Pd, rebus liste. I segretari regionali non vogliono i ‘paracadutati’. Renzi sprona i ministri a ‘metterci la faccia’ nei collegi

1. Rebus liste, l’Emilia avverte Renzi: “Non vogliamo invasione di paracadutati”. Vertice con i segretari regionali. In Campania spunta il figlio di De Luca e il re delle “fritture di pesce”…
Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA
In teoria, i venti segretari regionali del Pd, uno per regione, sono tutti renziani. In pratica, però, incontrando i vertici del partito al Nazareno, ieri ognuno di loro ha detto la sua. C’è chi, come il segretario regionale dell’Emilia-Romagna, Paolo Calvano, ha fatto presente che “Noi emiliani non abbiamo alcuna intenzione di svenarci per dare seggi sicuri a candidati paracadutati da altre liste (i tre ‘nanetti’, ndr.) o anche dal Nazionale. Di sacrifici non possiamo mica farne troppi…”. Il problema riguarda sia i tanti bei nomi della società civile che Renzi vuole in lista, sia i seggi blindati da garantire ad ‘alleati’ che c’è il serio rischio non facciano alcun quorum (senza l’1% non portano seggi né a loro, ovviamente, né alla coalizione, invece se prendono tra l’1% e il 3% non eleggono nessuno ma portano voti e seggi al Pd). Solo in Emilia-Romagna, per dire, il Nazareno vuole piazzare Lorenzin, Casini e Galletti, nomi di punta della lista ‘Civica e Popolare’, la quale chiede almeno sei/otto seggi sicuri, Magi per i Radicali (la Bonino, invece, andrà in Piemonte) e Della Vedova ancora non si sa, sempre che si chiuda l’accordo tra Pd e ‘Forza Europa” (lista assai più esosa: il singolare duo di guida Bonino-Tabacci ne vuole 10). In Toscana, per la lista ‘Insieme’, c’è Nencini (Psi) da paracadutare, nelle Marche bisogna fare spazio a Bonelli (Verdi), in Emilia a Santagata (ulivisti), ai quali però – più parchi – bastano solo sei posti. Per far posto a tutti loro, certo è che qualcuno nel Pd dovrà rinunciare a seggi sicuri. Senza dire di un dato di fatto ulteriore, e cioè che Renzi vuole imporre tanti bei nomi della “società civile”. I quali saranno anche tutti nomi “eccellentissimi”, come spergiurano al Nazareno, ma che a oggi sono già più di dieci e pare che lieviteranno almeno a venti: anche per loro servono altrettanti seggi sicuri blindati nelle zone rosse.
E tutto questo, ai segretari regionali, forti nei territori di appartenenza, non sta bene. La segretaria dem campana, Assunta Tartaglione, per dire, ha “preso atto” delle richieste del Nazareno e risposto, serafica, “apriremo l’istruttoria”, che vuole dire tutto e niente: lei, in Campania, vuole ricandidare tutti i parlamentari uscenti, tranne Salvatore Piccolo, ma solo perché quest’ultimo ha già detto che non si ricandida… In più un posto spetterà ‘di diritto’ a Piero De Luca, il figlio del governatore Vincenzo, ras nella sua Salerno come in tutta la sua regione. De Luca, non pago, vuole in lista anche molti consiglieri regionali a lui afferenti, tra cui Franco Alfieri, assurto agli onori delle cronache per promettere voti in cambio di “fritture di pesce”. Infine, ma il Nazareno smentisce seccamente la voce, ci sarebbe stato un ‘ammutinamento’, da parte di diversi segretari regionali dem (Trentino, Calabria, etc.) contro la ventilata candidatura dell’ex ministro Maria Elena Boschi. Solo il segretario regionale della Toscana, Dario Parrini, uomo temprato nel ferro e nell’acciaio delle polemiche anti-renziane, ha detto di sì a tutte le richieste del Nazionale, ma lui è renzianissimo. E così sia la Boschi che molti altri big del renzismo militante (Bonifazi, Marcucci, Ermini, ovviamente Lotti e sicuramente anche la Boschi, pur non essendo chiaro ancora dove: di certo non nella sua Arezzo, più probabile Lucca o Grosseto, di certo non a Firenze, dove già si candiderà Renzi, anche se al Senato, nel collegio di Firenze-Scandicci) troveranno nella terra di Dante e Petrarca il loro rifugio.
Certo è che, ieri, al Nazareno, dove di solito sono sempre assai loquaci, regnava un silenzio tombale che neppure il Pci di Togliatti. Del resto, Renzi ha intimato a tutti loro: “basta parlare ai giornalisti delle candidature, queste cose ci fanno solo perdere voti”. La war room è, ovviamente, capitanata da Renzi in persona e composta da pochi nomi (tutti già eligendi, ovviamente), peraltro tutti maschietti. Sono i ministri Luca Lotti e Maurizio Martina, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, il presidente dem Matteo Orfini e la vera longa manus di Renzi sull’intero dossier candidature, il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini. I cinque ‘angeli della Morte’ (per gli altri, si capisce), in via del tutto eccezionale, erano accompagnati anche da due rappresentanti delle due minoranze (che valgono, numericamente, assai poco: il 19% l’area di Orlando, Dems, il 9% l’area di Emiliano). Il braccio di ferro dentro il Pd sulle liste si concluderà con due Direzioni nazionali che ratificheranno tutte le scelte (la prima il 16 gennaio, la seconda il 25), ma è appena iniziato. 
NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale
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2.  Renzi sprona i big e i ministri del Pd: dovete “metterci la faccia” e candidarvi anche nei collegi, non solo nei listini proporzionali. La Boschi correrà in Toscana. 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
Da giorni, al Nazareno, suona l’allarme rosso. Sulla soglia nazionale che toccherà al Pd, certo (Renzi, ieri sera, in tv, ha fissato l’asticella al 25% di Bersani alle Politiche 2013, risultato su cui, peraltro, andrebbe fatta chiarezza: il Pd prese il 24,5% alla Camera, ma il 27,4% al Senato) e, soprattutto, sulle sfide one to one nei collegi uninominali. Perso in gran parte, se non tutto, il Nord, evaporato il Sud, inabissate le Isole, reggono solo le regioni rosse (Emilia e Toscana, ché già Umbria e Marche pencolano assai) e il Trentino (solo perché là vince la Svp, secolare alleata del Pd) più qualche collegio sparso nelle città più grandi (Milano, Torino,  Roma e, ovviamente, Bologna e Firenze). La war room ormai permanente insediatasi al Nazareno (ne fanno parte, oltre a Renzi, il presidente Orfini, il coordinatore Guerini, i ministri Lotti e Martina), ha deciso, perciò, di correre ai ripari in due modi. Il primo è di definire i collegi uninominali secondo le tre fasce classiche in cui definiscono i collegi tutte le forze politiche (la prima è “sicuri”, la seconda “perdenti”, la terza “incerti”), ma che saranno definite e riempite solo l’ultimo giorno con i relativi candidati. Renzi, infatti, vuole riservarsi di vedere chi, in quei collegi, indicheranno gli avversari per farvi meglio fronte.
La seconda è una decisione politica già gravida di nubi e di possibili scontri tra il partito di Renzi e quello dei vari big, detto anche partito dei ‘ministeriali’ perché comprende tutti i ministri targati Pd. Le regole d’ingaggio decise dal Nazareno e comunicate ai big sono chiare: “Carissimi, va bene la vostra candidatura in più listini proporzionali, il che vi assicura la rielezione, ma bisogna portare tutti la croce. Dovete andare nei collegi, metterci la faccia e rischiare”. L’esempio che viene portato dai renziani doc è quello del vero ascaro di Renzi, il vicesegretario e ministro Maurizio Martina: “Lui – spiegano al Nazareno – si candiderà in Lombardia, nel proporzionale, e pure nel collegio uninominale di Bergamo, sfida persa in partenza”.
Il discorso vale anche per il premier, Paolo Gentiloni. I suoi – ma anche il Capo dello Stato, Mattarella – vorrebbero preservarlo per il futuro – cioè per rimanere al suo posto, a capo di un governo, pur dimissionario o addirittura con un nuovo incarico – ed evitargli l’onta di una possibile sconfitta in un collegio: ecco perché vorrebbero che corresse solo in due (o tre) listini del proporzionale (Lazio, Piemonte). Ma Renzi – che ieri in tv, dalla Gruber, ha lodato Gentiloni ed ha ammesso che “la differenza tra vittoria e sconfitta la farà il nome del premier: se sarà del Pd, la vittoria sarà del Pd” – non vuol sentire ragioni: “Caro Paolo, devi metterci la faccia anche tu in un collegio”.
Il premier, dunque, dovrà correre anche nell’uninominale, e lo farà a Roma centro, Padoan andrà a Milano, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia e via così. Ma mancano ancora molte caselle, tipo quella di Minniti, che non vuole correre nella ‘sua’ città, Reggio Calabria, dove il seggio uninominale è considerato perso in partenza, per il Pd. In ‘sofferenza’ e sui carboni ardenti restano due ministri che non sono mai piaciuti a Renzi e ai renziani: la Fedeli, imputata di tutti i peggiori disastri in merito alla disastrosa riforma della ‘Buona Scuola’, che ha fatto arrabbiare tutti, docenti e discenti, e Poletti, titolare del welfare, ritenuto troppo ‘moscio’, poco combattivo. Solo di dove si candiderà il segretario, Matteo Renzi, si sa tutto: correrà nel collegio uninominale del Senato di Firenze-Scandicci (si chiama Firenze 1) e in due liste proporzionali (Lombardia e Campania) o forse anche in tre. Regna ancora un alone di mistero, infine, sul caso Boschi: ieri sera, in tv, Renzi ha detto che l’ex ministra sarà candidata anche lei con il doppio binario, cioè collegio e listino, ma è ancora in alto mare il ‘dove’. Di certo non a Firenze, dove appunto c’è già Renzi, mentre Luca Lotti batterà la provincia fiorentina, e quasi sicuramente non Arezzo, sua città natale, dove rischia la rivolta. Possibile che l’ex ministra finisca a Lucca o a Grosseto collegio, più in due listini ‘sicuri’ (Toscana e Campania).
 
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 9 gennaio 2018. 
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Dossier Banche versus Boschi-Renzi-Pd. Sei pezzi difficili e un’intervista a Cuperlo

Pubblico qui, in sequenza temporale dall’ultimo articolo uscito oggi a quelli dei giorni precedenti, i miei sei pezzi pubblicati in questi giorni sul caso Pd-Renzi-Boschi in merito alle vicende che vedono al centro dell’attenzione politica il cd. “caso Banche”, e cioè le audizioni di Visco, Padoan, etc nella commissione Bicamerale d’inchiesta sulle Banche.

 

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

  1. Il leader dem fa finta di nulla: “Doveroso occuparmi di banche”. Ma un sondaggio riservato del Nazareno sulla Boschi rivela: gradimento giù.
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, i renziani e, de relato, Maria Elena Boschi (ieri presente, a differenza di Renzi, al discorso di Mattarella al Quirinale: era bella e radiosa, al solito), sono e convinti di averla ‘sfangata’. E di aver vinto almeno un round nel match contro «il Resto del Mondo», posta in palio le elezioni. Il round che il Pd renziano pensa di avere, se non vinto, almeno pareggiato, è quello dell’audizione del governatore di BankItalia. Il guaio è che lo score del match di pugilato, che si conta sui 12 round, segna già 10 per il «Resto del Mondo» e zero – o, forse, appunto, uno – per il Pd. Oggi, peraltro, sarà il turno di Ghizzoni, l’ad di Unicredit, da cui arriverà un uppercut. Ma se la sconfitta finale è sicura, le parole di Visco non hanno aiutato a vincere neppure questo round. «Pressioni», assicura il governatore – che prima si è consultato con i vertici delle istituzioni repubblicane, il Capo dello Stato Mattarella e il premier Gentiloni, già suoi «scudi umani» quando Renzi ne chiedeva la testa,per addolcire i toni della sua audizione che si preannunciava esplosiva – «non ce ne sono state, siamo tutti persone mature…».
Visco, dunque, nega le pressioni, ma parla di «preoccupazioni», tira in ballo anche Renzi, non solo la Boschi, etc. L’impressione è, dunque, che anche questo round non sia stato affatto una vittoria per Renzi e Boschi.
Al Nazareno, però, si esulta, anche se un focus group commissionato alla società di sondaggi Swg testimonia il disastro: anche tra gli elettori del Pd, praticamente nessuno vorrebbe che la Boschi venisse candidata e da nessuna parte (si parla, da giorni, di Arezzo o della Campania…). Il leader dem – che ha contato i minuti e le ore prima di ascoltare, in bassa frequenza dalla commissione, le parole di Visco – fa diffondere parole di giubilo quando il Governatore neppure ha finito di parlare. Le firma in modo inusuale, dati i tempi, come «27esimo presidente del Consiglio della Repubblica italiana». Il succo è questo: «Ringrazio molto Visco, abbiamo sempre avuto la massima collaborazione, anche quando non eravamo d’accordo (cioè quasi sempre, ndr.), mi fa piacere che fughi ogni dubbio sul comportamento dei ministri (vedi alla voce: Boschi, ndr.), che hanno svolto solo legittimi interessamenti legati al territorio. Nessuna ‘insistenza’ o ‘pressione’ o ‘violazione del segreto’ è stata formulata da parte nostra».
Insomma, hic manebimus optime, è il concetto espresso da Renzi, ora non resta che «risalire la china» (cioè i sondaggi, disastrosi). I suoi rilanciano persino, sui social, l’intervento video del Governatore con tanto di «sottotitoli» messi da un senatore renziano, Andrea Marcucci e dal deputato-tesoriere, Francesco Bonifazi, per gridare la «verità» del Pd: «I mentitori seriali sono Di Maio e 5Stelle». E così, pian piano, prendono coraggio e si gettano a corpo morto a difendere ‘Meb’ molti dem, renziani e non, per giorni rimasti muti come pesci. Solo i ministri-big (Franceschini, Orlando, Delrio), anche nel salone delle Feste del Quirinale, mantengono un’aria da funerale, buia e contrariata.
Infine, a sera, la E-news di Renzi raggiunge l’apoteosi: «Permettetemi di abbracciare Padoan, finito al centro di un vortice mediatico per aver detto una cosa banale: il Ministro dell’Economia non autorizza mai alcun ministro. Per forza: nessuno deve autorizzare un collega pari grado» assicura Renzi (peccato che il Testo Unico bancario dica il contrario, e cioè che solo il ministro dell’Economia può intervenire, ma sono dettagli…).
Morale, un trionfo, secondo il «Vangelo secondo Matteo» (Renzi) che il Nazareno certifica e spiega così: «1) Visco, con le sue parole, ha ‘aiutato’ la Boschi; 2) su Renzi il governatore ha ridimensionato il senso dei suoi presunti interventi derubricandoli a ‘battute’; 3) in conclusione, «le ‘rivelazioni’ che sarebbero dovuto sortire dalla sua audizioni non sono tali». Anche se – chiosa l’inner circle renziano – «sappiamo bene quale sarà il mainstream di giornali e tv». Traduzione: ci massacreranno. Il sospetto che il massacro arrivi a ragion veduta non li sfiora neppure. Poi, in serata, un video piratato da una riunione dem in cui il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, si scaglia velenosamente contro Renzi, dicendo che “è venuto meno alla parola data” e “gli manca la dimensione dell’etica in politica”, chiude il cerchio delle figuracce dem.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 20 dicembre 2017. 

2. Il Nazareno come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari: assediati in attesa del Nemico, che però stavolta è arrivato… 

Ettore Maria Colombo  – ROMA
Il Nazareno, se non fosse deserto (ieri, del resto, era solo lunedì…), sarebbe come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari di Buzzati. Un «non luogo» dove si attende l’arrivo del Nemico che, però, ogni giorno arriva e ti abbatte. I dati catastrofici dei sondaggi (Pd al 23,4% per Ipsos, al 24% per Swg: sei punti persi in sei mesi, un punto al mese) li ha riconosciuti lo stesso Matteo Renzi nella sua intervista di ieri al Corsera («E’ vero il mio consenso è in calo, ma è perché siamo al governo»), ma ciò non toglie che spaventino tutti.
In ogni caso, Renzi – che oggi non si presenterà al Quirinale per ascoltare il discorso di auguri di Mattarella alle Alte cariche dello Stato perché è «fuori Roma» – non nasconde la sua preoccupazione per la piega che hanno preso le audizioni nella commissione Banche. Le parole che, forse, fanno più male di tutte ieri sono arrivate da un ministro chiave del suo ex governo, Pier Carlo Padoan. Parole che, peraltro, hanno ‘irritato’, e non poco, anche Graziano Delrio, a sua volta tirato in ballo per essersi interessato del destino di CariFerrara, e ieri furibondo.
E ahi voglia, dopo, Padoan a smentire e precisare, in pubblico e in privato, cioè con lo stesso Renzi: «Matteo, non volevo mettere in difficoltà Maria Elena, solo il solo che l’ha difesa pubblicamente».
Renzi, a denti stretti, gli risponde: «Ne sono convinto, Piercarlo». Poi ai suoi dice: «Spero che le parole di Padoan non vengano fraintese». Senza dire che, tra oggi e domani, le audizioni di Visco e Ghizzoni completeranno il crucifige ai danni dell’ex ministra e, forse, di Renzi.
Il segretario, certo, prova a pensare ad altro. Ieri si è occupato di iniziare il giro di «consultazioni sulla prossima campagna elettorale», mettendo l’accento – spiegano dal suo inner circle – «sui contenuti»: dalla polemica sull’Euro con Di Maio ,al lavoro di intreccio tra collegi e listini per le candidature. L’idea di fondo è «valorizzare storie diverse, mettendo un nome della sinistra interna in un collegio e facendo guidare il listino da un nome di area moderata e viceversa».
Ma se di liste e candidature s’inizierà a parlare, nel concreto, solo dopo la Befana, in attesa che «dai vari big i arrivino indicazioni e richieste», è certo che Renzi si candiderà nel collegio maggioritario di Firenze 1, sperando di poter incrociare i guantoni con Salvini.
E la Boschi? ‘Meb’, allo stato, si candiderà in Toscana: di certo in un collegio (forse Arezzo, la sua città, ma i malumori che arrivano dai dem locali sono fortissimi), probabilmente anche nel listino. Del resto, farla correre solo nel collegio maggioritario è un’arma pericolosa e a doppio taglio: potrebbe perderlo e restare fuori. In ogni caso, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, ieri ha detto parole definitive, sul tema: «La Boschi sarà candidata, dove lo decide il Pd». Il che fa capire che la strada di altre regioni come la Campania è aperta. Solo il Trentino è escluso: contro di lei è partita una raccolta firme del Pd locale.
Il guaio è che il resto dei big e ministri dem (Franceschini in testa a tutti, Minniti, Delrio, etc.) sono muti: neppure una parola in difesa di ‘Meb’.
Dal lato minoranza, invece, arrivano critiche feroci. Il ministro Andrea Orlando, leader di Dems, le ha chiesto, di fatto, di non candidarsi. L’altro leader di una corrente di minoranza, Sinistra dem, Gianni Cuperlo, proprio a QN, ha detto che sarebbe stato meglio non fosse tornata al governo. Solo Michele Emiliano, leader di Fronte democratico, tace imbarazzato non foss’altro perché ha chiuso un accordo e ‘blindato’ i suoi (pochi) parlamentari al suo seguito (Boccia, Ginefra) con Renzi.
‘Meb’, ieri, si è difesa parlando al Messaggero: ha ribadito la sua posizione di difesa («Accusano me per coprire i veri scandali sulle banche»), ma ha anche detto «se mi chiamano vado in commissione».
La linea di difesa ‘generale’ sulle banche da parte dello stato maggiore del Pd la esplicita, però, il presidente Matteo Orfini in un colloquio con l’Huffington Post: «Vogliono convocare la Boschi? Allora noi vogliamo sentire anche Mario Draghi e tutti gli altri nomi esclusi, tra cui Enrico Letta». Tirare in ballo il governatore della Bce, Mario, Draghi, però è come mettere il dito nell’occhio a Mattarella, ma in ogni caso la linea Orfini suona come l’adagio biblico «Muoia Sansone e tutti i Filistei».
L’articolo è stato pubblicato martedì 19 dicembre a pagina 3 del Quotidiano Nazionale.

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3. Dove correrà ‘Meb’ alle  elezioni? Il dilemma del Nazareno.

Ettore Maria Colombo – ROMA
Il ‘fattore Meb’ (nel senso di Maria Elena Boschi) può creare seri contraccolpi alla campagna elettorale del Pd. Solo il ‘fattore banche’ (nel senso della commissione) è costato ai dem circa due/tre punti percentuali: il Pd, dal 27-28%, è crollato al 23%, con altri sondaggi – ancora più disastrosi – che lo danno in caduta libera al 20%. E quanto può far perdere, al partito di Renzi, l’esposizione e il pubblico ludibrio cui la Boschi viene sottoposta in tv, sui social e i giornali, nel pieno della campagna elettorale? Al Nazareno si sono fatti la domanda, ma – per ora – ancora non si sono dati una risposta. Non a caso, la Direzione  sulla composizione e i criteri delle liste, oltre che la decisione sulle deroghe, è stata rimandata a dopo la Befana. Gli animi interni sono troppo accesi per rovinarsi il Natale. Ma c’è chi, anche nell’inner circle renziano, cerca la strada impervia della ‘riduzione del danno’. E così, se “è certo”, dice il Nazareno, che Boschi verrà ricandidata alle elezioni, non è più “sicuro” né il ‘dove’ né tantomeno il ‘come’.
La Boschi ha detto in tv, dalla Grube, di voler correre in Toscana, anche se sul punto ora ha cambiato idea (non pare credibile, invece, l’ipotesi avanzata di un seggio in Trentino, dove in ogni caso i dem locali hanno fatto partire una raccolta di firme al grido di “Noi qui quella non la vogliamo”, o in Basilicata, dove i seggi sicuri per il Pd non ce ne sono o sarebbero, comunque, molto a rischio). Infatti, fino a qualche tempo fa, Meb sembrava propensa a candidarsi in Campania, per la precisione nel collegio di Portici-Ercolano, fuori Napoli, Lì il sindaco dem, Ciro Bonajuto, e il governatore campano, Vincenzo De Luca (che così pensava di assicurarsi un seggio per il figlio) avevano già steso un tappeto di rose per farla eleggere e la Boschi si stava già curando la zona con visite e incontri (l’ultima all’iniziativa Future dem, la scuola di politica organizzata dall’amica e collega Pina Picierno, oggi europarlamentare che però vorrebbe cimentarsi alle prossime Politiche).
Ma ora lei stessa ha deciso di correre nella ‘sua’ Toscana e, per la precisione, nella ‘sua’ Arezzo che, però, nel 2015, il centrodestra ha strappato, anche se sul filo di lana (50,8%), al centrosinistra che la governava, e dal 2006, con Fanfani (Giuseppe), oggi membro laico del Csm e amico di Boschi. Ma il punto non è che il collegio sia più, o meno, in bilico. Infatti, grazie alla nuova legge elettorale, il Rosatellum, il gioco è semplice: basta candidare un big, oltre che nel collegio, nel listino proporzionale per blindarne l’elezione. Invece, per Meb, al Nazareno stanno pensando a un’altra strada, decisamente più ‘punitiva’, anche se scelta – pare – di comune accordo con l’ex ministra: la candidatura ‘solo’ nel collegio uninominale maggioritario. Dove vige l’antica regola anglosassone del first past the post. Letteralmente, vuol dire ‘il primo oltre il palo’. Nella sostanza, invece, vuol dire che se arrivi anche solo secondo te ne torni a casa. 
L’articolo è stato pubblicato il 18 dicembre 2017 sulle pagine del Quotidiano Nazionale.
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4. Intervista a Gianni Cuperlo: “Boschi non doveva andare al governo. Il Pd è un partito in crisi e, dopo le elezioni, va rifondato”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Gianni Cuperlo, già presidente del Pd, carica da cui si dimise subito e proprio in polemica con l’attuale segretario, Matteo Renzi, è il leader di Sinistra dem e su posizioni molto critiche rispetto al Pd renziano.

I sondaggi danno il Pd al 23,4%…

“Se corri veloce contro un muro e alla fine ti fai male non ha senso prendersela col muro. Il Pd perde consensi da tre anni ma il vertice non ne ha mai voluta indagare la ragione. Vanno rivendicate cose buone, come il bio-testamento, ma se milioni di persone ti voltano le spalle e tu continui a dire che tutto va bene, il muro si fa sempre più vicino”.

Renzi e tutto il ‘giglio magico’ sono entrati in modalità arrocco?

“Il rapporto del gruppo dirigente del Pd con il Paese si è incrinato. Il referendum istituzionale lo certificò, ma vi fu chi rivendicò il 40% come un dato da cui ripartire. Ma avevamo perso contro il 60% e per ragioni profonde”.

E’ stato un errore pretendere la commissione sulle banche?

“Se voleva indicare la via legislativa per evitare altri scandali doveva partire molto prima. L’errore è stato arrivarci a scadenza di legislatura, quando il rischio di trasformarla in un’arena pre-elettorale impropria è alto”.

La Boschi dovrebbe dimettersi?

“Boschi ha smentito le accuse, ma avrebbe fatto bene a seguire l’esempio di Renzi e, dopo la sconfitta della sua riforma, non entrare al governo. Ci sono momenti della vita politica in cui dire dei no aiuta a difendere la propria credibilità”.

Ma la Boschi è diventata un “problema” per il Pd?

“Il problema del Pd è che troppo spesso trasmette un’ansia del potere come fine. Penso a quel pugno di voti confluiti l’altro giorno su Micciché in Sicilia. Ci sono realtà dove io farei fatica a iscrivermi a questo Pd”.

Capitolo alleanze. Le liste collegate al Pd appaiono assai deboli…

“Se la domanda è “era meglio costruire una coalizione larga assieme a Grasso e Pisapia?” la mia risposta è sì. Non solo era meglio ma fino all’ultimo avremmo dovuto tentare. Ho chiesto al Pd di introdurre il voto disgiunto. Si è risposto con la miopia di chi pensa agli altri come all’intendenza che segue e il muro si è avvicinato di un altro po’. Adesso serve un cambio di direzione”.

Quale rapporto mantenere con i fratelli/coltelli di Mdp?

“Bisogna evitare una campagna fratricida, a sinistra. Io voglio battere la destra perché temo un Paese nelle mani di forze e valori ostili al minimo sindacale della civiltà e della democrazia. C’è chi lo farà dal Pd mentre altri lo faranno da posizioni e con scelte diverse. Serve rispetto tra chi negli ultimi vent’anni ha combattuto nello stesso campo. Certo, la sfida è difficile: il campo è diviso”.

Dopo il voto, si andrà a un governo di larghe intese o M5S-LeU?

“Renzi ha escluso qualunque accordo con la destra. Per me sarà così. L’obiettivo deve essere quello di gettare le basi di un’alleanza con le forze e le culture più prossime. Quando leggo di tattiche spavalde per sfidare nei collegi le personalità della sinistra uscite dal Pd viene spontaneo pensare “Quos vult Iupiter perdere dementat prius” (la traduzione, non letterale, è “Il Signore acceca chi vuol perdere”, ndr.)

Quale ruolo per Gentiloni prima e dopo il voto?

“È il capo del governo. Ha introdotto uno stile e un profilo propri. Li preservi”.

Quale contributo può dare la sua area, convocata il 13 gennaio a Roma, al Pd? Lei si candiderà? E dove?

“Lì indicheremo proposte di discontinuità. Dopo il voto bisognerà riflettere su tutto. Al centro dovranno stare la costruzione di un nuovo centrosinistra e la rifondazione del Pd. Mi candiderò se mi verrà chiesto e solo se queste idee avranno spazio e agibilità. Io non cerco posti”.

NB: L’intervista a Cuperlo è stata pubblicata il 18 dicembre 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.
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5. Gentiloni e Padoan difendono Boschi sulle Banche, in realtà stanno difendendo la ‘stabilità’ del sistema. I dubbi dei ministri dem
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Boschi ha chiarito”: parola di premier, Paolo Gentiloni. “Dal 2014 abbiamo cambiato le regole del gioco dopo anni d’immobilismo che avevano favorito l’opacità su banche”, puntualizza Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia. “Maria Elena non ha fatto pressioni né si deve dimettere”, è la difesa, questa sì per nulla d’ufficio, del ministro allo Sviluppo, Calenda. Seguono le parole d’affetto di tutti i parlamentari ‘renzianissimi’ del Pd. Il guaio è che, da un lato, i renzianissimi, ormai, sono sempre di meno (Marcucci, Romano, Ascani, Morani, Ermini, etc.) e che, dall’altro, alle loro parole fa da contr’altare il pesante silenzio dei ministri leader di due aree dem non renziane ma guidate da due big, i ministri Dario Franceschini (Cultura) e Andrea Orlando (Giustizia). Il primo, Franceschini, è missing in action, cioè del tutto muto. Il secondo, Orlando, è già sbottato (“Volere quella commissione è stata pura follia” disse ancora mesi fa a un amico deputato), ma oggi parlerà all’assemblea nazionale della sua area, Dems, e non lesinerà critiche a Renzi e Boschi.
Eppure, scorrendo i take d’agenzia, anche se solo in superficie, ieri il sottosegretario del governo, Maria Elena Boschi, ha incassato molti punti a suo favore nel match tra lei e quasi (FI tace) tutte le opposizioni che ne chiedono le dimissioni. Nel coro si distinguono 5Stelle e Mdp-LEU: due partiti che stanno dando vita a un inedito asse politico in commissione. Un asse che, peraltro, funziona alla perfezione: Zoggia (Mdp) incalza Vegas con le domande più cattive, Sibilia e Airola (M5S) urlano alla Boschi “sei come Mario Chiesa!!” (il primo reo confesso di Tangentopoli). Boschi porterà in Tribunale pure loro, come già ha fatto con Di Maio, ma ieri sempre Zoggia – che odia Boschi e Renzi di odio viscerale – ha tirato la bomba, chiedendo al presidente Casini di “audire”, appunto, anche lei, la ex ministra e oggi sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. Se, dunque, il presidente della Commissione bicamerale, Pierferdinando Casini, negherà che venga concessa tale audizione gli daranno del “venduto!” (per un seggio visto che è alleato al Pd), se la concederà, come già accadrà quando parlerà l’ex ad di Unicredi, Ghizzoni, si annuncia il circo Barnum o forse il Terrore di Robespierre.
Inoltre, se ieri l’audizione dell’ex ad di Veneto Popolare, Consoli, ha peggiorato le cose, per la Boschi, pure nel governo e dentro il Pd, la situazione si va rabbuiando, per ‘Meb’. Il premier parla da Bruxelles: “Ha chiarito – dice secco Paolo Gentiloni – le circostante emerse durante l’audizione di Vegas”. Poi aggiunge, ed è come se sospiri,“Boschi correrà nel Pd alle elezioni, spero abbia successo”. Come dire: vedremo quanti voti prende. Fatta la difesa (d’ufficio) della Boschi, Gentiloni, poi, aggiunge: “Spero che le prossime settimane non siano dominate dai bisticci sulle banche”. Solo che, in ‘gentilonese’, “bisticci” va tradotto con “casini”. Parole, le sue, che fanno il paio con quelle del Capo dello Stato. Sergio Mattarella si erge, come sempre, a scudo del governo, dicendo che “Il lavoro compiuto nell’ambito del settore bancario è stato di sostegno all’apparato produttivo”, ma sia lui che Gentiloni avevano espresso le loro ‘riserve’, direttamente a Renzi, sia sugli attacchi sferrati al governatore di BankItalia, Ignazio Visco, quando il Pd cercò di ‘demansionarlo’, non confermandolo ai vertici di via Nazionale (respinto con perdite) che sull’opportunità di dare il via alla commissione Banche. Sul punto, peraltro, lo stesso Luca Lotti avrebbe esternato le sue, di “riserve”, ma trovandosi incredibilmente isolato nel ‘giglio magico’ (composto, ormai, da Renzi, Boschi e Bonifazi, più Matteo Orfini, diventato più renziano di Renzi, oramai). Secondo l’Huffington Post proprio Lotti è “avvelenato” con la Boschi (e con Renzi?), di certo è “in disaccordo” con la linea sua e di Renzi da far tenere ai membri della commissione Banche.
I pochi ‘gentiloniani’ (Realacci, Giachetti) del Pd e l’area ‘liberal’ dem (Tonini, Morando) avevano sconsigliato Renzi di andare allo scontro, sulle banche, perché “Ci faremo solo del male”.
E anche i ministri Minniti e Delrio avrebbero espresso perplessità, se non veri dubbi amletici: “Siamo già al 24%, così finisce al 20% o peggio. Le elezioni saranno un disastro, prepariamoci”. Parole che, per Renzi, suonano come una campana a morto.  
NB. L’articolo è stato pubblicato sabato 15 dicembre su Quotidiano Nazionale.
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6. Boschi contro Travaglio, Renzi contro Formigli: l’ex ministra e l’ex premier vanno nella tv del ‘Nemico’, la 7, per difendersi. Inutile. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
L’ex ministro e oggi sottosegretario nel governo Gentiloni, Maria Elena Boschi, torna nel mirino per il suo ormai noto tallone di Achille: le sue presunte pressioni su Banca Etruria. “C’è accanimento nei miei confronti, ma se pensano di farmi mollare si sbagliano di grosso”, dirà poi lei agli amici. Ma nel tritacarne ci finisce, per forza di cose, oltre che l’ex ministro, anche il suo leader, Renzi.
Boschi prima si difende, con due post su Facebook, dalle parole del capo della Consob, Giuseppe Vegas, che parla nella sua (già prevista) audizione in commissione Banche. Poi la Boschi decide – con una strategia difensiva scelta, passo per passo, con lo stesso Renzi – di andare a Otto e Mezzo, la trasmissione di Lilli Gruber su La 7, dove accetta anche condizioni da patibolo: farsi torchiare dal direttore del Fatto, Marco Travaglio. I due fanno subito scintille. “Travaglio risponderà delle sue bugie, mi accusa di aver interferito e lo querelerò”, sbotta, per poi aggiungere “Lei mi odia, forse perché sono donna” (e Travaglio annuisce). 
Anche sulle parole del capo della Consob, Giuseppe Vegas, sempre in commissione Banche, Boschi contrattacca: “Ci sono stati più incontri con il presidente della Consob. Il 29 maggio 2014 mi chiese di incontrarci a casa sua alle otto del mattino, ho il suo sms, gli risposi che dovevamo vederci o in Consob o al ministero. Abbiamo parlato del sistema bancario…”. Lo stesso vale, secondo lei, anche per gli incontri con Ghizzoni, ex ad di Unicredit tirato in ballo per le presunte ‘pressioni’ che avrebbe subito dall’allora ministra (nel governo Renzi) Boschi sempre per acquisire Banca Etruria, di cui il padre (della Boschi) è stato consigliere e anche vicepresidente, poi dimessosi, ora indagato. Su Banca Etruria la Boschi sostiene che “Non c’è stato nessun favoritismo nei confronti della mia famiglia. È stato il governo Renzi a commissariare il Cda di Etruria, mandando a casa tutti, compreso mio padre”.
Ma fuori dalla cerchia ristretta del mondo renziano – che si schiera a tetragona difesa della sottosegretaria con le dichiarazioni a raffica di Bonifazi, Guerini e, soprattutto, di Matteo Orfini – è una Vandea. Dai 5Stelle a LEU di Grasso, da Meloni alla Lega, tutti reclamano le dimissioni della Boschi che “ha mentito al Parlamento”, quando, da ministro, garantì di non essersi mai interessata di Etruria, dove il padre era pezzo rilevante.
E Renzi? “La Boschi ha già risposto alla Gruber” risponde stizzito il leader del Pd, Matteo Renzi, stavolta ospite – in tarda serata – di Corrado Formigli, conduttore di Piazza Pulita su La 7, studio tv dove Renzi non metteva piede da  ben cinque anni. Anche quest’intervista è un crucifige con Formigli che incalza Renzi come se fosse Frost contro Nixon per farlo capitolare. “Sono sconvolto – insiste Renzi all’ennesima domanda sulla Boschi (“Che facciamo?! Ne rimandiamo le parole?”) – che il tema banche sia diventato una gigantesca arma di distrazione di massa. In Italia ci sono state ruberie (MPS), scandali clamorosi (le popolari venete), acquisizioni che gridano vendetta (Banca 121, vicina a D’Alema), ma i media parlano solo di Etruria. Anche lì – continua Renzi – hanno fatto schifezze clamorose e chi ha sbagliato deve pagare”. Sulla Boschi, Renzi però dice poco d’altro: “Le persone si giudicano per ciò che fanno, non per i padri che hanno”.
Intanto, da Bruxelles, Gentiloni si dice sicuro, anzi: certo, che la Boschi “chiarirà tutto”, ma sono in molti a chiedersi se un suo passo di lato non allenterebbe “la morsa intorno a noi”Renzi, peraltro, ieri pensava di potersi godere una giornata trionfale perché il Senato aveva approvato il bio-testamento. Quando Vegas parla, prima vacilla, poi si arrabbia e cerca di imbastire una reazione. Solo che sembra davvero ‘venire giù tutto’.
Il Nazareno sbanda e i nervi dei renziani sono tesi fino allo spasimo. Un dirigente tira fuori lo humor nero: “’Gridate sterminio e liberati i Mastini della Guerra!’, urla riecheggiando il dramma su Riccardo III. Eccola la nostra reazione” ride amaro, citando, appunto, la tragedia di Shakespeare. Ma la sensazione di una bufera in arrivo che possa travolgere tutto il Pd c’è ed è forte.
NB: L’articolo è stato pubblicato venerdì 15 dicembre sul Quotidiano Nazionale.  
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E’ tornato il #Pd “quando era bambino”, quello che si mangia i leader. Partito il lungo assedio dei vecchi big e delle mille correnti al Rottamatore

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

BOLOGNA –  «QUANDO il Pd era bambino», i segretari venivano cotti a fuoco lento e poi costretti alle dimissioni (vedi alla voce: Veltroni). «Quando il Pd era bambino», le correnti impazzavano, i «caminetti» di big e le «notti dei lunghi coltelli» pure (vedi voce: Franceschini). «Quando il Pd era bambino», nei territori comandavano «cacicchi» e ras locali, le primarie erano blindate (vedi prima vittoria di Bersani su Renzi) o finivano a schifìo come a Napoli, Palermo e altri posti. Poi, come d’incanto, tutto finì. Il Pd era diventato «adulto»: infatti, era arrivato Renzi il «Rottamatore», con tutto il portato della sua «narrazione». Tre le tesi del renzismo dominante e imperante almeno fino a ier l’altro: 1) Le correnti sono il retaggio di un passato lontano, della fusione «fredda» tra il Pci-Pds-Ds di D’Alema-Veltroni-Fassino e la Margherita di Rutelli&co. che Renzi ha sconfitto per sempre. 2) Le primarie sono la fede laica di ogni democratico provetto: si fanno sempre e a ogni livello. In più, i ras «locali» sono banditi: il centro irradia la sua luce, la periferia, silente, ne gode. 3) C’è ora, finalmente, «un uomo solo al comando», il segretario-premier, cui si deve fedeltà, lealtà, rispetto, fiducia, amore. Il Pd è un «partito nuovo» o, appunto, «della Nazione». Quello del 40% (già sceso intorno al 32-33%, e potrebbe scendere ancora, si vedrà), che vince ‘tutte’ le elezioni (Europee: vinte; amministrative: vinte; Regionali: non vinte), che si impone come guida del Paese, faro delle riforme, cuore del cambiamento, etc. etc. etc.
Tempo un anno (Renzi è segretario del Pd dal dicembre 2013, premier dal febbraio 2014) e tutto pare tornato esattamente come era prima. Dall’Alpe alla Sicilia, da Torino a Roma.

SULL’ALPE vedi caso Milano: al post-Pisapia si sono già candidati in cinque, forse presto diventan dieci, proprio come i piccoli indiani. Alla Sicilia: il governatore Crocetta resiste, a dispetto di pupi, pupari e renziani siculi (Faraone). E a Roma, dove pure i sampietrini e i gatti sanno che Renzi avrebbe voluto cacciare Marino per andare al voto e dove, invece, Marino ha fatto pure il rimpasto (l’ennesimo) ed è li che governa, a dispetto dei santi. Così, quasi non c’è più città o regione dove Renzi riesca a imporsi. Fino a veri e propri «schiaffi» non di Anagni ma di Sesto Fiorentino (la sindaca, sua pupilla, è stata sfiduciata) o pugnalate alle spalle. Tipo quelle di Ladylike Alessandra Moretti, una che sa fiutare il vento: bersianana di ferro, poi renziana al cubo, ora è già pronta a nuove avventure.
E ahivoglia il povero vicesegretario Guerini (la Serracchiani non parla: se parla, fa danno) a correre, mediare, limare, cercar la quadra. I governatori del Sud remano naturaliter contro il governo (Emiliano ha iniziato, De Luca arriverà), quelli del Centro-Nord sono freddi, distanti (Chiamparino, Rossi), nella «rossa» Bologna la sinistra dem s’è ripresa il partito, in altre città e federazioni «lo faremo presto», garriscono i suoi colonnelli.

E LE PRIMARIE? Le primarie meglio farne poche o farle solo per il segretario-leader, certo non per i segretari locali. E anche per sindaci e governatori meglio sceglieri “dall’alto”. E il partito? Ecco, quello meglio rifarlo un po’ più pesante, rispetto al tanto evocato partito “leggero” veltronian-renziano, dare un’aggiustina allo Statuto, metter giù regole nuove dure, un po’ sovietiche, contro i dissidenti (succederà anche ai gruppi parlamentari), riaprire l’Unità (grafica nuova, contenuti light), riprovarci col finanziamento pubblico, dopo il flop di quello privato, provare a riaprire sedi e luoghi (mica tanto “ideali”, ormai, ahiloro, come invocava e predicava il povero Luciano Barca). Solo che, «nel» partito, è ripartita la sarabanda delle correnti. Come prima, più di prima. Vecchie e nuove. I Giovani Turchi, «leali» a Bersani (e a Letta) quasi quanto a Renzi poi (sic) si son messi in proprio: Orfini puntella Marino, lo incita, ne sceglie lui gli assessori, Raciti fa lo stesso con Crocetta.

CENTO fiori nascono: «Progetto democratico» (ex-lettiani, ex-Ppi, ex-prodiani, direttrice tosco-emiliana), «Campo democratico» (Bettini, Gozi, Zampa), «l’area 29 giugno» (Simoni, Garofani, etc.: la data è quella della rielezione di Napolitano, mah), «Sinistra E’ Cambiamento» (Martina, Mauri, Ginefra, Amendola: la sigla è SEC: ri-mah). Vecchie cordate riemergono dopo lungo sonno (fioroniani, veltroniani, franceschiniani) o si confondono, confondono le acque, si uniscono e s’ingrossano come fiumi in piena: i «cattorenziani» (Delrio, Richetti), i renziani «2.0» (ex lettiani, ex-Ppi) e quelli «3.0»: in arrivo, dopo gli ex-Sel di Migliore, gli ex-Sc di Romano, gli ex-Psi di Di Lello e Di Gioia.
E la tanto temuta «sinistra», quella che tutti i giorni regala il titolo «il Pd si divide» provocando travasi di bile a Renzi e al «giglio magico» (Lotti, Boschi: fine) più ristretto?

La sinistra, per i renziani, «trama» nell’ombra: obiettivo, riprendersi la cara vecchia «Ditta». Ma ormai – come diceva la canzone – <la paura dà il coraggio di arrivare fino al bosco>, ergo tutto o quasi avviene alla luce del sole. Sinistra dem di Gianni Cuperlo (25 parlamentari) e Area Riformista di Roberto Speranza (45 parlamentari, di cui 25 senatori: i «vietcong» che hanno fatto, fanno, o presto faranno, il «Vietnam» su ogni legge) a ottobre si fondono. Bersani, tornato tonico, gira le Feste dell’Unità e attacca Renzi (giù applausi).
Enrico Letta non manca un’intervista, un tweet («chi di spada ferisce», etc.) per attaccare il premier a testa bassa. L’ex rottamata Rosy Bindi sfida il premier, lo sfotte e se la ride: «voi dal Pd non mi caccerete mai!». E D’Alema? Ah, beh, D’Alema è il «solito» D’Alema: «io mi occupo di Europa», dice, «di Medio Oriente», di “Fondazioni” (la mitica Feeps…) e, intanto, cena con la leader della Cgil, Susanna Camusso a Ponza, tesse trame, strategie, sottili come i tanto amati origami. Tanto l’obiettivo è sempre quello: riprendersi il partito.
Riprendersi «la Ditta», appunto, come se ancora fosse quella dei tempi del Pci-Pds-Ds. «Lo spezzo in due, il ragazzino», dice «Baffino». Come reagirà Renzi? Non si sa, forse ricorrendo alle elezioni. Ma quali? Politiche? Arduo, almeno fino al 2016, anche 2017. Certo è che, nel Pd, chi perde troppe elezioni locali, tipo le amministrative di giugno 2015, poi perde pure la poltrona da segretario. E’ un must. Di «quando il Pd era bambino».

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il I agosto 2015 a pagina 4. 

L’intervista. Claudio #Velardi: “#Boschi segretario e basta primarie. Caro Matteo, per vincere devi lasciare la guida del #Pd e pensare solo al governo”

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA –

Claudio Velardi ha 60 anni, è napoletano, ha passato una prima vita nel Pci-Pds-Ds, una seconda come editore del quotidiano Il Riformista, e una terza, l’attuale, come lobbysta, fondatore della società Reti ed esperto di comunicazione che oggi insegna all’Università di Roma. Nel mezzo, l’esperienza a palazzo Chigi nello staff di Massimo D’Alema: con Latorre, Minniti e Cuperlo, il solo coi capelli, erano, appunto, detti «i Lothar di D’Alema».

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Partiamo dal «pasticciaccio brutto» che riguarda De Luca.
«No, partiamo dallo scontro tra politica e magistratura che dura da 23 anni, cioè dal 1992. La legge Severino ne è l’ultimo epigono. Doveva servire a togliere di mezzo Berlusconi e invece lui è li, vivo e vegeto. Ora serve solo per reprimere i reati veniali o minori degli amministratori locali. Intanto, la corruzione fa il suo corso perché non si combatte con più leggi, ma meno leggi e più mercato».

Renzi non ha fatto errori?
«L’errore di Renzi è continuare a voler fare le primarie, strumento estraneo alla tradizione politica italiana e regolato da convenienze momentanee. Il risultato è De Luca. Ora il re è nudo. Un leader populista come lui, per quanto bravo amministratore e uomo energico, che si è sempre candidato contro il Pd, che usa i partiti come taxi, ma vince le primarie, poi le elezioni, si eleggere ed entra è in contrasto con una legge inservibile che va cambiata. Renzi dovrebbe combattere la deriva giustizialista del nostro Paese e fare la guerra alla magistratura che la fa alla politica. Contrastando anche i pruriti di un’opinione pubblica forcaiola e guardona e rimettendo in sesto un sistema politico oggi sbrindellato.

E le primarie? Vanno abolite?
«Dovrebbero restare solo per la contesa della premiership del Paese, magari per scegliere i sindaci, per il resto sono assurde e incoerenti. La classe dirigente va selezionata dall’alto, non dal basso: così fa un vero partito politico».

Com’è messo oggi, il Pd?
«A Napoli e in Campania, come a Torino e in Piemonte o altrove, semplicemente il Pd non esiste. E’ un partito diviso e lacerato, in mano ai vari potentati locali. Renzi dovrebbe smettere di fare, oltre che il premier, anche il segretario del Pd e promuovere, attraverso un congresso, Maria Elena Boschi a segretario del Pd, la personalità più forte e più autorevole che ha. Così, con un bel congresso, mette a tacere anche la sinistra interna, che nel Paese non conta più nulla. Mica si può continuare a mandare Guerini, a Napoli o altrove, per risolvere la grana De Luca o altre: manca lo standing, a lui come altri. I leader considerano sempre il loro partito come una palla al piede: così fu per D’Alema, per Veltroni, per Berlusconi e ora per Renzi, ma il premier deve capire che gli serve un Pd forte e strutturato».

Però, in questa fase, premier e governo vivono una fase di appannamento.
«La prima fase della rottamazione è finita, la seconda fase, quella delle riforme, è in corso, ma la resistenza dei corporativismi, è forte. Ora serve la terza fase: dare respiro all’azione di governo e partito».

C’è o no un “complotto” dei giudici contro l’azione del governo?
«Non c’è nessun complotto, ma una guerra tra poteri che dura da vent’anni, tra la magistratura che vuole tenere sotto ricatto la politica con la complicità dei media, che tifano sempre per l’instabilità. Renzi ha provato a sfidare i giudici e loro, i giudici, ora vogliono fargliela pagare anche se, finora, gli ha solo messo in mora le ferie…».

Ce la farà, il premier Renzi, per cui tifi?
In una situazione complicata come quella attuale l’unica cosa certa è che nessuno è in grado di mettere in campo una vera alternativa e che tutti hanno paura delle elezioni. I poteri forti e corporativi vogliono tenerlo sotto scacco, dargli fastidio, ma non destituirlo. Il governo Renzi non ha alternative.

NB. Questo articolo è stato pubblicato lunedì 29 giugno 2015 a pagina 13

#Regionali e #ballottaggi alle #Comunali: ora #Renzi e il #Pd temono il contraccolpo di scandali e inchieste. Vittorie a rischio a Venezia, Calabria e Sicilia

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd.

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd.

“A Porto Torres (Sardegna, ndr.) c’erano 7 mila, dico ‘settemila’, persone in piazza per Di Maio (vicepresidente della Camera, ndr.) e meno di 500 per noi!”. “Rischiamo di perdere Venaria (comune alle porte di Torino, ndr.) e non è mai successo!”. A parlare così, l’altro giorno, due deputati del Pd: il primo è ovviamente sardo, l’altro, ovvio, torinese.

Al Nazareno sono preoccupati assai, a palazzo Chigi pure. Perché le Regionali sono andate bene, tutto sommato (5 a 2, come si sa), ma le comunali saranno tutto un altro film. Tra inchieste che squassano il Pd, romano e non (Mafia Capitale), scossoni al governo a causa dell’implosione dell’Ncd (richieste di impeachment per il sottosegretario Castiglione e il presidente della Bilancio al Senato, Azzollini), questione immigrati esplosa a livello europeo e timida ripresa economica che non riparte, al Partito come al governo si teme il contraccolpo dei ballottaggi.

Domenica 14 giugno, dopo il primo turno del 31 maggio, andranno al voto 68 diversi comuni, tra cui ben 11 capoluoghi di Provincia, quattro città sarde e tredici sicule. Gli ansiosi occhi del Nazareno sono quasi tutti concentrati su Venezia. Il senatore del Pd, ma ‘dissidente’, l’ex pm Felice Casson (38% al I turno), sfida il candidato del centrodestra Luigi Brugnano (28,5%). Ago della bilancia, a partire da qui, sarà proprio il voto degli elettori grillini. Infatti, se le altre liste di area centrodestra hanno già dato indicazione di votare per Brugnano, i pentastellati fanno i difficili (“Votiamo chi accetta i nostri cinque punti”), anche se, a naso, le loro preferenze vanno più per il civatiano sui generis Casson che per il ‘destro’ Brugnano: “E’ un mini Berlusconi che si dice renziano”, lo liquida Davide Scano (M5S), che in Laguna ha preso il 12%. La strada per Casson resta tutta in salita e, in ogni caso, dato che Renzi lo sostiene, sarebbe una sconfitta del premier perdere Venezia mentre veder vincere Casson non sarebbe una sua vittoria.
Poi, per il Nazareno, c’è la questione Calabria. Ieri è sceso in terra calabra persino il sottosegretario Luca Lotti ad assicurare che “in Calabria il Pd è unito per cambiare”. La verità è che il Pd calabro è saldamente in mano alla minoranza dem bersaniana. E’ stato infatti Mario Oliverio, che a Roma è un ‘protetto’ dell’ex organizzatore di Bersani, Nico Stumpo, a strappare la Calabria al centrodestra, un anno fa. Ma Oliverio “è imballato e sta facendo poco”, sospirano diversi deputati dem calabresi, a loro volta di sinistra o ex di SeL. Ecco perché il Pd teme, dopo aver vinto al primo turno solo a Vibo Valentia, di perdere le tre sfide in ballo nei comuni di Castrovillari, Gioia Tauro e Lamezia Terme.
Infine c’è la Sicilia. Lì vige, tanto per cambiare, la “corda pazza” di sciasciana memoria. A Enna il ras locale, Vladimiro Crisafulli, che definire ‘malvisto’ da Renzi è dire poco (prima lo ha escluso dalle liste per la Camera, poi gli ha negato il simbolo del Pd, etc.) parte in vantaggio sullo sfidante Maurizio De Pietro (41% a 24%), ma su questi è confluito, tra forti polemiche, proprio l’M5S (21%). Se vince Crisafulli ha vinto lui da solo, se perde ha perso , di fatto, pure il Pd. A Gela, che non è capoluogo, ma conta ben 76 mila abitanti, altro colpo clamoroso dei grillini: Domenico Messinese (M5S) è in testa (24,2%) contro il sindaco uscente, Angelo Fasulo (23,7%). Candidato dal Pd per sbaglio, Fasulo – voluto da Crocetta, ‘re’ e governatore in rotta con il Pd siculo retto da quel giovane ‘turco’, Fausto Raciti, in guerra con Crocetta da mesi – e’ forte, ma i grillini, che a sorpresa hanno incassato persino l’appoggio dell’NCD di Alfano (che, a livello regionale e locale, di solito governa con il Pd, non certo con i pentastellati…) sono convinti di farcela. “Per noi è Gela la finale di Champions League”, dicono, sperando nel colpo ‘gobbo’. Il Pd-Juve stavolta rischia grosso, a Gela come altrove.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina  del Quotidiano Nazionale il 13 giugno 2013.

#DirezionePd/1. Renzi sbriciola l’ipotesi di tregua: “Basta diktat della minoranza”. Tesa Direzione del Pd: “non voglio sentire critiche da chi non vota la fiducia o sfiduciatemi voi”.

Ieri sera, alla Direzione Pd, è andato in onda ‘Matteo il Terribile’. Infatti, quando Matteo Renzi sale sul palchetto della Direzione nazionale del Pd alle dieces de la tarde, causa prima il viaggio di ritorno dal G7 e poi la  contestazione di un folto gruppo di insegnanti precari appena fuori dal Nazareno che lo obbligano a entrare da un entrata secondaria, nemmeno inizia a parlare, e già tutti capiscono che l’antifona è quella. ‘Guerra’. Matteo, del resto, aveva già spedito, via sms, ai suoi fedelissimi (Boschi, Lotti, Giachetti e pochi altri, oltre a Guerini, ovviamente), un messaggio definitivo: “Stasera (ieri, ndr.) vado giù dritto per dritto, anzi: sarò cattivo”. Il premier attacca a muso duro i suoi contestatori, esterni e interni. Se la prende, all’inizio, con chi ha contestato il risultato del Pd alle elezioni e criticato la selezione di candidature “tutte scelte con le primarie, e se si fanno le primarie c’è uno che vince, poi il risultato si rispetta, non si scappa via con il pallone” (come ha fatto Pastorino, ndr.).

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Renzi non vorrebbe fare alcuna ‘analisi del voto’ “perché preferirei di gran lunga parlare di politica” (cioè di riforme), dice, ma poi si lancia in una lunga, puntigliosa analisi del voto e conclude: “Abbiamo vinto le Regionali 5 a 2, abbiamo vinto dieci regioni in un anno e oggi governiamo 17 regioni su 20 e, in particolare, su tutto il Sud”. Poi Renzi passa in rassegna “le tre opposizioni che sono fuori di qui” e che, per lui, sono una peggio dell’altra. Tre opposizioni che il premier elenca e dipinge in modi diversi ma assai sprezzanti.

La prima, l’opposizione della “destra, che c’è, è tornata, manca di un baricentro, ma è guidata nei contenuti dal leghismo antieuro e di ritorno di Salvini”.

Poi c’è l’opposizione di Grillo, che Renzi liquida con poche battute e soprattutto il premier abbatte a colpi di maglio l’opposizione che chiama, con disprezzo, “l’opposizione asociale di Landini, che perderà sempre, ma che si mette insieme Piperno e Scalzone. E’ la storia di una sinistra che anche la sinistra che è qui dentro (quella che viene dal Pci-Pds-Ds, ndr.) ha sempre combattuto, che non può essere la vostra, ma che di certo non sarà mai la mia!”.

Liquidata l’opposizione ‘asociale’ di Landini, elogiato Marchionne, entrato nel merito di alcune riforme crucialie dei possibili ‘miglioramenti’ da apportare ad alcune di esse (scuola e Senato), ma con ritocchi solo parziali. Infine, l’ultima stoccata che anche è un uppercut al volto della minoranza: “basta diktat della minoranza o addirittura di una minoranza della minoranza (e qui ce l’ha per lo più con Fassina e D’Attorre, ndr.)! A me il confronto mi sta bene, ma sul merito, se invece ci si vuole inventare questioni di coscienza in fotocopia per bloccare le riforme, sappiate che non sono io quello, ve ne dovete trovare un altro”.

Infatti, ‘L’ultima minaccia’, come da titolo di vecchio film, di Renzi è proprio questa: “la mia segreteria e il mio temporaneo ruolo di premier hanno senso solo se si fanno le cose, e cioè le riforme. Il mio orizzonte temporale è il 2016 per i referendum sul Senato, il 2017 per il congresso del Pd e il 2018 per le elezioni Politiche”. “Non vi sta bene? Sfiduciatemi in Direzione e in Parlamento” è la sfida finale che Renzi lancia a una platea basita e che, specie in ambito minoranza Pd, si aspettava invece, se non un’offerta di pace, almeno una proposta di armistizio. Invece, il premier ci è andato giu’ duro.

Il dibattito va avanti fino all’una di notte, troppo tardi per registralo qui.

NB. questo articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 9 giugno 2015.

#DopoleRegionali/1. Renzi: nessuna mediazione con i ribelli. L’obiettivo del premier: fuori dal Pd chi non rispetta le regole

Il 'tetto' del Quirinale, detto 'Torrino', dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarella

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarellad

“Avete visto? Matteo s’è messo la mimetica. Gli mancava solo l’elmetto. Se veniva qui e vedeva la Bindi come minimo sparava”. I fedelissimi del premier provano l’arma del sarcasmo per cercare di stemperare il clima mesto e cupo che regna dalla notte del voto. Moltissimi renziani ieri erano al ricevimento per il 2 giugno che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha organizzato ai giardini del Quirinale. Renzi, invece, non c’era. Tocca a loro, dunque, il ruolo del ‘genitore o di chi le fa le veci’.

Le ‘veci’ in questo caso, del premier. Infatti, Matteo Renzi, come si è appreso all’improvviso solo ieri mattina – fatto che ha scatenato nugoli di polemiche e di ’si dice’ (il premier fugge dal voto, è nero, ha fatto uno sgarbo pure a Mattarella, etc.) – era volato ad Herat per salutare il contingente militare italiano. E, da Herat, Renzi, sulle Regionali, dice giusto due parole (“siamo passati dal 6 a 6 del 2010 al 10 a 2 di oggi”), senza discostarsi di una virgola dalla conferenza stampa mattutina tenuta al Nazareno dal presidente del partito, Matteo Orfini, e dai due vicesegretari del Pd, Lorenzo Guerini e Deborah Serracchiani (vicesegretari ancora per poco, pare…). Quella conferenza stampa, cioè, dove musi lunghi e visi tirati indicano che il Pd ribolle a tal punto che è sul punto di esplodere.

Nella fattispecie del ricevimento al Colle, a far le veci del premier s’incontrano un po’ tutti i renziani doc: il vicepresidente della Camera” Roberto Giachetti, il presidente del Pd, Orfini, i sottosegretari Gozi, Scalfarotto, Rughetti e molti ministri renzianissimi: Boschi, Madia, Pinotti (elegantissime), etc. I volti sono distesi, gli abiti eleganti, l’eloquio è cortese, ma la sostanza rimane la stessa: i renziani più vicini e fedeli al premier chiedono, come chiede Renzi, la ‘resa dei conti’ con la minoranza. Rapida, sterminatrice, affatto indolore. Lunedì 10 c’è la Direzione e Giachetti già sta preparando le sue cartuscelle anti-Bersani&co. Gennaro Migliore, altro neo-renziano, chiede “ordine e disclipina” e solo Rughetti si limita a un serafico “analizzeremo bene il voto”.

La verità è che Renzi e i renziani sono davvero furibondi e ‘neri’. Ce l’hanno con la minoranza, che accusano di ogni male e di ogni sconfitta’, dalla Liguria (sconfitta dovuta, per Renzi e i suoi, “al tafazzismo della sinistra”) alle vittorie di Pirro di Campania e Puglia, dai possibili nuovi tradimenti (tipo quello della Bindi) e/o ad altre imboscate (al Senato). E se è pur vero che Renzi, ieri, era assai meno abbattuto dei suoi, il mantra “andremo avanti con le riforme” del premier, oggi, non basta più. Infatti l’aggiunta-spia è “… e a rinnovare il Pd”.

Renzi vuole riprendere, e presto, la strada della rottamazione/rivoluzione interna. Su tre direttrici. Uno. Nessuna mediazione con la sinistra interna, neppure con i ‘lealisti’ (Cuperlo): con loro sarà guerra termonucleare globale. Traduzione: “si sta nel Pd se se ne accettano le regole”, dirà Renzi in Direzione, “altrimenti la porta è quella”. Fine di casi alla Civati: se non voti un provvedimento importante o una fiducia, ‘sei fuori’. Due. Ricambio totale, una vera rivoluzione, tra gruppi e partito. L’attuale vicesegretario, Lorenzo Guerini, diventerà il nuovo capogruppo alla Camera, mentre Ettore Rosato, oggi capogruppo vicario, andrà al partito (Organizzazione), azzerando le figure dei due attuali vicesegretari per una sola e assommando nell’Organizzazione anche l’incarico degli Enti locali, a oggi nelle mani di Valentina Paris. Tre. Nessun spostamento al partito di pedine importanti che devono continuare a far ‘bene’ ciò che fanno (Boschi il ministro, e Lotti il sottosegretario) al governo, ma rimpasto e rilancio del governo sì.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 giugno 2015 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale