Renzi presenta il suo programma economico, si compone il mosaico delle candidature: Gentiloni a Roma, Minniti a Pesaro, Boschi a Firenze, Padoan a Siena

 

Pubblico di seguito diversi articoli usciti nei giorni scorsi sul Quotidiano Nazionale e riguardanti il Pd: programma economico, obiettivi, candidature, liste, problemi annessi. NB: Gli articoli sono pubblicati in ordine temporale decrescente dall’ultimo all’indietro.

 

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd
  1. Il programma economico del Pd lo ha scritto Tommaso Nannicini: “poche tasse, molto spendi”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Le principali misure contenute nei “dieci punti” che sta per lanciare Matteo Renzi, il suo programma economico, sono racchiuse in testo la cui presentazione ufficiale è stata rinviata alla Direzione dem che si terrà giovedì o venerdì. Lì, però, l’attenzione di tutti sarà solo su liste e candidature: collocati i big (Padoan a Siena, per dire), rinunciato a correre l’immunologo Burioni, resta l’incertezza del collegio in cui si candiderà la Boschi, oltre ad almeno un paio di listini proporzionali (sicuro il Trentino più Calabria o Campania): Firenze città (sempre alla Camera, dovrebbe essere Firenze 3, quello del Mugello) o Grosseto (escluse Pisa, Livorno, Siena e, ovvio, Arezzo)? Renzi, peraltro, assai preoccupato dalle voci e lamentazioni che salgono dal Pd bolognese ed emiliano avrebbe deciso di ritornare sui suoi passi per contrastare al meglio le mosse di LeU: a Bologna 1 Senato non correrebbe più Casini, che i dem locali non vogliono al punto da aver messo in moto una vera rivolta di base, che verrebbe dirottato alla Camera, ma la segretaria uscente dello Spi-Cgil Carla Cantone, new entry (insieme a Paolo Siani in Campania e Lucia Annibali in Lombardia) in quota ‘società civile’ del Pd renziano. Anche perché LeU, a Bologna centro, al Senato schiera l’ex governatore dell’Emilia, Vasco Errani, ancora amato e popolare. Inoltre, sempre in funzione anti-LeU, Renzi ha deciso di dirottare Piero Fassino dal Piemonte all’Emila per sfidare, nella quota proporzionale, Pier Luigi Bersani in una sfida dal sapore rusticano, cioè di due ex segretari dei Ds.   
Il programma, invece, è un lavoro, sotto la supervisione politica del vicesegretario Martina, coordinato e redatto da Tommaso Nannicini: professore di economia alla Bocconi, al governo da sottosegretario di Renzi, oggi membro della segreteria dem, si considera solo ‘prestato’ alla Politica e a QN dice: “L’Università e mia moglie sono contrari alla mia candidatura. Deciderò nelle prossime 48 ore” (pare proprio accetterà: sarà capolista nel proporzionale in Lombardia 2).
I ‘dieci punti’ di Nannicini (e di Renzi) non prevedono nessun annuncio eclatante, ma molte novità strutturali. Si parte con il salario minimo “legale” per i lavoratori fuori dai contratti collettivi (sono il 15-20%): avranno otto euro l’ora, ma la cifra la stabilirà una commissione indipendente. Sarà “stabile” (un punto l’anno, dal 33% al 29%) il taglio del cuneo contributivo sul lavoro a tempo indeterminato. La legge Fornero resta, ma si punta a rendere “strutturale” l’Ape sociale e la novità del Pd è la pensione “di garanzia” per i giovani: chi lavora con diverse forme contrattuali e, dalla riforma Dini (1995) in poi, ha il regime contributivo, avrà diritto a un assegno “minimo” di 750 euro mensili. Per i figli – questa la novità cui Renzi tiene e su cui punta  – ci sarà un assegno “universale”. Uno strumento unico di aiuto graduato in base al reddito, all’età e al numero dei figli che funzionerà così: 240 euro mensili per ogni bimbo da 0 a 3 anni, 170 euro ai figli nella fascia 3-18 anni e 80 euro per quelli tra i 18 e i 25 anni. Il contributo è “universale”, dice Nannicini, ma solo per i redditi fino a 100 mila euro l’anno. Una vera rivoluzione che cambierebbe l’intero sistema: tutti gli attuali bonus finirebbero in una “Carta universale dei diritti” a scalare che, come in Francia, li assorbe e agevola. Una famiglia da 35 mila lordi annui di reddito con due figli sotto i tre anni potrebbe risparmiare fino a 3700 euro annui.
Inoltre, Renzi ha chiesto, e Nannicini approntato, un piano straordinario di reclutamento di 10 mila giovani ricercatori, lo sblocco del turn over per 500 mila giovani dentro la PA, un piano straordinario per il tempo pieno nelle elementari. Non manca l’allargamento del reddito di inclusione, il Rei, per renderlo strutturale, un piano per la non autosufficienza (da finanziare con un contributo straordinario delle imprese) e, infine un nuovo sistema fiscale che valorizzi il “contrasto d’interesse” con lo slogan “scaricare tutti, scaricare tutto” che potrebbe anche tradursi in “pagare meno, pagare tutti”.
Come pagare, appunto, il tutto? Nannicini non ha dubbi: “Salario minimo e minori tasse non costano nulla, i 9 miliardi di bonus ai figli con la riduzione delle spese di bene e servizi”. In ogni caso, il piano “meno tasse e più spendi” del Pd costerebbe circa 30 miliardi all’anno, tutto compreso. Tanti. E qui si entra nel tema delle regole imposte dalla Ue: “indichiamo un piano di riduzione del debito pubblico sul Pil al valore del 100%, ma facendo più deficit di quello programmato. Senza sforare il rapporto deficit/Pil al 3%, come chiede Bruxelles, ma facendolo salire lentamente”. Riduzione dei vincoli slow, cioè, se Bruxelles si convince.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 23 gennaio 2018 su QN. 
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Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

2. Gentiloni nel collegio “poco sicuro” di Roma 1, l’accordo con i tre nanetti (che vogliono i seggi “blindati”) è fatto, Renzi lancia gli “Stati Uniti d’Europa”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Ieri mattina, a Milano, Matteo Renzi ha chiuso la convention del Pd lanciando l’idea – non nuova – degli “Stati Uniti d’Europa”. Di tutto il discorso di Renzi, dai forti accenti e dallo stile macroniano, ha colpito il paragone (peraltro, già avanzato da Berlusconi, in questa campagna elettorale) tra le elezioni politiche del 2018 e quelle del 1948 (si votò il 18 aprile, tra poco fanno 70 anni e il Cavaliere vuole festeggiarli in grande stile…). “Il 4 marzo”, dice Renzi, che cita la tesi di tal politologo Sergio Fabbrini, allievo del ben più famoso Giovanni Sartori, “sarà cruciali nel processo di riforma europeo come il 1948, quando si decise la collocazione dell’Italia nel fronte occidentale e europeo”.
Eppure, anche ieri è stata, nel campo del centrosinistra, la giornata non del leader dem, ma dell’attuale presidente del Consiglio. Paolo Gentiloni, detto ‘er Moviola’, si sveglia rinfrancato. Un sondaggio Ipsos lo indica come il politica italiano più gradito (44% dei consensi), tallonato solo da Emma Bonino (41%), con tutti gli altri leader di partito a distanze siderali. A chiudere la classifica, manco a dirlo, è Renzi (23%) battuto pure dalla Meloni. L’ex premier, però, ha deciso di fare di necessità virtù, anche perché, come spiega ai suoi, “Paolo da solo vale due milioni di voti”. Morale, quando Renzi, dopo la convention milanese, va negli studi di Sky per farsi intervistare, nega ogni “gelosia o invidia” con Gentiloni, ammette che “abbiamo caratteri e stili di lavoro diversi”e, saggiamente, spiega: se io cercassi di ‘gentilonizzarmi’ o lui cercasse di ‘renzizzarsi’ faremmo una frittata entrambi, ma abbiamo un grande legame”.
Ma ecco che si materializza la notizia, quella della candidatura di Gentiloni nel collegio di Roma 1, alla Camera, ufficializzata non da Renzi, ma proprio dall’attuale premier con un bel post su Facebook. Certo, Gentiloni mette le mani avanti per tutelare, almeno un po’, il suo ruolo istituzionale: “La mia sarà una campagna elettorale particolare. Sarò impegnato per far vincere il mio partito, ma lo farò senza sottrarre nulla ai fondamentali impegni di governo”. Il collegio in cui si presenterà Gentiloni è quello del centro storico della Capitale che comprende anche quartieri popolari (Testaccio, Trastevere, San Lorenzo) e della Roma bene (Prati, Trionfale). Gentiloni sa che è un collegio non “sicuro”, per il Pd, ma ricorda che “è la parte di città in cui abito e lavoro da una vita”. Ovviamente, e a scanso di equivoci, Gentiloni sarà blindato, cioè inserito in più collegi plurinominali: di sicuro nelle Marche, dove i dem locali lo vogliono per rilanciare l’emergenza terremoto e ricostruzione, più Lazio, Lombardia, Puglia. Forse non pago, però, Gentiloni rende ufficiale – lui – che l’accordo tra il Pd e la lista ‘+Europa’ capeggiata dalla Bonino è cosa fatta. Dovrebbe dirlo, in realtà, chi ci ha lavorato e faticato tanto: il povero Fassino (sarà candidato a Torino 1 collegio e nel listino proporzionale del Piemonte: per lui non vale nessun tetto ai tre mandati, la super-deroga già c’è, bella pronta), e il buon Guerini (collegio di Lodi e listino in Lombardia), invece lo fa Gentiloni.
E così il centrosinistra 3.0 avrà ben quattro gambe. I Radicali europeisti di Bonino, Magi e Della Vedova (tre collegi sicuri per loro più altri due per Tabacci e Sanza, due ex dc), che appoggeranno Gori in Lombardia e Zingaretti in Lazio, portando in dote i loro voti. I “Civici e Popolari” della Lorenzin (collegio blindato in Toscana) e di Casini (collegio uninominale blindato a Bologna) e Dellai (candidato nel suo Trentino, dove il Pd è alleato ancehe con la Svp-Patt che garantisce la vittoria in tutti i collegi uninominali), più un altro paio che i ‘popolari’ dovrebbero riuscire a strappare, nonostante la Lorenzin voglia correre, da sola, in Lazio contro quel Zingaretti che non l’ha voluta nell’alleanza di centrosinistra, ma che correrà, come lista ‘Popolari’, al fianco di Gori in Lombardia.  E, infine, la lista ‘Insieme’ (Psi-Verdi-ulivisti): è la più piccola delle tre, quindi avrà solo tre collegi uninominali sicuri: uno per Nencini, ma non in Toscana (forse nelle Marche), uno per Bonelli (idem) e uno in quota “ulivista”. Non per Giulio Santagata, prodiano e portavoce della lista Insieme: proprio lui ha chiesto un seggio per Serse Soverini, storico amico di Prodi e organizzatore instancabile del primo Ulivo e del suo pullmann. E ora, al Nazareno, sperano che, sul centrosinistra, arrivi pure la benedizione del Prof.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale 
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Lotti e Boschi
Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni
3. Minniti correrà in un collegio delle Marche, Boschi in Toscana, Gentiloni a Roma
Ettore Maria Colombo – ROMA
Si vanno configurando, come in puzzle, le candidature delle “teste di serie” del Pd in giro per l’Italia. Il leader dem ieri si è chiuso tutto il giorno al Nazareno con i suoi ‘facilitatori’: Lorenzo Guerini (che correrà nella sua Lodi e in Lombardia), il vicesegretario Martina (Lombardia 2 al proporzionale e Bergamo città), il ministro allo Sport Lotti (si candiderà nel suo collegio storico, quello di Empoli-Valdarno) e Piero Fassino, che tornerà a gareggiare nella sua Torino e nel suo Piemonte (tutti e cinque alla Camera, peraltro, i citati). Il rebus dei dem assomiglia in parte a un gioco da tavolo e, in parte, a un dramma shakespeariano: “Collegi sicuri? Non ne abbiamo più, sono tutti insicuri, ormai” sospira, infatti, un alto big del Nazareno. Eppure, urge trovare la quadra sulle candidature e stringere i bulloni con gli alleati. Sono quattro: la Svp-Patt (che almeno garantisce la vittoria nel Trentino Alto-Adige) e tre piccoli ‘nanetti’. I Radicali di ‘+Europa’ della Bonino, i ‘Civici e Popolari’ della Lorenzin e le tre sigle pulviscolari (Psi-Verdi-Ulivisti) di – sic – ‘Insieme’ (li guida Santagata). Il programma, invece, è a buon punto: domenica a Milano Renzi ne dirà, oggi, in una convention dedicata agli Stati Uniti d’Europa, i principali dieci punti su “cento punti”.   
E veniamo alle teste di serie del Pd, ministri in testa: Renzi li utilizzerà, in campagna elettorale, in modo massiccio. Il premier, Gentiloni, correrà nel collegio Camera di Roma 1. Certo, si tratta di un collegio ad alto rischio sconfitta, il che creerebbe non pochi imbarazzi a lui (e a Mattarella, il quale però fa sapere di non interessarsi in alcun modo su dove correrà il premier o altri esponenti di primo piano del governo), ma Renzi non ha voluto sentire ragioni: “Paolo vale, da solo, un milione di voti, lo dicono i sondaggi. Deve spendersi anche in un collegio”. Gentiloni, pur scettico, ha acconsentito (“Roma è casa sua”, sospirano i suoi), ma ha ottenuto anche di scegliere, nella parte proporzionale, le regioni dove correre: saranno Lazio, Puglia e Marche.
La scelta delle Marche deriva dal fatto che il sindaco di Pesaro nonché responsabile Enti Locali del Pd, Matteo Ricci, è un renzianissimo, ma anche un politico ben consapevole dei tanti problemi legati alla ricostruzione del post-terremoto nelle sue terre. Ricci ha perciò chiesto “un segno tangibile” dell’impegno del governo. E, nella stessa logica di ‘tutela’ del territorio –sarà candidato nelle Marche anche il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Rifiutatosi di correre nella sua città natale, Reggio Calabria (da lui perso più volte, in passato, nelle sfide col centrodestra), Minniti avrà dunque un collegio blindato. Infatti, per sua fortuna, i dem marchigiani (sia quelli del collegio di Fano-Senigallia che di quelli di Pesaro-Urbino) ne hanno chiesto a gran voce la presenza dati “i suoi risultati sull’ordine pubblico”. Minniti probabilmente correrà nel collegio uninominale di Pesaro e Urbino, sempre alla Camera, e in più listini proporzionali (certi la Lombardia e la ‘sua’ Calabria).
Sempre parlando di collegi uninominali e non di listini, per quanto riguarda la squadra di governo, il ministro all’Economia, Padoan, correrà a Siena per cercare di fronteggiare al meglio gli scandali bancari, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia, la Pinotti a Genova, la Fedeli in Toscana, etc. (solo Finocchiaro e Poletti hanno tolto l’incomodo da soli decidendo di non ricandidarsi). L’ex ministra Boschi, infine, rischierà l’ordalìa nella sua Toscana: o in una città minore o a Firenze. In questo caso in teorico tandem con Renzi, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1, mentre per il proporzionale verrà schierata in Trentino e Calabria.
 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale
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Renzi presenta il suo programma economico, si compone il mosaico dell candidature: Gentiloni a Roma, Minniti a Pesaro, Boschi a Firenze, Padoan a Siena

Pubblico di seguito diversi articoli usciti nei giorni scorsi sul Quotidiano Nazionale e riguardanti il Pd: programma economico, obiettivi, candidature, liste, problemi annessi. NB: Gli articoli sono pubblicati in ordine temporale decrescente dall’ultimo all’indietro.

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Il programma economico del Pd lo ha scritto Tommaso Nannicini: “poche tasse, molto…

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Renzi a Imola: “Il Pd unico argine ai populisti”. E perché non gli piace la legge elettorale del… Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd
  1. Renzi sul palco di Imola attacca i populisti e cerca il “gioco di squadra”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dissesto idrogeologico. Depressione. Droga. Alzheimer. Vaccini (già più noti). E, ovviamente, le tre parole “lavoro, casa, mamma”. Se è vero che “è il Pd l’unico argine al pericolo dei populismi” (trattasi di Lega di Salvini e M5S di Grillo, mai citati per nome) “che sono stati sconfitti in Olanda, Francia e Germania”, Matteo Renzi ha deciso che “l’unico argine”, cioè il Pd medesimo, deve completamente cambiare le parole d’ordine e lo schema di gioco. E così nel discorso tradizionalmente più importante per un leader di sinistra, quello di chiusura della Festa nazionale dell’Unità (quest’anno è stata la volta di Imola), il segretario del Pd ha fatto una piccola rivoluzione nella scaletta del consueto comizio finale. Non solo, infatti, Renzi non ha detto una parola che fosse una su temi che giudica ‘politicisti’ e ‘respingenti’ come la legge elettorale (resti agli atti, però, che il Rosatellum bis non gli piace) o le alleanze, ma si è tenuto alla larga anche da temi sociali come i migranti e lo ius soli (mai citato e neppure i vitalizi), legge di cui pure era stato promotore, limitandosi a sottolineare “il gioco di squadra” al governo “tra Minniti che fa la destra e Delrio la sinistra, il che è tutto dire”.

Il segretario dem aveva due target di pubblico da coinvolgere e che sono il tallone d’Achille del Pd. I giovani (“i Millenials”) a cui ha chiesto di “mettersi alla stanga”, “uscendo dai social e andando in tutte le scuole” perché sono loro quelli che non votano il Pd. E gli anziani, cui ha chiesto “di lottare contro le fake news perché state molto su Facebook” e, insieme, di “fare vita sociale” perché sono la spina dorsale del Pd ma anche i più a rischio fuga dal Pd. Infatti, il solo nemico polemicamente citato in modo icastico (oltre ai populismi di Grillo e Salvini, presi in giro in più modi e riprese) sono gli scissionisti: “La nostra sinistra è quella di Obama, non quella di Bertinotti che fa vincere la destra” dice Renzi, alzando la voce, tra gli applausi, attaccando “chi ci ha lasciato per risentimento personale” (si tratta di D’Alema, Bersani&co.). Ecco, “con quelli” nessuna alleanza è e mai sarai possibile, anche se Renzi non lo dice, per tutti gli altri, invece, le porte sono aperte. Ma il discorso dell’ex premier ha ben altri obiettivi politici e, dunque, spunti polemici. Parte da Trump e dalla Corea, dai rischi che corre il mondo, vola sull’Europa che ha bisogno di una visione (e l’Italia può dare una mano) e plana sul governo Gentiloni, da difendere perinde ac cadaver fino a fine legislatura. Solo qui Renzi si fa straordinariamente preciso: “il 4 ottobre il governo deve prendere 161 voti al Senato sulla Nota di variazione al Def, passaggio che non può essere oggetto di ricatti o trattative”.

Per il resto, Renzi rilancia alcuni suoi abituali cavalli di battaglia: “dobbiamo uscire dalla modalità litigio”, il messaggio ai big dem – sul palco a farsi e a fare selfie erano in molti, da Franceschini a De Vincenti, dalla Boschi alla Fedeli, fino a Minniti, molto applaudito, ma mancavano Orlando, Delrio e, ovviamente per motivi di stile, il premier Gentiloni – la rivendicazione dei risultati del suo governo (Jobs Act, 80 euro) o la battaglia per la (futura) riduzione delle tasse, rimandata a quando “il prossimo governo deciderà di tornare a Maastricht”. Infine, due avvisi: il 4 ottobre parte il tour in treno del segretario per le province italiane e, a fine ottobre, si terrà la conferenza programmatica del Pd a Napoli. La campagna elettorale è vicina, Renzi vuole un partito unito, compatto e pronto a lavorare sodo: “Mettiamoci in cammino, ci sono delle elezioni da vincere e o vincono i populisti o vinciamo noi”: Per lui, che però non cita mai Berlusconi, tertium non datur.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 settembre 2017 a pagina 5


2. Al leader del Pd la nuova legge elettorale – escogitata dal Pd – non piace…

I motivi della freddezza di Renzi sul Rosatellum bis. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

La nuova legge elettorale? “Speriamo che ci siano i numeri in Parlamento, ma quando stai in mezzo alla gente si parla di cose concrete”. Rispondeva cosi, ieri, in pubblico, Matteo Renzi, a chi gli chiedeva del Rosatellum. Dietro, ci sono le parole dei suoi: “Non gli piace un granché il testo ed è molto scettico sull’esito finale”. Morale: traspaiono palesi in Renzi freddezza, scetticismo. E, in più, una certa non condivisione di alcuni meccanismi tecnici della nuova legge elettorale, in particolare il fatto che il nuovo testo abbia cancellato le preferenze e che la quota di parte maggioritaria, rispetto alla parte proporzionale, sia molto ridotta. Renzi – se restasse in piedi il doppio Consultellum oggi in vigore – ha espresso più volte l’intenzione di candidarsi in Senato, nella sua Toscana, per correre con le preferenze e non alla Camera, nella facile posizione di capolista bloccato, come la legge gli permetterebbe. Certo, con il nuovo testo potrebbe correre in un collegio uninominale e, se passerà, lo farà senz’altro. Certo è che, da quando se ne parla, del Rosatellum bis, il leader del Pd non ha detto una parola di incoraggiamento o approvazione che sia una, limitandosi, come dalla Berlinguer, a generiche esortazioni.

Oggi il segretario dem chiuderà la Festa nazionale del Pd a Imola con il consueto comizio e potrebbe anche non affrontare per nulla il tema. I suoi dubbi sono anche altri: “E se il Parlamento ce la stravolge, a colpi di voti segreti, e non si riesce più a fermarla che facciamo?”. Basta introdurre un emendamento come quello sul voto disgiunto, per dire, che favorisce i piccoli partiti non alleati in coalizione (leggi: Mdp), per snaturare il testo o affossarlo con le preferenze. La scottatura di giugno, quando sul sistema tedesco Renzi ci mise la faccia e la legge elettorale cadde al primo voto segreto in Aula, brucia ancora. E poi Renzi non si fida né di Berlusconi, di cui legge gli strani movimenti (Gianni Letta ferocemente contrario, gli azzurri del Sud in rivolta), né dei peones del suo partito, pronti alla guerra contro un Rosatellum che li penalizza, al di là della volontà dei loro stessi capi (Franceschini, Orfini, Fioroni, etc.) e neppure dei big della minoranza (Cuperlo, Orlando) che già chiedono, sul testo, modifiche da apportare in Aula tali da far saltare la legge.

Morale, il Rosatellum bis rischia di restare senza padri né madri ancora prima di nascere. Non a caso, i capigruppo dei tre partiti che hanno sottoscritto l’accordo (Rosato nel Pd, Brunetta per FI e Giorgetti per la Lega) hanno una fretta indiavolata, sui tempi. A partire dalla prossima settimana, ci sarà l’esame in commissione e, tra il 4 e il 9 ottobre, se la conferenza dei capigruppo darà l’ok, il Rosatellum verrà discusso e votato dall’aula di Montecitorio. Poi, però, dovrà essere trasmesso al Senato, impegnato con la sessione di bilancio, che quindi non potrà esaminarlo fino a novembre. E se palazzo Madama apporterà anche minime correzioni, il testo dovrà tornare di nuovo alla Camera per l’ok definitivo, però a dicembre. Tempi lunghi che, con i franchi tiratori, non fanno ben sperare. Ma Renzi, a quel punto, andrà davanti al Capo dello Stato a chiedere elezioni anticipate il prima possibile e un decreto che armonizzi le leggi esistenti potendo dire, soddisfatto, che “il Pd ci ha provato”.

Questo articolo è stato pubblicato il 24 settembre 2017 sul Quotidiano Nazionale

Renzi a Imola: “Il Pd unico argine ai populisti”. E perché non gli piace la legge elettorale del… Pd

Renzi a Imola: “Il Pd unico argine ai populisti”. E perché non gli piace la legge elettorale del… Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

  1. Renzi sul palco di Imola attacca i populisti e cerca il “gioco di squadra”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dissesto idrogeologico. Depressione. Droga. Alzheimer. Vaccini (già più noti). E, ovviamente, le tre parole “lavoro, casa, mamma”. Se è vero che “è il Pd l’unico argine al pericolo dei populismi” (trattasi di Lega di…

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Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue
La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che la dettaglia nel suo libro Avanti, può essere riassunta così: stabilire in via unilaterale il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% per cinque anni, in modo da recuperare 30/50 miliardi da destinare alla crescita e al calo della pressione fiscale, tornando alle regole di Maastricht e mettere il veto all’inserimento del Fiscal compact, votato e sottoscritto dall’Italia nel 2012, nei Trattati.
La proposta, appena rimbalza a Bruxelles, suscita un vespaio di critiche e reazioni nervose camuffate da toni liquidatori del tipo «ma questo chi si crede di essere?». La portavoce di Juncker lo snobba («Noi parliamo con Gentiloni e Padoan») mentre il socialista olandese Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, lo boccia («Stare al 2,9% del deficit vìola le regole»).

IL SEGRETARIO dem replica e diventa un fiume in piena. Prima ribatte sul merito: «La proposta sul deficit al 2,9% nella prossima legislatura la discuteremo, ha uno spessore di cinque anni, non possiamo dare questa responsabilità a Gentiloni e Padoan. Quando la proposta verrà fuori sono certo che sarà compatibile con le regole europee».
Poi attacca l’olandese: «Questa è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio anti-italiano di alcuni dirigenti europei come lui: non si rendono conto che di Fiscal compact e austerity l’Europa muore». Poi ironizza: «La mia idea manda tanti fuori di testa, ma è semplice, chiara, concreta. Vedremo se Dijsselbloem sarà ancora presidente dopo il voto».
Ma il problema di Renzi è di non farsi vedere impaziente verso Gentiloni e Padoan («fanno il possibile», dice), di non mettersi di traverso a un governo che, in Europa, è rispettato e si prepara a chiedere ulteriori margini di flessibilità.
E così, quando il titolare del Def dice «mi sembrano temi per la prossima legislatura», Renzi spiega ai suoi che «l’analisi di Padoan è corretta. Un’operazione del genere – continua – può mandarla in porto solo un governo dal mandato ampio e non questo che ha pochi mesi davanti. In Europa preferiscono Gentiloni a me perché questo è un governo a tempo ed era questo il motivo principale per cui io volevo le elezioni anticipate», rimarca con dispiacere.

Insomma, Renzi – duro con i suoi, sulla Ue, come in pubblico – la mette così: «Quello che si riesce a ottenere dall’Europa dipende dalla forza dei leader. Io ho ottenuto la flessibilità dopo aver preso il 40% alle Europee». Renzi si sta preparando a una lunga campagna elettorale con economia e migranti al centro. «L’Europa non è entusiasta di me?», sorride, «è normale, noi le nostre proposte le facciamo lo stesso. La questione vera è convincere i mercati e per farlo dobbiamo abbattere il debito pubblico, è quello il nostro vero problema, non il deficit, solo allora i mercati si convinceranno. A quel punto l’ok dell’Europa sarà automatico», chiude secco.

NON SONO molte le voci che si schierano a sostegno del leader: quella del ministro Delrio («Il Fiscal compact è stato un grave errore ed è un freno alla crescita») e del sottosegretario Gozi, quella – seppur più tiepida – del ministro Calenda («Le proposte di Renzi sono convincenti ma vanno articolate su un piano industriale molto concreto») e del coordinatore della segreteria Guerini che spiega: «Nessuno cambierà in modo unilaterale le regole in Europa, ma nessuno ha il potere di veto unilaterale di impedire che se ne discuta». Renzi è sicuro: «Le mie proposte saranno centrali, chiunque governi, non c’è altra via». Sperando che governi lui, è l’ovvio sottinteso. E Bersani che le boccia? «Allucinante» taglia corto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’11 luglio 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.

Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che…

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Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che…

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