Tre articoli invece di uno. Renzi sceglie l’M5S come nemico numero 1 e intanto offre un patto ai grillini: “legge elettorale ed elezioni subito”

  1. Renzi Grillo Berlusconi

    Renzi, Grillo e Berlusconi.

    Renzi sfida Casaleggio jr (“Democrazia vs dinastia”) ma i suoi offrono un patto all’M5S: “Pronti a votare il Legalicum in cambio di elezioni subito (l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale il 10 aprile 2017)

“Renzi app”, già scaricabile da ogni piattaforma (htttp://io.my/appmatteo). Piattaforma e sito web ‘Bob’ (Kennedy) per smascherare le fake news grilline. “Democrazia vs dinastia”, il mantra. L’Avversario con la ‘A’ maiuscola di Matteo Renzi sono i 5 Stelle, non i suoi competitor alla segreteria, Orlando ed Emiliano, cui propone un ‘patto tra gentiluomini’, anche se alla sua maniera: “Non potete passare i futuri quattro anni a sparare sul quartier generale” (traduzione: ‘se volete fare come Bersani&co., quella è la porta’) e pur rifiutandosi di spostare la data delle primarie solo perché Emiliano si è fatto male e non può correre (Orlando era d’accordo, i renziani sono stati irremovibili) almeno fisicamente.

Eppure, per paradosso non tanto paradossale, l’ex  premier proprio ai grillini offre, tramite i suoi ambasciatori Orfini e Guerini, un patto sulla legge elettorale che nelle parole di questi ultimi due ai 5 Stllee suona così: “Noi vogliamo votare e siamo pronti a offrirvi un patto sul vostro Legalicum (estensione dell’Italicum al Senato, ndr.) e siamo pronti a togliere i capolista bloccati, voi ci state?”. E anche se l’offerta potrebbe essere solo ‘trabocchetto’ (“Un modo per stanare i grillini, far vedere a tutti che non vogliono fare nessun accordo e poi farlo con Berlusconi”, ragiona un machiavellico renziano di alto grado, ma ben informato, specie su un punto: “Se facciamo credere a FI che siamo pronti a togliere i capolista bloccati, quelli si  mettono paura, ci cascano subito nel tranello e fanno l’accordo con noi”), l’offerta ai pentastellati sembra una cosa seria e a un buono stadio di lavorazione.

L’ex premier – che nel retropalco dell’Ergife si prende un caffè in amicizia con il premier Gentiloni – si sente già vincitore delle primarie aperte del 30 aprile, forte di consensi che – dicono i suoi – “non saranno inferiori al 55-60% dei voti”. Insomma, sarà un trionfo. Solo un tasto preoccupa i renziani, quello dell’affluenza: faranno di tutto perché la partecipazione superi bene i due milioni.

Per il resto, la Convenzione nazionale del Pd tenuta ieri all’hotel Ergife di Roma scorre via come un fiume tranquillo (le liste dei candidati collegati si chiudono oggi, solo lì sono previste frizioni). Del resto, se Orlando è quotato al 20-30% ed Emiliano all’8-15%, è anche perché tre quarti del Pd – la ‘macchina’ o la ex ‘Ditta’ – sta con Renzi. Specie nell’Italia centrale (le regioni ‘rosse’) e nel Mezzogiorno, dove la mozione Renzi stravince su tutte le altre con percentuali bulgare e dove il Pd ha ormai più tesserati che al Nord.

Orlando, però prima di Renzi, fa un discorso affatto conciliante: picchia come un fabbro su tutto, dal rapporto con gli operai (“Tu vai da Marchionne, io vado ai cancelli della Fiat”), alle riforme (“Rischiamo un riformismo senza popolo”) alla legge elettorale (“Basta a proporre il Mattarellum se tutti ci dicono di no”), etc. Il governatore pugliese, teorico candidato anti-establishment, nel Pd, s’è rotto lui il tendine, ballando la tarantella: in un videomessaggio dall’ospedale, tiene una mozioni degli affetti dai toni soporiferi – non a caso molto apprezzato da Renzi, che invece ribatte duro a Orlando – il cui spunto originale è lodare “gli elettori 5 Stelle”.

Renzi spiega i punti su cui vuole imbastire la campagna elettorale, ma quella delle Politiche, come un vero derby Pd versus M5S: “democrazia contro dinastia, scienza contro paura, lavoro al posto dell’assistenzialismo”. Pensa che i 5Stelle abbiano trovano il loro nuovo leader in Davide Casaleggio, smania all’idea di potersi confrontare con lui o con chi per lui e si dedica poco al resto del Mondo. Sul vero punto di impasse, la legge elettorale, ribadisce che “Per noi c’è il Mattarellum, al Senato c’è stato un fatto di una gravità enorme (il caso Torrisi, ndr), ora tocca al Fronte del No parlare”. Ma, appunto, Renzi – via Guerini e Orfini – parla invece ai M5S e fa sapere: “La vostra proposta sul Legalicum? Fatela, pronti a discuterne”.

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2 Renzi teme Casaleggio ma è pronto a trattare con M5S sulla legge elettorale 

(l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale l’8 aprile 2017) 

Pd, Renzi vuole l’election day a giugno o il congresso anticipato. Orlando lancia la sua idea (e candidatura?) di partito. Correnti interne in confuso movimento

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi, segretario del Pd, e Lorenzo Guerini, vicesegretario dem

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI sono arrivati tre segnali positivi, per un Matteo Renzi che la vulgata dem descrive (sbagliando) come «nervoso, solo, depresso, arrabbiato con tutti e sospettoso di tutti».
Il primo è la sentenza della Consulta che chiede «maggioranze omogenee» tra i due sistemi elettorali di Camera e Senato, sì, ma legittima i capilista bloccati, permette leggi elettorali ‘differenti’ e insomma «con questo sistema, il Legalicum come lo chiamano i 5Stelle», dice con ironia un renziano, «si può andare a votare in ogni momento».

«LA SENTENZA ‘aiuta’ il percorso di chi vuole andare a votare subito», assicura un luogotenente del segretario che ieri presidiava il Nazareno anche quando Renzi è partito per Pontassieve, «perché, in Italia, non è stata sospesa la democrazia, votare si può, anche con il combinato disposto delle due sentenze della Consulta su Porcellum e Italicum».
Rivelatore un tweet lanciato nella serata di ieri da Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, responsabile Enti locali, nonché fedelissimo del segretario che gli ha chiesto di digitare sulla tastiera: «#Electionday a giugno. Mille comuni, Sicilia e Politiche. Altroché congresso. Legge elettorale poi città e Italia. Stop beghe interne». Traduzione: nuova legge elettorale o, mal che vada, «trasposizione» del sistema uscito dai verdetti dei giudici da far approvare dal Parlamento nel giro di due mesi al massimo; fine del governo Gentiloni; scioglimento delle Camere entro il 25 aprile (servono dai 45 ai 70 giorni per indire i comizi elettorali) ed elezioni politiche l’11 giugno per tentare l’abbinata vincente. E cioè, appunto, il già citato election day tra politiche, elezioni comunali e regionali in Sicilia.

Il secondo segnale positivo, per Renzi, è l’intervista del ministro Andrea Orlando all’Huffington Post. Orlando chiede, sì, «una Bad Godesberg» e «un Pd da rifondare». Non è ancora detto se in accordo o meno con Renzi, stile ‘staffetta’ Prima Repubblica. «Tu ci guidi alle elezioni per tornare al governo, io mi dedico a ricostruire e a curare il partito», secondo la versione che gira al Nazareno, sarebbe la proposta di Orlando allo stesso Renzi. In ogni caso, Orlando non si oppone a Renzi («il golpe? Fandonie», dicono i suoi), punta «alla riflessione, allo stimolo delle nostre energie migliori». Il ministro sembra accettare interamente il timing renziano (modifica rapida alla legge elettorale ed elezioni, anche a breve), ma chiede in cambio «un percorso che parli all’Italia del futuro», partendo «dagli errori degli ultimi vent’anni, non solo degli ultimi tre (quelli di Renzi, ndr)». Orlando, insomma, prepara una vera e propria Opa sul partito – ha, peraltro, dalla sua, pezzi da 90 come l’ex capo di Stato Napolitano, migliorista come il suo amico Macaluso, l’ex tesoriere dei Ds Sposetti, forse persino D’Alema, di certo Fassino e tutto un pezzo della filiera ex Pcid-Pds-Ds – però non strizza l’occhio alla «scissione» né alla minoranza interna, ma si pone come ‘terzo’, se e quando mai deciderà di esserlo, tra Renzi e i suoi avversari attuali.

I ‘tre amigos’ (Speranza, Emiliano, Rossi) che si sono tutti e tre candidati per conto della minoranza come campioni – ognuno a suo modo – dell’antirenzismo hanno messo paletti assai alti per rinunciare alla scissione (fino a ieri da D’Alema invocata, ora da D’Alema esclusa…): «Congresso nei tempi stabiliti, appoggio al governo Gentiloni fino al 2018 e via i capilista bloccati dalla legge elettorale». Altrimenti, vanno via, forse con D’Alema, forse con Vendola e Fratoianni, forse con Pisapia e Merola, forse con tutti loro e anche di più.

Il terzo segnale positivo per Renzi si muove, invece, dentro la tattica parlamentare, dove i movimenti di truppe vanno un giorno in un senso e un giorno nell’altro in uno stato di (grave) confusione interna che è sicuramente politica, ma in alcuni casi anche mentale. Ieri, per dire, 17 senatori, area ‘Giovani Turchi’, vicini al leader Orfini, hanno contrapposto le loro firme di ‘lealisti’ al segretario Renzi contro quelle dei 40 senatori dem che, l’altro ieri, ispirati da Giorgio Napolitano, chiedevano invece di «arrivare fino a fine legislatura» e «appoggiare lealmente Gentiloni». Solo che 11 dei ‘17’ – che chiedono il premio alla lista invece che alla coalizione, oltre che elezioni subito – comparivano pure nell’elenco dei precedenti 40… Insomma, non si capisce se alcuni dei 40 (11, appunto) si sono ravveduti e sono tornati sia Giovani Turchi che renziani o nutrono una forte capacità di mimesis antica.

Certo è che, nelle correnti, molto si muove e tutti si riposizionano: i franceschiniani (Area Dem) sono gli unici compatti, dietro il loro leader (Franceschini, appunto), nel non volere le urne anticipate, nel chiedere il premio di coalizione e non alla lista e di non fremere per il congresso anticipato. I Giovani Turchi sono spaccati come una mela: una parte (una decina di senatori e altrettanti deputati sta con Orlando, che chiede congresso a data certa, ma non immediato, e premio alla lista (non alla coalizione), ma legge elettorale ed elezioni – ma di lui Renzi non si fida – mentre Orfini è perfettamente allineato alle scelte di Renzi (con lui una ventina di GT al Senato e una quarantina alla Camera) come pure i renziani (anche se non tutti: Richetti, per dire, s’è del tutto sfilato dal renzismo e molti altri con lui) e pochissimi altri. Ex popolari di Fioroni, un gran pezzo della corrente del ministro Martina (Damiano), ex lettiani col coltello tra i denti contro Renzi (Boccia, Ginefra, Laforgia), ex ulivisti in rotta di allontanamento (Monaco, Zampa, Lo Giudice) e, ovviamente, la minoranza di rito bersaniano ma anche cuperliano non vedono l’ora di detronizzare il re.
Eppure, segnali di speranza, per Renzi, arrivano da altri deputati che  dicono sia «no a nuove tasse» nella ‘manovrina’ che il governo Gentiloni deve far approvare e votare entro marzo, dal Parlamento (ieri il deputato renziano e toscano Fanucci ha raccolto 35 firme di deputati su un documento che promette ‘sfracelli’, sfiducia compresa, se nella manovrina compariranno nuove tasse), sia <<congresso subito» al grido, ultrarenziano, di ‘e famolo sto’ congresso’, come cinguettavano, ieri su Twitter, Esposito e Morano, Ermini e Romano.

IL PUNTO fermo è, appunto, che l’ex premier non ha ancora rinunciato ad andare a elezioni anticipate, anzi, le rilancerà alla Direzione dem allargata e già convocata per lunedì 13 febbraio in un luogo atipico (il centro congressi di via Alibert) perché dovrà contenere quasi 700/1000 persone, neanche si trattasse di un Assemblea nazionale (200 i membri della Direzione, 113 i senatori dem, 305 i deputati, 120 i segretari provinciali, 20 quelli regionali, etc.) E anche se Renzi proporrà l’alternativa, quella del «congresso subito» al posto delle urne, anch’esso andrebbe tenuto nell’ormai fatidico mese di giugno, entro e non oltre l’11. Renzi si presenterebbe dimissionario («basta una lettera agli organi di competenza», spiega uno dei suoi) e i poteri passerebbero al presidente del partito (Orfini) per convocare l’Assemblea nazionale che darebbe il via al congresso ‘sprint’. Sempre che, appunto, a Renzi non riesca il piano A: quello di andare ad elezioni anticipate.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 febbraio a pagina 4 del Quotidiano Nazionale.

Renzi tra guerre interne al Pd e tentativo di fare la legge elettorale per andare al voto. ‘Tre articoli al prezzo di uno’…

&gt;&gt;&gt;ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

1) Ok di Renzi al premio di coalizione. Il segretario costretto a accettare l’offerta dei big 

Ettore Maria Colombo
ROMA
PREMIO alla coalizione in cambio di elezioni anticipate a giugno e, prima, primarie «vere, non una gazebata», come chiede Bersani, con tanto di data (il 25 marzo) e congresso del Pd a novembre. L’accordo verrebbe certificato con il timbro di tutte le aree del partito, minoranza compresa, il 13 febbraio, alla Direzione del Pd. Un ’volemose bene’ che chiuderebbe, come d’incanto, tutte le guerre interne al Pd. Quelle della minoranza sul piede di guerra di una scissione con D’Alema e, soprattutto, quelle dei big dem. Gli ormai noti ‘frenatori’ hanno nomi e volti: il ministro Franceschini, leader di Area dem e il ministro Orlando, ma anche i Popolari di Fioroni e pezzi di sinistra (Damiano).

ORLANDO, poi, è ormai in rotta di collisione con il suo ex sodale dentro i Giovani Turchi. Quel Matteo Orfini che non ha mai smesso (da solo, in quanto i renziani ieri erano muti come pesci) di vestire i panni del guastafeste, esternando la sua contrarietà al premio di coalizione (Orfini chiede il premio alla lista) e  «accrocchi», alleanze da Alfano a Pisapia.

Matteo Renzi, tornato a casa sua, a Pontassieve, si limita a dire che «basta, mi sono rotto. Io di legge elettorale non parlo più. Così ‘non ne caviamo le gambe’», espressione dialettale che sembra l’equivalente della ‘mucca nel corridoio’ di bersaniana memoria.
L’ex premier, domenica, parlerà, sì, ma «di contenuti» e, in particolare, «di Europa» che, in questi giorni, tiene l’Italia sotto scacco con la richiesta di una manovra correttiva che – dirà Renzi – «è ingiustificabile». Né mancherà di intervenire sull’ultima uscita della Merkel sulla Ue «a due velocità».

Renzi si sente «assediato» dai «finti amici» che ha nel Pd (i big, appunto), ma anche da tutti i «poteri forti» che si mettono di traverso sulla strada del voto. L’unica consolazione sono, allo stato, gli amati sondaggi. Uno, sfornato ieri, dice che batterebbe, alla primarie, qualsiasi sfidante: Emiliano 74 a 26, D’Alema 62 a 18, Orlando addirittura 82 a 18. Un trionfo, insomma. Per il resto, invece, sono solo dolori e cautela, se non veri sospetti.
E ne ha ben donde. Alcuni senatori della minoranza dem dicono già che «tutti i partiti, o molti, e tutto il Pd fingerà di aprire a una nuova legge elettorale con il premio di coalizione, ma poi, con i voti segreti, la affosseranno, specie al Senato. Con il fattivo contributo nostro e, anche, degli ex ‘101’ di Prodi».

Si vedrà. In teoria, appunto, l’accordo sulla nuova legge elettorale sembra cosa fatta. È arrivata, ieri, decisiva, a smuover le acque, l’intervista di Franceschini al Corsera. Intervista che ha incassato le aperture e, in alcuni casi, le lodi sperticate, di Alfano (Ncd), Forza Italia (Gelmini e De Girolamo) e, ovviamente, dei ‘piccoli’ partiti, ma pure della minoranza dem. L’accordo, in Parlamento, dovrebbe essere una specie di pro-forma.
Sulla carta, infatti, la proposta del leader di Area dem di spostare il premio (40% alla Camera) dalla prima lista, come è nell’Italicum, alla coalizione vincente e di estendere tale premio anche al Senato, ha numeri a dir poco schiaccianti. I grillini gridano all’«inciucio», la Lega si trincera dietro il mantra «al voto!». Tutti gli altri, FI compresa, si dicono favorevoli. «Sotto, però, temo che ci sia la fregatura», si lamenta un pasdaran renziano. Fregatura che potrebbe esserci con un doppio colpo: allungare la vita alla legislatura e costringere Renzi a capitolare dentro il Pd.

NB: L’articolo verrà pubblicato sabato 4 febbraio a pagina 11 del Quotidiano Nazionale. 


2) Elezioni, il bluff di Renzi: “Possibili primarie a marzo ed elezioni a giugno, oppure congresso a novembre e voto nel 2018”. Il leader del Pd finge di aprire ai frenatori. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

«CHE COSA vuole il mio partito? – chiede Renzi ai suoi luogotenenti – vuole andare al voto a giugno, come io credo sia giusto fare, il che vuol dire fare le primarie a marzo (c’è già la data, il 26 marzo, ndr)? O il Pd pensa sia meglio attendere la scadenza naturale della legislatura il che vuol dire tenere il congresso ordinario del partito a novembre? Il Pd deve decidere – continua Renzi nel suo ragionamento – cosa è più utile per lui e per il Paese. Io penso che la cosa migliore sia votare a giugno e fare le primarie, ma voglio condividere questa decisione con tutti. Non solo con voi, ma anche con i leader che nel Pd ci sono e di cui riconosco il ruolo». E qui Renzi si riferisce, ovviamente, a Franceschini e Orlando, che passano per suoi acerrimi nemici. Ed hanno talmente scarsa fiducia nell’apertura del loro segretario, Franceschini e Orlando, che uno, prima di profferire parola, dice ai suoi «voglio ascoltare cosa ha da dire con le mie orecchie, non mi fido». E l’altro (Orlando) confida a un amico in Transatlantico che «Matteo è molto abile nell’antica arte della mimesis». Un modo elegante e colto per dire: «è un baro».

NON A CASO, proprio il Renzi in versione ‘ecumenica’ e soft, usa una vera metafora calcistica coi suoi: «Dobbiamo usare lo scherma con cui Enzo Bearzot vinse i Mondiali di Spagna nel 1982, quando nessuno si aspettava potesse riuscirci. Dobbiamo giocare a fondocampo, di rimessa. Addormentiamo il gioco e poi partiamo in contropiede». Tradotto vuol dire: «fingiamo di proporre entrambe le alternative, ma per ottenere ciò che voglio il voto anticipato». «Non dovete far contento me» – sosterrà Renzi con gli altri appena parlerà loro in Direzione – il problema non è il mio destino personale. Ma, con una Europa che, a ottobre, ci chiederà una manovra ‘lacrime e sangue’ e i grillini che stanno per essere stritolati dal caso Raggi, è meglio votare subito». «Prendiamo – continuerà – una decisione che vada bene a tutti, ma sia che si facciano le primarie, sia che si vada a congresso, il giorno dopo nessuno potrà alzarsi, prender cappello e fare la scissione». «Perché – ribadirà a sera al Tg1 – per me va bene tutto: primarie, congresso, referendum degli iscritti, ma chi perde deve rispettare e sostenere chi vince, altrimenti non è più un partito, è l’anarchia».

Insomma, il messaggio alla minoranza dem come pure ai vari big è: «Restate dentro, aiutatemi a cambiare la legge elettorale, poi giocate la vostra partita, ma se perdete, dopo non si fugge via col pallone». Una frase che, appunto, spiega molto. «Il segretario è tonico – spiega uno dei suoi fedelissimi – non si sente né disperato né accerchiato, sta solo facendo finta di non volere, per forza, le urne anticipate, come fosse un capriccio».
E le vuole così tanto, le elezioni, che ha già cerchiato le date giuste sul calendario: scioglimento delle Camere per il 25 aprile e al voto, con mille comuni, l’11 giugno.
Inoltre, «Matteo – sorride uno dei suoi più fidati luogotenenti che ieri si è visto con lui e pochi altri colonnelli (Guerini, Orfini, Rosato), per fare il punto della situazione – ha deciso di fare un po’ di tattica».

Alla minoranza come agli altri big (Franceschini, Orlando) l’offerta è unica: restate nel Pd e i vostri posti in lista varranno i voti che avete. Alle primarie, candidando Emiliano, o al congresso, lanciando lui o Speranza o Orlando. Però, alla Direzione del 13 febbraio (Direzione che, forse, slitterà di qualche giorno, dipende dai lavori in corso sulla legge elettorale) o a una dopo, Renzi a tutti dirà: «scegliete quale sia la strada migliore, ma sapete anche cosa penso io: primarie a marzo ed elezioni a giugno».
Ora tocca ‘agli altri’, rispondere. E c’è già chi spera, tra i vari big, in un accordo con Berlusconi: «Se il Cav ci offre una legge elettorale vera e con il premio di coalizione, a Renzi lo mettiamo in minoranza».

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 6 il 3 febbraio 2017 sul Quotidiano Nazionale. 


3) Ultima offerta di Renzi a Bersani: “primarie aperte ma niente scissione”. Bersani: “Se Matteo forza la mano, nascerà un nuovo Ulivo”.

Ettore Maria Colombo – ROMA

«VA BENE, Lorenzo (Guerini, ndr). Va bene, Matteo (Orfini, ndr): mi avete convinto» – sospirMatteo Renzi nella war room convocata in via permanente al Nazareno. «Io temo che Pier Luigi (Bersani, ndr) non farà altro che alzare il prezzo, proprio come fa ora Grillo sulla legge elettorale. Lui e i suoi chiederanno, come l’M5S, di togliere i capilista bloccati e poi andranno avanti all’infinito, dicendo sempre ‘più uno’, pur di non farci votare: nessuno di loro vuole le urne». Ma se non si vota, allora il Pd dovrà davvero trovarsi un altro segretario», si sfoga l’ex premier, «perché qui non è in gioco il mio futuro, ma quello dell’Italia». «Comunque – prosegue – volete fare un tentativo? Fatelo. Offrite a Bersani le primarie, vediamo cosa ci dice».

A smuovere Renzi è l’intevista che Pier Luigi Bersani rilascia all’Huffington Post: «Se Renzi forza, rifiutando il congresso e qualsiasi altra forma di confronto e contendibilità di linea politica e leadership per andare al voto, è finito il Pd. E allora non nasce la ‘Cosa 3’, il partito di D’Alema, Bersani o altri, ma un soggetto ulivista, largo, plurale, democratico». Parole dure, che pesano come pietre. A occhi innocenti, è l’annuncio dell’ennesima spaccatura nel Pd e fatta dall’ex segretario che il popolo del Pd ancora ama. La verità è che Bersani non ha ancora detto, come ha già fatto D’Alema, «il dado è tratto». Cerca, ancora, una via d’uscita dentro il Pd. Ma che non sia, certo, quei «dieci capilista bloccati» che avrebbe offerto Renzi a Roberto Speranza, il pupillo di Bersani. Posti che i suoi colonnelli hanno definito ieri, in un pranzo drammatico, «un piatto di lenticchie». Ecco perché – hanno detto a Pier Luigi Zoggia, Leva, Stumpo e Speranza – «noi così non reggiamo più, fai e dì qualcosa, oppure ce ne andiamo con D’Alema. Anche senza di te».

Ed ecco che Bersani sembra sparare alto, ma poi centra il bersaglio e neppure nel tipico, criptico, bersanese, al netto delle sue metafore. Infatti, il passaggio cruciale non è quello in cui paventa la scissione dal Pd in senso ulivista – peraltro, tutti i veri ulivisti doc da Arturo Parisi a Rosy Bindi si taglierebbero un braccio piuttosto che finire con D’Alema – ma questo: «Per anticipare il congresso servono le dimissioni del segretario, ma evidentemente qualcuno (Renzi, ndr) non si vuole dimettere», sferza Bersani: «Chiamalo come vuoi, congresso, primarie, ma un luogo di confronto e contendibilità io lo chiedo e, per l’amor di Dio, non mi si parli di Statuto o di cavilli». Ecco, è questo il segnale che i due mediatori renziani del Pd (Orfini e Guerini, appunto) aspettavano. mentre da giorni si inseguivano le voci su un faccia a faccia tra Renzi e Bersani per un «chiarimento».

VOCI infondate: i due non si parlano, il gelo è una coltre, Renzi non vorrebbe trattare su nulla con lui e i suoi devono farlo al suo posto. Ma Bersani non è D’Alema – i due non si amano da anni – e non ha neppure tutta questa voglia di andarsene da «casa mia», come dice, anche se alcuni dei colonnelli bersaniani stanno per mollare gli ormeggi e andarsene con D’Alema: Danilo Leva sta costruendo la formazione dalemiana ‘Consenso’ in Molise, Davide Zoggia in Veneto, Gotor sa che non sarà ricandidato. Ma i due uomini che, nel Pd, contano pure agli occhi di Renzi e godono di raffinate abilità da mediatori (il vicesegretario Guerini e il presidente Orfini) sanno che «Bersani va tenuto dentro, lui è un simbolo». E, infatti, si attivano subito: il primo, Guerini, si fa intervistare dal Tg3, Orfini si fionda negli studi del talk show di Bianca Berlinguer per offrire il ramoscello di pace. «Se ci sarà un’accelerazione sul voto – dice Orfini – non faremo in tempo a fare il congresso («Si farà nei tempi stabiliti», tiene il punto Guerini, ndr), ma si può trovare il modo di fare le primarie prima dellle elezioni». Sembra fatta.

RENZI potrebbe annunciare, già nella Direzione del 13 febbraio, che la strada per cambiare la legge elettorale se non è un’autostrada, «è una strada aperta» e, dall’altro, le primarie aperte. Primarie aperte vuol dire allargare a tutto il «campo» progressista. I candidati saranno, probabilmente, tre: Giuliano Pisapia per l’area dei sindaci arancioni (Zedda, Doria, ma anche Merola), Michele Emiliano – che non vuol finire neppure lui con D’Alema – per l’area di Bersani e anche per altre. Il terzo, ovviamente, sarà il segretario, Matteo Renzi, a nome del Pd. Sempre che, ovviamente, ci siano elezioni politiche anticipate a giugno. Primarie, dunque, per un Pd che tornerebbe nuovamente «scalabile, contendibile» proprio come fu nella sfida tra Bersani e Renzi.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 2 febbraio 2017. 

Rimini, bel suon d’amore. Renzi lancia la sfida del Pd al 40% e prepara i suoi a “ogni evenienza” come il voto ad aprile

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

RIMINI  Assemblea nazionale amministratori locali Pd del 28/01/2017 In foto: Matteo Renzi

Renzi si tiene pronto ad ogni evenienza, compreso il voto ad aprile. “Puntiamo al 40%, la corsa sarà a tre”. Dal palco toni soft ma ai suoi prospetta la crisi lampo a febbraio.

Ettore Maria Colombo

DAL NOSTRO INVIATO  – RIMINI –

«NON IMPORTA la data del voto, prima o poi andremo a votare, solo se dichiarassimo guerra a qualcuno, e non penso sia il caso di farlo, verrebbero sospese le elezioni» scherza il segretario del Pd, Matteo Renzi, dal palco di Rimini dove ha riunito i mille amminitratori locali del Pd. «Il punto – ribadisce – non è la data delle elezioni, ma i programmi». Sì, certo, per carità, magari sarà così, però ai suoi – Gnassi, Ricci, Rosato, Ermini, Bonaccini, etc. – che poi si appartano con lui per circa un’altra ora, Renzi dà la carica. E spiega che «ora, ragazzi, dobbiamo concentrarci solo e soltanto sulla campagna elettorale».

MA ELEZIONI quando e con quale legge? «Con quella uscita dalla Consulta, non faremo in tempo a cambiarla, è impossibile», spiega il premier ai suoi, stavolta, però, nel retro palco. Elezioni anticipate a giugno, ovvio, con la data già scritta in rosso per l’11, è e resta la via maestra che Matteo Renzi ha scelto e ha ancora davanti a sé. Di certo mai e poi mai elezioni a febbraio sì, ma del 2018, quando «la legge di Stabilità lacrime e sangue 2017 sarà stata squadernata e i grillini ci avranno fatto a pezzi con il tormentone vitalizi», spiega l’ex premier ai suoi uomini. Ma alle brutte, e cioè se il «braccio di ferro» con l’Ue dovesse precipitare, facendosi slavina, e continueranno ad arrivare quelle «odiose letterine» sui conti, elezioni anticipate ad aprile e scioglimento delle Camere non oltre fine di febbraio.

Il che vorrebbe dire, però, crisi di governo lampo. Crisi di governo che «l’amico Paolo» (Gentiloni) sarebbe pronto ad avallare , ma che «l’amico Piercarlo» (Padoan) vorrebbe scongiurare. Certo, non sarebbe una via facile (anzi, tutt’altro), quella delle elezioni ad aprile, ma Renzi la sta prendendo in considerazione. «Non si è ancora rassegnato all’idea di non essere lui il premier che porterà l’Italia al G7 di Taormina», spiega un ministro che ieri era a Rimini. «Non guardare i sorrisi, i toni suadenti, la finta bonomia, l’ironia usata dal palco» – spiega un suo fedelissimo – e non guardare neppure al fatto che è un po’ ingrassato, anzi: guardaci. Matteo è tornato famelico, vuole tornare a combattere, alla gara per la premiership», anche se – spiega un altro renziano – in cambio del voto subito, della rivincita, Matteo sarebbe pronto a tutto, anche a cedere la guida del futuro governo, magari affidandola a uno dei suoi fedelissimi, tipo Graziano Delrio o lo stesso Gentiloni…».

INTANTO, il partito stesso – un partito che, insiste Renzi, deve e può puntare «al 40% dei voti», unico modo, dice «per evitare il caos, e a prendere il premio di maggioranza – è già, di fatto, un gabinetto di guerra permanente: l’11 febbraio mobilitazione dei circoli, il 13 febbraio la Direzione, poi altre iniziative ancora, quasi senza soluzione di continuità. Come ieri: la platea di amministratori che dovevano essere di 750 persone «e invece abbiamo dovuto aggiungere le sedie perché siamo almeno 1500», spiega, orgoglioso Matteo Ricci, sindaco di Pesaro. Amministratori locali che, guarda caso, sono tutti o quasi renziani mentre sia i franceschiniani (pochi, pochissimi, tipo Piero Martino) tirano fuori dubbi e i Giovani Turchi (Raciti, Verducci, invece, sono appena poco più convinti e pure compatti. Renziano di certo lo è, e di prima linea, Andrea Gnassi, il primo cittadino di Rimini che Renzi ieri vuole accanto a sé ogni passo e che chiede “un governo forte, serio, di durata e di legislatura altrimenti noi sindaci non ce la facciamo ad affrontare le emergenze”. O come Stefano Bonaccini, governatore emiliano, che fa venire giù la sala dagli applausi perché, rivolgendosi a D’Alema, quasi urla: «Non prendo lezioni da chi ora dice di voler ricostruire l’Ulivo quando è la stessa persona che lo ha picconato per anni, l’Ulivo!». Ecco, D’Alema: Renzi non gli risponde mai, non lo cita, si limita ad usare l’arma dell’ironia dicendo che «c’è gente che vive pensando sia io il problema, mando loro un forte abbraccio», ma sta cercando persino di dividere la minoranza di Speranza (ieri è venuto a Rimini con il solo fido Stumpo) da ‘Baffino’. I nostri avversari, spiega dal palco, «saranno solo due: Grillo e il centrodestra, vedremo se unito o diviso». Nessun altro, ecco. E infatti è al leader del M5S che riserva le parole più dure: «È inutile che dall’ultimo villaggio turistico alla moda in Africa, mi arriva lo spregiudicato-pregiudicato a dire che il problema è la povertà». Ecco, il Pd del 40% ha un solo vero avversario, davanti: Grillo e l’M5S, non Berlusconi o D’Alema.

NB: L’articolo è stato pubblicato domenica 29 gennaio 2017 sul Quotidiano Nazionale. 


“Dobbiamo rivoltare il Paese”. Renzi pronto a lanciare il ‘grillismo’ di sinistra. Oggi l’intervento dell’ex premier alla convention degli amministratori del Pd a Rimini. 

Ettore Maria Colombo – BOLOGNA –

DATA DEL VOTO anticipato? Tabella di marcia in vista delle elezioni? Disanima della legge elettorale? Analisi delle possibili alleanze del Pd, se farle ‘a destra’ con Alfano e i centristi o, meglio, ‘a sinistra’, con Pisapia e i suoi Progressisti che, ieri, se le sono date, reciprocamente, di santa ragione («Un incubo», per Pisapia, l’idea del ‘listone’ con Alfano, MA “UN INCUBO”, il ‘listone’, lo è pure per Alfano)? Macché, al massimo, a questi temi, farà dei rapidi, sapidi, accenni. Il discorso di Renzi, oggi, verterà su tutt’altro. Verterà sul Paese, «la nostra bella Italia», ma con un mood da ‘grillino di sinistra’ o, meglio, da anti-establishment italiano (il Palazzo) ed europeo (la Ue). E, infatti, eccoli i temi «veri, concreti» che Renzi toccherà oggi quando interverrà nel bel mezzo della kermesse del Pd.

L’UNIONE EUROPEA e la sua «miopia», le sue «letterine avvelenate». Le «storie concrete» (ambiente, sicurezza, sanità, investimenti, lavoro, welfare) dell’Italia «che lavora e che produce». «L’Italia che non ha paura» per parafrasare Francesco De Gregori. Le piccole storie di «uomini giusti» come Nedo, sopravvissuto ad Auschwitz: «questo è il suo nome, oggi vive a Milano», scriveva già ieri Renzi sul suo blog parlando dello scrittore ebreo italiano Nedo Fiano, padre del deputato democrat Emanuele. E, certo, un partito – il suo, il Pd – che «deve ripartire dai suoi circoli, dai suoi sindaci», cioè «dai territori» in un misto di local iper-connesso al glocal per «riportare il nostro Pd in mezzo alla gente normale». E, anche, un partito innervato (e, pure, ‘rinnovato’) dai «comitati per il Sì al referendum, una bella esperienza che non deve andare dispersa».

ALLA FINE, ma arriverà pure la stoccata para-grillina: «Dobbiamo formare una nuova classe dirigente, basta con le solite, vecchie, facce, basta con i litigi che il nostro popolo non vuole, con i bilancini delle correnti, largo ai giovani». Stoccata non da poco, e assai preoccupante, per la ‘Vieille Garde’, la Vecchia Guardia che alligna nel Pd e in quel Parlamento dove i parlamentari «pensano solo a come ottenere il vitalizio». Perché, appunto, le elezioni anticipate sono sempre più vicine e Renzi intende usare questa filosofia ‘rivoluzionaria’, da ‘Rottamatore 2.0’, anche per fare le liste elettorali.
Sarà questo il discorso che oggi pomeriggio Matteo Renzi terrà a Rimini dove è già in corso di svolgimento la «carica dei Mille», l’assemblea nazionale di mille amministratori locali. Si chiama «Città Italia-Energia locale», coordina il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, sul palco saliranno, in format da talk-show, sindaci, governatori, consiglieri comunali e regionali, parlamentari e ministri, da Delrio a Minniti, e forse sarà presente Gentiloni.

Ma tutti aspetteranno solo che prenda la parola – in pubblico, dopo due mesi di assenza – lui, Matteo Renzi, l’ex premier che ha perso la poltrona di palazzo Chigi, ma che conserva ancora quella di segretario. Una di quelle cariche che, di questi tempi in cui non si fa altro che parlare di elezioni anticipate, «vale oro».  Perché va bene la lirica, la poesia, la retorica, ma presto arriverà, nel Pd, sempre che a Renzi riesca l’azzardo di portare il Paese al voto, il tempo della prosa. Quello in cui bisognerà stendere le liste elettorali. E lì si capirà chi sono «i sommersi» e «i salvati», parafrasando Primo Levi. Ecco perché i big del Pd che non vorrebbero andare a votare (Franceschini, Orlando, etc.) si sono acconciati al peggio, e cioè a prendersi i seggi sicuri e votare, mentre i neo pasdaran non renziani del segretario (Orfini, Martina) alzano la voce e dicono – come ha detto ieri Orfini in un’intervista all’Huffington Post – che «ai partiti diamo dieci giorni al massimo per trovare un accordo sulla legge elettorale, altrimenti si va al voto a giugno». Gentiloni, da Lisbona, fa capire che è d’accordo, anche se con il suo, solito, felpato linguaggio («Le scelte del Parlamento dovranno essere prese con la necessaria sollecitudine») ma Renzi, i toni ‘felpati’, neppure sa cosa siano. E anche oggi, da Rimini, ne darà dimostrazione.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sabato 28 gennaio 2017 su Quotidiano Nazionale.

Pd postConsulta. Renzi esulta: ho ancora il pallino in mano, si voterà a breve. E, alle prossime elezioni, le liste le faccio io

&gt;&gt;&gt;ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Pubblico di seguito due articoli scritti negli ultimi due giorni (26-27 gennaio 2017) su QN.

ROMA
«LA NOSTRA dead line – spiega il renziano di prima fascia – è febbraio. Entro la fine di quel mese, una volta conosciute le motivazioni della Consulta (arriveranno il 10 febbraio, ndr) si capirà se gli altri partiti, Forza Italia in testa, vogliono fare sul serio per ‘armonizzare’ al meglio le due leggi elettorali fatte, entrambe, dai giudici (il Consultellum e l’Italicum, ndr). Altrimenti, non c’è problema. Andremo al voto a giugno con quello che c’è e cioè due leggi elettorali compatibili e applicabili, come ha detto la Consulta stessa». La data fissata per il voto anticipato nei desiderata di Renzi la conoscono, ormai, pure i sassi di Montecitorio: è l’11 di giugno, in contemporanea con le elezioni amministrative di oltre mille comuni. “Così facciamo vedere che si risparmia”, spiegano altri renziani desiderosi di ben figurare.

LA DATA della dead line (fine febbraio) per trovare un accordo – «la variabile non è il tempo, che non abbiamo da perdere, ma la volontà», dice il senatore Andrea Marcucci – è invece l’ennesima novità. Ma si sa, l’appetito vien mangiando e a ingolosire il segretario dem sono arrivati pure i soliti sondaggi in cui il Pd si colloca, stabilmente, sopra l’M5S di cinque lunghezze: intorno il 31,7%-31,8% i dem, intorno al 27% invece i grillini.
Ecco il perché del clima di felicità che si respira al Nazareno e che già dall’altro giorno, quando Renzi e i suoi attendevano ansiosi e agitati il responso della Consulta, si va trasformando in euforia, forse pure un po’ iettatoria, decisamente assai eccessiva.
Tanto che è rimasto solo lui, ‘Matteo’, a predicare la filosofia che, di solito, predica il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: quel «calma e gesso» di andreottiana memoria che è il nuovo mantra del segretario dem, il quale sa che i pericoli davanti sono ancora tanti. Per l’inner circle dell’ex premier, invece, i teorici impedimenta al voto cadranno come birilli.

MATTARELLA, per dire. «Ma come?», spiega un renzianissimo che i sistemi elettorali li mangia a colazione, pranzo e cena, «proprio Mattarella ideò una legge con due modalità ben differenti di elezione: collegi e liste bloccate alla Camera, collegi e recupero dei migliori perdenti al Senato. Come potrebbe, il padre del Mattarellum, eccepire, ora, a due leggi elettorali solo di poco realmente difformi e facilmente armonizzabili?». Mah, sarà. Eppoi, davvero il Quirinale scioglierà, davanti alla richiesta del Pd, le Camere? Gli spifferi che arrivano dal Colle paiono, ai renziani, effluvi tutti largamente positivi: «La frase chiave della loro sentenza, quella sulla immediata applicabilità della legge, i giudici della Consulta, prima di scriverla nero su bianco, l’hanno sottoposta al Colle».
E Gentiloni, possibile che si faccia da parte, a uno scocchiar di dita di Renzi senza dir nulla? Possibile, per i renziani, che spiegano: «l’intesa tra Matteo e Paolo è totale nel reciproco rispetto dei ruoli». Gentiloni, peraltro, andrà a Rimini, sabato, se gli riuscirà (è a Lisbona, quel giorno), a omaggiare la rentreé pubblica dell’ex premier, come pure parleranno dal palco i due ministri nuovi fiori all’occhiello di Renzi: quello all’Interno, Minniti, con la sua nuova politica sui migranti e sui Cie, e Delrio, per i soldi, da usare in campagna elettorale.
Resterebbe la famosa ‘palude’, un Parlamento dove i tacchini non vogliono mai festeggiare il Natale, e cioè a casa prima del tempo: «il problema, se, come sarà, il Pd, cioè il partito di maggioranza relativa, a staccare la spina, non si porrà», la risposta. Tradotto: tutti a casa.
E il Pd? Al netto della minoranza bersaniana – che guarda con sempre più forza a D’Alema (l’appuntamento clou è a Roma, sabato mattina) e a una scissione dal Pd, di fatto, pronta – i big (Franceschini, Orlando) non vorrebbero arrivare al voto ‘solo’ nel 2018 passando, ‘prima’, per il congresso dem e magari trovando, per strada, un campione anti-Renzi? Ed è qui che il volto del renziano si fa beffardo: «La Consulta ha lasciato intatti i capolista bloccati. In più, molti big hanno il problema di aver già superato il limite dei tre mandati previsto dallo Statuto. Se vogliono la deroga, è a Matteo che la devono chiedere». Insomma, i renziani sono sicuri: «Non si farà alcuna modifica alla legge elettorale e andremo al voto con le leggi fatte dalla Consulta». Eccolo il fantastico mondo non di Amelie, ma dei Renzi boys. Se la realtà sarà diversa non ci vorrà molto tempo per capirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2017 (http://www.quotidiano.net)


COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini a Montecitorio (foto Ansa)

ROMA
«ORA abbiamo la pistola carica, e la stiamo per mettere sul tavolo» – spiega il renziano di prima fascia che ieri ha atteso, fianco a fianco di Matteo Renzi, al terzo piano del Nazareno, notizie dalla Consulta mentre le ore che seguivano ai minuti e i minuti alle ore in modo lento, fiacco, ma inesorabile. «La Consulta – continua – non solo ha salvato il cuore dell’Italicum, che è e resta una buona legge, bocciando solo il ballottaggio, ma ha scritto, nero su bianco, che le due leggi elettorali che risultano dall’Italicum e dal Consultellum sono immediatamente applicabili e fruibili. Vuol dire che si può andare a votare in qualsiasi momento. Ora spetta agli altri, e segnatamente a Forza Italia – spiega la fonte – decidere se vogliono un accordo politico alto e forte, sul sistema elettorale, o no, ma in ogni caso nulla osta più al voto anticipato. Di certo, di fronte a Lega e M5S che urlano “al voto! al voto!”, non saremo noi a fare la parte di quelli che hanno paura di andarci. Infine, – e qui la voce della fonte si fa sardonica, perfida – la Consulta ha mantenuto in vita i capolista bloccati, punto che in molti, dalla minoranza nostra interna agli azzurri, credevano sarebbe stato cassato. E quelli della minoranza li vedo assai ‘spompi’ (fiacchi, ndr). Le liste elettorali, alle prossime elezioni, le facciamo noi, da qui, al Nazareno». Parole che suonano più come una minaccia che come una constatazione, anche rispetto alle altre aree interne al Pd, quelle dei vari big, che avanzano, da tempo, molte pretese, nei confronti di Renzi, ma che dovranno, ora, contrattare i posti sicuri da mettere in lista.

INSOMMA, stavolta «Matteo non è che è felice, è proprio contento, qui al Nazareno stiamo stappando lo spumante, dopo la sentenza», racconta allegra un’altra fonte. E dopo giorni di Renzi abscondito – non dava interviste, non si faceva vedere in giro, non parlava – e che appariva nervoso, sospettoso, indispettito (persino con Gentiloni, pare, si è risentito), ora è tornato «felice» e lo fa dire ai suoi. Del resto, è tutta la giornata del segretario che è andata bene. Di prima mattina lancia il suo nuovo blog, scrive che «il futuro, prima o poi, torna» (forse già vedeva elezioni), attacca le «letterine ridicole» della Ue, ribadisce che il Pd «vuole tagliare le tasse», saluta la vecchia segreteria (è un benservito, in realtà) e annuncia quella nuova, già pronta, ma che non annuncerà prima di sabato prossima.

Poi il segretario si fa lirico: «Riprendo un cammino fisico fatto di passi, incontri, sguardi con vecchi amici che non vedi da tempo, ora finalmente c’è più tempo per te, e per loro».
E così torna a splendere il sole, come d’improvviso, sul volto di Renzi e dei suoi. Ieri, in stanza con lui, al Nazareno, c’erano Guerini – sempre più potente, sempre più cruciale in ogni trattativa, sempre più ‘Forlani’ – Serracchiani, Rosato, Bonifazi, Fiano e pochi altri. E, a las cinco de la tarde, quando la Consulta emette il suo verdetto, al Nazareno si brinda. I renziani conpulsano il calendario: la data cerchiata in rosso è l’11 giugno (vorrebbe dire sciogliere le Camere, al massimo, entro il 25 aprile), Mattarella non pare ostile («al presidente va bene andare a votare anche con questa sentenza», si auto-rassicurano), la minoranza «ha le ali spuntate, gli azzurri pure» si danno di gomito i pasdaran renziani. Sarà. I più avveduti, come dice Guerini a un amico, ma lo dice pure Renzi, predicano «calma e gesso, abbiamo tanto lavoro da fare, anche FI dovrà discutere con noi, subito, senza inutili ‘parlamentarizzazioni’ di una nuova legge elettorale». E Gentiloni che si dovrebbe autosuicidare? «Ragioneremo con lui e  il partito sull’intero percorso», spiega.

A SCANSO di equivoci e di problemi che potrebbero sorgere – FI che fa melina, i centristi che sguazzano nella palude, i big del Pd, da Franceschini a Orlando, che tifano perché «la legislatura duri» – Renzi fa dire ai suoi che «il Pd è per il Mattarellum, gli altri partiti dicano se vogliono il confronto, sennò l’unica strada è il voto». Quello anticipato, ovvio. Poi fa ribadire il concetto a tre fidati uomini d’ordine: il già citato Guerini; Ettore Rosato, capogruppo dem alla Camera, che però si spinge un po’ troppo in là nel dire che «le leggi uscite dalla Consulta sono del tutto omogenee»; Lele Fiano, che parla su esplicito mandato di Renzi per ribadire che «discuteremo, con tutti, ma il tempo della melina è finito». Pure il tempo del Renzi abscondito è finito. Matteo è tornato e, dicono i suoi, «ora non ce n’è più per nessuno». A Rimini, sabato, quando Renzi tornerà sul palco, si vedrà se è davvero così.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 gennaio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Il patto segreto Renzi-Berlusconi: un Italicum ‘mascherato’ ed elezioni il prima possibile

berlusconi

Silvio Berlusconi quando sedeva al Senato

STA per nascere l’«Italicum mascherato»? Un sistema elettorale mezzo Italicum, mezzo proporzionale? Se ne parla da giorni al Nazareno, dove lo chiamano «il patto del Diavolo». Un ‘Nazareno 2.0’ stipulato, a breve, tra gli stessi contraenti del ‘Nazareno 1.0’, Renzi e Berlusconi, ma con obiettivi assai diversi dall’originale: per Renzi sarebbe l’assicurazione che la legislatura verrà interrotta assai prima della scadenza naturale (febbraio 2018) e che si voterà a giugno; per il Cav la polizza è già più impalpabile.
Vaghe rassicurazioni (e pressioni) sul governo Gentiloni affinché non si costituisca contro il ricorso dei legali del leader di FI che ne chiedono la riabilitazione presso la Corte europea di Strasburgo e, in rapida successione, il voto favorevole del Pd quando, prima o poi, il Parlamento si ritroverà a votare sulla legge Severino sempre ai fini dell’applicazione della sentenza di Strasburgo, altrimenti essa non avrebbe effetti giuridici e Berlusconi resterebbe incandidabile. Poi, certo, il sostegno del governo Gentiloni nel braccio di ferro Mediaset-Vivendi. Stop alle sanzioni con la Russia, nomine di enti pubblici da concordare. Ma la merce di scambio sa farsi anche concreta, se Renzi vuole e come il Cavaliere sa bene.

ED ECCO che un Renzi ringalluzzito, che a Roma si sta cercando pure casa (palazzo Chigi non c’è più, la soluzione di scendere in albergo, di solito quello vicino alla stazione Termini, è stata scartata), ieri pomeriggio è andato a trovare Gentiloni al Gemelli («tra i due la sintonia è perfetta», dicono fonti di governo e ribadiscono fonti del Nazareno) e lì è rimasto per un’ora, poi ha avuto raffiche di incontri al Nazareno: Zanda (per i numeri al Senato), Cuperlo (per ‘aprire’ a sinistra), il ‘solito’ Guerini, sempre più calato nel suo ruolo di «numero due» del Pd. L’ex segretario dei Ds ed ex sindaco di Torino, Piero Fassino, e il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina avranno un ruolo, nella nuova segreteria, dove entreranno lo scrittore Carofiglio e vari sindaci (Bonajuto, Palazzi, Falcomatà, Ricci, etc.), ma non l’Organizzazione, che resterà in capo a Guerini. Infine, Renzi si è preparato per un’intervista sulle «Ragioni della Sinistra» che darà oggi a Ezio Mauro per Repubblica. A Guerini e Zanda, però, resta il compito più arduo. Far arrivare, via Paolo Romani e Gianni Letta, un sms al Cavaliere, che di Renzi non si fida più e da tempo: «Preferisci l’uovo oggi (una legge elettorale concordata e seria, ndr) o l’incerta gallina (una legge elettorale ‘minacciosa’, nei tuoi confronti, ndr) domani?». La cosa curiosa è che Berlusconi ci sta pensando, stavolta, e sul serio. Specie dopo che, spiega l’autorevole fonte del Nazareno, «gli abbiamo recapitato due messaggi: con il proporzionale puro non governa nessuno, neanche tu, e neppure con la grosse koalition, dopo le elezioni; se vuoi avere la certezza di poterti scegliere i parlamentari, solo noi, che abbiamo uguali ‘problemi’ in casa nostra (leggi: la minoranza del Pd, ndr), siamo la tua unica garanzia di avere le liste bloccate».

ECCOLO, dunque, il «patto del diavolo». Premessa metodologica: non si possono «fare i conti senza l’oste». Bisogna aspettare, cioè, che la Consulta (udienza il 24 gennaio, sentenza non prima del 10 febbraio) si pronunzi. Poi, serve che la Consulta ritagli, dall’Italicum, la legge elettorale in vigore solo per la Camera dal I luglio 2016, un sistema di base proporzionale, senza il ballottaggio (e, forse, senza le multi-candidature, di certo senza i capolista bloccati), ma tenga intatto il premio di maggioranza al 40%, da assegnare però al primo turno, o meglio turno unico. Ne risulterebbe un sistema proporzionale sì (anche l’Italicum lo è, persino il Porcellum lo era…), ma con soglie di sbarramento alte e da limare in Parlamento («in un mese e mezzo ce la si fa», assicurano al Nazareno mentre altri sono assai più scettici). La proposta del ‘patto del Diavolo’ fatta a FI, e scritta pure già nero su bianco, da parte dei democrat, sulle soglie di sbarramento è questa: l’8% al Senato, ma il 5% alla Camera per i partiti che corrono da soli, mentre le soglie scenderebbero al 4% al Senato e al 2,5% alla Camera per i partiti «coalizzati», che corrono in una coalizione.
E, soprattutto, nel Patto, c’è un premio di maggioranza «variabile»: non più «fisso» come nell’Italicum (55% di seggi, pari a 340 deputati), ma 55% dei seggi con il 40% dei voti, meno del 55% se prendi meno e via a scalare con un premio che ‘scende’ dal 15% al 5%. Infine, niente preferenze, ma liste ‘corte’, come nel sistema spagnolo, o collegi maggioritari «grandi», non come nel Mattarellum, ma come nel Senato della Prima Repubblica. L’obiettivo è identico: poter sapere chi verrà eletto, riuscendo a controllare le proprie truppe parlamentari. Desiderio e volontà care a Forza Italia come al Pd di Renzi.
I possibili intoppi, sulla strada del «patto del Diavolo», però, sono tanti. Uno per tutti: Renzi non è più premier, Berlusconi non controlla più la coalizione di centrodestra.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 14 gennaio 2017. 

Meb e Luca, simul stabunt simul cadent. I destini incrociati di Lotti e Boschi, gemelli diversi del ‘giglio magico’ di Renzi oggi nel governo Gentiloni

Italy Politics

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

MARIA Elena e Luca, ‘la’ Boschi e ‘il’ Lotti, ‘Meb’ e ‘Lampadina’, l’aretina e l’empolese, il giovane avvocato di Laterina che scopre la politica sul lato dalemiano (parteggiava per Michele Ventura che perse male le primarie a candidato sindaco di Firenze contro Renzi) e, solo dopo, su quello renziano, e il “carrarmato” di Matteo Renzi da quelle primarie in poi, cioè da sempre. I loro destini sono legati da anni, da quando il loro ‘Re Sole’, Renzi, decise il grande salto: da presidente di Provincia a sindaco di Firenze, dal locale al globale, candidato alle primarie contro Bersani (perse) e poi contro Cuperlo, (vinte) segretario del Pd e poi successore di Enrico Letta a palazzo Chigi. L’ascesa, il trionfo, dietro «Cesare» e, ora, da poco, la caduta, ben più repentina e drammatica del trionfo, e per entrambi, causa quel maledetto referendum costituzionale del 4 dicembre per cui si erano impegnati, entrambi, anima e corpo (tanta ‘anima’ e pure tanto ‘corpo’). Insomma, come dicevano i latini, ‘simul stabunt, simul cadent’: cade l’uno, cade l’altro, se restano, lo fanno insieme. Ma sarà poi così vero o, invece, anche i loro due destini stanno per separarsi per sempre?

TANTO che la caduta della Boschi, esposta per forza di cose al pubblico ludibrio in quanto «madre regina» della riforma costituzionale da lei voluta – con Renzi – seguita, partorita, nata, promossa (in Parlamento) e bocciata (nelle urne referendarie), è stata più eclatante e pesante di quella di Lotti, sempre spettinato e sempre vestito un po’ male, finto casual, parco di dichiarazioni, interviste, comizi. Ieri era lei a sorridere, felice e soddisfatta, nel salone delle Feste di palazzo Chigi mentre lui sorrideva timido nel Salone delle Cerimonie del Quirinale. Tailleur nero formale, assai lontano dal completo blu elettrico indossato 2 anni fa quando giurò da ministra nelle mani di Napolitano, Maria Elena è tornata radiosa.
Eppure, dicono i renziani ‘cattivi’, «la sua è una evidente diminutio. Esce da ministro di Renzi ed entra sottosegretario nel governo Gentiloni. Seguirà le sedute del consiglio dei ministri, ma è una pura funzione notarile: scriverà l’ordine del giorno, terrà l’agenda delle riunioni, punto». Le cose, in realtà, sono sempre meglio di come appaiono: quel ruolo, che fu di Gianni Letta è «un ruolo importante, un ruolo chiave» dicono i suoi, senza dire che terrà, pare, due deleghe ereditate dal ministero precedente (Pari Opportunità e Adozioni). Eppure, alle Riforme, Lei non poteva restare. Per dialogare con gli altri partiti, sulla legge elettorale, serviva una persona meno divisiva. Ed ecco, infatti, che alle Riforme va la paziente, e glaciale, oltre che esperta, Anna Finocchiaro, che pure di Meb è stata – al Senato e, più in generale, al partito e con gli altri partiti – una vera ‘madrina’ (“Mi è scattato il maternage”, disse di lei, dopo aver detto, invece, di Renzi, che era “un miserabile” perché voleva escluderla dalle liste alle Politiche) su riforme e legge elettorale.
Inoltre, Renzi non si fa vedere in pubblico con lei da troppo tempo: Leopolda 2015, per la precisione, quando il crac di Banca Etruria piombò tutto e solo sul capo di suo padre.
Infine, i suoi sms continui, quasi insistenti, di certo pieni di pathos, per convincere il neo premier, Gentiloni, quasi stupito – così si dice – da tanta gentile insistenza, che di certo non l’hanno aiutata a fare una bella figura, ieri nel partito, oggi nell’opinione pubblica.
Renzi, di certo, non l’ha mollata («Farai quello che vorrai, decidi tu», le ha detto), anzi, l’ha aiutata quello che basta, ma per vincere il congresso e le elezioni serve Lui, Luca Lotti. Promosso ministro allo Sport, che a una prima occhiata sembra una delega assai «leggera», mantiene le deleghe (pesanti, pesantissime) all’Editoria e al Cipe, cioè i soldi che – più o meno a pioggia – arriveranno al governo e verranno distribuiti, specie al Sud, per non dire del fatto che il capitolo ‘nomine’ degli enti e cda di Stato sempre a lui resterà.
CERTO, non arriva la delega ai Servizi segreti, delega che Gentiloni si tiene ben stretta e a cui Lotti mirava perché era suo vecchio pallino, anche se i suoi dicono che “non è vero” e che “non ci ha mai pensato a volere quel posto” e che, casomai, puntava a un altro bersaglio grosso, il ministero degli Interni, che invece è andato a un suo vecchio rivale, Marco Minniti (già dalemiano, poi veltroniano, ora renziano di complemento) che aveva in mano proprio i servizi. Ma il vero «bingo» Lotti lo fa nel solo essere diventato ministro e, di conseguenza, nel partecipare alle riunioni del cdm. Pochi sanno che pur avendo il ruolo di sottosegretario, Lotti, fino a ieri, non ci entrava nemmeno, nel consiglio dei ministri: a verbalizzare le sedute – atto che, da oggi, sarà compito della Boschi – era De Vincenti.
Ma è lì dentro che si decide «la Politica», scelte di governo e non solo. «Nel cdm sono entrati, o rientrati, tutti i capi corrente del Pd (Franceschini, Orlando, Martina, ndr) – spiega un ‘lottiano’ – ma mancava proprio un… renziano e Luca è il capocorrente di Renzi. Prima non serviva, perché al governo c’era Matteo, e Luca gli stava subito dietro, sempre, ora serve, eccome se serve». Eccola, dunque, la spiegazione: Lotti agirà da «dante causa» di Renzi, senza dire che «darà una mano a Renzi per preparare il congresso, vincerlo e andare al voto».Certo, Lotti – ombroso e silenzioso di suo – dovrà diventare più loquace, forse persino «simpatico», agli occhi di un opinione pubblica che lo conosce assai poco.
Ma tant’è, à la guerre comme à la guerre. E Maria Elena? Sorriderà, guardando il cdm dentro e il governo da vicino, da palazzo Chigi, ammaliante, come sa fare solo lei.
Alla faccia delle polemiche e dei tormentoni contro il suo volto, e il suo ruolo, che sono già partite. Alla faccia anche di quei renziani che, ieri, perfidi, più che cattivi, dicevano: «Mantenere Maria Elena al governo è peggio di un delitto, è un grave errore politico».

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 dicembre 2016 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)