NEW! Cos’è il ‘Tedeschellum’ e come funziona, le modifiche in discussione. Ma anche cos’è il ‘vero’ sistema tedesco e la corsa verso il voto anticipato. Un dossier sulla nuova legge elettorale

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La cancelliera tedesca Angela Merkel

Proponiamo qui una rapida spiegazione del sistema elettorale che sta per adottare il Parlamento italiano (un ‘simil-tedesco’), una disanima del sistema tedesco vero e proprio, l’analisi dell’iter di approvazione della legge elettorale in corso di esame da parte del Parlamento. Ringrazio il prof. Stefano Ceccanti e l’onorevole Dario Parrini (Pd) per i consigli e le spiegazioni che mi hanno consentito di scrivere tale testo. 

NB; il testo è in via di definizione, qui vengono di volta in volta spiegate le modifiche.

A) Il sistema tedesco ma ‘all’italiana’. Un proporzionale semi-puro, tagliola al 5%

I tre grandi partiti presenti in Parlamento (Pd, FI, M5S) stanno per convergere su un sistema di riforma elettorale che i media – e i partiti stessi – chiamano, per comodità, ‘sistema tedesco’. In realtà, il ‘Tedeschellum’ o ‘Germanicum’ all’italiana presenta sottili, ma significative, differenze rispetto al sistema elettorale in vigore in Germania (nella RFT dal 1949, con lo sbarramento al 5% dal 1953, nella Germania unita dal 1990). In sostanza si può definire un sistema proporzionale ‘semi-puro’. con sbarramento al 5%.

Dal punto di vista tecnico, una volta trovato l’accordo su un sistema elettorale tedesco, il relatore del nuovo testo, in I commissione Affari costituzionali della Camera, Emanuele Fiano (Pd) ha presentato il testo dell’emendamento che trasforma il Rosatellum (che era stato adottato come testo base) per farlo somigliare al modello usato in Germania. Ma lo fa solo in parte e con due differenze sostanziali: scompare il voto disgiunto e i candidati dei collegi uninominali passano quasi sempre in secondo piano rispetto ai capolista bloccati.

Vedremo più avanti se e come gli eletti scattano nei collegi e/o nella parte proporzionale, e in quale ordine, trattandosi di un sistema per metà fatto di collegi uninominali (50%) e per metà (50%) di liste bloccate corte (da 2 a un massimo di 6 nomi) presenti in circoscrizioni pluriprovinciali, ma va chiarito subito ciò che conta, per ogni lista, è il risultato ottenuto a livello nazionale nella parte proporzionale, una volta superata la quota del 5%.

E’ tale risultato  a determinare il numero dei seggi da attribuire alla lista con una sola clausola ostativa, appunto: la soglia di sbarramento, sempre nazionale, fissata al 5%. Sotto tale soglia non si ha diritto a seggi. Anche se formalmente il riparto è fatto a livello circoscrizionale alla Camera e a livello regionale al Senato, vale il computo nazionale. Dunque, in Italia, una lista potrebbe arrivare a prendere da un minimo di 1 milione 700 mila a un massimo di 1 900 mila elettori senza entrare in Parlamento. I voti dispersi, però, non vengono persi del tutto: vengono ripartiti, in seggi, alle liste e/o partiti che superano la soglia di sbarramento (5%). In pratica, un partito che prende il 40% dei voti può arrivare a sfiorare il 50% dei seggi se il numero di voti validi non attribuibili a nessuna lista che rimane sotto il 5% superasse, in totale, il 20% dei suffragi perché sarebbe come calcolare il proprio 40% sull’80% dei votanti e non sul 100% (-20%).

  1. Il calcolo dei seggi.

Il calcolo dei seggi avviene, come si diceva, a livello nazionale come pure il superamento della soglia di accesso (5%). Il quoziente scelto è quello dei “quozienti interi e dei più alti resti” (metodo Hare): in sostanza, una volta superata la soglia di sbarramento (5%), il metodo non penalizza le forze piccole, ma anzi le agevola. Se invece fosse stato fatto con il metodo d’Hondt, che agisce sulle circoscrizioni, avrebbe favorito i partiti più grandi.

2. Collegi e circoscrizioni elettorali.

L’Italia viene divisa in 27 circoscrizioni pluri-provinciali alla Camera (26 più un collegio uninominale, la Val d’Aosta) e 20 circoscrizioni regionali al Senato (19 più la Val d’Aosta). La Camera assegna 606 seggi (e non 630 perché vanno sottratti i 12 collegi della circoscrizioni Estero, 11 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno di Val d’Aosta) che vengono così ripartiti: 303 collegi uninominali e 303 su liste bloccate corte composte da due a un massimo di sei nomi. Il Senato assegna 301 seggi (e non 315 perché vanno sottratti i sei seggi delle circoscrizioni Estero, sette collegi uninominali del Trentino e uno della Val d’Aosta) così ripartiti: 150 eletti nei collegi, 151 nelle liste bloccate corte. Nei 18 collegi delle circoscrizioni Estero (12 Camera e 6 Senato) i seggi vengono attribuiti con metodo proporzionale senza soglia di sbarramento. Negli 11 collegi uninominali del Trentino (8 collegi uninominali all’inglese e tre di recupero proporzionale) Camera e nei 7 collegi uninominali del Trentino Senato (5 collegi uninominali all’inglese e 2 di recupero proporzionale), come pure nei due seggi uninominali (uno Camera e uno Senato) della Val d’Aosta rimangono valide le regole introdotte con il Mattarellum nel 1994: si tratta di collegi uninominali secchi all’inglese con recupero proporzionale per il 25% e una soglia di sbarramento che, di fatto, è intorno al 20%.

3. La scheda elettorale.

La scheda elettorale è unica, il voto disgiunto (la possibilità per un elettore di votare un candidato uninominale e un simbolo di lista diverso nei collegi plurinominali) è vietato, ma la norma potrebbe essere modificata. Il voto a un candidato del collegio ‘trascina’ il voto alla lista (e viceversa). Si vota tracciando un segno nel rettangolo che li comprende. Il doppio segno (collegio e lista) è valido. Ci si può candidare fino a un massimo di un collegio uninominale e tre collegi circoscrizionali (cioè del listino bloccato). Questa norma, come vedremo, potrebbe cadere nella discussione parlamentare su richiesta avanzata dai 5 Stelle. 

Ad ogni simbolo di partito è dunque associato il nome del candidato in quel collegio e i nomi del listino bloccato (da due a 6 candidati) di quella circoscrizione elettorale.
È previsto espressamente che in caso di doppio segno su un candidato e sulla lista corrispondente il voto rimanga valido. Questa norma difficilmente verrà modificata.

4. Il metodo di scelta degli eletti.

Come dicevamo, i voti per i partiti (liste) vengono conteggiati in un unica sede, nazionale, e vengono ammesse al riparto dei seggi solo le liste che hanno superato la soglia del 5% dei voti, con l’eccezione delle liste relative alle minoranze linguistiche (Trentino e Valle d’Aosta) per le quali la soglia è al 20% nella regione di riferimento. La soglia di sbarramento, fissata al 5%; è la stessa sia alla Camera che al Senato.

Solo a  questo punto vengono calcolati i seggi spettanti ai singoli partiti, calcolo che viene fatto a livello nazionale per la Camera e a livello regionale/circoscrizionale al Senato. Questa differenza è necessaria perché secondo la Costituzione il Senato deve essere eletto su base regionale.

La differenza di calcolo può causare leggere differenze nella rappresentazione dei partiti tra Camera e Senato, ma non distorcendo la rappresentatività come avveniva con il premio di maggioranza su base regionale che assegnava, ad esempio, il Porcellum.

Una volta scesi nelle singole regioni/circoscrizioni verranno scelti gli eletti, fondendo il sistema proporzionale con quello uninominale.

E’ qui che, appunto, le cose si complicano e differiscono di molto dal sistema elettorale tedesco dove, come vedremo, il numero dei seggi del Bundestag, la Camera elettiva, è variabile (vengono detti seggi ‘sovranumerari’) perché bisogna garantire,, per primo, a tutti gli eletti nei collegi la possibilità di entrare nella Camera bassa. In Italia ciò non è possibile: il numero di seggi (630 alla Camera, 315 al Senato, esclusi i senatori a vita) è fisso, quindi qualcuno ‘deve’ restare fuori dai seggi, a seconda dei voti presi, tra listini bloccati e collegi uninominali pur avendo – mettiamo il caso – vinto nel proprio collegio uninominale.

Il primo eletto è il candidato che, nel suo collegio, ottiene il 50,1% dei voti validi (ma si tratterà di casi rarissimi); scattano poi i capolista bloccati di ogni listino della quota proporzionale; seguono i candidati dei collegi uninominali fino ad esaurimento dei collegi vinti da quella lista, cioè in ordine ai voti ricevuti nella circoscrizione; se restano ancora seggi si torna nel listino circoscrizionale e scattano i candidati successivi al capolista; se ne restano ancora da attribuire si torna ancora nei collegi e si pesca tra i “migliori perdenti” (o i “peggiori vincenti”) dei collegi. Ma attenzione: un partito potrebbe aver diritto a un numero  di seggi minore al numero dei collegi vinti, quindi potrebbe vedere non scattare seggi, dopo il capolista, i primi vincitori dei collegi e i nomi del listino, ai vincitori di altre gare nei collegi che verrebbero esclusi dal computo dei seggi pur avendo vinto nei loro rispettivi collegi.

Non ci si può presentare in più di un collegio uninominale e in tre listini (quota proporzionale) di diverse circoscrizioni. Questa norma potrebbe cadere nel dibattito parlamentare per essere sostituita da una che prevede la possibilità di presentarsi in un solo collegio e in un solo listino circoscrizione. La norma è criticata perché limita, in parte, l’effetto ‘blindatura’ dei seggi per i big cui restano in mano dei buoni paracadute per garantirsi l’elezione nel mix candidatura collegi/listini. In totale, però, il numero dei capolista bloccati (non – si badi bene – del totale dei candidati nelle liste bloccate corte della quota proporzionale: 303 seggi Camera, 151 Senato, quindi la metà di entrambi, 454 eletti) non è alto: 26 eletti alla Camera e 19 al Senato per ogni partito, in totale sono 45 parlamentari.

5. Le norme di genere.

I listini bloccati avranno una rigida alternanza di genere (donna-uomo/uomo-donna), nei collegi nessun genere può superare l’altro per il 60%, quindi almeno il 40% di donne.

6. Un esempio. La Toscana.

Un esempio. La Toscana. Prendiamo la circoscrizione Toscana. Elegge 38 deputati (19 nei collegi e 19 nei listini) e 18 senatori (9 nei collegi, 9 nei listini). Mettiamo che il Pd prenda il 46% dei voti che, per effetto dello sbarramento, diventano il 51% dei seggi. Alla Camera elegge 19 deputati: il primo del collegio con oltre il 40% dei voti, il capolista bloccato, 17 nei collegi. Al Senato il Pd elegge invece 9 senatori: il capolista bloccato e otto collegi. Mdp, alla Camera, prende un deputato perché supera il 5%: non vince nessun collegio, passa il capolista, e il Pd perde un vincente nei collegi per colpa di Mdp oltre il 5%. L’M5S elegge, con il 30%, 10 deputati e 6 senatori, tutti dai listini. FI, col 15%, elegge 5 deputati e 1 senatore (listini). La Lega, con l’8%, elegge 3 deputati e 1 senatore (listini). Se il Pd fa il boom (60%) e vince tutti i collegi (19 Camera e 9 Senato), i posti in più li prende dal suo listino, ma se i posti da assegnare al Pd si assottigliano perché altre liste guadagnano seggi saltano i “peggiori vincenti” dei collegi. Potrebbe accadere, cioè, che – causa il riparto nazionale dei voti e la soglia al 5% – il Pd debba ‘cedere’ uno o più degli eletti nei collegi a un’altra lista: perderebbe un vincente nei collegi mentre i candidati del listino bloccato in quella circoscrizione passerebbero tutti. Si chiama ‘effetto flipper’: non garantisce cioè la vittoria matematica di un candidato che pure ha vinto il collegio, specie se in quella circoscrizione il partito che lo sostiene è forte ma non può superare il tot di seggi che, su base nazionale, quella circoscrizione gli assegna.

7. Il problema dei collegi da disegnare. 

Con una legge così fatta, ci sarà bisogno ovviamente di disegnare non tanto le 26 circoscrizioni regionali della Camera che già esistono del Porcellum (una per ogni regione, due per Lazio, Piemonte, Veneto, Campania e Sicilia, tre per la Lombardia) e le 20 circoscrizioni (equivalenti alle 20 regioni) del Senato quanto i 303 collegi uninominali della Camera e i 150 collegi uninominali del Senato. Solitamente la legge prevede una delega al governo – e, di fatto – al ministero dell’Interno, che si prende 45 giorni di media per il disegno dei collegi – ma i partiti corrono veloci verso le elezioni anticipate in autunno. Per evitare attese, un secondo emendamento Fiano indicano una ‘misura transitoria’ per la quale “in caso di scioglimento delle Camere prima della data di entrata in vigore del decreto” si andrà al voto con i collegi del Mattarellum. Che però sono 475 (e non 303) e non è chiaro come le due cose si possano conciliare. Fiano dovrebbe disegnarli sulla base di un prospetto dell’ufficio studi della Camera che però sta già incontrando riserve e critiche da molti deputati dei vari territori perché accorpa, spesso in modo arbitrario e incoerente, collegi vicini tra loro.

8. Le questioni ancora aperte.

E’ una vera e propria maratona, quella che si sta svolgendo in sede della commissione Affari Costituzionali della Camera sulla legge elettorale: sono sottoposti al voto 780 emendamenti per trasformare il Rosatellum nel tedesco.
La nuova, possibile, intesa tra Pd, Fi, Lega e M5S si basa su tre modifiche: 

  • La riduzione dei collegi della Camera che andranno a coincidere quelli previsti per il Senato dal Mattarellum: 232 alla Camera, compresi Trentino-Alto Adige e Val d’Aosta, e 112 al Senato, disegnati sempre sulla base del vecchio Mattarellum;
  • L’aumento  da 27 a 29 delle circoscrizioni proporzionali per la Camera e dunque la dimunizione delle liste dei candidati nei listini bloccati non più da 2 a 6 ma da 1 a 6;
  • La cancellazione della possibilità di candidature plurime in 3 diverse liste bloccate proporzionali oggi previste: ciascun candidato potrà candidarsi al massimo in un collegio e in una lista.

Non è passata invece la linea proposta in numerosi emendamenti di introdurre le preferenze, di doppia scheda e di voto disgiunto, di superamento della priorità di elezioni prevista per il capolista bloccato rispetto ai più votati nei collegi della stessa lista. Ma la riduzione notevole dei collegi operata dal “Tedeschellum” – se passeranno i nuovi emendamenti – realizza di fatto una riduzione assai consistente della possibilità che chi vince la gara uninominale poi non entri in Parlamento perché superato dal capolista del suo partito in quella circoscrizione.

NB: Il testo su cui era stato trovato l’accordo iniziale prevedeva 303 collegi uninominali alla Camera w 151 al Senato, ma essi non sono maggioritari, bensì hanno un riparto proporzionale: un po’ come la vecchia legge del Senato in vigore tra il 1948 e il 1992. Nelle Regioni “monocolore”, dove i candidati di un grande partito vincono in molti collegi, qualcuno di essi potrebbe non risultare eletto: infatti tra i vincitori si fa una graduatoria in base alle percentuale di voto ottenuta. E’ il caso, per esempio, delle Regioni Rosse per il Pd o di alcune Regioni del Sud (Sicilia) per M5s. L’emendamento presentato da Ferrari (Pd)  diminuisce il numero dei collegi della Camera a 232 (225 più 8 di Trentino e Val d’Aosta), quelli del Senato del Mattarellum, e a 112 al Senato, compresi i 6 di Trentino e Val d’Aosta. In tal modo i collegi sarebbero già definiti, e diminuirebbe la possibilità di collegi sopranumerari. Naturalmente questo porterebbe un simmetrico aumento degli eletti con i listini proporzionali Camera, che salirebbero da 303 a 374, e Senato (da 150 a 188) . I partiti che hanno sottoscritto l’accordo (Pd, M5s, Fi, Lega e Si) stanno trattando una intesa su questo punto.

Gli emendamenti presentati. Ai 417 emendamenti presentati, di cui il più importante è naturalmente proprio l’emendamento Fiano, si sono aggiunti 363 subemendamenti al testo del relatore. I numeri li ha annunciati il presidente della Commissione, Andrea Mazziotti. Grossa parte dei subemendamenti,127, riguardano il nodo cruciale dei collegi uninominali.

Nella formulazione del tedesco proposta da Fiano c’è una clausola che prevede che – se la legislatura dovesse finire prima che il governo abbia ridisegnato i collegi – resterebbero validi quelli del Mattarellum. Una previsione in chiave voto anticipato, ma che sta facendo storcere il naso a molti possibili candidati. Da segnalare l’aumento delle circoscrizioni da 27 a 29 con una circoscrizione in più per la Lombardia e una per il Veneto (a quota 3) mentre Lazio, Sicilia, Campania ne avrebbero due. 

Altro punto molto criticato è quella delle candidature bloccate dei capilista e la possibilità di presentarsi in più collegi. Lo scontro è soprattutto nel Pd, con gli orlandiani pronti a dare battaglia.
Invece, Danilo Toninelli (M5S) dice che “stiamo lavorando per inserire modifiche ben fatte che garantiscano, come in Germania, il seggio al candidato più votato nel collegio, anche senza modificare il numero complessivo dei parlamentari”.

B) Il sistema elettorale tedesco, quello vero della Germania…

  1. Una Camera e non due, seggi variabili e non fissi.

Il sistema elettorale tedesco è un sistema “misto”: vuol dire che mette insieme collegi uninominali maggioritari e un riparto rigidamente proporzionale dei voti a livello nazionale una volta superata la soglia di sbarramento (5%). Tale voto determina gli equilibri del Bundestag, la sola Camera direttamente elettiva del Parlamento tedesco, composta da “almeno” 598 membri, ma ‘aumentabili’. La seconda Camera, il Bundesrat, o Camera delle Regioni, rappresenta i Land : i suoi 69 senatori (a numero fisso) sono eletti, con metodo proporzionale, regione per regione ma in tempi differenti (come gli Stati che formano il Senato Usa). La differenza costituzionale sostanziale è che il Bundestrat non concede o nega la fiducia al governo. Ecco, la prima differenza fondamentale: una sola Camera in Germania, due in Italia (Camera e Senato) che danno la fiducia. Infine, non va dimenticato che in Germania esiste l’istituto della ‘sfiducia costruttiva’ e in Italia no.

2. Due voti, in Germania, invece di uno solo…

In Germania, ogni elettore deve esprimere due voti, chiamati – senza molta fantasia – “primo voto” (erststimme) e “secondo voto” (zweitstimme). L’erststimme (primo voto) è il voto maggioritario e uninominale. In ognuno dei 299 collegi in cui è diviso il territorio nazionale viene eletto solo il candidato più votato, anche solo con la maggioranza relativa. E’ il sistema maggioritario classico, first past the post, che viene usato anche negli Usa o in Gran Bretagna. In soldoni, chi ha più voti, viene eletto. Con il zweitstimme (secondo voto) l’elettore sceglie invece un partito. La percentuale di voti ottenuta nel zweitstimme determina il numero di seggi nel Bundestag a cui quel partito ha diritto. Sono esclusi dal riparto dei voti i partiti che hanno ottenuto meno del 5% di ‘secondi voti’ oppure meno di tre candidati eletti nei collegi uninominali con il ‘primo voto’. In Italia, invece, non vi saranno due schede elettorali, ma una sola: si potrà votare il candidato nel collegio e, in una lista a fianco, i candidati dei partiti nelle rispettive liste circoscrizionali. Due altre significative differenze: in Germania è possibile il voto disgiunto – come avviene per le liste e i candidati sindaci nei comuni sopra i 15 mila abitanti in Italia – cioè si può votare per un partito di una lista del proporzionale e il candidato nel collegio uninominale di un’altra (o viceversa). In Italia non sarà possibile il voto disgiunto: il voto alla lista trascina quello al candidato di collegio (e vale il viceversa).

3. I seggi ‘variabili’ e l’assegnazione dei seggi

Nel riparto della quota proporzionale – che in Germania vengono scelti sulla base di listini bloccati, uno per Land – c’è una complicazione di calcolo: al numero totale di seggi a cui un partito ha diritto vanno sottratti gli eletti con il ‘primo voto’. Proviamo a spiegarci meglio. Il candidato che vince il suo collegio uninominale è automaticamente eletto, ma una lista può ottenere più seggi uninominali di quanti gliene assegna la quota proporzionale: è tale quota che in Germania determina il numero degli eletti. Se, dunque, i vincitori nei collegi uninominali (primo voto) sono di più di quelli che spetterebbero alle liste collegate (secondo voto), ma anche se i vincitori nei collegi hanno corrispondenti seggi nella parte proporzionale (cioè non ‘pescano’ nei listini, aumentando la loro quota di seggi); o se, in base a un riparto proporzionale che deve tener conto dello sbarramento nazionale al 5% (ci torneremo subito), le liste della quota proporzionale hanno diritto a un numero maggiore di seggi. Ecco perché il numero dei deputati del Bundestag è ‘aumentabile’: può passare da quello ‘minimo’ di 598 seggi (299 sono collegi uninominali e 299 su liste bloccate proporzionali) ai 630 dell’attuale legislatura. Il numero dei deputati del Bundestag è ‘variabile’, quello del Parlamento italiano è, per Costituzione, ‘fisso’ (915 totali).

4. Qualche esempio.

Qualche esempio può aiutare a capire meglio la questione. Nel 2013 la Cdu ha ottenuto il 41,5% dei voti, così divisi: 236 seggi nella parte dei collegi maggioritari (primo voto) e 75 seggi nella quota proporzionale. Il totale è 311 seggi, ma con il 41,5% dei voti la Cdu ha ottenuto il 49,3% dei seggi. I verdi, invece, hanno ottenuto il 7,3% dei voti (superando la soglia di sbarramento), ma hanno vinto in un solo collegio uninominale: hanno quindi ottenuto, nella parte proporzionale, 62 seggi, per arrivare ai 63 totali fissati e, di fatto, è come se avessero ottenuto oltre il 10% dei voti.

5. La soglia di sbarramento fissa al 5%

L’effetto distorcente della rappresentanza proporzionale è dato, appunto, dalla soglia di sbarramento nazionale al 5%: sotto tale soglia, un partito non ha diritto a rappresentanza, a meno che non vinca in almeno tre collegi uninominali, in qual caso ottiene, però, rappresentanza solo per tre collegi, senza alcuna aggiunta di seggi nella parte proporzionale.  In Italia la soglia di sbarramento è fissata al 5% e vale per tutti senza cioè alcuna soglia di vittoria nei collegi uninominali.

C) L’iter della legge e i tempi per le elezioni anticipate.

  1. La corsa alla Camera, lo step del Senato. Legge approvata entro metà luglio?

In I commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati era stato depositato come testo base dal Pd (primo firmatario Emanuele Fiano) un sistema elettorale originale, il cd. ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo del Pd, Ettore Rosato. Ne consegue che gli emendamenti che Pd e FI hanno presentato per ‘tedeschizzare’ ulteriormente il sistema non potevano che partire da questo testo base. Il nuovo sistema tedesco è stato presentato con un maxi emendamento del relatore Fiano. Il voto, in commissione, sugli emendamenti si dovrà chiudere entro il 3 giugno. A partire dal 5 giugno il testo andrà in Aula per la discussione generale e il voto finale. Una volta chiusa la riforma con il voto finale entro l’8 giugno (la conferenza dei capigruppo ha fissato tempi stringenti, 22 ore di dibattito, nessuna pausa per elezioni comunali, possibilità di seduta notturna), il testo passerà al Senato per la discussione in commissione e poi in Aula, seguendo le medesime modalità. Se la tabella di marcia verrà rispettata (Pd, FI, M5S hanno una solida maggioranza sia alla Camera che al Senato, su tale testo) la riforma elettorale – entro il 7 o il 15 luglio – sarà legge. Sempre che, ovviamente, non venga modificata (in quel caso dovrebbe tornare, dal Senato, alla Camera, facendo saltare tutti i tempi di approvazione previsti) o che, ma è difficile, il Senato non la bocci.

2. Nessuna delega al ministero dell’Interno. La corsa verso il voto. 

Non verrà affidata una delega al ministero degli Interni per ridisegnare i collegi uninominali: verranno adottati, con uno schema preparato dagli uffici studi della Camera, i collegi del vecchio Mattarellum direttamente nella legge elettorale. Un modo per risparmiare tempo rispetto alla delega al governo che, di solito, ci mette 45 giorni per scriverla. Così dalla data di pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, potranno essere sciolte le Camere e andare a urne anticipate in autunno. La data specifica (il Pd punta al 24 settembre, FI attenderebbe ottobre, scegliendo tra l’8, il 15 e il 22, M5S propone, addirittura, di votare il 10 settembre…) non è nella disponibilità dei partiti, ma del Capo dello Stato. Qualora il presidente del Consiglio si dimetta e Mattarella, una volta registrata l’impossibilità a proseguire la legislatura fino a scadenza naturale (marzo 2018), decidesse di sciogliere le Camere, scattano i vincoli previsti dall’art. 61 della Costituzione: “Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni”. Si tratta, in entrambi i casi, di vincoli massimi e, per la prima riunione delle Camere, non ci sono vincoli minimi. Invece per le elezioni il vincolo minimo è di 45 giorni ed è stabilito dall’art. 11 del Testo Unico Camera (D.P.R. 30 marzo 1957, n° 361):

“1. I comizi elettorali sono convocati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri.

  1. Lo stesso decreto fissa il giorno della prima riunione della Camera nei limiti dell’art. 61 della Costituzione.
  2. Il decreto è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale non oltre il 45° giorno antecedente quello della votazione.”

In genere le elezioni vengono indette a una scadenza di circa 55/60 giorni dallo scioglimento. L’ultima volta le Camere furono sciolte il 22 dicembre 2012 e le elezioni si svolsero il 24 e 25 febbraio 2013. Anche per la prima riunione in genere si utilizza quasi tutto il tempo massimo previsto: la prima seduta si svolse infatti il 15 marzo 2013.

Di conseguenza, qualora la legge fosse approvata entro metà luglio e il Governo si dimettesse, sarebbe possibile votare dalla fine di settembre ai primi di ottobre e riunire le nuove Camere da metà ottobre o da fine ottobre in poi.

NB: nella parte finale mi sono avvalso di una nota esplicativa del prof. Ceccanti

“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

Senato, Renzi accelera i tempi, ma i ribelli hanno un asso nella manica, il presidente Grasso

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)ss

PALAZZO Chigi e il Nazareno sanno di avere davanti a sé, sulla riforma del Senato, due nemici: uno interno, la minoranza del Pd, assai agguerrita, e un esterno, il presidente del Senato Grasso, assai insidioso.
Lo sfogo contro il nemico numero 1 arriva da un senatore renziano: «La minoranza vuole andare allo showdown finale? A costo di mandarci sotto e obbligarci alle elezioni anticipate? Si accomodino. Però sappiano che, come ha detto il nostro capogruppo, Luigi Zanda, il Pd non può essere meno gestibile di un’assemblea di condominio».

MAN MANO che ci si avvicina alla data fatidica (8 settembre il giorno in cui il ddl Boschi sulla riforma del Senato riprenderà il suo iter) è sempre più evidente che il problema è, appunto, «politico». Le modalità «tecniche» per venirsi incontro, volendo, ci sono. Le ha individuate la presidente Finocchiaro (spostare in capo all’art. 10, e non all’art. 2, già votato in modo identico dalle due Camere, l’elettività dei senatori) e alcuni governatori (lasciare alle singole regioni la scelta dei futuri senatori). Ma il massimo della concessione possibile individuata (un «listino» in cui eleggere i senatori tra i consiglieri regionali: indicati dai partiti, ma scelti, indirettamente, dai cittadini) non basta ai vietcong Pd: vogliono l’elettività diretta e amen. Il problema, così, resta «politico»: se la minoranza (i 25 vietcong dem, sicuramente asciugabili a 15, nel senso che un drappello di 10 pronti a cedere le armi ci sarebbe) non cede e si somma, nel voto finale, alle opposizioni, la frittata è fatta. Vero è che, in questa fase, basta la maggioranza semplice, per passare, al Senato, ma prima o poi il problema della fatidica soglia dei 161 voti (quorum del plenum dell’Aula) si riproporrà, nelle successive letture. Il governo ha numeri, allo stato, pure alti (183, grazie al nenonato gruppo Ala, i verdiniani), ma crollerebbe a 158, sotto quota 161 se tutti i ribelli restassero compatti. Sempre che al governo non arrivino nuovi apporti (forzisti inquieti, vendoliani dati in uscita come Dario Stefano, ex M5S ora Idv…) o un nuovo «patto del Nazareno» mignon sotto forma di «non ostilità», forse uscendo in un po’ dall’Aula.

Ieri della situazione a dir poco incresciosa che si sta creando al Senato, hanno di certo parlato il presidente della Repubblica Sergio MAttarella e il suo predecessore, Giorgio Napolitano, che è salito al Colle per fargli visita. peraltro, si dice che proprio MAttarella potrebbe intervenire, con una sorta di moral suasion, su Grasso per convincerlo a riaprire alla discussione e al voto solo l’emendamento sulla preposizione famosa (“dai” e “nei”) e non sull’intero articolo 2, dando di fatto una mano al governo e limitando il potere di interdizione della minoranza dem e delle opposizioni.
Resta che «Renzi vuole andare avanti, come un treno, sulle riforme», dicono i suoi, «è pronto a concedere qualcosa sulle funzioni del nuovo Senato, ma sulla non elettività dei futuri senatori non cede».
Ne consegue la strategia già studiata da Zanda e i suoi: qualche giorno di dibattito in commissione, rapida presa d’atto che la mole degli emendamenti (513 mila) è inaccettabile, seguente richiesta di passaggio al voto direttamente in Aula. Il tutto, scrive oggi Repubblica in un retroscena, con tempi che non cavallino settembre anche per permettere che la prima lettura del ddl Boschi arrivi a dama entro e non oltre il mese di ottobre, quando le Camere saranno assorbite dalla discussione sulla Legge di Stabilità per il 2016.

ED È QUI, però, che entra in gioco il secondo nemico sul campo di Renzi, anzi forse il generale Giap dei vietcong. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, che – sospira un senatore renziano che ne segue bene le mosse – «gioca una partita tutta sua, da presunto statista del futuro». Grasso, infatti, pur smentendo i retroscena che lo vedono già pronto ad avallare la posizione delle opposizioni e della minoranza dem sulla emendabilità del famoso art. 2, non può smentire il suo passato. Culturalmente e politicamente lontano da Renzi e dal suo mondo, bersaniano prima e para-grillino poi, sacro custode di un’istituzione, il Senato, i cui alti funzionari (la segretaria generale Serafin, il suo vice Toniato e molti altri) hanno persino sfornato un dossier «anti» ddl Boschi («ne esce un Senato pasticciato e inutile», testuale), affascinato da scenari futuribili (l’incarico da premier se Renzi fallisse), Grasso ha già fatto diversi sgarbi, a Renzi. Non sostituire dei membri in I commissione, dove il governo rischia a ogni passo, e neppure in Giunta per il Regolamento, dove la maggioranza non ha la… maggioranza (sic) e dare, spesso e volentieri, ragione ai tempi e alle proteste delle opposizioni su leggi cruciali.
«Succederà anche sull’art. 2, in Aula», sospira un renziano, «e quando si aprirà lo scontro finale, lo so già: avremo anche Grasso contro, oltre alla minoranza e opposizioni». Dura la vita, a palazzo Madama, per i pur sfrontati marines yankees.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 1 settembre 2015 a pagina 9 di Quotidiano Nazionale

#Senato, la minoranza dem ci spera per un attimo, ma l’apertura di Renzi non c’è: “Nessuna trattativa sul Senato elettivo”.

l'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

L’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

«SIAMO pronti a fare modifiche» fa capire Renzi in un’intervista al Corsera di domenica scorsa sulla riforma del Senato. La minoranza dem esulta, ma stavolta rischia l’abbaglio. Le modifiche, spiegano subito dall’inner circle del premier, riguardano «le funzioni e le competenze del nuovo Senato» (politiche pubbliche, rapporti Stato-Regioni) da un lato e, dall’altro, «i quorum le modalità di elezione degli organi di garanzia delle Camere future» (Consulta, Csm, Capo dello Stato). Morale: si può cambiare tutto, o quasi, «tranne» ciò che la minoranza chiede da mesi in modo martellante: l’elettività diretta dei futuri senatori (art. 2 del ddl Boschi). Quella non si tocca perché – spiega un renziano di rango esperto del ramo – «solo se cambi le parti già modificate una volta da una delle due Camere nella prima lettura, poi puoi fare una nuova, rapida, navetta, ma se torni indietro sugli articoli già votati in un testo identico da entrambe le Camere (come è, appunto, in merito al famoso art. 2 e alla preposizione-cavillo ‘dai’-nei’, ndr.) è come far ripartire tutta la riforma da capo, rimandandola alle calende greche. Come se la maggioranza non avesse fatto niente, finora, e questo, davvero, non si può fare perché siamo di fronte al Paese e all’Europa».

NON A caso Renzi dice: «Se vogliamo fare forzature sul testo uscito dalla Camera, i numeri ci sono» anche perché ora – aggiunge il premier – ci sono «numeri in più», a sostegno delle riforme, dei verdiniani del gruppo Ala, euforici del pubblico riconoscimento.
Ergo, per il premier e i renziani, l’elettività dei futuri senatori, da scegliere per la maggior parte dentro i consigli regionali (74) e, in parte minore (21), tra i sindaci, con modalità elettiva di «secondo grado», cioè non direttamente da parte del corpo elettorale, non si tocca. Alla faccia di chi, nella minoranza (25 senatori, tutti agguerriti), ha invece inteso le parole di Renzi come un’apertura, sull’elettività, dunque, non se ne farà nulla, se non appunto, su temi «minori» (politiche pubbliche, materie comuni, specie quelle etiche, quorum e modalità di elezione degli organi costituzionali). Quisquillie che non farebbero ripartire la riforma da zero, anche se farebbero slittare comunque di alcuni mesi i tempi. Infatti, anche se pochi lo dicono, e ancor meno lo sanno, l’attuale passaggio del Senato, che allo stato è il secondo, sta ancora dentro la “Prima lettura” delle due Camere: finché il testo non è identico, infatti, la navetta tra i due rami del Parlamento continua come per una legge ordinaria. Ergo, solo se il Senato licenziasse un testo identico a quello della Camera (ipotesi, allo stato, implausibile) si entrerebbe a ottobre nella seconda lettura dopo il secondo passaggio alla Camera, il che vorrebbe dire che la terza e quarta lettura arriverebbero per gennaio 2016 e il referendum potrebbe essere tenuto entro luglio 2016. Se, invece, come è molto probabile, il Senato cambierà delle parti del testo del ddl Boschi (minori o maggiori, politicamente rilevanti o meno non importa), la Camera dovrà rivotarli, il testo tornerà al Senato, a questo punto entro dicembre, e solo lì si chiuderebbe la II lettura con la II e la IV prevedibili per marzo 2015 e il referendum istituzionale che, a causa dei tempi tecnici per indirlo (sei mesi), scavallerebbe l’estate e si terrebbe a ottobre 2016.

Non che la minoranza dem, le opposizioni (FI, Lega, M5S, Sel, ex-grillini) e pezzi di maggioranza (Gal, Idv e gli inquieti senatori Ncd, sempre più inquieti) non abbiano frecce al loro arco a fronteggiare l’offensiva di Renzi che intende andare avanti “come un treno”.
Due, in particolare possono colpire e far male. La prima è di lana caprina, sta sempre in capo all’art. 2 e verte sulla differenza tra la preposizione «nei>, presente nel testo originario, che era diventata «dai» consigli regionali in cui i 21 sindaci (e solo loro, si badi bene) verranno eletti tra i futuri 100 senatori (gli altri senatori saranno eletti dai consigli regionali e 5 saranno senatori a vita o ex Capi di Stato). Insomma, la preposizione cambiata per prima cosa non c’entra nulla con la questione dell’elettività diretta dei senatori nei consigli regionali (direttamente dai consigli regionali nel testo originario, su un listino a parte indicato dai partiti ma scelto dagli elettori quando votano i consigli regionali nel caso passi la mediazione che i renziani hanno, per ora inutilmente, proposto alla minoranza) ma con la modalità di elezione dei sindaci (‘nei’ o ‘dai’ consigli regionali) e, come seconda cosa, si porta con sé il problema della sfasatura o  non coincidenza tra il mandato dei sindaci e quello dei consigli regionali. Resta il punto: si tratta di un sofisma-grimaldello (se il testo è difforme, esso va rivotato, la tesi dei sostenitori della minoranza) utile a riaprire la discussione al Senato, allungando di molto i tempi della riforma.

Cosa che si può fare a colpi di emendamenti (sono 17 quelli della minoranza, non 513 mila come quelli di Calderoli, e peraltro ben scritti, anche se, pare, con la ‘manina’ dell’aiuto dei tecnici del Senato…) e dunque della più classica delle armi: l’ostruzionismo parlamentare. Oppure, appunto, con emendamenti killer che mettano in discussione il cuore della riforma (la non elettività dei futuri senatori, le loro non indennità e il privar loro di molti poteri) per riuscire, però, nello stesso, unico, intento: mettere in difficoltà o mandar sotto il governo. La questione, dunque, pur se di lana caprina, è dirimente. Da un punto di vista preliminare, sulla possibilità di ammettere o meno emendamenti all’art. 2 si sono già pronunciati due personalità importanti: l’ex capo dello Stato Napolitano la presidente della I commissione Affari costituzionali, Finocchiaro l’hanno esclusa in modo categorico, dichiarandola inammissibile a scapito dell’intero processo riformatore. L’ultima parola, però spetta al presidente del Senato Pietro Grasso. Il quale fa sapere di essere di fatto favorevole a riaprire la querelle (cioè l’ammissibilità degli emendamenti all’art. 2 del ddl Boschi) e, di fatto, a voler dare una bella mano alle opposizioni e alla minoranza dem contro il governo, come ieri notava Repubblica – ma, per non rompere definitivamente con Renzi, che lo imputa di essere ostile alla riforma insieme ai suoi più alti funzionari, potrebbe rimandare la discussione alla Giunta per il Regolamento, dove però la maggioranza ha numeri risicati, lavandosene le mani.

LA SECONDA freccia della minoranza dem e delle opposizioni più dure è nei voti (175) che sorreggono le firme agli emendamenti pro-Senato elettivo: se fossero tali, il governo, di fatto, non avrebbe più la maggioranza. Vero che, in questa I lettura, al ddl Boschi «non» serve la maggioranza assoluta dei voti dell’Aula (161), ma solo la maggioranza semplice (basta un voto in più) e che, coi verdiniani, la maggioranza di governo è, sulla carta, di ben 183 voti (ma solo compresi i 25 dissidenti dem, altrimenti scenderebbe pericolosamente sotto i 160 voti…), persino un’instancabile «stabilizzatore» della maggioranza, il senatore Paolo Naccarato (Gal), spera che «Renzi, di fronte al portato storico della riforma a portata di mano si convinca a non perdersi in questioni di contorno o di puntiglio».
Il guaio è che quello che per il senatore Naccarato è «un puntiglio», l’elettività o meno dei futuri senatori, per Renzi è un punto d’onore. Su quello non intende cedere, ma andare avanti, fino in fondo. A costo di arrivare allo scontro finale: finire «sotto» al Senato e chiedere a Mattarella le urne anticipate, l’arma fine di mondo. Non a caso, il Capo dello Stato è preoccupato e fa sapere: l’Italia deve fare le riforme, non ha bisogno di scossoni.

NB: Questo articolo è stato pubblicato – in forma più succinta –  lunedì 31 agosto 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale 

#Renzi e i suoi marines contro la minoranza #Pd e i suoi vietcong. Due giorni di guerriglia ad alta intensità. Tema: la riforma del Senato

NB: due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti il primo il 2 agosto 2015 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale mentre il secondo è uscito il 3 agosto 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 

1) Renzi: pazienza finita con i ribelli Pd: <Stop agguati o vi porto al voto a marzo 2016>.  Se in autunno la riforma non passa in prima lettura, sarà guerra totale con la minoranza.

Ettore Maria Colombo  – BOLOGNA –

Matteo Renzi e il Senato.

Matteo Renzi e il Senato.

CASO AZZOLLINI e voto al Senato. Caso Rai e voto, sempre al Senato, su quell’art 4 che ha visto la maggioranza di governo andare «sotto» grazie all’unione delle opposizioni e di ben 19 (su 25 potenziali) senatori della minoranza. Caso riforma del Senato e voto – dove? sempre al Senato, si capisce – che, ai primi di settembre, si trasformerà nella «prova regina», per Renzi. «O la minoranza si adegua e accetta il compromesso già proposto (elezione indiretta dei senatori mediante listino apposito, ndr.) – si ragiona a palazzo Chigi – oppure se vogliono guerra avranno guerra. Come si dice? A brigante, brigante e mezzo», sbotta Renzi che «di quelli» non ne può più.

FINO, appunto, all’«arma fine di mondo»: il ricorso alle urne anticipate (prima data utile: febbraio-marzo 2016) a costo di votare alla Camera con l’Italicum (legge già approvata, collegi già disegnati dal ministero dell’Interno sulla base di uno studio dell’Istat, pur se con dei “bachi” che urgono revisione) e, al Senato, con il Consultellum. Una doppia legge elettorale un po’ pazza (e molto “italica”) che però il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, un pasdaran del premier, ritiene «uno scenario plausibile». E scenario che permetterebbe al segretario-premier d’imbastire una campagna elettorale tutta contro i «frenatori», i «gufi» e i «conservatori» anti-riforme e anti-italiani presenti sia «dentro» (la minoranza) che, naturalmente, «fuori» (Grillo e Salvini) il suo Pd. Si vedrà. Certo è che nel Pd è ripresa la guerra «tutti contro tutti» e, appunto, su tutti gli argomenti.

Si prenda, per dire, la giustizia. Renzi sfida i giudici («Non siamo i vostri passacarte») e – assicura chi, col capogruppo al Senato Luigi Zanda e i vicesegretari Pd, ha preso parte alla scelta di dare libertà di voto sul caso Azzollini – «ha preso tale decisione non per calcolo, ma per intima convinzione».
L’EX giudice ed ex (sconfitto) candidato sindaco di Venezia, Felice Casson, attacca con durezza il voto dei colleghi che hanno salvato il senatore dell’Ncd («Lo ha salvato la Casta infastidita dai pm»). Ben 12 senatori dem prendono carta e penna e replicano piccati: «parole offensive, sgradevoli, lettura fuorviante e caricaturale del rapporto politica-magistratura». Poi entrano nel merito, ma a pesare sono le firme: la giornalista antimafia Capacchione, il capogruppo in Giunta Immunità Cucca, e poi Ichino, Santini, Susta, etc.
Ma a bruciare, sulla pelle di Renzi, è ben altro, e cioè il voto sulla Rai che lo «costringe» a rinnovare il cda con la vituperata Gasparri.
L’attacco dei marines renziani (Carbone, Marcucci, pure Lotti) è spietato, violento, ad alzo zero. La replica dei vietcong della minoranza è altrettanto dura, spietata.
Le parole volano pesanti, tra colleghi, specie al Senato, neppure ci si parla più: «paiono due gruppi diversi, tra renziani e sinistra, anche fisicamente siedono distanti», nota un osservatore esterno.

In più, l’Unità perde ogni giorno l’occasione di portar pace. Federico Fornaro, che di suo sarebbe uno pacioso, le scrive una lettera piccata «amareggiato dalla ricostruzione» (il giorno dopo il senatore ed ex giornalista Massimo Mucchetti la paragonerà alla Pravda). E sarà pur vero, come dice Renzi, che «meno male, son pochi», quelli della minoranza, al Senato, ma se restano in 20-25 saranno dolori, per la maggioranza a settembre.
Se, invece, come già accaduto alla Camera, Renzi riuscisse ad asciugarli (grazie al suo Zanda, ovvio) a 10-15 pasdaran suicidi, allora sì che i verdiniani tornerebbero utili. Altrimenti, da settembre in poi, a palazzo Madama «si balla» e, forse, si va persino a elezioni. Lo sa Renzi, lo sa la sinistra dem.

2) Riforme, scontro finale nel Pd. Orfini: Vietnam? basta minacce. I ribelli annunciano emendamenti a raffica alla riforma del Senato. Boschi: noi giovani più saggi dei vecchi.

Ettore Maria Colombo – BOLOGNA

 

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

PATETICI. Irresponsabili. Figli della vecchia politica. Siete come Razzi, Scilipoti, anzi siete peggio. Teorici alla doppia morale. Vili. Traditori. Cercate imboscate. Assurdi. Minoritari. Inquietanti (sic). Inaccettabili. Anti-italiani». Ecco, queste solo nella giornata di ieri erano, scorrendo le agenzie, le dichiarazioni «ufficiali» di renziani di prima (Carbone Ernesto, Marcucci Andrea), seconda (Morani Alessia, Di Giorgi Rosa) e pure di terza fascia (la ex minoranza di «Sinistra è Cambiamento»: Mauri Matteo, Mirabelli Franco).
Senza dimenticare il presidente del partito, Matteo Orfini, che – forse anche per farsi dimenticare gli attriti con il premier su Roma – dismette i panni super partes per quelli del fustigator di costumi: «Che alcuni senatori del mio partito minaccino il ’Vietnam parlamentare’ contro il nostro governo a me pare incredibile», fa con un tweet. Infine, in serata, parla la Boschi: «la minoranza deve adeguarsi alla maggioranza» e «Toccherà a noi giovani esser più saggi di senatori che hanno più esperienza ma minacciano la guerriglia». Si distinguono, in ogni caso, tutti i renziani – veri o di complemento – sopraccitati per l’attacco a testa bassa contro la minoranza (quando si trovano tra loro i renziani li chiamano «minorati») del loro stesso partito, che sarebbe il Pd.

L’ACCUSA, roba da pena capitale, è di puntare, tramite una serie di emendamenti (almeno tre: Senato elettivo diretto e non di secondo grado; allargamento della platea dei Grandi elettori per l’elezione del presidente della Repubblica; placet di entrambe le Camere per il via libera ad alcune leggi) che verranno depositati la prossima settimana a palazzo Madama dai «vigliacchi traditori» medesimi, al «Vietnam», in Senato in merito alla riforma del Senato stessa.
La reazione dei «minorati» – che ormai si crogiolano nel definirsi vietcong, in ricordo della (vittoriosa) lotta anti-imperialista durante la guerra del Vietnam – è stata altrettanto accesa, dura, serrata: «non siamo i passacarte di palazzo Chigi» (Roberto Speranza); «siete diventati i volontari dell’intolleranza, pretoriani dell’obbedire senza discutere» (Chiti Vannino e Migliavacca Maurizio); etc.. Fino al dottor sottile Miguel Gotor che, già storico del caso Moro, già ideologo di Pier Luigi Bersani e, ora, «generale» delle truppe Vietcong (comandante in seconda il pacioso Federico Fornaro), sibila: «chi parla di Vietnam ha visto troppi film di avventura, cerca lo scontro».

ORA, stabilito che del «merito», in realtà, interessa poco e a tutti mentre della lotta politica interna al partito interessa assai (e a tutti), bisogna «fare a capirsi», quando si parla di Pd. Un certo grado (alto) di polemica interna è usuale, tra i dem, ma stavolta l’impressione è che il livello dello scontro stia, oggettivamente, «tracimando». I renziani non vedono l’ora di liberarsi di «gufi» e «rosiconi», e stavolta per sempre. Sia per creare un ‘vero’ «partito della Nazione» di centro che guarda a destra, e non certo più a sinistra, ma anche per iniziare a controllare sul serio e per davvero un partito che ancora gli sguscia via tra le mani, facendo in grande l’operazione di ‘normalizzazione’ già imposta all’Unità.
La sinistra interna, invece, che pure non ha intenzione di seguire i vari Fassina-Civati-Cofferati in scissioni «fumose e velleitarie» e continua a puntare a riprendersi il partito (la cara vecchia «Ditta»), inizia a puntare seriamente, più che alle elezioni anticipate, a un cambio di cavallo in corsa: non un Renzi bis, ma a un governo istituzionale, o «del Presidente», che – complice, oltre a Mattarella, un pezzo di Pd passato con Renzi che dovrebbe «ri-tradire» e tornare con loro (franceschiniani, fassiniani, Giovani turchi persino) – traghetti il Paese a fine legislatura e permetta di riprendere la «battaglia di lunga durata» e, poi, il Pd. Chi vincerà, alla fine, tra yankees renziani e vietcong (neo?) comunisti, non si sa. Una sola cosa è certa: la guerra in Vietnam, quella vera, alla fine non la vinse nessuno.