Renzi a Imola: “Il Pd unico argine ai populisti”. E perché non gli piace la legge elettorale del… Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

  1. Renzi sul palco di Imola attacca i populisti e cerca il “gioco di squadra”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dissesto idrogeologico. Depressione. Droga. Alzheimer. Vaccini (già più noti). E, ovviamente, le tre parole “lavoro, casa, mamma”. Se è vero che “è il Pd l’unico argine al pericolo dei populismi” (trattasi di Lega di Salvini e M5S di Grillo, mai citati per nome) “che sono stati sconfitti in Olanda, Francia e Germania”, Matteo Renzi ha deciso che “l’unico argine”, cioè il Pd medesimo, deve completamente cambiare le parole d’ordine e lo schema di gioco. E così nel discorso tradizionalmente più importante per un leader di sinistra, quello di chiusura della Festa nazionale dell’Unità (quest’anno è stata la volta di Imola), il segretario del Pd ha fatto una piccola rivoluzione nella scaletta del consueto comizio finale. Non solo, infatti, Renzi non ha detto una parola che fosse una su temi che giudica ‘politicisti’ e ‘respingenti’ come la legge elettorale (resti agli atti, però, che il Rosatellum bis non gli piace) o le alleanze, ma si è tenuto alla larga anche da temi sociali come i migranti e lo ius soli (mai citato e neppure i vitalizi), legge di cui pure era stato promotore, limitandosi a sottolineare “il gioco di squadra” al governo “tra Minniti che fa la destra e Delrio la sinistra, il che è tutto dire”.

Il segretario dem aveva due target di pubblico da coinvolgere e che sono il tallone d’Achille del Pd. I giovani (“i Millenials”) a cui ha chiesto di “mettersi alla stanga”, “uscendo dai social e andando in tutte le scuole” perché sono loro quelli che non votano il Pd. E gli anziani, cui ha chiesto “di lottare contro le fake news perché state molto su Facebook” e, insieme, di “fare vita sociale” perché sono la spina dorsale del Pd ma anche i più a rischio fuga dal Pd. Infatti, il solo nemico polemicamente citato in modo icastico (oltre ai populismi di Grillo e Salvini, presi in giro in più modi e riprese) sono gli scissionisti: “La nostra sinistra è quella di Obama, non quella di Bertinotti che fa vincere la destra” dice Renzi, alzando la voce, tra gli applausi, attaccando “chi ci ha lasciato per risentimento personale” (si tratta di D’Alema, Bersani&co.). Ecco, “con quelli” nessuna alleanza è e mai sarai possibile, anche se Renzi non lo dice, per tutti gli altri, invece, le porte sono aperte. Ma il discorso dell’ex premier ha ben altri obiettivi politici e, dunque, spunti polemici. Parte da Trump e dalla Corea, dai rischi che corre il mondo, vola sull’Europa che ha bisogno di una visione (e l’Italia può dare una mano) e plana sul governo Gentiloni, da difendere perinde ac cadaver fino a fine legislatura. Solo qui Renzi si fa straordinariamente preciso: “il 4 ottobre il governo deve prendere 161 voti al Senato sulla Nota di variazione al Def, passaggio che non può essere oggetto di ricatti o trattative”.

Per il resto, Renzi rilancia alcuni suoi abituali cavalli di battaglia: “dobbiamo uscire dalla modalità litigio”, il messaggio ai big dem – sul palco a farsi e a fare selfie erano in molti, da Franceschini a De Vincenti, dalla Boschi alla Fedeli, fino a Minniti, molto applaudito, ma mancavano Orlando, Delrio e, ovviamente per motivi di stile, il premier Gentiloni – la rivendicazione dei risultati del suo governo (Jobs Act, 80 euro) o la battaglia per la (futura) riduzione delle tasse, rimandata a quando “il prossimo governo deciderà di tornare a Maastricht”. Infine, due avvisi: il 4 ottobre parte il tour in treno del segretario per le province italiane e, a fine ottobre, si terrà la conferenza programmatica del Pd a Napoli. La campagna elettorale è vicina, Renzi vuole un partito unito, compatto e pronto a lavorare sodo: “Mettiamoci in cammino, ci sono delle elezioni da vincere e o vincono i populisti o vinciamo noi”: Per lui, che però non cita mai Berlusconi, tertium non datur.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 settembre 2017 a pagina 5


2. Al leader del Pd la nuova legge elettorale – escogitata dal Pd – non piace…

I motivi della freddezza di Renzi sul Rosatellum bis. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

La nuova legge elettorale? “Speriamo che ci siano i numeri in Parlamento, ma quando stai in mezzo alla gente si parla di cose concrete”. Rispondeva cosi, ieri, in pubblico, Matteo Renzi, a chi gli chiedeva del Rosatellum. Dietro, ci sono le parole dei suoi: “Non gli piace un granché il testo ed è molto scettico sull’esito finale”. Morale: traspaiono palesi in Renzi freddezza, scetticismo. E, in più, una certa non condivisione di alcuni meccanismi tecnici della nuova legge elettorale, in particolare il fatto che il nuovo testo abbia cancellato le preferenze e che la quota di parte maggioritaria, rispetto alla parte proporzionale, sia molto ridotta. Renzi – se restasse in piedi il doppio Consultellum oggi in vigore – ha espresso più volte l’intenzione di candidarsi in Senato, nella sua Toscana, per correre con le preferenze e non alla Camera, nella facile posizione di capolista bloccato, come la legge gli permetterebbe. Certo, con il nuovo testo potrebbe correre in un collegio uninominale e, se passerà, lo farà senz’altro. Certo è che, da quando se ne parla, del Rosatellum bis, il leader del Pd non ha detto una parola di incoraggiamento o approvazione che sia una, limitandosi, come dalla Berlinguer, a generiche esortazioni.

Oggi il segretario dem chiuderà la Festa nazionale del Pd a Imola con il consueto comizio e potrebbe anche non affrontare per nulla il tema. I suoi dubbi sono anche altri: “E se il Parlamento ce la stravolge, a colpi di voti segreti, e non si riesce più a fermarla che facciamo?”. Basta introdurre un emendamento come quello sul voto disgiunto, per dire, che favorisce i piccoli partiti non alleati in coalizione (leggi: Mdp), per snaturare il testo o affossarlo con le preferenze. La scottatura di giugno, quando sul sistema tedesco Renzi ci mise la faccia e la legge elettorale cadde al primo voto segreto in Aula, brucia ancora. E poi Renzi non si fida né di Berlusconi, di cui legge gli strani movimenti (Gianni Letta ferocemente contrario, gli azzurri del Sud in rivolta), né dei peones del suo partito, pronti alla guerra contro un Rosatellum che li penalizza, al di là della volontà dei loro stessi capi (Franceschini, Orfini, Fioroni, etc.) e neppure dei big della minoranza (Cuperlo, Orlando) che già chiedono, sul testo, modifiche da apportare in Aula tali da far saltare la legge.

Morale, il Rosatellum bis rischia di restare senza padri né madri ancora prima di nascere. Non a caso, i capigruppo dei tre partiti che hanno sottoscritto l’accordo (Rosato nel Pd, Brunetta per FI e Giorgetti per la Lega) hanno una fretta indiavolata, sui tempi. A partire dalla prossima settimana, ci sarà l’esame in commissione e, tra il 4 e il 9 ottobre, se la conferenza dei capigruppo darà l’ok, il Rosatellum verrà discusso e votato dall’aula di Montecitorio. Poi, però, dovrà essere trasmesso al Senato, impegnato con la sessione di bilancio, che quindi non potrà esaminarlo fino a novembre. E se palazzo Madama apporterà anche minime correzioni, il testo dovrà tornare di nuovo alla Camera per l’ok definitivo, però a dicembre. Tempi lunghi che, con i franchi tiratori, non fanno ben sperare. Ma Renzi, a quel punto, andrà davanti al Capo dello Stato a chiedere elezioni anticipate il prima possibile e un decreto che armonizzi le leggi esistenti potendo dire, soddisfatto, che “il Pd ci ha provato”.

Questo articolo è stato pubblicato il 24 settembre 2017 sul Quotidiano Nazionale

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Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che la dettaglia nel suo libro Avanti, può essere riassunta così: stabilire in via unilaterale il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% per cinque anni, in modo da recuperare 30/50 miliardi da destinare alla crescita e al calo della pressione fiscale, tornando alle regole di Maastricht e mettere il veto all’inserimento del Fiscal compact, votato e sottoscritto dall’Italia nel 2012, nei Trattati.
La proposta, appena rimbalza a Bruxelles, suscita un vespaio di critiche e reazioni nervose camuffate da toni liquidatori del tipo «ma questo chi si crede di essere?». La portavoce di Juncker lo snobba («Noi parliamo con Gentiloni e Padoan») mentre il socialista olandese Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, lo boccia («Stare al 2,9% del deficit vìola le regole»).

IL SEGRETARIO dem replica e diventa un fiume in piena. Prima ribatte sul merito: «La proposta sul deficit al 2,9% nella prossima legislatura la discuteremo, ha uno spessore di cinque anni, non possiamo dare questa responsabilità a Gentiloni e Padoan. Quando la proposta verrà fuori sono certo che sarà compatibile con le regole europee».
Poi attacca l’olandese: «Questa è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio anti-italiano di alcuni dirigenti europei come lui: non si rendono conto che di Fiscal compact e austerity l’Europa muore». Poi ironizza: «La mia idea manda tanti fuori di testa, ma è semplice, chiara, concreta. Vedremo se Dijsselbloem sarà ancora presidente dopo il voto».
Ma il problema di Renzi è di non farsi vedere impaziente verso Gentiloni e Padoan («fanno il possibile», dice), di non mettersi di traverso a un governo che, in Europa, è rispettato e si prepara a chiedere ulteriori margini di flessibilità.
E così, quando il titolare del Def dice «mi sembrano temi per la prossima legislatura», Renzi spiega ai suoi che «l’analisi di Padoan è corretta. Un’operazione del genere – continua – può mandarla in porto solo un governo dal mandato ampio e non questo che ha pochi mesi davanti. In Europa preferiscono Gentiloni a me perché questo è un governo a tempo ed era questo il motivo principale per cui io volevo le elezioni anticipate», rimarca con dispiacere.

Insomma, Renzi – duro con i suoi, sulla Ue, come in pubblico – la mette così: «Quello che si riesce a ottenere dall’Europa dipende dalla forza dei leader. Io ho ottenuto la flessibilità dopo aver preso il 40% alle Europee». Renzi si sta preparando a una lunga campagna elettorale con economia e migranti al centro. «L’Europa non è entusiasta di me?», sorride, «è normale, noi le nostre proposte le facciamo lo stesso. La questione vera è convincere i mercati e per farlo dobbiamo abbattere il debito pubblico, è quello il nostro vero problema, non il deficit, solo allora i mercati si convinceranno. A quel punto l’ok dell’Europa sarà automatico», chiude secco.

NON SONO molte le voci che si schierano a sostegno del leader: quella del ministro Delrio («Il Fiscal compact è stato un grave errore ed è un freno alla crescita») e del sottosegretario Gozi, quella – seppur più tiepida – del ministro Calenda («Le proposte di Renzi sono convincenti ma vanno articolate su un piano industriale molto concreto») e del coordinatore della segreteria Guerini che spiega: «Nessuno cambierà in modo unilaterale le regole in Europa, ma nessuno ha il potere di veto unilaterale di impedire che se ne discuta». Renzi è sicuro: «Le mie proposte saranno centrali, chiunque governi, non c’è altra via». Sperando che governi lui, è l’ovvio sottinteso. E Bersani che le boccia? «Allucinante» taglia corto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’11 luglio 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.

Come e perché Renzi sceglierà Teresa Bellanova al posto della Guidi e chi è lei, la poco vispa Teresa…

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarella

IL ‘RISIKO’ IN CORSO, DA MESI, AL MISE…

Quasi sicuramente la nuova ‘ministra’ allo Sviluppo Economico sarà l’attuale viceministro al Mise, il ministero di via Veneto, Teresa Bellanova che, fino all’ultimo rimpasto di governo, quello di fine gennaio 2015, ha visto nominare, da parte del premier, tre vice ministri e otto sottosegretari, che hanno giurato il 29 gennaio, tra cui peraltro, l’ex sottosegretario alle Riforme, Ivan Scalfarotto, proprio allo Sviluppo economico al posto di quel Carlo Calenda che è volato a Bruxelles. Nomina che, però, è diventata operativa solo il 18 marzo, quando il neo-rappresentante italiano a Bruxelles è entrato effettivamente in carica nel suo nuovo ruolo ‘europeo’. Senza dire del fatto che, sempre al Mise, regna quello che l’ex ministro del dicastero durante il governo Monti, Corrado Passera (ex banchiere oggi diventato fondatore e leader del movimento politico ‘Italia Unica’: si presenta, da solo, alle comunali di Milano) ha giustamente definito “un preoccupante vuoto” a causa della dipartita non solo di Calenda ma anche di Claudio De Vicenti, ex sottosegretario del Mise che, quando si dimise il ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi (Ncd-Ap), venne sostituito dall’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, e – al posto, strategico e cruciale, di Delrio – arrivò lui, De Vincenti. Morale: non solo Renzi dovrà nominare un nuovo ministro al Mise (la Bellanova, quasi sicuramente, appunto), ma anche un ‘nuovo’ viceministro al posto della medesima Bellanova, senza dire del fatto che il ministero ha perso due nomi competenti e di peso come erano, appunto, sia Calenda per le imprese che De Vincenti. Ma perché Renzi sceglierebbe, dopo un breve, molto probabilmente, interim presso la Presidenza del Consiglio, proprio la Bellanova, che viene dalla Cgil ed è lontanissima – per storia personale e politica, formazione sociale, politica e sindacale – dal premier? Per una lunga serie di motivi, politici, tattici ed umani.

I MOTIVI, NOBILI E MENO NOBILI, DI UNA SCELTA…

Certo, il primo problema che Renzi ha davanti risponde al quesito cherchez la femme. Infatti, come si sa, il premier ci tiene molto al cosiddetto “equilibrio di genere” all’interno del suo governo. Un governo che era nato con una perfetta parità tra uomini e donne. Erano, infatti, otto le donne e otto gli uomini del governo Renzi, all’atto del suo insediamento, il secondo governo (dopo quello Letta) della XVII legislatura, nonché il 63esimo governo della Repubblica (giurò, nelle mani di Napolitano, il 25 febbraio 2015).

Solo che, nel frattempo, il premier ha ‘perso’ ben due donne: l’ex ministro degli Esteri, Federica Mogherini, diventata ‘Lady Pesc’, cioè promossa a capo di tutta la diplomazia della commissione Ue a partire dal I novembre 2014 (rimase ministro fino al 30 ottobre, nonostante Renzi avesse formalizzato la richiesta alla Ue a luglio), che è stata sostituita, dopo un lungo cercare, sempre tra le ‘donne’. Si parlò, a lungo, per dire, della deputata dem Lia Quartapelle, ma retroscena e gossip dell’epoca dicono che, solo a sentirne il nome, l’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si fece una furia, giudicandola “una ragazzina priva di esperienza internazionale”. Anche per questo, ma non solo per tale motivo, la scelta, alla fine, cadde su un antico sodale di Renzi, il deputato Pd Paolo Gentiloni che, prima nella Margherita di Rutelli e poi nel Pd di Veltroni-Franceschini-Epifani-Bersani, favorì l’ascesa del giovane Matteo.

L’altra donna al governo, Maria Grazia Lanzetta, mollò ben prima, anzi quasi subito, il 30 gennaio 2015, il suo incarico di ministro (senza portafoglio) agli Affari regionali. Teoricamente, la Lanzetta lasciò l’incarico per andare a fare l’assessore a Cultura, Istruzione, Pa e molto altro nella neonata giunta calabrese guidata da quel Mario Oliverio (Pd) che aveva da poco vinto le elezioni da governatore della Calabria, ma dopo pochissimi giorni mollò anche tale incarico a causa di quello che ritenne un “insuperabile contrasto” con Oliviero che aveva nominato, nella sua giunta, un assessore indagato a giudizio. E così, l’ex sindaco di Monasterace, si è di fatto ritirata a “vita privata”, finendo in un cono d’ombra.

Morale: le donne, nel governo Renzi, sono ‘tracollate’ da otto a sei mentre gli uomini son saliti da otto a dieci, colle nomine, appunto, di Gentiloni agli Esteri e di Enrico Costa (Ncd-Ap) alla Famiglia. Ma non c’è solo questo motivo di ‘riequilibrio’ di genere nella possibile scelta della donna Bellanova al posto della donna Guidi.

C’è anche un motivo tutto ‘politico’. Infatti, la Bellanova, che pure viene da una storia tutta iscritta dentro la ‘sinistra’ social-sindacale, oltre che politica, dopo la rottura interna alla sinistra dem dell’asse Cuperlo-Speranza, si iscrive nell’area dei più riformisti e meno oltranzisti dell’area della (ex) sinistra bersaniana e post-dalemiana. I quali, capitanati dal ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina, si staccano, in seguito al voto negativo della sinistra sull’Italicum, per formare l’area di ‘Sinistra E’ Cambiamento’, ancora oggi attiva. Bellanova entra, dunque, in un’area sostanzialmente ‘filo-renziana’ come è, per un altro verso, ormai anche quella dei ‘Giovani Turchi’ guidati dal presidente Orfini, dal ministro Orlando e da Raciti: tutte ‘aree’ nella maggioranza del Pd, poco critiche e bendisposte, più che al ‘dialogo’, ad accettare tutti i principi del renzismo.

Infine, terzo motivo che non pesa poco nella scelta che farà Renzi, c’è una questione tutta locale o meglio, per la precisione, ‘pugliese’ dato che la Bellanova è nativa del Tavoliere e che, in Puglia, regna ormai di fatto, non solo come governatore, ma pure come ‘reuccio’ del Pd locale e fa, in Puglia e limitrofi, il bello e il cattivo tempo.

Morale: la Bellanova, acquistando peso e prestigio, potrà di certo creare un contraltare di potere – locale e non solo – ad Emiliano. Infine, passando da una ‘confindustriale’ come la Guidi a una ‘cigiellina’ come la Bellanova, Renzi vuole anche dare una sterzata più sociale e più collaborativa – con i sindacati che ‘collaborativi’ sono, ovviamente, e cioè Cisl e Uil, non certo la Cgil e la Fiom… – al suo governo, in vista delle elezioni amministrative di giugno e, ancora più in là, del referendum costituzionale di ottobre 2016 e, infine, in vista di elezioni politiche che potrebbero arrivare presto, di certo non alla fine naturale della legislatura, e cioè marzo 2018.

 

CHI E’ LA ‘SCONOSCIUTA’ E POCO VISPA TERESA…

A questo punto, però, serve il whos’who. Chi è Teresa Bellanova? Del fatto che, da sottosegretario al Lavoro, nominata il 28 febbraio 2014, nel governo Renzi è stata promossa, il 29 gennaio 2015, viceministro allo Sviluppo economico, s’è detto. Ma cosa ha fatto, la Bellanova, ‘prima’ di andare al governo? La sindacalista, appunto, e per tutta una vita. Teresa Bellanova è nata a Ceglie Messapica, provincia di Brindisi, nel 1958. Ha iniziato a lavorare giovanissima, ancora adolescente, e si è iscritta da subito alla Cgil, partecipando alle lotte contro il caporalato particolarmente forti, nel Tavoliere pugliese, e sempre fatte sotto l’egida del grande leader della ricostruzione e della Cgil del dopoguerra, Di Vittorio.

La Bellanova inizia a lavorare in un settore durissimo, per gli uomini come per le donne, quello dei braccianti e diventa subito coordinatrice regionale delle donne della sua categoria, la Federbracccianti. Poi si sposta nel Sud-Est barese e, ancora dopo, in provincia di Lecce, a Casarano, per contrastare la piaga del caporalato. Il suo percorso, o cursus honorum, dentro la Cgil, la porta, piano piano, a ricoprire diverse e sempre più importanti funzioni. Fino a quando, nel 1988, viene nominata segretaria generale provinciale della Flai (Federazione Lavoratori AgroIndustria) nella provincia di Lecce. Nel 1996, poi, lo scatto vero: Bellanova viene nominata, durante la segreteria Cofferati, del cui gruppo dirigente post-Trentin e di ‘sinistra’, è, di fatto, espressione, segretaria generale della Filtea (Federazione italiana Tessile Abbigliamento Calzaturiero), incarico che ricopre fino al 2000, quando entra a far parte della segreteria nazionale Filtea con delega alle politiche per il Mezzogiorno, politiche industriali, mercato del lavoro, conto-terziarismo e formazione professionale mentre segretaria generale diventa la ben più ‘riformista’ e di fatto assai più moderata, Valeria Fedeli che ricoprirà tale incarico fino all’inizio degli anni Duemila spostando la Filtea su posizioni molto meno massimaliste e ben più moderata, su spinta dell’allora segretario generale della Cgil, l’ex socialista riformista Epifani. Anche per questo motivo, la Bellanova decide di lasciare, per sempre, il sindacato (dove, volendo, si può rimanere ‘a vita’…) e di tentare la strada della politica, come pure hanno fatto e faranno molti sindacalisti di peso prima e dopo di lei: Sergio Cofferati, ex sindaco di Bologna, ex europarlamentare dem e, oggi, uscito dal Pd ‘a sinistra’: Guglielmo Epifani, ex segretario del Pd per un breve periodo, deputato dem e presidente della commissione Industria della Camera; Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, Achille Passoni, ex senatore e oggi numero due di Marco Minniti, nel Comitato sui Servizi; Paolo Nerozzi, ex senatore della sinistra; Giorgio Airaudo, deputato di Sel e candidato sindaco a Torino, etc.

Nel 2006 Bellanova si candida, per la prima volta, alle elezioni della Camera su richiesta del partito di cui è attiva militante, i Democratici di Sinistra (Ds), su richiesta del segretario di allora, Piero Fassino. Dopo aver partecipato alla fase costituente del Pd, la Bellanova viene eletta alla Camera dei Deputati per la seconda volta nel 2008, messa in lista dall’allora segretario Veltroni. Dal 21 maggio 2008 è componente della XI Commissione (lavoro pubblico e privato). Infine, è riconfermata deputato nel 2013 – messa in lista dal segretario di allora, Bersani, di cui era seguace – e diventa segretario del gruppo Pd alla Camera. In sostanza, la Bellanova è stata eletta nelle liste del Pd tre volte: XV, XVI e XVII legislatura fino a quando, il 28 febbraio 2014, viene nominata sottosegretario di Stato al Lavoro nel Governo Renzi, il 29 gennaio 2015 viceministro allo Sviluppo economico e, ora, forse, tra poco, direttamente ministro dello stesso dicastero. Per una donna partita dalle lotte bracciantili in Puglia un bel salto. Discreta, schietta, silenziosa, gran lavoratrice, tessitrice di rapporti e molto esperta di relazioni sociali e sindacali con le parti sociali (imprenditori come sindacati) come con quelle politiche, teresa è forse poco ‘vispa’ di carattere, un po’ scontroso e un po’ ombroso, ma di certo ‘roccioso’ e ‘impegnato’. Un carattere forte, dunque, che in un ministero delicato e importante come il Mise le sarà sicuramente di aiuto nel risolvere le tante ‘grane’ del ministero.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 aprile 2016 sul sito Internet Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net

Renzi contro la Ue del ‘Grande Complotto’, da Juncker alla Merkel. Due articoli diversi ma sullo stesso argomento

Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Il premier grida al ‘grande complotto’ tedesco e continua ad attaccare la Ue: <rassegnatevi, l’italia=”” è=”” tornata=””> (20 gennaio 2016)

«A BRIGANTE, brigante e mezzo». Il vecchio adagio popolare ben si attaglia al clima che si vive a palazzo Chigi. Un clima da assediati, ma pronti a reagire colpo su colpo contro gli assedianti (Juncker, certo, ma soprattutto la Merkel) perché – direbbe un altro adagio – «molti nemici, molto onore». Specie se è in corso un «Grande Complotto» ai danni del nostro Paese. La miccia l’hanno accesa gli «euroburocrati» di Bruxelles ma «l’ordine è stato eseguito» su preciso ‘mandato’ tedesco.
«Matrice geografica degli attacchi» chiara, dunque: «Non ci sfugge – dicono i renziani – che tutto inizia con la richiesta di chiarimenti avanzati da Renzi su Northstream (il gasdotto russo, ndr)…».
Persino i «tonfi» delle borse italiche e le sofferenze delle nostre banche più esposte sui mercati (Mps, Carige) vengono ritenuti una parte del «diabolico piano» che le istituzioni europee avrebbero ordito «contro» il nostro Paese. Piano cui non sarebbero estranei, però, «manine» e «manone» italiche di poteri «non renziani» che puntano a disarcionare Renzi da palazzo Chigi e mandare al governo l’ennesimo premier «tecnico», oltre che benvoluto a Bruxelles.
Proprio come avvenne nel 2011 al governo Berlusconi con la lettera della Bce: corsi e ricorsi storici.EPPURE, come scrive il premier, «chi preferiva averci più deboli e marginali, come purtroppo è spesso accaduto in passato, se ne faccia una ragione: l’Italia è tornata, più solida e ambiziosa». E pensare che, quando Matteo Renzi scriveva queste parole su Facebook – orgoglioso e soddisfatto per aver appena chiuso l’accordo di investimenti con il gruppo Usa Cisco – la guerra campale è solo iniziata.
Dopo i ripetuti attacchi dei massimi vertici della Commissione, dal presidente Juncker in giù, ecco arrivare il durissimo attacco del leader del Ppe, Manfred Weber, allo stesso Renzi. Attacco fatto nel bel mezzo della sessione plenaria di Strasburgo e, guarda caso, subito dopo i (plateali) complimenti di Weber a Federica Mogherini per il suo ruolo di lady Pesc, con Renzi che che da mesi, ormai, l’accusa di ‘intendenza’ con il nemico.

UN «NEMICO» tutto teutonico, appunto: Juncker attacca l’Italia mentre si trova in visita dalla Merkel, ieri parla il tedesco Weber. Infine, ciliegina sulla torta, ecco il commissario europeo alla concorrenza, Verstager, che apre l’indagine per gli aiuti di stato all’Ilva.
E se il diplomatico sottosegretario agli Affari Europei, Sandro Gozi sul caso Ilva si limita a parlare di «atto dovuto», al leader dei Popolari europei replica duro: «La sua è una visione fallimentare. La delusione e l’indifferenza crescenti verso l’Ue sono la conseguenza delle ricette economiche e politiche sostenute da Weber». Durissimo anche il capogruppo del Pse al Parlamento europeo, Gianni Pittella: «Weber? Ridicolo e irresponsabile. Noi lavoriamo per risolvere i problemi, ma non accettiamo anelli al naso». E a chi fa notare che nessun esponente del Pse, oltre quelli italiani, si sia speso in difese d’ufficio di Renzi e del nostro governo, Pittella assicura: «Io rappresento tutto il gruppo socialista al Parlamento Ue, e il gruppo condivide la mia linea».
Ma come si articolerà la replica del governo italiano all’offensiva tedesca ed europea? I colloqui con la Merkel del 29 gennaio e con Juncker a febbraio saranno di certo dei turning point, ma la nomina dell’attuale viceministro allo Sviluppo economico, il montiano Carlo Calenda, a nuovo rappresentante dell’Italia a Bruxelles al posto dell’ambasciatore Sannino, troppo filo-Ue, ha un sapore antico. «Volevate un interlocutore? Eccolo. È un europeista convinto, ma anche un mio uomo, fidatissimo», il ragionamento del premier, pronto alla guerra anti-tedesca. Perché – come dice ai suoi il premier – «il tempo dell’Italia che si lascia telecomandare è finito».

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 20 gennaio 2016 a pagina 3

Il premier: <Non mi faccio intimidire>. E accusa la Ue di stare con Berlino

(15 gennaio 2016)

NOI non ci facciamo intimidire da nessuno. L’Italia merita rispetto. La flessibilità è stata introdotta dalla Ue solo dopo le molte insistenze da parte dell’Italia». Ribatte così Matteo Renzi, via Twitter, poi intervistato dal Tg5, infine pure con una
e-news ad hoc, a Juncker. Renzi replica così: «La stagione in cui l’Italia poteva essere telecomandata da Bruxelles o in cui andava a Bruxelles col cappello in mano è finita. Non abbiamo attaccato Bruxelles o la Commissione ma non ci facciamo intimidire». Infine, la stoccata politica: «Juncker è stato eletto in base a un accordo politico che comprendeva flessibilità e investimenti». Tradotto (in questo caso da fonti del Pd) vuol dire: «Juncker ha scelto di allearsi con la Merkel e ha scelto di stare dalla parte di chi crede che sia il più forte, politicizzando il merito delle nostre richieste». Insomma, «Juncker ci attacca perché così vuole Berlino». La vera battaglia, per palazzo Chigi, è con la Germania, sia pure via Juncker, ma sia i renziani doc che lo stesso Renzi sono convinti che sarà l’Italia a vincere la partita perché «il fronte anti-rigore, nella Ue, si va rafforzando e sta accerchiando il partito del rigore». Sarebbe solo questione di tempo: la Francia stessa, per Renzi, starebbe per ricompattare il fronte socialista, abbracciare una linea anti-Merkel e «filo-obamiana».

EPPURE, ieri, a Palazzo Chigi, non c’è stato alcun vertice straordinario, solo un ordinario consiglio dei ministri durante il quale sono piombate le parole di Juncker. La prima reazione, soft, si è preferita affidarla al ministro dell’Economia, il mite Padoan, poi la tensione è tracimata mentre non sono piaciuto le parole troppo «diplomatica» di lady Pesc, Federica Mogherini. La cerchia governativa di Renzi parla di attacchi «inauditi, immotivati, abnormi e irricevibili». E, soprattuto, di un «falso storico colossale»: lo Juncker che dice «l’ho voluta io, maggiore flessibilità, l’ho voluta io!». Ecco, qui Renzi e i suoi sono saltati sulla sedia, assai imbufaliti.

LA RICOSTRUZIONE di Palazzo Chigi di come è andata la vicenda è puntuale, date e appunti alla mano: «dopo le elezioni di giugno 2014, si tenne, a Ypres, un vertice dei capi di governo della Ue che durò un’intera notte, una notte da lunghi coltelli. Ne uscimmo con un impegno solenne sulla flessibilità. Senza quella frase – si spiega da palazzo Chigi – fortemente voluta dall’Italia, la flessibilità non sarebbe entrata nel programma della Commissione e l’Italia, primo partito dentro il Pse, vincolò la fiducia al nuovo presidente, Juncker, sponsorizzato dal Ppe, solo con questo programma».

LO SPIEGA in chiaro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Sandro Gozi: «Il governo italiano non ha mai inteso offendere nessuno; abbiamo criticato, e continueremo a farlo, atteggiamenti, ritardi, rinvii, timidezze, miopie in contrasto con quel carattere politico che tale Commissione vuole avere in discontinuità con Barroso».
Tanto è vera, per l’Italia, la richiesta di distanza di politiche, tra l’era Barroso e quella Juncker, che, proprio ieri, il capo delegazione del Pse, che conta ben 192 deputati, l’italiano Gianni Pittella, è stato a palazzo Chigi da Renzi. All’uscita, Pittella – che pure specifica di parlare «a nome del Pse, non come italiano» – ammonisce: «fiducia né scontata né eterna, verso Juncker, se non vedremo una svolta sul fronte economico e sociale». Fino a una mozione di sfiducia? Difficile, ma «i tempi sono stretti», dice Pittella, e, non a caso, Renzi venerdì vedrà tutti gli eurodeputati del Pd, primo partito dentro il Pse, per serrare le fila. Poi, con la Ue, c’è il contenzioso sul fronte migranti. Pure qui, il premier non ci sta e i suoi la mettono così: «Su relocation, rimpatri, controlli esterni a Schengen e, soprattutto, superamento del trattato di Dublino, è la Ue a essere inadempiente, non l’Italia». Morale: tutte le accuse di Juncker rigettate al mittente. La guerra politico-diplomatica tra Italia e Ue è appena iniziata.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 16 gennaio 2016 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale

Il mio primo blog ‘ufficiale’ per QN: la Camera vota a raffica, ma è subito fuggi-fuggi…

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

ROMA – MONTECITORIO. Malus mala cogitant (chi è abituato a fare del male, pensa male). Così Gero Grassi, deputato democrat ‘fioroniano’ (nel senso di Beppe Fioroni, capofila degli ex popolari nel Pd) interpella il vicepresidente della Camera, e renziano doc, Roberto Giachetti. Scambi di battute d’altri tempi, nel Transatlantico di Montecitorio. Oggi, specie a partire dall’ultima legislatura, eletta nel 2013, le nuove leve, democratiche come grilline, sono molto più prosaiche. Eppure, la Camera dei Deputati (e, a maggior ragione, il Senato della Repubblica) mantiene il suo standing di luogo istituzionale e compassato, dove ‘tutto passa, il resto va’, per dirla con Pasolini. La giornata di ieri, per esempio, in teoria era piena di insidie. Prima bisognava approvare, con voto di fiducia, lo Sblocca Italia. E’ passato senza problemi, al vaglio dell’aula della Camera, nonostante le opposizioni (Sel, M5S, Lega) avessero condotto, nelle settimane scorse, intere giornate di ostruzionismo minuzioso.

Matteo Renzi e il Senato.

Matteo Renzi e il Senato.

E così, mentre i grillini inscenano una delle loro consuete proteste (striscioni, srotolati in Tribuna, che dicono ‘no alle trivelle’ e cartelli con croci in Aula, fatti rimuovere dal presidente di turno), passa con 278 voti favorevoli, 161 contrari e sette astenuti il provvedimento che ‘sblocca’ molti lavori e cantieri, pubblici e privati. Anche se bisognerà attendere la seconda lettura del Senato prima che lo ‘sblocca Italia’ diventi, finalmente, legge dello Stato. A ruota segue il discorso con cui il ministro degli Esteri uscente, Federica Mogherini, annuncia le sue dimissioni da deputato. Dal I novembre, infatti, la Mogherini diventerà, anche ufficialmente, ‘lady Pesc’, e cioè la responsabile della politica estera della UE all’interno della nuova commissione UE presieduta da Juncker. Anche in questo caso, i grillini fanno un po’ di ‘rumore’ in aula, chiedendo un dibattito sulle comunicazioni della Mogherini. Accordato, si fila via liscio per un nuovo voto, stavolta delicato, quello sulla Nota di aggiornamento e revisione del DEF, il documento di programmazione economica e finanziaria che sovraintende al bilancio dello Stato e precede la legge di Stabilità.

Pure il Def ‘variato’ a causa delle richieste di manovra ‘correttiva’ imposte da Bruxelles per il via libera alla Finanziaria da 36 mld decisa dal governo Renzi, votato a maggioranza semplice (e non qualificata), passa indenne al voto: è approvato con 291 sì, 151 no. Non sono neppure le tre del pomeriggio e, a Montecitorio, scatta il ‘tana libera tutti’. I deputati corrono al guardaroba, recuperano i loro trolley e si avviano verso casa. Del resto, è ‘già’ giovedì… Resterebbe, in realtà, da ascoltare la relazione del titolare del dicastero dell’Interno, Angelino Alfano, sulle cariche della polizia agli operai e ai delegati Fiom dell’Ast di Terni avvenute solo ieri. “Tanto, Alfano ha già parlato al Senato…” si giustifica uno dei tanti deputati pronti al ‘fuggi-fuggi’. In effetti, Alfano è andato a riferire prima al Senato, alle 15, si presenterà alla Camera alle 18.

Napolitano nel suo studio al Quirinale

Napolitano nel suo studio al Quirinale

Certo, un manipolo di rappresentanti delle opposizioni saranno in Aula per chiedergli conto dell’operato della Questura di Roma e SeL già preannuncia una mozione di sfiducia, ma l’ora è tarda. Il problema, in fondo, è tutto di Renzi e del governo, che ieri mattina ha ricevuto il leader della Fiom, Maurizio Landini, concedendogli il proscenio della sala stampa di palazzo Chigi per esprimere il suo punto di vista, dopo averlo ricevuto insieme agli altri sindacati. “Qualcuno – sibila un deputato renziano – vuole indebolire Matteo provocando artificialmente un autunno ‘caldo’ per creare difficoltà a lui e al governo, ma non ci riuscirà. Qualche testa dovrà cadere”. Anche fosse così e almeno alla Camera, avverrà in un Aula semi-vuota.

NB. Questo blog è’ stato pubblicato il 30 ottobre nella home page del sito Internet di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) nella sezione Autori e Blogger.