Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi le aveva provate tutte, pur di veder approvare lo ius soli. Aveva mandato ambasciatori persino presso Sinistra italiana: sette senatori che potevano far pendere l’ago della bilancia a favore di “una legge di civiltà – aveva fatto dire a Nicola Fratoianni – che una forza di sinistra come voi non può che votare anche se il governo mettesse la fiducia”. Ma Fratoianni aveva risposto picche: “sono d’accordo sulla legge, ma la fiducia non possiamo votarla, mi si spacca il partito”. Al Nazareno avevano fatto e rifatto i conti: senza Ap (25 senatori), il partito di Alfano, per una volta contrario come un sol uomo, e senza il gruppo delle Autonomie (18 senatori che, per la prima volta da anni, avevano alzato la voce) i numeri della maggioranza di governo tracollavano da 171 (quelli attuali) a 146, forse anche meno. Ben sotto il quorum necessario (161 voti).

Un rischio troppo grande: mandare sotto Gentiloni in un voto dove il governo avrebbe posto la questione di fiducia voleva dire, di fatto, mandare a casa il governo e, con esso, chiudere in via anticipata la legislatura con relative elezioni in autunno. Renzi ne sarebbe stato indicato come il primo e unico responsabile.

Ecco perché ieri, alla fine, il segretario dem ha gettato la spugna, dicendo a Gentiloni che lo aveva chiamato per avvertirlo di una decisione ormai presa: “Io mi giocherei il tutto per tutto, Paolo, ma so che il governo rischia troppo. Ora decidi tu, io mi adeguo”. Detto, fatto. A tarda sera, una nota ufficiale del premier informa che “tenendo conto delle scadenze non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl prima della pausa estiva. Si tratta però di una legge giusta. L’impegno del governo per approvarla in autunno rimane”. A palazzo Chigi si sottolinea di aver lavorato di concerto con Renzi e che “l’estate, così difficile sul tema immigrazione, mentre si cerca di gestire i flussi degli sbarchi in sede europea”, non permetteva errori né inciampi, dato anche che “è pieno di irresponsabili (politici, ndr) che cercano incidenti e tensioni”. Ma se sempre da palazzo Chigi si fa notare che “quella di Gentiloni non è una rinuncia, ma una scelta improntata al realismo e a ridurre le tensioni su una legge di civiltà”, i tempi non ci sono più. Palazzo Madama ha ancora 45 giorni di lavoro effettivi, da qui alla fine della legislatura. Pare assurdo, ma tra ferie estive, invernali, altri provvedimenti e futura sessione di bilancio (che occupa l’intero autunno) è così. Ergo, la legge sullo ius soli, che dovrebbe comunque tornare alla Camera per il voto finale, non vedrà la luce, certo non in questa legislatura.

Il Pd si limita a far buon viso a cattivo gioco con una sola dichiarazione del ministro Martina, mentre il leader di Ap, Alfano, esulta: “Gentiloni ha gestito la vicenda dello ius soli con realismo, buonsenso e rispetto per chi sostiene il suo governo. Apprezziamo molto”. Poi aggiunge un “noi la vogliamo approvare, ma in un clima più sereno” che sa tanto di sberleffo, specie verso il Pd. Esulta, ovviamente, il centrodestra, da Salvini a Meloni a Brunetta, e butta la croce addosso al Pd la sinistra, da SI a Mdp. Ma pure coi loro voti, lo ius soli non sarebbe passato e il governo sarebbe caduto. Ecco perché Renzi ha fatto morire la legge.

NB: L’articolo è stato  pubblicato il 17 luglio 2017 sul Quotidiano Nazionale a pag. 7

Le mosse di Pisapia e quelle di Alfano. La legge elettorale rimescola i campi del centrosinistra e del centrodestra. Due articoli

  1. L’asse con Berlusconi spacca il Pd. Prodi e Bindi pronti a spostarsi ‘altrove’. Pisapia costruisce il suo Campo Progressista per rifondare un ‘Nuovo Ulivo’.
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L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Le doppie interviste rilasciate ieri da Romano Prodi (“La mia tenda è vicino al Pd ma se il Pd si allea con Berlusconi la tenda sposto altrove”) e di Rosy Bindi (“Il Pd si fermi su questa legge elettorale o non è più il mio partito”) hanno smosso le sinora già agitate acque del centrosinistra. Anche perché fanno il paio con le dichiarazioni di Giuliano Pisapia di domenica scorsa. L’avvocato milanese, leader di Campo progressista, ora mostra un piglio bellicoso (“Un patto di governo con il Pd è molto complicato, quasi impossibile”). Nel Pd lato coalizionale non si nasconde una certa preoccupazione. Prima è il vicesegretario, Maurizio Martina, a mostrarsi stupito (“Non capisco perché Pisapia chiude le porte al dialogo col Pd”). Ieri, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, si dice persino disponibile a dialogare con tutti (“Con Pisapia farei qualsiasi governo, con D’Alema pure, nell’interesse del Paese”) e assicura:“come vertici del Pd faremo di tutto” per evitare che qualcuno se ne vada perché “il Pd è la casa di tutti”. E, naturalmente, il ministro Andrea Orlando coglie la palla al balzo: “Ogni alleanza con Berlusconi è innaturale, Bisogna costruire il centrosinistra”. Nettare, per le orecchie di Pisapia. Ma in serata, Matteo Renzi, con la sua consueta E-news chiude i giochi: “Per evitare di fare le larghe intese il giorno dopo, bisogna prendere tanti voti. Ogni voto dato al Pd andrà in questa direzione – prosegue Renzi – ogni voto ai piccoli partitini aiuterà lo schema delle larghe intese. Il Pd farà liste molto larghe, pescherà al centro e a sinistra, nell’associazionismo e nella società civile, non si chiuderà nei propri confini stretti, ma parlerà agli italiani”. L’annuncio è di quello che, un tempo, si diceva ‘voto utile’ e indica quanto sarà dura la guerra a sinistra. Insomma, a Renzi interessa poco l’idea di coalizione (anche perché sa che Mdp e soci mai gli concederebbero i voti per far nascere un nuovo governo, dopo il voto, anche se i loro voti dovessero risultare indispensabili) e preferisce cercare di uccidere il neonato – la cosa ulivista di Pisapia – nella culla per evitare che rosicchi seggi alle elezioni visto che, superasse il 5%, sarebbe ai danni del Pd.

Intanto, però, il lavorìo di Pisapia procede spedito. Ieri a Roma, l’ex sindaco di Milano ha visto i suoi di ‘Campo progressista’ per organizzare al meglio l’appuntamento nazionale del primo luglio a Roma che dovrà gettare le basi del nuovo rassemblement di centrosinistra. Oggi vedrà i dirigenti di Mdp, dove i suoi colonnelli sono Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio in buoni rapporti con Zingaretti. Dentro Mdp, però, c’è maretta: Bersani tifa apertamente per Pisapia ed è pronto a ogni ‘cessione di sovranità’, altri (vedi alla voce: D’Alema) lo sono molto meno. Speranza è dato in bilico, il governatore toscano Rossi contrario, l’ex colonnello di Sel Scotto dubbioso. Il problema vero sono i confini del nuovo soggetto che, per ora, si chiama ‘Coalizione per il cambiamento’, ma potrebbe diventare “Insieme – Per un nuovo centrosinistra’. I confini a ‘a destra’ sono chiari. C’è il Centro democratico di Bruno Tabacci, ex assessore di Pisapia a Milano, che assicura buoni rapporti (ma li coltiva anche Pisapia) con i salotti buoni della finanza meneghina (i banchieri Guzzetti e Bazoli) e i Popolari-Demos del trentino Lorenzo Dellai. Esponenti ulivisti oggi dispersi come Franco Monaco e altri del ‘giro’ prodiano bolognese sono pronti, ma il colpo grosso, ovviamente, sarebbe Prodi. Pisapia fa sapere che “il Professore ha mandato segnali di apprezzamento al nostro progetto” e l’intervista di ieri, in cui Prodi boccia il sistema proporzionale voluto dal Pd (“non darà governi stabili”), si pronuncia contro elezioni anticipate (“una cosa ridicola”) e pronto l’alleanza “innaturale” con Berlusconi, pronto a spostare la sua “tenda”, ove si realizzasse, ha fatto il resto. Oltre a personalità come Rosy Bindi ed Enrico Letta e alla presidente della Camera, Laura Boldrini, che sarà della partita, già a partire dal primo luglio, il ‘nuovo’ Ulivo deve blindarsi alla sua sinistra. E qui, invece, il magma è incandescente. C’è Sinistra italiana, guidata da Nicola Fratoianni, che vuole essere della partita, c’è Possibile di Pippo Civati, persino quel che resta del Prc, e c’è anche il movimento ‘Dema’ del sindaco De Magistris. Pisapia sa che, per superare l’asticella del 5%, servono i voti di tutti, ma porrà due precise condizioni: “il federatore sono io, tutti i partiti dovranno cedere sovranità e deve essere un Nuovo Ulivo, la Cosa Rossa non m’interessa”. Ma nel frattempo si sono mossi anche Tommaso Montanari e Anna Falcone, frontrunner del No da sinistra al referendum costituzionale e membri di Libertà e Giustizia: hanno pubblicato proprio oggi un appello molto netto e tranchant che rispolvera le ‘belle bandiere’ della sinistra comunista e post-comunista e hanno dato appuntamenti a tutti quelli ‘che ci stanno’ il 18 giugno a Roma. La data vuole bruciare i tempi, rispetto alla costruzione del percorso di Pisapia, ha già ricevuto il favore di Fratoianni (SI) e Civati (Possibile) e l’apertura di credito di Scotto (Mdp), di certo piacerà a D’Alema. Però una formazione politica radicaleggiante, alla Melanchon e alla Corby, dichiarati punti di riferimento di quest’area, è in rotta di collisione con le idee di Pisapia. Bisognerà vedere chi avrà più tela da tessere, ma se i due tronconi si dividessero sarebbero guai per entrambi: rischierebbero di non superare, nessuno dei due, il 5%.

NB: L’articolo è pubblicato il 6 giugno 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 


alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

2. Alfano invoca Mattarella: ferma Renzi ma il Colle vuole la nuova legge elettorale. 

“Non può esistere automatismo per cui l’approvazione della legge elettorale corrisponda allo scioglimento delle Camere. E la Costituzione?!”. Il deputato centrista che sbotta così al telefono indica che il partito guidato dal ministro Angelino Alfano – l’altro ieri si chiamava Ncd, fino a ieri Ap, domani chissà – ha deciso di giocare la “carta Mattarella”. Ovvero chiedere, tirandolo per la giacchetta, l’intervento del Capo dello Stato per capire se è costituzionale andare al voto anticipato, subito dopo l’approvazione della legge elettorale, come paventato da Pd, Forza Italia, Lega e 5 Stelle che stanno per chiudere l’accordo sul sistema ‘ital-tedesco’.

E così, mentre Alfano continua a prendere di petto Renzi via Twitter (“Consiglio lettura intervista Renzi. Un fiume di parole nasconde un solo con concetto: #paolostaisereno”), la ministra alla Salute, Beatrice Lorenzin twitta e rilancia: “No al voto anticipato. Irresponsabile far cadere il terzo governo in quattro anni, vanificando sforzi del Paese. Confidiamo nell’intervento del Colle”. Poi rincara la dose: “Sono convinta che le elezioni avverranno alla scadenza naturale, nel 2018. E Mattarella, persona saggia, saprà intervenire al momento giusto per evitare conseguenze serie al Paese causate da una corsa contro il tempo inspiegabile”.

Anche la senatrice Laura Bianconi, presidente dei senatori di Ap, cavalca il concetto: “Avvertimento al Pd: attenzione al controllo di costituzionalità del presidente Mattarella a legge ultimata. Rischia figuraccia del rinvio alle Camere”. Tutte dichiarazioni che indicano chiaramente la volontà del partito di Alfano di andare al voto il più tardi possibile così da poter creare e organizzare quel nuovo partito di centro che superi la soglia del 5% per rientrare in Parlamento. Magari dietro le insegne di Stefano Parisi, di certo con l’Udc di Cesa, ma senza Casini e neppure Verdini e Zanetti, i due co-leader di Ala e Scelta civica, che vogliono partecipare a una ‘Cosa’ di centro ma Alfano non li vuole, loro non vogliono lui, Stefano Parisi non vuole – dall’alto del suo zero virgola – nessuno, e via declinando lungo i numeri infinitesimali di partitini e gruppi di centro ormai disperati. “Se vogliono andare al voto, il Pd deve prendersi la responsabilità di far cadere il governo, noi non voteremo la sfiducia a Gentiloni” dice ancora un deputato di Alfano.

Il problema è che mentre i presidenti delle due Camere, Grasso e Boldrini, nutrono seri dubbi sulla necessità di correre verso le urne (“Le elezioni anticipate non sono un destino già scritto” ha detto ieri la Boldrini e Grasso la pensa in identico modo), Mattarella non ci pensa neppure a intromettersi. Sia perché – come ripete un noto adagio del Colle – “quando il Parlamento lavora, il Capo dello Stato tace” sia perché Mattarella non vede affatto di cattivo occhio una legge elettorale scritta insieme dai partiti grandi. Inoltre,c’è chi è sicuro che a Mattarella non dispiaccia affatto, anzi, la soglia di sbarramento al 5% che Ap tanto avversa, e la ritiene ‘in linea’ coi grandi Paesi della Ue.

Ben altro paio di maniche è la fretta che, soprattutto il Pd, ha di andare alle urne, una volta varata la legge elettorale. La potestà  di sciogliere le Camere  è prerogativa specifica del Colle,il quale, prima di mandare il Parlamento a casa, verificherà se Gentiloni vuole davvero dimettersi, se è il caso di rimandarlo davanti le Camere per verificare se ha ancora la fiducia del Parlamento o di esperire altri tentativi. Insomma, una partita ancora tutta da giocare, al Quirinale, quella su eventuali elezioni anticipate e per nulla scontata.

NB: Articolo pubblicato domenica 4 giugno a pagina 4 del Quotidiano Nazionale. 

Ultima ora. Le novità del ‘Tedeschellum’. Meno collegi, ma dalla vittoria sicura. Via i capolista bloccati, no al voto disgiunto

 

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

La legge elettorale in via di approvazione nella I commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati è un vero work in progress e il sistema indicato – una sorta di ‘ital-tedesco’ o ‘Tedeschellum’ . cambia volto di ora in ora. Per un inquadramento generale della legge proposta (emendamento Fiano), dei paragoni con il ‘vero’ sistema tedesco e dei tempi verso un possibile voto anticipato rimandiamo a articoli precedenti  (NEW! Cos’è il ‘Tedeschellum’ e come funziona, le modifiche in discussione. Ma anche cos’è il ‘vero’ sistema tedesco e la corsa verso il voto anticipato. Un dossier sulla nuova legge elettorale sempre reperibile sul mio blog http://www.ettorecolombo.com ).

No alle preferenze, no al voto disgiunto in unica scheda, no a schede distinte per votare i candidati nei collegi e nella quota proporzionale, via i capolista bloccati, meno collegi uninominali ma dall’attribuzione sicura e che non saranno secondi a nessuno, tantomeno ai capolista bloccati e la cui vittoria sancirà in ogni caso l’elezione. L’accordo Pd-M5s-Fi-Lega regge alla prova di voti in commissione Affari costituzionali della Camera e blinda i contenuti del nuovo “Germanichellum”. In commissione sono stati respinti uno via l’altro tutti gli emendamenti più qualificanti presentati da centristi, Mdp, Si, Fdi per correggere l’intesa raggiunta fra le quattro principali forze parlamentari. “M5s – ha messo in particolare agli atti prima del voto contrario sul voto disgiunto Danilo Toninelli- è a favore del voto disgiunto. Ma tiene conto e rispetta gli equilibri politici necessari per realizzare la riforma elettorale”.

Il nuovo numero dei collegi: saranno meno, ma dalla sicura elezione.

Sempre con i voti di Pd-M5s-Fi-Lega la commissione Affari Costituzionali della Camera ha approvato l’emendamento Pd a prima firma Alan Ferrari (FI) che fissa il rapporto fra proporzionale e maggioritario in 60%-40% a favore della quota proporzionale. L’emendamento riduce infatti, per la Camera, da 303 a 225 (-78) i collegi uninominali (a cui vanno aggiunti quello della Val d’Aosta e gli otto del Trentino Alto Adige già previsti nella prima versione per un totale di 234) che saranno assegnati con il maggioritario, facendoli coincidere con quelli stabiliti dalla legge Mattarella per il Senato, mentre i collegi assegnati coi listini bloccati diventano 381 (+78(. D’altra parte, i collegi uninominali del Senato passano da 151 a 112 (-38), quindi i collegi assegnati con i listini bloccati passano da 150 a 188 (+38). L’emendamento fissa anche in 28 il numero delle circoscrizioni elettorali proporzionali: inizialmente erano 26, poi diventate 29 (vuol dire che la Lombardia ne ha 4, Piemonte, Veneto, Lazio e Sicilia 2). Contro hanno votato Ap, Mdp, Fdi, Civici e Innovatori. I candidati dei listini proporzionali potranno essere dai 2 ai 6 per ogni circoscrizione e non ci si potrà presentare in più di un collegio unimoninale e un listino.

Il motivo della diminuzione dei collegi deriva dalla necessità di superare il problema dei collegi sovranumerari (un vincitore di un collegio potrebbe non essere eletto). A favore dell’emendamento hanno votato Pd, Fi, M5s e Lega mentre contro si sono espressi Mdp, Ap, Des-Cd, Ci, Direzione Italia e Alternativa Libera. Questi ultimi si sono in particolare scagliati sul fatto che l’emendamento definisce i collegi uninominali. L’emendamento Ferrari, infatti, da una delega al governo di ben 12 mesi per disegnare i collegi (la delega in genere è di 30-45 giorni), ma come norma di chiusura prescrive che se si va a votare prima della definizione dei nuovi collegi, si adottano quelli usati per il Senato con il Mattarellum tra il 1994 e il 2001. I piccoli partiti sottolineano che questi collegi furono disegnati nel 1993, sulla base del censimento del 1991, con dati demografici diversi dagli attuali. L’emendamento Ferrari non tocca invece i collegi uninominali maggioritari di Valle d’Aosta (1) e Trentino Alto Adige (8 più tre seggi di recupero proporzionale).

In pratica, se un partito – il Pd, mettiamo – ha diritto, in una circoscrizione, a 20 seggi, nella versione iniziale scattava per primo il capolista bloccato, dopo i vincitori dei collegi, dopo si pescava nel listino, infine tra i migliori perdenti dei collegi  causando il rischio che un vincente in un collegio perdesse il posto a scapito del primo del listino. Ora, invece, scattano prima tutti i vincitori dei collegi e solo una volta esauriti questi si pesca nei listini bloccati collegati, rispetto ai quali di segue l’ordine di presentazione (da due a sei nomi massimo per circoscrizione). 

La legge elettorale fa dunque un deciso balzo in avanti verso l’approvazione di un testo largamente condiviso, ma rimane aperto il fronte polemico. “Sulla definizione dei collegi uninominali si rischia l’imbroglio”, ha tuonato il deputato e capogruppo di Ap in commissione Affari costituzionali, Dore Misuraca, “la proposta del relatore prende come modello, infatti, quanto previsto dal Mattarellum del 1993, i cui collegi furono definiti sulla base del censimento del 1991. Ovvero ventisei anni fa. Nel frattempo si sono svolti due nuovi censimenti, nel 2001 e nel 2011, che hanno determinato forti cambiamenti demografici, specie in alcuni territori. Rischia di essere falsata tutta la competizione”.

Ripetita iuvant. Come funziona il sistema tedesco “all’italiana”. 

Il sistema studiato dal relatore Fiano (FI) per dar seguito all’intesa politica sul modello tedesco tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega Nord è un sistema elettorale che ha molte differenze con il sistema elettorale usato in Germania.

È un sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. La ripartizione dei seggi tra le forze politiche avviene su base nazionale per la Camera e su base regionale al Senato, come richiesto dalla Costituzione. Ma sia per Montecitorio che per Palazzo Madama l’esclusione delle liste dal riparto dei seggi è fatta a livello nazionale.

E fino a qui il ‘germanichellum’ è un semplice sistema proporzionale simile a quello della  Germania. Le differenze con il sistema tedesco arrivano quando si tratta di scegliere i singoli deputati o senatori eletti.

In ogni collegio ci saranno i candidati uninominali e in ogni circoscrizione (che raccoglie decine di collegi, in proporzione alla popolazione) i listini bloccati ma corti (2-6 nomi).

Nel sistema tedesco, i candidati dell’uninominale hanno il posto garantito in Parlamento, a prescindere dal voto della parte proporzionale. Per garantirlo, il Bundestag non ha un numero fisso di deputati, ma può variare di qualche unità (cd. seggi ‘sovranumerari’).

In Italia invece il numero di parlamentari è fissato dalla Costituzione, quindi si è dovuto trovare un meccanismo per contemperare le due esigenze.

Prima dell’accordo raggiunto oggi, i candidati ‘vincenti’ nei collegi uninominali entravano in competizione tra di loro per formare una lista – dal più votato al meno votato – da cui erano scelti il numero di parlamentari a cui quel partito aveva diritto. L’effetto di questo sistema è che i vincitori di alcuni collegi uninominalo potevano essere esclusi dal Parlamento, di fatto togliendo senso al sistema dei collegi uninominali, perché su tutti loro aveva garantita la priorità di elezione il capolista del listino bloccato.

Secondo l’intesa raggiunta oggi questo problema viene risolto riducendo il numero di collegi uninominali per evitare questo effetto distorsivo sull’uninominale e al tempo stesso togliendo al capolista del listino la priorità di elezione. Per fare questo, però, il numero dei collegi uninominali diminuisce e il numero degli eletti nei listini cresce…

L’altra grande differenza con il sistema tedesco è il divieto di voto disgiunto, ovvero la possibilità di scegliere un candidato nel collegio uninominale diverso dal partito scelto per la parte proporzionale. In Germania è consentito ed è un elemento che dà valore maggioritario ai collegi uninominali, mentre in Italia sarà escluso, depotenziando le possibilità di scelta dell’elettore. Secondo i critici, in questo modo si rafforza il potere dei partiti e in particolare di quelli più grandi, che possono contare sull’effetto ‘voto utile’.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per questo blog il 4 giugno 2017. 

 

Il Pd stringe i bulloni sul sistema tedesco. L’accordo con FI e M5S c’è, con Alfano (“Sei un serial killer”) è rottura totale

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

1. Rottura tra Renzi e Alfano. I colloqui del Pd con i partiti sulla legge elettorale. Si stringono i bulloni sul sistema tedesco. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Si voterà ad ottobre, ma prima della presentazione alla Ue della legge di Stabilità” (e, dunque, non il 24 settembre) ha detto Renzi ieri agli interlocutori che sono andati a trovarlo al Nazareno. “Il sistema elettorale è il ‘tedesco’ – aggiunge – e dalla soglia di sbarramento al 5% non ci muoviamo. Alfano? – reagisce Renzi dopo una telefonata con Berlusconi, cordialissima, e un incontro con il leader di Ap, invece tesissimo – Da oggi non è più un problema mio. Magari se ne torna da Berlusconi… Io voglio ricostruire il centrosinistra”. Questo, in sintesi, il ‘Renzi-pensiero’, alla fine di una lunga giornata che proseguirà oggi con incontri con altri partiti (FI, Lega, Fd’I) e con la Direzione dem dove il segretario si farà approvare il mandato a trattare sul sistema tedesco. E anche se la minoranza che fa capo al ministro Orlando dovesse mettersi di traverso, poco male: Renzi, nel partito, i voti li ha lo stesso mentre, nei gruppi parlamentari, la situazione è più magmatica, ma difficilmente gli orlandiani arriveranno a negare il loro voto finale.

Una giornata, quella di Renzi e del Pd, double face. Da un lato gli incontri ufficiali della delegazione dem, nell’ufficio del capogruppo alla Camera Rosato, presenti il capogruppo al Senato, Zanda, il relatore del testo di riforma elettorale, Fiano, e il coordinatore politico del Pd, Lorenzo Guerini. A loro è toccato l’onere di incontrare la delegazione di Mdp – formata dai capigruppo, Laforgia e Guerra, più Lo Moro e D’Attorre – e quella dei 5Stelle (Crimi, Fico e Toninelli). Per paradosso, l’accordo con i 5Stelle è pressoché totale mentre Mdp, che pure non fa questioni sulla soglia al 5%, vuole sia il Pd a sobbarcarsi la colpa di far finire anzitempo la legislatura per scagliarsi contro le ‘larghe intese’.

La giornata di Renzi, invece, inizia vedendo, al Nazareno, Riccardo Nencini, segretario del Psi. “Incontro lungo, amichevole, proficuo” lo definiscono i socialisti, con Renzi che rilancia la prospettiva di un “nuovo centrosinistra”. Poi, nel pomeriggio, tocca a Fratoianni: Sinistra italiana non pone pregiudiziali sullo sbarramento al 5%, vuole però che il sistema sia “un proporzionale puro, senza trucchetti”. Renzi li rassicura, fa tanti auguri per la nuova ‘Cosa’ della sinistra in cantiere, ma li sfida:  “la vera sinistra è il Pd”.

Nel mezzo, c’è la lunga telefonata con Berlusconi. Il Cavaliere invita Renzi a palazzo Grazioli, ma lui declina l’offerta. “Non conviene a nessuno dei due farci vedere insieme”, concordano. Date rispettive e salde rassicurazioni sull’iter parlamentare della legge elettorale (“Entro il 10 luglio la chiudiamo anche al Senato”), il Cav avrebbe anche ‘perorato’, con Renzi, la causa di Alfano rispetto alla soglia di sbarramento, ma senza insistere troppo. Ed è proprio con Alfano che i rapporti si sono guastati. L’incontro segreto tra Renzi eAlfano è andato malissimo: sarebbero volate parole grosse e Alfano definirà Renzi un “serial killer” di partiti e leader, iniziando ovviamente dal suo. A margine di Porta a Porta, il capogruppo di Ap, Maurizio Lupi, riassume: “Le posizioni con il Pd restano distanti sulla questione dello sbarramento al 5% e anche sulla durata della legislatura. Votare in autunno, a manovra economica non ancora approvata, sarebbe un rischio”. Alfano un arma ce l’avrebbe: far saltare il governo impedendo l’adozione del nuovo sistema elettorale e le urne in autunno, e costringendo Pd e FI a varare, sin da subito, un ‘governissimo’. Il classico muoia Sansone con tutti i Filistei. Intanto, dalle parti di Gentiloni, si fa sapere che il governo potrebbe dimettersi di sua sponte, una volta che anche il Senato abbia approvato la riforma elettorale agevolando un “percorso ordinato” verso le urne anticipate in autunno. Insomma, come dicono al Nazareno, “non sarà di certo Gentiloni a mettersi di traverso contro Renzi verso il voto”.

NB: Articolo pubblicato il 30 maggio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale


Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

2. Il Pd prepara il sistema elettorale simil-tedesco. FI e M5S d’accordo. Restano i dubbi sulla data del voto anticipato

Ettore Maria Colombo – ROMA

La tavola è apparecchiata, i commensali stanno per sedersi al desco, la pietanza è in cucina, succosa e fumante. Fuor di metafora, manca davvero un amen alla conclusione delle trattative per scrivere una nuova legge elettorale. L’accordo tra i tre grandi partiti presenti in Parlamento (Pd, FI, M5S) è certo,la convergenza di altri probabile. Lega, Fd’I e Mdp ci stanno, Ap di Alfano e altri no perché contrarissimi alla soglia di sbarramento al 5%, che considerano troppo alta. Dario Parrini, che segue il dossier legge elettorale, per il Pd, è netto: “Per noi la soglia al 5% è intangibile. E’ la leva che ci consente di interpretare in maniera maggioritario un sistema proporzionale, la sola garanzia anti frammentazione e contro il potere di veto dei partiti-cespuglio”. Il tipo di riforma elettorale è, tecnicamente, un sistema ‘simil-tedesco’. Rispetto al Rosatellum, il testo base depositato dal Pd in commissione (50% collegi uninominali, 50% collegi plurinominali proporzionali), se ne discosta solo nel metodo di elezione. Nel Rosatellum, i due canali – collegi e listini – “non si parlano” e possono produrre risultati numerici diversi, privilegiando gli eletti nei collegi. Nel ‘tedeschellum’ i seggi spettanti devono rispettare la cifra, pur se ripartita tra collegi e listini, raggiunta da ogni partito che sta oltre il 5%. Restano dei problemi tecnici (i peggiori tra i vincenti nei collegi, specie nei partiti grandi, rischiano di non essere eletti), ma gli esperti di sistemi elettorali dei due partiti (Parrini per il Pd e Sisto per FI) ci stanno lavorando con emendamenti simili in commissione.

Dal punto di vista politico, i prossimi giorni saranno decisivi. La riforma elettorale è attesa al voto in Aula, alla Camera, a partire dal 5 giugno e non può scavallare, al Senato, la metà di luglio. Renzi, infatti, vuole andare a votare “il 24 settembre, niente subordinate (cioè votare a ottobre, anche se l’8 ottobre resta una data plausibile, ndr)”, come dice ai suoi. Berlusconi preferirebbe votare a ottobre (magari allungando al 22) mentre Di Maio (M5S) vorrebbe, addirittura, “votare il 15 settembre, prima che i parlamentari maturino i vitalizi”, ma è demagogia: causa i tempi tecnici, è impossibile.

Lunedì il Pd darà il via a una girandola d’incontri con tutte le forze politiche, ma non al Nazareno, bensì in Parlamento. Si inizia coi piccoli (Psi, SI, etc.) e si arriva, al pomeriggio, ai grandi (FI, M5S): al capo del tavolo del Pd ci saranno i due capogruppo, Rosato e Zanda, e il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini. Contatti informali tra i massimi vertici del Pd e di FI (Lotti-Letta, Lotti-Confalonieri) ce ne sono stati, come pure diverse telefonate Renzi-Berlusconi, ma mentre Renzi vedrà i segretari di altri partiti (Nencini di Psi, Fratoianni di SI) i due leader non si vedranno di persona. “Non è un Nazareno bis”, spiegano dal Nazareno Uno, “anche perché “mediaticamente non giova a nessuno, né a noi né al Cav.”.

Anche le dichiarazioni dei protagonisti della trattativa sono improntate al cauto ottimismo. Berlusconi dice: “Manca poco al momento in cui gli italiani potranno scegliere da chi vogliono essere governati, se finalmente potremo avere una legge elettorale condivisa”. E se il ministro Lotti parla di “settimana decisiva”, confermando che Renzi e il Cav non si vedranno di persona, Guerini esplicita una tautologia politica: “E’ evidente che nel momento in cui una legge elettorale viene approvata, è tecnicamente possibile andare al voto”. Dopo aver scritto la legge elettorale, servirà l’ok non scontato del Colle.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 maggio 2017 su Quotidiano Nazionale 

Tre articoli invece di uno. Renzi sceglie l’M5S come nemico numero 1 e intanto offre un patto ai grillini: “legge elettorale ed elezioni subito”

  1. Renzi Grillo Berlusconi

    Renzi, Grillo e Berlusconi.

    Renzi sfida Casaleggio jr (“Democrazia vs dinastia”) ma i suoi offrono un patto all’M5S: “Pronti a votare il Legalicum in cambio di elezioni subito (l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale il 10 aprile 2017)

“Renzi app”, già scaricabile da ogni piattaforma (htttp://io.my/appmatteo). Piattaforma e sito web ‘Bob’ (Kennedy) per smascherare le fake news grilline. “Democrazia vs dinastia”, il mantra. L’Avversario con la ‘A’ maiuscola di Matteo Renzi sono i 5 Stelle, non i suoi competitor alla segreteria, Orlando ed Emiliano, cui propone un ‘patto tra gentiluomini’, anche se alla sua maniera: “Non potete passare i futuri quattro anni a sparare sul quartier generale” (traduzione: ‘se volete fare come Bersani&co., quella è la porta’) e pur rifiutandosi di spostare la data delle primarie solo perché Emiliano si è fatto male e non può correre (Orlando era d’accordo, i renziani sono stati irremovibili) almeno fisicamente.

Eppure, per paradosso non tanto paradossale, l’ex  premier proprio ai grillini offre, tramite i suoi ambasciatori Orfini e Guerini, un patto sulla legge elettorale che nelle parole di questi ultimi due ai 5 Stllee suona così: “Noi vogliamo votare e siamo pronti a offrirvi un patto sul vostro Legalicum (estensione dell’Italicum al Senato, ndr.) e siamo pronti a togliere i capolista bloccati, voi ci state?”. E anche se l’offerta potrebbe essere solo ‘trabocchetto’ (“Un modo per stanare i grillini, far vedere a tutti che non vogliono fare nessun accordo e poi farlo con Berlusconi”, ragiona un machiavellico renziano di alto grado, ma ben informato, specie su un punto: “Se facciamo credere a FI che siamo pronti a togliere i capolista bloccati, quelli si  mettono paura, ci cascano subito nel tranello e fanno l’accordo con noi”), l’offerta ai pentastellati sembra una cosa seria e a un buono stadio di lavorazione.

L’ex premier – che nel retropalco dell’Ergife si prende un caffè in amicizia con il premier Gentiloni – si sente già vincitore delle primarie aperte del 30 aprile, forte di consensi che – dicono i suoi – “non saranno inferiori al 55-60% dei voti”. Insomma, sarà un trionfo. Solo un tasto preoccupa i renziani, quello dell’affluenza: faranno di tutto perché la partecipazione superi bene i due milioni.

Per il resto, la Convenzione nazionale del Pd tenuta ieri all’hotel Ergife di Roma scorre via come un fiume tranquillo (le liste dei candidati collegati si chiudono oggi, solo lì sono previste frizioni). Del resto, se Orlando è quotato al 20-30% ed Emiliano all’8-15%, è anche perché tre quarti del Pd – la ‘macchina’ o la ex ‘Ditta’ – sta con Renzi. Specie nell’Italia centrale (le regioni ‘rosse’) e nel Mezzogiorno, dove la mozione Renzi stravince su tutte le altre con percentuali bulgare e dove il Pd ha ormai più tesserati che al Nord.

Orlando, però prima di Renzi, fa un discorso affatto conciliante: picchia come un fabbro su tutto, dal rapporto con gli operai (“Tu vai da Marchionne, io vado ai cancelli della Fiat”), alle riforme (“Rischiamo un riformismo senza popolo”) alla legge elettorale (“Basta a proporre il Mattarellum se tutti ci dicono di no”), etc. Il governatore pugliese, teorico candidato anti-establishment, nel Pd, s’è rotto lui il tendine, ballando la tarantella: in un videomessaggio dall’ospedale, tiene una mozioni degli affetti dai toni soporiferi – non a caso molto apprezzato da Renzi, che invece ribatte duro a Orlando – il cui spunto originale è lodare “gli elettori 5 Stelle”.

Renzi spiega i punti su cui vuole imbastire la campagna elettorale, ma quella delle Politiche, come un vero derby Pd versus M5S: “democrazia contro dinastia, scienza contro paura, lavoro al posto dell’assistenzialismo”. Pensa che i 5Stelle abbiano trovano il loro nuovo leader in Davide Casaleggio, smania all’idea di potersi confrontare con lui o con chi per lui e si dedica poco al resto del Mondo. Sul vero punto di impasse, la legge elettorale, ribadisce che “Per noi c’è il Mattarellum, al Senato c’è stato un fatto di una gravità enorme (il caso Torrisi, ndr), ora tocca al Fronte del No parlare”. Ma, appunto, Renzi – via Guerini e Orfini – parla invece ai M5S e fa sapere: “La vostra proposta sul Legalicum? Fatela, pronti a discuterne”.

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2 Renzi teme Casaleggio ma è pronto a trattare con M5S sulla legge elettorale 

(l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale l’8 aprile 2017) 

“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

Italicum e non solo: chi, come e perché vuole superare l’attuale legge elettorale

L'aula di Montecitorio vista dall'internoUfficialmente, non esistono trattative, sulla legge elettorale in vigore, l’Italicum. Esiste solo una mozione parlamentare votata a metà settembre dalle forze della maggioranza di governo (Pd+Ap+Misto+Popolari+Ala) che impegna, in modo molto generico, la Camera dei Deputati ad “avviare una ricognizione tra le forze politiche” sulla revisione della legge elettorale. Eppure, si sussurra in Transatlantico e si scrive sui giornali, Renzi avrebbe dato mandato a suoi emissari (in primis il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini) a discutere con le forze politiche di opposizione e predisporre un tavolo di modifiche – molto diverse tra di loro – per avviare una reale modifica alla legge elettorale prima che si tenga il referendum costituzionale del 4 dicembre. Una tappa importante di questa discussione, molto ampia e approfondita non solo tra i diversi partiti ma anche all’interno del partito del premier, il Pd, sarà la Direzione nazionale del Pd che si terrà il prossimo 10 ottobre. La singolarità della discussione è data da diversi fattori. Il primo: potrebbe trattarsi della prima legge elettorale (l’Italicum è in vigore dal I luglio 2016) che viene modificata, o del tutto stravolta, prima ancora della sua effettiva utilizzazione (potrebbe cioè essere ‘nata morta’). Il secondo: tutti i partiti, e le correnti dei vari partiti, fanno i conti senza l’oste, e cioè senza sapere i possibili rilievi di costituzionalità della Corte costituzionale sull’Italicum. La Consulta doveva pronunciarsi il 4 ottobre, ma ha deciso di rinviare la decisione a dopo il referendum e la Corte potrebbe bocciare, in tutto o in parte, l’Italicum o addirittura promuoverlo e così comunque cambiare radicalmente lo stato della discussione tra le forze politiche. Il terzo: sulla legge elettorale – causa il suo presunto ‘combinato disposto’ con la riforma costituzionale – si accapigliano di più le varie correnti e anime del Pd che tutti gli altri dei partiti (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia) che hanno rinviato ogni discussione e trattativa a dopo il referendum o non intendono trattare tranne sulla loro proposta (M5S)…

In ogni caso, ecco le diverse proposte in campo, sulla legge elettorale, cosa prevedono e a chi potrebbero tornare utili.

 ITALICUM

Che cos’è. E’ la legge elettorale in vigore in Italia dal I luglio 2016 e vale solo per la Camera dei Deputati. E’, di base, un sistema proporzionale con sbarramento nazionale al 3%, premio di maggioranza e ballottaggio.

Come funziona. Attribuisce 340 seggi su 630 (25 in più dei 316 necessari per avere la maggioranza assoluta, fissata a 315) alla lista che supera il 40% al primo turno o, se nessuna lista raggiunge tale soglia, alla lista vincente il ballottaggio (o secondo turno) tra le prime due meglio piazzate. Gli altri 290 seggi vengono distribuiti alle altre liste con metodo proporzionale e sbarramento unico nazionale fissato al 3%. Si basa su 100 collegi, capolista bloccati, poi preferenze. Ammesse le multi-candidature.

A chi conviene. Banalmente, conviene a qualsiasi partito vinca il ballottaggio cui garantisce la maggioranza assoluta di seggi alla Camera. Produce maggioranze di governo stabili, premia le liste o listoni singoli (Pd e M5S soprattutto) e punisce le forze piccole che si presentano da sole in quanto le priva della possibilità di partecipare al governo con la forza politica più grande e, teoricamente, alleata della più piccola (esempio: Ncd versus Pd) ma non le priva affatto della rappresentanza (soglia al 3%). Non conviene al centrodestra, plausibilmente presente sempre come coalizione.

MATTARELLUM 2.0

Che cos’è. E’ la proposta avanzata dalla minoranza bersaniana del Pd e depositata al Senato sotto forma di proposta di legge da 21 senatori dem.

Come funziona. Prevede l’elezione di 475 deputati (su 630) in collegi uninominali a turno unico e i candidati dei partiti scelti con primarie per legge. Gli altri 143 seggi, al netto dei 12 seggi da eleggere nelle circoscrizioni Estero con il proporzionale, vengono così ripartiti: 90 seggi assegnati come premio di governabilità alla prima lista o coalizione, ma con un limite di 350 deputati, 30 seggi alla seconda lista o coalizione, 23 seggi divisi tra le liste che superano il 2% dei voti e con meno di 20 eletti.

A chi conviene. Secondo i suoi proponenti garantisce comunque la governabilità alla lista o coalizione vincente. Secondo i suoi detrattori, in una situazione come quella attuale di tripolarismo non garantisce mai un vincitore perché tra collegi e premio non si supererebbero mai i 290 seggi. La lista o coalizione vincente potrebbero dover fare accordi in Parlamento. Garantisce una buona rappresentanza a tutte le forze politiche oggi presenti e anche a forze politiche piccole ma nuove (es: un partito di D’Alema che nascesse a sinistra del Pd) dato lo sbarramento al 2%. Conviene a chi – nel centrodestra come nel centrosinistra – vuole mantenere intatte le proprie forze e trattare poi, in Parlamento, la nascita di un governo di coalizione (es: Pd partito maggiore + partiti minori) o di grande coalizione (Pd+FI).

PROVINCELLUM

 Che cos’è. E’ l’idea del deputato toscano del Pd Dario Parrini, renziano.

Come funziona. E’ un sistema di base proporzionale che mantiene il premio di maggioranza e il doppio turno ma elimina capolista bloccati, multi-candidature e preferenze. L’Italia verrebbe divisa in 630 collegi di base provinciale, simili ai collegi uninominali: 618 collegi nel territorio più i 12 seggi all’Estero, ma con ogni collegio non superiore ai 100 mila abitanti di grandezza contro i 600 mila abitanti dei collegi dell’Italicum. I collegi, però, non sono maggioritari: i partiti presentano ciascuno un nome di candidato per ogni collegio ma passa il candidato che, nell’ambito provinciale della circoscrizione, ha ottenuto il miglior risultato nei collegi. Dato che ogni partito ha un solo candidato per collegio, il ballottaggio viene effettuato qui: se nessuno candidato raggiunge la soglia indicata al primo turno (40%) si va al ballottaggio. La lista più votata otterrebbe 345 seggi, il 55% del totale (premio di maggioranza del 15% al primo turno).

A chi conviene. Mantiene ferme le basi dell’Italicum (ballottaggio e premio di maggioranza) e ne cancella il metodo di selezione dei candidati (collegi provinciali invece del mix capolista bloccati/preferenze). Assicura comunque una maggioranza solida alla lista o coalizione vincente. Aiuta i candidati forti nei diversi collegi più che i partiti. Potrebbe penalizzare FI e, in parte, anche M5S, mentre potrebbe aiutare soprattutto il Pd e la Lega.

PREMIO ALLA COALIZIONE

Che cos’è. I piccoli partiti, Ncd su tutti, ma anche Ala di Denis Verdini e l’area che fa capo a Dario Franceschini nel Pd, propone di tenere fermi i principi fondanti dell’Italicum (premio di maggioranza, ballottaggio, preferenze, capolista bloccati) con una sola modifica ma fondamentale: assegnare il premio di maggioranza non alla prima lista, ma a una coalizione di più partiti, incentivando il potere coalizionale delle liste. L’alternativa, in subordine, è prevedere la possibilità dell’apparentamento tra diverse liste tra il primo turno in cui ogni partito si presenta da solo e il secondo turno dove si corre e si vince insieme (il premio sarebbe dato qui).

A chi conviene. Conviene ai partiti che riescono ad aggregare le coalizioni quindi in primis al centrodestra, meno al centrosinistra, per nulla all’M5S.

ALTRE PROPOSTE MINORI

Matteo Orfini, capofila dei Giovani Turchi del Pd, propone un sistema proporzionale sul modello greco: turno unico e premio di maggioranza al primo partito fissato al 15% (50 deputati su 350). Se nessuno lo raggiunge, i seggi vengono ripartiti tutti proporzionalmente.  Sbarramento al 3%. Il deputato del Pd Giuseppe Lauricella vuole cancellare il ballottaggio dall’Italicum: solo se un partito o una coalizione supera da solo il 40% dei voti ottiene il premio di maggioranza, altrimenti c’è un proporzionale puro. Il presidente del gruppo Misto, Pino Pisicchio, propone di assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e che il ballottaggio sia valido solo se va a votare il 50% degli aventi diritto (in caso contrario i seggi vengono ripartiti proporzionalmente secondo i risultati ottenuti al primo turno). Il capogruppo di Ap alla Camera, Maurizio Lupi, ha avanzato la proposta di sistema proporzionale a turno unico ma senza ballottaggio e con premio di maggioranza alla coalizione (e non alla lista) di 90 seggi, tenendo ferme preferenze e capilista bloccati.

A chi conviene. Come nel caso del premio assegnato alla coalizione vincente e non alla lista, tutte queste proposte ‘minori’ tendono a non far ottenere mai nessuna maggioranza larga a una coalizione o partito vincente e a obbligare i partiti a formare grandi coalizioni o accordi dopo il voto.

DEMOCRATELLUM

Che cos’è. E’ la proposta di legge elettorale avanzata dal Movimento Cinque Stelle e scritta dal deputato Danilo Toninelli.

Come funziona. E’ un sistema proporzionale basato su collegi intermedi, soglie di sbarramento e preferenze, sia positive che negative. Preferenze negative vuol dire che, al momento del voto, si hanno a disposizione due schede elettorali, una per il voto di lista e una per il voto di preferenza. Il voto di preferenza può essere anche negativo, e quindi il cittadino può decidere di penalizzare un candidato cancellando il nome dalla lista votata. La preferenza, singola o doppia, può essere diretta anche al candidato di una lista diversa da quella votata (si chiama sistema del voto disgiunto). Le circoscrizioni elettorali sono 42, dalle più piccole alle più grandi, divise al loro interno in collegi plurinominali che assegnano da 9 a 13 seggi. Vuol dire che 33 circoscrizioni assegnano il 60% dei seggi e le restanti 10 ne assegnano il restante 40%. Per il senatori le circoscrizioni sono regionali. La soglia di sbarramento non è fissata a livello nazionale, ma esiste di fatto a livello di circoscrizioni e si può calcolare attorno al 5%. In questo modo, i partiti minori, sotto il 5%, verrebbero esclusi dal Parlamento, tranne quelli più forti a livello regionale. Non è previsto premio di maggioranza.

A chi conviene. In un sistema come quello attuale, che è tripolare, il ‘Democratellum’ dei Cinque Stelle si limiterebbe a registrare i rapporti di forza tra le principali forze politiche e costringerebbe a governi di coalizione tra almeno due di esse (esempio: Pd-centrodestra o Pd-M5S). Tranne che per la Lega Nord, forte a livello territoriale, sancirebbe l’esclusione dal Parlamento di tutti i piccoli partiti attuali, da Ncd in giù.

NB. Queste schede sono state pubblicate, in estrema sintesi, sul Quotidiano Nazionale di sabato I ottobre 2016 e vengono presentate qui, invece, in forma estesa e argomentata.