Un’intervista a Guerini, Orlando da Prodi, Renzi, il Pd lombardo. Archivi, ma recenti

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Pronti a fare subito la legge elettorale”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Parla Lorenzo Guerini, vicesegretario dem e coordinatore della mozione Renzi per il congresso, detto anche ‘il Forlani’ di Matteo.

I 5Stelle dialogano in campo aperto con la Cei e la Chiesa.

“Non enfatizzerei le interviste di questi giorni, il cui significato è stato successivamente circoscritto e precisato. Il Pd ha chiaro il valore del dialogo così come la distinzione dei ruoli. Su molte questioni che stanno a cuore ai cattolici italiani, dal valore della democrazia rappresentativa, al senso dello Stato, all’attenzione ai più deboli, il Pd ha posizioni chiare e offre risposte precise come ad esempio sul reddito di inclusione che ha visto un proficuo dialogo con l’Alleanza contro la Povertà. Su questi temi si misura una distanza siderale con i 5 Stelle”.

Però con i grillini ci volete fare la legge elettorale…

“Noi parliamo con tutti”.

Anche con Forzia Italia? E su quale canovaccio e quali punti specifici?

“Noi abbiamo avanzato più proposte che vanno nella direzione di non favorire la frammentazione, mantenendo il premio alla lista anche al Senato e armonizzando le soglie verso l’alto tra Camera e Senato. Ora tocca agli altri rispondere o fare una proposta, noi siamo pronti. Anche a fare un accordo con Grillo, se serve”.

I rapporti burrascosi tra il Pd e Padoan ora segnano bel tempo?

“Non c’è stata nessuna burrasca, ma un utile confronto”.

Ma in autunno, con la Ue e con Bruxelles, giocherete a braccio di ferro?

“Il tema non è il braccio di ferro con la Ue. Noi, proprio perché crediamo nell’Europa, nei suoi ideali e nel suo ruolo nel mondo globalizzato, pensiamo che debba cambiare profondamente direzione di marcia. L’attenzione per i conti pubblici non deve far venir meno nuove e innovative politiche di crescita e sviluppo. Una cosa è certa: l’austerity della Ue finora non ha funzionato”.

L’Iva aumenterà? E le tasse?

“Lo ha escluso lo stesso Padoan. Il Pd e il governo Renzi hanno lavorato abbassando la pressione fiscale e non intendiamo abbandonare questo percorso virtuoso”.

Parliamo delle primarie. Non è che sperate in una bassa affluenza?

“Il Pd è il solo partito italiano che fa congressi veri, chiama i suoi militanti ed elettori ad esprimersi, rende la sua leadership contendibile. Nella prima fase hanno votato oltre 266 mila iscritti e sono certo che i nostri elettori voteranno alle primarie e ci riserveranno ancora una volta una bella sorpresa. Renzi ha avuto un ottimo risultato tra gli iscritti (ha preso il 67% dei voti, ndr.) e sono certo che anche il voto degli elettori ci darà soddisfazione”.

Orlando parla di un “partito di notabili di stampo prefascista”…

“Il Pd è un partito con 450 mila iscritti, 6 mila circoli, con tanta gente che partecipa, persone in carne e ossa. Chiedo a tutti più rispetto per la nostra comunità”.

Ma perché Renzi rifiuta il confronto in tv, a eccezione di Sky?

“Perché ci stiamo muovendo con le regole utilizzate anche nelle precedenti primarie che prevedevano un solo confronto televisivo. Dopodiché non c’è giorno che passi in cui in qualche trasmissione tv non si parli del congresso de i candidati non abbiano visibilità. Non c’è bisogno di inventarsi una polemica ogni giorno”.

Non è che se vince Renzi poi cade il governo?

“Assolutamente no. Noi il governo lo sosteniamo convintamente. Se Renzi vince e ritorna segretario darà ancora più forza al nostro partito e alle sue proposte per l’Italia in vista delle prossime elezioni”.

Dopo il voto sarà inevitabile un governissimo con Berlusconi?

“Io non mi rassegno a un’Italia proporzionalista. Il Pd ha e manterrà la sua vocazione maggioritaria. Si rivolgerà a tutti gli italiani e in particolare ai quei 13 milioni che il 4 dicembre scorso hanno detto Sì al nostro progetto di cambiamento. Noi siamo una forza riformista che vuole governare questo Paese, senza inseguire alchimie politiciste che danno solo fiato al vento dei populismi”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano Nazionale del 21 aprile 2017

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Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

2. Orlando da Prodi intasca mezzo endorsment, il problema di Renzi è l’affluenza. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Orlando lo definisce “un lungo e cordiale colloquio”, quello avuto con Romano Prodi a Bologna, casa del Professore, a ora di pranzo. Orlando era in città per un dibattito con il governatore del Lazio, Zingaretti, e il sindaco, Merola, suoi fan, e poi è volato a Milano per intavolarne un altro con Giuliano Pisapia, pure suo tifoso. Il ministro è stato, sì, ricevuto, dal padre dell’Ulivo, ex premier e ideatore delle primarie (partorite dalla mente di Arturo Parisi, in realtà, il quale è anche l’unico prodiano che oggi tifa per Renzi), ma la realtà è che il Professore non si è sbilanciato più di tanto. “Abbiamo parlato di temi generali”, dice uscendo, davanti ai cronisti, Orlando, “di vita politica italiana e internazionale”. Il fraterno colloquio, però, cadendo a una settimana di distanza dalle primarie, aveva generato l’idea del ‘colpaccio’. I renziani dubitano che l’endorsment arriverà mai. A tranquillizzarli, in parte, sono gli stessi uomini del Prof che assicurano: “Prodi non lo può tirare per la giacca nessuno”, nella sua cultura ci sono le primarie, non dire per chi vota, non lo ha fatto ieri né lo farà ora, lo stile è sostanza”. Però, se il veleno sta nella coda, gli stessi fanno notare che “il Prof fa sua la battaglia di Orlando per una forte partecipazione al voto” e anche – anzi, forse, soprattutto – “quella per tenere unito il Pd”. Come se, è il sottotesto, una vittoria di Renzi potrebbe spaccarlo o, Dio non voglia, provocare nuove dolorose scissioni (vedi Bersani).

Poi c’è la – piccola – pattuglia dei prodiani ancora operanti nel Pd, guidata dalla ex portavoce del premier, la deputata Sandra Zampa, che lavora tutta, pancia a terra, per Orlando, il quale gigioneggia: “parlare con Prodi è sempre utile” (traduzione: Renzi non lo fa). L’accenno prodiano polemico, da leggersi in chiave anti-renziana, sta, invece, nella sola frase ufficiale che esce da casa Prodi: “abbiamo condiviso l’augurio di una grande e bella partecipazione alle primarie che possa segnare il necessario risveglio del Pd”.

E qui la lingua batte dove il dente duole. Infatti, gli ‘orlandiani’, e lo stesso Orlando, si danno sulla voce da settimane nel sostenere che Renzi vuole “far votare poca gente” e che l’ex premier, tra mancati inviti ai confronti tv (al netto di Sky, dove il confronto si terrà il 26 aprile, ma sarà l’unico, in Rai solo confronti a distanza) e presunta assenza dai ‘territori’, avrebbe messo “la sordina” ai gazebo per disincentivare l’affluenza e garantirsi “vittoria facile”.

E se è vero che il giorno scelto, domenica 30 aprile, è poco felice – capita a metà di un mega-ponte, tra 25 Aprile e Primo Maggio – è vero anche che al Nazareno sono ben consapevoli del problema. Una bassa partecipazione al voto (sotto il milione e mezzo, per dire, quando la stima è dei renziani è tra 1,5 e 1,8, forse 2 milioni) depotenzierebbe una vittoria, quella di Renzi, data ormai per certa, e pure con percentuali, pare, schiaccianti (Renzi è intorno al 65%, Emiliano è fermo al 18%, Orlando non si schioda dal 22%). Ergo, Renzi ci tiene eccome, all’affluenza. Solo che preferisce parlare ‘al Paese’, da candidato premier già in pectore. Ieri ha detto che “Noi siamo quelli che parlano bene dell’Italia, non rassegnatevi”. Il nemico, per Renzi, sono i populisti, Lega e M5S, e non vede l’ora di affrontarli nell’unica gara che, per lui, conta: le Politiche.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

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maurizio martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina (Pd)

3. Maroni e Zaia promuovono i referendum autonomisti, il Pd lombardo si divide. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Maroni e Zaia vogliono apparire più ‘leghisti’ del re (Salvini) e il Pd del lombardo-veneto vuole apparire, come da tradizione, più ‘autonomista’ di quello romano. Tanto che il sindaco di Milano, Sala, annuncia che voterà Sì con parole non dissimili da quelle usate da Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo e assai probabile candidato del
centrosinistra alla guida della Lombardia nel 2018.
Il tema è il referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia che i consigli regionali a maggioranza centrodestra e trazione leghista delle due regioni hanno deciso di promuovere il 22 ottobre 2017. I referendum sono solo ‘consultivi’ (non potrebbero che essere tali) e invocano più autonomia regionale e più competenze esclusive, specie
sul piano delle politiche fiscali, ma stanno già terremotando la politica locale e nazionale. L’M5S, per dire, apprezza l’idea e, pur dicendo che “non si fida” di Maroni e Zaia, è orientato al Sì.

I due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno trovato l’accordo per votare in contemporanea, nelle due regioni (in Lombardia con scrutinio elettronico). I due sono in via di riposizionamento anche all’interno della Lega oggi guidata dal ‘nazionalista’, se non ‘centralista’ Salvini, presto a congresso: vogliono rinsaldare
l’alleanza di centrodestra sul piano nazionale e, soprattutto, locale, visto che in Lombardia nel 2018 si vota e Maroni è pronto ad abbinare il voto alle Politiche, se ci saranno. Così, mentre sia Bossi (“Era ora”) che Salvini (“Non vedo l’ora di andare a votare”) esultano, la scena stavolta è tutta per loro due. Zaia si batte il petto orgoglioso
(“il 22 ottobre il popolo veneto e quello lombardo scriveranno una pagina di storia”), mentre Maroni fa il realista (“Il risultato è a portata di mano, il voto per l’autonomia può e deve essere trasversale”), guardando ai 5Stelle.

Il problema, tanto per cambiare, deflagra e divide, invece, Pd. Il governo – prima con Renzi, poi con Gentiloni – e i vertici del partito avevano chiesto alle due regioni di aprire una trattativa con l’Esecutivo sulla base dello stesso articolo 116 comma 3 della
Costituzione attraverso cui i quesiti referendari sposati dai leghisti vogliono arrivare alla maggiore autonomia, ma senza avere la garanzia del risultato, legato appunto a un successivo negoziato.

La differenza sta, come sempre, nelle diverse sensibilità tra il Pd ‘romano’, cioè nazionale, e quello del ‘lombardo-veneto’ che, da decenni, ormai, insegue, senza successo, la Lega sul suo terreno. Ora, però, sta per riprovarci: il candidato del Pd alle Regionali non sarà il bresciano ministro Martina, come pure si era detto a lungo, ma il
bergamasco Giorgio Gori, renziano di ferro almeno quanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è invece ormai ostile al leader tanto che, ieri sera, quando Renzi è venuto a Milano, era assente.

Sala, però fa un apertura di credito non indifferente al referendum: lo giudica “uno spreco di denaro”, ma poi annuncia che voterà Sì. Gori, sempre ieri, ha ripetuto il concetto: “Condivido l’obiettivo dell’autonomia, ma il Governo, con il ministro Martina, ha dato segnali di apertura, non c’è bisogno del referendum per trattare”. Il ministro Martina, invece, sposa secco e duro la linea opposta, quella del Pd centralista: “il referendum costerà 46 milioni, è del tutto inutile e dopo le regioni dovranno trattare lo stesso”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2017 su Quotidiano Nazionale 

Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

Primarie a Roma e Napoli: chi vince e chi perde, a seconda dei risultati, dentro il Pd

Elezioni europee 2014, Matteo Renzi va a votare

Europee 2014: Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Un test per il Pd e, anche, forse soprattutto, un test per il premier, il governo e la sua maggioranza, tra nuovi centristi che arrivano (Verdini) e vecchia sinistra che se ne va e cerca di correre da sola (Sel versus Sinistra Italiana con Fassina a Roma, forse,  nessuno a Napoli, forse un candidato nuovo a Milano…). Questo sarà il test del 6 marzo, le primarie del Pd e del centrosinistra, che peraltro si terranno non solo a Roma e Napoli, ma anche in altre nove città italiane (a Caserta sono state rinviate per sospetti brogli, già in anticipo) Dopo quelle di Milano dello scorso 6 febbraio – in cui ha vinto il renziano Sala solo perchè i due candidati di sinistra, Majorino e Balzani, si sono scioccamente divisi e litigati tra loro – e in attesa delle elezioni vere che si terranno forse il 29 maggio o, forse, il 5 giugno (I turno, ballottaggi 15 giorni dopo), la conta sarà capire chi ha perso e chi ha vinto, nel Pd.

Le sfide principali sono, naturalmente, due: Roma e Napoli. Il disinteresse degli
elettori è alto e i sondaggi sull’affluenza sono poco benauguranti: a Roma potrebbe crollare sotto i 40 mila votanti (per Marino sindaco votarono in 80 mila su 100 elettori, nel 2013) e a Napoli finire sotto i 20 mila (nel 2011 i votanti furono ben 45 mila, ma poi furono ‘sospese’ e mai più rifatte perchè inficiate da brogli che impedirono la proclamazione del vincitore).

A Napoli, tutte le correnti del Pd, renziani e non, ma soprattutto i tanti capi-bastone e portatori di voti (ex Dc, ex Psi, etc.) stanno con Valeria Valente (deputata, ‘giovane turca’) che ha ucciso il padre, Antonio Bassolino, di cui era seguace, oltre che ex assessora. Con Bassolino, invece, non c’è più nessuno, men che meno il Pd renziano e tutti i suoi circoli, solo l’affetto di una parte – neppure tutta – del vecchio ‘popolino’  di sinistra che rimpiange ‘o re’. Gli altri due concorrenti (Marco Sarracino, giovane esponente della sinistra dem, voluto da Epifani) e Antonio Marfella (oncologo, socialista) si spartiranno le briciole.

Renzi, a Napoli, non tifa per nessuno: voleva imporre un suo uomo (Conti, il solito manager…), ma ha perso e ha dovuto subire la candidatura della Valente (i Giovani Turchi sono ormai strategici, dentro il Pd a trazione renziana) e ora spera solo che perda pure
Bassolino. A Roma, invece, Renzi ha fortemente voluto che un Giachetti, recalcitrante, scendesse in campo: come ha imposto, ai dem milanesi, il manager Sala, ha imposto ‘Giac’ ai romani. Né è vero che, al premier, non importi perdere Roma, pur di vincere Milano e conservare Bologna e Torino: Renzi sa invece benissimo che governare il Paese avendo il sindaco della Capitale contro, o come contropotere, è un guaio enorme, quindi ci tiene.

Solo che, a Roma, il Pd, più che diviso per bande, vive una faida infinita figlia delle dimissioni di Marino da sindaco, del commissariamento di tre quarti di partito e, soprattutto, di un inchiesta, Mafia Capitale, che ha abbattuto mezzo Pd capitolino. Roberto Morassut è stato spinto a candidarsi da Walter Veltroni, in antipatia a Renzi (ma Veltroni fa sapere: io non c’entro nulla, Morassut ha voluto scendere in campo lui), benedetto, con discrezione, dal ‘grande vecchio’ Goffredo Bettini, supportato da Massimo D’Alema (la cui vera mossa sarà, ma solo se vince Giachetti, lanciare la candidatura di Massimo Bray per spaccare la sinistra, obbligando Fassina al ritiro e far perdere Renzi) e ora è aiutato da vari
zingarettiani, nel senso di fedelissimi al governatore laziale Zingaretti, e dalla sinistra interna (tutta). E così, la sua candidatura, formalmente ‘a-renziana’, ha preso, quasi
inaspettatamente, quota e piede e Morassut ha scoperto che se la può giocare, contro il favorito Giachetti. Il pasdaran del renzismo, nonché vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti doveva vincere facile ed ha comunque visto scendere in campo mezzo governo a suo vantaggio, ha macinato 2 mila km in un mese, visitato tutte le (orribili) periferie di Roma, incontrato chiunque, con il suo solito piglio caparbio, un po’ arcigno, ma generoso. Morassut invece si è fortificato nelle mura di cinta di quel che resta del Pd, assicurandosi l’appoggio, oltre che della sinistra dem di Speranza, Bersani e Cuperlo, di varie altre aree (solo i renziani doc e i cattodem stanno con Giachetti, i ‘Giovani Turchi’ pure, ma per finta e, in realtà, giocano su più tavoli…), mentre gli altri due competitor, il transfuga dall’Idv, Stefano Pedica, e il (patetico, con il suo orsetto) ‘verde’ Gianfranco Mascia non esistono, se non per cercare di garantirsi quei cinque minuti di felicità che, peraltro, hanno pure avuto.

Certo è che una competizione moscia e noiosa per quasi tutto il tempo della campagna elettorale, ha avuto, finalmente, qualche sussulto, solo grazie alle ultime polemiche sui voti ‘sporchi’ in arrivo, quelli di Verdini, che dovrebbero andare a Giachetti, come quelli dei ciellini, mentre i vecchi ras dem, usciti a pezzi da Mafia Capitale, voteranno -per ripicca contro il commissario straordinario del Pd romano, Orfini, che li ha tutti commissariati e in alcuni casi chiusi, con seguito di furibonde polemiche di quartiere (vedi il caso del circolo di Donna Olimpia) – per Morassut. La gara è apertissima e neppure i cinesi romani, dicono, sanno per chi votare. I rumeni, invece, lo sanno: votano Giachetti.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 5 marzo 2016 sul Quotidiano Nazionale.

Un’analisi ragionato del voto italiano alle Europee 2014 sulla base dei dati degli istituti Cattaneo, Swg, Cise.

un immagine tutta 'positiva' del voto europeo

un immagine tutta ‘positiva’ del voto europeo

Il trionfo del Pd di Renzi. L’M5S di Grillo fermo al palo delle Politiche 2013 e che arretra anche rispetto a quel dato. Forza Italia in chiaro declino. La ‘sorpresa’ Lega Nord. NCD e lista Tsipras che superano lo sbarramento del 4% per un soffio. E’ già tempo di analisi e commento dei risultati delle elezioni europee del 25 maggio, lasciando da parte quelle amministrative. Come sempre, in questi casi, tornano utili i dati subito sfornati dall’istituto Cattaneo di Bologna per analizzare bene il voto. Ma andiamo con ordine.

Votanti, non votanti e astenuti. Il ‘declino’ dell’Italia tra i Paesi Ue.

Su un numero di aventi diritto al voto pari a 49.399.720 di italiani (rispetto ai 60.021.955 di abitanti del nostro Paese), alle Elezioni europee del 2014 hanno votato quasi quattro milioni di elettori in meno rispetto alle Europee 2009 (-7,7%). Alle urne, infatti, si sono recati 28.991.258 elettori aventi diritto, pari a una percentuale di affluenza del 57,22%, vale a dire 3.757.746 votanti in meno rispetto al 2009 (affluenza: 65,8%).

Il numero totale del ‘non voto’ – in questo caso l’analisi dei dati viene dal ‘centralone’ del ministero dell’Interno, il Viminale – è pari a 23.213.554 non votanti, un dato che va così scomposto: da un lato gli astenuti, che sono stati 21.671.202, cui va aggiunto la somma delle schede bianche e nulle degli aventi diritto che sono state, complessivamente, 1.542.352. Dunque, i voti validi sono stati, complessivamente, 27.371.747, il che vuol dire -6.634.008 rispetto ai voti validi registrato alle Politiche del 2013.

I diversi colori dei governi oggi alla guida della UE

I diversi colori dei governi oggi alla guida della UE

Prima novità rispetto a un punto fermo da sempre, l’alta affluenza al voto degli italiani. L’Italia, infatti, è sempre stato uno dei paesi europei con la più alta partecipazione al voto, da quando il Parlamento europeo viene eletto a suffragio universale (1979). Partecipazione al voto che, tuttavia, è ‘crollata’ crollata di 26,9 punti, di cui 13 nelle ultime due tornate elettorali. In Europa, invece, il crollo della partecipazione al voto si è quasi fermata. “Complessivamente, sono andati a votare il 43,1% degli elettori nei 28 paesi membri della Ue – osserva l’Istituto Cattaneo – confermando il dato delle precedenti elezioni del 2009 (43,0%)”. Il trend di diminuzione che, dall’elezione iniziale del 1979, aveva sempre accompagnato le Europee, si è quindi fermato ma, altrettanto paradossalmente, uno dei motivi principali del mancato crollo “è stata, in questa occasione, la presenza e il successo di partiti euroscettici in grado di canalizzare la protesta nell’urna”.

L’Italia, tra i 28 paesi Ue, si posiziona al quarto posto dell’affluenza con il 58,7%, dato simile alla Grecia (58,2%) e, pur rimanendo ai primi posti della Ue, mostra un’evoluzione negativa: per la prima volta l’affluenza scende sotto il 60%. Nel confronto con il 2009 il calo è di 7,7 punti, più significativo di quello che si era registrato nel 2009 (-5,4 punti sul 2004). Rispetto alle Politiche dell’anno scorso, invece, quando hanno votato 35.348.709 italiani (75%), sono rimasti a casa 6,5 milioni di elettori.

“Un andamento preoccupante”, commenta sempre l’Istituto Cattaneo, perché “nell’arco di dieci anni la partecipazione alle europee è scesa in Italia di 13 punti percentuali”. Morale: se si assume come riferimento l’elezione del 1979 il crollo della partecipazione in Italia risulta di 26,9 punti percentuali. Insomma, l’Itali perde terreno sia guardando al dato dell’affluenza sul lungo periodo sia, anche, nel breve periodo, ma mentre nel primo caso l’arretramento dell’affluenza può dipendere dal valore di eccezionale livello di partecipazione dei decenni passati, la perfomance negativa rispetto al 2009 (-7,7%) segnala la persistenza di una grave crisi di legittimità del voto anche in elezioni dall’offerta politica assai ampia. “Con ogni probabilità – chiosa l’Istituto Cattaneo – ha pesato sul dato del calo dell’affluenza la crisi del centrodestra e dell’elettorato moderato che non è riuscito a trovare spazio in una gara tutta polarizzata tra Pd e M5S”.

i simboli dei principali partiti politici presenti alle elezioni europee del 2014

i simboli dei principali partiti politici presenti alle elezioni europee del 2014

Ed eccoci, dunque, al risultato dei principali partiti e attori politici italiani.

Il ‘trionfo’ del Pd simile alla Dc degli anni ’50. Un partito ‘pigliatutto’.

Per quanto riguarda il Pd, è ormai evidente a tutti il cd. “effetto Renzi”, o meglio un effetto leadership: insieme a (ipotizzabili ma non ancora valutabili appieno) conseguenze sul comportamento di voto connesse a singole politiche condotte/annunciate dal Governo (i famosi ’80 euro’), la presenza del nuovo segretario e premier sulla scena politica italiana e quella – da lui voluta – di una nuova classe dirigente, giovane, dinamica, ha contenuto e battuto gli effetti della sfida avanzata dall’M5S di Grillo, vero competitor del Pd in assenza dello storico avversario Berlusconi. Sempre in base alle rilevazioni dell’istituto bolognese Cattaneo, il risultato del Pd è particolarmente “positivo” (in termini statistici) se si considera che si è registrata una contrazione della partecipazione e, ciononostante, il Pd ha raccolto un numero maggiori di consensi (in valore assoluto, e non solo in percentuale) rispetto alle Politiche del 2013 e alle Europee del 2009 e ne prende meno solo rispetto alle Politiche del 2008 (- 800 mila voti).

Il Pd (11.172.861 voti, pari al 40,8%, e 31 europarlamentari eletti, il gruppo più consistente all’interno della famiglia europea del PSE inviato a Strasburgo, gruppo che potrà contare su 189 eurodeputati, la seconda ‘famiglia’ politica europea seconda sola al PPE, superando anche l’SPD) cresce rispetto alle elezioni europee del 2009 e alle politiche del 2013, dunque, mostrando una crescita sostenuta in tutto il territorio nazionale. Le elezioni con cui è più corretto, dal punto di vista metodologico, fare una comparazione sono le Europee del 2009 (+3.183.262 i voti per il Pd), quando il Pd ebbe 8.007.854 di voti pari al 26,1% ottenendo 21 seggi.

Tuttavia, il Partito democratico ha significativamente incrementato i voti anche rispetto alle Politiche del 2013: +2.526.827 rispetto agli 8 milioni e 646.037 voti presi, il 25 febbraio 2013, dal Pd allora guidato da Bersani, Pd che, allora, aveva perso quasi 3,5 milioni di voti rispetto al Pd del 2008. in un anno, cioè, il Pd è passato al 25,4% al 40,8% doppiando i voti ottenuti da M5S (21,2%) e triplicando quelli presi da Forza Italia (16,8%). Commenta sul Sole 24 ore del 27 maggio il professor Roberto D’Alimonte (politologo affermato e ‘padre’ dell’Italicum); “Il 40,8% al Pd è frutto di due fenomeni concomitanti. L’aumento dei voti al Pd in valore assoluto (+2,5 milioni rispetto alle Politiche 2013) e la diminuzione dell’affluenza alle urne che è calata di quasi 17 punti percentuali (dal 75% al 58%)”.

I dati del 2014, per il Cattaneo, vanno inoltre anche considerati in virtù del tipo di elezione e del connesso livello di partecipazione. Al netto di queste variabili il dato del Pd è, dal punto di vista elettorale/statistico, assai positivo. Il Pd, inoltre, è avanzato rispetto al 2013, in tutte le regioni (tranne in Sardegna: -6,1% sul voto precedente). Il partito guidato da Renzi, è diventato, infatti, il primo partito italiano in tutte le regioni e in tutte le 120 province italiane, tranne tre (Bolzano, Isernia e Sondrio). In termini percentuali tale spostamento in valori assoluti si traduce in un +29% rispetto alle politiche del 2013 e in un +40% rispetto al 2009. Dal punto di vista territoriale, l’avanzata del Pd è stata significativa in tutto il territorio nazionale, ma concentrata soprattutto nelle regioni settentrionali (Nord Ovest: + 35%), nel Sud (+28%) e meno sostenuta ‘solo’ nelle Isole (+13%). Del resto, 13 delle 15 province che hanno registrato il maggiore incremento di voti sono nel Nord (tranne Cosenza e Macerata) mentre le quindici “peggiori” prestazioni del Pd sono concentrate al Centro-Sud (tranne Bolzano e Trieste per ragioni ‘locali’) e in particolare in Sardegna.

Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze)

Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze)

L’analisi dei flussi di voto tra Politiche 2013 ed Europee 2014 realizzata dall’istituto Swg di Trieste per SkyTg24 chiarisce, invece, i movimenti di voto alla base della vittoria democratica. La strategia dell’estensione del parco elettorale fa sì che Renzi possa permettersi il lusso di perdere una manciata di voti in uscita verso l’estrema sinistra (circa 230 mila i voti ‘donati’ alla neonata lista Tsipras. I flussi, infatti, dicono che – rispetto alle politiche del febbraio 2013 – il Pd avrebbe confermato 6,6 milioni di voti cedendone poco più di due milioni, ma il saldo è comunque positivo per i democratici, che incassano 4.570.000 ‘nuovi’ voti. Se da una parte il Pd, infatti, riesce a drenare l’astensione, una valanga di nuovi consensi arriva da Scelta Civica che in un colpo solo si prosciuga ‘regalando’ al Pd 1.270.000 voti. Alla voce incassi pure 750 mila preferenze che arrivano dai delusi dell’M5S mentre sono 430 mila i voti dall’ex Pdl. E le grandi città diventano gli avamposti della marcia trionfale democratica: a Milano il Pd tocca quota 45%, Torino è una sorta di Stalingrado (45%) e a Roma il Pd supera il 43%. Tiene anche Napoli, dove il Pd intasca il 40,8%, mentre a Palermo i numeri sono più contenuti ma netti con il Pd al 34,2%.

Peraltro, l’exploit del Pd di Renzi non ha paragoni neppure con la storia della sinistra storica italiana: mai, nella storia del centrosinistra italiano, una forza politica si era spinto oltre il 40% (il massimo fu il 33,2% delle Politiche 2008 con il Pd a guida Veltroni). Persino il Pci di Berlinguer si fermò (e fu il suo massimo storico) al 34,4% dei voti (superato dalla Dc), record imbattuto ancora oggi per quanto riguarda le elezioni politiche. In tempi più recenti, la coalizione dell’Ulivo arrivò al 38% nel 1996 (ma sommando anche i voti di Rifondazione comunisti) mentre la coalizione ‘Uniti nell’Ulivo’ (Ds+Dl) prese, alle Europee del 2004, il 31,3%. In termini assoluti il Pd ha preso, alle Europee 2014, quasi un milione di voti in meno del Pd di Veltroni nel 2008 e poco meno del Pci ’84 di Berlinguer. Morale: solo la Dc, ma negli anni Cinquanta, riuscì a superare il 40%…

il twitt sfottò della Rete #vinciampoi ....

il twitt sfottò della Rete #vinciampoi ….

Il ‘tonfo’ dell’M5S. La strategia del ‘vaffa’ non paga, anzi: fa paura.

Il Movimento 5 stelle (M5S, 5.792.865 voti assoluti pari al 21,15% e 17 eurodeputati a Bruxelles), rileva ancora il Cattaneo, ha perso un terzo dei propri consensi (-33,4%) rispetto all’exploit delle politiche del 2013 (prima non era presente). La contrazione di consensi è significativa, quasi 3 milioni (-2.898.541 rispetto agli 8.691.406 di voti del 2013, il 25,5%). La ‘stanchezza’ elettorale dell’M5S, il cui risultato lo vede comunque ancora una forza politica rilevante (è il secondo partito in 84 province su 120) appare evidente se si considerano i dati relative alle sue maggiori perdite. Perdite che vengono registrate nelle Isole, dove il partito di Grillo aveva registrato percentuali elevate sia alle Politiche che alle regionali (Sicilia). Dal punto di vista geografico, infatti, la maggiore contrazione si registra nella circoscrizione Isole (-44,4%, con la Sicilia a un eclatante -46,8%) e nel Nord-Est (-37%) mentre è più contenuta nelle regioni del Sud (-23,8%) ma – sempre tornando alla Sicilia – nel 2013 il Movimento viaggiava al 33% contro il Pd al 18% mentre oggi i democratici ribaltano i rapporti di forza: 41,6% contro il 26% dei grillini. A livello nazionale, però, l’M5S resta il secondo partito in 84 province e il terzo in 14 casi. I pentastellati limitano i danni in Campania, lottano fino all’ultimo in Abruzzo sfiorando il 30% (29,7%) contro un Pd vittorioso col 32,4%. Il Movimento tiene anche in Molise dove raccoglie un 27,3% a fronte del 31,2% del Pd mentre in Sardegna riesce a superare quota 30% (30,5%). “Come spesso accade ai movimenti “estremi/radicali” – scrive l’Istituto Cattaneo – a potenti fasi di avanzata spesso segue una fase di assestamento o contrazione dovuta a elementi congiunturali ma anche dalle ‘mancate promesse’ che l’assenza dal governo inevitabilmente genera”. Secondo, invece, l’analisi dei flussi elaborati dall’istituto Swg per SkyTg24 l’M5S registra un saldo nettamente negativo: tre milioni di voti persi dall’anno scorso, 750 mila dei quali vanno ad ingrossare i voti del Pd, 190 mila sono invece gli elettori che avrebbero abbandonato Grillo per la Lega Nord e 13 0mila quelli fuggiti verso i Fratelli d’Italia. Ma la vera emorragia è rappresentata dai 2.150.000 voti finiti nel cestino dell’astensione. Commenta, però, sempre il professor D’Alimonte: “Il partito di Grillo ha preso più voti in valore assoluto del Fronte Nazionale di Marie Le Pen in Francia e dell’Ukip in Gran Bretagna. Ha perso voti, ma non è crollato”.

Il nuovo simbolo di FI

Il nuovo simbolo di FI

Un centrodestra ‘diviso’ che perde (FI) o non riesce a sfondare (NCD).

Il risultato di Forza Italia alle elezioni europee del 2014 (4.614.364 voti, pari al 16,8% dei voti e 13 europarlamentari contro il 35,3% del Pdl e 29 seggi alle europee del 2009) è, invece, comparabile solo con quello del Pdl per le elezioni politiche del 2013 e con quello delle Europee del 2009. Per rendere la comparazione plausibile e ragionevole politicamente, trattandosi di partiti non presenti in tutte le elezioni considerate (FI; NCD, Fratelli d’Italia oggi rispetto al Pdl+Udc-+La destra di ieri), l’istituto Cattaneo ha proceduto con il confronto tra la somma dei voti a Forza Italia e NCD-UDC per il 2014 e ai voti ricevuti da Pdl e Udc nel passato. Dall’analisi emerge che le forze di centro-destra, guidate da Silvio Berlusconi fino a pochi mesi fa, hanno complessivamente perso il 27% rispetto alle politiche (-2.366.348 rispetto ai 8.171.382 voti validi al centrodestra, 21,6%, del 2013 quando la coalizione era composta da Forza Italia-Udc-altri) e oltre la metà dei consensi avuti alle europee del 2009 (-54,5%). In termini assoluti sono valori eccezionali in negativo. l’area di centro-destra ha perso oltre 2 milioni di voti sul 2013 (-2.366.348) e quasi 7 milioni rispetto al 2009 (-6.966.109), Forza Italia resta però secondo partito in 19 province italiane e terza forza in 84 casi e (altra magra consolazione) sommando tutto il centrodestra arriva al 31%.

Per quanto riguarda i flussi, sempre restando in area berlusconiana il saldo è decisamente negativo. A fronte di 3.640.000 voti confermati, ne vengono ceduti 3.690.000 mentre i nuovi si attestano a 960 mila. Se a febbraio 2013 i cittadini ad aver scelto Berlusconi erano 7.330.000 oggi sono 4.600.000. Seguendo i calcoli di Swg per SkyTg24 nel campo delle “cessioni” la fetta più grossa degli elettori in uscita da Forza Italia è rappresentata dagli astensionisti (1.750.000), seguono 470 mila elettori sedotti dai “cugini” del Nuovo Centrodestra mentre 430 mila fanno il salto dello steccato e passano al Pd. Ma Forza Italia perde anche 410 mila elettori in uscita verso il Movimento 5 Stelle e 340 mila approdati alla Lega, mentre le crocette ex azzurre passate a votare i cugini di Fratelli d’Italia si fermano a 220mila.

Le diverse soglie di sbarramento nei paesi UE

Le diverse soglie di sbarramento nei paesi UE

Per quel che riguarda l’NCD-UDC-Popolari per l’Italia (in parte presenti), suonano davvero ‘pochini’ quei 1.202.350 voti raccolti pari al 4,4% e tre eurodeputati che, una volta ribaditi i numeri del Pdl (35,3%) del 2009, possono essere comparabili (in negativo) con il 6,5% e 5 seggi dell’Udc. Certo, il Nuovo Centrodestra di Alfano riesce – parlando in termini di flussi elettorali – a inglobare una fetta di elettori berlusconiani e le briciole seminate per strada da Scelta Civica, oltre ai 200 mila voti portati in dote dall’alleato Udc e ai circa 100 mila elettori in uscita dai Cinque Stelle. Un bottino che, però, resta decisamente magro date le premesse della vigilia e che, senza . il contributo dei voti dell’Udc (stimabile nel 1,5-18% almeno), avrebbe impedito a NCD di superare anche solo lo sbarramento del 4%.

L’ottimo risultato della Lega Nord, il vero partito ‘anti-europeista’.

Se è prematuro stabilire se ci sia stato – come pure appare evidente – un ‘effetto Salvini’ sulla Lega Nord (1.390.534 voti pari al 6,2% e sei eurodeputati), in ogni caso il Carroccio ha temporaneamente bloccato l’emorragia di consensi che ne ha messo in discussione la sopravvivenza dal 2011 in poi. Rispetto alle Europee del 2009 (10,2% e nove seggi), il partito guidato da Matteo Salvini manifesta ancora potenti difficoltà, rileva l’istituto bolognese Cattaneo, dato che la contrazione è stata pari a un rilevante -46% dei consensi (- 1.437.825 in voti assoluti). Si tratta, però, del periodo in cui la formazione di Umberto Bossi, sottolinea ancora il Cattaneo, mieteva consensi raggiungendo in alcuni casi dei massimi storici. Viceversa, se si confronta il dato del 2014 con quello più recente del 2013 si evince una crescita in valori assoluti di oltre un quinto (+21,1%) pari a quasi trecentomila unità (+296.022). Nel 2013, infatti, la Lega Nord aveva preso 1.686.556 voti pari al 4,1% (Camera). Trattandosi di un partito a forte connotazione geo-territoriale, spiega il Cattaneo, le maggiori prestazioni della Lega si sono registrate nelle roccaforti dove maggiore era del resto stata l’emorragia di consensi nel 2013, in larga misura appannaggio dell’M5S. Nel Nord Est la progressione è stata pari al 24,8% ma decisamente più contenuta nel Nord Ovest (+5%). Per quanto riguarda i flussi, è il segno più che accompagna, invece, la performance della Lega Nord: rispetto alle scorse politiche conferma 890mila voti del 2013, ne incassa 800mila nuovi cedendone 500mila. Il travaso in favore di via Bellerio arriva per lo più da M5S e Forza Italia. Commenta il professor D’Alimonte: “la Lega ha aumentato voti sia in termini percentuali (+ 2,1%) che in valori assoluti (+300 mila voti)”.

Il leader di Sel Vendola mentre vota alle Europee

Il leader di Sel Vendola mentre vota alle Europee

Il piccolo ‘miracolo’ della lista Tsipras, oltre la ex sinistra radicale.

La lista Tsipras (1.108.457 voti pari al 4,0% e tre europarlamentari inviati a Bruxelles), al pari della Lega Nord, ha registrato un andamento disomogeneo rispetto alle politiche del 2013 e alle europee del 2009. La comparazione, per ragioni metodologiche e ‘politiche’ è stata effettuata dal Cattaneo confrontando L’altra Europa con Tsipras con i voti presi da Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola (3,1% e zero seggi) e il partito di Rifondazione comunista (peraltro allora unito con il Pdci, 3,4% e zero seggi) alle precedenti consultazioni europee del 2009.

Rispetto al 2013 (1.089.409 voti a Sel e 37 seggi alla Camera dei Deputati pari al 3,2% mentre Rivoluzione civile di Ingroia prese il 2,2% e 0 seggi) viene registrata una lieve inversione di tendenza (+1,3%), non sufficiente però a invertire le dinamiche di contrazione elettorali iniziate già nel 2008 per l’area della cd. ‘sinistra radicale’ (Prc-Pdci-Sel-altri erano sotto il 4%). Rispetto al 2009 la perdita di voti è pari a quasi la metà (-48,8%), ossia a – 1.050.348 di voti. All’interno della dinamica elettorale tra le due consultazioni, nel caso di Tsipras emerge chiaramente – sottolinea il Cattaneo – anche una tendenza di tipo geografico: la lista, infatti, registra incrementi di consensi significativi specialmente nelle regioni del Nord (+26% nel Nord Ovest; +21,6% nel Nord Est), mentre perde quasi il 30% al Sud (-28,8%) e rimane sostanzialmente stabile al Centro e nelle Isole.

Per quanto riguarda i flussi elettorali, L’Altra Europa per Tsipras, oltre ai voti conquistati dal Pd, può contare sugli oltre 400 mila voti del portafoglio di Sinistra Ecologia e Libertà, i 200 mila di Rivoluzione Civile (guidata, alle Politiche del 2013, dall’ex magistrato Antonio Ingroia) ma anche un tesoretto di 120 mila elettori che hanno abbandonato l’M5S. Infine, se si confrontano i risultati della lista Tsipras con quelli ottenuti alle europee del 2009 da Sel e Rifondazione Comunista la perdita di voti è pari a quasi la metà (-48%,8%), che – tradotto in numeri – fa – 1.050.348. In ogni caso, un piccolo ‘miracolo’ quello della lista Tsipras che in campagna elettorale si è fatta sentire poco e male, ma che ora, invece, c’è.

Il molto sfortunato simbolo di Scelta Europea presente alle Europee

Il molto sfortunato simbolo di Scelta Europea presente alle Europee

La debacle di Scelta Europea (ex lista Monti), destinata a scomparire. Hanno, infine, davvero del clamoroso i dati – un vero abisso e picco in negativo difficilmente paragonabile a precedenti tonfi illustri nella storia degli andamenti elettorali dei partiti italiani – della lista Scelta Europea, composta da Scelta civica (ex lista Monti alle elezioni Politiche del 2013), Centro democratico, la piccola formazione guidata da Tabacci e Pisicchio, e la lista (presente alle Politiche come Cd) di ‘Fare per fermare il declino’. Appena 196.157 voti racimolati alle Europee (0,7% e zero seggi, ovvio), meno della lista dei Verdi-Green Europa (0,9%)e pari al risultato dell’Idv, un saldo negativo, rispetto alle Politiche del 2013, di ben -3.335.380 voti, quando la lista Monti da sola (a prescindere dalla coalizione con Udc e Fli) prese (dati Camera) 2.824.065 voti pari all’8,3%. Una debacle clamorosa.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 27 maggio 2014 sul sito della Fondazione Europa Popolare ( il sito della Fondazione Europa Popolare) e delll’MCL.

Il sito dell’istituto di ricerca politica ‘Cattaneo’ di Bologna

il sito dell’istituto di sondaggi e flussi elettorali Swg di Trieste

Il sito del Centro Italiano Studi Eelettorali (CISE) dell’univ. Luiss di Roma