Trotzskij? E se avesse vinto lui, una visione più “liberal”? 

«Trotzskij si sarebbe offeso moltissimo a sentirsi dare del liberale!
Era molto più dispotico di Stalin, anche se uomo di grande cultura e raffinato polemista: avrebbe esercitato un governo di estrema durezza in attesa di una rivoluzione mondiale che, tuttavia, non ci sarebbe mai stata. Le rivolte operaie in Europa erano già state sconfitte e solo Stalin sarebbe stato, come è stato, il vero prosecutore dell’opera di Lenin. Persino un trotzkista come Deutscher, biografo di entrambi, scrisse nel 1953, alla morte di Stalin, che Lenin avrebbe fatto e si sarebbe comportato come lui».

Poi però la rivoluzione degenerò e diventò un regime con Stalin fino ai suoi successori ed epigoni, da Breznev a Cernienko e Andropov….

«Tutte le rivoluzioni, a partire da quella francese, degenerano dopo breve tempo: vengono sconfessate, demonizzate e rimosse (in Francia si è dovuto aspettare il 1889 per riabilitarla istituendo una cattedra di Storia della Rivoluzione francese alla Sorbonne) a meno che non diventino parte integrante della storia nazionale. Così fece Stalin, ma se la Russia è diventato un Paese acculturato, industrializzato e tecnologicamente avanzato lo si deve a lui. Poi arrivò il ’56 e, con Krusciov, la destalinizzazione: fu un trauma, ma nel mondo – come le dicevo prima – arrivò l’onda lunga della lotta dei paesi ex coloniali (Egitto, India, America Latina) e persino sotto Breznev quelle lotte furono sostenute dall’Urss come in Angola, Etiopia, Vietnam. Volendo correre, dopo il tentativo di Gorbaciov e la parentesi di Eltsin, che come ormai sanno tutti era pagato dalla Cia, la Russia di Putin riprende da un lato la tradizione zarista, dall’altro quella staliniana. Lenin resta lì, sullo sfondo».

Intanto, il 21 gennaio 1921 nasce, a Livorno, il Partito comunista d’Italia. La storiografia racconta di un Togliatti che “tradisce” Gramsci per fondare, nel 1944, il Pci…

«Anche qui dipingere Gramsci come un liberale mi fa sorridere. Lui li odiava i liberali e su “Ordine nuovo” li liquidava con durezza. Il grande Gramsci che tutti venerano, anche i non comunisti, ragionava sulle ragioni di una sconfitta storica, quello del piccolo Pcd’I di
Bordiga, spazzato via dal fascismo in Italia, un partito finto che sopravviveva solo in esilio e solo coi soldi e l’aiuto di Mosca. Togliatti, con la “svolta di Salerno” del 1944 non fece altro che mettere in pratica i suoi insegnamenti. Il Pci diventò così un partito “italiano”, e di massa: cercò la “via italiana al socialismo”, le larghe intese, il rapporto con i cattolici. Poi, col tempo, divenne, di fatto, anche un partito socialdemocratico. Nel 1976 scrissi un articolo per Rinascita in cui sostenevo che “non possiamo non dirci socialdemocratici” ma il direttore della Rinascita di allora, Alfredo Reichlin, ancora oggi operante dentro il Pd, mi disse che era ‘troppo presto’ e che ‘avevo ragione, ma noi, il Pci, non eravamo pronti’…».

Poi venne la Svolta dell’89, la fine del Pci. E pure il tentativo della sua ‘Rifondazione’…

«La svolta di Occhetto arrivò troppo tardi, dopo la disfatta del 1989, e fu fatta male. Avremmo dovuto e potuto farla molto prima, quando il Pci era all’apogeo della sua forza, ai tempi di Berlinguer, come le ricordavo prima. Si perdette, inutilmente, troppo tempo».

E perché non dar credito, oggi, agli ultimi comunisti rimasti o al D’Alema anti-Renzi? 

«Quando un corpo storico fallisce, la traiettoria si fa inevitabile. Non si fondano i partiti sulla base della nostalgia e oggi con i partitini comunisti siamo alla scissione dell’atomo.
Eppoi il corpo di un partito resta sempre nella casa madre. Vale anche per il Pd attuale. D’Alema non può andare da nessuna parte, anche se il Pd si è ridotto a essere solo il comitato centrale (ed elettorale) di Renzi e della Boschi. L’esperienza comunista è finita. Bisogna prenderne atto, capire le novità che irrompono sulla scena, cercar nuove strade».

NB: Questa intervista è stata pubblicata a pagina 28 – pagine della Cultura – del Quotidiano Nazionale del 21 gennaio 2017 

 

1) Il Senato cambia pelle ma non muore. Entrano sindaci e consiglieri regionali. Se passa la riforma sarà di 100 membri, eletti in via indiretta. Speciale riforma 1

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Roma, 28 novembre 2016 – IL 4 dicembre i cittadini italiani saranno chiamati a votare, secondo la procedura prevista dall’art. 138 della Costituzione (referendum confermativo, ovvero senza necessità di quorum), per il referendum costituzionale. Dunque, con un o con un No, si potrà esprimere il proprio voto pro o contro la riforma del Senato. Il testo della riforma costituzionale è stato approvato dal Parlamento dopo sei letture (la famosa ‘navetta’): l’iter è iniziato al Senato l’8 aprile 2014 e si è concluso alla Camera il 12 aprile 2016. La riforma incide su 47 dei 139 articoli della Costituzione. In quattro puntate illustriamo i contenuti principali della riforma: oggi la composizione del Senato; domani poteri e funzioni delle Camere; mercoledì organi costituzionali e referendum; giovedì il rapporto tra Stato e Regioni e l’abolizione di Cnel e Province.

Addio al bicameralismo perfetto

LA BASE e la parte più importante della riforma costituzionale che verrà sottoposta a referendum il prossimo 4 dicembre è il superamento del bicameralismo perfetto o paritario. Oggi, infatti, la Camera e il Senato svolgono le stesse funzioni, anche se separatamente: votano la fiducia al governo e una legge, per essere approvata, deve avere il sì di entrambe. Se il testo viene modificato dal Senato deve ritornare alla Camera e viceversa (è la cosiddetta “navetta parlamentare”). Con la riforma, il Senato non darà più la fiducia al governo e non seguirà più l’iter di molte leggi di cui sarà competente la sola Camera dei Deputati (rinviamo l’esame delle competenze del Senato a un’altra puntata).

La composizione (artt. 57-59)

Oggi il Senato è composto da 320 senatori. Cinque sono senatori a vita, nominati dal Capo dello Stato (in realtà sono 4 senatori a vita più un presidente emerito, l’ex presidente della Repubblica Napolitano) e 315 sono senatori eletti a suffragio universale diretto, anche se nel 2013 sono stati eletti con una legge elettorale, il Porcellum (concede il 55% dei seggi alle coalizioni vincenti nelle 20 regioni e il 45% dei seggi alle altre liste, regione per regione), dichiarata incostituzionale dalla Consulta.
I nuovi senatori saranno invece cento, non più eletti direttamente ma scelti dalle assemblee regionali tra i consiglieri che li compongono e tra i sindaci della regione. In tutto, si tratterà di 95 senatori eletti (74 consiglieri regionali e 21 sindaci) e cinque senatori nominati dal Capo dello Stato ma solo per 7 anni, dunque non più a vita, e non rinnovabili.
Alla fine del loro mandato, gli ex Presidenti della Repubblica saranno, invece, proprio come accade ora, senatori a vita. Il numero totale dei membri del nuovo Senato, quindi, potrà diventare superiore di qualche unità rispetto ai cento teorici.

Il metodo di elezione (art. 57)

Ogni consiglio regionale (e le province autonome di Trento e Bolzano) eleggerà senatore un sindaco del proprio territorio e uno o più consiglieri regionali in base alla popolazione. Nessuna Regione potrà avere meno di due senatori (il Molise, ad esempio, ne avrà 2 mentre la Lombardia, la regione italiana più popolosa, ne avrà 14, la Campania 9, il Lazio 8, 7 Piemonte, Veneto e Sicilia, 6 Emilia-Romagna e Puglia, 5 Toscana, 3 Calabria e Sardegna, 2 tutte le altre, comprese le Province autonome di Trento e Bolzano), il che vuol dire un sindaco e un consigliere.

Si tratta, dunque, di una forma di elezione ‘indiretta’. Ma dopo una lunga battaglia parlamentare condotta dalla minoranza del Pd, è stato inserito un comma, il V, sempre all’art. 57, che parla di obbligo di eleggere i futuri senatori «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi». Il governo ha assicurato che recepirà, quando si tratterà di scrivere, con legge ordinaria entro sei mesi dalla approvazione della riforma, la legge elettorale per il futuro Senato, il V comma dell’art. 57 e di tener conto del voto diretto dei cittadini. Come, però, questo avverrà (indicazione diretta sulla scheda, listino ad hoc, etc) non è ancora chiaro. In ogni caso, la prima elezione del nuovo Senato avverrà sulla base della sola indicazione dei consigli regionali, se non ancora sciolti, e bisognerà adeguare alla nuove norme le 20 diverse leggi elettorali delle 20 regioni italiane.

Scioglimento dell’assemblea

In ogni caso, i sindaci-senatori e i consiglieri-senatori restano in carica fino allo scioglimento dei rispettivi consigli comunali e regionali. Di conseguenza, ci saranno continue elezioni per il Senato, causa le diverse date di scioglimento dei medesimi consigli. Ne consegue che l’assemblea del Senato non verrà mai sciolta completamente, né ogni cinque anni, come la Camera, né in via anticipata, ma periodicamente rinnovata.

Elettorato attivo e passivo

Oggi servono 25 anni per essere elettori e 40 anni per essere eletti, al Senato. Domani basterà avere i 18 anni necessari per eleggere o essere eletti consiglieri-senatori.

Immunità e indennità 

L’immunità (autorizzazione della Camera di appartenenza per arresto e intercettazioni, art. 68) resterà tale. L’indennità è abolita, o meglio resta lo stipendio da sindaci o da consiglieri regionali mentre i senatori di nomina presidenziale non avranno alcuno stipendio. Ma diaria e rimborso spese per l’esercizio del mandato (circa 6 mila euro al mese) resteranno tali. Resta l’assenza di vincolo di mandato (art. 67): vuol dire che i senatori rappresentano la Nazione, come i deputati, non l’organo (i consigli regionali) che li ha eletti. L’art. 122 della riforma affida a una legge dello Stato il compito di fissare l’importo della retribuzione dei consiglieri regionali: iltetto massimo sarà lo stipendio dei sindaci capoluogo di Regione.

Frequenza dei lavori

I nuovi senatori parteciperanno ai lavori del Senato compatibilmente con i loro impegni di sindaci o consiglieri regionali. La loro presenza a Roma, dunque, non sarà dunque assidua né costante ma limitata ad alcuni giorni al mese.

La curiosità. Le funzioni cambiano, ma il nome resta uguale…

Il Senato rappresenterà, di fatto, le autonomie locali, ma continuerà a chiamarsi ‘Senato della Repubblica’, proprio come oggi. Anche nel nome il Senato italiano non è il Bundesrat’ tedesco (Camera delle Regioni).

Ecco il grafico da me preparato, scritto e pubblicato su Quotidiano Nazionale:

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(1-continua)

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 6 del Quotidiano Nazionale il 28 novembre 2016 (htttp://www.quotidiano.net)

Terremoti, tragedie d’Italia. Tra scandali e ricostruzioni infinite Belice, Irpinia, L’Aquila: tre terremoti e tre spaccati di storia. Cronistoria di tre disastri italiani

Pertini fuma la pipa

Pertini in montagna nella classica posa con pipa in mano.

Roma, 25 agosto 2016 – Tre terremoti (il Belice, 1968; l’Irpinia, 1980; l’Aquila, 2009) e tre spaccati della storia di tre Italie molto diverse tra di loro ma legate da un filo rosso: mancati soccorsi, ruberie, scandali.

Terremoto del Belice, 15 gennaio 1986 (Ansa)

  1. Il terremoto del Belice (1968) e l’infinita ricostruzione

IL CONTESTO STORICO-POLITICO – La contestazione nelle università. E’ un Paese che deve ancora conoscere la reale portata della contestazione studentesca e operaia, l’Italia del gennaio 1968. Eppure, nelle
università italiane, le agitazioni studentesche si infiammano proprio allora: a partire da gennaio, le agitazioni coinvolgono le università di Torino, Padova, Pisa, Lecce, Siena, Firenze (dove il rettore si dimette per protesta contro la durezza con cui la polizia reprime un corteo studentesco). Il 31 gennaio a Trento viene occupata la facoltà di sociologia. In febbraio occupate una dopo l’altra tutte le principali facoltà dell’Università di Roma, a seguire Napoli, Pavia, la Scuola Normale di Pisa, Messina, Bologna, Milano, Modena, Trieste, Palermo, Catania. Alle occupazioni studentesche si contrappongono interventi della polizia, iniziative dei rettori e delle amministrazioni delle università che decretano periodi di chiusura o interruzione delle attività. A Milano, dove gli studenti occupano l’Università cattolica, il rettore Ezio Franceschini chiede l’intervento della polizia e chiude le facoltà a tempo indeterminato. In carica c’è il III governo Moro (Dc, Psi, Psdi, Pri), il IV e ultimo della legislatura (si voterà a giugno del 1968) che deve affrontare in Parlamento la pressante richiesta delle sinistre di una commissione d’inchiesta sul golpe del generale De Lorenzo del 1966.

LA CATASTROFE DEL TERREMOTO: PEGGIO DI UN BOMBARDAMENTO – Il terremoto del Belice (400 morti, 4 mila feriti, 70 mila sfollati solo il bilancio) avvenne il 14-15 gennaio 1968. Fu una grande, terribile, catastrofe, il primo vero grande terremoto del dopoguerra, ed evidenziò un cliché italiano tipico: l‘impreparazione della macchina statale davanti a eventi del genere, soccorsi che arrivano in ritardo, i guasti dei primi e successivi tentativi di ricostruzione in cui si innestarono mafie, malaffare, speculazioni, perdita del patrimonio storico e artistico.

La tragedia va in tv, ma è quella in bianco e nero. Gli inviati del Telegiornale (allora unico di una Rai in bianco e nero) scoprono che esiste anche questo pezzo d’Italia: povero, poverissimo, di pastori e latifondi, di gente umile, dall’italiano stentato, i volti scuri: il Belìce, con l’accento grave sulla ‘e’. Bèlice chiamarono invece il posto giornalisti distratti, sbagliando, spostando l’accento, e così è rimasto tutt’ora. Come in un dolente carosello sulla tv passano le immagini delle abitazioni in tufo crollate sotto i colpi del terremoto, i volti dei sopravvissuti, i corpi dei morti. Il dolore è uno choc per l’Italia e fa il giro del mondo.

LA SPESA INFINITA DELLA RICOSTRUZIONE –  Il conto di quanto lo Stato ha speso finora per il Belice si perde nei rivoli delle mille ragionerie in cui si sono dispersi i fondi pubblici. Si sa per certo solo che tra il 1968 e il 1995 lo Stato Italiano ha erogato 2.272 miliardi di vecchie lire, ma la spesa autorizzata era ancora più alta, 3.100 miliardi di lire oggi pari a 6 miliardi di euro.

LA TARDIVA, LENTA, REAZIONE DELLA POLITICA – Solo nei giorni seguenti, quando si rendono conto della tragedia, vanno in visita in Belice l’allora presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat (Psdi), e il ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani (Dc). Il presidente del Consiglio era Aldo Moro (Dc), vicepremier Pietro Nenni (Psi), il governo di un centrosinistra sempre più logoro e stanco, privo di ogni spinta innovativa. Il giornalista e storico Paolo Mieli ha definito, in un anno “spartiacque” come il 1968, quel sisma come il simbolo di cose che, apparentemente, con il terremoto c’entravano poco o niente: “sprofondava, con i suoi difetti, l’Italia burocratica, l’Italia ‘di papà’, che a fine degli anni ’60 si percepiva atrofizzata, ammuffita e a cui si imputava tutto ciò che ‘non andava per il verso giusto'”. Proprio come il Belice.

2. Il terremoto in Irpinia e la denuncia di un sistema marcio (1980)

IL CONTESTO STORICO- POLITICO – L’Italia tra mafia, Br e stragi. E’ un Paese cupo, ancora attraversato dalle tensioni degli anni ’70, il 1980: la mafia uccide in Sicilia (a gennaio Bernardo Mattarella), le Br sparano nel resto d’Italia. Il 2 agosto c’è la strage di Bologna. La Fiat annuncia 14 mila licenziamenti a Torino e Berlinguer va davanti ai cancelli della fabbrica per sostenere lo sciopero degli operai, la marcia dei ’40 mila’ quadri dell’azienda spezza la lotta. A ottobre si insedia un governo quadripartito, subentra al II Cossiga, con a capo Arnaldo Forlani che ha lanciato l’idea del ‘preambolo’: basta accordi con il Pci, solo con il Psi, ormai in mano a Craxi. Il governo è composto da Dc, Pri, Psdi, Psi con l’astensione del Pli, ma avrà vita breve: cadrà nel 1981 a causa dello scandalo della P2. Pochi giorni dopo il terremoto, il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, parlando a Salerno, indicherà nel tentativo di dare vita anche in Italia a un’effettiva “alternanza democratica” nel governo del Paese la nuova linea politica che ispirerà l’azione del Pci: è l’abbandono della strategia del “compromesso storico” con la Dc e pone al centro del dibattito la “questione morale»” vista come pregiudiziale per la costruzione di un governo composto da “uomini capaci e onesti” espressione dei partiti ed esterni a essi.

ARRIVA IL TERREMOTO, NON ARRIVANO I SOCCORSI – E’ un novembre dolce, quello del 1980. C’è il sole, in Campania e anche altrove. La gente gira ancora in maniche corte. Il 23 novembre è una domenica stupenda. I tifosi si preparano a vedere la differita serale del derby d’Italia Juve-Inter senza neppure voler sapere il risultato. La terra trema alle 19,34. La scossa è fortissima, interminabile. Nella scala Richter l’intensità è 6,9. Interi comuni della Campania e di altre regioni limitrofe (Basilicata, Puglia) vengono distrutti. Il bilancio sarà di 2.914 morti, 8.848 feriti, 280 mila senza tetto. Oltre 500 i comuni danneggiati. La Protezione civile esiste solo sulla carta. Nessuno avverte nessuno. Prefetture e caserme mute, spesso i collegamenti telefonici saltano. Il popolo del terremoto è solo, lo scenario apocalittico. Lo Stato è lontano, distratto, assente. Nessuno capisce che bisogna affrontare una delle più grandi tragedie della storia italiana, superiore persino al drammatico terremoto che ha distrutto mezzo Friuli nel 1975. Alcuni paesi saranno raggiunti dall’Esercito solo dopo cinque giorni. In Irpinia e Basilicata arriva pure la neve. Manca tutto, la gente è disperata.

LA TRAGEDIA ‘NON’ DIVENTA CRONACA –  L’entità drammatica del sisma non viene valutata né subito né bene. I primi telegiornali (ormai ci sono tre canali: Rai1, Rai2, Rai3, e anche molte tv commerciali, e il colore) parlano per ore – anzi, per due giorni – solo di una “scossa di terremoto in Campania”. Anche le grandi testate giornalistiche non sono per niente tempestive nel mobilitarsi: del terremoto in Irpinia si ha inizialmente una percezione falsata per difetto. La scossa tellurica segnala nei fatti che l’Irpinia era una terra dimenticata dal resto del mondo. Nei primi giorni della tragedia, solo il quotidiano il Mattino di Napoli capisce la reale portata della catastrofe. Il 24 novembre titola “Un minuto di terrore. I morti sono centinaia”. Il 25 novembre si passa a “I morti sono migliaia.100 mila i senzatetto”, fino al titolo drammatico del 26 novembre “Cresce in maniera catastrofica il numero dei morti e dei senza tetto (cui si aggiunge un titolo a caratteri cubitali passato, tristemente, alla storia: “FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla”.

LA DRAMMATICA DENUNCIA DI PERTINI –  Il primo a denunciare lo scandalo del ritardo nei soccorsi è il presidente della Repubblica, Sandro Pertini (Psi). Il 25 novembre, nonostante il parere contrario del presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani (Dc) e di altri ministri, Pertini si reca in elicottero sui luoghi della tragedia, dove lo aspetta il ministro degli Esteri, Emilio Colombo (Dc), lucano. Di ritorno dall’Irpinia, in un drammatico discorso in televisione, il Pertini denuncia furente il ritardo e le inadempienze dei soccorsi. Il discorso del Capo dello Stato (“Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi”) ha come effetto le dimissioni, poi ritirate, del ministro dell’Interno Rognoni.

LO SCANDALO DELLA RICOSTRUZIONE E LE SUE CONSEGUENZE STORICHE – Per la ricostruzione furono spesi, in quarant’anni, circa 60 mila miliardi di vecchie lire (circa 66 miliardi di euro). Un fiume di denaro che finì anche nelle tasche della camorra. La storia della ricostruzione dell’Irpinia è una storia di macerie su cui proliferarono molti politici di grido (Dc, Psi etc), si alternarono commissariati straordinari, commissioni e sottocommissioni, allargando a dismisura l’area di intervento del terremoto e, soprattutto, la spesa per la ricostruzione. Una Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro e istituita nel 1989-1990 concluderà che i 58.600 miliardi di spese già effettuate (sui 70 mila stanziati) sono “finiti nel nulla”. “Si potrebbe formulare l’ipotesi che nell’arco di tempo che separò l’uccisione di Aldo Moro (1978) dal terremoto dell’Irpinia (1980) si sia consumata la vera crisi della cosiddetta Prima Repubblica italiana” è la riflessione di Paolo Mieli: “Quel sistema politico che sarebbe poi crollato fra il 1992 e il 1993 in un altro tipo di terremoto di carattere giudiziario era in realtà già andato in frantumi nel biennio tra il 1978 e il 1980. L’autorevolezza, il prestigio, la capacità di trascinamento che i partiti politici e le
istituzioni erano stati capaci di esercitare nei 35 anni precedenti, da quel momento in poi furono loro del tutto interdetti”.

3. Il terremoto dell’Aquila e la finta ricostruzione (2009).

IL CONTESTO POLITICO – Il berlusconismo al suo apogeo. Nel 2009 il presidente del Consiglio è Silvio Berlusconi, che ha vinto, e trionfalmente, le elezioni politiche nel 2008 contro il Pd di Veltroni. Il suo governo, il IV, sarà il più longevo di tutti i suoi. Fini è presidente della Camera, Napolitano è Capo dello Stato. Nel 2009, a inizio anno, Veltroni si dimette da segretario del Pd, gli subentra Dario Franceschini che poi perderà le primarie contro Pier Luigi Bersani, che le vincerà a novembre. Veronica Lario chiede il
divorzio al Cavaliere, a dicembre Berlusconi sarà colpito dal lancio di una statuetta a Milano. Obama viene eletto negli Usa.

Il terremoto è devastante, Berlusconi corre sul luogo. Quando il terremoto di magnitudo 5,9, il 6 aprile 2009, devasta la provincia dell’Aquila e, in particolare, il capoluogo abruzzese, è piena notte. Sono le 3.32. Crollano molti edifici, i morti sono 308, 1.500 i
feriti, 65.000 saranno gli sfollati. Il terremoto ha una vastità di 8 km, è untipico terremoto appennico, eppure i suoi effetti sono devastanti. Berlusconi reagisce con perfetto tempismo. Alle 8.30 il presidente del Consiglio annuncia: “Ho firmato il decreto per lo stato di emergenza nazionale”. Mobilitati esercito, aeronautica e carabinieri, Berlusconi affida la gestione dell’emergenza a Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, e corre all’Aquila insieme ai ministri Maroni e Matteoli. Bertolaso parla di “situazione drammatica, la peggiore da inizio millennio”.

La tv stravolge tutti i suoi palinsesti, i talk show sono soppressi, Fiorello in testa, e vanno in onda solo programmi di informazione: Vespa su Rai 1, Mediaset, Mentana su La 7. Il mondo è cambiato, la gente vuole sapere e vuole sapere subito. Fanno la comparsa, nell’informazione, anche i social network, non solo i siti Internet.

Le polemiche non finiscono mai. Bertolaso dichiara che è impossibile prevedere il terremoto, ma già infuriano le polemiche per la messa in guardia della settimana prima su un’imminente scossa dalricercatore Giuliani: è un fisico del Laboratorio del Gran Sasso, ha previsto il terremoto e nessuno gli ha dato retta. Si inizia a parlare di soldi, di quanti ne servono. Il governo stanzia subito 30 milioni, la ministra Gelmini mette a bilancio 16 milioni solo per la Casa dello Studente, ma si capisce che serviranno almeno 5/6 miliardi di euro. Berlusconi assicura: “Niente ruberie”.

Il 10 aprile si tengono i funerali di stato di 205 delle 308 vittime, officiati dal segretario di Stato vaticano Bertone. Berlusconi è in prima fila e garantisce ai vivI che presto riavranno le loro case, le famose ‘new town’. Una delle sue tante promesse mancate.

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano.net il 25 agosto 2016