Due articoli in viaggio. Il treno di Renzi è partito: alleanze, coalizione, sfide e incontri sul luogo i temi del tour del Pd

  1. Renzi e il treno dei desideri: “Prendo il 40% anche senza D’Alema e Fratoianni
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il treno del “viaggio per l’Italia” di Matteo Renzi parte dalla stazione Tiburtina di Roma alle dieci meno cinque, in teoria. Solo che, fino a poco prima della partenza, non si conosce il binario. “Motivi di sicurezza” spiegano dal Pd. Insomma, il binario, che è il due, non si trova: è come cercare il binario “nove e mezzo” del treno di Harry Potter che porta ad  Hogwarts. Poi, arriva Renzi. All’inizio, tutto sembra filare liscio. Renzi tiene anche una (breve ma molto scoppiettante) conferenza stampa, di quelle col sorriso. Vuole tenersi lontano dal “chiacchiericcio politico”, ma non può. I giornalisti incalzano, il leader improvvisa una conferenza stampa attorniato da tutti i big del partito che, poi, mano a mano scenderanno dal treno o saliranno su di esso a seconda delle fermate.

“La legge elettorale? Guardate, c’è qui Rosato, chiedete a lui…”, risponde il segretario, ben sapendo che il Rosatellum è cosa fatta anche al Senato e che – come dirà poi ad alcuni cronisti al bar – “Grillo nei collegi non toccherà palla, ce li giocheremo tutti noi e
il centrodestra”. “Le coalizioni, le alleanze, le aperture a sinistra? Guardate c’è qui Richetti, chiedete a lui…”. Solo che, poi, al bar, sorseggiando un caffè si lascia andare anche su questo punto: “Io le mie aperture le ho fatte, la mia disponibilità l’ho data, vedremo, ma non penso certo di parlare a Fratoianni e a D’Alema, penso ad altri
della sinistra…” ed è chiaro che sta pensando a Pisapia e Campo progressista. “Lo ius soli? Guardate, c’è qui Delrio, chiedete a lui…”, ma si sa che il leader dem non si straccerà le vesti se la legge non passerà. Renzi comunque assicura che “siamo l’unica forza della sinistra europea in grado, oggi, di vincere le elezioni”, è convinto che “con il 40% torno a governare, e l’ho già preso due volte” e quando l’ex operaio ottantenne Ascanio gli urlerà, a Narni, “prendiamo il 41%!” replica scaramantico “ci metto la firma e ti pago da bere!”. E questo perché il leader dem è arcisicuro che “la coalizione che raggiungerà quella percentuale avrà i numeri e la maggioranza per governare da sola” e senza bisogno di larghe intese: “Voglio vincere le elezioni, è il solo modo per evitare di dover fare, dopo il voto, le grandi coalizioni”. (NB: della vicenda Visco-BankiIalia non viene dato conto qui, in questi articoli, ma in altri che pubblicheremo qui domani). 

Ma cosa c’entrano ‘gli altri’, pur se esponenti del Pd, nel viaggio in treno del leader? C’entrano eccome. Il Pd, per Renzi, deve dare l’immagine della ‘squadra’, così gli hanno spiegato. E lui, alla fine, si è convinto. Ed ecco che, sul treno, prendono posto il
ministro Delrio (chi meglio di lui, ministro ai Trasporti?), il portavoce della segreteria Richetti, che ha un ruolo cruciale per tutto il viaggio, il padre del Rosatellum, Rosato, e il governatore del Lazio, Zingaretti. Saliranno – e scenderanno, appunto – dal treno anche i parlamentari ‘di zona’: Gasbarra e Fioroni, a Fara Sabina (c’è un convento: chi meglio di Fioroni?), Verini, la Ascani (“domani ho la tesi di dottorato, sono tesa”), Trappolini (area Orlando) e la Sereni in Umbria dove le crisi aziendali e gli operai infuriati si sprecano (non a caso arrivano pure la viceministra al Lavoro, Teresa Bellanova, e la presidente dell’Umbria, la dem Marini che qui, anche se nessuno se lo ricorda, ha vinto le regionali, nel 2016, per un soffio e ora tutti tremano). Solo la fedelissima Morani arriva fino a Fano.

Il treno è composito e colorato. C’è un vagone per i giornalisti, uno per lui, uno per il suo staff, uno  per i Millenials, uno per fotografi e cineoperatori, quasi uno intero per la scorta, ma ci sono anche i ferrovieri di Trenitalia che il treno lo devono fare andare, anche se non chiedono il biglietto perché, per tutti, paga il Pd. E, appunto, il tesoriere Bonifazi, alla fatidica domanda ‘chi paga?’, spiega: “il treno non costerà più di 300 mila euro e comunque abbiamo lanciato, proprio oggi, una campagna di crowfounfing sul sito”. C’è, l’intero ufficio stampa del Pd. Poi – si diceva – c’è il vagone dei Millenials: alcuni, giovanissimi, hanno marinato la scuola (“Ma lo faccio solo per Matteo” spiega un diciassettenne, serissimo) mentre Martina (24 anni, molisana di Termoli, ma studia a Roma e vive in una casa con altri 12 studenti) ci tiene a dire “Domani rtorno sui libri, sia chiaro, non mi faccio neanche la tappa in Molise…”. Alla prima tappa, invece, quella al convento benedettino di Farfa Sabina (bellissimo), si capisce subito, però, che il viaggio diventerà un vero tour de force: scendi dal treno, piccola folla, interviste, incontri con delegazioni di imprenditori (tra cui quelli dei bagni) o di operai, circoli Acli o sezioni dem, sali sul pulmino, scendi, risali sul pulmino, risali sul treno, scendi dal treno. Sarà così pure a Civita Castellana, Narni e Spoleto. I giornalisti, alla fine, sono stremati, i suoi pure. Renzi, pimpante e gasato, chiede al portavoce Agnoletti: “Marco, e ora dove si va?”.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 18 ottobre 2017 a pag. 4


MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

2. La nuova strategia di Renzi: alleanza nei collegi con Pisapia “e chi ci sta”.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Grazie al Rosatellum – spiegava ieri ai suoi il leder del Pd mentre si preparava per il “viaggio per l’Italia’ in treno “contro i populismi”, un Freccia Bianca ribattezza “Destinazione Italia” (cento posti distribuiti in cinque vagoni con una sala riunioni e una sala stampa, oltre a una carrozza per lui e il suo staff, una per i Millennial) nelle 107 province italiane che partirà oggi dalla stazione di Roma Tiburtina – e se gli altri della sinistra ci stanno nei collegi possiamo fare, come succedeva ai tempi dell’Ulivo, accordi di desistenza o veri accordi politici. Sia con Pisapia e il suo ‘campo’ ma anche con Mdp. Se i contenuti politici sono chiari, io sono disponibile”. E a chi dei suoi lo mette in guardia (“Matteo, nel partito e fuori vogliono solo la tua testa”), Renzi risponde serafico: “Se si creano le basi serie per un accordo questo è un problema superabile. Direi sì a primarie di coalizione. Ma – ragiona il segretario dem – non credo che né Pisapia né Mdp avranno il coraggio di mettersi davvero in gioco. Vorrà dire che resterò io, come prevede lo Statuto del Pd, il candidato premier e che la leadership della coalizione la avrà chi avrà preso più voti”.

E così Renzi – di fronte ad attacchi interni (il sindaco di Milano Sala, il governatore pugliese Emiliano) ed esterni (Pisapia, Mdp) che ieri hanno ripreso in livello e intensità, ha deciso di effettuare l’improvviso, ma assai tattico, cambio di strategia. Un cambio che, almeno per ora, non sarà ancora annunciato pubblicamente, ma che viene fatto trapelare ad arte “per vedere l’effetto che fa”. Infatti, è il ragionamento degli strateghi renziani, “così sarà chiaro, davanti agli occhi di tutti, che sono gli ‘altri’ della sinistra, e che sia solo Mdp o anche Cp, ormai poco importa, a non volerci stare e, di fatto, aiutare destre e 5Stelle perché senza Pd non si può fare”.

Del resto, la contromossa di Renzi era quasi obbligata a causa delle (tante, troppe) critiche piovutegli addosso negli ultimi giorni. Particolarmente nefasta, per dire, è stata l’intervista a Repubblica: vissuta come una prova di forza muscolare dai potenziali alleati, questi gli hanno risposto quasi tutti (Radicali, Pisapia, etc) picche.

A ‘consigliare’ Renzi a una strategia più ‘mite’ e ‘inclusiva’ non ci sono solo i suoi sparring partner abituali (Richetti, Guerini, etc) ma anche un alleato ‘nuovo’, uscito allo scoperto da pochi giorni. Si tratta del Fondatore del Pd, Walter Veltroni. Ormai tornato a scena aperta nell’agone politico, Veltroni ha detto che “La sinistra deve ritrovare l’umiltà dell’unità e la sua identità per vincere”, ma soprattutto che, appunto, “Il Pd deve recuperare il rapporto con Pisapia e Mdp, solo così potremo andare ben oltre l’attuale 26%”. Al Nazareno dicono che“Walter e Matteo si sono divisi i compiti”. Oggi, in treno, si vedrà se la ‘svolta’ di Renzi avrà reale seguito. Prima tappa del “treno dell’ascolto contro i populismi”( trattasi di Intercity, non Freccia rossa, si specifica) Lazio, Umbria e Marche. Poi rotta verso Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata, dopo ancora il Nord, infine le Isole.

NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 17 ottobre 2017, pag. 10

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Due pezzi facili. Renzi alla Direzione del Pd ‘apre’ a sinistra. La legge elettorale dalla commissione ora è alla prova dell’Aula

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Pubblico qui i due articoli scritti negli ultimi due giorni per Quotidiano Nazionale

  1. Renzi  in modalità “pace col mondo” apre alla coalizione di centrosinistra: “Gli ex dem non sono i nostri avversari”, ma il vero obiettivo è agganciare Pisapia. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sarà stato il disgelo, con tanto di cordiale telefonata, con Prodi. Sarà stata la goduria di assistere alle liti, stile sfida all’Ok Corral, tra Pisapia e Bersani, oltre che, ovviamente, con D’Alema. Sarà stata la tregua interna che i big dem, da Franceschini a Orlando, gli hanno garantito da qui in avanti, in sostanza fino alle elezioni, anche perché – pare – assai rassicurati sui posti in lista per i loro. Saranno stati i consigli degli ex democristiani di destra (Guerini) e di sinistra (Richetti) che gli hanno tenuto testa per mesi a forza di dirgli, e a convincerlo, che “Matteo devi allargare, includere”. Certo è che Matteo Renzi, dopo la “fase zen”, già nota, è entrato in una modalità ancora più ambiziosa, quella da “pace col mondo”. La Direzione di ieri, convocata per discutere della legge elettorale, ne è stata la plastica rappresentazione. Lunga e serena relazione, nessun dibattito, nessuna contrapposizione, voto finale unanime.

La prima sorpresa contenuta nell’introduzione del segretario dem – che parla davanti al premier Gentiloni e al ministro Minniti – è, naturalmente, quella della sua ‘apertura’ a quanto c’è a sinistra del Pd: Premesso che “l’obiettivo è sconfiggere i populisti (M5S, Lega), oggi in difficoltà”, Renzi pronuncia una frase che non direbbe neppure sotto tortura: “I nostri avversari alle elezioni non sono quelli che sono andati via di qui”, e parla degli scissionisti (Mdp). Non vuole né cerca, ovviamente, un’alleanza con loro – anzi: se ne guarda bene anche solo dal pensarla – ma per la prima volta non li bastona (tranne per una frase en passant rivolta all’indirizzo di Bersani: per spiegare tutte le giravolte di quelli che stavano nel Pd sulla legge elettorale “ci vorrebbe la moviola”)

Il ‘merito’ del ‘nuovo corso’ sta tutto nella nuova legge elettorale che si profila se il patto ‘a quattro’ (Pd-Lega-FI-Ap) terrà in Aula. “Il Rosatellum – spiega Renzi – ha alcuni elementi di forza, perché chiama a una coalizione, e un dato di fatto: uno strumento che fa del Pd il baricentro per una coalizione più ampia del solo Pd”. Il che, peraltro, vuol dire che Renzi avalla (e invita) a costruire liste in coalizione con il Pd: i centristi cattolici, da Alfano a Dellai, i radicali laici, da Della Vedova a Bonino, e la sinistra progressista, dai sindaci a Pisapia. Renzi non lo nomina, ma aspetta, paziente, che arrivi e in area Pisapia già sottolineano “il cambio di passo”. In realtà, il messaggio sotteso del leader dem è un po’ più sottile: se passa il Rosatellum, facciamo facciamo le coalizioni perché servono per vincere, altrimenti andiamo con il Consultellum, io faccio il listone Pd “e mi candido al Senato con le preferenze”., il che vorrebbe dire, però, tornare a quella ‘vocazione maggioritaria’ che l’ex premier ha sempre perseguito e che, per ora, è finita in soffitta. Perché, come dice Renzi con un latinismo, anche questo insolito, “o passa il Rosatellum o c’è il Consultellum, tertium non datur”. Motivo, però, quello di dare fiato e corpo alla possibilità che la nuova legge passi, per cui balena, di nuovo, nel Pd, l’ipotesi della fiducia ‘tecnica’ sul Rosatellum: il Colle non gradirebbe affatto, Gentiloni recalcitra, ma all’ultimo momento, in Aula, potrebbe essere messa perché – avverte Rosato – “dobbiamo stare attenti ai voti segreti”.

Poi  Renzi manda a dire ai suoi oppositori interni che: “Siamo al rush finale, il tempo che ci separa dalle elezioni è di settimane”; quindi “basta litigi, dobbiamo giocare tutti insieme, fare squadra”. Renzi non cita mai lo ius soli, lasciando di fatto capire che spazio per far passare quella legge non ce n’è, specie a fine legislatura. Eppure, al Nazareno, c’è chi non dispera che, dopo aver chiuso la legge di Stabilità,“si possa aprire uno spazio per portarla a casa”.

Renzi, infine, ringrazia di cuore Orlando per aver detto che non intende metterne in discussione la leadership in caso di sconfitta in Sicilia, e Orlando apprezza e neppure Cuperlo parla in dissenso.  Franceschini resta in silenzio, annuisce più volte mentre Renzi parla e a chi gli chiede conto sorride: “sono naturalmente d’accordo con la relazione del segretario”. Ieri, al Pd, era proprio il giorno del volemose bene.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 4 del Quotidiano Nazionale il 7 ottobre 2017


ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

2. Il Rosatellum va in Aula tra lo spettro franchi tiratori e la tentazione della fiducia

Ettore Maria Colombo – ROMA

La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al Rosatellum 2.0 (o bis che dir si voglia…), ma nessuno dei leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano) dei partiti che hanno sottoscritto il ‘patto a quattro’ (Pd-FI-Lega-Ap) per dargli vita può tirare un sospiro di sollievo. Infatti, che dentro la commissione il patto avrebbe retto nessuno lo metteva in dubbio: il voto, dentro la commissione, è palese. Ma quando la nuova legge elettorale, il cui relatore Emanuele Fiano (Pd) ha passato giorni e notti insonne, approderà nell’Aula di Montecitorio, martedì 10 ottobre, può succedere di tutto. L’incognita è quella dei franchi tiratori: non vedono l’ora di affossare questa legge elettorale come già hanno fatto, a giugno, con il Rosatellum 1.0, allora anche detto Tedeschellum, quando una maggioranza ben più ampia dell’attuale crollò al primo voto.

I voti segreti, stavolta, si prevede saranno almeno una novantina e, se passassero, causerebbero l’immediato affossamento della legge: riguardano alcuni punti ‘caldi’ del Rosatellum (preferenze, voto disgiunto, soglie di sbarramento) su cui si fonda il patto a quattro. Per dire, ripristinare le preferenze, uno dei primi punti all’ordine del giorno del voto di martedì, una volta votate le pregiudiziali di costituzionalità, farebbe saltare l’accordo con Forza Italia. Il voto disgiunto aprirebbe invece molti problemi nel Pd di Renzi perché favorirebbe, di fatto, il voto per gli odiati scissionisti di Mdp.

Ma quanti franchi tiratori servono per affossare il Rosatellum? Sulla carta, è blindato. I favorevoli hanno ben 455 voti: ai quattro partiti citati vanno infatti sommati diversi gruppi minori (Ala-Sc, Civici, Popolari-Cd, Psi, Svp, Udc, etc.) mentre, sempre sulla carta, il fronte delle opposizioni (M5S-Mdp-SI-FdI) che giudica il Rosatellum “pessimo” e “inaccettabile”, arriva appena a 165 voti. Eppure, come spiega un verdiniano esperto di numeri e di conti, Ignazio Abrignani, “basta che, nel voto segreto, si spostino in 150 ed ecco che le proporzioni cambiano: 350 a favore, 300 contro. A quel punto ogni voto diventerebbe un calvario e può saltare tutto”. Inoltre, va detto che, non solo dentro Forza Italia, specie al Sud, ma anche dentro Ap (e, ovviamente, nel Pd), i peones ribollono.

Al di là del tenere le dita incrociate, dunque, e lanciare appelli, come quello di Ettore Rosato (“Il Parlamento sia responsabile”), continua perciò ad aleggiare l’ipotesi che il Pd chieda un ‘aiutino’ al governo Gentiloni e ricorra alla fiducia. Ma anche questa mossa, indigeribile per le opposizioni (Mdp già annuncia che “se verrà messa porteremo gli italiani in piazza”), non blinderebbe totalmente, il Rosatellum 2.0. Infatti, i problemi sarebbero tre: uno, Gentiloni non vuole metterla, due l’idea della fiducia al Colle non piace né poco né punto e, tre, FI e Lega avrebbero molte difficoltà a votare la fiducia, anche se fosse ‘tecnica’. L’ultima controindicazione a questa mossa rappresenterebbe un vero caso capace di far esplodere il Parlamento: nonostante la fiducia, infatti, il voto finale sul provvedimento può restare, grazie al super garantista regolamento di Montecitorio, in ogni caso segreto. E ‘andare sotto’, nonostante la fiducia, sarebbe davvero letale. Ecco perché sia Rosato che Fiano garantiscono e spergiurano davanti a tutti quelli che glielo chiedono “di un voto di fiducia non abbiamo mai neanche parlato”.

NB: Articolo pubblicato l’8 ottobre 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.

Renzi difende Gentiloni e gode in silenzio delle disgrazie altrui. Ancora ipotesi sulla legge elettorale

 

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA 

C’è chi sostiene – e ce ne sono – che anche il leader del Pd sarebbe tentato dall’idea di mettere la fiducia sul testo della nuova legge elettorale, come ieri è trapelato nei corridoi di Montecitorio, anche perché Forza Italia avrebbe esplicitamente chiesto ‘un aiutino’ al Pd e al governo per uscire dalle secche dei 90 voti segreti quando il Rosatellum arriverà in Aula. Matteo Renzi stoppa ogni illazione: “Di legge elettorale si occupa il compagno Rosato”, taglia corto. Che poi, Ettore Rosato, altri non è che il padre di quel Rosatellum che per ora cammina lento: procede, dentro la commissione Affari costituzionali, al ritmo di quattro emendamenti votati al giorno.

Rosato è anche il capogruppo alla Camera del Pd e ieri sera ha illustrato al suo gruppo, i trecento deputati democrat che rischiano assai in fatto di rielezione (al Nazareno contano come ‘sicuri’ soltanto 175 seggi, sulla parte proporzionale, al netto delle gare nei 231 collegi uninominali) e che, per questo, mugugnano assai. Rosato, ieri, si è limitato a dire un secco ‘no’ al voto disgiunto, richiesta che era stata avanzata da Gianni Cuperlo, e poco altro. Nulla, per dire, sulla fiducia, ma l’idea continua ad aleggiare. Il ministro ai Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, ne nega l’ipotesi (“Non ne so niente e se non ne so niente io…), ma alcuni democrat che la sanno lunga spiegano che “la vita è stretta ma c’è: far saltare tutti i 90 voti segreti con un voto solo, la fiducia, e giocarci tutto sul voto finale, dove i voti di FI e Lega ci saranno”. Anche se, per paradosso, sul provvedimento finale (e non sulla fiducia, dove il voto è palese) si può chiedere il voto segreto: i rischi ci sarebbero.

Si dice anche che un voto di fiducia sulla legge elettorale, per quanto sia poco ortodosso (ma Renzi, sull’Italicum, la mise), non dispiacerebbe al Colle. Ieri Luigi Di Maio è salito al Quirinale per presentarsi come candidato dell’M5S e parlare dell’argoment legge elettorale protestando per quella che è in discussione (il Rosatellum, appunto), ma senza che il Colle abbia voluto esprimersi in materia, ma dove non si vede l’ora che una nuova legge elettorale venga varata. Una decisione del genere, in ogni caso, spetta a Gentiloni e, se mai la fiducia verrà messa, si saprà solo quando la legge arriverà in Aula, cioè a partire da martedi prossimo 10 ottobre.

Renzi, per ora, si occupa d’altro: sostenere lealmente il governo Gentiloni e lisciarsi i baffi per le disgrazie in casa altrui, cioè quelle di casa Mdp (“«Il loro vero obiettivo – dice ai suoi – è quello di farci del male. Ma alla fine si sono divisi tra di loro”). A temperarlo nelle uscite c’è Matteo Richetti, portavoce della segreteria del Pd che coordina tutti gli interventi comunicativi del Nazareno e che ieri ha inviato un consiglio spassionato al leader dem, come racconta un deputato che ha saputo del dialogo tra ‘i due Mattei’: “Calma, e gesso Matteo, sei in fase zen. Se parli, ignorali. Tanto, quelli si fanno male da soli e a noi può venire solo del bene a dividere il loro fronte. Con alcuni di loro possiamo interloquire e non penso solo a Pisapia, ma anche a Civati o personalità di area Sel come Giulio Marcon, sindaci, associazioni…”. E, infatti, ieri sera, quando Matteo Renzi decide di intervenire pubblicamente si limita a enucleare pochi, chiari, concetti. Uno, “il governo e la maggioranza sono solidi e ampli, i voti di Mdp hanno dimostrato che i loro voti erano del tutto irrilevanti”. Due, “Io divisivo? – risponde a Pisapia – Dovrei fare passi di lato? Io sono stato scelto da due milioni di italiani che sono andati a votare alle primarie”.

Ma ai piani alti del Nazareno in molti brindano per le divisioni in casa altrui. “Che goduria guardarli mentre si menano tra di loro!” oppure “D’Alema se non esistesse dovremmo inventarcelo noi!” come si gonfia di gioia il petto Rosato mentre Giachetti twitta che “Mdp ha dimostrato tutta la sua irrilevanza politica”. Invece, per dirla in modo diplomatico, alla Lorenzo Guerini, coordinatore nazionale della segreteria, “torna a galla sempre lo stesso nodo, il rapporto con il Pd ed è un nodo ineludibile”. E non è certo un caso che, ieri, in Transatlantico, Bruno Tabacci, uomo di Pisapia, spiegava a un interessato ministro Franceschini, uno di quelli che il centrosinistra lo vuole largo, che “ormai abbiamo davanti a noi una sola strada, l’alleanza col Pd”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 5 ottobre 2017

 

Legge elettorale. NEW! Come funziona il “Mattarellum rovesciato” o “Rosatellum bis” e il punto politico sulle trattative Pd-FI vicine all’accordo

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. UN PICCOLO VADEMECUM. COS’E’ IL “MATTARELLUM ROVESCIATO”

Il nuovo testo di legge elettorale che il Pd, attraverso il relatore Fiano, presenterà domani in commissione Affari costituzionali della Camera si può definire un “Mattarellum rovesciato” perché prevede l’assegnazione dei seggi in proporzione quasi esattamente rovesciata rispetto al Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di recupero proporzionale): in questo caso il 64% dei seggi sarebbe attribuito con metodo proporzionale e il 36% in collegi maggioritari a turno unico (la proporzione, a seconda di come si calcolano i seggi attribuiti alla circoscrizione del Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta, collegi uninominali maggioritari per forza di Costituzione, può essere valutata in 37% di maggioritario e 63% di proporzionale). Viene anche detto ‘Rosatellum 2.0’ perché una prima versione di un sistema mix tra maggioritario e proporzionale (50% per ognuna delle due parti) era stata presentata, a maggio scorso, dal capogruppo dem alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato.

Il nuovo sistema prevede la possibilità di stringere coalizioni ma non l’indicazione del capo coalizione. La scheda è unica. Non è ammesso lo scorporo degli eletti nella quota maggioritaria da quelli della quota proporzionale né il voto disgiunto (non si può votare il candidato nel collegio di un partito e il partito di un altra coalizione). Camera e Senato vengono suddivisi in 28 circoscrizioni  per la Camera e 20 per il Senato (pari alle regioni) e circa 70 (al massimo 77) collegi plurinominali all’interno dei quali vi saranno i collegi uninominali. La definizione delle circoscrizioni è importante per il recupero dei resti, su base nazionale, una volta superato lo sbarramento al 3%. Le coalizioni saranno possibili solo su base nazionale. La Camera (630 seggi) è così divisa: 232 collegi uninominali (231 quelli indicati da Fiano più uno in Valle d’Aosta) dove il primo arrivato prende il collegio, e 386 collegi plurinominali dove l’elenco degli eletti si calcola con metodo perfettamente proporzionale e si basa su liste bloccate corte di 2-4 nomi (probabile, se non certa, l’alternanza di genere uomo-donna), più i 12 collegi all’Estero (eletti sempre con sistema proporzionale).

Il Senato (315 seggi elettivi) avrebbe 116 collegi uninominali (115 più uno della Valle d’Aosta, 193 collegi plurinominali (sempre su liste bloccate corte di 2-4 nomi) e i 6 collegi all’Estero per un totale di 315 seggi elettivi (gli altri sono senatori a vita). Lo sbarramento nazionale è fissato in entrambe le Camere al 3% dei voti sempre e solo per la quota proporzionale mentre nei collegi il primo che vince prende tutto. Naturalmente i voti ai partiti che non superano il 3% vengono redistribuiti tra quelli che superano la soglia di sbarramento nella parte proporzionale, dando loro seggi in più.

Ma come avverrebbe il voto? Su un’unica scheda sarebbe indicato il candidato del partito e/o coalizione da votare nel collegio uninominale e, sotto o al suo fianco, i nomi dei partiti o partito che lo sostengono nella parte proporzionale: il voto al candidato nel collegio deve essere ‘rafforzato’, se si vuole votare il partito collegato, dal voto al partito mentre il voto al partito trascina il voto al candidato del collegio. Dunque, barrando il simbolo del partito, il voto andrà contemporaneamente al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Se invece l’elettore barrerà solo il nome del candidato nel collegio uninominale, e non quello del partito o di uno dei partiti che lo sostengono, verrà meno la sua scelta per la parte proporzionale. Ne consegue che la somma dei voti per i collegi uninominali e quella della parte proporzionale potranno differire.

Non  sono previsti premi di maggioranza espliciti, ma chi conquista molti collegi godrebbe di una sorta di premio di maggioranza ‘implicito’, specie se forma una coalizione: conquistare molti seggi nei collegi può favorire (anche se non impone, perché i partiti di una coalizione elettorale potrebbero separarsi subito dopo il voto) la nascita di maggioranze parlamentari più stabili.


 

2. Legge elettorale, l’ultimo azzardo del Pd. Berlusconi sempre più tentato. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un azzardo, ma ci proviamo. Se non va in porto neanche questo tentativo vorrà dire che si voterà con le leggi attuali, ma nessuno potrà dire che il Pd ci non ha provato fino all’ultimo”. Così, dal Nazareno, si parla dell’ultimo ritrovato, in fatto di legge elettorale, di casa dem: il Fianum 2.0, dal cognome del relatore Fiano che presenterà domani il nuovo testo in commissione Affari costituzionali per cercare di approvarlo in pochi giorni e non perdere l’ultimo treno utile, il contingentamento dei tempi in Aula, che scade a fine mese. Il “Mattarellum rovesciato” ribalta le proporzioni della legge che porta la firma di Sergio Mattarella: prevede il 36% di collegi maggioritari unininominali e il 64% di collegi plurinominali, cioè di eletti con metodo proporzionale.

I renziani sono tutti convinti di farcela e di portare il nuovo testo base a dama e Renzi stesso ha chiesto loro di “provarci davvero”. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria ci lavora da giorni e ora dice: “Abbiamo messo in campo una proposta per sbloccare l’impasse. Serve un accordo ampio, è ovvio, ma la traccia è chiara: un impianto proporzionale con una quota maggioritaria che noi avremmo preferito più ampia, ma che abbiamo ridotto per venire incontro alle esigenze degli altri (leggi FI, ndr.). Spero che tutti quelli che chiedevano a gran voce una nuova legge elettorale ora siano conseguenti (leggi Mdp, ndr.)”, sapendo che non lo saranno. Ma anche sapendo che – come dicono al Nazareno – noi rischiamo di non avercela, la coalizione, se non stacchiamo Pisapia da Mdp e Calenda e altri centristi da Alfano. Ma vale la pena rischiare”. Dario Parrini, renziano esperto di sistemi elettorali, ritiene che “è una proposta seria: favorisce la governabilità in modo equilibrato e va incontro alle esigenze di un largo arco di forze politiche”.

Il problema, dunque, sono ‘gli altri’. I contrari si fa presto a dirli: M5S (“Proposta oscena”) e Mdp (“Il Pd butta la palla in tribuna”) mentre Pisapia nicchia: di nuovo in rapporti tesi con i suoi alleati (Bersani e D’Alema), incrocia le lame con il capogruppo dem, Rosato, che gli chiede “uno scatto di coraggio”, come già Orlando, ma non chiude: “noi siamo per un legge che fornisca governabilità, rappresentanza, possibilità di scegliere i candidati”. A Lega e Fratelli d’Italia, assenti perché stanno disertando le aule, il nuovo testo del Pd non dispiace: incentiva le coalizioni e non li obbliga al ‘listone’ con FI. Ap apprezza “l’apertura di dialogo”: del resto, lo sbarramento al 3% è quanto di meglio potessero avere (e anche per Pisapia, in realtà). Il busillis resta Forza Italia: negli azzurri del Sud, timorosi di perdere i seggi nei collegi per mano di M5S e Pd, la proposta non è ben vista e Berlusconi è ostile, da sempre, ai collegi e al maggioritario. Eppure, la quota alta di parte proporzionale presente nella proposta Fiano, con le liste bloccate, ma anche di collegi dove vince solo il primo, gli garantirebbero il ferreo controllo sugli eletti (come pure al Pd). Non a caso Denis Verdini, in via di riavvicinamento al Cavaliere, ad amici dice: “ora bisogna convincere Silvio, ma si può fare. Con questa legge evita il listone, fa il pieno dei voti e si frega l’M5S”. E ieri sera il Cavaliere avrebbe dato il via libera all’accordo che, a questo punto, registra la contrarietà solo di Mdp, Fratelli d’Italia e dell’M5S mentre gode del favore di Pd, FI, Ap e di altre piccole formazioni centriste e autonomiste, compresa l’Svp. L’altro ieri, però, Renzi frenava: “Non so se ci sarà una proposta di legge condivisa, so solo che gli altri partiti stanno facendo solo melina, vedremo”. Certo è che i collegi e le coalizioni sono la carta vincente di centrodestra e centrosinistra mentre i Cinquestelle non avrebbero altrettanta fortuna: i collegi – e, dunque, un consistente premio di maggioranza sotto forma di collegi uninominali vinti (circa 100 su 231 alla Camera) potrebbe arridere e aiutare il miglior piazzato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 20 settembre 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.

 

Renzi teme soltanto Prodi. “Pisapia si sfila? Contro D’Alema si vince facile…”

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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo  – ROMA

IERI Matteo Renzi ha passato l’ennesima giornata di promozione ossessiva del suo libro, Avanti. Il volume ha tra le sue caratteristiche quella che, ogni giorno, fa arrabbiare qualcuno: ieri, dopo Enrico Letta, è stata la volta della ex minoranza Pd, ora confluita in Mdp, che Renzi lo odia di suo.
Di mattina presto ad Agorà (Rai3) e a metà pomeriggio a La vita in diretta (Rai1), Renzi enuncia sempre gli stessi messaggi, pur dosandoli a seconda del pubblico, ora più acculturato, ora più popolare. «È stato sacrosanto sostituire Letta, il suo governo era fermo, aveva solo aumentato l’Iva» si alterna a «lo sconto fiscale alle famiglie con figli è la priorità»; «l’uscita di D’Alema non mi è dispiaciuta» fa il paio con «i politici che si preoccupano dei posti in Parlamento, io dei posti di lavoro»; «i migranti sono un tema per i prossimi 20 anni» si sposa a «più lavoro, meno tasse».
Dal profluvio di parole si salva solo un messaggio politicamente forte: «Si vota a primavera 2018 e io da qui ad allora voglio tornare in mezzo alla gente, l’importante è non chiudersi dentro il Palazzo».

Insomma, Renzi non vuole ‘pensionare’ in via anticipata il governo Gentiloni. E anche se c’è chi, tra i suoi, è convinto che tenterà l’ultima forzatura sullo ius soli, imponendo al governo la fiducia per farsela, con piglio da Mefistofele, bocciare dal Senato (i centristi sono contrari, Svp pure) e obbligare così il Parlamento a correre a elezioni anticipate a ottobre, Renzi si sta posizionando per una campagna elettorale assai lunga.
NON a caso, dopo la scelta di riprendersi Marco Agnoletti come portavoce ad personam e quella di mettere Matteo Richetti a coordinare la (claudicante) comunicazione del Pd, ecco arrivare l’accordo di collaborazione con l’agenzia Proforma (fecero le fortune di Emiliano e Vendola) per rivederne, da cima a fondo, l’immagine.
Ieri, però, tra un attacco e l’altro (quello di monsignor Galantino sui migranti, mitigato dalla rettifica del segretario di Stato Parolin, quelli consueti della minoranza e delle opposizioni, sul libro e non solo) è arrivata pure qualche buona notizia per il leader del Pd.
Il tentennamento di Pisapia, che annuncia che non si candiderà alle elezioni, fa fregare le mani di gioia a Renzi: «Senza Pisapia non solo in Parlamento, ma anche tenere le redini della fusione fredda di partiti e movimenti troppo diversi tra loro – ragionano al Nazareno – sarà un problema per loro: sono destinati a spaccarsi e a subire l’iniziativa preponderante di D’Alema. Così il tormentone primarie come il premio alla coalizione nella legge elettorale è già finito…».

Quello che invece Renzi teme, e molto, è la tela di Prodi, che sta cercando di tenere insieme tutti i suoi nemici interni (Orlando, ma anche Franceschini) ed esterni (Pisapia e Bersani, non D’Alema) per «costringermi», si lamenta il leader dem, a costruire il «nuovo Ulivo». Ieri, il ministro Orlando ha smentito ogni tentazione di nuova scissione dal Pd, ma altri deputati e senatori (Manconi, Tocci) potrebbero andarsene presto e l’asse Orlando-Franceschini riproporsi a tenaglia.
Sarà il possibile doppio appuntamento, a novembre, delle elezioni regionali in Sicilia e forse in Lombardia, a spingere i vari attori e comprimari del Pd e dell’Ulivo a fare scelte definitive. Sarà quello il momento in cui gli «ulivisti» proveranno davvero a disarcionarlo, Renzi. Sempre che abbiano un leader unico e nuovo a rappresentarli perché, come dicono i renziani, «contro D’Alema si vince facile».

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 14 luglio 2017 a pagina 7 del Quotidiano Nazionale

Pd, separati anche in casa. Duello anche in casa. Scontro tra idee opposte di partito in una Direzione senza streaming

Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

Ettore Maria Colombo – ROMA

ALLA FINE, l’unica nota paradossalmente stonata è quel voto finale: relazione del segretario approvata all’unanimità da tutte le componenti di maggioranza, area Franceschini (e ministro stesso) in testa. Minoranze (una facente capo al ministro Orlando e una al governatore Emiliano) che escono dalla sala. Per il resto, nonostante i toni non siano pesanti o sgradevoli (ma puntuti sì), alla prima riunione senza streaming della Direzione dem sono andate in scena due o forse più idee dello stesso partito. Quello di Matteo Renzi e dei suoi da un lato, quello di Franceschini (e Orlando) dall’altro. Due visioni che stanno diventando sempre più distanti e inconciliabili tra di loro. Renzi, che appare tonico, vorrebbe parlare di tutto tranne che di problemi interni ai dem. Se fosse premier, o se lo tornasse, due idee che mette sul piatto sarebbero succose: veto sul Fiscal compact nei Trattati Ue e chiudere il rubinetto dei soldi nel bilancio 2018 ai Paesi che chiudono i porti ai migranti.

Ma sa che i suoi oppositori interni ed esterni al partito lo trascineranno per i capelli in discussioni ‘politiciste’ e allora prova a prevenirli: «Si vota nel 2018, la campagna elettorale durerà dieci mesi e il Pd dovrà farla sui contenuti. Io girerò il Paese, non vedo l’ora di iniziare, ma voi dovete essere classe dirigenti, dovete fare gioco di squadra e imparare a passare la palla». Poi inizia a lanciare stoccate ai critici interni (Franceschini e Orlando): «Non passerò i prossimi mesi a parlare di alleanze o di coalizioni, ma di programmi concreti. Non sono interessato né alla mia né alla vostra carriera, ma a portare il Pd in alto. Utilizziamo il Pd come una finestra, non come uno specchio per riflettere noi stessi. Io rispondo ai due milioni di elettori che hanno votato alle primarie, non agli accordi tra capicorrente». Dopo, ai suoi, dirà: “Dove vuole andare Franceschini che ha già cercato di pugnalarmi? Quale il suo vero scopo? Io voglio fare il Pd, con la sua vocazione maggioritaria, se altri pensano che non ne valga la pena, che è meglio andare dietro a Pisapia, affari loro. Ma anche se gli stessi vogliono essere rieletti affari loro…”.

Parole che non sono certo destinate a mettere pace. Franceschini prende la parola quasi subito dopo, riceve per di più molti applausi, tiene il punto in modo insolito.Il suo è un vero controcanto: «Non metto in discussione il segretario, ma c’è una comunità che ti ha scelto e che non ha rinunciato al pensiero e alla parola. Il tema delle alleanze c’è e va posto, io sono tra i 350 residuati bellici che ne vogliono parlare. Da soli si perde. Non vuol dire premio di coalizione nella legge elettorale, ma la Dc – ammonisce – aiutava gli alleati a entrare in Parlamento perché servivano per formare un governo». Poi, la contro-stoccata: «Il segretario ascolti chi la pensa in modo diverso senza pensare a complotti». E ai suoi il ministro dice: “Abbiamo idee diverse, ma io non mi fermo, vado avanti”. Anche se, per ora, almeno nel voto finale, l’asse tra Franceschini e Orlando ancora non si forma.

PARLA il ministro Orlando, con toni ovviamente critici, ma paradossalmente meno duri e più ovvi: «Riconosciamo il risultato del congresso e il principio di maggioranza, ma vorrei discussioni vere. Il Pd deve tenere unito il campo del centrosinistra e aiutare Pisapia. Nessuno vuol tornare all’Unione, ma Pisapia non è Ferrero».

Gli altri interventi scivolano via veloci, Orfini punzecchia a sua volta il ministro alla Cultura, arriva la replica di Renzi. Sembra che parli a Orlando, ma vuol picchiare su Franceschini: «Non potete chiedere a chi ha vinto di rinunciare alle sue idee. L’attacco al Pd è in corso perché è la diga contro i populismi. Orlando vuole aiutare Pisapia, io voglio aiutare il Pd. Chi parla di coalizioni fa un regalo al centrodestra». Poi altre sciabolate contro Franceschini. La prima è aperta («Dario vuole discutere nelle sedi di partito, ma Repubblica non lo è…»), la seconda lascia presagire nuove tempeste all’orizzonte. Consiste in una citazione di una canzone di Guccini («Ognuno vada dove vuole andare, ma non venite a dire a me cos’è la libertà») che s’intitola Quattro stracci e sembra dire: la porta è quella. Esistono due Pd, ormai, e vivono da separati in casa. Il primo, per ora, ha un leader e i numeri (nel partito) per prevalere. Il secondo, però, non è da sottovalutare: per ora si limita a scalpitare, ma al prossimo rovescio elettorale (dopo le prossime elezioni regionali in Sicilia a novembre?) cercherà la prova di forza per disarcionare Renzi.

Nb: Questo articolo è stato pubblicato il 7 luglio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale

Parla Giuliano Pisapia: “Nessun listone con il Pd. Il I luglio nasce una Cosa nuova”

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo  – ROMA

GIULIANO Pisapia, il I luglio a piazza Santi Apostoli c’è la manifestazione di lancio del suo Campo progressista. Da dove venite e dove volete andare?

«L’obiettivo è la costruzione di un nuovo soggetto politico che trovi il suo spirito e le sue idee dai territori che, per un anno, si sono impegnate nella costruzione di un campo aperto, progressista, che non si limiti a criticare, ma dia risposte concrete ai bisogni del Paese: le diseguaglianze, le differenze Nord-Sud, i temi del lavoro. La manifestazione si chiamerà “Insieme. Nessuno escluso”. Partiamo dal lavoro delle Officine delle Idee: sono oltre 300, sparse in tutto il territorio e anche all’estero (Londra, Bruxelles, Svizzera). Specie queste ultime hanno lavorato su come cambiare marcia a questa Europa e alla Ue».

Ed è lei il candidato naturale di quest’area?
«Dal punto di vista politico, raccogliamo sensibilità diverse che vengono dai mondi dell’ambientalismo, del civismo, del cattolicesimo democratico, della laicità, dell’ulivismo come stanno facendo tanti amministratori locali come per esempio Leoluca Orlando che a Palermo ha vinto al primo turno. Per quanto riguarda me, sono un punto di riferimento, ma i leader li scelgono i cittadini alle elezioni».

Il ministro Orlando annuncia che il primo luglio sarà in piazza con voi. Se pezzi della minoranza dem entrassero nel vostro campo come li accogliereste?
«Sono molto lieto di sapere che sarà in piazza con noi il primo luglio. Il nostro è un campo aperto a tutti gli esponenti del centrosinistra, ma non voglio entrare nelle dinamiche interne del Pd».

Mdp, uno dei soggetti fondatori, è gelosa della sua autonomia. Si dovrà sciogliere?
«Sarà un percorso graduale. Alle porte non ci sono elezioni anticipate. Lavoreremo per diluire le singole soggettività in un progetto più ampio e aperto. Mettersi insieme sui territori e creare gruppi parlamentari unici ci aiuterà a trovare la sintesi».

Bersani sostiene il suo progetto. D’Alema è molto più freddo. Una loro candidatura alle prossime Politiche sarebbe un problema?
«Il mio progetto è quello di costruire un campo innovativo e inclusivo. E la sfida è proprio quella di dare voce a nuovi protagonismi, ai giovani che già lavorano sul territori in associazioni e realtà locali, energie che rischiamo di disperdere perché delusi dalla politica degli ultimi anni. Ritengo comunque utili dei garanti che valuteranno le singole candidature e questo varrà per tutti, anche per me».

Montanari e Falcone hanno lanciato l’Alleanza per il cambiamento in totale rottura e distanza dal Pd, considerato di destra. Con loro dialogherà?
«Io dialogo con tutti, ma bisogna uscire dai personalismi e da logiche di pura testimonianza. Fare opposizione è facile, governare è difficile. Un centrosinistra (o una sinistra-centro) radicalmente innovativo possono restituire fiducia a chi non ce l’ha più, ma io dico: niente populismi e niente demagogia. Non basta dire cose di sinistra, bisogna farle. Credo in una sinistra che sappia assumersi la responsabilità di governare. L’avversario non può essere chi è più vicino a te, ma la demagogia, il populismo e le destre».

Il punto è il rapporto con il Pd. Renzi propone un listone unico alla Camera, da Calenda a Pisapia, e una coalizione al Senato. È fattibile?
«Il nostro progetto è autonomo da quello del Pd e in netta discontinuità con gli anomali accordi e alleanze con destra e centrodestra che il Pd ha portato avanti. Il Pd di Renzi ha l’idea della sua autosufficienza e ha ribadito più volte che il segretario eletto è il candidato premier. Non condivido la scelta, né si costruisce una coalizione con tali presupposti. Noi stiamo dando vita a un nuovo e diverso soggetto politico dal Pd. Con una legge elettorale proporzionale ci saranno almeno due o tre soggetti politici diversi nel centrosinistra in una competizione leale e aperta. Noi cercheremo di attirare il maggior numeri dei consensi sul nostro progetto che è alternativo a quello del Pd».

Speranza (Mdp) minaccia di non votare la Finanziaria del governo Gentiloni. Lei che farebbe al suo posto?
«E’ fondamentale dare priorità alle misure che generano sviluppo nei settori dell’ambiente, della cultura e della formazione, ridurre la povertà e la diseguaglianza, puntare a più giustizia e coesione sociale. Non ho mai pensato che arroccarsi o alzare la bandiera bianca prima ancora di avere iniziato una battaglia sia positivo».

NB: L’intervista è stata pubblicata il 23 giugno 2017 a pag. 7 del Quotidiano Nazionale