“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

Renzi, patto di ferro con 5 Stelle e Lega: Italicum anche al Senato, poi il voto

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Ettore Maria Colombo
ROMA
COLLOQUI – Riservati, riservatissimi, tenuti segreti per settimane – con il leader della Lega, Matteo Salvini. Chiacchierate in Transatlantico tra gli emissari più fidati dell’ex premier, a partire da Ettore Rosato, e gli  omologhi grillini (Toninelli, Di Maio, Di Battista).
Matteo Renzi, mentre tutti guardavano il dito (il congresso, da anticipare o tenere a scadenza naturale, la scissione di D’Alema e, forse, di Emiliano e, forse, di Bersani, il freno tirato di forzisti e centristi sulla strada delle urne), puntava alla Luna. E così, con una mossa assai spregiudicata e che farà discutere a lungo, ha fatto quella che un grande vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, definì «la mossa del cavallo»: muovere in avanti, sulla scacchiera, per ‘mangiare’ a destra o ‘a sinistra’, a seconda dei punti di vista.
Accordarsi con i suoi nemici di sempre, anzi: i più accaniti (Grillo, Salvini, Meloni), per ottenere le urne al massimo entro il mese di giugno con scioglimento delle Camere entro fine marzo. Ieri – complice un articolo del quirinalista del Corsera, Marzio Breda, che intimava il prevedibile alt del Quirinale alla fretta renziana di correre alle urne senza armonizzare le due, diverse, leggi elettorali uscite da due, diverse, sentenze della Consulta sui diversi sistemi elettorali di Camera e Senato (l’Italicum rimaneggiato dalla Consulta il 14 gennaio scorso e il Consultellum, desunto dal Porcellum, nel 2014) – ha deciso che il dado era tratto. Si è chiuso coi suoi più stretti colonnelli, per tutto il giorno, al Nazareno (Guerini, Rosato, Zanda e pochi altri) e ha dato ‘luce verde’ finale all’accordo impossibile.

STA per nascere, infatti, il ‘Legalicum’, come lo chiamano, da mesi, i pentastellati. Ovvero, come dicono invece i renziani, l’estensione al Senato delle norme elettorali in vigore per la Camera: un Italicum senza ballottaggio, fatto di liste (o ‘listoni’) senza coalizioni e un’unica soglia di sbarramento, valida per tutti i partiti, alla Camera come al Senato.
Il dibattito parlamentare per scrivere una nuova legge elettorale inizierà, nell’Aula della Camera, il 27 febbraio. La data, in realtà, è ancora sub judice: manca ancora l’esame della commissione Affari costituzionali, ma anche quello potrebbe saltare, a maggioranza, e andare dritti per dritti in Aula. Non a caso, è stato stabilito anche il contingentamento dei tempi di discussione in Aula. Un elemento decisivo che poteva essere approvato solo nella giornata di ieri e, cioè, prima di stabilire il calendario d’Aula di febbraio, unica sede utile per stabilire il ‘contingentamento’ dei tempi di discussione, obbligatorio per fare in fretta. Non è neppure escluso un decreto legge e neppure una fiducia ‘tecnica’ messa dal governo “ma solo se tutti i partiti, o meglio la loro larga maggioranza, saranno d’accordo” si premura di mettere le mani avanti un renziano che ha seguito da vicino l’intero dossier.

La svolta di pura, ma necessaria, tecnica parlamentare  che sancisce l’accordo politico raggiunto tra tre partiti lontanissimi tra loro, arriva a tarda sera con un voto deciso a maggioranza (Pd-M5S-Lega a favore; FI, Sel-SI e Misto contrari) alla fine della conferenza dei capigruppo di Montecitorio e dietro esplicita richiesta dei grillini. Durante la riunione dire che sono volati gli stracci è dire poco, ma è solo un antipasto di quello che succederà, a breve, in Aula. Lo testimoniano le parole dei capogruppi contrari e pure del tutto ignari del complotto ordito alle loro spalle. Per Arturo Scotto (Sel) «è nato l’asse dell’avventura», Renato Brunetta (FI) parla di «comportamento inaccettabile del Pd», solo maurizio Lupi (Ncd) si limita a parlare di «forzature». La verità è che sta per nascere una legge che colpirà al cuore soprattutto FI, la quale sarà costretta presentare liste uniche con Lega e Fd’I, annacquandosi in esse. Il capogruppo dem, Ettore Rosato, parla come chi ha il pesce già in bocca: «Ho rassicurato i miei colleghi che tentavano di diluire i tempi. Per noi non è che il giorno che si approva la legge, poi bisogna andare a votare, ma da quel giorno sarà possibile. Servono solo piccoli aggiustamenti». Luigi Di Maio (M5S) esce dallo studio della Boldrini e dice trionfante: «Entro la metà di marzo la Camera può approvare la legge elettorale e, a quel punto, il Senato in pochi giorni non dovrà far altro che ratificarla».

QUESTO è un po’ meno vero: tra i ‘piccoli’ aggiustamenti, oltre quelli ovvi (doppia preferenza di genere, via l’assurdo sistema del sorteggio stabilito dalla Consulta, dimensione diversa dei collegi senatoriali, capolista bloccati da estendere anche al Senato) non è ancora chiaro se sono previsti due punti cruciali per la sopravvivenza di molti partiti, specie i più piccoli: la possibilità di creare liste e/o coalizioni e le soglie di sbarramento. Il sistema oggi in vigore per il Senato prevede la possibilità di dare vita a coalizioni, ma l’asse Pd-Lega-M5s punta a consentire solo la presentazione di listoni come accade alla Camera. Le soglie di sbarramento al Senato sono assai diverse (20% le coalizioni, 8%, le liste singole) ben più alte dell’unica della Camera (3%): potrebbe essercene una sola, la più bassa, di soglia di sbarramento per permettere a tutti i partiti, anche i piccoli, di correre. Una cosa è certa, un dato di fatto è blindato, come una regola aurea: ci saranno i capolista bloccati perché quelli li vogliono tutti, dal Pd di Renzi a FI, da Lega a M5S, da Ncd agli altri.
E Renzi? «Basta alibi» ripete come un mantra, soddisfatto, quasi euforico, «ora dobbiamo occuparci di Trump e della Ue, non di collegi». Infatti, come dice in un sms inviato alla trasmissione di Floris su La7, Di Martedì, «per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso, ma sarebbe grave, ingiusto e assurdo far scattare i vitalizi a settembre. Sarà fondamentale, invece, farsi sentire con molta forza dall’Europa, specie sui vincoli di bilancio e austerity», aggiunge, con toni che ricordano quelli grillini o dei ‘sovranisti’. Populismi di destra, grillini e di sinistra: si giocherà intorno a questi tre poli la prossima campagna elettorale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il I febbraio 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 

“Almanacchi, almanacchi freschi!”. Gli impegni dei principali partiti e attori politici per il 2017 e qualche previsione sul futuro politico che ci aspetta…

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi

 

“Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?” (dal “Dialogo di un Venditore di Almanacchi e di un Passeggere” di Giacomo Leopardi)

Sarà un anno politicamente impegnativo, quello che in realtà si è già aperto, il 2017. Una serie di appuntamenti, interni e internazionali, attendono l’Italia, dalla celebrazione della firma dei Trattati di Roma (marzo) al G7 a Taormina (fine maggio) a una possibile ‘manovrina’ economica. Potrebbe essere anche un anno di elezioni politiche anticipate, ma è troppo presto per dire se davvero si terranno o se la legislatura andrà al suo naturale scioglimento (febbraio 2018). Anche perché decisiva sarà la definizione di una nuova legge elettorale che, in ogni caso, prima di essere approntata (e poi varata e votata in Parlamento) dovrà attendere il responso della Consulta, la cui prima udienza si terrà il 24 gennaio, sul tema. Consulta che, invece, l’11 gennaio esaminerà i quesiti avanzati dalla Cgil per un referendum popolare sul Jobs Act che potrebbe tenersi a giugno (salvo eventuali elezioni politiche anticipate), mese in cui – e in ogni caso – andranno a votare più di mille comuni italiani e mese in cui potrebbero tenersi le elezioni politiche anticipate. Di certo, per i principali partiti politici italiani, sarà un anno di impegni importanti (il congresso ordinario del Pd, teoricamente previsto a fine 2017, le possibili primarie del centrodestra, nuove evoluzioni nel magmatico mondo a Cinque Stelle, la nascita di un nuovo soggetto politico a sinistra, etc.), ma lo sarà anche per gli appuntamenti che attendono il nostro Paese. Proviamo a ricostruire qui, senza alcuna pretesa di esaustività, i principali appuntamenti, dividendoli –  per comodità di chi scrive – per marco aree politiche e non in base al mero calendario, di cui pure terremo debito conto. Il pezzo si compone di molte date e appuntamenti e qualche previsione, che invariabilmente sarà sbagliata.

Le due sentenze della Consulta (gennaio). 

L’11 gennaio la Corte costituzionale dovrà esprimersi sui tre quesiti (reintroduzione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970; norma sui voucher; norme sugli appalti) su cui la Cgil, guidata da Susanna Camusso, ha raccolto oltre mezzo milione di firme per un referendum abrogativo che ha già passato l’esame (formale) della Corte di Cassazione. Dubbi sulla possibilità che la Consulta dia il via libera a tutti e tre i quesiti ci sono perché, soprattutto il primo, quello sull’art. 18 che punta a scardinare il cuore del Jobs Act di Renzi, è a rischio ammissibilità in quanto ritenuto, da diversi giuristi, di fatto ‘sostitutivo’ e non meramente ‘abrogativo’, come deve essere, per legge, il quesito referendario. Si vedrà. In ogni caso, se la Consulta decidesse per l’ammissibilità di uno o più quesiti, il referendum della Cgil si terrebbe nel mese di giugno, a meno di elezioni politiche anticipate che, sempre in base alla legge istitutiva del referendum, fanno slittare il referendum di mesi.

Il 24 gennaio sempre la Corte deciderà sull’Italicum, la legge elettorale in vigore per la sola Camera dei Deputati dal I luglio 2016. Si tratta di una legge di impianto proporzionale ma dalla forte torsione maggioritaria grazie al premio di maggioranza (55% dei seggi) garantito dal ballottaggio (privo di soglia di accesso) alla lista vincente al primo o al secondo turno. Altri due aspetti dell’Italicum (le multicandidature o candidature plurime in dieci collegi e i capolista bloccati) sono sub judice del giudizio della Consulta. Impossibile prevedere l’esito della decisione: la Corte potrebbe cassare il ballottaggio ma mantenere il premio, lasciandolo per il turno unico (soglia al 40%), cassare ballottaggio e premio, intervenire o meno su capolista bloccati e multicandidature, abolendo le preferenze o introducendo soglie di sbarramento diverse dalle attuali (il 3%). Da considerare che, sempre la Corte, con sentenza n. 1/2015 abolì la precedente legge elettorale, il Porcellum, introducendo di fatto, nel nostro ordinamento, un sistema elettorale semi-proporzionale ma con diversificate soglie di sbarramento (‘eredi’ del Porcellum) tra Camera e Senato (è il cd. Consultellum). Infine, da notare che se la prima udienza della Corte sull’Italicum si terrà il 24 gennaio, la decisione finale e, a maggior ragione, le motivazioni arriveranno non prima di febbraio.

Il Pd e il centrosinistra (gennaio-marzo 2017, ottobre 2017 e, forse, oltre…). 

Matteo Renzi, ormai ‘solo’ segretario del Pd, ha in animo di costituire la nuova segreteria del partito subito dopo l’Epifania, tra il 7 e l’8 gennaio: in essa entreranno diversi nuovi volti, specialmente dai territori (il presidente dell’Anci, e sindaco di Bari, Antonio Decaro, quello di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, Ciro Bonajuto, sindaco di Ercolano), e alcuni volti a dir poco ‘consolidati’ (l’ex sindaco di Torino, Piero Fassino, agli Esteri, i ministri Maurizio Martina all’Organizzazione, forse, e Delrio).

Dal 10 gennaio partirà un ‘tour’ del segretario in giro per l’Italia, nei circoli del Pd e nei territori, a partire dalle maggiori città. Il 21 gennaio è prevista una mobilitazione nazionale di tutte le strutture locali del partito (circoli, federazioni, segreterie locali, etc.). Il 27 e 28 gennaio, a Rimini, terrà una conferenza programmatica – full immersion di tutti gli amministratori locali del Pd. Il 4 febbraio il Pd organizzerà a Roma un’iniziativa sull’Europa e i temi sociali. E questo è il programma – sicuro e già approntato – delle iniziative di partito, ma è probabile che, tra febbraio e marzo, Renzi lanci le primarie per la premiership del centrosinistra tra lui stesso, un candidato moderato e uno della sinistra (Pisapia o Boldrini i nomi gettonati). L’obiettivo del leader dem, non più premier, è sempre lo stesso: elezioni anticipate ‘subito’, cioè al più presto, non appena approvata dalle Camere la nuova legge elettorale. In ogni caso, non appena l’attività delle Camere riaprirà normalmente (dal 10 gennaio), il Pd chiederà a tutti i partiti di cimentarsi in un ‘tavolo’ sulla nuova legge elettorale senza aspettare l’esito della sentenza della Consulta, ma è molto difficile che la manovra riesca, sia che proponga il Mattarellum (nella sua formula originaria del 1994 o in una nuova e rivisitata, un ‘Mattarellum 2.0’ con più proporzionale) sia che si adegui al Consultellum (il quale, nessuno lo dice, ma presenta soglie di sbarramento proibitive per i piccoli partiti,ergo lo osteggeranno).

Certo è che, per scrivere una nuova legge elettorale, o anche solo per ‘armonizzare’ – come chiede a gran voce il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – servono almeno 2 mesi (se non tre…) perché bisogna votare una nuova legge in entrambe le Camere (la famosa ‘navetta’) né si possono fare decreti governativi in materia di legge elettorale, per non dire del tempo (almeno due mesi) che ci vuole per ridisegnare i nuovi collegi elettorali. Tra i renziani si compulsa il calendario: escluse, per ragioni pratiche, le urne ad aprile (le Camere andrebbero sciolte a febbraio…), l’obiettivo più realistico è il mese di giugno. Circola già una data (domenica 11 giugno) quando le elezioni politiche si potrebbero accorpare con le elezioni amministrative che porteranno al voto più di mille comuni. Ove, invece, a Renzi non riuscisse di centrare l’obiettivo agognato delle urne in primavera, resterebbe la carta delle elezioni a ottobre, ma di certo sarebbe uno smacco, per Renzi. Anche perché, a quel punto, tra legge di Stabilità da varare e fine anno incipiente, la forza inerziale della legislatura per arrivare al suo scioglimento naturale (febbraio 2018) prevarrebbe in tutte le forze politiche, Pd compreso. In ogni caso, a partire da settembre, si aprirà il percorso ordinario per il congresso del Pd (scadenza naturale: autunno 2017) che vedrà Renzi, di certo il leader della minoranza, Roberto Speranza, ma anche altri candidati (il governatore pugliese Emiliano, il toscano Rossi, etc.) contendersi la leadership del Pd nella fattispecie della carica di segretario.

Forza Italia e il centrodestra (date imprecisate…). 

Berlusconi potrebbe non solo ‘tirarla in lungo’ per scrivere una nuova legge elettorale (FI punta apertamente a un sistema proporzionale semi-puro), ma anche per far durare la legislatura fino alla sua scadenza naturale. Infatti, a Berlusconi serve la ‘protezione’ di un governo in carica per difendersi al meglio dalla scalata ostile del gruppo Vivendi di Bolloré alla sua Mediaset. Infine, solo a fine anno (2017) è probabile che arrivi la sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo che potrebbe concedere a Berlusconi ‘l’onore perduto’ e cioè riabilitarlo politicamente dopo la sentenza definitiva di condanna che, in base alla legge Severino, lo ha escluso – il voto del Senato avvenne nel 2016, la pena è stata espiata il 14 aprile 2015, anche grazie all’indulto, è un ex senatore ormai decaduto dalla carica e anche un incandidabile, per la legge Severino, fino al 2019 – dall’attività politica. Senza dire che Berlusconi ha bisogno di tempo per riorganizzare e strutturare una nuova FI dal volto ‘moderato’ che possa allearsi, o competere, da pari a pari con il blocco Lega-FdI. Il quale, invece, punta davvero ad andare a elezioni anticipate (con il Mattarellum, se possibile, ma anche con il Consultellum, alla bisogna) per disarcionare definitivamente il Cav dal trono di dominus del centrodestra e inventarsi un ‘nuovo’ centrodestra a trazione Salvini che, magari attraverso l’indizione di primarie per la premiership, vuole diventare lui il nuovo ‘padrone’ del centrodestra, allineandolo alle pulsioni populiste d’Oltralpe (Le Pen). In ogni caso, anche se la Corte di Starsburgo fosse favorevole a Berlusconi, ci vorrebbe tempo per recepire, in Italia e nel nostro ordinamento giuridico, la sua riammissibilità a cariche elettive politiche: anche per questo motivo non conviene, a Berlusconi, andare a votare entro il 2017. Per ora, l’unico appuntamento fissato dagli azzurri è il consueto happining invernale di FI, ‘Neve azzurra’, il 7/8 gennaio nel corso del quale Berlusconi si collegherà per telefono. Il 17 gennaio, gli occhi azzurri sono puntati sul voto nell’Europarlamento dove bisogna scegliere il successore di Martin Schultz, carica per la quale il candidato del PPE, l’azzurro Antonio Tajani, è in pole position contro il candidato del PSE, Pittella (Pd). Per quanto riguarda la Lega, lo stato maggiore leghista e quello meloniano – l’asse Lega-FdI detto anche dei ‘lepenisti all’amatriciana’ – si incontrerà presto per stabilire la proposta sulla legge elettorale (un Mattarellum corretto?) e anche le regole per le primarie del centrodestra che il duo Salvini-Meloni, in barba a Berlusconi, vorrebbe indire a marzo.

Il Movimento Cinque Stelle (anno 2017).

Anche i pentastellati hanno bisogno di tempo e non hanno alcuna fretta, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata, di andare a votare. Caso Raggi a Roma, dove sul capo della sindaca pende un avviso di garanzia, docet, per non dire della strutturazione di un movimento che – tra nuovo Codice etico e nuovi organi di garanzia (probiviri) e decisione (un nuovo Direttorio?) – ha bisogno di tempo per organizzarsi e presentarsi alle Politiche. Ecco perché, tranne il molto can can ad usum dei tanto vituperati mezzi d’informazione, l’M5S cercherà di opporsi a ogni sbocco immediato verso elezioni politiche anticipate, dicendo sostanzialmente di no a ogni nuova legge elettorale (maggioritaria o proporzionale che sia) con la scusa che ‘li penalizza’ o che è fatta ‘per farli fuori’. Nel frattempo, però, dovrà chiarirsi ai vertici: Grillo farà solo il garante del Movimento? Di Maio sarà davvero il candidato premier? Che ruolo avrà Di Battista? E la Raggi per quanto ancora sarà grillina? Tutte domande, ad oggi, senza risposta, anche se molti osservatori si aspettano nuovi viaggi e scorribande di Grillo a Roma.

La sinistra-sinistra (febbraio-marzo 2017).

Quel che resta di Sel – un pezzo della formazione nata per scissione dal Prc, partito ormai defunto, si è accostata al Pd in un ottica di ‘competizione-collaborazione’ con Renzi e parteciperà alle primarie (i senatori Uras e Stefano, pezzi sul territorio romano e laziale, i sindaci ex ‘arancioni’ di alcune città in mano al centrosinistra come Pisapia, Zedda, etc.) – si avvia a costituire un nuovo soggetto politico, quello di Sinistra Italiana, attraverso un congresso fondativo che si terrà dal 17 al 19 febbraio a Roma e che vedrà partecipare, oltre a quello che resta di Sel, capeggiata da Nicola Fratoianni (erede politico di Nichi Vendola), gli ex fuoriusciti dal Pd Fassina, D’Attorre, Galli, etc. e altri pezzi di movimenti sparsi. Invece, il 28 gennaio, a Roma, si terrà l’assemblea dei Comitati del Nuovo Ulivo fondati da Massimo D’Alema, ormai praticamente e di fatto fuori dal Pd, eredi dei Comitati per il No al referendum costituzionale del 4 dicembre, mentre il 28 gennaio a Parma Pippo Civati (altro fuoriuscito dal Pd) lancerà gli Stati generali della sua nuova associazione, Possibile. In attesa, tutti questi pezzi di sinistra a sinistra dal Pd, che la minoranza dem oggi ancora dentro il partito, quella che fa capo a Bersani e Speranza, decida di andarsene a sua volta. Infine, anche micro-partiti della ex sinistra radicale (Prc, Pdci, Comunisti di Rizzo, etc.) terranno i loro congressi, ma si tratta di formazioni politiche ormai cancellate dalla storia, oltre che dall’attualità politica. Infine, da segnalare che il 21 gennaio, a Roma, si riuniscono i comitati dei ‘professori’ del No (al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso) legati alla rivista on-line ‘Micromega’ (Falcone, Pace, Grandi, Besostri, Rododtà, Zagrebelsky, Carlassarre, Spataro, Villone, Vita, Pardi, Smuraglia, Montanari, Landini) in un teatro di Roma.

Il centro-centro (date imprecisate). 

Per quanto riguarda, invece, i centristi, la situazione è molto confusa. Scelta civica di Monti è morta, spersa in tre rivoli: una parte è finita direttamente nel Pd, un altra si è fusa con Ala di Verdini (quella che fa capo a Zanetti), un altra ancora ha fondato i ‘Civici innovatori’ ma se ne erano già andati sia i Popolari per l’Italia di Mario Mauro (verso il centrodestra) che i Popolari-Demos di Lorenzo Dellai (verso il centrosinistra). La fusione tra Ncd e Udc che aveva portato alla nascita di Ap (Azione popolare) è fallita: Ncd è rimasta alleata al Pd e punta, in teoria, a costruire un’area liberal-popolare alleata al centrosinistra (congresso, forse, a marzo) mentre l’Udc di Cesa, De Poli (ma non quella di Casini, D’Alia e Galletti…) è confluita dentro il calderone del centrodestra come pure il movimento Idea di Quagliariello e quello dei Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto che, insieme ad altri micro-partiti, vorrebbero concorrere, invece, alla rinascita di un area liberal-popolare nel..centrodestra. Per tutti costoro – movimenti e partiti di centrodestra come di centrosinistra – con quale legge elettorale si andrà a votare è esiziale: soglie di sbarramento troppo alte (superiori, cioè, al 3-4% dei voti…) ne decreterebbero, una buona volta, la definitiva sparizione. Ecco perché il loro unico vero interesse, oltre ad arrivare a fine legislatura, è il proporzionale. E di tutti loro si dovrà tenere conto: nel Paese sono inesistenti, ma in Parlamento contano.

Gli impegni delle Camere (l’intera legislatura). 

Come ormai sanno anche i sassi, la maggior parte dei parlamentari – molti di prima nomina – agogna a raggiungere la pensione (il cd. ex ‘vitalizio’) che, da quando il sistema è stato riformato ed è passato dal metodo retributivo a quello contributivo, matura solo dopo quattro anni, sei mesi e un giorno dall’inizio della legislatura, e cioè dal I settembre 2016. Eppure, non sono pochi i parlamentari che, invece, per ragioni di partito o di fede politica, vorrebbero interrompere in via anticipata la loro esperienza politica, anche se è la prima. Peraltro, le Camere dovrebbero comunque versare, a ognuno di loro, e subito, non ai 65 anni di età, 100 mila euro di mancati contributi per i 5 anni interrotti (un bel gruzzoletto). In ogni caso, oltre alla legge elettorale – di cui si è parlato prima – che abbisogna di almeno due/tre mesi per essere varata e alla legge di Stabilità, di cui si parlerà a partire da ottobre, c’è da espletare la ‘normale’ attività delle Camere che riprenderà a partire dal 10 gennaio. Un’attività (e, spesso, un ‘dolce far niente’) che non dispiace mai a nessun parlamentare. Da segnalare che, in Senato, bisognerà eleggere il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali (Chiti sarà, forse, la proposta dei renziani) in sostituzione di Anna Finocchiaro, oggi ministro alle Riforme, e il nuovo vicepresidente del Senato, in sostituzione di Fedeli (oggi ministro): due cariche istituzionali in quota Pd che, però, il Pd potrebbe cedere. Infine, notizia dell’ultima ora: i due provvedimenti più corposi in itinere nelle Camere (ddl salva-banche e dl Mille Proroghe) partiranno dal Senato e non dalla Camere per ‘liberare’ la Camera da ogni ingombro possibile per lasciare campo libero alla possibile riforma della legge elettorale che avrebbe, in questo caso, ‘campo libero’ per passare.

Gli impegni del governo Gentiloni (2017 e oltre…). 

Oltre agli impegni internazionali dell’Italia (che trovate qui sotto), il nuovo governo guidato da Paolo Gentiloni (già ministro degli Esteri nel governo Renzi) che si è insediato appena prima di Natale, si troverà di fronte una serie di impegni interni, alcuni previsti (e prevedibili), altri imprevisti (e imprevedibili). Essendo impossibile enumerare i secondi (esempio: uno o più attentati terroristici, di matrice Isis o altra, colpiranno l’Italia?), è meglio passare in rapida sintesi i primi (peraltro, l’agenda del governo è consultabile sul sito di palazzo Chigi: http://www.palazzochigi.it). Sul fronte economico, l’Italia dovrà affrontare, quasi sicuramente, il varo di una ‘manovrina’ di aggiustamento dei conti entro marzo (così chiede, in modo insistente, la Commissione Ue), il Def entro giugno e la legge di Stabilità per ottobre (se ancora sarà in sella, ovviamente), ma anche misure tampone su vari fronti (voucher, misure di contrasto alla povertà e a favore famiglie, bonus bebé, bonus giovani) per non dire del piano di salvataggio delle quattro banche in crisi (Mps in testa) che vale almeno 20 miliardi. Sul piano sociale i temi saranno gli stessi più, ovviamente, le misure – tampone o strutturali si vedrà – di contrasto all’immigrazione clandestina (riapertura dei Cie?), rimpatri, sbarchi e, in generale, il modo per affrontare l’emergenza immigrazione.

Sul piano più prettamente politico il governo Gentiloni ha già messo in chiaro che non sarà parte attiva nelle trattative sulla legge elettorale, ma  si limiterà al ruolo di ‘facilitatore’ delle trattative tra i partiti che dovrebbero ripartire non appena si pronuncerà la Consulta, mentre sul tema voucher potrebbe varare nuove leggi per depotenziare il possibile effetto negativo (sul Pd e i suoi alleati minori che reggono il governo) dei referendum della Cgil. Infine, vi sono molte leggi che giacciono in Parlamento e che attendono una loro definitiva approvazione, già calendarizzate dalle Camere e varate o proposte dall’ex governo Renzi: la riforma del processo penale (con dentro le norme sulla prescrizione), legge sulle adozioni, legge sul giusto processo, legge sulla cittadinanza agli immigrati nati in Italia, etc. etc. etc. Insomma, o il governo Gentiloni (retto, a oggi, da una maggioranza composta da Pd+Ncd+Psi+Popolari+altri partiti minori, senza l’apporto dei verdiniani di Ala) deciderà di autoaffondarsi da solo o verrà sfiduciato dal partito di maggioranza relativa che lo sostiene (il Pd, appunto) oppure, impegni e calendario alla mano, ne avrà parecchie di cose da fare. Da non dimenticare, per dire, la tornata di nomine negli enti di nomina statale che scadono entro giugno e che – dicono indiscrezioni di stampa – il governo effettuerà sempre che non sia caduto e non si debba andare a nuove elezioni anticipate entro maggio. Infine, il caso Rai: l’11 gennaio, il dg Campo Dall’Orto presenterà il suo nuovo piano industriale al Cda Rai e, subito dopo, in commissione di Vigilanza Rai che ha già silurato Verdelli.

Gli appuntamenti internazionali dell’Italia (marzo e maggio). 

I principali appuntamenti internazionali che attendono il nostro Paese sono tre: 1) l’Italia è, dal I gennaio 2017, membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e lo resterà per tutto l’anno; 2) la celebrazione della firma dei Trattati di Roma (1957), di cui ricorre il 60 esimo anniversario, che si terrà e celebrera’ il 25/26 marzo nella Capitale; 3) il G7 che si terrà dal 26 al 28 maggio a Taormina perché, nel 2017, l’Italia è paese ospitante del vertice. Sul piano della politica europea sono infine molti i temi e i dossier caldi che attendono misure e decisioni urgenti da parte del governo (immigrazione, terrorismo, bilanci della Ue, etc.).

Gli impegni istituzionali del Capo dello Stato (tutto l’anno). 

L’agenda degli impegni istituzionali del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è facilmente consultabile sul sito del Quirinale ( http://www.quirinale.it ), ma in ogni caso il primo appuntamento sarà il 7 gennaio, a Reggio Emilia, per la ormai consueta Festa del Tricolore, e il secondo a Bologna, il 12 gennaio, per la visita all’Università di Bologna Alma Mater e alla casa dei Fratelli Cervi. Non mancheranno i soliti impegni istituzionali e, sicuramente, altre visite nei centri del Centro Italia colpiti dal terremoto, cui Mattarella tiene molto, oltre che diversi viaggi all’estero. Una cosa è certa: sarà Mattarella, in ultima istanza, a decidere se e quando, come e perché, si andrà a votare con elezioni politiche anticipate o a (aprile? giugno? ottobre?) o alla scadenza naturale della legislatura (febbraio del 2018). Infatti, il potere principale che ha in mano, quello di sciogliere le Camere, tale resta, nelle sue mani e sicuramente, con il suo consueto stile sobrio e pacato, egli lo eserciterà.

NB: questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

NEW! Totoministri governo Gentiloni: Alfano agli Esteri, Minniti agli Interni, a Lotti anche gli 007, dentro Verdini, via Giannini e Poletti, resta la Boschi

Questo articolo è stato scritto ieri sera e aggiornato ieri notte e solo sul sito stamattina. 

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

IL GOVERNO Gentiloni che oggi ha visto le delegazioni dei partiti a Montecitorio, ha una lunga serie di «stelle fisse», nel senso di ministri riconfermati nel loro ruolo dall’incarico precedente (governo Renzi) e alcuni «buchi neri» che potrebbero scompaginare il quadro.
Partiamo dalle «stelle fisse». La prima, destinata a durare e a brillare come prima (anzi, di più) è quella di Luca Lotti. ‘Il’ sottosegretario per eccellenza alla presidenza del Consiglio di palazzo Chigi, amico fidato di Matteo Renzi e cuspide dell’ormai arcinoto «giglio magico» fiorentino, non solo resterà dov’è, ma assumerà anche la cruciale delega ai servizi segreti, cui ambiva da tempo, fino ad ora nelle mani di Marco Minniti (ex dalemiano, nelle origini, poi veltroniano, oggi vicino ad Area dem di Franceschini). Minniti andrà agli Interni, ministero di certo delicato e decisivo, in tempi di elezioni anticipate, mentre Angelino Alfano, leader di Ncd, lascia il Viminale per la Farnesina. Una scelta clamorosa, certo, e della quale per ore non sono state chiare le reali motivazioni. In realtà, Alfano lascerebbe gli Interni per un motivo tutto «politico»: sganciarsi da un ministero cui gli elettori specie quelli moderati, imputano gli sbarchi dei migranti e il boom di immigrati in vista di elezioni Politiche anticipate in cui già i centristi stenteranno e dove, anche per questo motivo, potrebbero pagare un pegno in termini di consensi troppo alto. Insomma, anche se sia Renzi che lo stesso Gentiloni avrebbero visto bene la prima segretaria generale donna della Farnesina, Elisabetta Belloni, agli Esteri, o in alternativa Piero Fassino – la seconda scelta di Gentiloni, l’ultima di Renzi che gli imputa il disastro della sconfitta alle comunali di Torino a giugno – Alfano ha deciso di andarci lui, agli Esteri, anche perché, insieme e subito dopo al Pd, il suo Ncd ha la golden share della maggioranza.
A Lotti, invece, resta in mano un altro dossier chiave, le nomine delle aziende di Stato: in primavera scadono i vertici di Enel, Eni, Poste, Finmeccanica, Terna e altri cda, gran finale con il successore di Vincenzo Visco a Bankitalia, i vertici della Rai, ove mai si dimettessero.

L’ALTRA certezza è che «un posto, a quelli di Verdini, bisognerà trovarlo», allargano le braccia i renziani. Si da il caso, infatti, che Ala (18 senatori e 16 deputati che si sono fusi coi miseri resti di Scelta civica di Zanetti, un partito che si è auto-liquefatto da solo negli anni) è determinante per la sopravvivenza di qualsiasi governo, al Senato, dove – senza i voti di Ala – banalmente la maggioranza non c’è (173 voti presi da Renzi all’ultima fiducia, senza i 14 assicurati da Verdini, non ci sarebbero stati i 169 voti necessari per avere la fiducia): governo Renzi ieri, governo Gentiloni da domani. Ergo, bisogna accontentarli, i verdiniani. Il problema è come: una promozione dello stesso Zanetti, oggi viceministro all’Economia, che però è inviso ai più (democrat e tutti gli alleati, compresa buona parte dei verdiniani) per il suo eccessivo e petulante protagonismo o un ministero per uno tra due ex azzurri di rango: Giuliano Urbani o Marcello Pera, che ha guidato i «Comitati centristi per il Sì». Il secondo, più del primo, sarebbe un ottimo ministro delle Riforme o anche dell’Istruzione. Ma alla fine potrebbe essere premiato Saverio Romano, con il nuovo ministero per il Sud, visto che l’ex fondatore del Pid, poi ‘responsabile’ berlusconiano, oggi è una colonna di Ala nonché un portatore di voti oggi a Verdini, come ieri a Berlusconi, nella sua colonia sicula, oppure il deputato verdiniano (e toscano) Riccardo Mazzoni agli Affari regionali.

La terza certezza sono le conferme di molti ministri: da quelli del Pd – Orlando (Giovani Turchi) alla Giustizia, Pinotti (Aream dem) alla Difesa, Martina («Sinistra è cambiamento») all’Agricoltura, Delrio (cattorenziani) alle Infrastrutture, più i ‘tecnici’ di area renziana Padoan all’Economia e Calenda allo Sviluppo economico. In area centrista, il bolognese Galletti (Udc) resterà dov’è, cioè all’Ambiente, anche se girano da giorni alte le quotazioni del democrat ambientalista – e amico intimo di Gentiloni – Ermete Realacci, Costa e Lorenzin (Ncd) pure, ai dicasteri di Famiglia e Salute, e via via scendendo pe’ li rami di viceministri e sottosegretari, dove contano  gli appetiti dei partiti «piccoli» (Popolari, Psi, etc.).
Al ministero del Welfare, scontato l’addio di Giuliano Poletti, la novità è Teresa Bellanova: ex Cgil, tosta e riformista, già viceministro allo Sviluppo economico mentre le quotazioni dell’ex sottosegretario a palazzo Chigi per i problemi del Lavoro, Tommaso Nannicini, renziano di ferro, sono in discesa (dovrebbe lasciare). Per quanto riguarda, invece, i «buchi neri», ne ballano tre. Alla Pa potrebbe restare, come potrebbe andarsene, Marianna Madia per fare posto a Piero Fassino (Area dem, ma non troppo), che rischia di restarsene a casa.

ALL’ISTRUZIONE scontata l’uscita di Stefania Giannini: rifiutata l’offerta da Gianni Cuperlo (Sinistra dem), salgono le quotazioni della senatrice (Area dem) Francesca Puglisi ma in alternativa – pericolosa  per lei – c’è appunto l’azzurro verdiniano Marcello Pera. L’ultimo «buco nero» è la sorte del ministro Boschi. Per il suo posto gareggiano in tre: la senatrice Anna Finocchiaro, data in pole position, il deputato Emanuele Fiano (Area dem) e il vicesegretario dem Lorenzo Guerini (che, però, spiega a un amico: «Io resto al partito») ma solo per il pezzo più importante del ministero, quello delle Riforme. La Boschi, se resta al governo, potrebbe tenere solo le (scarne) deleghe di Pari Opportunità, Adozioni e Rapporti con il Parlamento o andare a Chigi in qualità di sottosegretario ‘semplice’. Certo è – come si fa notare al Quirinale come a palazzo Chigi, al Nazareno come a Montecitorio – “a che serve fare un ministero delle Riforme se questo governo non farà alcuna riforma?”.

NB: questo articolo è stato scritto per il giornale del 12 dicembre 2016 (Quotidiano Nazionale) e aggiornato la mattina del 12 dicembre stesso per il sito Quotidiano.net

Pd, intesa tra big per il governo Gentiloni e congresso anticipato a marzo ma Renzi punta anche al voto anticipato

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

SE NON FOSSE per un particolare importante e non di poco conto – «Matteo non decide più nulla da solo! Ora deve e dovrà concordare tutto con noi, chiaro?! Mettetevelo in testa anche voi giornalisti!», come sbotta un franceschiniano ancora incredulo all’idea che il suo capo-corrente abbia ‘ceduto’ il passo a Renzi – si potrebbe dire che il premier dimissionario, ma ancora saldamente segretario Pd, stia per vincere «game, set, match».
Incredibile a dirsi, ma il «patto di sindacato» interno al Pd stretto tra il segretario e i big di maggioranza (Franceschini, Orfini-Orlando, Martina) _ patto che sembrava sul punto di rompersi in mille pezzi – non solo regge, ma sta per trovare una nuova formula, quella del rilancio almeno per buona metà del prossimo 2017, ma aggiornata: Renzi 2.0+tutti gli altri.

INFATTI, il «patto di sindacato» che sta per portare il ministro uscente, Paolo Gentiloni, ‘nativo’ Pd, liberal e democrat, al governo, è stato stretto tra i renziani (50 parlamentari, non uno di più, ma il 57-60% dei componenti dei membri della Direzione nazionale) e le tre principali aree di maggioranza – non ‘renziane’ ma neppure ‘anti-renziane’, diciamo ‘a-renziane’ del Pd: i 60 Giovani Turchi guidati da una diarchia tra il presidente Orfini («Matteo è un togliattiano e come Togliatti sarà leale, fino alla fine, con Badoglio…», tira un sospiro di sollievo un renziano doc) e il ministro Orlando (assai più freddo e cauto verso Renzi, che potrebbe poi e in ogni caso sfidare al congresso, 15% in Direzione nazionale), i 50 ex bersaniani di «Sinistra è cambiamento», guidati dal ministro Martina, e Area dem di Franceschini che conta ben 122 parlamentari (90 deputati e 30 senatori, ma minoritari in Direzione nazionale) su un totale di 414 parlamentari dem (301 deputati e 113 senatori).

La gamba più traballante del tavolo, si sa, era, appunto, quella capeggiata da Franceschini: avrebbe voluto un «governo che duri», traghettare il Paese a fine legislatura, anche sulla scorta dei desiderata del Capo dello Stato di cui è, da tempo, “il primo dei corazzieri”. «Lo strappo tra lui e Matteo c’è, inutile negarlo, anche sul piano personale i rapporti si sono lacerati, Dario era tentato dal fare un governo lui, ma ha capito che, senza di noi, non avrebbe guidato il governo, mentre con noi può giocare un ruolo cruciale in ogni scenario futuro», sospirano i renziani mentre gli uomini di Franceschini garantiscono: «Dario non tradisce, il rapporto con Matteo, che è segretario del Pd, è franco ma leale. Senza di lui non abbiamo mai inteso fare nulla». Sarà, certo è che i rapporti tra i due sono rimasti gelidi.

INSOMMA, trovare la quadra è stato faticoso (Mattarella premeva per un governo Padoan o per un Renzi bis da re-inviare alle Camere visto che alle Camere non ha mai perso la fiducia, che però il premier ha escluso in modo netto: «Perderei solo la faccia, non resto lì a farmi rosolare»), ma è stata trovata all’interno della war room che ieri si è reistallata a palazzo Chigi anche a causa della crisi di Mps che è scoppiata per la decisione della Bce. Lì sono saliti Gentiloni (due volte), Padoan, e non solo per la grana Mps, ma anche Orfini e Martina, più Lotti, Boschi, mentre il vicesegretario Guerini tesseva, paziente, tutta la tela e Renzi si sentiva al telefono con tutti quelli che non era riuscito a vedere (Delrio, Alfano).
A fine serata è arrivato, a palazzo Chigi, anche Franceschini: «È fatta, l’accordo regge» (incontro che si è rivisto anche questa mattina, tanto per dire quanto sia fragile la tregua). Un accordo siglato su tre punti chiave: nuovo governo, data delle elezioni, congresso anticipato del Pd.
Il governo Gentiloni – che avrà ministri quasi tutti fotocopia (dovrebbero saltare solo la Giannini all’Istruzione, la Madia alla Pa e la Boschi alle Riforme, “ma per te, Maria Elena, penso a un posto di primo piano al partito”, le avrebbe assicurato il premier dimissionario) avrebbe un solo obiettivo che esplicita il senatore renzianissimo Andrea Marcucci: «La legislatura è finita il 4 dicembre. Inutile accanirsi. Aspettiamo la legge elettorale e poi si voti, ma il prima possibile». Insomma, legge elettorale e poco più: le emergenze sociali e finanziarie (decreto terremoto, decreto salva-banche, manovrina di aggiustamento dei conti a marzo, ma anche la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, a fine marzo).
Il che vuol dire votare o ai primi di aprile (l’ipotesi più caldeggiata, sempre che si riesca ad andare a votare con una sentenza ‘autoapplicativa’ della Consulta sul combinato disposto tra Italicum decapitato alla Camera e Consultellum ritoccato al Senato, ma è  un azzardo) o, se non ci si riesce, ai primi di giugno (le date che i renziani prendono in esame, calendario alla mano, iniziano il 4 aprile, domenica, poi iniziano i vari ponti e Festività pasquali, e arrivano al 15 giugno) con una legge elettorale ex novo, fatta dal Parlamento sempre sulla scorta della sentenza della Consulta, quindi aspettando comunque il dopo 24 gennaio. L’idea di ‘nuovo’ sistema elettorale che gira, tra i renziani e non, è un «simil tedesco» (ideatore, in tempi non sospetti, cioè prima della sconfitta referendaria, Denis Verdini), metà collegi e metà liste bloccate (un mix tra proporzionale e maggioritario con anche, dentro, un piccolo premio di maggioranza da ricavare dalla quota di proporzionale) che può incontrare il favor di Berlusconi e FI perché prevede il proporzionale ma senza preferenze, sistema che il leader di FI ha sempre aborrito e non gli permetterebbe di scegliersi i suoi. Ma i renziani, però, ragionando meglio, non credono che «un Parlamento così delegittimato riesca nell’impresa di scrivere una nuova legge elettorale. <Meglio – spiega un esperto di sistemi elettorali che milita nel Pd ed è un renziano di ferro– fare subito una leggina per sistemare il Consultellum e applicare la sentenza della Corte sull’Italicum».
In ogni caso, si voterebbe «in una data compresa tra i primi di aprile e metà giugno, considerando che, a fine maggio, al G7 di Taormina, sarebbe meglio arrivarci con un governo eletto», dicono i renziani. E, cioè, sperano, con un governo Renzi bis, ma stavolta eletto dal popolo ad elezioni politiche vere, o con un governo di grosse koalition ma eletto.

E IL CONGRESSO del Pd? Anticipato. Innanzitutto, il 18 dicembre si terrà l’Assemblea nazionale che, per Statuto, va fatta due volte l’anno: «l’incoronazione a Matteo avverrà già lì e a furor di popolo», assicura un suo fedelissimo, <poi primarie aperte e nuova legittimazione di Matteo sia nel pd che nel Paese con un tour in giro per l’Italia> . Nel mezzo, appunto, via alla pratica congresso anticipato, cui sopraintende il solito uomo, d’ordine e ordinato del Pd, Lorenzo Guerini. Due le ipotesi. Se si riuscisse a votare subito (entro fine marzo-aprile) i renziani vorrebbero fare un congresso a razzo («volante») che si limiti alla sola scelta del candidato premier («tra l’altro, se c’è il proporzionale, la scelta del candidato premier neppure serve», azzarda un renziano, «perché, per Statuto, è già il segretario…»). «Primarie volanti», dunque, rimandando a un secondo momento la conta congressuale interna, anche se questa – per paradosso –  è la strada più rischiosa e meno gradita perché, appunto, «a Matteo serve una nuova e doppia legittimazione popolare, tra gli iscritti nel Pd e alle politiche». Chi ne uscirebbe con le ossa rotte sarebbe, pur avendo vinto al referendum costituzionale appoggiando il No, la sinistra interna: i suoi 25 deputati e 25 senatori non sarebbero determinanti per far nascere un nuovo governo (Ala, Gal, Ncd pensano già alla  bisogna…) e i suoi scarsi voti in Direzione (15%) non bastano comunque per fermare le macchine del congresso anticipato come pure, se ci sarà, del voto anticipato mentre lanciarebbero, se non gli riesce l’accordo con Orlando, un candidato di bandiera al congresso (Speranza, forse Zingaretti) che non riuscirebbe mai a vincerlo o a imporsi, sempre che il patto di sindacato tra le aree di maggioranza e i ‘maggiorenti’ del Pd regge, mentre Cuperlo punta a un patto interno/esterno con il campo progressista (Pisapia e i sindaci ex Sel come Zedda) che però rinsalderebbe l’alleanza con Renzi, non la indebolisce.
Se, invece, per fare una nuova legge elettorale non si può votare prima di giugno, allora si farà un congresso vero. Magari eleggendo solo i delegati a livello provinciale e nazionale, dove si nominano Assemblea nazionale e Direzione, saltando i congressi di circolo e quelli regionali (che, per Statuto, si eleggono dopo il nazionale). Con Renzi «candidato unico» a segretario e premier. Sempre che i big ci stiano e che «il patto di sindacato» regga. Se poi qualcuno, tipo il ministro Orlando, oltre ai vari Speranza, Emiliano, Rossi, vorrà candidarsi contro Matteo, “prego, si accomodi”, è l’ultima voce dei renziani, “tanto rivinciamo noi”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 10 dicembre 2016 (http://www.quotidiano.net)

Renzi vuole andare al voto subito da segretario del Pd in carica, al massimo con primarie ‘volanti’, niente congresso. Domani la resa dei conti in Direzione

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla all’Assemblea del Pd

DIMETTERSI dal governo per ottenere un reincarico lampo e, pur dimissionario, restare in carica per portare il Paese a voto a febbraio, sciogliendo le Camere a dicembre (il precedente c’è, quello del governo Monti rimasto in carica, dimissionario, fino alle Politiche del 2013). Oppure restare segretario del Pd per convocare primarie anticipate (senza fare né anticipare un vero congresso con la trafila consueta: circoli di base – federazioni provinciali e regionali – assise nazionale con elezione dei delegati) ma indire solo primarie «aperte», come fece Pier Luigi Bersani nel 2012 quando le vinse proprio contro Renzi (e peraltro anche Prodi quando si candidò e vinse le primarie nel 2005), entro gennaio-febbraio, restare segretario e candidarsi per il voto anticipato da tenersi sempre entro febbraio, al massimo a marzo (già aprile sarebbe tardi). Nel frattempo, sostenere un governo «di scopo» che solo abbia la funzione di scrivere una nuova legge elettorale e votare a marzo-aprile 2017 con lui candidato premier. Questa la nuova road map di Renzi.

TRE le mosse, tattiche e politiche, nella faretra del premier dimissionario, tutte assai spericolate. La prima. Dimissioni «irrevocabili» da premier ma «politiche», quelle «tecniche» arriveranno solo venerdì con il via libera alla manovra economica in Senato. Oggi la conferenza dei capigruppo calendarizzerà il voto alla  Legge di Stabilità per l’aula, verranno buttati via tutti gli emendamenti e la maggioranza voterà una versione fotocopia della legge di Stabilità già passata alla Camera senza cambiarla neppure di una virgola, grazie alla questione di fiducia, autorizzata nel cdm di lunedì (l’ultimo del governo Renzi), e via maxiemendamento che eviterà la possibilità di incursioni da parte delle opposizioni.
Da venerdì in poi, quando Renzi tornerà ad avere le «mani libere» per davvero, potrà salire al Colle per le consultazioni, che partiranno da quel giorno, il 9 dicembre (ma è notizia di oggi che inizieranno già giovedì 8 dicembre, ndr.) in qualità di ‘semplice’ segretario del Pd. E qui c’è la seconda mossa, il rapporto con Mattarella, un rapporto che nei tre colloqui avuti con il Capo dello Stato nelle ultime 48 ore (uno telefonici, due de visu) è stato molto più che “franco e diretto”, come si usa dire in questi casi, ma teso e nervoso. Mattarella voleva, a tutti i costi, non solo che Renzi accettasse di restare fino all’approvazione della legge di Stabilità, come poi ha ottenuto (Renzi voleva dimettersi subito e in modo irrevocabile, anche dal punto di vista ‘tecnico’), ma che la legge di Stabilità fosse approvata con calma, entro Natale, facendola tornare alla Camera, accogliendo parte delle richieste delle opposizioni, e approvando pure il dl terremoto. Renzi ha risposto picche su tutti i fronti, accettando solo il rinvio ‘tecnico’ di dimissioni che giudica, appunto, ‘irrevocabili’. Mattarella ha sì accettato che Renzi goda di un’diritto di successione’ o di ‘prima scelta’ sul nome che dovrà succedergli, ma non vuole cedere all’idea di un governo ‘a tempo’ che faccia la legge elettorale e porti subito a elezioni. D’altro canto, il Capo dello Stato è consapevole che il Pd ha la maggioranza dei parlamentari e che, fino a quando Renzi lo guiderà, senza il Pd non si può fare alcun governo. Le parole del ministro Alfano, leader di Ncd (“La maggioranza ha esaurito il suo compito politico, si può votare a febbraio”) rafforzano l’impressione che la maggioranza di governo non solo non esista più ma sia indisponibile a sostenere qualsiasi altro governo che non sia un governo elettorale (e, da questo punto di vista, la micro-scissione dell’Udc dal gruppo Ap sottrae pochi parlamentari all’Ncd di Alfano) che ci conduca presto al voto. Dunque, è molto difficile, per Mattarella, trovare un governo sostitutivo e di medio periodo che, oltre alla legge elettorale, metta in cantiere altri provvedimenti importanti per il Paese e duri, se non un anno e due mesi, il tempo per arrivare alla scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018), almeno buona parte del 2017. Il Pd come pure l’Ncd, non ci sta. Non foss’altro perchè non vogliono farsi cucinare a fuoco lento mentre le opposizioni (Grillo-M5S, Lega-Salvini, Meloni-Fratelli d’Italia) chiedono a gran voce le elezioni (da questo punto di vista l’appoggio di FI a un governissimo viene visto nel Pd come la peste).

Renzi, periò, ha detto chiaro – e anche in modo brusco – a Mattarella che accetterà di sostenere un nuovo governo non guidato da lui, ma da uno dei suoi (Padoan? Gentiloni? Delrio? Questi i nomi più graditi, nell’ordine), solo se il Capo dello Stato accetterà l’idea del «governo di scopo» per fare la legge elettorale e andare al voto subito. E un governo «istituzionale», a guida Grasso? «Dovrà trovarsi i voti in Parlamento», dicono duri i suoi, “noi lo valuteremmo provvedimento dopo provvedimento, rendendogli la vita difficile” e, probabilmente, è il sottotesto, ‘staccandogli la spina’ se non porta il Paese subito al voto.

INFINE, c’è, per Renzi, il terzo corno del dilemma, quello del partito. L’altra notte, il premier ha avuto la forte tentazione di «mollare tutto», compresa la carica di segretario, e tornarsene a casa, a Rignano sull’Arno o a Pontassieve, moderno Cincinnato che lascia la politica (avrebbe anche prospettato, ai suoi e anche a Mattarella, “un anno sabattico all’estero, negli Usa, con la famiglia, per studiare, viaggiare e riflettere…”). In questo scenario, «Solo davanti a un Paese allo sfascio e in deriva – racconta un senatore renziano – accetterebbe di tornare, chiamato». Poi, però, smaltita la rabbia e la delusione, Renzi ci ha ripensato. La cerchia dei fedelissimi (Lotti, Guerini), ma anche le tre anime della maggioranza che regge, con lui, il Pd – quella di Franceschini (Area dem), quella dei Giovani Turchi (Orfini) e quella di «Sinistra è cambiamento» (Martina e altri) – sono saliti uno dietro all’altro a palazzo Chigi, in pellegrinaggio, e lo hanno convinto a restare «almeno» segretario del Pd e a rilanciare la sua azione nel partito in vista del voto. Renzi ha accettato, ma a due condizioni capestro per tutti, a partire da alleati “non renziani” nelle cui fila (franceschiniani e Giovani Turchi in testa) serpeggiano già i malumori di chi vorrebbe sostenere un «governissimo» che arrivi a fine naturale legislatura non foss’altro perché solo a settembre del 2016 scatta il diritto a maturare il vitalizio (la pensione).
La prima condizione è sul governo: «Appoggerò un nuovo governo – ha detto ai suoi – solo se avrà lo scopo di fare la legge elettorale e portarci a votare in pochi mesi». Alle brutte, se il Parlamento non ci dovesse riuscire, cosa peraltro probabile, «sarebbe la Consulta» – ragiona un renziano – «a scrivere la nuova legge elettorale con la sentenza sull’Italicum, che verrà senza alcun dubbio modificato, e l’adattamento del Consultellum al Senato».
Ieri, Luca Lotti, ha scritto su Twitter: «Dopo il 40% del 2012 e del 2014, ripartiamo dal 40% di ieri». Il senatore Andrea Marcucci a QN dice: «Auspico che Renzi resti segretario, dia il via libero a un governo per il disbrigo degli affari correnti, il Parlamento o la Consulta facciano la legge elettorale e si vada a votare entro marzo-aprile 2017 dopo un congresso ‘volante’, veloce». Un congresso, appunto, per fare solo le primarie ‘aperte’ per la premiership senza elezione degli organi congressuali, come in un congresso regolare, che avrebbe bisogno di molto più tempo per potersi sviluppare e completare (circa 3 mesi). Di questo si discuterà domani in Direzione, sempre che non venga rinviata (lo era già stata in un primo momento: doveva essere martedì, data poi slittata a mercoledì) e di certo lì se ne vedranno delle belle. La sinistra dem, ringalluzzita dalla vittoria del No, non ne vuole neppure sentir parlare di voto anticipato nell’arco di due mesi e di congresso ‘volante’ . Ieri sera D’Alema ha detto: «Le dichiarazioni sul 40% sono folli, il congresso si deve fare a scadenza naturale (novembre 2017, ndr), servono nuovo governo e nuova legge elettorale, ma soprattutto serve tempo per rimettere in sesto il Paese». Roberto Speranza e tutti i bersaniani assicurano: «Non chiederemo le dimissioni di Renzi da segretario», «la discussione non può partire dal congresso» (Zoggia), ma «dalla sconfitta subita» (Stumpo).”il resto sono pagliacciate” (sempre Stumpo) mentre anche per Bersani “serve tempo”. Per ora, sono parole ‘di minoranza’. Solo se Franceschini – i cui colonnelli già chiedono a Renzi, come pure i Giovani Turchi, «una gestione collegiale del partito» – e altri pezzi di maggioranza lo abbandonassero al suo destino, gli equilibri nel Pd salterebbero. Sotto punto di vista, il silenzio del ministro Andrea Orlando è eloquente.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 dicembre 2014 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://ww.quotidiano.net). 

Faccia a faccia Renzi-Mattarella. Al Colle si riflette: senza i voti del Pd nessun governo è possibile, anche se vince il No

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

IERI pomeriggio il premier Matteo Renzi è salito al Colle e ha visto, per più di un’ora, il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Formalmente, il colloquio serviva a preparare il Consiglio supremo di Difesa in programma oggi. Inoltre, sul tavolo c’erano altre due questioni urgenti e pressanti: la situazione caotica che regna nella Ue, a livello di rapporti tra governi, e l’epocale elezione di Trump. Ma, certo, la situazione politica italiana e gli scenari post-voto si sono presi buona parte del colloquio.
In realtà, Renzi e Mattarella si vedono almeno una volta al mese. Nonostante le differenze di età, carattere, formazione, i due si stimano e Mattarella ha di certo il profilo del «riformatore» costituzionale, anche se non, ovvio, del «rottamatore». Paradossalmente, la «sfinge», in questo momento, è… Renzi.

«COSA faccio se vince il No? Lo decido il 5 dicembre», ha detto ieri sera il premier, a Porta a Porta. «Che cos’abbia in testa», ammette uno dei suoi, «lo sa solo lui». Al Quirinale regna la stessa incertezza: cosa vuole fare davvero il premier, in caso di vittoria del No al referendum? Accetterà il reincarico che, comunque, Mattarella gli proporrebbe, come prima mossa? Lo rifiuterà chiedendo di investire dell’onere di fare un nuovo governo un suo ministro di stretta fiducia come, ad esempio, Padoan?
Si dichiarerà, questo è certo, indisponibile ad appoggiare ogni «governicchio tecnichicchio», come lo bolla, e ogni «governo debole», come ha ammonito Guerini (sulle cui parole, che Mattarella non ha mai realmente stigmatizzato, Renzi ha rassicurato: Sergio, le prerogative tue e del Quirinale non le tocca nessuno). Ma ancora: il premier chiederà che si torni al voto al più presto, una volta cambiata, in tre-quattro mesi al massimo, la legge elettorale? O accetterà un governo istituzionale di medio periodo che traghetti il Paese fin quasi alla scadenza naturale della legislatura?
Domande nient’affatto peregrine, quelle che si fanno al Colle. Perché – ammettono diversi osservatori ed esperti di cose quirinalizie – «la volontà di Renzi è cruciale. Fin quando l’attuale premier potrà disporre della forza d’urto di 400 parlamentari del Pd, tra Camera e Senato, senza di lui e senza il Pd – è il ragionamento – non si può fare alcun governo alternativo né creare maggioranze spurie».
Sempre da Porta a Porta, Renzi ha ribadito che «il giorno in cui si va a votare lo decide il presidente della Repubblica», aggiungendo però un altrettanto rivelatore «sulla base delle decisioni del Parlamento». E il Pd ne è parte preponderante, di questo Parlamento, con i suoi 400 parlamentari, sia pure solo grazie al Porcellum.
Del resto, che vinca il Sì o il No, non solo tutti i principali partiti o anime della coalizione di governo (centristi, minoranza Pd) chiedono già ora (ieri lo hanno ridetto sia Alfano che Bersani che Franceschini) a Renzi di restare capo del governo. Ma anche dall’opposizione si chiede o di «sedersi a un tavolo con Renzi» (Berlusconi) o, comunque, di «fare la nuova legge elettorale» (Di Maio). Ne consegue, a maggior ragione, che «senza Renzi e senza il Pd non esiste governo», si ripete dal Quirinale, «né tecnico né di altro genere».

POI, certo, entro fine gennaio, arriverà la sentenza della Consulta sull’Italicum (ergo, bisogna attenderla, si dice dal Colle) e, a giugno, l’Italia ospiterà cruciali eventi internazionali (firma del 60 esimo dei Trattati di Roma, G7 a Taormina a giugno). La finestra per un eventuale voto anticipato è, cioè, molto stretta: va da marzo ad aprile-maggio, al massimo, del 2017. Ma non è affatto vero che, come suggerisce Berlusconi, «se vince il No non cambia nulla, lo pensa pure Mattarella» (e su questo al Colle si scuote forte la testa). E forse non è neppure vero che Renzi vorrebbe far precipitare il Paese alle urne. Non a caso, a un amico, proprio Guerini ieri spiegava: «Io ho drammatizzato lo scenario per stoppare gli scenari post-voto tutti da larghe intese, se vince il No». Si vedrà.

Infine, c’è da registrare che, a palazzo Chigi, è tornato il sorriso. I sondaggi non si possono pubblicare, ma girano tra le mani e, soprattutto, hanno girato verso: sono tornati a segnare il bel tempo. «Il Sì è a un soffio dal No, abbiamo invertito la tendenza e senza neanche contare il voto degli italiani all’estero», dice un renziano doc, che poi fa di conto: «Con l’affuenza al 55% e 14 milioni di Sì abbiamo vinto». E solo con il Sì, il Colle si riposerebbe.

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 24 novembre 2016 a pag. 4