No del Quirinale a M5S (“Niente elezioni in estate”) e a Salvini (“Niente governi di minoranza”). Restano in piedi un “governo di tregua” o le urne a ottobre

NB: Qui di seguito trovate due articoli sulle mosse del presidente della Repubblica rispetto alla difficile crisi di governo che si è aperta da due mesi. Le possibilità: governo di scopo (o istituzionale) oppure urne a ottobre, ma in ogni caso niente elezioni a giugno. Invece, per approfondimenti, spunti e analisi sulla crisi di governo rimando alla sezione del mio blog intitolata “Dizionario della crisi di governo” dove ogni particolare è spiegato voce per voce. 

Il link al mio articolo di oggi, Primo Maggio 2018, x @quotidiano.net sul ruolo del Presidente Mattarella nella difficile crisi di governo del Paese.

https://www.quotidiano.net/politica/governo-ultime-notizie-1.3881939/amp?__twitter_impression=true

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

 

  1. Mattarella: no al voto anticipato a giugno. “Governo di scopo” o urne a ottobre. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Niente elezioni anticipate a giugno, il punto fermo, da cui non si prescinde e da cui il Capo dello Stato non defletterà. Per il resto, solo “riflessione e ascolto”, verso le posizioni delle forze politiche, non senza una punta di irritazione. Infatti, Mattarella, conferendo al presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo per verificare, sul lato M5S- Pd, la possibilità di fare un governo, si attendeva e chiedeva “novità pubbliche, esplicite e significative”. Era già rimasto scottato dal mai nato (ma tanto a lungo ventilato e agitato) dialogo tra il centrodestra e i 5Stelle cui, tra due giri di consultazioni e un mandato esplorativo alla Casellati, presidente del Senato, il Capo dello Stato aveva concesso ben 20 giorni di tempo, spesi inutilmente. Ma le novità che sono arrivate dal Pd con l’intervento pubblico di Renzi sono state tutte negative: aspettare la Direzione del Pd è pleonastico, ma Mattarella la aspetterà in ogni caso per una forma di rispetto al Pd. Oggi, per la Festa del Lavoro, Primo Maggio, Mattarella terrà un discorso pubblico, sì, ma ristretto al dolente tema delle ‘morti bianche’, poi rifletterà ancora. Eppure, il Capo dello Stato, stanco di tanti, troppi, atteggiamenti e dichiarazioni “elettoralistiche”, credeva che, dopo le elezioni in Friuli e soprattutto dopo ben 40 giorni di crisi, i partiti formulassero proposte “chiare e responsabili”. Ma, proprio ieri, il leader dell’M5S, Di Maio, è arrivato a chiedere, pubblicamente, le urne anticipate a giugno. Una richiesta che, certamente, è ‘pesante’, ma che, per ora, non è sorretta da Matteo Salvini, il quale fa invece sapere di stare lavorando “a un governo senza il Pd, ma non per il voto anticipato”. Salvini, cioè, chiederebbe al Colle di avallare la nascita di un governo di centrodestra ma sotto forma di governo di minoranza. Ipotesi, già avanzata da Berlusconi per conto del centrodestra, che il Colle giudica però irrealistica e infattibile.

Quali le strade da percorrere, dunque, per Mattarella? La prima è: niente elezioni anticipate, né giugno né tantomeno a luglio. Per votare il 24 giugno la finestra elettorale si chiude il 9 maggio, ma in realtà è già chiusa. I tradizionali 45/70 giorni per indire i comizi elettorali, come prevede la Costituzione, vanno integrati con le norme applicative per il voto degli italiani all’estero cui servono 60 giorni pieni. Dunque, resterebbe luglio, ipotesi che, solo nel sentirla, al Quirinale allargano ironici le braccia: “semplicemente non esiste”.

La seconda strada è doppia. O un “governo di tregua”, più che “del Presidente”, sorretto da tutti i partiti e guidato da un giurista (il presidente della Consulta Lattanzi o Cassese) che traghetti il Paese oltre la necessaria approvazione della Legge Finanziaria (la sessione di bilancio inizia il 15 ottobre e, da quel giorno in poi, andare a votare “è follia”) e che riesca a scrivere una nuova legge elettorale o modifichi, quantomeno, quella attuale, il Rosatellum, introducendo il premio di maggioranza (alla lista o alla coalizione?). Un governo con un mandato che, di fatto, scavallerebbe il 2018 e permetterebbe all’Italia di non votare prima del 2019 inoltrato, forse con le elezioni europee che si terranno il 24 maggio 2019. Oppure un governo ‘elettorale’, di breve se non brevissima durata, per tornare al voto entro fine settembre (e non dopo, causa, appunto, l’arrivo della Legge di Stabilità in Parlamento) senza che, a meno di miracoli, sia stata cambiata neppure la legge elettorale. Una soluzione, quest’ultima, minimale quanto drammatica, ma che un Colle riluttante si potrebbe trovare a percorrere. In ogni caso, la strada di tenere in vita il governo Gentiloni, oggi in carica per il disbrigo degli affari correnti, non viene contemplata, al Colle: troppe le resistenze e le opposizioni dei partiti che hanno vinto le elezioni di fronte a un’ipotesi del genere, oltre alla riluttanza di Gentiloni di restare in sella. Quindi, se proprio le cose dovessero andare male, sarebbe un nuovo governo, di qualsiasi genere e comunque formato, a diventare l’esecutivo che porterebbe il Paese a urne anticipate e sarebbe questo il governo in carica per il disbrigo degli affari correnti, anche se probabilmente si tratterebbe di un governo di minoranza. 

NB: L’articolo è stato pubblicato il I maggio 2018 sul Quotidiano Nazionale a pag. 2. 


 

2. Il Colle è preoccupato. La strada delle elezioni anticipate si fa sempre più vicina. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Al Quirinale, oltre che la pazienza, stanno iniziando a perdere anche la speranza. La carta che il Capo dello Stato si era prefisso di non voler giocare mai, quella delle elezioni anticipate, torna prepotentemente sul tavolo. Naturalmente, le urne non si aprirebbero a metà giugno, quando voteranno centinaia di importanti comuni italiani. La finestra elettorale per votare a giugno sta per chiudersi, ora, tra il 2 e il 10 maggio (servono tra i 45 e i 70 giorni per convocare i comizi elettorali), ma ottobre o, meglio, fine settembre (per permettere al nuovo governo di approntare la manovra economica) è già un mese cerchiato in rosso. Certo, è l’extrema ratio, ma il Colle non può che registrare che progressi, allo stato, non ce ne sono, nelle trattative in corso tra i partiti. Vero è che quando, ieri pomeriggio, il presidente ‘esploratore’, Roberto Fico, ha riferito a Mattarella lo stato delle sue esplorazioni sul versante M5S-Pd si è detto ottimista: “Tra M5S e Pd il dialogo è avviato. In questi giorni – ha spiegato – ci sarà un dialogo in seno alle due forze politiche, aspettando la direzione del Pd della settimana prossima. Il mandato esplorativo che mi ha affidato il presidente della Repubblica ha avuto esito positivo ed è concluso” ha detto. Ma Mattarella conosce bene la ‘galassia’ dem, spifferi e correnti incluse: sa che, se Renzi si mette di traverso, ha i numeri dalla sua e che la Direzione del Pd, si concluda o meno con una spaccatura, il dialogo ha il destino segnato. Certo, Mattarella pazienterà almeno un’altra settimana. Alla Casellati e al tentativo di mettere insieme centrodestra e M5S ha dato 20 giorni di tempo, ne concederà altri sette al Pd.

In più, domenica ci sono le elezioni regionali in Friuli e il risultato potrebbe riaprire una riflessione nel centro-destra. Matteo Salvini – che ieri ha detto che “l’Italia è prigioniera dei litigi del Pd e delle ambizioni dei 5Stelle” – non ha mai chiuso la porta all’M5S e al Colle hanno registrato con attenzione questo passaggio. Invece Silvio Berlusconi è sicuro che “il dialogo Pd- M5S sarà del tutto infruttuoso”.

Con la Direzione dem fissata per mercoledì 3 maggio (e qui il Capo dello Stato avrebbe auspicato di certo una data più vicina), sarà giovedì 4 maggio il giorno in cui il Colle tirerà le somme di due tentativi, contrapposti, paralleli e infruttuosi. Se la Direzione dem dovesse, per miracolo, aprire al dialogo con i 5Stelle, Mattarella potrebbe dare un pre-incarico sempre al presidente della Camera, Fico, oppure potrebbe chiamare al Colle i leader dei due partiti per sentire dalla loro viva voce l’evolversi delle trattative.

Se, invece, come è probabile, l’ipotesi di accordo sarà negata dal Pd, Mattarella darà vita, quasi sicuramente, a un terzo giro di consultazioni, ma che sarebbe l’ultima campanella. Il Colle metterà i partiti davanti “alle loro responsabilità” e cercherà di formare un “governo del Presidente”, o un “governo di tregua”, ma ben consapevole che Lega e M5S potrebbero sottrarsi all’appello (solo Pd e FI no di certo) e che un governo del genere non avrebbe i numeri per ottenere la fiducia delle Camere. La possibilità che nasca, dunque, un esecutivo di minoranza, il cui unico compito sarebbe di portare il Paese al voto anticipato (e, forse, di cambiare la legge elettorale in tre mesi), resterebbe l’ultima strada. La scelta che mai Mattarella vorrebbe prendere potrebbe anche essere l’unica. 

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2018 sul Quotidiano Nazionale.

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Quasi sei anni di “non governo”. Le crisi di governo nell’Italia repubblicana (1946-2018). L’articolo di Luca Tentoni per “Mente politica”.

Premessa ai miei 25 lettori. L’articolo che pubblico qui di seguito è frutto del prezioso e certosino lavoro di Luca Tentoni, analista politico ed editorialista per la Gazzetta di Parma e per il Giornale di Brescia ed è stato pubblicato sul sito http://www.mentepolitica.it

 

palazzo Montecitorio, sede della Camera

Palazzo Montecitorio. Portone d’ingresso della Camera dei Deputati.

La durata delle crisi di governo. 

Dal primo luglio 1946 ad oggi, l’Italia ha avuto 65 crisi di governo, durate in media 33,23 giorni (contando anche quella in corso, con dati aggiornati all’8 aprile riprendendo uno studio pubblicato dall’autore di questo articolo prima nel 1989 sulla Voce Repubblicana e poi – con l’aggiunta di un testo di Guglielmo Negri – nel 1992, col titolo “L’instabilità governativa nell’Italia repubblicana”). In pratica, il Paese ha avuto un governo “in ordinaria amministrazione” per 2160 giorni (5 anni e 11 mesi: poco più di una legislatura, dunque). L’8,25% della nostra storia è trascorso fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici. I nostri governi hanno avuto una durata media di 402,75 giorni (dei quali 369,52 nella pienezza dei poteri), però la media non permette di distinguere fra Prima e Seconda Repubblica. In quest’ultima abbiamo avuto 14 governi contro i 51 della Prima, per complessivi 8723 giorni contro 17456 (durata media dei governi: 1946-1994, 342,27 giorni, 33,24 dei quali di crisi; 1994-2018, 623,07 giorni, 33,21 dei quali di ordinaria amministrazione). In parole povere, nella Seconda Repubblica abbiamo avuto governi molto più longevi (in media, 22 mesi e mezzo contro gli 11 mesi e 10 giorni della Prima Repubblica) ma crisi altrettanto lunghe. Non tutte le formule politiche degli ultimi ventiquattro anni, però, hanno avuto lo stesso “rendimento” sul piano della durata: il centrosinistra ha avuto Palazzo Chigi per il 50,18% dell’intero periodo (4377 giorni), ma i suoi governi (otto) sono durati in media 547,13 giorni (dei quali 20,5 di crisi), mentre il centrodestra vi è rimasto per il 38,17% (3330 giorni; media: 832,5 giorni, dei quali 11,5 di crisi) e i “tecnici” Dini e Monti per il restante 11,65% (1016 giorni; media: 508 giorni, ma ben 127,5 di ordinaria amministrazione).

La durata ‘media’ dei governi. 

Rispetto alla Prima repubblica, dunque, bisogna osservare che: 1) la durata media dei governi è diversa a seconda delle formule (più stabile quella di centrodestra, con 832,5 giorni medi contro i 342,27 del periodo 1946-’94; abbastanza stabili le altre – 547,13 il centrosinistra, 508 i tecnici); 2) la durata media delle crisi è identica (33,2 giorni), ma in realtà, nella Seconda Repubblica, solo in tre casi si è andati oltre il mese: con Monti (128 giorni), Dini (127), Prodi II (104). In tutto, 359 giorni di crisi per tre governi (media 119,7), contro i 106 degli altri undici (media 9,6), segno che nell’ultimo quarto di secolo gli intervalli fra un governo e il successivo sono stati ampi solo in momenti di transizione politica: il 1995, il 2008, il 2013 (non è escluso che nel 2018 anche la crisi del governo Gentiloni si protragga, anche se forse non per così tanto: per raggiungere il Prodi II dovremmo avere un nuovo Esecutivo il 7 luglio, cosa possibile solo in caso di nuove elezioni a fine giugno); 3) le formule di governo non durano più di cinque anni consecutivamente (nessuno ha mai avuto la maggioranza dei seggi in una o entrambe le Camere per due volte di fila: centrodestra 1994, centrosinistra 1996, centrodestra 2001, centrosinistra 2006, centrodestra 2008, centrosinistra 2013, più l’esito del 2018) ma, salva l’eccezione del secondo governo Prodi (2008), in sette casi su otto la crisi del centrosinistra è durata non oltre i 15 giorni e quella del centrodestra in tre su quattro (1994: 25 giorni, ma c’era la rottura con la Lega), mentre sono stati i tecnici a dover “traghettare nella crisi” il Paese: nel 1995 come nel 2013, andando dimissionari a gestire nuove elezioni. Se si considera che dal 1994 ad oggi le crisi ministeriali si sono protratte in tutto (all’8 aprile 2018) per 465 giorni e che quelle dei soli sette governi guidati da Giulio Andreotti fra il 1972 e il 1992 sono durate 454 giorni, si ha un’idea della differenza fra Prima e Seconda Repubblica. Il leader democristiano è stato di gran lunga il più grande “gestore di crisi” della nostra storia. Rimasto a Palazzo Chigi per 2669 giorni (7 anni e quasi 4 mesi) ha però curato “gli affari correnti e l’ordinaria amministrazione” per ben 15 mesi (in media, il 17% della durata complessiva dei suoi governi). Fu Andreotti a portare il Paese alle urne nel 1972, 1979, 1992: nella Prima Repubblica furono suoi i record di permanenza in carica durante la crisi: 126 giorni nel 1979, 121 nel 1972 (in quest’ultimo caso, fu sfiduciato dopo appena nove giorni dalla nascita del suo governo). Dini (127 giorni) e Monti (128) l’hanno battuto per un soffio.

Le crisi d governo ‘lunghe’. 

Le crisi lunghe corrispondono spesso a conclusioni anticipate delle legislature: nella Prima Repubblica si votò sette volte prima del termine nel 1972 (121 giorni di crisi), 1976 (90), 1979 (126), 1983 (91), 1987 (91), 1992 (65), 1994 (25), mentre durante la Seconda le interruzioni sono state solo due: 1996 (127) e 2008 (104). Ciò non toglie, però, che in fasi politiche molto delicate – di transizione o di attesa – ci sia stato bisogno di un lungo lavoro di ricucitura: nel 1970 (crisi del governo Rumor II), 1974 (Rumor V), 1978 (Andreotti III), 1979 (Andreotti IV), 1987 (Craxi II), 1989 (De Mita) e che si sia arrivati a sette o più settimane di “ordinaria amministrazione”. Come abbiamo scritto in un precedente articolo su Mentepolitica (“Fasi politiche e durata dei governi”, 15 ottobre 2016), i presidenti del Consiglio che si sono avvicendati nel corso della Prima Repubblica sono stati molto più numerosi che nella Seconda: 19 fra il 1946 e il 1994, 9 nella Seconda (una proporzione abbastanza in linea con la durata dei due periodi storici: 48 anni il primo, 24 il secondo), però le formule del vecchio sistema dei partiti erano complessivamente più continuative e durature: a fronte dei complessivi 12 anni del centrosinistra 1996-2018 (non consecutivi: 1996-2001, 2006-2008, 2013-2018) e dei 9 anni abbondanti del centrodestra 1994-2011 (idem: 1994, 2001-2006, 2008-2011) abbiamo avuto la stagione centrista (1947-1960), il centrosinistra (1962-1974/76) e il pentapartito (1981-1992). Un elemento essenziale per distinguere la gran parte delle crisi della Prima repubblica da quelle della Seconda è che fra il 1946 e il 1994 la fine di un governo non comportava necessariamente la conclusione di una formula politica (in questo, il centrosinistra del 1996-2001 e del 2013-2018 ha avuto un mutamento di presidenti del Consiglio – ben sei per otto governi – simile a quello del precedente sistema dei partiti) mentre nella Seconda si è avuto per almeno cinque volte (1996, 2001, 2006, 2008, 2013) un cambiamento (nel primo e nell’ultimo caso, però, con alcuni elementi di continuità: il sostegno del centrosinistra a Dini nel 1995 e di Pdl e Pd a Monti nel 2011-2012). Inoltre, come abbiamo scritto nel 2016 (nell’articolo di Mentepolitica qui richiamato), la durata dei governi per formula politica non è stata omogenea. Nel periodo centrista si sono succeduti quindici governi in altrettanti anni; in quello del centrosinistra “storico” (anni Sessanta-Settanta) tredici governi in tredici anni e mezzo; durante il pentapartito, dieci governi in undici anni. Ma anche qui bisogna distinguere, sia sottraendo le “parentesi balneari” (sulle quali torneremo), sia distinguendo fra prima e seconda fase di ciascuna formula politica della Prima Repubblica. Nella fase nascente e “gloriosa” del centrismo degasperiano (1947-1953) abbiamo avuto quattro governi in cinque anni (durata media: 559,5 giorni, dei quali 13,25 di crisi) con lo stesso presidente del Consiglio (De Gasperi, ininterrottamente dal 1945 al 1953 per otto governi), ma, dall’ultimo governo guidato dallo statista trentino (1953) al primo governo Fanfani (1954) abbiamo una durata media di 69,7 giorni (14,7 dei quali di crisi). Il decollo del secondo centrismo è faticoso ma si regge su equilibri nella Dc che portano la permanenza media in carica dei governi (1954-1958) a 534 giorni (13 di crisi) finché non è il leader democristiano Fanfani a volere il “doppio incarico” (conquistando anche la presidenza del Consiglio) e aprendo una stagione di instabilità che provocherà presto (oltre alle doppie dimissioni di Fanfani, dal governo e dalla segreteria) il declino del centrismo, che produrrà (compreso l'”eccentrico” esperimento quirinalizio del governo Tambroni) tre governi in due anni. Nel 1960-’63, però, si comincia ad avviare la stagione del centrosinistra, preparata da due lunghi governi Fanfani (530 giorni in media, 27,5 di crisi). Abbiamo, dunque, un centrismo che vive una prima fase di forza (1947-1953) e di transizione (1953-’54) e una seconda abbastanza stabile (non nei presidenti dei consiglio, però), seguita da una nuova transizione “in due stadi” (1958-’60; 1960-’63). In sintesi, come scrivevamo nel 2016, “il primo centrismo (1947-1953) è durato 6 anni per 5 governi guidati da un solo esponente politico (Alcide De Gasperi), mentre il secondo è proseguito per 9 anni e 10 governi (7 presidenti del Consiglio diversi)”.

I presidenti del Consiglio più ‘longevi’.

Fra le caratteristiche dei governi della Prima repubblica c’è la continuità non solo di alcuni titolari di dicasteri, ma anche dei presidenti del Consiglio. Ben 37 governi sui 65 della Repubblica hanno visto rimaneggiamenti della compagine ma non cambi al vertice. Dopo gli otto governi consecutivi di De Gasperi (1945-1953) abbiamo avuto i due di Fanfani (1962-1963), i tre di Moro (1963-1968), i tre di Rumor (1968-1970), i due di Andreotti (1972-1973), gli altri due di Rumor (1973-1974), altri due di Moro (1974-1976), tre di Andreotti (1976-1979), due di Cossiga (1979-1980), due di Spadolini (1981-1982), due di Craxi (1983-1987), ancora due di Andreotti (1989-1992), due di D’Alema (1998-2000), due di Berlusconi (2001-2006), poi più nessun mandato consecutivo. A consuntivo, su 65 governi, i primi dieci (pari al 15,3% del totale) hanno totalizzato 9298 giorni in carica, 224 dei quali per l’ordinaria amministrazione (il 2,41%). Tranne il secondo Prodi, insomma, tutti i più longevi sono stati anche quelli ai quali è seguita una crisi molto breve. Questi Esecutivi hanno governato il Paese per il 35,5% dell’intera storia repubblicana (gli altri 55, per il residuo 64,5%); la media dei giorni di crisi per ciascuno dei primi dieci è di 22,4 giorni, contro 35,2 degli altri (senza il Prodi II, scende a 13,3 giorni). I dieci presidenti del Consiglio che sono rimasti al governo per più tempo (in una o più occasioni, per un totale di 42 su 65: il 64,6%) hanno totalizzato insieme 18912 giorni di mandato (il 72,2%). In altre parole, la guida del Paese non è stata affatto “dispersa” come si potrebbe pensare guardando il numero dei governi, perchè dieci persone in 72 anni hanno presieduto quasi i due terzi degli Esecutivi governando per quasi 52 anni l’Italia. Il susseguirsi degli “inquilini di Palazzo Chigi” non è stato dovuto alla debolezza numerica delle coalizioni parlamentari, spesso sovradimensionate rispetto alla maggioranza minima richiesta, ma a fatti squisitamente politici.

Anche nella Seconda Repubblica, dove le crisi sono state meno frequenti, solo in due casi il governo è stato battuto in Aula (Prodi: 1998 e 2008) avendo subito defezioni da una maggioranza che – in un ramo del Parlamento (la Camera nel 1998, il Senato nel 2008) – non aveva consistenti margini numerici di vantaggio sulle opposizioni. Si è verificato il venir meno del sostegno al governo, però, per defezione di alleati, anche nel 1994 (Berlusconi I), 1995 (Dini), 2011 (Berlusconi IV: si tratta di un caso particolare, peraltro). Nel 1999 (D’Alema I), 2000 (D’Alema II), 2005 (Berlusconi II), 2014 (Letta), 2016 (Renzi) si è invece avuto un problema nella coalizione. Infine, nel 2001 (Amato), 2013 (Monti), 2018 (Gentiloni) la fine del governo è stata sostanzialmente dovuta al termine della legislatura (la fine dell’appoggio del Pdl a Monti ha anticipato di poche settimane il voto “naturale” già previsto). Tornando al nostro excursus sulle fasi storiche, notiamo che anche nel centrosinistra degli anni ’60-’70 ci sono state due fasi: una caratterizzata da governi guidati da un solo esponente politico, Aldo Moro (1963-1968) come nell’era degasperiana. Durata media in carica: 547,6 giorni; segue una seconda fase con dieci governi e cinque presidenti del Consiglio (durata media 278,1 giorni). Anche negli anni brevi dell’incontro fra Dc e Pci (1976-1979, governi Andreotti III e IV) si assiste ad una prima fase di 590 giorni, seguita da 54 giorni di crisi (risolta col contributo determinante di Aldo Moro) e alla seconda (avviata col voto di fiducia del 16 marzo, giorno del rapimento dello statista democristiano) che segnerà il declino della formula, dopo appena 326 giorni (alla quale faranno seguito 48 giorni di mediazioni fra i partiti) e, in seguito ad un brevissimo quinto governo Andreotti (11 giorni) nuove elezioni. Dopo un biennio di transizione, la Prima repubblica vede il prevalere di una nuova, l’ultima, formula politica: il pentapartito. Come già scritto su Mentepolitica (2016, cit.): “L’unica distinzione che si può invece fare nel periodo del pentapartito è fra fase a guida laica (1981-1987) e fase a guida Dc (già con Fanfani prima delle elezioni e, dopo il voto, con la “staffetta” del 1987). Fra il 28 giugno 1981 e il 17 aprile 1987 si susseguirono cinque governi (durata media: 433 giorni) e tre premier contro i cinque governi in cinque anni e due mesi (quattro premier) della seconda fase.

I governi ‘balneari’.

Naturalmente, nel nostro conteggio sono inclusi i governi balneari o elettorali intermedi, che nelle varie fasi hanno però all’incirca sempre lo stesso peso (durata e numero dei premier). In altre parole, durante la Prima Repubblica i periodi di maggior durata media dei governi (430-550 giorni) coincidevano con l’avvio di nuove fasi politiche, che poi proseguivano – esaurendosi progressivamente – con Esecutivi dalla cadenza annuale e un maggior ricambio alla presidenza del Consiglio”. I governi “balneari” sono quelli in voga soprattutto negli anni Sessanta e Settanta per far decantare la situazione politica. Monocolori Dc, non erano “governi del presidente” (forse lo erano quelli di Pella e Tambroni, ma su questo punto non ci sono giudizi concordi). Caratterizzati da una durata breve, erano presieduti da esponenti politici considerati “super partes” o “pontieri” (Leone, per esempio, presidente della Camera). Nella storia d’Italia ne abbiamo avuti nove, rimasti mediamente in carica per 137,3 giorni. Proseguendo nel nostro viaggio fra i governi e le loro crisi, arriviamo alla Seconda Repubblica, non senza aver sottolineato che nel triennio fra l’ultimo pentapartito (Andreotti VI) e il primo governo Berlusconi ci sono tre Esecutivi che nascono in un periodo di transizione: Andreotti VII (1991-’92), Amato I (1992-’93), Ciampi (1993-’94). Restano in carica mediamente per un anno.

Le crisi di governo ‘record’. 

Anche per la Seconda Repubblica dobbiamo distinguere fra più fasi. Quella preparatoria (1994-1996) che vede il rapido susseguirsi dei governi Berlusconi I e Dini (durata media: 269 giorni, 76 dei quali in ordinaria amministrazione), poi quella del consolidamento del sistema (1996-2011) durante la quale il Paese ha otto governi in quindici anni (media: 706,25 giorni, dei quali 19,6 di crisi). È il periodo in cui centrosinistra (1996-2001) e centrodestra (2001-2006) riescono a governare per cinque anni di fila, anche se le esperienze del Prodi II (2006-2008) e del Berlusconi IV (2008-2011) durano entrambe meno del previsto. È un periodo di record: il primo governo Prodi dura 886 giorni (11 di crisi), il Berlusconi II 1412 (2 giorni di crisi), il Prodi II 722 giorni (104 di crisi), il Berlusconi IV 1277 giorni (4 di crisi), che figurano tutti e quattro nella lista dei dieci governi di maggior durata fra il 1946 e il 2018, insieme a cinque della Prima Repubblica (Craxi I, 1092; Moro III, 852; De Gasperi VII, 721; Segni I, 683; Andreotti VI, 629) e al governo Renzi (2014-2016: 1024 giorni). Il periodo della crisi economica e dell’avvio della ristrutturazione del sistema dei partiti (2011-2018) è caratterizzato invece da quattro governi: uno tecnico (Monti), uno di centrosinistra/grande coalizione (Letta, affiancato per pochi mesi anche dal Pdl), due di centrosinistra (con apporti centristi). In media, questi governi (compreso l’attuale) durano 583,75 giorni (di cui 39 di crisi, quasi tutti dovuti all’interregno di Monti durante le elezioni del 2013). Se Renzi supera i mille giorni a Palazzo Chigi, Monti e Gentiloni vi restano per circa cinquecento (rispettivamente 529 e 482, di cui senza ordinaria amministrazione 401 e 467) mentre Letta si ferma a 300. Quote quasi tutte superiori alla durata media di un governo della Prima Repubblica (342). Nel nostro rapido excursus sulle crisi di governo in Italia e sui 2160 giorni “in ordinaria amministrazione” vogliamo far notare che su 65 governi, solo 15 sono rimasti in carica per almeno un anno e mezzo (dei quali 6 per più di due anni), ma 18 fra un anno e un anno e mezzo, 18 fra sei mesi e un anno, 12 fra tre e sei mesi e due (De Gasperi VIII e Fanfani I) per meno di tre mesi (rispettivamente 32 e 23 giorni, dei quali però solo 12 nella pienezza delle funzioni). Gentiloni, all’8 aprile 2018, è al 22° posto in classifica (482 giorni), ma può superare i governi Fanfani IV (485) e Dini (487); se la crisi si protrarrà oltre il 7 maggio, potrà sorpassare anche Scelba (511), raggiungere Monti il 25 e il sesto governo De Gasperi il 10 giugno. Ma se la crisi fosse lunga come quella che seguì il governo Monti, Gentiloni potrebbe addirittura superare il secondo esecutivo presieduto da Moro, attestandosi al dodicesimo posto fra i governi della Repubblica.

NB.Questo articolo è frutto del prezioso lavoro di Luca Tentoni. Nota biografica. 

Nato a Roma (1966), Luca Tentoni è analista politico ed editorialista per la Gazzetta di Parma e per il Giornale di Brescia. È autore di numerosi volumi e saggi su istituzioni, sistema elettorale e comportamento politico degli italiani, fra i quali: “Le elezioni comunali del 2017”; “La lunga transizione”; “Le elezioni comunali del 2016 nei capoluoghi di regione”; “Brevi cenni sulla Repubblica”; “Maggio 2015: elezioni regionali e sistema politico italiano: una analisi”; “L’Italia di Weimar”; “Bicameralismo e rappresentanza delle comunità locali negli Stati federali: un’analisi comparata”; “Dalla Prima alla Terza Repubblica”; “Riforme istituzionali in Italia e modelli di riferimento”; “La novità del maggioritario alla prova delle urne”; “Fra consenso e crisi – L’Italia elettorale dopo il 5 aprile”; “Gli strumenti per cambiare – viaggio nei sistemi elettorali”.

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2018 ripreso da sito “Mente Politica”, 

 

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NEW!!! Il Dizionario della crisi di governo. Episodi, termini, parole utili, riferimenti storici per spiegare la crisi di governo alla luce dei precedenti costituzionali e della storia repubblicana

Una premessa. La crisi politica e istituzionale scivola via temo, negli interessi degli italiani, in un click su un sito di notizie, appena sbirciata e ancor meno o poco compresa. I 25 lettori di questo blog hanno, almeno così spero, voglia di capirne qualcosa in più, perché di politica qualcosa sanno, ma un po’ si perdono, nella marea di tecnicismi e formalismi, riti e convenzioni, richiami storici e allocuzioni gergali (il famoso tecnicismo della Politica, appunto). Ecco, è a loro che mi rivolgo principalmente, oggi e in futuro, con una serie di articoli, scritti in forma originale per questo blog, nella speranza di diradare la nebbia.

Le domande ricorrenti.
Consultazioni? Pre-incarico? Incarico esplorativo? Governo di tregua, di scopo, di responsabilità nazionale o di decantazione? Governo tecnico o politico? Disbrigo degli affari correnti? Larghe o piccole intese? Patto della staffetta? Compromesso storico o solidarietà nazionale? Appoggio esterno? Ministri di area? Piena dignità? Contratto alla tedesca? Def? Commissioni speciali? Due vincitori o due forni? Governo gialloverde o giallorosso? Fiducia? Maggioranza assoluta, semplice o qualificata? E’ arrivato il momento di fare ordine. Ecco, dunque, un piccolo ‘Dizionario’ della Crisi di governo che, se avrà successo, verrà replicato su altri argomenti in futuro.

Ps. mi sono avvalso di diverse ricerche di archivio (giornali quotidiani, siti Internet, etc.) e di diversi libri di storia italiana contemporanea, che alla fine citerò in dettaglio, delle voci dell’enciclopedia Treccani, dei sito di Politica OpenPolis e You Trend. Ringrazio per  i suggerimenti e gli approfondimenti i professori Stefano Ceccanti, oggi deputato del Pd, Francesco Clementi e il collega ‘professore’ Luca Tentoni. Ho citato, tra gli altri, i colleghi giornalisti e retroscenisti Filippo Ceccarelli (La Repubblica), Marco Damilano (L’Espresso), Fabrizio D’Esposito (Il Fatto quotidiano) e Corrado Costiglione (Il Mattino), Mario Lavia, i quirinalisti Marzio Breda (Corriere della Sera) e Ugo Magri (La Stampa).

Il palazzo del Torrino

Il Torrino, il punto più alto del Quirinale

 

Un piccolo “Dizionario della crisi di governo” politica e istituzionale, voce per voce L’elenco è, per quanto possibile alfabetico, all’interno dei capitoli, ma non sempre.

*****Il sommario e glossario delle parti principali di cui è composto il Dizionario

  1. Piccola introduzione politico-letteraria. Il ‘clima’ che si respira al Quirinale

2. Excursus storico sul metodo seguito nelle consultazioni.

3. Aneddotica dal Colle. Episodi curiosi avvenuti durante le consultazioni

4. La durata delle crisi di governo. Formule politiche e partitiche (by Luca Tentoni).

5. Il calendario ragionato della crisi di governo attuale.

6. Le voci più tecniche, ma anche le più ‘calde’, della crisi di governo attuale:

Consultazioni: calendario, prassi, ‘giri’, regole, rito, storia e aneddoti – Capo dello Stato (il governo neutrale) – *Colle – *Crisi di governo – *Governo – *Commissione dei saggi – *Def/Legge di Stabilità/clausole di salvaguardia – *Dimissioni (revocabili e irrevocabili) –Disbrigo degli affari correnti – *Elezioni politiche (a scadenza naturale o anticipate) – *Data del voto (lo scontro tra il Colle e i partiti) – *Data del voto (record e lumaca) – *Data del voto (vere e finte) – *Legislatura (XVIII) – *Legislatura (durata) – *Legislatura (scioglimento, a scadenza naturale o anticipato) – *Governo (come nasce: le procedure) – *Governo (cos’è) – *Fiducia (voto di) – *Sfiducia (voto di) – *Quirinale (palazzo) – *Quirinale (staff) – *Parlamentari (gruppi e consistenza) – *Stallo o ingorgo o caos istituzionale – *Verifica (maggioranza di governo) – * 

7. Le formule di governo  di cui si parla durante una crisi: *Incarico pieno – *Incarico con riserva – *Pre-incarico – *Incarico esplorativo – *Re-incarico. 

8. Tipologie dei 64 governi che hanno operato nella storia della Repubblica:

*governo amico – *governo balneare – *governo di coalizione – *governo d’affari – *governo di minoranza – *governo del cambiamento – *governo di scopo – *governo del Presidente e/o governo istituzionale – *governo di Grande Coalizione – *governo di larghe intese – *governo di unità nazionale e/o di emergenza nazionale – *governo della non sfiducia o delle astensioni – **governo di solidarietà nazionale – *governo di raffreddamento o di tregua – *governo di decantazione – *governo ponte o governo traghetto – *governo neutrale o governo di garanzia – *governo parlamentare – * governo di programma – *governo politico – *governo tecnico – *governi non eletti – *governissimo – *governicchio – *governo di tutti

9. Le formule politiche più ricorrenti e famose nella storia della Repubblica

astensione benevola – *comitato di conciliazione – *contratto alla tedesca – *convergenze parallele – *compromesso storico – *conventio ad excludendum – *caminetti – *correnti (Dc – Psi – Pci – partiti laici minori) – *doppio incarico – *diarchia – *leader (longevità) –  Governo del cambiamento – *coalizione giallo-verde – *Politica dei due forni  – *Patto della staffetta – *Patto dell’alternanza –  *Terzo uomo – *Vincitori (due) 

10. La storia delle crisi di governo più brevi e più lunghe nella vita repubblicana:

*le crisi di governo più brevi (Prodi II – Monti – Berlusconi IV – Ciampi) – 

*le crisi di governo più lunghe (Letta – Dini – Andreotti V – Andreotti II – Prodi II). 

11. Episodi curiosi relativi gli incarichi di governo conferiti dal Capo dello Stato:

*Pertini e il tentativo dei tre presidenti incaricati (1979) – *il primo incarico a un laico (Spadolini, 1981) e a un socialista (Craxi, 1983) – *il primo incarico a un comunista (Jotti, 1987) – *gli incarichi ai governi del Presidente Amato e Ciampi – *il caso di ministro depennato dalla lista (Previti, 1994) – *il governo di un senatore a vita (Monti, 2011) – *le consultazioni di Mattarella (2018)

12. Breve storia dei mandati esplorativi nella storia repubblicana:

*il primo incarico a Merzagora (1957)  – *i due incarichi a Leone (1960 e 1963) – *gli incarichi a Pertini, Fanfani (1986) e Spagnolli (1974) – *l’esploratrice Jotti (1987) – *tocca a Spadolini (1989) – *esplora Marini (2008). *La commissione dei saggi (2013) – *Le ultime due e recenti esplorazioni, quelle di Casellati e Fico (2018).

13. La dottrina e le figure. Evoluzione dei poteri del Presidente della Repubblica:

Una breve riflessione sull’evoluzione dei poteri del Presidente della Repubblica con l’ausilio del parere di diversi costituzionalisti di fama. 

14. Una breve cronistoria dell’attuale crisi di governo. I tre giri di consultazioni – gli appelli del Capo dello Stato – le trattative tra i partiti – la soluzione della crisi. 

15. Da Ciampi a Conte. Breve cronistoria dei premier ‘non eletti’ dal popolo.

mattarella parla

Il Capo dello Stato parla alla fine delle consultazioni

  1. Una introduzione politico-letteraria. Il ‘clima’ che si respira al Quirinale

Come scriveva Filippo Ceccarelli su Repubblica del 3 aprile, siamo alle “consultazionissime 2018”. Dopo il tempo dei leoni, consumatosi nei ludi elettorali, ecco il tempo delle volpi che se la prendono con calma, al riparo da sguardi indiscreti, al Colle. Tra un incontro e l’altro un occhio al calendario e uno ai loro interessi, riscoprono le virtù e le trappole del negoziato, delle sfumature, della maieutica, della decantazione di giorni non sempre – anzi, quasi mai – decisivi. Se c’era (e c’è ancora?) qualche minima speranza di trovare un punto di equilibrio per dare vita a una parvenza di maggioranza e, poi, possibilmente, a uno straccio di governo, lo si capirà solo in quell’area sacra, situata ai piani alti del Quirinale cui si accede attraverso il meraviglioso scalone elicoidale del Mascarino. E’ qui, presso lo studio presidenziale detto “della Vetrata”, tra colonne di basalto e nero e arazzi con putti che si baciano, che i giornalisti che si raccolgono in uno spazio profano che si estende da una tribunetta ricoperta con un drappo grigio o rosso a un altro salone in accennata penombra, ingombro di di preziosi mobili cinesi e dedicato al buffet (di solito viene servito caffè, mini bignè, spremute d’arancia, acqua, piccoli tramezzini al tonno), tra due ampie finestre da cui si intravede mezza Roma, visioni che riscattano qualsiasi prolungata attesa e inopportuno ritardo. All’arrivo delle autorità istituzionali arrivano squilli di tromba e scattar di tacchi dei militari dallo splendido cortile mentre nel caso delle delegazioni dei partiti sale un rumore di portiere di auto blindate per una composta ma pur sempre cerimoniosa accoglienza. Dopo la rituale udienza con il Capo dello Stato, i politici fanno una specie di passerella,, ma capita anche che scelgano di non rispondere alle domande della di microfoni e telecamere, limitandosi a salutare con un cenno gli operatori dei media. mentre, abbagliati senza pietà dalle loro luminarie, guadagnano sbrigativamente l’uscita. Quando invece parlano stanno sempre bene attenti a non raccontare il contenuto dei loro colloqui con il Presidente della Repubblica, che resta protagonista invisibile, spesso senza rendersi conto che proprio dalla torsione tra ciò che è accaduto dentro lo studio alla Vetrata e l modo con il quale sono costretti a riferirlo all’esterno nasce lo spettacolo, sia pure di secondo grado, dei “ludi consultacei” come vennero definiti nella Seconda Repubblica maggioritaria per sottolinearne, sbagliando, la loro sostanziale inutilità. E tuttavia anche allora la vera partita si svolgeva tutta al di là della porta di noce governata da commessi con il cravattino bianco e la marsina celeste, quanto di più simile a un ligneo sipario sul sancta sanctorum del Colle, per giunta presidiato da due corazzieri in alta uniforme  (una volta, d’estate, uno di loro svenne per il caldo e l’attesa e il circo mediatico si trovò coinvolto in una scena che sembrava tratta dall’Iliade). 

2. Un piccolo excursus storico sul metodo che viene seguito nelle consultazioni. 

Il fatto è che le consultazioni, in Italia, sono forse l’unico passaggio politico regolato dalla prassi anziché da specifiche disposizioni, tanto che, appunto, la Costituzione non le cita. E infatti, nella Prima Repubblica, hanno sempre costituito una pratica rapida e priva di grande rilievo pubblico. Tra la fine degli anni Cinquanta e la fine degli anni Settanta, magari i governi duravano poco, ma le crisi di governo si risolvevano in poche settimane (vedi alla voce: le crisi più lunghe e le crisi più corte della storia repubblicana) sia durante la fase del centrismo (1948-1960) sia durante il primo e secondo centrosinistra. La Dc, del resto, dopo la stagione del centrismo aprì e poi stabilizzò la stagione del centrosinistra: le due formule si rincorrevano tra loro, di governo in governo, alternandosi o confondendosi quasi senza soluzione di continuità e le crisi di governo (e le consultazioni) servivano più che altro a ratificare nuovi equilibri tra le correnti e i capi-corrente della Dc, o variazioni di status tra i membri delle coalizioni di allora (la formula vigente era quella del quadripartito o del pentapartito: vedi alla voci). Si saliva al Quirinale più alto, cioè, per ratificare nuovi equilibri tra le correnti della Dc o variazioni di status tra i membri del quadripartito prima e del pentapartito poi. Il Manuale Cencelli (vedi alla voce), anche priva che venisse ‘costituzionalizzato’ in modo rigido, offriva una solida base per aggiustare pesi e contrappesi tra i partiti, sempre gli stessi (Dc, Psi, Psli-Psdi, Pri, Pli). Va sottolineato, quindi che, per tutta la Prima Repubblica le consultazioni al Quirinale sono state un rito che non riservava grandi sorprese e, per questo motivo, veniva affrontato anche con una certa apatia dai partiti. Infatti, “il Paese – come ha ben sintetizzato lo storico Massimo Salvadori – era prigioniero di un’alternanza di governo senza alternative di governo”. Lo schema vedeva il presidente della Repubblica prendere scelte scontate e operare ratifiche notarili delle volontà dei partiti, decise per lo più dalla segreteria politica della Democrazia cristiana, partito su cui faceva perno il sistema. Vigeva la conventio ad excludendum nei confronti delle due ali di destra (Msi) e di sinistra (Pci) di un sistema politico bloccato perché, pur essendo partiti legittimi e presenti a ogni tornata elettorale, nessun governo si poteva fare, da parte dei partiti ‘legittimati’ a governare (Dc e partiti laici minori), con Pci e Msi. Gli esecutivi cambiavano spesso ma per lo più per regolamenti di conto tra correnti Dc. Le cose cominciarono a cambiare quando l’Italia inizia a sperimentare una certa mobilità elettorale e il rito si fa più complicato e ansiogeno. Così, i giorni di crisi salgano a 50 circa per formare i governi del post-68 e schizzano a oltre 70 giorni nella fase dell’avanzata elettorale del Pci negli anni ’70, dominata dalla paura di un imminente ‘sorpasso’ sulla Dc e dalla necessità di superare la conventio ad excludendum per inglobare il Pci nella responsabilità di governo (vedi alla voce: governi della non sfiducia e della solidarietà nazionale). Ecco che, perciò, le consultazioni iniziano a seguire itinerari tortuosi, talvolta ai limiti del bizzarro, ed è anche in questa fase che si consolida la prassi delle consultazioni a largo raggio: il rito presto diventa barocco, elefantiaco. Infatti, oltre alle consultazioni del presidente della Repubblica, ci sono anche le consultazioni del presidente del Consiglio incaricato (vedi alla voce): quando l’incaricato è portatore di un cambiamento serve non solo il consenso del Parlamento ma anche dei poteri che regolano la vita quotidiana del Paese. E così vengono messi in fila, dal premier incaricato, nell’ordine delle sue consultazioni, anche sindacati, associazioni d’impresa, ma anche – magari non formalmente – esponenti della Chiesa e delle Istituzioni, ambasciate, referenti diplomatici. La rete di dialogo intessuta in questo modo intorno ai possibili equilibri di governo diventa sempre più larga e indecifrabile. Il passaggio dal sistema elettorale proporzionale a uno maggioritario, la grande rivoluzione degli anni Novanta, avrebbe dovuto, in teoria, semplificare le cose. Un vincitore, un possibile premier, pochi giorni di colloqui, una maggioranza sicura. L’aspettativa generale, allora, era qualcosa di simile al modello inglese (detto anche “modello di Westminster”, vedi alla voce) dove tutto è così automatico che non è neppure previsto un voto parlamentare e la fiducia si ritiene “presuntivamente concessa” fino a prova contraria. Ma le cose non andarono così. Tra i record delle consultazioni più lunghe nella nostra storia ci sono proprio due governi della Seconda Repubblica: il governo Dini, che nacque dopo ben 127 giorni di trattative e il II governo Prodi che ebbe bisogno di 104 giorni per vedere la luce e, in ogni caso, anche il I governo Berlusconi ebbe bisogno di 50 giorni di consultazioni prima di poter nascere. Nel primo caso si trattava di convincere i partiti a sostenere un governo tecnico, nel secondo di varare una coalizione di governo, l’Unione, che si presentò al Quirinale con ben 11 delegazioni (un altro record), sostenuto dall‘intera sinistra parlamentare (fino a Rifondazione comunista) e da pezzi del centro moderato (fino all’Udeur). La storia delle consultazioni, dunque, aiuta a capire la politica italiana perché racconta del suo Dna, infinitamente cauto e circospetto. Né vincitori né vinti hanno mai fretta quando si determina una svolta e anche le forze più dirompenti e nuove, come Lega e M5S oggi, messe davanti allo specchio della responsabilità di governo, diventano circospetti come giocatori di scacchi e, appunto, prudenti come vecchi democristiani di rito forlaniano.

Va segnalato che spesso le lunghe impasse tra la fine di un governo e la nascita di un altro sono state intervallate da elezioni politiche anticipate (è successo per la prima volta nel 1972, poi è successo in modo consequenziale nel 1976, 1979, 1983, 1987, 1992, 1994 e, di nuovo, nel 2008), quindi le date della crisi di governo si sono molto allungate perché bisogna tenere conto del periodo in cui il governo dimissionario resta in carica per il disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce) e perché bisognava tenere conto del periodo necessario per avviare e concludere le procedure per la campagna elettorale (tra i 45 e i 70 giorni dopo lo scioglimento delle Camere) e i 20 giorni che intercorrono dalla data del voto alla convocazione delle nuove Camere. Ampie parentesi, quindi, quelle tra un Parlamento che muore e uno che nasce, ma anche inizi di legislatura particolarmente complessi come quando – è successo nel 1992 e nel 2013 – si crea una situazione di “ingorgo” o “stallo” costituzionale (vedi alla voce) perché l’insediamento delle nuove Camere coincide con la necessità di eleggere un nuovo Capo dello Stato (è successo, appunto, nel 1992 per l’elezione di Scalfaro e nel 2013 per Napolitano).

3. Alcuni episodi e curiosità. L’aneddotica storico-politica sulle consultazioni

Inaugurate dal primo presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, le consultazioni non sono un obbligo, dunque, ma una consuetudine o, se si preferisce, una prassi. In ogni caso il Presidente della Repubblica le organizza come meglio crede. Abbastanza nutrita è, ovviamente, l’aneddotica in merito. Riportiamo solo alcuni degli episodi più gustosi. Il primo Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola (1946-’48), quando s’insedia al Quirinale (dove, peraltro, non vuole restare a dormire, di notte, per l’intero suo mandato, perché – da buon napoletano scaramantico – pensava che quel luogo portasse jella…) inizia a mostrare ai suoi ospiti, durante le consultazioni, una misteriosa agenda in pelle nera, dicendo a ognuno di loro “Sto scrivendo la prassi repubblicana, quello che deve e non deve fare un Presidente“. Nel 1948 De Nicola toglie il disturbo e il Parlamento elegge al suo posto il liberale Luigi Einaudi, voluto da De Gasperi dopo che il suo candidato, il conte Carlo Sforza, cade per i veti incrociati nella Dc. Giulio Andreotti, sottosegretario di De Gasperi, si ricorda dell’agenda e la cerca. Viene rinvenuta ma con sorpresa. Come racconta lo stesso Andreotti in un suo libro, “rimanemmo allibiti, scoprendo che De Nicola non vi aveva scritto neanche una riga…”. Proprio Einaudi tiene le sue ‘personalissime’ consultazioni, e per ben due volte, non al Quirinale, ma nella sua residenza privata della Caprarola: sia per nominare, come presidente del Consiglio incaricato Attilio Piccioni, che però deve subito rinunciare, nel 1954, sia quando nomina – d’imperio – presidente del Consiglio l’ex ministro del Bilancio dell’ultimo governo De Gasperi, Giuseppe Pella, per un governo ‘del Presidente’ (allora si usava la definizione di “governo d’affari”: vedi alle voci), governo che però scontava l’ostilità del suo stesso partito, la Dc, che poi lo impallina e, in pochi mesi, il governo Pella cade.  Le crisi, durante la I e la II legislatura, cioè negli anni del centrismo degasperiano, in pratica dal 1948 al 1958, durano, di media, non più di due settimane l’uno. Ma le prime settimane della II legislatura (1953-1958) non sono state per niente facili. L’VIII governo a guida De Gasperi, nato il 16 luglio 1953, dopo le elezioni politiche del 25 giugno 1953 in cui non scatta la famigerata “legge truffa” non ottiene la fiducia del Parlamento e, di conseguenza, si dimette il 28 luglio. Il presidente della Repubblica Luigi Einaudi incarica Attilio Piccioni, esponente della Dc, di formare un governo, ma egli è costretto a rinunciare, allora Einaudi chiama nella sua residenza privata della Caprarola il ministro al Bilancio uscente, Giuseppe Pella, sul quale non c’era stata una indicazione chiara dalla Dc, e senza neppure dare luogo a consultazioni gli conferisce l’incarico (sarà l’unica volta). Il governo Pella (17 agosto 1953 – 5 gennaio 1954) non sopravvive alla richiesta di rimpasto avanzata dalla Dc e presto cade.

Durante la prima fase del centrosinistra ‘organico’, quella più felice e innovativa, è proprio negli anni Sessanta che iniziano a registrarsi crisi di governo più prolungate. Nel 1960 ci vuole un mese di tempo, dalle dimissioni del II governo guidato da Antonio Segni, il 24 febbraio, alla nascita del governo guidato da Fernando Tambroni che presto cade perché appoggiato dalle destre (monarchici e, soprattutto, missini). Dopo una stagione di fortunati e innovatori governi di centrosinistra (il III governo Fanfani, 1960-1962, il IV governo Fanfani, 1962-1963, il I governo Moro, 1963-1964, il II governo Moro, 1964-1966), il presidente del Consiglio Moro deve attendere 33 giorni per succedere a se stesso: si era dimesso dal suo II governo il 21 gennaio, torna il 23 febbraio a guidare il III governo Moro (1966-1968). Ma ben un mese intero (36 giorni) passa, invece, tra le dimissioni di un breve governo a guida Giovanni Leone (giugno-novembre 1963), che nasce il 21 giugno, e la nascita del I governo Moro che si insedia il 4 dicembre del 1963.

Durante la seconda fase del centrosinistra ‘organico’, la più stanca e meno innovativa, che parte dal 1968 e arriva fino al 1976, le crisi hanno una durata media compresa tra i trenta e i cinquanta giorni. Ad esempio quelle che portano a un susseguirsi di esecutivi guidati dal dc Mariano Rumor. Dopo il I governo Rumor (1968-1969), il II governo Rumor (1969-1970) nasce il 5 agosto 1969, 31 giorni dopo le dimissioni del primo, datate il 5 luglio. Per la nascita del III governo Rumor bisognerà invece attendere 48 giorni, dalle dimissioni del 7 febbraio 1970 alla nomina del 27 marzo, ma il 6 luglio Rumor già presenterà nuove dimissioni. Un mese dopo Rumor viene sostituito da Emilio Colombo, al suo primo governo (1970-1972), che si dimetterà un anno e mezzo dopo, il 15 gennaio 1972, dopo 33 giorni di crisi. Il I governo Colombo lascerà a sua volta per fare largo al I governo Andreotti che porterà il Paese alle elezioni anticipate del 1972, non avendo ottenuto la fiducia da parte delle Camere e che resterà in carica solo 14 giorni, al 14 al 26 febbraio. Con la nuova legislatura, nasce il II governo Andreotti (1972-1973) che resterà in carica fino al luglio del 1973 quando si aprirà una nuova stagione di governi a guida Rumor (il IV governo Rumor, 1973-1974 e il V governo Rumor, 1974, che durerà solo pochi mesi) il quale si dimetterà il 3 ottobre 1974 aprendo una crisi di governo che si chiuderà solo 51 giorni dopo con l’insediamento del IV governo Moro (1974-1976). Moro succederà a se stesso il 12 febbraio 1976 con il V governo Moro (1976) dopo una crisi iniziata 36 giorni prima con le dimissioni del 7 gennaio e che starà in piedi solo pochi mesi (dal 12 febbraio al 30 aprile) per portare il Paese alle elezioni del ’76.

Un pluri-protagonista del rito delle consultazioni è senza dubbio Giulio Andreotti nei tre governi che forma nella drammatica legislatura compresa tra il 1976 e il 1979. Il primo governo di quella legislatura, il III governo Andreotti (1976-1978), detto governo “della non sfiducia” o “delle astensioni” (vedi alla voce) nasce il 29 luglio 1976: è un monocolore Dc che nasce appena 24 giorni dopo l’insediamento delle Camere e che gode dell’astensione di tutti gli altri partiti di governo, compreso – per la prima volta – il Pci, che dal 1947 in poi era sempre stato all’opposizione. Andreotti si dimetterà il 16 gennaio 1978 e, soltanto 54 giorni di crisi dopo, l’11 marzo, cinque giorni prima del rapimento di Aldo Moro, che di quei governi era il fautore e l’ideatore, forma il suo nuovo gabinetto, il IV governo Andreotti (1978-1979), che è il primo con il voto organico del Pci detto per questo di “solidarietà nazionale”. Andreotti andrà avanti fino alle dimissioni che darà il 31 gennaio 1979. Da allora passeranno 48 giorni prima di dar vita a un nuovo esecutivo, il V governo Andreotti, che nasce il 20 marzo, ma che dura solo 11 giorni e che si dimette il 31 marzo, destinato solo a portare il Paese alle elezioni anticipate del 1979. E’ in quel frangente, in particolare dopo la crisi del IV governo Andreotti, quello della “solidarietà nazionale”, che il nuovo presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il 22 febbraio del 1979, convoca in simultanea, ma a distanza di un quarto d’ora l’uno dall’altro, Giulio Andreotti (Dc), Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo la Malfa (Pri), facendo credere a ognuno di loro di volergli affidare l’incarico per formare un nuovo governo, ma facendo in modo non si incontrino, sistemandoli in tre stanze diverse e lontane, come se avesse convocato tre premier designati o che presumono di esserlo. Lo schema che aveva in mente Pertini, il quale credeva ancora possibile far nascere un governo di “solidarietà nazionale” con il Pci, era quello di nominare un premier (Andreotti o La Malfa) e due vicepremier (forse La Malfa e Saragat, che però poi si sfila), ma il tentativo non riesce. La Malfa, poco dopo, muore per il dolore.

Complicate e laboriose anche le fasi che portano alla nascita dei governi, i primi detti di ‘pentapartito’ (vedi alla voce), agli inizi degli anni Ottanta, quando per la prima volta dal 1946 arriva a palazzo Chigi un esponente di un partito laico e non della Dc, cioè il leader del Pri Giovanni Spadolini. Il I governo Spadolini (1981-1982) nasce il 28 giugno 1981, ben 33 giorni dopo le dimissioni del I governo Forlani (1980-1981) caduto per la scoperta degli elenchi della P2. Presidente della Repubblica era Sandro Pertini, che darà il primo incarico di governo a un laico (Spadolini) e il primo a un socialista (Craxi) cui succede, nel 1987, Francesco Cossiga che darà il primo e unico incarico, per quanto solo esplorativo, a un esponente del Pci, Nilde Jotti.  Francesco Cossiga apriva i suoi colloqui offrendo a ognuno dei suoi ospiti i cioccolatini, ma Marco Pannella,  sempre polemico ma quella volta più del solito, viene fatto accompagnare alla porta. Al contrario Achille Occhetto, segretario del Pds, da Cossiga definito “uno zombie con i baffi”, rifiuta cocciutamente di farsi consultare da lui. Una scelta che, poi, Cossiga applicò a se stesso in polemica aperta con il suo successore, Oscar Luigi Scalfaro, rifiutandosi di salire al Colle nelle consultazioni di quest’ultimo. Un altro cruento scontro di quella stagione politica riguarda quando Craxi e De Mita chiedono al presidente della Repubblica, sempre Francesco Cossiga, di ‘costituzionalizzare’ il “patto della staffetta” che avevano ideato per alternarsi, all’interno della coalizione di pentapartito, nella guida del governo. Cossiga reagisce con dispetto e in malo modo risponde di no ad entrambi. Del resto, la contrapposizione, che dura per tutti gli anni Ottanta, tra Ciriaco De Mita e Bettino Craxi; la creazione dell’asse tra lo stesso Craxi, Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani (il cosiddetto “CAF”, vedi alla voce); i contrasti all’interno della Dc tra la sinistra di ‘Base’ da un lato e il Grande centro e la corrente andreottiana dall’altro, sono tutti fattori che rendono molto difficile la formazione dei governi che si alternano negli anni Ottanta sotto la formula politica del pentapartito (vedi alla voce) anche se questi poi risultano nella storia repubblicana tra quelli con una durata maggiore. Il primo governo Craxi nasce il 4 agosto 1983, a soli 23 giorni dall’insediamento della legislatura, e resterà in carica per quasi tre anni, risultando così il terzo per durata, ma quando si dimette si apre una crisi di governo particolarmente complessa. Una crisi di governo che si protrarrà per 35 giorni, dal 27 giugno 1986 al I agosto, quando si insedia il II governo Craxi basato, appunto, sul cosiddetto “Patto della staffetta” (vedi alla voce) che avrebbe dovuto portare, di lì a un anno, Ciriaco De Mita, segretario della Dc, a palazzo Chigi. Un percorso travagliato e faticoso, quello del “Patto della staffetta”, destinato a interrompersi presto. Dopo le elezioni anticipate, svolte nella tarda primavera del 1987, il governo a guida Giovanni Goria (1987-1988, Dc) dura solo un anno e la crisi che si apre dopo le sue dimissioni dura ben un mese. Una crisi davvero ‘pazza’ riguarda il momento precedente alle elezioni politiche anticipate del 1987, quando – dopo le dimissioni del II governo Craxi (1986-1987) – il presidente della Repubblica, Cossiga, nomina presidente del Consiglio Amintore Fanfani, che non solo non rinuncia alla sua carica di presidente del Senato nel formare il suo VI governo ma che, quando si presenta davanti alle Camere, viene bocciato dal suo partito, la Dc, con un voto di astensione che gli preclude la possibilità di restare in carica. Il governo Fanfani resterà in carica fino al 9 luglio accompagnando il Paese a elezioni politiche anticipate che arrivano per la quarta volta, dopo gli scioglimenti anticipati, uno dopo l’altro, del 1972, 1976, 1979, 1983 e come accadrà anche nel 1987 e 1992. Del resto anche quando il leader della Dc, De Mita, riesce ad arrivare a palazzo Chigi il 13 aprile 1988 la sua sarà una stagione di breve durata. La nomina di Forlani alla segreteria della Dc, che De Mita perde, nel febbraio 1989, innesca le premesse per la crisi del I governo De Mita (1988-1989), le cui dimissioni arrivano il 19 maggio. Ci vorranno ben 64 giorni, la crisi più lunga della storia repubblicana senza passare per le elezioni, prima di vedere nascere il VI governo Andreotti (1989-1991), il decimo per durata, che resterà in carica fino alle dimissioni del 29 marzo 1991. In questo caso bisognerà attendere 14 giorni prima che Andreotti giuri per la sua settima e ultima volta da presidente del Consiglio, ma per un governo solo di un anno, il VII governo Andreotti (1991-1992), l’ultimo della I Repubblica e che porta il Paese alle elezioni anticipate del 1992.

Nel 1992 l’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, convoca Bettino Craxi al Quirinale e gli spiega che, trovandosi il Paese in pieno ciclone di Mani Pulite, la sua richiesta di tornare al governo avanzata sulla base del patto precedente con la Dc (il “patto della staffetta”, appunto: vedi alla voce). I due hanno un’antica consuetudine, anche perché Scalfaro è stato ministro dell’Interno mentre Craxi reggeva palazzo Chigi, ma il colloquio è gelido: “Bettino, ti rendi conto che, con quello che sta emergendo dall’inchiesta di Milano, su di te come su tutto il tuo partito, finirai nel tritacarne entro poche settimane? Non è meglio se eviti l’umiliazione di essere cacciato a furor di popolo?“. Craxi, ancora più gelidamente, rinuncia e avanza il nome di Giuliano Amato, che diventerà premier, ma che Craxi credeva ancora di poter controllare, il che però non fu. Di Scalfaro – che Vittorio Sgarbi definì “attorcigliato sulla sedia presidenziale come un ramarro” – si è da più parti scritto che registrava gli incontri con un vecchio magnetofono a vista e che si riguardava le successive dichiarazioni dei capi delegazione di partito nella sua tv a bassa frequenza. Sempre durante il suo settennato, all’inizio, venne raggiunto quello che Ceccarelli definisce “il punto più basso delle consultazioni”, durante la crisi del I governo Amato (1993) quando Scalfaro decide di espungere, dalle consultazioni, tutti i (numerosi) segretari di partito e capigruppo inquisiti dalla magistratura (si era ai tempi di Mani Pulite) a tal punto che, a poche ore dall’inizio delle consultazioni, non si sapeva bene chi il presidente avrebbe ricevuto. Infine, ai tempi delle consultazioni dei presidenti Ciampi e Napolitano si arriva a dar vita a calendari di consultazioni monstre: fino a 29 delegazioni salgono al Colle, a causa dell’eccessiva, endemica, frammentazione del quadro politico della Seconda Repubblica. Anche in questo caso, ovviamente, lo show detto del “minestrone”, dello “spezzatino”, del “fritto misto” o della “macedonia” era assicurato dalla grottesca casualità delle diverse, e colorite, denominazioni che assumevano i nomi dei gruppi dei convenuti al Quirinale.  Sempre Scalfaro è protagonista di un altro, gustoso, siparietto con il nuovo inquilino di palazzo Chigi, Silvio Berlusconi che, uscito trionfatore dalle urne del 18 aprile 1994,  sottopone al presidente della Repubblica, la sua lista del primo governo di centrodestra. Scalfaro scopre così il nome di Cesare Previti nella delicata casella di Guardasigilli, ma di fronte alla possibilità che l’avvocato della Fininvest (più tardi coinvolto nello scandalo Imi-Sir e condannato proprio per la tentata corruzione di magistrati) possa diventare ministro della Giustizia scuote la testa e dice a Berlusconi “non se ne parla”. Berlusconi insiste (“Sa, presidente, con lui mi sento più tranquillo“, confessa candido), ma Scalfaro reagisce in modo durissimo: “Forse non ci siamo capiti, quel nome, sul mio tavolo, non passa. Per senso etico. Ricordatelo“. Sempre Scalfaro è il protagonista della nascita e della crisi del I governo Berlusconi (maggio-dicembre 1994) e della nascita del I governo Dini, in carica dal gennaio 1995 al gennaio 1996. Dini si dimette l’11 gennaio e, il I febbraio, Scalfaro incarica Antonio Maccanico di dare vita un governo di “larghe intese” per consentire la realizzazione di una serie di grandi riforme istituzionali. L’ipotesi si rivela presto impercorribile e e il 14 febbraio Maccanico rinuncia. A Scalfaro non resta che sciogliere le Camere per indire le elezioni anticipate del 1996.

Nel corso della II Repubblica sono stati due gli scioglimenti anticipati della legislatura, nel 1994, sotto Scalfaro, e nel 2008, sotto Napolitano. Nel 1996, dopo le dimissioni del governo Dini (1995-1996), avvenute l’11 gennaio, il Capo dello Stato cerca di dare vita a un’altro governo tecnico-istituzionale, stavolta per fare le riforme. Scalfaro dà l’incarico esplorativo al grand commis, e non parlamentare, Antonio Maccanico, il I febbraio, ma questi pochi giorni dopo, l’11 febbraio, si vede costretto a rinunciare al tentativo di dare vita a un governo “di larghe intese” (espressione coniata in quella occasione) e Scalfaro è costretto a sciogliere le Camere. Anche nel 2008, dopo le dimissioni, il 24 gennaio, del II governo Prodi (2006-2008), il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, affida l’incarico, stavolta esplorativo, al presidente del Senato Franco Marini, con il compito di formare un governo per cambiare la legge elettorale e non chiudere in via troppo anticipata la legislatura, ma tra il 30 gennaio e il 6 febbraio il tentativo di Marini fallisce e Napolitano non può far altro che sciogliere le Camere per portare il Paese alle elezioni anticipate del 2008.

Berlusconi è invece protagonista delle consultazioni del drammatico novembre 2011, quando il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, lo costringe ad arrendersi al voto negativo (308 voti su 630, quindi sotto i 316) della Camera sul Rendiconto dello Stato e, di conseguenza, a dimettersi, pur se formalmente il suo governo non aveva perso la fiducia. Davanti a Napolitano, un Berlusconi furibondo quanto avvilito denuncia i “traditori irriconoscenti” che avevano fatto evaporare la sua maggioranza (si riferiva a Fini) e annuncia le dimissioni come “il mio gesto di amor patrio”. Gli succede il governo guidato da Mario Monti (2011-2013), che Napolitano aveva provveduto a nominare senatore a vita. Nella passata legislatura, dopo le elezioni a scadenza naturale del 24-25 febbraio 2013, la legislatura nasce torbida e complicata. Pier Luigi Bersani, segretario del Pd e leader della coalizione “Italia Bene Comune”, ha ottenuto la maggioranza dei voti alla Camera, ma non al Senato. Napolitano gli affida l’incarico, il 22 marzo, di formare un governo, ma è solo un pre-incarico (vedi alla voce) e il segretario del Pd, appena una settimana dopo, deve rinunciare. Nel frattempo, alle difficoltà di formare l’esecutivo, si somma la necessità di procedere all’elezione del nuovo Capo dello Stato perché il mandato di Napolitano è scaduto. Dopo la duplice bocciatura, da parte dei Grandi Elettori del Pd, delle candidature di Franco Marini e di Romano Prodi, per colpa dei franchi tiratori (vedi alla voce), Napolitano accetta la rielezione a Capo dello Stato il 20 aprile 2013. Solo a quel punto la situazione della crisi di governo si sblocca e, il 24 aprile, giura il I governo Letta (2013-2014), un governo di “larghe intese”, 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere.

4. La durata delle crisi di governo nella I e nella II Repubblica (by Luca Tentoni). 

Eppure, tale periodo viene comunque computato nella durata del governo medesimo, anche se alcuni autori preferiscono invece calcolare la fine del governo fino alle sue dimissioni sostanziali. Nella storia repubblicana, dal 1946 ad oggi, l’Italia ha conosciuto 65 crisi di governo durate in media 33,23 giorni (contando anche quella in corso), tiene il conto Luca Tentoni. Il quale spiega, in un suo documentatissimo dossier per Mente Politica che “L’8,25% della storia repubblicana (5 anni e 11 mesi, poco più di un’intera legislatura!) è passato tra consultazioni, mandati esplorativi, pre-incarichi, periodi a cavallo di una legislatura e l’altra, elezioni, ricerca di equilibri politici nuovi o diversi”, ricordandoci che “I governi italiani hanno avuto una durata media di 402,72 giorni, di cui 369,52, nella pienezza dei poteri“. Finora, nella Seconda Repubblica (dal 1994) si sono avvicendati 14 governi contro i 51 della Prima, ma con un tasso di longevità molto più alto, a dimostrazione che, nella Prima Repubblica, fare e disfare governi era il gioco di società preferito dei partiti politici italiani. Nella seconda Repubblica si sono alternati governi di centrodestra (i più longevi) contro governi di centrosinistra (meno longevi, ma con un tasso di occupazione di palazzo Chigi più alto) mentre mediamente longevi e duraturi sono stati i governi tecnici (Dini e Monti). Limitandoci alle crisi di governo della Seconda Repubblica, sempre dall’attenta e puntuale analisi di Luca Tentoni, apprendiamo che la durata media delle crisi è identica (33,2 giorni) tra Prima e Seconda Repubblica e che solo in tre casi le crisi di governo hanno superato il mese: con i governi Monti (128 giorni), Dini (127) e Prodi II (104), casi analizzati più avanti. In buona sostanza, gli intervalli tra un governo e il successivo sono stati ampi solo in caso di momenti di forti transizioni politiche: nel 1995 per il passaggio, dopo il I governo Berlusconi, dal primo governo tecnico (Dini) al primo governo di centrosinistra (Prodi I), nel 2008 per il passaggio tra il II governo Prodi e il IV governo Berlusconi, nel 2013 per il passaggio dal secondo governo tecnico (Monti) al governo di larghe intese (Letta). Un altro dato riguarda le maggioranze politiche: mai è successo che una formula di governo si sia ripetuta da una legislatura all’altra, cioè nessuno schieramento ha avuto la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere per due volte di fila. La successione dei colori dei governi è infatti stata: centrodestra 1994, centrosinistra 1996, centrodestra 2001, centrosinistra 2006, centrodestra 2008, centrosinistra 2013, 2018 ? (non sappiamo ancora). “Le crisi dei governi di centrosinistra – mette in fila i dati Tentoni – non hanno superato i 15 giorni (sette casi su otto, tranne la crisi del secondo governo Prodi 2008 durata 104 giorni) e quelle del centrodestra non hanno superato i 15 giorni in tre casi su quattro (nel 1994 i giorni sono stati 25), mentre i governi tecnici hanno lungamente traghettato due fasi di due crisi del Paese: nel 1995 (governo Dini) e nel 2013 (governo Monti) hanno portato il Paese a nuove elezioni”. Ma per parlare, invece, di Prima Repubblica, solo quelle dei sette governi a guida Andreotti (tra il 1972 e il 1992) sono durate la bellezza di 454 giorni. E’ stato lui, Giulio Andreotti, il più grande “gestore di crisi di governo” della storia repubblicana. Rimasto a palazzo Chigi per un totale di 2669 giorni (7 anni e quasi quattro mesi), ha portato l’Italia al voto in ben tre occasioni (1972, 1976, 1992) ed è stato suo il record di permanenza di governo in carica per il disbrigo degli affari correnti durante una crisi (126 giorni nel 1979, 121 giorni nel 1976, in questo caso sfiduciato dopo solo nove giorni) fino a quando non è stato battuto dai due governi tecnici Dini (127 giorni) e Monti (128). Le crisi di governo più lunghe corrispondono, solitamente, a conclusioni anticipate delle legislature: nella Prima Repubblica si è votato sei volte prima del termine naturale nel 1972 (121 giorni di crisi), 1976 (90 giorni), 1979 (126 giorni), 1983 (91 giorni), 1987 (91 giorni), 1992 (65 giorni), mentre nella Seconda repubblica le interruzioni di legislatura sono state tre: 1994 (25 giorni di crisi), 1996 (127 giorni) e 2008 (104 giorni). “Ma, ovviamente, fasi politiche molto delicate, di transizione o di attesa, hanno avuto bisogno di un lungo lavoro di ricucitura”, osserva sempre Tentoni, specie nella Prima Repubblica”. Naturalmente, i presidenti del Consiglio che si sono avvicendati nella Prima Repubblica (1946-1994, 48 anni e 19 presidenti del Consiglio) sono stati molto più numerosi di quelli della Seconda (dal 1994 in poi, 24 anni e 9 presidenti del Consiglio, fino ad ora). Un elemento essenziale per distinguere la gran parte delle crisi della Prima Repubblica da quelle della Seconda è che, mentre tra il 1946 e il 1994, la fine di un governo non comportava la conclusione di una formula politica (sono state sostanzialmente  quattro: il centrismo nel 1947-1960, il centrosinistra, 1962-1974, la solidarietà nazionale, 1976-1979, il pentapartito, 1981-1992), nella Seconda Repubblica si è avuto, per ben cinque volte (1996, 2001, 2006, 2013), un cambiamento nella formula politica, anche se con alcuni parziali elementi di continuità (centrosinistra con Dini nel 1995, Pdl e Pd a sostegno di Monti nel 2011). “Tirando le somme – dettaglia in un’altra sua analisi Luca Tentoni – nella Prima Repubblica (1946-1992) c’è una sostanziale continuità delle formule politiche a fronte di un continuo susseguirsi di governi spesso molto simili tra loro nella composizione (premier, ministri, finanche sottosegretari) e partiti che li appoggiavano. Invece, nella Seconda Repubblica, a fronte di formule politiche che si alternano e oppongono in continuazione, vincendo le elezioni ora l’una ora l’altra (centrodestra nel 1994, 2001, 2006, centrosinistra nel 1996, 2006, 2013, quando nasce il terzo polo M5S), la durata degli esecutivi è mediamente più lunga e stabile di quelli della Prima Repubblica”. Addirittura, in diversi casi, la crisi di governo non ha portato neppure alla sostituzione del presidente del Consiglio. Nella prima e più robusta fase del ‘centrismo’ (1948-1953) coincidente con la I legislatura, De Gasperi è ininterrottamente rimasto a palazzo Chigi per 2.808 giorni (record ineguagliato) attraversando sette crisi di governo, cinque governi e sei anni. Sono rimasti al proprio posto anche Amintore Fanfani (dal 1960 al 1963, tra il suo terzo e quarto governo), Aldo Moro dal 1963 al 1966, tra il suo primo al suo terzo governo, Mariano Rumor (dal 1969 al 1970, tra il suo primo al suo terzo governo), Giulio Andreotti (nel 1972, tra il suo primo e il suo secondo governo), ancora Rumor (1974, per il suo quarto e quinto governo), di nuovo Moro (1976, per il suo quarto e quinto governo), ancora Andreotti (dal 1976 al 1976 per il suo terzo, quarto e quinto governo), Francesco Cossiga (dal 1980 al 1981 per il suo primo e secondo governo) , Giovanni Spadolini (dal 1981 al 1982, per il suo primo e secondo governo), Bettino Craxi (dal 1983 al 1987 per il suo primo e secondo governo), ancora due di Andreotti (dal 1991 al 1992 per il suo sesto e settimo governo). Nella Seconda Repubblica, invece, continuità si è registrata solo con Massimo D’Alema (dal 1998 al 2000 per il suo primo e secondo governo) e con Silvio Berlusconi (dal 2001 al 2006 per il suo secondo e terzo governo).

****Formule politiche (dei governi). La formula politica del centrismo ‘degasperiano’ (Dc+partiti laici minori: Pli-Pri-Psdi) è stata caratterizzata da 15 governi in 15 anni e mezzo circa di governo (media: un anno e 12 giorni). I presidenti del consiglio sono stati otto. Il centrismo è stato segnato da due fasi: il primo centrismo (1947-1953) che è durato sei anni per cinque governi (tutti a guida da un solo uomo politico, Alcide De Gasperi, Dc, e tutti nella prima legislatura), dalla durata media di 453,6 giorni. La seconda fase del centrismo ha visto alternarsi 10 governi in nove anni, dal 1954 al 1962 sotto sette presidenti del Consiglio diversi e con esperimenti che hanno, in parte o in tutto, contraddetto tale formula (i governi Pella, Zoli e Tambroni, 1960). 

La formula politica del “centrosinistra organico” (Dc+partiti laici minori+Psi) è stata caratterizzata da 13 governi in 13 anni e mezzo circa (media: un anno e 14 giorni circa). I presidenti del consiglio sono stati solo cinque. Il centrosinistra ha avuto due fasi: una prima fase (1963-1968) guidata da un solo presidente del Consiglio, Aldo Moro (Dc), durata 4 anni e sette mesi per tre governi (tutti a guida Moro: durata media di 546,7 giorni) ; una seconda fase (1968-1976) in cui si sono susseguiti 10 governi e 5 presidenti del Consiglio (tra cui lo stesso Moro) per nove anni.

La fase seguente è stata quella dei governi “della non sfiducia” o della “solidarietà nazionale” (1976-1979, Dc+astensione e poi voto a favore dei partiti laici minori del centrosinistra +astensione prima, poi voto a favore, del Pci) che ha visto un solo presidente del Consiglio, Giulio Andreotti (Dc), guidare il Paese per tre anni e tre governi. In questo caso la durata dei governi è stata molto breve: di 590 giorni nei governi Andreotti III e IV e di 326 giorni con il governo Andreotti V cui seguiranno subito elezioni anticipate. La formula politica del pentapartito (Dc+Pli+Pri+Psdi+Psi) è stata caratterizzata da dieci governi in 11 anni mentre i presidenti del Consiglio sono stati sei. Il pentapartito ha avuto due fasi: una prima fase ‘a guida laica’ (1981-1987, presidenze Spadolini e Craxi) in cui si susseguirono cinque governi e tre premier (durata media 433 giorni) e una seconda fase ‘a guida Dc’ (già con Fanfani prima del voto del 1987 e, dopo il voto, con la ‘staffetta’ tra Craxi e De Mita) in cui si susseguirono, sotto quattro premier, cinque governi in cinque anni e due mesi. In tutte le fasi citate della Prima Repubblica sono sempre tenuti nel conto i governi ‘balneari’ o ‘ponte’ di ogni fase politica.  Nella fase di passaggio tra Prima e Seconda Repubblica vi sono stati tre governi in carica in media un anno (Andreotti VII, 1991-1992, Amato I, 1992-1993, Ciampi, 1993-1994). Anche nella Seconda Repubblica (dal 1994 in poi) bisogna distinguere più fasi. Una prima fase preparatoria (1994-1996) che vede all’opera il I governo Berlusconi (1994) e il governo Dini (1995-1996) con una media di 269 giorni. La fase del consolidamento del sistema (1996-2011) in cui il Paese vede otto governi in 15 anni divisi cinque di centrosinistra (Prodi I e II, D’Alema I e II, Amato) e tre di centrodestra (Berlusconi II, III e IV. La fase della crisi economica e dell’inizio della ristrutturazione del sistema dei partiti (2011-2018) in cui si alternano quattro governi in sette anni di cui uno tecnico (Monti, 2011-2013), uno di grande coalizione (Letta, 2013-2014), due di centrosinistra ‘nuovo’ (Renzi, 2014-2015, e Gentiloni, dal 2015). In media, questi governi (compreso l’attuale, Gentiloni, a far data al 10 aprile 2018) durano 583,5 giorni: se Renzi supera i famosi “mille giorni” a palazzo Chigi, Monti e Gentiloni vi sono restati per oltre 500 giorni mentre solo Letta si è fermato a 300 giorni. Ma i veri record sono di governi precedenti all’ultima fase citate, quando il centrosinistra prima (1996-2001), sia pure con diversi premier, e il centrodestra poi (2001-2008), sempre con Berlusconi premier riescono a governare, in entrambi i casi, per cinque anni di fila. Il governo Prodi I dura 886 giorni, il Berlusconi II 1412 giorni, il Prodi II 722, il Berlusconi IV 1277 giorni: figurano tutti e quattro tra i governi più longevi della storia repubblicana ed entrano nella lista dei primi dieci governi più longevi con  il governo Renzi (1024 giorni), con 5 governi della Prima Repubblica: Craxi I, 1092 giorni, Moro III, 852 giorni, De Gasperi VII, 721 giorni, Segni I683 giorni e Andreotti VI, 629 giorni. Guardando la durata dei governi sotto la lente della formula politica, si vede subito che non è stata affatto omogenea, tra Prima e Seconda Repubblica: nel periodo centrista (Dc più alleati laici minori) si sono succeduti 15 governi in 15 anni (dal 1948 al 1960); nel centrosinistra ‘storico’ dal 1963 al 1976) si sono succeduti 13 governi in 13 anni e mezzo; durante il pentapartito (dal 1980 al 1992) si sono succeduti dieci governi in 11 anni.

******Formule politiche (dei partiti). I 64 governi della Repubblica hanno conosciuto diverse formule politiche con cui i diversi partiti che appoggiavano questo o quel governo lo ‘coloravano’ in un modo o nell’altro. Ne indichiamo le principali, in modo non esaustivo. I governi di Cnl o di “unità nazionale” (vedi alla voce) sono stati principalmente governi di tutti i partiti di Cnl i (Dc, Psli, Pri, Pli, Psi, Pci, Pd’Az, Dl) o di ‘esapartito’, cioè appoggiati da sei partiti (spesso, infatti, il Pli o il PdAz non ne appoggiava l’uno o l’altro, a seconda dei momenti). Un governo De Gasperi, nel 1947, il III, fu un governo ‘tripartito’, cioè appoggiato solo dai tre grandi partiti (Dc, Psi, Pci). I governi del primo (1948-1953) e del secondo (1958-1958) centrismo furono governi ‘quadripartito’, cioè appoggiati da Dc, Psli, Pri, Pli, mentre il Psi, quando nacquero i governi di centrosinistra (1960-1968) passò dall’appoggio esterno (vedi alla voce) all’appoggio organico, ma i governi di centro-sinistra ‘organico’ non venivano, all’epoca, definiti governi di ‘pentapartito’. Durante la fase del centrismo e in quella del governo ‘della non sfiducia’ o delle ‘astensioni’ (vedi alla voce) stettero in piedi anche governi ‘monocolore’, cioè sostenuti dalla sola Dc, o governi ‘bicolore’, sostenuti dalla Dc e dal Pli. Negli anni Ottanta prese l’uso di definire i governi sostenuti da cinque partiti di centro-sinistra (Dc, Psdi, Pli, Pri, Psi) governi ‘pentapartito’. Nella Seconda Repubblica i governi furono di centrodestra o di centrosinistra a seconda della coalizione che aveva vinto le elezioni. Nel caso dei governi di centrodestra, si tratta del I, del II, del III e del IV governo Berlusconi: nel 1994 erano sostenuti da Polo delle Libertà (FI-Lega) e Polo del Buongoverno (FI-An), ma anche da partiti minori centristi (Ccd-Cdu); nel 2001-2006 di governi sostenuti dalla Casa delle Libertà (federazione di FI-An–Uc) e dalla Lega Nord, con il II e III governo Berlusconi; nel 2008-2013 si trattò di governi sostenuti dalla Casa delle Libertà (fusione di FI e An), dalla Lega Nord e dall’Udc, ma anche da forze minori (MPA) o nate in quel periodo (Fli). Nel caso del centrosinistra si trattò di governi sostenuti, come il I governo Prodi (1996-’98), prima dall’Ulivo (cartello elettorale che comprendeva Pds-Ppi-Pri-Ud-Verdi-Svp-lista Dini), con l’appoggio esterno del Prc, o da una parte dell’Ulivo (Pds-Ppi-Udr-Pdci-Verdi), come nei casi del I e II governo D’Alema e del governo Amato. Nel caso del II governo Prodi (2006-2008) di un governo sostenuto dal cartello elettorale dell’Unione che comprendeva Ds-Margherita-Prc-Pdci-Verdi-Udeur). Ovviamente, i governi tecnici (vedi alla voce) Ciampi, Dini, Monti, pur sostenuti da un ampio arco di forze parlamentari, non hanno forme politiche ‘colorate’.

5. Una cronistoria del calendario delle consultazioni di Mattarella nel 2018. 

***Consultazioni, il calendarioIl Quirinale diffonde, in modo formale, ogni volta il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, cioè un nuovo ‘giro’, cambiano i giorni sul calendario, ma di solito non cambia l’ordine di apparizione dei vari gruppi parlamentari e partiti consultati. Infatti, anche se nel secondo giro di consultazioni il centrodestra si è presentato unito (Lega-FI-FdI), avendo alle sue spalle più parlamentari dei 5Stelle, il Capo dello Stato ha ricevuto in ogni caso il centrodestra come penultimo gruppo, nella stessa posizione con cui aveva ricevuto la Lega nel primo giro di consultazioni, continuando a ricevere come ultimo il gruppo dell’M5S. Solo nel terzo giro di consultazioni del 7 maggio l’ordine è cambiato: è salito prima al Colle il partito più grande (i 5Stelle), poi via via tutti gli altri (centrodestra, sempre tutto insieme) e Pd nella mattinata, Leu, Autonomie e Gruppo Misto nel pomeriggio.

****I primi giri di consultazioni (3-4 aprile e 12-13 aprile): due mandati esplorativi.

Il primo giro di consultazioni al Quirinale si è tenuto il 3 e 4 aprile, il secondo giro di consultazioni si è tenuto il 12 e il 13 aprile. Mattarella, visto l’esito infruttuoso dei primi due giri di consultazioni, ha affidato due mandati esplorativi,  ma con un mandato limitato nel tempo (due giorni) e nel perimetro delle forze politiche da consultare (centrodestra-M5S e Pd-M5S). Il primo mandato esplorativo è stato affidato alla presidente del Senato, Alberti Casellati, che ha esplorato la possibilità di un’intesa tra M5S e centrodestra il 18-20 aprile (senza successo). Il  secondo mandato è stato affidato al presidente della Camera, Fico, che ha esplorato la possibilità di un accordo tra M5S e Pd tra il 23 e il 26 aprile. L’esito si è rivolto infruttuoso, ma Fico ha registrato “un’esito positivo” tornando al Quirinale, ma esito positivo che poi è stato vanificato dall’esito di diverse dichiarazioni delle forze politiche interessate. Il  3 maggio si è espressa, in modo ufficiale, sulla possibilità di un accordo di governo con i 5Stelle, la Direzione nazionale del Pd che ha registrato l’impossibilità di tale intesa, ipotesi cui l’ex segretario del Pd, Matteo Renzi, aveva già chiuso, la domenica precedente, rilasciando al programma su Rai Uno di Fabio Fazio Che tempo che fa un’intervista tv. Né ha avuto successo, nei giorni precedenti, la scelta di Di Maio di proporre un “contratto alla tedesca” (vedi alla voce), redatto da un pool di esperti coordinati dal professor Giacinto Della Cananea o altri suoi appelli a far nascere il “governo del cambiamento”.

****Consultazioni, il terzo giro (7 maggio). Il Capo dello Stato ha deciso allora di tenere un terzo giro di consultazioni in un solo giorno, il 7 maggio, e che è stato risolutivo per gli esiti della crisi.  Infatti, il terzo giro di consultazioni ha confermato l’inesistenza di un’intesa tra le principali forze politiche, M5S, coalizione di centrodestra e Pd. Luigi Di Maio si era nuovamente detto disponibile a formare un governo politico solo con la Lega anche con un premier terzo, per un programma che includesse (e qui Di Maio ha imitato Berlusconi, contando con le dita, ndr) reddito di cittadinanza, superamento e abolizione della legge Fornero e legge anti-corruzione, taglio delle tasse. Ma Matteo Salvini ha invece rilanciato l’unità della sua coalizione reclamando l’incarico per un governo di centrodestra per poi cercare i voti in Parlamento. L’unico accordo tra i due, emerso dopo un incontro avuto in giornata, era sulla data-lampo per il ritorno alle urne, l’8 luglio. Solo il Pd si è detto favorevole a sostenere il governo del presidente con premier super partes. Dal Colle è filtrata l’impossibilità di andare al voto prima del 22 luglio (vedi date del voto). 

*****L’appello ai partiti del Capo dello Stato del 7 maggioDi fronte al persistere dello stallo, alla fine del terzo giro di consultazioni, per la precisione alle 18,35 del 7 maggio, il presidente Mattarella ha parlato, per ben otto minuti, riepilogando quanto accaduto dopo il voto del 4 marzo, ma soprattutto per mettere i partiti di fronte alla responsabilità di una scelta: l’Italia ha bisogno di un governo – ha detto in buona sostanza il Capo dello Stato rivolto ai partiti – quindi o appoggiate un esecutivo neutrale ma con pieni poteri pronto a sciogliersi appena nascerà in Parlamento una maggioranza, oppure riporterò i cittadini alle urne, ma esponendo a gravi rischi il Paese. Il presidente spiega che scioglierà la riserva sul premier incaricato della formazione del governo neutrale entro due giorni, poi questo governo andrà a verificare se avrà la fiducia del Parlamento. Ma ecco le parole, testuali, del Capo dello Stato: “Nel corso delle settimane scorse ho svolto una verifica concreta e attenta di tutte le possibili soluzioni in un Parlamento contrassegnato da tre schieramenti, ognuno senza maggioranza. Due di essi dovevano trovare un’intesa. Tentativi non riusciti per una serie di indisponibilità, confermate questa mattina”. “Nel corso dei colloqui di oggi – spiega il capo dello Stato – ho chiesto se vi fossero altre possibilità. Ma non vi è alcuna possibilità di una maggioranza nata da un accordo politico. Esclusa la possibilità di un governo politico di minoranza. Credo che sia più rispettoso del voto degli italiani che a portare alle elezioni sia un governo non di parte. Ringrazio comunque il premier del governo dimissionario Gentiloni. Il suo governo ha esaurito la sua funzione e non può essere ulteriormente prorogato, in quanto espresso da una maggioranza parlamentare che non c’è più”. “Quale che siano le decisioni che assumeranno i partiti, è doveroso dare vita a un governo – insiste il presidente – . Continuo ad auspicare un governo con pienezza di funzioni, che permetta al Parlamento di svolgere le sue attività e di rappresentare pienamente l’Italia nelle importanti decisioni da prendere in Europa. Dai partiti, nei giorni addietro è venuta richiesta di altro tempo utile per raggiungere un’intesa. Ma nel frattempo – spiega ancora Mattarella, entrando nel merito delle scelte da fare -, in mancanza di accordi, consentano (i partiti, ndr) che nasca un governo neutrale, di servizio. Laddove si formasse nei prossimi mesi una maggioranza, quel governo si dimetterebbe per far posto a un governo politico. Qualora non si formasse questa maggioranza, il governo neutrale si concluderà comunque a dicembre, per poi andare al voto”. “L’altra ipotesi – aggiunge il presidente – è un voto anticipato, ma si è sempre evitato di votare in estate. Si potrebbe fissare il voto in autunno, ma con la preoccupazione di non avere il tempo di elaborare e approvare la manovra finanziaria. Va considerato anche il rischio ulteriore della speculazione finanziaria sui mercati internazionali. E anche che, a legge elettorale invariata, si riproduca la stessa attuale situazione. Va tenuto anche in debito conto il tema dei tempi minimi per assicurare la partecipazione alle elezioni”. “Sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica che una legislatura si conclude senza essere neanche avviata – conclude Mattarella -. Scelgano i partiti, in Parlamento, tra queste soluzioni alternative. Un governo neutrale ma pienamente in carica fino al fine anno o nuove elezioni subito”.

In realtà, molti si aspettavano che Mattarella, alla fine del terzo giro di consultazioni, affidasse a una personalità scelta da lui l’incarico di formare un governo. Mattarella lo ha definito un governo “neutrale” o “di garanzia”, facendo capire che ne avrebbe composto la fisionomia e i nomi in questa ottica. Si può definirlo un governo di tregua o di scopo o governo del Presidente (vedi alle voci), ma se non ottenesse la fiducia non sarà niente di più che un “governo ponte” o “traghetto” (vedi alle voci), forse di durata persino inferiore a quella del “governo balneare” (vedi alla voce). Per adesso, però, la prospettiva del governo neutrale è rimasta nel cassetto del Colle.  Certo è che Mattarella, anche nel terzo giro di consultazioni, non ha voluto affidare un pre-incarico (vedi alla voce) a uno dei due presunti vincitori delle elezioni (Di Maio dei 5Stelle come primo partito o Salvini della Lega come prima coalizione) e tantomeno aderire alla richiesta avanzata dal centrodestra di dare vita a un “governo di minoranza” (vedi alla voce) perché si tratterebbe di un governo “politico” che, in caso di non raggiungimento della fiducia, non avrebbe il necessario ruolo di governo ‘terzo’ per traghettare il Paese fino a nuove elezioni. Allo stesso modo Mattarella non intende reiterare l’incarico al governo Gentiloni, attualmente in carica per gli affari correnti. L’obiettivo del Capo dello Stato, che nasca un governo politico o un governo neutrale, è sempre lo stesso: mettere in sicurezza la legge di Stabilità (la Nota di Variazione al Def va presentata al Parlamento entro il 27 settembre, entro il 15 ottobre va presentata la manovra economica alla Commissione Ue e il 20 ottobre si apre la sessione di bilancio: vedi alle varie voci) e, se sarà possibile e ce ne sarà il tempo, di chiedere ai partiti di scrivere una nuova legge elettorale, modificando l’attuale Rosatellum.

****Dal 9 maggio, Lega-M5S riaprono la possibilità di un governo politico.

Il 9 maggio, 40esimo anniversario dell’omicidio dello statista dc Aldo Moro, è intercorsa una novità politica improvvisa. I due leader di M5S e Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, hanno chiesto al presidente Mattarella una giornata in più di tempo prima di procedere alla nomina del nuovo governo perché erano “emerse novità politiche significative”. Queste sarebbero la possibile nascita di un esecutivo Lega-M5S con la “benevole astensione” o la “non aperta ostilità” di Forza Italia. Berlusconi si è riservato una giornata per decidere e poi, il 10 maggio, ha deciso di farsi da parte (la formula potrebbe essere quella dell'”opposizione benevola” o dell'”astensione critica”), se mai tale governo nascerà, ma senza dichiarare rotta  la coalizione di centrodestra. Anche FdI ha dichiarato che andrà all’opposizione, ma prima aspetta di sapere il nome del premier. Di Maio e Salvini da un lato, i loro sherpa dall’altro hanno intensificato i contatti, i colloqui e i faccia a faccia. Sempre il 10 maggio Mattarella ha deciso di stoppare  il suo intendimento di conferire l’incarico di governo a un presidente terzo e ‘neutrale’ e ha deciso di concedere “più tempo” a Lega e 5Stelle che hanno iniziato a vedersi tra loro, formando dei tavoli tecnici tra gli sherpa di entrambi i partiti.  E così lo “stallo” (vedi alla voce) delle trattative tra i partiti alla ricerca di una maggioranza di governo, è stato superato, il 10 maggio, dalla ripresa delle trattative tra Lega e 5Stelle che hanno iniziato a stilare la bozza di un contratto di governo solo tra queste due forze politiche, escludendo cioè sia Forza Italia che Fratelli d’Italia, ma senza rompere – almeno nelle intenzioni di Salvini – la coalizione di centrodestra. Berlusconi annuncia che FI andrà all’opposizione ma alcuni dei suoi come Giovanni Toti parlano già di “astensione benevola o critica” (vedi alla voce). In ogni caso, il Capo dello Stato ha concesso ai vertici dei due movimenti, Lega e 5Stelle, il tempo necessario per formare un governo, tempo che di fatto sarebbe dovuto scadere domenica 13 maggio. Il 14 maggio, però, le due delegazioni di Lega e M5S sono salite di nuovo al Colle per un quarto giro di consultazioni ristretto solo a queste due forze politiche immaginando che fossero vicini a un accordo. Ma chi pensava che avrebbero presentato sia il nome di un premier che un contratto di governo già siglato tra i due contraenti del ‘contratto alla tedesca’ (vedi alla voce), è rimasto deluso. Infatti, nomi non ne sono stati fatti (tranne, da parte dei 5Stelle, quello del professore Giuseppe Conte, ritenuto però inadatto a fare il premier perché troppo sconosciuto a livello internazionale mentre il professor Giulio Sapelli si era, intanto, di fatto autocandidato in quota Lega) e lo stesso contratto di governo non era ancora pronto. lega e M5S hanno dunque chiesto al Capo dello Stato altri giorni di tempo per siglare definitivamente un accordo tra di loro e per far validare – fatto mai accaduto sinora nella storia della Repubblica – il contratto di governo dai militanti e simpatizzanti del Movimento iscritti alla piattaforma Rousseau (per i 5Stelle) e dai militanti ed elettori della Lega attraverso il voto in appositi gazebo. Mattarella ha concesso loro tempo fino a domenica 20 maggio. Probabilmente sarà il giorno successivo, il 21 maggio, che il Capo dello Stato richiamerà i due partiti al Colle.

****Mattarella, i poteri del Capo dello Stato e le citazioni di Einaudi (10 maggio). Il Capo dello Stato il 10 maggio si è recato a Dogliani (Cuneo) per ricordare il 60esimo del giuramento del primo Presidente della Repubblica italiana, Luigi Einaudi. Riporto qui, data l’importanza del suo discorso, l’articolo scritto per il Quotidiano Nazionale: Se mai nascerà il governo gialloverde avrà davanti a sé un contrappeso istituzionale saldo, inflessibile e duraturo. Si chiama Sergio Mattarella e, di professione, fa il presidente della Repubblica. Il presidente ‘mite’ e ‘schivo’, non vuole certo diventare il ‘Cossiga’ della situazione e aprire una stagione di conflittualità permanente tra lui e il presidente del Consiglio che verrà (nel caso di Cossiga era Andreotti). Ma ormai è chiaro che, di fronte a un possibile governo che presenta rischi e dubbi, Mattarella ha deciso di ergersi a ‘Lord Protettore’ di una Repubblica la cui Costituzione e il cui ordinamento nessun governo, neanche quello frutto dei “due vincitori” delle elezioni del 4 marzo, possono violare. Per far capire a Di Maio e Salvini cosa devono aspettarsi, il Capo dello Stato ha scelto una ricorrenza particolare, i 70 anni dal giuramento del primo presidente della Repubblica, il liberale, già ministro del Bilancio di De Gasperi, Luigi Einaudi, e una cerimonia pubblica nel suo paese natale, Dogliani. In un discorso di 13 cartelle, infarcito di citazioni testuali delle riflessioni di Einaudi, è come se Mattarella lanciasse, a ogni passo, un uppercut in volto a Lega e M5S. Il primo gancio è sulla ‘fase’: “Quella italiana era una democrazia in bilico, ma uscì vincente dalla prova” perché “la divaricazione” tra maggioranza e opposizione non si tradusse mai in una democrazia dissociativa”. Traduzione: se pensate di andare al governo calpestando i diritti dell’opposizione parlamentare vi sbagliate di grosso. Passa a criticare i rischi dell’“assemblearismo” che Einaudi temeva (“Il governo dell’assemblea è la tirannia della maggioranza”): vi si legge una critica velata alla scelta di Casaleggio di far votare online il programma di governo. Poi Mattarella delinea i compiti del presidente della Repubblica con piccolo ‘ripasso’ di diritto costituzionale: “il presidente non è un notaio, la lezione di Einaudi è quella di una penetrante moral suasionnei rapporti con il governo”. L’inquilino del Colle non è “un notaio”, ma un “tutore”. E “pedante” per i suoi continui “consigli, previsioni, esortazioni”, come disse di sé stesso Einaudi, snocciola gli articoli della Costituzione che lo indicano: il 92 (nomina del premier e dei ministri, particolare su cui si sofferma, portando a sostegno una nota scritta di Einaudi); l’87 (autorizzazione dei disegni di legge in Parlamento); l’81 (rispetto dei vincoli di bilancio). E proprio qui casca l’asino. L’intervista con cu l’ideologo della Lega, Armando Siri, ha sostenuto che la flat tax si può coprire, il primo anno e i seguenti, “con un bel condono”, ha fatto alzare più di un sopracciglio, al Colle. La risposta è glaciale: Einaudi rinviò due leggi approvate dal Parlamento “perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell’art.81 della Costituzione” e, per inciso, superò da vincitore il contrasto con l’Esecutivo.Basta? No. Mattarella cita quando, dopo le elezioni politiche del 1953, Einaudi “non ritenne di avvalersi delle indicazioni della Dc” e nominò un suo esponente, Giuseppe Pella, a capo di un governo che fu un vero “governo del Presidente” (la formula usata era “governo d’affari”: vedi alla voce). Il messaggio, neppure troppo cifrato, vuol dire una cosa sola: non fatemi perdere la pazienza, fate le cose per bene, altrimenti passate la mano che lo faccio io un bel governo”. (l’articolo è stato pubblicato l’11 maggio 2018 sul Quotidiano Nazionale). Mattarella il 10 maggio ricordando Einaudi, cita dunque proprio il governo Pella sottolineando: “Einaudi si servì in pieno delle sue prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che fu necessario. Fu il caso illuminante del potere di nomina del Presidente del Consiglio dei ministri dopo le elezioni del 1953. Nomina per la quale non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Dc”. Nominò, invece, un esecutivo, quello Pella, continua Mattarella, “di pochi mesi che portò al al chiarimento politico con la formazione di una maggioranza tripartita (Dc, Pli, Psli, ndr.) che governò sino alla scadenza del settennato dello stesso Einaudi (1954, ndr.)”. Ecco il discorso di Mattarella come pubblicato il 10 maggio sull’Huffington Post: Analizzare il passato per affrontare il presente”. La lezione di Luigi Einaudi è quanto mai presente in Sergio Mattarella in un momento delicato per la Repubblica italiana, che fatica a trovare una guida governativa. Una lezione che piomba al tavolo negoziale che vede impegnati M5S e Lega per definire il programma e la squadra di Governo. Attraverso le parole di Luigi Einaudi, Sergio Mattarella cambia registro e ricorda ai partiti le prerogative attive del capo dello Stato, che non è un semplice notaio, ma ha poteri rilevanti che gli assegna la Costituzione. Un “robusto contropotere” per “impedire abusi”. Da Dogliani arriva un messaggio forte a chi lavora in queste ore per formare un nuovo Governo: il nome del premier passa dal Quirinale, così come la scelta importantissima dei ministri, ma anche misure che non hanno un adeguato equilibrio fra costi e coperture devono superare il vaglio del Colle più alto. “Era, quella italiana, una democrazia in bilico. Erano avvenute scelte divaricanti” afferma Sergio Mattarella, ricordando il Secondo Dopoguerra, gli anni di Einaudi presidente. Ma soprattutto grazie alla sua gestione “la democrazia uscì vincente dalla prova. Difatti, la divaricazione tra le forze politiche legittimate a guidare il Paese e le forze politiche alle quali era assegnato il ruolo di opposizione non si tradusse mai in una democrazia dissociativa che avrebbe reso la Repubblica fragile e debole”. Mattarella parla di Einaudi come “moderatore dell’avvio della vita dell’Italia repubblicana” e lo cita nelle sue considerazioni sulle funzioni della Presidenza della Repubblica: “può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé, non sono capaci di affrontare, o per ristabilire l’osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza anche se ossequiata nell’apparenza“. La lezione di Einaudi, prosegue il capo dello Stato, è quella “penetrante moral suasion nei rapporti con il governo” che seppe attuare, a partire dai poteri dell’art.87 della Costituzione sui provvedimenti di iniziativa governativa. “Consigli, previsioni, esortazioni che gli valsero, da taluno, la definizione di pedante” ricorda Mattarella, che rammenta alcuni episodi chiave di una presidenza “tutt’altro che notarile”. Einaudi rinviò due leggi approvate dal Parlamento “perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell’art.81 della Costituzione” e superò da vincitore il contrasto con l’esecutivo. Allo stesso modo, dopo le elezioni del 1953, sulla nomina del presidente del Consiglio “non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Democrazia Cristiana”. E dopo Mattarella cita ancora il suo predecessore: “dovere del Presidente della Repubblica evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce“. Un’altra citazione di Einaudi è un messaggio inevitabilmente rivolto al tavolo negoziale per il prossimo Governo: “tu non potrai operare a tuo piacimento…tu devi, sotto pena di violare giuramenti e carte costituzionali solenni, osservare talune norme che a noi parvero essenziali alla conservazione dello Stato che noi fondammo. Se tu vorrai mutare codeste norme, dovrai prima riflettere a lungo, dovrai ottenere il consenso di gran parte dei tuoi pari, dovrai tollerare che taluni gruppi di essi, la minor parte di essi, ostinatamente rifiutino il consenso alla mutazione voluta dai più“. Infine, un passaggio sul rilancio dell’assemblearismo, sulla centralità del Parlamento: “Il totalitarismo vive con il monopolio; la libertà vive solo perché vuole la discussione tra la verità e l’errore…Nella vita politica la libertà non è garantita dai sistemi elettorali, dal voto universale o ristretto, dalla proporzionale o dal prevalere della maggioranza nel collegio uninominale. Essa esiste finché esiste la possibilità della discussione, della critica“. “Uomini eccezionali per tempi eccezionali” chiosa Mattarella. Tempi eccezionali che però non cambiano le funzioni della Presidenza, del tutore della Costituzione nei suoi principi fondamentali e della Repubblica nelle sue istituzioni fondanti. Chiunque arriverà a Palazzo Chigi, dovrà fare i conti con questo. Non è tempo di un presidente-notaio. Sergio Mattarella vuole consegnare in pieno al suo successore “le facoltà che la Costituzione gli attribuisce“.

****Mattarella riconvoca Lega e M5S sul Colle il 21 maggio. E’ il rush definitivo.   Dopo una settimana di stesura, tra bozze e contro-bozze, del “contratto alla tedesca”, tra Lega e M5S, il famoso “contratto di governo” che è stato scritto e riscritto più volte, il Capo dello Stato ha ri-convocato per il pomeriggio del 21 maggio le due delegazioni.

6. Le voci più tecniche, ma anche le più ‘calde’, della crisi di governo attuale

***Le consultazioni, le regole. Una premessa è d’obbligo: riguardo al procedimento di formazione del Governo, la Costituzione dice davvero poco ed è, dunque, necessario fare riferimento a prassi, a regole non scritte e a precedenti, che ovviamente acquistano un peso di volta in volta diverso in base ai contesti. Vediamo, innanzitutto, le previsioni costituzionali: l’articolo 92 (II comma) stabilisce che è il Presidente della Repubblica a nominare il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri. L’articolo 93 prevede  che il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica. L’articolo 94 prevede che il Governo deve avere la fiducia delle due Camere e che ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale. Entro dieci giorni dalla sua formazione (che si fa coincidere con il giuramento dei suoi componenti) il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia. La Costituzione non dice altro sulla formazione del Governo e, in particolare, su cosa debba fare il Capo dello Stato quando, come in questo caso, le elezioni non abbiano dato a nessuna delle forze politiche in campo la maggioranza parlamentare necessaria a legittimare la nascita di un nuovo Governo (da ricordare che il ruolo del Presidente cambia in base al sistema elettorale e alla situazione politica contingente). Nel corso dell’esperienza repubblicana (e, in particolare, in quella segnata dalla vigenza di un sistema elettorale prevalentemente proporzionale), si sono affermate delle prassi a cui i Presidenti della Repubblica hanno fatto riferimento nei momenti d’incertezza. In base a tali prassi, il Capo dello Stato svolge una serie di consultazioni e può avvalersi di alcuni strumenti funzionali a acquisire informazioni utili alla formazione di un Governo in grado di ottenere la fiducia delle Camere: mandato esplorativo e preincarico. Eccone qui un breve profilo, rimandando alle voci specifiche gli approfondimenti. 

Il mandato esplorativo è attribuito dal Capo dello Stato a una personalità al di sopra delle parti – fino a ora sono sempre stati il Presidente del Senato o quello della Camera – allo scopo di proseguire e integrare l’attività istruttoria già svolta dal Presidente della Repubblica. Il preincarico, invece, viene conferito a chi il Capo dello Stato ritenga di dover poi affidare il vero e proprio incarico di Presidente del Consiglio, qualora si confermi la sussistenza delle condizioni necessarie alla formazione del Governo. Il premier preincaricato, nella veste di candidato in pectore, può svolgere consultazioni più ristrette ed acquisire elementi utili allo scopo di formare il nuovo Governo. Il preincarico non è un vero incarico: fintanto che il Presidente della Repubblica non conferisce a una nuova personalità l’incarico di Presidente del Consiglio, il precedente Governo continua a svolgere le proprie funzioni, seppure limitate all’ordinaria amministrazione. Il Governo, infatti, non è un organo a termine (come, invece, lo sono le Camere, che durano cinque anni), ma cessa al verificarsi di determinate condizioni (politiche, come l’approvazione di una mozione di sfiducia o il voto contrario su una questione di fiducia, o non politiche, come la morte del Presidente del Consiglio o la cessazione o la sospensione dalla carica di quest’ultimo per motivi riguardanti la sua persona). Quando il Capo dello Stato nomina il nuovo Governo, questo, entro dieci giorni dal giuramento, si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia (vedi alla voce). Nel caso in cui non la ottenga, il Governo nominato deve dimettersi, rimanendo in carica, come Governo dimissionario, per il disbrigo degli affari correnti (vedi alla voce), fino a quando un altro Governo non prenderà il suo posto. Tale ipotesi si è verificata, finora, nella storia repubblicana in cinque casi: nel 1953, con l’ultimo Governo De Gasperi; nel 1954, con il primo Governo Fanfani; nel 1972 e nel 1979, rispettivamente con il primo e con il quinto Governo Andreotti e, nel 1987, con il sesto Governo Fanfani.

****Le consultazioni, come si fanno. Si procede al rito delle consultazioni ogni volta che un governo, formatosi in precedenza, cade e si dimette, nel corso di una legislatura (vedi alla voce). Si tengono, invece, le consultazioni sempre a ogni apertura di legislatura, come in questo caso, perché ogni volta che il popolo italiano vota alle elezioni politiche vuol dire che una legislatura repubblicana (quella appena eletta è la XVIII a partire dal 18 aprile 1948, la I) è terminata e un’altra si è insediata. Il rapporto tra governo e Parlamento (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) è fiduciario (il primo non può stare in piedi, e lavorare, senza la ‘fiducia’ del secondo che avviene tramite un voto in Parlamento: vedi alla voce ‘fiducia’): quindi, ogni qual volta che si vota e si apre una nuova legislatura, il governo precedente – sia che sia dimissionario sia che sia nel pieno delle sue funzioni – si deve dimettere. Resta in carica, in realtà, il governo precedente per “il disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce). A quel punto, appunto, si aprono le consultazioni. Le coordina il Capo dello Stato secondo un rituale antico e consolidato (la cd. prassi costituzionale) in vigore dal 1948 ma senza alcuna regola scritta, come si diceva prima. Infatti, le consultazioni non sono previste in nessuno dei 139 articoli della Costituzione. L’articolo 92 della Costituzione si limita ad affidare al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio e, su parere di questo, i ministri. Nella Costituzione, dunque, si contempla una sola forma di governo della Repubblica, quella parlamentare, «composto dal presidente del Consiglio e dai ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i Ministri». Poche parole, semplici e chiare, ma fin troppo stringate. Delle consultazioni e di come regolarle non dice nulla. Dalla nascita della Costituzione repubblicana (1948) in poi, tutti i Presidenti della Repubblica (il primo, nel 1946-’48, fu provvisorio e si chiamava Enrico De Nicola, il primo effettivo fu, a partire dal 1948, Luigi Einaudi) si sono avvalsi, perciò, di quella che, in gergo, si chiama prassi costituzionale. Insomma, niente più che consuetudini e usi che, però, come nel Diritto privato, anche nel Diritto pubblico e costituzionale, una volta che si stratificano e vengono recepiti, diventano abitudini e prassi di rango di una legge.

****Consultazioni, la prassi. La prassi che è diventata abitudine, nella storia repubblicana, cioè dal 1948 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i due presidenti delle Camere e, se è in vita, il presidente ‘emerito’ della Repubblica. Si tratta dell’ex Capo della Stato, se vivente. Da notare che, a partire dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, avvenuta nel 2015 dopo il suo primo mandato (2008-2015) e nonostante le sue dimissioni anticipate nel 2017, si tratta dell’unico ex Capo di Stato eletto due volte. Dopo aver ascoltato le cosiddette “alte cariche istituzionali” citate, il Presidente della Repubblica passa all’ascolto di tutti i gruppi parlamentari e dei loro rappresentanti (i capigruppo) che si sono formati nel nuovo Parlamento all’atto dell’apertura delle nuove Camere e dell’elezione dei loro presidenti e dei relativi uffici di Presidenza (vedi alla voce “Legislatura”). Da notare che i poteri del Capo dello Stato vengono definiti “a fisarmonica”, secondo la definizione che ne diede Giuliano Amato: aumentano quando la crisi politica è complicata, diminuiscono quando la crisi politica ha un esito chiaro, dato dal risultato delle urne e dal prevalere di questo o quel partito, che sia in alleanza o meno con altri, che da solo è in grado di risolvere la crisi. La salita al Colle dei diversi gruppi parlamentari prevede, alla fine del colloquio con il Capo dello Stato nel suo ufficio, delle brevi considerazioni, davanti alla Stampa, nello studio alla Vetrata del Quirinale, di ognuno dei gruppi parlamentari tramite un loro portavoce o più d’uno. Le consultazioni da parte del Presidente avvengono con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande, secondo la consistenza numerica dei gruppi. Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera o nell’altra. Ma le delegazioni delle forze politiche che hanno diritto a essere consultate attraverso i loro gruppi parlamentari non seguono, a loro volta, alcuna regola scritta, solo consuetudini. Il presidente Einaudi voleva che fossero solo i capigruppo dei diversi gruppi parlamentari a guidarle, senza i segretari di partito, ma la regola poi è saltata e, sempre più spesso, sono stati ammessi alle consultazioni anche i capi partito, sia che ne fossero i segretari sia che ne fossero i presidenti o entrambe le figure o, anche, con la presenza di altre figure (vicesegretari di partito, coordinatori nazionali, etc.). Nel caso di Berlusconi, si è trattato, nelle consultazioni seguenti alle dimissioni del governo Renzi e alla nascita di quello Gentiloni (2015), della salita al Colle di un senatore decaduto dalla sua carica e condannato per frode fiscale che non aveva ancora esaurito gli effetti della sua pena (presidente era Mattarella, proprio come ora, quando Berlusconi è tornato al Colle). Nel caso di Beppe Grillo, nel 2013, si è trattato di un capo politico leader solo di un blog, non del Movimento 5Stelle vero e proprio, a sua volta condannato per omicidio colposo (presidente della Repubblica era Napolitano). Il presidente Scalfaro, nel 1993, rifiutò che salissero al Quirinale, per le consultazioni, leader di partito colpiti da avvisi di garanzia.

Dunque, a fronte del diritto/dovere del Quirinale di “nominare il capo del governo e, su sua proposta, i ministri” (articolo 92 della Costituzione), il come debba svolgerlo però la Costituzione non lo dice, ma ce lo dicono i commentatori e la prassi seguita da sempre: il Presidente non è totalmente libero di nominare chi vuole perché la sua discrezionalità è vincolata ad un fine preciso, nominare un Governo che entro 10 giorni sia in grado di chiedere e ottenere la fiducia delle Camere. Per fare questo si è sempre seguita la prassi delle consultazioni. I soggetti consultati sono i gruppi parlamentari (vedi alla voce), non direttamente i partiti, semplici associazioni private: la loro «emersione istituzionale» sono appunto i gruppi, gli unici soggetti che possono essere consultati dall’Istituzione-Presidente della Repubblica per decidere chi debba creare l’altra Istituzione-Governo; sono i gruppi a portare la voce della terza Istituzione-Parlamento nella quale si auspica si formi una maggioranza politica che guiderà la scelta del capo dello Stato. Le forme sono sostanza. I segretari dei partiti non sono gli invitati, ma semplicemente completano (e “guidano” come riferisce la stampa) la “delegazione” dei partiti.

*****Consultazioni, il luogo fisico: il Colle. Viene identificato, per antonomasia, nel giornalismo politico, con il Quirinale.  La definizione di “Colle del Quirinale (in latino, Collis Quirinalis)” indica uno dei sette colli sui quali venne fondata la città di Roma. Il colle del Quirinale, insieme a quello del Viminale, era anticamente detto collis per eccellenza, in contrapposizione con gli altri sei colli di Roma, detti montes. Il Quirinalis in senso stretto era l’estremità orientale della collina, dove si trovavano il tempio di Quirino e la porta nelle mura serviane. L’altezza massima del colle, 50,9 metri, si raggiunge nei giardini dell’attuale Palazzo del Quirinale. “Propriamente – scrive l’enciclopedia TreccaniQuirinale è l’aggettivo di Quirino, divinità romana (lat. Quirinus) identificata, nella leggenda delle origini, con Romolo dopo la sua apoteosi, e più tardi, in età imperiale, con Marte. Colle del Quirinale (lat. Quirinalis collis), è una delle alture di Roma, di grande importanza strategica nel periodo delle origini, e quartiere aristocratico con molti palazzi signorili, come attestano gli scavi. Oggi è il nome (proprio) del palazzo che sorge sul colle, la cui costruzione, fatta iniziare nel 1574 da papa Gregorio XIII per farne la residenza estiva dei Papi, fu compiuta durante il pontificato di Clemente XII (1730-40); rimasto sede papale fino al 1870,  dal 1870 residenza del re d’Italia, è, dal 1948, sede ufficiale del presidente della Repubblica. Di qui, nel linguaggio giornalistico, l’uso metonimico per riferirsi alla presidenza della Repubblica, come istituzione e come organo politico”. “Il Colle” e “il Quirinale”, dunque, vengono considerati, nel linguaggio politico e giornalistico, due sinonimi, ma la consuetudine a chiamarli e identificarli così è antica. Ad esempio, nello studio, ancora oggi fondamentale, sulla civiltà romana, dello studioso tedesco Thedor Mommsen, la monumentale Storia di Roma, Colle e Quirinale sono già indicati come sinonimi.

******Crisi di governo. Nei sistemi di tipo parlamentare la crisi di governo si apre quando viene meno la fiducia della maggioranza parlamentare e il Governo non è più di fatto in grado di funzionare regolarmente perché il Parlamento si opporrebbe sistematicamente alle sue iniziative). Le crisi di governo possono essere: —  parlamentari: in seguito a sfiducia del Parlamento, che può essere espressa o tacita—  extraparlamentari: si verificano in seguito ad un evento accidentale ed esterno che paralizza il funzionamento del Governo e lo costringe alle dimissioni; —  pseudo-parlamentari: dovute a mutati atteggiamenti di gruppi parlamentari che, ad esempio, si ritirano dalla coalizione di Governo. In questi ultimi due casi, il Governo non è giuridicamente obbligato a dimettersi anche se il verificarsi di una delle crisi sopra elencate provoca le dimissioni spontanee del Governo, prima del voto della mozione di sfiducia. La crisi di governo si verifica, dunque, ogni qual volta un governo si dimette e se ne deve formare uno nuovo. Intercorre, dunque, la crisi di governo, quando viene meno il rapporto di fiducia tra il Governo e il Parlamento (fiducia parlamentare) atto cui segue l’obbligo di dimissioni da parte del governo (art. 94 I comma Costituzione). La crisi di governo può essere, appunto, parlamentare o extraparlamentare. Si parla di a) crisi di governo parlamentare quando il Governo è colpito da una mozione di sfiducia da parte di una delle due Camere (art. 94, V comma Costituzione), ovvero quando il nuovo Governo non riesce ad ottenere la fiducia iniziale da parte di queste (art. 94, III comma Costituzione) o, infine, in caso di voto contrario da parte di una Camera quando il Governo abbia posto una questione di fiducia (art. 161 IV comma regolamento Senato; art. 116 regolamento Camera). In tutti gli altri casi di dimissioni da parte del Governo, per il venir meno della maggioranza parlamentare, si parla di b) crisi di governo extraparlamentari. Generalmente, nel caso di una crisi di governo extraparlamentare, è prassi che il Presidente della Repubblica rinvii il Governo alle Camere, allo scopo di «parlamentarizzare» la crisi, ma è stato raro che la discussione parlamentare si sia conclusa con un voto esplicito. Nell’ambito della storia costituzionale repubblicana, infatti, tutte le crisi di governo sono state di tipo extraparlamentare, tranne quelle che hanno investito il Governo Prodi I nel 1998 e il Governo II nel 2008, determinate, rispettivamente, da un esplicito voto contrario da parte della maggioranza della Camera dei deputati, nel caso del Prodi I, e del Senato della Repubblica, nel Prodi II. A seguito di una crisi, il governo dimissionario resta in carica fino alla formazione di un nuovo Governo e solo per il compimento degli atti di ordinaria amministrazione: la sua posizione giudica è simile, di conseguenza, a quella del Governo appena formatosi e in attesa della fiducia da parte delle Camere. Il periodo che intercorre tra le dimissioni di un governo e la nascita del successivo permette, dunque, al governo in carica di svolgere solo funzioni di “ordinaria amministrazione” e il governo così in carica viene detto in carica “per il disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce).

 

***Def/legge di Stabilità/IvaEntro il 10 aprile, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica, vedi alla voce) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio sulla trasmissione del Def a Bruxelles, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def è arrivato dopo aver ottenuto il parere obbligatorio delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, le commissioni Bilancio e Finanze della Camera (40 deputati) e del Senato (27 senatori), che hanno lavorato a un documento comune all’unanimità. Al Senato è stato eletto presidente della commissione speciale Vito Crimi (M5S), alla Camera Nicola Molteni (Lega), nonostante la prassi volesse che, in quest’ultima, fosse riconfermato il presidente uscente, Francesco Boccia (Pd). Il Def è stato approvato dalle Camere a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti), entro il 30 aprile, per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles dove la commissione Ue lo esaminerà entro fine maggio. Il 27 aprile 2018 il governo Gentiloni ha quindi varato un Def contenente solo le misure tendenziali della nostra economia, senza entrare nel merito delle scelte economiche di fondo che solo un nuovo governo, dotato di pieni poteri, potrà compiere. In ogni caso, il prossimo governo, qualunque esso sia, dovrà presentare al Parlamento, entro il 27 settembre, la Nota di variazione al Def e, entro il 15 ottobre, la legge di Stabilità alla commissione Ue di Bruxelles mentre la sessione di bilancio inizierà il 20 ottobre eper evitare l’esercizio provvisorio dei conti dello Stato, c’è tempo fino al 31 dicembre.Ma di quale cornice economica e finanziaria e di quali “obblighi” europei si sta parlando realmente? In primo luogo degli accordi di bilancio presi dall’Italia in sede europea nell’ambito del Fiscal Compact: prevedono un drastico calo del deficit e del debito pubblicato a tappe forzate. Le tecnicalità di tale ‘rientro’ sono complesse e sono state contestate, per ultimo, dal governo Gentiloni, ma il senso è che dovremmo portare il disavanzo tra entrate e uscite totali dello Stato a zero entro il 2020. Un ‘parametro’ Ue che comporta manovre economiche di tagli e di tasse sul modello di quelle già fatte dai governi Berlusconi e Monti che, nel 2011 e seguenti, mandarono l’Italia in recessione. Di questo processo fanno parte sia la richiesta di manovra correttiva di 5 miliardi sul deficit del 2018 (la commissione Ue dovrebbe notificarla a fine maggio) sia l’aumento automatico dell’Iva per 12,5 miliardi, previsto per il 2018. Tecnicamente questa stangata prende il nome di “clausole di salvaguardia” e fece la sua prima comparsa quando Giulio Tremonti era ministro dell’Economia nel IV governo Berlusconi. Era la calda estate dello spread e il governo di centrodestra, per convincere la Ue che avrebbe rispettato gli impegni, puntò su un taglio (automatico) di detrazioni e deduzioni fiscali in caso di mancato rispetto dei vincoli di bilancio. L’aumento dell’Iva come clausola di salvaguardia fu un’idea del governo Monti, successivo al Berlusconi IV, e da allora lì è rimasto. Negli anni trascorsi dal 2012 al 2018, però, le clausole hanno subito diverse modifiche. Oggi si presentano così: l’aliquota Iva, ridotta del 10%, passerà all’11,5% dal I gennaio 2019 e al 13% dal I gennaio 2020; l’aliquota ordinaria del 22% passerà al 24,2% nel 2019 e al 24,9% nel 2020 e al 25% nel 2021. L’ultimo documento di programmazione economica (Def) presentato dal governo Gentiloni stima maggiori entrate per 12,5 miliardi l’anno prossimo e per 19,1 miliardi a regime (per il Sole 24 ore costerà una maggiore spesa per le famiglie di 317 euro). Per ‘disinnescare’ le clausole, il governo in carica o il nuovo ha tempo fino al 31 dicembre 2018 ma dovrebbe farlo all’interno della legge di Bilancio che va presentata, come si diceva prima, entro il 15 ottobre. Per i custodi dell’ortodossia Ue per non far scattare l’aumento dell’Iva bisogna tagliare spese e/o aumentare le tasse per un pari importo, cioè 12,5 miliardi nel 2019. Il problema è che questo genere di manovre sono “recessive”: tagli di spesa e aumento di tasse abbassano il Pil, la ricchezza del Paese, che è anche il parametro su cui si misurano deficit e debito. D’altra parte, chi sostiene che non si debba aumentare l’Iva lasciando allo stesso tempo che il deficit resti dov’è, ha il problema del c.d “vincolo esterno”: la Commissione Ue può arrivare a multare un Paese membro che non rispetti gli impegni presi in sede Ue per lo 0,2% del Pil (3,6 mld) e il “Sistema Europa” può fare pressioni di vario genere (fino a misure estreme come lo stop alla liquidità delle banche adottato per la Grecia nel 2015). Infine, l’esercizio provvisorio: in sostanza, significa che la legge di Bilancio non viene approvata entro il 31 dicembre dell’anno solare in corso (in questo caso il 2018) e che, finché non viene varata, lo Stato non può spendere più del 12esimo al mese del vecchio bilancio dell’anno prima. E’ stato la regola, per i governi italiani, fino agli anni Ottanta, ma prima della clausole Ue e, farlo scattare quest’anno, significherebbe non aver bloccato l’aumento dell’Iva. Infine, c’è un fatto economico importante e poco ricordato: questo è l’ultimo anno di (relativa) stabilità e tranquillità sui mercati economici europei perché, come ha già annunciato il presidente della Bce, Mario Draghi, nel 2019 finirà il Quantitative easing e lo stesso Draghi lascerà la sua carica a capo del board della Bce dove andrà, probabilmente, un tedesco. * Idati di questa voce sono stati tratti da un articolo di Marco Palombi uscito sul Fatto quotidiano il 6/07/2018.

***Disbrigo degli affari correnti“. Il Capo dello Stato prega sempre, per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è quella del “disbrigo degli affari correnti”: vuol dire che il governo è in carica, ma solo per l’ordinaria amministrazione o per approvare provvedimenti urgenti come decreti legge (es: terremoto, missioni all’estero, etc.) o per dichiarare, in caso estremo, lo stato di guerra. E’ questo il governo che, anche se battuto dalle Camere, resta in carica finché non si nasce un nuovo governo e, in ogni caso, prima e dopo il voto.

***Dimissioni (revocabili e irrevocabili). Si hanno le dimissioni dall’incarico di presidente del Consiglio quando questi si reca dal Capo dello Stato con l’obiettivo di rassegnare a esso le proprie dimissioni dall’incarico per una crisi politica interna alla maggioranza di governo, per un voto di sfiducia delle Camere su una legge o per la fine, naturale o anticipata, della legislatura. Il Capo dello Stato prima chiede al presidente del Consiglio se intende ritenere le sue dimissioni “irrevocabili” o se, almeno così avveniva quasi sempre nella Prima Repubblica, intenda ritirarle a fronte di nuovi fatti o sviluppi della situazione politica. In questo caso il premier ottiene un “re-incarico” e il Capo dello Stato rimanda il suo governo davanti alle Camere per un nuovo voto di fiducia. Altrimenti, se le dimissioni presentate dal presidente del Consiglio vengono date o vengono giudicate irrevocabili, il Capo dello Stato le accetta ma lo prega di restare in carica per il “disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce). A quel punto il Capo dello Stato cerca di affidare l’incarico di formare un governo a un altra personalità politica o esterna o prende atto dell’impossibilità a varare un governo e scioglie le Camere (vedi alla voce “scioglimento delle Camere, anticipato o naturale”) per votare al più presto.

*****Elezioni politiche (a scadenza naturale o anticipate)Le elezioni politiche si tengono, per Costituzione, ogni cinque anni, a ogni fine legislatura, il cui termine naturale è, appunto, di cinque anni, oppure in via anticipata, se il loro scioglimento viene anticipato. Nel primo decennio della Repubblica (1958-1958) il Senato, per Costituzione, restava in carica, in teoria, sei anni, ma a ogni elezione naturale della Camera (1948, 1953 e 1958) si provvedeva sempre allo scioglimento ‘tecnico’ del Senato per fare in modo che le due Camere votassero sempre nella stessa data finché non intervenne una riforma costituzionale che, nel 1963, parificò la durata delle due Camere a 5 anni.

*****Date del voto: lo scontro tra il Colle e i partiti (Luglio col bene che ti voglio…)

Per indire e arrivare a nuove elezioni bisogna rispettare una rigida tempistica. L’articolo 61 della Costituzione recita: “Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione delle nuove Camere ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni”. La Costituzione, quindi, pone un termine massimo di due mesi (70 giorni) per votare e di 20 giorni per riunire le nuove Camere, alla cui scadenza vengono eletti i due nuovi Presidenti, i rispettivi organi di Presidenza e si formano i gruppi parlamentari, indispensabili per poter svolgere le consultazioni al Quirinale: vedi alle varie voci). Ma se esiste un termine massimo, per votare, non esiste un termine minimo, o meglio esiste ma solo regolato dalla legge e non dalla Costituzione. Aiuta, in questo senso, il procedimento di elezione della Camera dei Deputati secondo cui il decreto di fissazione della prima riunione delle nuove Camere “è pubblicato nella Gazzetta ufficiale non oltre il 45esimo giorno antecedente quello della votazione” (art. 11, III comma, del dPR n. 361 del 1957). Il decreto del Consiglio dei Ministri che fissa la data del voto indica anche il giorno della prima riunione delle nuove Camere: nel decreto del governo Gentiloni che indiceva le elezioni dello scorso 4 marzo la prima riunione delle Camere era fissata al 23 marzo. Ed è proprio il Testo unico numero 361 del 1957 quello a cui si rifanno tutte le leggi elettorali seguenti a quella del 1948 (il sistema proporzionale puro della Prima Repubblica). Le elezioni vengono gestite, sul piano pratico, dal Ministero dell’Interno, che dal 2001 (legge Tremaglia) gestisce anche il voto per gli italiani residenti all’Estero e iscritti nelle liste elettorali specifiche per gli italiani all’estero (AIRE). Per indire i comizi elettorali, dunque, la legge indica che servono da un minimo di 45 a un massimo di 70 giorni di tempo e, di solito, il Viminale ne usa sempre non meno di 60. Il ministero dell’Interno, infatti, ha più volte spiegato che il voto degli italiani all’estero comporta la stampa e l’invio delle schede elettorali con un certo anticipo e che il tempo necessario per espletare tutti gli adempimenti è, appunto, come minimo di 60 giorni. La richiesta, non formale, avanzata da Salvini e Di Maio di accorciare i tempi e dare, come tempo minimo di scioglimento delle Camere, 45 giorni non tiene conto di tale elemento. Quindi, le Camere non possono essere sciolte senza aver rispettato tale scadenza ‘tecnica’. In Italia non si è mai votato d’estate (nei mesi di luglio-agosto) e non si è mai votato d’inverno (nei mesi di settembre-ottobre-novembre-dicembre). Il mese più invernale in cui si è votato è stato febbraio (elezioni del 2013). Di solito si è sempre votato nei mesi di aprile, maggio e giugno e il 26-27 giugno è stato il giorno più in avanti in cui si è votato, nella Prima Repubblica, caso avvenuto nel 1983 mentre nel 1976 si è votato un po’ prima, per la precisione il 20 giugno. Nella Prima Repubblica e fino alla Seconda Repubblica, inoltre, si è sempre votato in due giorni (domenica, dalle ore 7.00 alle ore 23.00) e il lunedì successivo (dalle ore 7.00 alle ore 14). A partire dalle elezioni del 2018 si è deciso di votare in un solo giorno, la domenica.

****Date del voto, record e lumaca. Il record tra scioglimento delle Camere ed elezioni risale al 1976, quando non era ancora previsto il voto dei connazionali all’Estero. In quel caso, l’intervallo temporale tra scioglimento delle Camere e voto superò di soli 5 giorni il termine minimo, quello previsto in 45 giorni (TU del 1957). Fu l’anno della grande avanzata elettorale del Pci ma in cui non realizzò, come pensava, il tanto temuto ‘sorpasso’ ai danni della Dc che pure incrementò i voti. Ne seguirono ben tre governi Andreotti, due “della non sfiducia” e uno di “solidarietà nazionale” (vedi alle voci) che permisero il governo del Paese grazie a un sostanziale patto tra Dc e Pci, che solo alla fine della legislatura, quando nacque il IV governo Andreotti, si ruppe. Nel 2003, il decreto del Presidente della Repubblica n. 104 del 2 aprile 2003 ha regolamentato il voto degli italiani all’Estero sulla base della cosiddetta legge Tremaglia. La legge stabilisce che entro il 60esimo giorno antecedente la data del voto deve essere stilata la lista degli italiani residenti all’Estero e iscritti nelle apposite liste elettorali (AIRE) per stabilire chi, tra di essi, può votare. Quindi, il termine di 45 giorni come termine minimo per lo scioglimento delle Camere, dal 2003, non è di fatto più valido. Infatti, nelle elezioni del 2006, 2008, 2013 e 2018 il termine dei 60 giorni è sempre stato usato, sostanzialmente, come termine minimo. Il limite massimo per indire le elezioni, secondo l’articolo 61 della Costituzione, che può trascorrere tra scioglimento del Parlamento e voto anticipato, è fissato in 70 giorni. Da ricordare che, finché non sono riunite le nuove Camere (entro 20 giorni dalla data del voto), sono prorogati i poteri delle precedenti anche se la legislatura è  conclusa (si chiama regime di “prorogatio“).

***Date del voto, vere e finte. Dunque, la data del 24 giugno (ballottaggi delle elezioni comunali già previsti per oltre 700 comuni italiani) è già stata superata perché le Camere avrebbero dovuto essere sciolte entro il 9 maggio anche volendo considerare la data minima per lo scioglimento (45 giorni dalla data del voto). La prima data utile per le nuove elezioni diverge molto nelle considerazioni del Quirinale e di alcuni partiti. Per votare l’8 luglio, come hanno chiesto insistentemente sia Salvini che Di Maio dopo le consultazioni del 7 maggio, in un vertice informale tenuto tra i due leader, si sarebbe dovuto sciogliere le Camere sempre il 9 maggio (al fine di rispettare il termine di 60 giorni), cioè due giorni dopo (sic!) le consultazioni del 7 maggio, preludio alla nascita di quel governo di ‘tregua’ o ‘neutrale’ annunciato da Mattarella. Il termine minimo di 45 giorni (un mese e mezzo) per votare l’8 luglio, come hanno chiesto Di Maio e Salvini, è improponibile per le ragioni di cui si diceva rispetto alle scadenze di voto degli italiani all’estero (almeno 60 giorni il limite minimo). Invece, dal Colle, è filtrata la data del 22 luglio come prima data possibile per un voto anticipato. Infatti, prima il governo neutro che il Quirinale sta per varare dovrà formarsi, giurare e presentarsi davanti alla Camere (vedi alla voce “governo”): se otterrà la fiducia (vedi alla voce) del Parlamento, entrerà in carica e il voto anticipato verrà spazzato via dal novero delle possibilità, almeno nei prossimi mesi. Se verrà invece sfiduciato (vedi alla voce “sfiducia”), rassegnerà le sue dimissioni e, a quel punto, il Capo dello Stato scioglierà le Camere, una volta verificata l’impossibilità di dare vita a un’altra maggioranza, tenendo in vita il nuovo governo che comunque si è formato e ha giurato in carica per gli affari correnti (vedi alla voce). Considerando che il nuovo governo non potrebbe giurare prima dell’11 maggio e che c’è un fine settimana di mezzo, si presenterebbe davanti allae Camere non prima di lunedì 14 maggio o martedì 15 maggio. Solo dopo questa data e, appunto, in caso di mancata fiducia, il Capo dello Stato potrebbe sciogliere le Camere, quindi non prima del 16 o del 17 maggio. Sulla base del limite minimo dei 45 giorni, si potrebbe votare l’8 o il 15 luglio, ma dato che, come si è visto, il numero di giorni necessari per indire i comizi elettorali è in realtà di 60 giorni, la prima data utile diventa quella del 22 luglio. Non a caso, è quella fatta uscire dal Quirinale. Da ricordare, infine, che la prima seduta del nuovo Parlamento si deve tenere, per legge, non oltre i 20 giorni successivi al voto, ma di fatto impossibile riuscire a farlo prima, quindi la prima seduta delle nuove Camere si terrebbe, in pratica, sotto Ferragosto

(Sul ‘come si vota’ vedi alla voce: le principali leggi elettorali della storia italiana) 

*****Legislatura (XVIII)La XVIII legislatura della storia repubblicana (la I si è aperta nel 1948) è partita, il 24 marzo, a due settimane dal voto delle elezioni politiche del 4 marzo, con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico (M5S) e Maria Elisabetta Casellati (FI), sulla base di un patto stretto tra il centrodestra e l’M5S, mentre il Pd ha votato dei candidati di bandiera. Vi è stata poi la composizione degli uffici di presidenza che ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichi. Le Camere hanno, da lì, iniziato a funzionare regolarmente, ma solo attraverso la “commissione speciale” (vedi alla voce) per scrivere il Def (vedi alla voce) perché, in assenza di una definizione delle forze politiche e dei rispettivi gruppi parlamentari che siedono al governo o all’opposizione è impossibile far partire il normale funzionamento delle commissioni parlamentari. Ecco il motivo per cui, dall’elezione dei presidenti delle Camere e dalla definizione degli uffici di presidenza, le Camere non hanno funzionato.

*****Legislatura (durata)La XVIII legislatura (2018) che si è appena aperta rischia di passare alla storia come la più breve nella storia della Repubblica italiana: rischia cioè di non essere neppure nata per essere già sciolta. Fino ad ora, le legislature più brevi sono state due, entrambe nel corso della II Repubblica. Si tratta della XI (1992-1994) e della XV (2006-2008) legislatura. La prima, la XI legislatura (1992-1994) ha visto operare solo i governi Amato I (1992-1993) e Ciampi (1993-1994), due esecutivi che si possono definire governi del Presidente (in quel caso il presidente era Scalfaro). La XI legislatura, finora la più breve nella storia della Repubblica, è durata 722 giorni. La seconda legislatura più breve è stata la XV legislatura (2006-2008), è durata 732 giorni che ha visto operare un solo governo (fatto mai registratosi prima), il Prodi II (2006-2008), un governo politico retto dall’alleanza dell’Unione. Un altra legislatura molto breve, la terza per numero di giorni, è stata – sempre all’interno dell’arco temporale della II Repubblica – la XII legislatura (1994-1996): è durata solo 755 giorni ed ha visto operare due governi, il I governo Berlusconi (1994) e il governo Dini, (1995-1996) il primo governo tecnico (vedi alla voce) nella storia della Repubblica perché composto, appunto, tutto da tecnici. Per quanto riguarda, invece, le legislature più lunghe il record spetta alla I legislatura (1948-1953) che ha visto operare i governi V, VI e VII guidati da Alcide De Gasperi che inaugurò allora la formula politica del ‘centrismo’ (Dc al centro più alleati minori). La I legislatura è durata ben 1874 giorni. La seconda legislatura più lunga è stata la XIII legislatura (1996-2001) che è durata 1874 giorni e che ha visto operare i governi Prodi I (1996-1998), D’Alema I e II (1998-1999) e Amato II (2000-2001), tutti governi politici di centrosinistra, anche se con formule e composizioni diverse (prima l’Ulivo con Prodi e poi un centrosinistra allargato a componenti moderate per D’Alema e Amato). Per risalire alla terza legislatura più lunga si deve tornare alla Prima Repubblica: si tratta della IV legislatura (1963-1968) che è durata 1847 giorni ed ha visto operare i governi Leone, Moro I, II e III che hanno operato sulla base della formula del centrosinistra. La quarta legislatura più lunga è stata, invece, la XVII (2013-2018), cioè quella che si è appena conclusa che è durata ben 1833 giorni e che ha visto operare i governi Letta (secondo la formula delle “larghe intese”, vedi alla voce), Renzi e Gentiloni (secondo la formula di un ‘nuovo’ centrosinistra). Per la quinta legislatura più lunga bisogna risalire alla II legislatura (1953-1958) che è durata 1813 giorni e che ha visto operare i governi De Gasperi VIII (secondo la formula del ‘centrismo’ classico: Dc e partiti laici), Pella, Fanfani, Scelba, Segni e Zoli (appoggiati, a seconda dei casi, anche da esponenti della destra, dal Pli al Pdium e, in un caso, quello del governo Scelba, anche dall’Msi). Per quanto riguarda la sesta legislatura più lunga si tratta della III legislatura (1958-1963) che è durata 1799 giorni e che ha visto operare i governi Fanfani II, Segni II, Tambroni, Fanfani III e IV:  ha visto alternarsi governi centristi e governi che godevano dell’appoggio esterno del Psi, anticipatori del centrosinistra organico. La settima legislatura più lunga è stata la XIV (2001-2006) che è durata 1794 giorni e ha visto operare i governi Berlusconi II e III secondo la formula politica del centrodestra. L‘ottava legislatura più lunga è stata la XVI (2008-2013): è durata 1781 giorni e ha visto operare i governi Berlusconi IV (2008-2011), secondo la formula politica del centrodestra, e il governo Monti (2011-2013), il secondo governo tecnico dopo il governo Dini. La nona legislatura più lunga è stata la X legislatura (1987-1992) che è durata 1757 giorni e che ha visto operare i governi Goria, De Mita, Andreotti VI e VII con il pentapartito. La decima legislatura più lunga è stata la VI legislatura (1972-1976) che è durata 1502 giorni e ha visto operare i governi Andreotti II (1972) secondo la formula del centrodestra (Dc e Pli), Rumor IV e V, Moro IV e V secondo la formula del centrosinistra. L’undicesima legislatura più lunga è stata la VIII legislatura (1979-1983): è durata 1483 giorni ed ha visto operare i governi Cossiga I e II, Forlani, secondo la formula del quadripartito, e i governi Spadolini I e II e Fanfani VII con la formula del pentapartito. La dodicesima legislatura più lunga è stata la IX legislatura (1983-1987) che è durata 1451 giorni e che ha visto operare i governi Craxi I e II, Fanfani VI secondo la formula del pentapartito. La tredicesima legislatura più lunga è stata la V legislatura (1968-1972) che è durata 1450 giorni ed ha visto operare i governi Leone II, Rumor I, II e III, Colombo e Andreotti secondo la formula del centrosinistra. La quattordicesima legislatura più lunga è stata la VII legislatura (1976-1979) che ha visto operare i governi Andreotti III, IV e V secondo la formula della non sfiducia e della solidarietà nazionale: è durata 1080 giorni. La VII legislatura è stata anche la quarta legislatura più corta, anche se superiore ai mille giorni di piena attività mentre le tre legislature più corte (la XI, la XV e la XII) di cui abbiamo parlato all’inizio non sono arrivate ai mille giorni di attività. Da notare che, dalla I (1948-1953) alla IV legislatura (1963-1968) le legislature hanno rispettato la scadenza naturale della loro durata (cinque anni), mentre dalla V legislatura (1968-1972) in poi si sono verificati sempre scioglimenti anticipati delle legislature (nel 1972, 1976, 1979, 1983, 1987), solo nel 1992 si è andati a votare alla fine dei cinque anni. Nella XIV (2001-2006), XVI (2008-2013) e XVII (2013-2018) legislatura, cioè in tre legislature della Seconda Repubblica, è stato rispettata la scadenza naturale dei 5 anni, in due, la XI (1992-1992) e la XIII (2006-2008) le Camere sono state sciolte in via anticipata.

***Legislatura (scioglimento, a scadenza naturale o anticipato)E’ il presidente della Repubblica (e solo lui) che, in base all‘articolo 88 della Costituzione, ha il potere, “sentiti i presidenti di Camera e Senato”, di sciogliere le Camere, rispettando la loro durata naturale (cinque anni) o anticipandola nel caso di scioglimento anticipato. In Italia non è mai accaduto che una legislatura non riuscisse neppure a iniziare e si dovesse tornare immediatamente al voto, come potrebbe succedere ora.

***Legislatura (scioglimento, a scadenza naturale o anticipato)E’ il presidente della Repubblica (e solo lui) che, in base all‘articolo 88 della Costituzione, ha il potere, “sentiti i presidenti di Camera e Senato”, di sciogliere le Camere, rispettando la loro durata naturale (cinque anni) o anticipandola nel caso di scioglimento anticipato. In Italia non è mai accaduto che una legislatura non riuscisse neppure a iniziare e si dovesse tornare immediatamente al voto, come potrebbe succedere in questo caso.

****Governo. Come nasce (le procedure costituzionali)Il primo passaggio è una nota del Quirinale, l’ultimo il voto di fiducia in Parlamento. In poche mosse un ‘semplice’ cittadino diventa presidente del Consiglio e guida un governo, spesso bastano pochissimi giorni, a volte passano settimane dal primo all’ultimo step. Ecco, al di là delle difficoltà politiche, tutti gli adempimenti previsti.  CONFERIMENTO DELL’INCARICO: Il Quirinale, con un comunicato, annuncia che il presidente della Repubblica ha convocato la personalità prescelta al Colle. Un’ora prima dell’arrivo, viene aperta la sala stampa della Presidenza. Quando il prescelto giunge al Quirinale entra nello studio alla Vetrata, il Capo dello Stato gli annuncia di volergli conferire l’incarico di formare il nuovo Governo. L’incaricato può accettare o accettare con riserva. Nel secondo caso solitamente nei giorni successivi svolge sue consultazioni con le forze politiche e compila la lista dei ministri, nel primo caso torna direttamente al Colle con la lista dei ministri poche ore dopo. – LISTA DEI MINISTRI: Una volta stilata la lista di ministri, dunque, il presidente del Consiglio incaricato sale al Quirinale, scioglie la riserva e propone la sua lista al Capo dello Stato che, accoltala in toto o con qualche variazione concordata con il premier, nomina i ministri. – GIURAMENTO: A quel punto il governo è pronto per la cerimonia del giuramento, che avviene nel salone delle Feste del Quirinale. CERIMONIA DELLA CAMPANELLA: Subito dopo il giuramento il premier, da quel momento effettivamente in carica, va a palazzo Chigi dove si svolge la cerimonia della campanella, cioè il passaggio di consegne con il premier uscente. La campanella che i due si passano come testimone e’ quella che viene suonata per aprire le riunioni del Consiglio dei ministri. PRIMA RIUNIONE DEL CDM: Solitamente immediatamente dopo il passaggio della campanella si svolge la prima riunione del Consiglio dei ministri. Nei giorni o nelle ore successivi, il presidente del Consiglio scrive il discorso con il quale si presenterà alle Camere per chiedere il voto di fiducia. FIDUCIA DEL PARLAMENTO: Il nuovo governo si presenta dunque alle Camere, pronuncia il discorso programmatico e chiede la fiducia. Segue un dibattito e il voto. Se il Parlamento vota a favore, il governo è nel pieno delle sue funzioni e può cominciare la sua attività. SFIDUCIA, DIMISSIONI, SCIOGLIMENTO DELLE CAMERE: Se il Parlamento non concede la fiducia il premier sale al Quirinale e rassegna le dimissioni al Capo dello Stato, che solitamente le accoglie ma chiede al presidente del Consiglio di restare in carica per gli affari correnti. In situazioni normali il Presidente della Repubblica indice le consultazioni per individuare un nuovo premier (il famoso governo ‘neutrale’ o ‘ di garanzia’) ma in caso di contrarietà di tutte le principali forze politiche potrebbe anche decidere di sciogliere le Camere immediatamente (se si intende votare in estate) o dopo qualche settimana (se si decide di votare in autunno).

****Governo (che cos’è). E’ l’organo cui è affidata la funzione d’individuare e tradurre in concreti programmi d’azione l’indirizzo politico dello Stato. Il Governo, nel sistema costituzionale italiano (artt. 92-96), è un organo: —  costituzionale: rientra, infatti, nell’organizzazione costituzionale dello Stato e partecipa alla funzione di direzione politica dello Stato. Esso, come tale, è superiorem non recognoscens, insopprimibile e rappresenta un potere dello Stato—  complesso: in quanto costituito al suo interno da più organi con competenze autonome. Alcuni di tali organi sono espressamente previsti dalla Costituzione (Consiglio dei Ministri, Ministri, Presidente del Consiglio), altri invece non lo sono; —  di parte: nel senso che esso esprime la volontà delle forze politiche di maggioranza che lo sostengono con la fiducia, per cui, a differenza che nel Parlamento, non sono presenti le minoranze—  Il governo è un organo che ha funzioni: a) politiche: in quanto partecipa della direzione politica del paese, nell’ambito dell’indirizzo indicato dalla maggioranza parlamentare; b) legislative: infatti, può emanare atti aventi forza di legge ex 76 e 77 Costituzione. c) esecutive (o amministrative lato sensu): in quanto è al vertice del potere esecutivo, e ai singoli Ministeri fanno capo tutti i settori amministrativi dello Stato; inoltre spetta al Governo la cd. funzione di alta amministrazione; d) di controllo: tale funzione viene esercitata sull’attività di tutti gli organi amministrativi. La struttura e l’attività del Governo sono previsti e disciplinati in modo generico dagli artt. 92-96 Costituzione e in modo più specifico e dettagliato dalla Legge n. 400/1988, che raccoglie le indicazioni evidenziate dalla prassi governativa razionalizzandole al fine del recupero della correttezza costituzionale e dai decreti legislativi 300/1999 e 303/1999, che hanno disposto la riforma dei Ministeri e la riorganizzazione della Presidenza del Consiglio. Relativamente al procedimento di formazione del Governo l’art. 92 Costituzione si limita ad indicare l’organo incaricato di nominare il Presidente del Consiglio, ma nulla dice sul modo in cui ciò avviene. Nella Prima Repubblica, in presenza di una frammentazione politica che non assegnava la maggioranza assoluta (50% + 1) ad alcun partito, il Presidente della Repubblica era chiamato a una delicata opera di identificazione e scelta del futuro leader, intorno al quale si potesse successivamente coagulare una maggioranza di partiti per il governo il Paese. La prassi costituzionale così instauratasi ha dato vita ad un complesso di regole frutto soprattutto di accordi fra i diversi soggetti politici e costituzionali coinvolti (convenzioni costituzionali). Nei sistemi di tipo maggioritario le coalizioni si formano prima delle elezioni e i leader delle stesse appaiono i naturali destinatari dell’incarico. Per quanto riguarda il nostro Paese, è da sottolineare che la legge elettorale approvata nel 2005 (il Porcellum) impone alle coalizioni che si presentano alle elezioni di identificare il capo della coalizione, che, in caso di vittoria elettorale, sarà anche il candidato alla carica di Presidente del Consiglio. Il precetto, però, non è stato ribadito nell’attuale legge elettorale in vigore, il Rosatellum.  L’incaricato, prima della nomina, compila una lista di Ministri. Tale lista viene presentata al Capo dello Stato, il quale emette i conseguenti decreti di nomina. In attesa della fiducia i suoi poteri sono limitati all’ordinaria amministrazione. All’esordio il Governo compie gli atti urgenti e quelli preordinati al dibattito parlamentare(nomina dei sottosegretari, preparazione del programma governativo e delle connesse iniziative legislative). Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenere la fiducia, che ciascuna Camera accorda o revoca mediante mozione motivata e votata per appello nominale. L’art. 94 Costituzione prevede che solo votando la mozione di sfiducia sia possibile far venir meno il rapporto fiduciario: il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su proposte del Governo, infatti, non importa obbligo di dimissioni. Ciò non esclude, tuttavia, che il Governo possa, nella sua autonomia, considerare interrotto il rapporto fiduciario ogni qualvolta la situazione politica in Parlamento e gli orientamenti delle forze politiche di maggioranza siano tali da impedirgli la realizzazione del suo programma. In questi casi, il Governo non è obbligato a dimettersi, ma se lo fa apre una crisi che viene definita extraparlamentare, caratterizzata dall’assenza di un voto di sfiducia (e contrapposta, quindi, alla crisi parlamentare che tale voto presuppone).

****Governo (la formazione). Ottimo il sunto che si legge sul sito http://www.governo.it. “L’art.92 della Costituzione disciplina la formazione del Governo con una formula semplice e concisa: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri“.  Secondo tale formula sembrerebbe che la formazione del Governo non sia frutto di un vero e proprio procedimento. Invece, nella prassi, la sua formazione si compie mediante un complesso ed articolato processo, nel quale si può distinguere la fase delle consultazioni (fase preparatoria), da quella dell’incarico, fino a quella che caratterizza la nomina. Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri devono prestare giuramento ed ottenere la fiducia dei due rami del Parlamento come prescritto dagli articoli 93 e 94 della Costituzione. La fase preparatoria. Questa fase consiste essenzialmente nelle consultazioni che il Presidente svolge, per prassi costituzionale, per individuare il potenziale Presidente del Consiglio in grado di formare un governo che possa ottenere la fiducia dalla maggioranza del Parlamento. Questo meccanismo viene attivato, ovviamente, ogni qualvolta si determini una crisi di governo per il venir meno del rapporto di fiducia o per le dimissioni del Governo in carica. L’ordine delle consultazioni non è disciplinato se non dal mero galateo costituzionale ed è stato soggetto a variazioni nel corso degli anni (in alcuni casi il Presidente della Repubblica ha omesso alcuni dei colloqui di prassi). In sostanza, questa fase può ritenersi realmente circoscritta a quelle consultazioni che potrebbero essere definite necessarie e, cioè, quelle riguardanti i Capi dei Gruppi parlamentari e dei rappresentanti delle coalizioni, con l’aggiunta dei Presidenti dei due rami del Parlamento, i quali devono essere comunque sentiti in occasione dello scioglimento delle Camere. A titolo esemplificativo può dirsi che l’elenco attuale delle personalità che il Presidente della Repubblica consulta comprende: i Presidenti delle camere; gli ex Presidenti della Repubblica, le delegazioni politiche. L’incarico. Anche se non espressamente previsto dalla Costituzione, il conferimento dell’incarico può essere preceduto da un mandato esplorativo che si rende necessario quando le consultazioni non abbiano dato indicazioni significative. Al di fuori di questa ipotesi, il Presidente conferisce l’incarico direttamente alla personalità che, per indicazione dei gruppi di maggioranza, può costituire un governo ed ottenere la fiducia dal Parlamento. L’istituto del conferimento dell’incarico ha fondamentalmente una radice consuetudinaria, che risponde ad esigenze di ordine costituzionale. Nella risoluzione delle crisi si ritiene che il Capo dello Stato non sia giuridicamente libero nella scelta dell’incaricato, essendo vincolato al fine di individuare una personalità politica in grado di formare un governo che abbia la fiducia del Parlamento. L’incarico è conferito in forma esclusivamente orale, al termine di un colloquio tra il Presidente della Repubblica e la personalità prescelta. Del conferimento dell’incarico da’ notizia, con un comunicato alla stampa, alla radio e alla televisione, il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica. Una volta conferito l’incarico, il Presidente della Repubblica non può interferire nelle decisioni dell’incaricato, né può revocargli il mandato per motivi squisitamente politici. La nomina. L’incaricato, che di norma accetta con riserva, dopo un breve giro di consultazioni, si reca nuovamente dal capo dello Stato per sciogliere, positivamente o negativamente, la riserva. Subito dopo lo scioglimento della riserva si perviene alla firma e alla controfirma dei decreti di nomina del Capo dell’Esecutivo e dei Ministri. In sintesi il procedimento si conclude con l’emanazione di tre tipi di decreti del Presidente della Repubblica: quello di nomina del Presidente del Consiglio (controfimato dal Presidente del Consiglio nominato, per attestare l’accettazione); quello di nomina dei singoli ministri (controfimato dal Presidente del Consiglio); quello di accettazione delle dimissioni del Governo uscente (controfirmato anch’esso dal Presidente del Consiglio nominato). Il giuramento e la fiducia. Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri devono prestare giuramento secondo la formula rituale indicata dall’art. 1, comma 3, della legge n. 400/88. Il giuramento rappresenta l’espressione del dovere di fedeltà che incombe in modo particolare su tutti i cittadini ed, in modo particolare, su coloro che svolgono funzioni pubbliche fondamentali (in base all’art. 54 della Costituzione). Entro dieci giorni dal decreto di nomina, il Governo è tenuto a presentarsi davanti a ciascuna Camera per ottenere il voto di fiducia, voto che deve essere motivato dai gruppi parlamentari ed avvenire per appello nominale, al fine di impegnare direttamente i parlamentari nella responsabilità di tale concessione di fronte all’elettorato. E’ bene precisare che il Presidente del Consiglio e i Ministri assumono le loro responsabilità sin dal giuramento e, quindi, prima della fiducia. Formula rituale.Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione“.

*****Fiducia (voto di). La nostra è una democrazia e una repubblica parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia che il secondo dà al primo. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare: le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti. In teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, negandogli la fiducia o con un mozione di sfiducia che, se approvate, aprono la crisi di governo (vedi alla voce). In realtà, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia al governo da parte del Parlamento, sono pieni gli annali della storia patria: è quasi sempre stata la norma e la crisi ‘parlamentare’ l’eccezione. In Italia la fiducia parlamentare viene accordata in modo indipendente da ognuna delle due Camere tramite votazione nominale entro 10 giorni dalla formazione del Governo che si deve presentare davanti alle Camere per ottenere la loro fiducia, presentando il proprio programma. In questo modo, il Governo si rende politicamente responsabile di fronte al Parlamento ed entra nella pienezza dei suoi poteri politici. La fiducia è disciplinata in maniera dettagliata dall’articolo 94 della Costituzione che recita così: “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale” (art. 94.3). Il voto di fiducia al governo è dato a maggioranza dei presenti, secondo la regola generale sancita dall’articolo 64 III comma Costituzione. La votazione avviene per appello nominale in modo palese: si deve sapere come ogni parlamentare ha votato. ATTENZIONE: per il voto di fiducia al governo non è mai richiesta la maggioranza assoluta (calcolata sul plenum dell’assemblea: 161 senatori su 321 e 316 deputati su 630), ma la maggioranza semplice computando solo i voti dei presenti (favorevoli e contrari). Questo è un dato che i giornali e i commentatori sbagliano spesso e volentieri, scrivendo che, invece, per ottenere la fiducia un governo debba raggiungere la maggioranza assoluta.  Se non ottiene la fiducia, il Governo dovrà presentare al Presidente della Repubblica le sue dimissioni e questi deve ricominciare con le consultazioniIl voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta (disegno di legge) del Governo non comporta l’obbligo delle sue dimissioni, ma è necessario che il Governo ottenga la fiducia perché il procedimento della sua formazione abbia esito positivo. Inoltre, non è sufficiente che il Governo ottenga la fiducia solo all’inizio del proprio mandato, occorre che essa sussista anche nel corso di tutto il suo operato. Per questo ci sono due strumenti che possono essere utilizzati per revocare la fiducia: a) la mozione di sfiducia: è un documento firmato da almeno 1/10 dei componenti di una camera, in cui si espongono i motivi per i quali si ritiene di dover revocare la fiducia al Governo, e quindi aprire ufficialmente una “ crisi di governo” (vedi). Se a favore della mozione di sfiducia, che non può essere messa in discussione prima di tre giorni (per consentire a tutti di prendere coscienza del testo) e per la quale è previsto lo scrutinio palese, si esprime la maggioranza dei votanti, il Governo è tenuto a dimettersi. b) la questione di fiducia (articolo 95 IV comma Costituzione): è uno strumento usato dal Governo stesso quando percepisce il rischio di non aver più la fiducia e, quindi, di non veder approvati dal Parlamento alcuni suoi provvedimenti spesso urgenti e ritenuti importanti. Il Presidente del Consiglio può  dichiarare che l’approvazione di un determinato provvedimento è essenziale ai fini dell’attuazione del programma di governo, quindi, se il Parlamento non lo approverà, il Governo dovrà dimettersi. Il Parlamento si trova di fronte ad una scelta: o accetta in blocco il provvedimento su cui il Governo ha posto la questione di fiducia, o non lo accetta, e apre una crisi di governo. Esistono, dunque, tre tipi di fiducie: 1) su mozioni o risoluzioni singole, tra cui quelle utilizzate per sancire il sostegno parlamentare alla nascita di ogni nuovo esecutivo; 2) mozioni di sfiducia nei confronti del governo o di singoli ministri; 3) mozioni su specifici progetti di legge considerati decisi per l’attuazione del programma di governo.

****Sfiducia, voto di. Il contrario del voto di fiducia è, appunto, il cosiddetto ‘voto di sfiducia’: si realizza quando un esecutivo si presenta in Parlamento e viene battuto o ‘va sotto’ il quorum richiesto per quella votazione su un provvedimento o sul complesso del suo operato. Il paradosso è che, nella storia repubblicana, sono stati assai pochi (solo due: il Prodi I e il Prodi II, nella Seconda Repubblica) i governi battuti in Parlamento con un regolare voto di sfiducia, mentre normalmente, specie nella Prima Repubblica, i governi si dimettevano non in presenza di un voto di sfiducia da parte delle Camere ma per motivi politici, cioè extraparlamentari. Ma anche nei due casi citati (il Prodi I e il Prodi II) non era richiesta la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea: bastò che i no superassero i sì nella votazione (maggioranza relativa). La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione. Generalmente, però, come si diceva prima, le crisi di governo non vengono causate da una mancata fiducia quanto dalla rottura degli accordi tra partiti costituenti la maggioranza e il Governo. Va ancora sottolineato che tutte le crisi di governo, in 64 governi repubblicani, sono state sempre e solo extraparlamentari. Infatti, solo entrambi gli esecutivi a guida Prodi di centrosinistra furono battuti, il primo nel 1996 e il secondo nel 2008, da un voto di sfiducia da parte delle Camere e, di conseguenza, si dimisero dal loro incarico. La prima volta (governo Prodi I, 1996-1998) per responsabilità del Prc di Fausto Bertinotti e la seconda volta (governo Prodi II, 2006-2008) per responsabilità dell’Udeur di Mastella. Fu lo stesso Prodi a chiedere e a imporre, nonostante i molti pareri contrari presenti dentro i suoi governi e il suo staff, in entrambi i casi, un voto da parte delle Camere. Nel 1996 la legislatura continuò comunque con i governi D’Alema I e II e con il II governo Amato e si chiuse solo nel 2001. Nel secondo caso, invece, la legislatura che si era aperta nel 2006 si interruppe nel 2008 dopo un infruttuoso tentativo di formare un nuovo governo affidato da Napolitano a Marini. Peraltro, fu quella del 2006-20008 la seconda legislatura più breve della storia repubblicana, seconda solo a quella del 1992-’94 (vedi alla voce “Legislatura”). Da ricordare, di nuovo, che il voto di fiducia, se chiesto sul governo, presuppone l’ottenimento della maggioranza semplice dei voti di ciascuna Camera (la metà più uno dei presenti in Aula alla votazione, compresi gli astenuti e gli assenti) e non di quella assoluta (316 deputati su 630 alla Camera, 161 senatori su 315 al Senato, ma il numero della composizione del Senato varia in base al numero dei senatori a vita che, oggi sono cinque, quindi il plenum è fissato a 321 e il quorum a 161).

***Stallo (o ingorgo o caos) istituzionaleSi verifica una situazione di stallo o caos o ingorgo istituzionale quando una legislatura si apre e, nel contempo, come primo atto, deve procedere, subito dopo la formazione dei suoi organi interni e prima ancora che alla formazione di un nuovo governo, all’elezione di un nuovo presidente della Repubblica. In Italia tale situazione si è verificata due volte, nel 1992 e nel 2013 quando l’insediamento delle nuove Camere è coincisa con la necessità di eleggere un nuovo Capo dello Stato (nel 1992 per l’elezione di Scalfaro e nel 2013 per Napolitano).

***“Esterno” (appoggio). E’ una formula politica che permette a partiti che non fanno parte dell’esecutivo di sostenere il governo o in maniera diretta, tramite voto, o indiretta, attraverso l’assenza dall’aula durante i voti finali sui provvedimenti. L’articolo 94 della Costituzione sancisce che il governo debba avere la fiducia delle due Camere. Questo vuol dire che sia alla Camera che al Senato la maggioranza dei parlamentari è disposta a votare a favore dei provvedimenti proposti dall’esecutivo. Generalmente chi fa parte di questa maggioranza dà un sostegno pieno alla squadra di governo, seguendo in tutto e per tutto le decisioni prese dal premier e dai suoi ministri. Questo comporta una facile comprensione di chi è al governo (gruppi parlamentari con membri nell’esecutivo) e chi no e che rientra nell’opposizione. La polarizzazione però può avere delle sfumature intermedie. Specialmente in legislature con governi o di coalizione o che non hanno un sostegno eccessivamente ampio, può succedere che alcuni gruppi parlamentari diano, appunto, un appoggio esterno all’esecutivo, sostenendolo pur non facendone parte. Questo può avvenire in due modi. Il primo caso, quello più comune, è un appoggio esterno diretto. Alcuni gruppi parlamentari, pur non avendo membri nella squadra di governo, possono decidere di sostenere l’esecutivo votando a favore dei provvedimenti da esso presentati. Il secondo caso invece è un appoggio esterno indiretto, che comporta o l’astensione o l’assenza dall’aula al momento del voto. Quest’ultimo caso è quello più interessante. La soglia di maggioranza per l’approvazione di un atto può infatti variare a seconda del numero di presenti. Se generalmente è di 316 deputati e 158 senatori (161 considerando oggi i senatori a vita), il quorum si abbassa (anche di molto) se ci sono assenze fra i parlamentari. Decidendo di uscire dall’aula, i gruppi in appoggio esterno indiretto facilitano il lavoro del governo, e quindi l’approvazione dell’atto. La XVII legislatura, la penultima, è stata caratterizzata da numerosi casi di appoggio esterno al governo. L’ultimo  (novembre 2017) ha visto protagonista Articolo 1 – Mdp, gli scissionisti dal Pd, gruppo che, con le dimissioni del vice ministro Filippo Bubbico, ha ufficializzato il passaggio dei suoi gruppi parlamentari dall’appoggio pieno al governo Gentiloni all’appoggio esterno. Passaggio che già era nell’aria, visto il comportamento del movimento negli ultimi mesi (l’uscita dall’aula nel voto sulla manovra correttiva).  Il più noto degli esempi di appoggio esterno riguarda però il precedente governo Renzi, in cui la riforma costituzionale Boschi (poi bocciata dal referendum popolare) fu approvata dal parlamento anche grazie al sostegno di Ala (il movimento fondato da Dennis Verdini) che votò a favore di quella legge pur non facendo parte della squadra di governo (i voti di Ala furono decisivi, soprattutto al Senato, per blindare la riforma e farla passare). Nel corso della XIII legislatura (1996-2001) fu il Prc (Rifondazione comunista) di Fausto Bertinotti a garantire, al I governo Prodi (1996-’98) l’appoggio esterno del suo partito. Dopo una lunga trattativa che rischiò di far cadere il governo già all’atto del varo della prima manovra economica (1996), la situazione divenne sempre più tesa e, nel 1998, Rifondazione – che si era alleata all’Ulivo guidato da Prodi alle elezioni politiche del ’96 ma solo attraverso un cd. ‘patto di desistenza’ in una serie di collegi uninominali – decise di togliere definitivamente l’appoggio al governo Prodi, che poi cadde in Parlamento. Il governo Prodi fu sostituito dai governi I e II D’Alema e dal governo Amato che godettero l’appoggio di un pezzo di Rifondazione, il Pdci di Armando Cossutta, che era uscito dal Prc per dissenso proprio sul tema dell’appoggio al governo Prodi. Nel corso della Prima Repubblica, furono molti i casi in cui il Psi, rispetto ai governi a guida Dc, ma non ancora organicamente di centro-sinistra, garantiva l’appoggio esterno ai primi governi centristi che ‘aprivano’ a sinistra, ma senza entrare nei vari esecutivi.

 

*****Quirinale (palazzo del)Il Palazzo del Quirinale, posto sull’omonimo Colle e affacciato sull’omonima piazza, è il simbolo per eccellenza dello Stato italiano. Infatti, dal 1870 è stato la residenza ufficiale del Re d’Italia (dinastia dei Savoia) e dal 1946 lo è del Presidente della Repubblica italiana. Costruito a partire dal 1583, è uno dei più importanti palazzi della Capitale sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista politico. Alla sua costruzione e decorazione lavorarono insigni maestri dell’arte italiana come Pietro da Cortona, Domenico Fontana, Alessandro Specchi, Ferdinando Fuga, Carlo Maderno, Giovanni Paolo Pannini e Guido Reni. Il Palazzo si impose, soprattutto a partire dal pontificato di Paolo V Borghese come residenza stabile dei papi (il Quirinale ha ospitato 30 papi, da Gregorio XII a Pio IX), per quanto una vulgata creata ad arte lo propose con fortuna solo come residenza estiva del romano pontefice. Il Quirinale divenne così di fatto la residenza del pontefice nella sua qualità di sovrano, complementare a quella del Vaticano, sede del papa vescovo, anche se i pontefici vi risiedettero, come mostrano le fonti, saltuariamente. Il Quirinale si sviluppò quale palazzo secolare, quasi senza simboli religiosi visibili e soprattutto (unico tra i palazzi apostolici con questa particolarità), privo di una chiesa aperta al pubblico. Dopo il 1870 divenne palazzo reale dei Re d’Italia. Con la proclamazione della Repubblica, a seguito del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, divenne la sede del presidente della Repubblica. Il palazzo del Quirinale ha una superficie di 110 500 metri quadrati ed è per superficie il sesto palazzo nel mondo nonché la seconda residenza di un capo di Stato (la Casa Bianca ha una superficie pari ad 1/20 di quella del Palazzo del Quirinale).

****Quirinale (Staff)Il presidente della Repubblica viene aiutato, nel suo compito di svolgere le consultazioni (vedi alla voce) da alcuni dei suoi principali collaboratori che sono: il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera); il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri; i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso; il consigliere Simone Guerrini e molti altri.

***Passaggio parlamentare. E’ il momento della verità per ogni governo. Dopo aver giurato nelle mani del Capo dello Stato, il nuovo governo così formato deve presentarsi entro un termine tassativo indicato in Costituzione (dieci giorni) davanti a entrambe le Camere per ottenere il voto di fiducia di entrambe le Camere (a maggioranza assoluta), altrimenti si intende un governo ‘sfiduciato’ e deve immediatamente dimettersi. Il Presidente del Consiglio tiene, prima del voto, un discorso programmatico in cui illustra le linee di azione che il suo governo vorrà seguire dopo aver avuto la fiducia.

***Patto (di legislatura)E’ l’intesa con la quale i partiti che formano un governo s’impegnano a sostenerlo per cinque anni, cioè per l’intera legislatura in corso. Raramente ha successo, come quello che fu stipulato e si ruppe tra Dc e Psi nel 1983-1987.

****Partecipazione organica (al governo)Si ha quando un partito della maggioranza di governo ‘invia’ propri rappresentanti al governo in qualità di ministri e/o di sottosegretari i quali lo rappresentano pienamente dentro quel governo. Se la partecipazione al governo non è ‘organica’, da parte di una forza politica, vuol dire che il partito o gruppo politico in questione si limita a sostenere dall’esterno il governo (vedi alla voce “appoggio esterno”) oppure ad astenersi su di esso e sui suoi provvedimenti. Il caso dell’appoggio esterno del Prc di Bertinotti al I governo Prodi (1996-’98) fu un caso di appoggio esterno come lo fu l’appoggio esterno di Ala di Verdini al governo Renzi.

*Rimpasto (di governo). Si verifica quando una (o più) forza politica della maggioranza di governo chiede di cambiare, in parte o in tutto, i ministri che ne fanno parte e ottiene che alcuni ministri si dimettano venendo sostituiti da altri della propria parte politica.

***Parlamentari (gruppi). Si costituiscono appena nasce la legislatura e si formano sulla base dei risultati alle elezioni e secondo i simboli che in esse sono stati presentati. Ma dato che ogni parlamentare viene eletto “senza vincolo di mandato” (vuol dire che il parlamentare risponde solo alla propria coscienza e può votare in dissenso dal suo gruppo o partito di appartenenza) possono cambiare composizione, consistenza e numero a seconda delle evoluzioni del quadro politico. Sempre in base alla stessa regola si possono formare nuovi gruppi, con nuovi simboli, nel corso della legislatura. Questo diritto ha dato però vita, da tempi peraltro assai lontani, quelli del Parlamento sabaudo, pre-repubblicano, al cd. “trasformismo parlamentare(vedi alla voce), cioè alla trasmigrazione da un gruppo all’altro. Per ovviare a tale pratica, assai diffusa in ogni legislatura, il Senato ha approvato, nello scorcio dell’ultima legislatura (2017), un nuovo Regolamento che non permette più la costituzione di gruppi che non si sono presentati con un proprio simbolo alle elezioni. I senatori che vogliono cambiare gruppo parlamentare e politico di appartenenza possono solo iscriversi al gruppo Misto. Inoltre, sempre al Senato, i gruppi devono avere un minimo di dieci senatori iscritti, con la sola eccezione del gruppo Autonomie che tutela le minoranze linguistiche. La Camera dei Deputati, però, non ha approvato un Regolamento simile, quindi al suo interno si possono ancora costituire gruppi non corrispondenti a simboli presentati alle elezioni. Alla Camera il numero minimo per costituire un gruppo è fissato a venti deputati, i deputati singoli che non si riconoscono in nessuna componente si possono iscrivere al gruppo Misto e formare, al suo interno, delle sotto-componenti politiche. Il gruppo di LeU, pur restando sotto la soglia dei 20 deputati, ha ottenuto la deroga per costituirsi in gruppo autonomo proprio perché si tratta di un simbolo presente alle elezioni. Ogni gruppo elegge un proprio capogruppo che ne guida i lavori e partecipa ai lavori dell’ufficio di Presidenza di ogni Camera e, in particolare, alla conferenza dei Capigruppo che stabilisce, d’intesa con il Presidente di ogni Camera, l’ordine dei lavori in Aula.

Nell’attuale XVIII legislatura la consistenza dei gruppi parlamentari è questa:

  • Gruppo Autonomie, presente solo al Senato (otto senatori). Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp). Ne fanno parte, tra gli altri, Napolitano (che sala al Colle in qualità di presidente emerito), l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo può costituirsi anche se “sotto soglia” (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta e tutela le minoranze linguistiche.
  • Gruppo Misto del Senato (12 senatori): è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Mario Monti e Liliana Segre).
  • Gruppo Misto della Camera (21 deputati): è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU), deve ancora eleggere il suo nuovo capogruppo: comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 3 di Noi con l’Italia (erano 4, ma Enrico Costa si è iscritto a FI); 5 ex M5S.
  • Gruppo di Leu alla Camera (14 deputati): Leu il 10 aprile ha ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo: pur sotto la soglia di 20 deputati hanno ottenuto la deroga in quanto simbolo presentato alle elezioni. Leu ha eletto come presidente del gruppo Federico Fornaro.
    5) Fratelli d’Italia (50 parlamentari). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato).
    6) Pd (163 parlamentari): il Pd conta su 111 deputati e 52 senatori, i due capigruppo sono Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Salgono al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, il deputato Matteo Orfini. Non c’è il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi che non ha più cariche ufficiali nel Pd.
  • Forza Italia (165 parlamentari). I capigruppo di FI sono Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera e rappresentano 105 deputati (l’ultimo in ordine temporale è Enrico Costa) e 61 senatori. Il presidente di FI, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai suoi capigruppo. I 4 eletti di Noi con l’Italia al Senato si sono iscritti al gruppo di FI, alla Camera siedono nel Misto.
  • Lega (183 parlamentari): conta su 125 deputati e 58 senatori. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, va al Colle con i capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera).
  • M5S (331 parlamentari): conta su 222 deputati e 109 senatori. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) salgono al Colle accompagnati dal deputato Luigi Di Maio.
  • I presidenti di Camera (Fico) e Senato (Casellati) salgono al Colle in modo autonomo, in rappresentanza della seconda (il presidente del Senato) e terza (il presidente della Camera) autorità dello Stato. L’elezione dei Presidenti delle due Camere è il primo atto di ogni Parlamento a ogni inizio di legislatura. 

    ***Presidente del Consiglio (poteri)La composizione del Consiglio dei ministri è importante perché riflette la linea politica dei partiti che esprimono la maggioranza ma nel tempo stesso danno vita a un organismo autonomo che fin dal giuramento assume un solenne impegno. Questa è la formula: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. Attenzione a quest’ultima parte, in questo governo sarà più che rilevante: “Nell’interesse esclusivo della Nazione“. Siamo di fronte a un organo collegiale di cui molti ignorano le funzioni. Quali sono le funzioni? Le enumera la legge numero 400 del 1988, articolo 2: “Il Consiglio dei Ministri determina la politica generale del Governo e, ai fini dell’attuazione di essa, l’indirizzo generale dell’azione amministrativa; delibera altresì su ogni questione relativa all’indirizzo politico fissato dal rapporto fiduciario con le Camere. Dirime i conflitti di attribuzione tra i Ministri”. Questo passaggio spiega la sua importanza: è l’organo che dà la linea politica e fa da stanza di compensazione dei conflitti. Che altro fa il Consiglio dei ministri? Le nomine, capitolo che alla politica interessa moltissimo.  E la macchina del governo? Chi comanda a Palazzo Chigi? Il segretario generale. Va scelto con cura, servono grandi doti di gestione e amministrazione, equilibrio politico e imparzialità. Questa è una nomina seria, pesante, fondamentale. Il segretariato generale lavora a stretto contatto con il capo del governo e di solito viene seguito da uno dei sottosegretari alla Presidenza del Consiglio. Un grande potere che si associa a quello poco visibile del Dipartimento per l’Editoria, influentissimo sui giornali, distributore di finanziamenti pubblici, promotore di leggi, riforme del settore, vigilanze. Avrà un grande ruolo nel prossimo risiko, in particolare sugli accorpamenti – ormai ineludibili – delle agenzie di stampa. E il governo ha un suo ruolo chiave perché le agenzie sono fornitori primari di informazione dei ministeri e degli altri enti e istituzioni dello Stato. Intorno al premier e al Consiglio dei ministri ruotano poi i ministri senza portafoglio, cioè uffici di diretta collaborazione, poi ci sono i dipartimenti di indirizzo, i dipartimenti di supporto e coordinamento, le strutture di missione. Palazzo Chigi è una macchina a più teste. quelle della macchina centrale sopravvivono a ogni passaggio di regime.

    In ogni caso, il sito del governo (www.governo.it) spiega così le  funzioni: “Al Presidente del Consiglio, in quanto capo dell’Esecutivo, la Carta costituzionale conferisce un’autonoma rilevanza, facendone il centro nevralgico dell’intera attività del Governo: egli, infatti, ne dirige la politica generale e ne è il responsabile, mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuove e coordina l’attività dei Ministri. Il Presidente del Consiglio è, dunque, titolare di un potere di direzione dell’intera compagine governativa, il che lo abilita a svolgere ogni iniziativa volta a mantenere omogeneità nell’azione comune della coalizione, finalizzandola alla realizzazione del programma esposto in Parlamento al momento del voto di fiducia. Tali funzioni, però, non si spingono sino a determinare unilateralmente la politica generale del Governo, compito questo assolto collegialmente dal Consiglio dei Ministri attraverso le sue deliberazioni”.

    ***Struttura del governo (Consiglio dei Ministri).  Sempre su http://www.governo.it si trova questa definizione del Governo e, cioè, del Consiglio dei Ministri: “Il Governo è l’espressione della maggioranza parlamentare, cioè della coalizione di partiti che hanno ottenuto il maggior numero di seggi in Parlamento. Il Governo è un organo costituzionale complesso, composto a sua volta da altri organi dotati di autonomia e di specifiche funzioni, ma che ne rappresentano gli elementi essenziali ed indispensabili. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e i Ministri da lui proposti. Il Consiglio dei Ministri costituisce un organo collegiale a sé stante. I Ministri sono responsabili, individualmente, degli atti dei loro dicasteri e, collegialmente, di quelli deliberati dal Consiglio dei Ministri. L’organizzazione del Governo può anche presentarsi più articolata di quella essenziale definita in Costituzione. Tale struttura può essere integrata dal Vicepresidente del Consiglio, da Ministri senza portafoglio (così denominati perché non hanno la responsabilità di un ministero) e da Sottosegretari di Stato. Questi ultimi coadiuvano i Ministri nella loro attività, esercitando le competenze dagli stessi espressamente delegate. Al contrario dei Ministri senza portafoglio, i quali fanno parte a pieno titolo del Consiglio dei Ministri, i Sottosegretari non prendono parte alle sedute del Consiglio con la sola eccezione del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, cui sono affidate le funzioni di segretario del Consiglio dei Ministri”.

    ****Poteri e funzioni del Consiglio dei Ministri. “La legge 400/88 – spiega sempre il sito http://www.governo.it – indica dettagliatamente le attribuzioni del Consiglio dei Ministri. Il Governo può esercitare la funzione legislativa in due ipotesi previste e disciplinate in modo tassativo dalla Costituzione quando:

    1. il Parlamento stesso conferisce al Governo – con un’apposita legge di delega, secondo principi e criteri predeterminati e per un tempo definito – il compito di provvedere ad emanare decreti legislativi aventi forza di legge;
    2. può adottare, autonomamente e sotto la sua responsabilità, decreti-legge per fronteggiare situazioni impreviste e che richiedono un intervento legislativo immediato. In questo caso, il Parlamento si riserva, nei sessanta giorni successivi, di convertire in legge, anche con modifiche, il decreto. In caso contrario, il decreto legge decade.

    Al Governo è attribuita, in via ordinaria, la potestà di emanare regolamenti, che costituiscono una fonte secondaria di produzione giuridica. Con essi il Governo può dare attuazione ed integrare le disposizioni legislative, può disciplinare l’organizzazione delle pubbliche amministrazioni e può regolare materie che la Costituzione non riserva in via esclusiva alla legge.

    Il Governo non esercita soltanto poteri normativi ma ha anche il compito di deliberare la nomina dei soggetti che rivestono incarichi di massimo rilievo nell’amministrazione dello Stato e negli enti pubblici. Ad esempio, la nomina dei Segretari Generali dei Ministeri, o dei Capi dei dipartimenti, struttura articolate al loro interno in ulteriori uffici di rango dirigenziale generale, è disposta con decreto del Presidente della Repubblica previa deliberazione del Consiglio dei Ministri.

    Manifestazione tipica dei poteri di indirizzo e coordinamento si rinviene nelle “direttive” che il Presidente può sottoporre all’attenzione del Consiglio dei Ministri per indirizzare l’attività amministrativa verso obiettivi coerenti con l’azione di Governo. In tali casi le amministrazioni destinatarie risultano vincolate non tanto nei singoli adempimenti, bensì nello scopo prefigurato in tali atti”.

    ****Poteri e funzioni dei MinistriSempre sul sito http://www.governo.it si legge: “I ministri costituiscono uno degli organi del Governo. Sono nominati dal Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio e sono responsabili, individualmente, degli atti adottati dai dicasteri loro affidati e, collegialmente, delle deliberazioni del Consiglio dei Ministri. Ciascun ministro può essere coadiuvato da più sottosegretari che da lui ricevono apposite deleghe per l’esercizio delle loro funzioni. Spetta ai ministri la funzione di indirizzo politico, e cioè la definizione degli obiettivi e dei programmi da attuare e una funzione di controllo sulla rispondenza dei risultati della gestione amministrativa alle direttive generali impartite. La gestione finanziaria, tecnica e amministrativa spetta ai dirigenti cui compete l’adozione di tutti gli atti che impegnano il ministro verso l’esterno. Sotto il profilo organizzativo, oltre che degli uffici del proprio ministero, i ministri si avvalgono di una struttura di diretta collaborazione, denominata Ufficio di Gabinetto, che è costituita da personale di staff, scelto secondo il criterio del rapporto fiduciario con lui”.

****”Verifica” (della maggioranza di governo)Si intende l’incontro tra i maggiori esponenti dei partiti che reggono un governo, incontro che si tiene periodicamente oppure dopo un evento politico di rilievo che cambia gli assetti politici del momento (per esempio le elezioni amministrative, comunali o regionali, le elezioni europee, etc.) allo scopo di ‘verificare’ (da cui il termine) se permangono o meno le condizioni affinché il governo possa continuare a operare. Nella Prima Repubblica erano molto frequenti.

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

 

7. Le formule di governo. Incarico pieno, con riserva, esplorativo, pre-incarico

Si parla molto, in questi giorni, delle diverse formule con cui il presidente della Repubblica può concedere l’incarico a formare un nuovo governo. Vediamo le principali.

***Incarico (tipo di)Il tipo di incarico a un presidente del Consiglio che il capo dello Stato può conferire (pieno, esplorativo o un pre-incarico) viene reso noto solo alla fine delle consultazioni. L’incarico che viene conferito al presidente del Consiglio è orale, e non scritto: viene cioè comunicato a voce dal presidente della Repubblica al premier incaricato. Il motivo è semplice: se fosse un documento scritto, come ogni documento del Capo dello Stato, dovrebbe essere controfirmato dal presidente del Consiglio uscente, quello in carica per il disbrigo degli affari correnti, che potrebbe – un’ipotesi di scuola, certo – rifiutarsi.  Nella scelta che il Capo dello Stato fa egli ha piena libertà di manovra: può conferire, appunto, un incarico pieno o parziale (pre-incarico o incarico esplorativo), può indicare, per tale incarico, una personalità politica o non politica, di estrazione parlamentare o non parlamentare, una figura espressione di una forza politica, di un’area politica o un tecnico o una personalità istituzionale. Il Capo dello Stato non può sindacare un indirizzo o un programma di governo, ma può chiedere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del Consiglio (articoli 92 e 93 della Costituzione).

*****Pre-incarico. Serve per verificare se il presidente pre-incaricato è capace di trovare una maggioranza utile a formare un governo. Il presidente del Consiglio pre-incaricato, dopo il suo – autonomo – giro di consultazioni deve tornare a riferire al Capo dello Stato per comunicare se ha trovato una maggioranza parlamentare e, dunque, se è in grado di presentarsi davanti alle Camere per chiedere la fiducia (vedi alla voce). Ma è il Capo dello Stato che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno (vedi alla voce), facendo giurare il presidente incaricato nelle sue mani e poi mandandolo davanti alle Camere per ottenere la fiducia (vedi alla voce). Il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato, inoltre, e non il presidente pre-incaricato a sciogliere la riserva (vedi alla voce). Il pre-incarico è, di fatto, una ‘quasi’ designazione, ma “debole”, a Presidente del Consiglio,ma solo in 5 casi su 11 ha visto trasformare il pre-incarico in un incarico vero.

Il pre-incarico, nell’arco di 64 governi, è stato conferito finora per 11 volte nella storia della Repubblica italiana:

  • dal Presidente Luigi Einaudi al Presidente del Consiglio uscente Alcide De Gasperi (Dc), nel luglio 1953.
  • dal Presidente Giovanni Gronchi all’ex ministro Antonio Segni (Dc), nel maggio 1955.
  • dal Presidente Gronchi al segretario della Dc Amintore Fanfani, nel giugno 1957.
  • dal Presidente Giuseppe Saragat al Presidente del Consiglio uscente, Aldo Moro (Dc), nel febbraio 1966.
  • dal Presidente Saragat al segretario della Dc Mariano Rumor, nel giugno 1968.
  • 6, 7, 8. dal Presidente Saragat al ministro degli Esteri Moro (Dc), poi al Presidente del Senato Fanfani (Dc) e infine al Presidente del Consiglio uscente Rumor (Dc), marzo 1970.
  • 9, 10. dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro al Presidente del Consiglio uscente Romano Prodi e poi al segretario dei Ds Massimo D’Alema, nell’ottobre 1998.
  • dal presidente Giorgio Napolitano a Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, nel marzo 2013. ****Spazio Curiosità*****Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel marzo del 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera, ma non al Senato, rimase tale: non si trasformò mai, cioè, in un incarico pieno, ma rimase ‘congelato’ fino al 30 marzo, quando Napolitano comunicò che restava in carica il governo Monti, dimissionario ma ancora in carica per il disbrigo degli affari correnti (vedi alla voce), e non fu mai più ‘scongelato’. Bersani, formalmente, non protestò, ma espresse il suo disappunto e, dopo, diversi libri di memorie lo riportarono, mai smentiti.

Solo in cinque di questi undici casi il presidente del Consiglio “pre-incaricato” ha ricevuto l’incarico pieno e ha formato un governo: De Gasperi (Dc) nel 1953, a Segni (Dc) nel 1955, a Moro (Dc) nel 1966, a Rumor (Dc) nel 1970 e a D’Alema (Pds) nel 1998.

Oggi, un ‘pre-incarico’, potrebbe essere conferito a una delle due personalità che hanno vinto le scorse elezioni: il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, o il leader della Lega, riconosciuto anche leader del centrodestra, Matteo Salvini. Ma il pre-incarico potrebbe anche andare a una figura terza o mediana indicata da uno dei due schieramenti vincitori (Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, o a una personalità vicina al mondo dei 5Stelle indicata da Di Maio) o a una figura indicata dal Capo dello Stato.

*****Incarico esplorativo. E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, preferibilmente quello del Senato, seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato. Alla fine dei colloqui informali tenuti con i partiti, il presidente incaricato di un mandato esplorativo riferisce lo stato dell’arte al Presidente della Repubblica che valuta il da farsi e, cioè, se confermare l’incarico al presidente incaricato con un mandato esplorativo, o effettuare un nuovo giro di consultazioni o attribuire l’incarico a un’altra figura. Di solito, l’incaricato di un mandato esplorativo non viene quasi mai trasformato in un pre-incarico o incarico pieno. L’incarico esplorativo non va confuso con il pre-incarico (vedi alla voce).

Nella storia dei 64 governi repubblicani, fino ad ora un “mandato esplorativo” è stato conferito dodici volte:

  1. dal Presidente Giovanni Gronchi al presidente del Senato, Cesare Merzagora (indipendente), il 15 giugno 1957;
  2. dal Presidente Gronchi al presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc), il 4 marzo 1960;
  3. dal Presidente Giuseppe Saragat al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968;
  4. dal Presidente Saragat al presidente del Senato, Amintore Fanfani (Dc), nell’agosto 1969;
  5. dal Presidente Giovanni Leone al presidente del Senato, Spagnolli (Dc), nell’ottobre 1974;
  6. dal Presidente Sandro Pertini al presidente del Senato, Giuseppe Morlino (Dc), nell’aprile 1983;
  7. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente del Senato Fanfani (Dc) il 4 luglio 1986;
  8. dal Presidente Francesco Cossiga al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), nel marzo 1987;
  9. dal Presidente Cossiga al presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri), il 26 giugno 1989;
  10. dal Presidente Giorgio Napolitano al presidente del Senato, Franco Marini (Pd), nel gennaio 2008.
  11. Dal Presidente della Repubblica Mattarella alla presidente del Senato, Casellati, dal 18 al 20 aprile del 2018.
  12. Dal Presidente della Repubblica Mattarella al presidente della Camera, Roberto Fico (M5S) dal 23 al 27 aprile 2018.

Da sottolineare che, in nessuno di questi dodici casi, il presidente esploratore è stato poi nominato Presidente del Consiglio.

*****Incarico pieno. E’, ovviamente, la norma, o dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” (vedi alla voce) per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato. Dopo il formale giuramento, il governo così nato si presenta davanti al Parlamento per chiedere la fiducia (vedi alla voce), che deve ottenere da parte di entrambe le Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, inizia a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il suo mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Il governo così nato, a quel punto, si dichiara “dimissionario” (vedi alla voce) ma resta in carica “per il disbrigo degli affari correnti” (vedi voce).

******Incarico con RiservaIl presidente del Consiglio incaricato accetta l’incarico da parte del Presidente della Repubblica sempre “con riserva”. Vuol dire che questi, non essendo sicuro di formare una maggioranza di governo, si ‘riserva’ la possibilità di scioglierla davanti al Capo della Stato. La prassi della ‘riserva’ è sempre stata rispettata dai presidenti del Consiglio incaricati. La formula della “riserva” è stata violata solo in due occasioni. La prima volta dal presidente del Consiglio Pella (Dc) nel 1954 che, concorde l’allora Capo dello Stato Luigi Einaudi, andò direttamente davanti alle Camere per chiedere ed ottenere la fiducia. La seconda volta accadde con Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta alle elezioni, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri con un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo di Stato Napolitano.

****Re-incaricoIl presidente della Repubblica può decidere di riaffiorare l’incarico al presidente del Consiglio uscente per formare un governo nuovo rispetto a quello precedente e inviarlo davanti alle Camere per ottenere la fiducia, ove ritiene che vi siano le condizioni politiche per dare fiducia allo stesso premier. Il presidente del Consiglio viene definito, a quel punto, ‘re-incaricato’ e dà luogo a un rimpasto del suo governo, cambiando alcuni ministri e giurando di nuovo, oppure a un esecutivo del tutto nuovo rispetto a quello precedente da lui diretto fino a quel momento. In alternativa, il Capo dello Stato può rimandare quello stesso governo davanti alle Camere, senza che si dimetta, per verificare se goda ancora o meno della loro fiducia.

Einaudi

Luigi Einaudi, il primo presidente della Repubblica (1948-1955)

 

8. Definizioni e tipologie dei governi che hanno operato nella Repubblica.

****Governo “amico“. La definizione è di Alcide De Gasperi ma non è per nulla cortese. Lo storico premier della Dc, a capo di ben otto governo dal 1947 al 1953, è costretto a passare la mano perché il suo VII governo De Gasperi (16 luglio – 28 luglio 1953) non ottiene la fiducia alla Camera, a causa dell’astensione polemica degli alleati minori della Dc (Psdi, Pri e Pli). Il presidente della Repubblica Luigi Einaudi incarica Attilio Piccioni (Dc), il 2 agosto 1953, ricevuto in forma privata – fatto davvero singolare e mai più ripetuto – nella tenuta presidenziale della Caprarola, vicino Roma, di formare un governo ma Piccioni non vi riesce per i contrasti tra i partiti minori (Pri, Pli, Psli) e la Dc. La palla passa a Giuseppe Pella, ministro del Bilancio nell’uscente governo De Gasperi, ma anche in questo caso non c’è una chiara indicazione di sostegno da parte della Dc, tanto che lo stesso De Gasperi si limita a definirlo, appunto, “un governo amico”, frase gelida che trasuda disprezzo e distanza, non certo amicizia e condivisione. Il governo Pella  (17 agosto 1953 – 5 gennaio 1954) nasce come un monocolore Dc, cerca il sostegno di Msi a destra e Psi a sinistra sulla questione del ritorno di Trieste all’Italia, ma presto va in crisi sempre per contrasti interni alla Dc nonostante il tentativo di rimpasto.

*****Governo “balneare. La definizione deriva dal fatto che che alcuni governi duravano lo spazio di un’estate e servivano ad approvare provvedimenti urgenti per poi tramontare alla fine della stagione estiva, normalmente con nuove elezioni politiche. Si tratta di governi destinati a cadere entro breve tempo, a causa della fragilità delle basi politiche su cui poggiano e che limitano la loro attività, dunque, a al disbrigo degli affari correnti e alla ordinaria amministrazione. L’espressione ha sinonimi in altre definizioni (governo ‘d’affari’,  governo ‘ponte’, governo ‘traghetto’, governo ‘elettorale’). 

Tipici della Prima Repubblica, i governi ‘balneari’ operavano solo in funzione di mero traghettamento per portare il Paese al voto, privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Quella che veniva detta “la regola del Generale Agosto” impediva, infatti, nella Prima Repubblica, che si tenessero urne in prossimità dell’estate. Infatti, mai ci si è spinti a convocare gli italiani alle urne oltre il limite del Solstizio d’Estate, che cade il 21 giugno, data già considerata avanzatissima (si votò così tardi solo due volte, nel 1976 e nel 1983). Per evitare il voto “durante le vacanze”, dunque, ci si inventava di tutto, compresa la costruzione di esecutivi ad hoc, detti appunto “balneari”. In realtà, si trattava di esecutivi che permettevano, al sistema dei partiti, una scappatoia nei momenti più neri di una crisi politica, in attesa che l’autunno portasse lucidità e soluzioni. Da segnalare, tuttavia, che la figura scelta come premier per guidare gli esecutivi ‘balneari’ era sempre una figura super partes e dalle doti di garanzia (anche se politica, sempre un esponente dc negli esempi citati) anche per gli altri alleati.

I ‘veri’ governi balneari o similari sono stati quattro: Zoli (1957), il I (1963) e il II (1968) governo Leone, il governo Rumor e il governo Goria (1987), ma anche altri governi, pur avendo caratteristiche e formule diverse con cui vengono ricordati, hanno assunto nei fatti anche il ruolo di ‘governi balneari’. Vediamoli nello specifico.

***Pella (1953), Fanfani I (1954) e Tambroni (1960). Pur essendo, in realtà, governi amministrativi o d’affari (vedi alla voce), che oggi verrebbero detti governi del Presidente (vedi alla voce) possono essere considerati governi balneari, almeno in parte, i governi Pella (1953), il governo Fanfani (1953) e il governo Tambroni (1960). 

*Il governo Pella (1953): Giuseppe Pella, ministro del Bilancio uscente dell’ultimo governo De Gasperi (l’VIII), ottiene l’incarico dal presidente Einaudi, dopo un fallito incarico affidato ad Attilio Piccioni, il 2 agosto 1953, ricevuto in forma privata nella tenuta presidenziale della Caprarola, che non riesce a formare un governo per i contrasti tra i partiti minori alleati alla Dc (Pri, Pli, Psli). Ma anche sul nome di Pella non ci fu una chiara indicazione di sostegno da parte della Dc, tanto che lo stesso De Gasperi si limita a definirlo “un governo amico”. Pella, il cui governo (17 agosto 1953 – 5 gennaio 1954) nasce come un monocolore Dc, ma soprattutto nasce come un governo di ispirazione presidenziale (vedi alla voce “governo del Presidente”) cerca il sostegno di Msi a destra e Psi a sinistra, soprattutto, sulla questione del ritorno di Trieste all’Italia, ma è presto costretto a dimettersi per nuovi contrasti emersi tra le correnti della Dc.

*Il governo Fanfani (1953): Pella viene sostituito da un governo Fanfani (18-30 gennaio 1953) che, però, viene battuto dalle Camere quando si presenta per chiedere la fiducia e che, dunque, nonostante il teorico sostegno di Dc e Pri si dimette dopo appena due settimane.  Nasce al suo posto il ben più duraturo e famoso governo Scelba (1954). 

*Il governo Tambroni (23 marzo – 19 luglio 1960): è un “governo del Presidente” (vedi alla voce), anche se allora si preferiva definire tali esecutivi “governi d’affari” e non è di certo un governo balneare, se non per la sua brevissima durata temporale. Nato su input del nuovo presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, eletto nel 1955, che incarica esplicitamente il ministro al bilancio Fernando Tambroni nell’uscente governo Segni (1959-1960, un monocolore Dc) di formare un “governo d’affari” (vedi alla voce), è un monocolore Dc che si presenta e ottiene la fiducia delle Camere ma con i voti favorevoli dell’Msi, partito fuori dall’arco costituzionale. I ministri della sinistra dc, Sullo, Pastore e Bo, si dimettono per protesta contro quel voto e la Direzione Dc lo disconosce. Il governo Tambroni a quel punto si dimette in tre giorni. Si riapre la crisi di governo, ma dopo un infruttuoso tentativo di formare, con a capo Fanfani, un governo tra Dc e Psi, per i dissidi interni ancora forti in entrambi i partiti, Gronchi respinge le dimissioni di Tambroni e lo rimanda davanti alle Camere, che gli accordano la fiducia con l’accordo che debba essere un governo dalla durata limitata. Il governo Tambroni (25 marzo – 19 luglio 1960) si dimetterà a luglio a causa di una situazione politica e sociale diventata insostenibile per gli scontri e gli incidenti causati da manifestazioni di piazza (scioperi, cortei, scontri con le forze dell’ordine) organizzati dalle sinistre (Pci e Psi) e represse in modo brutale dalla Polizia (luglio), ma anche perché, nel frattempo, si sono aperte le prospettive di una collaborazione tra Dc e Psi che apre la stagione del centrosinistra. Peraltro è proprio in occasione della nascita del III governo Fanfani (1960-1962), che ancora si base solo sull’appoggio esterno del Psi, non ancora sul suo ingresso al governo, che Aldo Moro conia il termine, e la formula politica, delle “convergenze parallele” (vedi alla voce), volendo con essa indicare il fatto politico che il governo Fanfani si reggeva da un lato sul voto favorevole di Dc, Pri, Pli, Psli e dall’altro sull’astensione benevola sia del Psi, a sinistra, che dei monarchici (Pdium), a destra. 

*Leone I (1963): Il primo, ‘vero’, governo ‘balneare’ fu il I Governo Leone (1963). La prima coalizione di centro-sinistra organico (I e II esecutivo Fanfani, 1960-1962, con l’appoggio esterno del Psi) si era appena inabissata a causa dello scontro suscitato dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma della scuola media unica e il tentativo (fallito) di istituire le Regioni che vedevano in disaccordo i due contraenti, Dc e Psi. Trovare la quadra, a quel punto, divenne impossibile e così – dopo un fallito tentativo affidato ad Aldo Moro – venne varato, in soli tre giorni, il governo Leone (Dc), allora presidente della Camera, che tra il 18 e il 23 giugno forma il suo primo governo. Si tratta di un ‘monocolore’ Dc che servirà, appunto, come governo ‘ponte’ in attesa che i partiti formino un vero governo di centrosinistra organico che nascerà a dicembre e sarà il primo governo Moro. Il governo Leone (in carica dal 21 giugno al 5 novembre 1963, quindi cinque mesi) si dimetterà quando il congresso del Psi deciderà di entrare a pieno titolo nel governo del Paese. Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi).

*Leone II (1968): Il secondo governo ‘balneare’ fu sempre a guida Leone: sì è nel 1968, alla vigilia dell’autunno caldo nelle fabbriche e nelle università, ma le elezioni politiche del 1968 (19-20 maggio) non hanno registrato “equilibri più avanzati”. Si resta sempre nella cornice del centrosinistra, ma la fusione tra Psi e Psdi nel Psu decisa nel 1966 non ha portato i risultati sperati ai socialisti e i due partiti bollono. In attesa di nuovi assetti, il presidente della Repubblica Saragat affida, dopo un incarico andato a vuoto a Rumor, che non riesce a formare un nuovo governo di centrosinistra, sempre a Giovanni Leone l’incarico di formare un nuovo esecutivo balneare, in attesa delle decisioni del Psi-Psu. Il governo Leone, dopo l’incarico affidatogli il 19 giugno, nasce il 24 giugno e dura fino al 19 novembre 1968: si tratta sempre di un monocolore Dc con l’astensione di Psi e Pri. Il II governo Leone (24 giugno – 19 novembre 1968) traghetta il Paese in questa fase politica complicata e si dimette dopo la decisione del Psi, – che ha ripreso il suo nome originario a ottobre 1968, dopo lo scioglimento dello sfortunato esperimento del Psu – di tornare nella maggioranza di governo. Dopo un incarico esplorativo al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), nasce il I governo Rumor (1968-’69), un centrosinistra organico.

*Rumor II (1969): Il II governo Rumor (5 agosto 1969 – 7 febbraio 1970) è stato un governo ‘balneare’, ma è più corretto definirlo ‘governo ponte’ o ‘governo traghetto’:  è un monocolore Dc con l’appoggio esterno di Psi e Psu e si dimetterà per poter arrivare alla formazione di un nuovo gabinetto di centrosinistra, sempre a guida Rumor (1970) che – dopo una serie di incarichi affidati a Moro, che ha rinunciato dopo dieci giorni, e a Fanfani, che ha rinunciato dopo una settimana – appoggiato da Dc, Pri, Psu e Psi (che hanno ricomposto la loro frattura) fa ripartire una formula zoppicante di centrosinistra.

*Goria (1987): L’ultimo governo ‘balneare‘ è quello guidato da Giovanni Goria (Dc) nel 1987. Si era nella fase dei governi di ‘pentapartito’ (vedi alla voce), nuova formula di centrosinistra organico, ma il famoso ‘patto della staffetta’ (vedi alla voce) tra il leader del Psi, Bettino Craxi, che aveva guidato il primo governo a guida socialista della Repubblica (I governo Craxi, 1983-1986 e II governo Craxi, 1986-1987), e il leader della Dc, De Mita, era saltato e, per circa due mesi, non si era riusciti a formare un governo. Falliti, uno dietro l’altro, i tentativi Andreotti, Jotti (primo incarico esplorativo a un esponente del Pci), Fanfani, Scalfaro, nasce un governo Fanfani, allora presidente del Senato, che non si dimise dalla sua carica istituzionale (si tratta del primo e unico caso, nella storia repubblicana, di un presidente del Consiglio che resta presidente del Senato): il VI governo Fanfani è ‘elettorale’ (18 aprile – 9 luglio 1987), più che ‘balneare’, perché porta il Paese al voto, per elezioni anticipate, il 14-15 giugno 1987. Ma anche dopo il voto la persistente opposizione del Psi di Craxi a che De Mita ricevesse l’incarico di formare un nuovo governo, costringe l’allora presidente della Repubblica Cossiga (Dc) a chiedere di formare un nuovo governo al ministro del Bilancio Giovanni Goria (28 luglio 1987 – 11 marzo 1988). Sostenuto da Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli, il governo si dimise una prima volta a novembre 1987 per disaccordi con il Pli, una seconda volta a febbraio del 1988 perché messo in minoranza più volte e definitivamente a marzo 1988 per i dissidi tra Dc e Psi sull’attività della centrale nucleare di Montalto di Castro. In realtà, il governo Goria è definito un governo ‘ponte’ o ‘traghetto’, oltre che ‘balneare’.

*****Governo “di coalizione“. Con tale termine si intende l’esecutivo che nasce da un accordo fra gruppi o partiti, sulla base di una maggioranza che gli consenta di operare secondo un programma concordato. Per limitarci alla II Repubblica, il I governo Prodi (1996-’98) si basava sulla coalizione dell’Ulivo, il II governo Prodi su quella dell’Unione (2006-2008), i governi Berlusconi si sono sempre basati su coalizioni di centrodestra.

****Governo “d’affari” o “governo amministrativo”. Si tratta di formule ormai in disuso, ma che venivano correntemente usate nel corso della Prima Repubblica e indicano, di fatto, un “governo del Presidente” (vedi alla voce) sotto altra formula. Il caso di scuola, da questo punto di vista, è senz’altro quello del governo Pella. Dopo che, alle elezioni politiche del 1953, dove non scattò per un pugno di voti la famosa “legge truffa” (vedi alla voce),lo storico premier della Dc, a capo di ben otto governo dal 1947 al 1953, è costretto a passare la mano perché il suo VII governo De Gasperi (16 luglio – 28 luglio 1953) non ottiene la fiducia alla Camera, a causa dell’astensione polemica degli alleati minori della Dc (Psdi, Pri e Pli). A quel punto, il presidente della Repubblica Luigi Einaudi incarica Attilio Piccioni(Dc), il 2 agosto 1953, ricevuto in forma privata – fatto davvero singolare mai più ripetuto – nella tenuta presidenziale della Caprarola, vicino Roma, di formare un governo ma Piccioni non vi riesce per i contrasti tra i partiti minori (Pri, Pli, Psli) e la Dc. La palla passa a Giuseppe Pella, ministro del Bilancio nell’uscente governo De Gasperi, ma anche in questo caso non c’è una chiara indicazione di sostegno da parte della Dc, tanto che lo stesso De Gasperi si limita a definirlo, appunto,“un governo amico” (vedi alla voce), frase gelida che trasuda disprezzo e distanza, non certo amicizia e condivisione. Il governo Pella  (17 agosto 1953 – 5 gennaio 1954) nasce come un monocolore Dc, ma gode dell’appoggio di Pli, Pri e Pdium (i monarchici) e delle astensioni di Psi e Msi. Pella, in Parlamento, cercherà il sostegno di Msi a destra e Psi a sinistra sulla questione del ritorno di Trieste all’Italia, ma presto va in crisi sempre per contrasti interni alla Dc nonostante un inutile tentativo di rimpasto. Viene definito un “governo d’affari”, ma la sua caratteristica è di essere, di fatto, un governo del Presidente (vedi alla voce) perché di diretta emanazione della volontà di Einaudi. Mattarella, il 10 maggio scorso, ricordando Einaudi, cita proprio il governo Pelladicendo che “Einaudi si servì in pieno delle sue prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che fu necessario. Fu il caso illuminante del potere di nomina del Presidente del Consiglio dei ministri dopo le elezioni del 1953. Nomina per la quale non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Dc”. Nominò, invece, un esecutivo, quello Pella, continua Mattarella, “di pochi mesi che portò al al chiarimento politico con la formazione di una maggioranza tripartita (Dc, Pli, Psli, ndr.) che governò sino alla scadenza del settennato dello stesso Einaudi (1954)”.

*****Governo “di minoranza”. Nasce quando un presidente del Consiglio e il suo governo, dopo aver giurato nelle mani del Presidente della Repubblica, si presenta davanti alle Camere, NON ottiene la fiducia della maggioranza in una o entrambe le due Assemblee (oppure ottiene un sostegno solo da un parte delle Camere, restando sotto il quorum della maggioranza assoluta, cioè il 50,1% dei voti in ognuna di essi). In altri Paesi occidentali sono stati, in molti casi la norma: è cioè usuale governare con governi di minoranza e, come sinonimo, vengono definiti anche governi di maggioranza relativa. E’ successo frequentemente in Francia, Danimarca, Svezia, e, recentemente, in Spagna. In Italia la Costituzione (art. 94) prevede che, per entrare in carica, un governo debba avere la fiducia di entrambe le Camere, ma non specifica e quindi non richiede espressamente la maggioranza assoluta dei componenti delle due Assemblee (161 senatori su 320 e 316 deputati su 630), ma si presume che basti ottenere la maggioranza semplice (50,1%), cioè calcolata sui presenti, di entrambe le Camere. Se alcuni deputati e senatori dell’opposizione, dunque, si astengono o abbandonano l’aula può bastare anche la maggioranza relativa (cioè una minoranza di parlamentari) perché l’esecutivo entri in carica. In quel caso il governo è di minoranza. Un governo di minoranza può operare e a legiferare ugualmente sulla base di due condizioni: 1) i partiti di opposizione (o una parte di essi) si astengono o escono dall’aula durante il voto sulla mozione di fiducia; e 2) il Presidente della Repubblica non ritiene, a suo insindacabile giudizio, che un tale governo possa essere sostituito da un altro perché nessun partito o nessuna coalizione può realisticamente disporre di un’altra maggioranza alternativa. Governi “di minoranza” lo sono stati quei governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa il quale toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati.

Nella storia repubblicana è successo a sei governi di entrare in carica come governi di minoranza, cioè senza godere di una maggioranza assoluta in nessuna o almeno in una delle due Camere. Si tratta dei governi Leone I, Leone II, Andreotti III, Moro V, Cossiga I, Fanfani IV, più (dubbio) il IV governo De Gasperi. Vediamoli nel dettaglio:

  • De Gasperi IV (1947). Il IV governo De Gasperi presenta varie particolarità. E’ il primo governo del dopoguerra non più “di Cnl” (vedi alla voce), l’ultimo di quando era ancora in funzione l’attività dell’Assemblea costituente e, dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948, è il I governo della I legislatura repubblicana; è il primo governo che viene incaricato (anzi, reincaricato) dal primo presidente della Repubblica eletto dal Parlamento italiano, Luigi Einaudi, l’11 maggio 1948. Vede, inizialmente, l’appoggio ufficiale di Dc, Pli e indipendenti mentre ha solo l’appoggio esterno di Pri e Psli che entreranno ufficialmente nel IV governo De Gasperi (31 maggio 1947 – 12 maggio 1948) solo a partire dal dicembre 1947. In realtà, non può essere considerato un governo di minoranza perché la Dc e il Pli, durante l’Assemblea costituente, facevano comunque parte dell’arco costituzionale che stava scrivendo la Carta costituzionale, e il concetto di governi di maggioranza e di minoranza ancora non esisteva: infatti, tranne Msi, Pdium e Uomo Qualunque, tutti i partiti dell’arco costituzionale sostenevano i governi dell’Assemblea costituente. Ma dopo la rottura con le sinistre operata da De Gasperi e dopo le elezioni del 18 aprile 1948, Dc e partiti alleati minori centristi godono, per l’intera I legislatura, di un’ampia maggioranza in Parlamento. La Dc, in realtà, potrebbe anche governare da sola, ma preferisce allearsi con i partiti laici minori e, dopo il Pli, a dicembre del 1947, anche Pri e Psli erano rientrati nella maggioranza. Il IV governo De Gasperi apre la stagione poltiica del “centrismo” (vedi alla voce). 
  • Fanfani IV (1962-1963): Guidato da Amintore Fanfani, è un governo tripartito, cioè appoggiato da Dc, Psdi e Pri che resta in carica per un anno e mezzo (485 giorni) tra il 21 febbraio 1962 e il 16 maggio 1963. E’ composto da democristiani, socialdemocratici e repubblicani, ma si regge di fatto sull’astensione dei socialisti. Durante questo governo accadono due fatti rilevanti: il 28-29 aprile 1963 si tengono le elezioni politiche e il 6 maggio 1962 il ministro degli Esteri, Antonio Segni, si dimette perché  eletto presidente della Repubblica. Il IV governo Fanfani è di fatto un anticipazione del centrosinistra che avrebbe governato negli anni successivi.
  • Leone I (1963): è stato anche il primo governo definito “balneare” (vedi alla voce), ma è anche un governo “ponte” (vedi alla voce) in quanto nato a ridosso dell’estate e durato dal giugno al dicembre del 1963 (166 giorni). E’ un monocolore Dc, composto da esponenti della Democrazia cristiana, una soluzione di transizione, presa subito dopo le elezioni del 1963, per preparare il terreno al primo esecutivo repubblicano che, dal 1947 in poi, vede la partecipazione di ministri socialisti e il voto favorevole del Psi. Il governo Leone si regge su soli 255 voti alla Camera: per entrare in carica diventano decisive le astensioni di Psi, Psdi, Pri, Svp. Si di
  • Leone II (1968): fu, in realtà, un altro governo “balneare” (vedi alla voce) per molti versi analogo al precedente. Restò in carica 171 giorni,  tra il 24 giugno e il 19 novembre 1968, anche in questo caso per superare lo stallo successivo alle elezioni dello stesso anno. Si reggeva sulle astensioni dei socialisti e dei repubblicani;
  • Moro V (1976): nato subito prima delle elezioni del 1976, era un monocolore Dc che si basava sull’astensione di Psi, Pri e Pli. Ottenne la fiducia delle Camere, ma durò solo 168 giorni e si dimise per accelerare le procedure di scioglimento anticipato delle Camere in vista delle elezioni politiche del 20-21 giugno 1976;
  • Andreotti III (1976-1978): Venne formato dopo le elezioni politiche del 1976 e, anche in questo caso, si trattava di un monocolore Dc, ma con una maggioranza parlamentare del tutto diversa e assai anomala rispetto alle precedenti. Si reggeva sull’astensione ‘attiva’ dell’intero “arco parlamentare”, detto anche “arco costituzionale” (formato da Pci, Psi, Pri, Psdi, Pli), con le astensioni che superarono, per la prima volta, i voti favorevoli (303 rispetto a 258 e solo 44 contrari, le opposizioni di estrema destra, Msi, e sinistra, Pr e Dp). Fu anche il primo esecutivo a cui il Partito comunista non votò la sfiducia, da quelli dell’immediato dopoguerra in poi. Per queste caratteristiche può essere paragonabile, in modo spurio e con molte cautele, a un governo “di grande coalizione” (vedi alla voce), ma è passato alla storia come “governo della non sfiducia” o “delle astensioni” (vedi alla voce). Durò 590 giorni, dal 29 luglio 1976 al 16 gennaio 1978, e terminò poco prima del rapimento di Aldo Moro che stava per presentare alle Camere il suo nuovo governo. Il rapimento di Moro portò il Pci a entrare esplicitamente nella maggioranza di governo. Il governo Andreotti III si era dimesso perché, dal punto di vista politico, Dc e Pci ritennero che si poteva passare dalla fase della ‘non sfiducia’ a quella della  ‘solidarietà nazionale’, quindi per un dato di fatto positivo. Tra gli altri, era stato considerato positivamente la svolta politica del segretario del Pci, Berlinguer, che in un discorso a Mosca aveva difeso l’autonomia dei singoli partiti comunisti e propugnato una società che garantisca “le libertà personali e collettive, civili e religiose, il pluralismo della vita sociale, culturale e ideale”. Il 19 gennaio 1978 il presidente del Consiglio uscente, Giulio Andreotti, ricevette l’incarico per la formazione di un esecutivo sostenuto in modo aperto da tutto l’arco costituzionale, detto di “solidarietà nazionale”, cioè con la partecipazione attiva dei partiti citati.
  • Cossiga I (1979): nato subito dopo le elezioni politiche del 3-4 giugno 1979, il 4 agosto e rimasto in carica fino al 19 marzo del 1980 (244 giorni), fu il governo che archiviò la collaborazione Dc-Pci degli anni precedenti, spostando verso destra il baricentro. Oltre ai democristiani, alla compagine ministeriale partecipavano anche liberali e socialdemocratici. Si reggeva sull’astensione di repubblicani e socialisti, quindi anticipò il Pentapartito che avrebbe guidato il Paese fino al 1992.
  • La formula del “governo di minoranza” è stata evocata nel 2013 quando, dopo le elezioni del 24-25 febbraio, l’allora segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, chiese a Napolitano un mandato per formare un governo, appunto, di minoranza che si reggesse sulla maggioranza del centrosinistra alla Camera dei Deputati (340 deputati ottenuti grazie al premio di maggioranza insito nel Porcellum) e sulla non ostilità dei 5Stelle al Senato, dove il centrosinistra non aveva la maggioranza dei seggi, ma solo quella relativa, a causa dei premi regionali insiti nel Porcellum. Napolitano negò a Bersani questa possibilità, gli diede solo un pre-incarico, poi congelato e mai più scongelato perché Bersani non riuscì a portargli numeri certi.
  • L’idea di un governo “di minoranza” è tornata attuale anche nel corso di questa, lunga, crisi di governo perché il centrodestra, sia Berlusconi che Meloni e Salvini, hanno chiesto a più riprese di far partire un governo di centrodestra cui, però, circa 50 deputati alla Camera e 20 senatori al Senato, che il centrodestra pensa di trovare “strada facendo”, ma Mattarella finora non ha preso in considerazione la richiesta.

******Governo “di scopo”. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica: il governo di scopo ha, dunque, una guida politica, ma durata breve e obiettivi limitati.  La Treccani in questo caso parla anche di “governo funzionale” o “governo di missione”, termine che ricalca l’espressione francese government de mission usata da Jacques Chirac nella prima dichiarazione ufficiale dopo la sua riconferma alla presidente della Repubblica francese (maggio 1992), il quale disse: «Nei prossimi giorni metterò in movimento un governo di missione, che avrà come unico compito quello di rispondere alle vostre preoccupazioni». Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri scelti su indicazione dei partiti, anche se molti di area, è l’esempio classico di un governo di scopo. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Il ‘governo di scopo’ ha però un carattere politico e non va confuso con il governo tecnico (vedi alla voce).

*****Governo “del Presidente” (della Repubblica) o governo “istituzionale”. In teoria, la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per la natura del suo mandato, guidare governi o anche solo ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica. Il “governo del Presidente” si caratterizza perché l’indicazione del Presidente del Consiglio e dei ministri non arriva direttamente dai partiti ma viene sponsorizzata dal Quirinale insieme ad altri due importanti parametri: la durata dell’esecutivo (necessariamente breve) e la focalizzazione degli obiettivi (limitati) da perseguire. C’è anche chi definisce, soprattutto nella pubblicistica e sui giornali, un tale governo governissimo o “governo istituzionale” (vedi alle voci). Di solito la guida di un tale governo viene affidata ad uno dei presidenti delle due Camere, al presidente della Corte Costituzionale o al governatore di Bankitalia (come nel caso di Ciampi). Più corretto è definire un tale tipo di esecutivo un governo “istituzionale”. Di fronte a una situazione politica difficile e altamente conflittuale il Capo dello Stato affida a una figura istituzionale di alto livello (di solito si tratta del presidente del Senato, ma potrebbe essere il presidente della Corte costituzionale, un suo ex presidente, un senatore a vita, o il presidente di un’alto organo della magistratura amministrativa) il compito di formare un governo (che potrebbe essere definito anche ‘di tregua’ o ‘di decantazione’, vedi alle voci) per salvaguardare e preservare il funzionamento delle istituzioni in attesa che la situazione politica si rassereni e torni la normale dialettica parlamentare. “Governi del Presidente” lo furono di fatto, il governo Pella (1953), sotto la presidenza di Luigi Einaudi, e il governo Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc). Anche il famoso governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, in quanto eterodiretto, di fatto, dal presidente della Repubblica, sempre Gronchi (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari” questi furono governi che ebbero breve durata e che godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono confusi o equiparati al governo tecnico (vedi alla voce). Discorso diverso va fatto per il governo Letta.

*****Governo di “Grande coalizione” (dal tedesco “Grosse Koalition”). La formula è mutuata dal vocabolario politico tedesco, sebbene il più antico modello di governo di ‘grande coalizione’ risalga alla provincia del Canada (1864-1867). La nascita della Grosse Koalition, in Germania, risale al periodo 1966-1969 quando per la prima volta i due partiti antitetici dell’allora Repubblica Federale Tedesca (Rft), la Cdu-Csu e la Spd, governarono insieme guidati dal premier Kurt Georg Kiesinger (Cdu). L’esperimento politico, per quanto funzionante, fu ritenuto, all’epoca, un’eccezione da non ripetersi più in futuro, in quanto i due principali partiti tedeschi e i loro alleati minori si sono ritenuti sempre alternativi, ma nella legislatura 2005-2009 si tornò a un governo di Grosse Koalition con i governi guidati dalla cancelliera Angela Merkel. L’esperimento fu replicato anche nella legislatura 2013-2017 e, dopo le ultime elezioni politiche del 2017, è stato riproposto anche se ci sono voluti sei mesi per vararlo, sempre sotto la guida della cancelliera Merkel. Ogni volta viene stipulato, tra Cdu-Csu e Spd, un “contratto di governo” che prevede, di volta in volta, i punti programmatici dell’intesa, cui si richiama oggi M5S quando parla, per il governo, di “contratto alla tedesca”. In Italia, un governo di Grosse Koalition (larga coalizione) è stato ritenuto il governo Letta (2013-2015) che però viene più comunemente definito “governo di larghe intese” (vedi alla voce).

*****Governo di “larghe intese”. E’ un governo che vede andare al governo forze politiche molto diverse tra di loro, politicamente e culturalmente molto distanti, se non opposte, le quali decidono di governare insieme per affrontare problemi estremamente urgenti come una crisi economica, una crisi politica, una crisi istituzionale o internazionale. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato un “governo di larghe intese”, o di “grosse koalition” (vedi alla voce), ma anche un “governo del Presidente” (vedi alla voce). Il governo Letta nacque dopo il lavoro della Commissione speciale dei 10 saggi (vedi alla voce) imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento, subito dopo la sua rielezione (2013) a Capo dello Stato, a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta viene definito un governo “delle larghe intese”, o in senso spregiativo un “governassimo” (vedi alla voce) perché ha visto il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare al governo con la presenza di loro ministri. Le “larghe intese” erano, però, già, prima che nascesse il governo Letta, una formula politica. Formula che prevedeva l’intesa tra le forze  politiche principali (il centrodestra a guida Berlusconi e il centrosinistra) della II Repubblica per varare riforme istituzionali condivise in grado di cambiare l’assetto della Repubblica. Per ottenere tale obiettivo si operò attraverso i i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95). Tra le proposte della commissione Bicamerale- le quali, peraltro, non arrivarono mai a un voto finale complessivo in Aula – vi era il superamento del bicameralismo perfetto, l’adozione di una nuova legge elettorale, la riforma del Titolo V (rapporto Stato-regioni) della Costituzione e l’adozione di una forma larvata di semi-presidenzialismo. La commissione Bicamerale, presieduta dall’onorevole Massimo D’Alema, non produsse però alcun risultato pratico e le sue raccomandazioni non furono neppure mai sottoposte al vaglio delle Camere perché l’allora leader del centrodestra, Silvio Berlusconi, ruppe con il centrosinistra sul tema della separazione delle carriere dei magistrati. Va ricordato che anche il (fallito) tentativo del governo Maccanico (1995) era nato sotto la medesima impellenza.

*****Governo di “unità nazionale” o di “emergenza nazionale”. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti (o quasi) i partiti dell’arco costituzionale (cioè tutti i partiti antifascisti che diedero vita al Cnl, ranne l’Msi). Da segnalare, dunque, e innanzitutto, che la formula “arco costituzionale” indicava, nella Prima Repubblica, l’adesione ai valori costituzionali e della Resistenza partigiana di tutti i partiti che contribuirono, tra il 1946 e il 1948, a scrivere la Costituzione, cioè quelli che avevano fatto parte del Cnl: Dc, Dl, PdAz-Pri, Pli, Psli-Psdi, Psiup-Psi, Pci. Il termine aveva il preciso intento di porre l’esclusione dell’Msi, che nacque dopo la fine del fascismo e che, pur non essendo mai stato sciolto, si richiamava esplicitamente al regime fascista. Negli anni Settanta la formula ‘arco costituzionale’ si allargò: di fatto, escludeva anche i nuovi partiti di sinistra nati in quella fase come Partito radicale, Dp, Pdup, etc. Tornando alla definizione di base, quella del “governo di unità nazionale”, vi partecipavano partiti anche lontani politicamente tra loro, che però in tali governi sedevano a pieno titolo, cioè con propri ministri, per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Governo di emergenza o di unità nazionale lo fu senz’altro il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria. Governi di emergenza o di unità nazionale lo furono anche i ‘Governi di Cnl’ (1945-1947): dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione (1948). Nel primo caso, i governi Nitti-Salandra, detti anche ‘governi della Vittoria’ (nella I guerra mondiale) si era in epoca pre-fascista, il Capo dello Stato era ancora il Re, Vittorio Emanuele III di Savoia (infatti la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale). Nel secondo caso, nel secondo dopoguerra, c’era già un Capo provvisorio dello Stato, in carica fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), che era Enrico De Nicola (Pli).

****“Governissimo”, “governo di tutti”, “governicchio”. Con tali definizioni, poco appropriate ma assai frequenti nell’uso giornalistico e nella pubblicistica, ma non certo nella prassi costituzionale, si intendono – in modo spregiativo – governi che ottengono un largo consenso, sia politico che parlamentare, ma che vengono considerati, di fatto, ‘un’ammucchiata’ di partiti e gruppi politici lontani tra loro che mirano, sempre nella considerazione della pubblicistica polemica citata, “solo a spartirsi il Potere tra loro”. Curiosità. Da ricordare, rispetto alla formula del “governissimo”, che divenne popolare dopo che fu coniata dal settimanale andreottiano, e ciellino, Il Sabato nel febbraio 1990, che sperava si potesse dare vita a un governo a tre tra Dc, Psi, Pci per ovviare a una formula, quella del pentapartito (vedi alla voce) che appariva logora. Giulio Andreotti, che avrebbe dovuto esserne il premier, si chiamò però subito fuori e disse, sornione: “Non so di cosa parlino i miei amici, o gli amici dei miei amici. Ne ho talmente tanti”. L’ultimo governissimo comunque fu quello guidato da Enrico Letta (2013-2015) o almeno così fu definito dalla pubblicistica nemica, specie di destra.

*****Governo “della non sfiducia” o “delle astensioni”. Venne chiamato così perché la gran parte dei partiti che lo sostenevano appoggiavano il governo con l’astensione o uscendo dall’aula, facendo passare i provvedimenti di quel governo. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno dei due grandi partiti politici allora in campo, la Dc e il Pci, aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, proprio la Dc e il Pci. I due partiti, però, mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo. Era la cd. conventio ad excludendum: si basava sul principio che un partito come il Pci, che dichiarava, storicamente e apertamente, la sua appartenenza al campo comunista internazionale, allora guidato dall’Urss, e al blocco sovietico del Patto di Varsavia non poteva governare un Paese appartenente alla Nato e al blocco occidentale. Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Era, di fatto, un monocolore Dc che vedeva l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI in testa, che fino ad allora aveva sempre votato contro i governi a guida Dc. I partiti che sostenevano il governo – e cioè Dc, Pci e molti altri partiti costituzionali (Psi, Psdi, Pri, Pli) – si astenevano tranne la Dc, che votava a favore. L’Msi votava contro ed era considerato un partito fuori dall’“arco costituzionale”, ma contro votavano anche altri partiti di estrema sinistra (Pdup, Dp e Radicali). I partiti scelsero di operare, invece che al governo, in Parlamento facendo lavorare le commissioni parlamentari che ebbero ruolo cruciale.

****Governo di “solidarietà nazionale”Il IV governo Andreotti (1978-1979), insediatosi pochi giorni prima del rapimento Moro, il 18 marzo 1978, doveva essere il governo che sanciva l’ingresso del Pci nell’area di governo con un voto a favore di tutte le sinistre. Invece, proprio a causa del rapimento e poi dell’omicidio, il 18 maggio 1978, del presidente della Dc, Aldo Moro, il governo si limitò a essere di “solidarietà nazionale”. Vi partecipavano tutti i partiti dell’arco costituzionale (Dc, Psi, Psdi, Pri, non il Pli, che andò all’opposizione, e il Pci che, per la prima volta dal 1947, votava a favore di un governo) e dovette gestire la fase del rapimento Moro e seguenti. Non vide, però, la presenza di ministri del Pci al governo, come doveva essere, nelle intenzioni dello stesso Moro, e venne meno quando la fase di emergenza venne chiusa, anche a seguito delle dimissioni dell’allora Capo dello Stato, Giovanni Leone (Dc), dopo lo scandalo Lockheed. Fu sostituito, alla fine dell’VIII legislatura, dal V governo Andreotti (1979), semplice governo di passaggio verso le elezioni, che tornò a essere sostenuto solo da Dc, Psdi e Pri. Ma l’espressione governo di “solidarietà nazionale” è stata usata anche, più in generale, per indicare governi cui partecipano esponenti di tutti (o quasi) i partiti dell’arco parlamentare quando si tratta di affrontare una situazione politica, economica o sociale particolarmente difficile o travagliata. Da questo punto di vista, i ‘governi di Cnl’ e ‘i governi della Vittoria’ (vedi alla voce) possono essere anche definiti in questo modo.

******Governo di “raffreddamento” o “di tregua” o “di decantazione” o “ponte”. Le diverse definizioni indicano la nascita di un governo che si forma in una situazione particolarmente difficile e durante la quale le forze politiche sono in aperto e acceso contrasto tra di loro: ha lo scopo di gestire l’ordinaria amministrazione in attesa che i partiti si accordino per dare vita a un governo più stabile. La differenza con il governo ‘balneare’ (vedi alla voce) è data dalla maggiore animosità della situazione e del clima politico che ne precede la formazione. Di un governo ‘di tregua’  o ‘di scopo’ si parla proprio in occasione dell’attuale crisi di governo in corso. Infatti, il presidente Mattarella aveva pensato, dopo il terzo giro di consultazioni dell’8 maggio, di dare vita a un governo di tale natura per ‘traghettare’ il Paese almeno oltre l’estate e poi verificare se esistono i presupposti per mantenerlo e cercare di fargli varare la Legge di Stabilità (detta anche manovra di Bilancio) e impedire così due fattori pericolosi: l’aumento dell’Iva e delle accise al 20% che scatterebbero entro fine anno se il governo non provvedesse a evitarle (si tratta delle famose “clausole di salvaguardia” che i governi degli ultimi anni hanno sempre messo a bilancio per poter operare in deficit) e l’esercizio provvisorio dei conti dello Stato che scatterebbe il 31 dicembre 2018 se il governo non riuscisse a varare la legge di Stabilità. Per un simile governo, il Capo dello Stato pensava a una personalità, di natura giuridica o economica, di alto livello e di grande autorità, riconosciuta anche a livello europeo e internazionale, e a ministri di area, possibilmente cioè indicati dai partiti che, tuttavia, non entrerebbero nel governo con ministri politici. In alternativa, il nuovo presidente del Consiglio incaricato si dovrebbe limitare a scegliere ministri tutti tecnici e il governo sarebbe, di fatto, un governo del Presidente (vedi alla voce) che potrebbe anche trasformarsi in un governo di minoranza (vedi alla voce) se i maggiori partiti oggi in Parlamento, segnatamente M5S e Lega, dovessero negargli il loro appoggio. La situazione è molto complicata e lo “stallo” istituzionale (vedi alla voce) è molto alto.

******Governo “neutrale” o “di garanzia“. E’ questa la formula che il Capo dello Stato ha usato, alla fine del terzo giro delle consultazioni del 7 maggio, per definire il governo cui stava per dare vita. Altra due importanti precisazioni: doveva essere un governo a tempo che si sarebbe dovuto dimettere una volta completato l’esame della manovra economica il 31 dicembre e, in ogni caso, se si fosse formata una maggioranza politica diversa dentro il Parlamento. Ma la maggior parte dei partiti (Lega e M5S soprattutto) ha annunciato di non voler sostenere un governo simile che quindi, molto probabilmente, non avrebbe ottenuto la fiducia delle Camere, venendo bocciato, non restandogli altro che portare il Paese alle urne, probabilmente già entro la fine di luglio (la prima data cerchiata in rosso è il 22 luglio) o, al massimo, tra fine settembre e gli inizi di ottobre. Mattarella avrebbe voluto far nascere un tale governo per traghettare il Paese fino al voto e voleva affidare l’incarico di guidarlo a una personalità terza (l’ex giudice della Corte costituzionale Flick o l’attuale presidente, Lattanzi, un ex presidente, Cassese), formando così un governo di tregua o neutrale, definibile anche come  come governo “di scopo” o governo “a termine” (vedi alle varie voci). L’obiettivo del Presidente era di far superare le secche della scrittura del Def, della manovra di Stabilità (la sessione di bilancio si apre, come sempre, il 20 ottobre e va chiusa entro il 31 dicembre) e scongiurare così lo scatto delle clausole di salvaguardia (aumento dell’Iva e delle accise del 20%), oltre che la reprimenda della commissione Ue, e possibili turbolenze dei mercati finanziari, evitare lo spettro dell’esercizio provvisorio dei conti pubblici che scatterebbe dal 31 dicembre in poi. L’altro obiettivo di Mattarella, nel dar vita a un governo del Presidente, sarebbe stato quello di invogliare i partiti in Parlamento alla scrittura di una nuova legge elettorale o di modificare all’attuale Rosatellum.  Esauriti questi compiti, non resterebbero che le elezioni, ovviamente anticipate, ma Mattarella – esclusa in modo secco, anche se per ora solo informalmente, la finestra elettorale di giugno, ma non quella di luglio – non vorrebbe che la legislatura terminasse con un voto anticipato che precluda o interrompa la sessione di bilancio che si apre il 15 ottobre davanti la Ue e il 20 ottobre alle Camere. Quindi, il Capo dello Stato vorrebbe almeno a far completare l’anno a una legislatura che però si chiuderebbe comunque in anticipo con elezioni che potrebbero essere fissate agli inizi del 2019 o, magari, se potesse, in coincidenza con le elezioni europee del 2019 (maggio). Da notare, infine, che anche le due legislature più brevi della storia repubblicana, la XII  (1992-1994) e la XV legislatura (2006-2008) sono durate almeno due anni, mai meno.

***Governo ‘traghetto’. Erano considerati qui governi che, in presenza dell’avvio di una svolta istituzionale molto importante, nascono per ‘traghettare’ il Paese verso il nuovo corso per poi cedere il posto a un Governo politico vero e proprio che attui la svolta. I governi Bonomi (1943-1944), prima dei governi politici di Cnl, e i governi Dc-centristi, prima dei governi di centrosinistra nei primi anni Sessanta, furono governi ‘traghetto’. Anche il prossimo governo, se nascerà su indicazione e richiesta del Capo dello Stato, potrebbe essere un semplice governo ‘traghetto’ per arrivare solo a nuove elezioni.

*****Governo “parlamentare” o “di programma”. Con queste formule si intende definire un governo caratterizzato dal fatto di non avere una precisa e/o compatta base parlamentare, ma che si prefigge il compito di realizzare il proprio mandato giovandosi, a seconda delle circostante, dell’appoggio di questo o di quel partito all’opposizione, promuovendo in cambio di tale appoggio favori o misure politiche consistenti.

*****Governo “politico. E’, o dovrebbe essere, la norma. Con tale definizione si intende un esecutivo sostenuto da forze politiche che in Parlamento configurano una maggioranza in grado di assicurare il voto di fiducia nelle due Camere.

******Governo “tecnico”. La definizione di governo tecnico sta a sottolineare che il presidente del Consiglio e/o i ministri vengono scelti per le competenze professionali e non in base all’appartenza ad uno schieramento politico. Viene varato, di solito, in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese. Accadde, in parte, durante la crisi economica del 1992-’93, con i governi Amato e Ciampi, e dopo la rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995), con il governo Dini (1995-1996), il primo vero governo tecnico della storia repubblicana. Il secondo governo tecnico,  a causa della crisi finanziaria e politica del 2011, sorse quando nacque il governo Monti (2001-2013). Il Governo Dini (1995-’96) era nato su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Entrambi godettero del sostegno attivo dei partiti in Parlamento (praticamente tutti) ma senza ministri politici, soltanto tecnici. Il governo Amato (1992) e il governo Ciampi (1993), pur sostenuti dai partiti e con ministri indicati da loro stessi, si può dire che ebbero più un profilo tecnico-istituzionale che di governi ‘tecnici’ veri e propri anche se, nel caso di Amato, si trattava di un giurista (ma a lungo impegnato in politica nella fila del Psi) e nel caso di Ciampi di un premier che, per la prima volta nella storia italiana, non era un parlamentare. Presidente della Repubblica, in entrambi questi ultimi casi, era Oscar Luigi Scalfaro. Nei governi tecnici, nella Prima Repubblica governi ‘traghetto’ o governi ‘ponte’ (vedi alla voce), veri e propri non solo il premier, come nei casi di Dini (ministro del Tesoro di Berlusconi ma ex funzionario di Bankitalia) e di Monti (ex commissario Ue e professore alla Bocconi), ma anche tutti i ministri sono scelti tra personalità di alto livello (economisti, avvocati, giuristi, dirigenti d’azienda, etc): sono, cioè, di natura tecnica e non politica. L’impasse politica che porta a formare un governo tecnico il costituzionalista Fabrizio Politi la spiega così nel suo Libro dell’anno del diritto 2013, quando descrive una duplice e peculiare situazione: «Impossibilità di realizzare una maggioranza politica in Parlamento e contemporanea necessità di affrontare situazioni di particolare difficoltà o emergenza che sconsigliano il ricorso alle urne». L’antitesi fra governo tecnico è politico è, comunque, soltanto apparente, come ancora una volta avverte Politi, «perché in realtà tutti i governi sono politici, cioè portatori di determinate opzioni valoriali».

*****Governi “non eletti”L’uso è assai frequente nella pubblicistica di parte e nella propaganda diretta alcuni partiti politici (Lega e M5S ora, Forza Italia in passato) che hanno così preso di mira soprattutto i governi squisitamente ‘tecnici’ (Berlusconi e la Lega contro il governo Dini, Lega e M5S contro il governo Monti, ma anche Berlusconi, dopo, che pure quel governo appoggiò a livello parlamentare, votandogli la fiducia), lasciando così intendere che, nella storia italiana, ci siano stati esecutivi “scelti” dagli elettori e governi “non scelti” dai medesimi elettori come se il meccanismo di formazione di un governo derivasse da un voto popolare diretto. Ma così non è: l’Italia è una repubblica parlamentare, non presidenziale, e anche se, nella Seconda Repubblica, alcune leggi elettorali (segnatamente il Porcellum) indicavano il “capo” di ogni coalizione che si presentava agli elettori, è evidente che il dettato costituzionale  prevede che i governi nascano (e muoiano) in Parlamento. Insomma, si tratta di una mistificazione. L’articolo 92 della Costituzione è chiaro: è il presidente della Repubblica a nominare il presidente del Consiglio, i cittadini eleggono solo i parlamentari delle due Camere.

Giorgio Napolitano

L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo studio al Quirinale

 

9. Alcune formule politiche ricorrenti nella storia della Repubblica e dei partiti.

***”Ago della bilancia”. L’espressione si usava in riferimento a un leader (o a un partito) che, nell’ambito della Prima Repubblica, faceva da ago della bilancia negli equilibri politici di governo. L’espressione fu spesso riferita, a partire dalla fine degli anni Settanta, alla posizione e alla politica del Psi di Bettino Craxi che si collocava come elemento di equilibrio decisivo tra Dc e Pci al centro del panorama politico, fautore di scelte accortamente svincolate da ogni rigidità di schieramento: al governo del Paese  con la Dc, ma al governo di numerose Regioni, Province e Comuni insieme con il Pci.

****”Astensione benevola” (o “benevolenza critica”) Formula cervellotica ipotizzata da Forza Italia per prendere le distanze dal governo gialloverde Lega-M5S, ma assicurare allo stesso tempo la sua partenza. L’espressione è stata coniata da Giovanni Toti, governatore della Liguria ed esponente di FI ma molto vicino a Salvini e alla Lega –  è destinata a entrare di diritto nei manuali di storia politica come la versione moderna delle convergenze parallele e delle maggioranze variabili della Prima Repubblica. La “benevolenza critica” è una variante ancora meno comprensibile del termine precedente presentata nella stessa occasione da diversi esponenti berlusconiani. L’affermazione nasce il 9 maggio 2018 grazie a un intervista di Giovanni Toti a Rai Radio 1: “Ho sentito Berlusconi stanotte” – spiega il governatore della Liguria – “Il tema è che Lega e M5S hanno i voti per un accordo di governo, a cui Forza Italia non parteciperà con un appoggio esterno. Il che non vuol dire che non si possa guardare a questa esperienza di un nostro socio strutturale da 20 anni con critica benevolenza, una sorta di astensione benevola“. Il governatore ligure, già direttore di Studio Aperto (Mediaset), in realtà, di aggettivi per descrivere la posizione di Forza Italia ne usa due: «Benevola astensione critica». Formula barocca ma almeno con qualche senso, sconfinando la semplice «astensione critica» nella tautologia. Berlusconi non negherebbe il voto di FI al governo Salvini-Di Maio o del loro «terzo uomo», ma non rompe l’alleanza «storica» con la Lega.  Ma anche l’astensione benevola ha un suo illustre precedente nella storia repubblicana. «Il segretario del Pri Giovanni Spadolini ha tra l’altro ricordato che l’astensione critica tenuta dal suo partito nei confronti del governo Fanfani venne imposta dall’intima contraddizione fra l’originario programma governativo e quello che poi fu concretamente approvato dai quattro partiti della coalizione». Astensione critica, dunque, ma anno domini il 1983, quando Luigi Di Maio non era nato e il 32% lo faceva la Dc.

****CaminettoL’immagine di calore (e del fuoco) riecheggia incontri e conversazioni informali tra uomini politici. In tempi recenti è stata utilizzata in modo dispregiativo nell’ambito del Pd come sinonimo di inciucio in riferimento a decisioni prese da élite ristrette: non a caso durante la sua segreteria Matteo Renzi ha del tutto bandito i caminetti come luogo di incontro dei capi corrente. D’altronde, all’uscita di scena di Renzi, il reggente Maurizio Martina ha subito ripristinato l’antica consuetudine.
Nell’accezione dispregiativa il notista politico Alberto Leiss ricorda di aver sentito parlare per la prima volta di caminetto ai tempi della svolta del Pci Bolognina (’89-’91), «quando la contesa sul cambio del nome del partito stava precipitando nella conta dei sì e dei no». L’obiettivo, del tutto nobile, di trovare un accordo unitario però non bastò ad evitare che il termine diventasse presto sinonimo di «pratica orribilmente consociativa» sviluppata «alle spalle del popolo di militanti, attivisti, elettori». Simona Colarizi, docente di storia del sistema politico e dei partiti all’università di Roma La Sapienza, ha scritto: (quelli del caminetto) “sono incontri tra i maggiorenti di una forza politica che non vogliono confrontarsi con il resto del partito o non vogliono aprire la discussione a un dibattito pubblico”.  Ma l’uso del termine rimonta agli anni Sessanta e Settanta, quando i big democristiani solevano tenere vertici segreti e ristretti in una piccola sala collocata subito a destra dell’ingresso nella sede della Dc di via della Camilluccia dove c’era appunto un camino. Molti governi dell’Italia repubblicana e diversi Consigli d’amministrazione della Rai sono nati proprio lì.  A distanza di vent’anni dalla Bolognina di Achille Occhetto (1989) fu la segreteria Pd di Walter Veltroni a riabilitare i caminetti, intesi sempre come riunioni informali dei big e addirittura citati e confusi dai media come sinonimo di riunioni del direttivo. C’è anche la data precisa della loro nascita. È lo stesso Veltroni ad annunciarla nel novembre 2007, ad un mese dalla sua investitura a segretario. Veltroni parla di un caminetto della durata di due giorni da tenersi entro metà gennaio del nuovo anno che – scriveva l’allora quotidiano della Margherita Europa – «dovrà riunire tutti i componenti dell’esecutivo e i segretari regionali, per approfondire la conoscenza dei dirigenti del Pd e definire il calendario del nuovo anno, quel 2008 definito dallo stesso Veltroni come l’anno delle riforme».
In realtà il primo caminetto si tiene agli inizi di dicembre del 2008, come rivela Europa il 4  dicembre, spiegando che nel Loft di piazza Sant’Anastasia c’è stato un vertice dei big «destinato a riunirsi ogni volta che la situazione lo richiederà». Successivamente i caminetti si ripeteranno per favorire l’incontro, attraverso i big, di tutte le correnti, sebbene si tenda a bandire il termine “correnti” in senso classico e si preferisca il riferimento ad associazioni e a fondazioni. Ben presto però si avverte l’ingombrante imbarazzo per l’esistenza di una struttura non formalizzata. Tant’è che già nel maggio 2008, dopo la sonora e imprevista sconfitta alle Politiche di aprile che vede il ritorno a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, Veltroni prospetta un nuovo equilibrio di poteri e giura: «Scompariranno i caminetti, resi necessari dall’emergenza, verrà rinnovato l’esecutivo, partirà a breve il Governo Ombra». Ma dato che in Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e a dispetto delle promesse – si era prospettata anche l’ipotesi di un coordinamento affidato a dieci dirigenti – i caminetti sopravvivono, creando ulteriori motivi di tensione. A dicembre, ad esempio, Arturo Parisi declina pubblicamente l’invito sottolineando ai colleghi di partito che il caminetto non è un organismo deputato a legittimare il confronto interno e ad assumere le decisioni. Poco male, a febbraio 2009 finisce la segreteria Veltroni ma i caminetti, per quanto si facciano più rari, non si spegneranno mai. Né con Dario Franceschini, né con Pierluigi Bersani.
Da osservare che il termine prevalentemente resta confinato all’interno del campo democratico e progressista. Raramente lo si trova usato in maniera bipartisan. Mai si parla di caminetti del centrodestra a Palazzo Grazioli, anche qualche precedente assai sporadico esiste.  Molto diversa è l’accezione con cui la parola fu abbinata ai discorsi di Franklin Delano Roosevelt che sin dal primo giorno alla Casa Bianca si prefisse l’obiettivo di mantenere ogni settimana un canale comunicativo aperto con i cittadini americani: era la primavera del 1933 e gli Stati Uniti affrontavano la grande depressione. Al giorno d’oggi sopravvive quella forma di comunicazione. Prima con i video messaggi tv e poi attraverso i social, il canale diretto è diventato quello preferito dai politici, anche perché li esenta dalla mediazione giornalistica e da domande scomode” (la voce “caminetto” è tratta dal “Dizionario della crisi” di Corrado Castiglione su IlMattino.it).

****“Comitato di conciliazione”. Nel programma di governo, ormai arrivato alla stesura finale, tra Lega e M5s il primo paragrafo è intitolato “Il funzionamento del Governo e dei Gruppi Parlamentari”. Oltre all’impegno di cooperazione tra i due gruppi si introduce il concetto del Comitato di conciliazione. La novità viene spiegata così: “Qualora nel corso dell’azione di governo emergano diversità per quanto concerne l’interpretazione e l’applicazione del presente accordo, le parti si impegnano a discuterne con massima sollecitudine e nel rispetto dei principi di buona fede e leale cooperazione. Nel caso in cui le diversità persistano, verrà convocato un Comitato di conciliazione”.Quando ce ne sarà bisogno quindi, anche in caso di problemi che esulano dai punti del programma, le azioni in merito verranno sospese per dieci giorni per dare modo al Comitato di potersi riunire ed esprimere. Il Comitato di conciliazione andrà a deliberare nel momento in cui verrà raggiunta una maggioranza pari ai due terzi dei componenti. Del comitato di conciliazione faranno parte: il Presidente del Consiglio dei Ministri; il capo politico del M5S e il Segretario federale della Lega; i Presidenti di gruppo parlamentare di Camera e Senato delle due forze politiche; il ministro competente per materia. Sempre il Comitato in questione sarà competente, dopo aver analizzato con attenzione i rapporti tra costi e benefici, nell’esprimersi sulle grandi opere pubbliche non menzionate nel programma. Il comitato di conciliazione, in realtà, nell’ultima versione del contratto di governo, è stato molto sfumato e annacquato. Le critiche. L’istituzione del Comitato di conciliazione ha infatti subito sollevato diversi dubbi e  critiche. Esponenti del M5S si sono subito affrettati a gettare acqua sul fuoco, sottolineando come alla fine si tratti di un organismo molto simile al già esistente Consiglio di gabinetto. La paura maggiore da parte dei critici è che in questo modo venga del tutto svuotata di significato la funzione del Parlamento, che potrebbe essere relegato a un ruolo di mero ratificatore delle decisioni prese dal Comitato. Alcuni hanno parlato anche di un “organismo para-istituzionale” che non avrebbe precedenti nella storia del nostro Paese, tanto da invocare un intervento del Presidente Sergio Mattarella a cui spetta sempre l’ultima parola sulla formazione del governo.

**”Commissione dei saggi”. Nel 2013, dopo le elezioni politiche del 24-25 febbraio, l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano nominò, per ovviare all’inconveniente causato dal protrarsi di consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima commissione (una alla Camera e una al Senato) per scrivere il Def (vedi alla voce) e una seconda commissione, ancora e ben più ‘speciale’, di 10 membri (o ‘saggi’), presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello, per approntare una riforma della Costituzione. Forti furono i dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una commissione Bicamerale di riforma della Costituzione senza aver seguito le necessarie e obbligatorie procedure per istituirla. La Commissione dei 10 saggi fu in realtà il modo che Napolitano escogitò per uscire dall’impasse del pre-incarico affidato a Bersani, allora leader del Pd e del centrosinistra. Incarico che era stato “congelato” dal Capo dello Stato il 30 marzo perché, secondo Napolitano, Bersani non aveva portato al Colle numeri sufficienti (il problema, in quel caso, era al Senato) per lo ‘scongelamento’ dell’incarico. Napolitano, rimarcato che “il nostro Paese è rappresentato dalla operatività del governo tuttora in carica, benché dimissionario e peraltro non sfiduciato dal Parlamento”, cioè il governo Monti, in carica dal novembre 2011, anche se il premier – nominato senatore a vita da Napolitano – aveva fondato un suo partito, Scelta Civica, e si era presentato alle elezioni. “E così Napolitano, il 30 marzo 2013, concluse il suo settennato con due clamorose innovazioni nella prassi – racconta e ricostruisce Fabrizio D’Esposito su FQ Millennium – resuscitando il governo tecnico dimissionario della precedente legislatura (quello Monti, ndr.) e colmando il vuoto dello stallo provocato dal fallimento di Bersani con l’investitura di dieci saggi ‘facilitatori’ al fine di “sbloccare una situazione politica irrigidita in posizioni inconciliabili”, come disse in una nota. Si trattò di una sorta di pre-incarico (vedi alla voce) ‘collettivo’ per preparare un governo di scopo (vedi alla voce) del Presidente anche perché, in quella fase, il Capo dello Stato non aveva a disposizione la ‘solita’ arma di pressione sui partiti: la minaccia dello scioglimento anticipato del Parlamento. A impedirlo – seguita D’Esposito – c’era il semestre bianco (vedi alla voce), come viene chiamata la fase finale (gli ultimi sei mesi su un arco di sette anni) del mandato presidenziale. I dieci saggi dovevano preparare un programma di governo, buono sia per un incarico all’ultimo momento da parte di Napolitano sia per un eventuale e futuro inquilino del Colle. La fine della storia è nota. Nelle due settimane seguenti, il Parlamento non riuscì ad eleggere il successore di Napolitano, tra affondamenti delle candidature di Franco Marini e Romano Prodi da parte del Pd e indisponibilità degli altri partiti a convergere su un nome avanzato dal centrosinistra (i 5Stelle volevano Rodotà, il centrodestra Giuliano Amato) e tutti i partiti andarono in pellegrinaggio da Napolitano per chiedergli un bis. L’ex comunista, allievo prediletto di Giorgio Amendola, alfiere della ‘destra’ storica interna al Pci, e poi esponente di spicco del Pds-Ds-Pd, venne rieletto il 20 aprile a Capo dello Stato e, come suo primo atto, e il 24 aprile nominò, a capo di un governo di larghe intese (vedi alla voce), più politico che tecnico, Enrico Letta, allora vicesegretario del Pd, ma stavolta con un mandato pieno, e non dimezzato come quello  a Bersani. Letta insediò una  nuova commissione di saggi, questa volta 35, extra ordinem, nel programma di governo”. Da notare che l’incarico bis di Napolitano, dopo il primo mandato presidenziale (2006-2013), fu il primo e unico caso, finora, di un rinnovo di mandato di incarico a un capo dello Stato. Napolitano si dimetterà a gennaio 2015 e, al suo posto, arrivò Mattarella.

***Contratto alla tedesca“. Per M5S è un accordo programmatico tra le forze politiche che si impegnano a governare insieme, un documento dove inserire tutte le riforme da approvare. Dopo aver preso atto della necessità di un’alleanza, all’inizio di aprile Di Maio ha proposto l’iniziativa sul blog dei Cinque Stelle. «Proponiamo un contratto di governo come quello che viene sottoscritto dalle principali forze politiche in Germania dal 1961. È un contratto in cui scriviamo nero su bianco, punto per punto, quello che vogliamo fare, dove si spiega per filo e per segno come si vogliono fare le cose e in quanto tempo. Dentro si inseriscono tutti i dettagli delle cose che si devono fare, si firma davanti agli italiani e poi si realizza. Quello che c’è scritto è ciò che il governo si impegna a fare». Un contratto di governo alla tedesca è dunque la proposta che Luigi Di Maio e il M5S hanno proposto alla Lega o al Pd, in modo indifferente (bastava che il primo dei due rispondesse positivamente per siglarlo: alla fine lo ha fatto la Lega mentre il Pd ha rifiutato anche solo di sedersi al tavolo per discuterlo) già dal primo giro di consultazioni con il Capo dello Stato per la formazione di un nuovo governo. Sul blog del Movimento la formula è apparsa, per la prima volta, il 4 aprile scorso in una lettera aperta dello stesso Di Maio, Con tale proposta, il leader ha annunciato di voler adottare la formula di governo che ha caratterizzato la carriera politica di Angela Merkel, cancelliera della Germania. Ma cos’è veramente il contratto alla tedesca? Si tratta di una formula politica che si presta a ben operare all’interno dei sistemi in cui i primi partiti difficilmente hanno i numeri per governare da soli. In Germania è dal 1961 che, all’indomani delle elezioni, le forze politiche che ambiscono a governare siglano un “Koaltionsvertrag”, un vero e proprio accordo contrattuale in cui mettono nero su bianco gli obiettivi condivisi e i tempi con cui possano essere raggiunti. Sul piano teorico l’adozione di questa formula mira a rafforzare il sistema democratico specificando con chiarezza cosa si voglia fare ed entro quali tempi, mettendo così il cittadino nelle condizioni ideali per comprendere se i decisori abbiano mantenuto la parola data, una volta terminato il loro mandato. In caso negativo questi verranno verosimilmente bocciati dalle urne. Nei fatti, però, i giochi sono molto più complicati. Prendendo in mano tanto l’ultimo Koalitionsvertrag, siglato dalla Cdu-Csu e dalla Spd (partito che, va sottolineato, ha fatto votare i suoi iscritti prima di firmarlo mentre la Cdu non lo ha fatto), dopo sei mesi di trattative per formare il nuovo governo, e guardando alla maggior parte di questo tipo di documenti redatti in Germania negli ultimi 50 anni è evidente come i contenuti siano sempre piuttosto generici. Si tratta di una serie di direttive che i nuovi governanti si danno, senza però specificarne i passaggi esecutivi. Il documento, inoltre, non prevede nessuna forma coercitiva né per i ministri né per i parlamentari. Saranno gli elettori a doverli casomai punire, con il voto. Nella prassi un Koalitionsvertag è il prodotto delle trattative tra partiti accomunati dall’incapacità numerica di governare da soli. Si tratta dunque di un compromesso frutto del risultato di una strategia figlia di lunghe trattative che Angela Merkel definisce “del dare e del ricevere”. I partiti che meglio si prestano all’adozione di questa formula sono quelli meno permeati dall’ideologia come nel caso della Cdu della Merkel. La lettera di Di Maio ricalca questo approccio: “Vogliamo mettere al centro i temi, cioè le soluzioni per il Paese”. Un’alleanza con Lega o Pd, spiega infine Di Maio, non sarebbe un tradimento bensì qualcosa fatto “esclusivamente nell’interesse della gente”. Ma proprio perché permeato dalle persone che lo siglano il contratto alla tedesca non è neanche lontanamente garanzia di successo e stabilità ma presenta una larga gamma di incognite

******”Convergenze parallele“. Le “convergenze parallele” è una delle più note espressioni della lingua politica italiana, è entrata nel lessico politico tradizionale e, come si usa dire, nel politichese, eppure è frutto di errori, fraintendimenti e cattive interpretazioni storiche. Già l’attribuzione ad Aldo Moro è quantomeno dubbia, almeno a livello testuale, ma di certo, con essa, nel passare degli anni, si è andata a stratificare un’interpretazione del tutto errata. Si vuole indicare, ormai da tempo, con “convergenze parallele” la traiettoria politica che avrebbe dovuto portare a un’intesa tra forze democratiche ma tradizionalmente distanti e opposte: la sinistra italiana, Pci in testa, e la Dc, confondendo così l’espressione con quella di “compromesso storico” (la teoria di Berlinguer) e con il periodo della  “solidarietà nazionale” (i governi Andreotti).  Si tratta, invece, di un’espressione solo in minima parte formulata da Aldo Moro nel 1960, ma in realtà invenzione di Eugenio Scalfari, allora giornalista del settimanale L’Espresso.  L’equivoco nasce  da un discorso pronunciato da Moro al congresso di Firenze della Democrazia Cristiana del 1959, inerente alla politica delle alleanze. L’affermazione secondo cui “in tale direttrice diviene indispensabile progettare convergenze di lungo periodo con le sinistre, pur rifiutando i totalitarismo comunista” ha dato spunto al concetto e alla proposta politica delle “convergenze parallele”La locuzione è considerata un’epitome della carriera politica di Moro (sempre rivolta alla ricerca del compromesso), tanto da aver dato titolo persino a dei libri dedicati a lui. In realtà, a tutt’oggi non è chiaro se Moro abbia pronunciato effettivamente l’espressione: alcuni (tra cui Corrado Guerzoni, stretto collaboratore e biografo di Moro, e Mino Martinazzoli, suo ex collega di partito) ne considerano l’attribuzione a Moro niente più di una leggenda urbana. Moro parlava, appunto, nel 1959 e poi nel 1960; si riferiva alla collaborazione con partiti che non facevano parte dell’area di governo (Dc+alleati laici minori) e, innanzitutto, al Psi, che dal 1956 portava avanti una politica autonomista, dopo aver abbandonato quella frontista ed essendosi nettamente distaccato dal Pci oltre che dall’influenza dell’Urss. Il termine specifico di «convergenze parallele» è stato coniato, invece, come detto sopra, da Eugenio Scalfari in un articolo pubblicato sul settimanale L’Espresso il 24 luglio 1960 mentre Aldo Moro si era limitato a parlare, nel congresso di Firenze del 1959 e poi in un comunicato stampa uscito il 16 luglio 1960,  solo di «convergenze democratiche» da ricercare, da parte della Dc, verso il Psi e verso altri partiti.  L’accostamento dei due termini è  un ossimoro, dal punto di vista linguistico: per la geometria euclidea due rette parallele non possono mai convergere. Proprio per questo l’espressione è usata in politica per indicare che due partiti convergono su alcuni punti programmatici mantenendo una sostanziale distanza nella linea politica generale. Ovviamente, nel seguito della storia politica repubblicana, l’espressione “convergenze parallele” ha avuto un’enorme fortuna e, anche se a sproposito, viene usata anche oggi.

*Conventio ad excludendum. Si intende con questo termine l’accordo raggiunto nel 1948 tra i partiti centristi (Dc e partiti laici minori) del sistema politico italiano con il quale si escludeva pregiudizialmente ogni tipo di coalizione di governo con i partiti delle sinistre. Tale intesa, derivante da una contingenza internazionale (la cd. guerra fredda) tendeva ad escludere nei Paesi al di qua della «cortina di ferro», ogni ingerenza di partiti socialisti o comunisti, che potesse creare avamposti occidentali del sistema sovietico. In conseguenza della conventio ad excludendum nel nostro Paese si è creata una situazione di democrazia bloccata nella quale è caduta ogni possibilità di alternanza al governo.  L’espressione, nel linguaggio politico italiano, non venne però coniata negli anni del centrismo, ma negli anni Settanta dal giurista e poi anche uomo politico Leopoldo Elia, il quale  faceva riferimento al rifiuto di alcune forze politiche, sostanzialmente quelle che diedero vita al centrismo (Dc, Psli, Pri, Pli e, dopo, anche durante il centrosinistra, il Psi) di includere il Pci in una coalizione di governo temendone il legame con l’Urss e il patto di Varsavia. In realtà, non solo il Pci, ma anche l’Msi era escluso dalla possibilità di entrare in una coalizione di governo, anche se in diversi casi i voti dell’Msi (e del Pdium, i monarchici) furono decisivi per far nascere alcuni governi, specie se monocolori Dc. Il  periodo di  “quarantena” del Pci si concluse parzialmente, dopo le elezioni politiche del 1976, quando nasce il III governo Andreotti, detto “governo della non-sfiducia” (vedi alla voce), e il IV governo Andreotti, detto della “solidarietà nazionale”, per poi riprendere subito dopo la morte di Aldo Moro con i governi del pentapartito che peraltro includevano, come quelli di centrosinistra degli anni ’60-’70, anche il Psi. In ogni caso, per tutta la durata della Prima Repubblica, nessun governo ebbe ministri o sottosegretari del PCI, i cui rappresentanti – ma solo post o tardivi – entrarono per la prima volta ufficialmente in un governo solo nel I governo Prodi nel 1996 quando il PCI si era ormai già trasformato, e da molti anni, in Pds. Riporto qui, per inquadrare il tema, il commento della storica Simona Colarizi in Storia politica della Repubblica (1943-2006), Laterza (Bari, 2006): “Nel 1948, per quanto riguarda la frattura internazionale, a favore dell’alleanza con gli Stati Uniti si pronunciano tutti i partiti politici italiani, a esclusione del Pci e del Psi (e dell’Msi che però si allinea subito dopo allo schieramento occidentale). Eppure, mentre i neofascisti dichiarano apertamente di puntare alla costituzione di un regime dittatoriale, i comunisti, malgrado il legame con Mosca, rivendicano la loro fedeltà alla Repubblica democratica che hanno contribuito a fondare. Tra le forze politiche democratiche e filoatlantiche si viene così a stabilire una sorta di conventio ad excludendum che comporta un’esclusione di principio dall’area del governo: l’ingresso è vietato ai partiti schierati con l’Urss perché essi potrebbero, in teoria, operare per rompere il vincolo atlantico e spostare l’italia nell’area di influenza sovietica; ma non possono far parte degli esecutivi neppure i missini di cui si temono le manovre per destabilizzare le istituzioni democratiche. Questo veto è alla base di una ulteriore peculiarità del sistema italiano in quanto, per i successivi 45 anni, l’area della rappresentanza non coinciderà mai con l’area dei partiti legittimati a governare. Vale a dire che c’è una parte consistente della classe politica alla quale è consentito sedere in Parlamento, ma non sui banchi del governo”.

*****Correnti (politiche). Ogni partito, in ogni epoca e in ogni sistema politico, ha le sue ‘correnti’, e cioè le sue aree interne, a volte così forti e potenti da diventare, prima o poi, a loro volta un partito autonomo o tali da condizionarne la linea. Vediamo le principali correnti, partito per partito, limitandoci naturalmente ai partiti politici principali.

*****Dc. Nella Dc, partito-cardine della Prima Repubblica, le correnti principali erano queste: sinistra Dc, detta anche corrente ‘di Base’, Dorotei, Morotei (legati al presidente Moro), corrente del Golfo o Grande Centro, Forze Nuove (area di sinistra sociale fondata da Carlo Donat Cattin), e molte altre minori. I Dorotei, negli anni Sessanta, costituirono l’anima più rappresentativa della Dc. Si chiamavano così perché nel 1959 si erano riuniti nel convento di Santa Dorotea per dare vita alla scissione dalla prima grande corrente maggioritaria della Dc (Iniziativa democratica) al fine di sfiduciare l’allora segretario, Amintore Fanfani. Erano più cauti nell’approccio al Centro-Sinistra e più attenti alle ragioni sia delle gerarchie ecclesiastiche che delle associazioni imprenditoriali.
Ai Dorotei aderivano Aldo Moro, Mariano Rumor, Antonio Segni, Paolo Emilio Taviani. Più tardi gli amici di Moro si distaccheranno dai Dorotei, assumendo una posizione autonoma nel partito con una linea politica sempre più orientata verso la sinistra e dando vita a una nuova corrente (i Morotei, appunto) alla quale apparterranno fra gli altri il futuro segretario Benigno Zaccagnini e Luigi Gui.

Tra le curiosità riscontrabili nel vasto e variegato mondo delle correnti della Dc c’è senz’altro quella dei Pontieri. Negli anni Sessanta, anni dello strapotere democristiano furono una corrente che ebbe un ruolo prezioso nella Dc. Nacquero nel 1967 come costola della corrente dei Dorotei grazie al ministro Paolo Emilio Taviani, ponendosi l’obiettivo di creare un ponte tra la maggioranza del partito e le sue correnti di sinistra.
Nei complessi equilibri di quel grande partito anche una componente così minoritaria come quella dei Pontieri riusciva a far sentire il proprio peso. La storia dei Pontieri però non finisce qui: la definizione viene ripescata venti anni dopo quando, nelle accese dispute interne alla Dc intorno al discusso doppio incarico di Ciriaco De Mita (segretario e presidente del Consiglio dei ministri), alcuni amici dell’esponente irpino come Filippo Maria Pandolfi e Giuseppe Zamberletti provarono a ricucire tra centristi e sinistra.

***PSI.

***PCI. 

****Partiti laici minori. 

(WORK IN PROGRESS…)

****Diarchia. L’utilizzo del termine si è diffuso nel corso degli anni Ottanta per indicare l’indiscussa supremazia che  esercitarono Dc e Psi attraverso i due storici leader Ciriaco De Mita e Bettino Craxi. Fu Achille Occhetto a sdoganare la parola diarchia, nel 1988, o meglio fu il quotidiano La Repubblica ad attribuire all’allora segretario del Pci, Achille Occhetto, l’uso della parola in un titolo tra virgolette («Il pentapartito è una diarchia»). Ma leggendo l’articolo del notista politico, Giorgio Rossi, ci si rende conto che le cose andarono diversamente. Il virgolettato preciso dell’attacco di Occhetto era questo: «Se si va avanti così si rischia di logorare la democrazia sulla quale già si poggia la cappa opprimente di un nuovo doroteismo, di un patto consociativo e di potere fra Dc e Psi». Poi fu Rossi a proporre l’esegesi: «Parlando di patto consociativo, Occhetto si riferisce, non al puro e semplice accordo di governo fra Dc e Psi, ma a quel consolato, a quella Diarchia di cui si comincia a parlare con evidente malessere nelle segreterie dei partiti».
Tensioni che Occhetto condivideva a distanza con gli altri protagonisti del pentapartito: Renato Altissimo (Pli), Giorgio La Malfa (Pri) e Antonio Cariglia (Psdi). Siamo nel dicembre del 1988, poco meno di un anno prima che ufficialmente la diarchia De Mita-Craxi – piena di «improvvisi e reiterati assalti, l’un contro l’altro, dei due segretari» scrive Rossi – abbia fine con la duplice caduta del leader irpino, a febbraio 1989 da segretario della Dc (gli subentrerà Arnaldo Forlani) e poi a luglio da presidente del Consiglio (farà strada a Giulio Andreotti). Ma l’inizio sostanziale della diarchia tra Dc e Psi va fatto risalire ai primi anni Ottanta. A maggio del 1982, Ciriaco De Mita viene eletto segretario della Dc e nell’agosto del 1983 nasce il governo Craxi, considerato figlio del cosiddetto patto dell’alternanza perché secondo indiscrezioni avrebbe contemplato una staffetta fra i due leader a metà legislatura. La Dc viaggia ai minimi storici: a giugno 1983 perde il 5,4% alla Camera e addirittura il 6,9% al Senato. L’anno successivo subisce il clamoroso e storico sorpasso dal Pci alle Europee, ma l’accordo col Psi le dà garanzia ancora di un largo e diffuso potere nella macchina politica e amministrativa del Paese.
Poi arriva il 1986 e Craxi, che in pubblico non aveva mai ammesso l’esistenza di un accordo ed era sempre rimasto nel vago, nel corso di una storica intervista in diretta Rai con Giovanni Minoli, nega l’ipotesi di un avvicendamento. E pare che all’uscita dagli studi televisivi abbia sbottato: «Così abbiamo liquidato la staffetta». È l’inizio della fine: De Mita fa cadere il governo nella primavera del 1987. Si va ad elezioni anticipate e, dopo un brevissimo incarico a Giovanni Goria, è il leader irpino a conquistare Palazzo Chigi. Non senza tensioni perché Craxi continuerà la guerra spalleggiato dai due avversari interni di De Mita, Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani, nel segno del Caf (vedi alla voce), il patto di governo stabilito tra Craxi (C) – Andreotti (A) e Forlani (F). 
Un bel po’ di anni dopo, nel 2000, De Mita svelò al Corriere della Sera i retroscena del patto della staffetta: «Ci incontrammo in un convento di suore sull’Appia Antica. Proposi a Craxi di guidare il governo perché era l’unico compromesso possibile. Lui fu stupito dell’offerta. E allora rilanciò: metà del tempo a me, metà a te. Risposi facendo notare che non si trattava di una questione personale, ma della Dc. Il cambio della guardia avrebbe dovuto sottolineare l’importanza della coalizione. Poi le cose andarono diversamente…». Dopo quell’incontro, aggiunge De Mita, i rapporti con Craxi «migliorarono un po’ alla volta e, paradossalmente, furono più intensi quando cominciammo a contare di meno. Io insistevo sull’importanza delle riforme istituzionali, lui subordinava tutto alla guida del governo. Fino al 1992». (traggo questa voce dal Dizionario della Crisi che il collega, giornalista del Mattino, Corrado Costiglione tiene in questo periodo sul sito IlMattino.it).

*****Doppio incarico. Si parla di doppio incarico quando un presidente del Consiglio è anche leader o segretario del partito più importante che regge il governo. Il caso più eclatante nella Prima Repubblica fu quello del presidente del Consiglio Amintore Fanfani che era anche segretario della Dc ma che perse, in un solo anno, dal 1953 al 1954, entrambi gli incarichi. Nella seconda Repubblica Silvio Berlusconi è stato al governo e contemporaneamente leader (era il presidente) del suo partito, Forza Italia.

***Governo del cambiamento. Il “governo del cambiamento” il leader dell’M5S Luigi Di Maio lo ha presentato in questi termini sulla sua pagina di Facebook: “Un governo del cambiamento – Movimento 5 Stelle e Lega – basato su un contratto che prevede tre cose su cui non potevamo e non volevamo arretrare: reddito di cittadinanza, abolizione della legge Fornero e una legge anticorruzione. Ovviamente insieme a tanti altri temi importanti come il taglio delle tasse”. La stessa formula era stata offerta al Pd solo qualche settimana prima, ma il Pd la ha rifiutata senza volersi sedere al tavolo con M5S. Ma l’espressione “governo del cambiamento” ha un padre assai diverso da Di Maio. Infatti, il primo a usarla è l’allora segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, durante le primarie del 2013 che lo vedono contrapposto, e vincente, sul suo concorrente più insidioso, l’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi. Bersani ha appena sconfitto Renzi quando, il 2 dicembre 2012, – durante il comizio della vittoria – dice che “E’ stata una bellissima avventura (quella delle primarie, ndr.). La prossima avventura è il governo, il governo del cambiamento”. Bersani si presenta alle elezioni del 24-25 febbraio 2014 a capo di una coalizione di centrosinistra, “Italia Bene Comune” (Pd+Sel+Cd), ma non ottiene la maggioranza assoluta dei seggi nelle Camere, o meglio la ottiene solo alla Camera dei Deputati – grazie al premio di maggioranza assegnato dalla legge elettorale allora in vigore, il Porcellum – ma non al Senato. Iniziano allora le consultazioni per formare un nuovo governo, gestite dall’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla scadenza del suo primo mandato. A Bersani viene assegnato, da Napolitano, un pre-incarico (vedi alla voce), non un incarico pieno, e il leader del Pd inizia a tenere le sue consultazioni. Ma non riesce a convincere i 5Stelle, allora guidati ancora da Beppe Grillo, che – in diretta streaming – gli negano i loro voti, decisivi per far superare al governo la fiducia. Bersani e i suoi parlano di “200 schede dettagliatissime” che conterrebbero le linee guida del “governo del cambiamento”, ma anche queste non bastano a convincerli. Sempre Bersani, a un mese dalle elezioni politiche, rilascia un’intervista a Repubblica, il I aprile 2013, in cui rispolvera la formula del “governo del cambiamento” nella speranza di convincere almeno una parte dell’M5S a sostenere il suo governo parlando di “sette o otto punti da offrire a chi ci sta”. Grillo e i suoi non ci stanno e definisce Bersani, sul suo blog, “un morto che parla”. Bersani, però, si rifiuta da subito di dare vita a un governo di “larghe intese” con FI (“Con Berlusconi mai”, dice), ma la forza endogena di un “governissimo” si fa largo dentro il suo stesso partito (Letta, etc.). Il governo del cambiamento diventa presto un concetto di alternativa mancata o di occasione bruciata, per il Pd. A quel punto, però, interviene una novità istituzionale: il mandato di Napolitano è scaduto e bisogna votare per eleggere un nuovo Capo dello Stato. Le candidature, avanzate sempre da Bersani, prima di Franco Marini e poi di Romano Prodi, vengono bruciate, nel voto segreto, dallo stesso Pd (il famoso “complotto dei 101” contro la candidatura di Prodi) mentre la candidatura dei 5Stelle, che chiedono al Pd di votare per il giurista Stefano Rodotà, viene esclusa. Così, alla fine, un Parlamento che non riesce a trovare un nome prega Napolitano di restare al suo posto. Napolitano, rieletto da tutti, e che ha già ‘congelato’ l’incarico a Bersani, prende in mano la situazione e forma il governo Letta, un governo di larghe intese sostenuto oltre che da Fi, dal Pd.

******Leader. Il leader di una forza politica non ne è, per forza, il segretario politico o il presidente del partito: può anche essere una figura altra, purché riconosciuta dallo Statuto di quella singola forza politica, ma si tratta di un confine assai labile. La presenza, alle consultazioni, con i capigruppo dei gruppi parlamentari, di leader non eletti delle rispettive formazioni politiche, è una pratica invalsa nella II Repubblica. In tempi recenti Beppe Grillo, capo politico di fatto ma non formale del M5S, nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Silvio Berlusconi con FI. Nella I Repubblica (1946-1992) salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti dei partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

*****“Forni” o politica “dei due forni”La politica “dei due forni” di cui molto, in questi giorni, ha parlato il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, riferendosi alla possibilità di fare un accordo politico e di governo o con la Lega o con il Pd indifferentemente, e cioè a seconda di chi ci sta, non solo è un espressione impropria, in riferimento alla situazione politica attuale, ma non è, ovviamente, neppure farina del sacco di Di Maio. Si tratta, infatti, un’espressione tipica della Prima Repubblica, diventata famosa perché coniata dal leader della Dc Giulio Andreotti, più volte ministro e, per ben sette volte, presidente del Consiglio nella Prima Repubblica. Va premesso che, nella pubblicistica politica, ricorrono riferimenti concorrenti sia ai due forni che alla teoria dei due forni.  La “teoria dei due forni” sarà spiegata da Giulio Andreotti in dettaglio nella Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi di Bruno Vespa: «Dopo le elezioni dell’87 ci fu un braccio di ferro molto forte tra noi (la Dc, ndr.) e i socialisti. Fu allora che inventai la “teoria dei due forni” (il forno socialista e quello comunista, con la Dc che sceglieva dove comprare il pane). I socialisti, da una parte,  volevano stare al governo con noi, dall’altra lavoravano per fare una maggioranza con il Pci e mandarci all’opposizione. Forse avremmo dovuto incoraggiarli a imboccare questa seconda strada, ma allora non mi piaceva l’idea che Bettino Craxi stesse con noi in attesa di andarsene con gli altri. Anche sul piano internazionale, Craxi perseguiva un disegno equivoco: sperava di poter ottenere lui l’ammissione del Pci all’Internazionale socialista, ma poi i comunisti entrarono come osservatori senza bisogno del suo consenso». Questa la sistematizzazione della “teoria dei due forni” come raccontata da Giulio Andreotti, il quale, in realtà, mise in pratica la “teoria dei due forni”, ma senza dirlo, nella fase storico-politica degli anni Sessanta, caratterizzata dalla centralità della Dc nel sistema politico. In quel momento il suo partito, la Dc, “per acquistare il pane” (cioè per fare la politica più congeniale ai propri interessi alleandosi con altre forze), poteva servirsi di uno dei due forni che aveva a disposizione, a seconda delle opportunità: il forno di sinistra (socialisti) o il forno di destra (liberali, eventualmente anche i missini). A quell’epoca Andreotti incarnava la destra della Dc e i due fornai erano uno il Psi di Pietro Nenni, a sinistra, e il Pli di Giovanni Malagodi (e, all’occorrenza, anche gli esponenti dell’Msi), a destra. Andreotti, dunque, mise in atto la sua teoria prima di teorizzarla: la usò con il suo primo governo del 1972, quando, dopo la fine del centrosinistra, tornarono al governo i liberali assenti dal 1962 in un esecutivo che strizzava anche l’occhio ai missini di Almirante. Alla fine degli anni ’70, però, dopo l’assassinio di Aldo Moro, il quadro era completamente mutato: a offrire ‘pane’ alla Dc c’erano sempre i socialisti di Bettino Craxi ma anche i comunisti di Enrico Berlinguer, sempre con l’obiettivo di salvaguardare la centralità della Dc. Secondo il quotidiano La Repubblica, infine, Andreotti spiegò, appunto, di avere inventato i “due forni” durante la crisi politica che portò alle elezioni anticipate del 1987. Va anche precisato che politici e media hanno tirato in ballo la teoria dei “due forni” anche in relazione a situazioni diverse da quelle designate, come metafora, da Andreotti. Lo ha fatto, ad esempio, Silvio Berlusconi contestando le scelte del suo (allora) alleato, e leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. Ma ormai, quando si parla dei “due forni” a proposito del comportamento politico di qualcuno (singolo o forza politica), s’intende in realtà ingentilire eufemisticamente l’idea di un’atteggiamento trasformistico. Tutt’altra definizione, ma a volte erroneamente confusa con questa, è quella di un leader (o di un partito) che, sempre nell’ambito della Prima Repubblica, faceva da ago della bilancia. L’espressione fu spesso riferita, a partire dalla fine degli anni Settanta, alla posizione e alla politica del Psi sotto Bettino Craxi che si collocava come elemento di equilibrio decisivo tra Dc e Pci al centro del panorama politico, mostrandosi fautore di scelte accortamente svincolate da ogni rigidità di schieramento (al governo del Paese  con la Dc, ma al governo di numerose Regioni, Province e Comuni insieme con il Pci).

****Giallo-verde (coalizione di governo). In Italia, per antica prassi giornalistica e politologica, i governi vengono spesso ‘colorati’ in base ai simboli dei partiti che li compongono. Il colore della Dc era il bianco, il colore del Pci il rosso, quello del Pri il verde e così via. Nella Seconda Repubblica il colore di Forza Italia è l’azzurro, quello di An il nero, quello della Lega il verde, quello del Pds-Ds sempre il rosso, quello del Pd il bianco-verde. Quando i governi erano formati dalla sola Dc si parlava, però, di “monocolore” nel senso che c’era solo il bianco. Dato che il colore del M5S è il giallo e quello della Lega il verde, si parla ora – in vista di un governo bicolore (M5S-Lega) di governo ‘giallo-verde’, in similitudine, peraltro, con diversi governi europei detti ‘sovranisti’ (Ungheria, Polonia, Austria) dove prevalgono tali colori.

*Patto delle vongole. Nell’estate del 1994 i leader di due partiti dell’opposizione al primo governo Berlusconi, il segretario del Ppi Rocco Buttiglione e quello del Pds Massimo D’Alema si incontrano a pranzo. “Pesce, politica, filosofia con brindisi al doppio turno”, dicono. L’espressione doppio turno si riferisce alla riforma della legge elettorale. Non avverrà mai, ovviamente.

*Patto della crostata Nel 1997 Massimo D’Alema, segretario del Pds e presidente della Commissione bicamerale per le Riforme, nella notte tra il 17 e il 18 giugno, si reca a via della Camilluccia, casa di Gianni e Maddalena Letta. Gli ospiti invitati  a cena sono, oltre Massimo D’Alema, Franco Marini, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. L’allora cavaliere è il leader dell’opposizione al governo di Romano Prodi, ma quella notte si impegna a votare le riforme istituzionali. Massimo D’Alema, dal canto suo, secondo le ricostruzioni, impegna il centrosinistra ad un atteggiamento “non troppo ostile” sulla legge per disciplinare il conflitto d’interesse. Il patto naufraga presto.

**“Staffetta” (patto della)Viene chiamato così il patto politico siglato tra l’allora leader del Psi, Bettino Craxi, e il leader della Dc, Ciriaco De Mita, che tra il 1983 e il 1987 avrebbero dovuto alternarsi al governo, all’interno dei governi di pentapartito (cioè di governi di centro-sinistra). Il patto naufraga per l’ostilità dell’uno verso l’altro. Oggi se ne parla in merito a un possibile patto tra Salvini, leader della Lega, e Di Maio, leader dei 5Stelle, che dovrebbero (o vorrebbero) alternarsi alla guida del governo all’interno di un accordo tra centrodestra e M5S. Si farà? Si vedrà. Ma come e perché nasce l’idea del patto della staffetta, quello originario? Bisogna prima contestualizzare. L’idea di governi di pentapartito (una formula rinnovata di centrosinistra, vedi alla voce) nasce nel 1981. La Dc riconosceva pari dignità ai cosiddetti partiti laici della coalizione di governo: Psi, Psdi, Pli e Pri, garantendo loro l’alternanza di governo (vedi alla voce) e la possibilità, anche a esponenti non democristiani, di presiedere il governo. Il primo governo a guida non democristiana della storia repubblicana viene affidato a Giovanni Spadolini, leader del Pri, che con due governi consecutivi (1981-1983), apre la stagione dei governi di pentapartito. L’entrata a pieno regime della coalizione si verifica, però, solamente con l’ascesa a Palazzo Chigi di un altro leader non democristiano: il segretario del Psi Bettino Craxi. L’obiettivo di Craxi era la permanenza al governo e la voglia di accrescere sempre di più l’importanza del Psi, allora oscillante tra il 12-15% dei consensi  (la DC si attestava a più del doppio, nelle elezioni politiche ’83 ottenne il 34,3%). Secondo la confessione fatta al Corriere della Sera da Ciriaco De Mita, allora segretario della Democrazia Cristiana, l’incontro segreto tra lui e il segretario Psi avvenne nel 1983 (ma fu formalizzato molto dopo, solo nell’estate 1986), all’alba del primo governo Craxi, in un convento di suore sulla via Appia Antica. “A nessuno l’ho mai detto, ma è allora che nacque la celebre staffetta”, cioè il cambio della guardia a Palazzo Chigi tra Psi e Dc di cui si parlò solo qualche anno dopo. Gli obiettivi, però, erano divergenti: secondo la visione craxiana il patto avrebbe dovuto portare, durante la sua permanenza al governo, l’accrescimento dei consensi verso il suo partito; secondo De Mita doveva invece servire a varare importanti riforme istituzionali che, sempre per De Mita, Craxi farà di tutto per affossare (come la prima Commissione bicamerale Bozzi, vedi alla voce). Il patto nasce dunque da un’idea di De Mita – dietro la regia dell’allora ministro degli Esteri, Giulio Andreotti – che propone a Craxi di prendere le redini del governo. Il leader del Psi, stupito, risponde che avrebbe accondisceso a dimettersi a metà mandato in favore di un uomo della Dc per mantenere saldo il patto di coalizione stipulato due anni prima con gli altri partiti di maggioranza. Nell’estate del 1986 si registra una crisi di governo che porta al reincarico, da parte del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, di Craxi, vincolato però dal “patto della staffetta”. Insomma, Craxi si prende l’impegno di avvicendarsi con un esponente democristiano alla guida dell’esecutivo dopo un anno, per portare a termine la legislatura fino alla sua naturale scadenza. Si crea però subito una spaccatura che fa saltare tutti i piani, patto della staffetta compreso: Craxi era stato sbalzato giù da Palazzo Chigi al culmine del suo successo e reagiva, ogniqualvolta gli venisse ricordato il “patto”, con sonori mugugni e criptiche alzate di spalle che ne avallavano implicitamente l’esistenza (e la sofferenza). Non si capirà mai il tasso di oscura ambiguità che recava in sé quella strana intesa che prese il nome di “staffetta”. Fatto sta che, mentre i democristiani la innalzarono a rango di patto, i socialisti cercavano di affossarla. Su questa strana vicenda alla fine degli anni Ottanta si creò una vera e propria letteratura che sfocerà poi in racconti leggendari quali la pretesa da parte del segretario De Mita di legittimare la staffetta come una consuetudine costituzionale. La stagione del patto della staffetta si conclude con la famosa intervista di Craxi nel programma Mixer, condotto da Giovanni Minoli, in cui, con rabbioso sollievo, il leader del Psi sconfessa qualsiasi ipotesi di staffetta, mandando su tutte le furie De Mita: “E così abbiamo liquidato la Staffetta” dice uscendo dagli studi di Mixer ai giornalisti presenti. La sfida viene subito raccolta dal segretario Dc e, dopo aver qualificato come “inaffidabile” Craxi in un congresso, in aprile De Mita apre la crisi di governo facendo dimettere Craxi e porta, con il traghettatore Amintore Fanfani, il Paese alle urne già nel giugno del 1987. Da quel momento in poi la Dc non si sente più disponibile a dare fiducia a un nuovo governo Craxi, preferendogli membri del proprio partito come Giovanni Goria prima e poi lo stesso De Mita. Anche alla luce di tale orientamento, poco tempo dopo la corrente dei Dorotei, di cui faceva parte il duo Forlani-Andreotti, riesce a togliere di mezzo De Mita, prima catapultandolo al governo dopo la parentesi Goria e poi sottraendogli sia Palazzo Chigi sia la segreteria Dc che finisce in mano a Forlani (e Andreotti), ormai in accordo con Craxi. Nasce il famoso “CAF” (Craxi-Andreotti-Forlani: vedi alla voce). 

Riportiamo qui un commento sul “patto della staffetta” di Mario Lavia, direttore del sito http://www.democratica.com: Se davvero Di Maio e Salvini ci stanno facendo un pensierino, alla staffetta, s’informino. Perché “il” precedente non è edificante. Bettino Craxi e Ciriaco De Mita si detestavano, si sa. Una leggendaria contrapposizione, politica e caratteriale. Come talvolta accade nella storia, i due nemici si accordarono: ma in realtà questa intesa – passata alla storia come il “patto della staffetta” – fu un gigantesco equivoco. Forse voluto da uno dei due. O da entrambi. Il patto della staffetta era un’idea di De Mita. Era il riconoscimento a suo modo solenne del peso dei socialisti che con Craxi, agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso (sic) avevano conquistato uno spazio politico, più che elettorale, notevolissimo e si identificavano con il nuovo boom economico di quegli anni. Dunque nell’estate del 1983, dopo elezioni politiche he segnarono un vistosissimo calo della Dc di De Mita, quest’ultimo organizzò un incontro segreto con il leader del Garofano Bettino Craxi in un convento sull’Appia antica, lontanissimo da orecchie indiscrete. Il discorso di De Mita era ragionevole: “Vai tu a palazzo Chigi, poi lasci a un democristiano” (all’uomo di Nusco non importava diventare lui presidente del Consiglio: all’epoca il segretario del maggiore partito era persino più importante). Craxi divenne premier e durò quattro anni ma non ci fu nessuna staffetta. La Dc era sempre più nervosa e dentro il partito i nemici di De Mita, che non erano pochi, lo rimproveravano di essersi fatto gabbare. Ma lui ripeteva nelle piazze: “Staranno ai patti? Io vi dico di sì…”. E davanti al sinedrio democristiano riunito alla Camilluccia, leggendario teatro delle riunioni riservate, nel gennaio del 1984 spiegava: “Anche se non ci parliamo spesso, non ho motivo per dubitare che Craxi mantenga gli impegni presi”.Quella’altro, Craxi, non diede mai peso al patto della staffetta: per lui non c’era mai stato alcun patto. Stava a palazzo Chigi e aveva l’Italia in mano. Macché De Mita! Tanto che Craxi a Mixer, il mitico programma di Giovanni Minoli, sconfessò qualsiasi ipotesi di staffetta, mandando su tutte le furie l’avellinese De Mita. “E così abbiamo liquidato la staffetta”, disse ai cronisti lasciando gli studi di via Teulada. In seguito, la Dc gliela fece pagare, e Craxi non tornò mai più a palazzo Chigi. Dove invece per qualche tempo andò proprio De Mita. Senza che vi fosse alcun patto. Che forse non c’è mai stato”.

****Stanza dei bottoni. (WORK IN PROGRESS) 

***”Terza Repubblica (dei cittadini)”. “Inizia oggi la Terza Repubblica, quella dei cittadini”, proclamava Luigi Di Maio dopo il trionfo elettorale del 4 marzo. Più di settanta giorni dopo, sembrerebbe che siamo ancora inceppati alla Seconda….

***“Terzo uomo”Se ne parla anche nel corso di questa crisi politica perché potrebbe essere una personalità politica o istituzionale o fuori dai giochi dei partiti (il presidente della Consulta Lattanzi, il presidente dell’Authority della Anti-corruzione Cantone, l’ex giudice della Consulta Flick e via elencando) a essere chiamato dal Capo dello Stato a guidare un governo di tutti o di responsabilità o di scopo o a termine (vedi alle varie voci citate), ma solo dopo che tutte le altre opzioni politiche venissero scartate. Se ne è tornato a parlare nell’ambito della formazione di un governo politico tra Lega e M5S in quanto, non riuscendo i due leader dei due partiti, Salvini e Di Maio, a mettersi d’accordo sul nome di uno dei due per ricoprire la figura di premier, potrebbero accordarsi su un “terzo nome” (un politico o, forse, un tecnico) come presidente del Consiglio del governo ‘gialloverde’ che sta per nascere in questi giorni.

***”Vincitori (I due)”. L’espressione, oggi usata frequentemente, durante questa crisi di governo, per indicare i due vincitori delle elezioni politiche del 4 marzo 2014, Salvini (Lega) e Di Maio (M5S), ha una origine antica e  nobile. Fu, nel 1976, Aldo Moro a parlare dei “due vincitori” per descrivere l’esito elettorale che aveva premiato sia la Dc che il Pci – i due partiti impegnati allora in un confronto che avrebbe dovuto condurre a un’intesa anche di governo – nelle elezioni politiche appena concluse. Lo statista della Dc coniò questa formula in un discorso pronunciato il 28 febbraio 1978 davanti ai gruppi parlamentari della Dc mentre era impegnato nella ricerca della faticosa costruzione del consenso attorno all’idea di una apertura dell’area di governo al Pci. Ecco la frase:  “Perciò abbiamo avuto una vittoria, ma non siamo stati soli. Anche altri hanno avuto una vittoria; siamo in due vincitori, e due vincitori in una sola battaglia creano certamente dei problemi. E questo io credo debba essere oggetto di rispetto da parte nostra; l’ho detto più volte e lo ripeto, perché credo che non sia giusto e non sia utile dare un cattivo significato polemico, un significato di ritorsione, al fatto che siamo rimasti in certo modo soli”. Conviene anche contestualizzare quel discorso. Il 28 febbraio 1978, Moro tiene il suo ultimo discorso pubblico, pochi giorni prima di essere rapito. Quello che è poi diventato il suo testamento politico viene pronunciato in un’occasione straordinaria: l’assemblea di deputati e senatori della Dc convocata per decidere se inserire i comunisti nel governo o escluderli, pretendere nuove elezioni anticipate, le terze in pochi anni, ed eventualmente passare all’opposizione. Moro pronuncia un lungo e complesso discorso di mediazione, tipico di uno stile da molti considerato bizantino e oscuro e perciò oggetto, proprio in quei giorni, delle critiche della stampa. Ma dietro quel discorso si nascondeva una posizione netta: sarebbe stato sbagliato andare alle elezioni e si dovevano accogliere, almeno in parte, le richieste comuniste, facendo entrare il Pci nella maggioranza. Lo mostrano gli appunti vergati durante quella drammatica assemblea ed ora conservati, insieme ad altri importanti documenti, nelle carte Moro presso l’ Archivio Centrale dello Stato. Con una scrittura non facilmente decifrabile, Moro annota in fretta le sue risposte alle obiezioni di quanti volevano svincolarsi dalla coabitazione con i comunisti. L’ analisi è lucida, stringente. Dopo il referendum sul divorzio del 1974 e le disastrose elezioni regionali del 1975, nelle politiche del 20 giugno 1976 quello ottenuto dalla Dc era stato un «successo insperato» (che, nel discorso pubblico, si trasforma in una più nobile «vittoria» prodotta da un «soprassalto di consapevolezza» degli elettori), cui però aveva fatto da pesante contrappeso «un progresso allarmante» del Pci (ma Moro parlò poi, in modo più neutro, di «due vincitori»). La conseguenza era stata che i due partiti maggiori potevano ora «paralizzarsi» a vicenda: si trattava di una situazione da cui non si sarebbe usciti con nuove elezioni e che, anzi, avrebbero prodotto un ulteriore «logoramento». Secondo Moro, non si trattava solo di una scelta politica obbligata: era anche quella moralmente più valida. In quell’assemblea emerge anche il problema del rapporto tra valori ideali e azione politica. Rivolgendosi ai parlamentari democristiani, Moro manifesta attenzione per motivazioni ideali e preoccupazioni etiche, ma per lui il giudizio morale non può prescindere dalla realtà delle «cose», anzi dalla «lenta» e «travagliata» ricerca della «verità» (seppure intesa limitatamente come «verità politica»). Egli era, infatti, contrario al compromesso storico, ma invocare «coerenza» rispetto ai propri valori, «fedeltà» agli elettori, difesa della propria «identità» per interrompere la collaborazione in atto, significa per lui «ridursi alla testimonianza», «arrendersi», «ritirarsi», mancare di «coraggio», tradire cioè le proprie responsabilità verso il Paese. Proprio l’ispirazione cristiana, infatti, imponeva di anteporre il bene comune all’affermazione di un’identità di parte. Rompere con i comunisti, tra l’altro, avrebbe peggiorato la condizione dei cattolici. Il rapporto con il Pci, infatti, aveva attenuato il pesante isolamento cui la Dc era stata costretta dalla decisione dei socialisti di interrompere definitivamente l’esperienza di centro-sinistra. A più di due anni da quella decisione, Moro trattiene ancora a fatica la sua irritazione: «si può rispettarli, si deve rispettarli», concedeva, ma senza dimenticare l’«impatto durissimo del loro agire». Per la prima volta dal 1947, infatti, la Dc non era più in condizione di formare una maggioranza politica organica (almeno «al momento», corresse nell’ultima stesura): il tramonto della centralità democristiana – su cui Moro avrebbe insistito anche negli scritti della prigionia da parte delle Br – più che dai successi comunisti dipendeva dunque dai socialisti. Moro intuisce che questi speravano di intercettare i movimenti della società italiana formando, insieme a nuove forze emergenti, un forte polo laico e comprende che si stava preparando una profonda trasformazione del panorama politico italiano.

 

Pertini presidente
Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

 

10. La storia delle crisi di governo più brevi e più lunghe nella storia repubblicana.

“Le crisi di governo – come spiega bene il politologo Luca Tentoni in un articolo per Mente Politica – vanno considerate in un’arco di tempo che parte dalle dimissioni del governo in carica, per motivi politici (voto di sfiducia, dimissioni, crisi extraparlamentari, etc.), fino all’insediamento del governo successivo”. Ne consegue che, per ‘contare’ i giorni (o mesi) di una crisi di governo vanno calcolati anche i periodi in cui il governo dimissionario resta in carica per l’ordinaria amministrazione, cioè nel mezzo di una crisi di governo, fatto che si verifica sempre, di prassi, tra la fine di una legislatura e l’inizio di quella nuova, ma che si verifica anche, più semplicemente, nel periodo che trascorre per risolvere la predetta crisi di governo. Dunque, per Tentoni, nel computo della crisi vanno calcolati anche i giorni in cui il governo precedente è in carica “per il disbrigo degli affari correnti”. Viceversa, se la nascita di un esecutivo ha una data certa (il giorno del giuramento del governo nelle mani del Capo dello Stato), la fine del suo operato ha tre, possibili, date ‘incerte’ in modo diverso computate dai giuristi e dagli storici: 1) il giorno delle sue dimissioni formali nelle mani del Capo dello Stato, includendo quindi la fase in cui il governo rimane in carica per il “disbrigo degli affari correnti”, (qui viene adottato questo criterio); 2) il giorno del giuramento del governo seguente, quando avviene la cerimonia della ‘campanella’, cioè della consegna dal precedente al successivo presidente del Consiglio dello strumento con cui, nell’Italia unitaria, si teneva l’ordine delle riunioni del cdm; 3) il giorno della sfiducia o delle dimissioni del governo, escludendo la fase in cui resta in carica per “il disbrigo degli affari correnti”. Qui ci rifaremo, per il computo, alla prima soluzione. Va anche segnalato, però, che altri calcoli, fatti dai giornali e dalle agenzie in questi giorni, calcolano la durata delle crisi di governo solo per i giorni delle consultazioni (calcolo errato, a mio modesto parere) oppure dalla caduta di un governo alla nascita di quello successivo, non contemplando però il fatto che, fino al giorno in cui non viene, appunto, sostituito da quello seguente, un governo resta in carica per l’ordinaria amministrazione, detto anche, come già visto, periodo del disbrigo degli affari correnti, oppure ancora dalla data delle elezioni alla data del giuramento del nuovo governo, restringendo però in questo modo il campo solo alle crisi di governo post-elezioni. Insomma, un vero ginepraio da cui dipendono le differenze di date che si riscontrano sui siti, sui giornali e persino sui libri di storia… In ogni caso, cercheremo nei calcoli seguenti di tenere da conto tutte le variabili sopra indicate, specificando il metodo scelto.

***Le crisi di governo più brevi (considerando solo i giorni delle consultazioni):

*2006, nasce il governo Prodi II: la consultazione è lampo (un solo giorno). La nascita del II governo Prodi (2006-2008) ha richiesto un solo giorno di consultazioni al Quirinale che si tengono, con la regia del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il 16 maggio 2006. I risultati delle elezioni politiche avevano segnato la vittoria, anche se di misura, dell’Unione di Prodi sul Partito delle Libertà di Berlusconi. Il 16 maggio, lo stesso giorno delle consultazioni, Prodi riceve l’incarico da Napolitano e scioglie la riserva 24 ore dopo, il 17 maggio quando il suo governo presta giuramento. Sarà il primo e unico governo che vede la partecipazione attiva di Rifondazione comunista e dei Radicali italiani, cioè dell’intero arco della sinistra parlamentare (non accadeva dal III governo De Gasperi del 1947). Il governo Prodi batté anche il record di poltrone: contava, al suo interno, oltre al presidente del Consiglio, 26 ministri, 10 viceministri e 66 sottosegretari per un totale di 103 membri di governo contro i 24 ministri, 9 viceministri e 63 sottosegretari, per un totale di 97 membri, del III governo Berlusconi e del VII governo Andreotti che era invece composto da 100 membri, il secondo con più poltrone. Il II governo Prodi fu anche il secondo governo caduto per una crisi parlamentare, nel 2008, e non per una crisi extraparlamentare come è sempre stato. Inoltre il primo caso di una crisi parlamentare riguardò sempre il I governo Prodi (1998).

*2011, nasce il governo Monti, le seconde consultazioni più brevi della storia. Una crisi di governo molto breve è stata quella che ha portato all’insediamento del governo Monti (2011-2013): si è risolta in tre giorni e con un solo giorno di consultazioni che si tenuto il 13 novembre 2011, officiato dall’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Si era alla fine del IV governo Berlusconi, che si era barcamenato in Parlamento sul filo dei voti per l’intero 2011, dopo la nascita di Fli, il gruppo parlamentare nato per scissione del Pdl e messo in piedi dall’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, il quale già nel 2010 aveva provato a mettere in minoranza il governo Berlusconi, ma fallendo l’obiettivo. Nell’estate del 2011 una drammatica crisi economica e finanziaria colpisce il nostro Paese, nota come “l’estate degli spread” (che schizzarono alle stelle con relativi crolli in Borsa), e si somma all’inaffidabilità che i nostri partner europei ci avevano affibbiato nella Ue perché scontenti di come il governo Berlusconi stava affrontando la crisi economica e perché chiedevano tagli (le famose “misure lacrime e sangue”) che poi Monti esegue, adottando le draconiane misure imposte da Bruxelles. In Parlamento, i Responsabili, nuova pattuglia di parlamentari fuoriusciti da altri partiti (i vari Razzi, Scilipoti, etc.) cercano di tenere in vita il governo Berlusconi ma l’8 novembre, il voto sul cruciale Rendiconto generale dello Stato sancisce che alla Camera dei Deputati il governo Berlusconi non gode più di una maggioranza parlamentare (308 sì sui 316 necessari). Berlusconi sale al Quirinale annunciando le sue dimissioni e Napolitano, anche per assicurarsi che Berlusconi mantenga la parola data, nomina il 9 dicembre l’ex commissario Ue ed ex rettore dell’università Bocconi, Mario Monti, senatore a vita. Di fatto, è come un pre-incarico vero e proprio senza bisogno di formali consultazioni. Berlusconi si dimette formalmente il 12 novembre e solo quattro giorni più tardi, il 16 novembre, il governo Monti giura nelle mani di Napolitano, formando un governo “tecnico” (vedi alla voce) sostenuto da tutti i principali partiti della XVI legislatura (2008-2013), cioè Pdl, centristi e Pd, tranne la Lega e l’Idv, che votano contro. L’esecutivo Monti governerà il Paese fino alle elezioni Politiche del 2013 e fino al governo Letta.

*2008 il IV governo Berlusconi: anche questo è un governo Speedy Gonzales. Il IV governo Berlusconi (2008-2011) è un governo molto veloce nella sua nascita. Forte del risultato elettorale e di una vittoria schiacciante, contro il centrosinistra, quella del Popolo delle Libertà alle elezioni politiche del 2006, Berlusconi – per la prima volta nella storia repubblicana – non accetta l’incarico di formare il governo, ricevuto dal Capo dello Stato Napolitano, con la consueta formula della “riserva”, ma la scioglie prima del giuramento. Solo quattro giorni di crisi di governo. Berlusconi giura l’8 maggio 2008. 

*1993, il governo Ciampi: giura in pochissimi giorni. Solo sei giorni per risolvere la crisi di governo seguita alla caduta del governo Amato (1992-1993) che passa il testimone al governo Ciampi, il primo esponente non parlamentare (Ciampi era stato governatore di Bankitalia) e il primo governo che, anche solo per 24 ore, vede la presenza di ministri post-comunisti (Pdl) nel suo esecutivo. Un governo del Presidente più che tecnico, però.

***Le crisi di governo più lunghe (dalla caduta del governo al giuramento del successivo):  

*1995, la  crisi di governo più lunga: nasce il governo Dini (127 giorni). La prima crisi di governo più lunga nella storia repubblicana è stata quella che, caduto il I governo Berlusconi (1994), vede nascere il governo Dini, il primo governo ‘tecnico’ nella storia della Repubblica sia per la figura del premier che dei ministri. Il governo Berlusconi, sostenuto da An e Lega Nord, oltre che da Forza Italia, era caduto perché la Lega di Bossi gli aveva ritirato la fiducia in disaccordo con la riforma delle pensioni introdotto dal governo nella manovra economica e per lo scarso sostegno al tema del federalismo, nel dicembre del 1994, ma dopo una crisi già palese e in atto, tra Bossi e Berlusconi, quando il presidente del Consiglio cerca di varare, a luglio, il cd. decreto legge ‘salva-ladri’. Il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro (Dc) – interrompendo una prassi consolidata della Prima Repubblica che vedeva sempre, come prima scelta, il reincarico al presidente del Consiglio uscente, cioè lo stesso Berlusconi, nel caso di dimissioni senza dibattito parlamentare e voto di sfiducia (come sempre, appunto, avveniva) – incarica il ministro del Tesoro del governo Berlusconi, il tecnico (era stato direttore generale di BankItalia) Lamberto Dini di formare un nuovo governo ma ‘tecnico’ (vedi alla voce), cioè svincolato dai partiti politici, che avrebbero però dovuto garantirgli il loro appoggio, con ministri a loro volta tecnici o di area. E’ la prima volta che, nella storia della Repubblica, nasce un governo tecnico, anche se in parte lo era stato il governo Ciampi (1993-1994), sostenuto in Parlamento da tutti i principali partiti (Pds, Verdi, Laburisti, Socialisti per la sinistra, Ppi e Patto Segni, Lega, FI si asteneva). Ma per ottenere la nascita del governo Dini, e soprattutto per stilare la lista dei ministri, le trattative si fanno lunghe e complicate, i giri di consultazioni molti (i giornalisti dell’epoca raccontarono di essere ‘lievitati’ a furia di mangiare pasticcini al Quirinale…) E così, dalle dimissioni del governo Berlusconi (22 dicembre 1994) al giuramento del governo Dini (18 gennaio 1995) passarono ben 127 giorni. La Lega e i Progressisti appoggiano il governo, FI si astiene ma di fatto lo fa nascere. Infine, esplode la contraddizione anche a sinistra sul tema dell’appoggiare o meno un governo tecnico: ribattezzato dal quotidiano il manifesto, come la scelta di “baciare il Rospo” (cioè lo stesso Dini, dalle fattezze fisiche non entusiasmanti, in effetti), la scelta comporta la prima scissione nella storia del Partito della Rifondazione comunista: nascono i Comunisti unitari di Magri e Crucianelli che votarono la fiducia a Dini mentre il Prc, guidato da Garavini e Cossutta, gli vota contro.

*1979, la seconda crisi di governo più lunga: nasce il V governo Andreotti (126 giorni). Ci sono voluti ben 126 giorni (quattro mesi e sei giorni) per risolvere la crisi di governo che porta alla nascita del V governo Andreotti, un governo che, peraltro, quasi per fare un dispetto al parto travagliato della sua nascita, dura pochissimo (solo 11 giorni). Si era agli sgoccioli dei governi di “solidarietà nazionale” (vedi alla voce) e a un anno dalla morte di Aldo Moro (1978), quando aveva giurato il IV governo Andreotti, proprio il giorno del rapimento del presidente della Dc Moro. Anche a seguito di quel tragico evento, il IV governo Andreotti aveva trasformato la sua natura. Da governo monocolore Dc detto “delle astensioni” o “della non sfiducia” (vedi alla voce), come era stato  il III governo Andreotti (1976-1978), il IV governo Andreotti era un governo sostenuto apertamente, oltre che dalla Dc, da Psi, Psdi, Pri, anche e per la prima volta dal Pci, cioè tutti i partiti dell’arco costituzionale (tranne il Pli) e per questo motivo era stato definito governo “di solidarietà nazionale”. Il IV governo Andreotti era entrato in crisi per due motivi: le dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone per gli effetti dello scandalo Lockheed (e la conseguente elezione del socialista Sandro Pertini a Capo dello Stato) e proprio il venir meno della maggioranza di solidarietà nazionale. Il IV governo Andreotti si dimette il 31 gennaio 1979 formalmente perché il Pci ritira l’appoggio al suo governo il 26 gennaio. Si apre, a quel punto, una lunghissima crisi di governo (126 giorni, appunto). Prima vi è un tentativo affidato dal presidente della Repubblica Sandro Pertini all’onorevole Ugo La Malfa, leader del Pri. La Malfa viene ostacolato però dalla Dc che non voleva più il coinvolgimento del Pci al governo, il quale chiedeva invece di rientrarvi ma in modo pienamente politico, cioè con propri ministri. La Malfa dichiara sfiduciato “qui si scioglie l’Italia” e il rischio di elezioni anticipate si fa sempre più vicino anche perché il Psi di Craxi, stanco di essere succube di Dc e Psi, voleva riposizionarsi e acquisire nuovi spazi di manovra. Pertini, allora, concede il ri-conferimento dell’incarico al presidente del Consiglio uscente, Giulio Andreotti, ma dal suo incontro con il leader del Pci, Enrico Berlinguer, per dare vita a un nuovo governo di solidarietà nazionale, esce una fumata nera. La Dc pensa allora a un governo bicolore Dc-Pri ma la morte improvvisa di La Malfa complica ulteriormente la situazione. Alla fine, Andreotti ne vienee a capo ma il suo V governo sostenuto da Dc, Psdi e Pri, rimane in carica solo 11 giorni, dal 20 marzo al 31 marzo 1979: non riesce ad ottenere la fiducia del Senato. A quel punto a Pertini non resta altro da fare che sciogliere le Camere.

*1972, la terza crisi di governo più lunga: parte il I governo Andreotti (121 giorni). La crisi di governo ha sempre al suo centro Giulio Andreotti, in quel caso, però, alle prese con la formazione del suo primo e poi del suo secondo governo. Il governo Colombo (1970-1972), di centrosinistra, si era dimesso, a metà gennaio del 1972, per il ritiro del Pri dalla maggioranza dovuto al tentativo di evitare di tenere il referendum popolare sulla legge sul divorzio programmato per il 1972 (slittato per le elezioni anticipate ma che poi alla fine si terrà nel 1974). Il presidente della Repubblica, Giovanni Leone, dà luogo a un vorticoso giro di consultazioni dove si bruciano, uno dopo l’altro, i presidenti incaricati Colombo, Rumor, Taviani, Spagnolli (tutti della Dc) finché la palla non finisce proprio ad Andreotti, storico sottosegretario di Alcide De Gasperi e leader di una piccola corrente dc sempre orientata nella destra dc e contraria al centro-sinistra. Andreotti, dopo un vano tentativo di formare un nuovo governo di coalizione di centrosinistra, forma un gabinetto elettorale, il I governo Andreotti, appoggiato da Dc e Pli, ma che dura solo nove giorni (18 febbraio – 26 febbraio 1971) perché non ottiene la fiducia del Senato: serve solo, quindi, per portare il Paese alle urne. Le elezioni politiche si tengono il 7-8 maggio 1972, ma la VI legislatura (1972-1976) stenta a decollare perché il Psi, allora guidato da De Martino, non ne vuole sapere di rifare il centrosinistra vecchio stampo, che considera una formula ormai logora, e guarda al Pci e alla possibilità di un inedito fronte delle sinistre unite. Solo il 26 giugno 1976 Andreotti, incaricato di nuovo dal presidente Leone, riesce a formare un governo, il II governo Andreotti,  formato da Dc, Psdi e Pli (che segna il suo ritorno alla responsabilità di governo dopo 15 anni di opposizione ai governi di centrosinistra) e che viene appoggiato dall’esterno dal Pri.

*2008, la quarta crisi di governo più lunga: nasce il II governo Prodi (104 giorni). 

(WORK IN PROGRESS)

*2013, la quinta crisi di governo più lunga fa nascere il governo Letta (61 giorni). La legislatura appena conclusa, la XVII, si era aperta nel caos. Si  vota il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, che aveva sostituito nel 2005 la legge elettorale precedente, il Mattarellum, e che resterà in vigore dalle elezioni del 2006 fino, appunto, a quelle del 2013 (Il Porcellum venne poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione, premio concesso senza soglia di accesso). La coalizione di centrosinistra imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ottiene la maggioranza dei seggi (340) ma solo alla Camera e non al Senato per la difformità dei premi che al Senato vengono dati su base regionale. Bersani riceve, dal presidente Napolitano, un pre-incarico per formare un governo il 15 marzo e dà avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, deve gettare la spugna per l’indisponibilità dei 5Stelle a sostenerlo o, quantomeno, a farlo partire. Napolitano congela il pre-incarico a Bersani senza mai più, di fatto, ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale, come è stato notato. Napolitano emette un comunicato per informare che il governo Monti, in carica “per il disbrigo degli affari correnti” (vedi alla voce), è pienamente legittimato e operante, ribadendo la “piena operatività del governo attualmente in carica, benché dimissionario, e non sfiduciato dal Parlamento”.

A quel punto, però, le consultazioni al Colle si devono fermare per forza perché, il 30 marzo, era scaduto il mandato settennale di Napolitano (2006-2013) e si deve procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato. Le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101”) portano alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo e unico capo dello Stato ad essere eletto per due volte alla massima carica della più alta istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile Napolitano, appena rieletto, può aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo. Dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e di FI dall’altra conferisce, il 23 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giura nelle mani del Capo dello Stato il 24 aprile e nasce formalmente il 28 aprile, cioè ben 61 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi, dunque, lunghissima che porta con sé due novità politiche rilevanti: la rielezione di Napolitano e la nascita della formula delle ‘larghe intese’.

In tutti questi quattro casi, tranne nel caso della nascita del governo Letta, le crisi di governo in questione hanno causato lo scioglimento anticipato della legislatura.


 

Scalfaro

Oscar Luigi Scalfaro, IX presidente della Repubblica italiana (1992-1999)

11. Episodi curiosi in merito agli incarichi di governo conferiti dal Capo dello Stato.

Notaio delle istituzioni si’, ma fino a un certo punto. In base all’articolo 92 della Costituzione, il capo dello Stato “nomina il presidente del Consiglio e, su proposta
di questo, i ministri”. Un potere che risalta con maggior forza nelle crisi di governo piu’ lunghe e complicate, come quella che
l’Italia sta vivendo in questi mesi. Vediamo i principali casi del recente passato. 

*1979, I tre presidenti incaricati (uno effettivo e due vice). Nel febbraio 1979 il Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare nuove elezioni (che poi, comunque, si tengono a distanza di pochissimi mesi, il 3-4 giugno) e tenere in vita la VII legislatura (1976-1979), convoca al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti dal marzo del 1978 (governo detto di “solidarietà nazionale”), in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo). Pertini riceve i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfila e rinuncia, l’operazione salta e il governo ‘a tre’ non nasce, nasce invece un V governo Andreotti (marzo 1979) che si limita a portare il Paese al voto. La Malfa, che aveva ricevuto l’incarico di formare il governo, per il dolore ne muore.

*1979, il primo incarico a un esponente non Dc (Craxi). Pertini è il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana e lo fa per ben due volte. Infatti, l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo guidato da Ferruccio Parri, ex comandante partigiano, di fede azionista, nato e morto nel 1947 era stato l’ultimo, prima vi erano stati tre governi Badoglio e due governi Bonomi, nel 1943-1946, ma era ancora vigente la monarchia di casa Savoia. Nel luglio del 1979 Pertini dà l’incarico di formare un governo al segretario del Psi Bettino Craxi che deve rinunciare per l’opposizione della Dc. Una decisione che suscita grande scalpore ma prepara il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

*1981, il primo governo a guida laica (Spadolini). Nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (Dc, 1980-1981) a causa della scoperta e dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incarica un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, che presenta un governo di pentapartito (sorretto cioè da Dc, Pli, Pri, Psdi, Psi) il 28 giugno 1981. E’ una specie di rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc che mantenne tale primato per 35 anni.

*1983, il primo governo a guida socialista (Craxi). Sempre il presidente Pertini è il responsabile del conferimento dell’incarico al primo esponente socialista nella storia della Repubblica: il Psi aveva partecipato, quasi ininterrottamente, dal 1960 in poi ai governi detti “di centrosinistra” (fu in quell’occasione che Aldo Moro coniò l’espressione “convergenze parallele”: Moro parlava del rapporto di convergenza tra la Dc e il Psi e non, come spesso si confonde, del rapporto tra la Dc e il Pci), ma non ne aveva mai guidato nessuno e il suo storico leader, Pietro Nenni, ne era stato, al massimo, vice-presidente.  Il giuramento del I governo Craxi è del 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito (formula che indicava la presenza di Dc, Psi, Psi, Pli e Pri al governo) dura fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, siedono così ai vertici dello Stato ben due esponenti socialisti: il presidente della Repubblica (Pertini) e il presidente del Consiglio (Craxi).

*1987, il primo incarico esplorativo a un comunista (Iotti). Il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, nell’ambito di una complessa crisi di governo seguita alle dimissioni del II governo Craxi (1986-1987) affidò al presidente della Camera, Leonilde Jotti (Pci), un incarico esplorativo nel marzo del 1987. Nell’arco di venti giorni, dal 25 marzo al 10 aprile, la Jotti verifica l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo, peraltro di pentapartito (altra stranezza!) e la palla passa ad altre personalità. In ogni caso, si tratta della prima e unica volta in cui un esponente del Pci, peraltro la vedova di Palmiro Togliatti, riceve un incarico, sia pure esplorativo, da un Presidente della Repubblica nell’intero arco della storia repubblicana.

*1987, il primo incarico a un presidente del Senato che resta in carica, Fanfani. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga innova la prassi costituzionale affidando al presidente del Senato in carica, Amintore Fanfani (Dc), un incarico per formare un governo il 14 aprile 1987. Il VI governo Fanfani rimane in carica fino al 9 luglio 1987, il tempo utile per accompagnare il Paese al voto e si dimette subito dopo l’elezione delle nuove Camere. In ogni caso si tratta del primo governo affidato a un presidente del Senato rimasto in carica fino a fine mandato.

*1992, una drammatica crisi di governo chiude la I Repubblica, il governo Amato. Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò, peraltro, della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), è drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincide anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma viene segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui muoiono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro è costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, il Pri era all’opposizione), erede del pentapartito e del vecchio centrosinistra, formula uscita ancora in sella dalle urne del 1992, nonostante il ciclone di Tangentopoli sia in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività. Scalfaro dà, uno dopo l’altro, due incarichi innovativi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi in situazioni drammatiche. Il primo incarico viene dato a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governa dal giugno 1992 all’aprile 1993 affrontando problemi di ordine interno (corruzione e stragi) e internazionale (crollo della lira, svalutazione e il famoso “prelievo forzoso sui conti correnti”). Particolare curioso delle consultazioni: Scalfaro pretende e ottiene che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presenti allo studio alla Vetrata, falcidiando molti dei partiti coinvolti. Durante il governo Amato, peraltro, il numero di ministri che si dimettono per gli avvisi di garanzia ricevuti dal pool di Mani Pulite è esorbitante: si trattò dei ministri Martelli (Psi), Goria e Fontana (Dc), Di Lorenzo (Pli), mentre il ministro Scotti (Dc) si dimette per la nuova incompatibilità, fatta valere dal suo partito, tra ministro in carica e seggio parlamentare, il ministro Ripa di Meana (Verdi) si dimette per dissenso in merito al decreto Conso, ministro della Giustizia, che depenalizzava i reati di Tangentopoli e che poi viene ritirato. In totale, si tratta delle dimissioni di ben sei ministri in carica.

*1993, la prima volta del Pds al governo: il Governo Ciampi. Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cade e Scalfaro dà l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituisce due novità: è il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era, in quel momento, governatore della Banca d’Italia, più tardi sarà ministro e poi presidente della Repubblica) e il primo governo, dal 1947 in poi, a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti. Infatti, anche se solo per una giornata, il 29 aprile 1993, il Pds (ex Pci) di Achille Occhetto prende parte al governo Ciampi con propri ministri (Visco, Berlinguer, Barbera) più Rutelli (Verdi). L’uscita dal governo, a sole 24 ore dalla sua formazione, è determinata dal fatto che la Camera dei Deputati nega l’autorizzazione alla richiesta di arresto per il leader del Psi Bettino Craxi, voto che si teneva proprio quel giorno. Il governo Ciampi è anche il governo che gestisce il primo passaggio dal sistema proporzionale semi-puro che aveva segnato la storia di tutta la Prima Repubblica a una nuova legge elettorale, il Mattarellum (dal nome dell’attuale Capo dello Stato e allora capogruppo del Ppi, Sergio Mattarella). Il Mattarellum, varato nel 1993 e applicato per la prima volta nel 1994, introduce in Italia un sistema elettorale maggioritario, basato sui collegi uninominali, anche se dotato di un discreto recupero proporzionale (25%).

*1994, il caso di un ministro (Previti) depennato dalla lista del governo Berlusconi. Quando, nel 1994, il 18 aprile, si torna a votare e si aprì la XII legislatura (1992-’94), la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi (alleato della Lega Nord nel Polo delle Libertà al Nord e di An al Sud nel Polo del Buon Governo) sancisce la nascita di una nuova era, la Seconda Repubblica. Il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo non risponde più alle logiche della Prima Repubblica e al gioco come ai rapporti tra i partiti in un sistema, di fatto, proporzionale, ma avvia l’era  della formazione di governi che rispondessero dell’esito elettorale. In tale cornice, nasce il I governo Berlusconi che governò dal 10 maggio 1994 fino alle dimissioni, il 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nasce con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc e altri partiti minori. Il neo premier porta all’allora presidente Scalfaro, una lista dei ministri che comprende anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, che durante la campagna elettorale aveva detto “Vinceremo le elezioni e non faremo prigionieri”, coinvolto in diverse e pesanti indagini giudiziarie, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” dice, candido, Berlusconi a Scalfaro). Ne segue un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) alla fine del quale Berlusconi accetta il veto del presidente Scalfaro sul nome di Previti, ma senza depennare il suo nome dalla lista dei ministri, bensì limitandosi a spostarlo alla Difesa. Ma Scalfaro fa anche di più: dopo avergli dato l’incarico, scrive una lettera pubblica a Berlusconi in cui detta le regole da seguire per la scelta di due ministri, quello dell’Interno e quello della Difesa. Il primo avrebbe dovuto garantire l’unità dell’Italia “una e indivisibile”, la legalità e la libertà. Quello degli Esteri avrebbe dovuto confermare le alleanze internazionali e la linea europeista italiana. Un modo molto eclatante e poco diplomatico di Scalfaro per far sapere a Berlusconi che non avrebbe nominato esponenti leghisti e secessionisti nei posti chiave.

Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, fatto non usuale, ma nemmeno irrituale nella storia. repubblicana Infatti, per ricordare un episodio lontano, Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al presidente del Consiglio Pella (1953) governo che Einaudi spinse a formare.

*2008, il governo più longevo della storia, il governo Berlusconi. Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura (2008-2013), il 7 maggio 2008, il 60 esimo governo della storia repubblicana, batte tutti i record di durata degli esecutivi più longevi ed è, a oggi, il secondo più lungo, secondo solo al VII governo De Gasperi (1951-1953), naturalmente contando solo i governi della storia repubblicana. Il governo più lungo è  ovviamente il governo guidato da Benito Mussolini, con diversi rimpasti, dal 1929 al 1943, governi che si formarono durante il regime fascista e autorizzati dall’allora Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

*2011, il primo governo di un senatore a vita, il governo Monti. La crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali ccoinvolge l’Italia nell’estate del 2011. Intamnto c’era stata la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che aveva tolto l’appoggio al suo IV governo, formando un suo partito (Fli), separato dall’allora Pdl, e che aveva manovrato, da presidente della Camera, contro Berlusconi. Per questi motivi, l’8 novembre del 2011, il IV governo Berlusconi cade, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando per un soffio la maggioranza assoluta (308 voti su 315 voti). L’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (Pd), coglie al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottiene formalmente il 14 novembre 2011. Ed è sempre Napolitano il vero artefice  del governo tecnico guidato da Mario Monti, che  aveva provveduto a nominare senatore a vita. Monti governa sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti centristi minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione, fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ e non indicati dai vari partiti che lo sostenevano, adottando misure draconiane in economia note come “lacrime e sangue”.

*Altri interventi di Capi di Stato nella scelta dei ministri in diversi governi.
Il Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, nel 2000, chiede a Giuliano Amato, che sta formando il suo II governo, di confermare proprio l’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nel governo precedente, quello a guida di Massimo D’Alema era ministro della Difesa. In anni più recenti, Giorgio Napolitano sconsiglia a Matteo Renzi di inserire nella lista dei ministri il procuratore di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, perché la sua nomina avrebbe contraddetto la regola non scritta secondo cui un magistrato in servizio non può fare il ministro alla Giustizia. 

jotti e anselmi

Nilde Jotti (Pci), la donna più votata per il Quirinale, e Tina Anselmi (Dc)

12. Breve storia dei mandati esplorativi.

  • Una premessaIl primo incarico ‘esplorativo’ fu affidato al presidente del Senato, Cesare Merzagora, nel 1957, i penultimi sono stati, anche se non formalmente, nel 2013 i dieci saggi suddivisi in due commissioni; gli ultimi, ovviamente, sono stati gli incarichi esplorativi affidati da Sergio Mattarella alla presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati e poi al presidente della Camera, Roberto Fico. Sono di solito sempre i presidenti del Senato (più frequentemente) o della Camera i destinatari dell’incarico esplorativo che, durante le procedure per la formazione del governo, il Presidente della Repubblica può chiamare a verificare se esistano i presupposti, ed eventualmente a dare un impulso, per arrivare ad una possibile soluzione della crisi o per favorire una fase di decantazione e guadagnare tempo in attesa che maturino le intese politiche necessarie tra i partiti. Solitamente si tratta di personalità super partes ma con una connotazione più politica rispetto a quella del Capo dello Stato, in grado quindi di avere un approccio bipartisan alle questioni, ma anche di inserire nel confronto tra le forze politiche quegli elementi che possano permettere di superare lo stallo. Il profilo richiesto richiama la figura dei presidenti delle Camere che nei casi citati sono stati chiamati a svolgere l’incarico.

            *Il primo incarico esplorativo a Merzagora nel 1957.

Il primo ‘esploratore’ fu il presidente del Senato, Cesare Merzagora (indipendente, laico), nella fase che poi portò alla formazione del governo Adone Zoli, dopo la crisi apertasi con le dimissioni del governo guidato da Antonio Segni il 6 maggio 1957. Nel conferirgli l’incarico, il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, spiegò che come suo supplente (il presidente del Senato lo.è per Costituzione), la Costituzione gli conferiva “il compito di accertare quali concrete possibilità esistessero di costituire un governo in grado, per la composizione e il programma, di riscuotere la fiducia delle Camere e del Paese”. Merzagora accettò il mandato, spiegando di considerare il suo compito limitato proprio a verificare se fosse possibile far nascere un nuovo esecutivo, rinunciando quindi ad una automatica trasformazione in incarico pieno e ritenendo opportuno ricorrere al presidente del Senato solo come estrema risorsa. L’incarico non ebbe seguito. L’incarico esplorativo a Merzagora, pur infruttuoso, portò alla nascita dell’esecutivo (un monocolore Dc) guidato da Adone Zoli che, però, alla Camera, incassò i voti dell’Msi, partito neofascista fuori dall’arco costituzionale, convinto che non fossero decisivi. Ma quando, il giorno dopo la nascita del governo, vennero rifatti i conti e si scoprì che i voti dell’Msi decisivi lo erano stati per davvero (per un voto!), il governo Zoli entrò in crisi  presentò le sue dimissioni ma Gronchi chiese comunque a Zoli di restare in carica e fu il suo governo che porterà nel 1958 il Paese al voto, alla scadenza naturale della legislatura.

  • L’incarico al presidente della Camera Leone nel 1960.

Il 4 marzo del 1960, dopo le dimissioni di un esecutivo presieduto da Antonio Segni, il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, decise di chiamare come ‘esploratore’ il presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc). Anche in questo caso, l’accettazione della chiamata da parte del Capo dello Stato fu accompagnata dalla premessa che un incarico pieno ad una carica istituzionale poteva giustificarsi solo in presenza di una situazione particolare come era, in quel caso, la necessità di presiedere un governo destinato a condurre il Paese ad elezioni anticipate. Ipotesi, in quella fase, non ancora all’ordine del giorno e che così resterà per molto tempo. Dopo l’infruttuoso tentativo Leone e un nuovo incarico affidato sempre a Segni, costretto a rinunciare per l’impossibilità di dare vita sia a una nuova maggioranza di centrosinistra che di centrodestra, il presidente Gronchi, con un’iniziativa ‘personale’, decise di affidare un incarico pieno all’allora ministro del Bilancio, Fernando Tambroni, che diede vita a quello che viene definito un governo “d’affari”, cioè di diretta emanazione del presidente della Repubblica: nacque un monocolore Dc “tecnico” che governò dal marzo al luglio del 1960. In prima battuta, il governo Tambroni si dovette dimettere perché, alla Camera, nel voto di fiducia, risultarono determinanti, ancora una volta, come era già successo a Zoli, i voti dell’Msi, fatto politico che comportò le dimissioni immediate dei tre ministri della sinistra Dc e la richiesta, avanzata dalla Direzione della Dc, di far cadere l’esecutivo. Gronchi incaricò Amintore Fanfani di dare vita a un nuovo esecutivo che aprisse la fase del centrosinistra, ma il momento non era ancora maturo e la Dc rifiutò di sostenerlo. Allora, il presidente Gronchi rifiutò le dimissioni di Tambroni e lo mandò davanti al Senato, dove il governo ottenne la fiducia. Il ritiro delle dimissioni e la fiducia del Parlamento furono  condizionati alla durata di pochi mesi per consentire l’approvazione del bilancio. Il governo si dimise, questa volta in modo irrevocabile, per lo scoppio dei disordini e le manifestazioni dell’opposizione contro un governo ritenuto “in combutta” con l’Msi. A quel punto, la Dc maturò la convinzione di aprire la strada al centrosinistra e l’incarico tornò a Fanfani che, con il suo III governo (1960-’63) ebbe l’appoggio del Psi.

  • Ancora un incarico a Leone nel 1963.

Un nuovo incarico esplorativo venne affidato, nel giugno del 1963, all’inizio della legislatura, al presidente della Camera, Giovanni Leone (Dc), che in tre giorni risolse la crisi: fu nominato dal presidente della Repubblica, Antonio Segni, presidente del Consiglio di un governo rimasto in carica fino all’autunno, prima della nascita del centrosinistra organico di Aldo Moro (Dc). Il governo Leone (giugno-novembre 1963) fu un governo “ponte” o “traghetto” e cioè un monocolore Dc che doveva aprire la strada a un vero governo di centrosinistra che sarà composto da Aldo Moro alla fine del 1963.

  • Gli incarichi esplorativi a Pertini e Fanfani, nel 1968, e a Spagnolli nel 1974.

Nella fase più ‘tarda’ del centrosinistra vennero affidati altri due incarichi esplorativi, durati appena un giorno, dal Capo dello Stato, Giuseppe Saragat (Psdi), prima al presidente della Camera, Sandro Pertini (Psi), il 24 novembre 1968, e poi a quello del Senato, Amintore Fanfani, il 2 agosto del 1969, entrambi del tutto infruttuosi. Nella legislatura successiva, la VI, il 10 ottobre del 1974, dopo la crisi del quinto governo Rumor, il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, affidò l’incarico esplorativo al presidente del Senato, Giovanni Spagnolli (Dc), che tre giorni dopo gli consegna una relazione scritta sui colloqui avuti. Dovette comunque passare ancora più di un mese prima che vedesse la luce il quarto esecutivo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro.

  • L’incarico esplorativo a Morlino nel 1983.

Nel 1983 un incarico esplorativo venne conferito dal presidente della Repubblica, Sandro Pertini, al presidente del Senato, Tommaso Morlino (Dc), per verificare se effettivamente emergesse l’incapacità del Parlamento di esprimere una maggioranza dopo le dimissioni del V governo Fanfani per l’uscita del Psi dalla maggioranza che puntava alle elezioni per formare un nuovo esecutivo dopo aver guadagnato voti, ma il tentativo di Morlino fallisce subito, le Camere vengono sciolte anticipatamente e il Paese va alle urne il 26-27 giugno 1983 quando si aprirà l’era dei governi politici a guida Craxi.

  • Ancora un incarico a Fanfani nel 1986.

Nel 1986 Amintore Fanfani, presidente del Senato, venne chiamato dal Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a coadiuvarlo nella ricerca di una soluzione per la crisi apertasi con le dimissioni del primo governo di Bettino Craxi. Era il 4 luglio 1986 e cinque giorni dopo, terminata la sua esplorazione, Fanfani riferì al Capo dello Stato che dagli elementi raccolti emergeva la possibilità di arrivare ad una soluzione della crisi, che poi culminò con l’avvento del Craxi bis. Fanfani, peraltro, guidò poi un governo che traghettò il Paese nella fase finale della legislatura che si chiuse con le elezioni del 1987.

  • Nilde Iotti, la prima ‘esploratrice’ donna nel 1987.

La perdurante tensione tra Dc e Psi rese necessario l’intervento per la prima volta di una ‘esploratrice’, e cioè la presidente della Camera Nilde Iotti (Pci), chiamata dall’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, il 27 marzo 1987, ad esplorare la possibilità della rinascita di una formula di governo che, pur pienamente in vigore, appariva già logora, quella del pentapartito, ma la Jotti dovette presto passare la mano.

  • L’incarico esplorativo a Spadolini nel 1989.

Sempre durante una delle crisi più lunghe e difficili, all’epoca del pentapartito, prima che si riuscisse a dar vita al sesto gabinetto presieduto da Giulio Andreotti, fu chiamato ad ‘esplorare’ il presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri). La situazione politica si era avvitata su se stessa perché, sotto i fendenti di Bettino Craxi lanciati dal palco del congresso del Psi di Milano, a Roma era caduto il governo guidato da Ciriaco De Mita e il “patto della staffetta” tra i due leader di Psi e DC (Craxi e De Mita, appunto) era saltato. La Dc si era arroccata sul nome di De Mita: “O un altro governo De Mita o nulla” era la minaccia. Spadolini, dal 26 maggio all’11 giugno 1989 ebbe un mandato esplorativo da parte del presidente della Repubblica Cossiga, mandato che portò a termine, dichiarandolo il nulla di fatto, dopo due giri di consultazioni. Dovette passare un mese per la nascita del VI governo Andreotti e per veder risolta una crisi durata ben 64 giorni.

  • Marini esplora nel 2008 dopo le dimissioni di Prodi.

Prima di sciogliere le Camere dopo le dimissioni di Romano Prodi nel gennaio del 2008, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidò al presidente del Senato, Franco Marini, l’incarico di esplorare se tra le forze politiche esistesse la possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e il sostegno ad un governo che accompagnasse l’approvazione della riforma, assumendo altre decisioni urgenti. Marini, vecchia volpe del Ppi-Margherita e prima ancora leader della Cisl, cercò di convincere Prodi a dimettersi prima e di non andare a una rovinosa conta in Senato “altrimenti da qui non ne usciamo vivi”, ma non ci fu nulla da fare. Ma Prodi, il 24 gennaio 2008, volle la prova dell’Aula e la perse perché l’Udeur di Mastella votò contro. A quel punto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidò allo stesso Marini un mandato esplorativo per cercare di tenere in piedi la rissosa maggioranza dell’Unione, ma Marini non riuscì nell’intento e la legislatura fu sciolta per indire nuove elezioni.

  • La stranezza della commissione di saggi ‘esploratrice’ nel 2013.

Inedita la formula sperimentata invece dallo stesso Napolitano all’inizio della passata legislatura, dopo l’impossibilità di formare un governo verificata da Pier Luigi Bersani. Al termine di un rapido giro di consultazioni, il 30 marzo del 2013 il Capo dello Stato decise di formare due commissioni di lavoro, chiamate a stabilire contatti con i Gruppi parlamentari, per un confronto su proposte programmatiche in materia istituzionale ed economico-sociale ed europea. Un’iniziativa che avrebbe rappresentato il prodromo per la successiva nascita del governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta. Del primo comitato dei saggi (4) facevano parte Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello e Luciano Violante; del secondo (6), Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato; Salvatore Rossi, membro del Direttorio della Banca d’Italia; Giancarlo Giorgetti e Filippo Bubbico, allora presidenti delle Commissioni speciali operanti alla Camera e al Senato in avvio di legislatura; l’allora ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi. Il lavoro della commissione dei dieci saggi fu poi archiviato e non ebbe alcun seguito sostanziale. Ricorda il senatore Gaetano Quagliariello, uno dei saggi indicati da Napolitano, che “si trattò di un’esplorazione endogena perché esplorammo dal di dentro” ma il risultato fu la predisposizione del terreno per la nascita del governo di “larghe intese” a guida Letta.

*Il mandato esplorativo al presidente del Senato Casellati e della Camera Fico, 2018.

Nel 2018, dopo le elezioni politiche del 4 marzo, un mandato esplorativo è stato affidato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla presidente del Senato, Elisabetta Maria Alberti Casellati (FI) con un confine specifico: verificare la possibilità di formare un governo nel ‘perimetro’ di una possibile alleanza tra centrodestra e M5S e, anche, con un orizzonte temporale molto limitato, i giorni dal 18 al 20 aprile 2018, con l’obbligo di riferire, entro quella data, al Capo dello Stato. L’esplorazione si è conclusa il 21 aprile scorso, è durata solo due giorni e non ha prodotto risultati significativi.

Sempre su incarico del presidente Mattarella è stato affidato un mandato esplorativo, per verificare le possibilità di un’intesa tra M5S e Pd, il 23 aprile 2018, al presidente della Camera, Roberto Fico, che ha sondato i partiti e ha parlato di “dialogo avviato”, chiedendo qualche giorno in più – di mezzo c’era il 25 aprile – per approfondire i rapporti tra queste due forze politiche e in vista della Direzione del Pd fissata per il 2 maggio, ma poi l’intervista tv dell’ex leader del Pd, Matteo Renzi, ha tolto all’ipotesi ogni consistenza.


 

Cossiga 2

Una delle passioni di Cossiga: il radioamatore

 

13. La dottrina e le figure. Evoluzione dei poteri del Presidente della Repubblica.

Alcuni costituzionalisti, come il professor Stefano Ceccanti, rifiutano, nella disanima delle varie forme di governo, la definizione di governo “tecnico” e preferiscono quella di “governo del Presidente” perché governi tecnici non sono dati nell’ordinamento repubblicano in quanto tutti i governi sono politici perché devono, in ogni caso, essere votati dal Parlamento e perché la spinta presidenziale a far nascere dei governi pseudo-tecnici li configura come governi motivati, formati e tenuti in piedi solo grazie all’input e al sostegno del Presidente della Repubblica. D’altra parte c’è chi sostiene che i governi “del Presidente” (vedi alla voce) non possono essere previsti, in natura e per dettato costituzionale, perché la figura del presidente della Repubblica, nel nostro ordinamento, non è paragonabile a quella di un Capo dello Stato di natura semi-presidenziale (Francia) o presidenziale (Usa), ma è solo il garante della Costituzione.

La dottrina costituzionale più avanzata sostiene che i poteri del Presidente della Repubblica vengono usati ‘a soffietto’ o ‘a fisarmonica’ (la definizione è di Giuliano Amato, ex premier e oggi giudice della Corte costituzionale) nel senso che, a seconda del momento storico, politico e socioeconomico che il Paese attraversa, come della complessità della crisi istituzionale in corso, si restringono o si allargano a seconda delle esigenze politiche e, anche, della capacità del Presidente in carica di usarle. Non a caso, persino il primo presidente della Repubblica, Einaudi, che pure sosteneva che il suo ruolo fosse quello del “presidente notaio”, ispirò direttamente dei governi (Pella e Segni). Il secondo Capo di Stato, Gronchi, pure usò il suo potere presidenziale per risolvere diverse crisi mentre il suo successore, Segni, arrivò fino a essere tentato dal propugnare un colpo di Stato in Italia (il piano Solo, 1962) contro la nascita del centro-sinistra e si dovette dimettere per la malattia che lo colse, certo, ma anche per i contrasti con l’allora capo del governo, Moro, e il leader del Psi Nenni. Saragat accompagnò le evoluzioni del centrosinistra. Leone fu certamente un presidente ‘notaio’, ma aiutò di fatto, alla nascita di un fatto epocale come il compromesso storico e la nascita dei governi “di solidarietà nazionale”. Pertini se ne inventò di ogni: gli incarichi a Spadolini, primo premier laico, e a Craxi, primo premier socialista, furono da lui fortemente voluti e intervenne più volte nelle crisi come in molti fatti politici e internazionali esondando dai suoi poteri con quelle che, dopo, con Cossiga, sarebbero diventate note come ‘esternazioni’ (fuori dall’ufficialità prevista) del Capo dello Stato. Cossiga, appunto, prima si mise in mezzo tra Craxi e De Mita e poi fece la guerra ad Andreotti con le rilevazioni su Gladio (la rete Stay Behind) e su molto altro, fino alle dimissioni anticipate per protesta, senza dire dei suoi continui attacchi ai magistrati, pur da capo del Csm. Scalfaro e Napolitano sono, però, i due presidenti di certo ritenuti i più ‘interventisti’ e creatori o facilitatori che dir si voglia di governi, spesso da loro stessi voluti e ispirati. Sotto l’egida di Scalfaro nacquero prima il governo Amato e poi quello Ciampi (da qui la discussione sulla loro natura: governi tecnici o governi del Presidente?) e senza la sua azione, ai limiti del mandato costituzionale, non avrebbero mai visto la luce. Tanto più operò e intervenne, Scalfaro, contro il I governo Berlusconi e per sostituirlo con Dini, con tanto di promessa (a Berlusconi) di elezioni a breve che, invece, poi fu tradita e che si tennero solo molto dopo. Scalfaro, poi, come Cossiga, e come poi farò Napolitano (anche Pertini lo fece, ma i suoi ‘discorsi dal caminetto’ riguardavano temi come la pace, la fame nel mondo, etc.), si appellò direttamente, e in più occasioni, ai cittadini per affermare le sue ragioni o per difendere se stesso da accuse e scandali (il famoso ‘Non ci sto’ sui fondi neri del Sisde). Infine, dopo la parentesi Ciampi, tornato presidente notaio, ma che rifiutò in più occasioni di promulgare leggi del governo Berlusconi su questioni giudiziarie (le leggi ad personam) e che intervenne anche in materia elettorale (le correzioni al Porcellum), arrivò appunto il ‘regno’ di Napolitano. Il quale si inventò di sana pianta un governo, quello Monti, dopo aver provocato la caduta di Berlusconi, nel 2011 (e pensare che solo un anno prima, nel 2010, l’aveva ritardata negando a Fini di sfiduciarlo per tempo), rifiutò ai partiti l’accesso alle elezioni anticipate e nel 2013 impose, alla nuova legislatura che si apriva, una “stagione di riforme” che, peraltro, vide sempre lui protagonista. La commissione dei 10 saggi, sostanzialmente, una struttura extra ordinem, molto criticata da diversi costituzionalisti, e la nascita del governo Letta furono sue personali decisioni. Poi, avallò la nascita del governo Renzi, infine si dimise, ma anche se non aveva chiesto lui di essere rieletto – sempre nel 2013 – la scelta di un mandato bis, quando la Costituzione, che pure formalmente non vieta la rielezione, parla di un mandato di sette anni, per il Capo dello Stato, fu una scelta pesante che creò un precedente importante, anche se poi gli anni del mandato bis furono solamente due. In buona sostanza, si può dire che solo con Mattarella siamo tornati all’antico adagio del presidente ‘notaio’ ma proprio un fine costituzionalista, ‘innamorato’ della Costituzione, come Mattarella potrebbe stupirci e innovare a sua volta, ampliando i poteri che gli spettano o ‘creando’ governi, chiamiamoli, se vogliamo, ‘del Presidente’ o in altri modi. Forse perché, come si è cercato di dimostrare in queste poche righe, la ‘maledizione’ del presidente ‘notaio’ è tale che porta a violarla qualsiasi inquilino abiti al Quirinale, a prescindere dalla sua indole, storia politica e fase storica.

E proprio alla luce di questo breve excursus storico-politico sui poteri e le figure dei diversi presidenti della Repubblica, acquista peso la tesi non peregrina di Ceccanti e altri: solo il presidente della Repubblica italiana ha poteri di derivazione tipicamente presidenziale (potere di scioglimento delle Camere e nomina del premier) mentre gli altri presidenti di repubbliche parlamentari (es: la Germania) non conoscono minimamente tali poteri. Ecco che, secondo tale tesi, sarebbe semplice e agevole trasformare la nostra repubblica parlamentare in una repubblica semi-presidenziale, semplicemente trasferendo i poteri in capo al Capo dello Stato al presidente del Consiglio (scioglimento delle Camere e nomina dei ministri) mentre l’indicazione del premier andrebbe prevista in una nuova legge elettorale che prevedesse, ovviamente, l’elezione diretta del premier. Proposte di legge in tal senso sono state proposte dallo stesso Ceccanti (Pd) e appoggiate da Cangini (FI) e altri parlamentari che si battono per una trasformazione in senso semi-presidenzialistico della nostra repubblica parlamentare.

Sempre a firma del professor Stefano Ceccanti riporto queste sue interessanti considerazioni su come deve essere considerato e analizzato un “governo del Presidente. “Il 21 novembre 1994 Oscar Luigi Scalfaro si recò al carcere minorile di Nisida e, come si può rileggere dall’articolo del quirinalista Marzio Breda sul Corriere della Sera, spiegò come in caso di necessità vi fossero già stati casi del tutto legittimi di “governi del presidente” che non erano nati dalla volontà del Parlamento anche se avevano dovuto passare, come tutti i governi, al vaglio del voto di fiducia iniziale e che egli si proponeva, in caso di crisi, di ripercorrere quella strada, come poi avvenne. Quell’esternazione di Scalfaro fu criticata dal centrodestra per due motivi, uno congiunturale (la crisi del governo Berlusconi, pur già traballante, non si era ancora aperta e quell’esternazione rischiava di accelerarla) e uno strutturale, sostenendo che dopo le nuove leggi elettorali la via corretta dopo la crisi del governo derivato dal voto degli elettori potesse essere solo il ritorno alle urne. Il primo argomento, di opportunità politica, è poi stato motivo di polemiche ricorrenti e retrospettive e qui non rileva. Il secondo, invece, di natura costituzionale, che il presidente Scalfaro enunciò con la metafora per la quale il Capo dello Stato italiano non potrebbe essere ridotto a una figura senza poteri, a un “presidente in canottiera”, destinato a recepire passivamente dal presidente del Consiglio un diktat “o me o elezioni”, lo vide poi vincente nel braccio di ferro. In quella legislatura e in quelle successive al primo governo, nato per derivazione più o meno diretta del voto degli elettori, subentrarono altri esecutivi, fatti nascere in genere, tranne la legislatura 2001-2006, con un ruolo significativo del Capo dello Stato e poi approvati dal Parlamento con voto di fiducia. Se questo è stato ritenuto legittimo dopo la crisi di un primo governo della legislatura avente legittimazione elettorale e in presenza di un potere di scioglimento del presidente della Repubblica, tanto più lo potrebbe essere ad inizio legislatura, in caso di eventuale fallimento del leader della coalizione con più seggi, senza un precedente verdetto elettorale univoco, e in presenza del semestre bianco che impedisce lo scioglimento. In ogni caso, dato che quel precedente nel biennio 1992-1994 ha dimostrato ancor di più che in passato come la Costituzione consenta tante e diverse formule di governo, nessun ostacolo costituzionale impedisce la formazione di un governo del presidente a inizio legislatura. Ovviamente, in presenza di un sistema così bloccato, il presidente non porrebbe necessariamente a un esecutivo di tale natura il vincolo previo della maggioranza certa, che è invece tipico per gli esecutivi politici che sorgono da un patto di coalizione elettorale o post-elettorale. La proposta non nascerebbe comunque dal nulla, ma dagli intendimenti politici manifestati dalle forze politiche durante le consultazioni, primo tra tutti quello di evitare nuove elezioni non risolutive, anche se poi tali forze, come possibile, si fossero rivelate autonomamente non in grado di trovare una soluzione positiva. Libere alla fine le forze politico-parlamentari di dare o negare la fiducia al governo del presidente al momento della presentazione in Parlamento, assumendosene la responsabilità, ma non di bocciare preventivamente tale tentativo ritenendolo illegittimo o arbitrario e proponendo quindi diktat non ricevibili. Il presidente italiano, sulla base dell’articolo 92, non è “in canottiera”, è ben vestito, anche se poi il governo del presidente, per restare in carica, avrebbe bisogno del voto di fiducia previsto entro dieci giorni dall’articolo 94 come qualsiasi altro governo. La Costituzione consente quindi governi del presidente così concepiti, che poi possano sorgere e che abbiano la fiducia dipende dalla dinamica politica” (l’articolo è tratto dal blog di Stefano Ceccanti pubblicato sull’Huffington Post il 16 maggio 2018).


Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

14. Una breve cronistoria dell’attuale crisi di governo (marzo-maggio 2018).

Il 18 aprile, a poco più di un mese dalle elezioni politiche del 4 marzo 2018, dopo le prime consultazioni (che hanno subito mostrato la complessità della situazione), il Capo dello Stato ha dapprima affidato al Presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, un mandato esplorativo per verificare la possibilità di trovare un accordo, funzionale alla formazione di un Governo, tra il Centrodestra e il Movimento 5 Stelle. Il 20 aprile, alla scadenza del mandato, il Presidente del Senato ha comunicato al Capo dello Stato che il tentativo non aveva avuto esito positivo.

Un secondo mandato esplorativo è stato affidato il 23 aprile al Presidente della Camera, Roberto Fico, questa volta allo scopo di verificare la possibilità di un accordo tra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico. Il 26 aprile, il Presidente della Camera ha dichiarato che l’esito di questo secondo mandato era positivo, lasciando intendere che l’ipotesi di una maggioranza politica fosse prossima a concretizzarsi. L’ipotesi, tuttavia, è definitivamente naufragata, il successivo 2 maggio, con l’approvazione da parte della Direzione del Pd della relazione del Segretario Maurizio Martina, nella quale si è esclusa l’ipotesi di formare maggioranze sia con il Movimento 5 Stelle sia con il Centrodestra.

In seguito al fallimento di tali tentativi, Salvini ha chiesto al Presidente Mattarella che gli fosse attribuito non già un preincarico ma un incarico pieno, “al buio” (senza poter garantire in alcun modo il raggiungimento della necessaria maggioranza), in forza del fatto che egli è il leader della coalizione che, pur non avendo i numeri per governare, ha ottenuto il più ampio consenso elettorale. Sulla base di tale incarico, Salvini sarebbe andato a chiedere la fiducia alle Camere e, qualora non l’avesse ottenuta, si sarebbe dovuto dimettere. Avrebbe così affrontato la successiva campagna elettorale in una posizione privilegiata: quella di Presidente del Consiglio dimissionario.

Nella dichiarazione del 7 maggio, Mattarella ha chiarito che a guidare questa fase transitoria è bene che sia un “Governo non di parte”, usando un ossimoro (posto che ogni Governo è sempre “di parte”) che in realtà vuole dire una cosa ben precisa: un incarico affidato a Salvini, allo stato, non avrebbe risolto il problema (giacché se ci fossero state le condizioni per formare un Governo di Centrodestra, queste sarebbero già emerse dalle consultazioni e dai mandati esplorativi) ma avrebbe avuto quale principale, se non unico, effetto quello di riconoscere al leader della Lega il ruolo di “quasi vincitore delle elezioni”, introducendo così un fattore di squilibrio nella prossima competizione elettorale. Perché allora non lasciare al suo posto il Presidente del Consiglio uscente, Paolo Gentiloni, ad oggi ancora in carica per il disbrigo degli affati correnti? Mattarella, nel suo intervento, spiega ne le ragioni il Governo Gentiloni ha esaurito “la sua funzione e non può ulteriormente essere prorogato in quanto espresso, nel Parlamento precedente, da una maggioranza parlamentare che non c’è più”. Insomma, il vecchio Governo non ha più ragion d’essere perché ha esaurito la propria rappresentatività. La soluzione di Mattarella offre altro tempo al confronto tra le forze politiche, nella speranza che si giunga ad una sintesi in grado di dare un Governo al Paese, e, nella peggiore delle ipotesi, tende a garantire che lo svolgimento delle prossime elezioni abbia luogo in condizioni paritarie. Una soluzione articolata ma ragionevole, dunque, con cui si tenta di superare uno stallo politico-istituzionale che non ha precedenti. Una proposta, questa, che non può certo essere bocciata come la stanca riproposizione dell’ennesimo “Governo tecnico”. Il Presidente della Repubblica, oltre ad essere il Capo dello Stato, come recita l’articolo 87 della Costituzione, è anche il rappresentante dell’unità nazionale e deve promuovere il superamento da parte delle forze politiche dei propri interessi particolari in funzione del bene comune. La soluzione proposta da Mattarella può non piacere, ma è frutto di un corretto esercizio di questo ruolo.

(WORK IN PROGRESS)

Ciampi al Quirinale

15. Da Ciampi a Conte. Breve cronistoria dei premier ‘non eletti’ dal popolo.

Da Carlo Azeglio Ciampi a Giuseppe Conte. Se il giurista e professore di diritto, indicato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini alla guida del futuro governo giallo-verde, otterrà l’incarico e giurerà davanti al presidente della Repubblica, diventerà il sesto presidente del Consiglio ‘extra Parlamento‘, ovvero non eletto deputato o senatore nelle elezioni politiche precedenti alla nascita dell’esecutivo in 25 anni di storia politica italiana. Il primo premier italiano che arriva a palazzo Chigi senza passare prima dalle urne è stato Carlo Azeglio Ciampi nel 1993. L’ex governatore della Banca d’Italia viene nominato dal presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, in un momento delicato e particolare della vita politica italiana: è infatti scoppiata Tangentopoli, che ha coinvolto i più grandi e storici partiti tradizionali, ingenerando nell’opinione pubblica una forte sfiducia verso la politica e gli stessi partiti. Il governo Ciampi, appoggiato da tutti i partiti dell’ex pentapartito, resta in carica fino al 1994, quando vince per la prima volta le elezioni Forza Italia, il partito fondato da Silvio Berlusconi. Il secondo premier non eletto dagli italiani in Parlamento è Lamberto Dini nel 1995. Già chiamato da Berlusconi a far parte della sua squadra come titolare del ministero dell’Economia, Dini viene nominato premier dall’allora presidente della repubblica Scalfaro e dà vita ad un governo composto esclusivamente da ministri e sottosegretari tecnici e non parlamentari, anche se ad appoggiarlo, in Parlamento, ci sono quasi tutti i partiti dell’ex centrodestra di allora.

Passano 5 anni, in cui si succedono, dopo Dini, i governi Prodi e D’Alema (entrambi eletti in Parlamento), e arriva un nuovo premier che non ha ottenuto il voto degli elettori: Giuliano Amato, che guiderà l’esecutivo per circa un anno (da aprile del 2000 a giugno del 2001). Il ‘professor Sottile’ è premier per la seconda volta, ma in questa occasione non è parlamentare. Bisogna attendere poi il novembre del 2011 per avere un altro presidente del Consiglio non eletto: è Mario Monti, che succede a Berlusconi, o meglio al quarto governo guidato dal Cavaliere, dopo le dimissioni a seguito della crisi economica e finanziaria e dei livelli altissimi raggiunti dallo spread. Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, affida l’incarico al professore, esterno al Parlamento in quanto non si era presentato alle precedenti elezioni politiche. Tuttavia, poco prima di ricevere l’incarico a formare il governo, Monti fu nominato da Napolitano senatore a vita, diventando di fatto un parlamentare. Si arriva infine al 2014, con la nomina di Matteo Renzi. Anche per lui nessuna elezione in Parlamento prima di andare a guidare un esecutivo. Renzi era infatti a quel tempo segretario del Pd, succede a Enrico Letta ma senza passare per le urne. La prima elezione a senatore di Renzi è recentissima, solo lo scorso 4 marzo.

 


 

Il ‘Dizionario della crisi di governo’ è stato pensato e scritto in forma originale per questo blog ed è reperibile solo qui, alla pagina specifica o negli articoli indicati. 

NEW!!! Il Molise forse “non esiste”, però va al voto e tutti i big nazionali corrono nella regione più dimenticata d’Italia. Storia di una terra e di una campagna elettorale raccontate da un molisano

Ettore Maria Colombo – TERMOLI (CB)

Una premessa personale. L’autore di questo articolo è molisano, per la precisione di Termoli (Campobasso): conosce quindi i fatti narrati per “esperienza personale”. Qualche giorno fa, a “Gazebo”, su La 7, Diego Bianchi, in arte ‘Zoro’, ha fatto vedere un suo reportage, molto divertente, dal Molise che si avvicina al voto, passando da un ristorante e da un ristoratore all’altro, apprezzando la cucina molisana, i luoghi e il calore della sua gente. Nella speranza che i riflettori, sul Molise, vengano accesi anche per visitare una regione piccola ma che merita attenzione e onore certamente più di quanto non gli vengano concessi, ecco un articolo sulla sfida elettorale regionale di domenica 22 aprile, quando il Molise andrà al voto per rinnovare Governatore e consiglio regionale.

Ps. Per seguire al meglio le elezioni molisane e la politica molisana consiglio l’account dello stratega politico e del responsabile di diverse campagne elettorali per diversi committenti Antonello Barone (@Antonello2011 su Twitter), molisano-termolese doc proprio come me. 

Termoli

La vista del Borgo Antico (o Paese Vecchio) di Termoli (Campobasso) e, in particolare, del ‘castello svevo’.

 

1) La sfilata dei big nazionali in Molise.
In Molise si vota domenica prossima, il 22 aprile, per le elezioni regionali e la sfilata di tutti i big politici nazionali in regione è stata davvero impressionante. Luigi Di Maio, il leader M5S, ci ha passato due giorni, toccando entrambi i due capoluoghi di Provincia (Campobasso, capoluogo di Regione, e Isernia) e Termoli, la sola cittadina molisana importante dal punto di vista economico (vi hanno sede, infatti, la Fiat-Chysler e diverse aziende chimiche). A Termoli, in un comizio nella storica piazza centrale del Borgo Vecchio, davanti alla splendida cattedrale, in stile romanico-pugliese, del 1200, Di Maio ha galvanizzato i tanti supporter gridando “Vinceremo, il Molise sarà la prima regione a guida 5Stelle e io ci tornerò da premier”. Il lumbard Matteo Salvini ha compiuto, dopo una prima incursione a Isernia e un comizio a Termoli, un tour de force tra i comuni più piccoli della Regione. Sono ben 136 e dove la popolazione molisana ancora resiste, in parte, anche se molti di essi vivono il dramma dello spopolamento e di una nuova emigrazione verso i centri più grandi d’Italia e anche verso l’estero. Un’emigrazione seconda solo a quella che, agli inizi del Novecento, abbatté la popolazione molisana. Infatti, oggi i discendenti di oriundi molisani sono oltre 600 mila, concentrati per lo più in Canada e negli Usa, cioè più del doppio della popolazione residente. Anche Salvini ha detto che ci tornerà “da premier”. Silvio Berlusconi ci ha messo del suo, suonando il ‘bufu’, tradizionale tamburo che si suona con una lunga pertica, a Casacalenda, dicendo che vuole prendere casa a Bagnoli del Trigno e tenendo diversi comizi in Regione. “Dato il momento della politica nazionale una nostra rotonda vittoria in Molise ci aiuterà a trovare nel Parlamento i voti di cui il centrodestra necessita”, assicura Berlusconi poco dopo essere salito, a Termoli, sul predellino di un’auto per godersi il consueto bagno di folla. Poi, rapida visita, in elicottero, a San Giuliano di Puglia, dove un violento terremoto, nel 2002, mentre l’ex premier era al governo, devastò un piccolo paese che, nonostante il nome, si trova in Molise, uccidendo 27 bambini e una maestra. Berlusconi promette al sindaco, Luigi Barbieri, che “se il centrodestra va al governo un consiglio dei ministri lo facciamo qui”. Infine, cena a Campobasso per sostenere il candidato a governatore di centrodestra con consueto florilegio di battute e mangiata luculliana di caciocavalli, ricotta e prosciutti, mentre, a pranzo, aveva gustato, sempre a Termoli, il famoso, nel basso Molise,  ‘brodetto alla termolese’. Tra un predellino e l’altro, Berlusconi ha rischiato di incrociarsi con il premier in carica, Paolo Gentiloni, unico esponente di spicco del centrosinistra che prova a venire a dare manforte a un candidato, quello del Pd, che ha la sconfitta in tasca. Infatti, i i rapporti di forza vedono la gara, in Molise, ristretta tra 5Stelle e centrodestra, le due coalizioni che stanno facendo un continuo, e rischioso, testa a testa in Molise come sul piano nazionale. Infine, c’è stata  la visita di uno dei segretari di LeU, Roberto Speranza, che in Molise (come in Lazio) è alleata col Pd e un giro in regione ha fatto l’impalpabile segretario dem, Maurizio Martina.


cartina del molise

Una cartina ‘semplice’ del Molise

 

2) Ma davvero “il Molise non esiste”?
E pensare che “Il Molise non esiste”, come gruppo su Facebook, conta ben 14.582 sostenitori e che il tormentone ha acquistato una sua rilevanza, nel recente passato. Infatti, l’ex premier, Matteo Renzi, durante la campagna per il referendum istituzionale del 4 dicembre 2017 ‘amava’ giocare a tiro a segno contro il Molise, denunciandone gli sprechi e le spese di rappresentanza (tipo gli uffici a Bruxelles) che, secondo lui, erano “inutili e dannose” per promuovere l’immagine di una Regione così piccola e modesta. Ne vennero fuori anche dei divertenti fotomontaggi su Facebook (“Renzi: invaderemo il Molise”), ma all’ex segretario del Pd, come si sa, mal gliene incolse, dato che quel referendum lo perse. In ogni caso, ogni tanto o spesso sui social, nei talk show o in radio si sente spesso ripetere il refrain, che forse a qualche osservatore fa simpatia, che “il Molise non esiste”. Per la politica italiana, invece, il Molise esiste eccome. Si dà il caso che la regione ordinaria più piccola d’Italia (314.725 abitanti), che è anche la più recente perché istituita solo nel secondo dopoguerra con la legge costituzionale n. 1/1963 – voti per il Governatore e per rinnovare il consiglio regionale la prossima domenica, cioè il 22 aprile. E se è vero che, il 29 aprile, vota anche una regione a statuto speciale, il Friuli Venezia-Giulia, ben più importante, per grandezza e peso specifico, il primo test politico locale ma di valore nazionale, dalle elezioni del 4 marzo in poi, è in Molise. E, almeno così sperano e credono i 5Stelle, il Molise può diventare la prima regione ‘gialla’ d’Italia.


 

di-pietro

Antonio Di Pietro, pm di Mani Pulite e leader dell’Idv

 

3) Il Molise che c’era e quello che c’è…
E pensare che il Molise, ai tempi della Prima Repubblica, era una regione non solo socialmente (l’economia più diffusa era l’agricoltura, la borghesia era quasi inesistente), ma anche politicamente vassalla di potentati locali altrui. Di fatto sotto il dominio dell’abruzzese Remo Gaspari (Dc di rito doroteo), al massimo un paio di terze file della Dc locale sono assurti al ruolo di sottosegretari in vari governi Dc. Solo un molisano (di Ururi) Mario Tanassi, più volte deputato (dal 1963 al 1979), assurto alla carica di segreteria del Psdi (dal 1964 al 1996 e dal 1972 al 1976), fu più volte ministro (alla Difesa, nel 1972-1974 e alle Finanze, 1974) sotto diversi governi (Colombo, Andreotti e Rumor), fino ad arrivare alla carica di vice-primo ministro (nel 1973-1974 sotto la presidenza Andreotti), ma Tanassi meglio dimenticarlo. Finì coinvolto nello scandalo Lockheed, che nel 1979 provocò le dimissioni del presidente della Repubblica di allora, Giovanni Leone (Dc) e che vide Tanassi condannato dalla Corte costituzionale – la quale, all’epoca, giudicava i reati dei ministri attraverso apposito Tribunale – con il suo predecessore, Luigi Gui (Dc), che però venne assolto, mentre Tanassi finì anche in carcere per due anni.

Nella Seconda Repubblica, il Molise ha visto rifulgere l’astro di Antonio, detto Tonino, Di Pietro (originario di Montenero di Bisaccia, dove vive tuttora, tra buoi, stalle, vino e olio che fa lui), pm di Mani Pulite, ministro con Prodi e fondatore dell’Idv, ma la Regione è stata governata da una stanca alternanza di governi di centrodestra (dominus il forzista Michele Iorio) e di diversi governi di centrosinistra, guidati per lo più da nullità politiche che in poco o in nulla hanno innovato. Intanto, l’apparato industriale stentava a decollare e un inchiesta del giornale comunista il manifesto, a firma di Gad Lerner, coniò l’espressione “metalmezzadri” proprio per indicare gli ex agricoltori diventati operai ma che mantenevano mentalità e abitudine contadina. Oggi, in Molise, il terziario avanzato ha prodotto qualche barlume di speranza, i traffici della nuova borghesia hanno creato un minimo di benessere, ma l’economia privata resta ancella di quella statale come dimostra il predominio della politica nella sanità (privata), centri di eccellenza compresi. Insomma, il Molise non è diventata una regione vitale né centrale – eppure corre lungo la dorsale appenninica e adriatica, lungo le antiche vie della transumanza, diventate patrimonio dell’Unesco – e ogni tanto qualcuno, a Roma, ne propone l’assorbimento o lo smembramento verso l’Abruzzo o verso la Campania o verso entrambe. Insomma va accettata la curda realtà del momento: solo una nefasta, almeno per i molisani combinazione di date fa del Molise una terra di scontro politico che ha o potrebbe avere, come agognato premio finale, il governo.


 

votanti molisani

Code ai seggi di Campobasso per le elezioni in Molise

 

4) I quattro candidati governatori e le loro (tante) liste in lizza.
Gli aventi diritto al voto in questa tornata elettorale sono 331.253, di cui 162.936 maschi e 168.317 femmine, compresi ben 78.361 residenti all’estero che, alle Politiche del 4 marzo, non hanno votato in quanto, appunto, iscritti nelle liste Estero (infatti, alle Politiche gli aventi diritto al voto erano 254 mila e i votanti sono stati 182 mila). Il totale degli elettori in provincia di Campobasso è 237.014, 94.239 in quella di Isernia. Sono 394 le sezioni allestite nei 136 comuni molisani. I dati relativi all’affluenza saranno raccolti da un delegato del comune in tre momenti della giornata: alle ore 12, alle 19 e alle 23. I seggi saranno aperti dalle ore 7 alle ore 23, subito dopo inizierà lo spoglio. Non sono previsti exit poll e a gestire l’afflusso dei dati ci penserà prima la sezione elettorale, poi il Comune e infine la Regione con una procedura laboriosa.

L’affluenza, alle ore 12, è stata del 15,17% (pari a 50.247 elettori) e, alle ore 19, del 38,8% (pari a 129.125 votanti) mentre il dato finale (h 23.00) è del 52,16% (172.791). Aggiornamenti continui sui dati delle elezioni sono reperibili sul sito della Regione Molise, che quest’anno gestisce le elezioni, https://www.elezioniregionemolise2018.it .

I candidati e i raggruppamenti di liste che si presentano alle elezioni sono quattro (ma la quarta, Casa Pound, che candida Agostino Di Giacomo, è fuori da tutti i giochi), mentre la legge elettorale molisana è nuova di zecca, approvata nello scorcio finale della ormai passata consiliatura regionale dal centrosinistra. E’ un sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza definibile come majority assuring. I membri del consiglio regionale da eleggere sono 21, compreso il presidente della Giunta: alla lista o coalizione di liste vincenti sono garantiti 12 seggi e non può averne più di 14, compreso quello del presidente eletto. Il sistema assicura la piena governabilità. I candidati sono più di 300: vuol dire uno ogni 840 elettori in pratica uno in ogni comune…

Come si vota. A differenza di altre Regioni, in Molise non è possibile esprimere un voto disgiunto, per cui si potrà scegliere l’aspirante presidente e la lista o una delle liste ad esso collegata, pena l’annullamento della preferenza. La scheda elettorale è unica e l’elettore potrà esprimere la propria scelta nelle seguenti modalità: votare un solo candidato presidente, votare un candidato presidente e una lista (come detto tra quelle ad esso collegate), votare una lista. In tutti questi casi si tratterà di apporre una croce sul rispettivo simbolo. È possibile esprimere una o due preferenze per i candidati alla carica di consigliere regionale della lista prescelta scrivendo il cognome, oppure il nome e il cognome, per evitare possibili casi di omonimia. Se si scegliesse di esprimere due preferenze, queste dovranno essere di genere diverso: una donna e un uomo. In caso contrario, ovvero se si selezionassero due donne o due uomini, il secondo selezionato sarà annullato e verrà ritenuto valido solo il primo nome.  Nella nuova legge la soglia di sbarramento è molto alta (l’8%) per chi si presenta fuori da una coalizione e molto bassa (il 3%) per chi, invece, ne fa parte, favorendo il proliferare di molte liste. C’è – è stato reintrodotto – il voto di preferenza, particolare di non scarso rilievo.

La coalizione più ampia è quella di centrodestra che ha scelto, come candidato governatore, Donato Toma, presidente dell’ordine dei commercialisti di Campobasso. Toma è appoggiato da ben 9 liste, di cui quattro di ambito nazionale (FI, Lega, FdI, Udc) e ben cinque di ambito locale. Tra queste, ce ne sono almeno due capeggiate da forti portatori di voti in Regione: una fa capo all’ex governatore della regione, Michele Iorio (ex FI, ora Udc), e una al ras della sanità privata locale nella zona di Isernia, l’eurodeputato Aldo Patriciello (FI). Alle Politiche FI ha preso il 16,1% dei voti e la Lega l’8,7%, FdI il 3,1%. La seconda coalizione è quella di centrosinistra che parte dal Pd passa per frattaglie locali e arriva fino a LeU. Scaricato il presidente regionale uscente, Paolo di Laura Frattura (ex Dc, ex Ppi, ex Margherita, ora Pd), un Pd ridotto ai minimi termini (15,2% alle Politiche) e dalla classe dirigente modesta, politicamente e culturalmente, ha puntato su un suo assessore uscente, Carlo Veneziale, appoggiato da cinque liste, tra cui LeU (3,7% alle Politiche). Ma la vera grande sorpresa è, anche in Molise, l’M5S (44,8% alle Politiche). Il candidato governatore si chiama Andrea Greco, è un giovane laureato in Giurisprudenza che oggi ha 33 anni e la sua sola esperienza politica precedente è stata la candidatura nel 2013 quando è risultato il primo dei non eletti dell’M5S. Dopo, per cinque anni, Greco ha fatto il portaborse dei 5Stelle in consiglio, oltre che, in un passato lontano, il ‘tronista’… Insomma, un grillino della prima ora – peraltro neppure molisano doc, ma proveniente dalla Campania e con uno zio acquisito, marito della sorella del padre, che era un camorrista (fatto di cui lui, il giovane Greco, non ha ovviamente alcuna colpa, anzi si è distaccato dall’ombra dello zio in modo netto e dignitoso) gode della scia di un grande successo, quello dell’M5S alle Politiche, che in Molise, come in tutto il Sud, ha fatto il botto. I pentastellati, infatti, lo scorso 4 marzo, hanno sbancato i risultati nei collegi della Regione, vincendo – con il 44,8% dei voti contro il 29,8% del centrodestra e il 18,1% del centrosinistra – tre collegi uninominali su tre e, in totale, quattro seggi su cinque (due deputati e due senatori). Il quinto seggio è andato a una deputata di Leu, Giuseppina Occhionero, che ha preso il 3,7% dei voti, grazie all’effetto “flipper” del Rosatellum. Un sondaggio fatto prima delle elezioni Politiche vedeva centrodestra e 5Stelle appaiati, ma il proliferare delle liste (nove con 180 candidati per il centrodestra contro una sola lista e appena 20 candidati dell’M5S) e il voto di preferenza, ammesso dalla legge elettorale e che incentiva il voto di scambio – antica piaga locale come di tutto il Mezzogiorno – favoriscono il centrodestra. Quindi, tutto può ancora succedere, tranne che vinca il centrosinistra. Certo è che tutti i vecchi schemi sono saltati persino nel piccolo Molise: i 5Stelle hanno il vento in poppa e la  vittoria è a un passo. Il 22 aprile, anche il resto d’Italia si accorgerà che il Molise esiste.

5) I risultati elettorali del 22 aprile. 

E così, alla fine, il Molise ha votato. La più piccola regione d’Italia è passata dal centrosinistra al centrodestra (in attesa del voto di domenica prossimo, 29 aprile, in Friuli Venezia-Giulia, allo stato sono 14 le regioni amministrate dal centrosinistra, solo cinque quelle amministrate dal centrodestra, nessuna per i 5Stelle). Le elezioni di ieri hanno sancito la vittoria di Donato Toma, neo governatore del Molise, e del centrodestra con il 43,46% dei voti. A seguirlo è Andrea Greco (M5S) col 38,5% dei voti. Terzo e buon ultimo è il candidato del centrosinistra, l’assessore uscente Carlo Veneziale, con il 17,1% dei voti mentre solo le briciole sono andate al candidato di Casa Pound, Agostino Di Giacomo, che ha preso lo 0,42%. La legge elettorale molisana prevede il voto di preferenza, ma non il voto disgiunto, e assegna 13 seggi su 21 (i componenti del consiglio regionale, compreso quello del governatore), alla coalizione vincente, ma non prevede il trasferimento della scelta dell’elettore dal nome del candidato governatore alla lista che lo sostiene. Il risultato finale vede, quindi, il curioso dato del candidato governatore pentastellato, Greco, al 38,5% e della lista dell’M5S solo al 31,57%. Dopo l’M5S, il secondo partito più forte in Molise è Forza Italia, ma con appena il 9,38%. Seguono il Pd, con il 9,03%, la lista “Orgoglio Molise” (di centrodestra) con l’8,34%, la Lega con l’8,23%, la lista “Popolari per l’Italia” (di centrodestra) con il 7,12%, l’Udc con il 5,11%, Fratelli d’Italia con il 4,45%, la lista “Iorio per il Molise” (di centrodestra) con il 3,58%, Leu con il 3,29%. Altra curiosità sono i nomi dei due candidati più votati: il primo è Patrizia Manzo (M5S, 6.968 preferenze, e il secondo Vittorino Facciolla (Pd, 4.078 preferenze.  Per quanto riguarda il futuro consiglio regionale sarà formato da 13 consiglieri regionali di centrodestra così ripartiti: 3 a FI, 2 alla Lega, 2 a Orgoglio Molise, 2 ai Popolari per l’Italia, 1 all’Udc, 1 a FdI, 1 alla lista Iorio, più il governatore Di Toma. All’M5S andranno sei consiglieri mentre solo due li avrà il Pd. Leu non ha avuto seggi.

6. Un’analisi comparata del voto grazie ai dati dell’Istituto Cattaneo di Bologna. 

 

E così, alla fine, il Molise ha votato, il centrodestra ha prevalso, con il 43,46% dei voti, in modo netto, sui 5Stelle (38,5%) mentre terzo e buon ultimo è arrivato il centrosinistra con il 17,1%. I 5Stelle speravano di poter governare la prima, anche se piccola, regione italiana, ma “l’effetto Ohio” delle elezioni regionali è stato pari a zero. Non ne deriverà, cioè, nessuna soluzione per la crisi di governo che agita i palazzi romani, tutt’al più qualche indicazione sui consensi che registrano i partiti, ma anche qui – date le caratteristiche del Molise – meglio fare la tara.

La prima cosa che va chiarita è il presunto “crollo” dell’affluenza: se si dice che i votanti sono stati il 52,17% contro il 71,62% delle Politiche il crollo sembra pesante. Fa chiarezza uno studio sfornato ieri dall’Istituto Cattaneo. Alle regionali, gli elettori erano 331.253 elettori e i votanti sono stati, è vero, meno della metà (172.823), cioè il 52,17%, ma alle Politiche i votanti ‘veri’ erano pochi di più (182.007) e su un corpo elettorale molto meno ampio (254.108 elettori). La differenza la fanno i moltissimi emigrati molisani (78.361) residenti all’Estero che alle Politiche sono iscritti nelle liste dell’Aire (gli eletti all’Estero, appunto) mentre alle Regionali vengono conteggiati “residenti” in Molise. Quindi, l’unico paragone possibile è con le regionali 2013, quando l’affluenza fu del 61,63% e 204.859 erano i votanti.

Per capire chi ha vinto e chi ha perso il raffronto – spiega sempre il Cattaneo – va fatto tra elezioni omogenee (le Regionali 2013), ma è ovvio che conta anche il dato più recente, quello delle Politiche 2018. Il quadro che emerge è quello di due netti vincitori (il candidato del centrodestra, Di Toma, da ieri governatore, la cui coalizione ha preso 73.229 voti, e il candidato dell’M5S, Greco, 64.875 voti) e di uno sconfitto (il candidato del centrosinistra Veneziale, 28.818 voti). Rispetto alle Regionali 2013, il centrodestra, che aveva ben nove liste, accresce i suoi consensi di 17 punti pari a 23.350 voti. Una crescita dovuta soprattutto alla buona performance della Lega (8,23%, 12 mila voti) e delle liste minori, di carattere locale o personale (+9.927 voti). Invece, FI registra un arretramento di 3.683 voti (-0.9%), fermandosi al 9,38%. L’M5S non ottiene la presidenza, ma ha un boom di consensi: passa da 32.200 a 64.875 (31,57%, +21,7%). Le liste di centrosinistra prendono 27.313 voti (18,8%) contro i 84.141 voti del 2013 (50,2%), dimezzando quindi i loro consensi e perdendo ben 56.828 elettori. Più difficile, ma politicamente comprensibile, il raffronto con le recenti elezioni politiche. M5S perde 13,2 punti percentuali passando dal 44,8% al 31,57%, crollo che appare un tonfo, mentre il centrosinistra perde ancora consensi, passando dal 23,5% (compresa Leu e altre liste minori) al 18,8% dei voti. FI cala di ben 6 punti (dal 16,1% delle Politiche al 9,4%), la Lega è di fatto stabile, passando dall’8,7% all’8,2%, mentre FdI cresce di un punto (dal 31,% al 4,4%). Ma la differenza, in Molise, alle Regionali, la fa la crescita delle liste locali, passate dal 3,2% delle Politiche al 12,6% delle Regionali. Sono state loro, insieme al numero enorme di candidati (180 per il centrodestra contro i 20 M5S) ad avere vinto.


benito_jacovitti

Il disegnatore Benito Jacovitti

5. Le ‘glorie’ molisane (un po’ di sano orgoglio locale…).
Tra gli scrittori regionali, fondamentale è e resta Francesco Jovine, cantore della sua terra nella Signora Ava e nelle Terre del Sacramento, ma è assurto a gloria nazionale, nel dopoguerra, anche il disegnatore Benito Jacovitti, creatore di Cocco Bill e molti altri personaggi che hanno fatto la storia dei fumetti. Tra i pensatori bisogna ricordare Vincenzo Cuoco, illuminista napoletano, ma nato in Molise, autore di un fondamentale Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana del 1799,  libro e autore molto amato e studiato da Benedetto Croce, ma anche l’insigne grecista e latinista Gennaro Perrotta. Tra i giornalisti, l’ex direttore de La Stampa, Gaetano Scardocchia, e l’ideatore e conduttore de Il Processo del Lunedì, il giornalista Aldo Biscardi. Tra i cantautori sono nati in Molise Tony Dallara, Tony Santagata e Fred Bongusto mentre Lucio Dalla aveva eletto nelle isole Tremiti il suo ‘buen retiro’ e lì scrisse alcune delle sue canzoni più belle, ma anche Antonello Venditti è nato in Molise. Tra gli attori, ha origini molisane Robert De Niro e, tra gli italiani, sono molisani Sergio Castellitto ed Elio Germano. Diversi – e alcuni anche molto famosi – i giocatori di calcio e di basket nati in Molise.


 

NB: Articolo scritto in forma originale per il blog e pubblicato il 14 aprile 2018.

NEW!!! “Pacchetto Colle”. Le consultazioni, le mosse di Mattarella, le tipologie di incarico, i precedenti storici e tante curiosità

Il “pacchetto consultazioni”, pubblicato sul sito Internet Quotidiano.net il 4 aprile 2018, contiene approfondimenti e sezioni speciali in forma estesa per i ’25 lettori’ del blog.

Transatlantico

La galleria fumatori del Transatlantico di Montecitorio

  1. Il nuovo round di consultazioni sarà il 12 e 13 aprile. Ancora a vuoto?

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fissato oggi il secondo round di consultazioni per giovedì 12 e venerdì 13 aprile di questa settimana. Il primo giorno sarà dedicato alle forze politiche. Tra i partiti, gli ultimi a salire al Colle, alle 18.30, saranno i 5Stelle. Prima sarà la volta della delegazione del centrodestra unito (Lega-FI-FdI) che rimarrà dunque nella casella già assegnata alla Lega al primo giro, prima ancora della delegazione del Pd e, all’inizio, dei gruppi minori (Misto e LeU).

 Venerdì il capo dello Stato vedrà le cariche istituzionali: i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, e il presidente emerito Giorgio Napolitano. Nella prima tornata di colloqui, il 4 e 5 aprile, Mattarella aveva sentito, invece, prima le due principali cariche dello Stato e poi i partiti.
E così, tra oggi e ieri il Capo dello Stato ha dato un primo segnale ai partiti. Con un certo anticipo, ben studiato, sulla tabella di marcia, prima ha scritto ai presidente di Camera e Senato, Fico e Casellati, per ricordargli che il Parlamento deve eleggere, in seduta comune, otto componenti (per Costituzione di designazione parlamentare) del Csm, il cui plenum verrà riunito l’8 e 9 luglio per eleggere i suoi 16 componenti togati (in totale, si tratta di 24 membri), e sarà presieduto dallo stesso Mattarella, proprio perché scade il mandato quadriennale del Csm. Il Parlamento, di solito, ci mette tempo per procedere a tali nomine e le divisioni tra i partiti per formare il governo non aiuteranno a facilitarne il compito. Per dirne un’altra, manca la nomina di un giudice della Consulta da oltre due anni (nel frattempo la Consulta ha cambiato ben due presidenti!), ma il Parlamento uscente non è mai riuscito a provvedervi.

Insomma, Mattarella ieri ha battuto un colpo. Il secondo lo ha suonato oggi, convocando il secondo giro di consultazioni che si apriranno al Colle giovedì 12 e venerdì 13. IAnche in questo caso, la pratica sarà sbrigata in meno di due giorni. Due le novità: il centrodestra si presenterà unito, in formato ‘Triplice Intesa’ (Berlusconi-Meloni-Salvini) e il gruppo Misto della Camera con un nuovo capogruppo perché Leu ha ottenuto, ieri, la deroga a costituirsi in gruppo autonomo, nonostante abbia solo 14 deputati (20 è il numero minimo consentito), in quanto simbolo presentato alle elezioni (fu concessa, nella scorsa legislatura, a FdI).

Il Capo dello Stato individuerà un premier e gli attribuirà un incarico per formare un governo, entro il fine settimana? Difficile. Più facile che anche il secondo giro vada a vuoto, ma Mattarella – per evitare la deprecabile immagine dello stallo e del vuoto istituzionale – potrebbe affidare, invece, un pre-incarico a una figura ‘terza’ (il nome più quotato è quello del presidente del Senato, Casellati) per sondare, questa volta attraverso consultazioni formali ma non del Capo dello Stato, ma di un presidente incaricato, i partiti e poi, appunto, tornare a riferire al Colle e a lui stesso.

La verità è che il mite, calmo e serafico Sergio Mattarella, sta iniziando a perdere la pazienza. Le trattative tra i partiti – sia sul fronte Lega-M5S o centrodestra-M5S, sia sul fronte M5S-Pd – sono ferme al palo, bloccate da veti reciproci e paralizzanti. Di Maio non recede dal proposito di essere lui il premier (Salvini, invece, sì), ma soprattutto non vuole alcun rapporto con Berlusconi e con la sua Forza Italia, tantomeno accettandone ministri e sostegno al suo governo (ma se si trattasse solo di un appoggio esterno, da parte di FI, o di ministri ‘di area’ o ‘tecnici’? Non si sa). Salvini non recede, almeno per ora, dal patto a tre siglato con FI e FdI: mantenere unito il centrodestra può prefigurare un incarico allo stesso Salvini (37% la percentuale del centrodestra unito contro il 32% del solo M5S), ma non vuole accettare un pre-incarico, con il rischio di ‘bruciarsi’, e tantomeno vuole accettare il dialogo e il possibile sostegno, a un suo governo, del Pd, ipotesi che FI accarezza. Il Pd non vuole scendere a patti con i 5Stelle, a meno che – forse – Di Maio rinunci alla premiership, ma non si capisce perché quest’ultimo dovrebbe rinunciare con Salvini e accettare di non fare il premier con il Pd… Inoltre, il Pd è spaccato al suo interno: l’Assemblea nazionale del 21 aprile potrebbe essere l’occasione per capire cosa vuol fare il Pd e se Renzi, oltre che i gruppi parlamentari, controlla ancora il partito, ma le timide aperture di pezzi del Pd ‘governista’ e ‘collista’ (nel senso di pronto ad accettare le pressioni del Colle, appunto) non bastano, per ora, a bilanciare la contrarietà di Renzi e dei suoi ad andare al governo, almeno non con i 5Stelle. Infatti, l’ipotesi – per ora fantascientifica, ma ‘mai dire mai’, potrebbe essere quella di un Pd che, per una volta unito, fa nascere (tramite le astensioni o uscendo dall’aula) un governo di minoranza a guida centrodestra (Salvini o, meglio ancora, una figura terza, meglio ancora se istituzionale, stile Casellati, appunto) su richiesta del Colle e trincerandosi dietro “il senso di responsabilità istituzionale”. Troppo presto per dirlo e, in ogni caso, tutti gli scenari sono aperti. Per ora tra i partiti il gioco è “a somma zero” mentre il Pd vive il dramma del “gioco del prigioniero” (un classico della “teoria dei giochi”: in soldoni, vuol dire che qualsiasi scelta fai sconti una pena…).

Il tempo, dunque, rischia di passare ancora inutilmente: il secondo giro di consultazioni, realisticamente, andrà a vuoto, forse non basterà neppure un terzo. Ora, è vero che Mattarella intende prendere, ancora per un po’, i leader e le loro bizze infantili (quelle che rispondono al famoso slogan ‘politico’ del bambino che urla “il pallone è mio e ci gioco solo io!”) per sfinimento. Condurre un secondo, e di certo anche un terzo, giro di consultazioni, infatti, vuol dire far passare (anzi: far correre) le due settimane che ci separano dalla fine di aprile mentre ancora si sta girando il film “Gran Ballo Quirinale”. E vuol dire arrivare ai primi di maggio senza aver attribuito ancora alcun incarico ‘politico’ per formare un governo, se non, forse, un pre-incarico a una figura istituzionale (la presidente del Senato Casellati è il nome più quotato), ma destinato a finire sostanzialmente nel nulla, oltre che a relazionare il “nuovo” (?) stato dell’arte al Capo dello Stato. Compiere questa mossa può servire, a Mattarella, per chiudere anche formalmente le due ‘finestre’ ancora aperte per un voto anticipato a giugno. Infatti, per votare il 17 giugno bisognerebbe sciogliere le Camere entro il 2 maggio (dai 45 ai 70 il termine per indire i comizi elettorali), per andare alle urne il 24 giugno (quando si terranno i ballottaggi delle amministrative, primo turno il 10 giugno) non si può scavallare il 9 maggio. Insomma, subito dopo il ‘mega-ponte’ festivo, compreso tra il 25 aprile (Festa della Liberazione) e il I maggio (Festa dei lavoratori), i partiti e i loro leader, per quanto recalcitranti, dovranno per forza di cose acconciarsi a dar vita a un governo. Politico o, se non ci riusciranno, di scopo, istituzionale, di responsabilità. Ma è anche vero che Mattarella vuole – e chiederà ai partiti – risposte concrete e urgenti alle domande che già ha fatto loro nel primo giro di consultazioni: quale maggioranza pensate di riuscire a formare in Parlamento, con quali numeri? A chi pensate per la figura del premier? Sorretto da quali forze politiche? E con quali programmi per il Paese? A tali domande i partiti sono chiamati e tenuti a rispondere.

2. Aprile, il più crudele dei mesi… (repeat)

Aprile, il più crudele dei mesi, come diceva il Poeta (Thomas Eliot), è anche il mese in cui si sono aperte le consultazioni al Colle per la formazione di un nuovo governo, dopo il risultato politico delle elezioni del 4 marzo e i primi atti ufficiali delle nuove Camere e cioè della XVIII legislatura. Legislatura già partita, in realtà, con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenza che ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichi che servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere. Ma se le Camere hanno iniziato a funzionare e nonostante la nostra sia una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia, un governo – come la serva di Totò – ‘serve’. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare (le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti). Nel 2013 l’allora Capo dello Stato Napolitano nominò, proprio per ovviare a questo inconveniente causato dal protrarsi delle consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (che fu sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima (una alla Camera e una al Senato) per scrivere e varare il Def e una seconda, ancora più ‘speciale’, di 40 membri e presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello per approntare una riforma della Costituzione, anche se tra i forti dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una Bicamerale per la riforma della Costituzione ma senza la prassi ordinaria per istituirla.

In ogni caso, le consultazioni al Quirinale, che storicamente si tengono nell’ufficio del Capo dello Stato e vedono poi, una volta uscite le delegazioni, delle brevi comunicazioni dei partiti e gruppi convocati nel magnifico studio della Vetrata, sono iniziate il 3 aprile e seguiranno, ogni volta, un rigido calendario, già scandito e diffuso, il 29 marzo, da un comunicato del Colle. Il secondo giro di consultazioni, come già detto, si terrà il 12 e il 13 aprile 2018.

 

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Non c’è nulla di scritto, nella Costituzione, sulle consultazioni, solo le consuetudini ne regolano lo svolgimento. Ecco le principali.

3. Consuetudine più che regole: le consultazioni e il calendario del Colle. 

Un’antica consuetudine, peraltro non sempre rispettata nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i presidenti delle Camere e il presidente emerito della Repubblica (notare che dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, nel 2015, in poi, si tratta di non solo di un presidente emerito, ma di un ex Capo dello Stato bis…), poi di passare ai gruppi parlamentari, con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande secondo la loro consistenza numerica.

Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera oppure nell’altra.

La presenza, alle consultazioni, oltre che dei capigruppo, di leader non eletti in modo democratico e formale nelle loro rispettive formazioni politiche, è una pratica invalsa solo dalla II Repubblica (1993). In tempi recenti Grillo nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Berlusconi lo farà con FI.

Nella I Repubblica (1946-1992), infatti, salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti degli stessi partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

Il Quirinale ha diffuso, si diceva, il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, che viene detto un nuovo ‘giro’,  cambieranno i giorni, ma non l’ordine di apparizione dei vari gruppi. Ecco la tempistica ufficiale.  Il primo ‘giro’ di consultazioni si è tenuto mercoledì 4 aprile e giovedì 5 aprile. Il secondo ‘giro’ si terrà tra giovedì 12 aprile e venerdì 13 aprile. Si può, in teoria, andare avanti all’infinito… Ci potrebbero volere, in ogni caso, dei mesi (forse uno, forse due) per vedere la nascita di un nuovo governo. Di certo il mese di aprile se ne andrà via solo per le consultazioni e un nuovo governo potrebbe non giurare che a maggio. Abbastanza in avanti, dunque, per chiudere la finestra elettorale di giugno (il 10 giugno andranno al voto più di 700 comuni italiani, ballottaggi il 24 giugno) perché – dopo di allora – sarà impossibile andare di nuovo a votare prima dell’estate. Quindi, anche per un possibile e non auspicabile voto anticipato se ne parlerebbe a ottobre. Tra le altre date – non istituzionali, ma ‘politiche’ – da tenere presenti, ci sono le elezioni regionali in Molise, fissate per il 22 aprile, e quelle in Friuli-Venezia Giulia (29 aprile). Ma torniamo al calendario del primo ‘giro’ di consultazioni.

Mercoledì 4 aprile, sono saliti i presidenti del Senato (Casellati), alle ore 10.30, e della Camera (Fico) alle 11.00. Alle 12.30 il presidente emerito Giorgio Napolitano. Tutti e tre torneranno al Colle venerdì 13 aprile.

Sempre mercoledì 4 aprile, alle ore 16, è stata la volta del gruppo Autonomie del Senato. Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Conta, in questa legislatura, otto senatori, il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp) in rappresentanza della Svp. Ne fanno parte Gianclaudio Bressa (ex Pd), Napolitano (che però è già andato al Colle da solo in qualità di presidente emerito), Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo ha avuto la dispensa a restare sotto soglia (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta le minoranze linguistiche.

Alle ore 16.45 è arrivato il Gruppo Misto del Senato e alle 17.30 il Gruppo Misto della Camera. Il gruppo Misto della Camera è composto da 22 deputati ed è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU): comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 4 di Noi con l’Italia-Udc; 5 ex M5S. Il gruppo Misto comprendeva 14 deputati di Leu i quali, però, martedì 10 aprile hanno ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo pur stando sotto la soglia di 20 deputati in quanto simbolo presentato alle elezioni ed hanno eletto presidente Federico Fornaro.

Il gruppo Misto del Senato è composto da 12 senatori, è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Monti e Segre, l’ultima senatore a vita nominata nel 2018 da Mattarella). Al Senato, LeU dovrà restare nel Misto: il nuovo regolamento del Senato non permette, in ogni caso, la costituzione di gruppi autonomi sotto i 10 senatori.

Alle 18.30 di mercoledì 4 aprile l’ultimo incontro del giorno è stato con i gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia (50). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta su 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato) che andranno senza la Meloni.

Giovedì 5 aprile si sono riaperte le consultazioni al Quirinale. Il primo gruppo, quartultimo nell’ordine di salita al Colle, è stato quello del Pd alle 10. Il Pd, infatti, con 163 parlamentari (111 i deputati e 52 i senatori) è il IV partito per consistenza numerica: ha eletto come capigruppo Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Sono saliti al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, Matteo Orfini. Non ci sarà invece il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi, che dalle sue dimissioni non ha più cariche nel Pd.

Alle ore 11.00 è stata la volta dei gruppi di Forza Italia. I capigruppo di FI al Senato (Annamaria Bernini) e alla Camera (Mariastella Gelmini) rappresentano 104 deputati e 61 senatori per un totale di 165 parlamentari. Il presidente del partito, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai capigruppo. Da notare che, al Senato, i 4 eletti di Noi con l’Italia- Udc sono entrati nel gruppo di FI, alla Camera no (stanno nel Misto). Non è salito al Colle anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani (sarebbe stata una prima volta assoluta per una carica istituzionale europea pari di rango a un Capo di Stato!) ma Berlusconi potrebbe nominarlo vicepresidente di Forza Italia e dunque ammetterlo alle consultazioni. Il cerimoniale del Colle, infatti, è molto rigido: possono salire al Quirinale solo cariche di partito elettive.

Alle ore 12.00 è toccato ai gruppi della Lega. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, è salito al Colle con i due capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera). La Lega conta su 125 deputati e 58 senatori per un totale di 183 parlamentari.

Infine, alle ore 16.30, le consultazioni si sono completate con i Gruppi di M5S. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) sono saliti al Colle accompagnati dal leader e candidato premier dei 5Stelle, il deputato Luigi Di Maio. M5S conta 222 deputati e 109 senatori, in totale 331 parlamentari.

Per quanto riguarda il nuovo (il secondo) giro di consultazioni, i gruppi minori (Autonomie Senato, Misto Senato e Misto Camera, LeU) saliranno al Colle giovedì 12 aprile, in mattinata. Nel pomeriggio andranno al Quirinale i gruppi maggiori: Pd, centrodestra unito (in teoria Lega+FdI-FI hanno molti più parlamentari, 398, del M5S, che ne conta 331, ma salirà comunque come penultimo gruppo) e, infine, l’M5S. Venerdì 13 aprile toccherà ai presidenti di Camera e Senato, Fico e Casellati, e al presidente emerito Giorgio Napolitano.

4. La pausa di riflessione (un’altra…) e il conferimento dell’incarico.

Venerdì 6 aprile è stata, per il Capo dello Stato, una giornata cosiddetta “di riflessione” e tale sarà anche il prossimo weekend, quello del 14 e 15 aprile. Ascoltati tutti i gruppi e le forze presenti in Parlamento, sulla base dei programmi, degli eventuali accordi politici e soprattutto dei numeri necessari a godere di una base parlamentare (la Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, anche se, ovviamente, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia, sono pieni gli annali della storia patria…) che gli verranno sottoposti, Mattarella rifletterà sulle prossime mosse da compiersi. Ma prima di decidere ‘se’ conferire un incarico per formare un governo e a ‘chi’, il Capo dello Stato, di fronte al complicarsi della situazione politica, sempre più ingarbugliata, ha deciso di aprire, dopo qualche giorno di pausa, un nuovo giro di consultazioni, senza conferire nessun incarico perché non convinto dai propositi delle forze politiche, specialmente se – come è in questo caso – nessun partito gode, come base di partenza, della maggioranza in nessuno dei due rami del Parlamento.

Un altra data importante da segnare sul calendario era quella di martedì 10 aprile. Entro quella data, infatti, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def deve arrivare, però, dopo aver ottenuto il parere obbligatori delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, quelle Bilancio e Finanze di Camera e Senato (40 deputati e 27 senatori), che devono lavorare per votare un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente Vito Crimi (M5S), alla Camera ??? Francesco Boccia (Pd), presidente uscente, o Giancarlo Giorgetti (Lega). Il Def, infine, va approvato dalle Camere e, per forza, a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti) entro il 15-30 aprile al massimo per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles da parte della commissione Ue entro la fine di maggio.

5. Incarico pieno, pre-incarico o incarico esplorativo?

Il tipo di incarico che il capo dello Stato vorrà conferire (pieno, esplorativo o pre incarico) sarà noto solo alla fine dell’ultimo giro di consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra, può indicare personalità politiche o non politiche, parlamentari o non parlamentari, figure espressioni di una forza politica, di un’area politica o tecnici. Va ricordato che il Capo dello Stato non può sindacare un programma di governo, ma può chiedere e ottenere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) che i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo a loro prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del consiglio (art 92 e 93 Cost.).

Ma vediamo le tre fattispecie classiche di un possibile incarico di governo.

Il pre-incarico. Serve per verificare, da parte di un leader politico, se è capace di trovare una maggioranza atta a formare un governo. Il presidente del consiglio pre-incaricato deve tornare a riferire al Capo dello Stato se ha trovato una maggioranza parlamentare ed è quest’ultimo che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno. In sostanza, il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato e non lui a sciogliere l’eventuale riserva. Precedenti. Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera ma non al Senato. Il pre-incarico rimase tale.

L’incarico (o mandato) esplorativo. E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, preferibilmente quello del Senato, perché è la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato con un mandato esplorativo, con i partiti, e dopo riferire al Presidente che valuta il da farsi. L’incarico esplorativo on va confuso con il pre-incarico. Precedenti. La presidente della Camera, Nilde Iotti ricevette, nel 1987, da parte del presidente di allora, Francesco Cossiga, un incarico esplorativo (Fu la prima volta di una donna e la prima e unica volta di un esponente del Pci). Il presidente del Senato Franco Marini nel 2007 lo ricevette dal presidente Napolitano. Entrambi i tentativi fallirono.

L’incarico (o mandato) pieno. E’, ovviamente, la norma. O dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato e si presenta, dopo, al Parlamento per avere la fiducia. Una prassi che è stata interrotta una volta sola da Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri, auto-concedendosi un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, riportando alla luce l’antico precedente del governo Pella che giurò nel 1954 senza riserva.

Una volta conferito l’incarico e formato il governo – che giura, come il presidente del Consiglio, anche se in due momenti distinti, nella mani del presidente della Repubblica – il nuovo governo deve chiedere e ottenere la fiducia delle Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, può iniziare a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Ma il Capo dello Stato prega anche, sempre per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è sempre quella del “disbrigo degli affari correnti”. Sarebbe quindi quest’ultimo governo, anche se battuto, e non il governo Gentiloni (che è attualmente in tale condizione) a restare in carica fino a un nuovo governo o a nuove elezioni.


Einaudi

Luigi Einaudi presidente della Repubblica (1948-1955)

 

5. I precedenti, le formule e i tipi di governo nella storia repubblicana.

Precedenti, consuetudini e prassi costituzionale vengono consultati, in questi giorni, come sempre avviene in questi casi, dal presidente e dai suoi principali collaboratori che sono il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera), il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri, ma anche i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso, il consigliere Simone Guerrini, etc. I precedenti sul tavolo del Capo dello Stato sono:

Governo della non sfiducia (1976-’78) o delle astensioni. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, la Dc e il Pci che però mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo (la cd. conventio ad exludendum). Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Fu, di fatto, un monocolore Dc con l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI compreso per la prima volta, mentre i partiti che lo sostenevano – e cioè Dc, Pci e gli altri partiti costituzionali (tranne l’Msi, fuori dal cd. “arco costituzionale”, e Dp, Pr e Pli, all’opposizione) – facevano funzionare il Parlamento lavorando dentro le commissioni parlamentari che, mai come allora, ebbero e svolsero un ruolo cruciale. Anche il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978) vide la fattiva collaborazione del PCI, sempre attraverso le commissioni parlamentari e il suo voto su mozioni leggi e documenti, ma anche in questo caso senza la presenza di ministri del PCI. Il V governo Andreotti (1979) fu invece solo un governo di passaggio verso le elezioni. Presidente della Repubblica era Giovanni Leone (Dc).

Governo balneare. Tipici della Prima Repubblica nacquero e operarono solo in funzione di portare il Paese al voto perché privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Lo furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70). Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi).

Governo di minoranza. Sono stati governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa che toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970) sotto più presidenti della Repubblica.

Governo di scopo. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica.

Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri su indicazione dei partiti, anche se di area, ne è l’esempio classico. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico e non va confuso col governo tecnico.

Governo tecnico. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese come accadde durante la crisi economica del 1992-’93, per una rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995) o dopo entrambi i fatti scatenantisi insieme come nella crisi finanziaria del 2011. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vede il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro.

Governo del Presidente (della Repubblica). Premesso che la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per natura del suo mandato, guidare governi o anche solo, in teoria, ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica, lo furono di fatto, dei governi ‘del Presidente’ i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc) e anche il governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, eterodiretto come fu dal presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari” ebbero breve durata, ma soprattutto godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono spesso confusi con il governo tecnico o balneare.

Governo delle larghe intese. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato, di fatto, anche un “governo del Presidente” perché nacque dopo il lavoro della commissione dei 40 saggi imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento dopo la sua rielezione (2013) e soprattutto a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta sarebbe però meglio definirlo “delle larghe intese” perché vide il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare in modo fattivo al governo e con dei loro ministri. Il termine era stato già coniato in passato per i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95) e, in parte, per il fallito tentativo del governo Maccanico (1995) e la teorica nascita di un governo D’Alema che non vide la luce.

Governo di emergenza o di unità nazionale. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti i partiti dell’arco costituzionale (così venivano definiti i partiti nella I Repubblica, con l’esclusione dell’Msi, ma con l’inclusione del Pci), anche i più lontani tra di loro, i quali vi siedono con propri ministri per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Lo furono il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria, ma lo furono anche i Governi di Cnl (1945-1947) che dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e poi accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione. Nel primo caso, in epoca pre-fascista, c’era ancora il Re Vittorio Emanuele III di Savoia (la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale), nel secondo caso il Capo provvisorio dello Stato, fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), era Enrico De Nicola (Pli).


Pertini presidente

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

6. Curiosità, episodi e precedenti nella storia delle consultazioni al Colle.

I) Il ciclone Pertini. Il primo governo laico (Spadolini) e socialista (Craxi).

Nel 1979 l’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare di andare a nuove elezioni (che poi, comunque, nel 1979 si tennero) e per tenere in vita la VII legislatura, convocò al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti da marzo, in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo Pertini). Pertini ricevette i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfilò e rinunciò, quindi l’operazione saltò e il governo ‘a tre’ non nacque ma un V governo Andreotti che portò il Paese al voto.

Ma le due innovazioni per cui Pertini passò alla storia furono ben altre. Fu il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana (l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo Parri, azionista, del 1947 era nato sotto la monarchia). Sempre nel 1979 diede l’incarico di formare il governo (ma senza successo) al segretario del Psi Bettino Craxi, suscitando grande scalpore ma preparando così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

Infatti, nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (1980-1981) a causa dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, il quale presentò un governo di pentapartito il 28 giugno 1981. Fu una specie rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc, partito che mantenne tale primato ininterrottamente per 35 anni.

Ma l’altra vera innovazione introdotta da Pertini fu il conferimento dell’incarico al primo socialista nella storia della Repubblica. Il giuramento del I governo Craxi, avvenne il 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito durò fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Infine, per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, furono socialisti sia il presidente della Repubblica (Pertini) che, appunto, il presidente del Consiglio dei Ministri (Craxi).

II) Cossiga e la crisi più lunga: nel 1989 nasce il VI governo Andreotti.

La crisi di governo più lunga nella storia della Repubblica fu quella della primavera del 1989 che, durante la X legislatura (1987-1991), portò alla nascita del VI governo Andreotti solo 64 giorni dopo le dimissioni del presidente del Consiglio precedente, Ciriaco De Mita, che era in carica dal 1987 quando si erano tenute le elezioni politiche. Le consultazioni furono tenute dall’allora presidente Francesco Cossiga (Dc). Il quale De Mita, peraltro, pretendeva dall’allora Capo dello Stato Cossiga una legittimazione costituzionale di un patto politico, quello della cd. ‘staffetta’ tra lui (allora leader della Dc) e Bettino Craxi, allora leader del Psi, che si sarebbero dovuti alternare al governo a ogni metà di legislatura. Il VI governo Andreotti, detto ‘di pentapartito’ perché sostenuto da un alleanza dei cinque partiti storici del centrosinistra (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi), sbloccò l’impasse e durò fino al 1991.

III) Scalfaro teleguida i governi Amato e Ciampi (1992-’94) sotto Tangentopoli.

Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), fu drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincise anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma fu segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui morirono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro, costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, solo il Pri era all’opposizione) uscita dalle urne nonostante il ciclone di Tangentopoli fosse già in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività diede due incarichi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi operanti in situazioni drammatiche. Il primo fu a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governò dal 1992 al 1993 affrontando sia i problemi di ordine interno (corruzione e stragi) che internazionale (crollo della lira, svalutazione e prelievo forzoso sui conti correnti). Particolare curioso delle consultazioni del 1993: Scalfaro pretese e ottenne che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presentasse allo studio alla Vetrata, falcidiando molto partiti…

Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cadde e Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituì due novità: fu il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era governatore di BankItalia) e il primo dal 1947 a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti (il Pds di Occhetto ne uscì dopo 24 ore perché la Camera negò l’autorizzazione alla richiesta di arresto per Craxi che si teneva proprio quel giorno) ma fu anche il governo che gestì il passaggio a una nuova legge elettorale, il Mattarellum, che varata nel 1993 sancì il definitivo superamento del sistema proporzionale puro che aveva caratterizzato la I Repubblica dal 1946 in poi.

IV) Scalfaro blocca Berlusconi sulla Giustizia: Previti non può essere ministro.

Quando, nel 1994, si tornò a votare e si aprì la XII legislatura, la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi scrisse una fine già segnata alla nascita del nuovo governo che nacque il 10 maggio 1994 e durò fino alle sue dimissioni del 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nacque con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc, e altri, ma il neo premier portò all’allora presidente Scalfaro, nella lista dei ministri, anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” disse, candidamente, Berlusconi a Scalfaro). Ne seguì un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) dopo Berlusconi spostò Previti alla Difesa. Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, ma già Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al governo Pella (1953).

V) Napolitano silura Berlusconi: lacrisi del 2011 e la nascita del governo Monti.

Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura, il 7 maggio 2008, il 60 esimo governo della storia repubblicana, aveva già battuto tutti i record di durata degli esecutivi più longevi (rimase il secondo più lungo, secondo solo a De Gasperi) quando – dopo la crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali che coinvolse l’Italia nell’estate del 2011 e la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che gli aveva tolto l’appoggio già alla fine del 2010, il governo cadde, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando la maggioranza assoluta (315 voti). L’allora Capo dello Stato Napolitano prese al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottenne il 16 novembre 2011. Napolitano fu il vero artefice e ‘creatore’ dell’esperimento del governo Monti, che egli stesso aveva provveduto a nominare senatore a vita, e che governò – sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione – fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ non indicati dai vari partiti.

VI) La ‘carica dei 101’. Il fallimento di Bersani, la rielezione di Napolitano e la nascita del governo Letta (2013): una crisi di governo durata ben 44 giorni.

Come molti ricorderanno, la legislatura appena conclusa, la XVII, si aprì nel caos. Si votò il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione senza soglia di accesso, e la coalizione imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ebbe la maggioranza dei seggi (340) solo alla Camera ma non al Senato per la difformità dei premi, che lì venivano dati su base regionale. Bersani ricevette, dal presidente Napolitano, il pre-incarico di formare un governo il 15 marzo e diede avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, dovette gettare la spugna. Napolitano congelò quel pre-incarico senza mai più ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale. Subito dopo, però, le consultazioni al Colle si dovettero fermare per forza perché era scaduto lo stesso mandato di Napolitano e si dovette procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato, ma le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101“) portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo capo dello Stato ad essere eletto due volte alla massima carica dell’istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile, dunque, Napolitano poté procedere ad aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo e solo dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e FI dall’altra conferì, il 20 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giurò nelle mani del Capo dello Stato bis il 24 aprile e nacque il 28 aprile, cioè ben 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi che fu molto lunga diede vita a due novità: la rielezione di Napolitano e la formula delle ‘larghe intese’. Formula che proseguì fino al 2015 quando arrivò al governo Matteo Renzi, che ebbe da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo che durò fino a dicembre 2016 quando fu invece a Mattarella, eletto nel 2015, conferire l’incarico a Gentiloni.


NB: Questo articolo è stato pubblicato, in parte, sul sito  di Quotidiano.net il 4 aprile 2018. Qui viene ripubblicato arricchito di approfondimenti e sezioni.

I nuovi capigruppo di Camera e Senato tutti eletti per acclamazione. Ma nel Pd è scontro. Martina stoppa Renzi che deve rinunciare a Guerini per Delrio

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

Ettore Maria Colombo – ROMA

Camera e Senato hanno eletto tutti i loro nuovi capigruppo. Per alcuni gruppi (M5S e Lega) si è trattato di un puro atto di ratifica, per altri di una novità (FI e Pd), per altri ancora di una scelta pro tempore (FdI e Misto), ma lo scontro vero – tanto per cambiare  – si è consumato nei gruppi dem, ovviamente tra renziani e non renziani. La nomina dei capigruppo – e la contestuale dichiarazione di appartenenza ai gruppi dei deputati e dei senatori – è fondamentale per due motivi: solo così la macchina del Parlamento può iniziare a partire a pieno regime (tra oggi e domani verranno eletti anche 8 vicepresidenti, 6 questori e 16 segretari d’aula delle due Camere) e solo così il presidente della Repubblica può stabilire il calendario delle consultazioni al Colle per formare un nuovo governo, calendario che dovrebbe arrivare entro oggi.

Tra i nomi dei capigruppo passati senza colpo ferire, ci sono quelli dei 5Stelle: confermati, per acclamazione, Giulia Grillo alla Camera e Danilo Toninelli al Senato. Anche per la Lega l’elezione è stata una formalità: Giancarlo Giorgetti va alla Camera (ma potrebbe presto assumere importanti ruoli di governo) e Gian Marco Centinaio al Senato i nomi. Per FdI (Fratelli d’Italia) si è decisa una soluzione pro tempore: Stefano Bertacco al Senato e Fabio Rampelli alla Camera. Il problema del partito della Meloni è che non ha ancora deciso se vuole stare al governo o all’opposizione. Nel gruppo Misto alla Camera, data la preponderanza dei deputati di Leu (14 su 36), la scelta è caduta su Federico Fornaro (Leu), a sua volta pro tempore perché – spiega lui stesso – “Appena ci danno la deroga, costituiremo un gruppo autonomo e il Misto si eleggerà un altro capogruppo” (sarà, molto probabilmente, espressione delle minoranze linguistiche, che contano 5 deputati, di cui quattro della Svp). Anche al Senato è stata eletta una rappresentante di Leu, Loredana De Petris, che aveva già ricoperto tale incarico nella scorsa legislatura, anche se i senatori di Leu sono solo quattro sui 10 del Misto.

Dentro Forza Italia, Berlusconi aveva chiuso i giochi da giorni puntando su due donne, Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera, elette per acclamazione, che prendono il posto di Paolo Romani e Renato Brunetta, i quali non godevano più, dai giorni dell’elezione dei presidenti delle Camere, della fiducia del Cavaliere e con i quali hanno avuto numerosi scontri, ai limiti della buona creanza.

 

Tutto quello che è potuto andare liscio negli altri gruppi è, ovviamente, andato storto nel Pd. La mattinata di ieri si è consumata tra riunioni fiume tra i big e momenti di notevole tensione. Renzi ha cercato in tutti i modi di imporre i suoi candidati (Lorenzo Guerini alla Camera, Andrea Marcucci al Senato), ma l’ha spuntata solo sul secondo, cui però teneva di più. Il segretario Martina ha imposto il metodo della ‘collegialità’: tradotto dal politichese, vuol dire che sia le minoranze di Orlando ed Emiliano sia i big anti-Renzi (Franceschini), che non volevano due renziani doc in postazioni così cruciali e delicate, in qualche modo dovevano spuntarla. E ci sono riusciti. Nel turbinio di riunioni precedenti l’assemblea dei gruppi, che hanno visto al Nazareno incontrarsi Renzi, Martina, Delrio, Guerini e Orfini, erano spuntati anche i nomi di Tommaso Nannicini per la Camera e di Teresa Bellanova per il Senato, peraltro entrambi renziani ma ritenuti dalle minoranze meno pasdaran.

Il rischio di andare a una sanguinosa conta – che i renziani peraltro avrebbero vinto (sono 32 su 53 al Senato e 73 su 110 alla Camera) – era troppo grande e allora Renzi ha ceduto su uno dei due capigruppo, e cioè sulla Camera, per tenersi Marcucci.  Guerini, complice la sua lealtà a Renzi e il suo profilo di diplomatico capace di stemperare le tensioni (altrui), ha deciso, autonomamente, di fare un passo indietro in favore di Delrio con cui si era parlato e confrontato in diverse occasioni nei giorni passati. Ma molti renziani parlano apertamente di “un atteggiamento politicamente e umanamente sbagliato nei suoi confronti” da parte dello stesso Renzi (e Martina). Il segretario Martina, che ha posto l’aut aut a Renzi (“O Delrio o si va allo scontro”), mettendo sul tavolo la fiducia sul suo stesso incarico, in caso contrario, cinguetta “Habemus Papam!”, quando l’assemblea del gruppo alla Camera elegge Delrio, ma Antonello Giacomelli, franceschiniano vicino a Renzi, sbotta: “Delrio ottima persona, ma lo era anche Guerini. Non capisco il cambio e neppure la richiesta di fiducia”.

Ora di Guerini si parla come futuro presidente del Copasir (ma “di acqua ne deve ancora passare, sotto i ponti…”, dice lui a un amico) o addirittura come candidato di Renzi, in seno all’Assemblea nazionale, da contrapporre proprio a Martina. Perché una cosa sola è certa: il Pd andrà all’opposizione – assicurano Marcucci, anche lui eletto per acclamazione, e lo stesso Delrio, pure molto vicino ai desiderata del Colle – ma ai renziani Martina non piace proprio: “Non ci garantisce, anzi gioca contro, dobbiamo impedire che diventi lui il segretario vero, altrimenti viene giù tutto”.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 28 marzo 2018.

Salvini e Di Maio, gemelli diversi. I due leader si piacciono, ma riusciranno a governare insieme? Centrodestra, fuga di FI verso la Lega

Pubblico due articoli usciti negli ultimi due giorni (26 e 27 marzo 2018) su Quotidiano nazionale. 

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  1. Salvini e Di Maio “gemelli diversi”. Si piacciono e si cercano molto, ma riusciranno a governare?

Ettore Maria Colombo – ROMA

 “Di Maio lo sento al telefono più volte della mia mamma”. E’ stato quando Matteo Salvini ha pronunciato – apposta perché tutti lo sentissero – questa frase che la sensazione di un feeling più che marcato tra i due leader si è tramutato in un dato di fatto. Telefonate, Sms, messaggini Whats App, magari qualche cuoricino e qualche faccina (gli emoticon). Dal 14 marzo, data della prima telefonata (almeno di quelle che sono state raccontate dai giornali, prima Quien sabe?), è stato un continuo: “Ciao Luigi, sono Matteo”. “Pronto Matteo, sono Gigi”. Fino al capolavoro finale, l’elezione dei nuovi presidenti delle Camere, con Berlusconi ricacciato nell’angolo, una ruota di scorta, e il Pd che non tocca palla. Certo, la strada per fare un governo insieme (con FI? Solo loro due? E il premier? Chi dei due la spunterà?) è tutta in salita, ma il rapporto di amicizia e stima ormai è saldo. Beppe Grillo ha suggellato il patto e celebrato le nozze: “Di Salvini ci si può fidare, è un uomo che rispetta la parola data” (Berlusconi non potrebbe dire lo stesso forse, anzi…).

Insomma, Luigi Di Maio (classe 1986, di Avellino) e Matteo Salvini (classe 1973, milanese) sembrano fatti apposta per intendersi. Uno trentenne, l’altro quarantenne, e il fattore generazionale conta, sono entrambi rottamatori, entrambi volitivi, come uomini e come leader, hanno una grande smania di prendere il Potere, la Stanza dei Bottoni. Sono anche, entrambi, molto e molto seriamente fidanzati. Certo, della compagna di Salvini, Elisa Isoardi, tutto si sa perché è un personaggio pubblico, un volto della tv, mentre della nuova compagna di Di Maio, Giovanna Melodia, nulla, tranne che è una giovane e bella grillina di Alcamo.

Come giudicare e misurare similitudini e attitudini tra i due? Massimiliano Panarari, esperto di comunicazione politica, snocciola diversi e ragionati punti convergenza: “Sono senz’altro i responsabili e gli artefici di una vera rottura generazionale e non solo per il dato anagrafico. Il tentativo di governare insieme sarà faticoso, produrrà un’alleanza instabile, ma hanno già ottenuto il risultato di aver riconfigurato il sistema politico. Salvini sta creando un centrodestra legaforzista e ne è egemone, Di Maio sta formando una nuova Balena… gialla”. “Sono entrambi populisti – continua Panarari – anche se uno è nettamente sovranista, Salvini, e l’altro più camaleonte. In politica sono entrambi putiniani, ma Salvini lo è in modo più radicale. Hanno impostato la loro ascesa sulla rottura con l’establishment: la loro fonte di legittimazione politica è il ‘popolo’ nel senso più indistinto del termine. Fanno uso massiccio di social network, non disdegnando le fake news. Infine, sul piano personale, sono entrambi due ambiziosi”. Il sondaggista Roberto Weber, presidente dell’istituto Ixé, si è fatto una opinione molto precisa: “La loro è la vittoria della ‘qualunquità’. Rappresentano entrambi – e le loro classi dirigenti al seguito ancora di più – l’esaltazione della gente qualunque che, dopo anni di ‘Casta’ (specie quella del Pd) insopportabile e insostenibile, finalmente può governare. Salvini ci mette un di più di popolanità, e pure di volgarità, Di Maio appare più istituzionale, ma tutto quello che gli sta intorno non lo è. In entrambi trovo un tasso di aggressività proprio dell’uomo della strada che, però, si ritiene educato e quindi non eccede, ma vorrebbe poter dire il suo ‘vaffa’”. Resta da vedere se il ‘vaffa’, pur diversamente modulato, da parte dei due leader, reggerà alla prova del governo.

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 27 marzo 2018 a pagina 3 di Quotidiano Nazionale


 

2. La Lega sta svuotando Forza Italia. Berlusconi ha deciso: i due capigruppo saranno due donne. 

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Silvio Berlusconi al Senato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Salvini ha issato la sua bandiera su Palazzo Grazioli”. L’impietosa analisi sullo stato comatoso in cui versa FI la tiene Denis Verdini, che del Cavaliere era un ascoltato consigliere. Il guaio è che le cose stanno proprio così. Forza Italia è un partito allo sbando. Dai territori del Sud se ne stanno per andare, armi e bagagli (cioè clientele) in parecchi. In Puglia è un fuggi-fuggi che neppure uno come Raffaele Fitto riesce a fermare. Persino in Sicilia, portatori di voti azzurri levano le tende per andare con la Lega (sic). Al Nord, i pochi azzurri rimasti si erano già ‘padanizzati’. Del governatore ligure Toti, che di Berlusconi è una sorta di nemico in casa, e del suo feeling con Salvini, si sa, ma ora anche in Friuli FI ha dovuto lasciare il passo alla Lega, che candida Fedriga. La minaccia di far saltare le giunte a guida Lega (Lombardia, Veneto, Liguria) è un’arma spuntata.

E se, nei territori, la prospettiva di una “Lega Italia” si fa sempre più vicina, a Roma le cose non vanno meglio. Sia nel caso di un governo giallo-verde Lega-M5S, sia che si trovi un accordo tra il centrodestra unito e i 5Stelle, la forza attrattiva della Lega verso i parlamentari azzurri non può che aumentare, grazie a poltrone e ministeri già in vista.

Ma al Berlusconi che perde peso e presa ogni giorno non passa mattina che pure la lettura dei giornali non gli procuri un dispiacere. Ieri, l’ennesimo sbotto d’ira. Ha dovuto leggere gli sfoghi dei suoi capigruppo di Camera e Senato. Romani dice “Silvio non è più il leader, non condivido le sue scelte”, Brunetta sbotta “E’ finita”. I due, inoltre, avrebbero osato l’inosabile: mandarlo a quel paese. Sia come sia, Romani si chiude in un’impenetrabile silenzio: non smentisce nulla, ha perso la gara a presidente del Senato, gara in cui ha creduto fino all’ultimo, e sta per perdere anche quella a capogruppo, anche se sembra che chiederà la conta. Al suo posto andrà, per ricompensarla, Annamaria Bernini, a meno che non prevalga Lucio Malan. Alla Camera Brunetta fa sapere, urbis et orbis, che non ha “alcuna intenzione di continuare a fare il capogruppo, un mestiere difficile e pericoloso”, ma lo dice perché sa di aver già perso anche quella partita. Una raccolta di firme contro di lui ha dovuto stopparla Berlusconi in persona. Al suo posto andrà Maria Stella Gelmini, con il giovane calabrese Roberto Occhiuto come vice. Si tratta, tuttavia, di nomi che sarebbero stati perfetti per trattare un governo di grosse koalition con il Pd, non un governo con Salvini e i 5Stelle. Intanto, escono un po’ di dichiarazioni – ma neppure tante (Gasparri, Ronzulli, Schifani) – di azzurri che ribadiscono la “centralità” di Berlusconi e di FI per il futuro governo. L’ufficio stampa della Lega smentisce, ma a tarda ora, che Salvini abbia mai chiesto al Cav di “fare un passo indietro nominando un suo reggente” per trattare meglio con M5S. Intanto Salvini spiega, via Facebook, che “il premier” lo indicherà il centrodestra, dettaglia il programma e fa capire che il nome prescelto è solo il suo. Il suo braccio destro, Giancarlo Giorgetti, lo dice a chiare lettere su La 7 (“L’incarico andrà a Salvini”) e avverte: “Molti eletti nei collegi condivideranno il suo programma”. Insomma, la Lega è pronta a spaccare tutti gli altri partiti, pure Forza Italia.

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 marzo 2018 su Quotidiano Nazionale