NEW!!! “Pacchetto Colle”. Le consultazioni, le mosse di Mattarella, le tipologie di incarico, i precedenti storici e tante curiosità

Il “pacchetto consultazioni”, pubblicato sul sito Internet Quotidiano.net il 4 aprile 2018, contiene approfondimenti e sezioni speciali in forma estesa per i ’25 lettori’ del blog.

Transatlantico

La galleria fumatori del Transatlantico di Montecitorio

  1. Il nuovo round di consultazioni sarà il 12 e 13 aprile. Ancora a vuoto?

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fissato oggi il secondo round di consultazioni per giovedì 12 e venerdì 13 aprile di questa settimana. Il primo giorno sarà dedicato alle forze politiche. Tra i partiti, gli ultimi a salire al Colle, alle 18.30, saranno i 5Stelle. Prima sarà la volta della delegazione del centrodestra unito (Lega-FI-FdI) che rimarrà dunque nella casella già assegnata alla Lega al primo giro, prima ancora della delegazione del Pd e, all’inizio, dei gruppi minori (Misto e LeU).

 Venerdì il capo dello Stato vedrà le cariche istituzionali: i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, e il presidente emerito Giorgio Napolitano. Nella prima tornata di colloqui, il 4 e 5 aprile, Mattarella aveva sentito, invece, prima le due principali cariche dello Stato e poi i partiti.
E così, tra oggi e ieri il Capo dello Stato ha dato un primo segnale ai partiti. Con un certo anticipo, ben studiato, sulla tabella di marcia, prima ha scritto ai presidente di Camera e Senato, Fico e Casellati, per ricordargli che il Parlamento deve eleggere, in seduta comune, otto componenti (per Costituzione di designazione parlamentare) del Csm, il cui plenum verrà riunito l’8 e 9 luglio per eleggere i suoi 16 componenti togati (in totale, si tratta di 24 membri), e sarà presieduto dallo stesso Mattarella, proprio perché scade il mandato quadriennale del Csm. Il Parlamento, di solito, ci mette tempo per procedere a tali nomine e le divisioni tra i partiti per formare il governo non aiuteranno a facilitarne il compito. Per dirne un’altra, manca la nomina di un giudice della Consulta da oltre due anni (nel frattempo la Consulta ha cambiato ben due presidenti!), ma il Parlamento uscente non è mai riuscito a provvedervi.

Insomma, Mattarella ieri ha battuto un colpo. Il secondo lo ha suonato oggi, convocando il secondo giro di consultazioni che si apriranno al Colle giovedì 12 e venerdì 13. IAnche in questo caso, la pratica sarà sbrigata in meno di due giorni. Due le novità: il centrodestra si presenterà unito, in formato ‘Triplice Intesa’ (Berlusconi-Meloni-Salvini) e il gruppo Misto della Camera con un nuovo capogruppo perché Leu ha ottenuto, ieri, la deroga a costituirsi in gruppo autonomo, nonostante abbia solo 14 deputati (20 è il numero minimo consentito), in quanto simbolo presentato alle elezioni (fu concessa, nella scorsa legislatura, a FdI).

Il Capo dello Stato individuerà un premier e gli attribuirà un incarico per formare un governo, entro il fine settimana? Difficile. Più facile che anche il secondo giro vada a vuoto, ma Mattarella – per evitare la deprecabile immagine dello stallo e del vuoto istituzionale – potrebbe affidare, invece, un pre-incarico a una figura ‘terza’ (il nome più quotato è quello del presidente del Senato, Casellati) per sondare, questa volta attraverso consultazioni formali ma non del Capo dello Stato, ma di un presidente incaricato, i partiti e poi, appunto, tornare a riferire al Colle e a lui stesso.

La verità è che il mite, calmo e serafico Sergio Mattarella, sta iniziando a perdere la pazienza. Le trattative tra i partiti – sia sul fronte Lega-M5S o centrodestra-M5S, sia sul fronte M5S-Pd – sono ferme al palo, bloccate da veti reciproci e paralizzanti. Di Maio non recede dal proposito di essere lui il premier (Salvini, invece, sì), ma soprattutto non vuole alcun rapporto con Berlusconi e con la sua Forza Italia, tantomeno accettandone ministri e sostegno al suo governo (ma se si trattasse solo di un appoggio esterno, da parte di FI, o di ministri ‘di area’ o ‘tecnici’? Non si sa). Salvini non recede, almeno per ora, dal patto a tre siglato con FI e FdI: mantenere unito il centrodestra può prefigurare un incarico allo stesso Salvini (37% la percentuale del centrodestra unito contro il 32% del solo M5S), ma non vuole accettare un pre-incarico, con il rischio di ‘bruciarsi’, e tantomeno vuole accettare il dialogo e il possibile sostegno, a un suo governo, del Pd, ipotesi che FI accarezza. Il Pd non vuole scendere a patti con i 5Stelle, a meno che – forse – Di Maio rinunci alla premiership, ma non si capisce perché quest’ultimo dovrebbe rinunciare con Salvini e accettare di non fare il premier con il Pd… Inoltre, il Pd è spaccato al suo interno: l’Assemblea nazionale del 21 aprile potrebbe essere l’occasione per capire cosa vuol fare il Pd e se Renzi, oltre che i gruppi parlamentari, controlla ancora il partito, ma le timide aperture di pezzi del Pd ‘governista’ e ‘collista’ (nel senso di pronto ad accettare le pressioni del Colle, appunto) non bastano, per ora, a bilanciare la contrarietà di Renzi e dei suoi ad andare al governo, almeno non con i 5Stelle. Infatti, l’ipotesi – per ora fantascientifica, ma ‘mai dire mai’, potrebbe essere quella di un Pd che, per una volta unito, fa nascere (tramite le astensioni o uscendo dall’aula) un governo di minoranza a guida centrodestra (Salvini o, meglio ancora, una figura terza, meglio ancora se istituzionale, stile Casellati, appunto) su richiesta del Colle e trincerandosi dietro “il senso di responsabilità istituzionale”. Troppo presto per dirlo e, in ogni caso, tutti gli scenari sono aperti. Per ora tra i partiti il gioco è “a somma zero” mentre il Pd vive il dramma del “gioco del prigioniero” (un classico della “teoria dei giochi”: in soldoni, vuol dire che qualsiasi scelta fai sconti una pena…).

Il tempo, dunque, rischia di passare ancora inutilmente: il secondo giro di consultazioni, realisticamente, andrà a vuoto, forse non basterà neppure un terzo. Ora, è vero che Mattarella intende prendere, ancora per un po’, i leader e le loro bizze infantili (quelle che rispondono al famoso slogan ‘politico’ del bambino che urla “il pallone è mio e ci gioco solo io!”) per sfinimento. Condurre un secondo, e di certo anche un terzo, giro di consultazioni, infatti, vuol dire far passare (anzi: far correre) le due settimane che ci separano dalla fine di aprile mentre ancora si sta girando il film “Gran Ballo Quirinale”. E vuol dire arrivare ai primi di maggio senza aver attribuito ancora alcun incarico ‘politico’ per formare un governo, se non, forse, un pre-incarico a una figura istituzionale (la presidente del Senato Casellati è il nome più quotato), ma destinato a finire sostanzialmente nel nulla, oltre che a relazionare il “nuovo” (?) stato dell’arte al Capo dello Stato. Compiere questa mossa può servire, a Mattarella, per chiudere anche formalmente le due ‘finestre’ ancora aperte per un voto anticipato a giugno. Infatti, per votare il 17 giugno bisognerebbe sciogliere le Camere entro il 2 maggio (dai 45 ai 70 il termine per indire i comizi elettorali), per andare alle urne il 24 giugno (quando si terranno i ballottaggi delle amministrative, primo turno il 10 giugno) non si può scavallare il 9 maggio. Insomma, subito dopo il ‘mega-ponte’ festivo, compreso tra il 25 aprile (Festa della Liberazione) e il I maggio (Festa dei lavoratori), i partiti e i loro leader, per quanto recalcitranti, dovranno per forza di cose acconciarsi a dar vita a un governo. Politico o, se non ci riusciranno, di scopo, istituzionale, di responsabilità. Ma è anche vero che Mattarella vuole – e chiederà ai partiti – risposte concrete e urgenti alle domande che già ha fatto loro nel primo giro di consultazioni: quale maggioranza pensate di riuscire a formare in Parlamento, con quali numeri? A chi pensate per la figura del premier? Sorretto da quali forze politiche? E con quali programmi per il Paese? A tali domande i partiti sono chiamati e tenuti a rispondere.

2. Aprile, il più crudele dei mesi… (repeat)

Aprile, il più crudele dei mesi, come diceva il Poeta (Thomas Eliot), è anche il mese in cui si sono aperte le consultazioni al Colle per la formazione di un nuovo governo, dopo il risultato politico delle elezioni del 4 marzo e i primi atti ufficiali delle nuove Camere e cioè della XVIII legislatura. Legislatura già partita, in realtà, con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, e la composizione degli uffici di presidenza che ha visto l’elezione di quattro vicepresidenti, tre questori e otto segretari d’aula rispettivamente per ogni Camera per un totale di 30 incarichi che servono a far partire la macchina istituzionale delle Camere. Ma se le Camere hanno iniziato a funzionare e nonostante la nostra sia una democrazia parlamentare in cui il governo risponde al Parlamento tramite il voto di fiducia, un governo – come la serva di Totò – ‘serve’. Senza un governo e senza che si formi una dialettica tra una maggioranza e una (o più) opposizioni, le stesse Camere non sono in condizione di lavorare (le commissioni parlamentari, ad esempio, non possono partire, né nominare i loro membri né nominare i loro presidenti). Nel 2013 l’allora Capo dello Stato Napolitano nominò, proprio per ovviare a questo inconveniente causato dal protrarsi delle consultazioni che vedevano l’incrociarsi della crisi di governo con l’elezione di un nuovo Capo dello Stato (che fu sempre lui…), due commissioni ‘speciali’. La prima (una alla Camera e una al Senato) per scrivere e varare il Def e una seconda, ancora più ‘speciale’, di 40 membri e presieduta dal senatore Gaetano Quagliariello per approntare una riforma della Costituzione, anche se tra i forti dubbi dei costituzionalisti sulla sua validità perché simile, nei fatti, a una Bicamerale per la riforma della Costituzione ma senza la prassi ordinaria per istituirla.

In ogni caso, le consultazioni al Quirinale, che storicamente si tengono nell’ufficio del Capo dello Stato e vedono poi, una volta uscite le delegazioni, delle brevi comunicazioni dei partiti e gruppi convocati nel magnifico studio della Vetrata, sono iniziate il 3 aprile e seguiranno, ogni volta, un rigido calendario, già scandito e diffuso, il 29 marzo, da un comunicato del Colle. Il secondo giro di consultazioni, come già detto, si terrà il 12 e il 13 aprile 2018.

 

Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Non c’è nulla di scritto, nella Costituzione, sulle consultazioni, solo le consuetudini ne regolano lo svolgimento. Ecco le principali.

3. Consuetudine più che regole: le consultazioni e il calendario del Colle. 

Un’antica consuetudine, peraltro non sempre rispettata nella storia repubblicana, cioè dal 1946 ad oggi, prevede di aprire le consultazioni ascoltando i presidenti delle Camere e il presidente emerito della Repubblica (notare che dall’elezione bis di Giorgio Napolitano, nel 2015, in poi, si tratta di non solo di un presidente emerito, ma di un ex Capo dello Stato bis…), poi di passare ai gruppi parlamentari, con moto ascendente, cioè dal più piccolo al più grande secondo la loro consistenza numerica.

Da notare che la consistenza dei gruppi parlamentari, regola aurea per decidere chi sale prima e chi dopo al Quirinale, è data dalla loro somma algebrica nelle due Camere e non dal fatto che un gruppo sia più forte in una Camera oppure nell’altra.

La presenza, alle consultazioni, oltre che dei capigruppo, di leader non eletti in modo democratico e formale nelle loro rispettive formazioni politiche, è una pratica invalsa solo dalla II Repubblica (1993). In tempi recenti Grillo nel 2013 è salito con i capigruppo di M5S; Berlusconi lo farà con FI.

Nella I Repubblica (1946-1992), infatti, salivano al Colle, con i capigruppo, i segretari di partito e/o i presidenti degli stessi partiti. Si trattava sempre di cariche elettive e, di solito, sempre (o quasi) di parlamentari mentre nella II Repubblica si è trattato anche di figure non elette e/o di non parlamentari.

Il Quirinale ha diffuso, si diceva, il calendario delle consultazioni. Nel caso che se ne debbano fare altre, che viene detto un nuovo ‘giro’,  cambieranno i giorni, ma non l’ordine di apparizione dei vari gruppi. Ecco la tempistica ufficiale.  Il primo ‘giro’ di consultazioni si è tenuto mercoledì 4 aprile e giovedì 5 aprile. Il secondo ‘giro’ si terrà tra giovedì 12 aprile e venerdì 13 aprile. Si può, in teoria, andare avanti all’infinito… Ci potrebbero volere, in ogni caso, dei mesi (forse uno, forse due) per vedere la nascita di un nuovo governo. Di certo il mese di aprile se ne andrà via solo per le consultazioni e un nuovo governo potrebbe non giurare che a maggio. Abbastanza in avanti, dunque, per chiudere la finestra elettorale di giugno (il 10 giugno andranno al voto più di 700 comuni italiani, ballottaggi il 24 giugno) perché – dopo di allora – sarà impossibile andare di nuovo a votare prima dell’estate. Quindi, anche per un possibile e non auspicabile voto anticipato se ne parlerebbe a ottobre. Tra le altre date – non istituzionali, ma ‘politiche’ – da tenere presenti, ci sono le elezioni regionali in Molise, fissate per il 22 aprile, e quelle in Friuli-Venezia Giulia (29 aprile). Ma torniamo al calendario del primo ‘giro’ di consultazioni.

Mercoledì 4 aprile, sono saliti i presidenti del Senato (Casellati), alle ore 10.30, e della Camera (Fico) alle 11.00. Alle 12.30 il presidente emerito Giorgio Napolitano. Tutti e tre torneranno al Colle venerdì 13 aprile.

Sempre mercoledì 4 aprile, alle ore 16, è stata la volta del gruppo Autonomie del Senato. Si tratta di un gruppo ‘speciale’ presente, storicamente, solo a palazzo Madama. Conta, in questa legislatura, otto senatori, il capogruppo è Jiuliane Unterberg (Svp) in rappresentanza della Svp. Ne fanno parte Gianclaudio Bressa (ex Pd), Napolitano (che però è già andato al Colle da solo in qualità di presidente emerito), Pierferdinando Casini, la senatrice a vita Elena Cattaneo. Il gruppo ha avuto la dispensa a restare sotto soglia (10 senatori il minimo in base al nuovo regolamento del Senato) perché rappresenta le minoranze linguistiche.

Alle ore 16.45 è arrivato il Gruppo Misto del Senato e alle 17.30 il Gruppo Misto della Camera. Il gruppo Misto della Camera è composto da 22 deputati ed è stato presieduto, fino al 10 aprile, da Federico Fornaro (LeU): comprende 4 deputati delle minoranze linguistiche; 3 di +Europa; 2 di Insieme; 2 di Civica e popolare; 4 di Noi con l’Italia-Udc; 5 ex M5S. Il gruppo Misto comprendeva 14 deputati di Leu i quali, però, martedì 10 aprile hanno ottenuto la deroga dagli uffici della Camera per costituire un gruppo autonomo pur stando sotto la soglia di 20 deputati in quanto simbolo presentato alle elezioni ed hanno eletto presidente Federico Fornaro.

Il gruppo Misto del Senato è composto da 12 senatori, è guidato da Loredana De Petris (LeU) e comprende 4 senatori di Leu; 1 di Insieme; 1 di +Europa; 2 ex M5S; 2 senatori a vita (Monti e Segre, l’ultima senatore a vita nominata nel 2018 da Mattarella). Al Senato, LeU dovrà restare nel Misto: il nuovo regolamento del Senato non permette, in ogni caso, la costituzione di gruppi autonomi sotto i 10 senatori.

Alle 18.30 di mercoledì 4 aprile l’ultimo incontro del giorno è stato con i gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia (50). Il partito guidato dal deputato Giorgia Meloni, presidente di FdI, conta su 32 deputati e 18 senatori. I capigruppo sono Fabio Rampelli (Camera) e Stefano Bertacco (Senato) che andranno senza la Meloni.

Giovedì 5 aprile si sono riaperte le consultazioni al Quirinale. Il primo gruppo, quartultimo nell’ordine di salita al Colle, è stato quello del Pd alle 10. Il Pd, infatti, con 163 parlamentari (111 i deputati e 52 i senatori) è il IV partito per consistenza numerica: ha eletto come capigruppo Andrea Marcucci (Senato) e Graziano Delrio (Camera). Sono saliti al Colle accompagnati dal segretario del Pd, il deputato Maurizio Martina e dal presidente del partito, Matteo Orfini. Non ci sarà invece il senatore ‘semplice’ Matteo Renzi, che dalle sue dimissioni non ha più cariche nel Pd.

Alle ore 11.00 è stata la volta dei gruppi di Forza Italia. I capigruppo di FI al Senato (Annamaria Bernini) e alla Camera (Mariastella Gelmini) rappresentano 104 deputati e 61 senatori per un totale di 165 parlamentari. Il presidente del partito, Silvio Berlusconi (su cui pende ancora la causa di non eleggibilità ex legge Severino) andrà al Colle insieme ai capigruppo. Da notare che, al Senato, i 4 eletti di Noi con l’Italia- Udc sono entrati nel gruppo di FI, alla Camera no (stanno nel Misto). Non è salito al Colle anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani (sarebbe stata una prima volta assoluta per una carica istituzionale europea pari di rango a un Capo di Stato!) ma Berlusconi potrebbe nominarlo vicepresidente di Forza Italia e dunque ammetterlo alle consultazioni. Il cerimoniale del Colle, infatti, è molto rigido: possono salire al Quirinale solo cariche di partito elettive.

Alle ore 12.00 è toccato ai gruppi della Lega. Il senatore Matteo Salvini, segretario della Lega, è salito al Colle con i due capigruppo Gian Marco Centinaio (Senato) e Giancarlo Giorgetti (Camera). La Lega conta su 125 deputati e 58 senatori per un totale di 183 parlamentari.

Infine, alle ore 16.30, le consultazioni si sono completate con i Gruppi di M5S. I capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) sono saliti al Colle accompagnati dal leader e candidato premier dei 5Stelle, il deputato Luigi Di Maio. M5S conta 222 deputati e 109 senatori, in totale 331 parlamentari.

Per quanto riguarda il nuovo (il secondo) giro di consultazioni, i gruppi minori (Autonomie Senato, Misto Senato e Misto Camera, LeU) saliranno al Colle giovedì 12 aprile, in mattinata. Nel pomeriggio andranno al Quirinale i gruppi maggiori: Pd, centrodestra unito (in teoria Lega+FdI-FI hanno molti più parlamentari, 398, del M5S, che ne conta 331, ma salirà comunque come penultimo gruppo) e, infine, l’M5S. Venerdì 13 aprile toccherà ai presidenti di Camera e Senato, Fico e Casellati, e al presidente emerito Giorgio Napolitano.

4. La pausa di riflessione (un’altra…) e il conferimento dell’incarico.

Venerdì 6 aprile è stata, per il Capo dello Stato, una giornata cosiddetta “di riflessione” e tale sarà anche il prossimo weekend, quello del 14 e 15 aprile. Ascoltati tutti i gruppi e le forze presenti in Parlamento, sulla base dei programmi, degli eventuali accordi politici e soprattutto dei numeri necessari a godere di una base parlamentare (la Repubblica italiana è una repubblica parlamentare: è il Parlamento che dà la fiducia al governo, quindi nessun governo può nascere senza la fiducia e, in teoria, solo il Parlamento può battere un governo, sfiduciandolo, anche se, ovviamente, di crisi cosiddette ‘extraparlamentari’, cioè non dovute a una mancata fiducia, sono pieni gli annali della storia patria…) che gli verranno sottoposti, Mattarella rifletterà sulle prossime mosse da compiersi. Ma prima di decidere ‘se’ conferire un incarico per formare un governo e a ‘chi’, il Capo dello Stato, di fronte al complicarsi della situazione politica, sempre più ingarbugliata, ha deciso di aprire, dopo qualche giorno di pausa, un nuovo giro di consultazioni, senza conferire nessun incarico perché non convinto dai propositi delle forze politiche, specialmente se – come è in questo caso – nessun partito gode, come base di partenza, della maggioranza in nessuno dei due rami del Parlamento.

Un altra data importante da segnare sul calendario era quella di martedì 10 aprile. Entro quella data, infatti, il governo Gentiloni (dimissionario ma in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, come recita la formula classica) doveva varare il Def (Documento di programmazione economica e finanziaria, di durata triennale, base per la futura manovra economica d’autunno, che deve prevedere il ciclo tendenziale dell’economia italiana), ma la UE ha concesso all’Italia un paio di settimane di proroga, chiudendo un occhio, proprio a causa della crisi di governo in atto. Il varo del Def deve arrivare, però, dopo aver ottenuto il parere obbligatori delle due commissioni ‘speciali’ competenti sull’economia, quelle Bilancio e Finanze di Camera e Senato (40 deputati e 27 senatori), che devono lavorare per votare un documento comune all’unanimità, oppure a maggioranza, dei loro componenti. Al Senato è stato eletto presidente Vito Crimi (M5S), alla Camera ??? Francesco Boccia (Pd), presidente uscente, o Giancarlo Giorgetti (Lega). Il Def, infine, va approvato dalle Camere e, per forza, a maggioranza assoluta (50%+1 dei voti) entro il 15-30 aprile al massimo per essere poi inviato e vidimato a Bruxelles da parte della commissione Ue entro la fine di maggio.

5. Incarico pieno, pre-incarico o incarico esplorativo?

Il tipo di incarico che il capo dello Stato vorrà conferire (pieno, esplorativo o pre incarico) sarà noto solo alla fine dell’ultimo giro di consultazioni. Nella scelta il Capo dello Stato ha piena libertà di manovra, può indicare personalità politiche o non politiche, parlamentari o non parlamentari, figure espressioni di una forza politica, di un’area politica o tecnici. Va ricordato che il Capo dello Stato non può sindacare un programma di governo, ma può chiedere e ottenere che a) la base parlamentare del futuro governo sia solida; b) i programmi e le alleanze di governo siano chiari; c) che i ministri del governo corrispondano a dei particolari criteri per il ruolo a loro prescelto perché spetta a lui il ruolo di controfirma della lista dei ministri oltre che della nomina del presidente del consiglio (art 92 e 93 Cost.).

Ma vediamo le tre fattispecie classiche di un possibile incarico di governo.

Il pre-incarico. Serve per verificare, da parte di un leader politico, se è capace di trovare una maggioranza atta a formare un governo. Il presidente del consiglio pre-incaricato deve tornare a riferire al Capo dello Stato se ha trovato una maggioranza parlamentare ed è quest’ultimo che decide, in modo insindacabile, se trasformare il pre-incarico in un incarico pieno. In sostanza, il presidente pre-incaricato non giura né compone la lista dei ministri. E’ il Capo dello Stato e non lui a sciogliere l’eventuale riserva. Precedenti. Il pre-incarico affidato da Napolitano a Pierluigi Bersani nel 2013 per verificare la possibilità di trovare una maggioranza che il centrosinistra aveva solo nella Camera ma non al Senato. Il pre-incarico rimase tale.

L’incarico (o mandato) esplorativo. E’ un incarico che viene quasi sempre affidato a una personalità terza (di solito il presidente di uno dei due rami del Parlamento, preferibilmente quello del Senato, perché è la seconda carica dello Stato) al fine di esplorare nuove possibilità d’intesa che, durante le consultazioni, non sono emerse, ma che potrebbero emergere nei colloqui informali del presidente incaricato con un mandato esplorativo, con i partiti, e dopo riferire al Presidente che valuta il da farsi. L’incarico esplorativo on va confuso con il pre-incarico. Precedenti. La presidente della Camera, Nilde Iotti ricevette, nel 1987, da parte del presidente di allora, Francesco Cossiga, un incarico esplorativo (Fu la prima volta di una donna e la prima e unica volta di un esponente del Pci). Il presidente del Senato Franco Marini nel 2007 lo ricevette dal presidente Napolitano. Entrambi i tentativi fallirono.

L’incarico (o mandato) pieno. E’, ovviamente, la norma. O dovrebbe esserlo. La prassi costituzionale vede il presidente del Consiglio incaricato di formare un governo accettare l’incarico sempre “con riserva” per poi scioglierla e formare il governo che giura (prima il presidente del Consiglio, poi i ministri) nelle mani del Capo dello Stato e si presenta, dopo, al Parlamento per avere la fiducia. Una prassi che è stata interrotta una volta sola da Silvio Berlusconi nel 2008: forte della vittoria elettorale ottenuta, rifiutò la formula dell’accettazione “con riserva” e procedette subito alla nomina dei ministri, auto-concedendosi un incarico pieno, nonostante le proteste dell’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, riportando alla luce l’antico precedente del governo Pella che giurò nel 1954 senza riserva.

Una volta conferito l’incarico e formato il governo – che giura, come il presidente del Consiglio, anche se in due momenti distinti, nella mani del presidente della Repubblica – il nuovo governo deve chiedere e ottenere la fiducia delle Camere entro 10 giorni (termine tassativo ex art 94 Cost). Ove la ottenga, può iniziare a governare. Ove non la ottenga, il governo appena nato si dichiara ‘battuto’ e rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato, il quale procede a nuove consultazioni. Ma il Capo dello Stato prega anche, sempre per antica e consolidata prassi, il governo battuto nelle Camere, e quindi dimissionario, di restare in carica. La formula è sempre quella del “disbrigo degli affari correnti”. Sarebbe quindi quest’ultimo governo, anche se battuto, e non il governo Gentiloni (che è attualmente in tale condizione) a restare in carica fino a un nuovo governo o a nuove elezioni.


Einaudi

Luigi Einaudi presidente della Repubblica (1948-1955)

 

5. I precedenti, le formule e i tipi di governo nella storia repubblicana.

Precedenti, consuetudini e prassi costituzionale vengono consultati, in questi giorni, come sempre avviene in questi casi, dal presidente e dai suoi principali collaboratori che sono il segretario generale Ugo Zampetti (per 15 anni segretario generale della Camera), il consigliere Daniele Cabras (figlio dell’ex parlamentare Dc Paolo Cabras), che ha il compito di verbalizzare gli incontri, ma anche i cruciali consiglieri per la comunicazione Gianfranco Astori e Giovanni Grasso, il consigliere Simone Guerrini, etc. I precedenti sul tavolo del Capo dello Stato sono:

Governo della non sfiducia (1976-’78) o delle astensioni. Ci vollero due mesi di tempo per vararlo perché, dopo le elezioni politiche del 1976, nessuno aveva vinto o meglio, come disse Aldo Moro, teorico del “compromesso storico”, c’erano stati “due vincitori”, la Dc e il Pci che però mai, dal 1947 in poi, avevano governato insieme perché il Pci era sempre rimasto fuori dal governo (la cd. conventio ad exludendum). Dopo lunghe trattative nacque il III governo Andreotti (1976-1978). Fu, di fatto, un monocolore Dc con l’astensione di tutti gli altri partiti, PCI compreso per la prima volta, mentre i partiti che lo sostenevano – e cioè Dc, Pci e gli altri partiti costituzionali (tranne l’Msi, fuori dal cd. “arco costituzionale”, e Dp, Pr e Pli, all’opposizione) – facevano funzionare il Parlamento lavorando dentro le commissioni parlamentari che, mai come allora, ebbero e svolsero un ruolo cruciale. Anche il IV governo Andreotti (1978-1979, insediatosi il giorno del rapimento Moro, il 18 marzo 1978) vide la fattiva collaborazione del PCI, sempre attraverso le commissioni parlamentari e il suo voto su mozioni leggi e documenti, ma anche in questo caso senza la presenza di ministri del PCI. Il V governo Andreotti (1979) fu invece solo un governo di passaggio verso le elezioni. Presidente della Repubblica era Giovanni Leone (Dc).

Governo balneare. Tipici della Prima Repubblica nacquero e operarono solo in funzione di portare il Paese al voto perché privi di solide maggioranze e con la data delle elezioni di fatto già designata. Lo furono il I Governo Leone (1963) e il II governo Rumor (1969-70). Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat (Psdi).

Governo di minoranza. Sono stati governi, di solito a guida Dc, che venivano sistematicamente battuti in Parlamento per scelta dello stesso partito di maggioranza relativa che toglieva loro la fiducia quando venivano meno condizioni politiche concordate o per raggiungere equilibri più avanzati. Lo furono i governi Pella (1953), Tambroni (1960), Rumor (1970) sotto più presidenti della Repubblica.

Governo di scopo. Nasce per affrontare provvedimenti urgenti e impellenti come possono essere una nuova legge elettorale e/o una difficile manovra economica.

Il Governo Ciampi (1993-’94), con presenza di ministri su indicazione dei partiti, anche se di area, ne è l’esempio classico. Il presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro (Dc). Ha carattere politico e non va confuso col governo tecnico.

Governo tecnico. Viene varato in caso di impasse politica e di grave difficoltà economica e sociale del Paese come accadde durante la crisi economica del 1992-’93, per una rottura interna a una maggioranza politica (governo Berlusconi in crisi nel 1995) o dopo entrambi i fatti scatenantisi insieme come nella crisi finanziaria del 2011. Il Governo Dini (1995-’96) nacque su input di Scalfaro, dopo il crollo del I governo Berlusconi. Il Governo Monti (2011-2013) nacque su input del presidente Napolitano (Pd). Vede il sostegno attivo dei partiti in Parlamento ma senza ministri politici, solo tecnici. Il governo Amato (1992), pur sostenuto dai partiti con ministri indicati da essi, ebbe un profilo tecnico. Presidente della Repubblica era Scalfaro.

Governo del Presidente (della Repubblica). Premesso che la definizione in sé è un ossimoro perché il presidente della Repubblica non può, per Costituzione e per natura del suo mandato, guidare governi o anche solo, in teoria, ‘ispirarli’ in quanto garante dell’unità nazionale e della forma parlamentare (e non ‘presidenziale’) della Repubblica, lo furono di fatto, dei governi ‘del Presidente’ i governi Pella (1953-’54) e Zoli (1958-’59) sotto la presidenza di Giovanni Gronchi (Dc) e anche il governo Tambroni (1960) lo fu, in parte, eterodiretto come fu dal presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). Detti anche governi “amministrativi” o “governi d’affari” ebbero breve durata, ma soprattutto godettero della stretta vigilanza del Capo dello Stato. Vengono spesso confusi con il governo tecnico o balneare.

Governo delle larghe intese. Il governo Letta (2013-2015), pur dotato di un’ampia base parlamentare, può essere considerato, di fatto, anche un “governo del Presidente” perché nacque dopo il lavoro della commissione dei 40 saggi imposta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd) al Parlamento dopo la sua rielezione (2013) e soprattutto a causa dell’impossibilità di far partire la legislatura per l’impasse politica creatasi dopo le elezioni e la ‘non vittoria’ del Pd. Il governo Letta sarebbe però meglio definirlo “delle larghe intese” perché vide il Pd e FI, più i loro alleati minori, collaborare in modo fattivo al governo e con dei loro ministri. Il termine era stato già coniato in passato per i lavori della commissione Bicamerale sulle Riforme (1994-’95) e, in parte, per il fallito tentativo del governo Maccanico (1995) e la teorica nascita di un governo D’Alema che non vide la luce.

Governo di emergenza o di unità nazionale. Si tratta di governi squisitamente politici che vedono presenti, al loro interno, tutti i partiti dell’arco costituzionale (così venivano definiti i partiti nella I Repubblica, con l’esclusione dell’Msi, ma con l’inclusione del Pci), anche i più lontani tra di loro, i quali vi siedono con propri ministri per affrontare momenti storici particolarmente gravi e drammatici della vita nazionale. Lo furono il Governo Nitti-Salandra (1915-1919), in epoca pre-fascista, per affrontare la Prima Guerra Mondiale e la fase successiva alla Vittoria, ma lo furono anche i Governi di Cnl (1945-1947) che dovettero affrontare la fine della II guerra mondiale, la ricostruzione e poi accompagnare il percorso istituzionale e politico che portò l’Italia alla nascita della Repubblica e alla scrittura della Costituzione. Nel primo caso, in epoca pre-fascista, c’era ancora il Re Vittorio Emanuele III di Savoia (la Repubblica fu introdotta, in Italia, solo nel 1946 con un referendum istituzionale), nel secondo caso il Capo provvisorio dello Stato, fino all’entrata in vigore della Costituzione (1948), era Enrico De Nicola (Pli).


Pertini presidente

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

6. Curiosità, episodi e precedenti nella storia delle consultazioni al Colle.

I) Il ciclone Pertini. Il primo governo laico (Spadolini) e socialista (Craxi).

Nel 1979 l’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini (Psi), per evitare di andare a nuove elezioni (che poi, comunque, nel 1979 si tennero) e per tenere in vita la VII legislatura, convocò al Quirinale Giulio Andreotti (Dc), che era in carica con il IV governo Andreotti da marzo, in qualità di premier incaricato, ma insieme a Giuseppe Saragat (Psdi) e Ugo La Malfa (Pri) in qualità di vice-premier ‘designati’, ruolo non previsto nell’ordinamento e pratica mai invalsa fino ad allora (né mai seguita dopo Pertini). Pertini ricevette i tre esponenti politici in tre stanze separate facendo credere anche ai due vicepremier ‘designati’ che avrebbero potuto ricevere, l’uno o l’altro, l’incarico. Saragat si sfilò e rinunciò, quindi l’operazione saltò e il governo ‘a tre’ non nacque ma un V governo Andreotti che portò il Paese al voto.

Ma le due innovazioni per cui Pertini passò alla storia furono ben altre. Fu il primo presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana (l’unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo Parri, azionista, del 1947 era nato sotto la monarchia). Sempre nel 1979 diede l’incarico di formare il governo (ma senza successo) al segretario del Psi Bettino Craxi, suscitando grande scalpore ma preparando così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

Infatti, nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani (1980-1981) a causa dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò un esponente del Pri, Giovanni Spadolini, il quale presentò un governo di pentapartito il 28 giugno 1981. Fu una specie rivoluzione: a partire dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della Dc, partito che mantenne tale primato ininterrottamente per 35 anni.

Ma l’altra vera innovazione introdotta da Pertini fu il conferimento dell’incarico al primo socialista nella storia della Repubblica. Il giuramento del I governo Craxi, avvenne il 4 agosto 1983 e il suo governo di pentapartito durò fino al I agosto 1986, risultando il III governo più longevo nella storia della Repubblica. Infine, per due anni e per la prima volta nella storia d’Italia, furono socialisti sia il presidente della Repubblica (Pertini) che, appunto, il presidente del Consiglio dei Ministri (Craxi).

II) Cossiga e la crisi più lunga: nel 1989 nasce il VI governo Andreotti.

La crisi di governo più lunga nella storia della Repubblica fu quella della primavera del 1989 che, durante la X legislatura (1987-1991), portò alla nascita del VI governo Andreotti solo 64 giorni dopo le dimissioni del presidente del Consiglio precedente, Ciriaco De Mita, che era in carica dal 1987 quando si erano tenute le elezioni politiche. Le consultazioni furono tenute dall’allora presidente Francesco Cossiga (Dc). Il quale De Mita, peraltro, pretendeva dall’allora Capo dello Stato Cossiga una legittimazione costituzionale di un patto politico, quello della cd. ‘staffetta’ tra lui (allora leader della Dc) e Bettino Craxi, allora leader del Psi, che si sarebbero dovuti alternare al governo a ogni metà di legislatura. Il VI governo Andreotti, detto ‘di pentapartito’ perché sostenuto da un alleanza dei cinque partiti storici del centrosinistra (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi), sbloccò l’impasse e durò fino al 1991.

III) Scalfaro teleguida i governi Amato e Ciampi (1992-’94) sotto Tangentopoli.

Nel 1992 l’avvio della XI legislatura (in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994), per un totale di 722 giorni (si trattò della legislatura più breve, almeno fino a oggi, della storia repubblicana), fu drammatico. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (Dc), coincise anche in quel caso con l’inizio della legislatura, ma fu segnato dalla strage mafiosa di Capaci (25 maggio) in cui morirono Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta. Scalfaro, costretto a fare perno su una maggioranza parlamentare ancora composta dagli esponenti dell’allora quadripartito (Dc, Psi, Psdi, Pli, solo il Pri era all’opposizione) uscita dalle urne nonostante il ciclone di Tangentopoli fosse già in pieno svolgimento e le stragi mafiose in piena attività diede due incarichi per formare il governo, entrambi riusciti ma entrambi operanti in situazioni drammatiche. Il primo fu a Giuliano Amato, esponente del Psi che – dopo aver Scalfaro convinto il leader del Psi di allora, Bettino Craxi, a rinunciare a chiedere l’incarico di governo proprio perché il suo nome era già coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite – governò dal 1992 al 1993 affrontando sia i problemi di ordine interno (corruzione e stragi) che internazionale (crollo della lira, svalutazione e prelievo forzoso sui conti correnti). Particolare curioso delle consultazioni del 1993: Scalfaro pretese e ottenne che nessuno dei segretari di partito coinvolto in indagini o colpito da avviso di garanzia per Tangentopoli si presentasse allo studio alla Vetrata, falcidiando molto partiti…

Nel 1993, sempre sotto i colpi di Tangentopoli, il governo quadripartito Amato cadde e Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo governo a Carlo Azeglio Ciampi (1993-’94). Governo, quello Ciampi, che costituì due novità: fu il primo governo della storia della Repubblica a essere guidato da un non parlamentare (Ciampi era governatore di BankItalia) e il primo dal 1947 a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti (il Pds di Occhetto ne uscì dopo 24 ore perché la Camera negò l’autorizzazione alla richiesta di arresto per Craxi che si teneva proprio quel giorno) ma fu anche il governo che gestì il passaggio a una nuova legge elettorale, il Mattarellum, che varata nel 1993 sancì il definitivo superamento del sistema proporzionale puro che aveva caratterizzato la I Repubblica dal 1946 in poi.

IV) Scalfaro blocca Berlusconi sulla Giustizia: Previti non può essere ministro.

Quando, nel 1994, si tornò a votare e si aprì la XII legislatura, la vittoria a valanga di Forza Italia di Berlusconi scrisse una fine già segnata alla nascita del nuovo governo che nacque il 10 maggio 1994 e durò fino alle sue dimissioni del 22 dicembre 1994. Il I governo Berlusconi nacque con il sostegno di FI, Lega Nord, An, Ccd, Udc, e altri, ma il neo premier portò all’allora presidente Scalfaro, nella lista dei ministri, anche il nome del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, come ministro alla Giustizia (“Con lui mi sento più tranquillo” disse, candidamente, Berlusconi a Scalfaro). Ne seguì un burrascoso colloquio (Scalfaro prese l’abitudine, da allora, di registrare i colloqui al Colle durante le consultazioni) dopo Berlusconi spostò Previti alla Difesa. Un caso esemplare di quando un Capo dello Stato interviene sulla lista dei ministri, ma già Luigi Einaudi dettò letteralmente la lista dei ministri al governo Pella (1953).

V) Napolitano silura Berlusconi: lacrisi del 2011 e la nascita del governo Monti.

Il IV governo Berlusconi, nato all’insediamento della XVI legislatura, il 7 maggio 2008, il 60 esimo governo della storia repubblicana, aveva già battuto tutti i record di durata degli esecutivi più longevi (rimase il secondo più lungo, secondo solo a De Gasperi) quando – dopo la crisi valutaria e finanziaria sui mercati internazionali che coinvolse l’Italia nell’estate del 2011 e la rottura della maggioranza di centrodestra tra Berlusconi e Fini, che gli aveva tolto l’appoggio già alla fine del 2010, il governo cadde, alla Camera, sul voto sul Rendiconto generale dello Stato, mancando la maggioranza assoluta (315 voti). L’allora Capo dello Stato Napolitano prese al volo l’occasione per spingere Berlusconi alle dimissioni che ottenne il 16 novembre 2011. Napolitano fu il vero artefice e ‘creatore’ dell’esperimento del governo Monti, che egli stesso aveva provveduto a nominare senatore a vita, e che governò – sulla base di un accordo tra FI, Pd e partiti minori, con solo la Lega e l’Idv all’opposizione – fino alle elezioni politiche del 2013 con ministri solo ‘tecnici’ non indicati dai vari partiti.

VI) La ‘carica dei 101’. Il fallimento di Bersani, la rielezione di Napolitano e la nascita del governo Letta (2013): una crisi di governo durata ben 44 giorni.

Come molti ricorderanno, la legislatura appena conclusa, la XVII, si aprì nel caos. Si votò il 24 e 25 febbraio 2013, sulla base della legge elettorale detta Porcellum, poi dichiarata ampiamente incostituzionale dalla Consulta per l’abnorme premio di maggioranza che concedeva al primo partito o coalizione senza soglia di accesso, e la coalizione imperniata sul Pd di Bersani (Italia Bene Comune) ebbe la maggioranza dei seggi (340) solo alla Camera ma non al Senato per la difformità dei premi, che lì venivano dati su base regionale. Bersani ricevette, dal presidente Napolitano, il pre-incarico di formare un governo il 15 marzo e diede avvio alle sue consultazioni, ma una settimana dopo, il 22 marzo, dovette gettare la spugna. Napolitano congelò quel pre-incarico senza mai più ‘scongelarlo’, una prassi discutibile dal punto di vista della correttezza istituzionale. Subito dopo, però, le consultazioni al Colle si dovettero fermare per forza perché era scaduto lo stesso mandato di Napolitano e si dovette procedere all’elezione di un nuovo capo dello Stato, ma le bocciature – nel segreto dell’urna – prima della candidatura di Franco Marini e poi di quella di Romano Prodi (passato alla storia come “il complotto dei 101“) portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano (Pd), primo capo dello Stato ad essere eletto due volte alla massima carica dell’istituzione repubblicana. Solo il 20 aprile, dunque, Napolitano poté procedere ad aprire nuove consultazioni al Colle per formare un governo e solo dopo essersi assicurato il sostegno di Pd da una parte e FI dall’altra conferì, il 20 aprile, a Enrico Letta (Pd) l’incarico di formare un governo. Il governo Letta giurò nelle mani del Capo dello Stato bis il 24 aprile e nacque il 28 aprile, cioè ben 44 giorni dopo l’insediamento delle nuove Camere. Una crisi che fu molto lunga diede vita a due novità: la rielezione di Napolitano e la formula delle ‘larghe intese’. Formula che proseguì fino al 2015 quando arrivò al governo Matteo Renzi, che ebbe da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo che durò fino a dicembre 2016 quando fu invece a Mattarella, eletto nel 2015, conferire l’incarico a Gentiloni.


NB: Questo articolo è stato pubblicato, in parte, sul sito  di Quotidiano.net il 4 aprile 2018. Qui viene ripubblicato arricchito di approfondimenti e sezioni.

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Salvini e Di Maio, gemelli diversi. I due leader si piacciono, ma riusciranno a governare insieme? Centrodestra, fuga di FI verso la Lega

Pubblico due articoli usciti negli ultimi due giorni (26 e 27 marzo 2018) su Quotidiano nazionale. 

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  1. Salvini e Di Maio “gemelli diversi”. Si piacciono e si cercano molto, ma riusciranno a governare?

Ettore Maria Colombo – ROMA

 “Di Maio lo sento al telefono più volte della mia mamma”. E’ stato quando Matteo Salvini ha pronunciato – apposta perché tutti lo sentissero – questa frase che la sensazione di un feeling più che marcato tra i due leader si è tramutato in un dato di fatto. Telefonate, Sms, messaggini Whats App, magari qualche cuoricino e qualche faccina (gli emoticon). Dal 14 marzo, data della prima telefonata (almeno di quelle che sono state raccontate dai giornali, prima Quien sabe?), è stato un continuo: “Ciao Luigi, sono Matteo”. “Pronto Matteo, sono Gigi”. Fino al capolavoro finale, l’elezione dei nuovi presidenti delle Camere, con Berlusconi ricacciato nell’angolo, una ruota di scorta, e il Pd che non tocca palla. Certo, la strada per fare un governo insieme (con FI? Solo loro due? E il premier? Chi dei due la spunterà?) è tutta in salita, ma il rapporto di amicizia e stima ormai è saldo. Beppe Grillo ha suggellato il patto e celebrato le nozze: “Di Salvini ci si può fidare, è un uomo che rispetta la parola data” (Berlusconi non potrebbe dire lo stesso forse, anzi…).

Insomma, Luigi Di Maio (classe 1986, di Avellino) e Matteo Salvini (classe 1973, milanese) sembrano fatti apposta per intendersi. Uno trentenne, l’altro quarantenne, e il fattore generazionale conta, sono entrambi rottamatori, entrambi volitivi, come uomini e come leader, hanno una grande smania di prendere il Potere, la Stanza dei Bottoni. Sono anche, entrambi, molto e molto seriamente fidanzati. Certo, della compagna di Salvini, Elisa Isoardi, tutto si sa perché è un personaggio pubblico, un volto della tv, mentre della nuova compagna di Di Maio, Giovanna Melodia, nulla, tranne che è una giovane e bella grillina di Alcamo.

Come giudicare e misurare similitudini e attitudini tra i due? Massimiliano Panarari, esperto di comunicazione politica, snocciola diversi e ragionati punti convergenza: “Sono senz’altro i responsabili e gli artefici di una vera rottura generazionale e non solo per il dato anagrafico. Il tentativo di governare insieme sarà faticoso, produrrà un’alleanza instabile, ma hanno già ottenuto il risultato di aver riconfigurato il sistema politico. Salvini sta creando un centrodestra legaforzista e ne è egemone, Di Maio sta formando una nuova Balena… gialla”. “Sono entrambi populisti – continua Panarari – anche se uno è nettamente sovranista, Salvini, e l’altro più camaleonte. In politica sono entrambi putiniani, ma Salvini lo è in modo più radicale. Hanno impostato la loro ascesa sulla rottura con l’establishment: la loro fonte di legittimazione politica è il ‘popolo’ nel senso più indistinto del termine. Fanno uso massiccio di social network, non disdegnando le fake news. Infine, sul piano personale, sono entrambi due ambiziosi”. Il sondaggista Roberto Weber, presidente dell’istituto Ixé, si è fatto una opinione molto precisa: “La loro è la vittoria della ‘qualunquità’. Rappresentano entrambi – e le loro classi dirigenti al seguito ancora di più – l’esaltazione della gente qualunque che, dopo anni di ‘Casta’ (specie quella del Pd) insopportabile e insostenibile, finalmente può governare. Salvini ci mette un di più di popolanità, e pure di volgarità, Di Maio appare più istituzionale, ma tutto quello che gli sta intorno non lo è. In entrambi trovo un tasso di aggressività proprio dell’uomo della strada che, però, si ritiene educato e quindi non eccede, ma vorrebbe poter dire il suo ‘vaffa’”. Resta da vedere se il ‘vaffa’, pur diversamente modulato, da parte dei due leader, reggerà alla prova del governo.

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 27 marzo 2018 a pagina 3 di Quotidiano Nazionale


 

2. La Lega sta svuotando Forza Italia. Berlusconi ha deciso: i due capigruppo saranno due donne. 

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Silvio Berlusconi al Senato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Salvini ha issato la sua bandiera su Palazzo Grazioli”. L’impietosa analisi sullo stato comatoso in cui versa FI la tiene Denis Verdini, che del Cavaliere era un ascoltato consigliere. Il guaio è che le cose stanno proprio così. Forza Italia è un partito allo sbando. Dai territori del Sud se ne stanno per andare, armi e bagagli (cioè clientele) in parecchi. In Puglia è un fuggi-fuggi che neppure uno come Raffaele Fitto riesce a fermare. Persino in Sicilia, portatori di voti azzurri levano le tende per andare con la Lega (sic). Al Nord, i pochi azzurri rimasti si erano già ‘padanizzati’. Del governatore ligure Toti, che di Berlusconi è una sorta di nemico in casa, e del suo feeling con Salvini, si sa, ma ora anche in Friuli FI ha dovuto lasciare il passo alla Lega, che candida Fedriga. La minaccia di far saltare le giunte a guida Lega (Lombardia, Veneto, Liguria) è un’arma spuntata.

E se, nei territori, la prospettiva di una “Lega Italia” si fa sempre più vicina, a Roma le cose non vanno meglio. Sia nel caso di un governo giallo-verde Lega-M5S, sia che si trovi un accordo tra il centrodestra unito e i 5Stelle, la forza attrattiva della Lega verso i parlamentari azzurri non può che aumentare, grazie a poltrone e ministeri già in vista.

Ma al Berlusconi che perde peso e presa ogni giorno non passa mattina che pure la lettura dei giornali non gli procuri un dispiacere. Ieri, l’ennesimo sbotto d’ira. Ha dovuto leggere gli sfoghi dei suoi capigruppo di Camera e Senato. Romani dice “Silvio non è più il leader, non condivido le sue scelte”, Brunetta sbotta “E’ finita”. I due, inoltre, avrebbero osato l’inosabile: mandarlo a quel paese. Sia come sia, Romani si chiude in un’impenetrabile silenzio: non smentisce nulla, ha perso la gara a presidente del Senato, gara in cui ha creduto fino all’ultimo, e sta per perdere anche quella a capogruppo, anche se sembra che chiederà la conta. Al suo posto andrà, per ricompensarla, Annamaria Bernini, a meno che non prevalga Lucio Malan. Alla Camera Brunetta fa sapere, urbis et orbis, che non ha “alcuna intenzione di continuare a fare il capogruppo, un mestiere difficile e pericoloso”, ma lo dice perché sa di aver già perso anche quella partita. Una raccolta di firme contro di lui ha dovuto stopparla Berlusconi in persona. Al suo posto andrà Maria Stella Gelmini, con il giovane calabrese Roberto Occhiuto come vice. Si tratta, tuttavia, di nomi che sarebbero stati perfetti per trattare un governo di grosse koalition con il Pd, non un governo con Salvini e i 5Stelle. Intanto, escono un po’ di dichiarazioni – ma neppure tante (Gasparri, Ronzulli, Schifani) – di azzurri che ribadiscono la “centralità” di Berlusconi e di FI per il futuro governo. L’ufficio stampa della Lega smentisce, ma a tarda ora, che Salvini abbia mai chiesto al Cav di “fare un passo indietro nominando un suo reggente” per trattare meglio con M5S. Intanto Salvini spiega, via Facebook, che “il premier” lo indicherà il centrodestra, dettaglia il programma e fa capire che il nome prescelto è solo il suo. Il suo braccio destro, Giancarlo Giorgetti, lo dice a chiare lettere su La 7 (“L’incarico andrà a Salvini”) e avverte: “Molti eletti nei collegi condivideranno il suo programma”. Insomma, la Lega è pronta a spaccare tutti gli altri partiti, pure Forza Italia.

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 marzo 2018 su Quotidiano Nazionale


 

 

 

Il Pd fuori dai giochi. “Tocca a loro, punto”, il mantra di Renzi. La difficile partita interna sui nuovi capigruppo

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti dal 23 al 25 marzo sugli equilibri interni al Pd in merito alla partita dei presidenti delle Camere e della nomina dei capigruppo dem. 

 

  1. Il Pd all’opposizione, fuori da tutti i giochi. Renzi dice: “Facciano loro, punto”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Conclusione delle votazioni per il presidente della Camera. E’ Fico, applausi a scena aperta, poi i deputati di tutti i gruppi sciamano fuori dall’aula. I cronisti assaltano gli ingressi da dove escono i parlamentari di Lega, FI, M5S. Davanti all’ingresso dell’aula dove di solito esce il Pd, non c’è quasi nessuno. La scena intristisce. Il Pd “non tocca palla”: ha votato i suoi candidati di bandiera (Giachetti, che prende 102 voti, dieci in meno del gruppo dem, e Fedeli, che ne prende 52 su 53), non è stato mai in gioco sulle presidenze e i suoi parlamentari sembrano pugili suonati. Matteo Renzi, invece, sta al Senato e se la gode: saluta e scherza con Salvini, bacia la Ronzulli (FI), parlotta con i senatori che gli siedono vicino (Bonifazi, Marcucci, Parrini). Insomma, si diverte. Conia anche uno slogan che sembra un tweet:“Tocca a loro. Punto”, soggetto centrodestra e M5S. Il guaio è che ogni cosa che dice Renzi diventa un problema. Esordisce con un “Stanno decidendo i caminetti” che lui stesso, più tardi, asserisce essere riferito all’accordo Lega-M5S, ma quelli che, nel Pd, i caminetti li fanno per davvero la battuta la prendono malissimo. Dalla Camera, il segretario, Maurizio Martina, sbotta, stizzito e indispettito, “Caminetti? Si chiama collegialità”. Non parlano ma sbuffano anche gli altri big (Franceschini, Orlando) che hanno provato in tutti i modi a rientrare in partita, offrendo (e offrendosi) un patto sui presidenti, inutilmente, all’M5S. In serata, Orlando fa sapere che “nessun accordo è stato ancora sancito e quindi noi non avanziamo nomi”.

Non a caso, la partita interna al Pd è appena cominciata. I fronti aperti sono due. Il primo riguarda la nomina dei nuovi capigruppo di Camera e Senato. L’appuntamento è stato rinviato a martedì, quando le assemblee dei due gruppi (53 senatori e 112 deputati) dovranno decidere. All’unanimità o spaccandosi? I candidati di Renzi sono Lorenzo Guerini, ben visto anche dai franceschiniani, da Delrio e dalle minoranze, alla Camera, e Andrea Marcucci, renziano di ferro, al Senato. Solo che, con il passare delle ore, la situazione s’è incartata. Rosato, capogruppo uscente alla Camera, vorrebbe essere riconfermato, se continua l’impasse, ma per lui ci sarebbe un posto da vicepresidente, (uno su quattro al Pd gli spetta). Carica cui punta, però, anche l’orlandiana Pollastrini, che ieri già elogiava Fico. Al Senato, Marcucci potrebbe passare sia in modo unanime, in modo da mandare alla vicepresidenza un’altra orlandiana, Anna Rossomando, sia con la conta. I renziani (32 su 53) si sentono sicuri di vincerla al Senato come pure alla Camera, dove invece sono, con gli orfiniani, 73 su 112. Ma Guerini, che ha offerto a Renzi di fare un passo indietro per Delrio, spera e assicura che “la conta non servirà”. A sera, Orlando fa sapere che “non c’è alcun accordo su nessun nome, né sui capigruppo né su altre cariche”, parole di guerra.

Infine, la convocazione dell’assemblea nazionale che dovrà decidere chi guiderà il partito. Martina assicura che la data sarà fissata “alla fine delle consultazioni”, cioè a fine aprile, ma i renziani scalpitano. E, soprattutto, sempre più ostili e insoddisfatti di fronte a un Martina che, secondo loro, “gestisce male il partito ed ha un profilo scialbo” sono alla febbrile ricerca di un nome da opporgli o in Assemblea o alle primarie, se ci saranno. Richetti è troppo debole, Delrio sarebbe perfetto ma recalcitra, Renzi cerca un nome.

NB: Questo articolo è stato pubblicato 1l 25 marzo 2018 su Quotidiano Nazionale.  


 

2. Il Pd crede di poter tornare in gioco, ma dura poco. Il toto-nomi sui capigruppo.  

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Verso l’astensione, o meglio la scheda bianca. Tutto è in alto mare, per l’elezione dei presidenti delle Camere, e così il Pd torna in gioco e, specie da palazzo Grazioli, è cercato. I dem – convocati ieri alle 18 alla Camera per una riunione congiunta dei gruppi di Camera e Senato, presieduta dal segretario reggente, Maurizio Martina – decidono la svolta. Dopo aver rifiutato, per settimane, di discutere di nomi, Martina comunica la novità, sicuramente escogitata nel caminetto dei big della sera precedente, quello cui erano presenti tutti i vari big, comprese le minoranze, tranne i renziani. Prima il Pd accetta di sedersi al tavolo chiesto da Di Maio, tavolo che si è tenuto a sera inoltrata, con gli altri gruppi, poi Martina, uscendo dalla riunione, annuncia che la scelta è di “partecipare a un confronto che coinvolga tutti”. Da qui in poi, però, regna il mistero.

Per gli anti-renziani sono i renziani che vogliono votare Romani al Senato, nel segreto dell’urna, stante un patto stretto tra Lotti e Letta (Gianni). Per i renziani sono gli anti-renziani (Martina, Franceschini, Orlando, etc.) che vogliono votare un uomo di FI al Senato e, magari, un leghista alla Camera perché “non vedono l’ora di appoggiare un governo di centrodestra anche se non a guida Salvini, ma con a capo un Tajani”. Oggi si vedrà. La sola cosa certa è che il vero scontro interno, quello sul capogruppo del Senato (alla Camera il nome di Guerini è dato per sicuro), è stato solo rimandato. Zanda ha detto che non vuole un renziano, a nome di tutti gli anti-renziani. Renzi vuole invece sia Marcucci o, in alternativa, un altro renziano e toscano doc, Dario Parrini. In serata Renzi, via Enews, dice “Siamo tutti d’accordo: staremo all’opposizione” e poi fa il poeta: “credevano di averci seppellito e invece siamo semi”, ma sta parlando dei suoi.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2018 su Quotidiano Nazionale.


 

3. “Martina ci vuole fregare!”. Il grido di dolore dei renziani, assenti dal caminetto dei big. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
“Altro che gestione collegiale! Martina ci vuole fregare!”. I renziani doc – che dentro il partito perdono terreno ma che nei gruppi parlamentari sono ancora la maggioranza (32 al Senato, 50 circa alla Camera) – appena scoprono la notizia si fanno a dir poco furibondi. Maurizio Martina, segretario facente funzioni, ha convocato per la sera un vertice di tutte le aree del partito sulle prossime mosse da compiere, futuri assetti istituzionali (presidenti delle Camere) in testa a tutti. Alla riunione, che si tiene al Nazareno in tarda serata, partecipano, oltre a Martina, i capigruppo uscenti, Zanda e Rosato, il presidente del partito Orfini e il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini – i soli che i renziani ritengono ancora “leali” – i ministri Delrio e Franceschini, tessitore, con Gentiloni, di un Pd ‘a-renziano’, e i leader delle due minoranze interne, Orlando ed Emiliano. La presenza di quest’ultimo, che a Renzi ne ha dette di tutti i colori, viene vissuta dai suoi come un vero affronto, ma non che la presenza di Orlando venga vissuta molto meglio. Peraltro, Martina sapeva che Lotti e Boschi non sarebbero potuti essere presenti e l’assenza di Renzi – che continua a dire ai suoi che lui farà “il senatore semplice di collegio”, ma che oggi parteciperà all’assemblea congiunta dei gruppi – era scontata. Insomma, il vertice di ieri sera, uno di quei ‘caminetti’ che a Renzi hanno sempre fatto venir l’orticaria, è stata vissuta dai pasdaran renziani come uno schiaffo.
Detto questo, la riunione c’è stata e i big dem, ribadita la linea dell’opposizione a un governo centrodestra-M5S o Lega-M5S o Pd-M5S, si sono posti innanzitutto il problema del Grande Gioco istituzionale, i vertici delle Camere. La linea è quella del niet, ribadita con tanto di comunicato: “Il Pd non può partecipare a incontri i cui esiti sono già scritti. Se c’è già un accordo sulle presidenze da parte di qualcuno è bene che chi lo fa se ne assuma tutta la responsabilità”. Per l’alto scranno di Montecitorio il Pd è fuori dai giochi, al Senato i dem potrebbero dare una mano a Romani (FI), ma – spiega un big – “non ci stiamo a fare la Croce Rossa”. In ballo restano comunque ben trenta posti, tra vicepresidenze (quattro alla Camera e quattro al Senato), questori (tre e tre) e segretari d’Aula (otto e otto). Al Pd, secondo il ‘manuale Cencelli 2.0’, ne spetta il 20%. Ergo, due vicepresidenti (potrebbero essere Rosato alla Camera e Rossomando o Pittella al Senato), due questori e due segretari d’Aula. Ma il vero braccio di ferro in corso tra i dem, renziani e non renziani, si gioca sul fronte interno, quello dei capigruppo. Alla Camera il nome di Guerini non trova opposizioni. Al Senato, invece, quello di Marcucci – all’inizio vissuto come “di garanzia” anche dall’area Orlando – da giorni fa fatica a imporsi: gli sono stati contrapposti dalla Bellanova (peraltro renziana…) a Mirabelli e alla Pinotti (franceschiniani). A ieri Marcucci è il nome più forte, “ma se vogliono la conta – digrignano i denti i renziani doc – allora la faremo e il nostro candidato sarà Parrini, poi vediamo chi la vince”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 marzo 2018 sul Quotidiano Nazionale. 

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NEW! Il risiko e il toto nomi dei presidenti di Camera e Senato. Procedure, regole e strategie dei principali partiti attori della scena

Pubblico qui, rimaneggiando l’articolo uscito in precedenza sullo stesso argomento, un articolo che, già uscito nei giorni scorsi su @Quotidiano.net, verrà ripubblicato sul sito. Toto-nomi, schieramenti e posizioni cambiano di giorno in giorno, solo le regole sono sempre le stesse…

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ancora pochi giorni e sapremo.

Venerdì 23 marzo alle ore 10.30 al Senato e alle ore 11.00 alla Camera si aprirà la prima seduta inaugurale del nuovo Parlamento: 315 senatori (più sei senatori a vita) e 630 deputati per un totale di 945 parlamentari eletti, 951 considerando, appunto, anche i senatori a vita. Chi andrà a ricoprire i prestigiosi ruoli di presidenti di Camera e Senato? Le presidenze delle Camere saranno foriere di un accordo politico tra le maggiori forze politiche presenti in Parlamento in vista delle consultazioni per la formazione del governo o saranno solo ‘di garanzia’ tra di esse e, magari, concordate anche con l’opposizione (ad oggi, quella del Pd)? L’elezione dei nuovi vertici di palazzo Madama e palazzo Montecitorio segneranno lo sblocco della situazione politica o la sua ennesima impasse? E, infine, con quali regole e con quali tempi si eleggono i nuovi presidenti? Una cosa è certa: il prossimo week-end politico sarà decisivo. Le segreterie dei partiti politici sono al lavoro e, mentre il Colle vigila silente, e attende le decisioni altrui, i nuovi parlamentari scalpitano perché vogliono dire la loro. Partiamo, come è giusto che sia, dalle regole e poi cerchiamo di capire i possibili scenari che si possono aprire.

 

Sono arrivati i nuovi eletti per il primo giorno di scuola.

Da lunedì 19 marzo i 945 (630 deputati e 315 senatori) nuovi eletti grazie al voto degli italiani del 4 marzo 2018 hanno iniziato ad espletare le formalità burocratiche per diventare, a tutti gli effetti, parlamentari della Repubblica. Tesserini, badge, uffici (provvisori, per ora), una copia della Costituzione e una del Regolamento della Camera rispettiva, presa di confidenza (almeno per i neo-eletti) con i luoghi topos dei Palazzi (Transatlantico, Buvette, Corea, uffici vari, ma anche infermeria, barbiere, sala fumatori), regole di buona creanza da rispettare (giacca e cravatta al Senato, solo la giacca alla Camera, ovviamente per gli uomini), prima visita ai meandri di Montecitorio e palazzo Madama, avvicinamento di torme di assistenti parlamentari, uffici stampa, personale che vuole avere (o riavere) un posto, conoscenza dei famosi – e temuti – commessi in livrea. Ecco le prime incombenze dei nuovi deputati.  Compresa l’iscrizione ai rispettivi gruppi parlamentari, anche se per l’elezione dei rispettivi capigruppo, deputati e senatori dovranno aspettare la settimana ancora successiva. Quando, se mai si conoscesse già – ma non sarà questo il caso – ‘chi’, tra i partiti presenti in Parlamento, è in maggioranza e ‘chi’ all’opposizione si potranno formare anche le commissioni, sia quelle permanenti che  bicamerali e speciali.

Il Grande Esordio. Il 23 marzo si terrà la prima seduta ufficiale delle nuove Camere della XVIII legislatura. Alla Camera, a presiedere, ci sarà il vicepresidente uscente più giovane (Roberto Giachetti, Pd), al Senato il senatore più anziano, Giorgio Napolitano, sarà lui ad aprire la seduta. Si parte subito, dalle ore 10.30 al Senato e dalle ore 11.00 alla Camera con la prima votazione, quindi ecco le regole.

Le regole per eleggere i due Presidenti delle Camere.

A palazzo Montecitorio l’elezione del presidente dell’assemblea scatta, nei primi tre scrutini, solo se si raggiunge la maggioranza dei 2/3, poi serve quella assoluta. Ma leggiamo il regolamento della Camera: “L’elezione del Presidente ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei componenti la Camera. Dal secondo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti”. Insomma, senza un accordo ‘largo’ c’è poco da fare: l’elezione del nuovo presidente della Camera dei Deputati potrebbe rivelarsi una questione lunga e complicata.

A palazzo Madama, invece, nei primi due scrutini serve la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea. Se non si raggiunge tale quorum, però, tutto si fa più semplice: il giorno successivo, cioè il 24, alla terza votazione, basta la maggioranza assoluta dei voti dei presenti. Qualora non sia stata raggiunta si procede, lo stesso giorno, al ballottaggio tra i due candidati più votati, basta prendere un voto in più, a parità di voti, viene eletto il candidato più anziano di età. Ma leggiamo per esteso il Regolamento del Senato: “Il Senato procede alla elezione del Presidente con votazione a scrutinio segreto. E’ eletto chi raggiunge la maggioranza assoluta dei voti dei componenti del Senato. Qualora non si raggiunga questa maggioranza neanche con un secondo scrutinio, si procede, nel giorno successivo, ad una terza votazione nella quale è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti dei presenti, computando tra i voti anche le schede bianche. Qualora nella terza votazione nessuno abbia riportato detta maggioranza, il Senato procede nello stesso giorno al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto nel precedente scrutinio il maggior numero di voti e viene proclamato eletto quello che consegue la maggioranza, anche se relativa. A parità di voti è eletto o entra in ballottaggio il più anziano di età”. Traduzione: l’elezione del presidente del Senato, a differenza della Camera, non impone un accordo tra forze politiche. Al quarto scrutinio una forza politica che non ha conquistato la maggioranza assoluta dell’Assemblea può eleggersi da sola il presidente. Ricordiamo che il presidente del Senato è la seconda carica dello Stato, e in caso di impedimento del presidente della Repubblica, ne ha il compito di supplente.

I candidati a bordo pista dei principali partiti.

I 5Stelle sono risultati non solo il primo partito del Paese, ma anche il primo gruppo parlamentare sia alla Camera che al Senato (222 deputati e 112 senatori). I loro candidati in pectore sono Roberto Fico, esponente dell’ala ‘movimentista’ M5S, ma in ribasso, e soprattutto Riccardo Fraccaro, tra i fedelissimi del leader Di Maio, avvocato e protagonista della battaglia sui vitalizi nella passata legislatura. E’ girato con insistenza anche il nome dell’ex direttore di Sktg24, Emilio Carelli, ex volto Mediaset, che potrebbe vantare un buon rapporto con FI e Berlusconi. per la Camera, e quello di Danilo Toninelli, esperto di legge elettorale e neo eletto al Senato dopo essere stato deputato. La Lega è il primo partito dentro la prima coalizione uscita vincitrice dalle urne, il centrodestra, ma dopo pochi giorni già non è più il primo gruppo parlamentare della coalizione perché FI l’ha scavalcata al Senato. In ogni caso conta 124 deputati e 57 senatori. I candidati di Salvini sono solo due: Giancarlo Giorgetti, uomo ombra di Bossi prima e Salvini poi, ‘grande tessitore’ delle intese del Pdl che fu ma anche in buoni rapporti con il Pd, il Quirinale, le banche, i poteri. Ovviamente alla Camera, dove Giorgetti è stato eletto, ma la Lega, come pure il centrodestra, ha puntato tutte le sue carte sul Senato. Si parla anche di Massimiliano Fedriga, che doveva essere il candidato del centrodestra in Friuli, sempre per la Camera, ma la sua candidatura è di riserva. Al Senato si irrobustisce sempre di più la candidatura dell’ex avvocato di Giulio Andreotti (ma anche di Niccolò Ghedini) Giulia Bongiorno (ex esponente di Fli di Fini) mentre invece perde quota la candidatura di Roberto Calderoli, già vicepresidente del Senato, il cui nome è legato alla legge elettorale Porcellum, non più nelle grazie di Salvini. Terzo incomodo, tra M5S e Lega, è Forza Italia: aveva eletto 104 deputati e 57 senatori, che però sono diventati 61 perché i 4 eletti dell’Udc nelle liste di Noi con l’Italia hanno deciso di aderire, al Senato, al gruppo di Forza Italia. Ed è proprio al Senato che ha sperato a lungo di spuntarla il capogruppo azzurro uscente, Paolo Romani, uomo di fiducia di Berlusconi, ma che i pentastellati (e i leghisti) non vogliono. Nelle ultime ore, se il centrodestra (che conta, in ogni caso, come coalizione, sul gruppone più folto: 263 deputati, tre eletti all’Estero, e 137 senatori, due eletti all’Estero) troverà la famosa ‘quadra’ stanno salendo di molto le quotazioni di Annamaria Bernini, avvocato bolognese, riconfermata senatrice di FI. Infine, nel centrodestra, c’è anche Fratelli d’Italia della Meloni (32 deputati e 17 senatori) giocano di sponda più con Berlusconi e FI che con Salvini e la Lega, in questa fase.

Fuori dai giochi, invece, è il Pd (116 deputati, di cui quattro eletti all’Estero e sei non iscritti al Pd, e 57 senatori), di cui 2 eletti all’Estero e 5 non iscritti al Pd): il ministro Dario Franceschini ha sognato per un po’ di poter diventare presidente della Camera, ma i voti dem, al massimo, potrebbero andare al candidato azzurro (Romani?) al Senato per far saltare i giochi in corso tra M5S e Lega.

Gli ‘altri’ e i seggi ‘fantasma’.

A completare il quadro, ci sono le minoranze linguistiche di Trentino e Val d’Aosta, (tre al Senato e cinque alla Camera, i 14 deputati e 4 senatori di Leu di Pietro Grasso, sei senatori a vita (solo al Senato, ovviamente) e…

…E, causa un ‘baco’ presente nella legge elettorale con cui si è votato, il Rosatellum, 10 seggi NON ancora attribuiti alla Camera e uno al Senato. Seggi che solo la Giunta per le Elezioni delle due rispettive Camere, quando si riunirà, potrà attribuire in via definitiva e finale. In sostanza, però, mentre per i dieci seggi mancanti della Camera si terrà conto delle proclamazioni – parziali – delle corti d’Appello, per il seggio mancante del Senato (il caso riguarda il M5S in Sicilia) non c’è niente da fare perché l’attribuzione dei seggi avviene su base regionale e solo la Giunta per le elezioni, quando si riunirà, potrà decidere a chi spetta… Subito dopo l’elezione dei presidenti, si costituiranno anche i gruppi parlamentari dei vari partiti e inizieranno a costituirsi anche le diverse commissioni parlamentari, anche se per completare quest’ultimo atto – fondamentale per far partire la ‘macchina’ del Parlamento – bisognerà prima sapere chi andrà al governo e chi all’opposizione…

I giochi a incastro tra i partiti e la ‘partita doppia’.

Le presidenze delle Camere potrebbero costituire una ‘base d’asta’ ragionevole per la formazione del futuro governo o potrebbero risultare solo come segno di presidenze ‘di garanzia’ per entrambi i rami del Parlamento, ma di certo il ‘chi va dove’ sarà comunque decisivo per i futuri equilibri. In sintesi, le posizioni dei principali partiti sono queste. Dentro il M5S si parte da un presupposto: il partito uscito vincitore dalle elezioni ‘deve’ avere la presidenza di una delle due Camere e i pentastellati vogliono Montecitorio. La Lega sembra disposta a concedere loro questo primato (Berlusconi, invece, no, e Fd’I neppure), il Pd anche. Invece, dentro il centrodestra, regna ancora il caos. Salvini reclama per sé la presidenza del Senato, ma anche l’incarico a premier. Berlusconi vuole per sé l’alto scranno di palazzo Madama e la Meloni è sulle stesse posizioni anche se Fd’I lancia la candidatura ‘di bandiera’ della Meloni alla Camera. FI potrebbe cercare, almeno al Senato, un colpo di mano: eleggere un proprio nome con i voti del Pd, ma il Pd ci sta? Ancora ‘suonati’ dalla sconfitta, con Martina reggente e con Renzi, per ora, eclissato ma dentro i gruppi parlamentari, composti per lo più da renziani, ancora forte e determinante – il Pd è tentato da un lato di giocare di sponda con FI e, dall’altro, di mettersi all’Aventino, all’opposizione e… basta.  Come suol dirsi, i prossimi giorni saranno quelli decisivi. Eletti i due presidenti (entro il 27 marzo), dal 2 aprile inizieranno le consultazioni al Quirinale. Tutt’altra partita.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su @Quotidiano.net il 20 marzo 2018. 


Salvini e Di Maio. segnali di fumo su presidenze delle Camere e governo. Mattarella per ora tace, ma farà delle consultazioni ‘al ralenty’

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

Pubblico qui due articoli usciti negli ultimi due giorni su Quotidiano Nazionale che riguardano i rapporti tra le principali forze politiche in vista dell’elezione dei presidenti delle Camere e delle consultazioni. 

 

 

 

  1. Salvini e Di Maio accelerano e intensificano incontri e telefonate. Mattarella osserva, per ora scettico. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Salvini che telefona a Di Maio per accordarsi sulle cariche. Berlusconi che litiga con Salvini. Il Pd che si mette ‘a disposizione’ di Mattarella ma che riceve a sua volta, via Martina, da Salvini un’altra telefonata in cui il leader leghista spiega, come farà anche a Grasso, leader di Leu, che “il Parlamento deve essere operativo al più presto”. La giornata politica ieri ha segnato un’improvvisa e inattesa accelerazione. Forse persino al Colle è venuto mal di testa.
Il leader della Lega, Matteo Salvini apre ai 5Stelle (“Esclusa una collaborazione con il Pd tutto è possibile”), anche se sostiene di farlo a nome dell’intero centrodestra. Poi, in più, nel pomeriggio telefona direttamente a Di Maio: in teoria, solo per trovare un accordo sulla presidenza delle Camere, ma è impensabile che i due non abbiano parlato anche del futuro governo. Dal canto suo, il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio, dimostra sicumera assicurando che “Impiegheremo meno rispetto ai tempi che ha impiegato la Germania per formare il governo”. Sarà così per davvero?

Ma la telefonata Di Maio-Salvini è il preludio di un’intesa? Certo è che potrebbe sbloccare in modo rapido e indolore almeno la pratica dell’elezione dei presidenti delle Camere: Giancarlo Giorgetti, vero numero due di Salvini, alla Camera e Danilo Toninelli al Senato i nomi più gettonati, anche perché la seconda scelta di Salvini, Roberto Calderoli, potrebbe creare, per polemiche passate, più di qualche imbarazzo al Colle.
A fare da vasi di coccio tra i vasi di ferro ci sono i due sconfitti nelle urne. Berlusconi prova, dopo aver fatto inutilmente la corte al Pd, a respingere l’amaro calice che gli offre Salvini (“Aprire ai 5Stelle? Sì, per cacciarli fuori”) ma costretto a fare, furibondo, buon viso a cattivo gioco, con il rischio di veder svanire tutte le poltrone che contano.
Il Pd, invece, si è già assestato su una linea che suona come una litania: ‘tutto-quello-che-dice-il-Colle-ci-va-bene”. Il coordinatore della segreteria dem (e ormai in buon predicato di diventare capogruppo alla Camera del Pd), Lorenzo Guerini, mette uno stop alle avances di Berlusconi (“L’ipotesi di un appoggio del Pd a un governo di centrodestra è fantapolitica”), ma l’area dei ‘responsabili’, rispetto le richieste che, prima o poi, farà ai dem Mattarella, si allarga a vista d’occhio. Si va dal neo-segretario Martina al ministro Delrio, dal leader di minoranza, Orlando, al capofila dei non renziani di maggioranza, Franceschini, che ieri ha proposto, in un’intervista, “la legislatura costituente”.

Ma cosa intende fare, davanti a tutti questi ‘giri di valzer’, il Capo dello Stato? Ha poche certezze, ma tutte granitiche. La prima è che non manderà mai il Paese al voto senza che il Parlamento abbia riformato una legge elettorale, quella attuale, il Rosatellum, che è solo un pallido e pasticciato ricalco della legge che porta il suo nome, il Mattarellum.
La seconda è che non solo bisogna approntare, entro il 10 aprile, il nuovo Def, di portata triennale, ma che, entro il 15 ottobre, va licenziata e spedita a Bruxelles, per farsela bollinare, la nuova manovra economica. Al Def ci sta lavorando il ministro all’Economia, Padoan, ma l’approvazione delle nuove Camere, in presenza o anche in assenza di un nuovo governo, è decisivo per il suo varo. Potrebbero essere due commissioni ‘speciali’ (accadde nel 2013 quando il governo Monti, ancora in carica, e prima che nascesse quello Letta, di lunga gestazione, mandò il Def alla Ue), in assenza delle commissioni ordinarie, a doverlo approvare. Morale: al Colle sono convinti che 1) un governo ci sarà; 2) prima di un anno (aprile 2019) non si può tornare a votare. Se poi nascerà un governo ‘politico’ sull’asse M5S-Lega o un governo ‘istituzionale’, cioè di tutti, sarà scelta dei partiti.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 15 marzo 2018.


 

2. Mattarella e le consultazioni ‘al ralenty’. Se non c’è nessun governo, si farà un governo di tutti…

Ettore Maria Colombo – ROMA

Nessun governo istituzionale e/o elettorale aperto a tutti e nessuna paura di tornare al voto, anzi. La coppia Salvini-Di Maio parla all’unisono, neanche si fossero messi d’accordo. Inoltre, sembrano a un passo dall’accordo sullo ‘scambio’ per la presidenza delle Camere, magari con Toninelli o Crimi (M5S) al Senato e Giorgetti (Lega) alla Camera (oppure, al contrario, piazzando Calderoli al Senato, un pentastellato alla Camera), lasciando a bocca asciutta Pd e FI che pure ci speravano in una carica affidata a uno di loro (Franceschini alla Camera, Romani al Senato). Salvini, da Bruxelles, ribadisce il suo stentoreo ‘me ne frego’ delle regole della governance europea (3% in testa) e ripropone la linea dura: centrodestra al governo ma con me. Il candidato premier dei 5Stelle, Luigi Di Maio, davanti alla Stampa Estera, usa accenti assai simili: “Non contempliamo alcuna ipotesi di governo istituzionale né di un governo di tutti”. Poi si rimette in sintonia con Salvini sulla presidenza delle Camere che, appunto, “non riguardano il governo”. Uno spiraglio per la formazione di un governo ‘di tutti’ arriva, invece, dal terzo incomodo, il Pd. “Se Mattarella – dice il ministro Graziano Delrio – ci chiedesse di fare il governo valuteremo. Il Presidente ha sempre la nostra attenzione e la nostra collaborazione”. Il neo-segretario dem, Maurizio Martina, ci va più cauto, ma il concetto è quello.

Ma cosa vuol fare, invece, Sergio Mattarella? L’impressione e l’aria che si respira al Colle è l’esatto contrario delle presunte ‘accelerazioni’ e voglie di chiudere al più presto la partita che gli vengono attribuite in qualche retroscena. Dato che – ragionano al Colle – i”due vincitori” non vogliono fare i conti con la realtà (né il partito arrivato primo, i 5Stelle, né la coalizione arrivata prima, il centrodestra hanno i numeri per governare) l’idea è di far ‘decantare’ la situazione, quasi che i due partiti che sbandierano i loro candidati premier e i loro programmi debbano ‘sfogarsi’, piantando le loro bandierine. Inoltre, al Quirinale non hanno “alcuna fretta” di accelerare il timing delle consultazioni. Le Camere si riuniranno per la prima volta il 23 marzo, come prima cosa dovranno eleggere i loro presidenti (compito non facile, specie a Montecitorio), costituire i gruppi parlamentari, eleggere i capigruppo. Complice il ponte Pasquale, che cade dal 30 marzo al I aprile, Mattarella potrebbe decidere di attendere ancora un po’ e far slittare l’inizio delle consultazioni al 2 aprile. Insomma, il Colle vuol far ‘sbollire’ la situazione e, alla fine, costringere i partiti – ‘tutti’ i partiti, da FI al Pd, che direbbero certo di sì, a Lega e M5S, che non potrebbero dire di no – ad appoggiare quel governo di scopo e/o istituzionale (guai però a chiamarlo ‘del Presidente’: Mattarella è un parlamentarista rigoroso e convinto) che appare, al Colle, l’unica strada realmente percorribile. Un governo che dovrebbe varare la legge di Bilancio, in autunno, e portare il Paese a nuove elezioni nel 2019, ovviamente dopo aver scritto una nuova legge elettorale. Un governo, quindi, con un’ampia, o amplissima, base parlamentare e retto da partiti che indicherebbero ministri di area mentre individuare il premier spetterà al Colle. Altro che ‘governo delle astensioni’ o della ‘non sfiducia’ come furono i tre governi Andreotti nel 1976-’79, retti da un patto di ferro tra Dc e Pci, i “due vincitori” delle elezioni del 1976, come li definì allora Aldo Moro. Mattarella, allievo di Moro, non pensa a quell’esempio ma a tutt’altra formula: il governo di collaborazione tra Dc e Pci del secondo dopoguerra, quando partiti che avevano visioni strategiche (e ideologiche) opposte del mondo dovettero collaborare perché bisognava tirar fuori il Paese dalla devastazione bellica.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 14 marzo 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale 


 

Il calvario del Pd. Martina segretario, caminetto dei big, ma Renzi non molla. Dem pronti al governissimo, renziani no

  1. Martina sarà segretario, tornano i ‘caminetti’ e il governo dei big. Renzi non c’è. Pd all’opposizione, ma pronto a dire sì a un governo “di responsabilità”.
Martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Opposizione, opposizione, opposizione” la linea politica rispetto alla formazione del governo. Linea ribadita da tutti, anche se – mette le mani avanti più d’uno, tranne i big, e tranne i renziani, nei corridoi – “se Mattarella ci chiedesse di partecipare a un governo di responsabilità nazionale non potremmo dire di no”. La scorciatoia sarebbe un passaggio del dispositivo votato ieri dalla Direzione dem in cui, pur ribadendo la via maestra, quella appunto dell’opposizione, si scrive, nero su bianco, che “il Pd garantisce al Presidente della Repubblica il proprio apporto nell’interesse generale”. Molti osservatori ed esperti di cose dem vi leggono un’apertura, di fatto, a un governo istituzionale o di scopo, ma ovviamente solo se fosse appoggiato “da tutti”, Lega e 5Stelle compresi.

Per il resto, niente streaming, molte ore di dibattito, dato che tutti vogliono intervenire, nessuno che fa battute ironiche, volti distesi. “Ciao Matteo, grazie, ciao Maurizio e grazie per il gravoso compito che ti assumi” le parole rivolte all’interno un po’ da tutti con Gentiloni e Boschi seduti in prima fila, Minniti che va e viene, Calenda che viene e non parla, perché non vuole essere d’ingombro, Zingaretti che non viene ma twitta, Orlando minaccioso ma contento, Emiliano solo minaccioso e rabbuiato perchè è rimasto da solo a sostenere l’idea di un governo con i 5Stelle, i renziani appollaiati guardinghi dietro il palco, Cuperlo che parla con tutti, dai giornali alle tv, come se fosse tornato presidente. La prima Direzione senza Matteo Renzi si svolge in assoluta surplace. Il Pd sembra essere tornato al tempo (forse era il Giurassico o il Pleistocene) in cui nessuno litigava con nessuno. Tutti ci tengono a dire, entrando o uscendo, di aver apprezzato “il nobile gesto” delle dimissioni di Renzi. “Da lui un esempio di stile” dice Gentiloni, con lo stile proprio di Gentiloni. Nei conciliaboli interni, invece, tra gli anti-renziani, non vedono l’ora di archiviarne l’epoca, una volta per tutte: “Abbiamo strappato Martina a Renzi” il commento più gettonato e meno scurrile, “ora gli resta solo Orfini…”.
Solo Salvatore Margiotta, senatore lucano che si autodefinisce “ultimo giapponese”, parla in difesa di Renzi. E tra quelli che contano solo il governatore campano, Enzo De Luca: attacca il Pd, accusandolo di praticare, al Sud, “una gestione da notabilato improntato al clientelismo”, ma riceve solo brusii, rimbrotti e critiche a scena aperta. Eppure, l’ombra di Renzi, al netto della sua assenza fisica, incombe e irrompe nel Nazareno, da dove dovrà presto anche sloggiare dalla stanza al terzo piano, quella blindata. A occuparla sarà quello che fino a ieri era il suo vice, Maurizio Martina. Il quale viene eletto segretario – solo sette le astensioni (solo dei delegati di Emiliano), tutti contenti, Orlando ha trattato un po’: voleva non solo la Direzione ‘collegiale’, che avrà, ma anche la Segreteria ‘collegiale’, quindi tutta ‘nuova’, su questo è stato respinto, ma nulla di che – anche se, per ora, Martina sarà solo ‘reggente’. Ma fino all’Assemblea nazionale, ieri già convocata per il 5 aprile, al massimo entro il 15 (se ci sarà uno slittamento la colpa sarà delle consultazioni al Quirinale), quando Martina sarà incoronato segretario a tutti gli effetti. La data di scadenza è assai lunga: il 2021, quando sarebbe scaduto il mandato di Renzi, la formula è “per il resto del mandato”, come recita lo Statuto dem. Salvatore Vassallo, che lo ha scritto, spiega: “Il segretario, come il vicesegretario e il tesoriere, sono le sole cariche elettiva in capo all’Assemblea, quindi il nuovo segretario nominerà organismi previsti (la segreteria) e, se vorrà, organismi nuovi, di tipo politico, non previsti. Ma chi vuole fare le primarie dovrà passare per una nuova Assemblea”.

Insomma, il Pd sta per eleggersi un segretario (Martina), con l’accordo di tutti i big, minoranza di Orlando compresa (Emiliano, invece, dissente), che in cambio ottengono il più classico dei ‘caminetti’. Martina, nella sua relazione, la chiama, con lessico un po’ involuto, “una Commissione di progetto per aprire una fase costituente e riorganizzativa”. Trattasi, per Martina, di un vero commissariamento, però, che le correnti – renziani compresi, ma stavolta finiti assai in secondo piano – e soprattutto i big dem (Franceschini, Orlando, Gentiloni, Minniti, mentre già si stagliano, in controluce, le figure di Calenda e Zingaretti in vista di primarie rimandate a un ‘domani’ sempre più lontano) hanno deciso di mettere in campo per aiutare (e circondare) il nuovo segretario. Renzi una cosa del genere non l’avrebbe mai fatta passare, ma l’era del renzismo è finita. Resta solo da capire come verrà gestita la delicata partita dei nuovi capigruppo di Camera e Senato, decisiva per gli equilibri del nuovo governo: nel Pd si vota e a scrutinio segreto, i renziani non sono più tanti ma possono fare la differenza. A correre ci saranno Ettore Rosato e/o Lorenzo Guerini per la Camera, Bellanova e/o Marcucci al Senato.

NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 13 marzo 2018, pagina 4.


 

2. Renzi: “Io non mollo” e prepara la riscossa a partire dalla guerriglia ‘maoista’ nei gruppi. Date le dimissioni da segretario, il messaggio al Colle è “niente inciuci”.

Ettore Maria Colombo  – Roma

Gentiloni? Chiedeva il voto solo per sé, e non per il Pd, con tanto di lettera agli elettori del suo collegio, una cosa indecente. Franceschini? Non è riuscito neanche a farsi eleggere nel suo collegio. Il governo? Non è possibile né con Di Maio, né con Salvini, ma neppure con Berlusconi. Matteo Renzi, all’apparenza calmo e sereno con il mondo, è una furia. Tanto che mentre finge di propagare ottimismo e lealtà al canovaccio imbastitogli contro dai big in Direzione – si sarebbe sfogato così con alcuni dei suoi fedelissimi, domenica sera, per prepararli alla pugna in vista della Direzione che si è tenuta ieri pomeriggio. Lui, lo si sapeva, non ci sarebbe andato e ha mantenuto l’impegno: ha scritto la lettera di dimissioni che poi, in Direzione, Orfini ha letto. E c’è chi dice che non si presenterà neppure in Assemblea nazionale, quando bisognerà eleggere il nuovo segretario, e cioè il suo ex vice, Maurizio Martina, ad aprile. Sarebbe un bello sberleffo al ‘nuovo’ Pd, quello dei “caminetti” che sta rinascendo e che Renzi detesta dal profondo del cuore. Ma in ogni caso, l’ex segretario vuole che i suoi si armino e combattano la buona battaglia e con il coltello tra i denti.

Orlando ci chiede di evitare strategie ‘maoiste’? Per una volta proprio lui, che ci odia, ci ha preso. Saremo maoisti!”. Il renziano di prima fascia che parla, sotto rigorosa garanzia di anonimato, è contento, quasi euforico. “Non solo Matteo – continua nel ragionamento – ci ha detto che ‘non molla’, ma quando sta all’opposizione, come lo fu di Bersani nel partito e di Letta al governo, dà il meglio di sé e noi daremo il meglio con lui”. E così è l’idea della “strategia maoista” che affascina, ora, gli ultimi pasdaran del renzismo. “Sparare sul quartier generale” diceva, appunto, il comandante Mao Tse-Tung. I renziani come tanti maoisti ‘guardiani’ di una ‘Rivoluzione’ per ora sconfitta? Si vedrà. Certo è che, per paradosso non troppo paradossale, a Renzi e ai suoi ‘conviene’ che non si facciano subito, le primarie. Anche scontando defezioni varie di ogni tipo, i renziani controllano ancora tutti gli organi del partito: in Direzione la maggioranza renziana uscita dall’ultimo congresso conta 162 membri su 214, i renziani puri sono 120, in Assemblea i delegati eletti sulla basa della vittoria di Renzi sono 460 su 900 componenti, anche se calassero potrebbero impedire, in ogni caso, l’elezione di un segretario a loro troppo ostile. 

Renzi stesso, in ogni caso, ieri ha parlato, e in tutte le salse. Prima l’intervista al Corriere della Sera, poi la Enews. La Direzione del Pd non è manco iniziata e si parla solo di lui. Chiari, nella loro durezza, i concetti esposti. Uno: “Mi dimetto da segretario, ma non mollo, non lasceremo mai il futuro agli altri, abbiamo perso solo una battaglia” (questa è rivolta a Paolo, malato di sla, tramite Enews). Due: “Me ne vado dalla segreteria, non dal partito” (questa è al Corsera), cui segue esplicativo corollario: “Ho visto piaggeria e viltà”, anche “l’opportunismo dei mediocri”. Qui parla alla classe dirigente del Pd, alla transumanza in atto dalle fila dei suoi. L’avviso ai naviganti è “In futuro potremmo tornare” perché “io me ne vado dalla segreteria, non dal partito”, frase la cui traduzione è: non fonderò (per ora? chi lo sa) un partito alla Macron. Tre: per il futuro governo, “non c’è un esecutivo con M5S o Lega che possa avere il nostro appoggio”, condito da un bel ‘no’ tondo anche a qualsivoglia “governo di unità nazionale” perché “deve giocare chi ha vinto”. Qui il messaggio non è rivolto solo agli ‘inciucisti’ e ai ‘trasformisti’ del Pd (leggi alla voce: Franceschini, ma anche Gentiloni, Minniti, etc.), ma serve che arrivi dritto dritto al Colle. E il messaggio è questo: Mattarella sappia che se il Pd sarà ‘tentato’ da un governo politico con chiunque, ma anche da un governissimo sotto mentite spoglie, Renzi e i renziani doc, quelli rimasti fedeli a lui, non ci staranno. Il problema sono, e restano, i gruppi parlamentari: al Senato, i renziani sono “certi” di avere con loro 20/25 “irriducibili” (sulla carta sarebbero 35) sui 57 componenti del gruppo Pd. Alla Camera i numeri ballano: sarebbero 50 i renziani sicuri (80 ci sono solo sulla carta) su un gruppo di 108 eletti al Pd. Pochi, forse, per imporre la linea ed entrambi i capigruppo, quando ci sarà da eleggerli, abbastanza per affondare un governo con chicchessia.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 13 marzo 2018 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale. 


“Saldi invernali” in Archivio. Tre articoli recenti: retroscena su Renzi e le candidature nel Pd, Gentiloni e il governo, le Camere sciolte e Mattarella

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti su Quotidiano Nazionale tra il 27 e il 30 dicembre 2017. Parlano dello scioglimento delle Camere, delle scelte di Renzi, Gentiloni, Mattarella Li leggerete in ordine inverso alla data di pubblicazione, cioè dal più recente al meno recente. 
1. Parte il toto-candidature nel Pd. Renzi epura le correnti e lascia alle aree interne solo le briciole, con Gentiloni aumentano gli attriti: premier restio ad andare in tv. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Il Pd ha, come si sa, molti problemi da affrontare nella corsa verso il voto che si è aperta ufficialmente con lo scioglimento delle Camere decretato da Mattarella il 27 dicembre scorso. Ci sono i sondaggi, in calo vertiginoso: oggi il Pd è quotato al 23% (-7 punti in 7 mesi), anche se Renzi è convinto: «arriveremo almeno al 25%, saremo il primo partito e la seconda coalizione». Anzi, secondo il leader dem, che lo spiega ai suoi, “prenderemo almeno il 25% dei voti, il che vuol dire ottenere almeno 250 parlamentari: 150 eletti nei listini proporzionali e 100 nei collegi uninominali”.
Poi c’è il problema degli alleati minori che vengono chiamati, con dispetto, «nanetti», al Nazareno. Hanno zero peso politico, raccatteranno pochi voti, ma reclamano collegi sicuri (5 cadauno per ognuno delle tre liste alleate: centristi ‘per l’Europa’, Insieme, cioè la pattuglia di ulivisti, socialisti e verdi, e i Radicali di Bonino-Magi-Della Vedova).
Poi, ancora, c’è il problema della corrosione della leadership di Renzi: sarà costretto, volente o nolente, a giocare «di squadra» con ministri che, in parte, non ama  proprio (tipo quello all’Interno, Marco Minniti, che sta facendo fuoco e fiamme perché non vuole subire l’ignominia di essere candidato nella sua Reggio Calabria e perdere il suo collegio) e ministri che a stento tollera dentro il partito, figurarsi al governo (Franceschini, Finocchiaro, Orlando, etc.), Ma, soprattutto, con Gentiloni nell’oramai noto «schema a due punte». Gli screzi, gli attriti e le incomprensioni, tra premier ed ex premier, sono  in crescita esponenziale. In ogni caso, Renzi dovrà, giocoforza, farsi «un vanto» dell’azione di un governo che non ha mai amato né voluto. Invece, Gentiloni dovrà «farsi vedere» in campagna elettorale: sarà candidato nel collegio di Roma 1 e in più listini proporzionali (Puglia e Piemonte, pare). Il premier, però, vorrebbe solo fare «il governo che governa», come recita una delle sue ormai note tautologie, con imparzialità  e seguendo alla lettera i dettami di Mattarella che non vuole esporlo per conservarlo, «freddo», per il dopo voto.

 

Infine, dramma nel dramma, c’è il busillis Maria Elena Boschi. In  realtà, la pratica è già stata risolta: «Non l’ho sentita, in questi giorni», dice Renzi ai suoi, «ma so che si vuole ricandidare e io non abbandono gli amici in difficoltà. L’ho fatto persino con Lupi…». Morale, ‘Meb’ sarà candidata: o nel suo collegio naturale, quello di Arezzo, in una sorta di ordalìa personale contro tutto e tutti («ma ad Arezzo la serie storica dice che vinciamo sempre», ricorda Renzi), o solo nel listino proporzionale in Toscana oppure in entrambi.
Il solo problema che, paradossalmente, il Pd non ha è come ripartire le quote interne in vista delle candidature alle Politiche. Al Nazareno  si dice, senza troppe diplomazie, che verrà messa in atto una vera «pulizia etnica» delle tante (troppe, per Renzi) «anime» interne che scarseggiano in lealtà. Il segretario, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1 («Attendo Salvini», la sfida da lui lanciata al leader leghista), vuole avere, in Parlamento, una pattuglia di “fedelissimi” pronti a tutto: appoggiare un governo di «larghe intese», ovviamente, ma anche, forse, a dare il via libera a un governo tutto targato centrodestra. «Le federazioni toscane ed emiliane faranno fuoco e fiamme», preconizzano i renziani, «perciò ci servono parlamentari fedelissimi, solidi e saldi». Alle altre aree interne  ‘a-renziane’ andranno le briciole. «Area dem» di Dario Franceschini, che si candiderà a Ferrara, contava 90 parlamentari. Quanti ne torneranno? Al Nazareno la questione brutalizzano così: «Area dem non esiste più perché al congresso stavano tutti con noi, nella mozione a sostegno di Matteo». Ergo, a loro non andrà nulla o quasi. Ma anche se a Franceschini venisse riconosciuta una piccola quota, dentro «ci vanno pure Fiano, Rosato, Giacomelli», è la furbata renziana, visto che sono già tutti renziani.
In compenso, all’area Orlando, «Dems», andrà molto peggio. Oggi gli orlandiani sono una quadrata legione romana: ben 120 parlamentari. «Orlando ha preso il 18% al congresso e quello avrà, ma dentro dovrà fare posto pure ai cuperliani e agli ulivisti, a Rete dem, etc», sibilano al Nazareno. Morale, se Orlando, che si candiderà nella sua Liguria, avrà 15 parlamentari o poco meno, potrà dire di aver portato a casa la pelle. Michele Emiliano, infine, di posti ne avrà solo cinque, ma non farà storie: saranno tutti suoi pugliesi doc.
Infine, la famosa «società civile». Tra i nomi che Renzi vuole in lista c’è l’immunologo Burioni, l’ex ct di volley Berruto e «AstroSamanta» Cristoforetti, oltre al fratello del giornalista Siani e alla giornalista, leader del movimento ‘Fino a prova contraria’, la Chirico. Voleva pure l’olimpica Bebe Vivo. La quale, però, per sua fortuna, “non ha l’età”.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 30/12/2017.
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2. Gentiloni farà campagna elettorale per il Pd ma ‘cum juicio’ e si smarca da Renzi 
Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA
Nun ce se crede…”. E’ proprio nel bel mezzo della conferenza stampa di fine anno, mentre sta parlando dell’Italia leader nell’export, che Paolo Gentiloni si lascia scappare una battuta in romanesco – romanesco alto, però, curiale e nobiliare, stile sonetto del Belli – come, forse, a tradire un’emozione, quella di “Paolo il Freddo”. Uno che, di solito, parla per tautologie (“il governo governa”, “apriremo il dossier quando il dossier sarà aperto”…), ma che, proprio ieri, nella conferenza di fine anno, che per incidens è coincisa con quella di fine legislatura, si è tolto diversi sassolini dalle scarpe. Il premier attuale – e che resterà in carica con pieni poteri, altro che “disbrigo degli affari correnti”: del resto ‘vuolsi così colà dove si puote’, cioè al Quirinale –  rivendica di “aver preso delle decisioni, non fatto annunci” (stoccata a Renzi n. 1). Poi sospira che “non vedevo l’ora che finissero le audizioni della commissione Banche” (stoccata a Renzi n. 2, lo scontro tra Gentiloni e Renzi è stato quasi pari a quello su Visco). Infine, ricorda i risultati “miei e dei miei predecessori”. E qui cita non solo l’ex premier, ma anche Enrico Letta, uno che, solo a nominarlo, nel Pd renziano mettono mano alla pistola (Renzi, infatti, non lo nominava mai, stoccata n. 3). Gentiloni si produce, invece, in un difesa a spada tratta della Boschi (“L’ho voluta io” rivendica) e anche della necessità – in sottile ma evidente polemica con gli scissionisti andati via dal Pd e finiti in Leu – che “la sinistra non può che essere di governo”. Con tanto di citazione mitterandiana del Pd che dovrebbe porsi come “la forza tranquilla” (ieri Renzi ha fatto identica citazione).
C’è, naturalmente, in Gentiloni, la personale soddisfazione per tutto quello che ha compiuto in questo faticoso anno di lavoro (“Per il Pd più che farmi venire l’infarto non potevo fare…” rivendicò mesi fa) in cui, appunto, “non abbiamo tirato a campare”, ma prodotto risultati sul fronte dell’economia, dei migranti, dei diritti, anche se su quest’ultimo punto ammette: il bicchiere è mezzo pieno (unioni civili e biotestamento approvati) ma anche mezzo vuoto (ius soli saltato). Certo, tutti questi impegni il premier li ha potuti onorare grazie al pieno sostegno di Mattarella, con cui ormai il sodalizio è di ferro, l’appoggio, a corrente alternata, del Pd di Renzi e il sostegno freddo, ma leale, degli altri partiti di maggioranza. Ma “la Sfinge” – così lo chiamano i suoi colleghi di governo – non solo è riuscito a sfangare un anno partito malissimo, ma anche a imporre uno stile, il suo, quello dell’understatement, che da Renzi, come si sa, è lontano anni luce. Inoltre, il segretario non ha più in mano le leve del potere, Gentiloni sì. Il premier ha fatto (Polizia, Aise, Consob, BankItalia) e farà nomine assai importanti (Guardia di Finanza, Carabinieri, Esercito), affronterà – e, forse, risolverà – i caldi dossier aperti di Alitalia e Ilva in vendita, porterà le truppe italiane in Niger (sul punto arriva l’unica stoccata alle opposizioni e alle loro “illazioni spettacolari” su una missione che per Gentiloni come per Mattarella, oltre che per la Pinotti, “è strategica” per mantenere l’Italia coi piedi saldi in Africa) e rappresenterà l’Italia in cruciali vertici Onu, Ue e Nato, senza dire che, nei prossimi sei mesi, l’Italia avrà la presidenza semestrale dell’Ocse.
Renzi, però, ovviamente, fa e farà di tutto per farsi trovare pronto: dice ai suoi che “Per me Paolo non è un potenziale rivale domani, ma un alleato forte oggi”. Anzi, la linea del Nazareno sarebbe questa: Renzi starà sui social “a bombardare Berlusconi e Grillo” mentre Gentiloni dovrebbe andare in tv (della qual cosa ha zero voglia e pare non farà) e i ministri, poveretti, andranno “sui territori”, a cercar voti.
Anche Gentiloni non si pone in contraddizione con Renzi: è disponibile a fare campagna elettorale “con le modalità che il Pd sceglierà”. E il Pd ha già scelto: lo candiderà a Roma 1, nel collegio uninominale, e in più listini proporzionali. Il terzo incomodo, però si chiama Mattarella: ha fatto di tutto, pur di tenere in vita il governo Gentiloni fino a dopo il voto. E ora il Colle fa trapelare che “Gentiloni va preservato dalle possibili polemiche della campagna elettorale”. Che è come dire al Pd: usatelo sì, ma il meno possibile, cum juicio.
NB: L’articolo è pubblicato il 29 dicembre 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale
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3. Mattarella. Gentiloni, fino alle nuove Camere, ha “pieni poteri” ma intanto il Capo dello Stato già pensa a mettere in pista un Gentiloni bis, dimissionario o no. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

Oggi, 27 dicembre, al termine della conferenza di fine anno di Paolo Gentiloni, il premier salirà al Colle e dopo terrà un consiglio dei ministri. Il Colle firmerà l’atto di scioglimento delle Camere (un Dpr, Decreto del Presidente della Repubblica), ma sarà il cdm, con un Dpcm, a stabilirà la data del voto: entrambi gli atti saranno controfirmati dai due Presidenti. Il governo si prenderà un tempo mediano tra la data minima stabilita dalla legge (45 giorni, in base al TU del 1957) e la data massima fissata per Costituzione (70 giorni) per fissare elezioni e tutti gli indizi dicono che il Paese andrà al voto il 4 marzo. Il 31 dicembre, nel discorso di Capodanno, il Capo dello Stato spiegherà le ragioni dello scioglimento delle Camere, inviterà gli italiani al diritto di voto e i partiti a una campagna elettorale civile.

Fin qua, si può dire, l’ufficialità. Dietro, però, c’è molto altro. “Il corretto funzionamento delle Istituzioni, non ammette vuoti”. Tagliano corto così, al Qurinale, in merito alle petizioni on-line di cittadini e parlamentari di sinistra (Manconi, Cuperlo, etc.) che si stanno appellando a Sergio Mattarella affinché differisca “di qualche settimana” lo scioglimento delle Camere per approvare, al Senato, lo ius soli. Il presidente della Repubblica non ha nulla, naturalmente, contro lo ius soli (anzi, ritiene la “nuova cittadinanza” un tema cruciale e da affrontare), ma il suo primo obiettivo è assicurare la chiusura “ordinata” della legislatura in corso e l’altrettanto ordinata apertura della prossima, di legislatura. Il tempo per approvare lo ius soli è, dunque, del tutto scaduto. Con il voto che verrà fissato al 4 marzo, la prima seduta delle nuove Camere (XVIII legislatura) si terrà il 24 marzo quando i nuovi parlamentari dovranno eleggere, come loro primo atto, i nuovi presidenti di Camera e Senato e costituire i gruppi parlamentari.

Fino ad allora chi governerà? “Il governo Gentiloni” – è la risposta, netta e priva di dubbi, che arriva dal Colle, “governo che è nel pieno dei suoi poteri”. Nessun governo “dimissionario”, dunque, né in carica soltanto per “il disbrigo degli affari correnti”, come si legge in questi giorni, riguardo al futuro prossimo dell’esecutivo guidato da Gentiloni. Perché? Per una precisa scelta del Capo dello Stato: Mattarella vuole evitare di trovarsi con un governo “dimissionario” e ‘dimezzato’ e non vuole correre il rischio che venga sfiduciato come sarebbe potuto accadere, appunto, se la maggioranza, ormai evaporata, avesse dovuto affrontare, nell’Aula del Senato, un voto ad alto rischio, quello sullo ius soli. Il governo Gentiloni resterà, perciò, fino a insediamento delle nuove Camere. Allora sì che, da quel giorno (il 23 marzo), diventerà un governo “dimissionario” e in carica solo “per il disbrigo degli affari correnti”. Ma, pur se da ‘dimissionario’, Gentiloni potrà fare decreti, anche se in quel caso saranno le nuove Camere a decidere se convertirli o meno. Stefano Ceccanti, professore di Diritto costituzionale, spiega così la scelta del Colle: “Con la Ue abbiamo ceduto sovranità. L’Italia dovrà prendere decisioni importanti nei vertici Ue, Nato, etc. Non possiamo accettare vuoti di potere. Ecco perché resta Gentiloni”.

Tra gli impegni europei e internazionali cui Mattarella tiene molto c’è il decreto con cui il governo porterà truppe italiane in Niger (questo andrà convertito, anche a Camere sciolte), ma soprattutto l’Italia è attesa a importanti vertici Ue e Nato. A marzo un vertice del Consiglio europeo discuterà la proposta Merkel-Macron di modifica della zona Euro, tra febbraio e marzo si discuterà del tema migranti, per non parlare del capitolo Brexit.

Serve, in buona sostanza, “un governo che governi” e Mattarella ha individuato in Gentiloni l’ecce homo. Con buona pace di Renzi e dei possibili mal di pancia del Pd. Il leader del Pd potrebbe anche trovarsi nella (imbarazzante?) situazione di dover rivotare il suo Gentiloni se, Dio non voglia, le consultazioni andranno troppo per le lunghe. Mattarella è già pronto a rimandare lo stesso Gentiloni davanti alle Camere per ottenere una nuova fiducia da quelli che ha già individuato come i partiti più ‘responsabili’ (Pd, FI, etc). In attesa che la matassa si sbrogli o di convocare nuove-nuove elezioni. In ogni caso, potrebbe non essere troppo un caso ‘di scuola’ pensare che sarà un Gentiloni bis, dimissionario o meno, a preparare e presentare il Def del 2018 alle Camere e in Europa.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale il 28 dicembre 2017
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