Renzi, la sindrome dell’assedio: “Avrebbero comunque dato la colpa al me”. Il Pd e la disfatta dei ballottaggi

Pubblico le tre versioni dello stesso pezzo chiuso l’altro notte in tipografia per Qn a seconda dei diversi orari di foliazione e distribuzione del giornale in tutt’Italia oltre che dei risultati dei ballottaggi e delle notizie che, nel corso della notte, man mano affluivano. 
MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Terza versione (chiusura ore due di notte)
ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi delle amministrative si rivelano una disfatta totale, una debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso praticamente ovunque. Una litania di sconfitte nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come Lucca, Lecce, Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica» tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che, dopo aver chiamato il neo-sindaco, si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma s’è vinto e diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto è colpa tua».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si è sentito sotto assedio.
Parla, alla fine, a notte fonda di «risultati a macchia di leopardo. Nel totale dei sindaci è avanti il pd, ma poteva andare meglio: il risultato complessivo non è granché» scrive in un lungo post sulla sua pagina Facebook. «Ci fanno male le sconfitte» (e cita Genova e l’Aquila), ma «siamo felici per Padova, Taranto, Lecce» e poi giù una lunga teoria di località minori. Ammette che «peggio del solito sono andate Liguria ed Emilia-Romagna» ma si limita a parlare di «luci e ombre nelle altre zone».
«COMUNQUE andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero più vero ieri sera era questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione…». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde solo il Pd».
Renzi, poi, cerca di distinguere: «Le politiche sono un altra cosa». Come dire: lì ci giocheremo tutta un’altra partita. Si vedrà.

IN OGNI caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria Pd recita: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.

IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Seconda versione (chiusura ore l’una di notte)
«ABBIAMO perso, ha vinto la destra». Alla fine è il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, che si prende la responsabilità di dire, in diretta tv, da Bruno Vespa, quello che i dirigenti del Pd, in un Nazareno semi-deserto – dove a presidiare il bidone c’è solo il responsabile Enti locali, Matteo Ricci, e il ministro Martina – non hanno il coraggio di dire. I ballottaggi di queste amministrative si rivelano, pian piano che passano le ore, una disfatta totale. Una vera debacle. Il centrosinistra (e, in esso, il Pd) ha perso Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d’Italia, come l’Aquila, dove il candidato sindaco era un renzianissimo; Lodi come Pistoia, Piacenza come Carrara (finita, summa iniuria, ai 5Stelle), Asti come Riccione, Budrio come Vignola (che stanno in Emilia, ma lì vuol dire molto), Genova come La Spezia. Una litania di sconfitte, nemmeno lontanamente equilibrate da vittorie spurie come quelle di Lucca (sul filo), Taranto (con una lista di sinistra-sinistra) e di Padova. Dove vince un candidato del Pd, è vero, Giordani, ma solo perché ha ottenuto l’apparentamento con «il Pisapia padovano», tal Lorenzoni, che ha riunito, dietro una presunta «coalizione civica», tutte le liste e listarelle della sinistra radicale.
ED È proprio da qui, da Padova, che inizia la geremiade notturna del leader sconfitto che si confida con i suoi più stretti collaboratori: «Il candidato era mio, un renzianisssimo, ma avendo vinto diranno che ha vinto perché il ‘Pisapia locale’ lo aiutava, se perdeva avrebbero detto ‘è colpa tua’…».
Renzi ha ridotto la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd al lumicino e, negli ultimi giorni, se n’è addirittura andato in vacanza con la famiglia, ma sa benissimo che ora «tutti mi imputeranno la sconfitta del Pd». Insomma, si sente sotto assedio. «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me» ripeteva da giorni. E il suo pensiero, confidato ieri sera ai suoi collaboratori, è questo: «Lo sanno tutti che questi ballottaggi li avrebbe stravinti la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva. Prima che ci voleva l’Ulivo, poi che ci voleva l’Unione. Bene, abbiamo seguito il loro ragionamento, e cosa è successo?». Abbiamo perso è la ovvia risposta. E qui si fa amaro il ragionamento del leader: «Se il centrosinistra avesse vinto questi ballottaggi, giornali e tv avrebbero detto che vinceva Pisapia. Perdiamo, e perde il Pd».
Eppure, per il segretario, «c’è ancora bisogna del Pd. Ne hanno bisogno i lavoratori, i risparmiatori, i consumatori…», riflette, pensando ai provvedimenti del governo in discussione in questi giorni.
NON a caso, la prima nota a caldo di Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, questo dice: «Di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza delle posizioni e dell’agenda politica. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con e forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la linea di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è semplice per quanto la batosta sia pesante: ammettere la sconfitta, dire no ad alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine al populismo e ai «fascigrillismi».
Una linea che verrà ribadita anche l’1 luglio all’assemblea nazionale dei circoli Pd che si farà a Milano, in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
IL PROBLEMA è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando e Gianni Cuperlo non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. E se ieri notte Orlando già infieriva («Il Pd isolato perde, bisogna cambiare linea»), già settimane fa un orlandiano sibilava: «il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprenderemo il Pd»
Prima versione (chiusura ore 24) 
«È stato uno scandalo». Parola di Matteo Renzi. Sta parlando dei ballottaggi delle elezioni amministrative che denotano una sconfitta generale dei candidati del Pd? No, sta parlando di Italia-Lettonia di basket: la nostra nazionale ha perso l’ingresso ai Mondiali per un soffio e il leader del Pd (come, ovviamente, tutti gli sportivi italiani) se la prende con l’arbitro.
Il problema politico, però, sono i ballottaggi. Il centrodestra sbanca Genova «la rossa», conferma Catanzaro, tiene Verona (e la Bisinella, moglie di Tosi, aveva ricevuto l’endorsment del Pd), potrebbe riuscire nel colpaccio di strappare l’Aquila al centrosinistra che resiste, imprevidibilmente, solo a Taranto, stando ai primi exit-poll.
Insomma, per il Pd è un pianto greco. Anche perché – nei desiderata di Renzi – solo la vittoria a Parma, Padova (ancora in bilico, ma con il centrosinistra davanti ma solo grazie all’alleanza con un «Pisapia locale» che potrebbe riuscire nel miracolo di strappare la città alla destra) e l’Aquila avrebbe potuto controbilanciare la sconfitta annunciata di Genova.
Morale: i principali ballottaggi sono andati male, Renzi lo sa da ore e non può fare finta di niente. E anche se la sua presenza pubblica (comizi, interviste, video) al fianco dei candidati sindaco del Pd è stata ridotta al lumicino e se, negli ultimi tre giorni, il leader dem se n’è addirittura andato via in vacanza con la famiglia, ieri sera non poteva di certo esimersi dal far filtrare almeno il suo pensiero.
Il quale, filtrato dai suoi consiglieri, è questo: «Lo sanno tutti che questo ballottaggio lo avrebbe stravinto la destra. Noi abbiamo messo in campo candidati di sinistra, di cosiddetta ‘larga coalizione’. Ma il punto è sempre lo stesso – ribadisce il leader dem – se avessimo vinto avrebbe vinto Pisapia. E se perdiamo perde il Pd».
Renzi, cioè, ripete – con il tono sconsolato – l’adagio che andava ripetendo da giorni: «Comunque andrà, useranno i risultati contro di me». O, per declinare il concetto con la voce di un renziano che sa che ora il leader dovrà portare la croce della sconfitta, «dove i candidati del Pd perderanno la colpa sarà di Matteo, dove vinceranno sarà stato grazie a quel centrosinistra ‘largo’ di cui Renzi è considerato l’ostacolo…».
Al Nazareno – un Nazareno desolatamente deserto, peraltro, per una notte elettorale, con il solo Matteo Ricci, responsabile Enti locali, a presidiare il bidone – cercano di attutire il colpo, ma i toni sono da «manteniamo il nostro zoccolo duro», la famosa frase di  Achille Occhetto per giustificare il tracollo alle elezioni del 1983.
E infatti la nota dell’ex diccì Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, pur davanti ai risultati dei soli primi exit poll, recita linguaggi da tradizione post-Pci: «Credo che di fronte a una destra a trazione leghista e populista con sovrapposizione di temi con i 5stelle, è evidente la necessità di un Pd riformista, responsabile, europeo, come argine a questo scivolamento a destra. Il tema non è la sommatoria delle sigle ma la chiarezza di questa posizione e l’agenda politica che ne consegue. Il Pd – nota non casualmente Guerini – correva con tutte le forze del centrosinistra classico dappertutto».
Insomma, la ‘linea’ di Guerini (e di Renzi) all’apparenza è anche semplice: ammettere la sconfitta, dire ‘no’ ad  alleanze spurie con la sinistra-sinistra (come a Genova) e ribadire che il Pd resta il solo argine a populismo e fascigrillismi.
Questa linea verrà ribadita anche il I luglio all’ assemblea nazionale dei circoli del Pd che si farà a Milano in perfetta controprogrammazione rispetto alla nascita di “Insieme” che Giuliano Pisapia lancerà a Roma lo stesso giorno.
Il problema è che la sinistra interna, quella rappresentata dal ministro Orlando, Gianni Cuperlo e l’intera loro area (il cui nuovo nome presto diventerà «Demos») non consiste solo nel partecipare all’evento di Pisapia (e, dunque, di un potenziale concorrente elettorale del Pd) ma di prepararsi alla ‘grande reconquista’ del Pd. Perché, diceva già settimane fa un orlandiano, «comunque vada, il Pd perderà le amministrative, poi le Politiche. E sarà allora che Renzi dovrà lasciare la segreteria e noi ci riprendiamo il partito».

 

NB: le tre versioni di questo pezzo sono stati pubblicati a pagina 3 del Quotidiano Nazionale del 26 giugno 2017

Maria Elena sola contro tutti. Scoppia il caso Boschi, Gentiloni le rinnova fiducia, Renzi tace e mezzo Pd vive l’imbarazzo

Ecco due articoli usciti su Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni sul caso Boschi.

Il ministro Boschi

L’ex ministro alle Riforme Maria Elena Boschi

  1. Scoppia il caso Boschi-De Bortoli x Unicredit: solo i renziani la difendono.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Maria Elena Boschi si difende, in modo netto e diretto, con un post su Facebook. Il governo e il Pd le danno solidarietà, rapida e totale. Il “pieno sostegno” del premier Gentiloni, come del leader del Pd, Matteo Renzi, è assicurato, anche se in entrambi i casi in via informale, mentre alcuni ministri (Delrio su tutti) difendono la Boschi senza se e senza ma, ma mezzo governo (da Franceschini a Martina, da Orlando a Finocchiaro) tace. I 5Stelle, invece, ne chiedono le dimissioni e, in ogni caso, annunciano una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Altri partiti, dalla Lega Nord a Fratelli d’Italia, ma anche Articolo-Mdp e Sinistra italiana, si accodano nelle accuse e chiedono, alternativamente, le dimissioni sue e del governo. Forza Italia, forse non casualmente, tiene il profilo basso.

Tutto nasce da un estratto del libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere: s’intitola Poteri forti, lo pubblica La Nave di Teseo, ma nella lunga anticipazione che ne offriva, ieri, il giornale di via Solferino, del caso Boschi non si fa menzione. Sono due siti, prima Lettera 43, poi l’Huffington Post, a pubblicare l’estratto clou che sta a pagina 209: “Boschi non ebbe problemi nel 2015 a rivolgersi direttamente all’ad di Unicredit cui chiese di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. Ghizzoni, alla fine, lasciò perdere”. A sera, però, Unicredit fa sapere di “non aver subito pressioni per l’esame di dossier bancari, compreso quello di Etruria”.

Allora ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo Renzi, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Gentiloni, Boschi ha sempre negato di essersi interessata alle vicende patrimoniali della banca di cui il padre è stato vicepresidente. Al montare del caso, lo ribadisce con un secco post sulla sua pagina Facebook: “Vediamo di essere chiari: non ho mai fatto all’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, come ad altri, richieste di tale genere. Sfido chiunque e ovunque a dimostrare il contrario. Sono stupita di questa ennesima campagna di fango e stavolta ho affidato la pratica ai legali per tutelare il mio nome e onore. Chi è in difficoltà per le falsità a Palermo o i rifiuti di Roma (i 5Stelle, ndr.) non pensi che basti attaccare su Arezzo”.

I 5Stelle, però, si scatenano. Il blog di Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista pubblicano post fotocopia: “E’ una bugiarda. Se non si dimetterà la costringeremo a venire in Aula con la mozione di sfiducia”, parlano di “azioni legali”. Matteo Salvini ne chiede le dimissioni (“Nell’affare banche c’è dentro fino al collo”) come pure Giorgia Meloni (Fd’It) e l’intero vertice di Mdp, da Speranza a Scotto a molti altri scissionisti.

Il Pd contrattacca, ovviamente, ma a farsi notare è solo l’area renziana. Il ministro Orlando resta del tutto silente, Emiliano pure, altre aree dem alleate di Renzi – da quella di Franceschini a Martina ai Giovani Turchi – assai fredde. Il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, parla di “attacco vergognoso e strumentale di M5S. Si occupino dei problemi della gente e non di fare gli aspiranti pm”. Lorenzo Guerini la ritiene “una strumentalizzazione per nascondere i guai di M5S” e i senatori dem renziani: Marcucci, Del Barba) pure. Il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, annuncia per oggi “un esposto denuncia contro M5S e Grillo” per le loro parole. Paolo Gentiloni e Matteo Renzi si rifanno a quanto Maria Elena ha scritto nel post e le assicurano “pieno sostegno”, ma prese di posizione pubbliche, a partire da Renzi, a Milano con Obama, non ve ne sono.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 maggio a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.


2. Dubbi e imbarazzi su Maria Elena: Renzi teme contraccolpi nelle urne. La fedelissima isolata tra i dem. Gentiloni le rinnova la fiducia: “vai avanti”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Proprio ora che risaliamo nei sondaggi (Swg dà il Pd al 30,5%, recuperato tutto il calo post-scissione, e l’M5S al 27,5%, ndr), proprio ora che abbiamo lanciato l’offensiva alla Raggi sui rifiuti di Roma! Questa grana non ci voleva. Speriamo che il caso si sgonfi…”. E’ questo il massimo che si strappa, nel Transatlantico di Montecitorio, agli esponenti del Pd  sulla vicenda che vede sulla graticola il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. Una difesa ‘timida’ che trasuda imbarazzo: in pochissimi, come il renzianissimo senatore Andrea Marcucci, tornano sul tema. Eppure, le rivelazioni dell’ex direttore del Corsera De Bortoli hanno scatenato un finimondo politico: i 5Stelle, Lega e Fd’It, ma pure Articolo 1-Mdp, sono sulle barricate: chiedono il ritiro delle deleghe al sottosegretario da parte di Gentiloni o le sue dimissioni. Una mozione di censura, che già nel caso Lotti venne proposta e bocciata al Senato, verrà formalizzata dai 5Stelle, ma alla Camera dei Deputati, dove tutti, anche M5S, sa che i numeri per passare non ci sono, mentre la prima notizia di una mozione di sfiducia si risolve nell’ennesima ignoranza di diritto costituzionale dei 5Stelle ( le mozioni si possono presentare solo contro ministri).

Lei, per ora, si rifiuta di tornare sulla vicenda. Si limita a dire, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi che si tiene al mattino a palazzo Chigi sul dissesto idrogeologico, secca, “credo che la misura sia colma. Da qui in poi si occuperanno di questa questione i miei legali”. Poi palazzo Chigi diffonde una nota: Boschi “ha affidato agli avvocati Paola Severino e Vincenzo Zeno Zencovich (due principi del foro, la prima ex ministro, ndr) l’incarico di tutelarne, anche in sede giudiziale, il nome e la reputazione”. Chi lavora con il ministro fa notare che la nota è una ‘presa in carico’ ufficiale del governo. Insomma, il “pieno sostegno” di Gentiloni e Renzi, già diffuso ieri, sarebbe assicurato. Non a caso, sempre da palazzo Chigi, filtra che Gentiloni ha avuto un colloquio con il sottosegretario e l’ha incitata ad “andare avanti”. Anche Renzi – che oggi sarà al Nazareno per la prima riunione tra il Pd, i suoi gruppi parlamentari e il governo – fa filtrare, sia pure senza esporsi, che preferisce non parlare in pubblico per evitare di dar fuoco ancora di più alle polveri ad accuse che ritiene infondate. Resta anche forte il sospetto di Renzi e renziani che De Bortoli – da anni apertamente ‘in guerra’ con l’ex premier, accusato di “odore di massoneria”, e che non a caso il 20 aprile a Milano parteciperà, con Bersani, alla conferenza programmatica fondativa di Articolo 1-Mdp – ha dato voce al tentativo dei ‘poteri forti’ e ‘salotti buoni’ che vogliono impedire il ritorno di Renzi a palazzo Chigi.

Anche i ministri dell’attuale governo adottano questa linea, quella del silenzio operoso, “in attesa che il caso si sgonfi”, ma fa una certa impressione il silenzio di tutti i colleghi di ‘Maria Elena’, compresi quelli oggi finiti ai vertici del Pd, da Martina a Franceschini. A complicare le cose c’è la scarsa simpatia che la Boschi ha ispirato, sin dall’inizio, tra i suoi colleghi, già ai tempi di Renzi. E un dem vicino al governo nota perfidamente che “quando nacque il governo Gentiloni provammo in diversi a convincere Maria Elena a non volere né chiedere, a tutti i costi, un posto a Gentiloni, ma non ci fu niente da fare. Lei fu irremovibile, trattò in prima persona con Paolo, Renzi la sponsorizzò un po’, ma la decisione finale fu di Gentiloni”. Seguirono un furibondo scontro sulle deleghe tra lei e Lotti, promosso ministro allo Sport da sottosegretario che era, le nomine di chi – era l’accusa – “vuole accentrare tutto”, come quella del nuovo segretario generale di palazzo Chigi, il consigliere di Stato Paolo Aquilanti  che fu fondamentale nella redazione dell’Italicum, ma a cui ora il Consiglio di Stato chiede di rinunciare a uno dei due incarichi per la sua collocazione ‘fuori ruolo’ e il recente scontro con diversi ministri che fanno capo alla presidenza del Consiglio, quelli senza portafoglio, sul controllo dei loro atti. Controllo che la Boschi, proprio tramite Aquilanti, aveva chiesto e preteso con una circolare a tutti gli uffici, circolare che aveva fatto infuriare non poco diversi ministri. L’impressione che, davanti alle accuse di De Bortoli e 5Stelle, Boschi sia sola resta tutto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a p. 11 del Quotidiano Nazionale l’11 maggio 2017.