Tre articoli invece di uno. Renzi sceglie l’M5S come nemico numero 1 e intanto offre un patto ai grillini: “legge elettorale ed elezioni subito”

  1. Renzi Grillo Berlusconi

    Renzi, Grillo e Berlusconi.

    Renzi sfida Casaleggio jr (“Democrazia vs dinastia”) ma i suoi offrono un patto all’M5S: “Pronti a votare il Legalicum in cambio di elezioni subito (l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale il 10 aprile 2017)

“Renzi app”, già scaricabile da ogni piattaforma (htttp://io.my/appmatteo). Piattaforma e sito web ‘Bob’ (Kennedy) per smascherare le fake news grilline. “Democrazia vs dinastia”, il mantra. L’Avversario con la ‘A’ maiuscola di Matteo Renzi sono i 5 Stelle, non i suoi competitor alla segreteria, Orlando ed Emiliano, cui propone un ‘patto tra gentiluomini’, anche se alla sua maniera: “Non potete passare i futuri quattro anni a sparare sul quartier generale” (traduzione: ‘se volete fare come Bersani&co., quella è la porta’) e pur rifiutandosi di spostare la data delle primarie solo perché Emiliano si è fatto male e non può correre (Orlando era d’accordo, i renziani sono stati irremovibili) almeno fisicamente.

Eppure, per paradosso non tanto paradossale, l’ex  premier proprio ai grillini offre, tramite i suoi ambasciatori Orfini e Guerini, un patto sulla legge elettorale che nelle parole di questi ultimi due ai 5 Stllee suona così: “Noi vogliamo votare e siamo pronti a offrirvi un patto sul vostro Legalicum (estensione dell’Italicum al Senato, ndr.) e siamo pronti a togliere i capolista bloccati, voi ci state?”. E anche se l’offerta potrebbe essere solo ‘trabocchetto’ (“Un modo per stanare i grillini, far vedere a tutti che non vogliono fare nessun accordo e poi farlo con Berlusconi”, ragiona un machiavellico renziano di alto grado, ma ben informato, specie su un punto: “Se facciamo credere a FI che siamo pronti a togliere i capolista bloccati, quelli si  mettono paura, ci cascano subito nel tranello e fanno l’accordo con noi”), l’offerta ai pentastellati sembra una cosa seria e a un buono stadio di lavorazione.

L’ex premier – che nel retropalco dell’Ergife si prende un caffè in amicizia con il premier Gentiloni – si sente già vincitore delle primarie aperte del 30 aprile, forte di consensi che – dicono i suoi – “non saranno inferiori al 55-60% dei voti”. Insomma, sarà un trionfo. Solo un tasto preoccupa i renziani, quello dell’affluenza: faranno di tutto perché la partecipazione superi bene i due milioni.

Per il resto, la Convenzione nazionale del Pd tenuta ieri all’hotel Ergife di Roma scorre via come un fiume tranquillo (le liste dei candidati collegati si chiudono oggi, solo lì sono previste frizioni). Del resto, se Orlando è quotato al 20-30% ed Emiliano all’8-15%, è anche perché tre quarti del Pd – la ‘macchina’ o la ex ‘Ditta’ – sta con Renzi. Specie nell’Italia centrale (le regioni ‘rosse’) e nel Mezzogiorno, dove la mozione Renzi stravince su tutte le altre con percentuali bulgare e dove il Pd ha ormai più tesserati che al Nord.

Orlando, però prima di Renzi, fa un discorso affatto conciliante: picchia come un fabbro su tutto, dal rapporto con gli operai (“Tu vai da Marchionne, io vado ai cancelli della Fiat”), alle riforme (“Rischiamo un riformismo senza popolo”) alla legge elettorale (“Basta a proporre il Mattarellum se tutti ci dicono di no”), etc. Il governatore pugliese, teorico candidato anti-establishment, nel Pd, s’è rotto lui il tendine, ballando la tarantella: in un videomessaggio dall’ospedale, tiene una mozioni degli affetti dai toni soporiferi – non a caso molto apprezzato da Renzi, che invece ribatte duro a Orlando – il cui spunto originale è lodare “gli elettori 5 Stelle”.

Renzi spiega i punti su cui vuole imbastire la campagna elettorale, ma quella delle Politiche, come un vero derby Pd versus M5S: “democrazia contro dinastia, scienza contro paura, lavoro al posto dell’assistenzialismo”. Pensa che i 5Stelle abbiano trovano il loro nuovo leader in Davide Casaleggio, smania all’idea di potersi confrontare con lui o con chi per lui e si dedica poco al resto del Mondo. Sul vero punto di impasse, la legge elettorale, ribadisce che “Per noi c’è il Mattarellum, al Senato c’è stato un fatto di una gravità enorme (il caso Torrisi, ndr), ora tocca al Fronte del No parlare”. Ma, appunto, Renzi – via Guerini e Orfini – parla invece ai M5S e fa sapere: “La vostra proposta sul Legalicum? Fatela, pronti a discuterne”.

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2 Renzi teme Casaleggio ma è pronto a trattare con M5S sulla legge elettorale 

(l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale l’8 aprile 2017) 

“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

Italicum e non solo: chi, come e perché vuole superare l’attuale legge elettorale

L'aula di Montecitorio vista dall'internoUfficialmente, non esistono trattative, sulla legge elettorale in vigore, l’Italicum. Esiste solo una mozione parlamentare votata a metà settembre dalle forze della maggioranza di governo (Pd+Ap+Misto+Popolari+Ala) che impegna, in modo molto generico, la Camera dei Deputati ad “avviare una ricognizione tra le forze politiche” sulla revisione della legge elettorale. Eppure, si sussurra in Transatlantico e si scrive sui giornali, Renzi avrebbe dato mandato a suoi emissari (in primis il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini) a discutere con le forze politiche di opposizione e predisporre un tavolo di modifiche – molto diverse tra di loro – per avviare una reale modifica alla legge elettorale prima che si tenga il referendum costituzionale del 4 dicembre. Una tappa importante di questa discussione, molto ampia e approfondita non solo tra i diversi partiti ma anche all’interno del partito del premier, il Pd, sarà la Direzione nazionale del Pd che si terrà il prossimo 10 ottobre. La singolarità della discussione è data da diversi fattori. Il primo: potrebbe trattarsi della prima legge elettorale (l’Italicum è in vigore dal I luglio 2016) che viene modificata, o del tutto stravolta, prima ancora della sua effettiva utilizzazione (potrebbe cioè essere ‘nata morta’). Il secondo: tutti i partiti, e le correnti dei vari partiti, fanno i conti senza l’oste, e cioè senza sapere i possibili rilievi di costituzionalità della Corte costituzionale sull’Italicum. La Consulta doveva pronunciarsi il 4 ottobre, ma ha deciso di rinviare la decisione a dopo il referendum e la Corte potrebbe bocciare, in tutto o in parte, l’Italicum o addirittura promuoverlo e così comunque cambiare radicalmente lo stato della discussione tra le forze politiche. Il terzo: sulla legge elettorale – causa il suo presunto ‘combinato disposto’ con la riforma costituzionale – si accapigliano di più le varie correnti e anime del Pd che tutti gli altri dei partiti (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia) che hanno rinviato ogni discussione e trattativa a dopo il referendum o non intendono trattare tranne sulla loro proposta (M5S)…

In ogni caso, ecco le diverse proposte in campo, sulla legge elettorale, cosa prevedono e a chi potrebbero tornare utili.

 ITALICUM

Che cos’è. E’ la legge elettorale in vigore in Italia dal I luglio 2016 e vale solo per la Camera dei Deputati. E’, di base, un sistema proporzionale con sbarramento nazionale al 3%, premio di maggioranza e ballottaggio.

Come funziona. Attribuisce 340 seggi su 630 (25 in più dei 316 necessari per avere la maggioranza assoluta, fissata a 315) alla lista che supera il 40% al primo turno o, se nessuna lista raggiunge tale soglia, alla lista vincente il ballottaggio (o secondo turno) tra le prime due meglio piazzate. Gli altri 290 seggi vengono distribuiti alle altre liste con metodo proporzionale e sbarramento unico nazionale fissato al 3%. Si basa su 100 collegi, capolista bloccati, poi preferenze. Ammesse le multi-candidature.

A chi conviene. Banalmente, conviene a qualsiasi partito vinca il ballottaggio cui garantisce la maggioranza assoluta di seggi alla Camera. Produce maggioranze di governo stabili, premia le liste o listoni singoli (Pd e M5S soprattutto) e punisce le forze piccole che si presentano da sole in quanto le priva della possibilità di partecipare al governo con la forza politica più grande e, teoricamente, alleata della più piccola (esempio: Ncd versus Pd) ma non le priva affatto della rappresentanza (soglia al 3%). Non conviene al centrodestra, plausibilmente presente sempre come coalizione.

MATTARELLUM 2.0

Che cos’è. E’ la proposta avanzata dalla minoranza bersaniana del Pd e depositata al Senato sotto forma di proposta di legge da 21 senatori dem.

Come funziona. Prevede l’elezione di 475 deputati (su 630) in collegi uninominali a turno unico e i candidati dei partiti scelti con primarie per legge. Gli altri 143 seggi, al netto dei 12 seggi da eleggere nelle circoscrizioni Estero con il proporzionale, vengono così ripartiti: 90 seggi assegnati come premio di governabilità alla prima lista o coalizione, ma con un limite di 350 deputati, 30 seggi alla seconda lista o coalizione, 23 seggi divisi tra le liste che superano il 2% dei voti e con meno di 20 eletti.

A chi conviene. Secondo i suoi proponenti garantisce comunque la governabilità alla lista o coalizione vincente. Secondo i suoi detrattori, in una situazione come quella attuale di tripolarismo non garantisce mai un vincitore perché tra collegi e premio non si supererebbero mai i 290 seggi. La lista o coalizione vincente potrebbero dover fare accordi in Parlamento. Garantisce una buona rappresentanza a tutte le forze politiche oggi presenti e anche a forze politiche piccole ma nuove (es: un partito di D’Alema che nascesse a sinistra del Pd) dato lo sbarramento al 2%. Conviene a chi – nel centrodestra come nel centrosinistra – vuole mantenere intatte le proprie forze e trattare poi, in Parlamento, la nascita di un governo di coalizione (es: Pd partito maggiore + partiti minori) o di grande coalizione (Pd+FI).

PROVINCELLUM

 Che cos’è. E’ l’idea del deputato toscano del Pd Dario Parrini, renziano.

Come funziona. E’ un sistema di base proporzionale che mantiene il premio di maggioranza e il doppio turno ma elimina capolista bloccati, multi-candidature e preferenze. L’Italia verrebbe divisa in 630 collegi di base provinciale, simili ai collegi uninominali: 618 collegi nel territorio più i 12 seggi all’Estero, ma con ogni collegio non superiore ai 100 mila abitanti di grandezza contro i 600 mila abitanti dei collegi dell’Italicum. I collegi, però, non sono maggioritari: i partiti presentano ciascuno un nome di candidato per ogni collegio ma passa il candidato che, nell’ambito provinciale della circoscrizione, ha ottenuto il miglior risultato nei collegi. Dato che ogni partito ha un solo candidato per collegio, il ballottaggio viene effettuato qui: se nessuno candidato raggiunge la soglia indicata al primo turno (40%) si va al ballottaggio. La lista più votata otterrebbe 345 seggi, il 55% del totale (premio di maggioranza del 15% al primo turno).

A chi conviene. Mantiene ferme le basi dell’Italicum (ballottaggio e premio di maggioranza) e ne cancella il metodo di selezione dei candidati (collegi provinciali invece del mix capolista bloccati/preferenze). Assicura comunque una maggioranza solida alla lista o coalizione vincente. Aiuta i candidati forti nei diversi collegi più che i partiti. Potrebbe penalizzare FI e, in parte, anche M5S, mentre potrebbe aiutare soprattutto il Pd e la Lega.

PREMIO ALLA COALIZIONE

Che cos’è. I piccoli partiti, Ncd su tutti, ma anche Ala di Denis Verdini e l’area che fa capo a Dario Franceschini nel Pd, propone di tenere fermi i principi fondanti dell’Italicum (premio di maggioranza, ballottaggio, preferenze, capolista bloccati) con una sola modifica ma fondamentale: assegnare il premio di maggioranza non alla prima lista, ma a una coalizione di più partiti, incentivando il potere coalizionale delle liste. L’alternativa, in subordine, è prevedere la possibilità dell’apparentamento tra diverse liste tra il primo turno in cui ogni partito si presenta da solo e il secondo turno dove si corre e si vince insieme (il premio sarebbe dato qui).

A chi conviene. Conviene ai partiti che riescono ad aggregare le coalizioni quindi in primis al centrodestra, meno al centrosinistra, per nulla all’M5S.

ALTRE PROPOSTE MINORI

Matteo Orfini, capofila dei Giovani Turchi del Pd, propone un sistema proporzionale sul modello greco: turno unico e premio di maggioranza al primo partito fissato al 15% (50 deputati su 350). Se nessuno lo raggiunge, i seggi vengono ripartiti tutti proporzionalmente.  Sbarramento al 3%. Il deputato del Pd Giuseppe Lauricella vuole cancellare il ballottaggio dall’Italicum: solo se un partito o una coalizione supera da solo il 40% dei voti ottiene il premio di maggioranza, altrimenti c’è un proporzionale puro. Il presidente del gruppo Misto, Pino Pisicchio, propone di assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e che il ballottaggio sia valido solo se va a votare il 50% degli aventi diritto (in caso contrario i seggi vengono ripartiti proporzionalmente secondo i risultati ottenuti al primo turno). Il capogruppo di Ap alla Camera, Maurizio Lupi, ha avanzato la proposta di sistema proporzionale a turno unico ma senza ballottaggio e con premio di maggioranza alla coalizione (e non alla lista) di 90 seggi, tenendo ferme preferenze e capilista bloccati.

A chi conviene. Come nel caso del premio assegnato alla coalizione vincente e non alla lista, tutte queste proposte ‘minori’ tendono a non far ottenere mai nessuna maggioranza larga a una coalizione o partito vincente e a obbligare i partiti a formare grandi coalizioni o accordi dopo il voto.

DEMOCRATELLUM

Che cos’è. E’ la proposta di legge elettorale avanzata dal Movimento Cinque Stelle e scritta dal deputato Danilo Toninelli.

Come funziona. E’ un sistema proporzionale basato su collegi intermedi, soglie di sbarramento e preferenze, sia positive che negative. Preferenze negative vuol dire che, al momento del voto, si hanno a disposizione due schede elettorali, una per il voto di lista e una per il voto di preferenza. Il voto di preferenza può essere anche negativo, e quindi il cittadino può decidere di penalizzare un candidato cancellando il nome dalla lista votata. La preferenza, singola o doppia, può essere diretta anche al candidato di una lista diversa da quella votata (si chiama sistema del voto disgiunto). Le circoscrizioni elettorali sono 42, dalle più piccole alle più grandi, divise al loro interno in collegi plurinominali che assegnano da 9 a 13 seggi. Vuol dire che 33 circoscrizioni assegnano il 60% dei seggi e le restanti 10 ne assegnano il restante 40%. Per il senatori le circoscrizioni sono regionali. La soglia di sbarramento non è fissata a livello nazionale, ma esiste di fatto a livello di circoscrizioni e si può calcolare attorno al 5%. In questo modo, i partiti minori, sotto il 5%, verrebbero esclusi dal Parlamento, tranne quelli più forti a livello regionale. Non è previsto premio di maggioranza.

A chi conviene. In un sistema come quello attuale, che è tripolare, il ‘Democratellum’ dei Cinque Stelle si limiterebbe a registrare i rapporti di forza tra le principali forze politiche e costringerebbe a governi di coalizione tra almeno due di esse (esempio: Pd-centrodestra o Pd-M5S). Tranne che per la Lega Nord, forte a livello territoriale, sancirebbe l’esclusione dal Parlamento di tutti i piccoli partiti attuali, da Ncd in giù.

NB. Queste schede sono state pubblicate, in estrema sintesi, sul Quotidiano Nazionale di sabato I ottobre 2016 e vengono presentate qui, invece, in forma estesa e argomentata.

Renzi vuole le unioni civili, e con le adozioni. I centristi alzano le barricate

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

«SE MATTEO ha detto, come ha detto, che le unioni civili ‘dobbiamo portarle a casa e il 2016 è l’anno chiave per farlo’ state pur certi che sarà così e che le faremo». La frase di un democrat renziano di alto livello del Nazareno indica la volontà del partito di approvare in tempi dignitosi (politicamente il top sarebbe entro giugno, prima cioè delle amministrative, per godere dell’effetto politico di una legge ‘di sinistra’ approvata prima del voto) il ddl Cirinnà che, però, ad oggi è all’anno zero. Il 26 gennaio entrerà nell’aula del Senato (22 gennaio è il termine per gli emendamenti) dopo aver bypassato le competenti commissioni, Giustizia in testa, dove era rimasto impantanato per mesi. Dopo, ove mai fosse approvato, dovrà passare anche alla Camera sempre che non venga modificato, altrimenti l’iter riparte da capo.
Ieri, il premier, nella conferenza stampa di fine anno, è stato molto netto: «il 2016 sarà l’anno dei valori»; sulla «questione dei diritti (civil partnership, ius soli, servizio civile, etc.) ci metterò la stessa energia che ho messo sulle altre riforme»; e, infine, sono temi su cui «non c’è unanimità di consensi, ma c’è la grande occasione di una discussione seria e senza steccati ideologici. Mi auguri che la discussione sia rapida e i tempi di realizzazione stretti».
«Fin qui tutto bene», direbbe il protagonista di un vecchio film, ma gli ostacoli, sulla strada del varo del ddl Cirinnà restano tutti in piedi.

IL PUNTO più controverso è quello della stepchild adpotion (vuol dire l’adozione del figlio di uno dei partner della coppia esteso all’altro membro della coppia, anche omossessuale): ricordato e sottolineato, ieri, dallo stesso Renzi («nasce come proposta della Leopolda 2012, l’abbiamo appoggiata allora, non ci sarà alcuno stralcio, oggi, dalla legge, ovviamente su questo ci sono opinioni diverse dentro il Pd come in altri partiti»), il paventato rischio dell’adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali e, sullo sfondo, quello dell’utero in affitto, agita e turba i sonni dei centristi e dei cattolici presenti in Parlamento (Ncd, Popolari, pezzi di Pd) e facenti parte della maggioranza. In prima fila quelli di Ap, contrari alla radice, peraltro e da tempo, all’intero ddl Cirinnà.
Al di là del fioccare delle dichiarazioni di fuoco intercorse ieri (associazioni gay, laici dem, ex radicali a favore del ddl, centrodestra e centristi ferocemente contrari) conta, appunto, la volontà del premier che punta, dicendo che il governo non metterà la fiducia e che il voto sarà «secondo coscienza», ad approvare il ddl con maggioranze variabili, grillini in testa. I quali, però, pongono le stepchild adoption come un punto irrinunciabile della legge.
La soluzione alternativa, quello di uno stralcio dell’art. 5 del ddl, che contiene il punto citato e più controverso, pur di venire incontro ai centristi di Ap, che minacciano tuoni e tempeste, ma che potrebbero accontentarsi, in cambio di un’opposizione un po’ più soft al ddl di qualche poltrona di sottogoverno (un ministro, un viceministro, prersidenti di commissioni, etc.), è oggi la più difficile e meno praticabile.
«Il testo che andrà in discussione in Aula – spiega Micaela Campana, responsabile Diritti nella Segreteria del Pd – è già frutto di una condivisione tra Pd, M5S, Psi, ex M5S e Misto, che comprende anche Sel. Respingeremo i tentativi di chi vuole insabbiare tutto», conclude. Ed è già chiaro, nella nota della Campana, quali sono i confini di quella maggioranza ‘arcobaleno’, quanto variabile e diversa rispetto a quella che regge di solito il governo, cui Renzi punta per approvare il testo del ddl Cirinnà in un Senato dai numeri sempre ballerini.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 30 dicembre 2015 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidianonazionale.net)

#Senato, la nuova grana di Renzi si chiama #Ncd. I centristi, senza soldi né sede, ora si spaccano in tre

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

MENTRE tutti gli occhi sono puntati sulla minoranza dem e sulla sua voglia di “Vietnam”  al Senato, Renzi rischia pure sul lato Ncd. Partito malmesso e in stato confusionale, per quanto piccolo, ma essenziale a tenere in piedi la maggioranza, a palazzo Madama. Dove sono almeno una quindicina i senatori (lombardi, emiliani, calabresi e siciliani, per lo più) che non rispondono più alle «chiame» del governo su molte leggi, da diverso tempo, facendosi trovare assenti, o astenendosi o addirittura votando contro, e che potrebbero venire a mancare, «assenti per caso», su due ddl cruciali della ripresa settembrina: il ddl Boschi (riforma istituzionale) e quello Cirinnà (diritti civili), la cui discussione riprenderà a partire dall’8 settembre. Votazioni e ddl, anche a causa loro, e non solo della minoranza dem, assai a rischio. Area popolare si chiama il gruppo parlamentare che raccoglie, allo stato, due partiti (Ncd e Udc) fusi a livello parlamentare, dopo molte, lunghe, discussioni, mai uniti politicamente: 35 senatori e 34 deputati in totale, al netto di varie perdite (le ultime Barbara Saltamartini e Nunzia De Girolamo alla Camera).

IL PARTITO guidato dal ministro Angelino Alfano – che ne è il fondatore e il segretario – è, ormai da mesi, in gran sofferenza, spaccato com’è in tre tronconi che a stento si parlano tra di loro. Il primo è quello dei «lealisti» a Renzi e al governo di cui fanno parte. Sono al lavoro per federarsi con altri pezzi di centristi sparsi (i Popolari-Demos-Cd di Dellai e Tabacci, alcune liste civiche come quelle di Schittulli in Puglia e Spacca nelle Marche, forse la stessa Scelta civica oggi guidata da Zanetti) e dare vita a una sorta di «Margherita 2.0» alleata stabile con il Pd, alle prossime amministrative e, quando sarà, pure alle Politiche, in ogni caso dando vita a un mega-gruppo parlamentare di ottanta unità circa. A spingere su tale linea, anche più di Alfano, sono il ministro Beatrice Lorenzin (ormai una renziana di fatto), il viceministro Simona Vicari (in rotta col suo padre politico, Schifani), alcune deputate che Renzi stima molto (Dorina Bianchi, Rosaria Scopelliti) e l’ala laica e socialista di Ncd guidata da Fabrizio Cicchitto e Sergio Pizzolante, oltre che l’Udc del presidente della commissione Esteri al Senato Casini e del ministro Gianluca Galletti.

LE MALELINGUE dicono che Renzi avrebbe già garantito loro 15 posti alle prossime Politiche. Ne ha scritto il Fatto quotidiano, che i “posti sicuri” per gli alfaniani li ha pure contati: sarebbero, nella fattispecie, per Alfano, Casini, Galletti, Cesa, Gioacchino Alfano, Dorina Bianchi, Corrado Castiglione, Rosaria Scoppelliti, Cicchitto, Pizzolante, Lorenzin. A loro latere, pensoso e dubbioso, sta Gaetano Quagliariello: ambiva a tornar ministro, forse sarà sottosegretario di una fantomatica «attuazione delle Riforme», ma sotto la Boschi. Renzi di più non gli darà: non lo ama a tal punto che, ad Alfano, ha detto: «Piuttosto faccio ministra la vostra portavoce (quella alla Camera, ndr.), che almeno è donna e carina…».

In mezzo – tra i lealisti e gli antagonisti (per quanto si possa esserlo, dentro l’Ncd…) sta l’Ncd ciellina e teocon: il capogruppo alla Camera Maurizio Lupi (vuole candidarsi sindaco a Milano a tutti i costi, con chi ci sta ci sta…), il sottosegretario alla Scuola, Gabriele Toccafondi, in ottimi rapporti con Renzi, una pattuglia di deputati italiani ed europei di Cl lombardi e il laico piemontese, viceministro alla Giustizia, Enrico Costa. Qui, invece, a latere, sta il capogruppo al Senato, Renato Schifani: ha smentito di essere andato a trovare Berlusconi in Costa Smeralda, ma è in rapido riavvicinamento a FI e voglioso di rientrare nell’alveo del centrodestra. Come gli altri, per ora guardano e attendono, ma – tranne Enrico Costa – sanno già che Renzi, a loro, non se li piglierà mai, come alleati.

La terza ala è la più rognosa (per il premier). Vogliosi di essere riaccolti, e subito, nelle braccia del Cav, che però per ora nicchia, in attesa di capire cosa accadrà al Senato e soprattutto per nulla voglioso di andare ad urne anticipate (“Non siamo pronti” continua a ripetere Berlusconi a suoi), sono sia quei senatori teocon e ciellini, di fondo ratzigeriani, guidano la battaglia anti unioni civili (Formigoni, Giovanardi, Sacconi, Binetti), ma anche quelli che vengono da An (Domenico Piso e Andrea Augello) e governano pezzi di territori.

PROPRIO in vista delle comunali del 2016 il caos, dentro Ap, regna sovrano. A Napoli, il coordinatore regionale, Alfano (Gioacchino, omonimo e sottosegretario), spinge per allearsi con il Pd e chiama a raccolta tutti i moderati e centristi per scegliere il candidato insieme ai democrat mentre Giuseppe Esposito mostra insofferenza vero il Pd e chiede di allearsi con il centrodestra. In Sicilia pure c’è confusione: Giuseppe Castiglione (sottosegretario all’Agricoltura, indagato) e Vicari hanno fatto terra bruciata dietro Schifani. In Emilia, il laicosocialista Sergio Pizzolante chiede «alleanze organiche» con il Pd in tutta la regione, a partire da Bologna, e apre all’alleanza con l’attuale sindaco, Virginio Merola, ma la portavoce nazionale, la bolognese Castaldini, a Bologna guarda al centrodestra e FI. Infine, a Torino l’Ncd occhieggia alla ricandidatura di Piero Fassino mentre a Roma apre alla lista civica guidata da Alfio Marchini e alla ricomposizione del centrodestra con FI. Infine, appunto, c’è Milano: Lupi vorrebbe candidarsi, ma non sa con chi e, ove andasse male, i centristi appoggerebbero la lista di Corrado Passera, che si candida a sindaco, o sarebbero pronti ad allearsi con FI e la Lega, ma quella di Maroni, non quella di Salvini…

L’ultima nota dolente riguarda la sede e i soldi. A livello ‘abitativo’, l’Udc ha dismesso la storica sede di via dei Due Macelli, l’Ncd ha lasciato la (costosa) sede di via Arcione per una più dimessa, anche se comunque sta nella centralissima via Poli (dietro Trinità dei Monti). Il guaio è che porta sfiga: in via Poli, nacquero e morirono FLI di Fini e Sc di Monti. Infine, i soldi: l’Udc ha chiuso il 2014 con un passivo di quasi due milioni. L’Ncd ha 993 mila euro di disavanzo, ma un tesoretto di 2 milioni e 726 mila di entrate. Merito «dei nostri 190 mila iscritti» che, però, come la linea politica di Ap, restano, allo stato, impalpabili.

Questo articolo è stato pubblicato il 30 agosto 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale

#Renzi va, a sorpresa, alla festa del #Pd. Nel frattempo, verdiniani ed ex socialisti ‘pensano’ di affratellarsi con il ‘Partito della Nazione’

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

ARRIVA a sorpresa il premier Matteo Renzi alla festa dell’Unità di Roma (del Pd, cioè) per rassicurare i militanti che Verdini non entrerà mai nel partito, per sondare le opinioni sul sindaco Marino e parlare di flessibilità in uscita per le pensioni. Gioca a biliardino in squadra con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, e ‘contro’ la coppia Matteo Orfini, commissario del Pd a Roma e presidente del partito, e Luciano Nobile, giovane renziano romano che lavora all’Organizzazione centrale del partito. Parla con qualche militante, ma non con i giornalisti, scambia battute e sorrisi, sotto i flash dei fotografi, e poco più. In questo modo, evita di dover presenziare, stasera, al dibattito preannunciato che doveva avere lui stesso, il premier, come protagonista unico, dribblando, di fatto, anche eventuali domande scomode sul caso Marino e su molto altro. Verdini e verdiniani in testa, anche se il premier assicura: “Verdini non entrerà nel Pd”.

Ecco, Verdini e i verdiniani, ma anche gli altri pezzi – sparsi – del centrodestra che ‘guarda’ al Pd di Renzi e, soprattutto, al Partito della Nazione sono in pieno, attivo, fermento.  Domani, mercoledì 30 luglio, sarà infatti un giorno importante per il futuro di un pezzo minoritario, ma non ‘minore’, almeno sul piano dell’elaborazione politica e culturale, di un centrodestra tutto particolare. Quello che, appunto, rovesciando l’ordine degli addendi rispetto al famoso adagio degasperiano sulla Dc («Partito di centro che guarda a sinistra»), non vuole ‘cambiare il prodotto finale’: far parte integrante e autorevole di un centrosinistra che – sperano loro – ‘guardi’ a destra e non più a sinistra. Una galassia, quella di cui parliamo, formata da partiti, movimenti, aree che, dal centrodestra, dove ora si trovano, guardano al Pd. O, meglio ancora, al «partito della Nazione» dell’attuale premier.

Infatti, mentre al Senato Denis Verdini presenta il suo progetto politico («Azione liberal-popolare», sede in quella vecchia del Psdi di Saragat, ma pure di Nicolazzi e Longo…), al teatro Capranichetta  di piazza Montecitorio l’associazione ReL («Riformismo è Libertà»), fondata dall’ex socialista, oltre che ex Pdl ed ex FI (come Verdini), oltre che (attuale) presidente della commissione Esteri della Camera, Fabrizio Cicchitto, organizza un convegno dal titolo assai esplicito: «Il governo Renzi. Perché sostenerlo, cosa deve cambiare». Interverranno diversi esponenti politici centristi: l’Udc Ferdnando Adornato, il ministro Beatrice Lorenzin, l’ex ministro Maurizio Lupi, il (forse) prossimo ministro Gaetano Quagliariello, il presidente dell’Ncd al Senato, Renato Schifani, e deputati Ncd «pro-Renzi» ma anche, fieramente, ex Psi, come Sergio Pizzolante. Che cosa lega i due eventi? Un sottile fil rouge (rosso garofano acceso, in questo caso): la convinzione che, fuori o dentro l’Ncd di Alfano, l’Udc di Casini, l’Azione liberal-popolare di Verdini e altri pezzi sparsi (e impazziti) del centrodestra, oggi l’unica speranza riformatrice – quella che già ne infiammò gli animi quando, un po’ più giovani e meno canuti, militavano nel Psi di Craxi o nella Dc del «Preambolo» nel bel mezzo degli anni Ottanta – è riconoscersi in Renzi e tifare per lui.

NEL suo progetto di governo e schieramento politico con il Pd al centro e (pochi) partiti «satelliti» intorno, cioè. Proprio come faceva la Dc d’antan (non il Psi, però, che tale schema – quadripartito o pentapartito che fosse – subiva). Mollando ‘definitivamente’, iniziano a dire ormai apertis verbis questi «ex» socialisti e diccì, il centrodestra attuale, che abbia il volto truce di Matteo Salvini o il fascino decadente del Cavaliere. Stabilito che uno come Casini ha già deciso dove stare (con Renzi), resta solo da capire cosa voglia fare, da grande, il presunto leader di quel che resta dell’Ncd, il ministro Angelino Alfano. Per il resto, come già diceva Antonello Venditti in una nota canzone, gli amori – come quelli dei socialisti ieri per Craxi e oggi per Renzi – “fanno dei grandi giri, ma poi ritornano”. ve

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 28 luglio 2015 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale

Ddl #buonaScuola: lo sgambetto stavolta non è della minoranza dem, ma dei centristi. Il governo inciampa al Senato

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Cherchez l’homme! Centriste, in questo caso, e non guachiste. Palazzo Madama, auletta della I commissione Affari costituzionali. All’odg ci sono le pregiudiziali di costituzionalità sul ddl scuola, quella cui il premier, Renzi, “tiene un casino, più del Jobs Act”, dicono solerti i suoi. Sembra, ai più, un voto di routine. E, invece, ‘l’incidente’ si materializza subito: la maggioranza ‘va sotto’.

Solo che, stavolta, la minoranza dem, quella dei bersaniani, non c’entra. Sono tre, in I commissione: Gotor, che di Bersani era il maitre a penser, Migliavacca, che ne era l’organizzatore, e Lo Moro, ex lettiana. Votano tutti, disciplinatamente, ‘contro’ le pregiudiziali. Infatti, al Senato, il voto a favore equivale a un ‘no’ al governo, il voto contrario ‘sì’, quando si tratta di pregiudiziali.

Facendo di conto, i senatori del Pd, in I commissione, sono in tutto dieci. Nove del Pd, che in realtà dieci sono meno uno perché la presidente, Finocchiaro, per prassi non vota, ma nove più uno perché Palermo, gruppo Psi-Autonomie, vota sempre con il Pd. Con i tre di Ap e uno di Autonomie la maggioranza fa quattordici.

Le opposizioni (Fi-M5S-Lega-SeL), però, incassano, non certo a sorpresa, il voto di due senatori che si chiamano tutti e due Mauro. Uno è Mario Mauro, ex ministro del governo Letta, che oggi definisce il governo Renzi “il nuovo fascismo che avanza”, e l’altro è Giovanni Mauro (GaL), sconosciuto ai più, ma decisivo. La partita finisce – anche grazie all’assenza del senatore Romano (Autonomie, ma ex Sc, ex Popolari) che era “impegnato altrove” – ‘dieci a dieci’ e le pregiudiziali, s’intendono così bocciate. Scatta, immediato, lo psicodramma e tutti pensano all’agguato tra i dem.

Invece, a far la differenza sono tre assenti speciali, tutti e tre di Ap (Alleanza popolare, una sorta di fusione fredda tra Ncd e Udc). Si tratta dell’ex ministro (sempre di Letta), Gaetano Quagliariello, che teorizza la ‘fuoriuscita’ di Ap dal governo, ma “non subito”; di Andrea Augello (ex An), che vuole uscire dal governo “subito”; e del Carneade Salvatore Torrisi, catanese. Tutti e tre sostengono di “non essere stati avvertiti in tempo della convocazione”.

A palazzo Chigi, e al Nazareno, non crede loro proprio nessuno, ma il capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda, si limita, con flemma british, a parlare di “incidente di percorso che non cambia nulla nell’iter della riforma”. Il parere è orale e non è vincolante, si consolano nel Pd. Sarà. Intanto, però, la bocciatura fa notizia. “E’ un segnale: vogliono posti nel prossimo rimasto di governo”, sospira un senatore renziano realista. L’inguacchio finale lo ha fatto il gruppo GaL (Grandi Autonomie Libertà): avrebbe diritto, ormai, a un solo membro, in I commissione, invece ne conta due e ancora non si decide a rinunciare a uno perché “la I (commissione, ndr.) fa status…”.

Morale: caos al Senato con le opposizioni che urlano “fermatevi” e il Pd che ribatte: “andiamo avanti”. Ma, dato che le sventure non arrivano mai da sole, per la maggioranza di governo, dopo poco batte un colpo anche la minoranza del Pd. La sinistra dem chiede “un referendum tra gli iscritti del Pd sul ddl scuola” e, da Speranza a Fassina, da Epifani a D’Attorre chiede “ampie modifiche al ddl”. L’iter del ddl scuola, al Senato, si preannuncia lungo e tormentato.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 10 giugno 2015 a pagina 7 del Quotidiano Nazionale.