Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 
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Elezioni presidenziali/1. De Nicola o della ‘questione monarchica’ (1946)

Iniziamo una carrellata sui presidenti della Repubblica italiana e, in particolare, sulle modalità, gli scontri e le polemiche che riguardarono la loro elezione, in vista del prossimo, cruciale, appuntamento, quello che, ai primi di febbraio del 2015, segnerà la nomina del successore di Giorgio Napolitano. Abbiamo puntato, per ogni Presidente e ogni elezione, a soffermarci sulle trattative e gli scontri tra i partiti durante le votazioni. Molto meno sulle figure, le personalità e, tantomeno, sul settennato dei medesimi presidenti, soprattutto per evitare di scrivere articoli-monstre. Un’avvertenza. Specie le elezioni avvenute nell’epoca della Prima Repubblica (1946-1992) implicano un tuffo in pratiche, riti, simboli e generi di un mondo politico che ormai non esiste più, ma che è molto difficile da rievocare se non dando per scontate una considerevole massa di informazioni, date, nomi, etc Speriamo che il lettore non ce ne voglia se, in alcuni passaggi, appariremo criptici o oscuri. Era la politica italiana a essere fatta così. Si parte con un monarchico bizzoso, De Nicola (1946).

Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato (1946).

Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato (1946).

Enrico De Nicola o della ‘questione monarchica’.

Il primo Presidente della Repubblica (o, meglio, Capo provvisorio dello Stato, dal I luglio 1946 al 31 dicembre 1947 e solo per pochi mesi, dall’entrata in vigore della Costituzione, il I gennaio 1948 fino al I maggio 1948, quando si dimette) presidente della Repubblica) è stato Enrico De Nicola (Napoli, 1877 – Torre del Greco, 1959). Avvocato napoletano, di orientamento politico liberale, colto ma dal carattere bizzarro e scostante, prudente ai limiti dell’indecisione, De Nicola viveva a Torre del Greco in compagnia solo della sua perpetua ed era famoso per la sobrietà e lo stile austero, ai limiti del pauperismo, dei suoi costumi come per la sua onestà.

Croce o Orlando? Nessuno dei due. Togliatti punta su De Nicola.

La candidatura di De Nicola viene fuori quasi per caso, dentro il crogiuolo dell’Assemblea costituente (allora Camera rappresentativa unica perché il vecchio Senato, di nomina regia, era stato abolito), i cui rapporti di forza erano usciti dalle elezioni politiche del 2 giugno 1946, contestuali al referendum monarchia-repubblica, vinto dalla Repubblica ma con un Sud uscito prevalentemente monarchico. Eppure, proprio in quel momento, le maggiori cariche politiche sono occupate da due convinti repubblicani, oltre che, geograficamente, dei settentrionali: il trentino Alcide De Gasperi, oltre che leader della Dc, è capo del governo, il e piemontese Giuseppe Saragat, allora ancora esponente del Psiup, da cui si staccherà provocando la scissione di palazzo Barberini (1947) e dando vita al Psli (poi Psdi), è presidente dell’Assemblea costituente. La Dc, spaventata dai consensi monarchici al Sud, voleva eleggere Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio ‘della Vittoria’ (nel 1919), ma il suo nome non piace alle sinistre. I socialisti, che allora ancora avevano il nome di Psiup, puntavano sul filosofo liberale Benedetto Croce, che però è avversato dalla Dc: “troppo laico”, dicono. Dal canto suo, il Pci boccia subito il nome di Orlando, che per i comunisti si è esposto troppo a favore dei Savoia. Ed è proprio Palmiro Togliatti, il leader del Pci, che per un momento aveva accarezzato anche l’idea di candidare il grande direttore d’orchestra, esule negli Usa durante il fascismo, Arturo Toscanini, a escogitare la soluzione De Nicola. La decisione finale la prendono, nel giro di un’ora e nel chiuso di una stanza a Montecitorio, in tre: De Gasperi, Togliatti e Nenni, i tre leader di Dc, Pci e Psiup (così si chiamava il Psi prima della scissione di palazzo Barberini) che reggevano insieme le sorti del governo. Gli altri partiti si adeguano rapidamente, compresa la Dc e De Gasperi, ancora a capo di governi di Cnl, cioè di unità nazionale che vedono la partecipazione, a pieno titolo, anche di Psiup e Pci, oltre che di vari partiti laici e repubblicani (Pd’Az, Pri, Pli, Dl). Tutto questo accade, peraltro, già vari mesi ‘prima’ che si aprano le votazioni vere e proprie. De Nicola è di provata fede monarchica (nel 1943 è lui a inventarsi la formula della ‘luogotenenza’ che permette a Umberto II di governare senza essere re in vece dell’odiato Vittorio Emanuele III che ha appena abdicato), ma è rimasto defilato durante la battaglia referendaria. Inoltre, è un moderato che non si è mai compromesso troppo con il regime fascista, anche se c’è chi gli rimprovera l’atteggiamento acquiescente verso il I governo Mussolini (1922) quando De Nicola era presidente della Camera.

Il presiedente rinunciatario, bizzoso e dal cappotto ‘rivoltato’.

Il guaio è che De Nicola è più noto per le rinunce che per i sì. ”De Nicola, decida di decidere se accetta di accettare” lo canzonano sui giornali della destra come il Giornale d’Italia dove Manlio Lupinacci gli rivolge tale invito sfottente e irridente, passato alla storia. Ancora poco prima di essere eletto, Saragat e De Gasperi lo cercano più volte al telefono, temendone il ‘gran rifiuto’. Al prefetto di Napoli, che lo cerca al telefono su richiesta di De Gasperi per sondarne la disponibilità, risponde con un cortese ma fermo ‘no, grazie’. Neanche Giovanni Leone, suo allievo prediletto e futuro presidente della Repubblica, riesce a convincerlo: arriva a cammuffare la sua voce al telefono: “Mi dispaice, l’onorevole non c’è…”. Solo quando Giuseppe Saragat, allora presidente dell’Assemblea costituente, gli assicura che sul suo nome c’è una larga unanimità di consensi, De Nicola, finalmente, cede: “mi inchino alla volontà popolare”. All’atto del giuramento, che avviene il I luglio 1946 nella sala della Lupa di Montecitorio e non al Quirinale, si fa attendere per ore dai deputati e da tutte le alte cariche istituzionali, provate da un caldo africano. Arriverà con un’ora di ritardo, dopo un lungo viaggio in automobile (privata), una 1500 nera, da Napoli a Roma. Rifiuterà sempre di risiedere al Quirinale, palazzo dei Papi prima e dei Re poi, preferendogli palazzo Giustiniani, oggi sede del presidente del Senato. Scostante e bizzoso, arriverà a dimettersi ‘per un giorno’ il 26 giugno del 1947 (e verrà rieletto lo stesso giorno, sempre dall”Assemblea costituente e sempre al I scrutinio, con una votazione stavolta davvero unanime: 405 voti su 431 votanti), terrorizzato dalIe conseguenze della rottura tra De Gasperi e le sinistre e, dunque, anche del patto politico che lo ha eletto. La Costituente lo rieleggerà il giorno dopo. Epici resteranno i suoi scontri con De Gasperi. Celebre il suo cappotto rivoltato, con cui partecipa a tutte le cerimonie ufficiali, e il suo rifiuto dell’appannaggio presidenziale (12 milioni di lire dell’epoca).

Modalità dell’elezione di De Nicola (28 giugno 1946, I scrutinio, 396 voti).

De Nicola viene eletto al primo colpo, e cioè al I scrutinio, il 28 giugno 1946 dall’Assemblea costituente. Il candidato “di tutti e di nessuno” prende ben 396 voti su 501 votanti con un quorum fissato a 323 (maggioranza dei 3/5) in quanto i Grandi Elettori sono, primo e solo caso nella storia repubblicana, solo 573 (corrispondenti ai membri dell’Assemblea costituente). Lo votano tutti i principali partiti dell’Assemblea costituente (Dc, Psiup, Pci) in modo compatto, ma alcuni gli negano il loro consenso apertamente. Pri e la Concentrazione democratica di Ferruccio Parri danno i loro 40 voti a un candidato di bandiera, Cipriano Facchinetti (Pri). L’Uomo Qualunque assegna i suoi 32 voti, anche qui una prima volta assoluta, a una donna. Si tratta di Ottavia Penna di Buscemi, baronessa, ma antifascista, anticomunista ma anche monarchica, “l’unica donna qualunque presente a Montecitorio”, gonfia il petto Guglielmo Giannini, commediografo e giornalista, fondatore dell’Uomo Qualunque, che l’ha candidata “contro un mondo politico incancrenito”. Parole che riecheggiano fin troppo facilmente quelle ben più ‘attuali’ di… Beppe Grillo.

NB. Questo articolo è stato pubblicato nella sezione blogger del Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net) e, in particolare, nella mia pagina, ‘I giardinetti di Montecitorio’.