Pd, rebus liste. I segretari regionali non vogliono i ‘paracadutati’. Renzi sprona i ministri a ‘metterci la faccia’ nei collegi

1. Rebus liste, l’Emilia avverte Renzi: “Non vogliamo invasione di paracadutati”. Vertice con i segretari regionali. In Campania spunta il figlio di De Luca e il re delle “fritture di pesce”…
Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA
In teoria, i venti segretari regionali del Pd, uno per regione, sono tutti renziani. In pratica, però, incontrando i vertici del partito al Nazareno, ieri ognuno di loro ha detto la sua. C’è chi, come il segretario regionale dell’Emilia-Romagna, Paolo Calvano, ha fatto presente che “Noi emiliani non abbiamo alcuna intenzione di svenarci per dare seggi sicuri a candidati paracadutati da altre liste (i tre ‘nanetti’, ndr.) o anche dal Nazionale. Di sacrifici non possiamo mica farne troppi…”. Il problema riguarda sia i tanti bei nomi della società civile che Renzi vuole in lista, sia i seggi blindati da garantire ad ‘alleati’ che c’è il serio rischio non facciano alcun quorum (senza l’1% non portano seggi né a loro, ovviamente, né alla coalizione, invece se prendono tra l’1% e il 3% non eleggono nessuno ma portano voti e seggi al Pd). Solo in Emilia-Romagna, per dire, il Nazareno vuole piazzare Lorenzin, Casini e Galletti, nomi di punta della lista ‘Civica e Popolare’, la quale chiede almeno sei/otto seggi sicuri, Magi per i Radicali (la Bonino, invece, andrà in Piemonte) e Della Vedova ancora non si sa, sempre che si chiuda l’accordo tra Pd e ‘Forza Europa” (lista assai più esosa: il singolare duo di guida Bonino-Tabacci ne vuole 10). In Toscana, per la lista ‘Insieme’, c’è Nencini (Psi) da paracadutare, nelle Marche bisogna fare spazio a Bonelli (Verdi), in Emilia a Santagata (ulivisti), ai quali però – più parchi – bastano solo sei posti. Per far posto a tutti loro, certo è che qualcuno nel Pd dovrà rinunciare a seggi sicuri. Senza dire di un dato di fatto ulteriore, e cioè che Renzi vuole imporre tanti bei nomi della “società civile”. I quali saranno anche tutti nomi “eccellentissimi”, come spergiurano al Nazareno, ma che a oggi sono già più di dieci e pare che lieviteranno almeno a venti: anche per loro servono altrettanti seggi sicuri blindati nelle zone rosse.
E tutto questo, ai segretari regionali, forti nei territori di appartenenza, non sta bene. La segretaria dem campana, Assunta Tartaglione, per dire, ha “preso atto” delle richieste del Nazareno e risposto, serafica, “apriremo l’istruttoria”, che vuole dire tutto e niente: lei, in Campania, vuole ricandidare tutti i parlamentari uscenti, tranne Salvatore Piccolo, ma solo perché quest’ultimo ha già detto che non si ricandida… In più un posto spetterà ‘di diritto’ a Piero De Luca, il figlio del governatore Vincenzo, ras nella sua Salerno come in tutta la sua regione. De Luca, non pago, vuole in lista anche molti consiglieri regionali a lui afferenti, tra cui Franco Alfieri, assurto agli onori delle cronache per promettere voti in cambio di “fritture di pesce”. Infine, ma il Nazareno smentisce seccamente la voce, ci sarebbe stato un ‘ammutinamento’, da parte di diversi segretari regionali dem (Trentino, Calabria, etc.) contro la ventilata candidatura dell’ex ministro Maria Elena Boschi. Solo il segretario regionale della Toscana, Dario Parrini, uomo temprato nel ferro e nell’acciaio delle polemiche anti-renziane, ha detto di sì a tutte le richieste del Nazionale, ma lui è renzianissimo. E così sia la Boschi che molti altri big del renzismo militante (Bonifazi, Marcucci, Ermini, ovviamente Lotti e sicuramente anche la Boschi, pur non essendo chiaro ancora dove: di certo non nella sua Arezzo, più probabile Lucca o Grosseto, di certo non a Firenze, dove già si candiderà Renzi, anche se al Senato, nel collegio di Firenze-Scandicci) troveranno nella terra di Dante e Petrarca il loro rifugio.
Certo è che, ieri, al Nazareno, dove di solito sono sempre assai loquaci, regnava un silenzio tombale che neppure il Pci di Togliatti. Del resto, Renzi ha intimato a tutti loro: “basta parlare ai giornalisti delle candidature, queste cose ci fanno solo perdere voti”. La war room è, ovviamente, capitanata da Renzi in persona e composta da pochi nomi (tutti già eligendi, ovviamente), peraltro tutti maschietti. Sono i ministri Luca Lotti e Maurizio Martina, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, il presidente dem Matteo Orfini e la vera longa manus di Renzi sull’intero dossier candidature, il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini. I cinque ‘angeli della Morte’ (per gli altri, si capisce), in via del tutto eccezionale, erano accompagnati anche da due rappresentanti delle due minoranze (che valgono, numericamente, assai poco: il 19% l’area di Orlando, Dems, il 9% l’area di Emiliano). Il braccio di ferro dentro il Pd sulle liste si concluderà con due Direzioni nazionali che ratificheranno tutte le scelte (la prima il 16 gennaio, la seconda il 25), ma è appena iniziato. 
NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale
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2.  Renzi sprona i big e i ministri del Pd: dovete “metterci la faccia” e candidarvi anche nei collegi, non solo nei listini proporzionali. La Boschi correrà in Toscana. 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
Da giorni, al Nazareno, suona l’allarme rosso. Sulla soglia nazionale che toccherà al Pd, certo (Renzi, ieri sera, in tv, ha fissato l’asticella al 25% di Bersani alle Politiche 2013, risultato su cui, peraltro, andrebbe fatta chiarezza: il Pd prese il 24,5% alla Camera, ma il 27,4% al Senato) e, soprattutto, sulle sfide one to one nei collegi uninominali. Perso in gran parte, se non tutto, il Nord, evaporato il Sud, inabissate le Isole, reggono solo le regioni rosse (Emilia e Toscana, ché già Umbria e Marche pencolano assai) e il Trentino (solo perché là vince la Svp, secolare alleata del Pd) più qualche collegio sparso nelle città più grandi (Milano, Torino,  Roma e, ovviamente, Bologna e Firenze). La war room ormai permanente insediatasi al Nazareno (ne fanno parte, oltre a Renzi, il presidente Orfini, il coordinatore Guerini, i ministri Lotti e Martina), ha deciso, perciò, di correre ai ripari in due modi. Il primo è di definire i collegi uninominali secondo le tre fasce classiche in cui definiscono i collegi tutte le forze politiche (la prima è “sicuri”, la seconda “perdenti”, la terza “incerti”), ma che saranno definite e riempite solo l’ultimo giorno con i relativi candidati. Renzi, infatti, vuole riservarsi di vedere chi, in quei collegi, indicheranno gli avversari per farvi meglio fronte.
La seconda è una decisione politica già gravida di nubi e di possibili scontri tra il partito di Renzi e quello dei vari big, detto anche partito dei ‘ministeriali’ perché comprende tutti i ministri targati Pd. Le regole d’ingaggio decise dal Nazareno e comunicate ai big sono chiare: “Carissimi, va bene la vostra candidatura in più listini proporzionali, il che vi assicura la rielezione, ma bisogna portare tutti la croce. Dovete andare nei collegi, metterci la faccia e rischiare”. L’esempio che viene portato dai renziani doc è quello del vero ascaro di Renzi, il vicesegretario e ministro Maurizio Martina: “Lui – spiegano al Nazareno – si candiderà in Lombardia, nel proporzionale, e pure nel collegio uninominale di Bergamo, sfida persa in partenza”.
Il discorso vale anche per il premier, Paolo Gentiloni. I suoi – ma anche il Capo dello Stato, Mattarella – vorrebbero preservarlo per il futuro – cioè per rimanere al suo posto, a capo di un governo, pur dimissionario o addirittura con un nuovo incarico – ed evitargli l’onta di una possibile sconfitta in un collegio: ecco perché vorrebbero che corresse solo in due (o tre) listini del proporzionale (Lazio, Piemonte). Ma Renzi – che ieri in tv, dalla Gruber, ha lodato Gentiloni ed ha ammesso che “la differenza tra vittoria e sconfitta la farà il nome del premier: se sarà del Pd, la vittoria sarà del Pd” – non vuol sentire ragioni: “Caro Paolo, devi metterci la faccia anche tu in un collegio”.
Il premier, dunque, dovrà correre anche nell’uninominale, e lo farà a Roma centro, Padoan andrà a Milano, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia e via così. Ma mancano ancora molte caselle, tipo quella di Minniti, che non vuole correre nella ‘sua’ città, Reggio Calabria, dove il seggio uninominale è considerato perso in partenza, per il Pd. In ‘sofferenza’ e sui carboni ardenti restano due ministri che non sono mai piaciuti a Renzi e ai renziani: la Fedeli, imputata di tutti i peggiori disastri in merito alla disastrosa riforma della ‘Buona Scuola’, che ha fatto arrabbiare tutti, docenti e discenti, e Poletti, titolare del welfare, ritenuto troppo ‘moscio’, poco combattivo. Solo di dove si candiderà il segretario, Matteo Renzi, si sa tutto: correrà nel collegio uninominale del Senato di Firenze-Scandicci (si chiama Firenze 1) e in due liste proporzionali (Lombardia e Campania) o forse anche in tre. Regna ancora un alone di mistero, infine, sul caso Boschi: ieri sera, in tv, Renzi ha detto che l’ex ministra sarà candidata anche lei con il doppio binario, cioè collegio e listino, ma è ancora in alto mare il ‘dove’. Di certo non a Firenze, dove appunto c’è già Renzi, mentre Luca Lotti batterà la provincia fiorentina, e quasi sicuramente non Arezzo, sua città natale, dove rischia la rivolta. Possibile che l’ex ministra finisca a Lucca o a Grosseto collegio, più in due listini ‘sicuri’ (Toscana e Campania).
 
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 9 gennaio 2018. 
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Renzi: “Congresso subito e niente elezioni. Ora li freghiamo con le loro regole” Scena e retroscena del redde rationem nella Direzione del Pd

NB: I due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti a pagina 2 e 3 del Quotidiano nazionale di martedì 14 febbraio. Il segretario del Pd ha smentito, con una nota diffusa oggi alle agenzie, alcuni dei virgolettati che gli sono stati attribuiti in merito alla ‘resa dei conti’ con la minoranza interna. 
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO
1) Renzi mette all’angolo la sinistra: “Si fa il congresso e chi vince comanda”.
La resa dei conti è già arrivata, ma le dimissioni vengono rinviate all’Assemblea.
Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi si presenta alla Direzione ‘fine di mondo’ del Pd in maglioncino blu. “E’ ingrassato ma è rilassato, finalmente”, dicono i suoi. Sul palchetto – lo stesso dove Bersani presentò la sfortunata coalizione Italia Bene Comune e dove il Pd decise (fortunatamente) di votare Mattarella a Capo dello Stato – siede anche il premier, Paolo Gentiloni, oltre allo stato maggiore del Pd (Guerini, Serracchiani, Ricci, Zampa, Orfini che presiede i lavori).

 Renzi la prende larga: parla di Trump, della Le Pen, dell’Europa, sfiora Grillo e Salvini, cita Baumann e un sociologo dal nome vagamente russo che però nessuno conosce e la sua  teoria sulla “proboscide dell’elefante”, poi scende sull’Italia, rivendica i meriti del suo governo, ricorda in modo puntuale e puntuto tutt’e le volte che ha fatto a braccio di ferro con l’Europa, quella dell’austerity e dei vincoli di bilancio, rinfocola – pur scherzando – la polemica con Paodan sulla manovrina ma dice (“Mi rivolgo ai giornalisti, tanto sono le uniche cose che vi interessano”) che “la data del voto alle Politiche e il congresso del Pd sono due cose separate e distinti, anche perché la data del voto la decidono il Capo dello Stato, il presidente del Consiglio, il Parlamento e io non faccio parte di nessuno di questi organismi, non sono neppure parlamentare”.
Insomma, le elezioni ci saranno, prima o poi, e noi dobbiamo farci trovare pronti, in qualsiasi momento ci saranno” – sottolinea l’ex premier – “ma io non ne ho l’ossessione”, assicura. Poi da’ un altra notizia, sempre ai giornalisti (categoria che mal sopporta, questo si sa): “Io non cerco nessuna rivincita rispetto al referendum del 4 dicembre. Quello era un turno unico, non c’è il girone di ritorno”. E con le autocritiche, però, si ferma qui. Prima di andare al cuore del problema, e cioè il congresso del Pd che intende lanciare presto, prestissimo (così presto che l’Assemblea nazionale che lo indirà verrà convocata già sabato prossimo, 18 febbraio, e sarà lì, in quella sede, che verrà deciso l’iter di un percorso congressuale che sarà altrettanto rapido, se non rapidissimo, conclusione entro aprile), Renzi parla di tasse, di manovrina e di un rapporto con la UE in cui bisogna entrare “coi gomiti alti”. E così pure l’avvertimento ai ‘furbetti’ di Bruxelle (e a Padoan) è recapitato.
Ma la platea della Direzione dem – allargata per l’occasione ai parlamentari e ai segretari provinciali e regionali che però resteranno muti e silenti spettatori dello spettacolo – aspetta solo di sapere cosa dirà Renzi del congresso, di quando lo vuole fare e come. E qui l’ex premier fa il suo ennesimo colpo di teatro (anzi: da giocatore di poker): non annuncia le dimissioni da segretario, come molti si aspettavano e avevano pure scritto, ma delinea i confini generali, anche se molto indistinti, del prossimo confronto congressuale. Innanzitutto, dice in chiaro e poi ripete ai suoi come un mantra, che “io non sarò mai uno di quelli che cede alle correnti, se vogliono uno che sia prigioniero dei caminetti se ne scelgano un altro”. Ed è qui, sia nella relazione introduttiva che nella replica, che Renzi mena fendenti a destra e, soprattutto, a sinistra. “Se digitate su Google ‘resa dei conti’ nel Pd vengono fuori 337 mila visualizzazioni, direi che è ora di dire ma anche basta”, afferma. Attacca la minoranza e, senza fare i nomi, i vari D’Alema, Bersani, Rossi, Emiliano, Speranza, che “un giorno mi chiedono di fare il congresso, un giorno le primarie, un giorno la legge elettorale, etcetera”. “NON potete più prendere in giro così la nostra gente”, e qui quasi urla, si scompone, ma è solo un attimo. “Faremo il congresso a norma di Statuto, con le regole del 2013 (quello con cui Renzi  vinse il congresso contro Cuperlo, ndr)”, il che vuol dire – specifica – che “ci si confronta, ci si scontra, ma poi chi vince comanda e chi perde rispetta e si adatta al vincitore, non fugge via col pallone come un bimbo dispettoso”. Poi rivendica non solo i tre anni a guida del governo, ma anche quelli a guida del suo partito, che “stava al 25% e io l’ho portato al 40% (vero, però sta parlando delle Europee 2014).
Dopo la sua relazione, intervengono tutti o quasi i big. Al netto della minoranza, Orfini e Martina parlano per difendere con l’aratro la linea che Renzi ha solcato, Franceschini resta muto e, pare, assai contrariato, ma poi si acconcerà a votare la relazione finale. Solo Orlando si distingue: chiede una conferenza programmatica, ma dice no a ogni ipotesi di scissione e, alla fine, non vota la relazione a sostegno della mozione del segretario insieme a pochissimi dei suoi (“Erano quattro gatti” li irridono i renziani) mentre il grosso dei Giovani Turchi (Raciti, Verducci, Marini) vota compatto la linea del segretario che è uguale a quella del presidente e leader della loro corrente, Orfini. I numeri finali del voto parlano da soli e in modo impietoso: 107 voti a favore, 12 contrari e 5 astenuti. Ora si vedrà nell’Assemblea nazionale di sabato se la linea di Renzi reggerà alla prova del fuoco.
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2) Il leader del Pd: “Ora ci divertiamo. Li freghiamo al Congresso con le loro regole”. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
La notizia è che Matteo Renzi ha rinunciato al voto a giugno. “È impossibile, non ce la si fa più, ormai”, ha detto ai suoi, ma rincuorandoli così: “Con Gentiloni l’intesa è perfetta, decideremo insieme”. Elezioni a settembre, magari in coincidenza con quelle tedesche (il 24), o addirittura a ottobre? “Ragazzi, dai, cerchiamo di essere seri: la legge di Stabilità va presentata il 15 ottobre in Europa, Mattarella e la Ue non ci lasceranno mai votare allora. Vorrà dire che, quando e se sarò di nuovo segretario del Pd, e avrò davanti a me quattro anni di tempo, deciderò io insieme a voi, naturalmente, Del resto, prima o poi, bisognerà votare, a meno di dichiarare guerra a San Marino, e quando sarà noi, il Pd, saremo pronti. Però sia chiaro – aggiunge Renzi ai suoi alla fine di una Direzione che lo ha visto trionfare con numeri schiaccianti (“Li abbiamo spianati”, il commento dei suoi sui numeri che hanno visto trionfare la mozione dei renziani con 107 voti contro 12 contrari e 5 astenuti) che quando si voterà noi faremo una campagna elettorale contro l’austerity, la rigidità della Ue, i lepenismi e i trumpismi europei e mondali, ma anche contro  il sovranismo di Salvini e il massimalgrillismo”. E così, sgomberata dal tavolo la questione del voto, Renzi può dedicarsi a riprendersi il suo partito, il Pd. Non senza aver menato fendenti ai suoi oppositori, da Emiliano a Bersani a D’Alema cui ricorda la gestione fallimentare di banche del tempo che fu e insinuando: “facciamo la commissione sulle banche ci divertiamo”.

Per la minoranza e i suoi campioni (“Alla fine, vedrete, schiereranno Emiliano, per cercare di toglierci voti al Sud, ma De Luca sta con noi”, nota il premier, quindi poco male) saranno dolori. “Pensano di fregarci con le regole? E noi li seppelliamo. E con le loro regole”. Renzi e i suoi si sono calati l’elmetto e hanno deciso di giocare duro sul terreno avverso, “quello che la minoranza adora: regole, Statuti, commissioni congressuali, pure l’Ave Maria”. Traduzione: se vogliono fare la scissione sulla data del congresso, che si accomodino pure.

In effetti, il percorso è di guerra. Assemblea nazionale il 18 febbraio. Solo in quella sede Renzi si dimetterà da segretario del partito e chiederà di aprire la stagione congressuale da segretario dimissionario, reggente del partito sarà il presidente Orfini. A quel punto la parola passerà ai circoli, dove verranno presentate le diverse candidature al congresso e che le scremerà in vista della Convenzione nazionale, cui arriveranno solo i primi tre candidati che avranno superato il 5% dei voti. Questi presenteranno le loro piattaforme programmatiche e si aprirà la fase finale, le famose primarie, aperte a iscritti ed elettori del Pd. Tempi? Assai rapidi. Renzi pensa di chiudere la prima fase, quella dei circoli, entro marzo e tenere le primarie ad aprile. Tra i renziani di stretta osservanza gira già una data, l’8 aprile, ma potrebbe esserci un allungamento fino alla fine di aprile o inizi di maggio.

La maggioranza che sostiene il premier nella battaglia congressuale (i renziani, ovviamente, ma anche l’area del ministro Martina, i Giovani Turchi di Orfini, pur decapitati della componente che fa capo al ministro Orlando, il quale però si limiterà a richiedere una Conferenza programmatica – e, obtorto collo, l’area di Franceschini) ha preparato un pacchetto da ‘prendere o lasciare’. Del resto, “anche se la minoranza, più Orlando e qualcun altro (leggi Franceschini, ndr) volesse giocarci qualche scherzo in Assemblea – ragiona un renziano di prima fascia – vorrei ricordare a tutti che, all’ultimo congresso, le liste non le ha fatte neppure Guerini, ma Luca Lotti: abbiamo 750 voti” (qui si intendono i voti all’interno dell’Assemblea nazionale, che ha una platea di mille delegati).

In effetti, il tiro mancino potrebbe essere questo: proporre un documento contrapposto a quello di Renzi, chiedendogli persino di rimanere al suo posto, ma obbligando a un congresso ‘lungo’, come vuole la minoranza (inizio in giugno, pausa estiva, ripresa in autunno). In assemblea si vota a maggioranza semplice su mille componenti, ma i renziani sono certi di avere i numeri dalla loro. Parola, dunque, all’Assemblea. Ci sarà da divertirsi.

NB: i due articoli sono usciti sul Quotidiano Nazionale del 14 febbraio 2014 a pagina 2-3.

Renzi ha scelto: il ‘compagno Andrea’ all’Organizzazione. Chi è Andrea Rossi: reggiano, ex bersaniano, braccio destro di Bonaccini in Regione.

(ER) PD. ROSSI: IO IN NUOVA SEGRETERIA RENZI? NO COMMENT/FT (FOTO 1 di 1)

Andrea Rossi e Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, di cui è sottosegretario

Ettore Maria Colombo
ROMA
«NO COMMENT». Risponde così, Andrea Rossi (classe 1976, sposato, ‘casalgrandese’ da sempre, come si definisce nella sua stringata bio, cioè uomo radicato e orgoglioso della sua Casalgrande, paese del reggiano di cui è stato sindaco dieci anni, dal 2004 al 2014), il nuovo responsabile Organizzazione del Pd. Lo ha voluto direttamente e cocciutamente lo stesso Matteo Renzi contro le pressioni del ministro Martina (che voleva quella poltrona per sé) e le resistenze dell'”Apparato” (quello ex Dc-Ppi, però, in questo caso, che pure nel Pd c’è).
Chi conosce «il compagno Andrea» sa che la nomina è ben più di un gossip, ma sa anche che il ragazzo è fatto così: quadrato e riservato. Ergo, fino all’ufficializzazione della notizia (anche qui Renzi ha deciso che la nuova Segreteria, con relativo ‘rimpasto’ di cui si parla da settimane, diventerà ufficiale sabato 21 gennaio quando il Pd mobiliterà tutti i suoi circoli), da Rossi non uscirà una ‘ah’. Nato, politicamente, nei Ds (anche perché nel 1991, quando venne sciolto il Pci, aveva 15 anni…), partito dove si è fatto le ossa, poi entrato nel Pd (oggi è membro della Direzione Nazionale e della Direzione provinciale di Reggio-Emilia), Rossi è quello che, una volta, ai tempi del Pci, veniva definito il perfetto «uomo macchina».
Infatti, sia da bersaniano prima («di ferro») che da renziano poi (altrettanto «di ferro»), Rossi quello fa e sa fare: organizza. Il suo paese natìo, la sua provincia (Reggio), la sua regione. E non è un caso che l’attuale governatore, Bonaccini – a sua volta ex bersaniano diventato renziano – una volta che lo scoprì, tanti anni fa, poi se l’è portato dietro ovunque fino alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, di cui Rossi è oggi sottosegretario.

MA LA SCINTILLA tra il Rottamatore fiorentino e il casalgrandese come e dove è nata? Rossi appoggia Bersani contro Renzi alle primarie 2012, poi arrivano le Politiche 2013, Bersani ‘non vince’, Rossi ci pensa su e scrive una lettera aperta: «Forse è il caso di ripartire da zero>, il che però vuol dire, per Rossi, <<da Renzi». E così quando Renzi si candida alle primarie del 2013 contro Cuperlo parte da due Feste dell’Unità che sono due topos dell’iconografia post-Pci: Bosco Albergati (Modena) e Villalunga-Casalgrande (Reggio). E a ‘organizzare’ il trionfo di Matteo nell’Emilia-Romagna ancora «rossa» è lui, il «compagno Andrea». Renzi, folgorato dalle sue capacità, lo chiama nel comitato nazionale a Firenze e Rossi entra in rapporto con Luca Lotti, che se lo porta pure a Roma.
Poi la candidatura in Regione, l’elezione, il lavoro con un Bonaccini che oggi può giustamente rivendicare di averlo ‘scoperto’ lui, al Rossi. E un rapporto con ‘Matteo’ che passa anche per gli sfottò e sul calcio: Rossi è tifosissimo della Juve, Renzi della ‘Viola’, i due si scambiano sms ‘anche’ sul campionato, oltre che, ovviamente, sulla politica…
Certo, la nomina di Rossi non è ancora ufficiale. Dal suo entourage, per sdrammatizzare, rispondono con un battuta: «stiamo costruendo la Segreteria, che per Statuto ha 15 membri, mica la Direzione, che ne conta duecento…». Come a dire: “Chi entra Papa, in un conclave, esce cardinale…”. Ergo, qualcuno resterà fuori per forza, dalla Segreteria.

In effetti, qualche problema è sorto, lungo la strada. Renzi doveva formalizzare la nuova Segreteria nazionale oggi, ma è slittato tutto al 21. I motivi? Una rinuncia eccellente (lo scrittore Carofiglio), le perplessità di alcuni sindaci (Bonajuto), i soliti appetiti delle correnti che stanno col segretario, ma urlano «vogliamo di più» (Area dem, l’area Martina, i Giovani Turchi). E la preoccupazione di Guerini – che cederà volentieri l’Organizzazione a Rossi perché impegnatissimo sul fronte politico nazionale e perché la riteneva, da tempo, «troppo gravosa» – e Serracchiani di riuscire a «compensarle» tutte.

Infatti, la nuova segreteria del Pd – composta per Statuto da 15 membri più Renzi e due vice, Guerini e Serracchiani – vede varie new entry, molte uscite, poche conferme.
Entrano di sicuro Nannicini (Economia), Fassino (Esteri) e l’emiliano Andrea Rossi (all’Organizzazione). In forse, nelle ultime ore, alcuni innesti che parevano sicuri dello scrittore Gianrico Carofiglio e di uno dei due sindaci del Sud cui Renzi aveva chiesto una mano (Falcomatà di Reggio Calabria e Ciro Bonajuto di Ercolano) mentre è sicuro l’arrivo di Mattia Palazzi, sindaco di Mantova. Escono ben quattro donne (Paris, Capozzolo, Covello, Braga), giudicate «inesistenti» da Renzi, e una, Campana, coinvolta in Mafia Capitale, Amendola e Tonini, invece, per altri impegni istituzionali sopraggiunti. Resistono in sei: Ermini (Giustizia), Fiano (riforme), De Maria (Formazione, area Cuperlo), Ricci (Enti locali), Puglisi (Scuola), Taddei (lavoro). I renziani Carbone e Bonaccorsi pure in forse.

MORALE: Renzi – che, in realtà, ha in testa molto altro (la data del voto, la legge elettorale, etc.), ma che ha anche capito, stavolta, che senza un vero e pieno rilancio del partito non va da nessuna parte – si è preso un paio di giorni in più per riflettere. La Segreteria sarà varata solo venerdì. Oggi, mercoledì, al Nazareno, si vedranno i segretari regionali e provinciali, convocati dai due vicesegretari, Guerini e Serracchiani, per fare il punto e coordinare le tante iniziative incombenti: il 21 gennaio mobilitazione dei circoli dem; il 27-28 gennaio, a Rimini, conferenza di tutti gli amministratori locali e rentreé pubblica del leader, il 4 febbraio iniziativa sull’Europa. Tutti appuntamenti, tranne quello del 27-28 gennaio, quando parlerà dal palco, in cui Renzi ha deciso di adottare, d’ora in poi, il «modello Young Pope»: farsi vedere poco e far crescere l’attesa è l’idea (chissà se piacerà).
Una cosa è certa: spetterà al «compagno Andrea» raccogliere, intorno al ‘giovane leader’, nuove e fresche folle plaudenti. Non sarà facile, ma il compagno Andrea ha spalle larghe.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 18 gennaio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Due pezzi (difficili) sull’Assemblea del Pd e i nuovi equilibri interni ai democrat. Le mosse di Renzi e quelle degli altri big

&gt;&gt;&gt;ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Pubblico qui, anche se a scoppio ritardato, due articoli sull’Assemblea Nazionale del Pd che si è tenuta domenica scorsa, 18 dicembre. Domani, mercoledì 21 dicembre, Matteo Renzi riunirà i segretari provinciali e regionali al Nazareno e varerà la nuova Segreteria nazionale del Pd. Probabili diversi nuovi innesti: si parla dell’ex sindaco di Torino (Piero Fassino), del sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, di altri dirigenti locali (il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, e il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini) e, probabilmente, di un forte avvicendamento con nomi che non hanno ben figurato o che sono rimasti del tutto inerti (Capozzolo, Covello, Paris, Braga) mentre alcuni super-renziani (Carbone, Ermini) potrebbero essere sostituiti per fare posto a esponenti di altre aree del partito, dai Giovani Turchi all’area Martina fino all’area di Cuperlo, mentre di certo la minoranza bersaniana non entrerà nel nuovo organismo diretto da Renzi. Qualche incertezza anche sul ruolo dei due attuali vicesegretari nazionali: Deborah Serracchiani, attuale governatore del Friuli, contestata molto anche a casa sua, e Lorenzo Guerini (inamovibile, nonostante qualche voce malevola si sia levata anche contro di lui, perché vero ‘numero 2’ del Pd). 

  1. Il congresso del Pd slitta a fine anno. Renzi: “Al voto subito, anche senza primarie”. La strategia del leader: Avete voluto così, ma le liste le faccio io… 

MATTEO Renzi ha una strada sola, davanti a sé: votare subito, nel più breve tempo possibile. Ecco il perché di quattro mosse, da parte sua, e studiate in quattro tempi. Prima mossa, dai tempi lunghi. Niente congresso anticipato, che si farà a scadenza naturale (ottobre-novembre 2017). «A quel punto – dice con un ghigno uno dei suoi  uomini– si può candidare chi vuole, anche Andrea (Orlando, ndr.) se vuole, vedremo chi ha più filo da tessere, ma la sinistra interna si sarà già messa fuori gioco. Perché le liste, se si va al voto anticipato, le farà Matteo. Se Bersani&co. avessero accettato il congresso subito – spiega il pasdaran – avrebbero avuto diritto ai loro posti, parecchi, così chi può dirlo: quien sabe?».

SECONDA mossa, tempi medi. Primarie di coalizione per scegliere il candidato premier del centrosinistra, magari in competizione (leale) con il ‘campo progressista’ che hanno lanciato ieri, da Bologna, Giuliano Pisapia e altri sindaci di centrosinistra? Forse, si vedrà. Il bagno di popolo che Renzi pure sognava dalla caduta del suo governo (“Voglio almeno due milioni di voti, alle primarie”, Prodi nel 2005 ne prese quattro) è tornato sub judice. Non è più sicuro, il segretario dem, di volerle, le primarie: «Dipende, vedremo, non voglio impiccarmi a nessuna formula» – dice ora. «Dipende quale sarà la legge elettorale», taglia corto: «Se c’è il maggioritario è un conto, se c’è il proporzionale un altro». Sottotesto: se c’è il proporzionale, non serve nemmeno farle, le primarie, per candidarsi.
Terza mossa, tempi brevi: la nuova legge elettorale. È dirimente, e Renzi lo sa, sia per il suo personale destino sia per la durata stessa della legislatura: si scioglierà presto o no? Gentiloni dura o no? Gli altri big del Pd seguiranno davvero Renzi nel suo tentativo di portare il Paese a elezioni immediate prima che la legislatura vada a compimento, a febbraio 2018, come previsto? Sono questi i veri interrogativi che si pone l’ex premier, anche perché Renzi vorrebbe andare  al voto “entro aprile, al massimo ai primi di giugno”.

«Noi proponiamo il Mattarellum, ha la firma del Capo dello Stato – scandisce Renzi, con voce ferma, dal palco durante la sua relazione introduttiva. Dopo, con i suoi aggiunge: «Vedremo chi ci sta. Io voglio stanarli tutti, da Forza Italia alla Lega ai Cinque Stelle, così sarà chiaro chi non vuole cambiare il sistema elettorale, chi è affezionato alla palude del proporzionale». E qui parla chiaramente dei Cinque Stelle. Insomma, o passa il Mattarellum – naturalmente, ragionano i suoi, «non nella versione originaria, quella 75% di maggioritario e 25% di proporzionale, perché qualcosa a Berlusconi andrà concessa»: la mediazione sarebbe il Verdinellum, 50% collegi, 50% di proporzionale, ma a liste bloccate – oppure, in ogni caso, si va a elezioni anticipate, il prima possibile. «Con la legge che uscirà dalla sentenza della Consulta – spiega Renzi – li voglio vedere, soprattutto i partiti più piccoli, dover votare con il Consultellum e le soglie di sbarramento alte che impone quella legge, specie al Senato, sarà un piacere». Perché il vero obiettivo di Renzi sempre quello resta: «urne tra fine aprile o, al massimo, a metà giugno», ragiona. Anche perché, se Renzi perde quella finestra elettorale, si porrebbero di mezzo due ostacoli troppo grossi da affrontare anche per lui: il referendum sul Jobs Act della Cgil (a giugno), che slitterebbe solo se ci fosse il voto anticipato, e una legge di Stabilità (a ottobre) che sarà ‘lacrime e sangue’ perché, spiega l’ex premier, «chi oggi governa la Ue non ci concederà più nulla».

QUARTA mossa, tempi rapidissimi. Riorganizzazione del partito, il Pd. Il 21 dicembre riunione dei segretari provinciali e regionali, il 28 dicembre nuova segreteria (entreranno dei sindaci ed esponenti dei territori, un ruolo potrebbe averlo Martina, un altro Nannicini, uno Bonaccini), il 28 gennaio mobilitazione di tutti i circoli sul territorio, il 28 gennaio la tanto richiesta (dai big) ‘conferenza programmatica’. Strumento, il Pd, che Renzi – il quale non farà tour in solitaria, ma una «campagna di ascolto del Paese», a gennaio –vuole rivitalizzare e perciò resterà nelle mani sapienti dell’attuale vicesegretario, Lorenzo Guerini, per affrontare una breve ma dura campagna elettorale. Il vero obiettivo di Renzi.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 dicembre a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 

2. I colonnelli si smarcano da leader. Nasce il tridente Orlando-Franceschini-Martina. Dubbi sul ritorno al Mattarellum e toni soft con la sinistra. Ticket Speranza-Emiliano. 

<<MA IO posso votare anche senza la delega, Matteo?». «Certo, Matteo, sei il segretario…». Il dialogo, bisbigliato, si svolge alla fine dei lavori dell’Assemblea nazionale. Si sta per votare sulla relazione del segretario e Matteo (Renzi) chiede, quasi intimidito, a Matteo (Orfini), che i lavori li presiede, se, appunto, può votare sulla (sua) relazione. Sta tutto in questa piccola scenetta la trasformazione del Pd di Renzi. Dal Renzi «1.0», quello del ‘ghe pensi mi’, del ‘ghe fasi mi’, sul partito, oltre che sul governo, al Renzi «2.0». Quello che, dopo quattro anni di guida in solitaria, deve condurre il Pd in terra incognita. Quella della co-reggenza con gli altri capi-corrente del partito, i big.

IL RISULTATO del voto in Assemblea nazionale parla, paradossalmente, assai chiaro: 481 voti a favore sulla relazione del segretario, solo due voti contrari, 10 astenuti e la minoranza – i bersaniani per non dover votare contro il Mattarellum e i cuperliani perché volevano il congresso – che non partecipa al voto. A occhio paiono tanti, ma non lo sono. In Assemblea nazionale, organismo elefantiaco (mille membri, poi ce ne sono altri 150-180 membri ‘di diritto’ tra parlamentari, dirigenti locali, personalità fondative del Pd, la cosa un po’ ridicola e un po’ assurda è che nessuno sa mai darti il numero esatto: il Pd avrebbe dovuto modificare, dimezzandoli radicalmente, la composizione dei suoi organi dirigenti, dall’Assemblea nazionale alla Direzione, una commissione interna ci ha lavorato un anno, ma non se n’è mai fatto più nulla, vorrà dire che il lavoro tornerà buono per la prossima volta), serve il 50,1% dei voti (500 delegati, nel senso di persone fisiche presenti, e più) se si vuole cambiare lo Statuto. E la maggioranza Renzi la può ottenere solo se regge il ‘patto di sindacato’ con le tre aree maggiori della maggioranza interna: Area dem (Franceschini), Giovani Turchi (retti da una diarchia, Orfini e Orlando) e Sinistra è cambiamento (Martina). Senza dire del fatto che la minoranza ha già fatto di calcolo, calcolatrice alla mano: “Le percentuali di membri dell’Assemblea nazionale sono state fatte sui voti all’ultimo congresso (2012: Renzi batté Cuperlo con il 68% contro il 18%, 14% andò a Civati, ndr) . Come minoranza avevamo 300 delegati, un terzo dell’assemblea, poi se ne sono andati i Giovani Turchi e l’area di Martina, quindi siamo rimasti con 200-230 delegati al massimo, ma Renzi non ne ha presi nemmeno la metà di mille avendone sulla carta oltre 950…”. I conti della minoranza si traducono così: Renzi, da solo, non può cambiare alcuno Statuto.

NON a caso, ieri, tutti e tre i capi-corrente, oltre a molti altri big (Fassino, Epifani) hanno fatto a gara per andare sul palco. Franceschini ha preso la parola subito: si è detto, certo, «d’accordo con Renzi», ma se c’è stato uno che lo ha fatto desistere dal proposito di fare il congresso anticipato è stato lui. Inoltre, ha detto chiaro che «non dobbiamo regalare Forza Italia a Salvini» e che se la legge elettorale è proporzionale, «con FI bisognerà dialogare».

SOLO il ministro Delrio e altri renzianissimi (Ascani, ecc.) hanno chiesto a gran voce il voto anticipato, gli altri hanno lodato il governo (ma quello seduto in prima fila in platea, Gentiloni…) e hanno detto che, insomma, ‘c’è tanto da fare, nei prossimi mesi’…. Martina ha fatto un lungo ragionamento sul partito, da ‘vice’ in pectore, criticando, sia pur se con toni soft, la sinistra interna: «Non vedo Golia dentro il Pd, li vedo fuori. Qui siamo tutti Davide», replica a Speranza che aveva detto «io mi candido a Davide contro Golia».
La minoranza bersaniana era, ovviamente, inviperita contro l’intemerata di Giachetti (quell’avete la «faccia come il culoooo» di Speranza che ha indispettito il segretario perché l’uscita del suo fedelissimo rovina la pax nel partito e la presunta nuova fase zen): si è limitata a dichiarare, a margine dei lavori, che il congresso va fatto «nei tempi stabiliti», «il governo deve fare tante cose», ecc. Speranza lavora a un ticket, per il congresso, con il governatore pugliese Emiliano, e rifiuta ogni scenario di voto anticipato, mentre da fuori – ormai – dal Pd D’Alema vorrebbe solo Emiliano, ma candidato premier.
Cuperlo ha chiesto il congresso subito, ma la sua è un’opposizione che i bersaniani già chiamano, con disprezzo, ‘di sua Maestà’: in caso di primarie, lui appoggerà Pisapia.

L’INTERVENTO più atteso era, però, quello del ministro Orlando (sponsorizzato da Giorgio Napolitano) che molti – nella minoranza e non solo – già vedono (o sperano di ritrovarsi), come candidato anti-Renzi, anche se il prossimo congresso si farà a scadenza naturale. Il ministro ha fatto un intervento calibrato, accorto, tutto incentrato sul partito e le ragioni della ‘Sinistra’, ma, in cauda venenum, ha espresso «seri dubbi>>, guarda caso, sul Mattarellum, come Franceschini. I guai interni, per Renzi, se ci saranno, verranno da lì.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 dicembre 2016 a pag. 5 di Quotidiano Nazionale. 

Tregua armata tra le anime del Pd e radiografia di truppe e leader. In campo i ‘frenatori’: Franceschini, Orlando e altri.

NB: QUESTO PEZZO E’ STATO SCRITTO IERI, SOLO STAMANE E’ ARRIVATA LA NOTIZIA CHE RENZI HA DECISO DI CONVOCARE LA DIREZIONE PER BREVI COMUNICAZIONI, SENZA ALCUN DIBATTITO SUCCESSIVO, RIMANDATO A UN ALTRA DIREZIONE DEL PD.

Cultura: Franceschini, 135 mln per grandi progetti

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

MATTEO Renzi ha cambiato idea e la Direzione di oggi pomeriggio da quella della «resa dei conti» diventerà quella della «tregua», sia pure «armata». Proporrà di appoggiare un governo istituzionale, anche se fissando dei «paletti»: «serve un governo con numeri larghi, con tutti dentro, a partire da Berlusconi – ha spiegato ai suoi – sennò ci sparano addosso e ci dissanguiamo come fu con Monti». La Direzione di oggi, dunque, potrebbe durare assai poco e poi riaggiornarsi a dopo le consultazioni per capire se, per davvero, nascerà un governissimo o meno. Perché «se le risposte degli altri saranno negative, il bivio si riproporrà e allora sì che Matteo forzerà tutti noi per andare al voto subito», spiega un esponente della maggioranza dem che ancora non ne ha capito le reali intenzioni.

MA SE domani – dopo la salita al Colle per le dimissioni formali che Reenzi farà stasera, dopo la Direzione di oggi pomeriggio, appena verrà sigillata dal Senato la legge di bilancio – “è un altro giorno” e, dunque, «si vedrà» quale governo fare (‘istituzionale’ a guida Grasso o ‘elettorale’ a guida Gentiloni o Delrio o Padoan), supportato da chi (l’attuale maggioranza che Renzi e Alfano dichiarano “esaurita” nei suoi compiti di legislatura, quella Pd+Ncd+centristi oppure un altra più larga, che arrivi almeno a Forza Italia per fare la legge elettorale e affrontare i problemi più urgenti, un governo tecnico dimissionario, guidato da un ministro di Renzi o da Renzi stesso dimissionario che si limiti a portare il Paese al voto) e con quali compiti e scadenze (elezioni a breve nel 2017, appena possibile, o governo istituzionale che traguardi la fine  legislatura, febbraio 2018) , per ora c’è «l’oggi» e ci sono quanti, nel Pd, hanno convinto Renzi a soprassedere alla voglia di gridare “muoia Sansone, con tutti i Filistei”, riportandolo a più miti consigli.
I ‘frenatori’ del voto anticipato, ovvio, allignano e prosperano, da sempre, ma oggi con molte più chanches di prima, all’interno del Pd. Si chiamano, nell’ordine Franceschini Dario (ex Dc-Ppi, ex vice di Veltroni, ministro, leader di Area dem, 80/90 parlamentari, di cui 50 deputati e 40 senatori, 20% dei voti in Direzione), Orfini Matteo (presidente del Pd, ex dalemiano, capofila dei Giovani Turchi, 6 parlamentari, quasi tutti deputati, 12% in Direzione) e Andrea Orlando (ministro, falso – pare – che abbia litigato con Orfini, ma più sensibile di lui agli umori della sinistra interna e possibile rivale di Renzi a un congresso), Martina Maurizio (ministro, leader della nuova corrente, nata dalla rottura con Bersani, ‘Sinistra&cambiamento’, 70 parlamentari: 50 deputati, 20 senatori), Beppe Fioroni (30 deputati, leader dei Popdem ex Dc), vecchio squalo del Transatlantico e della continuità.
Sono stati loro che, dopo aver rinnovato «fiducia» e garantito «lealtà» al premier nelle prime 48 ore, hanno sconfitto la strada che cercava a tutti i costi il premier, le elezioni.
Come dice a QN il vicepresidente del Senato, Francesco Verducci, «abbiamo ragionato insieme (tra noi e con Renzi, ndr): condividiamo l’esigenza del voto anticipato, ma bisogna attendere la sentenza della Consulta e fare la nuova legge elettorale. Serve un governo di scopo nel rispetto delle scelte di Mattarella, ma evitando governi tecnici alla Monti 2011».

Gli uomini di Franceschini lo dicono in modo meno diplomatico: «andare al voto subito sarebbe da irresponsabili, Renzi deve capirlo e la sentenza della Consulta (attesa il 24 gennaio, ndr) lo impone». Ecco perché Renzi e il suo «giglio magico» (Lotti, Boschi, Nardella, cui si è ricongiunto Richetti e che gode ancora dell’appoggio fedele dei «cattorenziani» del ministro Delrio, oltre che del vicesegretario Guerini: 40% di voti in Direzione, ma solo 40 parlamentari davvero convinti con loro a ogni costo) devono far buon viso a cattivo gioco. Da queste lunghe – e sfibranti – consultazioni dentro il partito ne è uscita, dopo il forcing di Mattarella («inconcepibili elezioni anticipate subito») e l’annuncio della sentenza della Corte, fissata al 24 gennaio, la nuova linea di Renzi: l’ok (formale) a un governo istituzionale, quasi certamente a guida Grasso, per fare la legge elettorale e «andare al voto», certo, ma non tanto presto: se tutto va bene, a fine aprile, con il rischio concreto di vedersele far slittare fino a a ottobre (la sentenza della Consulta, il 24 gennaio, avrebbe comunque bisogno, pur se fosse ‘autoapplicativa’, di 20 giorni di tempo per pubblicare le motivazioni, poi comunque il Parlamento e il governo dovrebbero fare una legge elettorale per applicare le nuove norme, il tempo continuerebbe a scorrere e da quando vengono sciolte le Camere servono 60 giorni per indire i comizi elettorali). Nel frattempo si potrà fare, volendo, un congresso del Pd «vero» e lì si riaprirebbero i giochi. I Giovani Turchi potrebbero lanciare il ministro Andrea Orlando, forse appoggiato dalla sinistra, la sinistra interna stessa rilanciare Roberto Speranza in tandem con Letta o, forse, convergere su Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, i franceschiniani sganciarsi da Renzi e cercare un nuovo candidato all’interno dell’area centrista e governativa del Pd.

Il frontman nel far scendere Renzi a più miti consigli, è stato proprio Franceschini, in contatto continuo con il Colle, mentre Orfini e Martina erano più affini alla linea dura. E potrebbe, a questo punto, tornare in gioco anche la sinistra dem. A lungo dissanguata da scissioni e perdite (erano 120 i parlamentari di Area riformista, ora sono solo 50: 30 alla Camera, 20 al Senato, 25% in Direzione, se ne sono andati prima Civati, che ha fondato ‘Possibile’, poi D’Attorre e Fassina, confluiti in Sel-SI poi Mineo, altri potrebbero farlo), ora ringalluzzita, grazie alla vittoria del No, spera di potersi appoggiare al «partito dei frenatori» per isolare Renzi oggi e, soprattutto, per poterlo sconfiggere, al congresso, domani. Poi, certo, resta sempre in piedi l’ipotesi che Renzi «tiri dritto». Lo dice, a un amico deputato, Delrio: «Vogliamo un governo solo per fare la legge elettorale, con tutti, ma per votare subito, non un governo che duri molti mesi per farci dettare la linea da Berlusconi e da Bersani e per farci sparare contro da tutti gli altri». A quel punto, Bersani, l’altra sera in televisione, tracciava l’ipotesi estrema: «Serve tempo per fare un governo, rifare la legge elettorale, affrontare le emergenze del Paese. Bisogna completare la legislatura e fare il congresso a scadenza naturale (ottobre 2017, ndr.). Se, invece, Renzi fa il PdA, il Partito dell’Avventura, allora non mi resterà che uscire dal Pd». Nel Pd, a quel punto, resterebbe solo Gianni Cuperlo (leader di Sinistra dem), a sinistra, forse manco lui.

NB: questo articolo è stato pubblicato il 7 dicembre 2016 a pagina 6 di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Renzi vuole andare al voto subito da segretario del Pd in carica, al massimo con primarie ‘volanti’, niente congresso. Domani la resa dei conti in Direzione

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla all’Assemblea del Pd

DIMETTERSI dal governo per ottenere un reincarico lampo e, pur dimissionario, restare in carica per portare il Paese a voto a febbraio, sciogliendo le Camere a dicembre (il precedente c’è, quello del governo Monti rimasto in carica, dimissionario, fino alle Politiche del 2013). Oppure restare segretario del Pd per convocare primarie anticipate (senza fare né anticipare un vero congresso con la trafila consueta: circoli di base – federazioni provinciali e regionali – assise nazionale con elezione dei delegati) ma indire solo primarie «aperte», come fece Pier Luigi Bersani nel 2012 quando le vinse proprio contro Renzi (e peraltro anche Prodi quando si candidò e vinse le primarie nel 2005), entro gennaio-febbraio, restare segretario e candidarsi per il voto anticipato da tenersi sempre entro febbraio, al massimo a marzo (già aprile sarebbe tardi). Nel frattempo, sostenere un governo «di scopo» che solo abbia la funzione di scrivere una nuova legge elettorale e votare a marzo-aprile 2017 con lui candidato premier. Questa la nuova road map di Renzi.

TRE le mosse, tattiche e politiche, nella faretra del premier dimissionario, tutte assai spericolate. La prima. Dimissioni «irrevocabili» da premier ma «politiche», quelle «tecniche» arriveranno solo venerdì con il via libera alla manovra economica in Senato. Oggi la conferenza dei capigruppo calendarizzerà il voto alla  Legge di Stabilità per l’aula, verranno buttati via tutti gli emendamenti e la maggioranza voterà una versione fotocopia della legge di Stabilità già passata alla Camera senza cambiarla neppure di una virgola, grazie alla questione di fiducia, autorizzata nel cdm di lunedì (l’ultimo del governo Renzi), e via maxiemendamento che eviterà la possibilità di incursioni da parte delle opposizioni.
Da venerdì in poi, quando Renzi tornerà ad avere le «mani libere» per davvero, potrà salire al Colle per le consultazioni, che partiranno da quel giorno, il 9 dicembre (ma è notizia di oggi che inizieranno già giovedì 8 dicembre, ndr.) in qualità di ‘semplice’ segretario del Pd. E qui c’è la seconda mossa, il rapporto con Mattarella, un rapporto che nei tre colloqui avuti con il Capo dello Stato nelle ultime 48 ore (uno telefonici, due de visu) è stato molto più che “franco e diretto”, come si usa dire in questi casi, ma teso e nervoso. Mattarella voleva, a tutti i costi, non solo che Renzi accettasse di restare fino all’approvazione della legge di Stabilità, come poi ha ottenuto (Renzi voleva dimettersi subito e in modo irrevocabile, anche dal punto di vista ‘tecnico’), ma che la legge di Stabilità fosse approvata con calma, entro Natale, facendola tornare alla Camera, accogliendo parte delle richieste delle opposizioni, e approvando pure il dl terremoto. Renzi ha risposto picche su tutti i fronti, accettando solo il rinvio ‘tecnico’ di dimissioni che giudica, appunto, ‘irrevocabili’. Mattarella ha sì accettato che Renzi goda di un’diritto di successione’ o di ‘prima scelta’ sul nome che dovrà succedergli, ma non vuole cedere all’idea di un governo ‘a tempo’ che faccia la legge elettorale e porti subito a elezioni. D’altro canto, il Capo dello Stato è consapevole che il Pd ha la maggioranza dei parlamentari e che, fino a quando Renzi lo guiderà, senza il Pd non si può fare alcun governo. Le parole del ministro Alfano, leader di Ncd (“La maggioranza ha esaurito il suo compito politico, si può votare a febbraio”) rafforzano l’impressione che la maggioranza di governo non solo non esista più ma sia indisponibile a sostenere qualsiasi altro governo che non sia un governo elettorale (e, da questo punto di vista, la micro-scissione dell’Udc dal gruppo Ap sottrae pochi parlamentari all’Ncd di Alfano) che ci conduca presto al voto. Dunque, è molto difficile, per Mattarella, trovare un governo sostitutivo e di medio periodo che, oltre alla legge elettorale, metta in cantiere altri provvedimenti importanti per il Paese e duri, se non un anno e due mesi, il tempo per arrivare alla scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018), almeno buona parte del 2017. Il Pd come pure l’Ncd, non ci sta. Non foss’altro perchè non vogliono farsi cucinare a fuoco lento mentre le opposizioni (Grillo-M5S, Lega-Salvini, Meloni-Fratelli d’Italia) chiedono a gran voce le elezioni (da questo punto di vista l’appoggio di FI a un governissimo viene visto nel Pd come la peste).

Renzi, periò, ha detto chiaro – e anche in modo brusco – a Mattarella che accetterà di sostenere un nuovo governo non guidato da lui, ma da uno dei suoi (Padoan? Gentiloni? Delrio? Questi i nomi più graditi, nell’ordine), solo se il Capo dello Stato accetterà l’idea del «governo di scopo» per fare la legge elettorale e andare al voto subito. E un governo «istituzionale», a guida Grasso? «Dovrà trovarsi i voti in Parlamento», dicono duri i suoi, “noi lo valuteremmo provvedimento dopo provvedimento, rendendogli la vita difficile” e, probabilmente, è il sottotesto, ‘staccandogli la spina’ se non porta il Paese subito al voto.

INFINE, c’è, per Renzi, il terzo corno del dilemma, quello del partito. L’altra notte, il premier ha avuto la forte tentazione di «mollare tutto», compresa la carica di segretario, e tornarsene a casa, a Rignano sull’Arno o a Pontassieve, moderno Cincinnato che lascia la politica (avrebbe anche prospettato, ai suoi e anche a Mattarella, “un anno sabattico all’estero, negli Usa, con la famiglia, per studiare, viaggiare e riflettere…”). In questo scenario, «Solo davanti a un Paese allo sfascio e in deriva – racconta un senatore renziano – accetterebbe di tornare, chiamato». Poi, però, smaltita la rabbia e la delusione, Renzi ci ha ripensato. La cerchia dei fedelissimi (Lotti, Guerini), ma anche le tre anime della maggioranza che regge, con lui, il Pd – quella di Franceschini (Area dem), quella dei Giovani Turchi (Orfini) e quella di «Sinistra è cambiamento» (Martina e altri) – sono saliti uno dietro all’altro a palazzo Chigi, in pellegrinaggio, e lo hanno convinto a restare «almeno» segretario del Pd e a rilanciare la sua azione nel partito in vista del voto. Renzi ha accettato, ma a due condizioni capestro per tutti, a partire da alleati “non renziani” nelle cui fila (franceschiniani e Giovani Turchi in testa) serpeggiano già i malumori di chi vorrebbe sostenere un «governissimo» che arrivi a fine naturale legislatura non foss’altro perché solo a settembre del 2016 scatta il diritto a maturare il vitalizio (la pensione).
La prima condizione è sul governo: «Appoggerò un nuovo governo – ha detto ai suoi – solo se avrà lo scopo di fare la legge elettorale e portarci a votare in pochi mesi». Alle brutte, se il Parlamento non ci dovesse riuscire, cosa peraltro probabile, «sarebbe la Consulta» – ragiona un renziano – «a scrivere la nuova legge elettorale con la sentenza sull’Italicum, che verrà senza alcun dubbio modificato, e l’adattamento del Consultellum al Senato».
Ieri, Luca Lotti, ha scritto su Twitter: «Dopo il 40% del 2012 e del 2014, ripartiamo dal 40% di ieri». Il senatore Andrea Marcucci a QN dice: «Auspico che Renzi resti segretario, dia il via libero a un governo per il disbrigo degli affari correnti, il Parlamento o la Consulta facciano la legge elettorale e si vada a votare entro marzo-aprile 2017 dopo un congresso ‘volante’, veloce». Un congresso, appunto, per fare solo le primarie ‘aperte’ per la premiership senza elezione degli organi congressuali, come in un congresso regolare, che avrebbe bisogno di molto più tempo per potersi sviluppare e completare (circa 3 mesi). Di questo si discuterà domani in Direzione, sempre che non venga rinviata (lo era già stata in un primo momento: doveva essere martedì, data poi slittata a mercoledì) e di certo lì se ne vedranno delle belle. La sinistra dem, ringalluzzita dalla vittoria del No, non ne vuole neppure sentir parlare di voto anticipato nell’arco di due mesi e di congresso ‘volante’ . Ieri sera D’Alema ha detto: «Le dichiarazioni sul 40% sono folli, il congresso si deve fare a scadenza naturale (novembre 2017, ndr), servono nuovo governo e nuova legge elettorale, ma soprattutto serve tempo per rimettere in sesto il Paese». Roberto Speranza e tutti i bersaniani assicurano: «Non chiederemo le dimissioni di Renzi da segretario», «la discussione non può partire dal congresso» (Zoggia), ma «dalla sconfitta subita» (Stumpo).”il resto sono pagliacciate” (sempre Stumpo) mentre anche per Bersani “serve tempo”. Per ora, sono parole ‘di minoranza’. Solo se Franceschini – i cui colonnelli già chiedono a Renzi, come pure i Giovani Turchi, «una gestione collegiale del partito» – e altri pezzi di maggioranza lo abbandonassero al suo destino, gli equilibri nel Pd salterebbero. Sotto punto di vista, il silenzio del ministro Andrea Orlando è eloquente.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 dicembre 2014 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://ww.quotidiano.net). 

#ildiavolovesteItalicum/3.  “Bersani affila le armi: “Il premier fa pressioni indebite”. Renzi: “io non mollo”, pontieri in campo

Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd, con l'immancabile sigaro.

Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd, con l’immancabile sigaro.


“Quella (frase, ndr.) di Renzi che dice che se l’Italicum non passa cade il Governo – spiega Pier Luigi Bersani – è una pressione indebita sul Parlamento, cui tocca fare le leggi elettorali, una pressione indebita che mi lascia stupefatto”. E così, Bersani, non solo dismette i panni del ‘padre nobile’ (della minoranza), tornando nell’agone diretto della battaglia politica (come del resto van facendo Letta e, in parte, Prodi), ma l’uso di astruse metafore: preferisce andarci giù dritto.

Ieri, l’ex segretario Pd, parlava da Piacenza per il 25 Aprile, tra una bicchierata ‘resistente’ e un intervista a Rainews24, ha menato diversi fendenti a Renzi. Del tipo: “Io sono affezionato alla mia ‘Ditta’ (il Pd, ndr.), ma le sue regole stabiliscono che, davanti a temi costituzionali, ogni singolo parlamentare si assume liberamente le sue responsabilità”. Vuol dire: non è affatto scontato che voti una legge che, “può andare verso un presidenzialismo senza contrappesi”. Non è, però, solo Bersani, a tuonare contro l’Italicum e la prevedibile questione di fiducia che il governo metterà per farlo passare (martedì 28 si inizia con le pregiudiziali di costituzionalità, su cui FI ha già chiesto il voto segreto, ma poi la discussione generale potrebbe slittare di vari giorni), ma anche un altro ex della ‘Ditta’, l’ex premier Enrico Letta. “Se vuoi andare veloce corri da solo, ma se vuoi andare lontano, se vuoi costruire, allora devi farlo insieme”, si è limitato a dire Letta, ma le sue critiche all’Italicum sono note. 

Intanto, parlano i suoi. Il fidatissimo lettiano Marco Meloni scudiscia via Twitter la presunta “coerenza mobile” di Renzi, mentre un altro lettiano, Francesco Boccia, fa sapere: “chiederò ai miei elettori”, quelli di Barletta (Puglia), “cosa fare”, sull’Italicum. Altri due, prevedibili, voti contrari o, comunque, due probabili astensioni, di certo sul voto finale. E, anche, parole puntute molto più di quelle della minoranza Pd da cui, invece, continuano ad arrivare (vane) richieste di dialogo a Renzi per “non creare un clima di terrore”, ma con glossa: “se Renzi fallisce la responsabilità è sua” (Zoggia). 

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi


E così, mentre i Cinque Stelle gridano, con Beppe Grillo, che “di fascismo ne è bastato uno, ora dobbiamo fermarli!”, dall’altra parte, se Renzi ieri si è limitato a un classico “non mollo”, sulle riforme, i big dem renziani non sono restati zitti. Il ministro Boschi assicura che quella del governo, fiducia in testa, “non è una prova di forza” e che “la maggioranza voterà compattamente la riforma”, mentre Matteo Orfini prova a fare da pontiere, sperando che si eviti la fiducia, ma ribadisce che “se si interrompono le riforme, si va a votare”. 

Una prospettiva che, però, ha già fatto scendere in campo i pompieri istituzionali come il presidente del Senato Grasso (“Sono certo si possa lavorare bene fino a fine legislatura”). Ettore Rosato, ormai neo capogruppo in pectore del Pd alla Camera, al posto di Speranza, assicura che “il governo non cadrà perché c’è una maggioranza che lo sostiene e perché il Pd è unito”. Una ‘speranza’, in effetti, più che una realtà.


NB. Questo articolo è stato pubblicato il 26 aprile 2015 a pagina 11 di Quotidiano.net (htttp://www.quotidiano.net
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