NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017. 

 

Legge elettorale. Mattarella pone i suoi paletti, in Parlamento qualcosa si muove, Renzi aspetta le primarie

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Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una moral suasion esercitata sul Parlamento e, insieme, uno stop alle plausibili voglie di Matteo Renzi a correre alle elezioni anticipate non appena sarà re-incoronato leader del Pd il prossimo 30 aprile con le primarie. In buona sostanza il messaggio che il Colle ha inviato a Renzi suona così: “Serve una legge elettorale omogenea, valida e funzionante in entrambe le Camere. Si tratti di un aggiustamento tecnico o di una legge nuova, non spetta a me dirlo. Ma solo così chi lo vuole può ottenere il voto anticipato, altrimenti no”.

Renzi rispedisce le critiche al mittente, chiunque esso sia (“Il Pd – spiega ai suoi – non ha i numeri per approvare una nuova legge elettorale, tanto più al Senato, l’iter sarà lungo e non si può accollare a noi la responsabilità del ritardo”), ma certo è che anche l’ufficialità del comunicato del Colle ‘parla’ e ‘gela’ più il Pd, a tre giorni dalla celebrazione delle primarie, che altri partiti e schieramenti in campo, i quali – da FI a M5S – non a caso puntano il dito contro il fatto che “si perde tempo perché bisogna aspettare le primarie del Pd”.Con parole pesanti come macigni, Mattarella parla di “necessità e urgenza” di adempiere ai due “doveri” entrambi in capo “al Parlamento e ai gruppi parlamentari”: scrivere una nuova legge elettorale ed eleggere un giudice della Consulta, che attende di essere nominato (spetta, in quota, al centrodestra) da parte del Parlamento ormai da gennaio.

“Due sentenze non fanno una legge elettorale” ha spiegato, infatti, de visu Sergio Mattarella, ex giudice della Consulta, riferendosi alle due sentenze che hanno cassato prima, nel 2014, il Porcellum al Senato e poi l’Italicum alla Camera. Mattarella parlava ai due presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, convocati al Quirinale a ora di pranzo per un pranzo che doveva restare riservato e a cui, invece, proprio il Colle ha voluto dare il crisma dell’ufficialità con un formale comunicato stampa finale. Boldrini e Grasso ne hanno dedotto, giustamente, che il Capo dello Stato è “determinato e pronto a usare tutte le sue prerogative”, compresa l’Arma Fine di Mondo, il messaggio ufficiale alle Camere.

Le sonnacchiose acque della politica si increspano subito. La Boldrini, alla fine della conferenza dei capigruppo, può incassare un primo risultato: l’esame dei 30 testi di legge sulla riforma elettorale, che si trascina stancamente in seno alla prima commissione Affari costituzionali, finirà entro il 29 maggio, quando si andrà dritti in Aula per il voto finale mentre il presidente della Prima commissione Affari costituzionali, il civico Mazziotti di Celso si spinge molto in là con l’ottimismo, sostenendo che “entro la prossima settimana ci sarà un testo base” (cosa difficile). Tutti i partiti plaudono, a parole, alle parole di Mattarella, ma il punto è trovare una maggioranza per una riforma elettorale che, ad oggi, non c’è. Per dire, l’M5S rilancia il Legalicum, FI attacca il Pd, la Lega apre al Provincellum, Mdp continua a dire No ai capolista bloccati, Ncd vuole il premio alla coalizione e via così.

Il Pd ha avanzato una proposta, a prima firma Fiano, che prevede il premio alla lista e una soglia di sbarramento unica al 5%, ma anche quei collegi uninominali che nessuno, in realtà, vuole perché tutti vogliono tenersi i capolista bloccati. E dunque? Il Pd di Renzi aveva trovato l’escamotage tecnico: “si vota con i due sistemi attuali, perfettamente compatibili” e si fa “un decreto legge del governo per fare prima”. Ecco, dal Colle fanno sapere che sia l’una che l’altra via sono precluse: le due leggi non collimano, il decreto non si può fare. Se vuole votare prima della scadenza naturale della legislatura, cioè a ottobre o novembre, Renzi deve trovare i numeri per fare una nuova legge. Con i voti di chi (FI? M5S?) sarà oggetto di dibattito da oggi, per ora il Colle ha fissato i suoi inderogabili paletti.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 27 aprile su Quotidiano Nazionale.  

Renzi: “Congresso subito e niente elezioni. Ora li freghiamo con le loro regole” Scena e retroscena del redde rationem nella Direzione del Pd

NB: I due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti a pagina 2 e 3 del Quotidiano nazionale di martedì 14 febbraio. Il segretario del Pd ha smentito, con una nota diffusa oggi alle agenzie, alcuni dei virgolettati che gli sono stati attribuiti in merito alla ‘resa dei conti’ con la minoranza interna. 
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO
1) Renzi mette all’angolo la sinistra: “Si fa il congresso e chi vince comanda”.
La resa dei conti è già arrivata, ma le dimissioni vengono rinviate all’Assemblea.
Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi si presenta alla Direzione ‘fine di mondo’ del Pd in maglioncino blu. “E’ ingrassato ma è rilassato, finalmente”, dicono i suoi. Sul palchetto – lo stesso dove Bersani presentò la sfortunata coalizione Italia Bene Comune e dove il Pd decise (fortunatamente) di votare Mattarella a Capo dello Stato – siede anche il premier, Paolo Gentiloni, oltre allo stato maggiore del Pd (Guerini, Serracchiani, Ricci, Zampa, Orfini che presiede i lavori).

 Renzi la prende larga: parla di Trump, della Le Pen, dell’Europa, sfiora Grillo e Salvini, cita Baumann e un sociologo dal nome vagamente russo che però nessuno conosce e la sua  teoria sulla “proboscide dell’elefante”, poi scende sull’Italia, rivendica i meriti del suo governo, ricorda in modo puntuale e puntuto tutt’e le volte che ha fatto a braccio di ferro con l’Europa, quella dell’austerity e dei vincoli di bilancio, rinfocola – pur scherzando – la polemica con Paodan sulla manovrina ma dice (“Mi rivolgo ai giornalisti, tanto sono le uniche cose che vi interessano”) che “la data del voto alle Politiche e il congresso del Pd sono due cose separate e distinti, anche perché la data del voto la decidono il Capo dello Stato, il presidente del Consiglio, il Parlamento e io non faccio parte di nessuno di questi organismi, non sono neppure parlamentare”.
Insomma, le elezioni ci saranno, prima o poi, e noi dobbiamo farci trovare pronti, in qualsiasi momento ci saranno” – sottolinea l’ex premier – “ma io non ne ho l’ossessione”, assicura. Poi da’ un altra notizia, sempre ai giornalisti (categoria che mal sopporta, questo si sa): “Io non cerco nessuna rivincita rispetto al referendum del 4 dicembre. Quello era un turno unico, non c’è il girone di ritorno”. E con le autocritiche, però, si ferma qui. Prima di andare al cuore del problema, e cioè il congresso del Pd che intende lanciare presto, prestissimo (così presto che l’Assemblea nazionale che lo indirà verrà convocata già sabato prossimo, 18 febbraio, e sarà lì, in quella sede, che verrà deciso l’iter di un percorso congressuale che sarà altrettanto rapido, se non rapidissimo, conclusione entro aprile), Renzi parla di tasse, di manovrina e di un rapporto con la UE in cui bisogna entrare “coi gomiti alti”. E così pure l’avvertimento ai ‘furbetti’ di Bruxelle (e a Padoan) è recapitato.
Ma la platea della Direzione dem – allargata per l’occasione ai parlamentari e ai segretari provinciali e regionali che però resteranno muti e silenti spettatori dello spettacolo – aspetta solo di sapere cosa dirà Renzi del congresso, di quando lo vuole fare e come. E qui l’ex premier fa il suo ennesimo colpo di teatro (anzi: da giocatore di poker): non annuncia le dimissioni da segretario, come molti si aspettavano e avevano pure scritto, ma delinea i confini generali, anche se molto indistinti, del prossimo confronto congressuale. Innanzitutto, dice in chiaro e poi ripete ai suoi come un mantra, che “io non sarò mai uno di quelli che cede alle correnti, se vogliono uno che sia prigioniero dei caminetti se ne scelgano un altro”. Ed è qui, sia nella relazione introduttiva che nella replica, che Renzi mena fendenti a destra e, soprattutto, a sinistra. “Se digitate su Google ‘resa dei conti’ nel Pd vengono fuori 337 mila visualizzazioni, direi che è ora di dire ma anche basta”, afferma. Attacca la minoranza e, senza fare i nomi, i vari D’Alema, Bersani, Rossi, Emiliano, Speranza, che “un giorno mi chiedono di fare il congresso, un giorno le primarie, un giorno la legge elettorale, etcetera”. “NON potete più prendere in giro così la nostra gente”, e qui quasi urla, si scompone, ma è solo un attimo. “Faremo il congresso a norma di Statuto, con le regole del 2013 (quello con cui Renzi  vinse il congresso contro Cuperlo, ndr)”, il che vuol dire – specifica – che “ci si confronta, ci si scontra, ma poi chi vince comanda e chi perde rispetta e si adatta al vincitore, non fugge via col pallone come un bimbo dispettoso”. Poi rivendica non solo i tre anni a guida del governo, ma anche quelli a guida del suo partito, che “stava al 25% e io l’ho portato al 40% (vero, però sta parlando delle Europee 2014).
Dopo la sua relazione, intervengono tutti o quasi i big. Al netto della minoranza, Orfini e Martina parlano per difendere con l’aratro la linea che Renzi ha solcato, Franceschini resta muto e, pare, assai contrariato, ma poi si acconcerà a votare la relazione finale. Solo Orlando si distingue: chiede una conferenza programmatica, ma dice no a ogni ipotesi di scissione e, alla fine, non vota la relazione a sostegno della mozione del segretario insieme a pochissimi dei suoi (“Erano quattro gatti” li irridono i renziani) mentre il grosso dei Giovani Turchi (Raciti, Verducci, Marini) vota compatto la linea del segretario che è uguale a quella del presidente e leader della loro corrente, Orfini. I numeri finali del voto parlano da soli e in modo impietoso: 107 voti a favore, 12 contrari e 5 astenuti. Ora si vedrà nell’Assemblea nazionale di sabato se la linea di Renzi reggerà alla prova del fuoco.
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2) Il leader del Pd: “Ora ci divertiamo. Li freghiamo al Congresso con le loro regole”. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
La notizia è che Matteo Renzi ha rinunciato al voto a giugno. “È impossibile, non ce la si fa più, ormai”, ha detto ai suoi, ma rincuorandoli così: “Con Gentiloni l’intesa è perfetta, decideremo insieme”. Elezioni a settembre, magari in coincidenza con quelle tedesche (il 24), o addirittura a ottobre? “Ragazzi, dai, cerchiamo di essere seri: la legge di Stabilità va presentata il 15 ottobre in Europa, Mattarella e la Ue non ci lasceranno mai votare allora. Vorrà dire che, quando e se sarò di nuovo segretario del Pd, e avrò davanti a me quattro anni di tempo, deciderò io insieme a voi, naturalmente, Del resto, prima o poi, bisognerà votare, a meno di dichiarare guerra a San Marino, e quando sarà noi, il Pd, saremo pronti. Però sia chiaro – aggiunge Renzi ai suoi alla fine di una Direzione che lo ha visto trionfare con numeri schiaccianti (“Li abbiamo spianati”, il commento dei suoi sui numeri che hanno visto trionfare la mozione dei renziani con 107 voti contro 12 contrari e 5 astenuti) che quando si voterà noi faremo una campagna elettorale contro l’austerity, la rigidità della Ue, i lepenismi e i trumpismi europei e mondali, ma anche contro  il sovranismo di Salvini e il massimalgrillismo”. E così, sgomberata dal tavolo la questione del voto, Renzi può dedicarsi a riprendersi il suo partito, il Pd. Non senza aver menato fendenti ai suoi oppositori, da Emiliano a Bersani a D’Alema cui ricorda la gestione fallimentare di banche del tempo che fu e insinuando: “facciamo la commissione sulle banche ci divertiamo”.

Per la minoranza e i suoi campioni (“Alla fine, vedrete, schiereranno Emiliano, per cercare di toglierci voti al Sud, ma De Luca sta con noi”, nota il premier, quindi poco male) saranno dolori. “Pensano di fregarci con le regole? E noi li seppelliamo. E con le loro regole”. Renzi e i suoi si sono calati l’elmetto e hanno deciso di giocare duro sul terreno avverso, “quello che la minoranza adora: regole, Statuti, commissioni congressuali, pure l’Ave Maria”. Traduzione: se vogliono fare la scissione sulla data del congresso, che si accomodino pure.

In effetti, il percorso è di guerra. Assemblea nazionale il 18 febbraio. Solo in quella sede Renzi si dimetterà da segretario del partito e chiederà di aprire la stagione congressuale da segretario dimissionario, reggente del partito sarà il presidente Orfini. A quel punto la parola passerà ai circoli, dove verranno presentate le diverse candidature al congresso e che le scremerà in vista della Convenzione nazionale, cui arriveranno solo i primi tre candidati che avranno superato il 5% dei voti. Questi presenteranno le loro piattaforme programmatiche e si aprirà la fase finale, le famose primarie, aperte a iscritti ed elettori del Pd. Tempi? Assai rapidi. Renzi pensa di chiudere la prima fase, quella dei circoli, entro marzo e tenere le primarie ad aprile. Tra i renziani di stretta osservanza gira già una data, l’8 aprile, ma potrebbe esserci un allungamento fino alla fine di aprile o inizi di maggio.

La maggioranza che sostiene il premier nella battaglia congressuale (i renziani, ovviamente, ma anche l’area del ministro Martina, i Giovani Turchi di Orfini, pur decapitati della componente che fa capo al ministro Orlando, il quale però si limiterà a richiedere una Conferenza programmatica – e, obtorto collo, l’area di Franceschini) ha preparato un pacchetto da ‘prendere o lasciare’. Del resto, “anche se la minoranza, più Orlando e qualcun altro (leggi Franceschini, ndr) volesse giocarci qualche scherzo in Assemblea – ragiona un renziano di prima fascia – vorrei ricordare a tutti che, all’ultimo congresso, le liste non le ha fatte neppure Guerini, ma Luca Lotti: abbiamo 750 voti” (qui si intendono i voti all’interno dell’Assemblea nazionale, che ha una platea di mille delegati).

In effetti, il tiro mancino potrebbe essere questo: proporre un documento contrapposto a quello di Renzi, chiedendogli persino di rimanere al suo posto, ma obbligando a un congresso ‘lungo’, come vuole la minoranza (inizio in giugno, pausa estiva, ripresa in autunno). In assemblea si vota a maggioranza semplice su mille componenti, ma i renziani sono certi di avere i numeri dalla loro. Parola, dunque, all’Assemblea. Ci sarà da divertirsi.

NB: i due articoli sono usciti sul Quotidiano Nazionale del 14 febbraio 2014 a pagina 2-3.

Renzi punta al voto subito (aprile o giugno), ma Emiliano dà l’aut-aut: o si fa il congresso o si va “alle carte bollate”

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

RIMINI – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del 28/01/2017 – in foto: Matteo Renzi

dall’inviato
Ettore Maria Colombo
RIMINI
L’OFFERTA del Pd a tutti gli altri partiti per cambiare la legge elettorale «va verificata a stretto giro, entro e non i prossimi sette giorni», dice il renziano che ha sentito Renzi – al telefono, in quanto già rientrato, l’altra sera, a Pontassieve – mentre se va via da Rimini. Con la chiosa che, certo, «noi proponiamo il Mattarellum, ma siamo disponibili a discutere anche di altro». Esaurito questo tentativo, «che sarà anche l’ultima offerta che faremo, prenderemo atto che non si può che andare a votare il più rapidamente possibile» (a fine aprile o, al massimo, a giugno). «Decisione che – spiega il renziano di prima fascia – certificheremo nella Direzione già convocata del 13 febbraio e che poi concorderemo con Gentiloni». Il che vuol dire ‘auto-dimissioni’ del premier. Dimissioni ieri paventate dal ministro Delrio che ha citato Sant’Antonio Abate per indicare la «precarietà» sua e altrui.

INFINE, però, «per venire incontro alle possibili rimostranze del Colle», il governo potrebbe emettere un decreto che metta mano all’unica cosa cui si può mettere mano, «senza dover passare per le forche caudine di voti segreti e mole di emendamenti»: la revisione dei collegi elettorali del Senato che «così come sono (20 in 20 regioni, ndr) sono troppo grandi, dividendo in più collegi le regioni più popolose», come Lombardia, Lazio, Campania, Sicilia. Poi, però, dritti al voto, «tanto ormai va bene anche agli altri partiti».

RENZI (al telefono, da Pontassieve) e i suoi più stretti colonnelli (Guerini da Lodi, Orfini che presidiava gli ultimi fuochi di dibattito a Rimini, come pure Rosato, Ermini, etc) hanno messo a punto una vera road map di guerra, in vista del voto anticipato cui essi puntano. Quella appena descritta sopra. Sul percorso, però, gli incidenti potrebbero essere diversi e spuntare come funghi: in Parlamento, al Colle e, da due giorni, tra la minaccia di scissione di D’Alema e le bordate di Emiliano tirate ieri in tv, anche e soprattutto dentro il Pd.
«Emiliano? La minoranza che pretende il congresso anticipato? I nostri ministri ‘cuor di leone’ che vorrebbero farci sedere ‘al tavolo’ sulla legge elettorale per non farci alzare più, ingabbiandoci in diatribe infinite così si vota nel 2020?». La verità – dice, con un sorriso tirato, un altro renziano di prima fascia – è una sola: tutti i nostri oppositori, interni ed esterni, hanno capito che facciamo sul serio, ecco perché alzano, tutti, il tiro».
«Stiamo portando il Paese e il Pd a elezioni anticipate – spiega la fonte – a giugno, data più probabile, ma non escludiamo di riuscire ad andare al voto a fine di aprile (vorrebbe dire, però, sciogliere le Camere entro l’8 marzo e votare non oltre il 30 aprile, ndr), se la trattativa con la Ue, che sarà durissima e inizia ora, in questi giorni, finisse male».

E così, prima ancora che in Parlamento, il cannoneggiamento alla strategia del Napoleone del Nazareno – quella che lo vedrà trionfare, come ad Austerlitz, o soccombere, come a Waterloo – è bello che iniziato già da dentro il Pd. Dopo D’Alema sabato, ieri è stato il turno di Michele Emiliano. Il governatore pugliese va negli studi di Rai3, da Lucia Annunziata, e ne spara una più grossa dell’altra: «È Renzi che sta facendo la scissione. Quella di chi non rispetta lo Statuto perché non apre il congresso e dice, in sostanza, le liste ‘le faccio io’. Io sono pronto a candidarmi alla segreteria del Pd, se è necessario, ma se Renzi non ci dà risposte, già in settimana inizieremo a raccogliere le firme degli iscritti. Sono pronto ad arrivare fino alle carte bollate se Renzi non convocherà il congresso». Insomma, Emiliano è pronto a tutto, pure a evocare la scissione, come ha fatto D’Alema.
La minaccia è chiara ed è pure supportata da una ‘trimurti’ di deputati pugliesi (Boccia, Ginefra, Laforgia), diventati il nuovo braccio armato del governatore, che ribadiscono: «Da oggi raccogliamo le firme per il referendum tra gli iscritti» (basta il 5% per chiederlo, dalla commissione di Garanzia del partito gli rispondono subito picche mentre Guerini e Orfini gli ricordano che il congresso, per Statuto, è previsto a dicembre e l’iter inizia a giugno).

Renzi non pare preoccupato più di tanto dalla sparata di Emiliano. Infatti, lascia rispondere ai suoi due bracci, il ‘destro’, Guerini («Emiliano si legga uno Statuto che non conosce e che a regole chiare: il congresso si farà a dicembre 2017») e il ‘sinistro’, Orfini («Spero che conosca la legge meglio di come conosce lo Statuto»). A Orfini tocca rispondere, però, pure all’altra minaccia che insidia la road map del segretario, D’Alema. Orfini tira fuori un altro parallelo bellico, quello dei «riservisti» e, di fatto, dei ‘traditori’ mettendo nel mirino – e dandogli dei ‘traditori’, in pratica – a chiunque andrà con lui. Toni duri, durissimi, che saliranno ancora. Da questo punto di vista, la minoranza bersaniana che invoca, pur se a gran voce, il congresso anticipato, per Renzi è l’ultimo dei problemi. Se, però, non riuscisse ad andare al voto anticipato, la grana del congresso esploderebbe subito e sarebbe assai difficile, per lui e per i renziani, procastinarlo fino alla data formale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 30 gennaio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.

“Almanacchi, almanacchi freschi!”. Gli impegni dei principali partiti e attori politici per il 2017 e qualche previsione sul futuro politico che ci aspetta…

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi

 

“Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?” (dal “Dialogo di un Venditore di Almanacchi e di un Passeggere” di Giacomo Leopardi)

Sarà un anno politicamente impegnativo, quello che in realtà si è già aperto, il 2017. Una serie di appuntamenti, interni e internazionali, attendono l’Italia, dalla celebrazione della firma dei Trattati di Roma (marzo) al G7 a Taormina (fine maggio) a una possibile ‘manovrina’ economica. Potrebbe essere anche un anno di elezioni politiche anticipate, ma è troppo presto per dire se davvero si terranno o se la legislatura andrà al suo naturale scioglimento (febbraio 2018). Anche perché decisiva sarà la definizione di una nuova legge elettorale che, in ogni caso, prima di essere approntata (e poi varata e votata in Parlamento) dovrà attendere il responso della Consulta, la cui prima udienza si terrà il 24 gennaio, sul tema. Consulta che, invece, l’11 gennaio esaminerà i quesiti avanzati dalla Cgil per un referendum popolare sul Jobs Act che potrebbe tenersi a giugno (salvo eventuali elezioni politiche anticipate), mese in cui – e in ogni caso – andranno a votare più di mille comuni italiani e mese in cui potrebbero tenersi le elezioni politiche anticipate. Di certo, per i principali partiti politici italiani, sarà un anno di impegni importanti (il congresso ordinario del Pd, teoricamente previsto a fine 2017, le possibili primarie del centrodestra, nuove evoluzioni nel magmatico mondo a Cinque Stelle, la nascita di un nuovo soggetto politico a sinistra, etc.), ma lo sarà anche per gli appuntamenti che attendono il nostro Paese. Proviamo a ricostruire qui, senza alcuna pretesa di esaustività, i principali appuntamenti, dividendoli –  per comodità di chi scrive – per marco aree politiche e non in base al mero calendario, di cui pure terremo debito conto. Il pezzo si compone di molte date e appuntamenti e qualche previsione, che invariabilmente sarà sbagliata.

Le due sentenze della Consulta (gennaio). 

L’11 gennaio la Corte costituzionale dovrà esprimersi sui tre quesiti (reintroduzione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970; norma sui voucher; norme sugli appalti) su cui la Cgil, guidata da Susanna Camusso, ha raccolto oltre mezzo milione di firme per un referendum abrogativo che ha già passato l’esame (formale) della Corte di Cassazione. Dubbi sulla possibilità che la Consulta dia il via libera a tutti e tre i quesiti ci sono perché, soprattutto il primo, quello sull’art. 18 che punta a scardinare il cuore del Jobs Act di Renzi, è a rischio ammissibilità in quanto ritenuto, da diversi giuristi, di fatto ‘sostitutivo’ e non meramente ‘abrogativo’, come deve essere, per legge, il quesito referendario. Si vedrà. In ogni caso, se la Consulta decidesse per l’ammissibilità di uno o più quesiti, il referendum della Cgil si terrebbe nel mese di giugno, a meno di elezioni politiche anticipate che, sempre in base alla legge istitutiva del referendum, fanno slittare il referendum di mesi.

Il 24 gennaio sempre la Corte deciderà sull’Italicum, la legge elettorale in vigore per la sola Camera dei Deputati dal I luglio 2016. Si tratta di una legge di impianto proporzionale ma dalla forte torsione maggioritaria grazie al premio di maggioranza (55% dei seggi) garantito dal ballottaggio (privo di soglia di accesso) alla lista vincente al primo o al secondo turno. Altri due aspetti dell’Italicum (le multicandidature o candidature plurime in dieci collegi e i capolista bloccati) sono sub judice del giudizio della Consulta. Impossibile prevedere l’esito della decisione: la Corte potrebbe cassare il ballottaggio ma mantenere il premio, lasciandolo per il turno unico (soglia al 40%), cassare ballottaggio e premio, intervenire o meno su capolista bloccati e multicandidature, abolendo le preferenze o introducendo soglie di sbarramento diverse dalle attuali (il 3%). Da considerare che, sempre la Corte, con sentenza n. 1/2015 abolì la precedente legge elettorale, il Porcellum, introducendo di fatto, nel nostro ordinamento, un sistema elettorale semi-proporzionale ma con diversificate soglie di sbarramento (‘eredi’ del Porcellum) tra Camera e Senato (è il cd. Consultellum). Infine, da notare che se la prima udienza della Corte sull’Italicum si terrà il 24 gennaio, la decisione finale e, a maggior ragione, le motivazioni arriveranno non prima di febbraio.

Il Pd e il centrosinistra (gennaio-marzo 2017, ottobre 2017 e, forse, oltre…). 

Matteo Renzi, ormai ‘solo’ segretario del Pd, ha in animo di costituire la nuova segreteria del partito subito dopo l’Epifania, tra il 7 e l’8 gennaio: in essa entreranno diversi nuovi volti, specialmente dai territori (il presidente dell’Anci, e sindaco di Bari, Antonio Decaro, quello di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, Ciro Bonajuto, sindaco di Ercolano), e alcuni volti a dir poco ‘consolidati’ (l’ex sindaco di Torino, Piero Fassino, agli Esteri, i ministri Maurizio Martina all’Organizzazione, forse, e Delrio).

Dal 10 gennaio partirà un ‘tour’ del segretario in giro per l’Italia, nei circoli del Pd e nei territori, a partire dalle maggiori città. Il 21 gennaio è prevista una mobilitazione nazionale di tutte le strutture locali del partito (circoli, federazioni, segreterie locali, etc.). Il 27 e 28 gennaio, a Rimini, terrà una conferenza programmatica – full immersion di tutti gli amministratori locali del Pd. Il 4 febbraio il Pd organizzerà a Roma un’iniziativa sull’Europa e i temi sociali. E questo è il programma – sicuro e già approntato – delle iniziative di partito, ma è probabile che, tra febbraio e marzo, Renzi lanci le primarie per la premiership del centrosinistra tra lui stesso, un candidato moderato e uno della sinistra (Pisapia o Boldrini i nomi gettonati). L’obiettivo del leader dem, non più premier, è sempre lo stesso: elezioni anticipate ‘subito’, cioè al più presto, non appena approvata dalle Camere la nuova legge elettorale. In ogni caso, non appena l’attività delle Camere riaprirà normalmente (dal 10 gennaio), il Pd chiederà a tutti i partiti di cimentarsi in un ‘tavolo’ sulla nuova legge elettorale senza aspettare l’esito della sentenza della Consulta, ma è molto difficile che la manovra riesca, sia che proponga il Mattarellum (nella sua formula originaria del 1994 o in una nuova e rivisitata, un ‘Mattarellum 2.0’ con più proporzionale) sia che si adegui al Consultellum (il quale, nessuno lo dice, ma presenta soglie di sbarramento proibitive per i piccoli partiti,ergo lo osteggeranno).

Certo è che, per scrivere una nuova legge elettorale, o anche solo per ‘armonizzare’ – come chiede a gran voce il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – servono almeno 2 mesi (se non tre…) perché bisogna votare una nuova legge in entrambe le Camere (la famosa ‘navetta’) né si possono fare decreti governativi in materia di legge elettorale, per non dire del tempo (almeno due mesi) che ci vuole per ridisegnare i nuovi collegi elettorali. Tra i renziani si compulsa il calendario: escluse, per ragioni pratiche, le urne ad aprile (le Camere andrebbero sciolte a febbraio…), l’obiettivo più realistico è il mese di giugno. Circola già una data (domenica 11 giugno) quando le elezioni politiche si potrebbero accorpare con le elezioni amministrative che porteranno al voto più di mille comuni. Ove, invece, a Renzi non riuscisse di centrare l’obiettivo agognato delle urne in primavera, resterebbe la carta delle elezioni a ottobre, ma di certo sarebbe uno smacco, per Renzi. Anche perché, a quel punto, tra legge di Stabilità da varare e fine anno incipiente, la forza inerziale della legislatura per arrivare al suo scioglimento naturale (febbraio 2018) prevarrebbe in tutte le forze politiche, Pd compreso. In ogni caso, a partire da settembre, si aprirà il percorso ordinario per il congresso del Pd (scadenza naturale: autunno 2017) che vedrà Renzi, di certo il leader della minoranza, Roberto Speranza, ma anche altri candidati (il governatore pugliese Emiliano, il toscano Rossi, etc.) contendersi la leadership del Pd nella fattispecie della carica di segretario.

Forza Italia e il centrodestra (date imprecisate…). 

Berlusconi potrebbe non solo ‘tirarla in lungo’ per scrivere una nuova legge elettorale (FI punta apertamente a un sistema proporzionale semi-puro), ma anche per far durare la legislatura fino alla sua scadenza naturale. Infatti, a Berlusconi serve la ‘protezione’ di un governo in carica per difendersi al meglio dalla scalata ostile del gruppo Vivendi di Bolloré alla sua Mediaset. Infine, solo a fine anno (2017) è probabile che arrivi la sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo che potrebbe concedere a Berlusconi ‘l’onore perduto’ e cioè riabilitarlo politicamente dopo la sentenza definitiva di condanna che, in base alla legge Severino, lo ha escluso – il voto del Senato avvenne nel 2016, la pena è stata espiata il 14 aprile 2015, anche grazie all’indulto, è un ex senatore ormai decaduto dalla carica e anche un incandidabile, per la legge Severino, fino al 2019 – dall’attività politica. Senza dire che Berlusconi ha bisogno di tempo per riorganizzare e strutturare una nuova FI dal volto ‘moderato’ che possa allearsi, o competere, da pari a pari con il blocco Lega-FdI. Il quale, invece, punta davvero ad andare a elezioni anticipate (con il Mattarellum, se possibile, ma anche con il Consultellum, alla bisogna) per disarcionare definitivamente il Cav dal trono di dominus del centrodestra e inventarsi un ‘nuovo’ centrodestra a trazione Salvini che, magari attraverso l’indizione di primarie per la premiership, vuole diventare lui il nuovo ‘padrone’ del centrodestra, allineandolo alle pulsioni populiste d’Oltralpe (Le Pen). In ogni caso, anche se la Corte di Starsburgo fosse favorevole a Berlusconi, ci vorrebbe tempo per recepire, in Italia e nel nostro ordinamento giuridico, la sua riammissibilità a cariche elettive politiche: anche per questo motivo non conviene, a Berlusconi, andare a votare entro il 2017. Per ora, l’unico appuntamento fissato dagli azzurri è il consueto happining invernale di FI, ‘Neve azzurra’, il 7/8 gennaio nel corso del quale Berlusconi si collegherà per telefono. Il 17 gennaio, gli occhi azzurri sono puntati sul voto nell’Europarlamento dove bisogna scegliere il successore di Martin Schultz, carica per la quale il candidato del PPE, l’azzurro Antonio Tajani, è in pole position contro il candidato del PSE, Pittella (Pd). Per quanto riguarda la Lega, lo stato maggiore leghista e quello meloniano – l’asse Lega-FdI detto anche dei ‘lepenisti all’amatriciana’ – si incontrerà presto per stabilire la proposta sulla legge elettorale (un Mattarellum corretto?) e anche le regole per le primarie del centrodestra che il duo Salvini-Meloni, in barba a Berlusconi, vorrebbe indire a marzo.

Il Movimento Cinque Stelle (anno 2017).

Anche i pentastellati hanno bisogno di tempo e non hanno alcuna fretta, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata, di andare a votare. Caso Raggi a Roma, dove sul capo della sindaca pende un avviso di garanzia, docet, per non dire della strutturazione di un movimento che – tra nuovo Codice etico e nuovi organi di garanzia (probiviri) e decisione (un nuovo Direttorio?) – ha bisogno di tempo per organizzarsi e presentarsi alle Politiche. Ecco perché, tranne il molto can can ad usum dei tanto vituperati mezzi d’informazione, l’M5S cercherà di opporsi a ogni sbocco immediato verso elezioni politiche anticipate, dicendo sostanzialmente di no a ogni nuova legge elettorale (maggioritaria o proporzionale che sia) con la scusa che ‘li penalizza’ o che è fatta ‘per farli fuori’. Nel frattempo, però, dovrà chiarirsi ai vertici: Grillo farà solo il garante del Movimento? Di Maio sarà davvero il candidato premier? Che ruolo avrà Di Battista? E la Raggi per quanto ancora sarà grillina? Tutte domande, ad oggi, senza risposta, anche se molti osservatori si aspettano nuovi viaggi e scorribande di Grillo a Roma.

La sinistra-sinistra (febbraio-marzo 2017).

Quel che resta di Sel – un pezzo della formazione nata per scissione dal Prc, partito ormai defunto, si è accostata al Pd in un ottica di ‘competizione-collaborazione’ con Renzi e parteciperà alle primarie (i senatori Uras e Stefano, pezzi sul territorio romano e laziale, i sindaci ex ‘arancioni’ di alcune città in mano al centrosinistra come Pisapia, Zedda, etc.) – si avvia a costituire un nuovo soggetto politico, quello di Sinistra Italiana, attraverso un congresso fondativo che si terrà dal 17 al 19 febbraio a Roma e che vedrà partecipare, oltre a quello che resta di Sel, capeggiata da Nicola Fratoianni (erede politico di Nichi Vendola), gli ex fuoriusciti dal Pd Fassina, D’Attorre, Galli, etc. e altri pezzi di movimenti sparsi. Invece, il 28 gennaio, a Roma, si terrà l’assemblea dei Comitati del Nuovo Ulivo fondati da Massimo D’Alema, ormai praticamente e di fatto fuori dal Pd, eredi dei Comitati per il No al referendum costituzionale del 4 dicembre, mentre il 28 gennaio a Parma Pippo Civati (altro fuoriuscito dal Pd) lancerà gli Stati generali della sua nuova associazione, Possibile. In attesa, tutti questi pezzi di sinistra a sinistra dal Pd, che la minoranza dem oggi ancora dentro il partito, quella che fa capo a Bersani e Speranza, decida di andarsene a sua volta. Infine, anche micro-partiti della ex sinistra radicale (Prc, Pdci, Comunisti di Rizzo, etc.) terranno i loro congressi, ma si tratta di formazioni politiche ormai cancellate dalla storia, oltre che dall’attualità politica. Infine, da segnalare che il 21 gennaio, a Roma, si riuniscono i comitati dei ‘professori’ del No (al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso) legati alla rivista on-line ‘Micromega’ (Falcone, Pace, Grandi, Besostri, Rododtà, Zagrebelsky, Carlassarre, Spataro, Villone, Vita, Pardi, Smuraglia, Montanari, Landini) in un teatro di Roma.

Il centro-centro (date imprecisate). 

Per quanto riguarda, invece, i centristi, la situazione è molto confusa. Scelta civica di Monti è morta, spersa in tre rivoli: una parte è finita direttamente nel Pd, un altra si è fusa con Ala di Verdini (quella che fa capo a Zanetti), un altra ancora ha fondato i ‘Civici innovatori’ ma se ne erano già andati sia i Popolari per l’Italia di Mario Mauro (verso il centrodestra) che i Popolari-Demos di Lorenzo Dellai (verso il centrosinistra). La fusione tra Ncd e Udc che aveva portato alla nascita di Ap (Azione popolare) è fallita: Ncd è rimasta alleata al Pd e punta, in teoria, a costruire un’area liberal-popolare alleata al centrosinistra (congresso, forse, a marzo) mentre l’Udc di Cesa, De Poli (ma non quella di Casini, D’Alia e Galletti…) è confluita dentro il calderone del centrodestra come pure il movimento Idea di Quagliariello e quello dei Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto che, insieme ad altri micro-partiti, vorrebbero concorrere, invece, alla rinascita di un area liberal-popolare nel..centrodestra. Per tutti costoro – movimenti e partiti di centrodestra come di centrosinistra – con quale legge elettorale si andrà a votare è esiziale: soglie di sbarramento troppo alte (superiori, cioè, al 3-4% dei voti…) ne decreterebbero, una buona volta, la definitiva sparizione. Ecco perché il loro unico vero interesse, oltre ad arrivare a fine legislatura, è il proporzionale. E di tutti loro si dovrà tenere conto: nel Paese sono inesistenti, ma in Parlamento contano.

Gli impegni delle Camere (l’intera legislatura). 

Come ormai sanno anche i sassi, la maggior parte dei parlamentari – molti di prima nomina – agogna a raggiungere la pensione (il cd. ex ‘vitalizio’) che, da quando il sistema è stato riformato ed è passato dal metodo retributivo a quello contributivo, matura solo dopo quattro anni, sei mesi e un giorno dall’inizio della legislatura, e cioè dal I settembre 2016. Eppure, non sono pochi i parlamentari che, invece, per ragioni di partito o di fede politica, vorrebbero interrompere in via anticipata la loro esperienza politica, anche se è la prima. Peraltro, le Camere dovrebbero comunque versare, a ognuno di loro, e subito, non ai 65 anni di età, 100 mila euro di mancati contributi per i 5 anni interrotti (un bel gruzzoletto). In ogni caso, oltre alla legge elettorale – di cui si è parlato prima – che abbisogna di almeno due/tre mesi per essere varata e alla legge di Stabilità, di cui si parlerà a partire da ottobre, c’è da espletare la ‘normale’ attività delle Camere che riprenderà a partire dal 10 gennaio. Un’attività (e, spesso, un ‘dolce far niente’) che non dispiace mai a nessun parlamentare. Da segnalare che, in Senato, bisognerà eleggere il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali (Chiti sarà, forse, la proposta dei renziani) in sostituzione di Anna Finocchiaro, oggi ministro alle Riforme, e il nuovo vicepresidente del Senato, in sostituzione di Fedeli (oggi ministro): due cariche istituzionali in quota Pd che, però, il Pd potrebbe cedere. Infine, notizia dell’ultima ora: i due provvedimenti più corposi in itinere nelle Camere (ddl salva-banche e dl Mille Proroghe) partiranno dal Senato e non dalla Camere per ‘liberare’ la Camera da ogni ingombro possibile per lasciare campo libero alla possibile riforma della legge elettorale che avrebbe, in questo caso, ‘campo libero’ per passare.

Gli impegni del governo Gentiloni (2017 e oltre…). 

Oltre agli impegni internazionali dell’Italia (che trovate qui sotto), il nuovo governo guidato da Paolo Gentiloni (già ministro degli Esteri nel governo Renzi) che si è insediato appena prima di Natale, si troverà di fronte una serie di impegni interni, alcuni previsti (e prevedibili), altri imprevisti (e imprevedibili). Essendo impossibile enumerare i secondi (esempio: uno o più attentati terroristici, di matrice Isis o altra, colpiranno l’Italia?), è meglio passare in rapida sintesi i primi (peraltro, l’agenda del governo è consultabile sul sito di palazzo Chigi: http://www.palazzochigi.it). Sul fronte economico, l’Italia dovrà affrontare, quasi sicuramente, il varo di una ‘manovrina’ di aggiustamento dei conti entro marzo (così chiede, in modo insistente, la Commissione Ue), il Def entro giugno e la legge di Stabilità per ottobre (se ancora sarà in sella, ovviamente), ma anche misure tampone su vari fronti (voucher, misure di contrasto alla povertà e a favore famiglie, bonus bebé, bonus giovani) per non dire del piano di salvataggio delle quattro banche in crisi (Mps in testa) che vale almeno 20 miliardi. Sul piano sociale i temi saranno gli stessi più, ovviamente, le misure – tampone o strutturali si vedrà – di contrasto all’immigrazione clandestina (riapertura dei Cie?), rimpatri, sbarchi e, in generale, il modo per affrontare l’emergenza immigrazione.

Sul piano più prettamente politico il governo Gentiloni ha già messo in chiaro che non sarà parte attiva nelle trattative sulla legge elettorale, ma  si limiterà al ruolo di ‘facilitatore’ delle trattative tra i partiti che dovrebbero ripartire non appena si pronuncerà la Consulta, mentre sul tema voucher potrebbe varare nuove leggi per depotenziare il possibile effetto negativo (sul Pd e i suoi alleati minori che reggono il governo) dei referendum della Cgil. Infine, vi sono molte leggi che giacciono in Parlamento e che attendono una loro definitiva approvazione, già calendarizzate dalle Camere e varate o proposte dall’ex governo Renzi: la riforma del processo penale (con dentro le norme sulla prescrizione), legge sulle adozioni, legge sul giusto processo, legge sulla cittadinanza agli immigrati nati in Italia, etc. etc. etc. Insomma, o il governo Gentiloni (retto, a oggi, da una maggioranza composta da Pd+Ncd+Psi+Popolari+altri partiti minori, senza l’apporto dei verdiniani di Ala) deciderà di autoaffondarsi da solo o verrà sfiduciato dal partito di maggioranza relativa che lo sostiene (il Pd, appunto) oppure, impegni e calendario alla mano, ne avrà parecchie di cose da fare. Da non dimenticare, per dire, la tornata di nomine negli enti di nomina statale che scadono entro giugno e che – dicono indiscrezioni di stampa – il governo effettuerà sempre che non sia caduto e non si debba andare a nuove elezioni anticipate entro maggio. Infine, il caso Rai: l’11 gennaio, il dg Campo Dall’Orto presenterà il suo nuovo piano industriale al Cda Rai e, subito dopo, in commissione di Vigilanza Rai che ha già silurato Verdelli.

Gli appuntamenti internazionali dell’Italia (marzo e maggio). 

I principali appuntamenti internazionali che attendono il nostro Paese sono tre: 1) l’Italia è, dal I gennaio 2017, membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e lo resterà per tutto l’anno; 2) la celebrazione della firma dei Trattati di Roma (1957), di cui ricorre il 60 esimo anniversario, che si terrà e celebrera’ il 25/26 marzo nella Capitale; 3) il G7 che si terrà dal 26 al 28 maggio a Taormina perché, nel 2017, l’Italia è paese ospitante del vertice. Sul piano della politica europea sono infine molti i temi e i dossier caldi che attendono misure e decisioni urgenti da parte del governo (immigrazione, terrorismo, bilanci della Ue, etc.).

Gli impegni istituzionali del Capo dello Stato (tutto l’anno). 

L’agenda degli impegni istituzionali del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è facilmente consultabile sul sito del Quirinale ( http://www.quirinale.it ), ma in ogni caso il primo appuntamento sarà il 7 gennaio, a Reggio Emilia, per la ormai consueta Festa del Tricolore, e il secondo a Bologna, il 12 gennaio, per la visita all’Università di Bologna Alma Mater e alla casa dei Fratelli Cervi. Non mancheranno i soliti impegni istituzionali e, sicuramente, altre visite nei centri del Centro Italia colpiti dal terremoto, cui Mattarella tiene molto, oltre che diversi viaggi all’estero. Una cosa è certa: sarà Mattarella, in ultima istanza, a decidere se e quando, come e perché, si andrà a votare con elezioni politiche anticipate o a (aprile? giugno? ottobre?) o alla scadenza naturale della legislatura (febbraio del 2018). Infatti, il potere principale che ha in mano, quello di sciogliere le Camere, tale resta, nelle sue mani e sicuramente, con il suo consueto stile sobrio e pacato, egli lo eserciterà.

NB: questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Pd, intesa tra big per il governo Gentiloni e congresso anticipato a marzo ma Renzi punta anche al voto anticipato

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

SE NON FOSSE per un particolare importante e non di poco conto – «Matteo non decide più nulla da solo! Ora deve e dovrà concordare tutto con noi, chiaro?! Mettetevelo in testa anche voi giornalisti!», come sbotta un franceschiniano ancora incredulo all’idea che il suo capo-corrente abbia ‘ceduto’ il passo a Renzi – si potrebbe dire che il premier dimissionario, ma ancora saldamente segretario Pd, stia per vincere «game, set, match».
Incredibile a dirsi, ma il «patto di sindacato» interno al Pd stretto tra il segretario e i big di maggioranza (Franceschini, Orfini-Orlando, Martina) _ patto che sembrava sul punto di rompersi in mille pezzi – non solo regge, ma sta per trovare una nuova formula, quella del rilancio almeno per buona metà del prossimo 2017, ma aggiornata: Renzi 2.0+tutti gli altri.

INFATTI, il «patto di sindacato» che sta per portare il ministro uscente, Paolo Gentiloni, ‘nativo’ Pd, liberal e democrat, al governo, è stato stretto tra i renziani (50 parlamentari, non uno di più, ma il 57-60% dei componenti dei membri della Direzione nazionale) e le tre principali aree di maggioranza – non ‘renziane’ ma neppure ‘anti-renziane’, diciamo ‘a-renziane’ del Pd: i 60 Giovani Turchi guidati da una diarchia tra il presidente Orfini («Matteo è un togliattiano e come Togliatti sarà leale, fino alla fine, con Badoglio…», tira un sospiro di sollievo un renziano doc) e il ministro Orlando (assai più freddo e cauto verso Renzi, che potrebbe poi e in ogni caso sfidare al congresso, 15% in Direzione nazionale), i 50 ex bersaniani di «Sinistra è cambiamento», guidati dal ministro Martina, e Area dem di Franceschini che conta ben 122 parlamentari (90 deputati e 30 senatori, ma minoritari in Direzione nazionale) su un totale di 414 parlamentari dem (301 deputati e 113 senatori).

La gamba più traballante del tavolo, si sa, era, appunto, quella capeggiata da Franceschini: avrebbe voluto un «governo che duri», traghettare il Paese a fine legislatura, anche sulla scorta dei desiderata del Capo dello Stato di cui è, da tempo, “il primo dei corazzieri”. «Lo strappo tra lui e Matteo c’è, inutile negarlo, anche sul piano personale i rapporti si sono lacerati, Dario era tentato dal fare un governo lui, ma ha capito che, senza di noi, non avrebbe guidato il governo, mentre con noi può giocare un ruolo cruciale in ogni scenario futuro», sospirano i renziani mentre gli uomini di Franceschini garantiscono: «Dario non tradisce, il rapporto con Matteo, che è segretario del Pd, è franco ma leale. Senza di lui non abbiamo mai inteso fare nulla». Sarà, certo è che i rapporti tra i due sono rimasti gelidi.

INSOMMA, trovare la quadra è stato faticoso (Mattarella premeva per un governo Padoan o per un Renzi bis da re-inviare alle Camere visto che alle Camere non ha mai perso la fiducia, che però il premier ha escluso in modo netto: «Perderei solo la faccia, non resto lì a farmi rosolare»), ma è stata trovata all’interno della war room che ieri si è reistallata a palazzo Chigi anche a causa della crisi di Mps che è scoppiata per la decisione della Bce. Lì sono saliti Gentiloni (due volte), Padoan, e non solo per la grana Mps, ma anche Orfini e Martina, più Lotti, Boschi, mentre il vicesegretario Guerini tesseva, paziente, tutta la tela e Renzi si sentiva al telefono con tutti quelli che non era riuscito a vedere (Delrio, Alfano).
A fine serata è arrivato, a palazzo Chigi, anche Franceschini: «È fatta, l’accordo regge» (incontro che si è rivisto anche questa mattina, tanto per dire quanto sia fragile la tregua). Un accordo siglato su tre punti chiave: nuovo governo, data delle elezioni, congresso anticipato del Pd.
Il governo Gentiloni – che avrà ministri quasi tutti fotocopia (dovrebbero saltare solo la Giannini all’Istruzione, la Madia alla Pa e la Boschi alle Riforme, “ma per te, Maria Elena, penso a un posto di primo piano al partito”, le avrebbe assicurato il premier dimissionario) avrebbe un solo obiettivo che esplicita il senatore renzianissimo Andrea Marcucci: «La legislatura è finita il 4 dicembre. Inutile accanirsi. Aspettiamo la legge elettorale e poi si voti, ma il prima possibile». Insomma, legge elettorale e poco più: le emergenze sociali e finanziarie (decreto terremoto, decreto salva-banche, manovrina di aggiustamento dei conti a marzo, ma anche la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, a fine marzo).
Il che vuol dire votare o ai primi di aprile (l’ipotesi più caldeggiata, sempre che si riesca ad andare a votare con una sentenza ‘autoapplicativa’ della Consulta sul combinato disposto tra Italicum decapitato alla Camera e Consultellum ritoccato al Senato, ma è  un azzardo) o, se non ci si riesce, ai primi di giugno (le date che i renziani prendono in esame, calendario alla mano, iniziano il 4 aprile, domenica, poi iniziano i vari ponti e Festività pasquali, e arrivano al 15 giugno) con una legge elettorale ex novo, fatta dal Parlamento sempre sulla scorta della sentenza della Consulta, quindi aspettando comunque il dopo 24 gennaio. L’idea di ‘nuovo’ sistema elettorale che gira, tra i renziani e non, è un «simil tedesco» (ideatore, in tempi non sospetti, cioè prima della sconfitta referendaria, Denis Verdini), metà collegi e metà liste bloccate (un mix tra proporzionale e maggioritario con anche, dentro, un piccolo premio di maggioranza da ricavare dalla quota di proporzionale) che può incontrare il favor di Berlusconi e FI perché prevede il proporzionale ma senza preferenze, sistema che il leader di FI ha sempre aborrito e non gli permetterebbe di scegliersi i suoi. Ma i renziani, però, ragionando meglio, non credono che «un Parlamento così delegittimato riesca nell’impresa di scrivere una nuova legge elettorale. <Meglio – spiega un esperto di sistemi elettorali che milita nel Pd ed è un renziano di ferro– fare subito una leggina per sistemare il Consultellum e applicare la sentenza della Corte sull’Italicum».
In ogni caso, si voterebbe «in una data compresa tra i primi di aprile e metà giugno, considerando che, a fine maggio, al G7 di Taormina, sarebbe meglio arrivarci con un governo eletto», dicono i renziani. E, cioè, sperano, con un governo Renzi bis, ma stavolta eletto dal popolo ad elezioni politiche vere, o con un governo di grosse koalition ma eletto.

E IL CONGRESSO del Pd? Anticipato. Innanzitutto, il 18 dicembre si terrà l’Assemblea nazionale che, per Statuto, va fatta due volte l’anno: «l’incoronazione a Matteo avverrà già lì e a furor di popolo», assicura un suo fedelissimo, <poi primarie aperte e nuova legittimazione di Matteo sia nel pd che nel Paese con un tour in giro per l’Italia> . Nel mezzo, appunto, via alla pratica congresso anticipato, cui sopraintende il solito uomo, d’ordine e ordinato del Pd, Lorenzo Guerini. Due le ipotesi. Se si riuscisse a votare subito (entro fine marzo-aprile) i renziani vorrebbero fare un congresso a razzo («volante») che si limiti alla sola scelta del candidato premier («tra l’altro, se c’è il proporzionale, la scelta del candidato premier neppure serve», azzarda un renziano, «perché, per Statuto, è già il segretario…»). «Primarie volanti», dunque, rimandando a un secondo momento la conta congressuale interna, anche se questa – per paradosso –  è la strada più rischiosa e meno gradita perché, appunto, «a Matteo serve una nuova e doppia legittimazione popolare, tra gli iscritti nel Pd e alle politiche». Chi ne uscirebbe con le ossa rotte sarebbe, pur avendo vinto al referendum costituzionale appoggiando il No, la sinistra interna: i suoi 25 deputati e 25 senatori non sarebbero determinanti per far nascere un nuovo governo (Ala, Gal, Ncd pensano già alla  bisogna…) e i suoi scarsi voti in Direzione (15%) non bastano comunque per fermare le macchine del congresso anticipato come pure, se ci sarà, del voto anticipato mentre lanciarebbero, se non gli riesce l’accordo con Orlando, un candidato di bandiera al congresso (Speranza, forse Zingaretti) che non riuscirebbe mai a vincerlo o a imporsi, sempre che il patto di sindacato tra le aree di maggioranza e i ‘maggiorenti’ del Pd regge, mentre Cuperlo punta a un patto interno/esterno con il campo progressista (Pisapia e i sindaci ex Sel come Zedda) che però rinsalderebbe l’alleanza con Renzi, non la indebolisce.
Se, invece, per fare una nuova legge elettorale non si può votare prima di giugno, allora si farà un congresso vero. Magari eleggendo solo i delegati a livello provinciale e nazionale, dove si nominano Assemblea nazionale e Direzione, saltando i congressi di circolo e quelli regionali (che, per Statuto, si eleggono dopo il nazionale). Con Renzi «candidato unico» a segretario e premier. Sempre che i big ci stiano e che «il patto di sindacato» regga. Se poi qualcuno, tipo il ministro Orlando, oltre ai vari Speranza, Emiliano, Rossi, vorrà candidarsi contro Matteo, “prego, si accomodi”, è l’ultima voce dei renziani, “tanto rivinciamo noi”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 10 dicembre 2016 (http://www.quotidiano.net)

3) Nuove regole per gli organi di garanzia (quorum Capo dello Stato e Consulta), nuovi quorum per i referendum abrogativi e leggi di iniziativa popolare. Speciale riforma costituzionale n. 3)

IL 4 DICEMBRE i cittadini italiani saranno chiamati a votare, secondo la procedura prevista dall’art. 138 della Costituzione (referendum confermativo, ovvero senza necessità di quorum), per il referendum costituzionale. Dunque, con un Sì o con un No, si potrà esprimere il proprio voto pro o contro la riforma del Senato. Il testo della riforma costituzionale è stato approvato dal Parlamento dopo sei letture (la famosa ‘navetta’): l’iter è iniziato al Senato l’8 aprile 2014 e si è concluso alla Camera il 12 aprile 2016. La riforma incide su 47 dei 139 articoli della Costituzione. In quattro puntate illustriamo i contenuti principali della riforma: lunedì scorso la composizione del Senato; ieri i poteri e le funzioni delle Camere; oggi gli organi costituzionali e i referendum; domani il rapporto Stato-Regioni e l’abolizione di Cnel e Province.

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

LA RIFORMA costituzionale del governo prevede anche una serie di altre modifiche all’ordinamento della Repubblica e alla Costituzione, in particolare per quello che riguarda i quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, i referendum abrogativi e le leggi di iniziativa popolare.

L’elezione del Presidente della Repubblica (art. 83)
Se la riforma sarà approvata, il Capo dello Stato continuerà ad essere eletto in seduta comune da entrambi i rami del Parlamento. Ma dato che il Senato sarà composto, nella sua nuova formulazione, da cento membri (74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal Capo dello Stato per 7 anni), la platea di Grandi elettori sarà di 730 membri (630 deputati più cento senatori, in realtà 731: c’è un ex Capo dello Stato membro di diritto). Inoltre, proprio perché nel futuro Senato siederanno i consiglieri regionali vengono esclusi, dalla platea dei Grandi elettori, i delegati delle Regioni che, nella composizione attuale della platea portavano i Grandi elettori a mille circa (nel 2015 furono 1008: 630 deputati + 321 senatori + 58 eletti scelti dai consigli regionali).
Paradossalmente, a causa dell’ultima legge elettorale in vigore dal 2006, il Porcellum (abrogato dalla Consulta nel 2013), una maggioranza politica forte di una maggioranza semplice tra Camera e Senato o di una maggioranza assoluta nella sola Camera, poteva eleggersi il Capo dello Stato da sola. Regole scritte ai tempi del proporzionale della Prima Repubblica, infatti, oggi (art. 83) serve la maggioranza dei due terzi dei componenti ma, dal quarto scrutinio in poi, basta la maggioranza assoluta.
Eppure, nel 2013, la rielezione di Napolitano (primo caso nella storia repubblicana di rielezione) fu dovuta al fatto che i vari partiti non riuscivano a mettersi d’accordo. E pur eletto Napolitano (2013) al VI scrutinio e Mattarella (2015) al IV, ci sono stati casi in cui ci sono voluti moltissimi scrutini per elegggere un Capo di Stato fino al massimo di 23 per eleggere Leone (1971).
Con la riforma non solo cambia la platea dei Grandi elettori, che scende da 1008 a 730, ma cambiano i quorum. Nei primi tre scrutini sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti, dal quarto scrutinio in poi la maggioranza dei tre quinti sempre dei componenti, mentre dal settimo in poi basterà la maggioranza dei tre quinti, ma dei presenti in aula. Uscire dall’aula, dunque, non peserà più come ora: basterà la maggioranza dei votanti e non più dei componenti per l’elezione, ma perché il voto sia valido dovrà essere presente la metà più uno degli aventi diritto (366 su 730).
Alcuni eccepiscono che, con la nuova legge elettorale, l’Italicum, a una manciata di deputati superiore ai 340 deputati (dati dal premio di maggioranza alla Camera) sarebbe possibile eleggere il nuovo Capo dello Stato con i tre quinti dei votanti dal VII scrutinio. Ma la ‘colpa’ sarebbe degli altri 400 assenti al momento del voto.

Elezione dei giudici della Consulta e del Csm (art. 135)
Con la riforma cambia anche la modalità di elezione dei giudici della Coste costituzionale. Oggi, infatti, il Parlamento sceglie, in seduta comune, 5 giudici su 15 (altri 5 sono nominati dal Capo dello Stato e 5 dalle alte magistrature). Con la riforma, i giudici non saranno più eletti in seduta comune ma con votazioni separate: due dal Senato, tre dalla Camera. La scelta è dovuta alla necessità, causa la sproporzione tra Camera e Senato, di garantire di più il Senato. Per eleggere i membri laici del Csm i quorum restano identici.

Le leggi elettorali (artt. 73 e 134)
Alla Consulta la riforma conferma (art. 134) il potere di giudizio preventivo della legge elettorale (compresa l’attuale, l’Italicum), già previsto nel nuovo articolo 73. Ed è l’art. 73 che specifica come si fa ricorso: entro 10 giorni dall’approvazione, un terzo dei senatori o un quarto dei deputati (norma fatta chiaramente a favore di una o più minoranze parlamentari) può fare ricorso. La Consulta avrà 30 giorni di tempo per emettere il verdetto che, se negativo, vieterà l’entrata in vigore della legge elettorale.

Referendum e leggi di iniziativa popolare (artt. 71 e 75)
Cambiano le norme sui referendum. Quello abrogativo, cui si ricorre per abolire in parte o per intero una legge, rimane com’è ora, ma cambiano i quorum per renderlo valido: con 500mila firme serve la maggioranza degli aventi diritto al voto alle politiche, ma se si raggiungono le 800mila firme il quorum si abbassa al 50,1% dei votanti alle ultime elezioni politiche (esempio: Politiche 2013: affluenza 75%, quorum referendario 38% circa). Resta il divieto di proporre referendum su leggi tributarie e di bilancio, amnistie, indulto e trattati internazionali.
La novità riguarda l’introduzione dei referendum ‘propositivi’, per introdurre nuove leggi, e ‘d’indirizzo’ (artt. 71 e 75 della Costituzione), ma si tratta di innovazioni, per ora, solo teoriche perché le modalità di funzionamento di entrambi questi istituti sono demandate, se approvata la riforma costituzionale, a una nuova legge costituzionale e a nuove leggi bicamerali ordinarie di attuazione degli stessi.
Novità anche per le leggi di iniziativa popolare: oggi per presentarne una servono 50mila firme, con la riforma saliranno a 150mila ma la legge d’iniziativa popolare dovrà essere esaminata e votata dal Parlamento (oggi è una facoltà). Saranno però i futuri regolamenti parlamentari a stabilire i tempi: per ora la novità è solo sulla carta.

La curiosità. L’Italicum, la legge elettorale già morta prima di essere nata

La nuova legge elettorale, l’Italicum, è valida solo per la Camera dei Deputati ed
è in vigore dal I luglio 2016, ma sul suo capo pende il giudizio di legittimità della Consulta che, con sentenza attesa a fine gennaio, può giudicarla incostituzionale, tutta o in parte, abrogandola prima che venga mai usata.

Ecco il grafico da me preparato, scritto e pubblicato su Quotidiano Nazionale:

terza_puntata

(3-continua)

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 30 novembre 2016 a pagina 12 (http://www.quotidiano.net)