Pisapia fa saltare il tavolo con Mdp: “Basta, mi avete rotto”. Insieme o divisi? La sinistra a sinistra del Pd già in pezzi

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Unità o rottura? “Insieme” o divisi? La sinistra a sinistra del Pd è a un passo dalla spaccatura. Sono le nove del mattino e il governatore della Toscana, Enrico Rossi (Mdp), è a Omnibus: “l’incontro tra Pisapia e Speranza non si farà”, sospira. Il leader di Campo progressista e il coordinatore di Mdp dovevano ricomporre i cocci. Ma dopo l’abbraccio, alla Festa dell’Unità di Milano, tra Pisapia e la Boschi e l’intervista in cui Pisapia riapre al dialogo con il Pd, Mdp ora vuole forzare la mano. Il partito di Bersani e Speranza (e, dietro, di D’Alema) vuole provare ad accelerare sul processo unitario: Carta dei valori, coordinamento provvisorio, assemblea fondativa, nome, simbolo e, ovvio, liste elettorali più un manifesto politico-programmatico che è tutto “un’agenda alternativa a Renzi”. Seguono varie critiche alla ‘comunicazione’ dell’ex sindaco: sul banco degli imputati c’è Gad Lerner. Un tavolo sui contenuti, diretto da Lerner, viene disertato da Mdp. E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Pisapia sconvoca l’incontro, convoca i suoi e se ne torna a Milano. “Avete la testa rivolta all’indietro” dice il suo comunicato. “Guardare al futuro per noi significa partecipazione popolare al processo costituente” replica Speranza. Tradotto dal sinistrese vuol dire, appunto, tessere e voti per pesarsi.
Le parole che Pisapia pronuncia con i suoi prima di andarsene sono tranchant: “Basta, mi sono rotto, non ne posso più di loro. Non accetto di dover dimostrare ogni giorno il mio antirenzismo. Mi sono stancato dei veti di Mdp su di me”. I punti di disaccordo li mettono in fila fonti qualificate di Mdp: “Noi non vogliamo paletti a sinistra, per noi Sinistra italiana e i civici del Brancaccio devono entrare nel nuovo soggetto, e l’alternativa al Pd per noi è identitaria, ma soprattutto noi ci vogliamo contare, in modo democratico”. In sostanza, Mdp vuole una vera campagna di adesione. Insomma, il tesseramento. In più, parlamentarie con albo degli iscritti registrato. Si chiama ‘contarsi per contare’: sarebbero gli eletti dal basso o l’assemblea costituente del nuovo soggetto a decidere le candidature alle prossime elezioni. La critica di Mdp a Pisapia è sottile ma netta: “Vogliono mantenere la golden share su tutto il processo senza mai contarsi”.
La replica dei pisapiani milanesi altrettanto dura: “Noi vogliamo essere alternativi al Pd, ma non antagonisti, con l’ambizione di concorrere a vincere e governare il Paese, non di stare all’opposizione. E vogliamo ricostruire il centrosinistra, non fare l’unità delle sinistre”. Un altro sbotta: “Giuliano non ci sta a fare la bella figurina di Renzi né di D’Alema. Non si fa manovrare da nessuno”. E lui, a sera, dice: “Si va avanti con chi ci sta”. Si parla già di 20 deputati (sui 42 di Mdp) più i centristi di Tabacci e altri con lui.
Riassumendo: Pisapia e i suoi pretendono lo scioglimento di tutti i vari soggetti, non vogliono tessere, ma “diritti pari grado” tra le forze promotrici (solo così centristi, civici e ambientalisti avrebbero spazio), chiedono paletti rigidi a sinistra (sì a Civati, no a SI) e coltivano l’ambizione di un “Nuovo Ulivo” votabile da personalità come Prodi e Letta. Infine, pensano di sedersi al tavolo delle trattative per formare un nuovo governo se Renzi vincesse o pareggiasse le elezioni. Mdp vuole, in sostanza, l’esatto contrario. Trovare una quadra non pare facile: Bersani (che a sera parla di “frattura non insanabile”) ed Errani cercano una mediazione, Pisapia per ora nicchia e il suo amico centrista Tabacci confida: “Ormai è finita”. Renzi è soddisfatto se a sinistra si litiga, ma scettico su reali divisioni definitive e anche sulla possibilità che Pisapia rientri nell’orbita del Pd. Però il renziano Marcucci chiede di “spalancare le porte a Pisapia” e Lorenzo Guerini spiega a un amico: “Al Senato una mini-coalizione Pd-Pisapia è cosa fattibile”.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

Pisapia frena lo strappo col governo e mantiene le distanze da D’Alema. Ieri girandola di incontri romani del leader

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo ROMA

UNA PRIMA vittoria, forse solo apparente. Giuliano Pisapia, ieri era a Roma per una girandola di incontri politici: di mattina Civati, poi Speranza, D’Alema, Bersani, nel pomeriggio Cuperlo e i parlamentari dell’area di Orlando. Il punto a suo favore è la nascita di un coordinamento politico (tra una settimana, formalmente) delle varie forze che a lui si rifanno e di cui sarà il presidente de facto. Ne faranno parte tutti i fondatori di Insieme, ma a pari grado: Campo Progressista con Furfaro, Mdp con Speranza, i centristi con Tabacci, i civici e ambientalisti con Bonelli. Mdp, che si sente ‘l’infrastruttura portante’ dell’operazione e smentisce i nomi che girano, varrà solo per uno. Poi ci sarà un Comitato dei garanti, il cui presidente sarà il costituzionalista Onida, che dovrà scrivere le regole e, ovviamente, una Carta programmatica che scriverà Pisapia.

«Stiamo rifacendo l’Ulivo», dice soddisfatto un fedelissimo dell’ex sindaco di Milano sicuro che il Professore bolognese benedirà, sia pure da lontano, e presto, l’operazione. E Pisapia, proprio come fu con l’Ulivo, vuole mettere paletti rigidi a sinistra e ‘aprire’ a destra: il no a Sinistra italiana di Fratoianni e ai ‘civici’ di sinistra Falcone e Montanari (solo Civati è ok) fa il paio, nei suoi progetti, con il dialogo con i centristi come con il Pd. Da un lato, una decina di deputati oggi nel gruppo Democrazia solidale (Capelli, Piepoli, l’ex ministro Catania) andrebbero a irrobustire l’ala centrista di Insieme, già presidiata da Tabacci, Sanza e altri ex dc, per gruppi parlamentari unici che nasceranno, però, più avanti. D’altro canto, Pisapia ieri ha visto sia Gianni Cuperlo che una trentina di parlamentari dell’area Orlando: l’idea è di un campo largo del centrosinistra, di taglio anti-renziano, ma senza stimolare alcuna altra scissione dal Pd, anzi utile a rafforzare il baricentro di centrosinistra e non estremista del progetto di Pisapia. Anche per questo motivo Guerini e Rosato non hanno fatto nulla per ostacolare quei colloqui. L’idea del ‘doppio tesseramento’, però, lanciato da Pisapia e dagli orlandiani (a Insieme e al Pd) non potrà certo essere accolta con favore al Nazareno.

Apertissimi, invece, due punti di frizione tra Pisapia e Mdp. Il rapporto con il governo è il principale: per Pisapia bisogna intavolare un dialogo serrato con l’esecutivo, ma «senza strappi o accelerazioni» sulla legge di bilancio. In Mdp, l’ala dura bersaniana e dalemiana vuole rompere su quella, lanciando un netto segnale di disimpegno e distanza. Al di là delle smentite ufficiali di Mdp, la differenza resta. Inoltre, come si sa, Mdp non ha alcuna intenzione di sciogliersi in un ‘contenitore unico’ e vorrebbe aprire il listone delle prossime elezioni a tutti i partiti della sinistra.

INFINE, c’è il tema delle candidature. Pisapia e D’Alema, che si sono visti per un breve saluto, definito da entrambi «ottimo», restano su posizioni opposte. D’Alema si vuole candidare, Pisapia – che anche ieri ha ribadito che lui non si candiderà alle prossime elezioni – crede nel criterio della ‘rotazione’. Il suo colonnello Massimiliano Smeriglio dice, diplomatico, che «il rinnovamento serve a favorire il ricambio di personalità importanti quanto ingombranti», ma Gad Lerner, consulente dell’ex sindaco e ieri alla Camera, ci va giù molto duro: «Ogni volta che D’Alema dice ‘Giuliano è il mio leader’ io e chi sta con lui ci tocchiamo i cosiddetti».

Nb: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 20 luglio 2017

Meglio soli. Renzi da Milano rottama le alleanze: “apriamo ma alla società civile”

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

«ASCOLTIAMO tutti, ma non ci ferma nessuno». Quando Matteo Renzi sente «l’odore del sangue» (anche se, stavolta, il sangue è il suo) torna garrulo e combattivo. E così chiude l’assemblea nazionale dei circoli del Pd all’attacco. Ne ha per tutti, e non sono pochi: non li cita per nome e cognome, ma chi deve capire capisce. Sul fronte interno la randellata è per Dario Franceschini, oltre che per Andrea Orlando e la sua minoranza: «Io non rispondo ai caminetti, ai capicorrente, io rispondo ai cittadini». E ancora: «Dopo le primarie i sondaggi sono andati bene, troppo bene, allora è partita la discussione interna ma questa discussione è un attacco contro il Pd. E se attacchi il Pd stai attaccando l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Infine, la stilettata: «Volete la garanzia di andare in Parlamento? Mettetevi in gioco, lavorate. Contano i voti, non i veti». Con gli avversari interni – quelli della minoranza di Orlando e quelli annidati nella sua maggioranza (Franceschini, ma anche Fioroni, i cattodem) – Renzi intende regolare i conti, una volta per tutte, in Direzione, anticipata per l’occorrenza al 6 luglio.
LÌ IL SEGRETARIO farà la famosa «analisi del voto», proverà a smontare le tesi altrui sulle amministrative, ma soprattutto dirà: d’ora in poi si lavora in vista di una lunga campagna estiva e autunnale che ci porterà alle Politiche del 2018 in primavera. Chi è con me? Renzi pretenderà risposte chiare e chiederà un voto conseguente, in un organismo dove gode di una maggioranza solida e autosufficiente (al netto, cioè, dei franceschiniani). Quest’estate il leader dem promuoverà il suo libro (Avanti!), finalmente in uscita per Feltrinelli, girerà per le feste dell’Unità, fino a chiudere quella nazionale di Imola, il 24 settembre e subito dopo, a ottobre, partirà per un tour in treno in tutte le mille città italiane.

Insomma, Renzi non starà fermo, non si farà bersaglio dei colpi altrui. Onora Pisapia e Bersani di doppia citazione, ma li ritiene ormai «persi alla causa» («di quei due non mi frega più niente» si confida con i suoi). E di loro dal palco dice secco: «Fuori dal Pd non c’è la rivoluzione marxista-leninista, ma la Lega e i 5Stelle. Non c’è la vittoria della sinistra di lotta e di governo. Chi immagina di fare il centrosinistra senza il Pd vince il Nobel della fantasia». Per Renzi il centro-sinistra, con o senza trattino, è morto e sepolto. C’è il Pd, e punto.

IL PD del Lingotto (l’unica citazione in positivo è per Veltroni), aperto alla società civile (e cioè alle candidature di Berruto, Burioni, Annibali, don Ciotti, se ci sta). E d’altronde, sottolineano al Nazareno, «c’era più società civile ieri a Milano che sul palco di Roma». «Hanno fatto una manifestazione contro il Pd, non per l’Italia», è il refrain che arriva dai fedelissimi.
Ma Renzi ne ha anche per Prodi cui rimprovera, senza nominarlo, il caravanserraglio dei governi dell’Unione, la nostalgia di «un passato meraviglioso che non è mai esistito». Non cita mai la legge elettorale, di cui ha parlato Mattarella, ma gira voce che Renzi potrebbe sedersi di nuovo al tavolo con Berlusconi, a settembre: il proporzionale senza premi di coalizione e le liste bloccate convengono a entrambi. Anche perché, senza le liste bloccate (che compilerà Renzi in persona) e con le preferenze, oltre che con il premio alla coalizione, il Pd può solo esplodere.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 2 luglio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale

Parla Giuliano Pisapia: “Nessun listone con il Pd. Il I luglio nasce una Cosa nuova”

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo  – ROMA

GIULIANO Pisapia, il I luglio a piazza Santi Apostoli c’è la manifestazione di lancio del suo Campo progressista. Da dove venite e dove volete andare?

«L’obiettivo è la costruzione di un nuovo soggetto politico che trovi il suo spirito e le sue idee dai territori che, per un anno, si sono impegnate nella costruzione di un campo aperto, progressista, che non si limiti a criticare, ma dia risposte concrete ai bisogni del Paese: le diseguaglianze, le differenze Nord-Sud, i temi del lavoro. La manifestazione si chiamerà “Insieme. Nessuno escluso”. Partiamo dal lavoro delle Officine delle Idee: sono oltre 300, sparse in tutto il territorio e anche all’estero (Londra, Bruxelles, Svizzera). Specie queste ultime hanno lavorato su come cambiare marcia a questa Europa e alla Ue».

Ed è lei il candidato naturale di quest’area?
«Dal punto di vista politico, raccogliamo sensibilità diverse che vengono dai mondi dell’ambientalismo, del civismo, del cattolicesimo democratico, della laicità, dell’ulivismo come stanno facendo tanti amministratori locali come per esempio Leoluca Orlando che a Palermo ha vinto al primo turno. Per quanto riguarda me, sono un punto di riferimento, ma i leader li scelgono i cittadini alle elezioni».

Il ministro Orlando annuncia che il primo luglio sarà in piazza con voi. Se pezzi della minoranza dem entrassero nel vostro campo come li accogliereste?
«Sono molto lieto di sapere che sarà in piazza con noi il primo luglio. Il nostro è un campo aperto a tutti gli esponenti del centrosinistra, ma non voglio entrare nelle dinamiche interne del Pd».

Mdp, uno dei soggetti fondatori, è gelosa della sua autonomia. Si dovrà sciogliere?
«Sarà un percorso graduale. Alle porte non ci sono elezioni anticipate. Lavoreremo per diluire le singole soggettività in un progetto più ampio e aperto. Mettersi insieme sui territori e creare gruppi parlamentari unici ci aiuterà a trovare la sintesi».

Bersani sostiene il suo progetto. D’Alema è molto più freddo. Una loro candidatura alle prossime Politiche sarebbe un problema?
«Il mio progetto è quello di costruire un campo innovativo e inclusivo. E la sfida è proprio quella di dare voce a nuovi protagonismi, ai giovani che già lavorano sul territori in associazioni e realtà locali, energie che rischiamo di disperdere perché delusi dalla politica degli ultimi anni. Ritengo comunque utili dei garanti che valuteranno le singole candidature e questo varrà per tutti, anche per me».

Montanari e Falcone hanno lanciato l’Alleanza per il cambiamento in totale rottura e distanza dal Pd, considerato di destra. Con loro dialogherà?
«Io dialogo con tutti, ma bisogna uscire dai personalismi e da logiche di pura testimonianza. Fare opposizione è facile, governare è difficile. Un centrosinistra (o una sinistra-centro) radicalmente innovativo possono restituire fiducia a chi non ce l’ha più, ma io dico: niente populismi e niente demagogia. Non basta dire cose di sinistra, bisogna farle. Credo in una sinistra che sappia assumersi la responsabilità di governare. L’avversario non può essere chi è più vicino a te, ma la demagogia, il populismo e le destre».

Il punto è il rapporto con il Pd. Renzi propone un listone unico alla Camera, da Calenda a Pisapia, e una coalizione al Senato. È fattibile?
«Il nostro progetto è autonomo da quello del Pd e in netta discontinuità con gli anomali accordi e alleanze con destra e centrodestra che il Pd ha portato avanti. Il Pd di Renzi ha l’idea della sua autosufficienza e ha ribadito più volte che il segretario eletto è il candidato premier. Non condivido la scelta, né si costruisce una coalizione con tali presupposti. Noi stiamo dando vita a un nuovo e diverso soggetto politico dal Pd. Con una legge elettorale proporzionale ci saranno almeno due o tre soggetti politici diversi nel centrosinistra in una competizione leale e aperta. Noi cercheremo di attirare il maggior numeri dei consensi sul nostro progetto che è alternativo a quello del Pd».

Speranza (Mdp) minaccia di non votare la Finanziaria del governo Gentiloni. Lei che farebbe al suo posto?
«E’ fondamentale dare priorità alle misure che generano sviluppo nei settori dell’ambiente, della cultura e della formazione, ridurre la povertà e la diseguaglianza, puntare a più giustizia e coesione sociale. Non ho mai pensato che arroccarsi o alzare la bandiera bianca prima ancora di avere iniziato una battaglia sia positivo».

NB: L’intervista è stata pubblicata il 23 giugno 2017 a pag. 7 del Quotidiano Nazionale

“Attacchi violenti e sconcertanti”. Gentiloni (e, ovvio, Renzi) pronti a scaricare Mdp dal governo

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

«GLI ATTACCHI violentissimi a Lotti da parte di un partito di maggioranza (Mdp, che ha pure un viceministro al governo, Filippo Bubbico, ndr.) sono sconcertanti» scuote la testa con i suoi il premier Gentiloni. «Come fai a dire che sei in maggioranza, che sostieni il governo e poi lanci accuse così pesanti, da partito di opposizione?!» sbatte il pugno sul tavolo il leader dem, Renzi. Insomma, «la misura è colma». E lo dicono, all’unisono, sia il premier che il segretario del Pd. A tema ci sono i rapporti con Mdp-Articolo 1, un partito e due gruppi parlamentari che stanno con un piede fuori e l’altro dentro il perimetro della maggioranza di governo. Con il rischio – concreto, per il Nazareno – che una volta che si sarà chiusa l’ultima finestra per le urne anticipate, quella di ottobre, Mdp voti contro la Legge di Stabilità per massimizzare i suoi (possibili) voti alle prossime Politiche lasciando il Pd e i centristi a sobbarcarsi aumenti di tasse e simili oltre al danno politico di dover votare una manovra economica con il supporto esterno di Forza Italia (causa mancanza dei voti di Mdp al Senato) con tutto il codazzo di polemiche che comporterebbe.

MA COSA è successo? È successo che ieri, per attaccare Lotti (oltre che Marroni), sul caso Consip, il senatore Miguel Gotor ha detto di sentire «puzza di massoneria», rievocando – nel suo intervento – figure della Prima Repubblica dal torbido passato come Flavio Carboni, Sindona, il Banco Ambrosiano, la P2… Nel gruppo del Pd al Senato hanno perso le staffe e subito reagito. Il senatore Andrea Marcucci, renzianissimo, ha detto: «Il livore di Gotor contro Renzi e il Pd è impressionante. Credo che il premier si farà carico di una verifica politica e credo ce ne sia bisogno». A fine serata, la richiesta di verifica della maggioranza – linguaggio un po’ criptico da Prima Repubblica e oggetto da cui un esecutivo può uscire solo in due modi: con un rimpasto (più posti) o con una crisi (definitiva) di governo – viene ridimensionato dallo stesso Marcucci, oltre che dal capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda Ma il problema del rapporto politico con Mdp resta e pesa come un macigno. «Mdp non può continuare così, devono dirci se stanno al governo o meno» dice a un collega Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria di Renzi, di solito il più diplomatico, tra i dem. E anche quando, nel Transatlantico della Camera, incontra Nico Stumpo, deputato di Mdp e colonnello di Bersani (che intanto assicurava «Noi sosteniamo il governo, ma non ci tappiamo la bocca») lo liquida così: «Parliamo di elezioni amministrative, non di politica, sennò non ci intendiamo…».

ECCO, appunto, i ballottaggi. Il Pd rischia di perdere città importanti, Genova in testa, e di subire un’importante battuta d’arresto in altre. Passata domenica, Renzi rivolgerà tutte le sue attenzioni al rilancio del partito (il I luglio c’è l’assemblea dei circoli a Milano) e al rapporto con il governo. Bisognerà decidere se mettere la fiducia su ius soli (Ap di Alfano frena) e ddl concorrenza (Calenda la chiede, Ap lo sostiene), poi iniziare a preparare la legge di Stabilità in nome del mantra renziano «meno tasse, più sviluppo». Possibilmente con Mdp andata in via definitiva all’opposizione per poterne decidere le misure a mani libere. E le alleanze? Renzi e i suoi sono convinti – o forse si limitano a sperare – che Pisapia «rompa in modo definitivo con il partito dell’avventura, dell’estremismo e del livore», cioè con Mdp. Altrimenti, se Pisapia non lo farà, anche allearsi con lui diventerà impossibile, per il Pd.

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 21 giugno 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

Prodi vede Renzi, è disgelo. Ma il Prof continua a tifare per iun ‘Nuovo Ulivo’, a partire dal Campo progressista di Pisapia

Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

  1. Prodi, il tessitore che tutti cercano. Incontro con Renzi: accordo su coalizione di centrosinistra e vocazione maggioritaria. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

ALLA FINE, nella sua girandola di incontri romani (un caffé lungo con Pisapia, un convegno certo non breve, sulla Cina, con Gentiloni), Romano Prodi ha trovato il tempo di incontrare quel Matteo Renzi con cui non si è mai preso. L’incontro si è tenuto nell’hotel Santa Marta dove Prodi alloggia quando viene a Roma alla presenza di Arturo Parisi, professore in seconda del fondatore dell’Ulivo e ancora oggi iscritto al Pd.
Luogo segretissimo, toni cordiali, se non affettuosi («clima più che buono» dicono al Nazareno), l’incontro è servito a entrambi. Renzi si è fatto assicurare che Prodi non sposerà apertamente la causa di Pisapia (il primo luglio diserterà la convention di Campo progressista) enon si presterà ad avallare, con la sua prestigiosa faccia, i movimenti della sinistra-sinistra orientati a fare a meno del Pd, oltre che di lui, Renzi.
Prodi, a sua volta soddisfatto dall’incontro, come si capisce dal proverbiale sorriso, avrebbe avuto rassicurazioni sui punti cui più tiene: unità del centrosinistra, larga e aperta, alleanze chiare, vocazione maggioritaria del Pd e rilancio della formula della «democrazia decidente». Per Prodi vuol dire modello maggioritario. Renzi ha convenuto con lui sul punto, gli ha ricordato che il maggioritario era alla base dell’Italicum, della riforma costituzionale e della riproposizione che il Pd ha fatto del Mattarellum. Il leader dem avrebbe persino promesso, al Professore, l’impegno del Pd per una ripresa di iniziativa, sulla legge elettorale, anche se solo dopo i ballottaggi delle amministrative.

INSOMMA, due leader fatti per non intendersi, come il Rottamatore e il Professor Semaforo, si sarebbero, se non innamorati, almeno chiariti.
La ‘tenda’ del fondatore dell’Ulivo (e dell’Unione, quella che Renzi porta a esempio come coalizione da non riproporre), però, non si sposta: sempre lì resta, a metà strada tra il Pd e il Campo progressista di Pisapia. Prodi – che pure ieri ha riconosciuto a Renzi che il Pd è «l’argine contro i populismi» – spinge per la (ri)nascita di un ‘Fronte Progressista’ che vada da Pisapia a Tosi, da Tabacci a Bersani, da Dellai (trentino ulivista ante litteram) al duo Cuperlo-Orlando, i quali vogliono federare pure loro, restando dentro il Pd (Orlando di sicuro, Cuperlo già più in forse), il centrosinistra.

RENZI, invece, vorrebbe fare a essere Macron, con sistema elettorale accluso, ma sa che non si può, anche perché «si vota nel 2018». Una coalizione di centrosinistra di governo, dunque, bisognerà pur farla (specie al Senato, alla Camera pensa ancora e solo al listone): il dialogo con Pisapia, per Renzi, «va benissimo», il problema sono altri (tipo D’Alema), ma è pronto a ragionare su tutto, primarie di coalizione (forse) incluse. Miracoli del Prof Semaforo, oggetto di desiderio di un centrosinistra che cerca una strada, ma passa sempre vicino alla sua tenda.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale del 16 giugno 2017.


2. Nuovo Ulivo, Prodi si sfila: “Sono un felice pensionato”. Renzi gelido con Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

«NON tornerà l’Ulivo e non sarò candidato premier». Romano Prodi, a Roma per la presentazione del suo ultimo libro, Il piano inclinato («Può essere un programma di governo, ma non il mio», altra puntualizzazione), si schernisce. «Sono un felice pensionato. Non sono l’unico in grado di unire il centrosinistra» aggiunge il Prof.
I puntini sulle ‘i’ erano necessari. L’iniziativa di Campo progressista del I luglio, che sancirà l’investitura definitiva di Giuliano Pisapia a leader di una ‘sinistra-centro’ che si sente «in continuità ideale» con l’Ulivo prodiano (le truppe ce le mettono quelli di Mdp-Articolo 1 ma anche i centristi di Dellai e Tabacci che si scioglieranno per aderire al progetto) vedeva proprio nel padre fondatore dell’Ulivo il suo padre nobile, forse di più. Da giorni si diceva che Prodi avrebbe benedetto l’operazione (la location sarà piazza Santi Apostoli, sede dell’Ulivo) con tanto di presenza fisica alla convention. Bene, ieri Prodi ha smentito («io di nuovo in campo? No, mi sono fermato») e il suo antico sodale, Arturo Parisi, è sicuro: Romano, il I luglio, se ne sta a casa.

CIÒ non toglie che la ‘tenda’ del Prof oggi è di certo più vicina al campo di Pisapia (parola di battaglia e, forse, nome del movimento «Insieme. Nessuno escluso») che a quello del Pd. Ma Prodi (e anche Enrico Letta) non possono certo prestare il loro volto a operazioni politicamente minoritarie: vogliono prima vedere con quali ambizioni nasce il progetto di «Insieme», chi vi prenderà parte e con quale ruolo. Per dire, l’operazione puramente identitaria che il 18 giugno Tomaso Montanari e Anna Falcone terranno a Roma (una sorta di ‘Unione’ della sinistra-sinistra) coinvolge Sinistra italiana, Possibile di Civati, il Prc, i circoli del No al referendum, ma Pisapia e i suoi se ne terranno alla larga. Figuriamoci i padri dell’Ulivo. Dall’altra parte, con Pisapia, c’è il grosso della classe dirigente di Mdp (Bersani in testa), disposti a «dialogare col Pd, ma su un programma di discontinuità rispetto a quanto fatto finora e Renzi non può esserne il testimonial», dice proprio Bersani.

E RENZI? Ieri sera, ospite di Otto e mezzo, il segretario del Pd risponde tranchant, forse persino troppo: «Il primo luglio ho l’assemblea dei circoli del Pd e se mi riesce vado al concerto di Vasco. Comunque non sono invitato perché sono di un altro partito politico. Spero che Pisapia faccia un buon lavoro, ma contano i contenuti». Ed è sui contenuti che Renzi si domanda: «Che si fa sulle tasse, sul jobs act, sull’Europa? La posizione è quella del governo Monti o del governo dei ‘mille giorni?’» (cioè il suo). Renzi, al di là della pregiudiziale anti-D’Alema (peraltro reciproca) l’alleanza vuole farla e pensa che si farà («mi sembra che siano di più le cose che ci uniscono, se devi guardare qual è lo schema di gioco è più facile che il centrosinistra stia insieme»), ma vuole che il dialogo sia proficuo, oltre che legittimante per entrambi. Nel Pd, in ogni caso, confidano che Pisapia, quando si renderà conto che l’attuale legge elettorale non verrà cambiata, scenderà a più miti consigli: «la soglia dell’8% – spiegano – al Senato senza di noi non la passa e superare solo quella del 3% alla Camera vuol dire condannarsi all’irrilevanza politica».

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 10 di Quotidiano Nazionale il 15 giugno 2017

 

Le mosse di Pisapia e quelle di Alfano. La legge elettorale rimescola i campi del centrosinistra e del centrodestra. Due articoli

  1. L’asse con Berlusconi spacca il Pd. Prodi e Bindi pronti a spostarsi ‘altrove’. Pisapia costruisce il suo Campo Progressista per rifondare un ‘Nuovo Ulivo’.
Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Le doppie interviste rilasciate ieri da Romano Prodi (“La mia tenda è vicino al Pd ma se il Pd si allea con Berlusconi la tenda sposto altrove”) e di Rosy Bindi (“Il Pd si fermi su questa legge elettorale o non è più il mio partito”) hanno smosso le sinora già agitate acque del centrosinistra. Anche perché fanno il paio con le dichiarazioni di Giuliano Pisapia di domenica scorsa. L’avvocato milanese, leader di Campo progressista, ora mostra un piglio bellicoso (“Un patto di governo con il Pd è molto complicato, quasi impossibile”). Nel Pd lato coalizionale non si nasconde una certa preoccupazione. Prima è il vicesegretario, Maurizio Martina, a mostrarsi stupito (“Non capisco perché Pisapia chiude le porte al dialogo col Pd”). Ieri, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, si dice persino disponibile a dialogare con tutti (“Con Pisapia farei qualsiasi governo, con D’Alema pure, nell’interesse del Paese”) e assicura:“come vertici del Pd faremo di tutto” per evitare che qualcuno se ne vada perché “il Pd è la casa di tutti”. E, naturalmente, il ministro Andrea Orlando coglie la palla al balzo: “Ogni alleanza con Berlusconi è innaturale, Bisogna costruire il centrosinistra”. Nettare, per le orecchie di Pisapia. Ma in serata, Matteo Renzi, con la sua consueta E-news chiude i giochi: “Per evitare di fare le larghe intese il giorno dopo, bisogna prendere tanti voti. Ogni voto dato al Pd andrà in questa direzione – prosegue Renzi – ogni voto ai piccoli partitini aiuterà lo schema delle larghe intese. Il Pd farà liste molto larghe, pescherà al centro e a sinistra, nell’associazionismo e nella società civile, non si chiuderà nei propri confini stretti, ma parlerà agli italiani”. L’annuncio è di quello che, un tempo, si diceva ‘voto utile’ e indica quanto sarà dura la guerra a sinistra. Insomma, a Renzi interessa poco l’idea di coalizione (anche perché sa che Mdp e soci mai gli concederebbero i voti per far nascere un nuovo governo, dopo il voto, anche se i loro voti dovessero risultare indispensabili) e preferisce cercare di uccidere il neonato – la cosa ulivista di Pisapia – nella culla per evitare che rosicchi seggi alle elezioni visto che, superasse il 5%, sarebbe ai danni del Pd.

Intanto, però, il lavorìo di Pisapia procede spedito. Ieri a Roma, l’ex sindaco di Milano ha visto i suoi di ‘Campo progressista’ per organizzare al meglio l’appuntamento nazionale del primo luglio a Roma che dovrà gettare le basi del nuovo rassemblement di centrosinistra. Oggi vedrà i dirigenti di Mdp, dove i suoi colonnelli sono Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio in buoni rapporti con Zingaretti. Dentro Mdp, però, c’è maretta: Bersani tifa apertamente per Pisapia ed è pronto a ogni ‘cessione di sovranità’, altri (vedi alla voce: D’Alema) lo sono molto meno. Speranza è dato in bilico, il governatore toscano Rossi contrario, l’ex colonnello di Sel Scotto dubbioso. Il problema vero sono i confini del nuovo soggetto che, per ora, si chiama ‘Coalizione per il cambiamento’, ma potrebbe diventare “Insieme – Per un nuovo centrosinistra’. I confini a ‘a destra’ sono chiari. C’è il Centro democratico di Bruno Tabacci, ex assessore di Pisapia a Milano, che assicura buoni rapporti (ma li coltiva anche Pisapia) con i salotti buoni della finanza meneghina (i banchieri Guzzetti e Bazoli) e i Popolari-Demos del trentino Lorenzo Dellai. Esponenti ulivisti oggi dispersi come Franco Monaco e altri del ‘giro’ prodiano bolognese sono pronti, ma il colpo grosso, ovviamente, sarebbe Prodi. Pisapia fa sapere che “il Professore ha mandato segnali di apprezzamento al nostro progetto” e l’intervista di ieri, in cui Prodi boccia il sistema proporzionale voluto dal Pd (“non darà governi stabili”), si pronuncia contro elezioni anticipate (“una cosa ridicola”) e pronto l’alleanza “innaturale” con Berlusconi, pronto a spostare la sua “tenda”, ove si realizzasse, ha fatto il resto. Oltre a personalità come Rosy Bindi ed Enrico Letta e alla presidente della Camera, Laura Boldrini, che sarà della partita, già a partire dal primo luglio, il ‘nuovo’ Ulivo deve blindarsi alla sua sinistra. E qui, invece, il magma è incandescente. C’è Sinistra italiana, guidata da Nicola Fratoianni, che vuole essere della partita, c’è Possibile di Pippo Civati, persino quel che resta del Prc, e c’è anche il movimento ‘Dema’ del sindaco De Magistris. Pisapia sa che, per superare l’asticella del 5%, servono i voti di tutti, ma porrà due precise condizioni: “il federatore sono io, tutti i partiti dovranno cedere sovranità e deve essere un Nuovo Ulivo, la Cosa Rossa non m’interessa”. Ma nel frattempo si sono mossi anche Tommaso Montanari e Anna Falcone, frontrunner del No da sinistra al referendum costituzionale e membri di Libertà e Giustizia: hanno pubblicato proprio oggi un appello molto netto e tranchant che rispolvera le ‘belle bandiere’ della sinistra comunista e post-comunista e hanno dato appuntamenti a tutti quelli ‘che ci stanno’ il 18 giugno a Roma. La data vuole bruciare i tempi, rispetto alla costruzione del percorso di Pisapia, ha già ricevuto il favore di Fratoianni (SI) e Civati (Possibile) e l’apertura di credito di Scotto (Mdp), di certo piacerà a D’Alema. Però una formazione politica radicaleggiante, alla Melanchon e alla Corby, dichiarati punti di riferimento di quest’area, è in rotta di collisione con le idee di Pisapia. Bisognerà vedere chi avrà più tela da tessere, ma se i due tronconi si dividessero sarebbero guai per entrambi: rischierebbero di non superare, nessuno dei due, il 5%.

NB: L’articolo è pubblicato il 6 giugno 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 


alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

2. Alfano invoca Mattarella: ferma Renzi ma il Colle vuole la nuova legge elettorale. 

“Non può esistere automatismo per cui l’approvazione della legge elettorale corrisponda allo scioglimento delle Camere. E la Costituzione?!”. Il deputato centrista che sbotta così al telefono indica che il partito guidato dal ministro Angelino Alfano – l’altro ieri si chiamava Ncd, fino a ieri Ap, domani chissà – ha deciso di giocare la “carta Mattarella”. Ovvero chiedere, tirandolo per la giacchetta, l’intervento del Capo dello Stato per capire se è costituzionale andare al voto anticipato, subito dopo l’approvazione della legge elettorale, come paventato da Pd, Forza Italia, Lega e 5 Stelle che stanno per chiudere l’accordo sul sistema ‘ital-tedesco’.

E così, mentre Alfano continua a prendere di petto Renzi via Twitter (“Consiglio lettura intervista Renzi. Un fiume di parole nasconde un solo con concetto: #paolostaisereno”), la ministra alla Salute, Beatrice Lorenzin twitta e rilancia: “No al voto anticipato. Irresponsabile far cadere il terzo governo in quattro anni, vanificando sforzi del Paese. Confidiamo nell’intervento del Colle”. Poi rincara la dose: “Sono convinta che le elezioni avverranno alla scadenza naturale, nel 2018. E Mattarella, persona saggia, saprà intervenire al momento giusto per evitare conseguenze serie al Paese causate da una corsa contro il tempo inspiegabile”.

Anche la senatrice Laura Bianconi, presidente dei senatori di Ap, cavalca il concetto: “Avvertimento al Pd: attenzione al controllo di costituzionalità del presidente Mattarella a legge ultimata. Rischia figuraccia del rinvio alle Camere”. Tutte dichiarazioni che indicano chiaramente la volontà del partito di Alfano di andare al voto il più tardi possibile così da poter creare e organizzare quel nuovo partito di centro che superi la soglia del 5% per rientrare in Parlamento. Magari dietro le insegne di Stefano Parisi, di certo con l’Udc di Cesa, ma senza Casini e neppure Verdini e Zanetti, i due co-leader di Ala e Scelta civica, che vogliono partecipare a una ‘Cosa’ di centro ma Alfano non li vuole, loro non vogliono lui, Stefano Parisi non vuole – dall’alto del suo zero virgola – nessuno, e via declinando lungo i numeri infinitesimali di partitini e gruppi di centro ormai disperati. “Se vogliono andare al voto, il Pd deve prendersi la responsabilità di far cadere il governo, noi non voteremo la sfiducia a Gentiloni” dice ancora un deputato di Alfano.

Il problema è che mentre i presidenti delle due Camere, Grasso e Boldrini, nutrono seri dubbi sulla necessità di correre verso le urne (“Le elezioni anticipate non sono un destino già scritto” ha detto ieri la Boldrini e Grasso la pensa in identico modo), Mattarella non ci pensa neppure a intromettersi. Sia perché – come ripete un noto adagio del Colle – “quando il Parlamento lavora, il Capo dello Stato tace” sia perché Mattarella non vede affatto di cattivo occhio una legge elettorale scritta insieme dai partiti grandi. Inoltre,c’è chi è sicuro che a Mattarella non dispiaccia affatto, anzi, la soglia di sbarramento al 5% che Ap tanto avversa, e la ritiene ‘in linea’ coi grandi Paesi della Ue.

Ben altro paio di maniche è la fretta che, soprattutto il Pd, ha di andare alle urne, una volta varata la legge elettorale. La potestà  di sciogliere le Camere  è prerogativa specifica del Colle,il quale, prima di mandare il Parlamento a casa, verificherà se Gentiloni vuole davvero dimettersi, se è il caso di rimandarlo davanti le Camere per verificare se ha ancora la fiducia del Parlamento o di esperire altri tentativi. Insomma, una partita ancora tutta da giocare, al Quirinale, quella su eventuali elezioni anticipate e per nulla scontata.

NB: Articolo pubblicato domenica 4 giugno a pagina 4 del Quotidiano Nazionale.