Pisapia fa saltare il tavolo con Mdp: “Basta, mi avete rotto”. Insieme o divisi? La sinistra a sinistra del Pd già in pezzi

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Unità o rottura? “Insieme” o divisi? La sinistra a sinistra del Pd è a un passo dalla spaccatura. Sono le nove del mattino e il governatore della Toscana, Enrico Rossi (Mdp), è a Omnibus: “l’incontro tra Pisapia e Speranza non si farà”, sospira. Il leader di Campo progressista e il coordinatore di Mdp dovevano ricomporre i cocci. Ma dopo l’abbraccio, alla Festa dell’Unità di Milano, tra Pisapia e la Boschi e l’intervista in cui Pisapia riapre al dialogo con il Pd, Mdp ora vuole forzare la mano. Il partito di Bersani e Speranza (e, dietro, di D’Alema) vuole provare ad accelerare sul processo unitario: Carta dei valori, coordinamento provvisorio, assemblea fondativa, nome, simbolo e, ovvio, liste elettorali più un manifesto politico-programmatico che è tutto “un’agenda alternativa a Renzi”. Seguono varie critiche alla ‘comunicazione’ dell’ex sindaco: sul banco degli imputati c’è Gad Lerner. Un tavolo sui contenuti, diretto da Lerner, viene disertato da Mdp. E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Pisapia sconvoca l’incontro, convoca i suoi e se ne torna a Milano. “Avete la testa rivolta all’indietro” dice il suo comunicato. “Guardare al futuro per noi significa partecipazione popolare al processo costituente” replica Speranza. Tradotto dal sinistrese vuol dire, appunto, tessere e voti per pesarsi.
Le parole che Pisapia pronuncia con i suoi prima di andarsene sono tranchant: “Basta, mi sono rotto, non ne posso più di loro. Non accetto di dover dimostrare ogni giorno il mio antirenzismo. Mi sono stancato dei veti di Mdp su di me”. I punti di disaccordo li mettono in fila fonti qualificate di Mdp: “Noi non vogliamo paletti a sinistra, per noi Sinistra italiana e i civici del Brancaccio devono entrare nel nuovo soggetto, e l’alternativa al Pd per noi è identitaria, ma soprattutto noi ci vogliamo contare, in modo democratico”. In sostanza, Mdp vuole una vera campagna di adesione. Insomma, il tesseramento. In più, parlamentarie con albo degli iscritti registrato. Si chiama ‘contarsi per contare’: sarebbero gli eletti dal basso o l’assemblea costituente del nuovo soggetto a decidere le candidature alle prossime elezioni. La critica di Mdp a Pisapia è sottile ma netta: “Vogliono mantenere la golden share su tutto il processo senza mai contarsi”.
La replica dei pisapiani milanesi altrettanto dura: “Noi vogliamo essere alternativi al Pd, ma non antagonisti, con l’ambizione di concorrere a vincere e governare il Paese, non di stare all’opposizione. E vogliamo ricostruire il centrosinistra, non fare l’unità delle sinistre”. Un altro sbotta: “Giuliano non ci sta a fare la bella figurina di Renzi né di D’Alema. Non si fa manovrare da nessuno”. E lui, a sera, dice: “Si va avanti con chi ci sta”. Si parla già di 20 deputati (sui 42 di Mdp) più i centristi di Tabacci e altri con lui.
Riassumendo: Pisapia e i suoi pretendono lo scioglimento di tutti i vari soggetti, non vogliono tessere, ma “diritti pari grado” tra le forze promotrici (solo così centristi, civici e ambientalisti avrebbero spazio), chiedono paletti rigidi a sinistra (sì a Civati, no a SI) e coltivano l’ambizione di un “Nuovo Ulivo” votabile da personalità come Prodi e Letta. Infine, pensano di sedersi al tavolo delle trattative per formare un nuovo governo se Renzi vincesse o pareggiasse le elezioni. Mdp vuole, in sostanza, l’esatto contrario. Trovare una quadra non pare facile: Bersani (che a sera parla di “frattura non insanabile”) ed Errani cercano una mediazione, Pisapia per ora nicchia e il suo amico centrista Tabacci confida: “Ormai è finita”. Renzi è soddisfatto se a sinistra si litiga, ma scettico su reali divisioni definitive e anche sulla possibilità che Pisapia rientri nell’orbita del Pd. Però il renziano Marcucci chiede di “spalancare le porte a Pisapia” e Lorenzo Guerini spiega a un amico: “Al Senato una mini-coalizione Pd-Pisapia è cosa fattibile”.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

Maria Elena sola contro tutti. Scoppia il caso Boschi, Gentiloni le rinnova fiducia, Renzi tace e mezzo Pd vive l’imbarazzo

Ecco due articoli usciti su Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni sul caso Boschi.

Il ministro Boschi

L’ex ministro alle Riforme Maria Elena Boschi

  1. Scoppia il caso Boschi-De Bortoli x Unicredit: solo i renziani la difendono.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Maria Elena Boschi si difende, in modo netto e diretto, con un post su Facebook. Il governo e il Pd le danno solidarietà, rapida e totale. Il “pieno sostegno” del premier Gentiloni, come del leader del Pd, Matteo Renzi, è assicurato, anche se in entrambi i casi in via informale, mentre alcuni ministri (Delrio su tutti) difendono la Boschi senza se e senza ma, ma mezzo governo (da Franceschini a Martina, da Orlando a Finocchiaro) tace. I 5Stelle, invece, ne chiedono le dimissioni e, in ogni caso, annunciano una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Altri partiti, dalla Lega Nord a Fratelli d’Italia, ma anche Articolo-Mdp e Sinistra italiana, si accodano nelle accuse e chiedono, alternativamente, le dimissioni sue e del governo. Forza Italia, forse non casualmente, tiene il profilo basso.

Tutto nasce da un estratto del libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere: s’intitola Poteri forti, lo pubblica La Nave di Teseo, ma nella lunga anticipazione che ne offriva, ieri, il giornale di via Solferino, del caso Boschi non si fa menzione. Sono due siti, prima Lettera 43, poi l’Huffington Post, a pubblicare l’estratto clou che sta a pagina 209: “Boschi non ebbe problemi nel 2015 a rivolgersi direttamente all’ad di Unicredit cui chiese di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. Ghizzoni, alla fine, lasciò perdere”. A sera, però, Unicredit fa sapere di “non aver subito pressioni per l’esame di dossier bancari, compreso quello di Etruria”.

Allora ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo Renzi, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Gentiloni, Boschi ha sempre negato di essersi interessata alle vicende patrimoniali della banca di cui il padre è stato vicepresidente. Al montare del caso, lo ribadisce con un secco post sulla sua pagina Facebook: “Vediamo di essere chiari: non ho mai fatto all’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, come ad altri, richieste di tale genere. Sfido chiunque e ovunque a dimostrare il contrario. Sono stupita di questa ennesima campagna di fango e stavolta ho affidato la pratica ai legali per tutelare il mio nome e onore. Chi è in difficoltà per le falsità a Palermo o i rifiuti di Roma (i 5Stelle, ndr.) non pensi che basti attaccare su Arezzo”.

I 5Stelle, però, si scatenano. Il blog di Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista pubblicano post fotocopia: “E’ una bugiarda. Se non si dimetterà la costringeremo a venire in Aula con la mozione di sfiducia”, parlano di “azioni legali”. Matteo Salvini ne chiede le dimissioni (“Nell’affare banche c’è dentro fino al collo”) come pure Giorgia Meloni (Fd’It) e l’intero vertice di Mdp, da Speranza a Scotto a molti altri scissionisti.

Il Pd contrattacca, ovviamente, ma a farsi notare è solo l’area renziana. Il ministro Orlando resta del tutto silente, Emiliano pure, altre aree dem alleate di Renzi – da quella di Franceschini a Martina ai Giovani Turchi – assai fredde. Il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, parla di “attacco vergognoso e strumentale di M5S. Si occupino dei problemi della gente e non di fare gli aspiranti pm”. Lorenzo Guerini la ritiene “una strumentalizzazione per nascondere i guai di M5S” e i senatori dem renziani: Marcucci, Del Barba) pure. Il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, annuncia per oggi “un esposto denuncia contro M5S e Grillo” per le loro parole. Paolo Gentiloni e Matteo Renzi si rifanno a quanto Maria Elena ha scritto nel post e le assicurano “pieno sostegno”, ma prese di posizione pubbliche, a partire da Renzi, a Milano con Obama, non ve ne sono.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 maggio a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.


2. Dubbi e imbarazzi su Maria Elena: Renzi teme contraccolpi nelle urne. La fedelissima isolata tra i dem. Gentiloni le rinnova la fiducia: “vai avanti”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Proprio ora che risaliamo nei sondaggi (Swg dà il Pd al 30,5%, recuperato tutto il calo post-scissione, e l’M5S al 27,5%, ndr), proprio ora che abbiamo lanciato l’offensiva alla Raggi sui rifiuti di Roma! Questa grana non ci voleva. Speriamo che il caso si sgonfi…”. E’ questo il massimo che si strappa, nel Transatlantico di Montecitorio, agli esponenti del Pd  sulla vicenda che vede sulla graticola il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. Una difesa ‘timida’ che trasuda imbarazzo: in pochissimi, come il renzianissimo senatore Andrea Marcucci, tornano sul tema. Eppure, le rivelazioni dell’ex direttore del Corsera De Bortoli hanno scatenato un finimondo politico: i 5Stelle, Lega e Fd’It, ma pure Articolo 1-Mdp, sono sulle barricate: chiedono il ritiro delle deleghe al sottosegretario da parte di Gentiloni o le sue dimissioni. Una mozione di censura, che già nel caso Lotti venne proposta e bocciata al Senato, verrà formalizzata dai 5Stelle, ma alla Camera dei Deputati, dove tutti, anche M5S, sa che i numeri per passare non ci sono, mentre la prima notizia di una mozione di sfiducia si risolve nell’ennesima ignoranza di diritto costituzionale dei 5Stelle ( le mozioni si possono presentare solo contro ministri).

Lei, per ora, si rifiuta di tornare sulla vicenda. Si limita a dire, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi che si tiene al mattino a palazzo Chigi sul dissesto idrogeologico, secca, “credo che la misura sia colma. Da qui in poi si occuperanno di questa questione i miei legali”. Poi palazzo Chigi diffonde una nota: Boschi “ha affidato agli avvocati Paola Severino e Vincenzo Zeno Zencovich (due principi del foro, la prima ex ministro, ndr) l’incarico di tutelarne, anche in sede giudiziale, il nome e la reputazione”. Chi lavora con il ministro fa notare che la nota è una ‘presa in carico’ ufficiale del governo. Insomma, il “pieno sostegno” di Gentiloni e Renzi, già diffuso ieri, sarebbe assicurato. Non a caso, sempre da palazzo Chigi, filtra che Gentiloni ha avuto un colloquio con il sottosegretario e l’ha incitata ad “andare avanti”. Anche Renzi – che oggi sarà al Nazareno per la prima riunione tra il Pd, i suoi gruppi parlamentari e il governo – fa filtrare, sia pure senza esporsi, che preferisce non parlare in pubblico per evitare di dar fuoco ancora di più alle polveri ad accuse che ritiene infondate. Resta anche forte il sospetto di Renzi e renziani che De Bortoli – da anni apertamente ‘in guerra’ con l’ex premier, accusato di “odore di massoneria”, e che non a caso il 20 aprile a Milano parteciperà, con Bersani, alla conferenza programmatica fondativa di Articolo 1-Mdp – ha dato voce al tentativo dei ‘poteri forti’ e ‘salotti buoni’ che vogliono impedire il ritorno di Renzi a palazzo Chigi.

Anche i ministri dell’attuale governo adottano questa linea, quella del silenzio operoso, “in attesa che il caso si sgonfi”, ma fa una certa impressione il silenzio di tutti i colleghi di ‘Maria Elena’, compresi quelli oggi finiti ai vertici del Pd, da Martina a Franceschini. A complicare le cose c’è la scarsa simpatia che la Boschi ha ispirato, sin dall’inizio, tra i suoi colleghi, già ai tempi di Renzi. E un dem vicino al governo nota perfidamente che “quando nacque il governo Gentiloni provammo in diversi a convincere Maria Elena a non volere né chiedere, a tutti i costi, un posto a Gentiloni, ma non ci fu niente da fare. Lei fu irremovibile, trattò in prima persona con Paolo, Renzi la sponsorizzò un po’, ma la decisione finale fu di Gentiloni”. Seguirono un furibondo scontro sulle deleghe tra lei e Lotti, promosso ministro allo Sport da sottosegretario che era, le nomine di chi – era l’accusa – “vuole accentrare tutto”, come quella del nuovo segretario generale di palazzo Chigi, il consigliere di Stato Paolo Aquilanti  che fu fondamentale nella redazione dell’Italicum, ma a cui ora il Consiglio di Stato chiede di rinunciare a uno dei due incarichi per la sua collocazione ‘fuori ruolo’ e il recente scontro con diversi ministri che fanno capo alla presidenza del Consiglio, quelli senza portafoglio, sul controllo dei loro atti. Controllo che la Boschi, proprio tramite Aquilanti, aveva chiesto e preteso con una circolare a tutti gli uffici, circolare che aveva fatto infuriare non poco diversi ministri. L’impressione che, davanti alle accuse di De Bortoli e 5Stelle, Boschi sia sola resta tutto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a p. 11 del Quotidiano Nazionale l’11 maggio 2017. 

 

 

Renzi mette il governo sotto tutela e fa melina sulla legge elettorale. Gelo con il Colle. Cronaca di un’ordinaria Assemblea

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Renzi vuole il Pd ‘regista’ del governo. Bagarre sui nome per la Direzione.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Giovedì 11 maggio, a ora di pranzo, si terrà la prima riunione tra la nuova segreteria del Pd, nominata da Renzi, il suo vice Martina, i capigruppo parlamentare dem e i due ministri che seguono, di solito, tutti i provvedimenti del governo, la Finocchiaro (Riforme) e la Boschi (presidenza del Consiglio). Saranno riunioni assai frequenti (“settimanali” ha detto ieri Renzi), si partirà probabilmente dalla legge elettorale, e danno l’idea di un governo cui Renzi non vuole togliere la fiducia, ma di fatto appare ‘sotto tutela’, la sua. Renzi ha chiesto e ottenuto un “coordinamento”, si spiega anche da palazzo Chigi, per raffinare qualità e scelte dell’esecutivo, ma suona commissariamento.

Il neo segretario, a cinque mesi esatti dalle sue dimissioni, è tornato rinvigorito e non lo nasconde: “lavoreremo insieme fino al 2021” è la promessa che suona un po’ da minaccia, davanti alla platea dei delegati, che infatti ridono nervosi. Del resto, archiviati i mesi di “polemiche, litigi, scissioni”– spiega Renzi dal palco del lunare (sta a Fiumicino) Marriot Hotel, dove si tiene l’Assemblea nazionale dem – “ha vinto il Pd”, quello che “non litiga” e “sceglie Macron”. “Basta sparare sul quartier generale” è il perentorio invito.

“Nessuno metterà in discussione il governo Gentiloni”, scandisce Renzi davanti al premier, seduto in prima fila, poi ributta la palla nel campo avversario sulla legge elettorale, infine delinea il nuovo Pd. Dovrà lavorare con mezzi antichi (i circoli) come nuovi (la app ‘Bob’ e i social media) e su tre parole d’ordine: “lavoro, casa e mamma” (sic) che suscitano facili ironie, specie sul web, ma quelle sono e quelle saranno.

Renzi ha ormai il pieno controllo del partito e lo dimostra. ‘Nuovo’ presidente viene riconfermato Matteo Orfini, nonostante le rimostranze di Orlando che non lo voleva (e che dal palco ammonisce: “non tutti i nodi sono stati sciolti, tra Bersani e Berlusconi continuo a preferire Bersani”), ma la sua area si spacca (solo 16 contrari e 60 astenuti contro Orfini sui 212 delegati di area), i due vicepresidenti vengono concessi alle due minoranze (Pollastrini, Orlando, e De Sanctis, Emiliano), Bonifazi viene confermato tesoriere e Martina impalmato vicesegretario. Morale: il controllo di Renzi sull’Assemblea (700 delegati, 212 di Orlando, 88 di Emiliano) è e rimane ferreo. Orlando  e i suoi si mettono in una posizione di minoranza e mani libere, non vogliono incarichi, tantomeno in segreteria, mentre Emiliano – che saluta Renzi dal palco inneggiando a Che Guevara (“Hasta la victoria, segretario!”) è in una posizione molto più trattativista.

Ma se per gli incarichi della nuova Segreteria bisognerà ancora aspettare qualche giorno (sicuri di entrare sono solo Nannicini al Programma, Bellanova al Welfare, Richetti come coordinatore e Anzaldi alla Comunicazione), è sulle future nomine in Direzione che scoppia il caos al punto da prorogare artificiosamente i lavori dell’Assemblea per tutto il pomeriggio con interventi fiume e non previsti che nascondono le febbrili trattative nel retro palco tra le varie aree. La quota degli eletti figli dell’Assemblea è già ripartito (84 a Renzi, di cui 50 renziani doc più una trentina tra area Franceschini, Martina, Orfini, 24 Orlando, 12 a Emiliano), ma Renzi ha a disposizione – oltre ai membri di diritto (20 segretari regionali, sindaci delle grandi città e membri della segreteria, tutti suoi, più ex premier, ex segretari, ministri) – 20 nomi ad personam. L’altra volta volle tutti sindaci, ora punta su 20 giovani, generazione ‘Millenials’, figli di Classe dem. “La tipica renzata”, sospirano i suoi, che getta il partito nel caos. Beppe Fioroni, leader dei Popdem, non trova posto (la cosa non accadeva da decenni) perché arriva Arianna Furi (19 anni, romana), Gianni Cuperlo neppure, Fassino si sente sotto-rappresentato ma c’è, il panico dilaga, Renzi è irremovibile. Il caso Cuperlo, in particolare, sembra un ‘caso’ politico, ma è figlio del restringimento dei posti della mozione Orlando causato dall’arrivo dei Millenials. Cuperlo aveva promesso ad alcuni dei suoi l’ingresso in Direzione tra i 25 di Orlando ed ha preferito escludersi lui con un atto d’imperio, spiegano gli orlandiani, per fare largo ad altri. Eppure, la Pollastrini tuona (“decisione incomprensibile”), Anzaldi semina dubbi nel campo avverso (“Spiace che Orlando abbia escluso Cuperlo”…) ed è un fatto che Cuperlo si senta sempre più distante dal Pd di Renzi. Anche Lorenzo Guerini non entra in organismi di comando, ma Renzi lo valorizzerà presto o mandandolo al governo (delega ai Servizi o viceministro economico) o facendogli seguire il capitolo più delicato di tutti, la legge elettorale.

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. Legge elettorale, Renzi gela il Colle: “Non spetta a noi la prima mossa”

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Diciamo una parola di verità sulla legge elettorale – scandisce Matteo Renzi dal palco dell’Assemblea nazionale (Hotel Marriot, posto super kitsch, bar stile Guerre stellari) – e la diciamo rivolgendoci con deferenza e rispetto a Mattarella, a cui va la nostra riconoscenza filiale, la nostra amicizia e devozione: il Pd non farà il capro espiatorio”.

Ecco, già non inizia bene, l’approccio di Renzi al tema, non per la citazione letteraria di Pennac e del suo Malaussène, ma perché a diversi osservatori, compresi molti dei suoi, quel parlare di “riconoscenza filiale, amicizia e devozione”, nei confronti di Mattarella, suona più da provocazione, all’indirizzo del Colle, che da atto di deferente sudditanza. Insomma, il messaggio cifrato è: tu te la prendi con noi, ti lamenti del Pd, ma non guardare di qua, non chiedere a noi perché il Pd ha proposto di tutto (e giù l’elenco: il Mattarellum, estensione dell’Italicum al Senato, il tedesco). “La responsabilità dello stallo – e qui Renzi torna in chiaro – è di chi oggi è maggioranza al Senato e si elegge a colpi di mano il presidente in commissione Affari costituzionali. Il Pd – scandisce le parole il leader – è pronto a fa un accordo con chicchessia purché si faccia una legge decente. Ma non saremo noi a farci inchiodare alle responsabilità di una classe dirigente che resuscita la prima Repubblica”. Renzi, con i suoi, è ancora più netto: “Sulla legge elettorale questa è la nostra posizione definitiva, non ce ne saranno altre”. Per capirsi, quando giovedì prossimo Mazziotti di Celso, presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, scriverà il testo base da mandare in Aula, entro il 29 maggio, sulla legge elettorale (la richiesta esplicita e pressante di Mattarella era proprio ‘fare presto’), il Pd non presenterà un suo articolato né ne appoggerà altri. “La riforma elettorale – spiega Renzi ai suoi – dipende dagli altri. Vedete, Di Maio si è già mosso e ci chiede di fare insieme la legge? Ma prima voglio che ci dica – continua l’ex premier – che tipo di proposta è la sua e se parla a nome di tutti i grillini. Altrimenti, non ci muoviamo. Berlusconi invece non dice niente, sembra gli vada bene la legge che c’è, se vuole cambiarla ci faccia una proposta”.

Morale non si farà alcuna legge nuova, Renzi ne è convinto. E allora? Nel Pd renziano esistono due scuole di pensiero: entrambe riguardano lo stesso atto – il decreto legge in materia elettorale – che proprio il Capo dello Stato potrebbe ritenere un grave errore, ma divergono di molto sui tempi. Per gli ultrà renziani il governo dovrebbe approntare, “entro l’estate”, il decreto in modo tale che andare a votare entro ottobre (poco dopo le elezioni tedesche del 24 settembre) sia ancora possibile, facendo la legge di Stabilità in breve tempo, prima o dopo le urne. Per i renziani ‘di governo’, invece, il decreto andrebbe fatto a novembre per votare a scadenza naturale della legislatura. In ogni caso, il contenuto del decreto è sempre lo stesso: l’armonizzazione dei due sistemi elettorali, a partire dai capolista bloccati (da estendere dalla Camera al Senato, dove vige la preferenza unica) più pochi altri aggiustamenti. Certo è che, una volta approvato un decreto legge siffatto, non resterebbe, per Mattarella, che mandare tutti alle urne.

NB: Articoli pubblicati a pp. 8 e 9 del Quotidiano nazionale l’8 maggio 2017.

 

Boschi difende Lotti e si schiera con Renzi. Renzi prepara il Lingotto

1) Boschi a Porta a Porta: la mozione di sfiducia uno show grillino. Poi attacca i media.
 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
DIFENDE a spada tratta il governo e Luca Lotti – su cui pende una mozione di sfiducia che verrà discussa dal Senato il 15 marzo, ma rispetto alla quale già si sa che il ministro non rischia nulla – annunciando che Lotti si difenderà «a tono in Parlamento». Attacca i 5 Stelle e la loro mozione di sfiducia bollandola come «il solito show» e conferma la «ferma convinzione» a sostenere Renzi nel Pd.
CI VOLEVA Bruno Vespa e il suo salotto tv per restituire la favella a Maria Elena Boschi da Arezzo. L’ex ministra del governo Renzi, oggi potente sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con Gentiloni (stende lei l’ordine del giorno), ne aveva di cose da dire. Troppo lunghi i suoi silenzi: sia dentro il Pd, sia nei confronti di Renzi (mai difeso: neppure una parola, in tanti mesi, davanti a tanti e ripetuti attacchi).
BOSCHI era silente da troppo tempo e, proprio ieri, si erano diffuse voci di pesanti scontri tra lei e l’ex premier sulle scelte di Renzi, sull’atteggiamento da tenere verso il governo e, anche, sul da lui cercato voto anticipato. Oltre alle voci di altrettanti e pesanti scontri tra lei e Luca Lotti, oggi ministro allo Sport e, ieri, sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Renzi. Uno scambio di ruoli che aveva dato adito a ipotesi di ogni tipo, comprese quelle di epici ‘scontri’ tra i cavalieri di una Tavola Rotonda, quella renziana, ormai semivuota.
LA BOSCHI preferisce togliersi tanti sassolini dalle scarpe, ma sono solo i suoi. Prima sulla vicenda del padre (il suo, non quello di Renzi): «Ricordo che mio padre è fuori da ogni inchiesta, assolto e prosciolto, ma sui media nulla». Sull’inchiesta Consip si limita all’estraneità dell’esecutivo: «Le indagini sul ministro Lotti per presunta rivelazione di segreto d’ufficio non sono fatti che abbiano coinvolto il governo. In qualche redazione si potrebbe verificare se è stato violato il segreto d’ufficio, ma non a Palazzo Chigi».
NON mancano, certo, le punture di spillo per gli scissionisti: «Sarebbe strano che i nostri ex compagni del Pd votassero la sfiducia a Lotti quando noi assieme a Renzi sostenemmo Errani che, da governatore, venne perfino condannato».
A Renzi, certo, conferma fiducia nella gara congressuale: «Lo sosterrò convintamente», dice, ma senza lasciarsi andare a una parola che sia una per gli altri due candidati in lizza. Né concede confidenze personali a Vespa: perde il sorriso, ma è un attimo, solo alla domanda se vuol essere mamma. «Non ho cambiato idea», è la replica di donna Boschi, che – in quanto titolare della delega alle Opportunità – ieri ha festeggiato in tv l’8 marzo.
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2) Renzi ritorna al futuro: al Lingotto la difficile ripartenza verso il congresso del Pd
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Matteo Renzi a Rimini, all’assemblea degli amministratori locali del Pd

“Matteo si è messo in ‘modalità Gentiloni’”, dicono i suoi. Il nuovo Renzi è tutto un “sopire, troncare, troncare, sopire”. Sarà il momento storico: non è dei migliori, tra inchiesta su babbo Tiziano – “che, per fortuna, si va sgonfiando”, assicurano – mozione di sfiducia all’amico-ministro-fratello Luca Lotti e una gara congressuale che è già senza esclusione di colpi. Sarà che, ieri sera, il premier in carica, Gentiloni, è stato accolto e coccolato, dall’assemblea del gruppo Pd alla Camera come Renzi, forse, non è mai stato.

Il guaio è che l’ex premier si guarda attorno e vede che qualcosa non va. Renzi, si sa, detesta Emiliano che contro di lui brandisce la spada, recluta truppe, specie al Sud e, soprattutto, deve ancora testimoniare sul caso Consip, ma teme Orlando, che invece sembra tirare di fioretto. Eppure, il ministro ieri era in una radio a cantare Zingaradi Iva Zanicchi: la strategia dello staff è di rendere “simpatico” un introverso. Si vedrà se funziona, certo è che Orlando miete consensi trasversali tra le truppe parlamentari dem: stanno con lui 80 deputati e 33 senatori contro i 58 senatori e 190 deputati di Renzi, che sono tanti, ma non tantissimi, e i sette deputati e due senatori di Emiliano, che invece sono pochi, ma fa scalpore l’arrivo del fioroniano pugliese Gero Grassi. Per Orlando c’è l’endorsment della senatrice Cirinnà, neo -eroina del movimento Lgbt per la legge delle unioni civili, sta per arrivare Sandra Zampa, vicepresidente del Pd e, soprattutto, storica portavoce di Romano Prodi (che, per ora, non dice né se né chi voterà alle primarie dem), oltre a quelli delle residue truppe lettiane e, forse, e pure presto, dello stesso Enrico Letta.

Ecco perché Renzi si è messo, testa bassa e pedalare, a organizzare al meglio la tre giorni del Lingotto, il lancio della sua candidatura a un congresso dove si gioca tutto. L’ex premier sostiene che “non sarà una Leopolda, non vi aspettate lo stesso stile scanzonato e gioioso”, assicurando che comunque la kermesse fiorentina tornerà “in autunno”. Eppure, ci rassomiglia molto. Ci si accredita, per dire, non sul sito ufficiale del Pd, ma sul sito www.matteorenzi.it , ci saranno gli ospiti eccellenti (Padoan, Bonino e altri). Ci saranno i tavoli tematici, spalmati su tre giorni: da venerdì, quando Renzi aprirà i lavori nel tardo pomeriggio, fino a domenica, quando sempre Renzi – che lancerà il ticket con il ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina – li chiuderà. “E’ un momento di riflessione, approfondimento, dialogo”, spiega, dove “ce le diremo tutte: cosa abbiamo fatto, cosa dovevamo fare meglio, cosa potremo fare. Non dico che vi annoieremo” – dice – “dal primo all’ultimo minuto, ma è giusto sottolinearne il carattere programmatico”. “Renzi che ‘minaccia’ di annoiare? Non è più lui”, dicono i suoi avversari, sempre più maligni.

NB: I due articoli sono usciti l’8 marzo 2017 a pagina 12 e 13 del Quotidiano nazionale.

‘Archivi’. Gli articoli usciti sul Pd negli ultimi tre giorni prima della Direzione

NB: Pubblico qui di seguito, ad uso e consumo dei miei affezionati 25 lettori, gli articoli usciti su “Quotidiano Nazionale” negli ultimi tre giorni prima della Direzione del Pd (10/11/12 febbraio). 
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

RIMINI Citta’ Italia – Assemblea Nazionale Amministratori Locali 28/01/2017 nella foto: MATTEO RENZI ©Claudio Zamagni/Ag. Aldo Liverani s.a.

1) Il dato è tratto. Renzi non si dimetterà oggi in Direzione, ma aprirà la strada al congresso ‘lampo’. Guerini, intanto, perde le staffe con la minoranza. 
13 febbraio 2017 – Ettore Maria Colombo – ROMA 
MATTEO Renzi ha deciso: oggi, davanti alla Direzione del Pd (un parlamentino già monstre, 200 membri con diritto di voto, che, per l’occasione, è stato allargato ai 416 parlamentari e ai 120 segretari locali), annuncerà la volontà di portare «al più presto» il suo Pd al congresso anticipato. Eppure Renzi non annuncerà, contestualmente, le dimissioni dalla carica di segretario. Invierà, invece, una lettera aperta a tutti gli iscritti del Pd, subito dopo la Direzione, che conterrà una vera chiamata alle armi contro «polemiche, accuse, divisioni interne, caminetti da Prima Repubblica» cui «non ci dobbiamo rassegnare», anzi, «dobbiamo rilanciare il Pd, rimetterci in cammino con una leadership legittimata dal voto popolare, rispettando la regola che chi perde dà una mano a chi vince». Morale: Renzi annuncerà le sue dimissioni formali nei prossimi giorni con una lettera a Orfini, presidente del partito, o direttamente nella sede dell’Assemblea nazionale. il 18 febbraio.  E sta proprio qui il punto che farà diventare la Direzione odierna del Pd un evento epocale. Un timing congressuale che definire da brividi è dir poco, visto che inizierà ora per concludersi entro aprile. Insomma, per fine aprile – e in tempo per andare a votare a giugno o, al massimo, a ottobre – il Pd avrà un nuovo segretario eletto che, almeno ai nastri di partenza, si chiamerà sempre Matteo Renzi.
IERI, al Nazareno, Orfini, il vicesegretario Guerini e pochissimi altri uomini del Pd di cui l’ex premier si fida ciecamente hanno stabilito il percorso congressuale a tappe forzate, anche se «nel pieno rispetto dello Statuto», precisano causa le bordate della minoranza che chiede «la segreteria di garanzia». Parole di fronte cui pure uno «mite e calmo» come Guerini perde le staffe e ribatte che «così si supera il livello di guardia, ora basta. Se anticipiamo il congresso lo faremo seguendo le regole, senza formule fantasiose». E cioè, come dice Orfini, senza «segreterie di garanzia» o «altri orpelli con cui credono di logorarci pensando che siamo così scemi da farci logorare da loro», spiega un pasdaran renziano, assai voglioso di indurre «i vari Bersani e D’Alema, a farla, sta’ scissione».
Renzi e i suoi metteranno ai voti il seguente timing congressuale: il 18 febbraio convocazione dell’Assemblea nazionale che indice il congresso (qui s’annida l’unico vero rischio, per Renzi: l’Assemblea può votare un altro segretario, se si trova una maggioranza alternativa).  Poi, ‘Convenzioni dei circoli’ (dove si presentano le candidature e in cui possono votare solo gli iscritti dem in regola con le quote 2016, termine prorogato al 28 febbraio), nel giro di un mese al massimo.
A FINE marzo, ‘Convenzione nazionale’ che screma le candidature fino a un massimo di tre (purché abbiano preso almeno il 5% dei voti). Infine, ai primi di aprile (il 9, il 16 o il 23 aprile), celebrazione delle primarie per il segretario, carica che nel Pd coincide con il candidato premier: i famosi gazebo cui votano iscritti ed elettori.
Dal Nazareno giurano che «la data del congresso non è collegata alla data del voto alle Politiche, che invece dipende dalla legge elettorale e dalle scelte del governo» (oggi, in Direzione, ci saranno il premier Gentiloni e il ministro Padoan), ma è facile pensare che, una volta legittimato dalla mega-gazebata (obiettivo, 4 milioni di elettori), il nuovo segretario del Pd, appena potrà andare al voto anticipato, ci andrà. A costo di far cadere «l’amico Paolo» che, in ogni caso, non potrà che «prendere atto» del fatto.
Resta in piedi una domanda: cosa faranno i pezzi di maggioranza «diversamente renziana» che sostiene Renzi ma non lo ama? Si tratta di metà dei Giovani Turchi, Area dem e Sinistra&cambiamento, tre aree che fanno riferimento a tre ministri: Martina, Franceschini, Orlando, il quale nutre forti perplessità sul percorso e lo dirà forte. «Staranno con noi», dicono sicuri dal Nazareno, «ma anche se volessero ripensarci, abbiamo i numeri sia in Direzione che in Assemblea nazionale per decidere da soli».

2) Il Pd, un partito sempre più sull’orlo della scissione: la sinistra si ritrova a Firenze, Renzi prepara il congresso per farla uscire allo scoperto. 

12 febbraio 2017 – Ettore Maria Colombo – ROMA

IL PD è sempre più sull’orlo della scissione. Oggi, a Firenze, nell’ambito dell’iniziativa unitaria di tutta la sinistra dem (tranne Cuperlo), «Può nascere un fiore», si vedranno i tre candidati antagonisti di Renzi (Speranza, Emiliano, Rossi. Gli anti-renziani di sinistra hanno già deciso di usare «ogni strumento», dallo Statuto alla «carte bollate», per fermare Renzi se il segretario chiederà, come è molto probabile, un congresso straordinario del Pd ma da consumarsi last minute, a partire da marzo ed entro maggio. Roberto Speranza chiede «un congresso vero». «Altrimenti – spiegano gli anti-Renzi – «reagiremo: nel partito usando lo Statuto e fuori, organizzandoci per la scissione». Davide Zoggia parla apertamente di «clima pessimo, con Renzi siamo vicini alla rottura».
E dato che i guai, nel Pd, non vengono mai soli, ora è il turno di una nuova linea divisoria: corre tra i renzianissimi e i gentiloniani. Ieri, sui cellulari di molti pasdaran dell’ex premier girava un fotomontaggio in cui si si vede Trump col telefono in mano che dice «Vorrei parlare con il premier» e Gentiloni che risponde «Può dire a me»…
L’ironia corre su Facebook, filone battute di Osho, ma indica che il livello di guardia, tra i pretoriani di Renzi e gli «amici di Paolo», è stato raggiunto e quasi superato.

I SEGNALI di insofferenza dell’inner circle renziano per Gentiloni non si contano più. Fanucci, giovane deputato renziano, ha raccolto 37 firme («il 10% dei nostri deputati» sfotte Boccia) per dire no all’aumento delle accise su tabacchi e benzina nella prossima manovrina che Padoan dovrà fare per rispettare i vincoli imposti dalla Ue. La raccolta firme ha suscitato una vera e propria «gelata» nei rapporti tra i pretoriani del renzismo e i «gentiloniani» (Giachetti, Realacci, Bonaccorsi). Poi c’è stata la lite al fulmicotone tra Renzi e Padoan con il primo che lo attacca duro, sulla manovrina, e poi lo invita in Direzione per rimediare, e il secondo che si presenterà sì, ma per impartire una lezione di economia. Infine, le tensioni dentro il consiglio dei ministri: quando i titolari dei dicasteri affastellano idee e progetti, solo Luca Lotti ricorda «bisogna prepararsi al voto».

Ecco, è in questo clima di crimini (minacciati) e sospetti (reali), che il Pd si avvicina alla Direzione show down, quella di lunedì 13. Renzi ha davanti a sé tre strade e, con la consueta abilità da manipolatore dei media e giocatore di poker, fa diffondere tre versioni tutte e tre possibili (e verosimili) delle sue prossime, decisive, mosse.

LA PRIMA la sanno anche i sassi: puntare dritti al voto anticipato a giugno, con qualsiasi legge elettorale possibile, risparmiando ai suoi avversari interni (Franceschini e Orlando) e ‘interni/esterni’ (Bersani, etc.) l’onere di una rottura storica e, di certo, drammatica. Quella scissione che D’Alema e alcuni bersaniani (Zoggia, Leva) stanno però già organizzando nei territori costruendo ‘Consenso’, la rete di D’Alema. La seconda – se Franceschini e Orlando non riusciranno a farlo ragionare («Renzi ha l’ossessione di rileggittimarsi, ma proveremo a fermarlo» assicurano gli uomini dei due ministri) – è il congresso anticipato con indizione del percorso a marzo e voto finale (primarie interne) a maggio. Un redde rationem sanguinoso.

La terza corre sul filo del telefono di alcuni renziani di alto lignaggio: dice che Renzi metterà entrambe le pistole sul tavolo: chiederà il congresso anticipato «e anche» le elezioni anticipate, da tenersi l’11 giugno o il 24 settembre. Spaccando per sempre il Pd.

 


3) Non ci sto a fare il bersaglio. Renzi prepara la Direzione del Pd e il congresso dem.

11 febbraio 2017 – Ettore Maria Colombo – ROMA  

«Non ci sto a fare ancora il bersaglio per mesi» è l’unica frase che il segretario del Pd, Matteo Renzi, fa filtrare ieri, peraltro a Unità tv. La frase si presta a due assai diverse interpretazioni, anche se entrambe consistono nel tipico azzardo da giocatore di poker. Lunedì, davanti alla Direzione, Renzi si presenterà al parlamentino del Pd mettendo sul tavolo due scelte entrambe drammatiche per chi lo sostiene come per chi lo osteggia, anzi: vuole «cuocerlo a fuoco lento». Renzi metterà tutti davanti a un bivio: «congresso anticipato, entro maggio, con le mie dimissioni», o «voto a giugno, con una legge elettorale nuova». Renzi, pur di ottenere il voto, è pronto ad aprire, «se gli altri ci stanno», al premio alla coalizione che Franceschini e Alfano chiedono o a votare «con le leggi uscite dalle decisioni della Consulta su Porcellum e Italicum, armonizzandole il più possibile». «Naturalmente – dirà il segretario – con l’accordo di tutti noi». E pazienza se la minoranza dirà di no e farà la scissione, andando al voto dietro le insegne del neo partito di D’Alema unito a quello di Vendola. E pazienza anche «se Gentiloni ci resta male»: l’irritazione di palazzo Chigi per le intemerate dei renziani che raccolgono firme
contro la manovrina è stata già messa nel conto. Tanto che, lunedì, Padoan è stato invitato sì in Direzione, ma a spiegare perché «l’Italia non può permettersi manovre recessive».

L’alternativa a questo percorso di guerra – che vuol dire scontrarsi in modo duro con la Ue, il Colle, gli altri partiti in Parlamento, i poteri forti che vogliono stabilità, etc. – è ancora più drammatica. Renzi, infatti, «se dovesse prendere atto che il suo partito dice ‘no’ al voto a giugno – spiega un fedelissimo – annuncerà le sue dimissioni da segretario per avviare l’iter di un ongresso straordinario». Un congresso non ‘ordinario’, come quello che gli chiede la minoranza dem ma anche Orlando, da tenersi, cioè, tra giugno e ottobre. Vuol dire congresso ‘lampo’, a tappe forzate, come l’ex premier voleva fare già a dicembre, subito dopo la sconfitta al referendum.
Dimissioni immediate, reggenza affidata al presidente del partito (Orfini), convocazione dell’Assemblea nazionale, via al percorso congressuale. Con una postilla tecnica non da poco: tranne i congressi di circolo, quelli provinciali e regionali verrebbero rinviati a una
seconda fase. E’ il solo modo per bruciare le tappe: convenzione nazionale ad aprile, primarie tra i vari contendenti a maggio per chiudere la pratica ben prima che, l’11 giugno, si tengano elezioni amministrative in cui il Pd può perdere città chiave. L’obiettivo di
Renzi è duplice: «mettere paura» ai pezzi della sua maggioranza, i big Franceschini, Martina e Orlando, fingendo di forzare su un congresso anticipato che nessuno dei tre ministri vuole, e pure a una minoranza non ancora pronta a una sfida congressuale perché divisa in partes tres (Speranza, Rossi, Emiliano, e nessuno che intenda rinunciare alla
corsa). Quale sarà l’azzardo finale di Renzi? Non è ancora detto, non si sa. La sola cosa certa è che lunedì, per il Pd, sarà un giorno decisivo.

NB: I tre articoli sono stati pubblicati tra l’11 e il 13 febbraio sul Quotidiano Nazionale. 

Meb e Luca, simul stabunt simul cadent. I destini incrociati di Lotti e Boschi, gemelli diversi del ‘giglio magico’ di Renzi oggi nel governo Gentiloni

Italy Politics

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

MARIA Elena e Luca, ‘la’ Boschi e ‘il’ Lotti, ‘Meb’ e ‘Lampadina’, l’aretina e l’empolese, il giovane avvocato di Laterina che scopre la politica sul lato dalemiano (parteggiava per Michele Ventura che perse male le primarie a candidato sindaco di Firenze contro Renzi) e, solo dopo, su quello renziano, e il “carrarmato” di Matteo Renzi da quelle primarie in poi, cioè da sempre. I loro destini sono legati da anni, da quando il loro ‘Re Sole’, Renzi, decise il grande salto: da presidente di Provincia a sindaco di Firenze, dal locale al globale, candidato alle primarie contro Bersani (perse) e poi contro Cuperlo, (vinte) segretario del Pd e poi successore di Enrico Letta a palazzo Chigi. L’ascesa, il trionfo, dietro «Cesare» e, ora, da poco, la caduta, ben più repentina e drammatica del trionfo, e per entrambi, causa quel maledetto referendum costituzionale del 4 dicembre per cui si erano impegnati, entrambi, anima e corpo (tanta ‘anima’ e pure tanto ‘corpo’). Insomma, come dicevano i latini, ‘simul stabunt, simul cadent’: cade l’uno, cade l’altro, se restano, lo fanno insieme. Ma sarà poi così vero o, invece, anche i loro due destini stanno per separarsi per sempre?

TANTO che la caduta della Boschi, esposta per forza di cose al pubblico ludibrio in quanto «madre regina» della riforma costituzionale da lei voluta – con Renzi – seguita, partorita, nata, promossa (in Parlamento) e bocciata (nelle urne referendarie), è stata più eclatante e pesante di quella di Lotti, sempre spettinato e sempre vestito un po’ male, finto casual, parco di dichiarazioni, interviste, comizi. Ieri era lei a sorridere, felice e soddisfatta, nel salone delle Feste di palazzo Chigi mentre lui sorrideva timido nel Salone delle Cerimonie del Quirinale. Tailleur nero formale, assai lontano dal completo blu elettrico indossato 2 anni fa quando giurò da ministra nelle mani di Napolitano, Maria Elena è tornata radiosa.
Eppure, dicono i renziani ‘cattivi’, «la sua è una evidente diminutio. Esce da ministro di Renzi ed entra sottosegretario nel governo Gentiloni. Seguirà le sedute del consiglio dei ministri, ma è una pura funzione notarile: scriverà l’ordine del giorno, terrà l’agenda delle riunioni, punto». Le cose, in realtà, sono sempre meglio di come appaiono: quel ruolo, che fu di Gianni Letta è «un ruolo importante, un ruolo chiave» dicono i suoi, senza dire che terrà, pare, due deleghe ereditate dal ministero precedente (Pari Opportunità e Adozioni). Eppure, alle Riforme, Lei non poteva restare. Per dialogare con gli altri partiti, sulla legge elettorale, serviva una persona meno divisiva. Ed ecco, infatti, che alle Riforme va la paziente, e glaciale, oltre che esperta, Anna Finocchiaro, che pure di Meb è stata – al Senato e, più in generale, al partito e con gli altri partiti – una vera ‘madrina’ (“Mi è scattato il maternage”, disse di lei, dopo aver detto, invece, di Renzi, che era “un miserabile” perché voleva escluderla dalle liste alle Politiche) su riforme e legge elettorale.
Inoltre, Renzi non si fa vedere in pubblico con lei da troppo tempo: Leopolda 2015, per la precisione, quando il crac di Banca Etruria piombò tutto e solo sul capo di suo padre.
Infine, i suoi sms continui, quasi insistenti, di certo pieni di pathos, per convincere il neo premier, Gentiloni, quasi stupito – così si dice – da tanta gentile insistenza, che di certo non l’hanno aiutata a fare una bella figura, ieri nel partito, oggi nell’opinione pubblica.
Renzi, di certo, non l’ha mollata («Farai quello che vorrai, decidi tu», le ha detto), anzi, l’ha aiutata quello che basta, ma per vincere il congresso e le elezioni serve Lui, Luca Lotti. Promosso ministro allo Sport, che a una prima occhiata sembra una delega assai «leggera», mantiene le deleghe (pesanti, pesantissime) all’Editoria e al Cipe, cioè i soldi che – più o meno a pioggia – arriveranno al governo e verranno distribuiti, specie al Sud, per non dire del fatto che il capitolo ‘nomine’ degli enti e cda di Stato sempre a lui resterà.
CERTO, non arriva la delega ai Servizi segreti, delega che Gentiloni si tiene ben stretta e a cui Lotti mirava perché era suo vecchio pallino, anche se i suoi dicono che “non è vero” e che “non ci ha mai pensato a volere quel posto” e che, casomai, puntava a un altro bersaglio grosso, il ministero degli Interni, che invece è andato a un suo vecchio rivale, Marco Minniti (già dalemiano, poi veltroniano, ora renziano di complemento) che aveva in mano proprio i servizi. Ma il vero «bingo» Lotti lo fa nel solo essere diventato ministro e, di conseguenza, nel partecipare alle riunioni del cdm. Pochi sanno che pur avendo il ruolo di sottosegretario, Lotti, fino a ieri, non ci entrava nemmeno, nel consiglio dei ministri: a verbalizzare le sedute – atto che, da oggi, sarà compito della Boschi – era De Vincenti.
Ma è lì dentro che si decide «la Politica», scelte di governo e non solo. «Nel cdm sono entrati, o rientrati, tutti i capi corrente del Pd (Franceschini, Orlando, Martina, ndr) – spiega un ‘lottiano’ – ma mancava proprio un… renziano e Luca è il capocorrente di Renzi. Prima non serviva, perché al governo c’era Matteo, e Luca gli stava subito dietro, sempre, ora serve, eccome se serve». Eccola, dunque, la spiegazione: Lotti agirà da «dante causa» di Renzi, senza dire che «darà una mano a Renzi per preparare il congresso, vincerlo e andare al voto».Certo, Lotti – ombroso e silenzioso di suo – dovrà diventare più loquace, forse persino «simpatico», agli occhi di un opinione pubblica che lo conosce assai poco.
Ma tant’è, à la guerre comme à la guerre. E Maria Elena? Sorriderà, guardando il cdm dentro e il governo da vicino, da palazzo Chigi, ammaliante, come sa fare solo lei.
Alla faccia delle polemiche e dei tormentoni contro il suo volto, e il suo ruolo, che sono già partite. Alla faccia anche di quei renziani che, ieri, perfidi, più che cattivi, dicevano: «Mantenere Maria Elena al governo è peggio di un delitto, è un grave errore politico».

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 dicembre 2016 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

NEW! Totoministri governo Gentiloni: Alfano agli Esteri, Minniti agli Interni, a Lotti anche gli 007, dentro Verdini, via Giannini e Poletti, resta la Boschi

Questo articolo è stato scritto ieri sera e aggiornato ieri notte e solo sul sito stamattina. 

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

IL GOVERNO Gentiloni che oggi ha visto le delegazioni dei partiti a Montecitorio, ha una lunga serie di «stelle fisse», nel senso di ministri riconfermati nel loro ruolo dall’incarico precedente (governo Renzi) e alcuni «buchi neri» che potrebbero scompaginare il quadro.
Partiamo dalle «stelle fisse». La prima, destinata a durare e a brillare come prima (anzi, di più) è quella di Luca Lotti. ‘Il’ sottosegretario per eccellenza alla presidenza del Consiglio di palazzo Chigi, amico fidato di Matteo Renzi e cuspide dell’ormai arcinoto «giglio magico» fiorentino, non solo resterà dov’è, ma assumerà anche la cruciale delega ai servizi segreti, cui ambiva da tempo, fino ad ora nelle mani di Marco Minniti (ex dalemiano, nelle origini, poi veltroniano, oggi vicino ad Area dem di Franceschini). Minniti andrà agli Interni, ministero di certo delicato e decisivo, in tempi di elezioni anticipate, mentre Angelino Alfano, leader di Ncd, lascia il Viminale per la Farnesina. Una scelta clamorosa, certo, e della quale per ore non sono state chiare le reali motivazioni. In realtà, Alfano lascerebbe gli Interni per un motivo tutto «politico»: sganciarsi da un ministero cui gli elettori specie quelli moderati, imputano gli sbarchi dei migranti e il boom di immigrati in vista di elezioni Politiche anticipate in cui già i centristi stenteranno e dove, anche per questo motivo, potrebbero pagare un pegno in termini di consensi troppo alto. Insomma, anche se sia Renzi che lo stesso Gentiloni avrebbero visto bene la prima segretaria generale donna della Farnesina, Elisabetta Belloni, agli Esteri, o in alternativa Piero Fassino – la seconda scelta di Gentiloni, l’ultima di Renzi che gli imputa il disastro della sconfitta alle comunali di Torino a giugno – Alfano ha deciso di andarci lui, agli Esteri, anche perché, insieme e subito dopo al Pd, il suo Ncd ha la golden share della maggioranza.
A Lotti, invece, resta in mano un altro dossier chiave, le nomine delle aziende di Stato: in primavera scadono i vertici di Enel, Eni, Poste, Finmeccanica, Terna e altri cda, gran finale con il successore di Vincenzo Visco a Bankitalia, i vertici della Rai, ove mai si dimettessero.

L’ALTRA certezza è che «un posto, a quelli di Verdini, bisognerà trovarlo», allargano le braccia i renziani. Si da il caso, infatti, che Ala (18 senatori e 16 deputati che si sono fusi coi miseri resti di Scelta civica di Zanetti, un partito che si è auto-liquefatto da solo negli anni) è determinante per la sopravvivenza di qualsiasi governo, al Senato, dove – senza i voti di Ala – banalmente la maggioranza non c’è (173 voti presi da Renzi all’ultima fiducia, senza i 14 assicurati da Verdini, non ci sarebbero stati i 169 voti necessari per avere la fiducia): governo Renzi ieri, governo Gentiloni da domani. Ergo, bisogna accontentarli, i verdiniani. Il problema è come: una promozione dello stesso Zanetti, oggi viceministro all’Economia, che però è inviso ai più (democrat e tutti gli alleati, compresa buona parte dei verdiniani) per il suo eccessivo e petulante protagonismo o un ministero per uno tra due ex azzurri di rango: Giuliano Urbani o Marcello Pera, che ha guidato i «Comitati centristi per il Sì». Il secondo, più del primo, sarebbe un ottimo ministro delle Riforme o anche dell’Istruzione. Ma alla fine potrebbe essere premiato Saverio Romano, con il nuovo ministero per il Sud, visto che l’ex fondatore del Pid, poi ‘responsabile’ berlusconiano, oggi è una colonna di Ala nonché un portatore di voti oggi a Verdini, come ieri a Berlusconi, nella sua colonia sicula, oppure il deputato verdiniano (e toscano) Riccardo Mazzoni agli Affari regionali.

La terza certezza sono le conferme di molti ministri: da quelli del Pd – Orlando (Giovani Turchi) alla Giustizia, Pinotti (Aream dem) alla Difesa, Martina («Sinistra è cambiamento») all’Agricoltura, Delrio (cattorenziani) alle Infrastrutture, più i ‘tecnici’ di area renziana Padoan all’Economia e Calenda allo Sviluppo economico. In area centrista, il bolognese Galletti (Udc) resterà dov’è, cioè all’Ambiente, anche se girano da giorni alte le quotazioni del democrat ambientalista – e amico intimo di Gentiloni – Ermete Realacci, Costa e Lorenzin (Ncd) pure, ai dicasteri di Famiglia e Salute, e via via scendendo pe’ li rami di viceministri e sottosegretari, dove contano  gli appetiti dei partiti «piccoli» (Popolari, Psi, etc.).
Al ministero del Welfare, scontato l’addio di Giuliano Poletti, la novità è Teresa Bellanova: ex Cgil, tosta e riformista, già viceministro allo Sviluppo economico mentre le quotazioni dell’ex sottosegretario a palazzo Chigi per i problemi del Lavoro, Tommaso Nannicini, renziano di ferro, sono in discesa (dovrebbe lasciare). Per quanto riguarda, invece, i «buchi neri», ne ballano tre. Alla Pa potrebbe restare, come potrebbe andarsene, Marianna Madia per fare posto a Piero Fassino (Area dem, ma non troppo), che rischia di restarsene a casa.

ALL’ISTRUZIONE scontata l’uscita di Stefania Giannini: rifiutata l’offerta da Gianni Cuperlo (Sinistra dem), salgono le quotazioni della senatrice (Area dem) Francesca Puglisi ma in alternativa – pericolosa  per lei – c’è appunto l’azzurro verdiniano Marcello Pera. L’ultimo «buco nero» è la sorte del ministro Boschi. Per il suo posto gareggiano in tre: la senatrice Anna Finocchiaro, data in pole position, il deputato Emanuele Fiano (Area dem) e il vicesegretario dem Lorenzo Guerini (che, però, spiega a un amico: «Io resto al partito») ma solo per il pezzo più importante del ministero, quello delle Riforme. La Boschi, se resta al governo, potrebbe tenere solo le (scarne) deleghe di Pari Opportunità, Adozioni e Rapporti con il Parlamento o andare a Chigi in qualità di sottosegretario ‘semplice’. Certo è – come si fa notare al Quirinale come a palazzo Chigi, al Nazareno come a Montecitorio – “a che serve fare un ministero delle Riforme se questo governo non farà alcuna riforma?”.

NB: questo articolo è stato scritto per il giornale del 12 dicembre 2016 (Quotidiano Nazionale) e aggiornato la mattina del 12 dicembre stesso per il sito Quotidiano.net