“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

Senato, Renzi accelera i tempi, ma i ribelli hanno un asso nella manica, il presidente Grasso

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)ss

PALAZZO Chigi e il Nazareno sanno di avere davanti a sé, sulla riforma del Senato, due nemici: uno interno, la minoranza del Pd, assai agguerrita, e un esterno, il presidente del Senato Grasso, assai insidioso.
Lo sfogo contro il nemico numero 1 arriva da un senatore renziano: «La minoranza vuole andare allo showdown finale? A costo di mandarci sotto e obbligarci alle elezioni anticipate? Si accomodino. Però sappiano che, come ha detto il nostro capogruppo, Luigi Zanda, il Pd non può essere meno gestibile di un’assemblea di condominio».

MAN MANO che ci si avvicina alla data fatidica (8 settembre il giorno in cui il ddl Boschi sulla riforma del Senato riprenderà il suo iter) è sempre più evidente che il problema è, appunto, «politico». Le modalità «tecniche» per venirsi incontro, volendo, ci sono. Le ha individuate la presidente Finocchiaro (spostare in capo all’art. 10, e non all’art. 2, già votato in modo identico dalle due Camere, l’elettività dei senatori) e alcuni governatori (lasciare alle singole regioni la scelta dei futuri senatori). Ma il massimo della concessione possibile individuata (un «listino» in cui eleggere i senatori tra i consiglieri regionali: indicati dai partiti, ma scelti, indirettamente, dai cittadini) non basta ai vietcong Pd: vogliono l’elettività diretta e amen. Il problema, così, resta «politico»: se la minoranza (i 25 vietcong dem, sicuramente asciugabili a 15, nel senso che un drappello di 10 pronti a cedere le armi ci sarebbe) non cede e si somma, nel voto finale, alle opposizioni, la frittata è fatta. Vero è che, in questa fase, basta la maggioranza semplice, per passare, al Senato, ma prima o poi il problema della fatidica soglia dei 161 voti (quorum del plenum dell’Aula) si riproporrà, nelle successive letture. Il governo ha numeri, allo stato, pure alti (183, grazie al nenonato gruppo Ala, i verdiniani), ma crollerebbe a 158, sotto quota 161 se tutti i ribelli restassero compatti. Sempre che al governo non arrivino nuovi apporti (forzisti inquieti, vendoliani dati in uscita come Dario Stefano, ex M5S ora Idv…) o un nuovo «patto del Nazareno» mignon sotto forma di «non ostilità», forse uscendo in un po’ dall’Aula.

Ieri della situazione a dir poco incresciosa che si sta creando al Senato, hanno di certo parlato il presidente della Repubblica Sergio MAttarella e il suo predecessore, Giorgio Napolitano, che è salito al Colle per fargli visita. peraltro, si dice che proprio MAttarella potrebbe intervenire, con una sorta di moral suasion, su Grasso per convincerlo a riaprire alla discussione e al voto solo l’emendamento sulla preposizione famosa (“dai” e “nei”) e non sull’intero articolo 2, dando di fatto una mano al governo e limitando il potere di interdizione della minoranza dem e delle opposizioni.
Resta che «Renzi vuole andare avanti, come un treno, sulle riforme», dicono i suoi, «è pronto a concedere qualcosa sulle funzioni del nuovo Senato, ma sulla non elettività dei futuri senatori non cede».
Ne consegue la strategia già studiata da Zanda e i suoi: qualche giorno di dibattito in commissione, rapida presa d’atto che la mole degli emendamenti (513 mila) è inaccettabile, seguente richiesta di passaggio al voto direttamente in Aula. Il tutto, scrive oggi Repubblica in un retroscena, con tempi che non cavallino settembre anche per permettere che la prima lettura del ddl Boschi arrivi a dama entro e non oltre il mese di ottobre, quando le Camere saranno assorbite dalla discussione sulla Legge di Stabilità per il 2016.

ED È QUI, però, che entra in gioco il secondo nemico sul campo di Renzi, anzi forse il generale Giap dei vietcong. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, che – sospira un senatore renziano che ne segue bene le mosse – «gioca una partita tutta sua, da presunto statista del futuro». Grasso, infatti, pur smentendo i retroscena che lo vedono già pronto ad avallare la posizione delle opposizioni e della minoranza dem sulla emendabilità del famoso art. 2, non può smentire il suo passato. Culturalmente e politicamente lontano da Renzi e dal suo mondo, bersaniano prima e para-grillino poi, sacro custode di un’istituzione, il Senato, i cui alti funzionari (la segretaria generale Serafin, il suo vice Toniato e molti altri) hanno persino sfornato un dossier «anti» ddl Boschi («ne esce un Senato pasticciato e inutile», testuale), affascinato da scenari futuribili (l’incarico da premier se Renzi fallisse), Grasso ha già fatto diversi sgarbi, a Renzi. Non sostituire dei membri in I commissione, dove il governo rischia a ogni passo, e neppure in Giunta per il Regolamento, dove la maggioranza non ha la… maggioranza (sic) e dare, spesso e volentieri, ragione ai tempi e alle proteste delle opposizioni su leggi cruciali.
«Succederà anche sull’art. 2, in Aula», sospira un renziano, «e quando si aprirà lo scontro finale, lo so già: avremo anche Grasso contro, oltre alla minoranza e opposizioni». Dura la vita, a palazzo Madama, per i pur sfrontati marines yankees.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 1 settembre 2015 a pagina 9 di Quotidiano Nazionale

#Senato, la minoranza dem ci spera per un attimo, ma l’apertura di Renzi non c’è: “Nessuna trattativa sul Senato elettivo”.

l'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

L’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

«SIAMO pronti a fare modifiche» fa capire Renzi in un’intervista al Corsera di domenica scorsa sulla riforma del Senato. La minoranza dem esulta, ma stavolta rischia l’abbaglio. Le modifiche, spiegano subito dall’inner circle del premier, riguardano «le funzioni e le competenze del nuovo Senato» (politiche pubbliche, rapporti Stato-Regioni) da un lato e, dall’altro, «i quorum le modalità di elezione degli organi di garanzia delle Camere future» (Consulta, Csm, Capo dello Stato). Morale: si può cambiare tutto, o quasi, «tranne» ciò che la minoranza chiede da mesi in modo martellante: l’elettività diretta dei futuri senatori (art. 2 del ddl Boschi). Quella non si tocca perché – spiega un renziano di rango esperto del ramo – «solo se cambi le parti già modificate una volta da una delle due Camere nella prima lettura, poi puoi fare una nuova, rapida, navetta, ma se torni indietro sugli articoli già votati in un testo identico da entrambe le Camere (come è, appunto, in merito al famoso art. 2 e alla preposizione-cavillo ‘dai’-nei’, ndr.) è come far ripartire tutta la riforma da capo, rimandandola alle calende greche. Come se la maggioranza non avesse fatto niente, finora, e questo, davvero, non si può fare perché siamo di fronte al Paese e all’Europa».

NON A caso Renzi dice: «Se vogliamo fare forzature sul testo uscito dalla Camera, i numeri ci sono» anche perché ora – aggiunge il premier – ci sono «numeri in più», a sostegno delle riforme, dei verdiniani del gruppo Ala, euforici del pubblico riconoscimento.
Ergo, per il premier e i renziani, l’elettività dei futuri senatori, da scegliere per la maggior parte dentro i consigli regionali (74) e, in parte minore (21), tra i sindaci, con modalità elettiva di «secondo grado», cioè non direttamente da parte del corpo elettorale, non si tocca. Alla faccia di chi, nella minoranza (25 senatori, tutti agguerriti), ha invece inteso le parole di Renzi come un’apertura, sull’elettività, dunque, non se ne farà nulla, se non appunto, su temi «minori» (politiche pubbliche, materie comuni, specie quelle etiche, quorum e modalità di elezione degli organi costituzionali). Quisquillie che non farebbero ripartire la riforma da zero, anche se farebbero slittare comunque di alcuni mesi i tempi. Infatti, anche se pochi lo dicono, e ancor meno lo sanno, l’attuale passaggio del Senato, che allo stato è il secondo, sta ancora dentro la “Prima lettura” delle due Camere: finché il testo non è identico, infatti, la navetta tra i due rami del Parlamento continua come per una legge ordinaria. Ergo, solo se il Senato licenziasse un testo identico a quello della Camera (ipotesi, allo stato, implausibile) si entrerebbe a ottobre nella seconda lettura dopo il secondo passaggio alla Camera, il che vorrebbe dire che la terza e quarta lettura arriverebbero per gennaio 2016 e il referendum potrebbe essere tenuto entro luglio 2016. Se, invece, come è molto probabile, il Senato cambierà delle parti del testo del ddl Boschi (minori o maggiori, politicamente rilevanti o meno non importa), la Camera dovrà rivotarli, il testo tornerà al Senato, a questo punto entro dicembre, e solo lì si chiuderebbe la II lettura con la II e la IV prevedibili per marzo 2015 e il referendum istituzionale che, a causa dei tempi tecnici per indirlo (sei mesi), scavallerebbe l’estate e si terrebbe a ottobre 2016.

Non che la minoranza dem, le opposizioni (FI, Lega, M5S, Sel, ex-grillini) e pezzi di maggioranza (Gal, Idv e gli inquieti senatori Ncd, sempre più inquieti) non abbiano frecce al loro arco a fronteggiare l’offensiva di Renzi che intende andare avanti “come un treno”.
Due, in particolare possono colpire e far male. La prima è di lana caprina, sta sempre in capo all’art. 2 e verte sulla differenza tra la preposizione «nei>, presente nel testo originario, che era diventata «dai» consigli regionali in cui i 21 sindaci (e solo loro, si badi bene) verranno eletti tra i futuri 100 senatori (gli altri senatori saranno eletti dai consigli regionali e 5 saranno senatori a vita o ex Capi di Stato). Insomma, la preposizione cambiata per prima cosa non c’entra nulla con la questione dell’elettività diretta dei senatori nei consigli regionali (direttamente dai consigli regionali nel testo originario, su un listino a parte indicato dai partiti ma scelto dagli elettori quando votano i consigli regionali nel caso passi la mediazione che i renziani hanno, per ora inutilmente, proposto alla minoranza) ma con la modalità di elezione dei sindaci (‘nei’ o ‘dai’ consigli regionali) e, come seconda cosa, si porta con sé il problema della sfasatura o  non coincidenza tra il mandato dei sindaci e quello dei consigli regionali. Resta il punto: si tratta di un sofisma-grimaldello (se il testo è difforme, esso va rivotato, la tesi dei sostenitori della minoranza) utile a riaprire la discussione al Senato, allungando di molto i tempi della riforma.

Cosa che si può fare a colpi di emendamenti (sono 17 quelli della minoranza, non 513 mila come quelli di Calderoli, e peraltro ben scritti, anche se, pare, con la ‘manina’ dell’aiuto dei tecnici del Senato…) e dunque della più classica delle armi: l’ostruzionismo parlamentare. Oppure, appunto, con emendamenti killer che mettano in discussione il cuore della riforma (la non elettività dei futuri senatori, le loro non indennità e il privar loro di molti poteri) per riuscire, però, nello stesso, unico, intento: mettere in difficoltà o mandar sotto il governo. La questione, dunque, pur se di lana caprina, è dirimente. Da un punto di vista preliminare, sulla possibilità di ammettere o meno emendamenti all’art. 2 si sono già pronunciati due personalità importanti: l’ex capo dello Stato Napolitano la presidente della I commissione Affari costituzionali, Finocchiaro l’hanno esclusa in modo categorico, dichiarandola inammissibile a scapito dell’intero processo riformatore. L’ultima parola, però spetta al presidente del Senato Pietro Grasso. Il quale fa sapere di essere di fatto favorevole a riaprire la querelle (cioè l’ammissibilità degli emendamenti all’art. 2 del ddl Boschi) e, di fatto, a voler dare una bella mano alle opposizioni e alla minoranza dem contro il governo, come ieri notava Repubblica – ma, per non rompere definitivamente con Renzi, che lo imputa di essere ostile alla riforma insieme ai suoi più alti funzionari, potrebbe rimandare la discussione alla Giunta per il Regolamento, dove però la maggioranza ha numeri risicati, lavandosene le mani.

LA SECONDA freccia della minoranza dem e delle opposizioni più dure è nei voti (175) che sorreggono le firme agli emendamenti pro-Senato elettivo: se fossero tali, il governo, di fatto, non avrebbe più la maggioranza. Vero che, in questa I lettura, al ddl Boschi «non» serve la maggioranza assoluta dei voti dell’Aula (161), ma solo la maggioranza semplice (basta un voto in più) e che, coi verdiniani, la maggioranza di governo è, sulla carta, di ben 183 voti (ma solo compresi i 25 dissidenti dem, altrimenti scenderebbe pericolosamente sotto i 160 voti…), persino un’instancabile «stabilizzatore» della maggioranza, il senatore Paolo Naccarato (Gal), spera che «Renzi, di fronte al portato storico della riforma a portata di mano si convinca a non perdersi in questioni di contorno o di puntiglio».
Il guaio è che quello che per il senatore Naccarato è «un puntiglio», l’elettività o meno dei futuri senatori, per Renzi è un punto d’onore. Su quello non intende cedere, ma andare avanti, fino in fondo. A costo di arrivare allo scontro finale: finire «sotto» al Senato e chiedere a Mattarella le urne anticipate, l’arma fine di mondo. Non a caso, il Capo dello Stato è preoccupato e fa sapere: l’Italia deve fare le riforme, non ha bisogno di scossoni.

NB: Questo articolo è stato pubblicato – in forma più succinta –  lunedì 31 agosto 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale 

#Renzi e i suoi marines contro la minoranza #Pd e i suoi vietcong. Due giorni di guerriglia ad alta intensità. Tema: la riforma del Senato

NB: due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti il primo il 2 agosto 2015 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale mentre il secondo è uscito il 3 agosto 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 

1) Renzi: pazienza finita con i ribelli Pd: <Stop agguati o vi porto al voto a marzo 2016>.  Se in autunno la riforma non passa in prima lettura, sarà guerra totale con la minoranza.

Ettore Maria Colombo  – BOLOGNA –

Matteo Renzi e il Senato.

Matteo Renzi e il Senato.

CASO AZZOLLINI e voto al Senato. Caso Rai e voto, sempre al Senato, su quell’art 4 che ha visto la maggioranza di governo andare «sotto» grazie all’unione delle opposizioni e di ben 19 (su 25 potenziali) senatori della minoranza. Caso riforma del Senato e voto – dove? sempre al Senato, si capisce – che, ai primi di settembre, si trasformerà nella «prova regina», per Renzi. «O la minoranza si adegua e accetta il compromesso già proposto (elezione indiretta dei senatori mediante listino apposito, ndr.) – si ragiona a palazzo Chigi – oppure se vogliono guerra avranno guerra. Come si dice? A brigante, brigante e mezzo», sbotta Renzi che «di quelli» non ne può più.

FINO, appunto, all’«arma fine di mondo»: il ricorso alle urne anticipate (prima data utile: febbraio-marzo 2016) a costo di votare alla Camera con l’Italicum (legge già approvata, collegi già disegnati dal ministero dell’Interno sulla base di uno studio dell’Istat, pur se con dei “bachi” che urgono revisione) e, al Senato, con il Consultellum. Una doppia legge elettorale un po’ pazza (e molto “italica”) che però il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, un pasdaran del premier, ritiene «uno scenario plausibile». E scenario che permetterebbe al segretario-premier d’imbastire una campagna elettorale tutta contro i «frenatori», i «gufi» e i «conservatori» anti-riforme e anti-italiani presenti sia «dentro» (la minoranza) che, naturalmente, «fuori» (Grillo e Salvini) il suo Pd. Si vedrà. Certo è che nel Pd è ripresa la guerra «tutti contro tutti» e, appunto, su tutti gli argomenti.

Si prenda, per dire, la giustizia. Renzi sfida i giudici («Non siamo i vostri passacarte») e – assicura chi, col capogruppo al Senato Luigi Zanda e i vicesegretari Pd, ha preso parte alla scelta di dare libertà di voto sul caso Azzollini – «ha preso tale decisione non per calcolo, ma per intima convinzione».
L’EX giudice ed ex (sconfitto) candidato sindaco di Venezia, Felice Casson, attacca con durezza il voto dei colleghi che hanno salvato il senatore dell’Ncd («Lo ha salvato la Casta infastidita dai pm»). Ben 12 senatori dem prendono carta e penna e replicano piccati: «parole offensive, sgradevoli, lettura fuorviante e caricaturale del rapporto politica-magistratura». Poi entrano nel merito, ma a pesare sono le firme: la giornalista antimafia Capacchione, il capogruppo in Giunta Immunità Cucca, e poi Ichino, Santini, Susta, etc.
Ma a bruciare, sulla pelle di Renzi, è ben altro, e cioè il voto sulla Rai che lo «costringe» a rinnovare il cda con la vituperata Gasparri.
L’attacco dei marines renziani (Carbone, Marcucci, pure Lotti) è spietato, violento, ad alzo zero. La replica dei vietcong della minoranza è altrettanto dura, spietata.
Le parole volano pesanti, tra colleghi, specie al Senato, neppure ci si parla più: «paiono due gruppi diversi, tra renziani e sinistra, anche fisicamente siedono distanti», nota un osservatore esterno.

In più, l’Unità perde ogni giorno l’occasione di portar pace. Federico Fornaro, che di suo sarebbe uno pacioso, le scrive una lettera piccata «amareggiato dalla ricostruzione» (il giorno dopo il senatore ed ex giornalista Massimo Mucchetti la paragonerà alla Pravda). E sarà pur vero, come dice Renzi, che «meno male, son pochi», quelli della minoranza, al Senato, ma se restano in 20-25 saranno dolori, per la maggioranza a settembre.
Se, invece, come già accaduto alla Camera, Renzi riuscisse ad asciugarli (grazie al suo Zanda, ovvio) a 10-15 pasdaran suicidi, allora sì che i verdiniani tornerebbero utili. Altrimenti, da settembre in poi, a palazzo Madama «si balla» e, forse, si va persino a elezioni. Lo sa Renzi, lo sa la sinistra dem.

2) Riforme, scontro finale nel Pd. Orfini: Vietnam? basta minacce. I ribelli annunciano emendamenti a raffica alla riforma del Senato. Boschi: noi giovani più saggi dei vecchi.

Ettore Maria Colombo – BOLOGNA

 

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

PATETICI. Irresponsabili. Figli della vecchia politica. Siete come Razzi, Scilipoti, anzi siete peggio. Teorici alla doppia morale. Vili. Traditori. Cercate imboscate. Assurdi. Minoritari. Inquietanti (sic). Inaccettabili. Anti-italiani». Ecco, queste solo nella giornata di ieri erano, scorrendo le agenzie, le dichiarazioni «ufficiali» di renziani di prima (Carbone Ernesto, Marcucci Andrea), seconda (Morani Alessia, Di Giorgi Rosa) e pure di terza fascia (la ex minoranza di «Sinistra è Cambiamento»: Mauri Matteo, Mirabelli Franco).
Senza dimenticare il presidente del partito, Matteo Orfini, che – forse anche per farsi dimenticare gli attriti con il premier su Roma – dismette i panni super partes per quelli del fustigator di costumi: «Che alcuni senatori del mio partito minaccino il ’Vietnam parlamentare’ contro il nostro governo a me pare incredibile», fa con un tweet. Infine, in serata, parla la Boschi: «la minoranza deve adeguarsi alla maggioranza» e «Toccherà a noi giovani esser più saggi di senatori che hanno più esperienza ma minacciano la guerriglia». Si distinguono, in ogni caso, tutti i renziani – veri o di complemento – sopraccitati per l’attacco a testa bassa contro la minoranza (quando si trovano tra loro i renziani li chiamano «minorati») del loro stesso partito, che sarebbe il Pd.

L’ACCUSA, roba da pena capitale, è di puntare, tramite una serie di emendamenti (almeno tre: Senato elettivo diretto e non di secondo grado; allargamento della platea dei Grandi elettori per l’elezione del presidente della Repubblica; placet di entrambe le Camere per il via libera ad alcune leggi) che verranno depositati la prossima settimana a palazzo Madama dai «vigliacchi traditori» medesimi, al «Vietnam», in Senato in merito alla riforma del Senato stessa.
La reazione dei «minorati» – che ormai si crogiolano nel definirsi vietcong, in ricordo della (vittoriosa) lotta anti-imperialista durante la guerra del Vietnam – è stata altrettanto accesa, dura, serrata: «non siamo i passacarte di palazzo Chigi» (Roberto Speranza); «siete diventati i volontari dell’intolleranza, pretoriani dell’obbedire senza discutere» (Chiti Vannino e Migliavacca Maurizio); etc.. Fino al dottor sottile Miguel Gotor che, già storico del caso Moro, già ideologo di Pier Luigi Bersani e, ora, «generale» delle truppe Vietcong (comandante in seconda il pacioso Federico Fornaro), sibila: «chi parla di Vietnam ha visto troppi film di avventura, cerca lo scontro».

ORA, stabilito che del «merito», in realtà, interessa poco e a tutti mentre della lotta politica interna al partito interessa assai (e a tutti), bisogna «fare a capirsi», quando si parla di Pd. Un certo grado (alto) di polemica interna è usuale, tra i dem, ma stavolta l’impressione è che il livello dello scontro stia, oggettivamente, «tracimando». I renziani non vedono l’ora di liberarsi di «gufi» e «rosiconi», e stavolta per sempre. Sia per creare un ‘vero’ «partito della Nazione» di centro che guarda a destra, e non certo più a sinistra, ma anche per iniziare a controllare sul serio e per davvero un partito che ancora gli sguscia via tra le mani, facendo in grande l’operazione di ‘normalizzazione’ già imposta all’Unità.
La sinistra interna, invece, che pure non ha intenzione di seguire i vari Fassina-Civati-Cofferati in scissioni «fumose e velleitarie» e continua a puntare a riprendersi il partito (la cara vecchia «Ditta»), inizia a puntare seriamente, più che alle elezioni anticipate, a un cambio di cavallo in corsa: non un Renzi bis, ma a un governo istituzionale, o «del Presidente», che – complice, oltre a Mattarella, un pezzo di Pd passato con Renzi che dovrebbe «ri-tradire» e tornare con loro (franceschiniani, fassiniani, Giovani turchi persino) – traghetti il Paese a fine legislatura e permetta di riprendere la «battaglia di lunga durata» e, poi, il Pd. Chi vincerà, alla fine, tra yankees renziani e vietcong (neo?) comunisti, non si sa. Una sola cosa è certa: la guerra in Vietnam, quella vera, alla fine non la vinse nessuno.