Rosatellum, gli studi riservati del Pd: chi ci guadagna e chi ci perde. Un articolo di analisi e di cifre…

Il mio articolo di oggi 12 ottobre 2107, qui riportato in versione estesa, è stato scritto x Quotidiano.net e pubblicato, stamane, in versione ridotta. Tratta di #leggelettorale e #Rosatellum: chi ci guadagna e chi ci perde? Studi dei partiti a confronto tra cui uno riservato del Nazareno. Ne parlano Dario Parrini Federico Fornaro #youtrend. Qui sotto trovate il link. 

http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3458530

E lo trovate on line nella home page del sito Internet di QN @Quotidianonet

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La versione integrale, pubblicata qui, in esclusiva, solo per il blog, dell’articolo. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Chi ci guadagna e chi ci perde, con il Rosatellum? In Transatlantico girano previsioni terrificanti che agitano i peones democrat e li tentano in vista del voto segreto finale, previsto per stasera, dopo l’ultimo voto di fiducia, previsto questa mattina, sul testo.  Ma il Pd ha in mano uno studio riservato, di cui diamo conto, che dice il contrario: anzi, con il Rosatellum una coalizione di centrosinistra non solo guadagna più seggi (circa 40 rispetto al doppio Consultellum) ma col 33% può arrivare al 41% dei seggi.

Innanzitutto va detto che il Rosatellum è una legge elettorale che si compone di un mix di collegi uninominali maggioritari per il 37% e di collegi plurinominali scelti con metodo proporzionale per il 63% dei seggi. Ma ‘come’ il Rosatellum trasforma i voti in seggi? La base di partenza sono, ovviamente, i 630 seggi della Camera che prenderemo come base di riferimento per comodità di calcolo (al Senato i conti sono parzialmente diversi per la suddivisione dei voti in circoscrizioni a base regionale che lo contraddistingue e la per la diversa formazione dell’elettorato sia attivo che passivo, dato che si vota solo dai 25 anni in su). Il Rosatellum prevede, alla Camera, l’assegnazione di 232 seggi in collegi uninominali maggioritari (6 in Trentino-Alto Adige, 1 in Valle d’Aosta, 225 nelle altre 18 regioni), secondo il principio del first past the post (“il primo – cioè il vincitore – prende tutto”, frase icastica nella logica del maggioritario in uso, storicamente, in Gran Bretagna), e di altri 398 seggi (di cui 12 per gli italiani all’estero) in collegi plurinominali su base proporzionale. Le soglie di sbarramento sono due: il 3% per ogni lista, il 10% per le coalizioni di liste, sempre su base nazionale. Una coalizione che non ottiene il 10% dei voti garantisce solo alle liste coalizzate che hanno superato il 3% dei voti di accedere alla ripartizione dei seggi. Invece, a favore delle coalizioni di liste che superano il 10% dei voti su scala nazionale, interviene un meccanismo poco noto ma che ha un effetto ‘moltiplicatore’ dei seggi per i più grandi perché, ai partiti che hanno superato il 3% dei voti, vengono assegnati, in modo pienamente proporzionale rispetto alla circoscrizione in cui si sono presentati nella parte proporzionale, anche i seggi dei partiti presenti con loro nella stessa coalizione e che hanno superato l’1% dei voti ma non hanno raggiunto il 3% dei voti (la soglia). Invece, per ogni coalizione, che abbia o meno superato il 10% dei voti, i voti alle liste che restano sotto l’1% finiscono ‘buttati’, cioè inutilizzati: quelle liste non eleggono deputati, ovviamente (si elegge con il 3%) né contribuiscono a farli eleggere ad altri. Infine, ogni candidato di collegio usufruisce di tutti i voti raccolti dalle liste che lo sostengono: sia quelle sopra il 3%, sia quelle sotto il 3% e anche quelle sotto l’1%.

La simulazione più attendibile e più nota, invece, rispetto agli attuali sondaggi elettorali, è quella del sito di sondaggi e proiezioni You Trend. Stima in 22-247 i seggi vinti da una coalizione di centrodestra (FI-Lega-FdI), con circa il 32,9% dei voti (13,4% Fi, 14,8% Lega, 4,7% FdI); in 222-247 seggi una di centrosinistra (Pd+Ap, stimati al 27,8% e 2,4%), 163-183 seggi all’M5S (27,7%), 14 seggi a Mdp-SI (al 3%).

Ma i conti che ‘girano’ tra le forze politiche sono molto diversi. In uno studio di un senatore di Mdp, Federico Fornaro, molto esperto di sistemi elettorali, ad esempio, per il Pd si prospetterebbe una Vandea o, in pratica, un bagno di sangue. Fornaro stima in appena gli 75 eletti nei collegi uninominali per il Pd+altri, 115 quelli del centrodestra, 115 al M5S e zero per Mdp-SI. Nel proporzionale Fornaro assegna 120 eletti al Pd, 114 all’M5S, 55 a FI, 60 alla Lega, 19 a Fratelli d’Italia e 19 alla lista Mdp.

Lo studio di Fornaro ha gettato il panico nelle file dei peones dem che temono di non riuscire a farsi eleggere in molte zone del Nord, dove la Lega è forte, ma anche in Lazio e al Sud, causa l’M5S. Anche tra gli azzurri regna la paura: molti deputati temono di dover cedere troppi eletti alla Lega al Nord e di non farcela al Sud. Ma al Nazareno hanno in tasca altre stime e proiezioni. Va premesso che, con l’attuale “doppio Consultellum”, sistema di base proporzionale figlio di ben due sentenze della Consulta che prevede un doppio sistema di voto differente tra la Camera (premio alla prima lista che ottiene il 40% dei voti, soglia nazionale al 3%, mix di capolista bloccati e preferenze, nessuna possibilità di creare coalizioni) e il Senato (soglia di sbarramento regionale all’8% per le liste, al 20% per le coalizioni e al 3% per ogni lista in coalizione, solo preferenze, su base regionale, nessun premio), i big dem prevedevano 215 seggi a una coalizione di centrosinistra, 200 al centrodestra, 180 seggi a M5S, 35 a una lista di Mdp-Sinistra. Con il Rosatellum, invece, il Nazareno stima di ottenere, per il Pd e i suoi alleati molti più seggi. Seggi che sarebbero così ripartiti: nel proporzionale, 145 seggi a Pd+altri, 135 al centrodestra, 100 a M5S, 20 a quella che chiamano la “Cosa rossa” (Mdp-SI-altri). Nei 225 collegi uninominali 110 seggi vinti dal centrosinistra, 80 dal centrodestra, 40 a M5S, zero alla Sinistra. Totale, sommando le due parti (collegi e proporzionale): 255 seggi al centrosinistra, 215 al centrodestra, 140 all’M5S e 20 seggi a quella che, al Nazareno, chiamano ‘Cosa Rossa’. Morale: il Pd più alleati guadagnerebbe, rispetto al Consultellum, almeno 40 seggi, il centrodestra ne guadagnerebbe solo 15, l’M5S ne perderebbe 40, la Sinistra circa 15.

Dario Parrini, deputato toscano renziano ed esperto di sistemi elettorali, la mette così: “Grazie alla disproporzionalità del sistema, dovuta alla parte maggioritaria, una coalizione che ha il Pd in mezzo e due forze nelle ali, una al centro e una a sinistra, può vincere col 33-34% dei voti. Una cifra che, grazie alla quota uninominale, può dare il 40-41% dei seggi. Inoltre, i media e gli elettori concentreranno la loro attenzione sui collegi uninominali, dove ci terranno le sfide: lì noi avremo candidati  riconoscibili, autorevoli e radicati. Il voto nel collegio, per come è strutturato, ‘trascinerà’ quello delle liste. La Cosa Rossa? Non supererà i 20 deputati”. Chi ha ragione? Beh, questo lo potranno decidere solo gli elettori alle prossime elezioni.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pag. 4 del 12 ottobre 2017

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C’è il patto sulla legge elettorale, ma ci sono anche i franchi tiratori già pronti

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Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se son rose fioriranno – spiega Matteo Renzi ai suoi – altrimenti pazienza, vuol dire che andremo al voto con i due Consultellum”. Che succede? Che fatta (o, meglio, presentata) la nuova legge elettorale, ecco trovato (o, meglio, pronto) il franco tiratore per affossarla. Nel Pd non lo dicono apertamente, ma hanno già paura dell’ultima proposta di legge elettorale partorita in casa propria, il Rosatellum bis. La legge presentata da Fiano in Prima commissione prevede poco più di un terzo (36%) dei deputati e senatori eletti in collegi uninominali maggioritari (231 alla Camera, 102 al Senato) dove sono ammesse le coalizioni, ma solo nazionali, e due terzi (64%) di eletti in collegi plurinominali (386 alla Camera e 206 al Senato). Qui si presentano i partiti che eleggono, con metodo proporzionale, i loro candidati in liste corte bloccate (da due a quattro i nomi). Due le soglie di sbarramento: il 3% per le liste singole, il 10% per le coalizioni di partiti.

(per un analsisi dettagliata della proposta di legge si rimanda agli articoli precedenti pubblicati su questo blog NEW! La nuova legge elettorale: il Mattarellum rovesciato o Rosatellum bis, tutto quello che c’è da sapere )

Il nuovo sistema elettorale ha, sulla carta, tanti voti, alla Camera: 458, sommando la consistenza dei partiti principali che l’appoggiano (Pd, FI, Lega, Ap) e dei gruppi parlamentari minori (Ala-Sc, Popolari, Civici-Innovatori, Fitto, Psi, Svp, Misto) contro gli appena 160 voti dei gruppi che lo osteggiano (M5S, Mdp, SI, Fd’I) e lo hanno già bollato come ‘Imbrogliellum’ o ‘Inciucellum’. La discussione in commissione Affari costituzionali si aprirà e chiuderà in pochi giorni, tra il 27 e il 29 settembre e, dal 4 ottobre, sarà possibile l’approdo in Aula con l’obiettivo di chiudere il voto finale per il 15 ottobre, naturalmente alla Camera perchè poi dovrà passare, in seconda lettura, al Senato.

Ma non a caso i l capogruppo dem Rosato chiede di “fare in fretta” e ai gruppi politici che sostengono la legge di non presentare emendamenti per blindarla. Infatti, ieri, in Transatlantico, hanno iniziato a girare strane voci. “Cinque Stelle e Mdp presenteranno uno o più emendamenti per abolire i listini bloccati – spiegava un alto dirigente democrat – e introdurre le preferenze che, a scrutinio segreto, possono passare (alla Camera è ammesso il voto segreto sulla legge elettorale mentre al Senato no). A quel punto Berlusconi, ma anche Renzi, che vogliono far vedere entrambi a Mattarella che ‘ci hanno provato’, a fare la legge, diranno game over”. Al centro dei possibili smottamenti c’è, come al solito, il Pd, ma servono almeno cento deputati dem (e diversi azzurri malpancisti) in funzione di franchi tiratori, grazie al voto segreto, per riuscirci.

Un democrat di estrazione popolare, sotto garanzia di anonimato, è pronto: “Saremo il 40% del gruppo, almeno cento deputati. Con le preferenze ce la possiamo ancora giocare, tra Camera e Senato, ma i collegi ci sfavoriscono perché non abbiamo una coalizione da presentare e nei listini bloccati, che tanto li decide tutti Renzi, passeranno solo i primi. Siamo pronti a morire, ma combattendo”. E se questi sono gli umori dei democrat del Centro-Sud, anche al Nord i mal di pancia sono tanti: “In Lombardia e Veneto per il Pd sarà un ecatombe. Non abbiamo la coalizione, ci batte pure M5S”. Ma senza un consistente aiuto degli azzurri, in sofferenza specie nel Centro-Sud, non ce la farebbero.

Invece, il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, ottimista, dice a un amico: “L’intesa è chiusa, è buona, noi faremo la coalizione con i centristi (un asse che va da Alfano a De Mita e Casini e potrebbe avere come front runner il ministro Calenda, ndr) e con sindaci, movimenti civici e di sinistra, sperando ci stia anche Pisapia. Possiamo arrivare a guadagnare, solo nei collegi, 40-50 deputati in più come coalizione. In ogni caso, ci giocheremo davvero la partita cercando di portare in porto questa legge”. Intanto, la sinistra interna di Orlando-Cuperlo è soddisfatta dell’apertura alle coalizioni.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 22 settembre 2017

Le mosse di Pisapia e quelle di Alfano. La legge elettorale rimescola i campi del centrosinistra e del centrodestra. Due articoli

  1. L’asse con Berlusconi spacca il Pd. Prodi e Bindi pronti a spostarsi ‘altrove’. Pisapia costruisce il suo Campo Progressista per rifondare un ‘Nuovo Ulivo’.
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L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Le doppie interviste rilasciate ieri da Romano Prodi (“La mia tenda è vicino al Pd ma se il Pd si allea con Berlusconi la tenda sposto altrove”) e di Rosy Bindi (“Il Pd si fermi su questa legge elettorale o non è più il mio partito”) hanno smosso le sinora già agitate acque del centrosinistra. Anche perché fanno il paio con le dichiarazioni di Giuliano Pisapia di domenica scorsa. L’avvocato milanese, leader di Campo progressista, ora mostra un piglio bellicoso (“Un patto di governo con il Pd è molto complicato, quasi impossibile”). Nel Pd lato coalizionale non si nasconde una certa preoccupazione. Prima è il vicesegretario, Maurizio Martina, a mostrarsi stupito (“Non capisco perché Pisapia chiude le porte al dialogo col Pd”). Ieri, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, si dice persino disponibile a dialogare con tutti (“Con Pisapia farei qualsiasi governo, con D’Alema pure, nell’interesse del Paese”) e assicura:“come vertici del Pd faremo di tutto” per evitare che qualcuno se ne vada perché “il Pd è la casa di tutti”. E, naturalmente, il ministro Andrea Orlando coglie la palla al balzo: “Ogni alleanza con Berlusconi è innaturale, Bisogna costruire il centrosinistra”. Nettare, per le orecchie di Pisapia. Ma in serata, Matteo Renzi, con la sua consueta E-news chiude i giochi: “Per evitare di fare le larghe intese il giorno dopo, bisogna prendere tanti voti. Ogni voto dato al Pd andrà in questa direzione – prosegue Renzi – ogni voto ai piccoli partitini aiuterà lo schema delle larghe intese. Il Pd farà liste molto larghe, pescherà al centro e a sinistra, nell’associazionismo e nella società civile, non si chiuderà nei propri confini stretti, ma parlerà agli italiani”. L’annuncio è di quello che, un tempo, si diceva ‘voto utile’ e indica quanto sarà dura la guerra a sinistra. Insomma, a Renzi interessa poco l’idea di coalizione (anche perché sa che Mdp e soci mai gli concederebbero i voti per far nascere un nuovo governo, dopo il voto, anche se i loro voti dovessero risultare indispensabili) e preferisce cercare di uccidere il neonato – la cosa ulivista di Pisapia – nella culla per evitare che rosicchi seggi alle elezioni visto che, superasse il 5%, sarebbe ai danni del Pd.

Intanto, però, il lavorìo di Pisapia procede spedito. Ieri a Roma, l’ex sindaco di Milano ha visto i suoi di ‘Campo progressista’ per organizzare al meglio l’appuntamento nazionale del primo luglio a Roma che dovrà gettare le basi del nuovo rassemblement di centrosinistra. Oggi vedrà i dirigenti di Mdp, dove i suoi colonnelli sono Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio in buoni rapporti con Zingaretti. Dentro Mdp, però, c’è maretta: Bersani tifa apertamente per Pisapia ed è pronto a ogni ‘cessione di sovranità’, altri (vedi alla voce: D’Alema) lo sono molto meno. Speranza è dato in bilico, il governatore toscano Rossi contrario, l’ex colonnello di Sel Scotto dubbioso. Il problema vero sono i confini del nuovo soggetto che, per ora, si chiama ‘Coalizione per il cambiamento’, ma potrebbe diventare “Insieme – Per un nuovo centrosinistra’. I confini a ‘a destra’ sono chiari. C’è il Centro democratico di Bruno Tabacci, ex assessore di Pisapia a Milano, che assicura buoni rapporti (ma li coltiva anche Pisapia) con i salotti buoni della finanza meneghina (i banchieri Guzzetti e Bazoli) e i Popolari-Demos del trentino Lorenzo Dellai. Esponenti ulivisti oggi dispersi come Franco Monaco e altri del ‘giro’ prodiano bolognese sono pronti, ma il colpo grosso, ovviamente, sarebbe Prodi. Pisapia fa sapere che “il Professore ha mandato segnali di apprezzamento al nostro progetto” e l’intervista di ieri, in cui Prodi boccia il sistema proporzionale voluto dal Pd (“non darà governi stabili”), si pronuncia contro elezioni anticipate (“una cosa ridicola”) e pronto l’alleanza “innaturale” con Berlusconi, pronto a spostare la sua “tenda”, ove si realizzasse, ha fatto il resto. Oltre a personalità come Rosy Bindi ed Enrico Letta e alla presidente della Camera, Laura Boldrini, che sarà della partita, già a partire dal primo luglio, il ‘nuovo’ Ulivo deve blindarsi alla sua sinistra. E qui, invece, il magma è incandescente. C’è Sinistra italiana, guidata da Nicola Fratoianni, che vuole essere della partita, c’è Possibile di Pippo Civati, persino quel che resta del Prc, e c’è anche il movimento ‘Dema’ del sindaco De Magistris. Pisapia sa che, per superare l’asticella del 5%, servono i voti di tutti, ma porrà due precise condizioni: “il federatore sono io, tutti i partiti dovranno cedere sovranità e deve essere un Nuovo Ulivo, la Cosa Rossa non m’interessa”. Ma nel frattempo si sono mossi anche Tommaso Montanari e Anna Falcone, frontrunner del No da sinistra al referendum costituzionale e membri di Libertà e Giustizia: hanno pubblicato proprio oggi un appello molto netto e tranchant che rispolvera le ‘belle bandiere’ della sinistra comunista e post-comunista e hanno dato appuntamenti a tutti quelli ‘che ci stanno’ il 18 giugno a Roma. La data vuole bruciare i tempi, rispetto alla costruzione del percorso di Pisapia, ha già ricevuto il favore di Fratoianni (SI) e Civati (Possibile) e l’apertura di credito di Scotto (Mdp), di certo piacerà a D’Alema. Però una formazione politica radicaleggiante, alla Melanchon e alla Corby, dichiarati punti di riferimento di quest’area, è in rotta di collisione con le idee di Pisapia. Bisognerà vedere chi avrà più tela da tessere, ma se i due tronconi si dividessero sarebbero guai per entrambi: rischierebbero di non superare, nessuno dei due, il 5%.

NB: L’articolo è pubblicato il 6 giugno 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 


alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

2. Alfano invoca Mattarella: ferma Renzi ma il Colle vuole la nuova legge elettorale. 

“Non può esistere automatismo per cui l’approvazione della legge elettorale corrisponda allo scioglimento delle Camere. E la Costituzione?!”. Il deputato centrista che sbotta così al telefono indica che il partito guidato dal ministro Angelino Alfano – l’altro ieri si chiamava Ncd, fino a ieri Ap, domani chissà – ha deciso di giocare la “carta Mattarella”. Ovvero chiedere, tirandolo per la giacchetta, l’intervento del Capo dello Stato per capire se è costituzionale andare al voto anticipato, subito dopo l’approvazione della legge elettorale, come paventato da Pd, Forza Italia, Lega e 5 Stelle che stanno per chiudere l’accordo sul sistema ‘ital-tedesco’.

E così, mentre Alfano continua a prendere di petto Renzi via Twitter (“Consiglio lettura intervista Renzi. Un fiume di parole nasconde un solo con concetto: #paolostaisereno”), la ministra alla Salute, Beatrice Lorenzin twitta e rilancia: “No al voto anticipato. Irresponsabile far cadere il terzo governo in quattro anni, vanificando sforzi del Paese. Confidiamo nell’intervento del Colle”. Poi rincara la dose: “Sono convinta che le elezioni avverranno alla scadenza naturale, nel 2018. E Mattarella, persona saggia, saprà intervenire al momento giusto per evitare conseguenze serie al Paese causate da una corsa contro il tempo inspiegabile”.

Anche la senatrice Laura Bianconi, presidente dei senatori di Ap, cavalca il concetto: “Avvertimento al Pd: attenzione al controllo di costituzionalità del presidente Mattarella a legge ultimata. Rischia figuraccia del rinvio alle Camere”. Tutte dichiarazioni che indicano chiaramente la volontà del partito di Alfano di andare al voto il più tardi possibile così da poter creare e organizzare quel nuovo partito di centro che superi la soglia del 5% per rientrare in Parlamento. Magari dietro le insegne di Stefano Parisi, di certo con l’Udc di Cesa, ma senza Casini e neppure Verdini e Zanetti, i due co-leader di Ala e Scelta civica, che vogliono partecipare a una ‘Cosa’ di centro ma Alfano non li vuole, loro non vogliono lui, Stefano Parisi non vuole – dall’alto del suo zero virgola – nessuno, e via declinando lungo i numeri infinitesimali di partitini e gruppi di centro ormai disperati. “Se vogliono andare al voto, il Pd deve prendersi la responsabilità di far cadere il governo, noi non voteremo la sfiducia a Gentiloni” dice ancora un deputato di Alfano.

Il problema è che mentre i presidenti delle due Camere, Grasso e Boldrini, nutrono seri dubbi sulla necessità di correre verso le urne (“Le elezioni anticipate non sono un destino già scritto” ha detto ieri la Boldrini e Grasso la pensa in identico modo), Mattarella non ci pensa neppure a intromettersi. Sia perché – come ripete un noto adagio del Colle – “quando il Parlamento lavora, il Capo dello Stato tace” sia perché Mattarella non vede affatto di cattivo occhio una legge elettorale scritta insieme dai partiti grandi. Inoltre,c’è chi è sicuro che a Mattarella non dispiaccia affatto, anzi, la soglia di sbarramento al 5% che Ap tanto avversa, e la ritiene ‘in linea’ coi grandi Paesi della Ue.

Ben altro paio di maniche è la fretta che, soprattutto il Pd, ha di andare alle urne, una volta varata la legge elettorale. La potestà  di sciogliere le Camere  è prerogativa specifica del Colle,il quale, prima di mandare il Parlamento a casa, verificherà se Gentiloni vuole davvero dimettersi, se è il caso di rimandarlo davanti le Camere per verificare se ha ancora la fiducia del Parlamento o di esperire altri tentativi. Insomma, una partita ancora tutta da giocare, al Quirinale, quella su eventuali elezioni anticipate e per nulla scontata.

NB: Articolo pubblicato domenica 4 giugno a pagina 4 del Quotidiano Nazionale. 

Marino lancia cinque siluri: contro Renzi, il Pd, le inchieste, il Mondo intero e pure il Papa…

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Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

1) IL ‘MARZIANO’ E’ RI-SBARCATO A ROMA…

Se avessi seguito le indicazioni del Pd oggi sarei in galera!”. L’ex sindaco di Roma, il ‘marziano’ Ignazio Marino, ieri è tornato sulla scena pubblica con il botto, ma anche con tutti gli onori. Presentazione del suo libro, Un marziano a Roma, la citazione è dal famoso libro di Ennio Flaiano, alla Sala della Stampa Estera di Roma: parterre de roi, selva di telecamere e di giornalisti, esteri ed italiani (oggi si replica alla libreria Feltrinelli in galleria Sordi, la casa editrice sfrutta, giustamente, l’occasione). Marino ne ha per tutti, naturalmente, ma il suo primo e vero obiettivo è solo il Pd. E cioè il partito che lo ha prima destabilizzato, poi corroso, infine defenestrato da piazza Campidoglio in una torrida estate (luglio-settembre 2016) di meno di un anno fa. Marino non gliel’ha perdonata e, ora, con la campagna elettorale alle porte, una candidatura del Pd che, nonostante le primarie vinte da Roberto Giachetti su Roberto Morassut, stenta a decollare, e soprattutto tanti, troppi, avversari che si affollano – dalla temutissima grillina, Virginia Raggi, incubo di ogni democrat che si rispetti, ai nomi della singolar tenzone che sta avviluppando in uno spirito suicida il centrodestra romano (Giorgia Meloni, Guido Bertolaso, Francesco Storace, senza dire, ovviamente, di Alfio Marchini…) – davanti agli occhi di Renzi e rischiano di fargli perdere non solo Roma, ma anche l’onore del Pd, l’ex marziano è ridisceso sulla Terra, quella dell’Urbe, a prendersi molte rivincite, legittime o meno.

2) IL DURISSIMO ATTO DI ACCUSA CONTRO RENZI…

Al centro del racconto, un atto di accusa permanente contro il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, colpevole – tre volte colpevole – di avere orchestrato un golpe nei suoi confronti per rimuoverlo dalla carica di sindaco. Repubblica, che anticipa il libro, riporta un passaggio in cui Marino racconta della via d’uscita – o, meglio, stando alla sua versione dell’”offerta indecente” offerta dal Pd al sindaco, attraverso il vicesindaco e assessore dem Marco Causi, per uscire di scena: “Tu lasci Roma, vai a Filadelfia e spegni il cellulare. Così, per irreperibilità del sindaco, il governo dovrà nominare un commissario e sciogliere consiglio e giunta”. Insomma, si sarebbe trattato, per Marino, di un golpe, nemmeno tanto legalizzato, di fatto illegale. Marino, certo, ne ha per tutti: parla anche delle Olimpiadi, definendo la decisione di presentare la candidatura di Roma “una fuga solitaria” del premier eseguita senza coinvolgere il Comune. E a Giovanni Malagò e Luca Cordero di Montezemolo “imputa di avere incentrato il dossier olimpico sulla costruzione del Villaggio di Tor Vergata per soddisfare il consorzio di imprese che su quell’aerea vantano diritti di costruzione”. E proprio ai principali costruttori romani Marino rivolge accuse dirette e durissime. A Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero di Roma come del Mattino di Napoli, imputa di avere “quasi sempre utilizzato i media che possiede per infangarmi”, mentre “dei fratelli Toti o Sergio Scarpellini, dice, “ho sempre avuto l’impressione che detestassero il rischio di impresa”.

3) NON SI CANDIDERA’ MA POTREBBE INDICARE DI VOTARE LA M5S RAGGI…

E così, la giornata di Marino il Distruttore, non solo non è finita, ma non è neppure iniziata, quando l’ex sindaco – tra un intervista e una presentazione, una comparsata in tv e un’anticipazione del suo libro-verità, parla ‘anche’ a Radio Capital, prendendo tempo sulla sua possibile candidatura: “Credo che in questo momento i partiti non hanno più la dignità per esprimere una candidatura in una città come Roma. Spero in un movimento e una mobilitazione civica che offra l’opportunità ad un candidato di governare la città. Io non ho detto che mi ricandido. La mia candidatura sarà tema di dibattito nelle prossime ore”, dice Marino, lasciando tutti con il fiato sospeso, specie il candidato di Sel-SI,. Stefano Fassina, che invece spera e prega che si ritiri e lo appoggi, senza fargli troppo male. “Non ho detto né sì né no, non è questa la sede per fare annunci e io non faccio balletti. Comunque, n è detto che poi sarò io – aggiunge Marino – In Italia abbiamo superato i 60 milioni di abitanti e sono sicuro che tra loro c’è una donna o un uomo che sono all’altezza della guida di Roma, ma il lavoro iniziato per qquesta città va completato. Non ci sono unti del Signori, ma spero ci possano essere candidati di statura molto più elevata di quelli che si sono presentati finora”, conclude sibillino. Poi, alcuni suoi ex collaboratori che hanno lavorato con lui lasciano trapelare una mezza verità o, meglio, uno scenario da incubo, specie per Giachetti e il Pd di Renzi: “Marino, quasi sicuramente, non si candiderà, lasciando a piedi tutti quelli che hanno creduto in lui, ma il vero coup de theatre per provare ad ammazzare definitivamente il Pd nella Capitale e infilzare Renzi, cercando di fargli male anche a livello nazionale, potrebbe essere un altro: aspettare, silente, il lavacro del primo turno e, di fronte alla probabile alternativa, al ballottaggio, tra Giachetti e Raggi dare indicazione di voto per la grillina, facendo pesare se stesso per farla vincere e uccidere il Pd…”.

Non a caso, anche in chiaro, durante la conferenza stampa, Marino sbaglia – di certo non per errore o sbadataggine – il nome proprio di Giachetti, che chiama ‘Riccardo’ e non ‘Roberto’ e di cui dice: “Non lo conosco personalmente, mentre Virginia Raggi (M5s) sì”. Il che avvalora la tesi dei suoi…

4) I CINQUE SILURI CONTRO RENZI E QUALCHE SILENZIO DI TROPPO…

Ecco perché, dunque, nel frattempo, sono già tutti partiti i siluri di Marino contro il Pd di Renzi: di ieri, di oggi e, se possibile, pure quello di domani. “Se avessi seguito tutti i consigli del Pd forse mi avrebbero messo in cella di isolamento”, il primo. Ma soprattutto Marino attacca, duramente, Renzi secondo siluro: “Roma bisognava sganciarla dalle lobby, mentre Renzi preferisce sedersi a tavola con le lobby. Avevo grandi aspettative – lo sferza Marino – nei suoi confronti nel momento in cui lui aveva un ruolo politico nazionale. Pronunciava parole in cui mi riconoscevo, come quelle sulle liberalizzazioni delle aziende che al Comune non servivano o sulle scelte delle persone da fare sulla base dei curricula. Da quella affermazioni siamo passati alle scelte dei direttori Rai e delle reti. Se l’avesse fatto Berlusconi molti giornali si sarebbero ribellati”, l’affondo ancora più pesante. Poi, quarto siluro,  ripercorre i due anni e poco più del suo mandato, dalle primarie vinte con tanto di incoronazione nel 2013 fino allo scandalo degli scontrini che ha provocato il terremoto in Campidoglio e le sue dimissioni. E qui, però, Marino si fa muto, anzi fa il pesce in barile: gli sono arrivati avvisi di garanzia per gli scontrini, ma lui non spiega nel dettaglio, non risponde nel merito. Si limita ad accusare, ancora una volta, Renzi: “Ritengo di non aver nulla di più da spiegare di quel che ho fatto. Quando verrò chiamato spiegherò a proposito di questi 12 mila euro che mi vengono imputati. Mi piacerebbe che la stessa trasparenza venisse utilizzata dal capo del governo che – leggo sui giornali – ha speso in un anno come presidente della Provincia di Firenze (che è più piccola della Capitale) 600 mila euro in spese di rappresentanza, rapidamente archiviate dalla magistratura contabile”. Non basta. Nuovo (ultimo e quinto) attacco frontale a Renzi: “Parigi riceve dal governo nazionale 1 miliardo all’anno per gli extra costi della città. Londra riceve 2 miliardi. Occorrono investimenti su Roma, ma bisogna amarla la Capitale: il nostro capo del governo non ama Roma”.

5) GLI ALTRI SILURI LANCIATI CONTRO IL PD (ORFINI, CAUSI, ZINGARETTI)…

Non mancano, ovviamente, le difese a spada tratta di – tutte, ma proprio tutte – le scelte fatte fino all’ultima, quella che lo ha condannato, di fatto, all’auto-espulsione: “Per l’ultimo rimpasto di giunta (quello di luglio 2015, con l’estromissione di Sel, ndr.) mi sono fidato dei consigli di Matteo Orfini che sosteneva di averne discusso con il capo del governo. Io ho condiviso questa scelta e me ne assumo la responsabilità, non mi aspettavo che alcuni degli assessori nominati fossero arrivati lì con il compito di guastatori”. E qui Marino mette in mezzo, nel calderone delle accuse, pure Orfini.

Poi, sui suoi attuali rapporti (o, meglio, ‘non rapporti’) con il Pd osserva (ennesima bordata…): “Io ho la tessera del Pd dell’anno 2015. Quest’anno non l’ho ancora rinnovata, ma l’anno non è ancora terminato. Io mi sento democratico nell’animo, non rinuncio all’idea che anche in Italia possano esistere finalmente due forze, conservatori e riformisti. Il Pd che ho fondato io è diverso dal partito che c’era, che aleggiava in questa città a ottobre e novembre, un partito dove tutti i circoli sono stati chiusi, dove c’è un commissario, dove i consiglieri comunali hanno ricevuto l’ordine di dimettersi senza venire in aula a confrontarsi con il loro sindaco. Il Pd non esiste” conclude…. Non solo. Per Marino – attacco a Renzi al cubo – “in questo momento abbiamo non un governo di centrosinistra, ma di centrodestra, con Alfano e Lorenzin di Ncd e, al Senato, con l’appoggio di Verdini”.

A distanza ravvicinata arrivano, ovviamente, anche le repliche dei diversi protagonisti romani e laziali del Pd tirati in ballo da Marino: il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, accusato da Marino di aver rallentato, se non addirittura boicottato, l’azione di cambiamento della sua giunta, dice: “Non ho letto il libro. Ho letto dello stadio della Roma e voglio chiarire che la Regione è ancora in attesa del progetto dello stadio. Non sono abituato a dire sì o no in assenza di progetti”. “Offeso e rattristato” si dice il deputato dem Marco Causi per le accuse mossegli: “La frase che mi contesta Marino non l’ho mai usata. Si tratta di un falso falso che mi offende e mi rattrista”.

6) UN EVERGREEN, LE ACCUSE SU MAFIA CAPITALE…

Sull’inchiesta che ha terremotato la città di Roma e, anche, tre quarti del Pd capitolino, facendone finire in galera diversi esponenti, e cioè l’inchiesta giudiziaria di ‘Mafia Capitale’, Marino dice: “Quando iniziò la vicenda nel dicembre 2014 ed era evidente che né io né la mia Giunta avevamo nulla a che fare con quel mondo, l’allora vicesindaco Luigi Nieri mi chiese ‘perché non ti dimetti adesso, verrai rieletto a furor di popolo nella primavera 2015’. Io ho ragionato come avrei fatto in sala operatoria: ero vicinissimo a chiudere per la prima volta il bilancio preventivo del 2015 entro il 2014 e dovevo buttare la città in una campagna elettorale solo perché io ne avrei avuto un grande vantaggio? Ho scelto di chiudere il bilancio 2015 entro il dicembre 2014”. Poi Marino ne ha anche per il suo successore ‘tecnico’, il commissario straordinario Francesco Paolo Tronca: “E’ stato indicato monocraticamente da un capo del governo non eletto dal popolo. Non posso giudicarlo, le azioni del prefetto sono riconducibili al governo, è semplicemente un esecutore”.

7) NON CONCEDE NESSUNA GRAZIA, NEMMENO AL LPAPA NELL’ANNO SANTO …

Marino, infine, offre la sua versione pure sulle gelide parole del Papa dirette contro di lui nel viaggio di ritorno dagli Usa dopo le polemiche sul suo viaggio da ‘imbucato’ nella delegazione papale a Philadelphia (“Sia chiaro, Marino non l’ho invitato io!”, aveva sillabato ai giornalisti papa Bergoglio in aereo di rientro dagli Usa), ma anche qui l’ex sindaco ha la sua lettura: “Ho avuto una piacevole conversazione con Papa Francesco durante la quale ho ripercorso in termini severi la mia visione dei fatti. Non va attribuito a lui ciò che va attribuito a Renzi e al Pd, anche se alcuni hanno voluto interpretare le sue parole come un via libera contro Marino per potersi liberare di questa figura scomoda. L’incontro si è tenuto a febbraio. Abbiamo stabilito che avrei raccontato gli incontri avuti con lui e che lui avrebbe letto il testo prima della pubblicazione”. Morale: finirà che Marino, con il suo libro-verità, finirà per inguaiare pure il Papa.

Un vero Diavolo, più che un Marziano…

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 31  marzo 2016 sulle pagine di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

#Renzi e #CL. I ciellini si adeguano al leader del #Pd. Il premier al Meeting tra selfie, applausi e Cl che si auto-ricolloca sulla scena politica

Dal nostro inviato Ettore Maria Colombo – 

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Renzi, Grillo e Berlusconi.

RIMINI – L’INSEGNANTE di religione al Liceo (don Paolo Bargigia, presente in sala, oggi in sedia a rotelle a causa di una brutta malattia), prete e ciellino. Le vacanze da scout e, poi, quelle cielline, cui il premier all’inizio non voleva andare, lo stesso don Bargigia, a parlare di Dio e del ‘senso religioso’, titolo del libro fondamentale scritto da don Giussani (Renzi, però, il padre fondatore di Cl non lo cita mai, davanti ai ciellini, anzi ricorda loro ed elogia un suo storico alter ego, il sindaco-santo di Firenze Giorgio la Pira, come a dire: «Veniamo dalla stessa Chiesa, ma abbiamo frequentato parrocchie diverse»). I pregiudizi verso Cl «che avevo anch’io, ma che poi ho superato» . Le citazioni, da Claudel a Chesterton, passando per Guccini, autori qui, al Meeting, molto amati (Guccini lo ha citato anche don Carron, guida spirituale di Cl, il giorno prima: “Quando non ci sei, io resto solo coi pensieri miei”…).

LE STESSE parole usate nel suo intervento («stupore», «meraviglia», «incontro», «amicizia»), classiche e abituali nel lessico del mondo ciellino.
Il premier è venuto al Meeting «lieto e grato», dice, usando la perifrasi di Graziano Grazini, capogruppo di FI alla Provincia di Firenze, ciellino di ferro, oggi deceduto, avversario che Renzi ha imparato ad apprezzare e rispettare, pur da “sponde politiche opposte”(peraltro, Grazini è stato il padre politico di Verdini e, come in un’Eterno Ritorno, tutto torna, in Cl).
Il premier ha conquistato Cl a modo suo: interloquendo con la sua storia e i suoi valori, le sue parole d’ordine, ma senza cercare facili applausi, che peraltro non ha avuto. L’accoglienza della platea è stata gentile e attenta, ma senza applausi scroscianti. È andata meglio nel giro degli stand dove, pur travolti dall’occhiuto servizio d’ordine, ossessivo e fastidioso come neppure quello di Obama, tanti ragazzi volevano un selfie.
Renzi ha saputo accattivarsi il popolo e soprattutto la dirigenza di Cl, che i voti ancora li controlla, e il popolo ciellino è un discreto bacino di voti. Giorgio Vittadini, poco dopo, dirà in un’intervista tv che “Cl non è diventata di centrosinistra, ma non è più di centrodestra” e che, soprattutto, “il Pd ora è votabile” mentre la presidente del Meeting, Emilia Guarnieri, chiuderà con le enfatiche parole “noi ci siamo” con chi “cerca di tirare il Paese fuori dalla crisi” proprio l’intervento dal palco del premier. Delusi solo quelli dello zoccolo duro di Cl dentro il centrodestra, che fanno capo al settimanale Tempi diretto da Luigi Amicone (Renzi glissa sulla richiesta di firmare la proposta di legge sulle scuole paritaria, come Amicone lo invitava a fare, ma neppure dal palco toccherà mai lo spinoso tema diritti civili) Cl si è rimessa al centro dell’agone politico, come ogni estate, non grazie a Berlusconi, al centrodestra o ai politici ciellini d’un tempo, spazzati via pure dai convegni e dal parterre, ma grazie all’arrivo di Renzi, oltre che di ben quattro ministri del suo governo e mezzo Pd.
Per non dire della presenza della first lady del premier, Agnese Renzi, venuta al Meeting una settimana fa in visita solitaria per ascoltare la principessa Rania di Giordania, della mostra centrale del Meeting, che Renzi visita, casualmente dedicata al Duomo di Firenze, della massiccia presenza di imprenditori vicini al premier, come Roberto Snaidero, di Federlegno, che Renzi citerà anche dal palco, oltre che le le principali aziende pubbliche (FS, Enel, Intesa San Paolo, etc.), o della assai assidua presenza del braccio destro del premier, quel Marco Carrai, che il giorno prima ha partecipato a un affollato dibattito, la sera ha cenato con il padre spirituale di Cl, don Carron (si dice che Carrai sia ciellino) e, ieri, ha ovviamente presenziato a tutti gli incontri di Renzi al Meeting, sia quelli pubblici (giro degli stand e delle mostre, poi discorso dal palco, davanti ad almeno 8 mila persone) sia a quelli privati, dentro il salottino vip di Cl, dove è andata pure la presidente della Rai, Monica Maggioni, altra assidua frequentatrice del Meeting e renziana di ferro a sua volta.

Del resto, i voti, come i soldi (le ‘Opere’, direbbe Cl), non puzzano e a Renzi i voti servono. Si vota, per esempio, a Milano, nella primavera del 2016, il premier sa di avere lì un tallone d’Achille e i suoi crucci si appuntano su primarie che non vuole proprio fare nella (finora vana) ricerca di un uomo forte da lanciare (il commissario all’Expò, Sala, ha detto no). L’ex ministro e oggi capogruppo di Ncd alla Camera, Maurizio Lupi, pur finito nella polvere e tirato giù persino dagli inviti sul palco del Meeting, già s’è offerto, al premier, alla bisogna (correre come candidato sindaco a Milano in un’inedita alleanza Pd-Ncd-centristi) e ieri lo ha accompagnato e marcato in modo militare come a dire: «Questa è ancora casa mia, qui comando ancora io…». Ma se persino un luogo assai frequentato e amato dai politici di tutti gli schieramenti, secondo una logica classicamente bipartisan, come l’Intergruppo per la Sussidiarietà (creatura fondata proprio da Giorgio Vittadini e a lungo diretta e gestita da Maurizio Lupi), dove sfilavano politici di sinistra (Bersani, Letta, etc.) e di destra (Gasparri, Alfano), è sfiorito e appassito, tanto che quest’anno la polemica verte solo sulla presenza dell’unico, spelato, grillino che vi ha aderito, poi tutte figure minori, Cl aveva ed ha un disperato bisogno di ricollocarsi al centro dell’agenda politica e sociale.

E così, nonostante la ‘decadenza’ da un lato e la ‘lontananza’ dall’altro di Cl e della Compagnia delle opere, suo braccio tecnico-operativo, dalla politica attuale, il gotha ciellino, ieri era presente (e trepidante) in massa nell’accogliere il premier. Tutti a vedere in lui, in Matteo, il nuovo che avanza, altro che Berlusconi o (Dio li scampi e liberi) Salvini, anche perché papa Francesco così vuole. In verità, dentro Cl, il vero papa amato era (ed è) Ratzinger e il politico (era) Berlusconi, ma Cl è una salamandra: sa adeguarsi ai tempi. E Renzi pure.

Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2016 a pagina 2 e 3 del Quotidiano Nazionale