Grasso, “determinatissimo”, tesse la sua tela, ma la Sinistra è incerta sui nuovi nome e simbolo. Il Pd corre al riparo e stringe il patto coi ‘nanetti’

  1. Grasso tesse la sua tela dal suo ufficio, quello di presidente del Senato. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ieri Pietro Grasso, nella sua veste ‘politica’ di nuovo leader della Sinistra (secondo D’Alema “è uno abituato a comandare”), si è dato molto da fare. Mentre l’esame della Legge di Stabilità ancora arrancava dentro la commissione Bilancio, Grasso ha ricevuto i vertici di Mdp-SI-Possibile, noti come i Tre Tenori (Speranza, Fratoianni, Civati), nel suo ufficio. I quali lo hanno trovato “determinatissimo” a impegnarsi. Altro che “non ha ancora sciolto la riserva”, come insistono i suoi. E se sul simbolo regna l’incertezza (garofano rosso?) comunque il cognome di Grasso, sotto il nuovo nome, ci sarà. In realtà, sul nuovo nome della Sinistra, regna ancora molta confusione. ‘Liberi ed Eguali’ piaceva tanto a molti, specie a Grasso (e pure a Civati) perché privo di riferimenti ideologici ‘comunisti’, ma è in mano all’area liberal del Pd. Si chiama, infatti, Libertà Eguale, un’area di ex veltroniani, Morando e Tonini: hanno già diffidato Mdp&co. di usarlo. Almeno il nuovo nome, se non il simbolo, sarà presentato, comunque, il 3 dicembre al Pala Atlantico di Roma. L’altra cosa certa è che in quel catino di bandiere rosse Grasso sarà acclamato come “leader” dai 1500 delegati eletti dalle 158 assemblee di base di Mdp, SI e Possibile (42 mila i votanti).

Le assemblee hanno determinato un altro punto chiave: le ‘quote’ che avrà ognuno dei tre partiti (Mdp, SI e Possibile) in vista delle prossime candidature alle Politiche. Quote che saranno così rigidamente ripartite: 50% a Mdp, 35% a SI e 15% a Possibile: la somma dei due partiti più ‘di sinistra’ eguaglia cioè la quota di Mdp, che si aspettava molto di più. Ma se in molte realtà Mdp ha stravinto, in molte altre gli uomini di Fratoianni e di Civati si sono uniti per ‘arginarla’. Ora, però, i posti in lista, sono stati fissati sulle quote citate (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile). E così Mdp dovrà sacrificare alcuni dei suoi – molti – parlamentari (43 deputati e 16 senatori) per far largo ai tanti big fuori dal Parlamento (D’Alema, Errani, Bassolino, Panzeri, etc.).

Tornando a Grasso: ieri ha spedito molti inviti e fatto altrettante telefonate. Certo, non sulla carta intestata del Senato o consegnati dai motociclisti, cui pure ha diritto, ma pur sempre dal suo ufficio, quello di presidente. Inviti diretti ai molti ‘mondi’ che conosce a correre con lui per non far apparire la nuova ‘Cosa Rossa’ troppo ‘rossa’. Ma proprio ieri, Grasso ha ricevuto un ‘no’ che brucia. Sandra Bonsanti, a nome dei circoli di ‘Libertà e Giustizia’, animatori dei Comitati del No al referendum anti-Renzi, di cui è presidente, gli ha risposto dura “Pietro, noi si fa altro”. Infatti, Libertà e Giustizia organizza, proprio il 3 dicembre, un’iniziativa a Firenze cui partecipano il direttore del Fatto, Travaglio, l’ormai ex leader delle assemblee del Brancaccio (Tomaso Montanari) e tutti i ‘professori’ del No anti-Renzi (Zagrebelsky in testa) che si sentono ‘più a sinistra’ di tutti. Non ha accettato l’invito di Grasso neppure la presidente della Camera, Laura Boldrini, su cui Grasso invece contava. Potrebbe capeggiare, dato che Pisapia non si candiderà ma sta per chiudere l’accordo col Pd, una lista di ‘Progressisti’ che porterebbe la dicitura “con Boldrini”, sempre con il Pd.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 29 novembre 2017 a pag. 6. 

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2. Il Pd ci prova, a cercare l’accordo con i ‘nanetti’, ma quanto valgono davvero?

 

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

Con Pisapia l’accordo “non è ancora chiuso, ma speriamo in un accordo con Campo progressista, Radicali e forze di centro per dare vita a una coalizione di centrosinistra”. E’ verso sera e negli studi di Otto e mezzo il luogo e l’ora in cui Matteo Renzi delinea ufficialmente le alleanze del Pd in vista delle prossime elezioni politiche. Il leader del Pd ha parlato, e molto, di politica anche alla presentazione del nuovo libro di Gianni Cuperlo (Sinistra, e poi?Titolo enigmatico, ma forse profetico) al Tempio di Adriano, ma trattandosi di Cuperlo in quel caso tutti hanno volato alto. Renzi dice anche, ma qui trattasi più di aspirazione che di certezza, che “il Pd sarà il primo gruppo parlamentare” (vuol dire prendere un voto in più non solo di Forza Italia, ma anche dei 5Stelle e l’impresa, allo stato dei sondaggi attuali, non sarà facile) e che “la nostra coalizione andrà sopra il 30% e vicina al 40%”. Ecco, il problema, però, per il Pd, sono proprio le liste collegate. Il Pd, nei sondaggi interni e riservati, segna ‘profondo rosso’: oscilla, come partito, tra il 22 e il 24%, cioè molto sotto persino il modesto 25,4% preso dal Pd di Bersani nel 2013. Renzi non si può permettere di non agguantare tale soglia, pena la sua fine politica. Il guaio è che le liste collegate – che saranno tre: centristi, Radicali europeisti e progressisti (Pisapia più qualche sindaco) – sono al momento stimate in modo ancora più catastrofico. I centristi (Casini-Galletti-Dellai-Olivero più Ap di Alfano, se ci sta: decidono oggi), le cui orme sono seguite passo passo da Lorenzo Guerini, sono quotati intorno all’1-2%. I Radicali devono pure raccogliere le firme (traguardo ambizioso) e non valgono più dell’1%. Li guiderà una personalità forte, Emma Bonino, avranno un logo oggi impolverato, ‘Forza Europa’ e pongono ‘problemi’, al Pd, di posti e programmi.

Infine, c’è la lista ispirata a Pisapia, tra mille contraddizioni esplose anche ieri. Prima esce la notizia che andrà in piazza con la Cgil, poi esce la smentita, Tabacci si arrabbia molto (“Cp non aderisce”)ma una parte dei suoi in piazza ci sarà. Quanto può valere, dato che ‘il leader riluttante’ non si candida e la Boldrini, che ne sarebbe la vice, lo ha mollato per andarsene, anche lei, con Mdp-SI al seguito di Grasso? Il 2-3%, se va bene. Ieri mattina, Cp ha visto Piero Fassino, ma alla Camera, per conto di Cp, non c’era Pisapia, ma tre colonnelli. Tutti fidatissimi, si capisce, ma diversissimi: Ciccio Ferrara viene dal Prc, Luigi Manconi sta ancora nel Pd e Bruno Tabacci viene dalla… Dc. Smentito con vigore che “Cp abbia chiesto una manciata di collegi sicuri al Pd”, l’incontro è stato, ancora una volta, assi interlocutorio. Il Pd ha offerto un po’ di tutto, ma i colonnelli di Pisapia hanno ripiantato tutti i loro paletti: rapida approvazione di ius soli e bio-testamento al Senato, abolizione del super-ticket in Stabilità, far slittare l’innalzamento dell’età pensionabile. Il più ostico, però, è la richiesta del ‘garante’ della coalizione, che avrebbe dovuto essere Prodi. Renzi lo straloda, in tv, ma non ne vuole neppur sentir parlare, i suoi ancor meno: “A noi non ci serve il preside per decidere chi comanda”. Oggi, infine, si apre la Leopolda 2017 con 8 mila giovani di cui Renzi è molto orgoglioso, molti ministri ma nessun Vip.


NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano nazionale il 24 novembre 2017. 

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Le fatiche di Piero (Fassino) l’esploratore: Pisapia c’è, Prodi farà da “garante”, ma dalla Sinistra radicale il ‘niet’ è assoluto

  1. Patto Pisapia-Pd, Prodi garante. Il Prof chiama Renzi e spinge i contraenti all’intesa. 
Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo  – ROMA

IL CENTRO della sostanziale unità ritrovata tra il Pd di Matteo Renzi (con ‘l’esploratore’ Piero Fassino) e il resto del centrosinistra (con il ‘leader riluttante’ Giuliano Pisapia) si chiama Romano Prodi. Ieri Prodi si è sentito direttamente anche con Renzi in un «lungo e cordiale colloquio», recita la nota del suo ufficio stampa (suo nel senso del Prof). Il leader dem preferiva “tenerla bassa” e non far sapere nulla, per ora. Poi, in serata, nella Enews, esulta: «La coalizione di centrosinistra cui stiamo lavorando dovrà garantire eguale dignità a tutti i componenti. Penso che avremo una coalizione di qualità e competitiva».
La nota di Prodi, invece, specifica che «non vi sarà alcuna lista intestata a lui o all’Ulivo» e che il Prof vuole «tenere unito e allargare un campo largo di centrosinistra». Ma è stato Prodi a telefonare a Pisapia («Giuliano, fidati») e a incitare Fassino («Piero, insisti»). E sarà lui il garante della coalizione: un centrosinistra formato bonsai, ma «unito», come voleva lui, e in grado di richiamare l’Ulivo. Ieri mattina l’incontro decisivo.

IL PLENIPOTENZIARIO di Renzi, Piero Fassino, va a Milano a incontrare Pisapia, che si presenta accompagnato o, meglio, «guardato a vista» dai compagni di cordata Bruno Tabacci («è il solo, tra noi, che capisce di collegi per i posti in lista che ci spettano», dicono i pisapiani) mentre a dar man forte a Fassina c’è il vicesegretario Pd, Martina.
Tutto bene dunque? Abbastanza. Pisapia – che rivelerà, poi, regolarmente autorizzato dal Prof, la telefonata di Prodi («avanti così, Giuliano!») e che, alla convention che incorona Giorgio Gori candidato governatore del centrosinistra in Lombardia, annuncia il lieto evento – pone due condizioni. Una, appunto, è politica. «Prodi deve essere il garante della coalizione», chiede Pisapia: «Vuol dire che deve stare «un passo davanti noi tutti, Renzi compreso». Martina e Fassino si guardano negli occhi e deglutiscono: far accettare a Renzi una condizione non di Imperatore, ma di ‘semplice’ generale dell’Armata del centrosinistra, non sarà facile, ma tant’è: la ‘cosa’, cioè la pretesa, non è trattabile. E solo così può tornare, tra gli elettori che ancora coltivano la nostalgia canaglia dei tempi dei governi dell’Ulivo (furono due: il primo, 1996-’98, cadde per colpa di Bertinotti; il secondo, dell’Unione, 2006-2008, cadde per colpa di Mastella, morale: 4 anni in tutto).

La seconda condizione, sgomberato dal campo l’equivoco primarie di coalizione pure avanzato («non c’è tempo: si vota il 4 marzo e le liste vanno consegnate il 3 febbraio», riconoscono i suoi di fronte ad alcune “fughe in avanti” di pisapiani troppo ‘ortodossi’), è invece trattabile. Lo Ius soli e il biotestamento scompaiono, come per magia, dal tavolo. Restano, però, per Pisapia, alcuni interventi di natura economica da fare “subito” e da mette dentro la Legge di Stabilità in corso di esame al Senato. Si tratta di tre punti: abolire il superticket (Padoan dirà che non ci sono i soldi, ma tant’è), di sgravi per chi assume contratti a tempo indeterminato e di far pagare di più il tempo determinato. Il Pd l’impegno lo prende, ma «prima di dare moneta, vogliamo vedere cammello», dicono gli uomini del leader Cp, che parlano di «pre-accordo tra gentiluomini ma da verificare».

INSOMMA, è fatta. Resta solo da capire se la presidente della Camera, Laura Boldrini, se ne andrà con Mdp e Sinistra italiana con un manipolo di ‘pisapiani’ più radical che chic. Certo, sarà il Pd a dover garantire i famosi “collegi sicuri” a Pisapia (Tabacci ne vuole dieci solo per i suoi) come al resto dei partiti che formeranno la coalizione. La quale avrà, “come in una squadra di calcio forte e competitiva che può ambire a vincere il Campionato” – sostengono, senza un filo di ironia, al Nazareno – «un attacco a tre punte». Quello cui hanno lavorato, con successo, Fassino sul fronte sinistro e Guerini sul lato centrista. Al centro, ne ruolo di ‘tornante’ ci sarà una lista di moderati formata dalla triade Lorenzin-Casini-Dellai con la Lorenzin frontwoman («è giovane, bella e non sciupata dagli scandali», pare, o almeno così dicono al Nazareno) mentre Alfano, pur presente in lista, resterà ben più «defilato». In pratica, non dovrebbe candidarsi.
Poi, sull’ala sinistra ci sarà una lista di sinistra, di ispirazione «ulivista» che vedrà nella coppia Pisapia-Bonino i frontrunner e, dentro, i vari «nanetti» (Psi, Verdi, Idv), che servono solo a fare numero. E, ovviamente, al centro, come attaccante di sfondamento, la lista del Pd. Quella che, appunto, dovrà far goal. Sperando non finisca come Italia-Svezia.


2. Le fatiche di Piero: l’accordo con Pisapia è a un passo, Prodi lo incita, il resto della Sinistra gli sbatte la porta in faccia ed è pronta a schierare Grasso e Boldrini.

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Piero Fassino, l’esploratore che Matteo Renzi ha spedito in terra incognita, la Sinistra, per cercare gli alleati del Pd alle Politiche, sta per riportare a casa un mezzo successo. Oggi, a Milano, vedrà l’ex sindaco della città, Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista da cui fonti ben informate dicono: “Se il Pd apre su due, tre punti di programma, l’accordo è fatto”. Insomma, come Romano Prodi non si stanca di ripetere – e ieri lo ha detto e ridetto anche a Fassino – “Mai arrendersi. La strada dell’unità è quella che stai facendo tu, Piero. Bisogna provarci”. E la ‘mossa di Prodi’, ieri sera a Bologna con Orlando per un convegno sulle ‘migrazioni’ dove non  s’è parlato di Politica, è stata decisiva. Del resto, si sa: il Professore muove i cuori e li scalda, a sinistra. Non a caso, Pisapia domenica andrà a Bologna per un incontro di ‘superprodiani’ (Monaco, Santagata, Zampa) che vogliono stare con il Pd e vi parteciperà insieme alla Bonino.
Ma quali i punti del possibile accordo Pd-Cp? “Giuliano – spiega chi lo conosce – è come San Tommaso: vuole chiarezza e impegni sulle cose da fare oggi, non su quelle di domani”. Il catalogo è questo: il superticket, presente nella Legge di Stabilità, da abolire; qualche altra mossa da approvare in tema lavoro, ius soli e biotestamento, da fare.
Fosse facile. Il superticket si può abolire (ma convincere Padoan a farlo non sarà semplice). Lo ius soli può avere chanche di passare solo se il governo mettesse la fiducia, ma una tale mossa farebbe andare su tutte le furie Ap. Un osso duro cui invece si sta dedicando, sempre nell’ambito delle trattative per un’alleanza ‘larga’ di centrosinistra, Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem che, a differenza di Fassino, coltiva la sapienzale e cristiana virtù della pazienza oltre ogni limite. Guerini ci tiene molto a tenerli dentro, gli alfaniani, perché “loro c’hanno i voti” mentre gli altri centristi (Dellai, D’Alia, Casini, Olivero) “ne hanno assai pochi” dicono, preoccupati, i renziani del Nazareno (“Le liste alleate al Pd? Ad oggi valgono l’1% e vogliamo essere ottimisti…”).
Inoltre, spiegano da palazzo Chigi, “dopo la manovra, mezza Ala e Ap non ci voterà più nulla, fiducia o meno, perché scatterà il loro tana libera tutti verso… Berlusconi”.
Infine, nel pomeriggio, esce, da Campo progressista, una nota di Alessandro Capelli, che mette tanti, troppi, paletti: dice no ad alleanze con Alfano e sì a primarie di coalizione. Ma, alla fine, Pisapia oggi vedrà Fassino e poi si presenterà alla convention del centrosinistra regionale (orbo, allo stato, di Mdp) per lanciare la candidatura di Giorgio Gori a governatore della Lombardia e al teatro Verdi di Milano l’ex sindaco darà il lieto annuncio: l’accordo col Pd c’è.
Tutto bene, dunque? Mica tanto. Innanzitutto, Cp è spaccata tra Tabacci e ‘tabaccini’ (Centro democratico), favorevoli all’accordo con il Pd, e un pezzo dei ‘pisapiani’ contrari: gravitano già nell’orbita della presidente della Camera, Laura Boldrini che ha rotto con il Pd e ha deciso di voler fare ‘la numero 2’ di Mdp. Accetterà una posizione di rincalzo, cioè, dopo il presidente del Senato, Pietro Grasso, che della Trimurti della Sinistra sarà il vero front runner. I demoprogressisti hanno, ormai, verso Grasso, un atteggiamento di venerazione fideistica: dicono che “è più amato di Renzi e ci porta il 5% dei voti”. Sarà. In ogni caso, la Sinistra a sinistra del Pd – che a Fassino rifiuta, da giorni, anche uno straccio d’incontro – aspetta solo di dirgli ‘no’. Ieri, per poter partecipare allo sciopero proclamato dalla Cgil sulle pensioni, sta decidendo di spostare la data della mega assemblea che incoronerà Grasso dal 2 al 3 dicembre. Chiude la partita, con toni da Torquemada laico, Nicola Fratoianni: “Un accordo con il Pd è una cosa nemmeno pronunciabile”. Almeno per loro, con Fassino è un adieu.
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NB: I due articoli sono stati pubblicati il 18 e il 19 novembre 2017 rispettivamente a pagina 8 e 10 del Quotidiano Nazionale
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Fassino vede tutti, incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. Dalla sinistra radicale, invece, solo porte in faccia. Intanto, D’Alema ‘cambia verso’…

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pubblico qui di seguito gli ultimi due articoli usciti sul Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni e un articolo uscito settimane fa su D’Alema e la rivista Italiani-Europei
1. Fassino, il commesso viaggiatore della sinistra alla ricerca della perduta unità, segna due goal importanti: incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. 
Fassino  sta per trasformarsi in un ‘commesso viaggiatore’. Infatti, mentre sul lato sinistro della possibile coalizione di centrosinistra, ieri ha ricevuto solo porte in faccia, nel prossimo fine settimana avrà due incontri clou  e vincenti. Venerdì Fassino andrà Bologna e incontrerà Romano Prodi. Ieri, non a caso, Prodi si è fatto fotografare ‘attovagliato’ in un ristorante bolognese col ministro all’Agricoltura Martina e quello alla Cultura Franceschini con la scusa che Oscar Farinetti presentava loro il progetto Fico Eataly Word. Prodi ha rifiutato commenti, ma il clima era disteso, sereno, e la photo opportunity finale diceva più di mille parole. E così a tenda del Prof – che oggi vedrà Fassino e nei prossimi giorni anche lo stesso Renzi – sta per uscire dallo zaino per riaprirsi in casa del Pd o nelle sue immediate vicinanze. Del resto, la sua storica ex portavoce, Sandra Zampa, spiega che “noi prodiani ci siamo collocati chi nel Pd (io e Sandro Gozi) e chi nell’area di Pisapia (Santagata e Monaco), ora serve che ci rimettiamo tutti insieme per rilanciare l’Ulivo”. Progetto cui tiene molto anche Walter Veltroni, che ormai lancia solo molti appelli all’unità e a “evitare le divisioni” della sinistra, tutti in chiave ‘anti-Mdp’ e filo-Pd, e persino Enrico Letta che, da Parigi, ha fatto sapere che la svolta di Renzi in Direzione e la sua apertura alle alleanze lo ha convinto. 
E, appunto, parlando di Pisapia, il ‘leader riluttante’ di un Campo progressista ormai allo sbando e già in rotta verso Mdp, avrebbe deciso di dire “sì” all’alleanza con il Pd. In the name of Ulivo, appunto. Fassino sabato si allungherà fino a Milano per vedere l’ ex sindaco che prenderà parte –all’incoronazione di Giorgio Gori a candidato governatore della Lombardia per conto di un centrosinistra orbo di Mdp.
Il guaio è che mentre Matteo Renzi continua a sperare nelle capacità taumaturgiche del buon Fassino (“noi abbiamo messo Fassino, è una garanzia, se non ci riesce lui…”), al Pd sanno già che, se va bene, riusciranno a mettere insieme solo una mini-coalizione di centrosinistra. Sarà composta da tre ali. La prima sono i tre ‘nanetti’: il Psi di Nencini, i Verdi di Bonelli e l’Idv del Carneade Messina. Poi c’è l’area radicale di Bonino-Della Vedova (Forza Europa). Infine, la ‘terza gamba’: una serie di frattaglie centriste di partiti che furono. A questi ci pensa Lorenzo Guerini, ma pure lui ha il suo bel daffare e le sue fatiche: ieri ha telefonato a Casini (tutto bene), ha visto il ministro Galletti e D’Alia, ex Udc (idem), e ha incontrato Italia Solidale di Dellai e Olivero (tutto ok). Ma il pezzo teoricamente pregiato del mazzo, Alfano, ancora cincischia, indeciso come Amleto, e Guerini, che ieri ha telefonato a lui e a Lupi, con Ap non trova la quadra. Una Direzione di Ap, o quel che ne resta, è stata convocata per il 24 novembre. Si trasformerà in una drammatica ‘resa dei conti’ tra chi, come Lorenzin e Cicchitto (voti: zero), vuole stare col Pd e tutti gli altri (voti: tanti) che cercano FI.
 
Tornando a Fassino, ieri mattina in verità ha spiazzato tutti: prima va a trovare Pietro Grasso, al Senato, e poi Laura Boldrini alla Camera. I due presidenti, però, gli hanno detto niet. Grasso, gli ha spiegato ‘caro Piero, sbagli indirizzo, io non rappresento una parte’ (ma ne è già il leader designato) e la seconda, Boldrini, “mah, vediamo, non farti illusioni’. Altri niet, ma stavolta informali, arrivano dai ‘Tre Tenori’ (Speranza per Mdp, Fratoianni per SI e Civati per Possibile) della Sinistra Unita. I quali gli hanno fatto sapere, nell’ordine: al massimo ti mandiamo lo sherpa Guglielmo Epifani o, se proprio insisti ti vediamo, “ma la settimana prossima” oppure nemmeno quello e, comunque, “prima abbiamo la nostra assemblea del 2 dicembre (quella in cui verrà incoronato Grasso leader, ndr) e quindi vedere te è  una cosa di cui faremmo assai a meno”. Finirà che, da Fassino, andranno i capigruppo di Mdp e SI, ma la fine è nota. Esiziale, al solito, Massimo D’Alema: “A Fassino che mi ha cercato, ho detto di chiamare Speranza”. Che è come dire: scusi ho da fare, lasci detto in portineria.
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Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

2. “Ciao, sono Piero. Mi chiami? Ti devo parlare”. Fassino prova ad agganciare i leader della sinistra radicale ma, per ora, riceve solo porte in faccia. 
Come un esploratore yankee o ‘tuta blu’ che si avventura nelle ostili terre di Apache, Comanche e Cherokee, tra oggi e domani Piero Fassino incontrerà Giuliano Pisapia (Cp). Fassino, oggi, sentirà al telefono anche Romano Prodi per chiedergli un “estremo aiuto” per rifare il centrosinistra. “Nei prossimi giorni”, ma ancora non si sa dove e quando, Fassino vedrà pure la ‘Trimurti’ della Nuova Sinistra, cioè Roberto Speranza (Mdp), Nicola Fratoianni (SI) e Pippo Civati (Possibile). Ma qui le speranze di ‘trovare la quadra’ sono prossime ai zero gradi Fahrenheit. I tre fanno sapere, dopo averlo negato per ore, che “sì, Fassino ci ha chiamati”, ma non hanno nessuna voglia di incontrarlo e pensano pure all’affronto di spedirgli solo lo sherpa Guglielmo Epifani. Perché – come dicono sibilando – “Renzi vede la Bonino di persona e invece a noi ci manda Fassino, un ex tutto…”. Pippo Civati lo sbertuccia persino e, davanti ai giornalisti, legge a tutti il suo Sms: “Ciao, sono Piero, ho bisogno di parlarti, mi chiami?”. Insomma, gli incontri di Fassino partono malissimo e il loro esito è segnato. Le parole di Bersani (“Basta chiacchiere”) dicono tutto ed Enrico Rossi offende Renzi: “Fatti da parte tu. Allora, forse, se ne parla”.
Fassino, dunque, riceverà solo dei niet, tranne che da Pisapia che sarà accompagnato dai suoi due colonnelli, Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, e, forse, da Bruno Tabacci, il solo rimasto, in Cp, a volere un accordo col Pd. Molti dem sperano ancora in esiti “positivi”, almeno con Pisapia, ma dentro Cp e, ovvio, dentro Mdp, scuotono la testa offesi: “”Ma tu incontreresti uno che sai per certo che ti vuole vendere una patacca?”. Inoltre, la maggior parte dei dirigenti di Cp ha armi e bagagli pronti per rientrare in Mdp chiedendo una manciata di posti che, però, Mdp, che sulla composizione delle liste farà la parte del leone (60% Mdp, 30% SI, 10% gli altri l’ultimofixing), è poco propensa a concedere. La presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha di fatto preso le redini di Cp, invece, non andrà perché “lei fa il presidente della Camera” scoprono ora i suoi. In realtà, la Boldrini ha già deciso: vuole fare la ‘seconda in comando’ della Nuova Sinistra che verrà lanciata, il 2 dicembre, da Mdp, SI e Possibile in una Grande Assemblea. ‘Seconda’ perché il leader già investito del ruolo è Grasso. In Mdp sono sicuri che “lui da solo ci porta il 5% come valore aggiunto. Noi sommati partiamo dal 5% e con lui possiamo ambire al 10%”. Speranze, ma poi quien sabe? 
A Lorenzo Guerini, invece, che sta sondando Casini, Alfano (Ap), Dellai (Democrazia solidale) e altri centristi vari, è toccato un compito più ‘facile’ politicamente, ma cui Renzi tiene molto di più: dar vita a quella gamba centrista del centrosinistra che, coi Radicali, sarà fedele alleato del Pd. 
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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

3. D’Alema ha fatto della rivista e della Fondazione Italiani/Europei il tempio della Nuova Sinistra, sì ma quella ‘radicale’...

“Il governo riconosca unilateralmente la Palestina”. Parola di ex ministro degli Esteri e di ex premier che, quando andò in Libano, fece scoppiare un incidente diplomatico perché andò a passeggio e a braccetto coi leader di Hamas. Beh, D’Alema è sempre lui, si dirà. Filo-palestinese era e tale è rimasto. Eh, no. Tranne che su questo e su una certa attitudine a ‘bombardare’ gli avversari (il Kosovo ieri, fisicamente, Renzi oggi, ma almeno solo metaforicamente…), D’Alema è davvero cambiato che non ci si crede. E, con D’Alema – ieri amico di Berlusconi (il ‘Dalemoni’) oggi suo avversario, ieri anti-ulivista, oggi ‘prodiano’, è cambiata la sua rivista, il bimestrale Italiani/Europei.

Il numero ora in edicola contiene saggi assai interessanti: “Gli orizzonti della sinistra” (e fin qua…). ‘New Labour’ ‘Third Way’? Interviste a Tony Blair e/o a Bill Clinton che, a metà degli anni Novanta, erano i punti di riferimenti culturali, politici e ideali del D’Alema pensiero? Macché. “Socialism, do you rimember?” è il titolo di una serie di poderosi e pensosi saggi che non hanno nulla di ironico. La faccia barbuta e ispida di Karl Marx è lì a esplicitarlo. I saggi di autori che di solito scrivono su giornali di sinistra radicale pure.

Basta così? No, macché. Il neo direttore, Peppino Caldarola, oggi con D’Alema in Mdp (Caldarola è anche lo spin doctor del governatore della Toscana, Enrico Rossi), ieri guida dell’Unità  quando l’Unità intervistava tutti i lib-lab del mondo, ha fatto fare una conversione a ‘U’ alla rivista. Con il placet di D’Alema, si capisce. Oggi, I/E ricorda da vicino, Alternative per il socialismo, la rivista che Alfonso Gianni, ideologo di Fausto Bertinotti, produceva per l’allora leader del Prc. Partito e area politica, l’Estrema Sinistra, che, per una vita, D’Alema ha combattuto e osteggiato. Almeno quanto lo ha fatto con l’Ulivo di Romano Prodi, si capisce. O coi girotondi, la ‘società civile’ e gli ‘intellettuali’, tutti rappresentanti nella formidabile battuta di Nanni Moretti: “D’Alema dì qualcosa di sinistra! D’Alema dì qualcosa!”.

Basta? No, non basta. Sempre Italiani/Europei contiene un’intervista che racchiude in sé una vera e propria notizia. L’articolo s’intitola “La mia Cgil”: parla Maurizio Landini, storico leader della Fiom, storico nemico di D’Alema e dalemismo, alfiere della sinistra più radicale. Ora, va bene che Mdp – il partito, ‘a criatura’ di D’Alema (e, sub iudice, di Bersani) deve prendere voti dappertutto, se vuole sfangarla, alle prossime elezioni – ma D’Alema è sempre stato noto per essere un fiero, tenace, durissimo, oppositore della Cgil e di quello che il sindacato rosso ha rappresentato in termini di conservazione, di vetero-sinistra. Tutto passato, tutto finito. Un mesetto fa D’Alema è andato a via Po, sede della Cgil, per un seminario a porte chiuse: ha recitato il mea culpa, buttato tutte le colpe delle (sue) analisi sbagliate sulle spalle, larghe, della “globalizzazione” e proposto – per Mdp e la nascente formazione ‘La Sinistra – un programma così ‘massimalista’ che pure i duri e puri della Cgil si sono un po’ spaventati. Perché filo palestinese ok, radicale e anti-sistema passi, ma D’Alema ‘no global’, beh, ecco, questo film, a sinistra, lo devono ancora vedere.

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NB: I tre articoli qui presenti sono usciti il 15 e il 16 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale. Invece, quello su D’Alema, risale alla settimana precedente. 

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Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 

Elezioni regionali in Sicilia: il Pd crolla, Renzi nella bufera, ma la sconfitta non è ‘epocale’

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Pubblico qui il testo completo del mio primo articolo (scritto sulla base degli exit poll della notte del 5 novembre 2017, quindi NON sui risultati reali arrivati solo nel pomeriggio del 6 novembre!) su Renzi, il Pd e le elezioni regionali in Sicilia. Poi, pubblico una breve analisi, sui dati dell’istituto Cattaneo, sui voti di lista del Pd. 

 

  1. Inizialmente avevo pubblicato solo il link al mio articolo x @Quotidiano.net e Quotidiano Nazionale. NB. L’articolo è  stato scritto domenica notte, entro e non oltre le 23.45, sulla base degli exit poll di Rai 1 (Swg) e La 7 (Emg) – (  http://www.quotidiano.net/politica/elezioni-regionali-sicilia-1.3514983/amp)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

«TUTTO è andato come previsto. Il risultato è quello che ci aspettavamo. Sapevamo che finiva così». Il commento che Matteo Renzi condivide con i suoi sulle elezioni siciliane è questo. Non una parola di più, non una parola di meno.
Al Nazareno, in pratica, non parla nessuno e non c’è quasi nessuno. Renzi è a casa sua, Martina, Orfini e Guerini idem. A sostenere il peso delle interviste notturne ai tg e ai talk show restano in due. Il povero Davide Faraone, plenipotenziario di Renzi in Sicilia (anche il segretario regionale, Fausto Raciti, è missing in action) ha lo sguardo e la parlata triste. Poi, però, tira fuori gli artigli e graffia: «Micari ha avuto il coraggio di candidarsi. Grasso (Pietro, presidente del Senato e front runner di Mdp e della futura Sinistra ndr) questo coraggio non lo ha avuto. Lo abbiamo aspettato inutilmente per mesi. Inoltre, Mdp e SI, dopo aver proposto loro Micari, hanno rotto la coalizione». Traduzione: Grasso è un codardo e se Micari perde la colpa è della sinistra che ora lo vuole come suo candidato alle Politiche.
Poi c’è il responsabile Enti locali, Matteo Ricci che però è di Pesaro. La sua è una dichiarazione stentorea: «L’andamento degli exit poll conferma una sconfitta tanto netta quanto annunciata». Solo il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, a exit poll stabili, ha il coraggio delle parole: «Se i risultati confermeranno gli exit poll ci troveremmo davanti a una sconfitta tanto annunciata da tempo quanto netta e indiscutibile. Verificheremo oggi i risultati finali delle liste e dei candidati, ma la ‘sfida gentile’ che Micari ha generosamente lanciato non è bastata per vincere le elezioni. Chi alla nostra sinistra immaginava sorpassi rimane fermo ed inchiodato al risultato di 5 anni fa nonostante il battage di tutti questi mesi». Qui non serve la traduzione: per Guerini, che parla in vece di Renzi – come sempre accade nei momenti più hard della vita del Pd – i ‘colpevoli’ della sconfitta sono due. Il primo è la debolezza del candidato, Micari. Ieri neppure il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che lo ha voluto candidato, era in città per consolarlo. Orlando era a Roma per vedere una bella mostra sui pupi che inagurerà, ma solo oggi, con Mattarella. L’ex governatore, Rosario Crocetta ha fatto di tutto, sempre in odio al Pd, per far perdere Micari mentre il «renzianissimo» Totò Cardinale, che è il più furbo di tutti, si è già messo d’accordo con Musumeci: gli ha dato i suoi voti ieri, gli darà i suoi seggi domani.
Il secondo problema, per i renziani, si chiama Sinistra: «nei sondaggi nazionali siamo competitivi (centrosinistra al 31,4%, ndr) ma il 6% di Mdp-SI rischia di farci perdere le Politiche» sibilano al Nazareno dove il ‘tradimento’ di Grasso è l’onta ancora da lavare. Del resto, dicono i renziani doc che hanno parlato con ‘il Capo’, «Il Pd di Bersani, nel 2012, ha preso il 13,4%, in Sicilia. Abbiamo vinto grazie a Crocetta e all’Udc, mica grazie al Pd. E alle Politiche, appena 4 mesi dopo, poco di più.
IL PROBLEMA è che, per il Pd ‘lista’, in Sicilia il tonfo sembra epocale, ma non lo è, anche se è sicuro che potrebbe portare con sé conseguenze politiche, per lo stesso Renzi, ieri notte ancora incalcolabili. Il Pd è inchiodato a percentuali da prefisso telefonico: gli exit-poll lo collocano tra il 8% e il 12% (Ipr) o tra il 9% e il 13% (Emg). La sconfitta di Micari, paradossalmente, è meno fragorosa: il 16%-20% è un risultato non disprezzabile. Invece, per il Pd, è come non esistere più, in Trinacria, dove – tanto per dirne una – il Rosatellum assegna ben 21 collegi uninominali. E qui sovviene un po’ di memoria storica: nel 1991 il Pds di Occhetto (plenipotenziario nell’isola era Pietro Folena) prese il 10,5%, surclassato persino da un Psi in disarmo. Macaluso e i miglioristi chiesero, subito dopo, le dimissioni di Occhetto che non arrivarono solo perché, nel 1992, venne giù tutto. Renzi, però, avverte i naviganti: «Il 13 novembre ci sarà la Direzione, spero che tutti, anche i più critici, capiscano che serve uno sforzo di squadra». Il paragone con il povero Occhetto, che ci perse la faccia, resta sullo sfondo.
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 2. I numeri ‘veri’ delle elezioni regionali in Sicilia (studio dell’Istituto Cattaneo) 

ROMA – EMC
Il centrosinistra ha perso le elezioni in Sicilia? Sì, e male. Il suo candidato, Fabrizio Micari, è arrivato terzo (18,7%) dopo il vincitore, Musumeci (39,8%) e Cancelleri (34,7%). Poi, però, a guardare i voti assoluti, quelli di lista e i seggi, ieri forniti da un’ottima analisi dell’Istituto Cattaneo, ecco emergere un quadro assai più complesso. Micari ha raccolto 230 mila voti in meno rispetto alla candidatura di Crocetta, ma i partiti della coalizione di centrosinistra hanno ottenuto più voti rispetto al loro candidato (+ 100 mila voti circa). Infine, il dato della lista del Pd: 257.274 voti nel 2012, 250.633 voti oggi, cioè -6.641 voti (-0,4%). In percentuale il Pd ‘cala’ dal 13,4% del 2012 (Bersani) al 13,0% di oggi. Ma in seggi, il Pd ne perde 6: erano 17 nel 2012, sono 11 ora. Una sconfitta, certo, ma non ‘epocale’. La lista di Fava, che come candidato fa +5 mila voti (pochi), è ferma al 5,1% cioè -26 mila voti assoluti sul 2012 (-1,4%) e 1 solo seggio. Insomma, a sinistra, “se Sparta piange, Atene non ride”. 
 
NB: I due articoli sono stati pubblicati rispettivamente il primo il 6 novembre 2017 e il secondo l’8 novembre 2017.

Renzi va e torna dagli Usa, ma i guai rimangono in casa: la Sicilia e il rapporto tra il Pd e il governo Gentiloni

renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Pubblico qui di seguito – con colpevole ritardo – i tre articoli scritti per QN e usciti tra il I e il 2 novembre 2017 su Renzi negli Usa da Obama e i guai del segretario e del Pd rimasti in Italia.
Ettore Maria Colombo – ROMA
1. Prove anti-Gentiloni. Renzi dagli Usa dà il via libera ai cattodem sul bonus bebé.
(L’articolo è uscito il 2 novembre 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale)
Bonus famiglia. Innalzamento dell’età pensionabile. Più risorse per il contratto degli statali, degli insegnanti, etc. E’ partito il consueto “assalto alla diligenza” alla manovra che, a partire dal 7 novembre sarà all’esame della commissione Bilancio del Senato presieduta dal dem ‘rigorista’ Tonini. La cosa curiosa è che gli ‘assaltatori’ hanno avuto luce verde direttamente dal Nazareno. E, cioè, dal Pd di Renzi. Succede, infatti, che ieri, con una nota, un manipolo di senatori dem, tutti renziani convinti (Di Giorgi, Cociancich, Collina, Cucca, Fattorini, Lanzillotta, Marino, Santini, etc.), si uniscono come un sol uomo alle vibranti proteste di Ap. Il partito di Alfano, il giorno prima, aveva tuonato, con i due capogruppo alla Camera e al Senato, Lupi e Bianconi: “Senza bonus famiglia diremo no alla manovra”. Sembrava la classica tempesta in un bicchiere d’acqua (“quelli di Ap fanno la voce grossa due giorni, poi gli passa”, il commento tra i dem), ma ecco scendere in campo i ‘cattodem’ del Pd. Protestano ad alta voce, pure loro, contro la cancellazione del bonus bebé dalla manovra varata dal governo Gentiloni. Renzi è negli Usa: può esserne vittima e non regista? No. Infatti, prima in un’intervista ad Avvenire e poi a Portici, il leader del Pd ha puntato i fari, oltre che sul ddl Richetti sui vitalizi, sui temi sociali. Il leader dem ha già individuato nel maggiore sostegno ai figli a carico delle famiglie “una priorità assoluta insieme alla riduzione delle tasse sul lavoro” e ha già coniato lo slogan “mille euro a ogni figlio”. E chi pensava che quello di Renzi fosse solo un programma “elettorale” si è dovuto ricredere, dopo la nota dei senatori.
E così, con Renzi assente, ma ‘informalmente’ informato, si dice al Nazareno che, dietro la nota dei senatori ‘cattodem’, si stagli la figura di Lorenzo Guerini. Sarebbe stato lui, il coordinatore della segreteria Pd, detto ‘il Forlani’ di Renzi, a ‘ispirare’ l’uscita dei ‘catto dem’. La cui nota recita così: “La scelta del governo di non rifinanziare il bonus bebé è incomprensibile e non condivisibile”. Un uppercut al volto. Fa il paio, peraltro, con l’intemerata del ministro Martina che, pur se dal versante sinistro del partito, tuona contro il previsto aumento dell’età pensionabile a 67 anni. Richiesta che, dentro le Camere, ha due fan siamesi e scatenati: il supersinistro Cesare Damiano (Pd) e il superdestro Maurizio Sacconi (Ap). Infine, i senatori dem Ichino e Lepri chiedono di “utilizzare parte dei risparmi per costituire un fondo ad hoc perl’assistenza dei caregivers, le persone impegnate nell’assistenza a parenti gravemente disabili, proposta su cui Qn ha condotto una importante campagna stampa e su cui anche Ap ha presentato proposte.
Il premier è all’estero (un viaggio in India, molto importante, e poi in Arabia Saudita ed Emirati Arabi che si concluderà oggi quando tornerà a Roma per incontrare i sindacati al tavolo verde di palazzo Chigi sulle pensioni, altro tema su cui il Pd ha alzato il fuoco di sbarramento chiedendo di rinviare l’innalzamento dell’età pensionabile) e non ha presa bene tutte queste notizie mentre il ministro Padoan è già andato su tutte le furie e promette battaglia.
Infine, il Colle. Naturalmente, è “preoccupato”. Ieri, non a caso, è filtrato dal Quirinale, sul cui tavolo c’è la legge elettorale ancora da firmare, che Mattarella intende “vigilare” sulla manovra: nonostante lo “sfilacciamento” della maggioranza e le sue “geometrie variabili”, si tratta di un “passaggio fondamentale” per il Paese davanti alla Ue. Mattarella ha un arma segreta e atomica: sarà lui a decidere la data di scioglimento delle Camere e, dunque, le elezioni. Renzi punta tutte le sue fiches sul 4 marzo 2018, ma il Colle può rimandare lo scioglimento delle Camere fino al… 15 marzo 2018, il che vorrebbe dire, però, tenere le elezioni a maggio e dunque far slittare – a causa di tutte le procedure che servono per formare le nuove Camere – le consultazioni per la formazione del nuovo governo almeno a giugno. 
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2. Matteo e Barack si abbracciano, ma in Italia il Pd continua a perdere pezzi. 
(NB: L’articolo è uscito il 2 novembre a pagina 6 del Quotidiano Nazionale)

Nemo propheta in patria, si potrebbe dire. Matteo Renzi viene esaltato all’estero, direttamente da Barack Obama, ma in Italia lo aspettano a solo guai. In più, crolla nei sondaggi. “La politica deve diventare più attraente per coinvolgere più persone come è avvenuto nelle campagne elettorali mie e di Matteo”. Parola di Barack Obama. Bisogna rafforzare l’idea – aggiunge l’ex presidente Usa – che la politica può fare la differenza, battere il cinismo dei giovani e riportarli a votare”. Un endorsement in piena regola quello di Barack Obama che interviene a sorpresa a un panel dei lavori della sua Fondazione cui partecipava proprio Matteo Renzi coordinato da Caroline Kennedy, ex ambasciatrice e figlia dell’ex presidente JFK. Il segretario dem si trova, ormai da due giorni, a Chicago. Idem sentire di Barack e Matteo anche sui media che “non devono rafforzare l’idea di una politica che non offre risposte”, dice Obama. Renzi, che mal tollera i giornalisti e i talk show, non può che annuire. Il leader dem, nel suo intervento, ha parlato di “stagione di incredibili cambiamenti strutturali in Italia e in Europa e nessuno può fermare il cambiamento, che piaccia o no”, citando a  esempio “la rivoluzione, 10 anni fa, dell’IPhone”.

Peccato che, dall’Italia, arrivino solo brutte notizie, per il leader del Pd. La manovra economica rischia di finire a gambe all’aria, anche se proprio per colpa dei renziani che hanno aperto il fuoco sul bonus bebé e l’età pensionabile, facendo irritare, nell’ordine, Gentiloni, Padoan e il Colle. Le elezioni regionali in Sicilia che si terranno domenica rischiano di tramutarsi in un bagno di sangue, per il Pd. E, soprattutto, il percorso politico e le strategia del premier attuale, Paolo Gentiloni, si va sempre più divaricando da quello di Renzi. Gentiloni vuole imporre lo ius soli, subito dopo la manovra economica, al Senato, con la fiducia, e invece Renzi – che di ius soli non vuole sentir parlare – vorrebbe trovare lo spazio per il ddl Richetti sui vitalizi. Gentiloni, reduce da un importante viaggio di tessitura con molti Paesi chiave (India, Arabia Saudita, EAU), domani vedrà i sindacati sulle pensioni al famoso ‘tavolo verde’ di palazzo Chigi che Renzi aveva di fatto mandato in soffitta.

Infine, ci si mettono anche i sondaggi a incattivire i rapporti tra i due, anche se i rispettivi staff li definiscono “ottimi”. Secondo i dati dell’Istituto Ixé di Roberto Weber “Gentiloni gode di una fiducia superiore a quella di Renzi. E’ la rivincita dell’uomo tranquillo e batte Renzi 39 punti a 27”. Inoltre, Gentiloni “garantisce un maggiore valore aggiunto e farebbe un migliore risultato se fosse lui a guidare il Pd”. Ma anche altri dati del sondaggio Ixé sono interessanti: Luigi Di Maio, candidato M5S, è in crescita e si posiziona al secondo posto con il 32% mentre Matteo Salvini (Lega) gode di un gradimento molto alto (il doppio della Lega) e batte Silvio Berlusconi che si attesta solo al 21%. Per Ixé le prossime elezioni potrebbero essere” una sfida a due tra centrodestra e M5S col M55 che raccoglie i delusi del Pd”. Una prospettiva da far tremare le vene nei polsi a Renzi.

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3. Renzi vola a Chicago da Obama che se lo coccola. I guai sono rimasti tutti a Roma.
(NB: L’articolo è uscito a pagina 11 del Quotidiano Nazionale il I novembre 2017). 
“Buongiorno da Chicago, amici! Sono qui per il primo summit mondiale della Fondazione Obama!”. Matteo Renzi parla così in un post su Instagram. Parole entusiastiche, certo, ma comprensibili. Il leader dem è volato negli Usa, a Chicago, perché l’ex presidente Obama – che già lo aveva ricevuto come ultimo leader mondiale prima delle elezioni Usa – gli ha “fatto un altro invito”. Obama ha voluto Renzi al primo summit mondiale della “Fondazione Obama” che segna anche la ‘ridiscesa in campo’ dell’ex presidente dopo dieci mesi di silenzio, dall’elezione di Trump in poi. La kermesse, cui partecipa un parterre d’eccezione (tra cui il principe Harry Windsor, erede al trono di Gran Bretagna), sarà, di fatto, il trampolino di lancio per l’ex first lady, Michelle Obama: potrebbe sfidare Trump nel 2020. 
E così, stamattina, il leader dem parlerà, a Chicago, davanti a una sessione dei 500 giovani leader coordinati da Obama. Il feeling tra i due è cosa nota. Renzi lo definisce “un grande presidente” per mille motivi, ma soprattutto perché “si è battuto per la crescita e contro l’austerity”. Chicago, per Renzi, accompagnato solo da Giuliano da Empoli, fondatore del think thank ‘Volta’, di area dme, è stata anche l’occasione anche per incontrare la comunità dei ricercatori scientifici italiani. Sono quelli del Fermilab, tra cui Francis Cordova, direttrice della National Science Foundation. Renzi è andato anche alla Northwestern University dove ha tenuto un intervento sul futuro dell’Europa. “Leggo di ironie sui social per la mia visita” – puntualizza poi, Renzi, sempre su Instagram – “ma stavolta è comprensibile la critica: noi siamo dalla parte di scienza e ricerca mentre i 5Stelle criticano i vaccini e inseguono le scie chimiche”.
Fin qui l’ufficialità. Ma Renzi non perde mai il contatto con la madrepatria. Ieri, per dire, di buon mattino, legge sul sito Dagospia lo splash di ripresa di un articolo di Lettera43.it. Lo scoop vede una fonte interna dei servizi rivelare due cose: il capitano Ultimo avrebbe tenuto in piedi, per anni, una struttura ‘parallela’ dei servizi; essa avrebbe inquinato le prove dell’inchiesta Cpl Concordia, intercettando illegalmente Napolitano, Renzi e Adinolfi, generale GdF, e del caso Consip. Renzi manda subito sms indignati ai suoi: “Ma avete letto?! Io non sono un complottista, credo nelle istituzioni, ma è inquietante sapere che servizi ‘deviati’ mi monitoravano!”. Michele Anzaldi, suo fedelissimo, dirama subito una nota, presto anche interrogazione parlamentare. “Il Pd – mette a verbale Anzaldi – vuole sapere se è vero che è esistita una centrale di ascolto, non si capisce quanto legale, coinvolta nei casi Cpl Concordia e Consip; se è vero che ora tale centrale è smantellata in tutta fretta; se questa centrale fosse alle dipendenze del Capitano Ultimo e della sua squadra, dato il suo coinvolgimento in quei casi. Non è accettabile che resti il sospetto di manovre di apparati dello Stato contro l’allora premier Renzi”. E c’è chi ricorda che Renzi avesse più volte detto, con fare sibillino, ai suoi: “L’inchiesta Consip in realtà è il caso Cpl Concordia”.
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NB: Tutti i 3 articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale a novembre 2017.
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Renzi spiega la ‘linea’ del Pd che non è quella di Gentiloni. Ciclone Grasso in arrivo a sinistra

NB: pubblico, con colpevole ritardo, gli ultimi due articoli scritti per QN dalla conferenza organizzativa del Pd che si è tenuta a Portici-Pietrarsa (Napoli) dal 28 al 20 ottobre 2017.

  1. Renzi fa il contro-contro canto a Gentiloni e finge di ‘aprire a sinistra’.
renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Ettore Maria Colombo – PIETRARSA – PORTICI – dal nostro inviato

“Prima parliamo dei contenuti”. E passa un’ora abbondante. Si va dall’elogio della Politica, quella con la ‘P’ maiuscola, alla promessa di abbassare “le tasse su lavoro e famiglie”, (“se torniamo al governo bonus di mille euro a chi ha figli”). Fino alla polemica contro l’Europa “della burocrazia e della tecnocrazia” per non dire degli attacchi al “sistema bancario” (a Gentiloni sarà venuto un colpo, ma è in India). Poi c’è il capitolo “lotta ai populismi” di M5S e Lega. Infine, la promessa: “vogliamo portare avanti e far votare la legge su”. Tutti si aspettano dica ‘ius soli’ ma non lo dice. Solo dopo, sul treno, dirà “Se il governo metta la fiducia, il Pd ci sta”, ma dietro precisa domanda e solo a denti stretti. Parla, invece, Renzi, della “legge sui vitalizi”: sta al Senato, i senatori dem la osteggiano, ma l’ideatore Richetti ci crede. Sono i minuti finali del lungo discorso del leader dem alla conferenza programmatica di Pietrarsa, museo gioiello. Dopo un’ora e mezza Renzi tocca il capitolo ‘contenitori’. Cioè le alleanze. Non vorrebbe farlo, ma tutti i big del Pd (Franceschini, Orlando, Emiliano) gli hanno chiesto, per validare la pax interna (Orlando usa parole evangeliche: “Se anche perde in Sicilia non chiederò le sue dimissioni”) di farlo: lui finalmente stavolta lo fa nel senso che ne parla.

“Condivido dalla A alla Z il discordo di Gentiloni quando dice che il Pd è il perno del prossimo governo” la premessa. “Il problema non è chi andrà al governo ma se ci andiamo noi o gli altri…”, spiega, didascalico, a chi pensa che lui pensi soltanto a voler tornare a fare il premier. E aggiunge, a chi lo rimprovera di volere le larghe intese, che “il solo modo per non farle è votare il Pd, solo così non si faranno”. Ma ecco la (vera?) apertura sulle alleanze: “Non metto veti nei confronti di nessuno, dobbiamo superare gli insulti ricevuti. Nessun veto a sinistra”. E’ chiaramente una finta, ma Speranza ci casca subito: “Renzi è un disco rotto”, dice. E Renzi sorride coi suoi: “Visto? Con loro si perde tempo”.

Se proprio c’è una novità, nella nuova versione renziana del capitolo alleanze, è l’apertura al centro, pur se indefinita. Gli esegeti del renzismo spiegano che “il ragionamento non è solo verso Ap e Alfano, ma verso tante realtà di moderati. Dellai e i suoi, Tabacci, la comunità di Sant’Egidio, Cl…”. Mondi a cui Renzi tiene tantissimo (e da cui proviene pure) perché pensa – come spiega un alto dirigente del Nazareno – che “la battaglia per recuperare voti a sinistra oltre il Pd è persa, ma quella per prendere i voti dei moderati italiani, e dei cattolici, spaventati da un centrodestra a trazione Lega e dal M5S anti-sistema, ce la possiamo giocare ancora tutta”.

Fine delle parole, persone (militanti in testa) presenti in sala assai annoiate (tranne i campani, alla spasmodica ricerca di un seggio), fuggi-fuggi generale, e via tutti sul treno. Con Renzi sale mezzo governo (Pinotti, Fedeli, Madia, Boschi, elegantissima, vari parlamentari, Giachetti cupo, Minniti, che finge di essere a suo agio, Franceschini che finge amore fraterno, etc) ma la scena è a uso e consumo dei giornalisti cui poi, in realtà, risponderà solo Richetti perché Renzi si limita a qualche, vaga, battuta. La foto di gruppo. serve a far vedere che regnano, nel Pd, la pace e l’armonia. Poi Renzi – che s’improvvisa capotreno e dà appuntamento a “marzo del 2018” – sfotte Franceschini (“I collegi li sa già tutti a memoria”) e diventa chiaro che la guerra per i posti in lista nel Pd è solo iniziata.


2. Ciclone Grasso in arrivo sulla politica italiana. Il presidente del Senato già ai box 

Ettore Maria Colombo PORTICI – PIETRARSA

Pier Luigi Bersani, quando ne parla con i suoi, gli brillano gli occhi, manca solo che si commuova. Massimo D’Alema – che, si sa, non si commuove mai – ha accettato la cosa. Roberto Speranza, invece, si è convinto subito. Perché è un generoso e perché il fallimento dell’operazione Pisapia – “che si ritirerà a vita privata e tutti i suoi, tranne Tabacci, ci chiederanno, inutilmente, qualche posto in lista”, sibila Dario Stefano, appena transitato dall’area Pisapia al Pd – ha fatto capire a Speranza che urgeva trovare un volto ‘nuovo’ e ‘unitario’. Infatti lo ha voluto e lanciato lui alla festa di Mdp. I ‘civici’ di Montanari e Falcone, invece, ne diffidano, ma dovranno subirlo. Come pure Fratoianni (SI), Civati (Possibile), Acerbo (Prc): si dovranno accodare a Mdp, pur assai perplessi, come molti partiti della ex sinistra radicale (Prc in testa) si dovettero accodare, nel 2012, dietro il leader più triste e sfortunato del mondo, il pm Antonino Ingroia (1% i voti della sua Rivoluzione civile). Si dovranno far andare bene Pietro Grasso (almeno sorride), quelli di Sinistra italiana, altrimenti il rischio è di restare fuori dal ‘listone’ di sinistra. E’ Pietro Grasso, l’ex procuratore capo di Palermo e attuale presidente del Senato che ha appena stracciato la tessera del Pd, il nuovo ‘ciclone’ che ha investito la politica italiana.

In realtà solo un pezzo della sinistra (Bersani-D’Alema) pensa che Grasso possa suscitare un ‘effetto Monti’ (che prese il 15% da solo) e portare una sfida mortale al Pd. Scendere in campo con Grasso leader per Mdo vuol dire puntare al 10%. Un sondaggio di Ipr-Marketing conferma l’intuizione: valuta in un “buon 5% il suo potenziale perché Grasso – spiega Antonio Noto – gode di un’alta reputazione e viene percepito come uomo di Stato che come il Che…”.

E così ecco Nichi Vendola, ex discepolo di Bertinotti, dire ieri che “Grasso è il nostro programma politico vivente”. Addirittura. Seguita Vendola: “la sinistra ha bisogno di lui”. Infine, lo difende dall’attacco che gli ha portato, dal palco di Portici, il leader Pd Matteo Renzi: “Se Grasso è un ultras, Renzi è il capo degli hoolingans”. Ma cosa ha detto, ieri, Renzi, di tanto grave contro Grasso? “Non possiamo accettare che si dica – ha scandito dal palco – che la fiducia parlamentare è un atto di violenza. Noi non vogliamo un vocabolario da estremisti e da ultras. Ho vissuto con grande dolore (sic) – continua Renzi – il fatto che abbia lasciato il gruppo del Pd e noi non facciamo polemiche con la seconda carica dello Stato, ma – e qui il tono della voce si alza – non è violenta la fiducia, non è vigliacco chi non la pensa come te, non è eversiva una mozione parlamentare approvata col governo. Le parole sono importanti diceva Nanni Moretti!”. In realtà, per Renzi, Grasso è sempre stato un nemico: lo ha ritenuto ‘colpevole’ di aver messo sulla sua strada, quando era premier, ostacoli infiniti, a colpi di regolamenti del Senato. Presto i due saranno veri avversari. Alle Politiche.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale del 30 ottobre 2017.