NEW!!!! FIDUCIA E LEGGE ELETTORALE ‘for dummies’. Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

  1. Il Rosatellum bis alla prova dell’Aula. Il Pd chiede al governo Gentiloni di mettere la fiducia e il governo la approva. 

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO LA QUESTIONE DI FIDUCIA CHE VERRA’ APPOSTA OGGI, ALLA CAMERA DEI DEPUTATI, SULLA LEGGE ELETTORALE: SARANNO TRE SU TRE RISPETTIVI MAXIEMENDAMENTI E VERRANNO VOTATE DOMANI MERCOLEDì 11 OTTOBRE. VOTO FINALE SUL PèORVVEDIMENTO IL 12 O AL MASSIMO IL 13 OTTOBRE.

Duecento gli emendamenti presentati dalle opposizioni e almeno novanta o cento i voti segreti su cui si possono esercitare i franchi tiratori. Queste le forche caudine che dovrà affrontare, a partire da oggi pomeriggio alle ore 15, il nuovo testo sulla legge elettorale (detto, in latinorum, Rosatellum bis) nell’Aula della Camera dei Deputati. Bisogna cioè superare le colonne d’Ercole di votazioni a raffica, tutte assai insidiose: si inizia dalle pregiudiziali di costituzionalità, si passa ai vari articoli del ddl, relatore il dem Emanuele Fiano. Sulla carta, il patto ‘a 4’ (Pd-FI-Lega-Ap più molti gruppi minori) gode di margini molto ampli (460 voti) e le opposizioni dichiarate (il fronte M5S-Mdp-SI-FdI) non arrivano a 160 voti: servirebbero 150 franchi tiratori: sono tanti, certo, ma sono sempre in agguato. Senza dire del fatto che molti deputati neppure si presentano, specie dentro la maggioranza, mentre le opposizioni fanno blocco. A loro potrebbero aggiungersi tanti peones democrat e azzurri che temono di non avere la rielezione garantita e vorrebbero giocarsela in proprio con le preferenze. Dall’altra parte, e cioè con il Pd, giocheranno invece i 20 deputati di Mdp che sono vicini a Pisapia: per loro, ora, il Rosatellum è diventato un’opportunità imperdibile. 

Così, al Pd, di stretto concerto con i tre contraenti del ‘patto a 4’ (FI-Lega-Ap), hanno individuato due cavalli di Troia. Il primo è già annunciato: si tratta del famoso ‘canguro’. Usato in diverse e delicati passaggi (al Senato, per dire, solo così passò il ddl sulle unioni civili) il ‘canguro’ è un super-emendamento che ne preclude altri, simili, sullo stesso argomento. Il Pd – così ha deciso il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato – lo metterà subito in azione su due temi ad alto rischio: le preferenze e il voto disgiunto mentre non verrà usato sulle soglie di sbarramento. Ma anche se il ‘canguro’ è strumento di rara e micidiale efficacia, potrebbe non bastare. Ecco perché, alle brutte, e cioè nonostante i ‘canguri’, se la maggioranza accusasse segnali di cedimento, è pronta l’arma ‘fine di mondo’, e cioè la richiesta del Pd al governo di mettere la questione di fiducia. Qui, però, si entra in un terreno minato: il premier, Gentiloni, recalcitra (“Non vuole passare alla storia come un uomo politico divisivo”, dicono al Pd), il Colle osserva in silenzio, ma si dice che non sarebbe contrario, e persino Renzi, che pure la mise sull’Italicum, ora vorrebbe evitare un’altra forzatura. Ma entrambi Renzi e Mattarella vogliono incassare la legge elettorale, anche se per diversi motivi, prima delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre.  Infine, FI e Lega non potrebbero certo votare la fiducia, anche se si asterrebbero per farla passare. In ogni caso, resterebbe in bilico il voto finale che sicuramente sarà a scrutinio segreto. Morale: a partire da oggi, i fuochi di artificio. Dibattito e scontri al fulmicotone in Aula, ostruzionismo delle opposizioni, voti segreti, ‘canguri’ e, alla fine, forse, il voto di fiducia sulla legge elettorale. Che alla fine è arrivato… 

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale 


2. Cos’è e come funziona il Rosatellum. Legge elettorale for dummies

Questo artico è stato pubblicato, in forma ridotta, il 10 ottobre sul sito @Quotidiano.net 

( Qui l’articolo su come funziona il Rosatellum o leggibile all’indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un argomento  ostico da sempre anche per gli addetti ai lavori: la legge elettorale. Detto in altre parole, eccovi una legge elettorale ‘for dummies’… Il che non vuol dire che l’autore del presente articolo vi considera degli idioti o degli ignoranti, ma solo che la materia che tratta fa impazzire e perdere la testa anche ai costituzionalisti.

  • L’Italia sta per avere una nuova legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis” ha superato l’esame della prima commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati dopo oltre 20 ore di dibattito e di votazioni su ogni emendamento. Ma il cammino della nuova legge elettorale è solo appena iniziato. Martedì 10 ottobre, nell’Aula della Camera, inizieranno i voti sul nuovo testo presentato dal Pd (relatore Emanuele Fiano) e che ha ricevuto i voti di altri tre partiti (Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare) e di alcuni gruppi parlamentari minori (CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc) e la ferma opposizione di altri partiti (M5S, Mdp, SI, Fd’Italia). Solo il voto dell’Aula – dove non mancheranno di farsi sentire i cosiddetti ‘franchi tiratori’ (deputati che, nel segreto dell’urna, cambiano il loro voto rispetto all’indicazione data dal loro gruppo e che potranno esercitarsi nei ben 90 voti segreti già previsti) – dirà se il Rosatellum passerà l’esame. Poi, in ogni caso, ci sarà l’esame del Senato, dove potranno essere apportate modifiche (in quel caso la legge ritornerebbe alla Camera per confermarle o no), e solo alla fine della classica ‘navetta’ parlamentare (Camera e Senato devono, su ogni legge, varare un testo identico!) sapremo se il Rosatellum diventerà legge dello Stato. Allora potrà essere firmata dal Capo dello Stato e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Fino ad allora, meglio tenersi cauti. Non fosse perché, alla Camera (ma non – attenzione! – al Senato, dove, in base al diverso Regolamento di quella Camera i voti segreti in materia di legge elettorale non sono ammessi) sono possibili i voti segreti che potrebbero far cadere, come è già successo, anche questo tentativo di dotare il nostro Paese di una nuova e coerente legge elettorale. Infine, il governo – anche se lo ha più volte smentito – potrebbe porre la questione di fiducia, sulla legge elettorale (i regolamenti di Camera e Senato non lo vietano: il governo Renzi la mise, per dire, sull’Italicum), ma anche in questo caso il voto sul testo finale del provvedimento può essere, ove richiesto da 20 deputati, a scrutinio segreto. Non resta da fare altro, dunque, che aspettare.

  • Perché ‘Rosatellum’? E soprattutto perché ‘bis’?

Questa domanda ha una risposta semplice. Nella mania, tutta italiana, di dare nomi latini o latineggianti alle leggi elettorali (come fu per il Mattarellum, nome scovato dal politologo Sartori, per il Porcellum, nome che si auto affibbiò l’estensore di quella legge, Roberto Calderoli, o per l’Italicum, nome scovato da Renzi, Consultellum per le due leggi derivate da sentenze della Consulta) anche questa legge ‘latineggia’. Rosatellum viene dal cognome del capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, che ha ideato il sistema, ma avendoci già provato a giugno (tentativo fallito e naufragato, appunto, nell’Aula della Camera al primo voto segreto, quando la sua proposta di legge veniva anche chiamata Tedeschllum), ora i cronisti hanno ribattezzato questa legge un ‘Rosatellum bis’, nel senso che il povero Rosato è la seconda volta che ci riprova…

  • Un po’ di storia e qualche riferimento obbligatorio…

Evitiamo, invece, qui di dare spiegazioni sui sistemi elettorali in generale (insomma, ragazzi, arrangiatevi! E ripassate la materia!) e cioè su come funzionano i sistemi elettorali, quanti e quali sono e come trasformare, dal punto di vista tecnico, i voti in seggi… Vi basterà sapere che i sistemi elettorali si dividono in due categorie (maggioritari e proporzionali), che vi può essere un mix delle due categorie con una dose maggiore o minore dell’una o dell’altra, che, ovviamente, i sistemi elettorali sono strettamente collegati al sistema istituzionale del singolo Paese in cui vengono adottati  (presidenziale Usa e FR, del primo ministro GB, proporzionale) e che i metodi tecnici con cui ogni sistema elettorale trasforma, appunto, i voti in seggi (collegi maggioritari uninominali, collegi maggioritari o proporzionali plurinominali, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, candidature, metodi di calcolo di quozienti) divergono di volta in volta, quindi è davvero inutile annoiarvi!!! Infine, non vorremmo appesantirvi con una noiosa digressione su quali e quanti sistemi elettorali ha conosciuto l’Italia dalla sua nascita come nazione (1861) ad oggi (in ogni caso sono più di dieci! invece le democrazie anglosassoni hanno lo stesso identico sistema elettorale da metà’ 800 e le democrazie europee dal ’900!) ma, in ogni caso, giusto per essere un po’ pedanti ugualmente sappiate che l’Italia ha votato con questi seguenti sistemi: 1) maggioritari uninominali, sulla base di censo e istruzione, quando non c’è il suffragio universale, cioè dal 1861 al 1912; 2) sistema proporzionale a suffragio universale maschile dal 1919 al 1922; sistema maggioritario  con premio di maggioranza (legge Acerbo) nel 1924; 3) dittatura fascista, sospensione di ogni sistema di voto e solo plebisciti dal 1929 al 1939; 4) sistema proporzionale puro, a suffragio universale pieno dal 1946 al 1948; 5) cd. ‘legge truffa’ (sistema proporzionale con premio di maggioranza) nel 1953; sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento all’1% dal 1958 al 1992; 6) sistema maggioritario uninominale a un turno dal 1994 al 2001 con recupero proporzionale (il famoso Mattarellum, dal nome dell’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella); sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza alla prima lista o coalizione senza soglia di accesso e diverse soglie di sbarramento (il Porcellum di Roberto Calderoli) dal 2006 al 2013. Fine. Infatti, sia l’Italicum, diventato legge dello Stato nel 2015, sistema proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio, ma valido per la sola Camera dei Deputati, dichiarato in parte incostituzionale dalla Consulta nel 2016, sia il Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con le preferenze e diverse soglie di sbarramento in vigore per il Senato dopo che la Consulta bocciò diverse parti del Porcellum nel 2015) non sono mai entrati, almeno fino ad ora, in vigore. Vuol dire che, finora, con nessuno di questi due sistemi si è mai votato in Italia.

  • Ma che cos’è, in buona sostanza, il Rosatellum bis?!

Il Rosatellum è una sorta di Mattarellum ‘rovesciato’, cioè un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti.

In pratica, si tratta, dal punto di vista politologico, di un sistema elettorale ‘misto’ (una quota di maggioritario a turno unico e una quota di proporzionale) in cui l’assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 116 (109 piu i 6 del Trentino e Valle d’Aosta) seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica, di tradizione anglosassone, del first past the post (il primo prende tutto). L’assegnazione dei restanti seggi (399 seggi alla Camera e 199 al Senato, compresi i seggi all’Estero, rispettivamente 12 alla Camera e 6 al Senato, quindi in realtà si tratta di attribuire 386 seggi alla Camera e 193 al Senato) avviene con un metodo perfettamente proporzionale (metodo dei quozienti interi e dei più alti resti) nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una ogni regione, e 28 per la Camera. Il numero dei collegi per ogni circoscrizione sarà di 65 e toccherà al governo definirli con una delega.

La soglia di sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (al 20% nelle regioni che tutelano le minoranze linguistiche). Ci sarà un’unica scheda e non è concessa la possibilità del voto disgiunto. C’è una norma di genere (60-40) e la possibilità di presentare fino a un massimo di cinque pluri-candidature nei listini proporzionali. Niente obbligo di raccolta delle firme per i partiti (cioè i gruppi) presenti in Parlamento al 31 aprile 2017 mentre per tutti gli altri partiti o gruppi le firme da raccogliere sono solo 750 a collegio. Ci sarà un tagliando anti-frode per garantirsi da possibili irregolarità e, udite udite, una scheda con tanto di ‘istruzioni per l’uso’.

Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, ma solo quello del ‘capo della forza politica’ né obbligo per la coalizione stessa di presentare un programma comune (ma non è vietato!).

  • Tenetevi forte! I ‘tecnicismi’ della legge elettorale.

Il lettore, già con il mal di testa, potrebbe anche fermarsi qui…, ma ogni legge elettorale è frutto di una (lunga e faticosa) serie di tecnicismi, calcoli e norme specifiche che la contraddistinguono. Per chi, dunque, avesse ancora la pazienza di voler proseguire nella lettura, ecco i principali ‘tecnicismi’ della legge elettorale…

UNA SCHEDA, UN VOTO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di dare il famoso voto disgiunto), con il Rosatellum 2.0 ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Sembra facile, vero?! Aspettate un po’ prima di dirlo!

METODI DI VOTO. Qui le cose si complicano perché sono tre. Uno. Se l’elettore vota il contrassegno di una lista il voto è attribuito automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale. Come già detto, nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Due. Se l’elettore vota solo per il candidato del collegio uninominale e barra una delle liste dei partiti che lo sostengono il voto è valido (è il cd. ‘doppio voto’). Tre. Se l’elettore vota soltanto per il candidato del collegio uninominale, senza indicare alcuna preferenza per una delle liste che lo sostengono, il suo voto si ‘spalma’, in modo proporzionale, a tutte le liste a lui collegate o, in caso sostenuto da una sola lista, a quella stessa che lo sostiene.

SOGLIE DI SBARRAMENTO. Per accedere in Parlamento è fissata una soglia d’ingresso del 3% al Senato come alla Camera. La soglia per le coalizioni sale al 10%, sempre su base nazionale, ma se una coalizione non raggiunge il 10% dei voti, i voti dei partiti che hanno raggiunto il 3% come liste valgono lo stesso!. ‘Ma’ …  I voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione. Sotto la soglia dell’1%, invece, i voti dati a quella lista vanno dispersi, cioè non vengono attribuiti a nessuno. Per i collegi plurinominali dove vigono norme specifiche per le minoranze linguistiche (Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta) la soglia di sbarramento è al 20%.

NIENTE VOTO DISGIUNTO. In buona sostanza, non puoi votare il candidato nel collegio appoggiato dalla lista o dalla coalizione del partito dei ‘Gialli’ e, poi, scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei ‘Neri’, ove questo, naturalmente non faccia parte del partito/coalizione dei ‘Gialli’. Chiaro, no?!

SCORPORO E ‘BARBATRUCCO’… E’ vietato anche lo scorporo, che era invece possibile nel Mattarellum, ma… c’è un piccolo ‘barbatrucco’, per gli amanti del genere: dato che i voti degli elettori che barrano il nome del solo candidato del collegio uninominale vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio, anche se l’elettore non ha espresso alcuna preferenza per nessun partito, i partiti che hanno superato il 3% dei voti si ‘pappano’ anche i voti delle liste o partiti che non solo non hanno superato il 3% ma neppure l’1% dei voti! L’hanno chiamata, in commissione Affari costituzionali, la norma ‘8xmille’ perché, come si sa, chi non sceglie come destinare il suo 8xmille finisce nel cd. ‘inoptato’ che va, in ogni caso, allo Stato. In questo caso, con tale norma, ci guadagnano i partiti maggiori!

LE COALIZIONI I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale per più liste. Le dichiarazioni di collegamento devono essere reciproche tra le liste che compongono la coalizione. I partiti o le coalizioni di liste devono depositare, insieme al deposito del contrassegno elettorale, un programma con l’indicazione del capo della forza politica. Morale: se voti FI voti per Berlusconi ‘capo’, se voti Pd c’è Renzi, per la Lega Salvini, per i 5Stelle Di Maio e via di questo passo. Inoltre, va detto che anche quando il ‘capo della coalizione’ era indicato espressamente, come nel Porcellum, la Costituzione dice che a conferire l’incarico di presidente del Consiglio è il Capo dello Stato il quale può scegliere, come ha fatto spesso in passato, personalità diverse dal capo di una coalizione per mille ragioni. Una su tutte: il governo deve avere una maggioranza parlamentare e, se non la raggiunge, cioè se non ottiene la fiducia delle Camere, non c’è santo che tiene: anche se ha vinto le elezioni, presto cadrà. Inoltre, se è vero che è possibile costituire delle coalizioni saranno ‘mini’ (tranne, forse, quella del centrodestra tra FI, Lega, FdI e altri partiti minori): vi dovete dimenticare cioè le ‘grandi coalizioni’ del passato (Casa delle Libertà per il centrodestra, Ulivo prima e Unione poi per il centrosinistra) perché, al massimo, il Pd avrà due o tre alleati alla sua sinistra e alla sua destra, ma saranno piccoli, e i Cinquestelle non si alleano con nessuno! Infine, dimenticatevi anche le coalizioni a geometria variabile (e questo è un bene): nel 1994 Berlusconi si alleò con la Lega al Nord (Polo delle Libertà) e con An al Sud (Polo del Buongoverno): ora è impossibile perché le coalizioni dovranno essere fatte per forza sul piano nazionale.  Infine, la retorica demagogica di chi dice ‘voglio conoscere la sera del voto chi governerà’ è sempre stata falsa (l’Italia è, come prevede la Costituzione, una Repubblica parlamentare in cui i governi nascono e muoiono in Parlamento che dà loro la fiducia), ma lo è a maggior ragione ora. Se un partito o una coalizione non supera, abbondantemente, il 40% dei voti non otterrà mai il 51% dei seggi, nelle due Camere, per riuscire a governare da solo! Ergo, i partiti dovranno fare accordi tra di loro in Parlamento, per formare un governo, e questi accordi potranno essere ‘trasversali’ (Pd-FI-centristi o Lega-M5S-altri, per dire) e rompere le coalizioni e i patti stipulati precedentemente (e per finta) davanti agli elettori.

CIRCOSCRIZIONI. Saranno 20 le circoscrizioni per il Senato, una per ogni regione, mentre saranno 28 quelle della Camera. Perché sono importanti? Perché, anche se la soglia di sbarramento per ogni lista o coalizione, è determinata a livello nazionale, per determinare gli eletti si ‘scende’ prima nelle circoscrizioni e poi, ancora, ci si ramifica nei collegi uninominali per la parte maggioritaria e nei collegi plurinominali per il proporzionale. Le circoscrizioni, inoltre, sono molto importanti per definire il ‘recupero’ dei resti: infatti, anche il sistema più proporzionale che si possa immaginare presenta, sempre, dei ‘resti’ da attribuire. Si tratta di un ‘quoziente’ che stabilisce la cifra degli eletti e la cifra nazionale di ogni partito. Nella nuova legge elettorale verrà usato il metodo del ‘quoziente intero e dei più alti resti’ (nella Prima Repubblica si usava il metodo d’Hare, c’è anche quello ‘d’Hondt’) ma non stiamo neanche a spiegarvelo! E’ un puro calcolo tecnico, matematico: distribuisce in modo il più proporzionale possibile i seggi ai vari partiti e, francamente, è davvero roba per malati…

COLLEGI UNINOMINALI: si tratta di 231 collegi, pari al 36% dei seggi della Camera, per i deputati, e 109 (36%) per il Senato. In realtà, però questo conto è un po’ farlocco: infatti, nei 231 collegi uninominali della Camera sono contati anche i 6 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno in Valle d’Aosta, dove i seggi li vincono sempre le rispettive minoranze linguistiche, quindi i collegi della Camera sono in realtà 225. Stesso ragionamento per il Senato: i 109 collegi uninominali sono in realtà 116 ‘al netto’ dei sei del Trentino e di uno in Valle d’Aosta, il che vuol dire che, appunto, i collegi sono solo 109. I partiti si possono coalizzare per sostenere un comune candidato nell’ambito di ogni collegio uninominale mentre corrono da soli nell’ambito dei collegi plurinominali, e cioè per la parte proporzionale.

Risulta eletto il primo candidato di un partito, lista o coalizione di liste che prende un voto in più di tutti gli altri in ogni collegio uninominale. Si tratta, cioè di un sistema uninominale maggioritario secco all’inglese. Non sono ammessi ripescaggi, non ci sono soglie di sbarramento, possibilità di voto disgiunto, voto di scorporo, preferenze, etc. Se il candidato del collegio muore o rinuncia al seggio si ripete l’elezione. Ci si può candidare in un collegio uninominale e in 5 collegi plurinominali. L’alternanza di genere è garantita in proporzione del 60/40 per ogni genere ma al Senato deve essere garantita su base regionale.

COLLEGI PLURINOMINALI: Come risulterà facile capire da un rapido calcolo, se i seggi della Camera sono 630 e quelli del Senato 315 (oggi, al Senato, siedono 320 senatori ma perché in cinque sono senatori ‘a vita’ nominati per alti meriti dal Capo dello Stato) ne mancano parecchi per arrivare a fare ‘la somma del totale’, come direbbe Totò. Quanti sono e come verranno eletti i parlamentari?

Alla Camera ‘restano’ da eleggere 399 deputati nei collegi plurinominali, ma 12 continuano ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere con metodo rigidamente proporzionale. Restano dunque in 386 i deputati da eleggere sempre con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, restano da eleggere, tolti i 109 collegi uninominali (116 in realtà perché sono compresi i 6 del Trentino e uno in Val d’Aosta), 199 senatori, ma di questi sono sei gli eletti all’Estero, quindi ne restano 193 di senatori da eleggere nei collegi plurinominali. Da ricordare che il Molise elegge sempre e soltanto un senatore.

I candidati che si presentano nei collegi plurinominali, collegi divisi a livello più grande in 28 circoscrizioni della Camera e 20 del Senato, vengono eletti con un metodo che trasforma in voti in seggi in modo rigidamente proporzionale (metodo detto del quoziente interno e dei più alti resti) su base nazionale, con una soglia di sbarramento nazionale fissata, sia per la Camera che per il Senato, al 3% (al 10% per le coalizioni, al 20% per i collegi dove sono presenti minoranze linguistiche). I voti ai candidati dei collegi plurinominali contribuiscono ad aumentare i voti di ogni coalizione solo e soltanto se compresi tra l’1% e il 3% in partiti facenti parte della rispettiva coalizione mentre sotto l’1% quei voti vanno dispersi. I candidati dei collegi plurinominali sono scelti, all’interno di ogni lista, sulla base di liste bloccate corte composte da un minimo di due a un massimo di 4 nomi. A parità di voti è eletto il candidato più giovane. Sono vietate le preferenze, il voto disgiunto, lo scorporo tra maggioritario e proporzionale. La norma di genere (40/60) assicura che nessun genere possa superare l’altro nella composizione delle liste. Le pluricandidature sono ammesse fino a cinque, oltre a quella in un collegio maggioritario uninominale. Se un candidato viene eletto in più collegi plurinominali dovrà optare per quello dove ha preso meno voti e, al suo posto, scatterà il secondo classificato del suo partito in lista, sempre sulla base del collegio plurinominale di riferimento, ma privilegiando quello che ha preso meno voti in assoluto, non il contrario.

DELEGA AL GOVERNO E ASSEGNAZIONE DEI SEGGI. La legge delega il governo a definire questi collegi plurinominali: saranno circa 65 e dall’approvazione della legge il governo ha 30 giorni di tempo per disegnarli. Il problema, però qui, si fa ostico. Infatti, mentre capire come avviene l’assegnazione del vincitore nel collegio uninominale è molto facile (il primo che arriva vince!), nei collegi plurinominali il percorso è più macchinoso. In buona sostanza è questo: per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 % mentre un partito che supera la soglia del 3% ottiene i seggi corrispettivi anche se la coalizione di cui fa parte non ha superato il 10%. Sotto la soglia dell’1% nessun partito ha diritto ad avere seggi mentre tra l’1% e il 3% non ne ottiene ma contribuisce ad arricchire quelli della coalizione di chi fa parte. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale la vittoria nel collegio uninominale. Al candidato in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sarà eletto il candidato più giovane. Ci avete capito qualcosa? Tranquilli, anche noi facciamo fatica…

LISTINI E PLURICANDIDATURE Nei collegi plurinominali, dove vale il proporzionale, e dunque solo in quelli, sono previsti dei ‘listini’ molto corti, dai 2 ai 4 candidati al massimo. Quanto alle pluri-candidature, saranno possibili ma limitate (massimo 5), sempre nei collegi plurinominali. Nessuno può essere candidato in piuù di un collegio uninominale, a pena di nullità, ma è consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali fino a un massimo di cinque (già detto!).

E I FAMOSI COLLEGI DEL TRENTINO ALTO-ADIGE?! Il testo della nuova legge rimane ancorato, né poteva essere altrimenti, al testo del Tedeschellum come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno scorso quando il Tedeschellum, allora in votazione, naufragò proprio su questo emendamento: sei collegi uninominali e cinque proporzionali, alla Camera, altri sei e due al Senato. Non potrebbe essere altrimenti: i seggi del Trentino godono, infatti, di una riserva ‘costituzionale’: tanti sono e tanti devono essere in qualsiasi legge elettorale venga approvata dalle Camere! Così è.

QUOTE DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una “quota di genere”, un modo gentile per dire che bisogna rispettare, come prevedono diverse leggi italiane ed europee, una proporzione non discriminante verso le donne, il caro vecchio “sesso debole” nella compilazione delle liste elettorali, pena la loro non validità ed esclusione dalle elezioni. Per il Rosatellum la proporzione è di 60%-40%. Infatti sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le future senatrici, però, avranno più chance delle future deputate: il testo dispone che la ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell’uninominale che nel proporzionale, venga rispettata a livello regionale e non nazionale.

TOT FIRME, TOT LISTE. E’stato dimezzato, rispetto al testo originario, il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni politiche che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo parlamentare costituito alla data del 15 aprile 2017 (la data originaria era il 31 dicembre 2016, ma Mdp sarebbe rimasta fuori dal novero e pure il Pd gli ha fatto il regalo). Il numero di firme da raccogliere passa da 1.500-2.000 a sole 750, ma attenzione la deroga sarà valida solo per le prossime politiche! Per i partiti presenti in Parlamento sotto forma di gruppi costituiti (anche quelli minuscoli, sottogruppi, nati per microscissioni…) non sarà invece necessario, come già detto, raccogliere le firme.

AVVOCATO, MI CERTIFICA? Per le prossime elezioni, e solo queste, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste.

  • E’ finita? Neanche per idea! Alcune cose divertenti…

Se siete arrivati a leggere fin qui vuol dire che avete preso discrete dosi di citrosodina e bicarbonato, oltre a un po’ di sana nevralgina, per curare il mal di stomaco e il mal di testa! I nostri novelli ‘padri costituenti’ hanno pensato (e hanno fatto) bene ad aiutare il povero elettore a non impazzire, nei seggi. Infatti, tra rischi di contestazioni dei voti e delle schede elettorali e rischio di lunghe code davanti alle cabine elettorali, il rischio caos (e il rischio figuraccia) sarebbe davvero vicino. Ecco dunque alcune novità, davvero mai sperimentate prima!

LA SCHEDA CON LE ISTRUZIONI ‘PER L’USO’… La scheda è unica (ma attenzione in realtà saranno due! Perché una vale per eleggere i deputati alla Camera e una per eleggere i senatori al Senato!), ma conterrà anche, e per la prima volta nella storia repubblicana, delle “istruzioni per  l’uso” che serviranno a informare gli elettori su come devono… votare! Nel frontespizio della scheda, infatti, verrà spiegato come si vota…

IL TAGLIANDO “ANTI-FRODE” La scheda sarà dotata di apposito tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo, che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è di evitare brogli e scambi tra schede bianche e schede pre-stampate.

MA IL SUO PARTITO ‘TRASPARE’? Sono state inserite, nel Rosatellum bis, diverse norme di cosiddetta ‘trasparenza’. Prevedono che i partiti, i movimenti e gruppi politici organizzati che si presentano alle elezioni debbano avare uno Statuto. Chi ne è o ne sarà sprovvisto (come nel caso dell’M5S, tanto per dire) potrà presentare liste elettorali solo indicando elementi minimi di trasparenza come questi tre: il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Tutto il materiale sarà pubblicato online sul sito del ministero dell’Interno, insieme al programma elettorale di ogni partito o coalizione e al nome del capo della forza politica di ogni lista o partito. Si badi bene: capo di forza politica, non della coalizione!

Siete arrivati alla fine di questo lungo, troppo lungo, testo sulla legge elettorale?! Beh, allora siete pronti: potete andare a votare! Sempre che, si capisce, il Rosatellum bis diventerà mai legge!!! Ps. L’autore di questo articolo sarà felice di offrire un buon caffè a chiunque gli segnali possibili errori, dimenticanze, sviste etc.

NB: L’articolo, in forma meno lunga, è stato pubblicato sul sito di @Quotidiano.net

 

Annunci

Due pezzi facili. Renzi alla Direzione del Pd ‘apre’ a sinistra. La legge elettorale dalla commissione ora è alla prova dell’Aula

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Pubblico qui i due articoli scritti negli ultimi due giorni per Quotidiano Nazionale

  1. Renzi  in modalità “pace col mondo” apre alla coalizione di centrosinistra: “Gli ex dem non sono i nostri avversari”, ma il vero obiettivo è agganciare Pisapia. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sarà stato il disgelo, con tanto di cordiale telefonata, con Prodi. Sarà stata la goduria di assistere alle liti, stile sfida all’Ok Corral, tra Pisapia e Bersani, oltre che, ovviamente, con D’Alema. Sarà stata la tregua interna che i big dem, da Franceschini a Orlando, gli hanno garantito da qui in avanti, in sostanza fino alle elezioni, anche perché – pare – assai rassicurati sui posti in lista per i loro. Saranno stati i consigli degli ex democristiani di destra (Guerini) e di sinistra (Richetti) che gli hanno tenuto testa per mesi a forza di dirgli, e a convincerlo, che “Matteo devi allargare, includere”. Certo è che Matteo Renzi, dopo la “fase zen”, già nota, è entrato in una modalità ancora più ambiziosa, quella da “pace col mondo”. La Direzione di ieri, convocata per discutere della legge elettorale, ne è stata la plastica rappresentazione. Lunga e serena relazione, nessun dibattito, nessuna contrapposizione, voto finale unanime.

La prima sorpresa contenuta nell’introduzione del segretario dem – che parla davanti al premier Gentiloni e al ministro Minniti – è, naturalmente, quella della sua ‘apertura’ a quanto c’è a sinistra del Pd: Premesso che “l’obiettivo è sconfiggere i populisti (M5S, Lega), oggi in difficoltà”, Renzi pronuncia una frase che non direbbe neppure sotto tortura: “I nostri avversari alle elezioni non sono quelli che sono andati via di qui”, e parla degli scissionisti (Mdp). Non vuole né cerca, ovviamente, un’alleanza con loro – anzi: se ne guarda bene anche solo dal pensarla – ma per la prima volta non li bastona (tranne per una frase en passant rivolta all’indirizzo di Bersani: per spiegare tutte le giravolte di quelli che stavano nel Pd sulla legge elettorale “ci vorrebbe la moviola”)

Il ‘merito’ del ‘nuovo corso’ sta tutto nella nuova legge elettorale che si profila se il patto ‘a quattro’ (Pd-Lega-FI-Ap) terrà in Aula. “Il Rosatellum – spiega Renzi – ha alcuni elementi di forza, perché chiama a una coalizione, e un dato di fatto: uno strumento che fa del Pd il baricentro per una coalizione più ampia del solo Pd”. Il che, peraltro, vuol dire che Renzi avalla (e invita) a costruire liste in coalizione con il Pd: i centristi cattolici, da Alfano a Dellai, i radicali laici, da Della Vedova a Bonino, e la sinistra progressista, dai sindaci a Pisapia. Renzi non lo nomina, ma aspetta, paziente, che arrivi e in area Pisapia già sottolineano “il cambio di passo”. In realtà, il messaggio sotteso del leader dem è un po’ più sottile: se passa il Rosatellum, facciamo facciamo le coalizioni perché servono per vincere, altrimenti andiamo con il Consultellum, io faccio il listone Pd “e mi candido al Senato con le preferenze”., il che vorrebbe dire, però, tornare a quella ‘vocazione maggioritaria’ che l’ex premier ha sempre perseguito e che, per ora, è finita in soffitta. Perché, come dice Renzi con un latinismo, anche questo insolito, “o passa il Rosatellum o c’è il Consultellum, tertium non datur”. Motivo, però, quello di dare fiato e corpo alla possibilità che la nuova legge passi, per cui balena, di nuovo, nel Pd, l’ipotesi della fiducia ‘tecnica’ sul Rosatellum: il Colle non gradirebbe affatto, Gentiloni recalcitra, ma all’ultimo momento, in Aula, potrebbe essere messa perché – avverte Rosato – “dobbiamo stare attenti ai voti segreti”.

Poi  Renzi manda a dire ai suoi oppositori interni che: “Siamo al rush finale, il tempo che ci separa dalle elezioni è di settimane”; quindi “basta litigi, dobbiamo giocare tutti insieme, fare squadra”. Renzi non cita mai lo ius soli, lasciando di fatto capire che spazio per far passare quella legge non ce n’è, specie a fine legislatura. Eppure, al Nazareno, c’è chi non dispera che, dopo aver chiuso la legge di Stabilità,“si possa aprire uno spazio per portarla a casa”.

Renzi, infine, ringrazia di cuore Orlando per aver detto che non intende metterne in discussione la leadership in caso di sconfitta in Sicilia, e Orlando apprezza e neppure Cuperlo parla in dissenso.  Franceschini resta in silenzio, annuisce più volte mentre Renzi parla e a chi gli chiede conto sorride: “sono naturalmente d’accordo con la relazione del segretario”. Ieri, al Pd, era proprio il giorno del volemose bene.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 4 del Quotidiano Nazionale il 7 ottobre 2017


ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

2. Il Rosatellum va in Aula tra lo spettro franchi tiratori e la tentazione della fiducia

Ettore Maria Colombo – ROMA

La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al Rosatellum 2.0 (o bis che dir si voglia…), ma nessuno dei leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano) dei partiti che hanno sottoscritto il ‘patto a quattro’ (Pd-FI-Lega-Ap) per dargli vita può tirare un sospiro di sollievo. Infatti, che dentro la commissione il patto avrebbe retto nessuno lo metteva in dubbio: il voto, dentro la commissione, è palese. Ma quando la nuova legge elettorale, il cui relatore Emanuele Fiano (Pd) ha passato giorni e notti insonne, approderà nell’Aula di Montecitorio, martedì 10 ottobre, può succedere di tutto. L’incognita è quella dei franchi tiratori: non vedono l’ora di affossare questa legge elettorale come già hanno fatto, a giugno, con il Rosatellum 1.0, allora anche detto Tedeschellum, quando una maggioranza ben più ampia dell’attuale crollò al primo voto.

I voti segreti, stavolta, si prevede saranno almeno una novantina e, se passassero, causerebbero l’immediato affossamento della legge: riguardano alcuni punti ‘caldi’ del Rosatellum (preferenze, voto disgiunto, soglie di sbarramento) su cui si fonda il patto a quattro. Per dire, ripristinare le preferenze, uno dei primi punti all’ordine del giorno del voto di martedì, una volta votate le pregiudiziali di costituzionalità, farebbe saltare l’accordo con Forza Italia. Il voto disgiunto aprirebbe invece molti problemi nel Pd di Renzi perché favorirebbe, di fatto, il voto per gli odiati scissionisti di Mdp.

Ma quanti franchi tiratori servono per affossare il Rosatellum? Sulla carta, è blindato. I favorevoli hanno ben 455 voti: ai quattro partiti citati vanno infatti sommati diversi gruppi minori (Ala-Sc, Civici, Popolari-Cd, Psi, Svp, Udc, etc.) mentre, sempre sulla carta, il fronte delle opposizioni (M5S-Mdp-SI-FdI) che giudica il Rosatellum “pessimo” e “inaccettabile”, arriva appena a 165 voti. Eppure, come spiega un verdiniano esperto di numeri e di conti, Ignazio Abrignani, “basta che, nel voto segreto, si spostino in 150 ed ecco che le proporzioni cambiano: 350 a favore, 300 contro. A quel punto ogni voto diventerebbe un calvario e può saltare tutto”. Inoltre, va detto che, non solo dentro Forza Italia, specie al Sud, ma anche dentro Ap (e, ovviamente, nel Pd), i peones ribollono.

Al di là del tenere le dita incrociate, dunque, e lanciare appelli, come quello di Ettore Rosato (“Il Parlamento sia responsabile”), continua perciò ad aleggiare l’ipotesi che il Pd chieda un ‘aiutino’ al governo Gentiloni e ricorra alla fiducia. Ma anche questa mossa, indigeribile per le opposizioni (Mdp già annuncia che “se verrà messa porteremo gli italiani in piazza”), non blinderebbe totalmente, il Rosatellum 2.0. Infatti, i problemi sarebbero tre: uno, Gentiloni non vuole metterla, due l’idea della fiducia al Colle non piace né poco né punto e, tre, FI e Lega avrebbero molte difficoltà a votare la fiducia, anche se fosse ‘tecnica’. L’ultima controindicazione a questa mossa rappresenterebbe un vero caso capace di far esplodere il Parlamento: nonostante la fiducia, infatti, il voto finale sul provvedimento può restare, grazie al super garantista regolamento di Montecitorio, in ogni caso segreto. E ‘andare sotto’, nonostante la fiducia, sarebbe davvero letale. Ecco perché sia Rosato che Fiano garantiscono e spergiurano davanti a tutti quelli che glielo chiedono “di un voto di fiducia non abbiamo mai neanche parlato”.

NB: Articolo pubblicato l’8 ottobre 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.

Il Rosatellum, per ora, va (in commissione), ma i rischi in vista dell’Aula restano. Tira aria di fiducia ‘tecnica’ sulla legge elettorale

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Chi ama il parlamentarismo e lo vuole difendere”, s’inalbera il deputato di Mdp Alfredo d’Attorre quando gli chiedono di tagliare corto il suo intervento (e non è il primo) che va avanti da oltre mezz’ora, “capisce che questo non è il momento della sintesi!”. Paradosso vuole, però, che sia solo il prode soldato D’Attorre (ieri lasciato, in diretta radio e social, dalla bella fidanzata, Sara Manfuso, ahi lui, che pare aspiri a un seggio ma nel Pd, ari-hai lui) a fare un tosto e plateale ostruzionismo alla nuova legge elettorale, il Rosatellum bis, che si va materializzando a colpi di (pochi, per ora) voti nella commissione Affari costituzionali della Camera. Infatti, i 5Stelle, che urlano ogni giorno contro l’Anti5Stellum, o Imbrogliellum, non lo fanno (contrari pure Fd’I e SI): si limitano a farsi bocciare il sistema tedesco che morì a giugno e a proporre alcuni emendamenti “qualificanti”. Mdp, invece, ha dichiarato guerra ad alzo zero, e non solo al Pd. Infatti, sempre D’Attorre tuona: “Si è formata una maggioranza alternativa che spacca quella di governo per colpire e isolare Mdp”. I demoprogressisti hanno perciò adottato la tattica del vietcong nelle paludi del Mekong: rallenta l’avanzata dell’esercito nemico se non si riesci a sconfiggerlo. Ergo, su 300 emendamenti presentati in commissione, ieri ne sono stati votati soltanto tre.

Si tratta delle preferenze e della riproposizione di modelli discussi in passato (Mattarellum e sistema tedesco): tutti, ovviamente, bocciati, anche perché in commissione si vota a scrutinio palese. Poi ci sono gli emendamenti ‘accantonati’ dal relatore (Emanuele Fiano, Pd) che sono molti e assai qualificanti: il voto disgiunto tra collegi uninominali e parte proporzionale, il numero delle pluri-candidature, la proporzione delle norme di genere, la raccolta delle firme, il numero dei collegi, le soglie di sbarramento. Su quest’ultimo punto è ancora aperta la trattativa: “Nel testo base – spiega Fiano – i voti ai partiti sotto l’1% vanno persi, sono cioè inutilizzabili anche dagli altri partiti con cui si è in coalizione per evitare la proliferazione delle liste civetta. Le liste più grandi si ripartiscono invece i voti dei partiti che prendono tra l’1% e il 3%, soglia di sbarramento nazionale valida per tutti i partiti alla Camera come al Senato, ma solo se la coalizione di cui fanno parte ha superato il 10%. In questo caso, però, non si tratta di liste civetta ma di signor partiti, quelli sopra l’1%”. Ma Forza Italia chiede di conteggiare anche i partiti sotto l’1% per ingrossare la sua coalizione con liste un po’ farlocche e un po’ no di sostegno come il partito degli animalisti della Brambilla, la Dc di Rotondi, il partito della Bellezza di Sgarbi, i liberali, i repubblicani, Scelta civica di Zanetti, etc. mentre Ap chiede di abbassare la soglia del 3%, anche se solo al Senato, e di conteggiarla solo lì su base regionale.

Eppure, anche se lento pede, il Rosatellum bis avanza, per ora, sostenuto dalla sua maggioranza ‘quadripartita’ (Pd-Fi-Lega-Ap): entro venerdì la commissione dovrebbe licenziare il testo base, anche se a tappe forzate (giovedì l’Aula sospenderà i lavori per permettere alla commissione di lavorare tutto il giorno) e dare mandato al relatore Fiano per mandarlo in Aula il 10 ottobre (tempi previsti di chiusura il 14 ottobre, dopo passerà al Senato) mentre venerdì 6 è convocata la Direzione dem per discuterne. Il deputato dem Parrini ritiene che “il consenso che si è formato è più largo nel Pd e negli altri partiti di quello che c’era, a giugno, sul sistema tedesco”. Sarà, si vedrà. Stasera, alla riunione del gruppo dem ci sarà maretta: la minoranza interna di Orlando e Cuperlo cercherà di piantare alcune bandierine (il voto disgiunto) e altri malumori non mancheranno, causa i fan delle preferenze. Infine, che ci saranno, in Aula, dove il voto segreto è ammesso, molti franchi tiratori lo sanno tutti. Nel Pd, su 90 voti segreti, ne contano già “almeno un centinaio”: potrebbero affossare la legge. Marco Meloni, deputato vicino a Enrico Letta, lo annuncia chiaro: “In Aula voterò, a scrutinio segreto o palese, tutti gli emendamenti che rimettono le preferenze”. Quanti altri lo faranno senza dirlo? Forse anche per questo aleggia, nel Pd, una tentazione: chiedere al governo di mettere la fiducia, sulla nuova legge elettorale, e blindare il provvedimento mettendolo al riparo dai voti segreti. Ma anche questo strumento ha diverse controindicazioni: comunque darebbe adito a molte polemiche politiche; coinvolgerebbe in prima persona il premier Gentiloni che non sarebbe più un osservatore né un attore ‘terzo’ davanti alla questione legge elettorale da cui si è, invece, non a caso tenuto sempre alla larga (Mdp, ostile alla riforma, è in maggioranza e così gruppi minori); sul voto finale, anche con la fiducia, ci sarebbe comunque il voto segreto e così rischierebbe non solo il Pd, ma anche il governo. Infine, FI e Lega dovrebbero dare una fiducia ‘tecnica’ a un provvedimento che diventerebbe altamente politico, subendo critiche al loro interno. Ma del resto, se non lo facessero il patto a quattro stipulato da questi due partiti di opposizione con Pd e Ap salterebbe del tutto e la legge elettorale non sarebbe più condivisa da un arco di forze politiche che supera i confini della maggioranza, il che di certo non piacerebbe al Capo dello Stato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale  

Renzi a Imola: “Il Pd unico argine ai populisti”. E perché non gli piace la legge elettorale del… Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

  1. Renzi sul palco di Imola attacca i populisti e cerca il “gioco di squadra”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dissesto idrogeologico. Depressione. Droga. Alzheimer. Vaccini (già più noti). E, ovviamente, le tre parole “lavoro, casa, mamma”. Se è vero che “è il Pd l’unico argine al pericolo dei populismi” (trattasi di Lega di Salvini e M5S di Grillo, mai citati per nome) “che sono stati sconfitti in Olanda, Francia e Germania”, Matteo Renzi ha deciso che “l’unico argine”, cioè il Pd medesimo, deve completamente cambiare le parole d’ordine e lo schema di gioco. E così nel discorso tradizionalmente più importante per un leader di sinistra, quello di chiusura della Festa nazionale dell’Unità (quest’anno è stata la volta di Imola), il segretario del Pd ha fatto una piccola rivoluzione nella scaletta del consueto comizio finale. Non solo, infatti, Renzi non ha detto una parola che fosse una su temi che giudica ‘politicisti’ e ‘respingenti’ come la legge elettorale (resti agli atti, però, che il Rosatellum bis non gli piace) o le alleanze, ma si è tenuto alla larga anche da temi sociali come i migranti e lo ius soli (mai citato e neppure i vitalizi), legge di cui pure era stato promotore, limitandosi a sottolineare “il gioco di squadra” al governo “tra Minniti che fa la destra e Delrio la sinistra, il che è tutto dire”.

Il segretario dem aveva due target di pubblico da coinvolgere e che sono il tallone d’Achille del Pd. I giovani (“i Millenials”) a cui ha chiesto di “mettersi alla stanga”, “uscendo dai social e andando in tutte le scuole” perché sono loro quelli che non votano il Pd. E gli anziani, cui ha chiesto “di lottare contro le fake news perché state molto su Facebook” e, insieme, di “fare vita sociale” perché sono la spina dorsale del Pd ma anche i più a rischio fuga dal Pd. Infatti, il solo nemico polemicamente citato in modo icastico (oltre ai populismi di Grillo e Salvini, presi in giro in più modi e riprese) sono gli scissionisti: “La nostra sinistra è quella di Obama, non quella di Bertinotti che fa vincere la destra” dice Renzi, alzando la voce, tra gli applausi, attaccando “chi ci ha lasciato per risentimento personale” (si tratta di D’Alema, Bersani&co.). Ecco, “con quelli” nessuna alleanza è e mai sarai possibile, anche se Renzi non lo dice, per tutti gli altri, invece, le porte sono aperte. Ma il discorso dell’ex premier ha ben altri obiettivi politici e, dunque, spunti polemici. Parte da Trump e dalla Corea, dai rischi che corre il mondo, vola sull’Europa che ha bisogno di una visione (e l’Italia può dare una mano) e plana sul governo Gentiloni, da difendere perinde ac cadaver fino a fine legislatura. Solo qui Renzi si fa straordinariamente preciso: “il 4 ottobre il governo deve prendere 161 voti al Senato sulla Nota di variazione al Def, passaggio che non può essere oggetto di ricatti o trattative”.

Per il resto, Renzi rilancia alcuni suoi abituali cavalli di battaglia: “dobbiamo uscire dalla modalità litigio”, il messaggio ai big dem – sul palco a farsi e a fare selfie erano in molti, da Franceschini a De Vincenti, dalla Boschi alla Fedeli, fino a Minniti, molto applaudito, ma mancavano Orlando, Delrio e, ovviamente per motivi di stile, il premier Gentiloni – la rivendicazione dei risultati del suo governo (Jobs Act, 80 euro) o la battaglia per la (futura) riduzione delle tasse, rimandata a quando “il prossimo governo deciderà di tornare a Maastricht”. Infine, due avvisi: il 4 ottobre parte il tour in treno del segretario per le province italiane e, a fine ottobre, si terrà la conferenza programmatica del Pd a Napoli. La campagna elettorale è vicina, Renzi vuole un partito unito, compatto e pronto a lavorare sodo: “Mettiamoci in cammino, ci sono delle elezioni da vincere e o vincono i populisti o vinciamo noi”: Per lui, che però non cita mai Berlusconi, tertium non datur.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 settembre 2017 a pagina 5


2. Al leader del Pd la nuova legge elettorale – escogitata dal Pd – non piace…

I motivi della freddezza di Renzi sul Rosatellum bis. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

La nuova legge elettorale? “Speriamo che ci siano i numeri in Parlamento, ma quando stai in mezzo alla gente si parla di cose concrete”. Rispondeva cosi, ieri, in pubblico, Matteo Renzi, a chi gli chiedeva del Rosatellum. Dietro, ci sono le parole dei suoi: “Non gli piace un granché il testo ed è molto scettico sull’esito finale”. Morale: traspaiono palesi in Renzi freddezza, scetticismo. E, in più, una certa non condivisione di alcuni meccanismi tecnici della nuova legge elettorale, in particolare il fatto che il nuovo testo abbia cancellato le preferenze e che la quota di parte maggioritaria, rispetto alla parte proporzionale, sia molto ridotta. Renzi – se restasse in piedi il doppio Consultellum oggi in vigore – ha espresso più volte l’intenzione di candidarsi in Senato, nella sua Toscana, per correre con le preferenze e non alla Camera, nella facile posizione di capolista bloccato, come la legge gli permetterebbe. Certo, con il nuovo testo potrebbe correre in un collegio uninominale e, se passerà, lo farà senz’altro. Certo è che, da quando se ne parla, del Rosatellum bis, il leader del Pd non ha detto una parola di incoraggiamento o approvazione che sia una, limitandosi, come dalla Berlinguer, a generiche esortazioni.

Oggi il segretario dem chiuderà la Festa nazionale del Pd a Imola con il consueto comizio e potrebbe anche non affrontare per nulla il tema. I suoi dubbi sono anche altri: “E se il Parlamento ce la stravolge, a colpi di voti segreti, e non si riesce più a fermarla che facciamo?”. Basta introdurre un emendamento come quello sul voto disgiunto, per dire, che favorisce i piccoli partiti non alleati in coalizione (leggi: Mdp), per snaturare il testo o affossarlo con le preferenze. La scottatura di giugno, quando sul sistema tedesco Renzi ci mise la faccia e la legge elettorale cadde al primo voto segreto in Aula, brucia ancora. E poi Renzi non si fida né di Berlusconi, di cui legge gli strani movimenti (Gianni Letta ferocemente contrario, gli azzurri del Sud in rivolta), né dei peones del suo partito, pronti alla guerra contro un Rosatellum che li penalizza, al di là della volontà dei loro stessi capi (Franceschini, Orfini, Fioroni, etc.) e neppure dei big della minoranza (Cuperlo, Orlando) che già chiedono, sul testo, modifiche da apportare in Aula tali da far saltare la legge.

Morale, il Rosatellum bis rischia di restare senza padri né madri ancora prima di nascere. Non a caso, i capigruppo dei tre partiti che hanno sottoscritto l’accordo (Rosato nel Pd, Brunetta per FI e Giorgetti per la Lega) hanno una fretta indiavolata, sui tempi. A partire dalla prossima settimana, ci sarà l’esame in commissione e, tra il 4 e il 9 ottobre, se la conferenza dei capigruppo darà l’ok, il Rosatellum verrà discusso e votato dall’aula di Montecitorio. Poi, però, dovrà essere trasmesso al Senato, impegnato con la sessione di bilancio, che quindi non potrà esaminarlo fino a novembre. E se palazzo Madama apporterà anche minime correzioni, il testo dovrà tornare di nuovo alla Camera per l’ok definitivo, però a dicembre. Tempi lunghi che, con i franchi tiratori, non fanno ben sperare. Ma Renzi, a quel punto, andrà davanti al Capo dello Stato a chiedere elezioni anticipate il prima possibile e un decreto che armonizzi le leggi esistenti potendo dire, soddisfatto, che “il Pd ci ha provato”.

Questo articolo è stato pubblicato il 24 settembre 2017 sul Quotidiano Nazionale

C’è il patto sulla legge elettorale, ma ci sono anche i franchi tiratori già pronti

cropped-schermata-2015-05-25-alle-18-19-341.png

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se son rose fioriranno – spiega Matteo Renzi ai suoi – altrimenti pazienza, vuol dire che andremo al voto con i due Consultellum”. Che succede? Che fatta (o, meglio, presentata) la nuova legge elettorale, ecco trovato (o, meglio, pronto) il franco tiratore per affossarla. Nel Pd non lo dicono apertamente, ma hanno già paura dell’ultima proposta di legge elettorale partorita in casa propria, il Rosatellum bis. La legge presentata da Fiano in Prima commissione prevede poco più di un terzo (36%) dei deputati e senatori eletti in collegi uninominali maggioritari (231 alla Camera, 102 al Senato) dove sono ammesse le coalizioni, ma solo nazionali, e due terzi (64%) di eletti in collegi plurinominali (386 alla Camera e 206 al Senato). Qui si presentano i partiti che eleggono, con metodo proporzionale, i loro candidati in liste corte bloccate (da due a quattro i nomi). Due le soglie di sbarramento: il 3% per le liste singole, il 10% per le coalizioni di partiti.

(per un analsisi dettagliata della proposta di legge si rimanda agli articoli precedenti pubblicati su questo blog NEW! La nuova legge elettorale: il Mattarellum rovesciato o Rosatellum bis, tutto quello che c’è da sapere )

Il nuovo sistema elettorale ha, sulla carta, tanti voti, alla Camera: 458, sommando la consistenza dei partiti principali che l’appoggiano (Pd, FI, Lega, Ap) e dei gruppi parlamentari minori (Ala-Sc, Popolari, Civici-Innovatori, Fitto, Psi, Svp, Misto) contro gli appena 160 voti dei gruppi che lo osteggiano (M5S, Mdp, SI, Fd’I) e lo hanno già bollato come ‘Imbrogliellum’ o ‘Inciucellum’. La discussione in commissione Affari costituzionali si aprirà e chiuderà in pochi giorni, tra il 27 e il 29 settembre e, dal 4 ottobre, sarà possibile l’approdo in Aula con l’obiettivo di chiudere il voto finale per il 15 ottobre, naturalmente alla Camera perchè poi dovrà passare, in seconda lettura, al Senato.

Ma non a caso i l capogruppo dem Rosato chiede di “fare in fretta” e ai gruppi politici che sostengono la legge di non presentare emendamenti per blindarla. Infatti, ieri, in Transatlantico, hanno iniziato a girare strane voci. “Cinque Stelle e Mdp presenteranno uno o più emendamenti per abolire i listini bloccati – spiegava un alto dirigente democrat – e introdurre le preferenze che, a scrutinio segreto, possono passare (alla Camera è ammesso il voto segreto sulla legge elettorale mentre al Senato no). A quel punto Berlusconi, ma anche Renzi, che vogliono far vedere entrambi a Mattarella che ‘ci hanno provato’, a fare la legge, diranno game over”. Al centro dei possibili smottamenti c’è, come al solito, il Pd, ma servono almeno cento deputati dem (e diversi azzurri malpancisti) in funzione di franchi tiratori, grazie al voto segreto, per riuscirci.

Un democrat di estrazione popolare, sotto garanzia di anonimato, è pronto: “Saremo il 40% del gruppo, almeno cento deputati. Con le preferenze ce la possiamo ancora giocare, tra Camera e Senato, ma i collegi ci sfavoriscono perché non abbiamo una coalizione da presentare e nei listini bloccati, che tanto li decide tutti Renzi, passeranno solo i primi. Siamo pronti a morire, ma combattendo”. E se questi sono gli umori dei democrat del Centro-Sud, anche al Nord i mal di pancia sono tanti: “In Lombardia e Veneto per il Pd sarà un ecatombe. Non abbiamo la coalizione, ci batte pure M5S”. Ma senza un consistente aiuto degli azzurri, in sofferenza specie nel Centro-Sud, non ce la farebbero.

Invece, il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, ottimista, dice a un amico: “L’intesa è chiusa, è buona, noi faremo la coalizione con i centristi (un asse che va da Alfano a De Mita e Casini e potrebbe avere come front runner il ministro Calenda, ndr) e con sindaci, movimenti civici e di sinistra, sperando ci stia anche Pisapia. Possiamo arrivare a guadagnare, solo nei collegi, 40-50 deputati in più come coalizione. In ogni caso, ci giocheremo davvero la partita cercando di portare in porto questa legge”. Intanto, la sinistra interna di Orlando-Cuperlo è soddisfatta dell’apertura alle coalizioni.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 22 settembre 2017

NEW! La nuova legge elettorale: il Mattarellum rovesciato o Rosatellum bis, tutto quello che c’è da sapere

Scrivo a sole poche ore dal deposito del nuovo testo di legge elettorale alla Camera dei Deputati, quindi chiedo da subito venia per qualche possibile errore o omissione. Ps. Grazie al professor Stefano Ceccanti per le sue considerazioni prese dal suo blog. 

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

Che cos’è il ‘Mattarellum rovesciato’ o ‘Rosatellum 2.0’.

Il nuovo testo di legge elettorale che il Pd, attraverso il relatore Emanuele Fiano, ha presentato oggi in commissione Affari costituzionali della Camera si può definire un “Mattarellum rovesciato” perché prevede l’assegnazione dei seggi in proporzione quasi esattamente rovesciata rispetto al Mattarellum (che, ricordiamolo, prevedeva il 75% di collegi maggioritari e il 25% di recupero proporzionale con il meccanismo dello scorporo): in questo caso il 64% dei seggi viene attribuito con metodo proporzionale e il 36% in collegi maggioritari a turno unico. Il nuovo sistema prevede la possibilità di stringere coalizioni tra partiti diversi, ma non l’indicazione del capo della coalizione. Il nuovo sistema viene anche chiamato “Rosatellum bis” o ‘2.0’ dal nome del capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato, che – prima del fallimento del ‘sistema tedesco’ puro in Aula a giugno – aveva presentato un sistema elettorale metà maggioritario e metà proporzionale (50% e 50%) che era stato chiamato ‘Rosatellum’. Identico testo è stato depositato dal Pd anche al Senato, dove però l’esame della legge elettorale arriverà solo in seconda lettura.

I principali e peculiari elementi del nuovo sistema elettorale.

Si tratta, in via generale, di un sistema elettorale proporzionale (al 64% dell’attribuzione dei seggi di entrambe le Camere) con una robusta correzione di maggioritario (36%) che funge, di fatto, come una sorta di premio di maggioranza ‘mascherato’. Chi strappa più collegi, cioè, aumenta – se da solo o, ancora meglio, se in coalizione – i suoi seggi in Parlamento rispetto ai voti che prende, con metodo proporzionale, nei collegi plurinominali. Infatti, le coalizioni non solo sono ammesse, ma incentivate: per vincere più collegi possibili (231 alla Camera, 102 al Senato) è meglio allearsi tra più partiti che sostengono il singolo candidato perché, nei collegi uninominali, ‘il primo che arriva prende tutto’. Il voto al candidato di collegio può avere, dunque, un effetto di trascinamento sulla parte proporzionale perché il voto e il candidato saranno i più visibili. Resta il problema delle liste corte (così vuole la Consulta perché siano riconoscibili i candidati) ma bloccate. I leader e maggiorenti dei vari partiti imporranno quindi le loro scelte e decisioni per il 64% dei seggi di Camera e Senato. La soglia di sbarramento per i singoli partiti è bassa (3%) mentre per le coalizioni è più alta (10%) ma non impossibile da ottenere. In ogni caso, solo una coalizione che ottenga più del 35-37% nella parte proporzionale (almeno 250 deputati e 100 senatori) e riesca a strappare più di 100 collegi alla Camera e più di 50 al Senato può sperare di avere discrete chanches di godere di una maggioranza parlamentare omogena in entrambi i rami del Parlamento. Allo stato attuale dei sondaggi, solo il centrodestra potrebbe riuscirci. Per una valutazione più sistemica rimando alle parole del professore Stefano Ceccanti tratte dal suo blog: “Dal punto di vista della rappresentanza il sistema sarebbe  decisamente migliorativo perché adotterebbe le soluzioni europee (liste bloccate corte e collegi uninominali maggioritari) invece dell’anomalia italiana, tra le grandi democrazie, del voto di preferenza. Dal punto di vista della governabilità quasi nulla cambierebbe, nel senso che se le opzioni degli elettori restano frammentate, senza una lista o coalizione che superi il 40%, dalle urne non uscirà nessun vincitore e si cercherà di comporre difficili coalizioni post-elettorali con ruolo rilevante della Presidenza della Repubblica. Vi è solo una piccola differenza, nel senso che si inserisce un limitato correttivo maggioritario legato ai collegi, mentre nelle leggi vigenti la disproporzionalità era solo dovuta allo sbarramento e alla soglia del 40%, difficilmente raggiungibile, per accedere al premio Camera”.

Camera e Senato: la definizione di circoscrizioni e collegi

La Camera dei Deputati (630 seggi) è divisa in 28 circoscrizioni (pari alle 20 regioni ma con le regioni più grandi ‘spacchettate’ in più circoscrizioni), 231 collegi uninominali (compresi i sei collegi uninominali del Trentino Alto-Adige), 386 collegi plurinominali, i 12 collegi per i deputati eletti all’Estero con metodo proporzionale e un collegio uninominale singolo per la Valle d’Aosta. Il Senato (315 seggi elettivi, il resto sono senatori a vita, oggi cinque) conta 20 circoscrizioni (pari alle 20 regioni), 102 collegi uninominali (più uno del Molise, uno della Valle d’Aosta e i cinque del Trentino, totale 109), 206 collegi plurinominali e i 6 collegi dei senatori eletti all’Estero (con metodo proporzionale).

Nei 232 collegi uninominali della Camera (225 in 18 regioni, 1 in Val d’Aosta e 6 in Trentino Alto Adige) è eletto il candidato che arriva primo. 12 deputati sono eletti come sempre nei collegi esteri con metodo perfettamente proporzionale. I restanti 386 seggi  sono attribuiti con la proporzionale, metodo del quoziente intero e più alti resti: gli sbarramenti sono del 10% per le coalizioni e del 3% per le liste, nonché del 20% regionale (o due collegi vinti) per le liste delle minoranze linguistiche. 

Al Senato i collegi saranno, quindi, in totale 109 (102 in 18 regioni, compreso quello del Molise, 1 in Val d’Aosta e 6 in Trentino Alto Adige). 6 sono gli eletti all’estero. I restanti 206 sono eletti con la proporzionale seguendo lo stesso metodo della Camera.

L’articolo 1 della proposta di legge Fiano si riferisce alla Camera dei Deputati, l’articolo 2 al Senato, l’art. 3 delega al governo per il ritaglio di collegi e circoscrizioni.

Sbarramento al 3% per le liste, al 10% per coalizioni nazionali

Lo sbarramento nazionale per ogni lista è fissato al 3% dei voti sia alla Camera che al Senato. E’ possibile formare delle coalizioni tra partiti ma queste dovranno avere carattere nazionale: non ci si può alleare, cioè, tra partiti diversi in regioni diverse né, tantomeno, in collegi e in circoscrizioni plurinominali diverse. Le coalizioni devono superare uno sbarramento nazionale del 10% e, altro particolare importante, per le coalizioni “non vengono computati i voti dei partiti che non hanno superato l’1% dei voti”, il che vuol dire che i voti sotto l’1% sono persi sia per una lista (che deve comunque superare il 3%) sia per la coalizione (10%). I partiti in coalizione “devono presentare candidati unitari nei collegi uninominali” e l’elettore non può votare partiti in coalizioni diverse.

La scheda elettorale: le quote di genere.

La scheda elettorale è unica. Non è ammesso il voto disgiunto (cioè votare per un candidato di un partito o coalizione e il partito o coalizione che sostiene un altro candidato sempre nel collegio). Non è possibile lo scorporo (scorporare dalla parte maggioritaria la quota proporzionale come era invece possibile nel Mattarellum) e sono rispettate le quote di genere nei collegi come nei listini: nessun genere può superare il 60% nella composizione delle liste.

modello-scheda-elettroale-rosatellum-02

La scheda elettorale: come è fatta.

La scheda elettorale prevede due tipi di voto in un’unica scheda. Da un lato si vota il candidato nel collegio uninominale, che può essere sostenuto da uno o più partiti (sono ammesse le coalizioni), sotto il suo nome figurano il partito o i partiti che lo sostengono con uno o più simboli per individuarli. Accanto al simbolo del partito che sostiene il candidato nel collegio compariranno i nomi dei candidati nei collegi plurinominali eletti con il proporzionale. I listini saranno corti e bloccati: il numero dei candidati non può essere inferiore a due e superiore a quattro. Ci si potrà candidare al massimo in tre listini proporzionali diversi (le multi-candidature) e un candidato di un collegio potrà essere presente in non più di tre diversi listini proporzionali, ma potrà evidentemente optare per il listino, dove viene di fatto ‘paracadutato’, solo se perde il collegio. Infatti, essendo il collegio uninominale maggioritario se il candidato di un partito o coalizione vince il collegio terrà quello.

La scheda elettorale: come si vota.

Il voto al candidato nel collegio uninominale e al partito vale ‘doppio’: vale cioè come voto al candidato nel collegio e al partito. Il voto solo al partito di una coalizione vale automaticamente come voto al candidato nel collegio di quel partito o coalizione. Il voto solo al candidato del collegio dovrebbe non finire non attribuito ma estendersi, in modo proporzionale, rispetto al partito o ai partiti che lo sostengono in quel collegio, per impedire che quello stesso voto si disperda ma questo punto è ancora oggetto di discussione tra i partiti.

“L’elettore – scrive sempre il professor Ceccanti – dà dunque  un voto unico che vale per una lista proporzionale bloccata corta in una circoscrizione plurinominale e per il candidato nel collegio uninominale. Se più liste sono collegate in una coalizione ad un medesimo candidato uninominale e l’elettore vota solo il candidato nel collegio, i voti così espressi sono spalmati pro quota tra le liste proporzionali secondo le opzioni già espresse dagli altri elettori (ad es. se 9 elettori votano solo il candidato e ci sono due liste collegate, di cui la prima col doppio dei voti della seconda, 6 voti si spalmano sulla prima e 3 sulla seconda). Le coalizioni devono essere omogenee sul piano nazionale”.

I possibili tempi di approvazione della nuova legge elettorale

Dopo la presa in visione, oggi, del nuovo testo base della legge elettorale, Mazziotti, presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, ha fissato a martedì prossimo 26 settembre le prime votazioni del testo base in commissione e a al giorno dopo il termine per la presentazione degli emendamenti. Impossibile, dunque, che il provvedimento approdi in aula il 29 settembre, come stabilito dall’ultima conferenza dei capigruppo. Mazziotti ha spiegato che la maggior parte dei gruppi avrebbe chiesto che il testo vada in Aula il 4 ottobre, perché se è vero che ci sarà comunque il contingentamento dei tempi (cioè la possibilità di votare il testo in modo spedito in Aula), un eventuale suo slittamento potrebbe “incrociarsi” con la sessione di bilancio che inizia il 15 ottobre, ma il cui iter partirà stavolta dal Senato. Dunque, la legge elettorale – se non succederà nulla, cioè se non verrà affossata dai voti segreti (previsti e possibili alla Camera, preclusi invece, in materia elettorale, al Senato) – potrebbe vedere la luce, alla Camera, entro il 15 ottobre e passare poi al Senato, una volta che questi abbia esaurito la prima lettura della Legge di Stabilità. In sostanza, se tutto andasse bene, e anche se la Camera dovesse riprendere in mano il testo in seconda lettura a seguito di eventuali modifiche del Senato, la legge potrebbe essere varata tra novembre e dicembre, di fatto in coincidenza della sessione di bilancio. Un azzardo, certo, che l’ultima volta che è stato tentato, sulla legge elettorale, a giugno, è subito naufragato, alla Camera. Presto si vedrà se anche questa legge elettorale finirà al macero o se, invece, diventerà il nuovo modo con cui gli italiani voteranno.

Chi appoggia il testo, in Parlamento, e chi no.

Il testo base della nuova legge elettorale è presentato dal Pd (Fiano) alla Camera e dal renziano Marcucci al Senato: gode quindi dei favori della maggioranza del partito di Renzi. Le minoranze (Orlando e Emiliano) si sono espresse, cautamente per ora, ma sostanzialmente a favore di questa nuova legge elettorale. Forza Italia ha detto sì, seppure tra qualche mal di pancia, specie degli azzurri del Sud, a rischio nei collegi di elezione. La Lega si è da subito detta a favore. Fratelli d’Italia è contro perché ritiene il disegno di legge “a favore dei nominati”, ma non farà le barricate. L’M5S è contro e ritiene questo tentativo un “Imbrogliellum”. Mdp è ferocemente contraria, Sinistra italiana un po’ meno, Campo progressista di Pisapia ha espresso critiche non feroci. Alternativa popolare di Alfano è a favore e così Ala di Verdini. Altri gruppi minori che stanno nel gruppo Misto (Psi, etc.) pure. E’ troppo presto per dire a chi convenga la nuova legge elettorale, ma di certo penalizzerebbe i Cinquestelle (che non si coalizzano con nessuno e sono deboli, come singoli candidati, nei collegi), la ricomposizione di una sinistra-sinistra forte e larga (la soglia al 3% non incentiva le sommatorie della galassia della sinistra), ma anche partiti piccoli o piccolissimi non coalizzabili e che, da soli, non possono pensare di superare il 3% (Ap di Alfano, per dire, rischia molto se non riesce a entrare in coalizione col Pd o con Fi). Invece, questa legge può favorire, ma non eccessivamente, il Pd (sempre che riesca a fare una coalizione con soggetti centristi da un lato e di sinistra dall’altro), specie se piazza buoni e competitivi candidati al Centro e al Sud, e può favorire fortemente il centrodestra che, non più obbligato a fare un ‘listone’ unico, può differenziare la sua proposta politica nella parte proporzionale (FI, Lega, Fd’It, Federazione delle Libertà, altri soggetti neocentristi) e presentare candidati forti di consenso sia al Nord che al Sud.

NB: Questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog il 21 settembre 2017. 

Legge elettorale. NEW! Come funziona il “Mattarellum rovesciato” o “Rosatellum bis” e il punto politico sulle trattative Pd-FI vicine all’accordo

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. UN PICCOLO VADEMECUM. COS’E’ IL “MATTARELLUM ROVESCIATO”

Il nuovo testo di legge elettorale che il Pd, attraverso il relatore Fiano, presenterà domani in commissione Affari costituzionali della Camera si può definire un “Mattarellum rovesciato” perché prevede l’assegnazione dei seggi in proporzione quasi esattamente rovesciata rispetto al Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di recupero proporzionale): in questo caso il 64% dei seggi sarebbe attribuito con metodo proporzionale e il 36% in collegi maggioritari a turno unico (la proporzione, a seconda di come si calcolano i seggi attribuiti alla circoscrizione del Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta, collegi uninominali maggioritari per forza di Costituzione, può essere valutata in 37% di maggioritario e 63% di proporzionale). Viene anche detto ‘Rosatellum 2.0’ perché una prima versione di un sistema mix tra maggioritario e proporzionale (50% per ognuna delle due parti) era stata presentata, a maggio scorso, dal capogruppo dem alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato.

Il nuovo sistema prevede la possibilità di stringere coalizioni ma non l’indicazione del capo coalizione. La scheda è unica. Non è ammesso lo scorporo degli eletti nella quota maggioritaria da quelli della quota proporzionale né il voto disgiunto (non si può votare il candidato nel collegio di un partito e il partito di un altra coalizione). Camera e Senato vengono suddivisi in 28 circoscrizioni  per la Camera e 20 per il Senato (pari alle regioni) e circa 70 (al massimo 77) collegi plurinominali all’interno dei quali vi saranno i collegi uninominali. La definizione delle circoscrizioni è importante per il recupero dei resti, su base nazionale, una volta superato lo sbarramento al 3%. Le coalizioni saranno possibili solo su base nazionale. La Camera (630 seggi) è così divisa: 232 collegi uninominali (231 quelli indicati da Fiano più uno in Valle d’Aosta) dove il primo arrivato prende il collegio, e 386 collegi plurinominali dove l’elenco degli eletti si calcola con metodo perfettamente proporzionale e si basa su liste bloccate corte di 2-4 nomi (probabile, se non certa, l’alternanza di genere uomo-donna), più i 12 collegi all’Estero (eletti sempre con sistema proporzionale).

Il Senato (315 seggi elettivi) avrebbe 116 collegi uninominali (115 più uno della Valle d’Aosta, 193 collegi plurinominali (sempre su liste bloccate corte di 2-4 nomi) e i 6 collegi all’Estero per un totale di 315 seggi elettivi (gli altri sono senatori a vita). Lo sbarramento nazionale è fissato in entrambe le Camere al 3% dei voti sempre e solo per la quota proporzionale mentre nei collegi il primo che vince prende tutto. Naturalmente i voti ai partiti che non superano il 3% vengono redistribuiti tra quelli che superano la soglia di sbarramento nella parte proporzionale, dando loro seggi in più.

Ma come avverrebbe il voto? Su un’unica scheda sarebbe indicato il candidato del partito e/o coalizione da votare nel collegio uninominale e, sotto o al suo fianco, i nomi dei partiti o partito che lo sostengono nella parte proporzionale: il voto al candidato nel collegio deve essere ‘rafforzato’, se si vuole votare il partito collegato, dal voto al partito mentre il voto al partito trascina il voto al candidato del collegio. Dunque, barrando il simbolo del partito, il voto andrà contemporaneamente al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Se invece l’elettore barrerà solo il nome del candidato nel collegio uninominale, e non quello del partito o di uno dei partiti che lo sostengono, verrà meno la sua scelta per la parte proporzionale. Ne consegue che la somma dei voti per i collegi uninominali e quella della parte proporzionale potranno differire.

Non  sono previsti premi di maggioranza espliciti, ma chi conquista molti collegi godrebbe di una sorta di premio di maggioranza ‘implicito’, specie se forma una coalizione: conquistare molti seggi nei collegi può favorire (anche se non impone, perché i partiti di una coalizione elettorale potrebbero separarsi subito dopo il voto) la nascita di maggioranze parlamentari più stabili.


 

2. Legge elettorale, l’ultimo azzardo del Pd. Berlusconi sempre più tentato. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un azzardo, ma ci proviamo. Se non va in porto neanche questo tentativo vorrà dire che si voterà con le leggi attuali, ma nessuno potrà dire che il Pd ci non ha provato fino all’ultimo”. Così, dal Nazareno, si parla dell’ultimo ritrovato, in fatto di legge elettorale, di casa dem: il Fianum 2.0, dal cognome del relatore Fiano che presenterà domani il nuovo testo in commissione Affari costituzionali per cercare di approvarlo in pochi giorni e non perdere l’ultimo treno utile, il contingentamento dei tempi in Aula, che scade a fine mese. Il “Mattarellum rovesciato” ribalta le proporzioni della legge che porta la firma di Sergio Mattarella: prevede il 36% di collegi maggioritari unininominali e il 64% di collegi plurinominali, cioè di eletti con metodo proporzionale.

I renziani sono tutti convinti di farcela e di portare il nuovo testo base a dama e Renzi stesso ha chiesto loro di “provarci davvero”. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria ci lavora da giorni e ora dice: “Abbiamo messo in campo una proposta per sbloccare l’impasse. Serve un accordo ampio, è ovvio, ma la traccia è chiara: un impianto proporzionale con una quota maggioritaria che noi avremmo preferito più ampia, ma che abbiamo ridotto per venire incontro alle esigenze degli altri (leggi FI, ndr.). Spero che tutti quelli che chiedevano a gran voce una nuova legge elettorale ora siano conseguenti (leggi Mdp, ndr.)”, sapendo che non lo saranno. Ma anche sapendo che – come dicono al Nazareno – noi rischiamo di non avercela, la coalizione, se non stacchiamo Pisapia da Mdp e Calenda e altri centristi da Alfano. Ma vale la pena rischiare”. Dario Parrini, renziano esperto di sistemi elettorali, ritiene che “è una proposta seria: favorisce la governabilità in modo equilibrato e va incontro alle esigenze di un largo arco di forze politiche”.

Il problema, dunque, sono ‘gli altri’. I contrari si fa presto a dirli: M5S (“Proposta oscena”) e Mdp (“Il Pd butta la palla in tribuna”) mentre Pisapia nicchia: di nuovo in rapporti tesi con i suoi alleati (Bersani e D’Alema), incrocia le lame con il capogruppo dem, Rosato, che gli chiede “uno scatto di coraggio”, come già Orlando, ma non chiude: “noi siamo per un legge che fornisca governabilità, rappresentanza, possibilità di scegliere i candidati”. A Lega e Fratelli d’Italia, assenti perché stanno disertando le aule, il nuovo testo del Pd non dispiace: incentiva le coalizioni e non li obbliga al ‘listone’ con FI. Ap apprezza “l’apertura di dialogo”: del resto, lo sbarramento al 3% è quanto di meglio potessero avere (e anche per Pisapia, in realtà). Il busillis resta Forza Italia: negli azzurri del Sud, timorosi di perdere i seggi nei collegi per mano di M5S e Pd, la proposta non è ben vista e Berlusconi è ostile, da sempre, ai collegi e al maggioritario. Eppure, la quota alta di parte proporzionale presente nella proposta Fiano, con le liste bloccate, ma anche di collegi dove vince solo il primo, gli garantirebbero il ferreo controllo sugli eletti (come pure al Pd). Non a caso Denis Verdini, in via di riavvicinamento al Cavaliere, ad amici dice: “ora bisogna convincere Silvio, ma si può fare. Con questa legge evita il listone, fa il pieno dei voti e si frega l’M5S”. E ieri sera il Cavaliere avrebbe dato il via libera all’accordo che, a questo punto, registra la contrarietà solo di Mdp, Fratelli d’Italia e dell’M5S mentre gode del favore di Pd, FI, Ap e di altre piccole formazioni centriste e autonomiste, compresa l’Svp. L’altro ieri, però, Renzi frenava: “Non so se ci sarà una proposta di legge condivisa, so solo che gli altri partiti stanno facendo solo melina, vedremo”. Certo è che i collegi e le coalizioni sono la carta vincente di centrodestra e centrosinistra mentre i Cinquestelle non avrebbero altrettanta fortuna: i collegi – e, dunque, un consistente premio di maggioranza sotto forma di collegi uninominali vinti (circa 100 su 231 alla Camera) potrebbe arridere e aiutare il miglior piazzato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 20 settembre 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.