“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

Un secolo dalla rivoluzione russa (1917), la culla del Pcd’I e poi del Pci italiano. Intervista allo storico Luciano Canfora

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

«DUNQUE, ai tempi del Posdr…». «Chi?». «Ma come?! Il partito operaio
socialdemocratico russo guidato da Lenin che poi si ruppe e diede vita alla frazione maggioritaria dei bolscevichi contro quella dei menscevichi!». Ah, ecco, giusto…

Prima di chiedere un’intervista a Luciano Canfora (classe 1943, barese, <Wikipedia: poco, troppo poco, onestamente, per racchiudere tutte le cose, i libri, le riviste e il dibattito cui Canfora ha dato vita nella sua lunga vita),bisognerebbe aver superato almeno l’esame in “Storia del comunismo mondiale”…

Professor Canfora, la rivoluzione bolscevica russa del 1917, di cui ricorrono i 100 anni, è stata davvero uno spartiacque nella storia mondiale?

«Certo che lo fu. Un passaggio storico fondamentale per tutto il mondo, anche fuori da quella Russia bolscevica contro cui si coalizzarono tutte le potenze dell’epoca (Usa, Gran Bretagna, Francia) e che vinse e sopravvisse e si rafforzò dopo una guerra civile lunga e sanguinosa. Gli effetti di lunga durata della rivoluzione russa cambiarono la faccia di un mondo che prima era solo coloniale e dopo divenne post-coloniale. Le rivolte operaie e comuniste che si svolsero, sulla falsariga della Rivoluzione d’Ottobre, vennero invece, e subito, represse nel sangue né attecchirono nel proletariato dei Paesi occidentali. Successe in Ungheria con Bela Kun, in Germania con la Lega degli Spartachisti, in Italia con i consigli di fabbrica e Ordine Nuovo, ma anche negli Usa con le lotte operaie e sindacali. Lenin, nel 1923, scrisse un articolo che s’intitolava “Meglio meno, ma meglio”: teorizzava che, appunto, nel mondo ricco e industrializzato la rivoluzione era stata stoppata, come dimostravano le repressioni nel sangue delle rivolte comuniste in Germania, Ungheria, Italia, ma che il suo futuro stava nella rivoluzione mondiale dei popoli oppressi, il che avvenne in Cina, Medio Oriente, Turchia e, dopo la II guerra mondiale, Asia e Africa. I movimenti di liberazione post-coloniale furono giganteschi quanto la fine degli imperi coloniali europei. Certo, poi nacque il neo-colonialismo che sfruttò e controllò le classi dirigenti dei paesi ex coloniali, ma le rivoluzioni e le lotte d’indipendenza furono tante e incredibili,  coronate da parziale o duraturo successo, come fu in Congo o in Vietnam».

Ma il teorico della “rivoluzione mondiale” non era il comandante dell’Armata rossa e poi campione del trotzkismo Trotzskij? E se avesse vinto lui, una visione più “liberal”? 

«Trotzskij si sarebbe offeso moltissimo a sentirsi dare del liberale!
Era molto più dispotico di Stalin, anche se uomo di grande cultura e raffinato polemista: avrebbe esercitato un governo di estrema durezza in attesa di una rivoluzione mondiale che, tuttavia, non ci sarebbe mai stata. Le rivolte operaie in Europa erano già state sconfitte e solo Stalin sarebbe stato, come è stato, il vero prosecutore dell’opera di Lenin. Persino un trotzkista come Deutscher, biografo di entrambi, scrisse nel 1953, alla morte di Stalin, che Lenin avrebbe fatto e si sarebbe comportato come lui».

Poi però la rivoluzione degenerò e diventò un regime con Stalin fino ai suoi successori ed epigoni, da Breznev a Cernienko e Andropov….

«Tutte le rivoluzioni, a partire da quella francese, degenerano dopo breve tempo: vengono sconfessate, demonizzate e rimosse (in Francia si è dovuto aspettare il 1889 per riabilitarla istituendo una cattedra di Storia della Rivoluzione francese alla Sorbonne) a meno che non diventino parte integrante della storia nazionale. Così fece Stalin, ma se la Russia è diventato un Paese acculturato, industrializzato e tecnologicamente avanzato lo si deve a lui. Poi arrivò il ’56 e, con Krusciov, la destalinizzazione: fu un trauma, ma nel mondo – come le dicevo prima – arrivò l’onda lunga della lotta dei paesi ex coloniali (Egitto, India, America Latina) e persino sotto Breznev quelle lotte furono sostenute dall’Urss come in Angola, Etiopia, Vietnam. Volendo correre, dopo il tentativo di Gorbaciov e la parentesi di Eltsin, che come ormai sanno tutti era pagato dalla Cia, la Russia di Putin riprende da un lato la tradizione zarista, dall’altro quella staliniana. Lenin resta lì, sullo sfondo».

Intanto, il 21 gennaio 1921 nasce, a Livorno, il Partito comunista d’Italia. La storiografia racconta di un Togliatti che “tradisce” Gramsci per fondare, nel 1944, il Pci…

«Anche qui dipingere Gramsci come un liberale mi fa sorridere. Lui li odiava i liberali e su “Ordine nuovo” li liquidava con durezza. Il grande Gramsci che tutti venerano, anche i non comunisti, ragionava sulle ragioni di una sconfitta storica, quello del piccolo Pcd’I di
Bordiga, spazzato via dal fascismo in Italia, un partito finto che sopravviveva solo in esilio e solo coi soldi e l’aiuto di Mosca. Togliatti, con la “svolta di Salerno” del 1944 non fece altro che mettere in pratica i suoi insegnamenti. Il Pci diventò così un partito “italiano”, e di massa: cercò la “via italiana al socialismo”, le larghe intese, il rapporto con i cattolici. Poi, col tempo, divenne, di fatto, anche un partito socialdemocratico. Nel 1976 scrissi un articolo per Rinascita in cui sostenevo che “non possiamo non dirci socialdemocratici” ma il direttore della Rinascita di allora, Alfredo Reichlin, ancora oggi operante dentro il Pd, mi disse che era ‘troppo presto’ e che ‘avevo ragione, ma noi, il Pci, non eravamo pronti’…».

Poi venne la Svolta dell’89, la fine del Pci. E pure il tentativo della sua ‘Rifondazione’…

«La svolta di Occhetto arrivò troppo tardi, dopo la disfatta del 1989, e fu fatta male. Avremmo dovuto e potuto farla molto prima, quando il Pci era all’apogeo della sua forza, ai tempi di Berlinguer, come le ricordavo prima. Si perdette, inutilmente, troppo tempo».

E perché non dar credito, oggi, agli ultimi comunisti rimasti o al D’Alema anti-Renzi? 

«Quando un corpo storico fallisce, la traiettoria si fa inevitabile. Non si fondano i partiti sulla base della nostalgia e oggi con i partitini comunisti siamo alla scissione dell’atomo.
Eppoi il corpo di un partito resta sempre nella casa madre. Vale anche per il Pd attuale. D’Alema non può andare da nessuna parte, anche se il Pd si è ridotto a essere solo il comitato centrale (ed elettorale) di Renzi e della Boschi. L’esperienza comunista è finita. Bisogna prenderne atto, capire le novità che irrompono sulla scena, cercar nuove strade».

NB: Questa intervista è stata pubblicata a pagina 28 – pagine della Cultura – del Quotidiano Nazionale del 21 gennaio 2017 

 

Triste, solitario y final. Si prepara l’ennesima scissione a sinistra, stavolta in Sel-SI, ma figlia di tante altre passate.

Nichi Vendola

Il presidente di SEL, Nichi Vendola.

“Perché mi pungi – chiese la rana allo scorpione – ? Perché questa è la mia natura”.  (Esopo)

Alcuni antefatti (storici e microstorici). 

Scissioni. Liti. Incomprensioni. Divisioni. Tavoli che si spaccano e vesti che si stracciano. La sinistra cosiddetta ‘radicale’ – e già sarebbe meglio aggiungere ‘che tale fu’ – ha un’antica coazione a ripetere dalla quale non riesce proprio a discostarsi, neppur volendo. Una’storia’ e una ‘tradizione’ così radicata che ne ha causato una prima volta la morte – diciamo intorno al 2007/2008, quando Rifondazione comunista, fondata nel 1991/1992 per contrapporsi, da sinistra, allo scioglimento del Pci e alla sua trasformazione in Pds-Ds-Pd, si ruppe e diede vita a Sel di Vendola e Prc di Ferrero dall’altro (neppure insieme, nella fantomatica Sinistra Arcobaleno superarono il quorum a Politiche 2008 ed Europee 2009)  – e che sta per causarne, una seconda volta, la ‘ri-morte’ di quel che rimane di entrambe. Insomma, il rischio concreto è che, a sinistra del Pd, resti poco o nulla delle vestigia di un passato che fu, a metà degli anni Novanta, persino semi-glorioso. La Rifondazione di Garavini-Cossutta nel 1993/’94 prima e quella di Bertinotti-Cossutta nel 1996-’98 poi arrivarono a cifre elettorali ragguardevoli e condizionarono, per almeno tre volte, la nascita e poi la morte di governi di centrosinistra, cambiando di fatto la storia d’Italia: nel 1995-’96 dando, i Comunisti Unitari di Crucianelli, e negando, il Prc di Cossutta, la fiducia al governo Dini; nel 1996-’98 dando e poi negando, il Prc di Bertinotti e il Pdci di Cossutta, la fiducia al I governo Prodi e, il secondo, al I e al II governo D’Alema; nel 2007-2008 dando e poi negando, sempre il Prc di Bertinotti, la fiducia al II governo Prodi, che cadde ‘anche’ per colpa del Prc, pur se formalmente la crisi la aprì l’Udeur di Clemente Mastella.

Poi, appunto, un lungo silenzio, quasi assordante, con Ferrero e Vendola che si litigarono le spoglie di una Rifondazione comunista ridotta in briciole (vinse Ferrero, congresso 2009 a Chianciano, Vendola, che di quella sconfitta ancora non si capacita, fondò Sinistra ecologia libertà con Verdi e Psi prima, poi da solo), il Pdci che si inabissava nel nulla, i Verdi pure. Infine, alle Politiche del 2013 – quelle ‘non perse’ ma neppure ‘vinte’ dal Pd di Bersani – la (finta, ingannevole, illusoria) rinascita: Sel, grazie alla coalizione Italia Bene comune, fatta con Pd e i centristi, rientrò in Parlamento dalla porta principale: gruppone alla Camera, Boldrini presidente, nuova attenzione dei media. Durò assai poco. Prima la scissione dei ‘miglioristi’ (nel senso di seguaci dell’ex enfant prodige di Bertinotti nel secondo Prc, Gennaro Migliore) che fondarono una piccola costola di area Pd e poi, nel Pd, entrarono, non pareggiati dai ‘nuovi innesti’ di fuoriusciti dal Pd (Fassina, D’Attorre, Galli, Mineo); poi la stagione dei sindaci ‘arancioni’ (Pisapia a Milano, Zedda a Cagliari, Doria a Genova) che presto dilapidarono la ‘Nuova Speranza’ che si era accesa nel popolo della Sinistra. Ed eccoci, dunque, al semi-triste Epilogo. Una nuova, ennesima, scissione, a occhio l’ultima. Infatti – si legge sul il manifesto (http://www.ilmanifesto.it) a firma di Daniela Preziosi (@danielapreziosi su Twitter), penna attenta, accurata e sapida di tanti e tali mal di pancia – proprio oggi, 16 gennaio 2016, sta per prodursi l’ennesima scissione, stavolta dentro Sel.

L’ennesimo fatto (cioè l’ennesima scissione). 

I fatti stanno così. Sedici parlamentari (tra loro nomi che, nei cascami del ‘socialismo reale’ anche se ‘all’amatriciana’ del Prc che fu dicono ancora qualcosa: Franco Giordano, penultimo segretario del Prc, Ciccio Ferrara, ex responsabile Organizzazione di quel Prc, Claudio Fava, figlio del giornalista Pippo Fava, barbaramente ucciso dalla mafia e oggi vicepresidente della commissione Antimafia, Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio gestione Zingaretti, ‘rastrellatore’ di tessere e iscritti a Roma e nel Lazio, ma pure Dario Stéfano, presidente della Giunta autorizzazioni del Senato, pugliese, che pare voglia candidarsi a sindaco di Taranto, deputati e senatori come Sannicandro, Bordo, Folino, Melilla, Piras, discretamente forti nelle loro realtà locali, e ultimo ma primo per peso politico specifico, il capogruppo di Sel alla Camera, il napoletano sveglio e arguto Scotto) – hanno scritto una lettera – a dir la verità trattasi di vera e propria ‘letteraccia’ – indirizzata al comitato promotore di Sel. Il quale ha dichiarato, in pochi giorni, chiusa per sempre l’esperienza di Sel per dare vita (congresso a Rimini, dal 16 al 19 febbraio) a un ‘nuovo’ soggetto politico, Sinistra Italiana. Soggetto che, però, non si capisce ancora bene ‘chi’ altri dovrebbe unire visto che il Prc di Ferrero (incredibilmente, ancora esiste!) resta a vegetare per conto suo, il Pdci non esiste più, i Verdi sopravvivono per conto loro, la minoranza del Pd non intende uscire dal Pd medesimo, D’Alema si fonderà la sua ‘Cosa’. Eppure, si sa già ‘chi’ guiderà Sinistra italiana: non certo Nichi Vendola, ormai ritiratosi a una (felice) vita privata con il suo compagno Eddy e il loro bel figliolo in quel del Canadà (a proposito: Auguri!), ma il ‘delfino’ storico di Vendola stesso, il bel rude Nicola Fratoianni, affiancato dalla ‘testa d’uovo’ ex Pci-Pds-Ds-Pd, l’economista di sinistra Stefano Fassina.

Ora, gli estensori della lettera, cioè i 16 parlamentari di Sel attuale (31 in tutto sono i deputati, quindi la metà del gruppo attuale, ma vanno contati pure i 7 senatori nel Misto), non è che dicano che stanno per produrre l’ennesima scissione dell’ennesimo partitino, a sinistra, ma poco ci manca. Infatti, rimproverano al gruppo dirigente di Sel-Si “una cultura dell’intolleranza incompatibile con il progetto politico che stiamo animando”. L’oggetto del contendere è, tanto per cambiare, il rapporto con il Pd di oggi (Renzi), come lo fu, in passato, il rapporto tra il Prc di Cossutta e Garavini (che li divise fino alla rottura) con il Pds di allora (Occhetto); il rapporto tra il Prc di Bertinotti e sempre di Cossutta (ma stavolta a ruoli invertiti) con i Ds di allora (Fassino e D’Alema), che li portò addirittura a fondare due partiti ‘diversi’, anche se semi-cugini (che si odiavano però), il Prc e il Pdci; e il rapporto tra Ferrero e Vendola con il Pd di allora (Veltroni-Franceschini e poi Bersani), che pure portò alla nascita di due tronconi (il Prc di Ferrero e la Sel di Vendola, appunto). Tronconi, con il passare degli anni, sempre più piccoli, sempre più sfiatati e più rachitici.

Stavolta, il punctum dolens è il rapporto con il Pd di Renzi (oggi, ma domani di chi? Orlando? Franceschini? altri? chi può dirlo, il Pd terrà il suo congresso alla fine del 2017). Quelli della lettera, “i 16” Nuovi Apostoli, vogliono dialogarci, con il Pd, e Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano e animatore del ‘Campo progressista’ creato con il sindaco di Bologna Merola, il sindaco di Cagliari Zedda e, forse, il sindaco di Genova Doria, ma anche qualche territorio, vuole allearsi con il Pd, partecipando anche a evenutali primarie (candidata ‘naturale’, Laura Boldrini), mentre tutti gli altri (25 parlamentari), quelli di Fratoianni e Fassina, no. Anzi, si ritengono ‘alternativi’ in modo irriducibile al Pd e al suo progetto politico, che ci sia Renzi, alla guida, o financo Carbon Dimonio. Fassina, poi, letta la lettera sul manifesto, si è arrabbiato moltissimo e ha scritto, oggi, più o meno, così: ‘come vi siete permessi?! Dovevate prima portare l’istanza nel Comitato Federale, discuterla nei circoli, etc. etc.’.

Insomma, Fassina crede ancora che esista un ‘partito’ (si chiami Sel o SI o X non importa) come ai tempi del (grande) Pci (tradizione, peraltro, da cui ben pochi di loro provengono). Invece, Sel (o SI o X) è un partito morente, allo stato liquido, se non gassoso, e SI (o X) non sarà da meno. D’altra parte, i 16 ‘contestatori’ – che oggi assicurano di voler dar vita a nessuna ‘scissione’, per carità, ci mancherebbe – da Sel o SI o X lì se ne andranno presto (al congresso, magari: nei piccoli partiti comunisti si amano le uscite plateali, ai congressi, con tanto di sventolio di bandiere, canti liberatori e, possibilmente, pugni alzati al cielo…) e – tanti cari saluti – finiranno per dare vita a una ‘sinistra-centro’ alleata con questo Pd. Ecco che, dunque, tempo un mese, e si compirà, a sinistra, l’ennesima, triste, scissione e la sinistra-sinistra, già ridotta ai minimi termini, se non al lumicino, sarà ancor più piccola modesta, minimale e residuale. Insomma, come accade nella vita, e anche in politica, se rompi un piccolo atomo e crei due piccoli neutroni, poi li dividi in tanti piccoli neutrini, alla fine fai davvero fatica a renderti conto di quello che è rimasto, se non col microscopio (e lasciamo perdere, per carità di patria, i discorsi sui ‘luoghi’ della Politica, il valore del Sociale, il radicamento nei Territori, la ripartenza dalla Base, la retorica della Militanza!).

Un triste (e scontato) epilogo. 

Una storia minima, per carità, anzi minimale, questa che abbiamo provato qui a raccontare ma la cui ‘fine’ “è nota”, come diceva il titolo di un bel romanzo giallo di Geoffrey Hall.  Una storia che, ci rendiamo conto, appassiona pochi, interessa il giusto qualche giornale (il manifesto, appunto, l’unico che sa ancora raccontarle, con pazienza e lena, tali storie) e qualche sito Internet o social network dove gli ultimi reduci del post-comunismo che fu ancora oggi se le danno di santa ragione. E allora – si chiederà uno dei miei 25 lettori – perché la racconti ancora, questa ‘piccola’, e triste, storia? Perché è stata ‘anche’ la mia. Per troppo tempo, infatti, dal 1991 al 1998 (circa) vi ho preso parte, con qualche rilievo. Poi, per mia fortuna, ho iniziato a fare il giornalista e di quella storia mi restano alcuni cimeli (bandiere, belle, tessere, stropicciate, feticci, ancora in bella evidenza nella mia libreria) e tanti, troppi, ricordi. ‘Ti conosco, mascherina’, si diceva in un’Italia che non esiste più. Ecco, li conosco quasi tutti, quelli e questi protagonisti, ergo non mi ‘fregano’ più, ormai. Però, ai tempi, c’ho creduto, in loro e con loro, in un Avvenire migliore, e tinto di Rosso, e oggi, invece, ‘un fiore in petto m’è sfiorito’. Ecco, tutto qua. E tanti auguri e saluti a tutti, s’intende.  Ps. alla fine, mi fa più simpatia il tentativo di Pippo Civati e del suo ‘Possibile’. Liquidi per liquidi, gassosi per gassosi, tanto vale essere adeguati alla (banale) ‘Modernità’.

NB: L’articolo è stato scritto solo e soltanto per il mio blog personale il 15 gennaio 2017.

L’Armata Brancaleone del “Fronte del No” (a Renzi) ha perso la sua prima battaglia referendaria e già litiga al suo interno in vista del referendum istituzionale di ottobre: 3 articoli ‘al prezzo’ di uno

i simboli dei diversi partiti italiani alle Europee

I simboli dei principali partiti politici presenti alle Elezioni Europee del 2014

1) La marcia dell’Armata Brancaleone. Grillo e Salvini, Sel e sinistra dem

hanno fatto ‘flop’, ma già si preparano alla battaglia su altri referendum.

ROMA
ERNESTO CARBONE, (deputato dem, renzianissimo, fino all’altro ieri era prodianissimo, poi lettianissimo, insomma: “come si cambia per non morire, come si cambia per amore”) con il suo hashtag assai sfottente, «Ciaone» – pubblicato su Twitter che ancora è domenica pomeriggio di referendum sulle trivelle, le urne sono ancora aperte, e insomma, non si fa, prendeva in giro tutti quelli del “Sì” sul ‘batti-quorum’ – li fa infuriare tutti in Rete e fuori.
Ma la verità brucia: per gli «anti-Renzi», il referendum è una prova fallita, un buco nell’acqua (del mare…), una rivoluzione mancata. Un 18 aprile non alla rovescia, ma proprio come quello del 1948 per il Fronte Popolare: una disfatta di proporzioni epocali. E allora giù insulti, al povero Carbone: «A ottobre tu e Renzi farete le valigie!» il più gentile. Del resto, il Fronte del Sì sulle trivelle corrisponde al vero Fronte del No del futuro: a Renzi e alla sua riforma, al Pd e al suo governo, nel tentativo di mandarli a casa una volta per tutte. Un fronte che definirlo L’Armata Brancaleone (film del 1966, regista Mario Monicelli, mattatore Vittorio Gasmann, titolo divenuto un’espressione paradigmatica, entrato persino nei vocabolari della lingua italiana) si fa un torto al (finto) Principe Brancaleone da Norcia e al suo seguito di smandrappati compari.

CHI c’è, infatti, in questo ‘Fronte’, neppur più ‘della Gioventù’, trattandosi di (quasi tutti) anziani e attempati signori, cui nulla importa di trivelle, mare inquinato e idrocarburi, ma solo di «mandare un segnale a Renzi», «sconfiggere Renzi», “distruggere” il renzismo (e Renzi, e il suo governo, e il Pd, e tutti gli altri) in un crescendo di parossistica ossessione?
C’è il movimento Cinque Stelle, ovviamente, in prima fila. Un Movimento che a Renzi oggi contende, palmo a palmo, le principali città al voto a giugno e domani, chissà, il Paese.
Grillini smanettoni che, sui social, il referendum l’hanno già vinto, prima ancora di andare a votare, ma solo a colpi di clic. Solo che coi voti è diverso: «Democrazia diretta», direbbe il caro vecchio Rousseau, il filosofo illuminista, però, non la ‘piattaforma’ digitale M5S.
«Io ho votato! Notizie di Renzi?!», esulta, «alle ore 9», via Twitter, il candidato premier Luigi Di Maio. «Tutti a votare, per l’Italia e la democrazia!» grida Beppe Grillo. Ma l’Italia non ha risposto all’appello: la democrazia, stavolta, ha preferito astenersi. «Votare è giusto, pochi o tanti», si mantiene più moderato, stavolta, per una volta, «Dibba», alias Alessandro Di Battista. E Virginia Raggi, assai temuta candidata grillina a Roma, tiene improvvisate lezioni di diritto costituzionale: «Votare è un diritto-dovere, oggi ancor di più». Poi ci sono, certo, ovvio i berluscones. Tutti tutti, tranne uno, Silvio Berlusconi: non vota, ma lo dice solo all’ultimo, a metà pomeriggio, appunto, e li lascia – as usual, ormai – con un palmo di naso, i suoi azzurri che, poverini, si stavano e si stanno agitando tanto.
Forzisti nuovisti che, sui social, ormai s’esaltano assai, tipo Maurizio Gasparri. E così, è sempre e ancora l’alba di domenica quando Renato Brunetta, capogruppo FI alla Camera, Renatino l’infaticabile, l’incontenibile, twitta: «Ho votato per mandare a casa Renzi!». E Guido Bertolaso, candidato a Roma – che non lo vuole nessuno ma a lui-lui, Bertolaso – dice triste: «Io voto, nonostante tutto». Magari nonostante il ritiro della corsa cui, presto, sarà costretto. Non mancano, ovvio, i leghisti, sempre così impettiti, così tronfi, sicuri. Matteo Salvini gonfia il petto: «Ho esercitato il mio diritto, spero lo facciano in tanti». Invece lo fanno in pochi, ma lui è sempre lì, sempre in mezzo, come il mediano di Ligabue.
E al suo fianco c’è e ci sarà sempre Giorgia Meloni, che ha riscoperto «lu mare, lu vientu, lu sole» delle terre a Sud, oltre che la sua maternità: chissà, forse è la forza della democrazia.
Diritto di voto – e non, la Costituzione ce ne scampi e liberi, di ‘astensione’ (si astengono, non solo sui referendum, ma pure alle elezioni comunali, regionali e politiche milioni di cittadini da settant’anni e mai nessuno che abbia rivolto loro una prece, una domanda) rivendicano non solo i presidenti di Camera (Boldrini) e Senato (Grasso) che, sorridenti e vestiti casual, si fanno fotografare mentre infilano l’urna nella scheda perché, diamine, loro «sono» le Istituzioni, ma pure gli ex premier giudiziosi del centrosinistra alla Letta (Enrico), Prodi (Romano), (Monti era via?) o i mancati premier, alla Bersani (Pier Luigi) che a votare ci vanno eccome, poi dicono che votano ‘No’ e qui l’ambientalista trasalisce, ondeggia, si preoccupa, ma quelli sono di sinistra, sì, ma ‘industrialisti’, e pace e amen.

Infine, ci sono «loro», la sinistra. Variamente intesa: quella interna al Pd («Speranza ha votato a Potenza!» informa lieto e garrulo il comunicato del suo ufficio stampa, e non si capisce se è un auspicio, o una cantilena). Quella esterna al Pd, un po’ triste, un po’ cupa, di Sel-SI e di Stefano Fassina («Forza Roma, forza Lupi, so’ finiti i tempi cupi…»). Quella ‘sempe incazzat’ ma po’ pe’ chi?’ (la citazione è di Pino Daniele) di Fratoianni, De Magistris, Ingroia, Ferrero, etc. etc. etc. E, soprattutto, quella di Michele Emiliano. Il governatore pugliese c’ha creduto, c’ha sperato, di prendere due piccioni con una fava: vincere il referendum del fronte «No-Triv», che ha capeggiato con il coraggio degno di un leone ferito, e mandare a casa Renzi, di cui si proponeva e si propone, nel Pd, come l’alter ego: un alter ego roccioso, pugliese, rotondo, barbuto, tonante. E, invece, niente: lui e tutta la sinistra radical chic, solo radical o anche solo liberal, dovranno aspettare ancora un giro. Stavolta, Renzi ‘non’ va a casa. E, nel frattempo, ecco, riemergere i ‘cacadubbi’ della sinistra «vera». Norma Rangeri, direttora del manifesto, donna raffinata e di gusto, di buone letture e di buona scuola (Rossanda-Pintor) si chiede: «Ma ‘noi’, co’ Lega e M5S, che c’entriamo?». Contraddizioni in seno al popolo della novella Armata Brancaleone.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (httt://www.quotidiano.net)  il 18 aprile 2016.

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2) La poco gioiosa macchina da guerra dei referendari.

Tutti uniti, ma tra mille polemiche, e solo per dire “No” al premier

ROMA –

FORSE sono troppi i referendum su cui chiedere un parere o, meglio, un rotondo, definitivo, «No»: quello contro il ddl Boschi (riforma istituzionale, voto probabile a ottobre 2016) e quello contro l’Italicum (la legge elettorale, voto plausibile non prima del 2017). Ma ci sono, pure, i referendum promossi dalla Cgil: sono ben otto, cinque ‘solo’ sulla riforma della scuola (legge di Renzi) e altri tre sul Jobs Act (legge sempre di Renzi). E così si scopre, nelle more della presentazione della richiesta di raccolta firme avvenuta ieri alla Corte di Cassazione su tutti i quesiti (la somma totale è nove: c’è n’è pure un altro sulle trivelle…), che la Cgil «non appoggia», anche se non lo dice, il «Comitato del No» sull’Italicum e sul ddl Boschi. Perché – spiega un cigiellino – «Susanna Camusso (leader della Cgil, ndr) ad Alfiero Grandi (presidente vicario del Comitato del No, ex esponente della sinistra interna Cgil, ex Pci-Pds-Ds, ndr) – dalla Cgil lo ha fatto fuori ma, ancora oggi, non lo può vedere…». La Cgil, dunque, raccoglierà le firme per i suoi referendum (otto), ma non sugli altri (tre), pur se promossi da tanta bella ex intellighèntzia della sinistra che fu. Tra gli altri Giulia Rodano, figlia di Franco Rodano, inventore del «compromesso storico» e ideologo di Berlinguer, il professor ‘Pancho’ Pardi, ex ‘Girotondi’, l’ex capogruppo del Prc al Senato, Giovanni Russo Spena, molti professori emeriti, ex membri o addirittura presidenti della Consulta, in ogni caso severi studiosi di diritto costituzionale.

MA già la rottura con la Cgil è un guaio in sé: nei tre mesi che ha davanti il comitato del «No» per raccogliere le firme – devono essere formalmente 500 mila, ma se ne raccolgono almeno 700 mila perché poi la Cassazione qualcosina t’invalida sempre – già si è messo di mezzo il 17 aprile (referendum sulle trivelle); poi ci saranno le elezioni amministrative  (5/19 giugno), week-end interi in cui la raccolta firme, per legge, non si può fare. Poi c’è il problema della composizione politica del «Fronte del No»: tanto varia che raccoglie quasi tutto l’arco, costituzionale e non. Si va dalla Lega a Sel, da FI a M5S, dal Prc a Fratelli d’Italia, etc. Grillo, all’inizio di raccoglier le firme non ne voleva sapere («Fate voi, poi noi aderiamo», disse ai promulgatori) ma poi, morto Casaleggio, ha cambiato idea. E così quando, oggi, i parlamentari del «Fronte del No» si presenteranno in Cassazione per presentare le loro, di firme, ma solo sul referendum «anti» ddl Boschi, l’M5S vuole «uno dei nostri» (sarà Danilo Toninelli, esperto della materia) a mettere la prima firma sulla richiesta, necessitata, sempre per legge, di un quinto di parlamentari. L’altra firma sarà di un azzurro, Renato Brunetta che, essendo Brunetta, vuole fare un comitato del «No» tutto suo, coi suoi nomi (si parla del professor Francesco Saverio Marini, figlio di Annibale, a sua volta ex presidente della Consulta). E qui, invece, sono stati i ‘professoroni’ di sinistra (c’è pure Stefano Rodotà) a tirare un bel sospiro di sollievo. Ma pure Mario Mauro – ex ministro, ex montiano, ex Popolare per l’Italia, rimasto orfano di altri Popolari ma non della voglia di combattere e, potendo, morire combattendo – vuol fondare i «Popolari del No». Morale, un vero caos. Senza dire che, sul fronte dei media – sospirano dal manifesto, giornale ‘comunista’, ancora, sempre in bilico di sopravvivenza, ma dove sono assai generosi, di default – «quelli del Fatto quotidiano hanno deciso che saranno loro, e solo loro, ‘il’ giornale del “Fronte del No”». Come a dire: a noi ci tocca restare in seconda fila, ma siamo uomini di mondo, l’importante è battere Renzi e il Pd.

INFINE, hanno fatto un po’ di confusione pure i costituzionalisti. Lana caprina, si dirà, ma «consustanziale» alla medesima riforma della medesima Costituzione. «Meglio proporre quesiti diversi sul referendum Boschi!», avrebbe detto il professor Alessandro Pace, che poi del «Comitato del No» è il presidente. «Meglio un solo quesito, per far cadere subito Renzi!», gli avrebbe risposto Gustavo Zagrebelski, che del Comitato pure è presidente, ma ‘emerito’, manco stessimo parlando di ex presidenti della Repubblica… Dissidi, diverbi, gelosie, ritrosie, ire (funeste) e dubbi (amletici). L’«Armata Brancaleone» che si oppone oggi a Renzi e, domani, vuole scalzarlo da palazzo Chigi (quando? subito, subitissimo), inizia il suo percorso in modo confuso. Come si diceva un tempo, «contraddizioni in seno al popolo», il Popolo del ‘No’. E resta la domanda: tanti ‘No’ potranno mai fare un ‘Sì’?

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 19 aprile 2016 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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3) Preghiere e digiuni per il “Sì”. Tutto inutile, stavolta.

Anche la Chiesa e i vescovi hanno perso il referendum….

ROMA –
HANNO pregato, tanto. Hanno manifestato, il giusto. Hanno digiunato anche, seppur moderatamente. La Chiesa cattolica si è schierata per il «Sì», al referendum anti-trivelle (un «Sì» che, appunto, voleva dire «No» e già questo confonde il buon cristiano cui il Signore diceva «il tuo sia Sì, sì; No, no»), ma ha perso. Uno smacco che, nel giorno del post-voto, con quelle percentuali di astensione così alte, così tristi, per un cattolico «formato» e «informato», come si dice, pesa. Sabato 2 aprile, la mobilitazione dei cattolici «No-Triv» si era raccolta, con una forma di protesta civile e sommessa, si capisce, fin sotto le finestre del Papa, in piazza San Pietro. Ottanta diocesi ottanta avevano cercato di «attirare l’attenzione» dei media e della politica: preghiera e digiuno, digiuno e preghiera. Niente, non è bastato. Eppure, la protesta contro le trivelle e per il «Sì» al referendum aveva sponsor illustri, nella Chiesa e in Cei. Si parte dal Papa medesimo, Papa Francesco, uno che sull’ambiente e il rispetto della Natura, oltre che dell’Uomo, ci ha scritto pure una (bella) Enciclica, Laudato sì.

Si passa per Avvenire, il giornale dei vescovi italiani: sempre così attento a quieta non movere, nei confronti della politica dei governi, si è schierato, e attivamente, sul «Sì».
Si sono mosse, e mobilitate, e tanto, non solo associazioni cattoliche storicamente «catto-progressiste» – le Acli, la Fuci, i padri comboniani di padre Alex Zanotelli, uno che i movimenti per l’Acqua (Pubblica), la Terra (di Tutti) e contro le Ricchezze e l’Egoismo (dei Pochi) li ha benedetti tutti – ma movimenti «catto-moderati» come il Movimento cristiano lavoratori di Carlo Costalli. «La Chiesa è un corpo grande», dice Marco Tarquinio, direttore di Avvenire: «Soprattutto dalle Chiese del Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia, ndr) il segnale è resistere a pratiche che non rispettano natura e territori».
Ecco, le Chiese del Sud. Posizioni forti, chiare, nette, quelle espresse dalle comunità e dai loro vescovi. Vescovi, si sa, «in prima fila». «La Chiesa non è sorda e muta», ammoniva il vescovo di Catanzaro, Vincenzo Bertolone. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, che ancora ieri invocava un nuovo modello di sviluppo, dettava alle agenzie: «La nostra azione pastorale comporta il bene della persona. Quindi della vita, quindi del territorio» (sillogismo, forse poco ‘aristotelico’). Il vescovo di Campobasso, già vescovo della Locride, Giancarlo Bregantini, ha pregato e digiunato con quel suo phisyque du role così imponente, così austero.

Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e di Pantelleria, l’ha messa sul glocal: «Il Mediterraneo è un mare chiuso, così morirebbe per sempre». Certo, il vescovo di Ravenna, Lorenzo Ghisleri, ha detto, secco: «Non intendo esprimermi», ma a Ravenna erano in gioco migliaia di posti di lavoro, e non era il caso. Vero è che la Cei, di cui il cardinal Angelo Bagnasco di Genova è ancora il primus inter pares, sta cambiando pelle. La «rivoluzione» di papa Francesco dilaga: travolte Bologna e Palermo, sta per tracimare a Milano e Roma, poi toccherà a Bagnasco andare in pensione. E così pure lui, ieri, ammoniva: «La politica deve dirigere le energie di tutti i cittadini verso il bene comune, ma non in forma meccanica o dispotica, bensì come forza morale alla luce di libertà e coscienza». Del resto, monsignor Nunzio Galantino, che della Cei è il segretario, ma fidato uomo del Papa, aveva sì chiesto «luoghi di confronto», ma il suo richiamo all’Enciclica papale Laudato Sì era chiaro. Il buon cattolico non poteva far finta di non capire, ecco. Il guaio è che il cattolico, buono o meno che sia, stavolta proprio non ha capito.

NB. Questo articolo è stato pubblicato giovedì 19 aprile 2016 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

NEW! Dalla Romagna a Roma! L’intervista a Pini (Lega) conferma la “Strana Alleanza” tra Lega Nord e Cinque Stelle: la Romagna culla del patto “anti-Renzi”

Beppe Grillo e, dietro, il suo guru, Gianroberto Casaleggio

Grillo e Casaleggio. Il leader dell’M5S e il suo Richelieu, da poco scomparso

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA
«TRA LEGA e M5S ho sempre sentito molte affinità. Casaleggio ha inventato Internet, noi i gazebo…». Il vecchio leone lùmbard, Umberto Bossi, è uno che fiuta l’aria. Il Senatùr s’è presentato, a sorpresa, al funerale di Casaleggio a Milano. E Matteo Salvini conferma: «Sulla richiesta di onestà, pulizia e trasparenza, ci sono somiglianze». Un altro uomo d’altri tempi, Luigi Bisignani, scrive, da tempo, sul Tempo, che di «lavori in corso Lega-M5S», parla di «feeling tra i gruppi in Parlamento» e paventa l’ipotesi di «un logo che unirà i due partiti in una Federazione». «Salvini chiama Grillo»? Il leader leghista, per ora, ha fatto scelte diverse: il centrodestra, a Milano, si è ricompattato su Parisi e rosicchia punti al dem Sala.

CERTO è che il candidato M5S, Gianluca Corrado, non brilla per attivismo, sotto la Madonnina. Come se l’M5S volesse perdere e, magari, al ballottaggio, votare Parisi…
A Roma, il favore, invece, sarebbe ricambiato: Salvini voterà Raggi? Lo sostiene una fonte interna leghista ma romana, ergo attendibile: «Berlusconi farà ritirare Bertolaso, ma per appoggiare Marchini, non la ‘nostra’ Meloni, ma vince Giorgia! Detto ciò, ‘se’ al ballottaggio andassero Giachetti e Raggi (i candidati di Pd e M5S, ndr) i nostri voteranno lei, col placet di Salvini…».

Il concetto che molti leghisti e, anche, pentastellati esprimono, pur se off-records, è sempre lo stesso: «Come possiamo fare molto male a Renzi? Unendo le nostre forze».
Le danze si aprono già domenica, con il referendum «anti-trivelle» (Lega e M5S sono per il «sì»), si fanno ballo liscio alle elezioni amministrative di giugno e diventano turbinoso valzer al referendum istituzionale di ottobre. Quando leghisti e grillini andranno tutti, lo dicono già, a votare «per far cadere Renzi». A proposito di ballo liscio, va però sottolineato il caso concreto di tre città al voto in terra speciale, la terra di Romagna.

A Ravenna, l’M5S non si presenta a causa di violenti dissidi interni finiti con la mancata certificazione della lista dal vertice dell’M5S. Dissidi solo in parte rientrati con la lista civica ‘Cambierà’ che candida l’imprenditrice Michela Guerra. Lei è una para-grillina, ma, al ballottaggio, potrebbe appoggiare il candidato leghista, Massimiliano Alberghini, che, forte di un centrodestra unito, punta a soffiare la poltrona di sindaco a Michele De Pascale (Pd-Pri-civiche), anche se, in realtà, Alberghini è espressione di una lista ‘civica’ leghista.
Stessa musica a Rimini. Prima ha fatto epoca e cronaca, locale e nazionale, il tentativo, poi abortito, della ex moglie di Beppe Grillo, Sonia Toni, di presentare una lista «sua». Poi persino lo staff di Casaleggio ha dovuto rinunciare al candidato prescelto, Davide Grassi. Morale: l’M5S, a Rimini, neppure si presenta. Il centrodestra, a trazione leghista, candida invece Marzio Pecci, altro esponente di area civica vicino a Salvini. Benedetto da Salvini dietro lo slogan «Uniti si vince» (lo stesso di Bologna, dove la Lega candida, ma senza l’appoggio di FI, Lucia Borgonzoni), Pecci punta a scalzare Andrea Gnassi (Pd), «anche» con i voti dei grillini.

Ma è Cesenatico – terra amata dai romagnoli e pure da Grillo che viene in Riviera a trovare Dario Fo – il caso «di scuola». Qui, il sindaco uscente, Roberto Buda, di centrodestra, «ha fatto un gran casino», si dice in città. Formalmente e inizialmente, la Lega appoggia Buda contro il candidato dem, Matteo Gozzoli, e pure contro il candidato M5S, Alberto Papparini, giovane molto attivo e molto denunciante vari e gravi scandali. Ma ‘se’ Buda non dovesse arrivare al ballottaggio, a «fare fronte» contro il Pd ci penserebbe Salvini: ha già dato ordine ai suoi fidi luogotenenti locali, a partire dal deputato Gianluca Pini, ‘padano-romagnolo’ sanguigno e Presidente della «Nazione» Romagna, di far convergere i voti dei leghisti su Papparini. O di fare una conversione «a U»: sfiduciare Buda e appoggiare un altro candidato, Enrico Dall’Olio, consigliere comunale leghista e uomo di Pini, sempre per spianare la strada a Papparini (M5S) così da far perdere il Pd (la qual cosa è successa venerdì: la Lega ha sfiduciato Buda e corre insieme a Fi e a Fd’It contro Buda e contro il Pd).
Scambi di favori, piccole cortesie. Chissà che, sempre in funzione anti-Renzi, non nasca in Romagna, «un fiore» da portare a Roma. Obiettivo: far nascere, in Parlamento e, chissà, alle prossime Politiche, una «Santa Alleanza» tra Lega e M5S con dentro Fratelli d’Italia di Meloni, ma senza FI di Berlusconi. Per «liberare» il Paese da Renzi, si capisce. E l’Italia dall’Euro, forse. Come testimonia, peraltro, lo stesso Gianluca Pini in un’intervista a QN pubblicata il giorno dopo l’uscita di questo articolo e che, non a caso, s’intitola “Lega e M5S hanno lo stesso scopo: battere il Pd e mandare a casa Renzi. Pini, uomo forte di Salvini: ‘In Emilia-Romagna siamo pronti all’intesa su molti temi’… “, intervista scritta da Ettore Colombo pubblicata a pagina 15 del Quotidiano Nazionale di sabato 16 aprile 2016.

i simboli dei diversi partiti italiani alle Europee

I simboli dei principali partiti alle Elezioni europee del 2014

Intervista – quella a Pini del 16 aprile, uscita dopo il pezzo del 15/04 – che ripubblico qui:

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA
GIANLUCA PINI (romagnolo, classe 1973) è l’uomo forte di Salvini in Emilia e Romagna, la sua terra, dove ricopre il ruolo di presidente della Lega Nord, ma è anche una delle teste pensanti, oltre che «di ferro», della Lega a Roma. Insomma, è uno che conta, l’onorevole Pini, nel gotha di una classe dirigente leghista sempre più «nazionale» e sempre meno «padana».
Sta per nascere la ‘strana alleanza’, come scrive QN, tra Lega e M5S in Romagna e Roma, o è un ‘entente cordiale’?
«Abbiamo due obiettivi in comune con l’M5S: vincere le elezioni in città chiave della Romagna come Cesenatico, Ravenna, Rimini, dove l’M5S non presenta liste, e battere il Pd. E mandare a casa Renzi a Roma, non solo alle elezioni per la città, ma anche e soprattutto al referendum istituzionale di ottobre quando entrambi i partiti voteranno ‘no’ alla riforma di Renzi. Insomma, scalzare il Pd dal potere locale, in Romagna e altrove, e scalzare Renzi da Palazzo Chigi. Non parlerei di ‘asse’ o alleanza, ma di ‘convergenza di interessi’ sì. Poi, una volta ottenute le elezioni politiche anticipate, ognuno, Lega e M5S, correrà per sé. Su molti temi, come l’immigrazione, siamo e restiamo diversi, su altri lavoriamo bene insieme, anche in Parlamento. In futuro, si vedrà».
Partiamo dai casi «locali». Cosa succede a Cesenatico?
«C’era un sindaco, Buda, che noi abbiamo sostenuto lealmente per 5 anni, anche se ha operato scelte amministrative molto discutibili, e che si è sempre dimostrato molto arrogante. Ha detto che dei partiti non gliene fregava niente. Bene, abbiamo deciso di correre non soli, ma con l’intero centrodestra, e un altro candidato. Dall’Olio? Vedremo. Ne stiamo discutendo. Certo è che l’M5S lì non si presenta. Potrebbe decidere di aiutarci».
E a Rimini e a Ravenna?
«La sinistra, in Romagna, è ormai autoreferenziale, governa da troppo tempo. A Rimini, quattro imbecilli hanno impedito a Salvini anche solo di parlare. Renzi loda Rimini come modello? La città ha perso l’aeroporto e, tra poco, la Fiera. A Ravenna l’economia muore tranne per i soliti ‘amici’ del Pd. I nostri candidati, entrambi civici ma appoggiati dalla Lega, Pecci a Rimini e Alberghini a Ravenna, possono vincere. I grillini non presentano liste. Possono votare per noi, al ballottaggio o già dal primo turno, e aiutarci a mandare a casa il Pd».
A Bologna, invece, correte da soli, pure contro Forza Italia.
«Aspetterei la settimana prossima, vedrà: ci saranno delle sorprese. Io mi sono speso per candidare Lucia Borgonzoni, Salvini pure. Bologna è una città che Merola ha massacrato e reso insicura. Fanno le ronde persino alla Bolognina».
Passiamo al quadro nazionale. A Roma voterebbe Raggi?
«Esistono tre poli, in Italia. Uno a trazione Lega, il centrodestra, uno a trazione M5S, e uno a trazione Pd. Dobbiamo e possiamo allearci per sconfiggere, insieme, il Pd. Una forma di desistenza credo ci sarà, anzi credo sia già in atto, a Roma come altrove: votare per chi, tra Lega e M5S, ha il candidato migliore. Portarlo al ballottaggio e farlo vincere. L’obiettivo è unico: sconfiggere il Pd e mandare a casa Renzi. In tre mosse».
Quali sono le tre mosse?
«La prima sono le comunali: l’obiettivo è far perdere, ovunque, i candidati del Pd. La seconda è il referendum istituzionale di ottobre: non è un mistero che sia noi che l’M5S voteremo no alla riforma di Renzi e Boschi. La terza è ottenere la caduta del governo e andare a elezioni politiche anticipate nel 2017: lì, ognuno per conto suo, si presenterà agli elettori».
E l’alleanza vera e propria?
«La escludo, per ora. Su certi temi, come l’immigrazione, siamo su posizioni diverse, anche se sul punto Casaleggio era più vicino alle nostre, ma in Parlamento collaboriamo e ci scambiamo idee e opinioni su tante cose. Vedremo come evolverà il quadro politico».

NB: Questi due articoli sono stati pubblicati a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 15 aprile 2016 e a pagina 15 del QN del 16 aprile 2016. (htttp://www.quotidiano.net)

Il Pd cambia pelle: da partito ‘leggero’ ai ‘piedi piantati sul territorio’. Scure e tagli su tutti gli organismi, a partire dai segretari provinciali, i circoli si finanzino da soli

Lorenzo Guerini

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi

UN DOCUMENTO di sette cartelle sulla «forma partito» è stato scritto da un gruppo di lavoro composto da tutte le “anime” del Pd: i vicesegretari Guerini e Serracchiani, il presidente Orfini e un esponente dem per ogni corrente, minoranze comprese (il bersaniano Nico Stumpo, il cuperliano Andrea De Maria, la bindiana Margherita Miotto, la prodiana Sandra Zampa). Tenuto riservato per mesi, tranne che per alcune, imprecise, anticipazioni giornalistiche, il documento riservato del Pd – che QN ha potuto leggere – sta per rivoluzionare il partito guidato da Renzi per come è stato fino concepito fino a ora.

Il lavoro, in realtà, non è finito: il documento, con la dicitura di «contributo aperto» (traduzione: il Nazareno non impone nessun diktat…), è stato spedito a tutti i diversi livelli e unità territoriali per ricevere «osservazioni» ed essere, da queste, rispedito indietro. Dopo le elezioni amministrative, e cioè dopo giugno, ma entro luglio, l’Assemblea Nazionale dem approverà la necessaria modifica allo Statuto e così nascerà il ‘nuovo’ Pd.
Il documento si muove su tre direttrici: organismi interni, ruolo dei militanti, risorse. Le parole d’ordine sono «sburocratizzare» e, insieme, «radicarsi». Di certo scatterà un notevole, pur se non drammatico, assicura il Nazareno, «dimagrimento» degli organi decisionali. I principali, tra questi, almeno sul piano nazionale, sono tre. Il primo è l’Assemblea Nazionale: oggi conta 1000 membri eletti, cui si aggiungono, di diritto, i 400 parlamentari e tutti gli eletti (diverse centinaia) negli enti locali: saranno ridotti a meno di 800. Il motivo è che i rimborsi spettanti ai “Mille” democrat, ogni volta che vengono a Roma, sono diventati assai esosi. Poi c’è la Direzione nazionale: conta 120 membri, più 30 di diritto e 50 scelti fior da fiore nei gruppi parlamentari, 200 in totale: sarà «limata». Infine, c’è la Segreteria Nazionale: composta da 12 membri verrà, finalmente (è ormai dall’estate scorsa che se ne parla visto che ne sono usciti in diversi, come Enzo Amendola, promosso viceministro agli Esteri), “rimpastata”, ma il numero resterà quello.

INFINE, si agirà sui livelli intermedi del partito. Un partito che è diviso in tre cerchi: Unioni comunali, Unioni provinciali e Unioni regionali. Molti circoli (le vecchie ‘sezioni’), come è successo a Roma, causa inchiesta ‘Mafia Capitale’, verranno fusi tra loro perché sono rimasti, troppo a lungo, inattivi, quando non sono stati direttamente ‘inquinati’.

E così, i circa 6 mila, sulla carta, circoli che il Pd ha sull’intero territorio nazionale diminuiranno. La scure vera, però, si farà sentire sulle 120 unità di base provinciali: non scompariranno del tutto, seguendo il destino delle Province di riferimento, cancellate dalla legge che le ha abolite, ma verranno, in moltissimi casi, «accorpate». Un modo gentile per dire che molte di esse, appunto, scompariranno, anche se non tutte. Si cercherà, per le restanti, di farle combaciare con i 100 collegi con cui l’Italicum ridisegna la geografia politica italiana.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere: infatti, insieme a questo processo di «razionalizzazione», come lo chiamano al Nazareno, «i segretari di base, circoli in testa, avranno più poteri, saranno più coinvolti e caricati di forti responsabilità, a partire dal foundrising». Detta in volgare: i segretari dovranno trovarsi i soldi da sè e finanziarsi da soli diventando una sorta di “promotori finanziari” o di veri e propri “procacciatori” di denaro. Il finanziamento pubblico è agli sgoccioli e, nonostante il successo del 2xmille (550 mila i donatori privati che hanno scelto il Pd, dato che al Nazareno magnificano a ogni pié sospinto, con legittimo orgoglio), le casse del partito languono. I dipendenti nazionali sono stati già ridotti a 100 in totale, ma solo grazie ai ‘distacchi’ nei gruppi parlamentari e nei diversi ministeri a guida Pd, mentre la Segreteria si è autoridotta tutti i rimborsi spese, specie le auto a nolo, passati da +800 mila (gestioni precedenti a quella di Renzi) a -7 mila.

Il Pd, in compenso, ha ormai costruito, da diversi anni, un data-base che vale oro: si tratta del 1 milione e 300 mila gli iscritti alle primarie (di partito) che costituiranno, una volta per tutte, l’Albo degli elettori del Pd. Un albo che resterà per forze di cose in pancia al Pd e che resterà anche distinto dall’Albo delle primarie «di coalizione» , cui hanno partecipato e parteciperanno – si spera – in futuro altri partiti diversi dal Pd (Sel, Cd, Idv, Verdi, etc.).

Inoltre, sono arrivati a quota 386 mila gli iscritti del 2015 e, assicura il Nazareno, «arriveremo presto a quota 390 mila», il che vuol dire 30/40 in più del dato del 2014. L’altra novità è, però, un ritorno al passato. Infatti, come forse non tutti sanno, già dalla sua nascita, nel 2007-2009, il Pd faceva eleggere i segretari di circolo e provinciali solo dagli iscritti, mentre quelli regionali sono sempre stati eletti con le primarie, come avveniva – e avviene, ancora oggi, per il segretario nazionale. Dopo la riforma dello Statuto si tornerà a una modalità di elezione dei segretari regionali più ‘chiusa’ e molto meno ‘aperta’. Sarà, cioè, riservata ai soli iscritti o (ma sul punto è ancora aperto il dibattito), alla loro elezione in modo «contestuale» a quella del segretario nazionale. Come già avveniva sotto Veltroni e Bersani con un evidente effetto di ‘trascinamento’ dei segretari regionali. Una ‘comodità’ di cui, invece, Renzi non ha goduto:  infatti, i segretari regionali vennero eletti, nel 2014, solo  mesi dopo l’elezione con primarie del segretario nazionale.
Infine, altra novità, rinasceranno i circoli «tematici» e quelli di pura «iniziativa politica», i quali potranno attirare e far lavorare i militanti (della società civile, ma forse anche di altri partiti…), ma non votare gli organismi interni (segretari di circolo e regionali, segretario nazionale). Infine, c’è la novità dei circoli on-line: ci saranno, anzi già ci sono (a Bologna, l’Aquila, Napoli), ma per votare dovranno trovarsi una sede fisica.

Morale: il Pd va verso una forma di partito più ‘leggero’ o più ‘pesante’? Il vicesegretario Guerini la spiega così: «Il modello a cui ci rifacciamo è quello studiato da due politologi Usa, Richard Katz e Peter Mair, che hanno teorizzato – con un saggio pubblicato nel 1995 e rivolto soprattutto al partito dell’Asinello, e cioè i Democrat Usa – la necessità di creare una via di mezzo tra il Party on the ground, cioè un partito coi i piedi ben piantati sul territorio, e un Cartel Party”. Di che si tratta? Di una forma di organizzazione “leggera”, de-differenziata, con strutture reticolari, esternalizzazione, centralizzazione decisionale; ruolo nevralgico dei leader”, scrivono i due autori statunitensi nel loro saggio, che prevede anche una “competizione su tutto il mercato elettorale; formazione e manipolazione delle preferenze degli elettori; relazioni opportunistiche o neutrali con i gruppi; prevalenza delle funzioni di coordinamento istituzionale e procedurali; logica della competizione (e della collusione)”, ma soprattutto, spiegano, “a causa della crisi delle risorse interne, finanza pubblica e sponsorizzazione da parte dei gruppi di interesse, presenta canali di comunicazione mediali e virtuali; vede i partiti come campaign organizations; expertise e conoscenze specialistiche, ad esempio nel campo delle tecniche di comunicazione“.

Detta in italiano antico, una via di mezzo tra il «partito pigliatutto» com’era la Dc del Secondo dopoguerra, e il partito di «funzionari e quadri», oltre che, ovvio, «di massa», del Pci che fu. Detta in italiano moderno si tratta, appunto, del “Partito della Nazione”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’8 aprile 2016 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale in forma meno estesa (http://www.quotidiano.net)

La Sinistra dem all’attacco di Renzi: “Non sei un leader”. La minoranza si prepara alla battaglia, non finale, sui referendum (trivelle e istituzionale)

Pier Luigi Bersani sorride

L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani

I TRE PICCOLI, ma tignosi, drappelli della minoranza dem (gli ‘speranziani – da Roberto Speranza, deputato lucano, leader di «Area riformista» – i ‘cuperliani’ – da Gianni Cuperlo, deputato triestino, che capeggia «Sinistra dem» – e i ‘logiudichiani’, da Lo Giudice Sergio, senatore bolognese che guida «Rete dem»), di solito, in Direzione, quando e se si tratta di votare, si astengono. «Perché tanto siamo pochi e loro (i renziani, ndr.) tanti, quindi è del tutto inutile votare no», ripetono, di solito. Stavolta, però, è diverso. Quando, a fine seduta della Direzione (relazione di Renzi, breve dibattito, replica di Renzi), Matteo Orfini, annuncia – sempre un po’ di fretta, sempre un po’ scocciato, questo Orfini, eppure lui i lavori della Direzione li presiede e assicura a Renzi, da quando i suoi Giovani Turchi transitarono, armi e bagagli, da Bersani a Renzi, un saldo controllo del Pd – che “dobbiamo votare la relazione del segretario”, ecco, qui arriva la novità. I big e i colonnelli della minoranza, compreso quel Pier Luigi Bersani che avrebbe invece descritto a un amico la Direzione di ieri come «un interessante, anche se duro, segnale di vita”, dicono di ‘no’.
Certo, sono e restano pochi i loro 13 «no» (Bersani, Cuperlo, Speranza, più Stumpo, Zoggia, etc.), contro i ben 98 «sì» di Renzi, ma i loro scarsi numeri, appunto, questi sono. E c’era pure il «no» del governatore pugliese, Michele Emiliano che però tira non di sciabola, bensì in punta di fioretto, contro Renzi, su trivelle, referendum e caso Guidi: «Serve fiducia, ti voglio bene, etc.», e giù lacrime, persino, da parte di quell’omone.

All’apparenza, dunque, la minoranza ha voluto fare la voce grossa e andare all’attacco. Vuole forse menarlo, la minoranza, il Renzi? Sì, ma non su ‘Tempa Rossa’ o, per dire, su Banca Etruria, o chiedendo dimissioni di Boschi o, tantomeno, di Claudio De Vincenti.
Ergo, senza alcuna, neppure lontana, intenzione d’appoggiare le mozioni di sfiducia al governo. La minoranza s’è inalberata su come «Matteo» sta gestendo il loro Pd. A Cuperlo e Speranza Renzi non piace, si sa, sul fronte interno e pure su quello esterno, del governo. Per Speranza «la segreteria Renzi è inadeguata, il popolo della sinistra non capisce dove andiamo, si torni al partito comunità (sic)» e altri concetti molto politicisti, un po’ astrusi.
Cuperlo usa un’arma insolita, per lui, l’ascia: «Mi sento sempre più a disagio nel Pd». E non solo, sibila, «per «riforme economiche sbagliate di un premier senza coraggio, ma perché non sei all’altezza del ruolo che ricopri, sei privo della statura da leader» e perché «vedo il germe della malattia nel Pd: intolleranza, arroganza, concentrazione del potere». Parole dure, durissime, per uno come Cuperlo: un intellettuale algido, raffinato, etereo. Uno che persino il suo antico compagno di strada, Pier Luigi Bersani, quando un amico gli chiese cosa pensasse della candidatura di Gianni a ‘sfidante’ di Renzi all’ultimo congresso (stante che, lo stesso Bersani, si era dimesso da segretario e aveva abbandonato il campo), rise e, sempre ridendo, disse “Gianni ricorda lo sfortunato tenentino austriaco di ‘Senso’ di  Visconti… Così elegante, così severo, così compito…’. Come a dire: non ha chances….

C’è il fronte referendum trivelle, certo: tutta la minoranza è impegnata, pancia a terra, a far vincere i «sì» e soprattutto a fare ottenere al referendum il quorum (tranne Bersani, che andrà a votare, ma voterà «no»: come Prodi, ritiene la vittoria del Sì una sciagura).
Magari, i più coraggiosi, sulle elezioni amministrative, sono pronti ad approfittare del passo falso, se arriverà, dei candidati renziani e, di conseguenza, del premier medesimo.
Ma gli esponenti della minoranza dem ‘non’ affondano il colpo sul caso più scottante, per il premier. Il caso Guidi e, soprattutto, e di nuovo il caso Boschi. Forse ha ragione il solito «democristiano, Lorenzo Guerini che a un deputato renziano amico confida: «Conflitto insanabile con la minoranza? Ma no, li recuperiamo…». «Si chiama eterogenesi dei fini – ride amaro un senatore della sinistra da sempre su posizioni oltranziste – facciamo sempre finta di azzannare e invece a ‘quello’ (Renzi, ndr.) finiamo solo per fargli un favore».

A meno che la minoranza non faccia quello che proprio Cuperlo – anche se non ieri, in Direzione, ma giorni fa, al seminario organizzato dalla sua area, Sinistra dem, ha chiesto apertamente ed esplicitamente a Renzi: «Libertà di voto» su un altro, di referedum. Quello di ottobre sulle riforme su cui Renzi si gioca, come dice sempre, «l’osso del collo». Ecco, se la minoranza strappasse davvero sul referendum di ottobre, allora sì, ghigna un senatore renziano, «Renzi stavolta li caccia a calci: per lui sarebbe peggio della scissione». Con una piccola complicazione in più: dal I luglio entra in vigore, anche formalmente, l’Italicum che prevede solo il premio alla lista e non anche alla coalizione. Il che vuol dire che un’operazione scissionista da nuovo ‘Pds’ (proprio come quello vecchio, in quanto acronimo di Partito della Sinistra…) che sogna, da tempo, D’Alema, sarebbe un autogol.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 5 aprile a pagina 3 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)