Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 
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Legge elettorale. Mattarella pone i suoi paletti, in Parlamento qualcosa si muove, Renzi aspetta le primarie

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una moral suasion esercitata sul Parlamento e, insieme, uno stop alle plausibili voglie di Matteo Renzi a correre alle elezioni anticipate non appena sarà re-incoronato leader del Pd il prossimo 30 aprile con le primarie. In buona sostanza il messaggio che il Colle ha inviato a Renzi suona così: “Serve una legge elettorale omogenea, valida e funzionante in entrambe le Camere. Si tratti di un aggiustamento tecnico o di una legge nuova, non spetta a me dirlo. Ma solo così chi lo vuole può ottenere il voto anticipato, altrimenti no”.

Renzi rispedisce le critiche al mittente, chiunque esso sia (“Il Pd – spiega ai suoi – non ha i numeri per approvare una nuova legge elettorale, tanto più al Senato, l’iter sarà lungo e non si può accollare a noi la responsabilità del ritardo”), ma certo è che anche l’ufficialità del comunicato del Colle ‘parla’ e ‘gela’ più il Pd, a tre giorni dalla celebrazione delle primarie, che altri partiti e schieramenti in campo, i quali – da FI a M5S – non a caso puntano il dito contro il fatto che “si perde tempo perché bisogna aspettare le primarie del Pd”.Con parole pesanti come macigni, Mattarella parla di “necessità e urgenza” di adempiere ai due “doveri” entrambi in capo “al Parlamento e ai gruppi parlamentari”: scrivere una nuova legge elettorale ed eleggere un giudice della Consulta, che attende di essere nominato (spetta, in quota, al centrodestra) da parte del Parlamento ormai da gennaio.

“Due sentenze non fanno una legge elettorale” ha spiegato, infatti, de visu Sergio Mattarella, ex giudice della Consulta, riferendosi alle due sentenze che hanno cassato prima, nel 2014, il Porcellum al Senato e poi l’Italicum alla Camera. Mattarella parlava ai due presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, convocati al Quirinale a ora di pranzo per un pranzo che doveva restare riservato e a cui, invece, proprio il Colle ha voluto dare il crisma dell’ufficialità con un formale comunicato stampa finale. Boldrini e Grasso ne hanno dedotto, giustamente, che il Capo dello Stato è “determinato e pronto a usare tutte le sue prerogative”, compresa l’Arma Fine di Mondo, il messaggio ufficiale alle Camere.

Le sonnacchiose acque della politica si increspano subito. La Boldrini, alla fine della conferenza dei capigruppo, può incassare un primo risultato: l’esame dei 30 testi di legge sulla riforma elettorale, che si trascina stancamente in seno alla prima commissione Affari costituzionali, finirà entro il 29 maggio, quando si andrà dritti in Aula per il voto finale mentre il presidente della Prima commissione Affari costituzionali, il civico Mazziotti di Celso si spinge molto in là con l’ottimismo, sostenendo che “entro la prossima settimana ci sarà un testo base” (cosa difficile). Tutti i partiti plaudono, a parole, alle parole di Mattarella, ma il punto è trovare una maggioranza per una riforma elettorale che, ad oggi, non c’è. Per dire, l’M5S rilancia il Legalicum, FI attacca il Pd, la Lega apre al Provincellum, Mdp continua a dire No ai capolista bloccati, Ncd vuole il premio alla coalizione e via così.

Il Pd ha avanzato una proposta, a prima firma Fiano, che prevede il premio alla lista e una soglia di sbarramento unica al 5%, ma anche quei collegi uninominali che nessuno, in realtà, vuole perché tutti vogliono tenersi i capolista bloccati. E dunque? Il Pd di Renzi aveva trovato l’escamotage tecnico: “si vota con i due sistemi attuali, perfettamente compatibili” e si fa “un decreto legge del governo per fare prima”. Ecco, dal Colle fanno sapere che sia l’una che l’altra via sono precluse: le due leggi non collimano, il decreto non si può fare. Se vuole votare prima della scadenza naturale della legislatura, cioè a ottobre o novembre, Renzi deve trovare i numeri per fare una nuova legge. Con i voti di chi (FI? M5S?) sarà oggetto di dibattito da oggi, per ora il Colle ha fissato i suoi inderogabili paletti.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 27 aprile su Quotidiano Nazionale.  

Vitalizi, l’ira grillina scatena la bagarre. Il Pd: faremo pagare gli ex parlamentari

Il Senato italiano

Interno dell’aula di palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati.

Ettore Maria Colombo – ROMA
BAGARRE in Aula, Marina Sereni (Pd) oltraggiata, commessi spostati di peso e spintonati come in una rissa da bar. Persino la diretta Rai, che trasmette come ogni mercoledì il
question time, viene interrotta – ed è la prima volta che succede – per intercorsi tumulti. Protagonisti sono i deputati del Movimento 5 Stelle. I quali, ieri hanno inscenato, a freddo, una indecorosa gazzarra dentro un Aula di Montecitorio dove, poche ore prima, c’era persino il Capo dello Stato. Il finto oggetto del contendere sono i vitalizi dei parlamentari.

IN VISTA del 15 settembre, quando scatteranno gli ‘ex’ – non si chiamano più così dalla riforma, voluta da Fini, del 2013 – vitalizi, anche per i parlamentari oggi di prima nomina, il Pd ha pensato bene di escogitare e fare votare, in calcio d’angolo, una norma che salva la capra (il conquibus) e i cavoli (la ventata demagogica che scorre potente in Italia).

Infatti, fino a ieri, sul tavolo c’erano solo due proposte: quella del deputato democratico Matteo Richetti (molto dura contro i vitalizi) e quella, ovviamente, del M5S che li vuole abolire e punto, applicando anche ai parlamentari la (iniqua) legge Fornero. La Sereni, vicepresidente della Camera ed esponente del Pd, propone a sorpresa un «contributo di solidarietà» e ottiene il consenso unanime dell’Ufficio di presidenza, tranne quello dei 5 Stelle. La norma – che vale, in realtà, solo per i vitalizi maturati dal 2012 in poi perché da allora in poi si è passati, appunto, al sistema contributivo – vale anche solo per tre anni. La norma Sereni incide sugli «assegni vitalizi e i trattamenti previdenziali, diretti e di reversibilità corrisposti ai deputati cessati dal mandato». La proposta, inoltre, presenta un complicato sistema di scaglioni: il contributo di solidarietà, per gli assegni superiori ai 100 mila euro lordi, sale fino al 40% del vitalizio, mentre per gli scaglioni inferiori la tassa di solidarietà è fissata al 30% per i vitalizi fino a 90 mila euro, al 20% per quelli fino a 80 mila, al 10% per quelli fino a 70 mila, a zero sotto. Il prelievo, che già era stato introdotto nella legislatura, era scaduto il 31 dicembre 2016 e ripartirà a partire dal primo maggio durando, appunto, altri tre anni, producendo risparmi per 2,4 milioni l’anno (l’1,7% di risparmi sul totale dei vitalizi), ma non può e non potrà che essere temporaneo (anche se potrebbe essere riproposto, se ne parlerà nella prossima) perché così ha stabilito la Corte costituzionale, altrimenti  gli ex parlamentari farebbero ricorso, sicuramente vincendolo.  Gli altri gruppi parlamentari (tutti, Lega compresa) votano con sollievo un testo che grava sulle spalle di ex deputati che hanno molte legislature sulle spalle e non sui più giovani.

ED È QUI che i grillini – colti di sorpresa da una proposta che rischia di vanificare tutta la loro canea ‘anti-Casta’ – perdono la testa. Prima escono e poi circondano la sala dove si tiene la riunione dell’Ufficio di presidenza, ai piani alti della Camera, con alla testa il ‘comandante’ Di Maio (il quale, en passant, sarebbe un vice presidente della Camera). Poi si scagliano contro la Sereni, gridandole «vergogna» e minacciandola. I commessi, che si devono mettere in mezzo per dovere, sono a loro volta spintonati e spostati di peso.
Al grido-tweet #Sitengonoilprivilegio la bagarre tracima in aula. In teoria c’è il question time, sta parlando il ministro Galletti, ma la Rivoluzione non può attendere. I deputati M5S salgono sui banchi del governo e gridano «Vergogna! Ladri! Bastardi!». Segue nuova colluttazione con i commessi che cercano di trascinarli fuori dall’aula di Montecitorio.

Non paghi, c’è spazio anche per un mini-bagno di folla. Infatti, davanti alla piazza di Montecitorio, il ‘Popolo Indignato’ (dagli stessi pentastellati convocato e mobilitato) non aspettava altro che ascoltare il comizio dei due novelli Robespierre e Saint-Just, Di Maio e Di Battista. Succo del comizio: «Dopo questo gesto disperato per mantenere in vita i vitalizi dei parlamentari, sono finitiii!. Andremo al governo e cacceremo tutti questi abusiviii!». Dentro, si susseguono le accuse di «fascismo squadrista» da parte di molti deputati anche insospettabili di sinistrismo come il civivo Rabino (“Fascistelli!”) e l’ex An che li definisce dei “cialtroni che mi hanno impedito di parlare, manco negli anni 70”.
La presidente Laura Boldrini parla di «comportamento inaccettabile» mentre il capogruppo del Pd, Rosato, rivendica un voto «che taglia davvero i costi della politica». Sipario.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 13 del Quotidiano Nazionale il 23 marzo 2017

#Senato, la nuova grana di Renzi si chiama #Ncd. I centristi, senza soldi né sede, ora si spaccano in tre

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

MENTRE tutti gli occhi sono puntati sulla minoranza dem e sulla sua voglia di “Vietnam”  al Senato, Renzi rischia pure sul lato Ncd. Partito malmesso e in stato confusionale, per quanto piccolo, ma essenziale a tenere in piedi la maggioranza, a palazzo Madama. Dove sono almeno una quindicina i senatori (lombardi, emiliani, calabresi e siciliani, per lo più) che non rispondono più alle «chiame» del governo su molte leggi, da diverso tempo, facendosi trovare assenti, o astenendosi o addirittura votando contro, e che potrebbero venire a mancare, «assenti per caso», su due ddl cruciali della ripresa settembrina: il ddl Boschi (riforma istituzionale) e quello Cirinnà (diritti civili), la cui discussione riprenderà a partire dall’8 settembre. Votazioni e ddl, anche a causa loro, e non solo della minoranza dem, assai a rischio. Area popolare si chiama il gruppo parlamentare che raccoglie, allo stato, due partiti (Ncd e Udc) fusi a livello parlamentare, dopo molte, lunghe, discussioni, mai uniti politicamente: 35 senatori e 34 deputati in totale, al netto di varie perdite (le ultime Barbara Saltamartini e Nunzia De Girolamo alla Camera).

IL PARTITO guidato dal ministro Angelino Alfano – che ne è il fondatore e il segretario – è, ormai da mesi, in gran sofferenza, spaccato com’è in tre tronconi che a stento si parlano tra di loro. Il primo è quello dei «lealisti» a Renzi e al governo di cui fanno parte. Sono al lavoro per federarsi con altri pezzi di centristi sparsi (i Popolari-Demos-Cd di Dellai e Tabacci, alcune liste civiche come quelle di Schittulli in Puglia e Spacca nelle Marche, forse la stessa Scelta civica oggi guidata da Zanetti) e dare vita a una sorta di «Margherita 2.0» alleata stabile con il Pd, alle prossime amministrative e, quando sarà, pure alle Politiche, in ogni caso dando vita a un mega-gruppo parlamentare di ottanta unità circa. A spingere su tale linea, anche più di Alfano, sono il ministro Beatrice Lorenzin (ormai una renziana di fatto), il viceministro Simona Vicari (in rotta col suo padre politico, Schifani), alcune deputate che Renzi stima molto (Dorina Bianchi, Rosaria Scopelliti) e l’ala laica e socialista di Ncd guidata da Fabrizio Cicchitto e Sergio Pizzolante, oltre che l’Udc del presidente della commissione Esteri al Senato Casini e del ministro Gianluca Galletti.

LE MALELINGUE dicono che Renzi avrebbe già garantito loro 15 posti alle prossime Politiche. Ne ha scritto il Fatto quotidiano, che i “posti sicuri” per gli alfaniani li ha pure contati: sarebbero, nella fattispecie, per Alfano, Casini, Galletti, Cesa, Gioacchino Alfano, Dorina Bianchi, Corrado Castiglione, Rosaria Scoppelliti, Cicchitto, Pizzolante, Lorenzin. A loro latere, pensoso e dubbioso, sta Gaetano Quagliariello: ambiva a tornar ministro, forse sarà sottosegretario di una fantomatica «attuazione delle Riforme», ma sotto la Boschi. Renzi di più non gli darà: non lo ama a tal punto che, ad Alfano, ha detto: «Piuttosto faccio ministra la vostra portavoce (quella alla Camera, ndr.), che almeno è donna e carina…».

In mezzo – tra i lealisti e gli antagonisti (per quanto si possa esserlo, dentro l’Ncd…) sta l’Ncd ciellina e teocon: il capogruppo alla Camera Maurizio Lupi (vuole candidarsi sindaco a Milano a tutti i costi, con chi ci sta ci sta…), il sottosegretario alla Scuola, Gabriele Toccafondi, in ottimi rapporti con Renzi, una pattuglia di deputati italiani ed europei di Cl lombardi e il laico piemontese, viceministro alla Giustizia, Enrico Costa. Qui, invece, a latere, sta il capogruppo al Senato, Renato Schifani: ha smentito di essere andato a trovare Berlusconi in Costa Smeralda, ma è in rapido riavvicinamento a FI e voglioso di rientrare nell’alveo del centrodestra. Come gli altri, per ora guardano e attendono, ma – tranne Enrico Costa – sanno già che Renzi, a loro, non se li piglierà mai, come alleati.

La terza ala è la più rognosa (per il premier). Vogliosi di essere riaccolti, e subito, nelle braccia del Cav, che però per ora nicchia, in attesa di capire cosa accadrà al Senato e soprattutto per nulla voglioso di andare ad urne anticipate (“Non siamo pronti” continua a ripetere Berlusconi a suoi), sono sia quei senatori teocon e ciellini, di fondo ratzigeriani, guidano la battaglia anti unioni civili (Formigoni, Giovanardi, Sacconi, Binetti), ma anche quelli che vengono da An (Domenico Piso e Andrea Augello) e governano pezzi di territori.

PROPRIO in vista delle comunali del 2016 il caos, dentro Ap, regna sovrano. A Napoli, il coordinatore regionale, Alfano (Gioacchino, omonimo e sottosegretario), spinge per allearsi con il Pd e chiama a raccolta tutti i moderati e centristi per scegliere il candidato insieme ai democrat mentre Giuseppe Esposito mostra insofferenza vero il Pd e chiede di allearsi con il centrodestra. In Sicilia pure c’è confusione: Giuseppe Castiglione (sottosegretario all’Agricoltura, indagato) e Vicari hanno fatto terra bruciata dietro Schifani. In Emilia, il laicosocialista Sergio Pizzolante chiede «alleanze organiche» con il Pd in tutta la regione, a partire da Bologna, e apre all’alleanza con l’attuale sindaco, Virginio Merola, ma la portavoce nazionale, la bolognese Castaldini, a Bologna guarda al centrodestra e FI. Infine, a Torino l’Ncd occhieggia alla ricandidatura di Piero Fassino mentre a Roma apre alla lista civica guidata da Alfio Marchini e alla ricomposizione del centrodestra con FI. Infine, appunto, c’è Milano: Lupi vorrebbe candidarsi, ma non sa con chi e, ove andasse male, i centristi appoggerebbero la lista di Corrado Passera, che si candida a sindaco, o sarebbero pronti ad allearsi con FI e la Lega, ma quella di Maroni, non quella di Salvini…

L’ultima nota dolente riguarda la sede e i soldi. A livello ‘abitativo’, l’Udc ha dismesso la storica sede di via dei Due Macelli, l’Ncd ha lasciato la (costosa) sede di via Arcione per una più dimessa, anche se comunque sta nella centralissima via Poli (dietro Trinità dei Monti). Il guaio è che porta sfiga: in via Poli, nacquero e morirono FLI di Fini e Sc di Monti. Infine, i soldi: l’Udc ha chiuso il 2014 con un passivo di quasi due milioni. L’Ncd ha 993 mila euro di disavanzo, ma un tesoretto di 2 milioni e 726 mila di entrate. Merito «dei nostri 190 mila iscritti» che, però, come la linea politica di Ap, restano, allo stato, impalpabili.

Questo articolo è stato pubblicato il 30 agosto 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale

Grasso, Serafin, Toniato. La “Trimurti” che governa il Senato e che a palazzo Chigi temono per le loro ‘manine’ sulla strada delle riforme

Schermata 2015-05-25 alle 18.19.34MATTEO Renzi, più che alla minoranza dem – che, per carità, ogni giorno porta la sua croce, ogni giorno richiede la sua pena… – e ai 28 senatori vietcong pronti a impallinarlo, nel Vietnam di palazzo Madama, con i loro 17 emendamenti killer, deve stare attento, da qui all’8 settembre, quando si riapriranno i giochi sulla riforma del Senato, a tre persone. Tre che governano e comandano per davvero, tra gli austeri stucchi e i raffinati saloni del Senato della Repubblica.
Il primo dei tre è il presidente Pietro Grasso: lì assurto, dalla notte per la mattina, da Pier Luigi Bersani, detesta Renzi, cordialmente ricambiato, e coltiva il sogno di scalzarlo e, prima o poi, di sostituirlo al governo. Un governo di emergenza istituzionale, si capisce. Seconda e terzo sono assai meno noti. La prima si chiama Elisabetta Serafin e ricopre, da tre anni, il ruolo di segretario generale del Senato (la prima volta, per un donna). Reddito annuo 427 mila euro, la sua retribuzione, a inizio incarico (2012), era di 419 mila euro, ma Palazzo Madama prevede incrementi automatici del 2% a biennio: ergo, il suo stipendio è aumentato di 10 mila euro e corrisponde a quasi il doppio di quanto guadagna il Capo dello Stato. E anche se il vero record del privilegio resta(va, fino a mesi fa) al segretario generale di Montecitorio, Ugo Zampetti, che ne prende(va) 478 mila, fin a quando Zampetti è diventato segretario generale del Quirinale, al posto di Donato Marra, a titolo gratuito, cioè senza percepire alcun compenso, stipendio né indennità o cumulo, è a stipendi come i suoi che Renzi si riferiva quando tuonò, un anno fa, contro gli stipendi dei grand commis.

IL TERZO si chiama Federico Toniato: dopo essere stato, a 36 anni, il più giovane vicesegretario generale della presidenza del Consiglio, sotto Mario Monti, Toniato, a soli 39 anni, è diventato, un anno fa, il più giovane vicesegretario generale della storia del Parlamento. A Toniato è affidata la delega alla cruciale «prima area» (settori legislativi, Assemblea, commissioni, etc.): è considerato lui la vera eminenza grigia, ancorché giovane, del Senato, il vero gran suggeritore di Grasso e la vera bestia nera di Renzi. A livello di stipendi, Toniato, pur non percependo indennità aggiuntive, nel passaggio Senato-palazzo Chigi-Senato, guadagna quanto un consigliere parlamentare (sono ben 97, al Senato): può arrivare, dunque, a percepire fino 300 mila euro (per i consiglieri parlamentari, si va dai 271 mila euro con 23 anni di servizio ai 358 mila con 35 anni).
Ora, la voce che gira nei Palazzi è che queste tre figure apicali, coadiuvati dal cospicuo stuolo di funzionari di palazzo Madama (97 consiglieri, 34 stenografi, 130 segretari, 263 coadiutori, 171 assistenti: un totale di 696 unità in organico, stipendi da 1.668 mila euro ai 3.268 mila euro mensili, sempre netti), abbiano qualche perplessità, proprio come i senatori, a fare la parte dei tacchini che festeggiano il Natale. Non amerebbero, cioè, né poco né punto che il ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V) passi così com’è, specie nella parte che riguarda l’abolizione dei senatori eletti, del Senato elettivo e dei suoi poteri di cui tali funzionari sono i solerti, silenziosi e, invero, preparatissimi civil servant.

E questo ragionamento lo farebbero, sostanzialmente, per tre motivi: potrebbero perdere posti (la sola Camera dei Deputati, che oggi consta di dipendenti, tutto compreso, peraltro ben più lautamente pagati,,arriverebbe all’astronomica cifra di 2190 unità con quelli del Senato); potrebbero perdere, tra le altre cose, indennità e funzioni; e, infine, perderebbero potere. E il Potere, come recita un antico adagio siciliano, ha note virtù afrodisiache.
Non a caso, si dice sempre tra i senatori renziani – abituati (lo si sa), a pensar male – sarebbero stati loro tre – Grasso, Serafin e, pare, in pole position proprio il giovane Toniato, già ribattezzati «la Trimurti di Palazzo Madama» – a “ispirare” i senatori della minoranza dem e di altre opposizioni (M5S, Sel, Misto, FI), spesso zoppicanti o digiune di tecnica parlamentare e diritto costituzionale, nella stesura degli emendamenti.
Quelli «killer». Quelli che, appunto, puntano a far tornare il Senato com’era e (ancora) è: elettivo. Infine, il terzo indizio che, diceva Sherlock Holmes, fa una prova. Persino il dossier che gli uffici del Senato ha preparato, sul ddl Boschi, sarebbe pieno di «capziosità e tendenziosità che, travestite dal gergo tecnico degli addetti ai lavori, gettano solo cattiva luce sulla riforma del governo» dicono professori-deputati ferrati in materia costituzionale.

LA DOMANDA dei renziani, dunque, è – da alcune settimane – sempre la stessa: per chi lavora il vertice di palazzo Madama e i loro (bravi, non c’è che dire) funzionari, quella «tecnostruttura» che persino dentro palazzo Chigi temono perché potrebbe mettersi di traverso al buon esito della «madre di tutte le riforme», il ddl Boschi? Per il «re di Prussia», e cioè per il fronte colorito delle opposizioni: vietcong dem, grillini, leghisti e senatori di ogni colore, ordine e grado che vogliono continuare a contare da eletti nel Senato del futuro.
Come ha detto il castigamatti del premier, come di ogni senatore e/o funzionario, il leghista Roberto Calderoli – presentatore, da solo, di quei 510.293 emendamenti (su 513.449) al ddl Boschi che hanno costretto proprio la Serafin a richiamare dalle ferie 150 dei suoi solerti funzionari per farvi fronte, stampandoli, raggruppandoli e rendendoli pronti all’uso – «conviene anche a loro, ai funzionari del Senato, lavorare d’estate ché tanto stanno per diventare, anche loro, tutti dei precari…».

Questo articolo è stato pubblicato il 14 agosto 2015 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale 

Debutta l’asse Speranza-Cuperlo: “Vogliamo riprenderci il #Pd”. La sinistra sogna la rivincita: Renzi non abusi della nostra pazienza

Ettore Maria Colombo
ROMA –

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

«L’UNIONE fa la forza», dicevano gli antichi. Nella pazza galassia che risponde al nome di sinistra Pd, dove ogni giorno c’è uno che se ne va (Civati, Fassina, Mineo, forse, e presto, D’Attorre, etc.) o uno che si scinde (è nata da poco Sinistra è cambiamento di Martina: ha 40 parlamentari circa, Speranza ne ha tenuti con sé i restanti 50, Cuperlo altri 20: totale, gli ex 120 della minoranza dem tutta intera), hanno capito che era l’ora di serrare le fila e rimotivare le truppe, specie sui territori. Così, ieri, al centro congressi Alibert – che si trova dietro piazza di Spagna, tutti a rimarcare che fu il luogo della riunione in cui il Pd scelse Mattarella come capo dello Stato, nessuno a ricordare che fu anche il luogo dove Bersani presentò lo sfortunatissimo patto pre-elettorale ‘Italia Bene Comune’ con Sel e Cd – un’assemblea che doveva essere della sola (ex) Area Riformista, nata quando Bersani, scalzato da Renzi, finì in minoranza nel partito, ma che all’epoca contava 120 parlamentari (appunto), è già pronta a fare da falange oplitica di tutti “quelli che” «siamo contro Renzi, ma vogliamo riprenderci il Pd». Morale: «la grande assemblea comune» lanciata «per l’autunno» s’è già bella che fatta, in realtà. Ieri, al centro congressi Alibert, dove, in effetti, gli esponenti della minoranza non sono pochi, compresi alcuni nomi del passato ma ancora sulla breccia (l’ex segretario Pier Luigi Bersani, l’ex governatore dell’Emilia Vasco Errani, l’ex ministro Vincenzo Visco, l’ex dirigente del Pci-Pds-Ds Alfredo Reichlin), tutti i big dell’area, da Guglielmo Epifani allo stesso Speranza, i loro colonnelli (Nico Stumpo, Davide Zoggia, lo stesso Alfredo D’Attorre, Danilo Leva, tutti alla Camera, mentre Miguel Gotor e Federico Fornaro guidano l’agguerrita pattuglia della minoranza dem al Senato). Apre il giovane lucano (classe 1979) Roberto Speranza, ormai ex capogruppo alla Camera, ma anche, ormai, nuovo leader dell’area (così ha deciso, non da oggi, Bersani).

SPERANZA attacca, duro, il premier («Il Pd non è Renzi né può essere il megafono di palazzo Chigi»), lancia il guanto di sfida per il prossimo congresso (autunno 2017, in teoria, sempre che si voti nel 2018…) con una frase-slogan («tocca a noi rispondere a chi chiede un altro Pd e un altra sinistra»), prende di petto i renziani che gestiscono il partito («è diventato solo una somma di comitati elettorali che asfalta le forze intorno e poi perde le elezioni»: al povero Guerini saranno fischiate le orecchie) e poi lancia la stoccata finale: «Non si può abusare all’infinito del nostro senso di responsabilità». Una sorta di quo usque tandem abutere patientia nostra? di ciceroniana memoria (il cattivo dell’epoca, Catilina, fece una bruttissima fine, peraltro) a Renzi. Sull’Italicum, sulla riforma del Senato e su molte altre leggi (diritti civili, Rai, ma anche ddl scuola che deve tornare alla Camera) per le quali la minoranza dem sostiene, oggi, che “Renzi non potrà più fare a meno di noi”.

Anche Cuperlo critica il premier («la leadership di Renzi è fragilissima»), ma soprattutto, con inusitato disprezzo, attacca gli (ex) compagni di Martina&co. cui dà, in sostanza, dei “camerieri” o “utili idioti” («levigano lo spigolo, metton a posto il mobilio…»). Oltre alla lotta sui temi caldi (Italicum e Senato), Speranza raccoglie l’abbraccio di Cuperlo: entrambi puntano, più che a far cadere il governo (ma c’è chi “spera” in un governo istituzionale “de-renzizzato”), a far perdere a Renzi la carica di segretario: «Il doppio incarico non regge più, apriremo una discussione su questo, nel partito».

“Fin qui tutto bene”, diceva – cadendo da un grattacielo – il protagonista di un vecchio film, poi però va sul palco l’arzillo vegliardo Alfredo Reichlin (90 primavere quest’anno) e rovina la festa a tutti. Duro contro Renzi («E’ un ignorante, dietro di lui c’è il vuoto»), Reichlin non risparmia affatto la minoranza: «Non bastano le proteste e i voti contrari a leggi sbagliate. State attenti a non diventare una setta come le altre. Il problema non è Renzi, ma il pensiero politico che non c’è, nel Pd, dove non c’è una cultura politica». Ecco, appunto.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 16 giugno 2015 a pagina 16

#Regionali e #ballottaggi alle #Comunali: ora #Renzi e il #Pd temono il contraccolpo di scandali e inchieste. Vittorie a rischio a Venezia, Calabria e Sicilia

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd.

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd.

“A Porto Torres (Sardegna, ndr.) c’erano 7 mila, dico ‘settemila’, persone in piazza per Di Maio (vicepresidente della Camera, ndr.) e meno di 500 per noi!”. “Rischiamo di perdere Venaria (comune alle porte di Torino, ndr.) e non è mai successo!”. A parlare così, l’altro giorno, due deputati del Pd: il primo è ovviamente sardo, l’altro, ovvio, torinese.

Al Nazareno sono preoccupati assai, a palazzo Chigi pure. Perché le Regionali sono andate bene, tutto sommato (5 a 2, come si sa), ma le comunali saranno tutto un altro film. Tra inchieste che squassano il Pd, romano e non (Mafia Capitale), scossoni al governo a causa dell’implosione dell’Ncd (richieste di impeachment per il sottosegretario Castiglione e il presidente della Bilancio al Senato, Azzollini), questione immigrati esplosa a livello europeo e timida ripresa economica che non riparte, al Partito come al governo si teme il contraccolpo dei ballottaggi.

Domenica 14 giugno, dopo il primo turno del 31 maggio, andranno al voto 68 diversi comuni, tra cui ben 11 capoluoghi di Provincia, quattro città sarde e tredici sicule. Gli ansiosi occhi del Nazareno sono quasi tutti concentrati su Venezia. Il senatore del Pd, ma ‘dissidente’, l’ex pm Felice Casson (38% al I turno), sfida il candidato del centrodestra Luigi Brugnano (28,5%). Ago della bilancia, a partire da qui, sarà proprio il voto degli elettori grillini. Infatti, se le altre liste di area centrodestra hanno già dato indicazione di votare per Brugnano, i pentastellati fanno i difficili (“Votiamo chi accetta i nostri cinque punti”), anche se, a naso, le loro preferenze vanno più per il civatiano sui generis Casson che per il ‘destro’ Brugnano: “E’ un mini Berlusconi che si dice renziano”, lo liquida Davide Scano (M5S), che in Laguna ha preso il 12%. La strada per Casson resta tutta in salita e, in ogni caso, dato che Renzi lo sostiene, sarebbe una sconfitta del premier perdere Venezia mentre veder vincere Casson non sarebbe una sua vittoria.
Poi, per il Nazareno, c’è la questione Calabria. Ieri è sceso in terra calabra persino il sottosegretario Luca Lotti ad assicurare che “in Calabria il Pd è unito per cambiare”. La verità è che il Pd calabro è saldamente in mano alla minoranza dem bersaniana. E’ stato infatti Mario Oliverio, che a Roma è un ‘protetto’ dell’ex organizzatore di Bersani, Nico Stumpo, a strappare la Calabria al centrodestra, un anno fa. Ma Oliverio “è imballato e sta facendo poco”, sospirano diversi deputati dem calabresi, a loro volta di sinistra o ex di SeL. Ecco perché il Pd teme, dopo aver vinto al primo turno solo a Vibo Valentia, di perdere le tre sfide in ballo nei comuni di Castrovillari, Gioia Tauro e Lamezia Terme.
Infine c’è la Sicilia. Lì vige, tanto per cambiare, la “corda pazza” di sciasciana memoria. A Enna il ras locale, Vladimiro Crisafulli, che definire ‘malvisto’ da Renzi è dire poco (prima lo ha escluso dalle liste per la Camera, poi gli ha negato il simbolo del Pd, etc.) parte in vantaggio sullo sfidante Maurizio De Pietro (41% a 24%), ma su questi è confluito, tra forti polemiche, proprio l’M5S (21%). Se vince Crisafulli ha vinto lui da solo, se perde ha perso , di fatto, pure il Pd. A Gela, che non è capoluogo, ma conta ben 76 mila abitanti, altro colpo clamoroso dei grillini: Domenico Messinese (M5S) è in testa (24,2%) contro il sindaco uscente, Angelo Fasulo (23,7%). Candidato dal Pd per sbaglio, Fasulo – voluto da Crocetta, ‘re’ e governatore in rotta con il Pd siculo retto da quel giovane ‘turco’, Fausto Raciti, in guerra con Crocetta da mesi – e’ forte, ma i grillini, che a sorpresa hanno incassato persino l’appoggio dell’NCD di Alfano (che, a livello regionale e locale, di solito governa con il Pd, non certo con i pentastellati…) sono convinti di farcela. “Per noi è Gela la finale di Champions League”, dicono, sperando nel colpo ‘gobbo’. Il Pd-Juve stavolta rischia grosso, a Gela come altrove.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina  del Quotidiano Nazionale il 13 giugno 2013.