Banca Etruria, alta tensione sull’audizione di Ghizzoni in commissione Banche. Sullo sfondo, resta il caso Boschi

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

NB: E’ notizia arrivata solo stamane, con un post del capogruppo del Pd, Orfini, che i membri democrat in commissione Banche “non si opporranno” all’audizione dell’ex ad di Unicredit, Ghizzoni in merito al caso Banca Etruria che coinvolge Pierluigi Boschi. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L’ ufficio di presidenza (Casini, presidente, Mauro Marino, Pd, e Renato Brunetta, FI) della commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche ieri ha fatto ‘muro’ per oltre due ore nel negare, almeno per ora, ai 5Stelle l’audizione dell’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni. La decisione finale verrà presa stasera, in una nuova seduta, ma dovrebbe restar tale. Casini potrebbe però mettere la questione ai voti, ma con solo M5S a chiederlo, il ‘no’ degli altri farà la differenza. Certo, il Nazareno prova a far sapere che “noi non faremo muro contro la richiesta di ascoltare Ghizzoni”, ma il muro lo fanno eccome. Secondo un esponente renziano della Commissione, “a me di Ghizzoni non mi frega nulla. Io voglio sapere cosa è successo nel fallito salvataggio di tante banche e di tanti risparmiatori, non solo di Banca Etruria”. Inoltre, sempre dai senatori dem, filtra la posizione ancora più dura: “Saremmo stupiti, preoccupati e imbarazzati se Casini accettasse la richiesta di audire l’ex ad di Unicredit”. Insomma, un niet bello e buono, anche se il capogruppo dem in commissione, Matteo Orfini, fa filtrare un sibillino “noi non abbiamo nulla in contrario, deciderà Casini…”. Del resto è stato lo stesso Renzi a ‘ispirare’ e ‘incitare’ la Boschi a difendersi pubblicamente, l’altro giorno, con ben due post su Facebook e in soccorso della ex ministra sono subito accorsi diversi renziani d’ordinanza e di prima fascia: Bonifazi, Marcucci, etc.

Certo è che la battaglia, già ieri sera, in ufficio di presidenza è stata sfinente. I grillini ci hanno provato in tutti i modi di mettere il Pd sulla graticola. Di Maio è andato in tv a parlare delle “enormi responsabilità di Boschi e Renzi”. Di Battista ha dato a Casini del “venduto” (al Pd) per un seggio, poi taccia di “spirito nazarenico” Forza Italia. Il capogruppo azzurro Renato Brunetta replica a ‘Dibba’ per le rime, offrendosi anche di dargli “lezioni di opposizione”. Si è visto pure il consueto teatro: fuori la sede della commissione, una rappresentanza di trenta parlamentari 5Stelle improvvisa un ‘simpatico’ e ‘colorito’ sit-in di protesta ad uso e consumo delle telecamere.

La commissione, intanto, prova a lavorare comunque. Casini oggi, nel nuovo ufficio di presidenza convocato per le 18 a palazzo Madama, proporrà due “pacchetti” di audizioni ai commissari. Il primo comprende richieste di audizioni già decise in un calendario molto fitto e che si chiuderà con i fuochi di artificio: Barbagallo (BankItalia), Apponi (Consob), Vegas (Consob) il 14 dicembre, il ministro Padoan il 19 – che ieri ha confermato che verrà ascoltato – e il 15 il governatore di BankItalia, Ignazio Visco. Poi, il secondo ‘pacchetto’ con le proposte di tutti i gruppi: qui i 5Stelle (e SI) chiederanno di ascoltare Ghizzoni, ma anche Consoli, Zonin e altri esponenti e ad delle banche. Ma se si considera – fa notare il senatore dem renziano Del Barba – che “appena Mattarella scioglierà le Camere non potremo più fare audizioni, ma solo la relazione finale” si capisce che i dem hanno eretto un muro: niente Ghizzoni. Sempre i 5Stelle (richiesta appoggiata dal deputato di SI Paglia) chiedono pure l’audizione del presidente della Bce, Mario Draghi, e di Jean-Claude Trichet, ex capo del board della Bce. In questo caso, però nessuno ha dubbi: richieste tutte respinte.

Ma è su Ghizzoni che si gioca il braccio di ferro. Secondo Ferruccio de Bortoli, gli avrebbe raccontato delle “indebite pressioni” ricevute dalla Boschi per ‘salvare’ Banca Etruria. La Boschi ha querelato, ma solo l’altro ieri, de Bortoli, e in sede civile, non penale. E proprio la ormai certa ‘chiamata’ di Ghizzoni in sede processuale sarebbe la via di fuga del Pd. “Io chiesi di sentire Mussari (a capo di Mps, ndr.) – spiega Giovanni Paglia (SI) – ma mi fu negato perché un indagato o imputato non può venire a testimoniare da noi in commissione”. Ma Ghizzoni, nel processo Boschi-de Bortoli è ‘solo’, almeno per ora, un testimone. Casini prenderà la decisione finale.

NB: l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale del 6 dicembre 2017 a pagina 8

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Renzi va e torna dagli Usa, ma i guai rimangono in casa: la Sicilia e il rapporto tra il Pd e il governo Gentiloni

renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Pubblico qui di seguito – con colpevole ritardo – i tre articoli scritti per QN e usciti tra il I e il 2 novembre 2017 su Renzi negli Usa da Obama e i guai del segretario e del Pd rimasti in Italia.
Ettore Maria Colombo – ROMA
1. Prove anti-Gentiloni. Renzi dagli Usa dà il via libera ai cattodem sul bonus bebé.
(L’articolo è uscito il 2 novembre 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale)
Bonus famiglia. Innalzamento dell’età pensionabile. Più risorse per il contratto degli statali, degli insegnanti, etc. E’ partito il consueto “assalto alla diligenza” alla manovra che, a partire dal 7 novembre sarà all’esame della commissione Bilancio del Senato presieduta dal dem ‘rigorista’ Tonini. La cosa curiosa è che gli ‘assaltatori’ hanno avuto luce verde direttamente dal Nazareno. E, cioè, dal Pd di Renzi. Succede, infatti, che ieri, con una nota, un manipolo di senatori dem, tutti renziani convinti (Di Giorgi, Cociancich, Collina, Cucca, Fattorini, Lanzillotta, Marino, Santini, etc.), si uniscono come un sol uomo alle vibranti proteste di Ap. Il partito di Alfano, il giorno prima, aveva tuonato, con i due capogruppo alla Camera e al Senato, Lupi e Bianconi: “Senza bonus famiglia diremo no alla manovra”. Sembrava la classica tempesta in un bicchiere d’acqua (“quelli di Ap fanno la voce grossa due giorni, poi gli passa”, il commento tra i dem), ma ecco scendere in campo i ‘cattodem’ del Pd. Protestano ad alta voce, pure loro, contro la cancellazione del bonus bebé dalla manovra varata dal governo Gentiloni. Renzi è negli Usa: può esserne vittima e non regista? No. Infatti, prima in un’intervista ad Avvenire e poi a Portici, il leader del Pd ha puntato i fari, oltre che sul ddl Richetti sui vitalizi, sui temi sociali. Il leader dem ha già individuato nel maggiore sostegno ai figli a carico delle famiglie “una priorità assoluta insieme alla riduzione delle tasse sul lavoro” e ha già coniato lo slogan “mille euro a ogni figlio”. E chi pensava che quello di Renzi fosse solo un programma “elettorale” si è dovuto ricredere, dopo la nota dei senatori.
E così, con Renzi assente, ma ‘informalmente’ informato, si dice al Nazareno che, dietro la nota dei senatori ‘cattodem’, si stagli la figura di Lorenzo Guerini. Sarebbe stato lui, il coordinatore della segreteria Pd, detto ‘il Forlani’ di Renzi, a ‘ispirare’ l’uscita dei ‘catto dem’. La cui nota recita così: “La scelta del governo di non rifinanziare il bonus bebé è incomprensibile e non condivisibile”. Un uppercut al volto. Fa il paio, peraltro, con l’intemerata del ministro Martina che, pur se dal versante sinistro del partito, tuona contro il previsto aumento dell’età pensionabile a 67 anni. Richiesta che, dentro le Camere, ha due fan siamesi e scatenati: il supersinistro Cesare Damiano (Pd) e il superdestro Maurizio Sacconi (Ap). Infine, i senatori dem Ichino e Lepri chiedono di “utilizzare parte dei risparmi per costituire un fondo ad hoc perl’assistenza dei caregivers, le persone impegnate nell’assistenza a parenti gravemente disabili, proposta su cui Qn ha condotto una importante campagna stampa e su cui anche Ap ha presentato proposte.
Il premier è all’estero (un viaggio in India, molto importante, e poi in Arabia Saudita ed Emirati Arabi che si concluderà oggi quando tornerà a Roma per incontrare i sindacati al tavolo verde di palazzo Chigi sulle pensioni, altro tema su cui il Pd ha alzato il fuoco di sbarramento chiedendo di rinviare l’innalzamento dell’età pensionabile) e non ha presa bene tutte queste notizie mentre il ministro Padoan è già andato su tutte le furie e promette battaglia.
Infine, il Colle. Naturalmente, è “preoccupato”. Ieri, non a caso, è filtrato dal Quirinale, sul cui tavolo c’è la legge elettorale ancora da firmare, che Mattarella intende “vigilare” sulla manovra: nonostante lo “sfilacciamento” della maggioranza e le sue “geometrie variabili”, si tratta di un “passaggio fondamentale” per il Paese davanti alla Ue. Mattarella ha un arma segreta e atomica: sarà lui a decidere la data di scioglimento delle Camere e, dunque, le elezioni. Renzi punta tutte le sue fiches sul 4 marzo 2018, ma il Colle può rimandare lo scioglimento delle Camere fino al… 15 marzo 2018, il che vorrebbe dire, però, tenere le elezioni a maggio e dunque far slittare – a causa di tutte le procedure che servono per formare le nuove Camere – le consultazioni per la formazione del nuovo governo almeno a giugno. 
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2. Matteo e Barack si abbracciano, ma in Italia il Pd continua a perdere pezzi. 
(NB: L’articolo è uscito il 2 novembre a pagina 6 del Quotidiano Nazionale)

Nemo propheta in patria, si potrebbe dire. Matteo Renzi viene esaltato all’estero, direttamente da Barack Obama, ma in Italia lo aspettano a solo guai. In più, crolla nei sondaggi. “La politica deve diventare più attraente per coinvolgere più persone come è avvenuto nelle campagne elettorali mie e di Matteo”. Parola di Barack Obama. Bisogna rafforzare l’idea – aggiunge l’ex presidente Usa – che la politica può fare la differenza, battere il cinismo dei giovani e riportarli a votare”. Un endorsement in piena regola quello di Barack Obama che interviene a sorpresa a un panel dei lavori della sua Fondazione cui partecipava proprio Matteo Renzi coordinato da Caroline Kennedy, ex ambasciatrice e figlia dell’ex presidente JFK. Il segretario dem si trova, ormai da due giorni, a Chicago. Idem sentire di Barack e Matteo anche sui media che “non devono rafforzare l’idea di una politica che non offre risposte”, dice Obama. Renzi, che mal tollera i giornalisti e i talk show, non può che annuire. Il leader dem, nel suo intervento, ha parlato di “stagione di incredibili cambiamenti strutturali in Italia e in Europa e nessuno può fermare il cambiamento, che piaccia o no”, citando a  esempio “la rivoluzione, 10 anni fa, dell’IPhone”.

Peccato che, dall’Italia, arrivino solo brutte notizie, per il leader del Pd. La manovra economica rischia di finire a gambe all’aria, anche se proprio per colpa dei renziani che hanno aperto il fuoco sul bonus bebé e l’età pensionabile, facendo irritare, nell’ordine, Gentiloni, Padoan e il Colle. Le elezioni regionali in Sicilia che si terranno domenica rischiano di tramutarsi in un bagno di sangue, per il Pd. E, soprattutto, il percorso politico e le strategia del premier attuale, Paolo Gentiloni, si va sempre più divaricando da quello di Renzi. Gentiloni vuole imporre lo ius soli, subito dopo la manovra economica, al Senato, con la fiducia, e invece Renzi – che di ius soli non vuole sentir parlare – vorrebbe trovare lo spazio per il ddl Richetti sui vitalizi. Gentiloni, reduce da un importante viaggio di tessitura con molti Paesi chiave (India, Arabia Saudita, EAU), domani vedrà i sindacati sulle pensioni al famoso ‘tavolo verde’ di palazzo Chigi che Renzi aveva di fatto mandato in soffitta.

Infine, ci si mettono anche i sondaggi a incattivire i rapporti tra i due, anche se i rispettivi staff li definiscono “ottimi”. Secondo i dati dell’Istituto Ixé di Roberto Weber “Gentiloni gode di una fiducia superiore a quella di Renzi. E’ la rivincita dell’uomo tranquillo e batte Renzi 39 punti a 27”. Inoltre, Gentiloni “garantisce un maggiore valore aggiunto e farebbe un migliore risultato se fosse lui a guidare il Pd”. Ma anche altri dati del sondaggio Ixé sono interessanti: Luigi Di Maio, candidato M5S, è in crescita e si posiziona al secondo posto con il 32% mentre Matteo Salvini (Lega) gode di un gradimento molto alto (il doppio della Lega) e batte Silvio Berlusconi che si attesta solo al 21%. Per Ixé le prossime elezioni potrebbero essere” una sfida a due tra centrodestra e M5S col M55 che raccoglie i delusi del Pd”. Una prospettiva da far tremare le vene nei polsi a Renzi.

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3. Renzi vola a Chicago da Obama che se lo coccola. I guai sono rimasti tutti a Roma.
(NB: L’articolo è uscito a pagina 11 del Quotidiano Nazionale il I novembre 2017). 
“Buongiorno da Chicago, amici! Sono qui per il primo summit mondiale della Fondazione Obama!”. Matteo Renzi parla così in un post su Instagram. Parole entusiastiche, certo, ma comprensibili. Il leader dem è volato negli Usa, a Chicago, perché l’ex presidente Obama – che già lo aveva ricevuto come ultimo leader mondiale prima delle elezioni Usa – gli ha “fatto un altro invito”. Obama ha voluto Renzi al primo summit mondiale della “Fondazione Obama” che segna anche la ‘ridiscesa in campo’ dell’ex presidente dopo dieci mesi di silenzio, dall’elezione di Trump in poi. La kermesse, cui partecipa un parterre d’eccezione (tra cui il principe Harry Windsor, erede al trono di Gran Bretagna), sarà, di fatto, il trampolino di lancio per l’ex first lady, Michelle Obama: potrebbe sfidare Trump nel 2020. 
E così, stamattina, il leader dem parlerà, a Chicago, davanti a una sessione dei 500 giovani leader coordinati da Obama. Il feeling tra i due è cosa nota. Renzi lo definisce “un grande presidente” per mille motivi, ma soprattutto perché “si è battuto per la crescita e contro l’austerity”. Chicago, per Renzi, accompagnato solo da Giuliano da Empoli, fondatore del think thank ‘Volta’, di area dme, è stata anche l’occasione anche per incontrare la comunità dei ricercatori scientifici italiani. Sono quelli del Fermilab, tra cui Francis Cordova, direttrice della National Science Foundation. Renzi è andato anche alla Northwestern University dove ha tenuto un intervento sul futuro dell’Europa. “Leggo di ironie sui social per la mia visita” – puntualizza poi, Renzi, sempre su Instagram – “ma stavolta è comprensibile la critica: noi siamo dalla parte di scienza e ricerca mentre i 5Stelle criticano i vaccini e inseguono le scie chimiche”.
Fin qui l’ufficialità. Ma Renzi non perde mai il contatto con la madrepatria. Ieri, per dire, di buon mattino, legge sul sito Dagospia lo splash di ripresa di un articolo di Lettera43.it. Lo scoop vede una fonte interna dei servizi rivelare due cose: il capitano Ultimo avrebbe tenuto in piedi, per anni, una struttura ‘parallela’ dei servizi; essa avrebbe inquinato le prove dell’inchiesta Cpl Concordia, intercettando illegalmente Napolitano, Renzi e Adinolfi, generale GdF, e del caso Consip. Renzi manda subito sms indignati ai suoi: “Ma avete letto?! Io non sono un complottista, credo nelle istituzioni, ma è inquietante sapere che servizi ‘deviati’ mi monitoravano!”. Michele Anzaldi, suo fedelissimo, dirama subito una nota, presto anche interrogazione parlamentare. “Il Pd – mette a verbale Anzaldi – vuole sapere se è vero che è esistita una centrale di ascolto, non si capisce quanto legale, coinvolta nei casi Cpl Concordia e Consip; se è vero che ora tale centrale è smantellata in tutta fretta; se questa centrale fosse alle dipendenze del Capitano Ultimo e della sua squadra, dato il suo coinvolgimento in quei casi. Non è accettabile che resti il sospetto di manovre di apparati dello Stato contro l’allora premier Renzi”. E c’è chi ricorda che Renzi avesse più volte detto, con fare sibillino, ai suoi: “L’inchiesta Consip in realtà è il caso Cpl Concordia”.
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NB: Tutti i 3 articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale a novembre 2017.
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Renzi difende Lotti: “basta bugie, ora querelo”. Tensione tra renziani e Zanda

L’ex premier passa al contrattacco «Basta bugie, ora querelo». Tensione con il governo
Ettore Maria Colombo – ROMA
luca lotti
«NON accettiamo lezioni di moralità da un pregiudicato», dice Luca Lotti in Senato, ma sembra che stia parlando Matteo Renzi. Che davanti alla tv sbotta così: «Questo è solo fango e gogna mediatica per colpire il Pd». Renzi annuncia anche, nel ‘Matteo risponde’ che scrive la sera, a risultato del voto su Lotti acquisito, che «depositerò alcune querele molto corpose. Nelle prossime settimane mi divertirò un po’ anche io. Se dici una cosa – aggiunge, riferito al blog di Grillo – che non sta né in cielo né in terra, ti presenti in tribunale e ne rispondi». Poi rincara la dose contro Di Maio e Di Battista: «Faccio loro un appello, rinuncino all’immunità parlamentare, si facciano processare sulle querele ricevute. Hanno insultato delle persone ed è giusto ne rispondano. Come su Stefano Graziano (deputato dem), accusato di cose orribili in modo vergognoso». Poi annuncia che il vicesegretario Lorenzo Guerini coordinerà la mozione Renzi, che il deputato Richetti ne sarà il portavoce (quello, in sostanza, da mandare in video, Guerini farà la politica) e che il deputato Michele Anzaldi – watch dog del renzismo rispetto al mondo dei media – guiderà la comunicazione della mozione stessa mentre Filippo Sensi, suo allievo, resta a Palazzo Chigi con Gentiloni per evitare doppi ruoli che potevano creare imbarazzi a entrambi.

 

RENZI è, ovviamente, soddisfatto del voto ‘bulgaro’ (161 voti contrari, il quorum dell’Aula) con cui il Senato ha respinto la mozione contro l’amico e ministro Luca Lotti. «Su Luca metto la mano sul fuoco», spiega e ripete ai suoi. Pare abbia fornito, Renzi, anche preziosi suggerimenti: l’eco del discorso di Renzi, nelle parole di Lotti, si sente. E pure nel discorso a difesa del senatore Andrea Marcucci. Poi, certo, arriverà la dichiarazione di voto del capogruppo dem, Luigi Zanda, che tiene un perfetto, e nobile, discorso di difesa, ma i rapporti tra Renzi e Zanda sono pessimi. Zanda è sospettato di ‘governismo’ pro Gentiloni e pro Mattarella e, a oggi, non ha firmato la mozione congressuale di Renzi. I renziani arrivano a dire che voterà per Orlando, anche se già all’altro congresso votò Cuperlo. I suoi dicono che Zanda «ha un ruolo delicato e per questo deve restare terzo, senza parteggiare per nessuno: guida un gruppo parlamentare dove i senatori con un piede fuori dall’uscio sono oltre dieci». Ma Rosato, capogruppo alla Camera, si è schierato eccome, per Renzi, e i renziani, sospettosi, dubitano della lealtà di Zanda. Si racconta, al Senato, di uno scontro al calor bianco tra i due: Renzi premeva per mettere in piedi, in funzione anti D’Alema e Mdp, una commissione d’inchiesta sulle banche, Zanda frenava, puntava i piedi. Volarono anche parole forti, ferite mai sanate.

MARCUCCI, intanto, già nel discorso dal banco del gruppo Pd dice che Marroni, l’ad di Consip, è uomo di Enrico Rossi, governatore toscano, leader di Mdp. Poi, in Transatlantico, si sfoga con un collega: gli scissionisti «sono dei vigliacchi, la loro mozione non avranno mai il coraggio di presentarla». La mozione di Mdp sarà dichiarata inammissibile, ma il guaio è – dice Renzi ai suoi – «che quelli giocano a tirare la corda contro il governo». E – si aggiunge ai piani alti del Nazareno – «se vanno avanti così, un giorno sui voucher, l’altro contro Lotti, con gli ultimatum, è la vita e la tenuta del governo che mettono a rischio».

Ma nei confronti dell’azione di Gentiloni, non è che i renziani ci vadano molto più teneri. «Il premier attuale deve sapere, e glielo diremo – si sfoga un senatore del Sud, renzianissimo – che non può deflettere dalla linea di Matteo, quella che dice niente tasse e niente nuovi sacrifici, manovrine e manovrone. Pagherà un prezzo? Che lo paghi. Come lo abbiamo pagato noi». Sarà un caso, ma a proposito di scelte di governo, ieri sera Renzi ha ribadito che evitare l’aumento dell’Iva «è la sua battaglia», che lo sia pure di Gentiloni.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 16 marzo 2016. 

Renzi: “Congresso subito e niente elezioni. Ora li freghiamo con le loro regole” Scena e retroscena del redde rationem nella Direzione del Pd

NB: I due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti a pagina 2 e 3 del Quotidiano nazionale di martedì 14 febbraio. Il segretario del Pd ha smentito, con una nota diffusa oggi alle agenzie, alcuni dei virgolettati che gli sono stati attribuiti in merito alla ‘resa dei conti’ con la minoranza interna. 
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO
1) Renzi mette all’angolo la sinistra: “Si fa il congresso e chi vince comanda”.
La resa dei conti è già arrivata, ma le dimissioni vengono rinviate all’Assemblea.
Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi si presenta alla Direzione ‘fine di mondo’ del Pd in maglioncino blu. “E’ ingrassato ma è rilassato, finalmente”, dicono i suoi. Sul palchetto – lo stesso dove Bersani presentò la sfortunata coalizione Italia Bene Comune e dove il Pd decise (fortunatamente) di votare Mattarella a Capo dello Stato – siede anche il premier, Paolo Gentiloni, oltre allo stato maggiore del Pd (Guerini, Serracchiani, Ricci, Zampa, Orfini che presiede i lavori).

 Renzi la prende larga: parla di Trump, della Le Pen, dell’Europa, sfiora Grillo e Salvini, cita Baumann e un sociologo dal nome vagamente russo che però nessuno conosce e la sua  teoria sulla “proboscide dell’elefante”, poi scende sull’Italia, rivendica i meriti del suo governo, ricorda in modo puntuale e puntuto tutt’e le volte che ha fatto a braccio di ferro con l’Europa, quella dell’austerity e dei vincoli di bilancio, rinfocola – pur scherzando – la polemica con Paodan sulla manovrina ma dice (“Mi rivolgo ai giornalisti, tanto sono le uniche cose che vi interessano”) che “la data del voto alle Politiche e il congresso del Pd sono due cose separate e distinti, anche perché la data del voto la decidono il Capo dello Stato, il presidente del Consiglio, il Parlamento e io non faccio parte di nessuno di questi organismi, non sono neppure parlamentare”.
Insomma, le elezioni ci saranno, prima o poi, e noi dobbiamo farci trovare pronti, in qualsiasi momento ci saranno” – sottolinea l’ex premier – “ma io non ne ho l’ossessione”, assicura. Poi da’ un altra notizia, sempre ai giornalisti (categoria che mal sopporta, questo si sa): “Io non cerco nessuna rivincita rispetto al referendum del 4 dicembre. Quello era un turno unico, non c’è il girone di ritorno”. E con le autocritiche, però, si ferma qui. Prima di andare al cuore del problema, e cioè il congresso del Pd che intende lanciare presto, prestissimo (così presto che l’Assemblea nazionale che lo indirà verrà convocata già sabato prossimo, 18 febbraio, e sarà lì, in quella sede, che verrà deciso l’iter di un percorso congressuale che sarà altrettanto rapido, se non rapidissimo, conclusione entro aprile), Renzi parla di tasse, di manovrina e di un rapporto con la UE in cui bisogna entrare “coi gomiti alti”. E così pure l’avvertimento ai ‘furbetti’ di Bruxelle (e a Padoan) è recapitato.
Ma la platea della Direzione dem – allargata per l’occasione ai parlamentari e ai segretari provinciali e regionali che però resteranno muti e silenti spettatori dello spettacolo – aspetta solo di sapere cosa dirà Renzi del congresso, di quando lo vuole fare e come. E qui l’ex premier fa il suo ennesimo colpo di teatro (anzi: da giocatore di poker): non annuncia le dimissioni da segretario, come molti si aspettavano e avevano pure scritto, ma delinea i confini generali, anche se molto indistinti, del prossimo confronto congressuale. Innanzitutto, dice in chiaro e poi ripete ai suoi come un mantra, che “io non sarò mai uno di quelli che cede alle correnti, se vogliono uno che sia prigioniero dei caminetti se ne scelgano un altro”. Ed è qui, sia nella relazione introduttiva che nella replica, che Renzi mena fendenti a destra e, soprattutto, a sinistra. “Se digitate su Google ‘resa dei conti’ nel Pd vengono fuori 337 mila visualizzazioni, direi che è ora di dire ma anche basta”, afferma. Attacca la minoranza e, senza fare i nomi, i vari D’Alema, Bersani, Rossi, Emiliano, Speranza, che “un giorno mi chiedono di fare il congresso, un giorno le primarie, un giorno la legge elettorale, etcetera”. “NON potete più prendere in giro così la nostra gente”, e qui quasi urla, si scompone, ma è solo un attimo. “Faremo il congresso a norma di Statuto, con le regole del 2013 (quello con cui Renzi  vinse il congresso contro Cuperlo, ndr)”, il che vuol dire – specifica – che “ci si confronta, ci si scontra, ma poi chi vince comanda e chi perde rispetta e si adatta al vincitore, non fugge via col pallone come un bimbo dispettoso”. Poi rivendica non solo i tre anni a guida del governo, ma anche quelli a guida del suo partito, che “stava al 25% e io l’ho portato al 40% (vero, però sta parlando delle Europee 2014).
Dopo la sua relazione, intervengono tutti o quasi i big. Al netto della minoranza, Orfini e Martina parlano per difendere con l’aratro la linea che Renzi ha solcato, Franceschini resta muto e, pare, assai contrariato, ma poi si acconcerà a votare la relazione finale. Solo Orlando si distingue: chiede una conferenza programmatica, ma dice no a ogni ipotesi di scissione e, alla fine, non vota la relazione a sostegno della mozione del segretario insieme a pochissimi dei suoi (“Erano quattro gatti” li irridono i renziani) mentre il grosso dei Giovani Turchi (Raciti, Verducci, Marini) vota compatto la linea del segretario che è uguale a quella del presidente e leader della loro corrente, Orfini. I numeri finali del voto parlano da soli e in modo impietoso: 107 voti a favore, 12 contrari e 5 astenuti. Ora si vedrà nell’Assemblea nazionale di sabato se la linea di Renzi reggerà alla prova del fuoco.
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2) Il leader del Pd: “Ora ci divertiamo. Li freghiamo al Congresso con le loro regole”. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
La notizia è che Matteo Renzi ha rinunciato al voto a giugno. “È impossibile, non ce la si fa più, ormai”, ha detto ai suoi, ma rincuorandoli così: “Con Gentiloni l’intesa è perfetta, decideremo insieme”. Elezioni a settembre, magari in coincidenza con quelle tedesche (il 24), o addirittura a ottobre? “Ragazzi, dai, cerchiamo di essere seri: la legge di Stabilità va presentata il 15 ottobre in Europa, Mattarella e la Ue non ci lasceranno mai votare allora. Vorrà dire che, quando e se sarò di nuovo segretario del Pd, e avrò davanti a me quattro anni di tempo, deciderò io insieme a voi, naturalmente, Del resto, prima o poi, bisognerà votare, a meno di dichiarare guerra a San Marino, e quando sarà noi, il Pd, saremo pronti. Però sia chiaro – aggiunge Renzi ai suoi alla fine di una Direzione che lo ha visto trionfare con numeri schiaccianti (“Li abbiamo spianati”, il commento dei suoi sui numeri che hanno visto trionfare la mozione dei renziani con 107 voti contro 12 contrari e 5 astenuti) che quando si voterà noi faremo una campagna elettorale contro l’austerity, la rigidità della Ue, i lepenismi e i trumpismi europei e mondali, ma anche contro  il sovranismo di Salvini e il massimalgrillismo”. E così, sgomberata dal tavolo la questione del voto, Renzi può dedicarsi a riprendersi il suo partito, il Pd. Non senza aver menato fendenti ai suoi oppositori, da Emiliano a Bersani a D’Alema cui ricorda la gestione fallimentare di banche del tempo che fu e insinuando: “facciamo la commissione sulle banche ci divertiamo”.

Per la minoranza e i suoi campioni (“Alla fine, vedrete, schiereranno Emiliano, per cercare di toglierci voti al Sud, ma De Luca sta con noi”, nota il premier, quindi poco male) saranno dolori. “Pensano di fregarci con le regole? E noi li seppelliamo. E con le loro regole”. Renzi e i suoi si sono calati l’elmetto e hanno deciso di giocare duro sul terreno avverso, “quello che la minoranza adora: regole, Statuti, commissioni congressuali, pure l’Ave Maria”. Traduzione: se vogliono fare la scissione sulla data del congresso, che si accomodino pure.

In effetti, il percorso è di guerra. Assemblea nazionale il 18 febbraio. Solo in quella sede Renzi si dimetterà da segretario del partito e chiederà di aprire la stagione congressuale da segretario dimissionario, reggente del partito sarà il presidente Orfini. A quel punto la parola passerà ai circoli, dove verranno presentate le diverse candidature al congresso e che le scremerà in vista della Convenzione nazionale, cui arriveranno solo i primi tre candidati che avranno superato il 5% dei voti. Questi presenteranno le loro piattaforme programmatiche e si aprirà la fase finale, le famose primarie, aperte a iscritti ed elettori del Pd. Tempi? Assai rapidi. Renzi pensa di chiudere la prima fase, quella dei circoli, entro marzo e tenere le primarie ad aprile. Tra i renziani di stretta osservanza gira già una data, l’8 aprile, ma potrebbe esserci un allungamento fino alla fine di aprile o inizi di maggio.

La maggioranza che sostiene il premier nella battaglia congressuale (i renziani, ovviamente, ma anche l’area del ministro Martina, i Giovani Turchi di Orfini, pur decapitati della componente che fa capo al ministro Orlando, il quale però si limiterà a richiedere una Conferenza programmatica – e, obtorto collo, l’area di Franceschini) ha preparato un pacchetto da ‘prendere o lasciare’. Del resto, “anche se la minoranza, più Orlando e qualcun altro (leggi Franceschini, ndr) volesse giocarci qualche scherzo in Assemblea – ragiona un renziano di prima fascia – vorrei ricordare a tutti che, all’ultimo congresso, le liste non le ha fatte neppure Guerini, ma Luca Lotti: abbiamo 750 voti” (qui si intendono i voti all’interno dell’Assemblea nazionale, che ha una platea di mille delegati).

In effetti, il tiro mancino potrebbe essere questo: proporre un documento contrapposto a quello di Renzi, chiedendogli persino di rimanere al suo posto, ma obbligando a un congresso ‘lungo’, come vuole la minoranza (inizio in giugno, pausa estiva, ripresa in autunno). In assemblea si vota a maggioranza semplice su mille componenti, ma i renziani sono certi di avere i numeri dalla loro. Parola, dunque, all’Assemblea. Ci sarà da divertirsi.

NB: i due articoli sono usciti sul Quotidiano Nazionale del 14 febbraio 2014 a pagina 2-3.

Intervista a Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd: “Se la Consulta mantiene il ballottaggio si vota così. In ogni caso, alle urne il prima possibile”

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Ettore Maria Colombo
ROMA (sopra, Renzi e Guerini parlano sui banchi del governo, aula di Montecitorio)

«IL BALLOTTAGGIO è, da sempre, una bandiera del Pd. Se la Consulta dovesse decidere di non abolirlo, la nostra proposta di legge elettorale non potrà prescinderne».
Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, uomo di fiducia del leader, soprannominato ‘il Forlani di Renzi’, atterra a Roma dopo qualche giorno di ferie. Oggi, riunioni su riunioni per stilare la tabella di marcia degli incontri con le altre forze politiche sulla legge elettorale, poi – a breve – la nuova segreteria. Insomma, il lavoro ferve, al Nazareno.

Quando e con chi aprite il tavolo sulla legge elettorale?
«La nostra proposta è stata, da subito, molto chiara. Confronto immediato con tutti i partiti per arrivare rapidamente a un’intesa politica sulla nuova legge elettorale. Abbiamo proposto il Mattarellum: coniuga rappresentanza e governabilità. Siamo interessati e disponibili al confronto con tutti e siamo consapevoli che, senza il Pd, non si fa alcuna nuova legge elettorale.
Lavorare bene e senza perdere tempo è l’unico modo per rispondere alle autorevoli sollecitazioni del Capo dello Stato che ha invitato tutti i partiti a trovare l’intesa sulle regole elettorali. Il Pd non intende sfuggire alle sue responsabilità, ma neanche perdere tempo o assecondare chi vuole utilizzare l’assenza di una nuova legge elettorale per allontanare il più possibile la data del voto, di cui non abbiamo paura».

A breve parlerà la Consulta. Girano varie indiscrezioni tra cui che, dell’Italicum, potrebbe salvarsi il ballottaggio.
«Non sta a me anticipare le valutazioni della Consulta cui guardiamo con grande rispetto. È evidente, però, che se così dovesse essere e la Corte mantenesse il ballottaggio, ricordo che questa è la posizione storica del Pd e il cuore dell’Italicum. Ne prenderemmo atto, lavorando per adeguare la legge elettorale del Senato, anche perché una nuova legge non si vara in funzione anti Cinque Stelle di cui non abbiamo paura. Ciò detto, il confronto tra i partiti può e deve iniziare prima della decisione della Consulta».

La Consulta, oggi, deciderà anche sui quesiti della Cgil che punta ad abolire l’art. 18.
«Sarebbe opportuno che la politica guardasse in modo sobrio alle autonome decisioni della Corte. Ci tengo solo a dire che la lettura maliziosa di chi lega i voucher al Jobs Act è sbagliata. I voucher furono introdotti per legge nel 2003 e il loro uso è stato amplificato da diversi governi. Il governo Renzi, invece, ha introdotto la loro tracciabilità per limitarne gli abusi nei lavori occasionali e contro il lavoro nero».

Si dice, parlando di interpretazioni malevole, che Renzi voglia far cadere Gentiloni e questi governare a lungo…
«Dietrologie. Il nostro sostegno al governo Gentiloni è pieno e leale. Detto questo, la valutazione sull’esigenza di andare in tempi rapidi alle urne è presente nel dibattito politico, è sentita da cittadini e elettori del Pd. Esauriti alcuni passaggi importanti, come la scrittura di una nuova legge elettorale, e nel pieno rispetto delle prerogative del Capo dello Stato, da qui al voto non credo che mancherà troppo tempo».

Le opposizioni chiedono una commissione d’inchiesta sul caso Mps. Il Pd è contrario?
«Il Pd è favorevole a una commissione d’inchiesta sulle banche purché il lavoro venga affrontato in modo serio e rigoroso, non demagogico e strumentale».

Guerini, faccia un pronostico. Si vota ad aprile, giugno, ottobre o febbraio 2018?
«È sbagliato parlare di date, ma bisogna arrivare velocemente a un accordo sulla legge elettorale e, una volta definito, andare al voto».

Il Pd ci arriverà malconcio…
«Dissento. Il Pd sta lavorando non da oggi al rafforzamento sul territorio per far valorizzare le energie, nuove e consolidate, che ha e per stimolare il protagonismo di una nuova classe dirigente. Stiamo definendo al meglio le nostre ‘Idee per l’Italia’ con un profilo programmatico alto per il Paese e l’Europa».

Il percorso a cui pensate è fatto di primarie a marzo e congresso ordinario in autunno?
«Dipende dalla data delle elezioni. Il congresso, per Statuto, è già fissato a novembre del 2017. Quanto alle primarie, invece, alla luce della nuova legge elettorale, decideremo le modalità più idonee. Renzi, che è la nostra migliore risorsa da mettere in campo, sarà della partita».

La nuova segreteria come e quando ci sarà? E Guerini seguiterà a fare ‘il Guerini’?
«Se la domanda è se resterò vicesegretario, la risposta è sì, ma poco conta. Il segretario e tutti noi siamo al lavoro per costruire la nuova segreteria e mettere assieme energie nuove e di esperienza che lo aiutino nel suo impegno».

NB: Questa intervista è stata pubblicata a pagina 6 del Quotidiano Nazionale il 10 gennaio 2016.

Due pezzi (o commenti) acidi. L’ira funesta di D’Alema e i flop di Sel-Sinistra italiana….

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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

1) D’Alema non vuole sconfiggere Renzi, ma Belzebù…

SOLO a voler scorrere le agenzie di ieri (12 luglio 2016, ndr.), il botta&risposta Renzi-D’Alema ha riempito di «take» l’intera giornata politica. Il tema erano le banche (Renzi ha rimproverato a D’Alema Telecom, D’Alema a Renzi Banca Etruria…), ma l’altro ieri erano le riforme, domani chissà: forse il Meteo. Renzi ama trovarsi dei nemici né D’Alema è mai stato da meno ma, fino a neppure un mese fa, era Renzi che ‘personalizzava’ lo scontro e D’Alema che la prendeva larga: insomma, a Renzi ‘conviene’ avere in D’Alema il nemico pubblico numero 1 da combattere e battere in nome del ‘nuovo’, della ‘rottamazione’ e del ‘cambiamento’. A D’Alema assai meno. Non a caso, fino a un po’ di tempo fa, D’Alema ha cercato di evitare lo scontro aperto. Di solito, scendeva dall’aereo  e diceva: «Sono reduce da un viaggio a Bruxelles (o altrove, non importava, contava solo il piglio e il cipiglio sprezzante, ndr), non mi occupo di politica italiana, ma di politica estera. Io sono presidente della Feps» (Feps sta per «Foundation for european progressive studies», è il centro studi del Pse, conta pochissimo, ma per Lui è pari, mutatis mutandis, all’Istituto Gramsci del caro Pci: come a dire, conta tantissimo). E invece, appunto, tempo un mese dalla sonora batosta presa da Renzi alle amministrative, D’Alema ha sentito «l’odore del sangue». Ha capito che il (suo) Nemico si può battere. Ma non serve dargli i «colpetti» come vogliono fare «quelli» della minoranza, tipo Bersani e Cuperlo – due tipi che Lui, in verità, disprezza e che, Lui lo sa bene, non avranno mai «il coraggio» di abbandonare e/o tradire la (loro) ex «Ditta».  No, Renzi il Maligno, il Diavolo, Belzebù-Renzi bisogna colpirlo con tutta la forza che si ha, scatenando l’Armageddon.

E COSÌ, a partire dalla famosa dichiarazione estorta, mai rilasciata, ma di fatto confessata (“A Roma voterei pure il Diavolo pur di battere Renzi, compresa la Raggi, Giachetti non ha chanches”), da un mesetto, D’Alema, è tornato tonico, garrulo, sferzante, pugnace e salace. Solo, ieri, per dire, ha parlato, nell’ordine, al Tg5, al Fatto, alla Gazzetta del Mezzogiorno, altre agenzie e tg locali, etc. E così vuole e andrà avanti fin quando si terrà il referendum costituzionale di ottobre: non è solo per Renzi, la «partita della vita», quel referendum, ma pure per Lui. I temi su cui D’Alema punta sono, invece, sempre gli stessi: «La riforma è pasticciata, confusa, non si capisce nulla»; «L’Italicum è una legge pericolosa e incostituzionale»; «Se Renzi cade, nessun diluvio, si fa un altro governo». E qui arriva il colpo basso: «In Italia c’è un cospicuo numero di persone in grado
di fare il premier» (Sottotesto: «Io in testa, ‘disciamo’…»). Ora, al di là del fatto che, in effetti, se cade il governo Renzi, Mattarella, o chi per lui, i partiti presenti in Parlamento, Pd compreso, o chi per loro, e le forze ‘sane’ (?) della Nazione, cercheranno di fare un governo istituzionale o di scopo, come possa (al di là che, ovviamente, ‘voglia’…) rientrare in gioco un politico fuori dal Parlamento, che in teoria si occupa ‘solo’ di politica internazionale e che, dopo averne provate tante, di battaglie per la premiership e la leadership, le ha perse tutte, resta – ai nostri modesti occhi – un Mistero…
Ps. Ieri D’Alema ha parlato anche della «tragedia che ha colpito la nostra terra» e chiesto al presidente Emiliano di «trasmettere tutto il mio cordoglio, affetto, solidarietà». Stile Putin, che ha scritto a Renzi: «Da lontano, ma vi siamo vicini». Ma non era lui il deputato semplice di Gallipoli?

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 di Quotidiano Nazionale del 13 luglio 2016

2) La nuova ‘Cosa Rossa’ neanche è nata e già perde pezzi: se ne vanno Zedda e Cofferati

«NON SI fanno le tessere, non si discute, la democrazia interna è sospesa». Così l’ex sindaco di Bologna ed ex europarlamentare del Pd Sergio Cofferati, appena tre giorni fa, sul Manifesto.
«Dividere la sinistra è stato un errore strategico, le elezioni amministrative sono state un disastro, non c’è stata nessuna autocritica, Sinistra italiana è un’operazione autoreferenziale, fatta in Parlamento, ma mai nata sui territori». Così, invece, Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, sostenuto da 300 sardi guidati dal senatore Luciano Uras: entrambi, a lungo, hanno militato in Sel.
In meno di tre giorni, entrambi – Zedda e Cofferati – hanno preso il cappello e sbattuto la porta: il primo (Zedda) perché vuole tornare con il Pd, il secondo perché giudica i suoi compagni di strada, in pratica, sia incapaci che autoreferenziali.

IERI, quando si è aperta l’assemblea programmatica di Sel-SI a Roma, al centro congressi Frentani (storico catino di interminabili, faticosi e litigiosi Comitati politici di Rifondazione Comunista, partito da cui molti di loro provengono per auto-scissione di Vendola dal Prc di Ferrero), molti osservatori, oltre a Zedda, Cofferati (e compresi esponenti di Sel romana di peso come Massimigliano Smeriglio, pure lui assai critico verso l’attuale dirigenza di Sel) si aspettavano qualche cenno, sia pur minimo, di autocritica da parte degli (ex) colonnelli di Vendola (Fratoianni in testa) e degli ex deputati del Pd confluiti in Sel (D’Attorre) che hanno condotto l’esperimento di Sel-SI fino a ora con assai modesti risultati. Invece, zero, niente, nisba. Fratoianni attacca «politicismi e snobismi» (tradotto: Zedda e i suoi si vogliono ‘vendere’ al Pd, Cofferati ha la puzza sotto il naso), D’Attorre, con linguaggio degno del Pci staliniano degli anni ’30, «l’avventurismo renziano». Persino Arturo Scotto, capogruppo di Sel alla Camera, uno bravo, serio, tosto, chiama alla «mobilitazione totale contro Renzi per il No al referendum di ottobre: se Renzi se ne va, abbiamo vinto». Peccato che Sel (o SI: starebbe per Sinistra Italiana, forse farà il suo congresso a dicembre, forse si vedrà, il percorso congressuale non è ancora iniziato, non si sa quanti e quali sono gli iscritti, è tutto molto vago, compreso, appunto, quello straccio di democrazia interna che si rimprovera mancare al Pd) abbia perso, e male, le elezioni amministrative e sia presente in Parlamento solo grazie a un patto stipulato nel 2013 con il Pd (anche se allora c’era Bersani).
Avanti così, a mettere la testa sotto la sabbia, e la sinistra che fu radicale resterà molto confusa e assai poco felice., rischiando di replicare la fine ingloriosa della Sinistra Arcobaleno di Bertinotti, Vendola e una manciata di ex Ds, ex Verdi ed ex Psi che, nel giro di due soli anni (2008-2009), riusci a farsi buttare fuori, per assenza di quorum, dal Parlamento italiano e da quello europeo. 

NB: l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 17 luglio 2016 a pagina 14.

Il Cav batte cassa, azzurri in rivolta: “Piuttosto cambio partito”…

Silvio Berlusconi accanto al suo 'rivale', dentro FI, R Raffaele Fitto.

Silvio Berlusconi accanto al suo ‘rivale’, dentro FI, Raffaele Fitto.

ROMA – “Io al partito dovrò dare sì e no 4 mila euro e me ne chiedono 44 mila a me che mi sono pagato da solo la campagna elettorale?! Non se ne parla!” dice il primo azzurro furibondo (e, ovvio, sotto rigido anonimato), intercettato mentre esce, sbattendo la porta, dalla sala della Regina di Montecitorio.
“Ma noi dovremmo dissanguarci noi perché Silvio non vuole dare più soldi al partito dopo tutti quelli spesi per tenere a bada le sue amichette?!”. Ecco, invece, lo sfogo, rabbioso, di un altro deputato azzurro che, fino a ieri, lavorava gomito a gomito con il clan berlusconiano a palazzo Grazioli. Simbolo, Grazioli, del potere berlusconiano che fu ma che non si sa neppure se tale resterà: il proprietario, il conte Emo Capodilista, ha già avviato due cause di sfratto al Cav, sfiancato da 98 mila euro di morosità.

Il simbolo di Forza Italia con La scritta 'Berlusconi' presentato alle Elezioni Europee.

Il simbolo di Forza Italia con La scritta ‘Berlusconi’ presentato alle Elezioni Europee.

E così, una riunione già tesa, causa discussione sulla ‘linea’ politica, ieri ha visto litigare gli azzurri sul problema di ogni ‘famiglia’: soldi e debiti. La lavata di capo del Cavaliere sulle “casse vuote” è arrivata subito, dura e tagliente. Berlusconi ha intimato ai suoi, specie gli ‘inadempienti’ e i ‘morosi’, di “saldare i debiti entro l’estate”. Warning che l’ex premier aveva già lanciato a ridosso del (disastroso) voto europeo. Allora, riunito il ‘parlamentino’ di Forza Italia, aveva detto: “Siamo con l’acqua alla gola”. Sottotesto: i soldi sono finiti e io mi sono stufato di dissanguarmi per voi. Inutili le accorate lettere, reiterate nel tempo, dell’ex amministratore unico, il senatore-poeta Sandro Bondi. il quale – esasperato da questo e altro – si è dimesso dall’incarico, sostituito dall’onorevole e assistente personale del Cav Mariarosaria Rossi.

Inutili le roboanti promesse della Pitonessa, alias Daniela Santanché, che aveva garantito al Cav ‘miracoli’ dalla raccolta di un fundraising andato a buca e ormai uscita (lei) dal cuore di Silvio. Inutile l’allarme, elevato in tandem e pressing da due esponenti azzurri di spicco e che, peraltro, tra loro non si amano (la Rossi, appunto, e Denis Verdini): “dobbiamo raccogliere almeno 30 milioni di euro o chiudiamo”, compresa, cioè, la (costosa) sede nuova di zecca aperta a San Lorenzo in Lucina.

Silvio Berlusconi nella nuova sede di Forza Italia a San Lorenzo in Lucina.

Silvio Berlusconi nella nuova sede di Forza Italia a San Lorenzo in Lucina.

I parlamentari azzurri, da quest’orecchio, non ci sentono proprio. Debiti pregressi per 87 milioni, ‘sprofondo rosso’ da -7 milioni che servirebbe solo per le spese correnti, se Berlusconi rifiuterà di rimettere mano al (suo) portafogli, l’unica speranza è una fidejussione bancaria dei 69 deputati e 59 senatori a garanzia di un prestito bancario per salvare il salvabile. Vorrebbe dire, però, per gli onorevoli azzurri, mettere mano alle loro personali liquidazioni: ognuno dovrebbe garantire prestiti da 50 mila euro. Morire per Silvio e i conti in rosso di FI? “Piuttosto m’iscrivo al Misto”, replica un senatore azzurro altrettanto anonimo ma dai ‘limpidi’ ideali.

NB. Questo articolo e’ stàto pubblicato il 4 luglio 2014 sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano,net)