Dossier Banche versus Boschi-Renzi-Pd. Sei pezzi difficili e un’intervista a Cuperlo

Pubblico qui, in sequenza temporale dall’ultimo articolo uscito oggi a quelli dei giorni precedenti, i miei sei pezzi pubblicati in questi giorni sul caso Pd-Renzi-Boschi in merito alle vicende che vedono al centro dell’attenzione politica il cd. “caso Banche”, e cioè le audizioni di Visco, Padoan, etc nella commissione Bicamerale d’inchiesta sulle Banche.

 

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

  1. Il leader dem fa finta di nulla: “Doveroso occuparmi di banche”. Ma un sondaggio riservato del Nazareno sulla Boschi rivela: gradimento giù.
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, i renziani e, de relato, Maria Elena Boschi (ieri presente, a differenza di Renzi, al discorso di Mattarella al Quirinale: era bella e radiosa, al solito), sono e convinti di averla ‘sfangata’. E di aver vinto almeno un round nel match contro «il Resto del Mondo», posta in palio le elezioni. Il round che il Pd renziano pensa di avere, se non vinto, almeno pareggiato, è quello dell’audizione del governatore di BankItalia. Il guaio è che lo score del match di pugilato, che si conta sui 12 round, segna già 10 per il «Resto del Mondo» e zero – o, forse, appunto, uno – per il Pd. Oggi, peraltro, sarà il turno di Ghizzoni, l’ad di Unicredit, da cui arriverà un uppercut. Ma se la sconfitta finale è sicura, le parole di Visco non hanno aiutato a vincere neppure questo round. «Pressioni», assicura il governatore – che prima si è consultato con i vertici delle istituzioni repubblicane, il Capo dello Stato Mattarella e il premier Gentiloni, già suoi «scudi umani» quando Renzi ne chiedeva la testa,per addolcire i toni della sua audizione che si preannunciava esplosiva – «non ce ne sono state, siamo tutti persone mature…».
Visco, dunque, nega le pressioni, ma parla di «preoccupazioni», tira in ballo anche Renzi, non solo la Boschi, etc. L’impressione è, dunque, che anche questo round non sia stato affatto una vittoria per Renzi e Boschi.
Al Nazareno, però, si esulta, anche se un focus group commissionato alla società di sondaggi Swg testimonia il disastro: anche tra gli elettori del Pd, praticamente nessuno vorrebbe che la Boschi venisse candidata e da nessuna parte (si parla, da giorni, di Arezzo o della Campania…). Il leader dem – che ha contato i minuti e le ore prima di ascoltare, in bassa frequenza dalla commissione, le parole di Visco – fa diffondere parole di giubilo quando il Governatore neppure ha finito di parlare. Le firma in modo inusuale, dati i tempi, come «27esimo presidente del Consiglio della Repubblica italiana». Il succo è questo: «Ringrazio molto Visco, abbiamo sempre avuto la massima collaborazione, anche quando non eravamo d’accordo (cioè quasi sempre, ndr.), mi fa piacere che fughi ogni dubbio sul comportamento dei ministri (vedi alla voce: Boschi, ndr.), che hanno svolto solo legittimi interessamenti legati al territorio. Nessuna ‘insistenza’ o ‘pressione’ o ‘violazione del segreto’ è stata formulata da parte nostra».
Insomma, hic manebimus optime, è il concetto espresso da Renzi, ora non resta che «risalire la china» (cioè i sondaggi, disastrosi). I suoi rilanciano persino, sui social, l’intervento video del Governatore con tanto di «sottotitoli» messi da un senatore renziano, Andrea Marcucci e dal deputato-tesoriere, Francesco Bonifazi, per gridare la «verità» del Pd: «I mentitori seriali sono Di Maio e 5Stelle». E così, pian piano, prendono coraggio e si gettano a corpo morto a difendere ‘Meb’ molti dem, renziani e non, per giorni rimasti muti come pesci. Solo i ministri-big (Franceschini, Orlando, Delrio), anche nel salone delle Feste del Quirinale, mantengono un’aria da funerale, buia e contrariata.
Infine, a sera, la E-news di Renzi raggiunge l’apoteosi: «Permettetemi di abbracciare Padoan, finito al centro di un vortice mediatico per aver detto una cosa banale: il Ministro dell’Economia non autorizza mai alcun ministro. Per forza: nessuno deve autorizzare un collega pari grado» assicura Renzi (peccato che il Testo Unico bancario dica il contrario, e cioè che solo il ministro dell’Economia può intervenire, ma sono dettagli…).
Morale, un trionfo, secondo il «Vangelo secondo Matteo» (Renzi) che il Nazareno certifica e spiega così: «1) Visco, con le sue parole, ha ‘aiutato’ la Boschi; 2) su Renzi il governatore ha ridimensionato il senso dei suoi presunti interventi derubricandoli a ‘battute’; 3) in conclusione, «le ‘rivelazioni’ che sarebbero dovuto sortire dalla sua audizioni non sono tali». Anche se – chiosa l’inner circle renziano – «sappiamo bene quale sarà il mainstream di giornali e tv». Traduzione: ci massacreranno. Il sospetto che il massacro arrivi a ragion veduta non li sfiora neppure. Poi, in serata, un video piratato da una riunione dem in cui il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, si scaglia velenosamente contro Renzi, dicendo che “è venuto meno alla parola data” e “gli manca la dimensione dell’etica in politica”, chiude il cerchio delle figuracce dem.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 20 dicembre 2017. 

2. Il Nazareno come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari: assediati in attesa del Nemico, che però stavolta è arrivato… 

Ettore Maria Colombo  – ROMA
Il Nazareno, se non fosse deserto (ieri, del resto, era solo lunedì…), sarebbe come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari di Buzzati. Un «non luogo» dove si attende l’arrivo del Nemico che, però, ogni giorno arriva e ti abbatte. I dati catastrofici dei sondaggi (Pd al 23,4% per Ipsos, al 24% per Swg: sei punti persi in sei mesi, un punto al mese) li ha riconosciuti lo stesso Matteo Renzi nella sua intervista di ieri al Corsera («E’ vero il mio consenso è in calo, ma è perché siamo al governo»), ma ciò non toglie che spaventino tutti.
In ogni caso, Renzi – che oggi non si presenterà al Quirinale per ascoltare il discorso di auguri di Mattarella alle Alte cariche dello Stato perché è «fuori Roma» – non nasconde la sua preoccupazione per la piega che hanno preso le audizioni nella commissione Banche. Le parole che, forse, fanno più male di tutte ieri sono arrivate da un ministro chiave del suo ex governo, Pier Carlo Padoan. Parole che, peraltro, hanno ‘irritato’, e non poco, anche Graziano Delrio, a sua volta tirato in ballo per essersi interessato del destino di CariFerrara, e ieri furibondo.
E ahi voglia, dopo, Padoan a smentire e precisare, in pubblico e in privato, cioè con lo stesso Renzi: «Matteo, non volevo mettere in difficoltà Maria Elena, solo il solo che l’ha difesa pubblicamente».
Renzi, a denti stretti, gli risponde: «Ne sono convinto, Piercarlo». Poi ai suoi dice: «Spero che le parole di Padoan non vengano fraintese». Senza dire che, tra oggi e domani, le audizioni di Visco e Ghizzoni completeranno il crucifige ai danni dell’ex ministra e, forse, di Renzi.
Il segretario, certo, prova a pensare ad altro. Ieri si è occupato di iniziare il giro di «consultazioni sulla prossima campagna elettorale», mettendo l’accento – spiegano dal suo inner circle – «sui contenuti»: dalla polemica sull’Euro con Di Maio ,al lavoro di intreccio tra collegi e listini per le candidature. L’idea di fondo è «valorizzare storie diverse, mettendo un nome della sinistra interna in un collegio e facendo guidare il listino da un nome di area moderata e viceversa».
Ma se di liste e candidature s’inizierà a parlare, nel concreto, solo dopo la Befana, in attesa che «dai vari big i arrivino indicazioni e richieste», è certo che Renzi si candiderà nel collegio maggioritario di Firenze 1, sperando di poter incrociare i guantoni con Salvini.
E la Boschi? ‘Meb’, allo stato, si candiderà in Toscana: di certo in un collegio (forse Arezzo, la sua città, ma i malumori che arrivano dai dem locali sono fortissimi), probabilmente anche nel listino. Del resto, farla correre solo nel collegio maggioritario è un’arma pericolosa e a doppio taglio: potrebbe perderlo e restare fuori. In ogni caso, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, ieri ha detto parole definitive, sul tema: «La Boschi sarà candidata, dove lo decide il Pd». Il che fa capire che la strada di altre regioni come la Campania è aperta. Solo il Trentino è escluso: contro di lei è partita una raccolta firme del Pd locale.
Il guaio è che il resto dei big e ministri dem (Franceschini in testa a tutti, Minniti, Delrio, etc.) sono muti: neppure una parola in difesa di ‘Meb’.
Dal lato minoranza, invece, arrivano critiche feroci. Il ministro Andrea Orlando, leader di Dems, le ha chiesto, di fatto, di non candidarsi. L’altro leader di una corrente di minoranza, Sinistra dem, Gianni Cuperlo, proprio a QN, ha detto che sarebbe stato meglio non fosse tornata al governo. Solo Michele Emiliano, leader di Fronte democratico, tace imbarazzato non foss’altro perché ha chiuso un accordo e ‘blindato’ i suoi (pochi) parlamentari al suo seguito (Boccia, Ginefra) con Renzi.
‘Meb’, ieri, si è difesa parlando al Messaggero: ha ribadito la sua posizione di difesa («Accusano me per coprire i veri scandali sulle banche»), ma ha anche detto «se mi chiamano vado in commissione».
La linea di difesa ‘generale’ sulle banche da parte dello stato maggiore del Pd la esplicita, però, il presidente Matteo Orfini in un colloquio con l’Huffington Post: «Vogliono convocare la Boschi? Allora noi vogliamo sentire anche Mario Draghi e tutti gli altri nomi esclusi, tra cui Enrico Letta». Tirare in ballo il governatore della Bce, Mario, Draghi, però è come mettere il dito nell’occhio a Mattarella, ma in ogni caso la linea Orfini suona come l’adagio biblico «Muoia Sansone e tutti i Filistei».
L’articolo è stato pubblicato martedì 19 dicembre a pagina 3 del Quotidiano Nazionale.

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3. Dove correrà ‘Meb’ alle  elezioni? Il dilemma del Nazareno.

Ettore Maria Colombo – ROMA
Il ‘fattore Meb’ (nel senso di Maria Elena Boschi) può creare seri contraccolpi alla campagna elettorale del Pd. Solo il ‘fattore banche’ (nel senso della commissione) è costato ai dem circa due/tre punti percentuali: il Pd, dal 27-28%, è crollato al 23%, con altri sondaggi – ancora più disastrosi – che lo danno in caduta libera al 20%. E quanto può far perdere, al partito di Renzi, l’esposizione e il pubblico ludibrio cui la Boschi viene sottoposta in tv, sui social e i giornali, nel pieno della campagna elettorale? Al Nazareno si sono fatti la domanda, ma – per ora – ancora non si sono dati una risposta. Non a caso, la Direzione  sulla composizione e i criteri delle liste, oltre che la decisione sulle deroghe, è stata rimandata a dopo la Befana. Gli animi interni sono troppo accesi per rovinarsi il Natale. Ma c’è chi, anche nell’inner circle renziano, cerca la strada impervia della ‘riduzione del danno’. E così, se “è certo”, dice il Nazareno, che Boschi verrà ricandidata alle elezioni, non è più “sicuro” né il ‘dove’ né tantomeno il ‘come’.
La Boschi ha detto in tv, dalla Grube, di voler correre in Toscana, anche se sul punto ora ha cambiato idea (non pare credibile, invece, l’ipotesi avanzata di un seggio in Trentino, dove in ogni caso i dem locali hanno fatto partire una raccolta di firme al grido di “Noi qui quella non la vogliamo”, o in Basilicata, dove i seggi sicuri per il Pd non ce ne sono o sarebbero, comunque, molto a rischio). Infatti, fino a qualche tempo fa, Meb sembrava propensa a candidarsi in Campania, per la precisione nel collegio di Portici-Ercolano, fuori Napoli, Lì il sindaco dem, Ciro Bonajuto, e il governatore campano, Vincenzo De Luca (che così pensava di assicurarsi un seggio per il figlio) avevano già steso un tappeto di rose per farla eleggere e la Boschi si stava già curando la zona con visite e incontri (l’ultima all’iniziativa Future dem, la scuola di politica organizzata dall’amica e collega Pina Picierno, oggi europarlamentare che però vorrebbe cimentarsi alle prossime Politiche).
Ma ora lei stessa ha deciso di correre nella ‘sua’ Toscana e, per la precisione, nella ‘sua’ Arezzo che, però, nel 2015, il centrodestra ha strappato, anche se sul filo di lana (50,8%), al centrosinistra che la governava, e dal 2006, con Fanfani (Giuseppe), oggi membro laico del Csm e amico di Boschi. Ma il punto non è che il collegio sia più, o meno, in bilico. Infatti, grazie alla nuova legge elettorale, il Rosatellum, il gioco è semplice: basta candidare un big, oltre che nel collegio, nel listino proporzionale per blindarne l’elezione. Invece, per Meb, al Nazareno stanno pensando a un’altra strada, decisamente più ‘punitiva’, anche se scelta – pare – di comune accordo con l’ex ministra: la candidatura ‘solo’ nel collegio uninominale maggioritario. Dove vige l’antica regola anglosassone del first past the post. Letteralmente, vuol dire ‘il primo oltre il palo’. Nella sostanza, invece, vuol dire che se arrivi anche solo secondo te ne torni a casa. 
L’articolo è stato pubblicato il 18 dicembre 2017 sulle pagine del Quotidiano Nazionale.
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4. Intervista a Gianni Cuperlo: “Boschi non doveva andare al governo. Il Pd è un partito in crisi e, dopo le elezioni, va rifondato”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Gianni Cuperlo, già presidente del Pd, carica da cui si dimise subito e proprio in polemica con l’attuale segretario, Matteo Renzi, è il leader di Sinistra dem e su posizioni molto critiche rispetto al Pd renziano.

I sondaggi danno il Pd al 23,4%…

“Se corri veloce contro un muro e alla fine ti fai male non ha senso prendersela col muro. Il Pd perde consensi da tre anni ma il vertice non ne ha mai voluta indagare la ragione. Vanno rivendicate cose buone, come il bio-testamento, ma se milioni di persone ti voltano le spalle e tu continui a dire che tutto va bene, il muro si fa sempre più vicino”.

Renzi e tutto il ‘giglio magico’ sono entrati in modalità arrocco?

“Il rapporto del gruppo dirigente del Pd con il Paese si è incrinato. Il referendum istituzionale lo certificò, ma vi fu chi rivendicò il 40% come un dato da cui ripartire. Ma avevamo perso contro il 60% e per ragioni profonde”.

E’ stato un errore pretendere la commissione sulle banche?

“Se voleva indicare la via legislativa per evitare altri scandali doveva partire molto prima. L’errore è stato arrivarci a scadenza di legislatura, quando il rischio di trasformarla in un’arena pre-elettorale impropria è alto”.

La Boschi dovrebbe dimettersi?

“Boschi ha smentito le accuse, ma avrebbe fatto bene a seguire l’esempio di Renzi e, dopo la sconfitta della sua riforma, non entrare al governo. Ci sono momenti della vita politica in cui dire dei no aiuta a difendere la propria credibilità”.

Ma la Boschi è diventata un “problema” per il Pd?

“Il problema del Pd è che troppo spesso trasmette un’ansia del potere come fine. Penso a quel pugno di voti confluiti l’altro giorno su Micciché in Sicilia. Ci sono realtà dove io farei fatica a iscrivermi a questo Pd”.

Capitolo alleanze. Le liste collegate al Pd appaiono assai deboli…

“Se la domanda è “era meglio costruire una coalizione larga assieme a Grasso e Pisapia?” la mia risposta è sì. Non solo era meglio ma fino all’ultimo avremmo dovuto tentare. Ho chiesto al Pd di introdurre il voto disgiunto. Si è risposto con la miopia di chi pensa agli altri come all’intendenza che segue e il muro si è avvicinato di un altro po’. Adesso serve un cambio di direzione”.

Quale rapporto mantenere con i fratelli/coltelli di Mdp?

“Bisogna evitare una campagna fratricida, a sinistra. Io voglio battere la destra perché temo un Paese nelle mani di forze e valori ostili al minimo sindacale della civiltà e della democrazia. C’è chi lo farà dal Pd mentre altri lo faranno da posizioni e con scelte diverse. Serve rispetto tra chi negli ultimi vent’anni ha combattuto nello stesso campo. Certo, la sfida è difficile: il campo è diviso”.

Dopo il voto, si andrà a un governo di larghe intese o M5S-LeU?

“Renzi ha escluso qualunque accordo con la destra. Per me sarà così. L’obiettivo deve essere quello di gettare le basi di un’alleanza con le forze e le culture più prossime. Quando leggo di tattiche spavalde per sfidare nei collegi le personalità della sinistra uscite dal Pd viene spontaneo pensare “Quos vult Iupiter perdere dementat prius” (la traduzione, non letterale, è “Il Signore acceca chi vuol perdere”, ndr.)

Quale ruolo per Gentiloni prima e dopo il voto?

“È il capo del governo. Ha introdotto uno stile e un profilo propri. Li preservi”.

Quale contributo può dare la sua area, convocata il 13 gennaio a Roma, al Pd? Lei si candiderà? E dove?

“Lì indicheremo proposte di discontinuità. Dopo il voto bisognerà riflettere su tutto. Al centro dovranno stare la costruzione di un nuovo centrosinistra e la rifondazione del Pd. Mi candiderò se mi verrà chiesto e solo se queste idee avranno spazio e agibilità. Io non cerco posti”.

NB: L’intervista a Cuperlo è stata pubblicata il 18 dicembre 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.
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5. Gentiloni e Padoan difendono Boschi sulle Banche, in realtà stanno difendendo la ‘stabilità’ del sistema. I dubbi dei ministri dem
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Boschi ha chiarito”: parola di premier, Paolo Gentiloni. “Dal 2014 abbiamo cambiato le regole del gioco dopo anni d’immobilismo che avevano favorito l’opacità su banche”, puntualizza Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia. “Maria Elena non ha fatto pressioni né si deve dimettere”, è la difesa, questa sì per nulla d’ufficio, del ministro allo Sviluppo, Calenda. Seguono le parole d’affetto di tutti i parlamentari ‘renzianissimi’ del Pd. Il guaio è che, da un lato, i renzianissimi, ormai, sono sempre di meno (Marcucci, Romano, Ascani, Morani, Ermini, etc.) e che, dall’altro, alle loro parole fa da contr’altare il pesante silenzio dei ministri leader di due aree dem non renziane ma guidate da due big, i ministri Dario Franceschini (Cultura) e Andrea Orlando (Giustizia). Il primo, Franceschini, è missing in action, cioè del tutto muto. Il secondo, Orlando, è già sbottato (“Volere quella commissione è stata pura follia” disse ancora mesi fa a un amico deputato), ma oggi parlerà all’assemblea nazionale della sua area, Dems, e non lesinerà critiche a Renzi e Boschi.
Eppure, scorrendo i take d’agenzia, anche se solo in superficie, ieri il sottosegretario del governo, Maria Elena Boschi, ha incassato molti punti a suo favore nel match tra lei e quasi (FI tace) tutte le opposizioni che ne chiedono le dimissioni. Nel coro si distinguono 5Stelle e Mdp-LEU: due partiti che stanno dando vita a un inedito asse politico in commissione. Un asse che, peraltro, funziona alla perfezione: Zoggia (Mdp) incalza Vegas con le domande più cattive, Sibilia e Airola (M5S) urlano alla Boschi “sei come Mario Chiesa!!” (il primo reo confesso di Tangentopoli). Boschi porterà in Tribunale pure loro, come già ha fatto con Di Maio, ma ieri sempre Zoggia – che odia Boschi e Renzi di odio viscerale – ha tirato la bomba, chiedendo al presidente Casini di “audire”, appunto, anche lei, la ex ministra e oggi sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. Se, dunque, il presidente della Commissione bicamerale, Pierferdinando Casini, negherà che venga concessa tale audizione gli daranno del “venduto!” (per un seggio visto che è alleato al Pd), se la concederà, come già accadrà quando parlerà l’ex ad di Unicredi, Ghizzoni, si annuncia il circo Barnum o forse il Terrore di Robespierre.
Inoltre, se ieri l’audizione dell’ex ad di Veneto Popolare, Consoli, ha peggiorato le cose, per la Boschi, pure nel governo e dentro il Pd, la situazione si va rabbuiando, per ‘Meb’. Il premier parla da Bruxelles: “Ha chiarito – dice secco Paolo Gentiloni – le circostante emerse durante l’audizione di Vegas”. Poi aggiunge, ed è come se sospiri,“Boschi correrà nel Pd alle elezioni, spero abbia successo”. Come dire: vedremo quanti voti prende. Fatta la difesa (d’ufficio) della Boschi, Gentiloni, poi, aggiunge: “Spero che le prossime settimane non siano dominate dai bisticci sulle banche”. Solo che, in ‘gentilonese’, “bisticci” va tradotto con “casini”. Parole, le sue, che fanno il paio con quelle del Capo dello Stato. Sergio Mattarella si erge, come sempre, a scudo del governo, dicendo che “Il lavoro compiuto nell’ambito del settore bancario è stato di sostegno all’apparato produttivo”, ma sia lui che Gentiloni avevano espresso le loro ‘riserve’, direttamente a Renzi, sia sugli attacchi sferrati al governatore di BankItalia, Ignazio Visco, quando il Pd cercò di ‘demansionarlo’, non confermandolo ai vertici di via Nazionale (respinto con perdite) che sull’opportunità di dare il via alla commissione Banche. Sul punto, peraltro, lo stesso Luca Lotti avrebbe esternato le sue, di “riserve”, ma trovandosi incredibilmente isolato nel ‘giglio magico’ (composto, ormai, da Renzi, Boschi e Bonifazi, più Matteo Orfini, diventato più renziano di Renzi, oramai). Secondo l’Huffington Post proprio Lotti è “avvelenato” con la Boschi (e con Renzi?), di certo è “in disaccordo” con la linea sua e di Renzi da far tenere ai membri della commissione Banche.
I pochi ‘gentiloniani’ (Realacci, Giachetti) del Pd e l’area ‘liberal’ dem (Tonini, Morando) avevano sconsigliato Renzi di andare allo scontro, sulle banche, perché “Ci faremo solo del male”.
E anche i ministri Minniti e Delrio avrebbero espresso perplessità, se non veri dubbi amletici: “Siamo già al 24%, così finisce al 20% o peggio. Le elezioni saranno un disastro, prepariamoci”. Parole che, per Renzi, suonano come una campana a morto.  
NB. L’articolo è stato pubblicato sabato 15 dicembre su Quotidiano Nazionale.
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6. Boschi contro Travaglio, Renzi contro Formigli: l’ex ministra e l’ex premier vanno nella tv del ‘Nemico’, la 7, per difendersi. Inutile. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
L’ex ministro e oggi sottosegretario nel governo Gentiloni, Maria Elena Boschi, torna nel mirino per il suo ormai noto tallone di Achille: le sue presunte pressioni su Banca Etruria. “C’è accanimento nei miei confronti, ma se pensano di farmi mollare si sbagliano di grosso”, dirà poi lei agli amici. Ma nel tritacarne ci finisce, per forza di cose, oltre che l’ex ministro, anche il suo leader, Renzi.
Boschi prima si difende, con due post su Facebook, dalle parole del capo della Consob, Giuseppe Vegas, che parla nella sua (già prevista) audizione in commissione Banche. Poi la Boschi decide – con una strategia difensiva scelta, passo per passo, con lo stesso Renzi – di andare a Otto e Mezzo, la trasmissione di Lilli Gruber su La 7, dove accetta anche condizioni da patibolo: farsi torchiare dal direttore del Fatto, Marco Travaglio. I due fanno subito scintille. “Travaglio risponderà delle sue bugie, mi accusa di aver interferito e lo querelerò”, sbotta, per poi aggiungere “Lei mi odia, forse perché sono donna” (e Travaglio annuisce). 
Anche sulle parole del capo della Consob, Giuseppe Vegas, sempre in commissione Banche, Boschi contrattacca: “Ci sono stati più incontri con il presidente della Consob. Il 29 maggio 2014 mi chiese di incontrarci a casa sua alle otto del mattino, ho il suo sms, gli risposi che dovevamo vederci o in Consob o al ministero. Abbiamo parlato del sistema bancario…”. Lo stesso vale, secondo lei, anche per gli incontri con Ghizzoni, ex ad di Unicredit tirato in ballo per le presunte ‘pressioni’ che avrebbe subito dall’allora ministra (nel governo Renzi) Boschi sempre per acquisire Banca Etruria, di cui il padre (della Boschi) è stato consigliere e anche vicepresidente, poi dimessosi, ora indagato. Su Banca Etruria la Boschi sostiene che “Non c’è stato nessun favoritismo nei confronti della mia famiglia. È stato il governo Renzi a commissariare il Cda di Etruria, mandando a casa tutti, compreso mio padre”.
Ma fuori dalla cerchia ristretta del mondo renziano – che si schiera a tetragona difesa della sottosegretaria con le dichiarazioni a raffica di Bonifazi, Guerini e, soprattutto, di Matteo Orfini – è una Vandea. Dai 5Stelle a LEU di Grasso, da Meloni alla Lega, tutti reclamano le dimissioni della Boschi che “ha mentito al Parlamento”, quando, da ministro, garantì di non essersi mai interessata di Etruria, dove il padre era pezzo rilevante.
E Renzi? “La Boschi ha già risposto alla Gruber” risponde stizzito il leader del Pd, Matteo Renzi, stavolta ospite – in tarda serata – di Corrado Formigli, conduttore di Piazza Pulita su La 7, studio tv dove Renzi non metteva piede da  ben cinque anni. Anche quest’intervista è un crucifige con Formigli che incalza Renzi come se fosse Frost contro Nixon per farlo capitolare. “Sono sconvolto – insiste Renzi all’ennesima domanda sulla Boschi (“Che facciamo?! Ne rimandiamo le parole?”) – che il tema banche sia diventato una gigantesca arma di distrazione di massa. In Italia ci sono state ruberie (MPS), scandali clamorosi (le popolari venete), acquisizioni che gridano vendetta (Banca 121, vicina a D’Alema), ma i media parlano solo di Etruria. Anche lì – continua Renzi – hanno fatto schifezze clamorose e chi ha sbagliato deve pagare”. Sulla Boschi, Renzi però dice poco d’altro: “Le persone si giudicano per ciò che fanno, non per i padri che hanno”.
Intanto, da Bruxelles, Gentiloni si dice sicuro, anzi: certo, che la Boschi “chiarirà tutto”, ma sono in molti a chiedersi se un suo passo di lato non allenterebbe “la morsa intorno a noi”Renzi, peraltro, ieri pensava di potersi godere una giornata trionfale perché il Senato aveva approvato il bio-testamento. Quando Vegas parla, prima vacilla, poi si arrabbia e cerca di imbastire una reazione. Solo che sembra davvero ‘venire giù tutto’.
Il Nazareno sbanda e i nervi dei renziani sono tesi fino allo spasimo. Un dirigente tira fuori lo humor nero: “’Gridate sterminio e liberati i Mastini della Guerra!’, urla riecheggiando il dramma su Riccardo III. Eccola la nostra reazione” ride amaro, citando, appunto, la tragedia di Shakespeare. Ma la sensazione di una bufera in arrivo che possa travolgere tutto il Pd c’è ed è forte.
NB: L’articolo è stato pubblicato venerdì 15 dicembre sul Quotidiano Nazionale.  
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Banca Etruria, alta tensione sull’audizione di Ghizzoni in commissione Banche. Sullo sfondo, resta il caso Boschi

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

NB: E’ notizia arrivata solo stamane, con un post del capogruppo del Pd, Orfini, che i membri democrat in commissione Banche “non si opporranno” all’audizione dell’ex ad di Unicredit, Ghizzoni in merito al caso Banca Etruria che coinvolge Pierluigi Boschi. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L’ ufficio di presidenza (Casini, presidente, Mauro Marino, Pd, e Renato Brunetta, FI) della commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche ieri ha fatto ‘muro’ per oltre due ore nel negare, almeno per ora, ai 5Stelle l’audizione dell’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni. La decisione finale verrà presa stasera, in una nuova seduta, ma dovrebbe restar tale. Casini potrebbe però mettere la questione ai voti, ma con solo M5S a chiederlo, il ‘no’ degli altri farà la differenza. Certo, il Nazareno prova a far sapere che “noi non faremo muro contro la richiesta di ascoltare Ghizzoni”, ma il muro lo fanno eccome. Secondo un esponente renziano della Commissione, “a me di Ghizzoni non mi frega nulla. Io voglio sapere cosa è successo nel fallito salvataggio di tante banche e di tanti risparmiatori, non solo di Banca Etruria”. Inoltre, sempre dai senatori dem, filtra la posizione ancora più dura: “Saremmo stupiti, preoccupati e imbarazzati se Casini accettasse la richiesta di audire l’ex ad di Unicredit”. Insomma, un niet bello e buono, anche se il capogruppo dem in commissione, Matteo Orfini, fa filtrare un sibillino “noi non abbiamo nulla in contrario, deciderà Casini…”. Del resto è stato lo stesso Renzi a ‘ispirare’ e ‘incitare’ la Boschi a difendersi pubblicamente, l’altro giorno, con ben due post su Facebook e in soccorso della ex ministra sono subito accorsi diversi renziani d’ordinanza e di prima fascia: Bonifazi, Marcucci, etc.

Certo è che la battaglia, già ieri sera, in ufficio di presidenza è stata sfinente. I grillini ci hanno provato in tutti i modi di mettere il Pd sulla graticola. Di Maio è andato in tv a parlare delle “enormi responsabilità di Boschi e Renzi”. Di Battista ha dato a Casini del “venduto” (al Pd) per un seggio, poi taccia di “spirito nazarenico” Forza Italia. Il capogruppo azzurro Renato Brunetta replica a ‘Dibba’ per le rime, offrendosi anche di dargli “lezioni di opposizione”. Si è visto pure il consueto teatro: fuori la sede della commissione, una rappresentanza di trenta parlamentari 5Stelle improvvisa un ‘simpatico’ e ‘colorito’ sit-in di protesta ad uso e consumo delle telecamere.

La commissione, intanto, prova a lavorare comunque. Casini oggi, nel nuovo ufficio di presidenza convocato per le 18 a palazzo Madama, proporrà due “pacchetti” di audizioni ai commissari. Il primo comprende richieste di audizioni già decise in un calendario molto fitto e che si chiuderà con i fuochi di artificio: Barbagallo (BankItalia), Apponi (Consob), Vegas (Consob) il 14 dicembre, il ministro Padoan il 19 – che ieri ha confermato che verrà ascoltato – e il 15 il governatore di BankItalia, Ignazio Visco. Poi, il secondo ‘pacchetto’ con le proposte di tutti i gruppi: qui i 5Stelle (e SI) chiederanno di ascoltare Ghizzoni, ma anche Consoli, Zonin e altri esponenti e ad delle banche. Ma se si considera – fa notare il senatore dem renziano Del Barba – che “appena Mattarella scioglierà le Camere non potremo più fare audizioni, ma solo la relazione finale” si capisce che i dem hanno eretto un muro: niente Ghizzoni. Sempre i 5Stelle (richiesta appoggiata dal deputato di SI Paglia) chiedono pure l’audizione del presidente della Bce, Mario Draghi, e di Jean-Claude Trichet, ex capo del board della Bce. In questo caso, però nessuno ha dubbi: richieste tutte respinte.

Ma è su Ghizzoni che si gioca il braccio di ferro. Secondo Ferruccio de Bortoli, gli avrebbe raccontato delle “indebite pressioni” ricevute dalla Boschi per ‘salvare’ Banca Etruria. La Boschi ha querelato, ma solo l’altro ieri, de Bortoli, e in sede civile, non penale. E proprio la ormai certa ‘chiamata’ di Ghizzoni in sede processuale sarebbe la via di fuga del Pd. “Io chiesi di sentire Mussari (a capo di Mps, ndr.) – spiega Giovanni Paglia (SI) – ma mi fu negato perché un indagato o imputato non può venire a testimoniare da noi in commissione”. Ma Ghizzoni, nel processo Boschi-de Bortoli è ‘solo’, almeno per ora, un testimone. Casini prenderà la decisione finale.

NB: l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale del 6 dicembre 2017 a pagina 8

Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 

Renzi, la sindrome dell’assedio: “Avrebbero comunque dato la colpa al me”. Il Pd e la disfatta dei ballottaggi

Pubblico le tre versioni dello stesso pezzo chiuso l’altro notte in tipografia per Qn a seconda dei diversi orari di foliazione e distribuzione del giornale in tutt’Italia oltre che dei risultati dei ballottaggi e delle notizie che, nel corso della notte, man mano affluivano. 
MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Terza versione (chiusura ore due di notte)
ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi delle amministrative si rivelano una disfatta totale, una debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso praticamente ovunque. Una litania di sconfitte nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come Lucca, Lecce, Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica» tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che, dopo aver chiamato il neo-sindaco, si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma s’è vinto e diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto è colpa tua».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si è sentito sotto assedio.
Parla, alla fine, a notte fonda di «risultati a macchia di leopardo. Nel totale dei sindaci è avanti il pd, ma poteva andare meglio: il risultato complessivo non è granché» scrive in un lungo post sulla sua pagina Facebook. «Ci fanno male le sconfitte» (e cita Genova e l’Aquila), ma «siamo felici per Padova, Taranto, Lecce» e poi giù una lunga teoria di località minori. Ammette che «peggio del solito sono andate Liguria ed Emilia-Romagna» ma si limita a parlare di «luci e ombre nelle altre zone».
«COMUNQUE andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero più vero ieri sera era questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione…». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde solo il Pd».
Renzi, poi, cerca di distinguere: «Le politiche sono un altra cosa». Come dire: lì ci giocheremo tutta un’altra partita. Si vedrà.

IN OGNI caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria Pd recita: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.

IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Seconda versione (chiusura ore l’una di notte)
«ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi di queste amministrative si rivelano, pian piano che passano le ore, una disfatta totale. Una vera debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d’Italia, come l’Aquila, dove il candidato sindaco era un renzianissimo; Lodi come Pistoia, Piacenza come Carrara (finita, summa iniuria, ai 5Stelle), Asti come Riccione, Budrio come Vignola (che stanno in Emilia, ma lì vuol dire molto), Genova come La Spezia. Una litania di sconfitte, nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come quelle di Lucca (sul filo), Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e di Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica», tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma avendo vinto diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto ‘è colpa tua’…».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si sente sotto assedio. «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero, confidato ieri sera ai suoi collaboratori, è questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione. Bene, abbiamo seguito il loro ragionamento, e cosa è successo?». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento del leader: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde il Pd».
Eppure, per il segretario, «c’è ancora bisogna del Pd. Ne hanno bisogno i lavoratori, i risparmiatori, i consumatori…», riflette, pensando ai provvedimenti del governo in discussione in questi giorni.
NON a caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, questo dice: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Prima versione (chiusura ore 24) 
«È stato uno scandalo». Parola di Matteo Renzi. Sta parlando dei ballottaggi delle elezioni amministrative che denotano una sconfitta generale dei candidati del Pd? No, sta parlando di Italia-Lettonia di basket: la nostra nazionale ha perso l’ingresso ai Mondiali per un soffio e il leader del Pd (come, ovviamente, tutti gli sportivi italiani) se la prende con l’arbitro.
Il problema politico, però, sono i ballottaggi. Il centrodestra sbanca Genova «la rossa», conferma Catanzaro, tiene Verona (e la Bisinella, moglie di Tosi, aveva ricevuto l’endorsment del Pd), potrebbe riuscire nel colpaccio di strappare l’Aquila al centrosinistra che resiste, imprevidibilmente, solo a Taranto, stando ai primi exit-poll.
Insomma, per il Pd è un pianto greco. Anche perché – nei desiderata di Renzi – solo la vittoria a Parma, Padova (ancora in bilico, ma con il centrosinistra davanti ma solo grazie all’alleanza con un «Pisapia locale» che potrebbe riuscire nel miracolo di strappare la città alla destra) e l’Aquila avrebbe potuto controbilanciare la sconfitta annunciata di Genova.
Morale: i principali ballottaggi sono andati male, Renzi lo sa da ore e non può fare finta di niente. E anche se la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd è stata ridotta al lumicino e se, negli ultimi tre giorni, il leader dem se n’è addirittura andato via in vacanza con la famiglia, ieri sera non poteva di certo esimersi dal far filtrare almeno il suo pensiero.
Il quale, filtrato dai suoi consiglieri, è questo: «Lo sanno tutti che questo ballottaggio lo avrebbe stravinto la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’. Ma il punto è sempre lo stesso – ribadisce il leader dem – se avessimo vinto avrebbe vinto Pisapia. E se perdiamo perde il Pd».
Renzi, cioè, ripete – con il tono sconsolato – l’adagio che andava ripetendo da giorni: «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me». O, per declinare il concetto con la voce di un renziano che sa che ora il leader dovrà portare la croce della sconfitta, «dove i candidati del Pd perderanno la colpa sarà di Matteo, dove vinceranno sarà stato grazie a quel centrosinistra ‘largo’ di cui Renzi è considerato l’ostacolo…».
Al Nazareno – un Nazareno desolatamente deserto, peraltro, per una notte elettorale, con il solo Matteo Ricci, responsabile Enti locali, a presidiare il bidone – cercano di attutire il colpo, ma i toni sono da «manteniamo il nostro zoccolo duro», la famosa frase di  Achille Occhetto per giustificare il tracollo alle elezioni del 1983.
E infatti la nota dell’ex diccì Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, pur davanti ai risultati dei soli primi exit poll, recita linguaggi da tradizione post-Pci: «Credo che di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza di questa posizione e l’agenda politica che ne consegue. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con tutte le forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la ‘linea’ di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è anche semplice: ammettere la sconfitta, dire ‘no’ ad  alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine a populismo e fascigrillismi.
Questa linea verrà ribadita anche il I luglio all’ assemblea nazionale dei circoli del Pd che si farà a Milano in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
Il problema è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando, Gianni Cuperlo e l’intera loro area (il cui nuovo nome presto diventerà «Demos») non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. Perché, diceva già settimane fa un orlandiano, «comunque vada, il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. E sarà allora che Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprendiamo il partito».

 

NB: le tre versioni di questo pezzo sono stati pubblicati a pagina 3 del Quotidiano Nazionale del 26 giugno 2017

Maria Elena sola contro tutti. Scoppia il caso Boschi, Gentiloni le rinnova fiducia, Renzi tace e mezzo Pd vive l’imbarazzo

Ecco due articoli usciti su Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni sul caso Boschi.

Il ministro Boschi

L’ex ministro alle Riforme Maria Elena Boschi

  1. Scoppia il caso Boschi-De Bortoli x Unicredit: solo i renziani la difendono.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Maria Elena Boschi si difende, in modo netto e diretto, con un post su Facebook. Il governo e il Pd le danno solidarietà, rapida e totale. Il “pieno sostegno” del premier Gentiloni, come del leader del Pd, Matteo Renzi, è assicurato, anche se in entrambi i casi in via informale, mentre alcuni ministri (Delrio su tutti) difendono la Boschi senza se e senza ma, ma mezzo governo (da Franceschini a Martina, da Orlando a Finocchiaro) tace. I 5Stelle, invece, ne chiedono le dimissioni e, in ogni caso, annunciano una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Altri partiti, dalla Lega Nord a Fratelli d’Italia, ma anche Articolo-Mdp e Sinistra italiana, si accodano nelle accuse e chiedono, alternativamente, le dimissioni sue e del governo. Forza Italia, forse non casualmente, tiene il profilo basso.

Tutto nasce da un estratto del libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere: s’intitola Poteri forti, lo pubblica La Nave di Teseo, ma nella lunga anticipazione che ne offriva, ieri, il giornale di via Solferino, del caso Boschi non si fa menzione. Sono due siti, prima Lettera 43, poi l’Huffington Post, a pubblicare l’estratto clou che sta a pagina 209: “Boschi non ebbe problemi nel 2015 a rivolgersi direttamente all’ad di Unicredit cui chiese di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. Ghizzoni, alla fine, lasciò perdere”. A sera, però, Unicredit fa sapere di “non aver subito pressioni per l’esame di dossier bancari, compreso quello di Etruria”.

Allora ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo Renzi, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Gentiloni, Boschi ha sempre negato di essersi interessata alle vicende patrimoniali della banca di cui il padre è stato vicepresidente. Al montare del caso, lo ribadisce con un secco post sulla sua pagina Facebook: “Vediamo di essere chiari: non ho mai fatto all’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, come ad altri, richieste di tale genere. Sfido chiunque e ovunque a dimostrare il contrario. Sono stupita di questa ennesima campagna di fango e stavolta ho affidato la pratica ai legali per tutelare il mio nome e onore. Chi è in difficoltà per le falsità a Palermo o i rifiuti di Roma (i 5Stelle, ndr.) non pensi che basti attaccare su Arezzo”.

I 5Stelle, però, si scatenano. Il blog di Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista pubblicano post fotocopia: “E’ una bugiarda. Se non si dimetterà la costringeremo a venire in Aula con la mozione di sfiducia”, parlano di “azioni legali”. Matteo Salvini ne chiede le dimissioni (“Nell’affare banche c’è dentro fino al collo”) come pure Giorgia Meloni (Fd’It) e l’intero vertice di Mdp, da Speranza a Scotto a molti altri scissionisti.

Il Pd contrattacca, ovviamente, ma a farsi notare è solo l’area renziana. Il ministro Orlando resta del tutto silente, Emiliano pure, altre aree dem alleate di Renzi – da quella di Franceschini a Martina ai Giovani Turchi – assai fredde. Il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, parla di “attacco vergognoso e strumentale di M5S. Si occupino dei problemi della gente e non di fare gli aspiranti pm”. Lorenzo Guerini la ritiene “una strumentalizzazione per nascondere i guai di M5S” e i senatori dem renziani: Marcucci, Del Barba) pure. Il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, annuncia per oggi “un esposto denuncia contro M5S e Grillo” per le loro parole. Paolo Gentiloni e Matteo Renzi si rifanno a quanto Maria Elena ha scritto nel post e le assicurano “pieno sostegno”, ma prese di posizione pubbliche, a partire da Renzi, a Milano con Obama, non ve ne sono.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 maggio a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.


2. Dubbi e imbarazzi su Maria Elena: Renzi teme contraccolpi nelle urne. La fedelissima isolata tra i dem. Gentiloni le rinnova la fiducia: “vai avanti”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Proprio ora che risaliamo nei sondaggi (Swg dà il Pd al 30,5%, recuperato tutto il calo post-scissione, e l’M5S al 27,5%, ndr), proprio ora che abbiamo lanciato l’offensiva alla Raggi sui rifiuti di Roma! Questa grana non ci voleva. Speriamo che il caso si sgonfi…”. E’ questo il massimo che si strappa, nel Transatlantico di Montecitorio, agli esponenti del Pd  sulla vicenda che vede sulla graticola il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. Una difesa ‘timida’ che trasuda imbarazzo: in pochissimi, come il renzianissimo senatore Andrea Marcucci, tornano sul tema. Eppure, le rivelazioni dell’ex direttore del Corsera De Bortoli hanno scatenato un finimondo politico: i 5Stelle, Lega e Fd’It, ma pure Articolo 1-Mdp, sono sulle barricate: chiedono il ritiro delle deleghe al sottosegretario da parte di Gentiloni o le sue dimissioni. Una mozione di censura, che già nel caso Lotti venne proposta e bocciata al Senato, verrà formalizzata dai 5Stelle, ma alla Camera dei Deputati, dove tutti, anche M5S, sa che i numeri per passare non ci sono, mentre la prima notizia di una mozione di sfiducia si risolve nell’ennesima ignoranza di diritto costituzionale dei 5Stelle ( le mozioni si possono presentare solo contro ministri).

Lei, per ora, si rifiuta di tornare sulla vicenda. Si limita a dire, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi che si tiene al mattino a palazzo Chigi sul dissesto idrogeologico, secca, “credo che la misura sia colma. Da qui in poi si occuperanno di questa questione i miei legali”. Poi palazzo Chigi diffonde una nota: Boschi “ha affidato agli avvocati Paola Severino e Vincenzo Zeno Zencovich (due principi del foro, la prima ex ministro, ndr) l’incarico di tutelarne, anche in sede giudiziale, il nome e la reputazione”. Chi lavora con il ministro fa notare che la nota è una ‘presa in carico’ ufficiale del governo. Insomma, il “pieno sostegno” di Gentiloni e Renzi, già diffuso ieri, sarebbe assicurato. Non a caso, sempre da palazzo Chigi, filtra che Gentiloni ha avuto un colloquio con il sottosegretario e l’ha incitata ad “andare avanti”. Anche Renzi – che oggi sarà al Nazareno per la prima riunione tra il Pd, i suoi gruppi parlamentari e il governo – fa filtrare, sia pure senza esporsi, che preferisce non parlare in pubblico per evitare di dar fuoco ancora di più alle polveri ad accuse che ritiene infondate. Resta anche forte il sospetto di Renzi e renziani che De Bortoli – da anni apertamente ‘in guerra’ con l’ex premier, accusato di “odore di massoneria”, e che non a caso il 20 aprile a Milano parteciperà, con Bersani, alla conferenza programmatica fondativa di Articolo 1-Mdp – ha dato voce al tentativo dei ‘poteri forti’ e ‘salotti buoni’ che vogliono impedire il ritorno di Renzi a palazzo Chigi.

Anche i ministri dell’attuale governo adottano questa linea, quella del silenzio operoso, “in attesa che il caso si sgonfi”, ma fa una certa impressione il silenzio di tutti i colleghi di ‘Maria Elena’, compresi quelli oggi finiti ai vertici del Pd, da Martina a Franceschini. A complicare le cose c’è la scarsa simpatia che la Boschi ha ispirato, sin dall’inizio, tra i suoi colleghi, già ai tempi di Renzi. E un dem vicino al governo nota perfidamente che “quando nacque il governo Gentiloni provammo in diversi a convincere Maria Elena a non volere né chiedere, a tutti i costi, un posto a Gentiloni, ma non ci fu niente da fare. Lei fu irremovibile, trattò in prima persona con Paolo, Renzi la sponsorizzò un po’, ma la decisione finale fu di Gentiloni”. Seguirono un furibondo scontro sulle deleghe tra lei e Lotti, promosso ministro allo Sport da sottosegretario che era, le nomine di chi – era l’accusa – “vuole accentrare tutto”, come quella del nuovo segretario generale di palazzo Chigi, il consigliere di Stato Paolo Aquilanti  che fu fondamentale nella redazione dell’Italicum, ma a cui ora il Consiglio di Stato chiede di rinunciare a uno dei due incarichi per la sua collocazione ‘fuori ruolo’ e il recente scontro con diversi ministri che fanno capo alla presidenza del Consiglio, quelli senza portafoglio, sul controllo dei loro atti. Controllo che la Boschi, proprio tramite Aquilanti, aveva chiesto e preteso con una circolare a tutti gli uffici, circolare che aveva fatto infuriare non poco diversi ministri. L’impressione che, davanti alle accuse di De Bortoli e 5Stelle, Boschi sia sola resta tutto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a p. 11 del Quotidiano Nazionale l’11 maggio 2017.