NEW!!!! FIDUCIA E LEGGE ELETTORALE ‘for dummies’. Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

  1. Il Rosatellum bis alla prova dell’Aula. Il Pd chiede al governo Gentiloni di mettere la fiducia e il governo la approva. 

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO LA QUESTIONE DI FIDUCIA CHE VERRA’ APPOSTA OGGI, ALLA CAMERA DEI DEPUTATI, SULLA LEGGE ELETTORALE: SARANNO TRE SU TRE RISPETTIVI MAXIEMENDAMENTI E VERRANNO VOTATE DOMANI MERCOLEDì 11 OTTOBRE. VOTO FINALE SUL PèORVVEDIMENTO IL 12 O AL MASSIMO IL 13 OTTOBRE.

Duecento gli emendamenti presentati dalle opposizioni e almeno novanta o cento i voti segreti su cui si possono esercitare i franchi tiratori. Queste le forche caudine che dovrà affrontare, a partire da oggi pomeriggio alle ore 15, il nuovo testo sulla legge elettorale (detto, in latinorum, Rosatellum bis) nell’Aula della Camera dei Deputati. Bisogna cioè superare le colonne d’Ercole di votazioni a raffica, tutte assai insidiose: si inizia dalle pregiudiziali di costituzionalità, si passa ai vari articoli del ddl, relatore il dem Emanuele Fiano. Sulla carta, il patto ‘a 4’ (Pd-FI-Lega-Ap più molti gruppi minori) gode di margini molto ampli (460 voti) e le opposizioni dichiarate (il fronte M5S-Mdp-SI-FdI) non arrivano a 160 voti: servirebbero 150 franchi tiratori: sono tanti, certo, ma sono sempre in agguato. Senza dire del fatto che molti deputati neppure si presentano, specie dentro la maggioranza, mentre le opposizioni fanno blocco. A loro potrebbero aggiungersi tanti peones democrat e azzurri che temono di non avere la rielezione garantita e vorrebbero giocarsela in proprio con le preferenze. Dall’altra parte, e cioè con il Pd, giocheranno invece i 20 deputati di Mdp che sono vicini a Pisapia: per loro, ora, il Rosatellum è diventato un’opportunità imperdibile. 

Così, al Pd, di stretto concerto con i tre contraenti del ‘patto a 4’ (FI-Lega-Ap), hanno individuato due cavalli di Troia. Il primo è già annunciato: si tratta del famoso ‘canguro’. Usato in diverse e delicati passaggi (al Senato, per dire, solo così passò il ddl sulle unioni civili) il ‘canguro’ è un super-emendamento che ne preclude altri, simili, sullo stesso argomento. Il Pd – così ha deciso il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato – lo metterà subito in azione su due temi ad alto rischio: le preferenze e il voto disgiunto mentre non verrà usato sulle soglie di sbarramento. Ma anche se il ‘canguro’ è strumento di rara e micidiale efficacia, potrebbe non bastare. Ecco perché, alle brutte, e cioè nonostante i ‘canguri’, se la maggioranza accusasse segnali di cedimento, è pronta l’arma ‘fine di mondo’, e cioè la richiesta del Pd al governo di mettere la questione di fiducia. Qui, però, si entra in un terreno minato: il premier, Gentiloni, recalcitra (“Non vuole passare alla storia come un uomo politico divisivo”, dicono al Pd), il Colle osserva in silenzio, ma si dice che non sarebbe contrario, e persino Renzi, che pure la mise sull’Italicum, ora vorrebbe evitare un’altra forzatura. Ma entrambi Renzi e Mattarella vogliono incassare la legge elettorale, anche se per diversi motivi, prima delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre.  Infine, FI e Lega non potrebbero certo votare la fiducia, anche se si asterrebbero per farla passare. In ogni caso, resterebbe in bilico il voto finale che sicuramente sarà a scrutinio segreto. Morale: a partire da oggi, i fuochi di artificio. Dibattito e scontri al fulmicotone in Aula, ostruzionismo delle opposizioni, voti segreti, ‘canguri’ e, alla fine, forse, il voto di fiducia sulla legge elettorale. Che alla fine è arrivato… 

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale 


2. Cos’è e come funziona il Rosatellum. Legge elettorale for dummies

Questo artico è stato pubblicato, in forma ridotta, il 10 ottobre sul sito @Quotidiano.net 

( Qui l’articolo su come funziona il Rosatellum o leggibile all’indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un argomento  ostico da sempre anche per gli addetti ai lavori: la legge elettorale. Detto in altre parole, eccovi una legge elettorale ‘for dummies’… Il che non vuol dire che l’autore del presente articolo vi considera degli idioti o degli ignoranti, ma solo che la materia che tratta fa impazzire e perdere la testa anche ai costituzionalisti.

  • L’Italia sta per avere una nuova legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis” ha superato l’esame della prima commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati dopo oltre 20 ore di dibattito e di votazioni su ogni emendamento. Ma il cammino della nuova legge elettorale è solo appena iniziato. Martedì 10 ottobre, nell’Aula della Camera, inizieranno i voti sul nuovo testo presentato dal Pd (relatore Emanuele Fiano) e che ha ricevuto i voti di altri tre partiti (Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare) e di alcuni gruppi parlamentari minori (CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc) e la ferma opposizione di altri partiti (M5S, Mdp, SI, Fd’Italia). Solo il voto dell’Aula – dove non mancheranno di farsi sentire i cosiddetti ‘franchi tiratori’ (deputati che, nel segreto dell’urna, cambiano il loro voto rispetto all’indicazione data dal loro gruppo e che potranno esercitarsi nei ben 90 voti segreti già previsti) – dirà se il Rosatellum passerà l’esame. Poi, in ogni caso, ci sarà l’esame del Senato, dove potranno essere apportate modifiche (in quel caso la legge ritornerebbe alla Camera per confermarle o no), e solo alla fine della classica ‘navetta’ parlamentare (Camera e Senato devono, su ogni legge, varare un testo identico!) sapremo se il Rosatellum diventerà legge dello Stato. Allora potrà essere firmata dal Capo dello Stato e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Fino ad allora, meglio tenersi cauti. Non fosse perché, alla Camera (ma non – attenzione! – al Senato, dove, in base al diverso Regolamento di quella Camera i voti segreti in materia di legge elettorale non sono ammessi) sono possibili i voti segreti che potrebbero far cadere, come è già successo, anche questo tentativo di dotare il nostro Paese di una nuova e coerente legge elettorale. Infine, il governo – anche se lo ha più volte smentito – potrebbe porre la questione di fiducia, sulla legge elettorale (i regolamenti di Camera e Senato non lo vietano: il governo Renzi la mise, per dire, sull’Italicum), ma anche in questo caso il voto sul testo finale del provvedimento può essere, ove richiesto da 20 deputati, a scrutinio segreto. Non resta da fare altro, dunque, che aspettare.

  • Perché ‘Rosatellum’? E soprattutto perché ‘bis’?

Questa domanda ha una risposta semplice. Nella mania, tutta italiana, di dare nomi latini o latineggianti alle leggi elettorali (come fu per il Mattarellum, nome scovato dal politologo Sartori, per il Porcellum, nome che si auto affibbiò l’estensore di quella legge, Roberto Calderoli, o per l’Italicum, nome scovato da Renzi, Consultellum per le due leggi derivate da sentenze della Consulta) anche questa legge ‘latineggia’. Rosatellum viene dal cognome del capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, che ha ideato il sistema, ma avendoci già provato a giugno (tentativo fallito e naufragato, appunto, nell’Aula della Camera al primo voto segreto, quando la sua proposta di legge veniva anche chiamata Tedeschllum), ora i cronisti hanno ribattezzato questa legge un ‘Rosatellum bis’, nel senso che il povero Rosato è la seconda volta che ci riprova…

  • Un po’ di storia e qualche riferimento obbligatorio…

Evitiamo, invece, qui di dare spiegazioni sui sistemi elettorali in generale (insomma, ragazzi, arrangiatevi! E ripassate la materia!) e cioè su come funzionano i sistemi elettorali, quanti e quali sono e come trasformare, dal punto di vista tecnico, i voti in seggi… Vi basterà sapere che i sistemi elettorali si dividono in due categorie (maggioritari e proporzionali), che vi può essere un mix delle due categorie con una dose maggiore o minore dell’una o dell’altra, che, ovviamente, i sistemi elettorali sono strettamente collegati al sistema istituzionale del singolo Paese in cui vengono adottati  (presidenziale Usa e FR, del primo ministro GB, proporzionale) e che i metodi tecnici con cui ogni sistema elettorale trasforma, appunto, i voti in seggi (collegi maggioritari uninominali, collegi maggioritari o proporzionali plurinominali, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, candidature, metodi di calcolo di quozienti) divergono di volta in volta, quindi è davvero inutile annoiarvi!!! Infine, non vorremmo appesantirvi con una noiosa digressione su quali e quanti sistemi elettorali ha conosciuto l’Italia dalla sua nascita come nazione (1861) ad oggi (in ogni caso sono più di dieci! invece le democrazie anglosassoni hanno lo stesso identico sistema elettorale da metà’ 800 e le democrazie europee dal ’900!) ma, in ogni caso, giusto per essere un po’ pedanti ugualmente sappiate che l’Italia ha votato con questi seguenti sistemi: 1) maggioritari uninominali, sulla base di censo e istruzione, quando non c’è il suffragio universale, cioè dal 1861 al 1912; 2) sistema proporzionale a suffragio universale maschile dal 1919 al 1922; sistema maggioritario  con premio di maggioranza (legge Acerbo) nel 1924; 3) dittatura fascista, sospensione di ogni sistema di voto e solo plebisciti dal 1929 al 1939; 4) sistema proporzionale puro, a suffragio universale pieno dal 1946 al 1948; 5) cd. ‘legge truffa’ (sistema proporzionale con premio di maggioranza) nel 1953; sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento all’1% dal 1958 al 1992; 6) sistema maggioritario uninominale a un turno dal 1994 al 2001 con recupero proporzionale (il famoso Mattarellum, dal nome dell’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella); sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza alla prima lista o coalizione senza soglia di accesso e diverse soglie di sbarramento (il Porcellum di Roberto Calderoli) dal 2006 al 2013. Fine. Infatti, sia l’Italicum, diventato legge dello Stato nel 2015, sistema proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio, ma valido per la sola Camera dei Deputati, dichiarato in parte incostituzionale dalla Consulta nel 2016, sia il Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con le preferenze e diverse soglie di sbarramento in vigore per il Senato dopo che la Consulta bocciò diverse parti del Porcellum nel 2015) non sono mai entrati, almeno fino ad ora, in vigore. Vuol dire che, finora, con nessuno di questi due sistemi si è mai votato in Italia.

  • Ma che cos’è, in buona sostanza, il Rosatellum bis?!

Il Rosatellum è una sorta di Mattarellum ‘rovesciato’, cioè un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti.

In pratica, si tratta, dal punto di vista politologico, di un sistema elettorale ‘misto’ (una quota di maggioritario a turno unico e una quota di proporzionale) in cui l’assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 116 (109 piu i 6 del Trentino e Valle d’Aosta) seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica, di tradizione anglosassone, del first past the post (il primo prende tutto). L’assegnazione dei restanti seggi (399 seggi alla Camera e 199 al Senato, compresi i seggi all’Estero, rispettivamente 12 alla Camera e 6 al Senato, quindi in realtà si tratta di attribuire 386 seggi alla Camera e 193 al Senato) avviene con un metodo perfettamente proporzionale (metodo dei quozienti interi e dei più alti resti) nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una ogni regione, e 28 per la Camera. Il numero dei collegi per ogni circoscrizione sarà di 65 e toccherà al governo definirli con una delega.

La soglia di sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (al 20% nelle regioni che tutelano le minoranze linguistiche). Ci sarà un’unica scheda e non è concessa la possibilità del voto disgiunto. C’è una norma di genere (60-40) e la possibilità di presentare fino a un massimo di cinque pluri-candidature nei listini proporzionali. Niente obbligo di raccolta delle firme per i partiti (cioè i gruppi) presenti in Parlamento al 31 aprile 2017 mentre per tutti gli altri partiti o gruppi le firme da raccogliere sono solo 750 a collegio. Ci sarà un tagliando anti-frode per garantirsi da possibili irregolarità e, udite udite, una scheda con tanto di ‘istruzioni per l’uso’.

Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, ma solo quello del ‘capo della forza politica’ né obbligo per la coalizione stessa di presentare un programma comune (ma non è vietato!).

  • Tenetevi forte! I ‘tecnicismi’ della legge elettorale.

Il lettore, già con il mal di testa, potrebbe anche fermarsi qui…, ma ogni legge elettorale è frutto di una (lunga e faticosa) serie di tecnicismi, calcoli e norme specifiche che la contraddistinguono. Per chi, dunque, avesse ancora la pazienza di voler proseguire nella lettura, ecco i principali ‘tecnicismi’ della legge elettorale…

UNA SCHEDA, UN VOTO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di dare il famoso voto disgiunto), con il Rosatellum 2.0 ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Sembra facile, vero?! Aspettate un po’ prima di dirlo!

METODI DI VOTO. Qui le cose si complicano perché sono tre. Uno. Se l’elettore vota il contrassegno di una lista il voto è attribuito automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale. Come già detto, nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Due. Se l’elettore vota solo per il candidato del collegio uninominale e barra una delle liste dei partiti che lo sostengono il voto è valido (è il cd. ‘doppio voto’). Tre. Se l’elettore vota soltanto per il candidato del collegio uninominale, senza indicare alcuna preferenza per una delle liste che lo sostengono, il suo voto si ‘spalma’, in modo proporzionale, a tutte le liste a lui collegate o, in caso sostenuto da una sola lista, a quella stessa che lo sostiene.

SOGLIE DI SBARRAMENTO. Per accedere in Parlamento è fissata una soglia d’ingresso del 3% al Senato come alla Camera. La soglia per le coalizioni sale al 10%, sempre su base nazionale, ma se una coalizione non raggiunge il 10% dei voti, i voti dei partiti che hanno raggiunto il 3% come liste valgono lo stesso!. ‘Ma’ …  I voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione. Sotto la soglia dell’1%, invece, i voti dati a quella lista vanno dispersi, cioè non vengono attribuiti a nessuno. Per i collegi plurinominali dove vigono norme specifiche per le minoranze linguistiche (Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta) la soglia di sbarramento è al 20%.

NIENTE VOTO DISGIUNTO. In buona sostanza, non puoi votare il candidato nel collegio appoggiato dalla lista o dalla coalizione del partito dei ‘Gialli’ e, poi, scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei ‘Neri’, ove questo, naturalmente non faccia parte del partito/coalizione dei ‘Gialli’. Chiaro, no?!

SCORPORO E ‘BARBATRUCCO’… E’ vietato anche lo scorporo, che era invece possibile nel Mattarellum, ma… c’è un piccolo ‘barbatrucco’, per gli amanti del genere: dato che i voti degli elettori che barrano il nome del solo candidato del collegio uninominale vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio, anche se l’elettore non ha espresso alcuna preferenza per nessun partito, i partiti che hanno superato il 3% dei voti si ‘pappano’ anche i voti delle liste o partiti che non solo non hanno superato il 3% ma neppure l’1% dei voti! L’hanno chiamata, in commissione Affari costituzionali, la norma ‘8xmille’ perché, come si sa, chi non sceglie come destinare il suo 8xmille finisce nel cd. ‘inoptato’ che va, in ogni caso, allo Stato. In questo caso, con tale norma, ci guadagnano i partiti maggiori!

LE COALIZIONI I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale per più liste. Le dichiarazioni di collegamento devono essere reciproche tra le liste che compongono la coalizione. I partiti o le coalizioni di liste devono depositare, insieme al deposito del contrassegno elettorale, un programma con l’indicazione del capo della forza politica. Morale: se voti FI voti per Berlusconi ‘capo’, se voti Pd c’è Renzi, per la Lega Salvini, per i 5Stelle Di Maio e via di questo passo. Inoltre, va detto che anche quando il ‘capo della coalizione’ era indicato espressamente, come nel Porcellum, la Costituzione dice che a conferire l’incarico di presidente del Consiglio è il Capo dello Stato il quale può scegliere, come ha fatto spesso in passato, personalità diverse dal capo di una coalizione per mille ragioni. Una su tutte: il governo deve avere una maggioranza parlamentare e, se non la raggiunge, cioè se non ottiene la fiducia delle Camere, non c’è santo che tiene: anche se ha vinto le elezioni, presto cadrà. Inoltre, se è vero che è possibile costituire delle coalizioni saranno ‘mini’ (tranne, forse, quella del centrodestra tra FI, Lega, FdI e altri partiti minori): vi dovete dimenticare cioè le ‘grandi coalizioni’ del passato (Casa delle Libertà per il centrodestra, Ulivo prima e Unione poi per il centrosinistra) perché, al massimo, il Pd avrà due o tre alleati alla sua sinistra e alla sua destra, ma saranno piccoli, e i Cinquestelle non si alleano con nessuno! Infine, dimenticatevi anche le coalizioni a geometria variabile (e questo è un bene): nel 1994 Berlusconi si alleò con la Lega al Nord (Polo delle Libertà) e con An al Sud (Polo del Buongoverno): ora è impossibile perché le coalizioni dovranno essere fatte per forza sul piano nazionale.  Infine, la retorica demagogica di chi dice ‘voglio conoscere la sera del voto chi governerà’ è sempre stata falsa (l’Italia è, come prevede la Costituzione, una Repubblica parlamentare in cui i governi nascono e muoiono in Parlamento che dà loro la fiducia), ma lo è a maggior ragione ora. Se un partito o una coalizione non supera, abbondantemente, il 40% dei voti non otterrà mai il 51% dei seggi, nelle due Camere, per riuscire a governare da solo! Ergo, i partiti dovranno fare accordi tra di loro in Parlamento, per formare un governo, e questi accordi potranno essere ‘trasversali’ (Pd-FI-centristi o Lega-M5S-altri, per dire) e rompere le coalizioni e i patti stipulati precedentemente (e per finta) davanti agli elettori.

CIRCOSCRIZIONI. Saranno 20 le circoscrizioni per il Senato, una per ogni regione, mentre saranno 28 quelle della Camera. Perché sono importanti? Perché, anche se la soglia di sbarramento per ogni lista o coalizione, è determinata a livello nazionale, per determinare gli eletti si ‘scende’ prima nelle circoscrizioni e poi, ancora, ci si ramifica nei collegi uninominali per la parte maggioritaria e nei collegi plurinominali per il proporzionale. Le circoscrizioni, inoltre, sono molto importanti per definire il ‘recupero’ dei resti: infatti, anche il sistema più proporzionale che si possa immaginare presenta, sempre, dei ‘resti’ da attribuire. Si tratta di un ‘quoziente’ che stabilisce la cifra degli eletti e la cifra nazionale di ogni partito. Nella nuova legge elettorale verrà usato il metodo del ‘quoziente intero e dei più alti resti’ (nella Prima Repubblica si usava il metodo d’Hare, c’è anche quello ‘d’Hondt’) ma non stiamo neanche a spiegarvelo! E’ un puro calcolo tecnico, matematico: distribuisce in modo il più proporzionale possibile i seggi ai vari partiti e, francamente, è davvero roba per malati…

COLLEGI UNINOMINALI: si tratta di 231 collegi, pari al 36% dei seggi della Camera, per i deputati, e 109 (36%) per il Senato. In realtà, però questo conto è un po’ farlocco: infatti, nei 231 collegi uninominali della Camera sono contati anche i 6 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno in Valle d’Aosta, dove i seggi li vincono sempre le rispettive minoranze linguistiche, quindi i collegi della Camera sono in realtà 225. Stesso ragionamento per il Senato: i 109 collegi uninominali sono in realtà 116 ‘al netto’ dei sei del Trentino e di uno in Valle d’Aosta, il che vuol dire che, appunto, i collegi sono solo 109. I partiti si possono coalizzare per sostenere un comune candidato nell’ambito di ogni collegio uninominale mentre corrono da soli nell’ambito dei collegi plurinominali, e cioè per la parte proporzionale.

Risulta eletto il primo candidato di un partito, lista o coalizione di liste che prende un voto in più di tutti gli altri in ogni collegio uninominale. Si tratta, cioè di un sistema uninominale maggioritario secco all’inglese. Non sono ammessi ripescaggi, non ci sono soglie di sbarramento, possibilità di voto disgiunto, voto di scorporo, preferenze, etc. Se il candidato del collegio muore o rinuncia al seggio si ripete l’elezione. Ci si può candidare in un collegio uninominale e in 5 collegi plurinominali. L’alternanza di genere è garantita in proporzione del 60/40 per ogni genere ma al Senato deve essere garantita su base regionale.

COLLEGI PLURINOMINALI: Come risulterà facile capire da un rapido calcolo, se i seggi della Camera sono 630 e quelli del Senato 315 (oggi, al Senato, siedono 320 senatori ma perché in cinque sono senatori ‘a vita’ nominati per alti meriti dal Capo dello Stato) ne mancano parecchi per arrivare a fare ‘la somma del totale’, come direbbe Totò. Quanti sono e come verranno eletti i parlamentari?

Alla Camera ‘restano’ da eleggere 399 deputati nei collegi plurinominali, ma 12 continuano ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere con metodo rigidamente proporzionale. Restano dunque in 386 i deputati da eleggere sempre con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, restano da eleggere, tolti i 109 collegi uninominali (116 in realtà perché sono compresi i 6 del Trentino e uno in Val d’Aosta), 199 senatori, ma di questi sono sei gli eletti all’Estero, quindi ne restano 193 di senatori da eleggere nei collegi plurinominali. Da ricordare che il Molise elegge sempre e soltanto un senatore.

I candidati che si presentano nei collegi plurinominali, collegi divisi a livello più grande in 28 circoscrizioni della Camera e 20 del Senato, vengono eletti con un metodo che trasforma in voti in seggi in modo rigidamente proporzionale (metodo detto del quoziente interno e dei più alti resti) su base nazionale, con una soglia di sbarramento nazionale fissata, sia per la Camera che per il Senato, al 3% (al 10% per le coalizioni, al 20% per i collegi dove sono presenti minoranze linguistiche). I voti ai candidati dei collegi plurinominali contribuiscono ad aumentare i voti di ogni coalizione solo e soltanto se compresi tra l’1% e il 3% in partiti facenti parte della rispettiva coalizione mentre sotto l’1% quei voti vanno dispersi. I candidati dei collegi plurinominali sono scelti, all’interno di ogni lista, sulla base di liste bloccate corte composte da un minimo di due a un massimo di 4 nomi. A parità di voti è eletto il candidato più giovane. Sono vietate le preferenze, il voto disgiunto, lo scorporo tra maggioritario e proporzionale. La norma di genere (40/60) assicura che nessun genere possa superare l’altro nella composizione delle liste. Le pluricandidature sono ammesse fino a cinque, oltre a quella in un collegio maggioritario uninominale. Se un candidato viene eletto in più collegi plurinominali dovrà optare per quello dove ha preso meno voti e, al suo posto, scatterà il secondo classificato del suo partito in lista, sempre sulla base del collegio plurinominale di riferimento, ma privilegiando quello che ha preso meno voti in assoluto, non il contrario.

DELEGA AL GOVERNO E ASSEGNAZIONE DEI SEGGI. La legge delega il governo a definire questi collegi plurinominali: saranno circa 65 e dall’approvazione della legge il governo ha 30 giorni di tempo per disegnarli. Il problema, però qui, si fa ostico. Infatti, mentre capire come avviene l’assegnazione del vincitore nel collegio uninominale è molto facile (il primo che arriva vince!), nei collegi plurinominali il percorso è più macchinoso. In buona sostanza è questo: per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 % mentre un partito che supera la soglia del 3% ottiene i seggi corrispettivi anche se la coalizione di cui fa parte non ha superato il 10%. Sotto la soglia dell’1% nessun partito ha diritto ad avere seggi mentre tra l’1% e il 3% non ne ottiene ma contribuisce ad arricchire quelli della coalizione di chi fa parte. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale la vittoria nel collegio uninominale. Al candidato in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sarà eletto il candidato più giovane. Ci avete capito qualcosa? Tranquilli, anche noi facciamo fatica…

LISTINI E PLURICANDIDATURE Nei collegi plurinominali, dove vale il proporzionale, e dunque solo in quelli, sono previsti dei ‘listini’ molto corti, dai 2 ai 4 candidati al massimo. Quanto alle pluri-candidature, saranno possibili ma limitate (massimo 5), sempre nei collegi plurinominali. Nessuno può essere candidato in piuù di un collegio uninominale, a pena di nullità, ma è consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali fino a un massimo di cinque (già detto!).

E I FAMOSI COLLEGI DEL TRENTINO ALTO-ADIGE?! Il testo della nuova legge rimane ancorato, né poteva essere altrimenti, al testo del Tedeschellum come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno scorso quando il Tedeschellum, allora in votazione, naufragò proprio su questo emendamento: sei collegi uninominali e cinque proporzionali, alla Camera, altri sei e due al Senato. Non potrebbe essere altrimenti: i seggi del Trentino godono, infatti, di una riserva ‘costituzionale’: tanti sono e tanti devono essere in qualsiasi legge elettorale venga approvata dalle Camere! Così è.

QUOTE DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una “quota di genere”, un modo gentile per dire che bisogna rispettare, come prevedono diverse leggi italiane ed europee, una proporzione non discriminante verso le donne, il caro vecchio “sesso debole” nella compilazione delle liste elettorali, pena la loro non validità ed esclusione dalle elezioni. Per il Rosatellum la proporzione è di 60%-40%. Infatti sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le future senatrici, però, avranno più chance delle future deputate: il testo dispone che la ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell’uninominale che nel proporzionale, venga rispettata a livello regionale e non nazionale.

TOT FIRME, TOT LISTE. E’stato dimezzato, rispetto al testo originario, il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni politiche che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo parlamentare costituito alla data del 15 aprile 2017 (la data originaria era il 31 dicembre 2016, ma Mdp sarebbe rimasta fuori dal novero e pure il Pd gli ha fatto il regalo). Il numero di firme da raccogliere passa da 1.500-2.000 a sole 750, ma attenzione la deroga sarà valida solo per le prossime politiche! Per i partiti presenti in Parlamento sotto forma di gruppi costituiti (anche quelli minuscoli, sottogruppi, nati per microscissioni…) non sarà invece necessario, come già detto, raccogliere le firme.

AVVOCATO, MI CERTIFICA? Per le prossime elezioni, e solo queste, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste.

  • E’ finita? Neanche per idea! Alcune cose divertenti…

Se siete arrivati a leggere fin qui vuol dire che avete preso discrete dosi di citrosodina e bicarbonato, oltre a un po’ di sana nevralgina, per curare il mal di stomaco e il mal di testa! I nostri novelli ‘padri costituenti’ hanno pensato (e hanno fatto) bene ad aiutare il povero elettore a non impazzire, nei seggi. Infatti, tra rischi di contestazioni dei voti e delle schede elettorali e rischio di lunghe code davanti alle cabine elettorali, il rischio caos (e il rischio figuraccia) sarebbe davvero vicino. Ecco dunque alcune novità, davvero mai sperimentate prima!

LA SCHEDA CON LE ISTRUZIONI ‘PER L’USO’… La scheda è unica (ma attenzione in realtà saranno due! Perché una vale per eleggere i deputati alla Camera e una per eleggere i senatori al Senato!), ma conterrà anche, e per la prima volta nella storia repubblicana, delle “istruzioni per  l’uso” che serviranno a informare gli elettori su come devono… votare! Nel frontespizio della scheda, infatti, verrà spiegato come si vota…

IL TAGLIANDO “ANTI-FRODE” La scheda sarà dotata di apposito tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo, che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è di evitare brogli e scambi tra schede bianche e schede pre-stampate.

MA IL SUO PARTITO ‘TRASPARE’? Sono state inserite, nel Rosatellum bis, diverse norme di cosiddetta ‘trasparenza’. Prevedono che i partiti, i movimenti e gruppi politici organizzati che si presentano alle elezioni debbano avare uno Statuto. Chi ne è o ne sarà sprovvisto (come nel caso dell’M5S, tanto per dire) potrà presentare liste elettorali solo indicando elementi minimi di trasparenza come questi tre: il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Tutto il materiale sarà pubblicato online sul sito del ministero dell’Interno, insieme al programma elettorale di ogni partito o coalizione e al nome del capo della forza politica di ogni lista o partito. Si badi bene: capo di forza politica, non della coalizione!

Siete arrivati alla fine di questo lungo, troppo lungo, testo sulla legge elettorale?! Beh, allora siete pronti: potete andare a votare! Sempre che, si capisce, il Rosatellum bis diventerà mai legge!!! Ps. L’autore di questo articolo sarà felice di offrire un buon caffè a chiunque gli segnali possibili errori, dimenticanze, sviste etc.

NB: L’articolo, in forma meno lunga, è stato pubblicato sul sito di @Quotidiano.net

 

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NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017. 

 

Colle in campo. Il Pd rilancia il Mattarellum, ma cerca l’intesa con FI. Polemiche interne e con Bersani (Mdp)

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale (Torrino) dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato Sergio Mattarella

Ettore Maria Colombo – ROMA

Oggi il Capo dello Stato, padre del cosiddetto Mattarellum, sistema elettorale a base maggioritaria (75%) con recupero proporzionale (al 25%) e basato sui collegi uninominali,  farà filtrare, attraverso alcuni giornali, l’“insoddisfazione” per un dibattito, quello sulla nuova legge elettorale, che “non muove un passo in avanti”. E se pure è vero che Mattarella, ama esercitare le sue prerogative non con parole dirompenti, ma con l’arte della moral suasion, il messaggio quello resta. “Non si muove una  foglia”, è il concetto, “e questo non va bene”. Prova ne sia, infatti, che proprio ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Montecitorio ha deciso che la discussione sulla legge elettorale slitta agli inizi di maggio (doveva essere aprile), anche se con l’impegno di tutti i gruppi “a chiudere entro l’estate”. Ove mai la Camera partorisse una nuova legge, la palla passerebbe al Senato – dove i numeri sono ballerini, si sa, per la maggioranza di governo – e il rischio che non si faccia nessuna nuova legge elettorale è altissimo. Restando l’attuale sistema (Italicum, sia pure dimezzato dal ballottaggio, con sbarramento al 3% e premio di maggioranza alla lista fissato al 40%, ergo irraggiungibile, alla Camera dei Deputati, mentre al Senato ‘vale’ il Consultellum così come modificato dalla Consulta che bocciò il Porcellum nel 2014 e cioè una legge semi-proporzionale con sbarramenti al 20%, al 8% e al 4%) il Capo dello Stato è “molto preoccupato” – e oggi lo farà sapere – che “il giorno dopo le elezioni si creino due diverse maggioranze nei due rami del Parlamento e nessuno riesca a governare”. Senza dire del problema costituzionale che si porrebbe: a chi Mattarella affiderebbe l’incarico? Al partito vincitore alla Camera (competizione su liste) o al Senato (competizione su liste e/o coalizioni, qui ammesse)? Senza dire, infine, di altre differenze macroscopiche dei due sistemi.

Guarda caso, ma il Pd di marca renziana non intende restare ‘insensibile’ al ‘grido di dolore’ che arriverà dall’alto del Colle. “Noi vogliamo il Mattarellum, è la nostra proposta – spiega una fonte molto in alto del Nazareno renziano – e crediamo anche che abbia i numeri per essere approvato. Alla Camera di sicuro, ma anche al Senato. Fossi in voi (giornalisti, ndr) andrei da Paolo Romani (il capogruppo di FI al Senato, ndr) a chiedere cosa pensa del Mattarellum”. Renzi vuole uscire dall’impasse sulla legge elettorale e, insieme, mantenere e difendere saldo il principio e l’ancoraggio al maggioritario. Falsa, invece, la notizia di un ‘abboccamento’ tra Pd – Rosato in testa – e i pentastellati, nella persona del nuovo capogruppo, Roberto Fico, per ‘adottare’ il Legalicum dei 5Stelle o ‘vestire’ il Senato con la legge della Camera (l’Italicum): “Di loro non ci fidiamo – dicono i democrat renziani – preferiamo parlare con la Lega e gli azzurri”.

E così, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato prima dice “Noi siamo per il Mattarellum, ma prendiamo atto che molti altri sono contrari”, poi ribadisce: “Un sistema di impianto maggioritario e che garantisca la governabilità, per il Pd, è imprescindibile”. Parole, quelle di Rosato, che hanno avuto il ‘visto, si stampi’ di Matteo Renzi in persona. Poi c’è l’ennesima pdl (siamo ormai alla 30 esima) di riforma elettorale: la firma un Carneade del Pd, tale Fragomeli, ma è sottoscritta dalle renzianissime Rotta e Malpezzi, assai digiune di sistemi elettorali: ricalca l’Italicum con le correzioni richieste dalla Consulta e, soprattutto, rilancia il doppio turno con tanto di soglia di accesso. Il messaggio è che il Pd a un sistema di base maggioritario non rinunzia. L’obiettivo non è quello di votare a settembre, ma di far passare un sistema elettorale che, in un colpo solo, eviti il proporzionale puro e il potere di ricatto dei partitini.

Poi, certo, c’è, rimane e fa male il fuoco di fila delle opposizioni che accusano i democrat di “aver bloccato i lavori in attesa del congresso del Pd”, ma c’è pure il fuoco amico dentro il Pd. Il ministro Andrea Orlando, competitor di Renzi con Emiliano, dice che “sul Mattarellum non c’è accordo” e che “bisogna invece proporre delle correzioni all’Italicum”. Stabilito che gli ‘orlandiani’ devono fare pace tra loro stessi (i senatori Pd di fede orlandiana hanno chiesto proprio il Mattarellum!), la legge elettorale crea scompiglio e divisioni pure dentro Mdp, oò movimento nato per scissione dal Pd e già diviso al suo interno. L’altro ieri diversi esponenti di Mdp, da D’Attorre a Scotto, bocciavano il Mattarellum, ma ieri Pier Luigi Bersani ne invocava l’immediato ritorno: “Se si vuol fare il Mattarellum noi siamo pronti a votarlo, a qualsiasi ora del giorno e della notte”. Guarda caso, quasi le stesse parole di Salvini (“Il Mattarellum siamo pronti a votarlo anche domani mattina”). Solo l’M5S resta contrario (“Il Mattarellum è vecchio e invotabile”), ma almeno qui si capisce il perché: i pentastellati avrebbero solo da perderci.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 30 marzo 2017. 

Lo Statuto-garbuglio del Pd, le primarie il 9 aprile e le Politiche all’orizzonte. Intanto, scende in campo Orlando

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo
ROMA
LE PRIMARIE aperte a iscritti ed elettori del Pd, la ‘gazebata’, si terranno domenica 9 aprile. Lorenzo Guerini, presidente della commissione congressuale – vi siede un delegato per ogni corrente e presto sarà integrata dai rappresentanti di Orlando, che scenderà in campo oggi, e di Emiliano – ha spiegato agli altri suoi colleghi che «è meglio far presto». E dato che Guerini, sempre più centrale nel Pd renziano, parla per bocca dell’ex segretario – assente per il viaggio in Usa – la commissione ha detto subito ‘visto, si stampi’, pur se tra le rimostranze di Gianni Cuperlo (che voleva posticipare il congresso a luglio) e dei supporter di Emiliano (ieri notte, a Linea Notte, Tg3, Boccia ha detto che “se le primarie finale vengono indette il 9 aprile salta l’accordo”, cioè Emiliano si ri-ritira? Chissà). In ogni caso, il percorso di guerra studiato dai renziani è il seguente:venerdì fine dei lavori della commissione congressuale (una cosa da Speedy Gonzales: neppure tre giorni…), nuova Direzione nazionale venerdì pomeriggio per validarli, poi parte il missile a tre stadi : Convenzioni nei circoli, in cui votano solo gli iscritti; Convenzione nazionale, in cui si presentano i primi tre candidati che illustrano i loro programmi (con appendice di Convenzione programmatica); primarie aperte in cui possono votare pure gli elettori.
Ma c’è un ma. La commissione studia un caso di scuola che potrebbe diventare (per Renzi) amara realtà: se i contendenti saranno solo tre (Renzi, Emiliano e Orlando), la Convenzione nazionale verrebbe eliminata perché era stata studiata per selezionare proprio e solo le prime tre candidature che superavano il 5% dei voti nel primo giro tra gli iscritti (esempio: Pittella prese il 3%, al congresso del 2013, e si dovette ritirare dalla corsa). Senza la Convenzione, le primarie dovrebbero diventare, di fatto e subito, aperte ai primi tre candidati, dopo la scrematura da parte degli iscritti. Ma, per Statuto, se nessuno raggiunge il 50,1% alle primarie aperte, diventa obbligatorio un ballottaggio in Assemblea nazionale dove votano solo i delegati. L’esito potrebbe essere clamoroso: i delegati di due candidati (Emiliano+Orlando o Renzi+Orlando, dipende dai casi e dalle alleanza) si possono unire contro il terzo e farlo perdere in Assemblea anche se avesse vinto le primarie aperte! (esempio: Renzi 46%, Emiliano 35%, Orlando 25%: Emiliano e Orlando avrebbero il 51%).

IL MOTIVO politico dell’accelerazione sulla data delle primarie finale (9 aprile), però, è un altro. Il governo, in Parlamento, inizia a dare  preoccupanti segnali di cedimento. Ieri, la fiducia sul Mille-proroghe è passata, alla Camera, con appena 337 sì (quorum 315), al Senato i numeri ballano, dato che Ala è passata all’opposizione, e i renziani ormai super doc come Orfini rilanciano temi urticanti come lo jus soli e il fine vita, oltre ad aver posto l’aut aut «sull’eccesso delle privatizzazioni e dei voucher» nel nuovo programma di governo. Parole e intenzioni che hanno fatto venire uno sbotto d’ira ai moderati di Ncd. Morale: i renziani sono tornati a cannoneggiare il governo ‘amico’ e dicono apertamente che «la finestra elettorale di giugno è aperta, apertissima, se le primarie sono il 9 aprile». Certo, si tratterebbe di andare al voto sul filo del calendario: per sciogliere le Camere servono dai 45 ai 70 giorni, la data ultima per indire i comizi elettorali è tra il 18 e il 25 aprile, e il governo dovrebbe dimettersi una settimana prima, almeno, ma la mossa, pur con un cantiere – quello della legge elettorale – ancora in alto mare, c’è. I renziani pasdaran ne parlano apertamente nei corridoi, oltre a godersi lo spettacolo di una scissione che – indicano felici – «perde pezzi ogni giorno» (Lattuca, giovane deputato di Cesena, che si arrovella tra dubbi amletici, il raffinato costituzionalista De Giorgis e altri ancora, alla Camera, mentre al Senato teste d’uovo come Manconi, Tronti e Tocci non vanno via).

E non è un caso che molti parlamentari della ex sinistra dem (40 ex Giovani Turchi, 20 di Damiano, 15 di Cuperlo) stiano cercando riparo e protezione sotto l’ombrello di Orlando. Il ministro lancerà la sua candidatura oggi, al battagliero circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia ma di moda. L’obiettivo è chiaro: unire la sinistra e non solo quella.
E Renzi? L’ex premier è volato negli Usa, in California, con l’amico di sempre, Marco Carrai, e non rientrerà prima di domenica, dando buca ai lavori della nuova Direzione. Da lì, però, si gode lo spettacolo. Tra una visita a Tesla e al resto della Silicon Valley e un giro da turista, scrive che «mentre la politica italiana post-referendaria litiga su tutto o quasi, noi proviamo a imparare da chi sta costruendo il domani prima degli altri». Un futuro e un domani che, almeno ai suoi occhi, assumono sempre più sapore delle elezioni anticipate.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2017 a pagina 8 di Quotidiano Nazionale 

Il patto segreto Renzi-Berlusconi: un Italicum ‘mascherato’ ed elezioni il prima possibile

berlusconi

Silvio Berlusconi quando sedeva al Senato

STA per nascere l’«Italicum mascherato»? Un sistema elettorale mezzo Italicum, mezzo proporzionale? Se ne parla da giorni al Nazareno, dove lo chiamano «il patto del Diavolo». Un ‘Nazareno 2.0’ stipulato, a breve, tra gli stessi contraenti del ‘Nazareno 1.0’, Renzi e Berlusconi, ma con obiettivi assai diversi dall’originale: per Renzi sarebbe l’assicurazione che la legislatura verrà interrotta assai prima della scadenza naturale (febbraio 2018) e che si voterà a giugno; per il Cav la polizza è già più impalpabile.
Vaghe rassicurazioni (e pressioni) sul governo Gentiloni affinché non si costituisca contro il ricorso dei legali del leader di FI che ne chiedono la riabilitazione presso la Corte europea di Strasburgo e, in rapida successione, il voto favorevole del Pd quando, prima o poi, il Parlamento si ritroverà a votare sulla legge Severino sempre ai fini dell’applicazione della sentenza di Strasburgo, altrimenti essa non avrebbe effetti giuridici e Berlusconi resterebbe incandidabile. Poi, certo, il sostegno del governo Gentiloni nel braccio di ferro Mediaset-Vivendi. Stop alle sanzioni con la Russia, nomine di enti pubblici da concordare. Ma la merce di scambio sa farsi anche concreta, se Renzi vuole e come il Cavaliere sa bene.

ED ECCO che un Renzi ringalluzzito, che a Roma si sta cercando pure casa (palazzo Chigi non c’è più, la soluzione di scendere in albergo, di solito quello vicino alla stazione Termini, è stata scartata), ieri pomeriggio è andato a trovare Gentiloni al Gemelli («tra i due la sintonia è perfetta», dicono fonti di governo e ribadiscono fonti del Nazareno) e lì è rimasto per un’ora, poi ha avuto raffiche di incontri al Nazareno: Zanda (per i numeri al Senato), Cuperlo (per ‘aprire’ a sinistra), il ‘solito’ Guerini, sempre più calato nel suo ruolo di «numero due» del Pd. L’ex segretario dei Ds ed ex sindaco di Torino, Piero Fassino, e il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina avranno un ruolo, nella nuova segreteria, dove entreranno lo scrittore Carofiglio e vari sindaci (Bonajuto, Palazzi, Falcomatà, Ricci, etc.), ma non l’Organizzazione, che resterà in capo a Guerini. Infine, Renzi si è preparato per un’intervista sulle «Ragioni della Sinistra» che darà oggi a Ezio Mauro per Repubblica. A Guerini e Zanda, però, resta il compito più arduo. Far arrivare, via Paolo Romani e Gianni Letta, un sms al Cavaliere, che di Renzi non si fida più e da tempo: «Preferisci l’uovo oggi (una legge elettorale concordata e seria, ndr) o l’incerta gallina (una legge elettorale ‘minacciosa’, nei tuoi confronti, ndr) domani?». La cosa curiosa è che Berlusconi ci sta pensando, stavolta, e sul serio. Specie dopo che, spiega l’autorevole fonte del Nazareno, «gli abbiamo recapitato due messaggi: con il proporzionale puro non governa nessuno, neanche tu, e neppure con la grosse koalition, dopo le elezioni; se vuoi avere la certezza di poterti scegliere i parlamentari, solo noi, che abbiamo uguali ‘problemi’ in casa nostra (leggi: la minoranza del Pd, ndr), siamo la tua unica garanzia di avere le liste bloccate».

ECCOLO, dunque, il «patto del diavolo». Premessa metodologica: non si possono «fare i conti senza l’oste». Bisogna aspettare, cioè, che la Consulta (udienza il 24 gennaio, sentenza non prima del 10 febbraio) si pronunzi. Poi, serve che la Consulta ritagli, dall’Italicum, la legge elettorale in vigore solo per la Camera dal I luglio 2016, un sistema di base proporzionale, senza il ballottaggio (e, forse, senza le multi-candidature, di certo senza i capolista bloccati), ma tenga intatto il premio di maggioranza al 40%, da assegnare però al primo turno, o meglio turno unico. Ne risulterebbe un sistema proporzionale sì (anche l’Italicum lo è, persino il Porcellum lo era…), ma con soglie di sbarramento alte e da limare in Parlamento («in un mese e mezzo ce la si fa», assicurano al Nazareno mentre altri sono assai più scettici). La proposta del ‘patto del Diavolo’ fatta a FI, e scritta pure già nero su bianco, da parte dei democrat, sulle soglie di sbarramento è questa: l’8% al Senato, ma il 5% alla Camera per i partiti che corrono da soli, mentre le soglie scenderebbero al 4% al Senato e al 2,5% alla Camera per i partiti «coalizzati», che corrono in una coalizione.
E, soprattutto, nel Patto, c’è un premio di maggioranza «variabile»: non più «fisso» come nell’Italicum (55% di seggi, pari a 340 deputati), ma 55% dei seggi con il 40% dei voti, meno del 55% se prendi meno e via a scalare con un premio che ‘scende’ dal 15% al 5%. Infine, niente preferenze, ma liste ‘corte’, come nel sistema spagnolo, o collegi maggioritari «grandi», non come nel Mattarellum, ma come nel Senato della Prima Repubblica. L’obiettivo è identico: poter sapere chi verrà eletto, riuscendo a controllare le proprie truppe parlamentari. Desiderio e volontà care a Forza Italia come al Pd di Renzi.
I possibili intoppi, sulla strada del «patto del Diavolo», però, sono tanti. Uno per tutti: Renzi non è più premier, Berlusconi non controlla più la coalizione di centrodestra.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 14 gennaio 2017. 

Intervista a Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd: “Se la Consulta mantiene il ballottaggio si vota così. In ogni caso, alle urne il prima possibile”

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Ettore Maria Colombo
ROMA (sopra, Renzi e Guerini parlano sui banchi del governo, aula di Montecitorio)

«IL BALLOTTAGGIO è, da sempre, una bandiera del Pd. Se la Consulta dovesse decidere di non abolirlo, la nostra proposta di legge elettorale non potrà prescinderne».
Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, uomo di fiducia del leader, soprannominato ‘il Forlani di Renzi’, atterra a Roma dopo qualche giorno di ferie. Oggi, riunioni su riunioni per stilare la tabella di marcia degli incontri con le altre forze politiche sulla legge elettorale, poi – a breve – la nuova segreteria. Insomma, il lavoro ferve, al Nazareno.

Quando e con chi aprite il tavolo sulla legge elettorale?
«La nostra proposta è stata, da subito, molto chiara. Confronto immediato con tutti i partiti per arrivare rapidamente a un’intesa politica sulla nuova legge elettorale. Abbiamo proposto il Mattarellum: coniuga rappresentanza e governabilità. Siamo interessati e disponibili al confronto con tutti e siamo consapevoli che, senza il Pd, non si fa alcuna nuova legge elettorale.
Lavorare bene e senza perdere tempo è l’unico modo per rispondere alle autorevoli sollecitazioni del Capo dello Stato che ha invitato tutti i partiti a trovare l’intesa sulle regole elettorali. Il Pd non intende sfuggire alle sue responsabilità, ma neanche perdere tempo o assecondare chi vuole utilizzare l’assenza di una nuova legge elettorale per allontanare il più possibile la data del voto, di cui non abbiamo paura».

A breve parlerà la Consulta. Girano varie indiscrezioni tra cui che, dell’Italicum, potrebbe salvarsi il ballottaggio.
«Non sta a me anticipare le valutazioni della Consulta cui guardiamo con grande rispetto. È evidente, però, che se così dovesse essere e la Corte mantenesse il ballottaggio, ricordo che questa è la posizione storica del Pd e il cuore dell’Italicum. Ne prenderemmo atto, lavorando per adeguare la legge elettorale del Senato, anche perché una nuova legge non si vara in funzione anti Cinque Stelle di cui non abbiamo paura. Ciò detto, il confronto tra i partiti può e deve iniziare prima della decisione della Consulta».

La Consulta, oggi, deciderà anche sui quesiti della Cgil che punta ad abolire l’art. 18.
«Sarebbe opportuno che la politica guardasse in modo sobrio alle autonome decisioni della Corte. Ci tengo solo a dire che la lettura maliziosa di chi lega i voucher al Jobs Act è sbagliata. I voucher furono introdotti per legge nel 2003 e il loro uso è stato amplificato da diversi governi. Il governo Renzi, invece, ha introdotto la loro tracciabilità per limitarne gli abusi nei lavori occasionali e contro il lavoro nero».

Si dice, parlando di interpretazioni malevole, che Renzi voglia far cadere Gentiloni e questi governare a lungo…
«Dietrologie. Il nostro sostegno al governo Gentiloni è pieno e leale. Detto questo, la valutazione sull’esigenza di andare in tempi rapidi alle urne è presente nel dibattito politico, è sentita da cittadini e elettori del Pd. Esauriti alcuni passaggi importanti, come la scrittura di una nuova legge elettorale, e nel pieno rispetto delle prerogative del Capo dello Stato, da qui al voto non credo che mancherà troppo tempo».

Le opposizioni chiedono una commissione d’inchiesta sul caso Mps. Il Pd è contrario?
«Il Pd è favorevole a una commissione d’inchiesta sulle banche purché il lavoro venga affrontato in modo serio e rigoroso, non demagogico e strumentale».

Guerini, faccia un pronostico. Si vota ad aprile, giugno, ottobre o febbraio 2018?
«È sbagliato parlare di date, ma bisogna arrivare velocemente a un accordo sulla legge elettorale e, una volta definito, andare al voto».

Il Pd ci arriverà malconcio…
«Dissento. Il Pd sta lavorando non da oggi al rafforzamento sul territorio per far valorizzare le energie, nuove e consolidate, che ha e per stimolare il protagonismo di una nuova classe dirigente. Stiamo definendo al meglio le nostre ‘Idee per l’Italia’ con un profilo programmatico alto per il Paese e l’Europa».

Il percorso a cui pensate è fatto di primarie a marzo e congresso ordinario in autunno?
«Dipende dalla data delle elezioni. Il congresso, per Statuto, è già fissato a novembre del 2017. Quanto alle primarie, invece, alla luce della nuova legge elettorale, decideremo le modalità più idonee. Renzi, che è la nostra migliore risorsa da mettere in campo, sarà della partita».

La nuova segreteria come e quando ci sarà? E Guerini seguiterà a fare ‘il Guerini’?
«Se la domanda è se resterò vicesegretario, la risposta è sì, ma poco conta. Il segretario e tutti noi siamo al lavoro per costruire la nuova segreteria e mettere assieme energie nuove e di esperienza che lo aiutino nel suo impegno».

NB: Questa intervista è stata pubblicata a pagina 6 del Quotidiano Nazionale il 10 gennaio 2016.

La Consulta allontana le urne. Sentenza sull’Italicum il 24 gennaio. I possibili effetti sul sistema elettorale della scelta

tetto del Quirinale

Il tetto del Quirinale detto ‘Torrino’ dove riceve gli ospiti il Capo dello Stato Mattarella

LA CORTE costituzionale ieri ha ‘deciso di decidere’, sull’Italicum, il 24 gennaio 2017. Una scelta che ha avuto immediate e pesanti conseguenze politiche e istituzionali. Il quadro è cambiato nel breve volgere di un pomeriggio. Renzi e il Pd si sono dovuti riconvertire rapidamente, dal grido di guerra «elezioni subito», “al massimo entro febbraio-marzo”, al sostenere di vler accettare, obtorto collo, un «governo istituzionale» di più lunga durata (sempre che, anche questa, non sia una semplice mossa tattica di Renzi…).
Prima di capire, però, cosa potrà decidere la Consulta sull’Italicum, ripercorriamo le tappe delle sue decisioni precedenti sullo stesso tema. Una grandinata di ricorsi nei tribunali civili erano stati subito presentati, contro l’Italicum, da un pool di avvocati: finora ne sono arrivati cinque (Torino, Perugia, Messina, Trieste, Genova), ma sono in costante aumento.
Il presidente di una Consulta in questo momento sotto organico di un giudice (14 su 15 perché Giuseppe Frigo, di area centrodestra, si è dimesso un mese fa per motivi di salute), Paolo Grossi, affidava il fascicolo a un giudice relatore, Niccolò Zanon, ex membro laico del Csm, sempre di area Pdl, ma nominato giudice della Consulta da Giorgio Napolitano.
La Consulta avrebbe dovuto dare il giudizio di legittimità sull’attuale legge elettorale – in vigore dal primo luglio 2016, ma valida per la sola Camera, ritenendo il governo, che l’ha fatta approvare dal Parlamento ricorrendo al voto di fiducia, che il Senato sarebbe stato eletto, una volta approvata la riforma costituzionale, in via indiretta – lo scorso 4 ottobre, ma il 19 settembre scorso la seduta venne rinviata perché, questa l’opinione dei giudici, rischiava di interferire con il voto sul referendum costituzionale del 4 dicembre. La scelta di riunirsi il 24 gennaio, e non prima, sconta tempi tecnici dovuti alla notifica alle parti ricorrenti (il ricorso di Genova, ad esempio, deve ancora essere messo ‘a ruolo’ e notificato alle parti, compresa la pubblicazione in Gazzetta ufficiale) e alla necessità di capire, da parte dell’Avvocatura di Stato, in questo caso ‘l’avvocato del diavolo’, cioè il difensore d’ufficio del governo Renzi, se anche il nuovo governo, dato che questo in carica è dimissionario, vorrà «difendere» l’Italicum davanti alla Consulta (il parere del governo, avanzato dall’Avvocatura, è che la Consulta non può decidere dell’Italicum prima che il nuovo sistema elettorale entri in vigore perché solo in tale caso si configurerebbe l’ipotesi di un diritto del cittadino ‘leso’ dalla nuova legge elettorale). Insomma, si potrebbe dire che i giudici dicano ‘ci vuole il tempo che ci vuole’, per esaminare il ricorso sull’Italicum, a tal punto che la stessa udienza del 24 gennaio potrebbe slittare almeno di una settimana, ove la Corte volesse accogliere e unificare, agli altri quattro, anche il ricorso di Genova (ne pendono altri dieci, però…). Si dice anche che sarebbe stato lo stesso Mattarella a premere sulla Corte e il suo residente per ottenere una sentenza in tempi il più possibile anticipati.

RIGUARDO ai contenuti della decisione della Consulta, si possono solo fare delle ipotesi, ma è è certo che la Corte farà robuste, correzioni all’Italicum se non lo boccerà del tutto. Quali correzioni, però? Nel mirino della Consulta ci sono tre punti. Le multicandidature, possibili, per legge, fino al numero di 10, che potrebbero essere ridotte o obbligare l’eletto a optare per il collegio dove ha preso più voti, i capilista bloccati, fissati a quota 100 (ma questi potrebbero, invece, passare il vaglio di costituzionalità), e, soprattutto, il «combinato disposto» che si produce dall’incrocio tra robusto premio di maggioranza e ballottaggio tra le prime due liste più votate. Infatti, l’Italicum prevede che, se nessun partito raggiunga il 40% dei consensi al primo turno, vadano al ballottaggio le prime due liste più votate ma senza soglia di accesso, cioè a prescindere dal numero dei votanti del ballottaggio. Una lista può, quindi, al secondo turno e con una cifra bassa di consensi, assicurarsi il premio di maggioranza del 54% (340 seggi su 630, al netto dei 12 deputati eletti all’estero e dei 3 collegi uninominali singoli, due del Trentino e uno in Val d’Aosta).

Le «voci» che arrivano dal Palazzo della Consulta dicono che la Corte sarebbe orientata a mantenere il premio al 40%, eliminando il ballottaggio o condizionando il premio stesso al raggiungimento di un quorum molto alto di partecipanti al voto al secondo turno (50%?).
Ne deriverebbe che, se nessuna lista  raggiunge, i seggi si ripartiscono con il metodo proporzionale e gli eletti vengono sceliti con le preferenze nei 100 collegi previsti dall’Italicum, restando fisso lo sbarramento nazionale, valido per tutti i partiti, al 3%. L’alternativa è la bocciatura, completa e duplice, sia del ballottaggio che del premio di maggioranza, riportando la legge elettorale per la Camera a un proporzionale semi-puro.

Rimarrebbe in piedi, però e comunque, il problema del sistema in vigore per il Senato.
Sempre la Consulta, con sentenza numero 1/2014, ha cassato il vecchio Porcellum, abolendone il premio di maggioranza abnorme (55% dei seggi alla prima lista senza soglia) e le liste bloccate, ma lasciando intatte le soglie di sbarramento per il Senato (20% per una coalizione, 8% per una lista, 3% per una lista interna a una coalizione)e stabilendo che, in luogo delle liste bloccate, bisognasse ripristinare una preferenza, peraltro unica. E’ questo quello che, da quella sentenza in poi, viene chiamato, impropriamente, ‘Consultellum’. Ovviamente, il resto del sistema elettorale, quelle per la Camera, avrebbe dovuto avere conseguenze simili (sbarramento all’8% per una coalizione, 4% per una lista singola, 2% all’interno di una coalizione, più la preferenza unica), ma i suoi effetti, quelli del Consultellum, sono state poi cancellate dall’entrata in vigore dell’Italicum. Inoltre, va ricordato che le soglie di sbarramento e ogni forma di possibile premio – ragionevolmente individuabile intorno al 5% visto che solo l’88% dei partiti, sulla base delle Politiche 2013, prenderebbe seggi, e il restante 12% andrebbe ripartito come forma di premio ‘indotto’, vanno ripartiti e attribuiti, al Senato, «su base regionale» (così vuole la Costituzione).

IL SISTEMA elettorale che uscirebbe dalla sentenza della Consulta dovrebbe prevedere, dunque, soglie di sbarramento e sistemi di trasformazione dei voti in seggi entrambi diversi, pur configurandosi, di fatto, come un proporzionale con preferenze semi-puro. Infine, se per quanto riguarda la Camera la sentenza della Corte sarebbe auto-applicativa perché l’Italicum è già legge dello Stato, per il Senato bisognerebbe intervenire comunque con una legge (i decreti leggi, in materia elettorale, non si possono fare) che solo il Parlamento (e, ovviamente, su impulso del nuovo governo) potrebbero approvare. Dal giorno della sentenza, dunque, e pur immaginando una pubblicazione delle sue motivazioni in Gazzetta ufficiale nel giro di una settimana, non si potrebbe andare al voto, comunque, «subito»: di certo non a febbraio né a marzo non fosse perché, per fare una legge elettorale di ‘adeguamento’ della sentenza della Corte, servirebbe almeno un mese e per sciogliere le Camere e convocare le elezioni, servono almeno 60 giorni per i comizi elettorali. Se ne parlerebbe, per andare al voto anticipato, non prima di aprile inoltrato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 7 dicembre 2016 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)