Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

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Legge elettorale, Berlusconi ‘sonda’ Renzi per il premio alla coalizione. Lo scontro a tre sulle primarie si infiamma

1. Legge elettorale. Berlusconi manda Gianni Letta in ‘ambasciata’ al Pd di Renzi: vuole il premio alla coalizione, ma per ora la risposta è picche: ‘Si parte dal Mattarellum’. 
berlusconi

Silvio Berlusconi quando era ancora in Senato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Il Cavaliere – spiegano fonti azzurre qualificate – ha dato un mandato esplorativo a Gianni Letta per chiedere al Pd di Renzi  di trovare un compromesso sulla legge elettorale e per introdurre, al posto del premio alla lista, il premio alla coalizione”. Il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, teorico destinatario della richiesta, nega di averla ricevuta. Si limita a confidare a un amico che “quando e se mai ci faranno una proposta, la valuteremo” e a ribadire – come fa anche, sempre parlando con dei colleghi, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato – “che la nostra posizione è chiara: per noi si parte dal Mattarellum”. Con una postilla non di poco conto, sia pure non ufficiale: “Per noi il premio alla lista non si tocca, mica vogliamo allearci con D’Alema e neppure con Alfano…”.

La trattativa, così, sembra finita ancora prima di iniziare, ma sottotraccia il lavoro continua. L’esame della legge elettorale giace, per ora, nei cassetti della I commissione Affari costituzionali della Camera (ben 29 le proposte, l’ultima è di Pino Pisicchio, capogruppo del Misto, giusto perché non manchi nessuno) e – spiegano dal Pd – “di portare il dibattito in Aula non se ne parla prima di aprile”. Eppure, Berlusconi – tornato al centro della scena politica – ha riscoperto interesse per un tema che, di solito, lo annoia. Infatti, se il centrodestra (FI+Lega+Fd’I) sta per ricomporsi, la legge elettorale è cruciale per decidere se la nuova alleanza avverrà sotto forma di un ‘listone’ unico o di una ‘federazione’ di più partiti. Oggi, con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, le coalizioni non sono previste e il premio (al 40%) incentiva i ‘listoni’, ma se passasse il premio alla coalizione “Berlusconi eviterebbe – spiega un suo uomo – di cedere posti e sovranità a Salvini”. Il Cav – che già dialoga con profitto, e da tempo, con il ministro Franceschini (favorevole al premio alla coalizione) e con Emiliano – ora vuole parlarne pure con il Pd renziano. Magari in cambio del ‘livellamento’ in alto (al 5%) delle attuali soglie di sbarramento (3% Camera, 8% Senato). Una proposta, quella di livellare le soglie, che, ‘ammazzando’ gli scissionisti di Mdp, potrebbe di molto ingolosire Renzi e il Pd.

Solo che, nel Pd, c’è chi ha fretta e chi no, sulla legge elettorale, a seconda del candidato. Emiliano, di solito, sul tema non si pronuncia, se non per ribadire il suo no alle liste bloccate. “Se ne parla dopo le primarie”, dicono, invece, i pasdaran dell’ex premier. “Il Mattarellum non ha i voti per passare, serve una proposta nuova del Pd alle Camere e una legge che preveda un premio alla governabilità”, dice invece il ministro Andrea Orlando. Gli ‘orlandiani’ rilanciano, chiedendo al Pd di “fare presto”. I renziani prendono tempo e si limitano a far notare che “Orlando, lo scorso dicembre, in Assemblea nazionale, ha votato il ritorno al Mattarellum”, ergo “ora si contraddice perché cerca i voti degli ulivisti”, in vista delle primarie. E, guarda caso, ieri sera, dagli studi diPorta a Porta, Enrico Letta, ha detto che “il proporzionale equivale alla palude, l’Italicum è incostituzionale, bisogna fare una nuova legge elettorale”. Mancava solo dicesse ‘premio alla coalizione’ e la linea di Orlando era sposata in pieno. Parole che, forse, pure Romano Prodi condividerebbe.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 marzo 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 
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2. Pd senza pace: Bettini ospita il confronto tra gli sfidanti ma si presenta solo Orlando. Intanto, alla Camera, accelera la legge sulle toghe in aspettativa detta “anti-Emiliano”.
Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine di un Consiglio dei ministri

Ettore Maria Colombo – ROMA
IN UN sonnacchioso sabato romano i candidati alla segreteria del Pd decidono di tirare di fioretto. Sarà che l’ospite è Goffredo Bettini. L’antico mentore di Rutelli e Veltroni, ideatore del ‘modello Roma’, oggi è lontano da ruoli attivi, ma vuole dire la sua. In splendida forma fisica – è pure dimagrito – Bettini, che tifa apertamente per Orlando, ha convocato l’Assemblea nazionale di quel Campo democratico che governa in mezzadria e bonomia con il renzianissimo Sandro Gozi, in via Rieti, ma deve aver chiesto, a tutti e tre, un volemose bene. In verità, su ben tre candidati si presenta solo il ministro Orlando.PER CONTO di Michele Emiliano parla il pugliese Dario Ginefra. Venendo dalla sinistra postdiessina, ci prova con la mozione degli affetti: tira stoccate a Renzi e Orlando, ma non infiamma la platea, che peraltro è tutto tranne che oceanica. Intanto, alla distanza, i sostenitori della mozione Emiliano attaccano le modalità con cui la Rai sta seguendo la campagna congressuale, denunciando, a loro giudizio, l’eccessiva presenza di Renzi in tv. E invocano, come soluzione, una par condicio tra i tre candidati segretari.

A NOME dell’ex premier interviene il capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato, ormai divenuto un pretoriano di ferro del renzismo: attacca Grillo a testa bassa e loda il Pd, «il solo partito che fa dibattiti interni e che fa le primarie». Poi, fuori sacco, dice papale papale che «la legge sul divieto ai magistrati di fare politica non solo la incardineremo assai presto, subito dopo quella sul fine vita» ma anche che «la vogliamo approvare in pochi mesi». All’ex pm Emiliano saranno fischiate le orecchie, ma Ginefra è già ripartito.

Tocca al ministro (della Giustizia, appunto) Orlando, il più applaudito. Tutto il Lazio sta con lui, da Bettini al governatore Zingaretti, mentre Renzi a Roma si è dovuto affidare all’ex veltroniano Roberto Morassut e alla moglie di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo in Campidoglio, ed Emiliano ricorrere all’ex dalemiano Umberto Marroni. Certo, nei sondaggi Orlando – che pure surclassa Emiliano (20% contro 18% per Scenari politici) – vede un Renzi ad oggi inarrivabile con il suo oltre 62%. L’ex premier tra l’altro ritiene che supererà il 50% anche nel voto tra gli iscritti mentre nel 2013 prese il 44% contro Cuperlo.
Ma se contano, come contano, i buoni rapporti nei salotti buoni, ieri Orlando ne ha azzeccata un altra. A Milano, prima ha riempito con trecento persone la Fondazione Feltrinelli, luogo mitico della sinistra comunista e radical chic meneghina, poi si è intrattenuto per mezz’ora nell’abitazione privata dell’attuale sindaco milanese, Beppe Sala. Non senza aver lodato e imbrodato il ‘modello Milano’ di Sala oggi e, soprattutto, di Pisapia fino a ieri. «Il colloquio è stato ad ampio raggio», dicono i suoi. Certo, il feeling appare buono e gli ‘orlandi’ sperano che Sala – come e, forse, dopo Romano Prodi, che sarebbe il colpaccio, ed Enrico Letta – si produca in un endorsement per il loro paladino. Invece, a palazzo Marino si dice che «nonostante i pessimi rapporti che ormai ha con Renzi, alla fine il sindaco si schiererà con lui, ma lo farà così tardi e così male che Renzi si arrabbierà con lui molto e comunque».
TORNANDO a Roma, Orlando ha criticato la scelta del ticket con Martina fatta da Renzi (ne è seguita una polemica tra i due coordinatori delle due mozioni: Martella per Orlando, Guerini per Renzi) bollata da «ritorno al centrosinistra col trattino», si è scagliato contro «il partito delle correnti» (ma pure lui le ha), contro «le scissioni silenziose» dei militanti e ha rivendicato «l’europeismo» del suo Pd contro le ventate di anti-europeismo (quelle di Renzi, of course). Anche lui, però, che è ministro della Giustizia è a favore della proposta Migliore sui magistrati in politica, senza dire del fatto che sta per incassare, dopo anni di tribolazioni, la riforma del processo penale e delle intercettazioni.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 19 marzo a pagina 13 del Quotidiano Nazionale.

Orlando sfida Renzi: “Mi candido”. Lo scontro sulla data finale delle primarie: 9 o 23 aprile?

Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine del Consiglio dei ministri (Ansa)

Ettore Maria Colombo
ROMA
QUANDO si terranno le primarie aperte del Pd, cioè la fine del percorso congressuale che inizierà con i congressi nei circoli, passerà per la Convenzione nazionale e si chiuderà con la classica ‘gazebata’, quella in cui votano iscritti ed elettori? Il 9 aprile, come vuole Matteo Renzi? Il 7 maggio, come chiede con forza Emiliano che, altrimenti, minaccia di ritirare la propria candidatura? O passerà la mediazione degli uomini di Orlando («si voti il 23 aprile perché serve tempo»)? «Sennò – dice Orlando – non è più un voto, diventa un televoto».

ORLANDO, appunto, è ‘sceso in campo’. «Vi stupite – dice con un sorriso il ministro a un grappolo di giornalisti che lo circondano dentro una ex storica sezione del Pci, quella di Porto Fluviale (“Ce la semo ricomprata pe’ tre volte pecché pe’ tre volte se l’erano venduta, sti’ magnaccia“, dicono – arrabbiatissimi – i militanti del circolo Marconi) – perché presento la mia candidatura in un circolo? E dove avrei dovuto farla, in un posto esotico tipo Bali o l’Himalaya?!». L’ultimo campione di una lunga storia, quella del Pci-Pds-Ds, annuncia la sua discesa in campo prima a Ostia, luogo pasoliniano, poi nel circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia della Capitale ma abbastanza cool, ormai. Il posto è molto piccolo, la gente straripa fuori, ma per fortuna c’è pure una piccola terrazza. L’atmosfera è da ritrovo di ex compagni che tornano, finalmente, a dirsi tali. Orlando, però, non è uno sprovveduto. E così, tra la folla di militanti de core, spiccano tanti parlamentari dem usi all’antica fatica di prendere voti nei (loro) territori. Ecco dunque, spuntare gli uomini di Zingaretti (ieri il governatore del Lazio ha detto che lo appoggerà), quelli dell’ex re del Pd di Roma, Bettini (altro endorsement), come Michele Meta, deputati e senatori piemontesi, lombardi, toscani, ma anche pugliesi, sardi e campani. Intanto ‘il compagno Sposetti’ si gode, da lontano, le gesta di un pupillo, il suo, che gode pure del favore del leader degli ex miglioristi (Napolitano) e dell’ex presidente della Camera Luciano Violante. Morale: il ‘paladino Orlando’, nato peso piuma, è salito sul ring «contro la politica della prepotenza», come ha scandito ieri in mattinata, e non vuole fare da sparring partner.

LO DIMOSTRA anche il braccio di ferro andato in scena ieri in seno alla commissione congresso che ha fatto perdere le staffe al suo presidente, il vicesegretario Lorenzo Guerini, che parla di «ricostruzioni prive di fondamento, lasciateci lavorare in pace».
Infatti, a metà pomeriggio, si diffonde la notizia che «tutto è stato già deciso, le primarie aperte si terranno il 9 aprile». Notizia che fa sobbalzare sulla sedia sia gli uomini di Emiliano in Parlamento – i due dioscuri pugliesi Boccia e Ginefra – che quelli di Orlando. I colonnelli, nonostante le frecciate che si tirano i loro campioni nelle interviste televisive, rinfacciandosi antichi appoggi verso ‘il Nemico’ comune (Renzi, appunto: “Tu non ti sei mai distinto da lui, ed eri un suo ministro”, gli rinfaccia Emiliano: “E tu lo hai appoggiato alle primarie del 2013, quando io stavo con Cuperlo”, gli ribatte Orlando), decidono perciò una Santa Alleanza contro Renzi, almeno sul campo che deve definire il terreno di gioco, le regole. In ballo c’è la fine dei lavori della commissione e la Direzione che, oggi, li validerà. I seguaci di Emiliano sono i più scatenati, ovviamente. Dice Boccia: «Se insistono sulla data del 9 aprile, salta tutto, ma ho fiducia che i renziani ‘timidi’ (l’appello è a Franceschini, ndr) sapranno ragionare con la loro testa e non impiccarsi a Renzi». Gli orlandiani sono appena più soft, ma il concetto è identico. Dice l’orlandiano Bordo: «Il 9 aprile è una data incompatibile con le regole, se vanno andare avanti gli votiamo contro e vediamo».

IN SERATA si diffonde una voce preoccupante: se la commissione, a maggioranza (renziana, ovviamente: su 20 componenti, 15 li teleguida Guerini), insisterà sul 9 aprile, Emiliano – che ieri sera, ospite da Mentana su La 7, ha detto che «Renzi vuol far saltare i referendum sui voucher e andare a elezioni anticipate» – potrebbe compiere l’ennesimo giro di valzer e ritirarsi dalla corsa per ‘impraticabilità di campo’. Resterebbe una sfida a due: quella tra il campione del partito della Nazione (Renzi, stile Macron) e il paladino del ‘partito che fu’ (Orlando, stile Hamon). Si vedrà. La mediazione, dice Guerini a un amico, «è una data intermedia per tutti, il 23 aprile». Due giorni dopo e ricorre il 25 aprile, Festa della Liberazione. Anche dal Pd di Renzi? Chi può dirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 24 febbraio 2017.

Primarie a Roma e Napoli: chi vince e chi perde, a seconda dei risultati, dentro il Pd

Elezioni europee 2014, Matteo Renzi va a votare

Europee 2014: Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Un test per il Pd e, anche, forse soprattutto, un test per il premier, il governo e la sua maggioranza, tra nuovi centristi che arrivano (Verdini) e vecchia sinistra che se ne va e cerca di correre da sola (Sel versus Sinistra Italiana con Fassina a Roma, forse,  nessuno a Napoli, forse un candidato nuovo a Milano…). Questo sarà il test del 6 marzo, le primarie del Pd e del centrosinistra, che peraltro si terranno non solo a Roma e Napoli, ma anche in altre nove città italiane (a Caserta sono state rinviate per sospetti brogli, già in anticipo) Dopo quelle di Milano dello scorso 6 febbraio – in cui ha vinto il renziano Sala solo perchè i due candidati di sinistra, Majorino e Balzani, si sono scioccamente divisi e litigati tra loro – e in attesa delle elezioni vere che si terranno forse il 29 maggio o, forse, il 5 giugno (I turno, ballottaggi 15 giorni dopo), la conta sarà capire chi ha perso e chi ha vinto, nel Pd.

Le sfide principali sono, naturalmente, due: Roma e Napoli. Il disinteresse degli
elettori è alto e i sondaggi sull’affluenza sono poco benauguranti: a Roma potrebbe crollare sotto i 40 mila votanti (per Marino sindaco votarono in 80 mila su 100 elettori, nel 2013) e a Napoli finire sotto i 20 mila (nel 2011 i votanti furono ben 45 mila, ma poi furono ‘sospese’ e mai più rifatte perchè inficiate da brogli che impedirono la proclamazione del vincitore).

A Napoli, tutte le correnti del Pd, renziani e non, ma soprattutto i tanti capi-bastone e portatori di voti (ex Dc, ex Psi, etc.) stanno con Valeria Valente (deputata, ‘giovane turca’) che ha ucciso il padre, Antonio Bassolino, di cui era seguace, oltre che ex assessora. Con Bassolino, invece, non c’è più nessuno, men che meno il Pd renziano e tutti i suoi circoli, solo l’affetto di una parte – neppure tutta – del vecchio ‘popolino’  di sinistra che rimpiange ‘o re’. Gli altri due concorrenti (Marco Sarracino, giovane esponente della sinistra dem, voluto da Epifani) e Antonio Marfella (oncologo, socialista) si spartiranno le briciole.

Renzi, a Napoli, non tifa per nessuno: voleva imporre un suo uomo (Conti, il solito manager…), ma ha perso e ha dovuto subire la candidatura della Valente (i Giovani Turchi sono ormai strategici, dentro il Pd a trazione renziana) e ora spera solo che perda pure
Bassolino. A Roma, invece, Renzi ha fortemente voluto che un Giachetti, recalcitrante, scendesse in campo: come ha imposto, ai dem milanesi, il manager Sala, ha imposto ‘Giac’ ai romani. Né è vero che, al premier, non importi perdere Roma, pur di vincere Milano e conservare Bologna e Torino: Renzi sa invece benissimo che governare il Paese avendo il sindaco della Capitale contro, o come contropotere, è un guaio enorme, quindi ci tiene.

Solo che, a Roma, il Pd, più che diviso per bande, vive una faida infinita figlia delle dimissioni di Marino da sindaco, del commissariamento di tre quarti di partito e, soprattutto, di un inchiesta, Mafia Capitale, che ha abbattuto mezzo Pd capitolino. Roberto Morassut è stato spinto a candidarsi da Walter Veltroni, in antipatia a Renzi (ma Veltroni fa sapere: io non c’entro nulla, Morassut ha voluto scendere in campo lui), benedetto, con discrezione, dal ‘grande vecchio’ Goffredo Bettini, supportato da Massimo D’Alema (la cui vera mossa sarà, ma solo se vince Giachetti, lanciare la candidatura di Massimo Bray per spaccare la sinistra, obbligando Fassina al ritiro e far perdere Renzi) e ora è aiutato da vari
zingarettiani, nel senso di fedelissimi al governatore laziale Zingaretti, e dalla sinistra interna (tutta). E così, la sua candidatura, formalmente ‘a-renziana’, ha preso, quasi
inaspettatamente, quota e piede e Morassut ha scoperto che se la può giocare, contro il favorito Giachetti. Il pasdaran del renzismo, nonché vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti doveva vincere facile ed ha comunque visto scendere in campo mezzo governo a suo vantaggio, ha macinato 2 mila km in un mese, visitato tutte le (orribili) periferie di Roma, incontrato chiunque, con il suo solito piglio caparbio, un po’ arcigno, ma generoso. Morassut invece si è fortificato nelle mura di cinta di quel che resta del Pd, assicurandosi l’appoggio, oltre che della sinistra dem di Speranza, Bersani e Cuperlo, di varie altre aree (solo i renziani doc e i cattodem stanno con Giachetti, i ‘Giovani Turchi’ pure, ma per finta e, in realtà, giocano su più tavoli…), mentre gli altri due competitor, il transfuga dall’Idv, Stefano Pedica, e il (patetico, con il suo orsetto) ‘verde’ Gianfranco Mascia non esistono, se non per cercare di garantirsi quei cinque minuti di felicità che, peraltro, hanno pure avuto.

Certo è che una competizione moscia e noiosa per quasi tutto il tempo della campagna elettorale, ha avuto, finalmente, qualche sussulto, solo grazie alle ultime polemiche sui voti ‘sporchi’ in arrivo, quelli di Verdini, che dovrebbero andare a Giachetti, come quelli dei ciellini, mentre i vecchi ras dem, usciti a pezzi da Mafia Capitale, voteranno -per ripicca contro il commissario straordinario del Pd romano, Orfini, che li ha tutti commissariati e in alcuni casi chiusi, con seguito di furibonde polemiche di quartiere (vedi il caso del circolo di Donna Olimpia) – per Morassut. La gara è apertissima e neppure i cinesi romani, dicono, sanno per chi votare. I rumeni, invece, lo sanno: votano Giachetti.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 5 marzo 2016 sul Quotidiano Nazionale.

Roma, Renzi lancia Giachetti, in campo per le primarie del Pd

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

ORMAI È FATTA. Matteo Renzi ha deciso: Roberto Giachetti correrà alle primarie del Pd in the name of love (cioè per conto del premier, che lo ha sempre voluto lì) e, dopo che avrà vinto le primarie, come sarà, secondo Renzi, affronterà la sfida a sindaco della Capitale.
Ieri, il premier ha parlato chiaro e di prima mattina: «Conosce Roma come pochi altri, ha fatto il capo di gabinetto (due volte, con Rutelli sindaco, ndr.) e lo sciopero della fame (per la legge elettorale, ndr.), è romano e romanista». Tutti atout decisivi, agli occhi del premier: Giachetti, 55 anni, deputato dal 2001, è, nell’ordine, rutelliano, cioè renziano ante litteram, pro-Italicum (in realtà voleva il Mattarellum, ma vabbé…), nativo, come deve essere un sindaco, per Renzi, cioè «romano de’ Roma» (pure un po’ “coatto”, il che, a Roma, non guasta), e tifoso romanista (per Renzi è come tifare «la Viola» a Firenze).
Morale: «fonti» del Nazareno, già nel primo pomeriggio, spiegavano premurose che «la candidatura di Giachetti potrebbe arrivare anche prima della Direzione del partito» del 22 gennaio, alla vigilia dell’incontro del Pd e della Sel più dialogante con i dem che coinvolgerà i Municipi e gli amministratori romani del centrosinistra che il governatore Zingaretti e il suo vice Massimiliano Smeriglio hanno organizzato al teatro Brancaccio. E Giachetti stesso fa sapere che, entro il week, scioglierà ufficialmente la riserva: <sabato prossimo o domenica pubblicherò un messaggio per candidarmi alle primarie a Roma>.
TUTTO BENE, dunque? Mica tanto. I guai, per «Bob», come lo chiamano gli amici – sempre senza cravatta nonostante ricopra il ruolo di vicepresidente della Camera, una prima vita da militante e dirigente radicale mai rinnegato e che lo ha aiutato nel saper imporre le battaglie in cui credeva (carceri, droghe, trasparenza), una seconda vita da dirigente della Margherita e poi del Pd sempre indipendente, persino ora che passa per “renziano”, di cui pure è stato un focoso sostenitore, carattere spigoloso, ma leale e capace di humor – sono appena iniziati. Ieri si è trattenuto a lungo, nei corridoi di Montecitorio, con il commissario del Pd romano, nonché presidente del partito, Matteo Orfini. Orfini probabilmente lo avverserà, alle primarie, con tutto il peso della sinistra interna, pur senza scendere in campo direttamente, forse attraverso la candidatura di Fabrizio Barca, grande accusatore dei mali del Pd della Capitale, o lanciando un nome della società civile. Un altro avversario sarà l’ex assessore veltroniano Roberto Morassut che crede di avere buone carte da giocarsi e che gode dell’aiuto del sempieterno boss democrat romano, Goffredo Bettini, ma che i renziani (Gentiloni) vorrebbero convincere a ritirarsi. In fine, c’è quell’Ignazio Marino, ex sindaco defenestrato della Capitale dal suo stesso Pd, che ha appena ripreso la tessera del partito dopo due anni di mancato rinnovo: segnale inequivocabile di chi scalpita per scendere in campo e, ovvio, «far male» ai democrat.
Morale: le primarie non saranno una passeggiata di salute per Giachetti, anche se Renzi investirà tutto il suo peso su «Bob». Figurarsi le secondarie, elezioni vere, quando si troverà contro il civico Marchini, la destra Meloni, il grillino di turno e il candidato di Sel e SI; Stefano Fassina. Perché una cosa è certa: Giachetti, alleanze «a sinistra», non ne farà.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 gennaio 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale  (http://www.quotidiano.net)

#ildiavolovesteItalicum/7. Bersani mollato dai fedelissimi. Raccolta di firme nella minoranza per il governo. Rabbia, lacrime e nessuna prospettiva di scissione per i ribelli

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersanidx

“Mon empereur, la vieux guarde recule!” (mio Imperatore, la Vecchi Guardia si ritira, ndr.). Se non fosse che la ‘Vecchia Guardia’ (i vari Bersani, Bindi, Epifani, Cuperlo, Letta) resiste, oggi sull’Italicum, domani – chissà – forse anche su altro, contro Renzi, il suo governo e la scelta di mettere la fiducia, il paragone con la disfatta di Waterloo ci sarebbe tutto. La disfatta della minoranza Pd, almeno in quanto a numero di truppe e soldati. è fragorosa e, anche, drammatica con annesse lacrime come quella della deputata bolognese Marilena Fabbri che non ha votato a fiducia ma piangendo.

A ruciare,agi occhi dea ‘vecchia guardia’ dea minoranza dem, sono i numeri dei pochi (38) contrari alla fiducia al governo. Al netto dei Giovani Turchi,  assati da tempo con Renzi, Area riformista contava, sulla carta, 80/90 deputati, l’area Cuperlo una ventina, più una decina di ribelli singoli (bindiani, lettiani, Civati). Vuol dire che, su 120 esponenti in totale della minoranza dem, ad assentarsi, ieri, sono rimasti in 38 mentre in ottanta hanno detto sì. Davvero pochi.

All’interno di questi 38 ‘coraggiosi’, il crollo e lo strappo più grosso si consuma dentro Area riformista, l’area che faceva capo, fino a ieri, a Pier Luigi Bersani e all’ex capogruppo alla Camera, il giovane Roberto Speranza. Per loro, è una debacle. Solo in 17 (su 80…) seguono le indicazioni di Bersani e Speranza, dopo una drammatica riunione della notte precedente in cui il fronte del ‘no’ alla fiducia è finito all’angolo, in netta minoranza. La ‘maggioranza della minoranza’ (oltre 50 deputati) si schiera per il ‘sì’ in nome della possibilità di contare e ottenere modifiche, ma non certo sulla legge elettorale, bensì sull’elettività del Senato. E cosi, da ieri mattina – con un documento diffuso e firmato, secondo i fedelissimi di Speranza, a ‘tradimento’, “un colpo basso irriguardoso che mira a delegittimare e isolare Roberto” – si scopre che è composta da ben cinquanta deputati e oltre l’area dei nuovi ‘responsabili’ verso Renzi e sull’Italicum: sono guidati da Matteo Mauri, Dario Ginefra ed Enzo Amendola, Micaea Campana, quarantenni in vista e in corsa, e sono già stati ribattezzati con perfidia, i ‘giovani armeni’, ci si aggiunge un soo ‘vecio’, il presidente delal commissione Lavoro Damiano. Invece, giovani bersaniani, contrari all’Italicum in punta di diritto, come Enzo Lattuca votano la fiducia con sofferenza, obtorto collo, e un bastian contrario di Renzi, il lettiano Francesco Boccia, vota sì perché, racconta, “così mi hanno chiesto gli elettori pugliesi”.

L'ex premier e leader dei Ds Massimo D'Alema

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

A restare, dunque, sul fronte del ‘no’ alla fiducia restano in 38: oltre a Bersani, Epifani e Speranza, i fedelissimi Stumpo e Zoggia, il molisano Danilo Leva e pochi altri. Bersani ha perso tutti i suoi in regioni-chiave come Lombardia, Puglia, Emilia, Toscana, Lazio. I cuperliani resistono alle sirene renziane in 14 su venti: abbastanza. Cuperlo racconta: “Abbiamo tenuto un’assemblea di area lunga e sofferta, non ho costretto nessuno, ma ragionato”. Infine, gli irriducibili: Civati e , Fassina, D’Attore, Bindi, !Iotto (bindiana), La Forgia (ulivista), il lettiano sardo (e duro come pietra) Meloni, il campano (ex lettiano, ma con un piede già fuori dal Pd) Guglielmo Vaccaro: non votano, parlano contro la scelta di Renzi, spesso con mestizia, a volte con tanta rabbia. Ma nessuno preannuncia future scissioni, anche se il tema aleggia, come quello della possibile nascita di gruppi ‘ulivisti’ alla Camera e, soprattutto, al Senato, dove i bersaniani sono tanti (24) e ‘duri’ guidati da Gotor, Fornaro, Pegorer.

Fuori da Montecitorio, SeL – che ha perso un deputato, Maratelli, che ha votato sì e passato al Misto, ha votato con il lutto al braccio ma preannuncia ‘sorprese’ per le due fiducie di oggi – organizza un presidio anti-Italicum cui partecipa, però, un solo dem: Civati. Un peso massimo, Goffredo Bettini, ex veltroniano e Dominus del Pd romano, bolla come “irresponsabili” i dissidenti, per aver detto no alla fiducia, ma i renziani, giulivi come non mai, spargono miele: “non verranno prese sanzioni contro chi non ha votato la fiducia”. Chi se ne andrà, dal Pd, se ne andrà, lo farà da solo, e per scelta.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 di Quotidiano Nazionale il 30 aprile 2015 (http://www.quotidiano.net)