I big assediano Renzi. Il corpaccione dem in fuga dai territori. Il gelo di governatori e sindaci

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Ettore Maria Colombo – Roma

  1. Renzi in crisi perde truppe e ufficiali. Il corpaccione dem in fuga dai territori. 

Cosa succede nel Pd? Gli attacchi di quasi tutti i padri fondatori dell’Ulivo e del Pd (Prodi, Veltroni) e dei big (Franceschini, Orlando) alla leadership di Renzi sono il segnale di movimenti profondi. Mirano a impedire che sia Renzi (per Statuto segretario e candidato premier) il nome ‘naturale’ per la carica di presidente del Consiglio. Ma è possibile che possa partire, dentro il Pd, uno ‘sganciamento’ di massa dal leader fino a provocarne la caduta, magari in inverno? La scusa è pronta – per unire il centrosinistra servono nomi e volti più ecumenici e unitari (Pisapia, per dire) – e il metodo pure: chiedere, se non obbligare, Renzi a nuove primarie – anche se quelle di partito le ha vinte con due milioni di voti – stavolta di coalizione. Come dice Franceschini, il principale ‘indiziato’ dello sganciamento. Al ministro Lotti che ripete come Renzi «sia stato scelto da due milioni di persone, fine della discussione», il ministro dei Beni culturali replica: «La discussione (interna, ndr) è appena iniziata».

Eppure Renzi controlla in modo ferreo i due organi principali che determinano le scelte e gli assetti interni del Pd, Assemblea nazionale e Direzione. Dentro l’Assemblea nazionale (che può anche sfiduciarlo) i numeri consegnano a Renzi una maggioranza blindata. Su mille componenti, 700 delegati sono stati eletti nella sua mozione congressuale contro i 212 di Orlando e gli 88 di Emiliano. E, all’interno della maggioranza che ha sostenuto Renzi, 420/430 sono renziani puri, 85/95 franceschiniani, 60/62 dell’area Martina e 55 di Orfini.
Anche in Direzione nazionale i numeri sorridono al segretario: su 120 membri eletti, 84 sono quelli di maggioranza, 24 gli orlandiani, 12 gli ‘emiliani’. Anche se i venti franceschiniani si schierassero contro Renzi insieme alle minoranze, i 64 renziani ortodossi avrebbero la meglio. Insomma, negli organi che gestiscono il partito, Renzi non rischia nulla. Metterlo in minoranza, a meno di rivolgimenti oggi impensabili, non è possibile.

Diversa la questione se si guarda ai territori, alle federazioni regionali e soprattutto agli amministratori locali. Qui il quadro è magmatico, in perenne evoluzione e a rischio per la leadership renziana che perde colpi quasi ovunque.
Prendiamo i governatori. Quello del Lazio, Nicola Zingaretti, picchia come un fabbro: «Il Pd è isolato, fragile e non sa unire». Renzi gli ha offerto un seggio al Senato, ma Zingaretti appoggia Orlando e la sua «lobby» pro-Pisapia. Il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (ex bersaniano, poi renziano) si è fatto ipercritico: «Alle amministrative abbiamo preso una sberla per troppa autosufficienza e arroganza. Ora voglio dare una mano». Una presenza ingombrante. Come quella di De Luca (Campania) che pensa solo a sé. I governatori dell’Abruzzo (D’Alfonso) e della Calabria (Oliviero) non sono renziani e lo danno a vedere. Il governatore pugliese, Emiliano, si è battuto contro Renzi al congresso, e tiene stretta la Puglia.

Dove il Pd non governa è diventato quasi evanescente: in Sicilia non riesce a trovare un candidato per le regionali di novembre dopo la rinuncia del presidente del Senato Grasso; in Lombardia i sindaci dem di tutti i capoluoghi dicono sì al referendum sull’autonomia promosso dal leghista Maroni; in Veneto, dove non governa, come in Friuli il Pd è ridotto ai minimi termini, in Basilicata non si celebra il congresso regionale dal 2015.
In Emilia-Romagna il sindaco di Castenaso si fa fotografare euforico accanto a quello di Budrio, che ha strappato la città al Pd, e nel partito scoppiano polemiche infinite. Per non dire dei due sindaci di Bologna (Merola) e Milano (Sala) che sono anti-renziani a livello epidermico: proprio non lo sopportano.

Infine, c’è la questione scissione e abbandoni, più o meno silenziosi, dal partito. Il grosso dei quadri va verso Mdp. Solo negli ultimi giorni hanno lasciato il Pd 104 tra sindaci, assessori, consiglieri comunali e quadri della provincia di Lecce, 300 giovani dem a Reggio Calabria, il segretario cittadino di Modena, Filippo Calcagno, il consigliere regionale lombardo Onorio Rosati, l’assessore regionale abruzzese Marinella Scrocco. Al responsabile organizzazione di Mdp, Danilo Leva, brillano gli occhi.
Verso Campo progressista di Pisapia, invece, guardano con sempre più interesse sindaci ed esperienze civiche un tempo del Pd o vicine: il candidato sindaco di Frosinone, il sindaco di Latina che ha battuto la destra dopo cento anni, amministratori locali sardi e di altre regioni. Il primo luglio saranno in piazza con Pisapia, piazza dove ci sarà anche Antonio Bassolino, ormai in rotta con Renzi («Non è più lui»). Loro il centrosinistra ‘de-renzizzato’ hanno già iniziato a costruirlo. Nel Pd, invece, i ‘pezzi da novanta’ hanno appena iniziato a posizionarsi e a muovere le pedine.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 29 giugno 2017


Dario Franceschini

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

2. Pd, i padri nobili (da Prodi a Veltroni) rottamano Renzi. Franceschini: Matteo cambi passo

VELTRONI, fondatore del Pd. Prodi, fondatore dell’Ulivo. Franceschini, cofondatore del Pd. Orlando, leader della minoranza interna. Cuperlo, ex presidente del Pd. Zingaretti, governatore del Lazio. L’attacco a Matteo Renzi e alla sua leadership è ritmato, asfissiante, martellante. In teoria, il motivo è il risultato (pessimo) del Pd alle amministrative ma il vero obiettivo è un altro: impedire a Renzi di diventare il prossimo candidato premier del centrosinistra (come è, avendo vinto le primarie, per Statuto) e poi di non farlo tornare mai più al governo.
Renzi e i suoi provano a metterci una pezza per tutto il giorno, ma ormai la ‘caccia’ è iniziata. Inizia, sui giornali, Veltroni. Per il fondatore del Pd, il partito «non ha più un’identità, sembra la Margherita. Renzi deve cambiare passo, basta con l’autosufficienza».
Ma l’affondo più pesante è quello del fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi, che aveva detto di «vivere in una tenda accanto al Pd» e che, ieri, a freddo, fa sapere che «la ripone nello zaino perché Renzi mi invita a spostarla più lontano. La mia tenda è leggera, la sposterò senza difficoltà, intanto l’ho messa nello zaino». La reazione di Prodi, spiegherà poi, è dovuta all’intervista di Renzi a Qn, che però non lo tirava in ballo personalmente ma parlava, in generale, delle coalizioni di centrosinistra.

I POMPIERI renziani entrano in azione: Richetti, Guerini e Martina assicurano che «nessuno attacca Prodi o lo invita ad andarsene» ma il danno è fatto e la polemica divampa. I renziani, però, entrano in crisi quando a parlare, sia pure in modo stringato, è il ministro alla Cultura Franceschini, noto per essere sempre stato un alleato sempre assai ‘freddo’ di Renzi.
Impietoso, Franceschini twitta il grafico del crollo dei voti al Pd in alcune importanti città (Genova, Parma, L’Aquila, Verona), con una frase che suona canzonatoria («Bastano questi numeri per capire che qualcosa non ha funzionato?») e un’altra che suona come un epifaffio: «Il Pd è nato per unire il campo del centrosinistra non per dividerlo». Sottotesto: è Renzi che divide il campo, non altri.
A questo punto parte la contraerera e gli animi si scaldano. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria, di solito felpato e diplomatico, sibila in Transatlantico: «Franceschini dovrebbe mantenere la calma perché bisogna evitare esasperazioni che non servono». Il pasdaran renziano Ernesto Carbone ci va giù pesante: «Franceschini come sempre fiuta il vento. Speriamo per lui che il suo naso sia quello di una volta», twitta. Il senatore Marcucci quasi implora («basta sparare sul quartier generale») e Rosato è costretto a ribadire che la «leadership di Renzi non è in discussione». Ed è questo il punto. «Hanno aperto la caccia e Matteo è il bersaglio grosso. Vogliono impedire che sia lui il candidato premier del Pd alle prossime elezioni», scuotono la testa i fedelissimi.
Registrate le critiche di un (ex?) fedelissimo come il governatore emiliano Bonaccini («quando ti senti autosufficienti sfiori l’arroganza»), la fuga di centinaia di militanti passati armi e bagagli con Mdp a Lecce, pesano anche le parole che arrivano dalla minoranza interna, dure come lame affilate. Per Zingaretti, governatore del Lazio, «il Pd è isolato e fragile». Il ministro Orlando, a un’iniziativa di corrente, attacca duro Guerini («usi un linguaggio da bar»), ribadisce che sarà da Pisapia, che la sua area diventerà «una lobby per il centrosinistra» e mette in chiaro l’obiettivo finale dei nemici di Renzi: «Non può essere lui il candidato premier del centrosinistra».

RENZI prova a precisare meglio le sue intenzioni: «I discorsi sulle coalizioni sono artificiali, bisogna confrontarsi sui contenuti». E ancora: «I nostri militanti non meritano tutte queste polemiche interne». E nella Enews dice basta a una china che giudica pericolosa: «Chiedo una moratoria sulle coalizioni. Ho vinto le primarie. Non ci sto a tornare al passato, al tempo delle correnti e dei caminetti, del tutti contro tutti». Il timore principale di Renzi è di ritrovarsi con un centrosinistra che rassomigli a un’«Unione bis». Ma è proprio quello che sta accadendo.

NB: questo articolo è stato pubblicato il 28 giugno 2017 a pag. 4 del Quotidiano Nazionale

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Renzi mette il governo sotto tutela e fa melina sulla legge elettorale. Gelo con il Colle. Cronaca di un’ordinaria Assemblea

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Renzi vuole il Pd ‘regista’ del governo. Bagarre sui nome per la Direzione.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Giovedì 11 maggio, a ora di pranzo, si terrà la prima riunione tra la nuova segreteria del Pd, nominata da Renzi, il suo vice Martina, i capigruppo parlamentare dem e i due ministri che seguono, di solito, tutti i provvedimenti del governo, la Finocchiaro (Riforme) e la Boschi (presidenza del Consiglio). Saranno riunioni assai frequenti (“settimanali” ha detto ieri Renzi), si partirà probabilmente dalla legge elettorale, e danno l’idea di un governo cui Renzi non vuole togliere la fiducia, ma di fatto appare ‘sotto tutela’, la sua. Renzi ha chiesto e ottenuto un “coordinamento”, si spiega anche da palazzo Chigi, per raffinare qualità e scelte dell’esecutivo, ma suona commissariamento.

Il neo segretario, a cinque mesi esatti dalle sue dimissioni, è tornato rinvigorito e non lo nasconde: “lavoreremo insieme fino al 2021” è la promessa che suona un po’ da minaccia, davanti alla platea dei delegati, che infatti ridono nervosi. Del resto, archiviati i mesi di “polemiche, litigi, scissioni”– spiega Renzi dal palco del lunare (sta a Fiumicino) Marriot Hotel, dove si tiene l’Assemblea nazionale dem – “ha vinto il Pd”, quello che “non litiga” e “sceglie Macron”. “Basta sparare sul quartier generale” è il perentorio invito.

“Nessuno metterà in discussione il governo Gentiloni”, scandisce Renzi davanti al premier, seduto in prima fila, poi ributta la palla nel campo avversario sulla legge elettorale, infine delinea il nuovo Pd. Dovrà lavorare con mezzi antichi (i circoli) come nuovi (la app ‘Bob’ e i social media) e su tre parole d’ordine: “lavoro, casa e mamma” (sic) che suscitano facili ironie, specie sul web, ma quelle sono e quelle saranno.

Renzi ha ormai il pieno controllo del partito e lo dimostra. ‘Nuovo’ presidente viene riconfermato Matteo Orfini, nonostante le rimostranze di Orlando che non lo voleva (e che dal palco ammonisce: “non tutti i nodi sono stati sciolti, tra Bersani e Berlusconi continuo a preferire Bersani”), ma la sua area si spacca (solo 16 contrari e 60 astenuti contro Orfini sui 212 delegati di area), i due vicepresidenti vengono concessi alle due minoranze (Pollastrini, Orlando, e De Sanctis, Emiliano), Bonifazi viene confermato tesoriere e Martina impalmato vicesegretario. Morale: il controllo di Renzi sull’Assemblea (700 delegati, 212 di Orlando, 88 di Emiliano) è e rimane ferreo. Orlando  e i suoi si mettono in una posizione di minoranza e mani libere, non vogliono incarichi, tantomeno in segreteria, mentre Emiliano – che saluta Renzi dal palco inneggiando a Che Guevara (“Hasta la victoria, segretario!”) è in una posizione molto più trattativista.

Ma se per gli incarichi della nuova Segreteria bisognerà ancora aspettare qualche giorno (sicuri di entrare sono solo Nannicini al Programma, Bellanova al Welfare, Richetti come coordinatore e Anzaldi alla Comunicazione), è sulle future nomine in Direzione che scoppia il caos al punto da prorogare artificiosamente i lavori dell’Assemblea per tutto il pomeriggio con interventi fiume e non previsti che nascondono le febbrili trattative nel retro palco tra le varie aree. La quota degli eletti figli dell’Assemblea è già ripartito (84 a Renzi, di cui 50 renziani doc più una trentina tra area Franceschini, Martina, Orfini, 24 Orlando, 12 a Emiliano), ma Renzi ha a disposizione – oltre ai membri di diritto (20 segretari regionali, sindaci delle grandi città e membri della segreteria, tutti suoi, più ex premier, ex segretari, ministri) – 20 nomi ad personam. L’altra volta volle tutti sindaci, ora punta su 20 giovani, generazione ‘Millenials’, figli di Classe dem. “La tipica renzata”, sospirano i suoi, che getta il partito nel caos. Beppe Fioroni, leader dei Popdem, non trova posto (la cosa non accadeva da decenni) perché arriva Arianna Furi (19 anni, romana), Gianni Cuperlo neppure, Fassino si sente sotto-rappresentato ma c’è, il panico dilaga, Renzi è irremovibile. Il caso Cuperlo, in particolare, sembra un ‘caso’ politico, ma è figlio del restringimento dei posti della mozione Orlando causato dall’arrivo dei Millenials. Cuperlo aveva promesso ad alcuni dei suoi l’ingresso in Direzione tra i 25 di Orlando ed ha preferito escludersi lui con un atto d’imperio, spiegano gli orlandiani, per fare largo ad altri. Eppure, la Pollastrini tuona (“decisione incomprensibile”), Anzaldi semina dubbi nel campo avverso (“Spiace che Orlando abbia escluso Cuperlo”…) ed è un fatto che Cuperlo si senta sempre più distante dal Pd di Renzi. Anche Lorenzo Guerini non entra in organismi di comando, ma Renzi lo valorizzerà presto o mandandolo al governo (delega ai Servizi o viceministro economico) o facendogli seguire il capitolo più delicato di tutti, la legge elettorale.

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. Legge elettorale, Renzi gela il Colle: “Non spetta a noi la prima mossa”

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Diciamo una parola di verità sulla legge elettorale – scandisce Matteo Renzi dal palco dell’Assemblea nazionale (Hotel Marriot, posto super kitsch, bar stile Guerre stellari) – e la diciamo rivolgendoci con deferenza e rispetto a Mattarella, a cui va la nostra riconoscenza filiale, la nostra amicizia e devozione: il Pd non farà il capro espiatorio”.

Ecco, già non inizia bene, l’approccio di Renzi al tema, non per la citazione letteraria di Pennac e del suo Malaussène, ma perché a diversi osservatori, compresi molti dei suoi, quel parlare di “riconoscenza filiale, amicizia e devozione”, nei confronti di Mattarella, suona più da provocazione, all’indirizzo del Colle, che da atto di deferente sudditanza. Insomma, il messaggio cifrato è: tu te la prendi con noi, ti lamenti del Pd, ma non guardare di qua, non chiedere a noi perché il Pd ha proposto di tutto (e giù l’elenco: il Mattarellum, estensione dell’Italicum al Senato, il tedesco). “La responsabilità dello stallo – e qui Renzi torna in chiaro – è di chi oggi è maggioranza al Senato e si elegge a colpi di mano il presidente in commissione Affari costituzionali. Il Pd – scandisce le parole il leader – è pronto a fa un accordo con chicchessia purché si faccia una legge decente. Ma non saremo noi a farci inchiodare alle responsabilità di una classe dirigente che resuscita la prima Repubblica”. Renzi, con i suoi, è ancora più netto: “Sulla legge elettorale questa è la nostra posizione definitiva, non ce ne saranno altre”. Per capirsi, quando giovedì prossimo Mazziotti di Celso, presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, scriverà il testo base da mandare in Aula, entro il 29 maggio, sulla legge elettorale (la richiesta esplicita e pressante di Mattarella era proprio ‘fare presto’), il Pd non presenterà un suo articolato né ne appoggerà altri. “La riforma elettorale – spiega Renzi ai suoi – dipende dagli altri. Vedete, Di Maio si è già mosso e ci chiede di fare insieme la legge? Ma prima voglio che ci dica – continua l’ex premier – che tipo di proposta è la sua e se parla a nome di tutti i grillini. Altrimenti, non ci muoviamo. Berlusconi invece non dice niente, sembra gli vada bene la legge che c’è, se vuole cambiarla ci faccia una proposta”.

Morale non si farà alcuna legge nuova, Renzi ne è convinto. E allora? Nel Pd renziano esistono due scuole di pensiero: entrambe riguardano lo stesso atto – il decreto legge in materia elettorale – che proprio il Capo dello Stato potrebbe ritenere un grave errore, ma divergono di molto sui tempi. Per gli ultrà renziani il governo dovrebbe approntare, “entro l’estate”, il decreto in modo tale che andare a votare entro ottobre (poco dopo le elezioni tedesche del 24 settembre) sia ancora possibile, facendo la legge di Stabilità in breve tempo, prima o dopo le urne. Per i renziani ‘di governo’, invece, il decreto andrebbe fatto a novembre per votare a scadenza naturale della legislatura. In ogni caso, il contenuto del decreto è sempre lo stesso: l’armonizzazione dei due sistemi elettorali, a partire dai capolista bloccati (da estendere dalla Camera al Senato, dove vige la preferenza unica) più pochi altri aggiustamenti. Certo è che, una volta approvato un decreto legge siffatto, non resterebbe, per Mattarella, che mandare tutti alle urne.

NB: Articoli pubblicati a pp. 8 e 9 del Quotidiano nazionale l’8 maggio 2017.

 

Scossoni sul governo, il Colle tace, ma insiste su legge elettorale e di Stabilità. L’irritazione del Quirinale per il “tempo perso”

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Si chiamano legge elettorale (tutta da scrivere, titolarità che sta in capo al Parlamento), manovra economica d’autunno (già scritta, in parte, nel Def, ma ancora tutta da mettere in sicurezza, in questo caso da parte del governo Gentiloni) ed elezione del 15esimo giudice della Corte costituzionale, sedia ormai da troppi mesi (sei) vacante, le ‘preoccupazioni’ o ‘assilli’ quotidiani e costanti di Sergio Mattarella rispetto alle questioni politiche del nostro Paese.  Il Capo dello Stato, invece, non fa trapelare alcun stato d’animo particolare, tantomeno di “preoccupazione”, per gli ultimi scossoni registrati tra il Pd di Renzi e il governo sulla legittima difesa. Il Quirinale, infatti, per prassi, non mette becco sulla bontà o meno delle leggi, specie se in itinere tra le Camere. Ne valuta solo l’aderenza ai principi costituzionali quando vengono sottoposte alla sua firma. Peraltro, Mattarella è appena partito, ieri, per un lungo tour in Argentina e Uruguay che gli farà incontrare il presidente argentino, Maurizio Macrì, e quello uruguaiano, Tabaré Vasquez, ma soprattutto la vastissima comunità italiana colà presente (3 milioni di persone).

Il guaio è che quando Mattarella, tra una settimana, tornerà in Italia, le sue fonti di preoccupazione le ritroverà intonse. A fine maggio il Capo dello Stato riceverà, a Taormina, i vertici dei Paesi del G7 e vedrà per la prima volta Trump: vorrebbe presentare l’Italia come un Paese affidabile che sta per approvare la sua Legge di Stabilità, in autunno, con un governo, quello Gentiloni, ben solido sulle sue gambe.

Sulla legge elettorale, nota con dispiacere il Colle, i partiti non riescono a mettersi d’accordo su un testo base neppure in commissione e tutti, compreso il Pd, fanno solo ‘melina’. Poi c’è l’irritazione con cui il Quirinale aveva chiesto ai presidenti di Camera e Senato di ‘accelerare’ quantomeno sulla tempistica e si è ritrovato con una calendarizzazione dal 29 maggio in poi per l’approdo nell’Aula della Camera. Un tempo troppo lasco e lungo che è stato concesso dalla presidenza della Camera nella conferenza dei capigruppo. Con altrettanta preoccupazione è vista, al Colle, una tentazione politica che serpeggia, non da ora, nel Pd di rito renziano. Quella di non fare alcuna legge elettorale nuova e di andare a votare “con quello che c’è” in vigore (Italicum modificato per la Camera e Consultellum per il Senato). Basata sul principio di buon senso che si deve sempre poter votare e supportata da pareri di costituzionalisti di area (Ceccanti), presuppone però che il governo Gentiloni possa (e debba?) fare un decreto legge per armonizzare alcune delle più evidenti discrepanze tra i due sistemi attuali e via. Ma un decreto legge in materia elettorale è visto da alcuni partiti (i 5Stelle, per dire) alla stregua di un ‘golpe’. Il Colle, per ora, si limita solo a chiedere una legge elettorale nuova che armonizzi i sistemi di entrambe le Camere.

Infine, in merito alla mancata elezione di un giudice della Consulta, posto vacante da sei mesi, quando Giuseppe Frigo, in quota centrodestra, si è dimesso (novembre 2016), Mattarella ha potuto constatare l’inerzia e il disinteresse di un Parlamento che impedisce da allora alla Suprema Corte del Paese, di cui Mattarella fu membro, di poter funzionare.

NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 7 maggio 2017 a pag. 3

Largo ai fedelissimi. Renzi rafforza il controllo sul partito: Assemblea, Direzione e Segreteria. Un’intervista a Ettore Rosato: il rapporto tra Pd e governo

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi prepara il suo discorso di investitura in vista dell’Assemblea nazionale di domenica prossima, il luogo che lo proclamerà, formalmente, nuovo segretario del Pd. Il Pd, per ora, non ha più una proposta ufficiale, sulla legge elettorale, anche se Renzi la promette “presto”, parlando ai suoi: vuol dire che domenica, in Assemblea, la specificherà. Intanto, mentre alla Camera, in Commissione Affari costituzionali, il presidente, Andrea Mazziotti di Celso, ha chiesto una settimana in più per approntare il testo base che, entro il 29 maggio, deve arrivare in aula a causa della Babele di proposte dei vari partiti, informalmente il Pd prima ha parlato ai 5Stelle proponendo loro di accordarsi su un premio alla lista per chi arriva al 37% dei voti ma, da due giorni, anche a FI e Lega (ieri il ministro Lotti ne ha parlato fitto fitto col leghista Giorgetti). In questo caso la proposta è un sistema tedesco basato sul 50% di collegi e il 50% di liste corte bloccate, con una soglia di sbarramento unica al 5% che fa già imbufalire Ap.

Sui nuovi assetti del partito, invece, i giochi sono già fatti. Innanzitutto va detto che – grazie al lavoro certosino di Lorenzo Guerini, vicesegretario uscente con Deborah Serracchiani (al loro posto ci sarà un vicesegretario unico, carica che verrà affidata al ministro Maurizio Martina) – Renzi avrà un controllo ferreo in Assemblea e in Direzione. Sui mille delegati congressuali eletti contestualmente alle tre mozioni, Renzi ne ha, in totale, 707, Orlano 212, Emiliano 88 (più tre parlamentari). Sui 700 eletti della mozione Renzi-Martina, però, ben 489 sono renziani di stretta osservanza, 92 di Area dem (la corrente del ministro Franceschini), 65 fanno capo all’area di Martina e 70 sono Giovani Turchi. Per superare la soglia magica di 501 (50,1%) serve aggiungere il gruzzolo della stragrande maggioranza che i renziani doc godono tra i cento parlamentari che, insieme ai 20 segretari regionali (tutti renziani), ai ministri, altre personalità varie, vanno a integrare i membri dell’Assemblea (totale: 1100). E così, con 510/520 delegati Renzi, al netto di Franceschini, potrà contare su una maggioranza ‘bulgara’ e assai granitica.

In ogni caso, le due mozioni alternative, quella di Orlando e di Emiliano, rifiuteranno la gestione unitaria, mentre sono più possibiliste sull’offerta – se, però, mai vi sarà – di una gestione comune degli organi di garanzia (presidente e vicepresidenti d’assemblea, presidenti organi di garanzia). Per la carica di presidente, “Matteo ci sta pensando”, dicono i suoi. Probabilmente resterà Orfini, alleato di Renzi, un’ipotesi potrebbe essere di investire Guerini, ritenuto anche dagli avversari super partes, o la Pollastrini (Orlando) oppure una personalità come Nicola Zingaretti, governatore del Lazio che si è schierato con Orlando per il congresso, ma che va predicando il ritorno all’unità del partito. La nuova segreteria, che verrà formalizzata solo dopo la Direzione di settimana prossima, sarà la sagra del renzismo. Matteo Richetti farà le veci del coordinatore e portavoce, Ricci, Carbone, Ermini e Morani resteranno al loro posto, come pure, ovviamente, il tesoriere, Francesco Bonifazi mentre Michele Anzaldi sarà responsabile Comunicazione. Figure di esperienza (Nannicini e il viceministro Bellanova) affiancheranno giovani in ascesa come Ascani (ex lettiana), Gribaudo (area Orfini) e un ex Sel area Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia in grande ascesa nell’Olimpo renziano. Ci saranno dei giovani sindaci ‘pescati’ da Renzi nei territori (Ciro Bonajuto di Ercolano, Davide Galimberti di Varese, Giuseppe Falcomatà di Reggio Calabria) mentre al delicato e cruciale settore dell’Organizzazione andrà il giovane (classe 1976) Andrea Rossi, emiliano e uomo di fiducia del governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini, oltre che ex sindaco di Casalgrande (vicino Reggio-Emilia).

NB: L’articolo è stato pubblicato a p 8-9 del Quotidiano Nazionale del 4 maggio 2017


ettore rosato

2. Intervista al capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato sul governo Gentiloni. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gentiloni è un dirigente del Pd, e questo è il governo del Pd”, dice il capogruppo alla Camera dem, Ettore Rosato, “ma il Pd deve essere di supporto, stimolo e confronto continuo rispetto all’azione del governo”. Infatti, i ‘paletti’ che Rosato pone non sono pochi e nessuno di poco conto.

Cosa chiedete al governo Gentiloni? Un cambio di passo?

“Serve continuità con quanto fatto negli anni del governo Renzi: bisogna andare avanti sul calo della pressione fiscale e sugli investimenti per creare nuova occupazione e aiutare il sociale. Politiche che hanno portato a risultati tutti positivi per il sostegno dell’occupazione e la crescita economica. Dobbiamo andare avanti su questa strada”.

Confindustria dice: ‘Nella manovrina ci sono troppe tasse’.

“La manovrina farà il suo percorso parlamentare e la esamineremo con attenzione. Ritoccare le tasse su tabacchi e giochi non è un aumento della pressione fiscale, ma solo la rimodulazione della tassazione su due settori specifici”.

Il Pd promette che nella manovra d’autunno non ci saranno nuove tasse. Ma come farete a impedire l’aumento dell’Iva?

“Sono quattro anni che non aumentiamo la pressione fiscale. Possiamo e dobbiamo continuare su questa linea. Aumentare la pressione fiscale produce più danni dei benefici che porta. Padoan sa fare il suo mestiere bene. Troveremo con lui il giusto equilibrio anche questa volta”.

E’ pensabile fare una manovra economica senza sfondare i parametri UE?

“La UE non è il nostro maestro e anche noi come Italia ne facciamo parte. Interesse comune è definire misure che applichino le regole europee con l’elasticità consentita. Questo per sostenere la ripresa economica, creare investimenti, aumentare i posti di lavoro. In ogni caso, abbiamo scritto tutto nel Def e ci atterremo a quello”.

Cosa fare su Alitalia?

“Noi siamo convinti che vada salvata dal fallimento in tutti i modi senza risorse pubbliche a fondo perduto, ma investendo tutta la forza del governo in una trattativa che consenta all’Italia di non perdere un asset industriale importante e un pezzo di economia reale del Paese”.

Dopo le primarie, le elezioni sono più lontane o più vicine?

“Non farei più calendari delle elezioni. Occupiamoci delle tante questioni di merito, a partire dalla legge elettorale”.

A proposito, si farà mai una nuova legge elettorale?

“Noi abbiamo fatto una proposta chiara, il Mattarellum. Gli altri ne hanno fatte dieci diverse. Bisogna trovare una sintesi nella consapevolezza come giustamente ha chiesto il Presidente. Ma il Pd non è autosufficiente per approvarla. Serve trovare un accordo ampio alla Camera su un testo che poi regga anche alla prova del Senato”.

I 5Stelle hanno fatto la loro proposta. Come rispondete?

“I 5Stelle sono un interlocutore poco affidabile. Ogni loro dichiarazione sul punto viene smentita sei ore dopo. In ogni caso la valuteremo, come ogni altra proposta. E faccio notare che il modo migliore per far fallire una trattativa sulla legge elettorale è quella di annunciarla sui giornali…”.

Offrirete la gestione unitaria del Pd a Orlando e Emiliano?

“Il Pd è di tutti, Renzi lo ha detto più volte. Noi vogliamo far sentire tutti a casa loro e l’offerta vale per tutti”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata su Quotidiano Nazionale il 3 maggio 2017.

Renzi ha pronta una nuova legge elettorale: premio alla lista e sbarramento al 5%, ma se ne parla dopo le primarie per presentarla

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – Roma

Altro che il mantra, da tempo ripetuto, “noi una proposta sulla legge elettorale l’abbiamo fatta, ora spetta alle opposizioni che si sono dimostrate tutte a favore del proporzionale fare una  proposta,,,”. Il Pd – quello di Matteo Renzi, si capisce – sta per depositare una nuova, e articolata, proposta per uscire dall’impasse sulla legge elettorale. Ma la data per “aprire i giochi” sull’argomento è l’8 maggio, quando Renzi sarà, così almeno spera, legittimato dal voto popolare (il 30 aprile) e sarà proclamato segretario dall’Assemblea nazionale del Pd (il 7 maggio).

Infatti, solo quella doppia consacrazione gli permetterebbe di godere di una maggioranza granitica in Assemblea e in Direzione nazionale e di fare proposte, pienamente legittimato e di nuovo segretario – non più, cioè, “libero  e semplice cittadino” come dice, modestamente, di sentirsi oggi – non solo sulla legge elettorale, ma anche in tema economico e sociale.

Tornando alla nuova proposta di legge del Pd in materia elettorale, se i principi sono sempre quei due (“garantire governabilità e rappresentanza”), le specifiche sono assai lontane dal punto di partenza, il Mattarellum. Due i punti qualificanti della proposta. Da un lato, un doppio premio di maggioranza (oggi previsto solo alla Camera grazie all’Italicum), ottenuto estendendo l’attuale soglia per raggiungerlo (40%) anche al Senato, ma si badi bene un premio da assegnare alla lista, e non alla coalizione vincente. Dall’altro, una norma ‘anti-frammentazione’. Vuol dire stabilire un’unica sbarramento, da fissare al 5%, facendo la media tra il 3% – oggi previsto, sempre dall’Italicum, alla Camera – e l’8% che il Consultellum prevede, solo al Senato, per i partiti non coalizzati.

E’ chiaro che l’interlocutore del Pd per una proposta siffatta è e può essere uno solo, Forza Italia. E se Renzi non si fida troppo di Berlusconi (“Noi siamo pronti all’accordo con lui – sospira un renziano di rango – ma lui continua a tramare, come dimostra il caso Torrisi”), è anche vero che c’è lo spauracchio dell’eliminazione dei capolista bloccati a spingere a più miti consigli il Cavaliere. Certo, nella proposta del Pd, ci sarà il premio alla lista, mentre il Cav vuole introdurre il premio alla coalizione (almeno così dice). Inoltre, il premio alla coalizione lo chiedono anche molti dei suoi avversari interni (Orlando) e dei suoi alleati (Franceschini).

Renzi, dunque, ha bisogno di essere riconsacrato leader per avanzare, ufficialmente, questa sua nuova proposta. Ma è anche convinto che la spada di Damocle dell’eliminazione dei capolista bloccati offerta su un piatto d’argento ai 5Stelle convincerà Berlusconi a scendere a più miti consigli. Infatti, senza di essi, “per FI sarebbe un dramma – nota un dirigente renziano di alto grado – perché perderebbe voti al Nord a favore dei leghisti e al Sud a favore dei democristiani mentre noi ce la caveremmo egregiamente, eleggendo tutti con le preferenze”. “Male che vada – riflette una fonte altolocata del Nazareno – vorrà dire che andremo a votare con il sistema attuale (Italicum alla Camera e Consultellum al Senato, ndr), siamo i soli cui conviene andare a votare con la legge attuale”,

In attesa della (presunta) vittoria, quella per le primarie, Renzi prepara il rush finale della sua campagna. Per scaldarsi i muscoli, ieri l’ex premier ha corso con l’amico – e sindaco di Prato – Biffoni, la locale ‘Maratonina’ (ben 21 km. e sotto il sole…). Chi lo ha visto assicura che “è dimagrito di almeno dieci chili”. Lui, via Facebook, si è limitato a commentare, entusiasta, che “la politica deve imparare dalla corsa la scelta di mettersi in gioco”. Solo le prossime settimane diranno se ci avrà visto giusto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 10 del Quotidiano Nazionale il 18 aprile 2017

Tre articoli invece di uno. Renzi sceglie l’M5S come nemico numero 1 e intanto offre un patto ai grillini: “legge elettorale ed elezioni subito”

  1. Renzi Grillo Berlusconi

    Renzi, Grillo e Berlusconi.

    Renzi sfida Casaleggio jr (“Democrazia vs dinastia”) ma i suoi offrono un patto all’M5S: “Pronti a votare il Legalicum in cambio di elezioni subito (l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale il 10 aprile 2017)

“Renzi app”, già scaricabile da ogni piattaforma (htttp://io.my/appmatteo). Piattaforma e sito web ‘Bob’ (Kennedy) per smascherare le fake news grilline. “Democrazia vs dinastia”, il mantra. L’Avversario con la ‘A’ maiuscola di Matteo Renzi sono i 5 Stelle, non i suoi competitor alla segreteria, Orlando ed Emiliano, cui propone un ‘patto tra gentiluomini’, anche se alla sua maniera: “Non potete passare i futuri quattro anni a sparare sul quartier generale” (traduzione: ‘se volete fare come Bersani&co., quella è la porta’) e pur rifiutandosi di spostare la data delle primarie solo perché Emiliano si è fatto male e non può correre (Orlando era d’accordo, i renziani sono stati irremovibili) almeno fisicamente.

Eppure, per paradosso non tanto paradossale, l’ex  premier proprio ai grillini offre, tramite i suoi ambasciatori Orfini e Guerini, un patto sulla legge elettorale che nelle parole di questi ultimi due ai 5 Stllee suona così: “Noi vogliamo votare e siamo pronti a offrirvi un patto sul vostro Legalicum (estensione dell’Italicum al Senato, ndr.) e siamo pronti a togliere i capolista bloccati, voi ci state?”. E anche se l’offerta potrebbe essere solo ‘trabocchetto’ (“Un modo per stanare i grillini, far vedere a tutti che non vogliono fare nessun accordo e poi farlo con Berlusconi”, ragiona un machiavellico renziano di alto grado, ma ben informato, specie su un punto: “Se facciamo credere a FI che siamo pronti a togliere i capolista bloccati, quelli si  mettono paura, ci cascano subito nel tranello e fanno l’accordo con noi”), l’offerta ai pentastellati sembra una cosa seria e a un buono stadio di lavorazione.

L’ex premier – che nel retropalco dell’Ergife si prende un caffè in amicizia con il premier Gentiloni – si sente già vincitore delle primarie aperte del 30 aprile, forte di consensi che – dicono i suoi – “non saranno inferiori al 55-60% dei voti”. Insomma, sarà un trionfo. Solo un tasto preoccupa i renziani, quello dell’affluenza: faranno di tutto perché la partecipazione superi bene i due milioni.

Per il resto, la Convenzione nazionale del Pd tenuta ieri all’hotel Ergife di Roma scorre via come un fiume tranquillo (le liste dei candidati collegati si chiudono oggi, solo lì sono previste frizioni). Del resto, se Orlando è quotato al 20-30% ed Emiliano all’8-15%, è anche perché tre quarti del Pd – la ‘macchina’ o la ex ‘Ditta’ – sta con Renzi. Specie nell’Italia centrale (le regioni ‘rosse’) e nel Mezzogiorno, dove la mozione Renzi stravince su tutte le altre con percentuali bulgare e dove il Pd ha ormai più tesserati che al Nord.

Orlando, però prima di Renzi, fa un discorso affatto conciliante: picchia come un fabbro su tutto, dal rapporto con gli operai (“Tu vai da Marchionne, io vado ai cancelli della Fiat”), alle riforme (“Rischiamo un riformismo senza popolo”) alla legge elettorale (“Basta a proporre il Mattarellum se tutti ci dicono di no”), etc. Il governatore pugliese, teorico candidato anti-establishment, nel Pd, s’è rotto lui il tendine, ballando la tarantella: in un videomessaggio dall’ospedale, tiene una mozioni degli affetti dai toni soporiferi – non a caso molto apprezzato da Renzi, che invece ribatte duro a Orlando – il cui spunto originale è lodare “gli elettori 5 Stelle”.

Renzi spiega i punti su cui vuole imbastire la campagna elettorale, ma quella delle Politiche, come un vero derby Pd versus M5S: “democrazia contro dinastia, scienza contro paura, lavoro al posto dell’assistenzialismo”. Pensa che i 5Stelle abbiano trovano il loro nuovo leader in Davide Casaleggio, smania all’idea di potersi confrontare con lui o con chi per lui e si dedica poco al resto del Mondo. Sul vero punto di impasse, la legge elettorale, ribadisce che “Per noi c’è il Mattarellum, al Senato c’è stato un fatto di una gravità enorme (il caso Torrisi, ndr), ora tocca al Fronte del No parlare”. Ma, appunto, Renzi – via Guerini e Orfini – parla invece ai M5S e fa sapere: “La vostra proposta sul Legalicum? Fatela, pronti a discuterne”.

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2 Renzi teme Casaleggio ma è pronto a trattare con M5S sulla legge elettorale 

(l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale l’8 aprile 2017) 

Renzi ha stravinto, ma teme l’incubo flop alle primarie aperte. Orlando ed Emiliano non si rassegnano ai risultati

Andrea Orlando

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Chi vince vince, chi perde riconosca il risultato. Punto”. Matteo Renzi – letti e riletti i dati assoluti che lo hanno visto trionfare nel primo turno della campagna congressuale – è tornato in forma smagliante. Sforna una Enews già di mattina, dove definisce il suo risultato “impressionante”, manda sms di complimenti a Guerini, che del suo 68% è stato l’artefice principale, rincuora e ringrazia gli iscritti per “la grande prova di affetto dopo quattro mesi complicati”. A sera si fa intervistare da ben due radio (Rtl 105 e Zapping su Radio 1): parla di terrorismo, governo, poi dice “basta a polemiche inutili” e sul congresso ribadisce: “la matematica non è un’opinione”. Morale, ho vinto, rassegnatevi. La verità è che, dopo aver dovuto accettare di fare il candidato ‘abscondito’, ora l’ex premier scalpita. Vuole tornare in pista e programma una serie di uscite sui media (lunedì prossimo sarà da Vespa, ospite di Porta a Porta, ma farà anche altri talk show). Senza dire del suo libro in uscita per Feltrinelli (titolo top secret pubblicazione dopo le primarie) e di quando il 9 maggio incontrerà Obama, in Italia per il salone del Cibo a Milano. Insomma, Renzi non vuole aspettare il solo striminzito confronto televisivo tra i tre candidati che si terrà su Sky il 26 aprile. I suoi sfidanti provano a provocarlo sul suo terreno, quello delle primarie aperte. Emiliano dice “tutto può succedere, il risultato è aperto”, Orlando fa un paragone ardito: “Ora stiamo facendo ancora le prove libere di Formula 1, la gara deve ancora iniziare, il primo uscirà dalle urne il 30 aprile”.

Ed è su quel giorno, sulle primarie aperte, che si addensano le nubi. Il 30 aprile, infatti, capita a metà di un mega-ponte e, ad oggi, le primarie non paiono appassionare gli italiani. Sondaggi ancora non ci sono, ma al Nazareno, un mese fa, avevano messo l’asticella a 2.200 mila-2.500 mila votanti, ora l’abbassano assai: si tengono sui 1.500 mila-2 milioni. Sotto il milione e mezzo il flop sarebbe assicurato e Renzi ne otterrebbe una vittoria di Pirro, sopra i due milioni “non sappiamo neppure noi chi, in questa fase politica caotica, andrebbe a votare”, dicono ai piani alti del Pd. Per non dire di Cuperlo che invita i bersaniani alle urne per sostenere Orlando (cosa, peraltro, vietata dallo Statuto) provocando l’ira funesta dei renziani contro “Gianni, l’agente provocatore”.

Nell’attesa Renzi e i suoi si godono i dati di una vittoria a valanga. Su 266.726 mila votanti (affluenza al 59,29%, nel 2013 votarono 295 mila iscritti, fa -30 mila), Renzi prende il 68,2% (181 mila, nel 2013 furono 133 mila), Orlando il 25,4% (68 mila, Cuperlo ne prese ben 116 mila), Emiliano il 6,3% (17 mila). I dati sono di parte renziana e ancora ieri sono stati oggetto di contestazione da parte di Orlando e anche di Emiliano. In ogni caso, la commissione congressuale li certificherà oggi per poi proclamarli il 9 aprile alla Convenzione nazionale, quando verranno anche selezionati i candidati nei collegi che sosterranno i candidati (per Renzi ci sarà un ‘listone’) alle primarie e soprattutto dopo, all’interno dell’Assemblea nazionale, che dovrà scegliere tra i due candidati arrivati primi se nessuno dovesse raggiungere la soglia del 50,1%, provocando una bolgia dantesca.

La verità è che i rapporti tra renziani e orlandiani si stanno pericolosamente guastando e ricordano sempre più da vicino i ferri corti tra renziani e bersaniani pre-scissione. Uno di solito british, l’ex veltroniano Andrea Martella, coordinatore della mozione Orlando, va giù secco: “Al Sud i capi-bastone stanno tutti con Renzi. Vincerà lui? Vedremo, ma è unfit. Perderà le amministrative, le regionali e poi le politiche. Non sarà mai più premier, che lo si sappia”. Il sottosegretario agli Esteri Amendola e il toscano Manciulli, che gli sono amici e lo ascoltano in un Transatlantico deserto, gli chiedono scherzando se “ti stai preparando anche tu a passare con Bersani…”. Poi arriva Guerini e Martella lo affronta duro, anche se Guerini, come sempre, smussa, minimizza, cheta. Ma la verità è che se Renzi vincerà largamente pure le primarie ci potrebbero essere nuovi strappi nel Pd. 

NB: L’articolo è stato pubblicato il 4 aprile 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.